Articoli con tag: prog e dintorni

Pink Floyd (1965-1972)

Provateci voi, a raccontare/descrivere in maniera un minimo dettagliata, avendo a disposizione circa 3.300 caratteri, un “mostro” come questo cofanetto dei (primi) Pink Floyd edito lo scorso 11 novembre. Non si può, e non a caso sono ritornato sull’argomento, nel numero di AudioReview appena arrivato nelle edicole (il 384), nell’ambito di un ampio articolo a più mani che propone anche prove tecniche e di ascolto del prezioso boxone. Nella recensione qui riesumata, uscita a gennaio, mi ero invece limitato a inquadrare l’oggetto e a spiegare perché il prezzo richiesto, in assoluto molto alto, fosse comunque “giustificato”.
pink-floyd-fotoThe Early Years 1965-1972
Si può commercializzare un prodotto discografico, seppure “multiplo” e ricco come questo, a una cifra – di listino – così folle? Ovviamente sì, se il numero è l’amore dei tuoi cultori sono tali da garantire l’adeguato ritorno economico; in sintesi, devi essere in grado di permettertelo, e i Pink Floyd appartengono senza dubbio alla élite di coloro “che possono”. Nel novembre scorso ha dunque fatto irruzione sul mercato, in sincronia con il natale, questo mostruoso box con trentadue (in realtà, trentatré) dischi di più formati (CD, DVD, Blu-ray, vinili) e tanto prezioso materiale iconografico, che raccoglie solo registrazioni rare e per lo più ufficialmente inedite – insomma, i normali album non vi sono compresi – della fase iniziale di attività del gruppo di Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason e, per il primissimo periodo, Syd Barrett. Continua a leggere

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Pope Francis

La faccenda è andata così. Mesi fa ricevetti un comunicato nel quale si annunciava l’imminente uscita di un disco del Papa, in qualche modo legato al progressive; non un disco cantato (appositamente), comunque, ma un disco in cui alle parole (preregistrate) del Pontefice erano state accostate musiche realizzate ad hoc, con il tutto trattato in modo da essere un prodotto con pretese artistiche e non solo uno strumento di propaganda. Non ho dunque potuto esimermi dal recensire il CD nella sede che mi sembrava più opportuna, ovvero AudioReview. Siete pronti per il “popegressive”?

Pope Francis copWake Up!
(San Paolo/Believe)
Come si puo valutare, un disco del genere? Mica facile. Si potrebbe buttarla sull’ironia, analizzando quella che senza alcun dubbio è un’operazione di marketing ben congegnata (e che “parte” dei profitti andranno a finanziare l’assistenza ai rifugiati, considerando come lo sponsor sia il Vaticano, è francamente il minimo), ma avrebbe davvero senso? Continua a leggere

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The Musical Box

Musical Box fotoTranne una volta che lo feci in quanto giurato di un contest dedicato a quelle dei Litfiba, mi sono sempre rifiutato di assistere a concerti di tribute band. Aborro l’idea in sé (a meno che non sia un estemporaneo, pur serio divertissement per musicisti che hanno una loro vita) e aborro il danno collaterale – almeno qui in Italia – che i “copioni” sottraggano spazio a quanti hanno mire artistiche più alte, perché un buon imitatore di Ligabue o Vasco Rossi riempie i locali e un emergente che suona le sue canzoni di norma no. Ieri, però, sono andato all’Auditorium a vedere The Musical Box, gruppo di Montreal noto a livello planetario per essere l’unica tribute band dei Genesis approvata e autorizzata dagli stessi Genesis. È stata una scelta, come dire?, “sentimentale”, dettata da ragioni che spiego nella prima parte di questo mio vecchio articolo (intitolato, che buffa coincidenza!, proprio The Musical Box). Si trattava di poter fare parzialmente – molto parzialmente – una sorta di pace con il (mio) passato, e ho colto l’occasione. Non ci saranno però mai più, lo giuro solennemente, ulteriori deroghe al principio. Continua a leggere

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Steven Wilson

Tre giorni fa, il 22 settembre, sono andato all’Auditorium della Conciliazione a vedere Steven Wilson; in primavera, a causa di irrinunciabili impegni pregressi, avevo perso il suo concerto al Teatro Sistina e, no, due volte di fila sarebbe stato troppo. Sulla scia dell’entusiasmo per una performance eccezionale per qualità, imponenza e impeto comunicativo ed emotivo, recupero con piacere la mia recensione dell’ultimo album del musicista britannico.

Steven Wilson copHand. Cannot. Erase.
(Kscope)
Su altre colonne, in occasione dell‘uscita di quel The Raven That Refused To Sing (And Other Stories) che a seguito della nuova uscita in oggetto è divenuto il penultimo vero album di Steven Wilson, definivo il musicista, produttore e ingegnere del suono britannico “una sorta di Robert Fripp della sua generazione”. Peraltro, non mancando di precisare. “Non per la tecnica chitarristica, della quale è comunque dotatissimo, ma per l’iperattività creativa, per la capacità di allestire progetti ed elaborare idee, per il perfezionismo maniacale: non è certo un caso che proprio Fripp gli abbia affidato le chiavi del suo regno – ovvero, i master dei King Crimson da remixare – lasciandolo libero di governarlo a suo piacimento; e inoltre, lo si voglia o meno, i suoi Porcupine Tree sono stati la band-cardine del rock progressivo dell’ultima quindicina d’anni”. Continua a leggere

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Motorpsycho

Dei Motorpsycho ho scritto parecchie volte, specie all’inizio della loro carriera. In seguito mi è capitato più di rado, ma non per sopraggiunta stanchezza o disaffezione nei confronti della band norvegese; la verità è che occuparsi spesso degli stessi artisti, specie quando sono artisti di un certo tipo, un po’ “affatica”, perché c’è il rischio di dire sempre le stesse cose o, al contrario, di eccedere nel dire cose da iniziati proprio per non cadere nel già detto più volte. Ciò precisato, recupero con piacere questa recensione del 1997, relativa a un disco molto bello. Per quelle più vecchie, si vedrà: le ho solo su carta, e al momento ho scadenze che mi impediscono di fare scansioni, conversioni e verifica delle conversioni.

Motorpsycho copAngels And Daemons At Play
(Stickman)
I Motorpsycho sono una band affascinante, non c’è dubbio. Non solo per l’insolita provenienza geografica (Trondheim, Norvegia) o per quella prolificità che li ha “costretti” a produrre sette album (di durata spesso fuori dal comune) e svariati singoli ed EP in un lasso di tempo di appena sei anni, ma anche e soprattutto per un temperamento artistico che è poco definire singolare. Continua a leggere

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Procol Harum

na band che ho sempre ritenuto migliore, e non di poco, di com’era/è considerata dagli appassionati che prediligono il rock energico/aggressivo. Molto curiosamente, non mi era mai capitato di scriverne fino a circa tre mesi fa.
Procol Harum fotoAppena sei anni dopo le ristampe estese curate dalla Salvo dell’intera discografia storica (1967-1977) dei Procol Harum, i primi quattro titoli scompaiono dal catalogo della suddetta label e riappaiono in quello della Esoteric, ciascuno in due versioni: una singola con bonus track ridotte all’osso e una doppia – per il secondo lavoro, tripla – dove gli extra potrebbero sembrare addirittura pletorici. Continua a leggere

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Emerson Lake & Palmer

Quand’ero giovane, molto giovane, gli ELP non erano proprio il mio gruppo preferito dell‘area progressive: limitatandomi ai nomi più conosciuti, per me venivano dopo la sacra triade King Crimson-Van Der Graaf Generator-Genesis, dopo i Jethro Tull e i Gentle Giant, dopo gli Yes. Però trovavo eccellente il loro primo LP omonimo ed ho sempre apprezzato questo loro quinto album, che comprai in tempo reale – quattordicenne – anche per via della splendida copertina firmata da H.R Giger. Per una triste coincidenza, l‘artista svizzero ha salutato questo mondo più o meno contemporaneamente all‘uscita di una versione “deluxe” di Brain Salad Surgery. Una recensione mi parve davvero il minimo che potessi fare.

ELP copBrain Salad Surgery (Sony)
Lo scorso 12 maggio ci ha lasciati per sempre Hans Rudolf Giger, il geniale (benché a volte incompreso), visionario artista svizzero che i più conoscono come inventore del mostruoso protagonista del film Alien. Fra le sue opere va annoverata anche la magnifica copertina di quest‘album del novembre 1973 con il quale Keith Emerson, Greg Lake e Carl Palmer inaugurarono il catalogo della loro etichetta Manticore, dopo i quattro LP marchiati Island che avevano scolpito il nome del supergruppo britannico nel pantheon del progressive. Continua a leggere

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Smashing Pumpkins

Questa è la quarta volta che nel blog si affronta il mondo Smashing Pumpkins: la prima fu con un‘intervista a Billy Corgan realizzata al tempo di Mellon Collie And The Infinite Sadness, la seconda con un‘altra intervista relativa alla sua breve fase solistica, la terza con lo splendido video di Bullet With Butterfly Wings. Mancano un’ulteriore intervista e un sacco di recensioni, ma presto o tardi rimedierò. Intanto, ecco un DVD per molti versi strano ma certo non privo di motivi di interesse.

