Articoli con tag: punk e dintorni

Fasten Belt, 1989

Serie “Fotografie”, n.15
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.
Nel periodo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 i Fasten Belt sono stati una delle band più significative del rock romano, e non è un giudizio di parte anche se ho rivestito il ruolo di produttore artistico dei loro tre album, due per la mia High Rise e uno per la BMG; la mia decisione di produrli era insomma una diretta conseguenza del mio apprezzamento, al di là del notevole successo che riscuotevano in città (ma non solo: dovunque andassero era il delirio). Doveva essere la primavera del 1989 quando appresi che gli Hoodoo Gurus sarebbero venuti in tour dalle nostre parti; tramite il promoter, provai a chieder loro – che mi conoscevano, di persona e come maggiore sponsor del rock australiano qui nella Penisola – se fossero interessati ad avere come spalla una band italiana consigliata da me, e la cosa andò in porto senza grandi difficoltà; così, i Fasten Belt aprirono con ottimi riscontri i tre concerti tenuti a settembre (a Milano il 23, a Rimini il 24 e a Firenze il 25) da Dave Faulkner e compagni. Dato che conoscevo i miei polli e volevo esser certo che non succedessero casini, fui io a “governare” la trasferta, accompagnandoli e dettando regole a volte impopolari; ricordo, ad esempio, che loro volevano viaggiare con le rispettive compagne ma io, preoccupato del raddoppio della carovana e delle distrazioni, posi il veto (naturalmente le ragazze si organizzarono da sole e alla prima data erano tutte sotto il palco). Furono quattro giorni un po’ tesi ma anche di divertimento sfrenato e sinceramente mi dispiace di non avere ricordi particolarmente vividi di tutto ciò che accadde.
Alla data di Firenze decisi di scattare qualche fotografia e la mia preferita è questa, che ritrae in posa plastica il chitarrista Paolo Bertozzi (tuttora mio amico fraterno). Sullo sfondo si possono notare il batterista Marco Di Nicolantonio, la schiena del cantante Alex Buccini e l’altro chitarrista Fabio Camerini; il bassista Massimo Bandiera, purtroppo, non sono riuscito a farcelo entrare. Se non proprio l’ultima, è stata di sicuro una delle ultime volte che ho utilizzato la mia Olympus OM10, che tuttora conservo con relativa valigetta di ottiche.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980
12. Spandau Ballet, 1981
13. Plasmatics, 1981
14. Devo, 1980

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Plasmatics, 1981

Serie “Fotografie”, n.13
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.
Ho una buona trentina di diapositive scattate al concerto romano dei Plasmatics del 30 gennaio 1981 (qui la recensione che ne scrissi illo tempore), ma quale più, quale meno non mi soddisfano. Andare sotto il palco era impossibile data la concentrazione di gente che voleva vedere da vicino le tette di Wendy O. Williams (true story!) e allora trovai un posticino su una specie di palchetto laterale situato in alto, e i risultati lasciarono a desiderare: usando il teleobiettivo era complicatissimo mettere bene a fuoco, le luci non erano ottimali, il gruppo sul palco era estremamente dinamico… un casino. Benché non perfetta, la migliore mi sembra questa: riuscii a cogliere la Wendy (che, come potete vedere, indossava solo stivali, mutandine leopardate, un cappello e… schiuma da barba) proprio mentre si accingeva a segare in due una chitarra appoggiata su un apposito fermo in legno durante l’esecuzione di Butcher Baby. Sulla destra si può intuire come fosse vestito il chitarrista Richie Stotts, mentre dietro Wendy si vede quasi tutto il bassista Jean Beauvoir.
Onestamente, i Plasmatics non erano ‘sto granché. Però dal vivo erano molto spettacolari, e ci si divertiva sul serio.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980
12. Spandau Ballet, 1981

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Il disco più strano che ho (5)

Progetto davvero particolare organizzato nei tardi anni ’70 in quel di Cleveland, Ohio, da John Morton (Electric Eels, Styrenes, X_X), Johnny And The Dicks si definivano una non-band, perché… vabbè, è complicato; diciamo che si muovevano nel campo della performance artistica non propriamente musicale. Coerentemente con la loro dichiarata natura, un giorno decisero di pubblicare un “non-record”, e lo fecero: presero 250 pezzi di cartone delle dimensioni di un LP, li decorarono singolarmente a mano con pennarelli, penne e porporina (non ne esistono due uguali, insomma), li numerarono progressivamente e attaccarono sul retro di ciascuno un pezzo di cartoncino lucido con foto del non-gruppo e note di copertina. Un’operazione geniale, senza alcun dubbio, resa ancor più tale dal fatto che i disegni raffigurano dei peni stilizzati. Perfetto, per un ensemble chiamato “Johnny e i Cazzi”, no?
Come si può vedere dall’adesivino rotondo, la mia copia proviene dal DIscodrome, mitico negozio underground appunto di Cleveland, dal quale la acquistai per 5 dollari e 50 (all’epoca, il prezzo medio di un 33 giri). Essendo notoriamente un amante delle stranezze legate alla musica, ci sono affezionatissimo, e ogni volta che mi capita di tirarlo fuori dallo scaffale mi scopro a rimirarlo con un sorriso di sciocca (?) soddisfazione.

