Articoli con tag: punk e dintorni

45 Grave

Nei primi ’80 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a interessarsi con estrema attenzione alla scena underground americana, con una particolare passione per quella fiorita in California. Reperire i dischi “minori”, ovvero opera di band non (ancora?) emerse era problematico ma io ci riuscivo quasi sempre, e dunque oggi mi ritrovo con l’archivio pieno di articoli su gruppi poi divenuti di culto. Uno, “parallelo” ai Vox Pop, erano i 45 Grave, che in carriera hanno pubblicato un unico, vero album; in questa pagina ho raccolto quasi tutto ciò che ho scritto su di loro a partire dal 1982.


Per la Bemisbrain Records, etichetta personale dei Modern Warfare, è uscita un’ottima compilation dall’esp1icativo titolo Hell Comes To Your House, cui hanno partecipato formazioni californiane più o meno conosciute. Nella facciata B i 45 Grave impressionano notevolmente con tre canzoni ricche di perversione e malvagità, infarcite di quel senso “dark” e dell’orrido che ultimamente ha trovato molti seguaci sulla West Coast. Più pacata Evil, più violenta Concerned Citizen (dal repertorio dei Consumers, uno dei primi gruppi punk dell’area di L.A., rimasto purtroppo senza documentazione discografica) e stupenda 45 Grave, vero inno del gruppo della cantante Dinah Cancer, del chitarrista Paul Cutler (già nei Consumers, appunto) e dell’ex Germs Don Bolles. Del quintetto è anche da segnalare il singolo Black Cross/Wax (Goldar Records), il cui stile non si distacca da quello degli episodi della raccolta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982

Sleep In Safety
(Enigma)
È un vero peccato, va detto, che i 45 Grave, pionieri californiani del gothic punk abbiano confezionato il loro 33 di debutto solo dopo che decine e decine di altre formazioni di mezzo mondo ci abbiano riempito il cervello di visioni apocalittiche, immagini macabre e funeree, demoni, streghe e via enumerando. Peccato, perché questo Sleep In Safety corre il rischio di essere lasciato in disparte come prodotto poco significativo, nonostante i suoi autori siano ormai da parecchi anni uno dei cardini del movimento “dark” statunitense. Dal punto di vista sonoro, il disco offre indubbiamente numerose attrattive, vuoi per la versatilità compositiva e interpretativa del gruppo (in cui militano l’ex Germs Don Bolles, l’ex Screamers Paul Roessler, l’acida cantante Dinah Cancer, il chitarrista Paul B. Cutler e il bassista Rob Graves, tutti personaggi assai noti dalle parti di Los Angeles), vuoi per l’indubbio potenziale “magnetico” di certi brani, vuoi anche per l’originalità di un sound derivato dal punk ma spesso scosso da efficaci divagazioni nel metal e nel dissonante. Non mancano, naturalmente, i difetti, primo fra tutti una tendenza eccessiva allo shock più brutale che scade a tratti quasi nel patetico (tali considerazioni riguardano comunque solo i testi), ma Sleep In Safety rimane in ogni caso un lavoro personale, interessante e dotato di spunti notevolissimi, sicuramente imperdibili per i cultori del rock oscuro e tenebroso. L’altro grande difetto è il prezzo di quasi 20.000 lire, “grazie” alla corsa verso l’alto del dollaro. Valutate voi se conviene tentare l’acquisto a scatola chiusa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.74 del marzo 1984

