Articoli con tag: punk e dintorni

Hardcore (UK) ‘82

Credevo di aver già recuperato questo mio breve articolo di quarant’anni fa sull’allora emergente scena hardcore punk britannica. Non era invece così e quindi lo faccio adesso, consapevole che, a molti, almeno alcuni di questi dischi saranno del tutto ignoti.

Hardcore UK copSe fino a questo momento “Shock!” non si è occupato granché della nuova scena punk britannica, non è stato certo per (ingiustificati) pregiudizi nei suoi confronti. Ora, però, è arrivato il tempo di affrontare il discorso, perché anche se il panorama americano (e soprattutto californiano) continua a interessarci maggiormente, non sarebbe giusto ignorare tutto ciò che di buono il Regno Unito ha prodotto negli ultimi mesi. La nuova ondata presenta caratteristiche piuttosto diverse da quella, ormai storica, del ‘76: la musica si è fatta più veloce e rabbiosa (e da questo e derivato il termine hardcore, oggi usato per abbracciare le proposte di tutti i gruppi legati al suddetto stile), e, soprattutto, i testi delle canzoni hanno cominciato a occuparsi di argomenti sociali e politici in modo più deciso e crudo di quanto avvenisse in precedenza. Da ricordare, poi, anche l’apporto degli skinhead (le teste rasate), il cui peso nella rinascita punk non è certo indifferente. Dall’aggregazione spontanea di punk e skin e nata la Oi! Music, espressione con la quale il giornalista di “Sounds” Garry Bushell (il padrino del nuovo punk UK) ha voluto accomunare tutti i complessi più o meno famosi che si riferivano al suddetto modello; si badi, però, al fatto che Oi! non è sinonimo di hardcore punk ma solo una sua ramificazione.
Oggi che gli Sham 69 sono morti, e che Angelic Upstarts e Cockney Rejects sono in agonia, il punk britannico ha per fortuna trovato nuovi portabandiera cui affidare il suo glorioso vessillo; non certo gli aberranti Exploited o gli squallidi Anti-Pasti, bensì quelle formazioni ancora non molto note, ma senza dubbio meritevoli di considerazione, che rispondono ai nomi di Blitz, Partisans, Business, Infa Riot, e cosi via. Restano fuori da questa carrellata, per ovvi motivi, le band già rodate come Discharge o Vice Squad e tutti i gruppi anarchici del giro della Crass Records, troppo atipici per essere trattati in questa sede. Evitando volutamente complesse quanto inutili suddivisioni per stile, iniziamo allora questo excursus attraverso alcune delle più interessanti realizzazioni viniliche di quest’area musicale, tutte più o meno riconducibili a un ideale archetipo hardcore. Una delle etichette-guida del nuovo movimento è certamente la No Future, che vanta un catalogo di sei dischi; la produzione di questa label si mantiene su uno standard qualitativo eccellente, tanto da indurmi a consigliarne l’acquisto in blocco. Tanto per cominciare, l’EP All Out Attack e il singolo Never Surrender dei Blitz di Manchester sono semplicemente imperdibili: in totale, sei brani di fuoco, più rapidi e violenti dei due contenuti nella raccolta Carry On Oi! della Secret Records e, a mio parere, anche di gran lunga più riusciti. Poi i Partisans, del Galles, con il singolo Police Story, la cui facciata A è di sicuro una delle migliori canzoni punk britanniche degli ultimi anni, trascinante e incredibilmente compatta; anche in questo caso, le composizioni del 45 giri sono superiori a quelle di Carry On Oi!. E ancora: Peter & the Test Tube Babies, da Brighton, con Banned From The Pubs e i Red Alert da Sunderland