Smashing Pumpkins DVD copIf All Goes Wrong
(Coming Home)
Un anno e mezzo dopo il “grande ritorno” degli Smashing Pumpkins, che poi non sono quegli Smashing Pumpkins ma tant’è, il bilancio non è tragico ma neppure particolarmente positivo: Zeiteist, il frutto della semi-reunion, ha venduto in misura inferiore alle forse troppo entusiastiche previsioni di Billy Corgan, al punto da indurlo di recente ad annunciare che d’ora innanzi, vista la scarsa ricettività del mercato ai progetti complessi, il suo gruppo non realizzerà più album ma solo singoli. Nell’attesa di appurare se le cose andranno davvero così, o se invece il proclama si rivelerà l’ennesima “sparata” di un artista umorale almeno tanto quanto geniale, ecco uscire questo doppio DVD, il cui programma principale è articolato in due parti ben distinte: l’omonimo documentario di un’ora e quaranta minuti dedicato alla preparazione e allo svolgimento dei venti concerti americani dell’estate 2007 (prima nove al piccolo Orange Peel di Asheville, North Carolina, e poi undici al Fillmore di San Francisco), il tutto con interviste esplicative di brani e situazioni, brevi stralci di show e “siparietti” di ogni genere, e le quasi due ore di sola musica dal vivo – batteria, basso, tastiere, chitarra, voce – ripresa da varie date e montata in un’unica, omogenea sequenza come se si trattasse di un solo show. Continua a leggere

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Tool

Sono particolarmente soddisfatto quando, frugando nei miei archivi di articoli, ne estraggo uno dedicato a una band (o solista) fino ad allora mai trattata in questo blog. Vista la mia storica tendenza a occuparmi di sconosciuti, l‘operazione in sé non sarebbe difficilissima, ma diventa più complicata volendo recuperare qualcosa di relativo a un nome famoso se non famosissimo. Il rinvenimento un po‘ a sorpresa di questa recensione dei Tool (era logico che ci fosse, ma chi se la ricordava?) ha risolto al meglio il problema.

Tool copAenima (Zoo)
Non ce lo aspettavamo. Davvero. Un po’ per i pregiudizi spesso giustificabili che penalizzano gli artisti apparentemente emersi dal nulla – in pratica, quelli che debuttano su major: basti pensare a Pearl Jam e Alice In Chains, a fatica accettati dal pubblico più “estremista” – e un po’ per il livello qualitativo buono ma non stratosferico del precedente Undertow (peraltro baciato da rilevanti consensi commerciali), non pensavamo proprio che i Tool avrebbero potuto realizzare un album in grado di candidarsi quantomeno a un posto nei “Top Ten” nei referendum delle riviste specializzate. Continua a leggere

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King Crimson

Per tre o quattro volte in quasi un anno (da quando, cioè, ho inaugurato questo blog) ho riletto questo articolo con l’intenzione di ripubblicarlo, per poi non farlo. La ragione, che certo può sembrare bizzarra? Non ero del tutto certo di essere d’accordo con me stesso. In realtà non lo sono neppure ora, specie per quanto riguarda la postilla finale che avrei potuto tranquillamente omettere ma che invece ho lasciato lì: magari può diventare un argomento di discussione. Comunque, una delle peculiarità più interessanti e affascinanti dei King Crimson è il loro non essere facili da decifrare, il loro costringere a rivedere i giudizi su dischi già ascoltati e riascoltati. Di quanti si può dire lo stesso?

King Crimson copDegli appartenenti alla nutrita e pittoresca schiera di quel “rock progressivo” che ebbe la sua rilevanza tra la fine degli anni ‘60 e la prima metà dei ‘70, pochi hanno saputo – nel prosieguo di carriera – guadagnarsi la stima di un pubblico costituito non (solo) da reduci e nostalgici: da gente, cioè, che li apprezzasse non per quanto avevano costruito (troppo costruito) in precedenza, bensì per la loro capacità di recidere il cordone ombelicale con il passato e di proporsi con formule sonore nuove e differenti, in sintonia con la naturale evoluzione del rock o almeno non inquadrabili fra le mere operazioni di riciclaggio. A quanto pare, i vecchi appassionati di prog e coloro che considerano il prog stesso una disgrazia si trovano d’accordo sul valore assoluto di appena tre nomi: il comunque un po’ sottovalutato Peter Hammill, già leader dei Van Der Graaf Generator e poi titolare di una carriera di stampo cantautoriale non molto visibile ma ricca di spunti personali e intriganti; il carismatico Peter Gabriel, che muovendosi sul doppio binario del rock/pop e della world music ha saputo imporsi come geniale innovatore, acquisendo un vastissimo seguito di estimatori-discepoli; last but not least, Robert Fripp, eclettico e infaticabile sperimentatore con chitarra il cui destino – al di là delle numerose attività portate avanti in parallelo – è indissolubilmente legato alla band della quale è dal lontano 1969 demiurgo, da lui condotta con modalità spesso atipiche e senza alcun timore di percorrere strade in precedenza non battute. Ci riferiamo naturalmente ai King Crimson, al momento oggetto di un ricco programma di ristampe che nel trimestre novembre-gennaio sta (ri)portando per nei negozi – questa volta in formato HDCD, con licenza concessa dalla DGM di Fripp alla Panegyric/Self – l’intera discografia “base” del Re Cremisi, con l’aggiunta di qualche gustoso extra. Seguendo una logica probabilmente nota solo a Fripp, sono giunti sul mercato prima In The Court Of The Crimson King (1969), Red (1974) e Discipline (1981), oltre al doppio DVD Neal And Jack And Me; a seguire è stata la volta di Lizard (1970), Islands (1971), Larks’ Tongues In Aspic (1973) e Thrak (1995); a chiudere il quadro, assieme ai live Earthbound (1972) e USA (1975) e all’antologia The Concise King Crimson, saranno infine a giorni sul mercato In The Wake Of Poseidon (1970), Starless And Bible Black (1974), Beat (1982), Three Of A Perfect Pair (1984) e The ConstruKCtion Of Light (2000), mentre al momento non ci sono notizie a proposito della riedizione della notevole quantità di CD dal vivo realizzati dalla DGM negli ultimi dieci anni. L’uscita più interessante, almeno nell’ottica del neofita, è però quella del lussuoso cofanetto The 21st Century Guide To King Crimson Volume One 1969-1974, al quale farà prossimamente seguito un Volume Two incentrato sulla musica del gruppo britannico dal 1981 a oggi: un’accoppiata che esalta le ben note manie archivistiche di Robert Fripp, da sempre è abituato accumulare nastri di prove, performance e ogni altra cosa sia registrabile e archiviabile.
Primo tomo della Guida del Ventunesimo Secolo al Re Cremisi, dunque, il cui titolo omaggia ovviamente quella 21st Century Schizoid Man – scritta quando al traguardo del terzo millennio mancavano oltre trent’anni – che è probabilmente il brano più conosciuto del songbook dei Nostri: quattro compact – due in studio e due live per un totale di quarantotto tracce – racchiusi in una elegantissima confezione a libro della quale fa parte un booklet di ventiquattro pagine a colori con una minuziosa cronologia del periodo preso in esame impreziosita da copertine, fotografie e assortite memorabilia. Un prodotto che nonostante la scarsezza di “chicche” (solo Groon, retro del 45 giri Cat Food del 1971, e una finora irreperibile improvvisazione dal vivo del 1974) solleticherà certo i completisti, ma che è concepito soprattutto per quanti dei King Crimson posseggono poco o nulla e desiderano magari un (esauriente) compendio introduttivo il cui possesso – a meno di colpi di fulmine e relative brame di approfondimento su più vasta scala – potrebbe persino escludere ulteriori acquisti. A conferma di ciò valga il fatto che i cinque episodi di In The Court Of The Crimson King, forse il solo album “progressive” che nessuno osteggia, vi sono tutti contenuti (Moonchild in versione notevolmente accorciata rispetto all’originale, però), a ribadire esplicitamente la superiorità di quel leggendario esordio sul resto di un catalogo la cui qualità non è in pratica mai scesa al di sotto della sufficienza (mantenendovisi, anzi, spesso parecchio al di sopra).
Edito nell’autunno del 1969, In The Court è l’unico parto dell’organico degli albori comprendente Fripp, il batterista Mike Giles, il tastierista Ian McDonald e il bassista/cantante Greg Lake, oltre al paroliere Pete Sinfield. Si legge su Extra n. 4, dove l’inconfondibile LP con la bocca spalancata (Barry Godberg, l’autore del disegno, morirà di infarto appena ventiquattrenne un anno dopo averlo realizzato) figura tra i cento dischi fondamentali degli anni ‘60: “Cinque le tracce, tutte a loro modo capolavori: a partire da 21st Century Schizoid Man, abrasiva come il nascituro hard rock e scossa da dissonanze e repentini cambi di tempo, proseguendo, in un meraviglioso gioco di contrasti, con la delicatezza quasi eterea di I Talk To The Wind e la vibrante epicità di Epitaph (in cui a farla da protagonista è il mellotron), per arrivare al bizzarro minimalismo di Moonchild e ai crescendo pseudo-orchestrali di The Court Of The Crimson King. In sostanza, un matrimonio perfetto di pop e rock con classica e jazz, in cui la ricchezza degli arrangiamenti e il virtuosismo dei musicisti non sono mai fini a se stessi, risultando anzi (quasi) sempre indispensabili al delicato equilibrio globale”. Non al medesimo, altissimo livello, ma ancora decisamente riuscito, sarà nella tarda primavera del 1970 In The Wake Of Poseidon, completato dopo la prima quelle rivoluzioni interne che costituiranno il leitmotiv della storia dell’ensemble (grave soprattutto la dipartita di Lake, unitosi all’ex Nice Keith Emerson e all’ex Atomic Rooster Carl Palmer in un supertrio che di superlativo – dopo un pregevole primo LP – avrà solo la ridondanza); la rarefatta ballad Cadence And Cascade è uno dei momenti più suggestivi di un’opera che evidenzia legami più saldi con il jazz, secondo un canovaccio che si svilupperà senza grandi risultati nel successivo, più avanguardistico e in genere poco considerato Lizard (non a caso solo trentesimo nelle classifiche d’oltremanica, dove In The Court e In The Wake Of Poseidon erano stati rispettivamente quinto e quarto), con alla voce l’ex Fleur De Lys Gordon Haskell, e nel meglio organizzato ma sempre non irresistibile Islands (microfono e basso sono ora in mano a Boz Burrell). Il primo CD della 21st Century Guide seleziona alcuni dei brani più significativi di questi tre album in larga misura strumentali, che chiudono la travagliata fase iniziale dell’attività della band; la stessa fase della quale il CD numero 2 raccoglie eccellenti testimonianze sul palco, allineando tra le altre una torrida 21st Century Schizoid Man del novembre ‘69, una allucinatissima rilettura di Get Thy Bearings di Donovan del settembre dello stesso anno e quattro pezzi incisi nel tour americano del febbraio/marzo 1972 dal quale venne ricavato Earthbound.
Sono altri King Crimson, quelli del triennio 1972-1974, più coesi e meno dispersivi tanto nell’assetto quanto nello stile. Per il poker di 33 giri composto da Larks’ Tongues In Aspic, Starless And Bible Black, Red e USA, accanto a Fripp e a comprimari più o meno occasionali ci sono infatti il bassista/cantante John Wetton (ex Family), il batterista Bill Bruford (ex Yes) e il violinista e flautista David Cross: una compagine solida ed eclettica, in grado di passare con disinvoltura dal pop-rock al jazz e alla sperimentazione con sullo sfondo un progressive che onora lo spirito originario del fenomeno – legato all’idea di spinta propulsiva – invece di umiliarlo in sterili e tronfie autocelebrazioni. Eppure, di nuovo al termine di una tournée oltreatlantico (documentata da USA, del quale nel quarto CD del box è presente addirittura l’intera scaletta), anche questa ennesima incarnazione del Re Cremisi si dissolverà tra problemi di ego e di insoddisfazioni personali a dispetto dei buoni riscontri commerciali e di critica, segnando la fine della gloriosa sigla; fine che sarà comunque provvisoria, visto che l’irrequieto Fripp la riesumerà dapprima in piena era new wave e quindi – nella sua veste forse più atipica e sorprendente, quella delle diverse formazioni parallele e intercambiabili: l’oggi cinquantottenne chitarrista ama parlare di “frattalizzazioni” – attorno alla metà dei ‘90. Ma queste sono altre storie che non mancheremo prima o poi di raccontarvi, magari quando l’uscita di The 21st Century Guide To King Crimson Volume Two ci fornirà il pretesto per farlo; nel frattempo, i trecento minuti del Volume One – che accusano gli anni trascorsi, ma non lasciano dubbi su quanto talune intuizioni dell’ensemble guardassero avanti – avranno di che saziare e stupire gli appassionati finora ignari. Compresi quelli convinti che “progressive” sia sempre una parolaccia.