Autopsy
(Restless)
Nell’attuale clima di recupero di preziosi cimeli del miglior punk rock non c’è affatto da meravigliarsi che la Restless abbia voluto riesumare vecchie incisioni (in massima parte inedite) dei 45 Grave, formazione californíana che nella prima metà degli anni Ottanta fu artefice di un dark-punk assai originale ed espressivo; infatti, al di là delle sue relative implicazioni “commerciali” – il chitarrista e leader del gruppo, Paul B. Cutler, è oggi il principale sodale di Steve Wynn nei Dream Syndicate – la pubblicazione di questo Autopsy va intesa come un vero e proprio omaggio alla carriera di una band misconosciuta, che non sempre è stata in grado di offrire, nelle sue prove discografiche, testimonianze interamente attendibili del suo valore e della sua genialità.
Sottotitolato Retrospectives And Rarities, quest’album riporta alla luce le prime tre composizioni pubblicate dal gruppo (Black Cross e Wax, dal singolo di debutto, e Riboflavin-F1avoured, Non-Carbonated, Polyunsaturated Blood, dalla raccolta Darker Scratcher) e presenta su vinile altri dodici brani dei quali solo Dream Hits, Partytime e Surf Bat erano già apparsi in versioni differenti; le registrazioni, non impeccabili ma comunque di buona qualità, sono antecedenti alla trasfonnazione in chiave kitsch del sound del1’ensemble e mostrano i 45 Grave in una veste quasi sempre violenta e corrosiva, meno elaborata rispetto alle loro altre produzioni (l’album Sleep in Safety e i 12 pollici Phantoms e School’s Out) ma di sicuro più ricca di spontaneità e forza trascinante. Oltre all’indiscutibile talento di Paul Cutler, il disco evidenzia le doti di Dinah Cancer, una cantante davvero acida e brutale, la potenza e il tiro della sezione ritmica di Don Bolles (batteria, ex Germs) e Rob Ritter (basso, ex Bags e Gun Club) e gli interventi del secondo chitarrista Pat Smear, anch’egli proveniente dai mitici Germs; specie nella prima facciata, che comprende in massima parte stralci del repertorio dei Consumers (formazione pre-45 Grave nella quale hanno militato Cutler, Ritter e Bolles), il quintetto propone irresistibili inni violenti e viscerali, bilanciati nella seconda da episodi più eterogenei quali Surf Bat (il titolo è assai esplicativo), Wax (una litania malata) e Partytime (un allucinato “hardcore-metal-dark”). Su tutti i solchi, comunque, aleggiano atmosfere inquietanti e riferimenti macabro-esoterici: gli stessi elementi che, uniti alla bontà delle trame musicali e al look terrificante dei musicisti, hanno dato ai 45 Grave l’attenzione di critica e pubblico nella Los Angeles underground del periodo 1980-1984. Un grande 33 giri di punk rock atipico e devastante, e non solo un feticcio di esclusivo valore collezionistico e documentale, a disposizione di chi non ha timore di dissotterrare spoglie mortali alla ricerca di piccoli tesori. Avventurarsi nella necropoli dei 45 Grave sarà un’esperienza prodiga di soddisfazioni.
Tratto da Rockerilla n.90 del febbraio 1988

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Plasmatics (live 1981)

Qualche settimana fa, in una conversazione su Facebook, qualcuno ha rievocato il “mitico” concerto dei Plasmatics al Piper di Roma. Si sa che di solito il tempo rende migliori i ricordi ed è logico che più di trentasette anni dopo la mia memoria abbia mantenuto dell’evento nulla più di qualche flash; mi fido allora della recensione, non esattamente un’esaltazione, che scrissi a caldo. Questa.
Piper ’80, Roma, 30/1/81
Che questo concerto non fosse nato sotto buoni auspici lo si era capito già dal 29, quando per via di contrattempi vari gli strumenti non erano giunti a destinazione, costringendo il gruppo a esibirsi con un giorno di ritardo rispetto ai programmi. In verità l‘arrivo a Roma dei Plasmatics, noti per essere stati banditi dai palcoscenici britannici a causa dei loro show esplosivi (nel vero senso del termine), era un avvenimento che almeno sulla carta meritava attenzione, tanto che il Piper ’80, nonostante l’orario non certo comodo (le 18) era pieno come un uovo. Molto prima dell’inizio già si sapeva che dallo spettacolo era stato eliminato lo scoppio dell’automobile; del resto, con l’aria che tira qui da noi, non sarebbe stato saggio ricorrere a espedienti del genere, specie considerando l’inefficienza del locale a ospitarli a causa delle sue ridotte dimensioni. L’ingresso al Piper è poi stato assai difficoltoso, sia perché la polizia perquisiva più volte quelli che entravano, sia perché gli organizzatori avevano predisposto le cose in modo da impedire l’accesso gratuito a chi doveva lavorare (compresi alcuni inviati della RAI che dovevano collegarsi in diretta con “Combinazione Suono”), costringendo così i non raccomandati a sborsare le 7.000 lire del biglietto.
Per l’intera durata del concerto circa settanta minuti, i Plasmatics hanno suonato senza un attimo di interruzione, proponendo tutto il loro repertorio abituale; la cantante Wendy Williams ha dato spettacolo, presentandosi prima in mutande e reggiseno bianchi con cerotti sulle gambe e successivamente con un ridotto slip tipo leopardo e schiuma da barba a coprire parzialmente le nudità toraciche. La frontwoman si è rivelata instancabile, esibendosi in una serie di “numeri” di sicuro effetto: mimica di atti sessuali, sguardi languidi ai ragazzi delle prime file, distruzione di un televisore, salti, capriole e danze tribali, sotto il vigile sguardo di un tale vestito da macellaio adatto alla riparazione dei danni causati a microfoni, aste, cavi e quant’altro. Alla fine l’intrepida Wendy ha fatto saltare in aria alcune casse, ha segato in due una chitarra e si è rifugiata dietro le quinte con i suoi compagni mentre un’intera fila di riflettori crollava sul palco con grande fragore. Superato il momento di sbigottimento generale, i commenti hanno cominciato ad intrecciarsi, con giudizi quasi unanimi: strumentisti veloci, certo un po’ limitati ma comunque buoni interpreti di sonorità rozze e immediate, cantante scadente e effetti scenici di dubbio gusto utili solo per sviare l’attenzione dei presenti dalla generale pochezza musicale della band. I Plasmatics sono un gruppo normale che suona una via di mezzo fra punk ed heavy-metal, che per differenziarsi dagli altri ha ideato uno spettacolo sconvolgente, con trovate artisticamente nulle ma di sicura presa sul pubblico; tutto dà però l’impressione di essere troppo artefatto, senza la minima spontaneità e quindi facilmente prevedibile. Nonostante i suddetti aspetti negativi, non posso dire di essermi annoiato: sono però molto scettico sulle possibilità della formazione di poter andare avanti a lungo per questa strada, ricca di goliardia spicciola e povera di sostanza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981