con In Britain, due EP comprendenti brani in generale meno veloci e duri rispetto a quelli di Blitz e Partisans, ma ugualmente validi e rappresentativi; Banned From The Pubs, inoltre, è davvero divertente a causa del particolare uso delle voci. Da ricordare, infine, il 12”EP A Country Fit For Heroes, antologia che racchiude dodici pezzi di gruppi punk e skin poco conosciuti, alcuni dei quali, pur se palesemente inesperti, danno prova di possedere buone capacità; nonostante la qualità non sempre elevata delle tracce, comunque, il disco resta uno strumento più che efficace per accostarsi alle nuove leve dell’hardcore inglese. Nel frattempo, per rimanere sempre ai vertici, la No Future ha annunciato la pubblicazione di altri 7 pollici: Lest We Forget dei Blitzkrieg, Gangland dei Violators e Today’s Generation degli Attak dovrebbero già essere in circolazione quando leggerete queste righe.
I singoli validi non sono però solo quelli marchiati No Future, come attestano le numerose uscite di alto livello di altre etichette; una delle migliori è One Law For Them dei 4 Skins, uno dei piu potenti anthem mai sfornati dal punk d’oltremanica; la band londinese, una delle più famose della più recente generazione punk, hanno anche partecipato a varie compilation a 7 e l2 pollici e hanno pubblicato l’EP Yesterday’s Heroes su Secret dopo essersi riformati con una diversa line-up. Il loro album d’esordio The Good, The Bad & The 4 Skins è recensito in altra parte del giornale. Di Londra sono pure i Business, non sempre violentissimi ma assai convincenti con il loro sound forse datato ma comunque affascinante, ottimamente documentato dai brani di Carry On Oi! e dal primo singolo Harry May, la cui facciata A ricorda l’impatto brutale dei primi Clash; il secondo 7 pollici della band, quello della conferma, si intitola Smash The Disco’s. Sempre londinesi, gli Infa-RiotStill Out Of Order il loro primo LP – si riallacciano al passato, proponendo un punk vecchio stile che, fortunatamente, non manca di entusiasmare; il loro singolo d’esordio Kids Of The 80’s è indubbiamente uno dei manifesti del punk anni ‘80. Pochi i nomi ancora da segnalare: G.B.H., ad esempio, legati alla Clay Records dei Discharge e molto vicini in quanto a velocità e violenza al gruppo-guida della label di Stoke on Trent; il 12”EP Leather, Bristles, Studs & Acne e il 7” No Survivors, i cui episodi sono un assalto continuo e inarrestabile alle orecchie dell’ascoltatore con un sound granitico e mozzafiato. Infine, i Subhumans (nessuna relazione con gli omonimi canadesi), con un validissimo EP per la Spider Leg (l’etichetta degli Epileptics) intitolato Demolition War all’insegna di sonorità grezze e atmosfere sporche e nervose, con alcune soluzioni che lo rendono paragonabile a certe cose della Crass Records. La nostra carrellata termina qui, con la speranza che essa serva a procurare nuovi fan al rinato punk britannico; per chi non avesse voglia di lanciarsi in una difficoltosa caccia al singolo, consiglio, oltre alle arcinote Strength Thru Oi! e Carry On Oi!, un album che seleziona parecchi ottimi brani altrimenti reperibili solo su dischi di piccolo formato; edito in Gran Bretagna dalla Abstract e negli Stati Uniti dalla Posh Boy, Punk & Disorderly è davvero soddisfacente sotto ogni profilo, e il suo ascolto non potrà che spingere a nuove, eccitanti scoperte nei meandri tortuosi dell’hardcore “made in UK”.
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982)