1969-1974: consigli per gli acquisti
Nel caso si volesse optare per un primo approccio ai King Crimson degli anni ‘70 meno impegnativo e oneroso di quello offerto da The 21st Century Guide Volume One, i titoli da procurarsi subito sono sicuramente In The Court e Larks’ Tongues In Aspic. In seconda battuta, uno per fase, sono invece da consigliare In The Wake Of Poseidon e Starless And Bible Black, con Islands e Red come rincalzi. Abbastanza prescindibili, invece, Lizard e il live Earthbound, mentre sarebbe lecito fare un pensierino sull’altro live, USA. Restiamo comunque del parere che il box in questione non sia un semplice punto di partenza, bensì un riassunto quasi esaustivo degli iniziali sei anni di vita della band.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.606 del gennaio 2005

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Smashing Pumpkins

Ho intervistato Billy Corgan almeno tre volte, ma di sicuro mi sarebbe difficile dimenticare la prima. Accadde a Venezia, dove si radunarono una dozzina di giornalisti – solo uno per ogni nazione europea – per il lancio del nuovo album Mellon Collie And The Infinite Sadness. La chiacchierata – con l’intera band presente, anche se a parlava era unicamente il leader – si svolse sul patio di un hotel che si affacciava, mi pare, sul Canal Grande, e al momento di cominciarla ero “lievemente” nervoso: avevo potuto ascoltare il disco appena due ore prima grazie a due cassette consegnatemi dal manager, ed ero stato chiamato in anticipo perché Corgan si era rifiutato di proseguire la conversazione con il collega che mi aveva preceduto, reo di avergli chiesto qualcosa a proposito della sua relazione con Courtney Love. Ricordo che, dopo essermi seduto, tentai di rompere il ghiaccio dicendo a Billy “lo so cosa stai pensando: un’altra intervista del cazzo”… e lui, senza togliersi i nerissimi occhiali da sole, mi diede una risposta glaciale: “diciamo che ti concedo il beneficio del dubbio”. Per fortuna andò benissimo, come si può desumere dalle righe che seguono (naturalmente manca, non essendo mia, la prima intervista citata nell’introduzione) e dalla foto di gruppo che, volendo, potete trovare nel mio facebook.