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Cut (2000-2010)

Proprio ieri ho ricevuto dalla sempre lodevole Area Pirata la ristampa in CD (con accluso codice per scaricare svariate tracce bonus) di A Different Beat, un vecchio album dei Cut risalente al 2006. Inevitabile dragare l’archivio alla ricerca di cosa avessi scritto della band bolognese, con la soddisfazione di aver trovato tanto e una certa sorpresa nello scoprire che l’unica recensione della quale ero più che sicuro – quella dell’esordio Operation Manitoba, AD 1998 – in realtà non è mai esistita; sapevo invece di non essermi occupato degli ultimi due dischi del gruppo, il vinile The Battle Of Britain del 2011 e l’ultimo Second Skin (2017). Ecco allora ciò che ho pubblicato in tempo reale sui Cut dal 2000 al 2010: la loro intera produzione del periodo, compreso l’A Different Beat di cui sopra. Al di là dei discorso sulla musica, riveste particolare interesse la prima recensione, che apre una finestra su un mondo oggi antichissimo.

Contact
(Gamma Pop-Vitaminic)
La copertina dei Cut qui riprodotta, in realtà, non esiste. Cioé, non proprio: esiste come file eventualmente stampabile da accoppiare a un “singolo” anch’esso virtuale, almeno come supporto discografico: le due tracce altrimenti inedite che ne fanno parte sono infatti reperibili esclusivamente sul Web nel sito di Vitaminic (la prima è scaricabile gratis, la seconda costa duemila lire); insomma, a meno di ripensamenti o futuri recuperi in qualche antologia, l’ascolto di Contact e Highlights & Glory sarà riservato solo a chi se la sentirà di accantonare (abiurare, per il momento, è per fortuna prematuro) la filosofia dell’oggetto-disco a favore di quella della musica libera da vincoli di carattere fisico/feticistico. Sorprende magari un poco che tale operazione, a quanto mi risulta senza precedenti nell’ambito degli artisti italiani già (relativamente) emersi, veda protagonisti una band come i Cut e un’etichetta come la Gamma Pop, entrambi legati a concetti abbastanza “classici” di suono e strategie: il quartetto bolognese, che tutti ricorderete titolare dell’eccellente album Operation Manitoba, è infatti dedito ad una proposta di scuola punk’n’roll, mentre la label emiliana ha addirittura in catalogo un paio di lavori in vinile… Continua a leggere

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Vox Pop (non l’etichetta)

Come da titolo, il tema qui affrontato non è la storica etichetta milanese degli anni ’90, quella di Afterhours, Africa Unite, Ritmo Tribale e Prozac + (tra gli altri), bensì una oscurissima band californiana dei primi anni ’80 della quale ho avuto il privilegio di recensire in tempo reale i soli due dischi (un singolo e un EP) oltre a un album postumo che in seguito ho poi scoperto essere un (mezzo?) bootleg, ma chissenefrega. Questo è quanto, nel prossimo futuro ribatterò con i loro “gemelli” 45 Grave.

Cab Driver
(Bad Trip)
Esordio per i Vox Pop, i componenti dei quali dividono la propria attività con un’altra band (presente nella compilation Darker Scratcher) chiamata 45 Grave. Il suono dei primi si distacca però nettamente da quello dei secondi, almeno a giudicare dai brani finora editi su disco; non più sonorità strane, con ritmo cantilenante e voci nasali, ma una musica compatta e violenta, dotata però di indiscussa originalità e di trovate molto interessanti. C’è chi vi ha trovato qualcosa di Blue Cheer, Velvet Underground, Faust e Black Sabbath e in effetti i paragoni possono essere calzanti per due brani perversi e cupi come Cab Driver e Just Like Your Mom, che fanno di questo singolo una delle più piacevoli sorprese, californiane e non, degli ultimi tempi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.38 del febbraio 1981