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Circle Jerks (1980-1983)

Originari dell’area delle spiagge prossime a Los Angeles, i Circle Jerks sono stati tra i primi e più importanti esponenti dell’hardcore punk californiano (argomento al quale ho anche dedicato questo libro), dei quali ho recensito “in diretta” quasi tutta la discografia. Qui le recensioni dei primi tre LP.

Circle Jerks cop 1Group Sex
(Frontier)
Il nuovo rock californiano ha trovato un altro centro nella parte sud dello Stato, fra le cittadine della costa dove ultimamente sono nate decine di gruppi che portano avanti il discorso rock violentissimo lanciato anni fa da band come Germs, Dils o Weirdos. I nuovi profeti del punk (ma molti di essi non vogliono essere definiti in tal modo) locale sono di solito giovanissimi, attaccabrighe ed eccentrici nel vestire, e rifiutano le tradizioni della prima ondata punk di L.A., città della quale negano anche la supremazia in campo musicale rispetto alle altre zone della California. Insomma, i “beach punk” – i punk delle spiagge, così come sono stati subito etichettati dalla stampa – si considerano un’individualità ben distinta.
I Circle Jerks sono in quattro: Greg Hetson (chitarra), Lucky Lehrer (batteria), Roger Rogerson (basso) e l’ex Black Flag Keith Morris (voce), e il loro sound è uno dei piu compatti e micidialmente aggressivi che si possa ascoltare. Il loro Group Sex contiene quattordici canzoni, dura solo quindici minuti, e dalla prima all’ultima nota è un assalto condotto con una potenza incredibile; chi ancora crede che i veri punk siano Angelic Upstarts, Cockney Rejects o U.K. Subs farebbe bene ad ascoltarlo e a cambiare idea. I pezzi sono costruiti su una sezione ritmica martellante e implacabile, su una chitarra assassina e su un canto feroce; anche i testi, che toccano i temi più disparati, sono crudi e provocatori. Quest’album può essere apprezzato solo dagli amanti della musica più ruvida e compatta, da quelli che considerano la robustezza del “muro di suono” più importante della melodia, che antepongono la velocità alla tecnica; anche se gli accordi sono pochi e i brani hanno sostanzialmente la stessa impostazione, Group Sex è un lavoro assai valido, dotato di caratteristiche che lo rendono assolutamente imperdibile.
(da Rockstar n.10 del luglio 1981)

 

Circle Jerks cop 2Wild In The Streets
(Faulty Products)
Group Sex, il primo album dei Circle Jerks uscito nel 1980, è indubbiamente uno dei manifesti dell’hardcore punk, con le sue quattordici canzoni della durata complessiva di quindici minuti, tutte durissime e velocissime. Wild In The Streets, secondo album del quartetto californiano, segna il passaggio dalla Frontier alla più organizzata Faulty Products, evidentemente dovuto al desiderio dei musicisti di allargare sempre più la propria cerchia di sostenitori con l’aiuto di una label con maggiori mezzi a disposizione. Erano in molti a pensare che il cambio di scuderia avrebbe costretto Keith Morris e compagni a modificare il proprio sound al fine di renderlo più facilmente assimilabile dal grande pubblico; le innovazioni in effetti ci sono state, ma credo che esse vadano attribuite a scelte precise dei Circle Jerks e non a eventuali pressioni da parte della loro casa discografica. In ogni modo, la musica del complesso è sempre violenta e aggressiva, anche se più morbida e rifinita che in Group Sex.
L’inizio è assai promettente: la nuova versione (la prima si trova in Rodney On The ROQ) di Wild In The Street’ di Garland Jeffreys merita molti elogi, come anche la seguente Leave Me Alone, meno rabbiosa e costruita in modo davvero singolare. Il resto della scaletta mostra la band alle prese con brani quasi sempre duri e compatti, ma in parecchi casi non del tutto soddisfacenti: i Circle Jerks hanno affinato le loro capacità tecniche e hanno imparato a curare maggiormente le proprie composizioni, ma sembrano aver smarrito buona parte di quella felice vena compositiva che nel debutto si era espressa attraverso episodi assai più eclatanti. Probabilmente, però, è anche il fatto che Group Sex sia stato uno dei primi dischi di hardcore punk a portarci a sopravvalutarlo; di sicuro, oggi che questo tipo di musica è così diffuso, diventa più difficile apprezzarne ogni testimonianza. Voglio dire, cioè, che anche Group Sex, paragonato alle decine di altri prodotti hardcore apparsi nel frattempo sul mercato, sembra adesso meno eccezionale di quanto non parve nel 1980. Concludendo, Wild In The Streets è un album che, pur mostrando qualche segno di cedimento assieme a una più attenta applicazione interpretativa, si rivela tutto sommato tipicamente Circle Jerks, e in molte delle sue quindici canzoni (durata totale circa venticinque minuti) non potrà non piacere ai numerosi fan della band californiana, che grazie a esso acquisirà certamente anche nuove schiere di seguaci.
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982)

 