Smashing copLo si voglia o no, gli Smashing Pumpkins sono ormai a un passo dall’occupare, nell’ambito del rock dei Novanta, una posizione analoga a quella raggiunta nel decennio precedente dai Sonic Youth: ovvero, quella di gruppo “al di sopra delle parti” del quale, al di là dei gusti personali, non si possono disconoscere doti artistiche e carisma; e poco contano le ovvie differenze di stile, o il fatto che i consensi raccolti dall’ensemble composto da Billy Corgan (voce, chitarra e piano), James Iha (chitarra), D’Arcy (basso) e Jimmy Chamberlin (batteria) siano notevolmente superiori, in termini numerici, a quelli ben più “di culto” della Gioventù Sonica. In attività da circa otto anni, i Pumpkins hanno finora consegnato alle stampe una decina di singoli e tre album: il promettente Gish, edito nel 1991 dalla Caroline, l’ultra-raffinato e fortunatissimo Siamese Dream (Virgin America, 1993) e quel Pisces Iscariot che qualche mese fa, forse sorprendendo alcuni, ha dimostrato con la forza della qualità come sia possibile smentire certi (giustificati) pregiudizi a proposito delle raccolte di lati B e outtake. La definitiva consacrazione del quartetto di Chicago avverrà comunque grazie allo splendido Mellon Collie And The Infinite Sadness, nuovo, monumentale doppio CD (ventotto episodi per circa due ore di durata globale) che approderà nei negozi il prossimo 24 ottobre: un lavoro che, per bellezza e imponenza, giustifica ampiamente la nostra lunga intervista (anch`essa “doppia”: prima fase negli Stati Uniti durante la preparazione dell’album e la seconda, a mixaggi appena ultimati, in un incontro appositamente organizzato in quel di Venezia) a un Billy Corgan loquace ai limiti della logorrea, ora più che mai legittimato – ma con noi, a onor del vero, non lo ha fatto – a ostentare quegli atteggiamenti da rockstar che gli hanno procurato le antipatie di parecchi colleghi e addetti ai lavori.
Sono rimasto abbastanza sorpreso dal nuovo album: mi attendevo qualcosa di più morbido, più acustico…
Non eri il solo, anche noi la pensavamo così. Poi le cose hanno preso una piega diversa, ma non è stato un cambiamento deciso a tavolino: diciamo semplicemente che il lavoro ha seguito il suo corso naturale.
Ventotto brani nel doppio CD e altre venti outtake da collocare a mo’ di bonus nei prossimi CD-single: come fai ad essere così prolifico?
Dipende dall’attenzione che presto a quel che mi circonda, ma non è un processo razionale. Mentre mi guardo attorno e ascolto le persone – porto avanti la mia vita, insomma – la mente assorbe sollecitazioni che magari, in un modo o nellealtro, diventano spunti da inserire in una canzone. È raro, comunque, che un pezzo nasca tutto intero, com’è successo per Disarm, Today o Zero: di solito gli elementi si combinano un po’ alla volta, andando avanti per tentativi.
Vivi ancora a Chicago?
Le nostre anime, le nostre radici, sono legate a Chicago. La spinta per concepire e realizzare un disco deve venire dal cuore, e questo ci succede solo a Chicago. Lì ci sentiamo a casa, e a New York o Los Angeles non sarebbe lo stesso.
Cosa puoi dirmi del nuovo album?
L’idea di fondo è quella della vita: anzi, un giorno della vita, come in un certo senso spiegano i sottotitoli dei due dischi (From Dawn To Dusk e From Daylight To Starlight, ovvero Dall’alba al crepuscolo e Dalla luce del giomo alla luce delle stelle, NdI). Un giomo particolarmente lungo, soprattutto in termini di emozioni, nel quale sono rappresentate un po’ tutte le questioni che mi interessano: fatti quotidiani, problemi tecnologici e generazionali e anche faccende private come l’amore o il matrimonio.
Nulla di sociale o politico?
Non in senso stretto, ma non perché questi argomenti mi lascino indifferente: è solo che secondo me non hanno troppa attinenza con l’emozione. L’amore e l’anima sono legati al cuore e sono eterni, la politica e le opinioni provengono dal cervello e sono transitori.
Pensi di essere in grado di dire sull’argomento amore qualcosa che non sia già stato detto da altri?
Non è questo il punto. Io voglio solo esprimere quello che sento, raccontare esperienze che sono solo mie ma nelle quali, magari, altri possono ritrovarsi. L’amore è una sorta di collante universale, a ben vedere tutto ruota attorno all’amore; una cosa, però, tengo a precisarla: secondo me il contrario dell’amore non è l’odio ma il “non-amore”, l’odio è un tipo di sentimento completamente diverso.
Dal punto di vista musicale, vedo il suono degli Smashing Pumpkins come il prodotto di una specie di formula chimica. Qual è il rapporto tra intuizione e calcolo?
Riducendo il tutto a una fredda equazione numerica, direi un trenta per cento di spontaneità e un settanta di ragionamento a posteriori. Il nostro stile, è ovvio, non deriva solo dai miei schemi di partenza, ma anche dal lavoro svolto in modo collettivo con i miei compagni.
Siamese Dream era un album molto elaborato. Non credi che il perfezionismo, se portato all’eccesso, possa danneggiare la musica piuttosto che migliorarla?
Sì, senz’altro, è necessario trovare un punto d’incontro. Dalla spontaneità derivano idee fresche ed energia, ma con il lavoro è possibile giungere in posti dove altrimenti non si sarebbe mai arrivati. Per noi questo secondo obiettivo e più importante, e per conseguirlo siamo anche disposti a scendere a patti con il nostro naturale desiderio di istintività. Comunque, credo che Melon Collie sia più diretto del suo predecessore, ci sono parecchi spunti improvvisati.
Nel nuovo disco, Flood ha sostituito Butch Vig dietro la consolle. Quanto è importante, per voi, il ruolo del produttore?
In Gish Butch Vig ha contribuito alla definizione del nostro stile, ma il suo lavoro in Siamese Dream è stato solo di supervisione. In Mellon Collie, invece, Flood ci ha aiutati a focalizzare la nostra enorme quantità di materiale fin dalla pre-produzione, che è iniziata lo scorso ottobre; e in studio, impedendoci di ripetere decine di volte le stesse parti e convincendoci che quello che avevamo fatto andava benissimo così com’era, è stato fondamentale per lo spirito dell’album.
Che significato ha, per te, la parola arte?
Espressione, nient’altro. Però questa domanda mi suona un po’ strana: sono abituato a sentirmi chiedere se quello che faccio sia o meno qualificabile come arte, non a pormi il problema di quali debbano essere le caratteristiche dell’arte stessa.
Tu, però, ritieni di essere un artista, e dunque dovresti sapere cos’è l’Arte.
Sì, penso di essere un artista, al cento per cento. Per arrivare a questa conclusione, comunque, ho avuto bisogno di parecchio tempo: non sono come tanti che si dichiarano artisti solo perché strimpellano una chitarra.
Sappiamo del tuo amore per certi grandi compositori degli anni ‘60 e ‘70, ma le tue influenze nel1’ambito della musica più recente non sono molto chiare. Forse i Pixies?
Sì, i Pixies hanno avuto un peso notevole nella nostra evoluzione. Anche i Jane’s Addiction, che hanno dimostrato come le teorie che si muovevano a livello embrionale nella mia mente potevano tradursi nel pratico. E poi i Bauhaus, i Cure…
Pensi che l’aver cominciato a suonare il pianoforte abbia allargato i tuoi orizzonti compositivi?
Ora mi sento molto più libero. La chitarra ha precisi limiti di accordi, mentre con il pianoforte è possibile vedere una melodia in termini di singole note. Con la chitarra finisci per suonare quasi sempre nello stesso modo, il pianoforte ti spalanca davanti un’infinità di diverse prospettive.
Parecchi brani di Mellon Collie sono dominati da armonie di chiaro stampo beatlesiano.
Sì, è vero. Non è stato facile, ma con il tempo e l’impegno credo di essere maturato in questo senso. Essere paragonato ai Beatles è un enorme complimento, i quattro di Liverpool sono una presenza costante nella mia vita da quando ero ragazzo. Non si poteva sfuggire alle loro canzoni, ogni radio le trasmetteva continuamente. Intendiamoci, mi piacevano anche i Rolling Stones, una formidabile band rock’n’roll, ma in termini di impatto e di genio i Beatles erano su un altro livello.
È una mia impressione, o nell’economia dell’album Bullet With Butterfly Wings è un pezzo particolarmente importante?
Non saprei. Sarà il primo a uscire come singolo, ma adesso è facile rispondere alla tua domanda: allora, mentre la componevo e la registravo era importante, ma non so se lo fosse più o meno di altre. Meno che mai lo so adesso.
E Fuck You? È sottotitolata “un’ode per nessuno”  ma “per nessuno” è un po’ come dire “per tutti”.
Naturalmente. Ma non è un vaffanculo incazzato diretto a qualcuno in particolare, è un vaffanculo che nasce dalla frustrazione nei confronti del mondo che ci circonda e di tutte le sue stronzate.
Tra le quali, presumo, ci sono anche i media.
No, non in assoluto. Però non ho digerito gli attacchi di certa stampa inglese che mi ha trattato come se fossi una persona falsa, un poseur. Io sono me stesso, sempre: magari sbaglio, magari sono un idiota, magari sono pazzo, ma il mio modo di comportarmi è assolutamente sincero. Non lo dico per cercare di convincerti, ma è davvero così.
Non ho dubbi, ma dai anche l’impressione di essere un tipo piuttosto narcisista. La tua personale gratificazione è più o meno importante del contatto con il pubblico?
Non posso negare di suonare anche per me stesso, ma credo il desiderio prevelente sia raggiungere e colpire quanti mi ascoltano. Al di là dei singoli argomenti trattati, cerco sempre la profondità, l’intensità dell’espressione.
E la malinconia, la tristezza? Ce n’è tanta, o almeno così pare, nel tuo approccio compositivo.
È l’intero universo a essere triste, ogni aspetto del mondo attorno a noi. Tutto ciò che puoi vedere sta morendo, è vivo ma nello stesso tempo sta morendo. Tutto e condannato a morire, compresi noi esseri umani, le nostre esperienze, i nostri sentimenti.
Così gli Smashing Pumpkins stanno cercando di lasciare una traccia, qualcosa che sia ricordata anche in futuro.
Sarebbe bello, ma la nostra prima preoccupazione è lasciare un segno nel presente. Passato e futuro sono concetti astratti: il primo non c’è più, il secondo potrebbe anche non esserci mai. Meglio pensare al presente, cogliere l’attimo.
Tratto da Rumore n.45 dell’ottobre 1995

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Banco del Mutuo Soccorso

Le magnifiche ristampe dei primi due album degli Area e del secondo di Demetrio Stratos pubblicate poche settimane fa dalla Sony mi hanno fatto venire in mente quest’uscita risalente al 2012, commercializzata dalla stessa major e dedicata a un’altra band-cardine del rock italiano degli anni ‘70: ai tempi fu vista come un positivo segnale di cambiamento della strategia commerciale dell’etichetta in riferimento al recupero e alla valorizzazione del catalogo storico nazionale, e i passi successivi – compresi, appunto, i recenti (e i futuri) box di Area e Stratos – hanno confermato la bontà della previsione. Qualche mese fa, oltretutto, il Banco del Mutuo Soccorso è stato oggetto di un’analoga operazione sul secondo album Darwin: auspichiamo dunque che il 2014 porti un ulteriore, doveroso restauro, quello del terzo lavoro Io sono nato libero. Saremo accontentati?