The Band The Myth The Volume
(Mystic)
Secondo vinile per i Vox Pop, una delle principali band di culto californiane, nelle cui fila militano personaggi cone Don Bolles (ex Germs), Dinah Cancer e Paul B. Cutler (entrambi anche nei 45 Grave). A seguire l’eccellente singolo Cab Driver, in questo 12”EP il gruppo offre un altro saggio delle sue capacità di destreggiarsi fra sonorità malate e perverse, avvolte in atmosfere abrasive e intrise di paranoia. Piuttosto che cimentarsi con l’hardcore punk più sfrenato come la maggior parte dei colleghi dell’area di Los Angeles, qui i Vox Pop preferiscono proporre tre canzoni lunghe, lente e tenebrose, dotate di enorme forza di impatto a livello emotivo e non di brutalità e immediatezza fisica. Buon disco, anche se nel complesso inferiore al precedente 45 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.54 del luglio/agosto 1982

More Drugs Than Elvis
(Very Bad Trip)
Se la vostra attenzione di appassionati si è rivolta alla scena californiana di quindici e più anni orsono, dovreste aver conosciuto i Vox Pop: magari non direttamente, vista la cronica irreperibilità dei loro dischi (il singolo Cab Driver e il 12”EP The Band, The Myth, The Volume, più varie partecipazioni a raccolte), ma almeno per sentito dire; ben quattro dei sei musicisti che facevano parte dell’ensemble di Los Angeles vantano infatti una certa fama a livello non solo underground: Don Bolles per il suo passato in Germs e Consumers, Paul B. Cutler come chitarrista di 45 Grave e Dream Syndicate, Dinah Cancer per il suo ruolo di frontwoman negli stessi 45 Grave e Jeff Dahl in virtù delle sue infinite esperienze stabili e collaborazioni estemporanee come solista e in seno a svariate band (una su tutte, Angry Samoans).
Giunge dunque quantomai gradita la pubblicazione a 33 giri di queste vecchissime session radiofoniche (KPFK, 1980) che mostrano il gruppo nella prima fase della sua attività: undici episodi in massima parte inediti – ci sono comunque Cab Driver e Just Like Your Mom, entrambi nel 45 giri di debutto, e Production, uno dei tre titoli dell’EP – dove l’indole sovversiva dei Vox Pop è sviluppata come da copione in un sound crudo e spigoloso che fonde rabbia e immediatezza punk con allucinate velleità sperimentali e scampoli di tradizione (non a caso nella scaletta è compresa una perfida Heroin di Lou Reed/Velvet Underground. Un suono, insomma, decisamente rivoluzionario per l’epoca in cui è stato concepito, che giustifica l’epigrafe “there is no Sonic Youth, there is only Vox Pop” apposta sul retrocopertina; e che merita senza dubbio almeno un accurato ascolto, se non altro per gratificare questi sfortunati precursori con un minimo di meritatissima gloria postuma.
Tratto da Bassa Fedeltà n.1 del maggio/giugno 1997

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The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll. Continua a leggere

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Human Race (2017)

Il mio primo contatto con gli Human Race avvenne grazie a un concerto dei Saints ai quali il quartetto romano faceva da spalla. Rimasi subito folgorato dal loro “classic punk” e ogni disco realizzato dal gruppo – due singoli e un album, tutti disponibili solo in vinile – ha confermato, se non rafforzato, l’ottima impressione iniziale.

Negative
(Dead Beat)
Sì, certo, il ’77 è roba di quarant’anni fa, ma questo non significa che il favoloso sound di quei giorni irripetibili, a base di voce cattiva, chitarra, basso e batteria stretti in un abbraccio ruvido e vigoroso non sia ancora in grado di lasciare il segno. Importa qualcosa che a offrirlo siano ragazzi che al tempo non erano neppure nati? Nient’affatto, se genuinità e ispirazione sono come quelle che prorompono da questo primo album degli Human Race, rimasto alcuni mesi nel cassetto e adesso pubblicato solo in vinile dalla stessa etichetta americana che nel 2003 diede alle stampe Like A Dog dei Taxi (i futuri Giuda). Continua a leggere

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Punk! (dieci anni dopo)