Circle Jerks cop 3Golden Shower Of Hits
(Allegiance)
A chi non avesse mai ascoltato i Circle Jerks basterebbe il primo impatto con la copertina di Golden Shower Of Hits per intuire – più o meno – che razza di individui compongano questo bizzarro ensemble californiano; pisciare sui tanto ambiti dischi d’oro, infatti, è un’azione che ben pochi compirebbero, e ancora meno pubblicherebbero sul fronte di un loro album la prova fotografica dell’avvenuto sacrilegio. Scherzi a parte, i Circle Jerks sono sempre stati un gruppo atipico e dissacrante, imbevuto di filosofie iconoclaste spesso degeneranti nel nichilismo più spietato: con il loro primo LP, l’indimenticabile Group Sex (quattordici pezzi della durata complessiva di appena quindici minuti), hanno in pratica fornito all’espressione hardcore punk il suo primo significato concreto, mentre con il successivo Wild In The Streets, pur mantenendo alto il livello di velocità e durezza, hanno offerto una prova forse meno incisiva (ma pur sempre efficace) delle loro non indifferenti capacità di devastare divertendo.
Per Golden Shower Of Hits non è certo più il caso di parlare di hardcore punk, visti i recenti sviluppi del fenomeno (che per fortuna non hanno minimamente influenzato i Circle Jerks). Una definizione appropriata potrebbe invece essere “hardcore rock‘n’roll”, con la quale si vorrebbe intendere una musica aggressiva ai limiti dell’esasperazione, ma abilmente (anche dal punto di vista tecnico) strutturata su schemi elementari e sfruttati, ma sempre validi e interessanti. Più che incrementare la rapidità esecutiva delle proprie composizioni come molti loro colleghi, i Circle Jerks hanno preferito tornare alle loro radici (il r‘n’r, appunto), non dimenticando però tutto ciò che anni di punk hanno saldamente legato alle loro essenze di musicisti. Il risultato, oltre che sostanzialmente originale, è sorprendentemente eccitante: basi ritmiche potenti e spesso anche elaborate su schemi non proprio comuni, una chitarra solista che talvolta non lesina in assoli alla “bel tempo che fu” e una voce robusta e disperata che si sforza di urlare fino allo sfiancamento totale testi crudi e incisivi. Il tutto, naturalmente, inserito in un contesto di stretta derivazione punk, compatto e provocatorio forse anche in maniera eccessiva per i gusti dei consumatori più tradizionalisti. Eppure, nonostante molti potrebbero trovare discutibili determinate soluzioni, i Circle Jerks sono davvero grandi. È infatti innegabile che abbiano saputo fondere due tipi di approccio non facilmente conciliabili in un sound profondamente coinvolgente, in cui anche l’apparente grezzezza delle canzoni è un dato pienamente positivo, e, anzi, irrinunciabile per lo “spirito” del gruppo. Pur non essendo privo di difetti (non tutti i brani sono sul medesimo standard qualitativo), Golden Shower Of Hits contiene episodi eccellenti: è il caso delle potenti Under The Gun e Coup d’Etat, della sofferta e lenta Rats Of Reality e soprattutto della title track conclusiva, contenente assurde riletture di pezzi di Burt Bacharach, Neil Sedaka, Paul Anka e altri. Come tutti i californiani che si rispettino, anche i Circle Jerks amano il divertimento (fun, per dirlo all’americana) e, come tutti i giovani d’oggi, sono anche notevolmente incazzati. Golden Shower Of Hits unisce in matrimonio rabbia e allegria, tradizione e furia iconoclasta, usando come mezzo il concetto elastico e intramontabile di rock‘n’roll; anche essendo inevitabilmente esposto alle valutazioni soggettive, questo terzo 33 giri dei Circle Jerks è, come i precedenti, un lavoro importante e, oltretutto, indiscutibilmente “vero” da qualunque angolazione lo si voglia analizzare. E poi i Circle Jerks sono troppo matti, “caciaroni” e trascinanti per non riscuotere almeno simpatia: in definitiva, il rock ha bisogno anche di loro.
(da Il Mucchio Selvaggio n.71 del dicembre 1983)