Banco MS cop40 anni (Sony)
I giorni erano quelli del “pop italiano”, termine che sarebbe stato prestissimo accantonato a favore del meno ambiguo “progressive”. Il 3 maggio del 1972 il Banco del Mutuo Soccorso esordiva con un album reso inconfondibile dalla copertina sagomata a forma di salvadanaio, la cui punta sporgeva di svariati centimetri sopra gli altri LP (per inserirla negli scaffali molti acquirenti la piegarono o addirittura la tagliarono, elevando così la quotazione collezionistica dei pochi esemplari rimasti integri). Benché meno bizzarro di altri dello stesso giro, da Premiata Forneria Marconi a Balletto di Bronzo fino a Quella Vecchia Locanda, Le Orme, Rovescio della Medaglia, Osanna o Raccomandata Ricevuta di Ritorno, colpiva pure il nome del gruppo, che si era appena stabilizzato come sestetto dopo tre anni di apprendistato nel circuito romano segnati da avvicendamenti nell’organico e dalla ricerca di uno stile: accanto al fondatore Vittorio Nocenzi, ventunenne tastierista e compositore di grande talento, e a suo fratello Gianni, pianista più giovane di due anni, Francesco Di Giacomo (“già” quasi venticinquenne: voce duttile di impronta tenorile), il chitarrista Marcello Todaro e la sezione ritmica composta da Renato D’Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria). Con questa formazione il Banco firmerà per la Dischi Ricordi i primi tre 33 giri, i più riusciti di una carriera proseguita fra alterne vicende fino a oggi: oltre al già citato debutto, il concept sull’evoluzione Darwin (sempre 1972) e Io sono nato libero (1973).
In occasione del suo quarantesimo compleanno, Banco del Mutuo Soccorso è stato ora ripubblicato dalla Sony in una lussuosa edizione doppia (vinile o CD) intitolata 40 anni e riccamente corredata di scritti e fotografie: una ristampa finalmente degna degli standard internazionali, insomma, che vanta come elementi di richiamo per gli appassionati il doveroso restauro tecnico del materiale originario, tre strumentali all’epoca destinati a un’opera rock dedicata a San Francesco (mai andata in scena) e versioni dal vivo di R.I.P., Metamorfosi e Traccia; qualche filologo storcerà la bocca, dato che tanto gli inediti di studio quanto i brani in concerto sono stati registrati nella primavera di quest’anno, ma lo smarrimento dei vecchi nastri e la mancanza di incisioni storiche hanno costretto a una forzatura comunque apprezzabile. Al di là del valore degli extra, il fatto fondamentale è che siano stati finalmente proposti in una veste di pregio – il suono dei CD immessi in precedenza sul mercato è scandaloso – i quarantuno minuti di uno dei massimi capolavori italiani dei Settanta: capolavoro per tutti, sia chiaro, e non solo per i cultori del prog, in virtù di un’energia rock e di un lirismo che si legano in modo perfetto alle complesse elaborazioni strutturali e alle soluzioni magniloquenti inscindibili dal genere. Ecco così che la breve intro In volo, declamata prima da Nocenzi e poi da Di Giacomo su trame musicali tenui e avvolgenti, prorompe nella frenetica, incalzante e ruvida R.I.P. – Requiescant In Pace (uno dei pezzi più punk del progressive, si scusi l’ossimoro), prima che Passaggio – un minuto di interludio scandito dal clavicembalo filo-rinascimentale di Nocenzi – apra la strada agli undici minuti quasi interamente strumentali di una Metamorfosi che si snoda fra assalti rock, accenni jazz e aperture classicheggianti fino al solenne ingresso del canto di Di Giacomo – coautore di testi dalla notevole forza immaginifica – e al poderoso, travolgente finale. Sono invece diciotto e mezzo i minuti de Il giardino del mago, imprevedibile suite che condensa ed esalta la creatività dell’ensemble lasciando l’onere e l’onore della chiusura a una Traccia che cita Bach e Beethoven. Auguri allo splendido quarantenne, insomma, nella speranza che la Sony ci restituisca quanto prima almeno Darwin e Io sono nato libero.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.698 del settembre 2012

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Mogwai

Rileggendo questa recensione di oltre dodici anni fa, non sono tanto sicuro di trovarmi ancora d’accordo con me stesso. Non mi riferisco, è ovvio, al valore assoluto dei Mogwai (dei quali ricordo un concerto incredibile al Teatro Romano di Ostia Antica), ma all’affermazione che Rock Action sia il capolavoro della band scozzese: e allora perché, da sempre, consiglio a tutti Come On Die Young? Li ho quindi riascoltati entrambi, e… boh, il dubbio permane. Liquidiamo dunque il tutto come la classica questione di lana caprina, e passiamo oltre.

Mogwai copRock Action (Southpaw)
Anche se la cosa potrebbe anche non contare affatto, visto che al cuore non si comanda, esistono parecchie ottime ragioni per innamorarsi dei Mogwai. Le due più evidenti? Perchè sono una band seria, che ha scelto un suo percorso artistico senza curarsi delle logiche di mercato e con tale (coraggiosa) decisione è rimasta finora coerente, e perchè la loro musica rimane una delle più belle – concedeteci l’uso di questo termine, magari un po’ generico eppure adattissimo: non significa forse, secondo il dizionario, “che attrae, che riesce gradevole per armonia, perfezione formale, proporzioni”? – tra le tante alle quali oggi si può affidare il proprio naturale bisogno di emozioni, suggestioni, sogni. E si sogna, con i Mogwai. Se possibile fino a farsi male, vista l’enorme intensità profusa dai cinque di Glasgow nel tentativo di aprire le porte – ma non spalancarle: schivi come sono, sarebbe troppo – che conducono a nuovi piani di percettività e comunicazione emozionale. Si sogna, così come è già accaduto e ancora accade con Young Team e Come On Die Young (per non dire delle infinite produzioni “minori” che hanno loro fatto da corollario), anche in questo terzo album, battezzato come l’etichetta autogestita con cui l’ensemble ha cominciato cinque anni fa la sua avventura: un lavoro volutamente breve – appena trentotto minuti, come all’epoca degli LP – con cui ribadire una crescita lenta ma inesorabile nell’ambito di uno stile di confine in cui armonie elettroacustiche, reminiscenze wave, alchimie “post”, accenni rumoristi e suggestioni psichedeliche confluiscono in affreschi sonori di sublime, visionaria evocatività.
È comunque una raccolta di canzoni, Rock Action, seppur infinitamente meno energica – ma non per questo meno efficace nell’impatto anche fisico – di quanto il roboante titolo potrebbe far supporre. Canzoni, però, che a dispetto dell’impostazione melodica hanno ben poco in comune con il “pop” più o meno convenzionalmente inteso, e non solo perchè tutte caratterizzate da un incedere torpido e mesmerico: quattro di esse, tra le quali le lunghe (quasi diciotto minuti in due) You Don’t Know Jesus e 2 Rights Make 1 Wrong, sono infatti rigorosamente strumentali, mentre delle altre quattro dove appare la voce – peraltro sussurrata e sospesa – soltanto Dial: Revenge e Secret Pint presentano quantomeno la concisione tipica del genere, collocandosi a metà strada tra la meravigliosa dilatazione della splendida Take Me Somewhere Nice e l’estrema laconicità di O I Sleep. Una sensibilità diversa, insomma, nell’approcciare la materia musicale? Inevitabile rispondere affermativamente, sebbene l’ambito espressivo in cui i Mogwai operano sia da qualche anno uno dei più frequentati dalle nuove (e vecchie) leve del panorama indie internazionale. La formula elaborata da Stuart Braithwaite e compagni possiede infatti qualcosa di arduo da descrivere a parole, ma facilmente avvertibile sulla pelle e nell’animo, che la colloca su un livello superiore a quello occupato dalla più autorevole concorrenza. Sarà lo straordinario equilibrio nel conciliare immediatezza e sperimentazione. Saranno le armonie, fluide a dispetto della flemma usata nel dispensarle. Sarà la densità del suono, sia nei momenti di elevata stratificazione che in quelli eterei. Sarà la passione che sprigiona dagli intrecci di note e che, senza esuberanza ma con pervicacia (d’altronde, è noto che la goccia scava la pietra), si rivela brillantemente contagiosa. Sarà, infine, il naturale carisma del gruppo, fondato sulla sostanza e non fatue appariscenze, ma Rock Action è veramente un album di caratura eccelsa. Il migliore nella carriera degli Scozzesi, non abbiamo paura di affermare, anche se probabilmente tale giudizio è destinato a future revisioni: i margini evolutivi del quintetto sembrano infatti ancora piuttosto ampi, e pensare che esso abbia già raggiunto il suo zenit significherebbe dimostrare una sfiducia davvero fuori luogo. L’unica cosa che non ci sentiamo di condividere, in questo quadro pressochè perfetto è la scelta decisamente controcorrente di limitare la durata del disco: visti i risultati, avremmo davvero gradito almeno un’altra ventina di minuti di entusiasmanti piacevolezze.
Tratto da Mucchio Extra n.2 dell’Estate 2001

