Articoli con tag: punk e dintorni

Il punk è nato in Perù

Los Saicos

Serie “Puttanate”, n.1
Necessaria premessa. Pur avendo più di qualche riserva sul modo in cui funziona, sono un sostenitore di Wikipedia: mi capita di “perder tempo” a correggere eventuali vaccate che ci trovo e non mi tiro indietro alle periodiche richieste di un contributo per sostenerla. Tutto chiaro? Ok, allora vi racconto che, sulla pagina/scheda/voce (italiana) dedicata al punk rock, ho dovuto rileggere più di una volta per convincermi che, sì, c’era scritto proprio “Le origini di questo genere musicale sono da ricercarsi sostanzialmente all’interno delle scene rock di Detroit e di New York e di Lima verso la fine degli anni Sessanta del XX secolo, quando gruppi come The Velvet Underground, MC5, Los Saicos e Stooges svilupparono uno stile che iniziava a distaccarsi dalle convenzioni tecniche del rock “classico” in favore di forme espressive maggiormente basate sull’impatto sonoro”. Dunque, vediamo… Detroit e New York ok, ma… Lima?!? Velvet Underground, MC5, Stooges ok, ma… Los Saicos?!? Poco più sotto, si spiega che “i Los Saicos, una band di garage rock peruviana originaria di Lima, vengono oggi considerati un’importante formazione proto-punk”. Buono a sapersi, ma chi è che attribuisce questa importanza al gruppo? Clicco sul link corrispondente alla nota n.3 e arrivo a un articolo del “Guardian” datato settembre 2012, che porta avanti con leggerezza – diciamo che era un pezzo “di colore” – questa singolare tesi. A corredo c’è un video in cui il batterista Pancho Guevara mostra anche una targa sul muro di un palazzo che in qualche modo attribuisce al gruppo la qualifica di “inventori del punk” per via della loro attività nei Sixties (documentata da quattro 45 giri pubblicati nel 1965/1966), interrotta a lungo e poi ripresa una quindicina di anni fa. La “prova” sarebbe in particolare un brano, Demolición, palesemente ricalcato sulla celeberrima Surfin’ Bird degli americani Trashmen, un grande successo del 1963 – fu n.4 USA – che ispirò decine se non centinaia di gruppi in tutto il mondo. Trattasi insomma di una simpatica scopiazzatura che, oltretutto, è un caso quasi a parte nel repertorio del quartetto, com’è facile riscontrare ascoltando una delle sue tre antologie uscite tra il 1999 e il 2010.
Il punto, ovviamente, non è se Los Saicos fossero validi o meno (ognuno può giudicarlo da sé, stanno pure su Spotify), ma che qualcuno, dopo aver letto l’articolo del “Guardian” (che tra l’altro, nei commenti, è ferocemente criticato e deriso), abbia avuto l’idea di inserirli su Wikipedia in quanto precursori del punk alla pari di Velvet Underground, MC5 e Stooges. Una roba del genere può essere fatta per tre ragioni, o almeno a me vengono in mente solo queste: per cazzeggiare, pensando “vediamo se qualcuno se ne accorge” (e nel caso la qualifica di “stronzo” se la merita tutta); per ignoranza, perché se si mette una oscura band peruviana sullo stesso livello di Velvet Underground, MC5 e Stooges è scontato che non si conosca la materia della quale si sta scrivendo; per quella che definisco “fenomenite”, ovvero la sempre più diffusa tendenza a credersi più informato e furbo della massa, con relativa voglia di dichiararlo tronfiamente al mondo (nella categoria rientrano pure quelli che puntano a riscrivere la Storia basandosi su loro convinzioni di solito bislacche).
Dato che il mondo è pieno di squilibrati, non mi stupirei se qualcuno commentasse che sono io a non capirci nulla e che Los Saicos strameritano che i lettori italiani di Wikipedia – soltanto quelli italiani: va da sé che nella pagina “punk rock” inglese nessuno si è sognato di aggiungere lo scoop – li reputino antesignani del punk fondamentali tanto quanto i tre di cui sopra. Intanto, oggi stesso, correggerò la voce cancellando ogni riferimento al gruppo di Lima, sperando di non dover poi sostenere lunghe, surreali discussioni con qualche pasdaran di quella libertà di informare che troppo spesso sembra coincidere con la libertà di sparare cazzate.