Sono passati esattamente dieci anni dall’uscita di “Punk!”, che – senza nulla voler togliere ai numerosi altri – è il mio “libro della vita”. Tuttora in catalogo, è un volume di grande formato (21,5×28) di 266 pagine in carta pesante, con tanto testo e tante foto, venduto ad appena 24,50 € (di listino) grazie alla lodevole politica commerciale della Giunti. È un libro dal taglio unico, per l’Italia e (a quanto mi risulta) per il resto del mondo: non perché si concentra solo sul primo punk, quello dei ’70, ma perché prende in esame la nascita, lo sviluppo e le produzioni discografiche delle varie scene locali, non limitandosi ai soliti nomi arcinoti ma citando tutti coloro che all’epoca incisero almeno un 45 giri. La trattazione è suddivisa in diciotto capitoli abbastanza omogenei per lunghezza, dedicati nell’ordine a New York, Londra, Manchester, Scozia e Irlanda, L’altra Inghilterra, Boston, Los Angeles, San Francisco, Ohio, Detroit, Texas, L’altra America, Canada, Australia e Nuova Zelanda, Francia, Scandinavia, L’altra Europa e Italia. Ne vado molto più che orgoglioso e sono molto contento che in questi dieci anni sia entrato in parecchie migliaia di case, divenendo una pubblicazione “di riferimento” per ogni interessato alla materia. Ci lavorai per circa tre anni rubando ogni ritaglio di tempo all’ordinaria amministrazione, e ricordo come di frequente consultassi la Rete per rassicurarmi che nessuno, più all’estero che qui, avesse approntato un’opera simile, cosa che mi avrebbe poi qualificato come “copione”. Non è andata così e “Punk!” è rimasto one of a kind; e, come volevo, sempre attuale, perché la storia del primo punk è quella e non potrà certo essere cambiata, benché in questi dieci anni sul mercato siano apparse molte ristampe estese e lavori confezionati con materiali d’archivio anche inediti.

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Rage Against The Machine

Dopo l’intervista a Tom Morello che si può leggere qui, realizzata nel 1999, ecco la miglior selezione possibile di quanto ho scritto in tempo reale dei Rage Against The Machine, una delle band-cardine degli anni ’90. Nell’ordine: recensione dell’esordio, breve retrospettiva dell’epoca del terzo album che accompagnava un’intervista non mia, recensioni del terzo e quarto album nonché di un live postumo. Mancano i commenti d’epoca alla seconda prova (Evil Empire) e ad altri DVD in concerto, ma direi che ci si può accontentare. Degli Audioslave si può leggere qui, dei dischi solistici di Tom Morello, invece, qui.

Rage Against The Machine
(Epic)
Siamo ormai arrivati al crossover dei crossover. Alla sintesi delle sintesi. All’abbattimento dei confini di genere, insomma, per l’edificazione di un sound la cui “novità” non è inficiata dall’evidenza dei suoi elementi costitutivi. E siamo arrivati anche al punto in cui le etichette, così comode per selezionare a priori i dischi da recensire/acquistare, possono divenire talmente ampie da essere, di fatto, inutili. Continua a leggere

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Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

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Radio Stars

Non so nemmeno io per quanto tempo non ho ascoltato i Radio Stars. Forse una decina d’anni, se – come mi sembra sensato – mi rinfrescai la memoria quando stavo preparando il mio librone Punk!, ma nel caso non l’abbia fatto in quel 2007, potrebbe anche essere più di tre decenni. Di sicuro, però, l’ho rifatto alcuni mesi fa per scrivere del loro ricco box antologico targato Cherry Red, e li ho trovati migliori di quanto li ricordassi. La recensione qui a seguire è un po’ più lunga di quella pubblicata su Classic Rock.

Thinking Inside The Box
(Cherry Red)
Quando si affacciarono sulle scene, nell’infuocata Londra del 1977, i Radio Stars non fecero esattamente scalpore. Il loro r’n’r era corposo e spigoloso come i tempi imponevano ma gli episodi possedevano un’accentuata vena pop, specie per quanto riguarda il canto; inoltre, alcuni dei ragazzi avevano già più di trent’anni e tutti vantavano esperienze discografiche con altri gruppi (Sparks, John’s Children e Jet i più conosciuti), cose che mal si conciliavano con le logiche giovaniliste, dilettantesche e underground tipiche del punk. Continua a leggere

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Cheetah Chrome Motherfuckers

I CCM, da Pisa, sono stati una delle più grandi band punk italiane degli anni ’80, come provato da una discografia purtroppo non molto nutrita della quale ho avuto il piacere di scrivere in tempo reale con le sole eccezione del 7”EP d’esordio 400 Fascists del 1981, raro già all’epoca (giuro, non riuscii a procurarmene una copia, se non con notevole ritardo), e dell’epitaffio Live In So.36 del 1987 inciso in concerto a Berlino (al posto della recensione feci però pubblicare un’intervista, non mia e quindi non recuperabile in questa sede). L’intera produzione ufficiale del gruppo, meno il live ma con una mezza dozzina di tracce bonus, è stata ora raccolta in un doppio CD o LP confezionato dalla Area Pirata, corredato di note, foto, testi e memorabilia; si intitola The Furious Era 1979-1987 e… insomma, che ve lo dico a fare?