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Amon Düül II

Se qualcuno estraesse dallo scaffale “rock tedesco” i miei vinili degli Amon Düül II, scoprirebbe che tutte le copertine hanno quattro piccoli buchi agli angoli. Questo perché, attorno al 1975, erano appese a una parete – quella sopra il letto – della mia stanza di quindicenne, a rimarcare con orgoglio un po’ snobistico la mia ammirazione sconfinata per la band. Li adoravo e ovviamente li avevo registrati su cassetta per ascoltarli quando ero fuori casa: addirittura, nel corso di una vacanza natalizia in montagna, cercai di rimorchiare una coetanea ipnotizzandola con la musica di Carnival In Babylon, e anche se alla fine non accadde nulla di concreto, ricordo abbastanza nitidamente io e Ilaria (ma sul nome potrei sbagliarmi) che, seduti a terra in una sala-riunioni del condominio, ci tenevamo la mano ascoltando C.I.D. In Uruk. Su di loro non credo di avere mai scritto nulla di esteso, o se l’ho fatto è stato un sacco di tempo fa e me ne sono dimenticato. Possono comunque bastare la scheda dei “100 album fondamentali” del rock europeo e una mini-mini presentazione approntata all’epoca dell’ultimo programma di ristampe in CD.

Amon Duul copYeti (Liberty)
Edito nel 1970 come imponente doppio 33 giri, a sottolineare il periodo di incontenibile creatività della band, il secondo album degli Amon Düül II – che con la presenza di Rainer Bauer e Ulrich Leopold, seppure in un solo brano, attesta l’unione con l’altra metà dell’originario collettivo di Monaco di Baviera – porta al pieno sviluppo le intuizioni del comunque valido Phallus Dei, in sessantotto minuti di rock totale. C’è infatti di tutto, nei tredici brani di Yeti, per di più impreziosito da una copertina di rara forza suggestiva: la psichedelia più acida, il blues deviato, il free form, il jazz, la sperimentazione, il progressive, l’hard, il tribalismo, musiche etnica delle più diversea provenienze e persino il melodramma e a ben vedere anche altro, il tutto amalgamato in una miscela che risulta non propriamente omogenea ma – ed è difficile da credere – nemmeno dispersiva.
Suddiviso in un disco di canzoni articolate ed estrose – una delle quali, la suite in quattro movimenti Soap Shop Rock, si prolunga per quasi un quarto d’ora – e un disco di improvvisazioni ora fluide e ora convulse, Yeti è il monumentale capolavoro di un gruppo magnificamente eccessivo, nell’assetto tanto quanto nell’approccio: l’innesto di chitarre, organo e violino sulle solide fondamenta ritmiche (batteria, basso e percussioni) e l’utilizzo di voci maschili e femminile conferiscono all’insieme un sapore lisergico, accentuato dalle deviazioni esotiche/bucoliche e reso ancor più stralunato dalle atmosfere dark che gravano – senza esagerare, però, in pesantezza – su molti episodi. Un’esperienza di ascolto, dunque, poco prevedibile e avvincente, dalla quale si emerge magari leggermente confusi ma senza dubbio appagati; e rimanendo con la curiosità di sapere da quale dosaggio fra istinto e rigore “concettuale” sia potuta scaturire una proposta così complessa e immaginifica, dove la California dei figli dei fiori confina, in chissà quale mondo parallelo, con la Mitteleuropa del Romanticismo.
Tratto da Mucchio Extra n.31 della Primavera 2009

Amon Düül II Revisited
Nell’ambito di quel multiforme fenomeno, fiorito in Germania nella prima metà dei ‘70, che si è soliti definire “krautrock”, gli Amon Düül II sono stati una delle presenze più singolari. Aggregatasi a Monaco di Baviera nel contesto di una comune hippie battezzata appunto Amon Düül (che aveva parallelamente generato una band omonima: da qui, onde evitare ulteriore confusione, l’aggiunta di un II o un 2), la compagine del chitarrista e violinista Chris Karrer – che vantava tra gli altri elementi di spicco la cantante Renate Knaup, il batterista Peter Leopold e l’altro chitarrista John Weinzierl – si è infatti distinta per un approccio assai meno legato alle avanguardie elettroniche e proteso, invece, verso l’elaborazione di un rock totale in cui far confluire psichedelia, suggestioni orientali, folk, pop progressivo e finanche dance. Il tutto per una carriera che fra sterzate stilistiche, avvicendamenti di musicisti (negli ‘80 è esistita persino una formazione a tutti gli effetti apocrifa) e cambi di etichette si è protratta fino a oggi, seppure lontana dalle luci della ribalta da trent’anni e in ogni caso mai artisticamente interessante e vivace come nel periodo d’oro, quello tra il 1969 e il 1974.
Il programma di ristampe rimasterizzate e arricchite di bonus track da poco varato dalla Revisited (succursale della Inside Out, distribuita in Italia da Audioglobe) è stato inaugurato da tre album comunque secondari quali Almost Alive (1977), Only Human (1978) e Vortex (1981), e prosegue in queste settimane con il promettente esordio Phallus Dei (1969), il capolavoro Yeti (1970), il sempre apprezzabile Tanz der lemminge (1971) – tutti in origine editi dalla Liberty – e BBC Radio 1 – Live In London; per il prossimo futuro sono invece attesi i titoli all’epoca marchiati United Artists, tra i quali alcuni di alto livello come Carnival In Babylon (1972) e Wolf City (1973).
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.614 del settembre 2005

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Pavlov’s Dog

Ho sempre subito il fascino di questa particolarissima band americana, e una dozzina di anni fa ne raccontai in modo dettagliato (e didascalico, lo ammetto) la storia: sembrava che presto sarebbe stato organizzato un “reunion tour” in Europa e allora perché no? A quanto mi risulta, i concerti nel Vecchio Continente non hanno avuto luogo; in compenso, nel 2010 è uscito un altro album, The Adventures Of Echo & Boo And Assorted Small Tails, e nel 2007 un secondo lavoro solistico del cantante David Surkamp, Dancing On The Edge Of A Teacup. Non conosco né l’uno né l’altro, ma dubito che non sfigurarino al confronto con Pampered Menial, l’unico disco dei Pavlov’s Dog che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita. Se non l’avete già fatto, fatelo.

Pavlovs Dog foto

Suoni (e visioni) da un’altra America
Vicenda breve ma intensa, quella dei Pavlov’s Dog. Nonché piuttosto singolare sotto il profilo artistico, come in un certo senso dimostra il fatto che nel 1976/1977, quando la band era materia di stretta attualità, la critica e gli appassionati italiani la inquadravano tanto nel filone progressive quanto in quello new wave. Senza farsi prendere la mano da sterili ansie classificatorie, in questa sede basterà dire che i Pavlov’s Dog sono stati tra i più originali protagonisti “di culto” dell’epopea rock, spontaneamente concentrato sulla ricerca di una via espressiva autonoma – dagli stili e dal mercato – per la quale concetti come passato e futuro avevano un peso davvero molto relativo. Non fosse altro che per questo, varrebbe la pena di conoscerli.