Categorie: cazzeggi | Tag: | 16 commenti

Jon Spencer (1996)

Venticinque anni esatti fa usciva questa bomba di disco, Non aggiungo altro.

Spencer cop

Now I Got Worry
(Mute)
Jon Spencer is back. Sporco e cattivo come al solito, nonostante il nuovo contratto (europeo) con la Mute di Daniel Miller e un’età che dovrebbe – ma speriamo non accada – avere arrotondato qualche angolo. E ormai in procinto di ascrivere il suo nome tra le sacre icone del rock’n’roll, senza divergere dalla sostanza di un progetto musicale che dai terrificanti Pussy Galore, e attraverso le varie produzioni della sua Blues Explosion (nonchè dei Boss Hog della consorte Cristina Martinez), lo ha visto armato solo del suo talento e della sua rabbia.
Più a fuoco dei suoi apprezzati predecessori – tre, senza contare i dischi “di contorno”: Crypt-Style del 1992, Extra Width del 1993 e Orange del 1994, tutti con il marchio Crypt) – Now I Got Worry conduce l’assatanato blues del cantante e chitarrista americano verso platee più vaste, facendo magari storcere il naso a qualche purista – non per questioni di suono, ma solo per il bizzarro concetto che l’Arte, per essere tale, deve per forza far rima con sfiga – ma non rinunciando ad alcuno dei suoi elementi costitutivi: le passioni forti, il gusto trash, il desiderio di spingersi oltre, l’assenza di qualsiasi apertura commerciale; il tutto con la benedizione, sottolineata da piccoli contributi sonori, del mito soul Rufus Thomas, di Thermos Mailing dei Doo Rag di Tucson (predicatori del lo-fi più low che ci sia) e di Mark Ramos Nishita del giro Beastie Boys.
Fa tuonare la sua voce, Now I Got Worry, ricomponendo in quindici torridi episodi – secondo schemi a volte bizzarri ma sempre eccitanti, a dispetto di ruvidezze minimaliste e di più o meno occasionali “mutazioni” – il blues fatto precedentemente a brandelli; allestendo la colonna sonora per il più dissennato e peccaminoso dei sabba, e correndo sul filo (del rasoio?) che separa l’ossequio dall’oltraggio. Una grande e rivoluzionaria esplosione blues, insomma. E una grande band, magicamente sobria pur nella sua ubriachezza molesta.
(da Il Mucchio Selvaggio n.226 dell’8 ottobre 1996)

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Måneskin & Iggy Pop

Maneskin-Iggy cop

I Wanna Be Your Slave è un brano di Teatro d’ira Vol.1, il secondo album dei Måneskin pubblicato dalla Sony lo scorso 19 marzo. Stilisticamente parlando riprende – in chiave un po’ edulcorata – tematiche sonore che a cavallo tra gli ’80 e i ’90 si sarebbero definite “crossover” (vaghe coordinate: Faith No More, Red Hot Chili Peppers, Primus), accoppiate a un testo (in inglese) all’insegna del ribellismo giovanile; il tutto non raggiunge i tre minuti di durata e senza dubbio “funziona”, come provano i quasi duecentocinquanta milioni di ascolti su Spotify. Arrangiato un po’ diversamente (ma nemmeno tanto), e con un testo più “adulto” (ma anche no), avrebbe addirittura potuto essere un pezzo dell’Iggy Pop dei ’90.
In questa nuova versione featuring proprio Sua Iguanità le basi strumentali sono le stesse dell’episodio originale (a parte il remix, certo), con Damiano David e Iggy ad avvicendarsi al canto (e a “mescolarsi” verso la fine). L’illustre ospite non stravolge il modello, ma si sente e si riconosce – alla fine della seconda strofa, al posto “fucking pathetic”, piazza pure quello che si direbbe un azzeccato “fucking with daddy”, e nel finale emerge uno “shit” – sia quando canta, sia quando gli interventi sono più o meno “parlati”. Considerate anche le modalità con cui la cosa si è svolta – niente incontri se non in video, invio di file tramite Rete – parlare di “collaborazione” appare un po’ forzato, ma sarebbe disonesto non rimarcare che quasi tutte le “collaborazioni” di oggi sono organizzate in questa maniera.
Nessuna rivelazione e nessuno scandalo, dunque, almeno dal mio punto di vista, e di sicuro una bella soddisfazione per i ragazzi romani, oltre che un’operazione vantaggiosa per tutte le parti in causa. Nonché, comunque, qualcosa da ricordare, tanto che io – Iggy è la mia icona, chi mi segue lo sa – ho preordinato subito il 45 giri in edizione limitata. Spero mi arrivi sul serio, dato che a quanto sembra è esaurito in un’ora e già nell’internetdemmerda ci sono speculatori che provano a venderlo a 100/200 euro.