Permanent Scare
(GDHC)
Sebbene sia in circolazione già da qualche mese, vale lo stesso la pena di soffermarsi su questa cassetta volenterosamente assemblata, 50% ciascuno, dai fiorentini I Refuse It! e dai pisani Cheetah Chrome Motherfuckers. Il nastro costituisce, è bene sottolinearlo, uno dei più validi prodotti punk finora diffusi sul mercato italiano: gli I Refuse It sconvolgono con il loro hardcore “sperimentale” alla Meat Puppets, mentre i Cheetah Chrome Motherfuckers appassionano con un hardcore punk valorizzato da qualche influenza metal e da un canto vagamente alla Darby Crash. Un tape a mio parere eccezionale, che chiunque si definisca amante del punk dovrebbe acquistare immediatamente e, di riflesso, amare alla follia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del gennaio 1984
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High Circle (1985-1990)

Attivi dal 1983 al termine del decennio, gli High Circle sono stati il primo gruppo di Roma a ispirarsi al classico hardcore punk più o meno melodico di scuola californiana. Sulla carta avevano insomma quello che occorreva per essere la mia band cittadina preferita, ma i loro dischi – un 7 pollici e due LP, poi in parte raccolti in un CD – avevano sempre, almeno a mio parere, qualche lacuna che gli impediva di ottenere il mio pieno consenso. Ecco comunque le mie recensioni dell’intera discografia del gruppo.

6 Track EP
(Contagio)
Pur avendo da tempo abbandonato le recensioni di dischi punk di livello meno che eccellente, ho ritenuto di fare un’eccezione per questo 7 pollici degli High Circle, gruppo romano all’esordio su vinile. Sei brani, quattro dei quali cantati in italiano e uno strumentale, legati a schemi hardcore di stampo statunitense; nulla di particolarmente innovativo, dunque, in un dischetto non disprezzabile anche se un po’ scontato.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del settembre 1985
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Growing Concern (1998)

Pur avendoli visti più volte dal vivo, fino al 1998 non ho curiosamente mai recensito i Growing Concern, la band più importante dell’hardcore punk romano degli anni ’90. Quindi, niente mie cronache in tempo reale sul 7”EP What We Say (Break Even Point, 1991) e sul 12”EP Disconnection (SOA, 1992) – raccolti, con l’aggiunta di due bonus, nel CD Disconnection Plus (Banda Bonnot, 1993) – e nemmeno sull’album Seasons Of War (Banda Bonnot/SOA, 1994), che concluse il primo ciclo della carriera dell’ensemble. Il mio unico articolo d’epoca è dunque quello a proposito del mini-CD Never Fades Away, che contro ogni previsione suggellò la gloriosa storia dei ragazzi.

Never Fades Away
(SOA)
Nell’ambito dell’hardcore punk italiano, il nome Growing Concern ha il peso di un marchio D.O.C.: un marchio che mantiene il suo valore anche se dell’organico non fa più parte il cantante Paolo Piccini, personaggio di indubbio carisma che con le sue performance canore e sceniche ha fortemente caratterizzato la fase storica della carriera della band capitolina. Con questo nuovo Never Fades Away, sette tracce per nemmeno quindici minuti di durata totale, il quartetto conferma la brillantezza della sua nuova vena, accentuando sulla potenza d’impatto – messa comunque al servizio di strutture articolate ed eclettiche – a parziale danno di certe atmosfere cupe e malate sulle quali puntava in passato. È un suono più “melodico”, quello dei Growing Concern di oggi, ma non per questo meno estremo: sia per quanto riguarda la voce cruda e rabbiosa di Massimo Corona (un tempo bassista) che nei sapienti abbracci di sezione ritmica (Davide Mancini e Gianni Pantaloni) e chitarra abrasiva e lancinante (Andrew Mecoli). E proprio questa coerenza concettuale, unita alle notevoli doti compositive e interpretative dei musicisti e al coraggio da essi dimostrato nel voltare almeno parzialmente pagina, fa sì che all’ensemble sia dovuto quantomeno rispetto; ai numerosi aficionados del miglior hardcore l’invito a non fermarsi lì e a tributare a Never Fades Away le meritate ovazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.304 del 5 maggio 1998

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Alieni (2014-2017)

Ultimi iscritti nella “punk hall of fame” romana, gli Alieni sono una band molto, molto particolare. Indipendentemente da quanto dureranno, hanno già lasciato una traccia, e non c’è dubbio che, tra gli autentici appassionati del genere, se ne parlerà anche in futuro.