* * *

Pavlovs Dog copLa storia dei Pavlov’s Dog inizia a St. Louis, Missouri, nei primi ‘70 per volontà del batterista Mike Safron e del violinista Seigfried Carver, ai quali si uniscono David Surkamp (voce e chitarra) e Richard Stockton (basso), già in una band chiamata High On A Small Hill. Assestatosi con l’arrivo di Steve Scorfina (chitarra solista), David Hamilton (tastiere) e Doug Rayburn (mellotron, flauto), l’ensemble prende a esibirsi dal vivo proponendo un repertorio spiccatamente personale, nel quale i riferimenti alle radici folk americane si sposano con echi progressive – ma senza gli eccessi di pomposità tipici del genere – in un suono che, a rendere l’insieme ancora più atipico, sfoggia anche marcati accenti hard. Su tutto spicca la voce di Surkamp, capace di raggiungere (e mantenere) senza apparenti difficoltà tonalità altissime di rara forza suggestiva. L’originalità, per una volta, paga, e grazie al passaparola dei concerti i Pavlov’s Dog (che nel frattempo hanno anche registrato parecchi brani in uno studio di Pekin, Illinois, finora mai venuti alla luce) si trovano corteggiati dalle major. La spunta nel 1974 la ABC, che per aggiudicarsene le prestazioni versa alla band un anticipo (enorme per l’epoca) di circa 600.000 dollari e consegna alle stampe il primo album Pampered Menial, inciso a New York con la produzione di Murray Krugman e Sandy Pearlman: nove composizioni mai eccessivamente lunghe dove il rock e il folk si intrecciano in architetture ardite, ora assecondando tentazioni pseudo-sinfoniche di sapore prog (la medley tra Preludin e Of Once And Future Kings), ora lasciando spazio a una sanguigna indole hard (specie nella straordinaria Song Dance) e ora dando vita a ballate morbide e malinconiche (la passionale Julia). Al di là delle direzioni imboccate nei singoli episodi, il disco è caratterizzato da una notevole omogeneità espressiva, con il canto di Surkamp (che molti, non a torto, paragonano a Geddy Lee dei canadesi Rush) a fare da raccordo tra le varie tendenze; un album, comunque, diverso da qualsiasi altro, magari a tratti troppo lezioso ma illuminato da un’ispirazione folgorante… tanto folgorante che, subito dopo averlo realizzato, il gruppo è assunto nella scuderia della Columbia e il 33 giri viene addirittura posto in commercio – con copertine diverse: identica l’immagine di gusto antico, opera di un illustratore inglese dell’Ottocento, ma non la grafica – da entrambe le etichette.
Nonostante i programmatori radio non collaborino, la Columbia non smette di credere nelle potenzialità dei Pavlov’s Dog e nell’aprile del 1976, appena sei mesi dopo il debutto, sugli espositori dei negozi fa bella mostra di sé un secondo album: si intitola At The Sound Of The Bell, presenta un organico leggermente modificato (non ci sono più Safron e Carver ma c’è un terzo chitarrista, Thomas Nickeson; dietro i tamburi siede invece un ospite illustre, l’ex Yes e King Crimson Bill Bruford) e conferma la ricchezza e l’eclettismo dell’apparato strumentale, limitando peraltro l’incisività rock’n’roll a favore di una vena lirica nel complesso più pacata e avvolgente e cercando di privilegiare – o almeno così sembra: tra le eccezioni, la più tortuosa Did You See Him Cry – l’immediatezza melodica. I risultati non sono forse adeguati alle aspettative, ma brani quali la She Came Shining d’apertura, la quasi drammatica Valkerie e l’eterea Gold Nuggets rimangono scolpiti nella memoria e nel cuore. Il seguito che l’ensemble si è conquistato soprattutto in Inghilterra e Australia non è però sufficiente a evitare, nel 1977, il licenziamento da parte della Columbia, dopo l’incisione di un terzo album che rimane nel cassetto (ne esistono comunque varie edizioni illegali; la più famosa, in vinile, è accreditata ai fantomatici St. Louis Hounds, mentre in CD è noto come Third): un lavoro discreto dove il sestetto – senza Hamilton ma con il nuovo batterista Kirk Sarkisian – elabora un suono più asciutto al confronto con le prove precedenti e pertanto meno efficace almeno sul piano della sorpresa. Con tali premesse, non stupisce neppure che di lì a poco i musicisti decidano di separare le loro strade, non prima di avere salutato un’ampia ed entusiasta platea di fan con un concerto di una quarantina di minuti – al quale interviene anche il ritrovato Carver – nella città natìa.
Nel 1990, quattordici anni dopo At The Sound Of The Bell, la piccola label Telectro immette sul mercato un quarto album dei Pavlov’s Dog, frutto di un effimero sodalizio tra due soli membri originari (Rayburn e ovviamente Surkamp; ci sono però contributi “da esterni” di Scorfina e Sarkisian) e tre sconosciuti: opaco ma dignitoso, Lost In America tenta con scarso estro e forza emotiva di ricalcare i classici schemi della band. Da citare solo per completezza, infine, End Of The World, CD degli improbabili Pavlov’s Dog 2000 capitanati da Mike Safron, mentre meritano senz’altro una menzione i due vinili confezionati nei primi ‘80 dagli Hi-Fi di David Surkamp e Ian Matthews (il 12” Demonstration Record e l’album Moods For Mallards, entrambi marchiati dalla First American) e l’unico CD solistico dello stesso Surkamp, Roaring With Light, autoprodotto e uscito appena da qualche settimana. Se i programmi si concretizzeranno, il 2002 dovrebbe portare una reunion del gruppo, che esordirebbe dal vivo in Europa nella sua incarnazione del 1975. Per una volta, anche chi diffida (giustamente) dei ritorni fuori tempo massimo potrebbe pensare di cedere al fascino della nostalgia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001

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A Perfect Circle

Alle volte accadono cose curiose: qualche giorno fa, cercando su YouTube una canzone con la quale metter su una piccola presa per i fondelli, mi sono ricordato del secondo album degli A Perfect Circle e dell’intervista “estorta” a Billy Howerdel, titolare del (super)gruppo, qualche mese dopo la sua uscita. Nel 2004 la band ne avrebbe pubblicato un terzo, eMOTIVe (una raccolta di cover), per poi sparire dalle scene: da allora niente materiale nuovo, anche se i concerti degli ultimi anni e le dichiarazioni dei diretti interessati avevano lasciato intendere che qualcosa sarebbe stato prima o poi approntato.

A Perfect Circle copThirtheenth Step (Virgin)
C’è progressive e progressive. Senza guardare a quella prima metà dei ‘70 che al genere diede natali e successo, e limitandosi al panorama dei giorni nostri, c’è quello esagerato e un po’ fine a se stesso dei Mars Volta e quello insinuante e fascinoso degli A Perfect Circle. Perplessi? Non aveste frequentato Mer de Noms, l’album che tre anni fa presentò al mondo l’ensemble guidato dal chitarrista/sound engineer Billy Howerdel e fortemente caratterizzata dalla voce di Maynard James Keenan dei mai abbastanza lodati Tool, a fugare ogni (legittimo) dubbio provvederà questo tredicesimo passo, che affonda le sue radici concettuali e stilistiche nello stesso humus dell’esordio e contemporaneamente devia con decisione verso trame dove l’attitudine (hard) rock lascia il posto alle ibridazioni tra certa psichedelia in odore di trance e il post-punk romantico ed evocativo degli anni ‘80. Forse meno eclettico – o schizofrenico? – al paragone con la prova precedente, il gruppo americano sembra aver guadagnato in coerenza espressiva, e sebbene a tratti non manchi di omaggiare i propri trascorsi (The Outsider o Pet, ad esempio, non lesinano davvero in energia e tensione), l’impressione generale è quella di una naturale svolta tesa a privilegiare le atmosfere più eteree e avvolgenti, nonché ad accentuare il dualismo tra il Keenan esagitato dei Tool e il non meno magnifico Keenan narratore confidenziale degli A Perfect Circle.
Al di là di quelle piccole autocompiacenze, qui peraltro assai ridotte, che da sempre costituiscono il loro tallone d’Achille, gli A Perfect Circle si confermano esperienza concreta e importante: non il classico progetto parallelo per riempire le pause, appagare l’ego e lucrare sulla passione dei fan, ma una band autentica, con una sua identità e un suo percorso. Regalano splendide sorprese, i cinquanta minuti di Thirteenth Step, con la loro capacità di mischiare le carte dell’ispirazione senza confonderle, il loro lirismo per lo più aggraziato e mesmerico, le loro sonorità magnetiche, la loro abilità nel muoversi in territori liberi da vincoli rigidi senza perdere il filo della forma canzone. Ridondanti? Un po’, ma non guasta. Solenni? Certo, ma non è un difetto. Creativi? Per quanto lo si può essere oggi, con alle spalle quasi cinquant’anni di rock. Progressive? Sì, quantomeno nell’indole. Ma di quello buono e giusto, basato sulla Musica e non sul tecnicismo, la boria e le pippe.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.548 del 30 settembre 2003