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Sold out!

front copCome tutti dovreste sapere (ma mi capita spessissimo di sentirmi dire “non ne ho saputo nulla!”), in occasione del mio sessantesimo compleanno (18 aprile 2020) ho registrato – nel senso che le ho cantate; a fungere da partner suonanti, i magnifici Plutonium Baby – quattro cover di punk californiano. I brani sono stati poi pubblicati a novembre (causa pandemia e altri impicci) da Area Pirata, in un bel 7″EP in vinile fucsia tirato in 270 copie (dovevano essere 250, ma lo stampatore ne ha fatte venti in più) a nome Freddie Williams and Plutonium Baby.
Stamattina dall’etichetta mi hanno fatto sapere che nella loro sede, per la vendita diretta, ne sono rimasti TRE esemplari e che, quindi, il disco si può considerare esaurito. Ci sono alcune decine di copie che saranno vendute dai Plutonium Baby ai loro concerti e ci sono le copie acquistate da alcuni negozi (fisici e in Rete), ma, insomma, il 7″ è praticamente sicuro. Volendo, gli eventuali ritardatari interessati potranno comunque acquistare l’esigua rimanenza a questo link. Ribadisco che il disco non sarà mai ristampato.
Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a festeggiarmi comprando You Said I’d Never Make It. Spero siano rimasti soddisfatti dell’oggetto e soprattutto della musica che contiene.
Ovviamente, le quattro tracce – Climate Of Fear dei Lewd, Destroy All Music dei Weirdos, Media Control dei Nuns e Radio Dies Screaming dei Flesh Eaters – sono ascoltabili al link del bandcamp di Area Pirata, oppure in questa playlist del mio canale YouTube.
FW back

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Mudhoney (1991)

Mudhoney cop

Il 26 luglio 1991 i Mudhoney davano alle stampe il loro secondo, eccellente album, e io ero naturalmente alla macchina da scrivere (non sono sicuro se avessi già una specie di computer… di sicuro, il primo MAC lo acquistai solo nel 1995) per occuparmene. Qui sul blog c’erano già varie cose sulla band (una monografia del 1991, un’altra monografia ben più estesa del 2008, un’intervista a Steve Turner), ma in occasione del trentennale la recensione in tempo reale di Every Good Boy Deserves Fudge meritava uno spazio.

Every Good Boy Deserves Fudge
(Sub Pop)

Mudhoney atto secondo: a due anni dall’omonimo, indimenticabile debutto sulla lunga distanza dell’album, dopo estenuanti tour su e giù per l’Europa e gli States, dopo l’annuncio di scioglimento per fortuna ritrattato, dopo un paio di travolgenti 45 giri (Thorn e il più recente Let It Slide), i portabandiera di casa Sub Pop hanno fatto di nuovo levare alta la propria voce. Una voce fragorosa e abrasiva, che racconta della fusione di trame di chiara marca Sixties (psichedelia, garage, forse persino beat) con l’ipnotico e graffiante hard rock di Seattle, del punk degli anni ‘70 e con l‘underground convulso e spigoloso oggi tanto popolare al di là dell’Atlantico, dell’estro che inventa (pur perverse) melodie con l’innata inclinazione a martoriarle con la lucida follia delle chitarre.
Every Good Boy Deserves Fudge è un inno corrotto e disperato alla capacità del rock‘n’roll di rigenerarsi continuamente, di far esplodere in un pirotecnico gioco di suoni il suo saper assorbire influenze restituendole poi in altra forma. Che siano ombrose litanie dal fascino magnetico o frenetiche aggressioni all‘insegna della furia più selvaggia, le sue canzoni attestano come i Mudhoney non abbiano timore di sperimentare nuove opportunità senza per questo uscire dal sentiero della tradizione; magari rubando un po’ dappertutto idee e riferimenti, guidati dalla consapevolezza che l’invenzione assoluta è ormai quasi un’utopia e che ciò che conta è solo elaborare nuovi dosaggi dei “soliti” ingredienti.
(da AudioReview n.110 del novembre 1991)

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