Toy Boy (Rave Up)
Le nuove creature infernali vomitate da Roma hanno un look volutamente esagerato e propongono un punk‘n‘roll “metallico” suonato con durezza granitica e velocità mozzafiato. Lerci, depravati e cattivissimi, gli Alieni picchiano come fabbri e hanno una cantante che sputa testi (in italiano) con tale acidità da rischiarci gola e tonsille. A seconda dei gusti e delle attitudini, la cosa più fantastica o più disgustosa del mondo; facile, per chi mi conosce un minimo, immaginare da che parte io stia.
Tratto da Blow Up n.199 del dicembre 2014

Brucia la città (White Zoo)
A circa due anni dal devastante 45 giri d’esordio Toy Boy, gli Alieni sono tornati con un intero album che li conferma realtà quantomeno inusuale; non circolano infatti molte band dedite a un sound dove punk compatto e veloce, street rock e sfumature hard & heavy si legano a testi – in italiano – che esprimono per lo più malessere, cantati con voce femminile acutissima e ferocissima. Va da sé che la formula non è di quelle che mettono d’accordo tutti, e che anche amando alla follia il r’n’r più brutale e lancinante si possa trovarla troppo fuori dalle righe, ma è innegabile che il quartetto romano trasmetta un’impressione di compattezza e fiducia nel proprio progetto in grado di renderlo autorevole. Curiosità: del singolo è stato riproposto in versione differente solo il retro, e l’unica cover è quella di Confessione, un brano – peraltro già piuttosto grintoso nella versione originale – del gruppo progressive Biglietto per l’Inferno.
Tratto da Blow Up n.226 del marzo 2017

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Transex (2003-2005)

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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Nighters – Klaxon – Stigma

Escludendo gli Uniplux, che per vari motivi (li trovate in quest’altro post) costituiscono un caso a sé, quelli qui presentati sono il terzo, il quarto e il sesto documento a 45 giri del punk romano (il quinto è degli High Circle, ma me ne occuperò altrove), a seguire gli EP di Bloody Riot e Shotgun Solution. All’epoca, naturalmente, scrissi di tutti e tre, anche se dell’ultimo con qualche mese di ritardo.

Nighters
Drop Down Dead
(New Rose)
Terza formazione punk romana a uscire allo scoperto con un 7”EP contenente quattro brani sono i Nighters, capitanati dall’ex Shotgun Solution Robertino, cantante e bassista. Dal punto di vista sonoro, il gruppo si allaccia al più tipico punk rock britannico (primi Clash, Stiff Little Fingers…) e si rivela abilissimo nell’intepretare in modo rapido e trascinante brani assai validi sotto il profilo compositivo, anche se inevitabilmente prevedibili nelle strutture. Drop Down Dead, pubblicato con il marchio di una New Rose che non è quella New Rose lì, è dunque un EP ottimamente realizzato, nel quale i Nighters dimostrano di possedere buone capacità tecniche e un feeling non comune nel proporre un sound potente e compatto; unico difetto, se di difetto si può parlare, è la scarsa originalità delle canzoni, ma il debutto dei quattro romani è ugualmente da considerare molto positivo e appassionante. Dopo Bloody Riot e Shotgun Solution, anche i Nighters ribadiscono la varietà e la validità della scena punk capitolina, negli ultimi tempi in fase di crescita; non esitate, perciò, a procurarvi questo disco, fatto con il cuore oltre che con il cervello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.75 dell’aprile 1984

Klaxon
The Kids Today
(Klaxon)
Dopo parecchi contrattempi, anche la punk band romana Klaxon è riuscita finalmente a pubblicare il suo 7”EP, seguendo l’esempio di Bloody Riot, Shotgun Solution e Nighters. Il gruppo, composto da tre elementi, si ispira al punk stile ’77 (alla primi Clash) e alterna il canto in inglese a quello in italiano. Di questo disco fanno parte cinque canzoni dinamiche e abbastanza trascinanti, un po’ datate ma nel loro genere, ben realizzate; colpisce, il particolare, Prisoners, quattro minuti di sonorità coinvolgenti che riportano la mente a un periodo punk sicuramente più “puro” dell’attuale. Nonostante qualche imprecisione tecnica, l’EP si fa ugualmente apprezzare, e sono certo che i numerosi nostalgici di un suono mai dimenticato troveranno la sua relativa grezzezza e il suo feeling “primitivo” assai più stimolante di tante proposte hardcore piatte e insignificanti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

Stigma
Stigma
(Rat Race)
Un altro disco formato sette pollici, con quattro pezzi: a proporlo sono i romani Stigma, una delle band al momento più attive del circuito punk capitolino, dell’organico dei quali fa parte il bassista dei Bloody Riot, Alex Vargiu. Nell’EP, sebbene la registrazione un po’ “amatoriale” pregiudichi (solo parzialmente) il risultato finale, il gruppo si segnala come abile artefice di un punk “caldo” e graffiante, relativamente personale anche se non del tutto maturo sotto il profilo compositivo. Staremo a vedere; nel frattempo, l’inizio è abbastanza incoraggiante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

 

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Taxi (2001-2007)

I Taxi sono la band dalla quale, a seguito della scomparsa del batterista Francesco, sono nati gli oggi popolarissimi Giuda. Al di là dei consensi raccolti dal nuovo gruppo, i ragazzi erano straordinari, una delle migliori realtà punk romane (e italiane) di sempre; per fortuna, a testimoniarne le qualità, rimangono due album e quattro 45 giri, i primi due contenenti anche brani che non sarebbero stati ripresi sugli LP. Di questi dischi scrissi, con grande piacere, al tempo dell’uscita.