A Perfect Circle fotoMusica alchemica
È decisamente raro – anzi, forse non era mai accaduto prima dello scorso 13 gennaio – che il tour europeo di una band straniera prenda il via da Roma. È successo, comunque, con gli A Perfect Circle, il gruppo americano guidato dal chitarrista e tecnico del suono Billy Howerdel e dal cantante dei Tool Maynard James Keenan, che nella sua ultima incarnazione vede in organico anche il chitarrista ex Smashing Pumpkins James Iha, il bassista ex Marilyn Manson Twiggy Ramirez e il batterista Josh Freese: una buona occasione per cercare di apprendere qualcosa di più su questo singolare progetto finora concretizzatosi in due album entrambi su Virgin, Mer de noms del 2000 e l’ancora recente Thirteenth Step.
Nel primo pomeriggio del giorno del concerto, dopo aver assistito a una bislacca conferenza stampa nella quale gli intervistati non capivano bene le domande, gli intervistatori non afferravano le risposte, James Iha era come al solito silenziosissimo, il bassista non disdegnava qualche sonoro rutto e Keenan era lì – a quanto sembra – solo perché molto interessato alla splendida ragazza mora che accompagnava uno dei presenti, abbiamo così “sequestrato” il gentilissimo Howerdel e ci siamo intrattenuti con lui per una mezz’ora di conversazione a quattr’occhi. A seguire, il sunto di tutto o quasi quel che ci siamo detti.
Nel vostro primo album il suono era nel complesso più duro e pesante, mentre in Thirteenth Step – a parte un paio di episodi – è più pacato, con uno stile a metà fra la psichedelia e il post-punk inglese.
Indubbiamente, l’ascolto di certi gruppi new wave britannici come Cure o Echo & The Bunnymen ha segnato il mio percorso di musicista, così come quello di band hard come, ad esempio, i Blue Oyster Cult: pertanto, è normale che questo mio personale background si manifesti in qualche modo negli A Perfect Circle. Volendo, per questo album avremmo avuto altri pezzi più heavy, un po’ sullo stile di The Outsider o Pet, ma abbiamo preferito lasciarli fuori perché i testi che avevamo in mente non erano adatte per canzoni aggressive. Diciamo che Thirteenth Step mette più in evidenza il nostro volto soft.
E come mai Mar de noms si muoveva in direzione opposta?
L’album d’esordio contiene brani che avevo scritto da parecchio tempo, e inoltre è stato registrato in modo molto naturale e spontaneo: era il mio primo disco, credo fosse logico esprimermi in maniera più istintiva. Per me, allora, la cosa principale era liberare quello che avevo dentro.
Ho una strana teoria a proposito degli A Perfect Circle: che a livello ideale e progettuale abbiate una visione “progressive” del rock, quella stessa visione che nella prima metà dei ‘70 è stata poi soffocata dagli eccessi di barocchismi e tecnicismi.
Mi cogli un po’ di sorpresa, perché in effetti non ho mai amato molto quel tipo di musica… cioè, da ragazzo mi piacevano i Rush, ma non so fino a che punto questo possa avere rilevanza.
Mi spiego meglio: a volte ho l’impressione che la vostra musica tenda a essere poco lineare molto ricca e sofisticata, che in qualche brano ci sia… troppo.
Ho capito, e non ti dò torto: credo dipenda dalla mia ossessione per gli aspetti compositivi e dalla mia attività di tecnico del suono, che mi spingono a curare i dettagli e a ricercare la “perfezione”. Per fortuna, però, la strumentazione degli A Perfect Circle è in pratica costituita solo da due chitarre, basso e batteria.
Che a volte suonano come sei chitarre, quattro bassi e due batterie.
Sì, nel disco c’è un mucchio di roba, oltretutto trattata con largo uso di effetti… Dal vivo, giocoforza, siamo meno arzigogolati e più fisici, anche se le atmosfere continuano ad essere il perno principale. Forse, in studio, ci siamo a volte lasciati prendere un po’ la mano, ma in linea di massima abbiamo ritenuto che questa attitudine non andasse combattuta ma solo incanalata al meglio. Organizzata, ecco.
Però non ti vedrei male in altri panni, fuori dal rock e dalla struttura della canzone.
Se dovessi scrivere, per esempio, la colonna sonora di un film, sarebbe una questione diversa, più personale, e sarei costretto ad applicarmi in altra maniera. Ora come ora, però, il problema non si pone.
Insomma, per te gli A Perfect Circle sono una “normale” band rock/pop, che punta a fare canzoni.
Sì, anche se mi rendo conto del fatto che mia madre o certi miei amici potrebbero considerarci piuttosto stravaganti. Quella di classificare la musica è una questione per niente semplice, e davvero non vorrei essere nei panni di voi giornalisti quando dovete spiegare un disco.
Perché, non capita mai che qualcuno ti domandi “che musica suonate”?
Sì, e all’inizio entravo in crisi. Adesso, però, ho trovato la formula magica: rispondo “una specie di Cure in versione più heavy”, e tutti capiscono. Più o meno…
Al momento di realizzare un disco, quanto ti preoccupi del suo eventuale appeal commerciale o radiofonico?
Onestamente cerco di non preoccuparmene affatto, anche perché quando si decide di operare nel campo di una musica non convenzionalmente “pop”, i risultati di vendite o di gradimento su vasta scala sono impossibili da prevedere. Non mi importa se la mia musica non verrà trasmessa per radio, ma non ho nemmeno paura che sia invece trasmessa perché questo mi farebbe sentire meno “alternativo”, capisci?
Certo. L’importante è l’onestà e la qualità della musica stessa.
Esatto. E io sono orgoglioso di tutto quello che abbiamo creato, non rinnego nulla.
Sei contento anche delle vendite?
I risultati di Mer de noms negli Stati Uniti sono stati sorprendenti, specie considerando che ci siamo legati alla Virgin perché convinti che avremmo potuto “funzionare” meglio in Europa che in patria. Il nuovo album sta andando bene, anche se la crisi dell’industria discografica ha portato a un generale calo di vendite: se abbiamo perso un 20% è perché lo ha perso l’intero mercato, non perché il secondo disco piace meno del primo.
Cambio argomento: quanto le modifiche nell’organico influiscono sulla musica del gruppo?
Beh, James Iha è arrivato a registrazioni già concluse, e dunque il suo vero peso potrà essere determinato solo più avanti, quando inizieremo a comporre nuovo materiale. In precedenza, già con l’ingresso di Jeordie (cioé Twiggy Ramirez, NdI) avevo capito che le cose potevano funzionare meglio, e lo spirito di collaborazione creatosi durante le prove per il tour mi hanno confermato che le prospettive per il futuro sono ottime.
Insomma, vedi quest’ultimo organico degli A Perfect Circle come qualcosa di stabile?
Lo spero, ma non mi sentirei di metterci la mano sul fuoco: tutti hanno così tanti impegni, e sono così tanto apprezzati nell’ambiente, che non mi stupirei se questo tour fosse l’ultimo con questa formazione. Potrebbe accadere qualsiasi cosa.
Dall’esterno viene automatico reputarvi una specie di collettivo aperto il cui fulcro è però costituito solo da te e Maynard.
È un’analisi po’ ingiusta nei confronti di Josh, che pur non intervenendo granché nel processo di songwriting dà un apporto non indifferente alla proposta e all’unione dell’ensemble. Io preferirei che fossimo visti come una vera band, anche se con le sue peculiarità: stiamo bene assieme, e non escluderei che una volta terminati i concerti decidessimo di trovarci subito per comporre e incidere qualcosa di nuovo.
E cosa risponderesti a quegli addetti ai lavori che vi inquadrano come “il side-project di Maynard James Keenan dei Tool”?
Sono cose normali e, in un certo senso, quasi inevitabili, specie alla luce della notorietà di Maynard e del suo carisma. Non fa nulla, non mi disturba più di tanto… anche perché sono convinto che, valutando con un minimo di attenzione, si capisca bene che gli A Perfect Circle non sono il side-project di chicchessia. Non solo, almeno.
Sarei curioso di sapere qualcosa di più a proposito dell’intesa fra te e Maynard, del modo in cui lavorate assieme.
Per quanto riguarda Mer de noms, gli ho presentato le canzoni in veste più o meno definitiva, e lui ha provveduto a completare con i testi. Nel caso di Thirteenth Step, invece, è andata così solo per qualche pezzo: negli altri è stato lui a dare un input preciso, oppure a portare uno spunto di base che poi abbiamo sviluppato assieme ispirandoci reciprocamente.
Un’ultima domanda: quando avete fondato gli A Perfect Circle, lo avete fatto con lo spirito del “vediamo cosa succede” oppure pianificavate una carriera?
Fin dall’inizio è stata una faccenda seria, con basi solide. Non a caso abbiamo firmato con la Virgin un contratto per tre album.

* * *

Alla sera, in un Horus Club tutto esaurito, gli A Perfect Circle hanno offerto una performance di buon impatto visivo – poche luci e un Keenan che, su un’alta pedana, si dimenava dando le spalle al pubblico – e di apprezzabile qualità musicale, con un approccio inevitabilmente più secco e diretto rispetto al disco. Una performance che molti dei presenti hanno mostrato di gradire, e che ha lasciato un po’ di amaro in bocca solo per la durata di appena sessantacinque/settanta minuti. Si poteva, e doveva, dare di più? Visti l’alto prezzo del biglietto e la mancanza di una band di supporto, la risposta può essere solo affermativa. Ma Billy Howerdel e compagni rimangono comunque gente parecchio in gamba, alla quale bisogna continuare a concedere piena fiducia; chi c’era ha fatto bene ad esserci, visto che in futuro il gruppo potrebbe anche cambiare assetto e rendere quindi questi concerti un’esperienza irripetibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.566 del 17 febbraio 2004

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