 

Electric Eels, The Styrenes, x_x

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Il disco più strano che ho (4)

Questa storia è davvero stravagante e mi chiedo come ho fatto a dimenticarmene fino a oggi. Allora… quella qui sopra è una compilation di provenienza USA con dentro gente tipo GG Allin, i Tina Peel di Rudi Protrudi, gli Shockabilly e gli Art (la band che ebbe l’idea di produrlo per la sua etichetta, chiamata The Only Label In The World). Il suo singolare intento era quello di raccogliere artisti americani “odiati” nelle rispettive città/scene di appartenenza e, coerentemente con il progetto, ha come titolo The “You’ll Hate This Record” Record. La caratteristica che salta subito all’occhio è che dell’artwork facesse parte – incollato sulla copertina – un “finto vomito” di plastica, di quelli che si usano a carnevale per far credere che qualcuno ti ha vomitato in casa e che sembrano proprio veri.
Quasi tutte le copie al momento offerte su Discogs et similia costano poco, ma sono curiosamente prive dell’elemento-chiave, il vomito, mentre l’unica in condizioni perfette è offerta alla cifra tutto sommato accettabile di 50 euro. L’evidente rarità degli esemplari intonsi accentua il mio disappunto per l’incidente capitato al mio LP, acquistato in tempo reale; come sempre faccio, l’avevo custodito in una classica busta di plastica trasparente e inserito fra gli altri, ma quando qualche anno dopo l’ho ripreso dallo scaffale ho scoperto che, a causa della pressione e – suppongo – del calore, il finto vomito si era in parte sciolto. L’effetto rimane, come potete vedere dalla foto, ma il tutto è assai meno a rilievo e i “dettagli” si sono ovviamente persi. Ora, più che un vomito, sembra una mezza diarrea

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I Clash a cinque

Per molti, se non moltissimi, i Clash sono morti dopo Combat Rock e la successiva fase di carriera della band, quella con Joe Strummer e Paul Simonon come soli componenti originali (e Nick Sheppard, Vince White e Pete Howard come comprimari) è stata praticamente rimossa dalla memoria collettiva. Come se non fosse esistita, probabilmente perché nessuno poteva davvero perdonare a Joe e Paul l’allontanamento forzato di Mick Jones (e, prima, di Topper Headon) ma, diciamolo, come si può essere incazzati con Joe Strummer? L’atteggiamento più indolore è fingere che i Clash del 1983-1986 non abbiano mai calcato i palcoscenici, né tantomento pubblicato un LP, il famigerato Cut The Crap, che sebbene sia il peggior disco mai realizzato dalla band continuo a non trovare meno orrido di quanto è di norma descritto. Per la cronaca, qui c’è la mia recensione dell’epoca.
Se ora sto riesumando questo spinoso argomento è perché ad esso è stato appena dedicato, con mia sorpresa, addirittura un libro: edito dalla Arcana (pag.256 per € 17.50), si intitola Ribelli all’angolo – Una storia del Clash a cinque ed è firmato da Jacopo Ghilardotti, un collega di tre anni più giovane di me che ha però operato professionalmente in un’area diversa da quella dei media musicali. Ammetto che prima di iniziare la lettura ero piuttosto scettico, ma la situazione è cambiata già dalle prime pagine. Con il suo mix di informazioni maniacali, ricordi in prima persona e alcune simpatiche digressioni, il volumetto – godibilissimo, tanto per l’approccio quanto per la qualità della prosa – è stato per me una piccola rivelazione: mi ha intrattenuto in modo piacevole, mi ha raccontato cose che non sapevo e me ne ha rammentate altre che avevo rimosso, mi ha fatto scoprire di essere uno dei due “autorevoli paladini” mai pentiti di Cut The Crap (l’altro, più autorevole, è Jon Savage, con cui mi sono però trovato parzialmente in disaccordo a proposito di punk californiano: la storia è qui). Sono insomma lieto di avergli dedicato un paio d’ore (leggo veloce) e mi è parso doveroso segnalarlo in questa sede, anche perché era giusto premiare il coraggio di chi ha fortemente voluto spendere un tempo presumibilmente notevole su un tema così, come dire? “impopolare”.
Un “bravo” senza riserve, dunque, a Jacopo, che spero mi perdonerà un’influente e credo divertente precisazione: delle riviste specializzate non solo Rockerilla scrisse del tour italiano del settembre 1984. Lo feci pure io, recensendo il concerto di Roma del 7 nel numero di ottobre del Mucchio Selvaggio, benché quasi glissando sugli aspetti musicali e sulla realtà che quei Clash non fossero proprio i Clash e concentrandomi sulle pecche di un’organizzazione ben più spaventosa di Cut The Crap. Ero talmente incazzato per lo squallore della location e del sound che mi misi addirittura a polemizzare sul fatto che per raggiungere la cosiddetta “Arena” si dovesse per forza attraversare l’area degli stand “subendo il bombardamento propagandistico sia politico che commerciale” e che il costo del biglietto fosse elevato (10.000 lire), e chiudendo con un eloquente “Viva il rock, specie se serve a ottenere qualche voto in più”; commenti, questi ultimi, che qualcuno non gradì, al punto di inviarmi una lettera nella quale mi si accusava di essere un bastian contrario e un nemico della Sinistra, pensate un po’. Erano tempi strani, sì.

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