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Trancefusion

Ci sono cose che sono davvero felice di fare, anche se comportano impegno di tempo ed energie e non rendono nulla sul piano economico; cose che vanno fatte perché significative a prescindere, anche se magari lo saranno per poche centinaia di persone. Ad esempio, sbattersi affinché emerga per la prima volta una testimonianza discografica di una band che nulla aveva pubblicato al tempo in cui era attiva, ma che meritava di essere ricordata; insomma, un discorso legato alla necessità di documentare la Storia. I nastri recuperati in questo disco furono incisi addirittura quarantaquattro anni fa dai Trancefusion, nati a Milano nel 1977 e poi rinati – con diverso organico – nel 1978 a Roma; grazie alla Rave Up sono finalmente disponibili in formato LP (dal 15 aprile, qui il link per il pre-order). Qui sotto, le mie note di presentazione, come riportate nel retrocopertina del disco.

trancefusion“Incredible but true!”, cioè “incredible ma vero!”. Queste le parole scritte a mano sulla costina di una cassetta Basf che conservavo in archivio da quando Chris Bianco me la affidò, ere geologiche fa: nulla di meglio per intitolare un album contenente incisioni con quarantaquattro anni sulle spalle di una band che in vita non aveva pubblicato nulla. Incredibile non è però solo il recupero in sé delle antiche vestigia sonore, ma anche il modo in cui esse testimoniano della straripante urgenza e, in generale, delle doti del quartetto. Roba non comune, nell’Italia di quegli anni.
Per quanti conoscono le vicende del primo punk nazionale, i Trancefusion sono un gruppo romano. Vero, ma in parte, dato che il loro primo nucleo si formò a Milano nel 1977, con la sezione ritmica composta dai fratelli Bianco – Fabiano detto “Master”, batteria e voce; Chris, basso – e dal chitarrista e cantante Steve Osella, tutti e tre studenti alla American School of Milan. Notati da Maurizio Arcieri dei Chrisma non ancora Krisma, furono invitati a esibirsi al club Out-Off il 28 luglio, poco prima di ampliare l’organico con l’arrivo di un cantante di ruolo di cui nessuno ricorda il cognome, tal Bruno, e l’ingresso di Klaus del Medico in sostituzione di Osella. Dopo appena un paio di concerti, all’Idroscalo e in un teatro occupato, nel febbraio del 1978 i casi della vita portarono al trasferimento della famiglia Bianco nella Capitale. Presi contatti con la scena underground locale, i fratelli approntarono così una nuova formazione con Vittorio Tedesco Zammarano alla voce e Lucio Cillis alla chitarra; il debutto live a Roma avvenne a un raduno hippy e la prima uscita di rilievo – per la quale, chissà perché, i ragazzi decisero di presentarsi come Brats – fu il 26 aprile al Piper, in una serata che vedeva nel cast altri due gruppi cittadini (Yogurt ed Elektroshock) e gli inglesi Hunter. Da lì in avanti, i Trancefusion si fecero strada nel circuito alternativo, prima suonando spesso in locali-simbolo come il Johann Sebastian Bar e il Titan e poi, una volta trovati due efficienti manager in Massimo Costa e Roberta Di Nicola, in vari altri posti, nell’Urbe e in Italia; ci scappò pure una session di registrazione ai mitici studi della RCA di Via Tiburtina con al mixer Marcello Todaro del Banco del Mutuo Soccorso, ma purtroppo i nastri si sono persi, (quasi) di sicuro per sempre. In seguito, ma si era già nel 1980, la storia prese una piega differente, con il cambio di nome in Raff e un graduale spostamento, complice qualche modifica di line-up, verso l’hard rock.
Il materiale di questo disco, tutto datato 1978, comprende dodici dei quattordici brani immortalati in uno studiolo vicino al Lungotevere Flaminio, prima che la band allestisse il suo covo personale in Via degli zingari; i due mancanti all’appello, perché deteriorati, sono stati però rinvenuti nella summenzionata cassetta dal vivo e da lì ripresi, con l’aggiunta di due “doppioni” particolarmente significativi. Insomma, il repertorio dei Trancefusion è quasi interamente documentato in questi solchi, per di più con una qualità sonora che tutto considerato ha del miracoloso. Un motivo ulteriore per urlare, convinti “incredible but true!”.