Eat Me (Hate)
Alle tradizioni del punk-rock filo-americano più rabbioso e convulso sono legati i Taxi, che nei quattro minuti del loro singolo d’esordio – contenente due brani, Eat Me e My Fingers – mettono in luce una brillante verve compositivo-interpretativa che si spera di vedere presto confermata da un nuovo prodotto discografico. L’incisione del 45 giri dal quartetto, originario dell’hinterland romano, risale infatti al lontano dicembre 1999, e sarebbe proprio un peccato se rimanesse senza seguito. Una piccola gemma, stampata ovviamente in tiratura molto ridotta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.440 dell’1 maggio 2001

I’m Dead (Hangover)
Circa un paio d’anni dopo Eat Me, i Taxi ritornano con un nuovo 7 pollici di pregevole fattura, fortemente legato alle radici del ‘77 e influenzato – pur vantando caratteristiche di entrambe – più dalla “scuola” americana che da quella britannica. Nel complesso meno grezzo e selvaggio rispetto alla precedente prova, anche a causa dell’incisione nettamente più curata, il quartetto romano prosegue dunque brillantemente il suo discorso, dedicandosi con freschezza e entusiasmo a un punk-rock già ascoltato infinite volte ma che comunque ci piace definire “classico” piuttosto che “revivalistico”. Secchi, energici e trascinanti, I’m Dead, Je tombe en bas e R & R Is All I Want sono tre ottime ragioni per attendere con una certa impazienza il primo album della band, annunciato entro la primavera per un’etichetta statunitense.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Like A Dog (Dead Beat)
A seguire due apprezzati 7 pollici, anche per i Taxi è giunta l’ora del cosiddetto esordio adulto, edito sotto forma di album 33 giri – sacro vinile, quindi: che il dio del rock’n’roll ce lo conservi ancora a lungo – da un’agguerrita etichetta di Los Angeles. Registrato circa un anno fa, Like A Dog è l’ideale cartina al tornasole della crescita del quartetto romano, che passo dopo passo ha imparato a convogliare la sua naturale irruenza in brani sempre più elaborati sul piano formale (ma senza che ciò ne soffochi la carica animalesca) e sempre efficacissimi dal punto di vista dell’impatto fisico ed emotivo: undici tracce mai particolarmente veloci nell’esecuzione, ma non per questo povere di compattezza e grinta, che rileggono soprattutto le nobili tradizioni del ‘77 più concreto e meno sotto le luci dei riflettori, quello della provincia americana e della Gran Bretagna extra-Londra.
Una storia da “magnifici perdenti”, insomma, racccontata attraverso dieci episodi autografi e una cover di Rabies Is A Killer della cult-band dei ‘70 Agony Bag (riproposta anche, in tempi abbastanza recenti, dai Death SS: in certi casi, punk e metal non sono poi così lontani) con estrema competenza della materia e con l’approccio sanguigno che occorre per valorizzarla al meglio; e un album di notevole spessore, almeno rispetto ai canoni del genere, che surclassa per energia e freschezza compositiva molta dell’attuale produzione punk d’Oltremanica e d’Oltreoceano. Quanti avevano messo in pensione il caro, vecchio giradischi faranno bene a spolverarlo e a controllare lo stato d’uso della
puntina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Yu Tolk Tu Mach
(Gonna Puke)
Già titolari di alcuni singoli e di Like A Dog, edito nel 2003 dall’americana Dead Beat, i Taxi giungono al secondo album un po’ cambiati: non feroce punk-rock settantasettino, bensì una formula sempre energica e incisiva nel quale lo stile originario si rivela però ottimamente ibridato con hard e power-pop. Dieci tracce, fra le quali un’oscura cover della cult-band inglese Agony Bag (dopo la “famosa” Rabies Is A Killer del precedente disco) e una sorprendente, brillante Qui est in, qui est out di Serge Gainsbourg, che ardono di vivacità e passione, eseguite in modo secco e compatto e impreziosite dall’eccellente voce di quel Tenda che – provare per credere – è anche uno dei migliori frontman rock italiani di sempre, forte di un’assoluta, travolgente naturalezza nel porsi come “animale da palcoscenico”. Fa bene, il titolo, a invitare al silenzio: meglio alzare il volume e lasciarsi spettinare dalle vibrazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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Elektroshock (1979)

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione). Continua a leggere

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