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Bad Religion (1982)

Pubblicato il 19 gennaio del 1982, il primo album dei Bad Religion fu da me recensito nel numero di aprile del Mucchio Selvaggio; sulla rivista avevo già trattato la band californiana occupandomi del 7″EP di debutto, ma la fondamentale prova del primo album fu la perfetta occasione per approfondire l’argomento. Dei Bad Religion (e non solo di loro) si parla molto nel mio libro No Control- Storie di hardcore punk californiano, edito da Tsunami e acquistabile qui (oltre che in qualsiasi libreria, fisica e on line).

Bad Religion cop

How Could Hell
Be Any Worse?
(Epitaph)
Con un nome che è davvero tutto un programma, perfettamente in tema con i testi delle canzoni, i californiani Bad Religion hanno in breve tempo polarizzato l’attenzione dei cultori dell’hardcore punk, imponendo il loro sound come uno dei più interessanti nell’ambito del rock più veloce e violento. Il gruppo è infatti ben lungi dal proporre modelli che, per quanto validi, sono ormai ampiamente sfruttati da decine di colleghi, e preferisce seguire una via decisamente più originale, benché sempre ancorata all’archetipo punk; molti sono gli elementi che conferiscono alle proposte sonore del quartetto un aspetto spiccatamente originale: il senso di cattiveria e perversione che aleggia nelle composizioni, la solo apparente rozzezza esecutiva, l’impostazione degli schemi ritmici, che prevedono bruschi stop e rapidissime variazioni, e la voce del cantante, dalle tonalità particolarissime, in grado di compiere vere e proprie acrobazie nello snodarsi dei vari episodi.
Con How Could Hell Be Any Worse?, i Bad Religion (Brett chitarra, Greg voce, Jay basso, Pete batteria) sono giunti all’album di debutto, che conferma tutte le capacità della band, del resto già emerse nel precedente 7” EP; quattordici brani, quasi tutti pregevoli per grinta, velocità e potenza trascinante, fra i quali spiccano ‘We’re Only Gonna Die’, ‘Fuck Armageddon… This Is Hell’, ‘Damned to Be Free’, ‘White Trash’ e la stupenda ‘Voice of God Is Government’, inno anti-religioso di straordinaria forza. Alla luce di tali considerazioni, il giudizio su How Could Hell Be Any Worse? non può essere che pienamente positivo; l’hardcore punk ha adesso un’altra band cui affidare il compito di tener alto il proprio vessillo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.51 dell’aprile 1982)

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Misfits (1982)

In un giorno che non sono riuscito a precisare del marzo 1982 arrivava sul mercato dopo tanti 45 giri Walk Among Us, primo album dei Misfits di Glenn Danzig. Ne entrai in possesso in tempo pressoché reale e, per il numero 52 del defunto Mucchio Selvaggio, lo usai come aggancio per una breve monografia sulla band americana. Questa che segue.

Misfits copIl culto dell’orrido, del misterioso, del grottesco, del paranormale sembra oggi essere molto in voga tra le band “nuovo rock” americane: nomi come T.S.O.L., Gun Club, Flesh Eaters, 45 Grave o Christian Death dovrebbero ormai essere noti ai lettori per la particolarità del loro look, per le caratteristiche demoniache della loro musica, per lo sconvolgente contenuto di molti loro testi o per tutte queste cose assieme. Questo “horror-rock”, come alcuni hanno già cominciato a definirlo, non è però una novità degli ultimi mesi; volendo infatti risalire indietro nel tempo non sarebbe certo difficile trovare gruppi (alcuni molto famosi) che hanno legato il loro nome e le loro proposte sonore a argomenti direttamente ispirati a pratiche magiche, sette sataniche, spiriti e in generale immagini macabre, così come non sarebbe affatto problematico citare artisti che hanno improntato sulle suddette tematiche le loro soluzioni sceniche. Al di là del passato, comunque, l’interesse per questo tipo di forme espressive è esploso solo di recente, trascinando per fortuna nella sua scia anche una formazione che, pur operando da parecchi anni (il suo primo singolo è datato 1977) non era finora riuscita a riscuotere un consistente successo di pubblico: i Misfits, originari dell’area di New York, il cui primo LP è stato marchiato dalla Ruby Records di Los Angeles e pubblicato anche in Italia dalla Expanded Music.
Nel corso della carriera, i Misfits hanno modificato più volte la line up; i soli membri stabili sono il cantante Glenn Danzig e il bassista Jerry Only, attualmente affiancati dal chitarrista Doyle e dal batterista Arthur Googy. La loro storia discografica si snoda attraverso una lunga serie di dischi (molti dei quali, purtroppo, di non facile reperibilità), i cui contenuti sono nella massima parte dei casi tutt’altro che disprezzabili: il 45 giri Cough Cool su Blank Records, quattro 7”EP (Bullet, Horror Business, Night Of The Living Dead e 3 Hits From Hell) e il singolo Halloween (tutti su Plan 9), oltre al 12”EP Beware (nel quale sono compresi i quattro pezzi di Bullet e due di Horror Business più un settimo inedito altrove) edito in Gran Bretagna dalla Cherry Red in concomitanza a un tour della band. A questi va aggiunto il singolo solista di Glenn Danzig, Who Killed Marilyn?, sempre su Plan 9. Fra un disco e l’altro, i Misfits non hanno mancato di sconvolgere le platee dei locali underground degli States con i loro impressionanti show a base di make up raccapricciante; e se ancora non credete che i componenti del gruppo siano fortemente attratti dal soprannaturale, vi sarà utile sapere che Horror Business è stato registrato in una casa infestata da fantasmi (e alcuni suoni inspiegabilmente affiorati sul master sono stati fedelmente riportati su vinile) o che il testo di Halloween 2, cantato in latino, è una specie di formula rituale legata a esorcismi e licantropia. Anche chi preferisce restare con i piedi per terra, però, difficilmente potrà rimanere indifferente di fronte alla musica del quartetto, che in Walk Among Us ha avuto una consacrazione a 33 giri che non avrebbe potuto essere più soddisfacente: tredici brani veloci e compatti, infarciti di atmosfere “dark” dei quali solo uno (Night Of The Living Dead) era stato precedentemente pubblicato, quasi a voler tracciare una netta linea di demarcazione fra il vecchio repertorio, sostanzialmente meno duro, e quello attuale, di sicuro più vicino a sonorità di genere  hardcore punk. Logicamente. questo non significa che vecchio e nuovo non possano efficacemente convivere nei concerti, dove l’importanza dell’aspetto visivo unisce tutto in un contesto omogeneo e (a detta dei fortunati che vi hanno assistito) di grande impatto. L’omogeneità, comunque, è anche la dote principale di Walk Among Us, le cui canzoni sono più o meno tutte impostate alla stessa maniera: background strumentale granitico (spesso in puro Ramones-style ma acceleratissimo), sul quale si staglia la voce indefinibile di Glenn Danzig, nient’affatto consueta per il punk, che contribuisce in maniera determinante a conferire all’insieme una spiccata originalità. Fra gli episodi più significativi meritano citazione l’iniziale 20 Eyes, l’eccezionale All Hell Breaks Loose (forse la punta di diamante del disco), la cupa e solenne Vampira e l’ormai classica Night Of The Living Dead. Tutti i pezzi sono in ogni caso dotati di qualità non comuni, e sono violenti e trascinanti al punto giusto.
Interessante, poi, è anche il discorso portato avanti da liriche che, pur affrontando soggetti che a un primo esame potrebbero sembrare troppo caricati di visioni agghiaccianti (parecchie delle quali assai sfruttate nel panorama heavy metal) hanno il pregio di abbinarsi perfettamente alle trame sonore, già da sole piuttosto tese e nervose. Walk Amoung Us è insomma uno strumento prezioso per addentrarsi nell’ambito del cosiddetto horror rock senza allontanarsi dai modelli di scuola punk; forse, ascoltando i Misfits, non crederete di vedere fantasmi per strada (cosa che avviene con l’album dei Christian Death), ma in definitiva è meglio cosi. Occhio però a non imbattervi nel bassista-zombie Jerry Only (vedi foto nella busta interna): lo spavento potrebbe alterare in modo irreparabile il vostro già sconvolto metabolismo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del Maggio 1982)

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