Articoli con tag: punk e dintorni

Il disco più strano che ho (2)

Qualcuno mi ha detto che questa dei dischi strani, non per la musica che contengono ma per il modo in cui sono confezionati, è proprio un’idea carina, che merita uno sviluppo “seriale”. Così, a vari mesi dal singolo degli Shadowy Men On A Shadowy Planet, ecco un’altra bizzarria. Si tratta di un 45 giri dei Tampax di Pordenone, pubblicato appena quattro anni fa dalla Rave Up e al momento ancora acquistabile a prezzi più o meno popolari, la cui caratteristica particolare è il formato del buco: non rotondo (grande o piccolo), bensì a forma di… sì, esatto, la firma “ufficiale” di Ado Scaini, leader del gruppo assieme a Willy Gibson. Come lo si ascolta? Beh, con un minimo di impegno non è difficile posizionarlo correttamente sul piatto, ma ovviamente è più pratico utilizzare l’apposito “centrino”, pure quello della stessa forma; la cosa fantastica è che l’oggetto in questione non era venduto assieme al disco, ma doveva essere richiesto alla band. Su un lato dell’adattatore c’è il numero progressivo (la tiratura dovrebbe essere di 400 copie), sull’altro (come si può vedere qui) la firma di Ado. Il titolo esplicito del pezzo del lato A è in bella mostra sulla copertina anteriore.

Annunci
Categorie: cazzeggi | Tag: | 1 commento

Pins (4)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80 e quella della Italian Records, ecco dieci spillette di punk fine ’70: almeno Radio Birdman, D.O.A., Destroy All Monsters e Sonic’s Rendezvous Band sono una bomba.

Categorie: cazzeggi | Tag: | Lascia un commento

Pins (2)


A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, eccone una di punk californiano fine ’70/primissimi ’80.

Categorie: cazzeggi | Tag: | Lascia un commento

Erode

Mi capita abbastanza spesso di imbattermi per puro caso in recensioni scritte anche decenni prima e totalmente rimosse dalla memoria; più che comprensibile, specie quando – come qui – si parla di una band che ha pubblicato un solo album. Però, se il livello dell’album è questo, condividere certi pensieri diventa un dovere morale; lo feci all’epoca, quasi ventidue anni fa, diffondendoli tramite due riviste dovere, e lo rifaccio oggi qui sul blog.

Tempo che non ritorna
(Gridalo Forte)
Gli Erode, purtroppo, si sono sciolti, seppur gridando forte la loro rabbia e la loro voglia di reazione costruttiva. A mo’ di testamento spirituale ci hanno lasciato un album di straordinaria forza, che attraverso suoni e parole affilati come lame e pesanti come macigni rinnova il mito di un punk inteso come strumento di lotta sociale e di risveglio delle coscienze; un punk che sotto il profilo musicale si ispira all’hardcore più o meno melodico dei primi anni ‘80 – dalla California dei Bad Religion all’Inghilterra di 4 Skins e Infa Riot – ma che nonostante la sua impronta tradizionalista si rivela maledettamente attuale e sovversivo. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

Joe Strummer, 1981

Serie “Fotografie”, n.6
Stadio Comunale di Firenze, 23 maggio 1981. Il mio secondo concerto dei Clash, dopo quello del giugno 1980. Se devo essere sincero ricordo pochissimo, giusto che lo spettacolo mi parve anche migliore del precedente e che mi divertii un sacco, anche per la presenza di tanti amici (tra i quali uno che non c’è più e al quale penso spesso con simpatia e nostalgia, Ernesto De Pascale). Dopo l’evento, i camerini erano affollatissimi, e se anche riuscii a scambiare due parole con qualcuno dei musicisti (cosa non scontata: di solito in questo genere di situazioni mi limito a guardare e ascoltare, e tuttora è così), non ne ho proprio memoria. DI sicuro non scattai foto-ricordo con nessuno, ai tempi non si usava, e ripensandoci mi chiedo se qualcuno degli altri muniti di macchine, professionali e non, abbia magari uno scatto nel quale faccio (non troppo bella) mostra di me in quel contesto, nel fiore dei ventuno anni compiuti da un mese. Comunque sia, ero lì. E con tutto che all’epoca i Clash non fossero la mia band preferita (intendiamoci, erano grandissimi, ma per qualche ragione li vedevo ormai troppo famosi per essere anche davvero “duri e puri” come secondo me dovevano essere tutti i rocker autentici), Joe Strummer mi sembrava una specie di divinità. La foto qui sopra, “rubata” e non in posa, non gli rende giustizia, ma pazienza.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980

Categorie: fotografie | Tag: | 2 commenti

Rob Younger, 1986

Serie “Fotografie”, n.4
Visto che in questi giorni in tanti parlano (giustamente) dei Radio Birdman, mi sembra appropriato continuare la serie con questo scatto di Rob Younger, della stessa session di quello che ho proposto qualche settimana fa solo su FB; a differenza di quello, però, era già noto, in quanto pubblicato sul Mucchio a corredo di questa intervista. Purtroppo, il servizio fotografico ebbe problemi, dei quali ovviamente mi accorsi solo al ritiro delle diapositive: per ragioni ignote (rullino deteriorato, un errore nel procedimento di sviluppo, una fesseria fatta da me… boh), tutti gli scatti – quale più, quale meno – sono sbiditi, come “bruciati”, e se sono riuscito a renderne decenti cinque o sei è solo grazie a Photoshop e alla pazienza.
La session si svolse il 19 agosto del 1986, nel pomeriggio. Finito il mio turno al Tribunale Militare di Sorveglianza, dove svolgevo il servizio di leva, salii sulla mia Fiat Ritmo e andai a Firenze – per la precisione, a Calenzano – dove Rob Younger si trovava, assieme al sound engineer Alan Thorne, per produrre l’album The Orphans Parade dei City Kids allo Studio Emme. Intervista, foto, saluti e via di nuovo a Roma, dato che la mattina seguente dovevo continuare a servire lo Stato. Avrei poi incontrato altre volte Rob, ma quella fu la prima.

Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979

Categorie: fotografie | Tag: , | Lascia un commento

Dead Kennedys, 1981

Serie “Fotografie”, n.2
L’8 ottobre del 1981 i Dead Kennedys suonarono a Roma e curiosamente – per modo di dire: questioni di accordi/convenienze tra promoter e gestori di locali – lo fecero al Much More, nel quartiere Parioli, una classica discoteca modaiola che con il punk non c’entrava nulla. Fu una serata non proprio tranquilla, e non solo perché un paio degli Shotgun Solution, la band di supporto capitolina scelta da Jello Biafra a una sorta di contest tenutosi la sera prima in un club underground chiamato Tube, furono picchiati dai tizi del cosiddetto servizio d’ordine; la situazione era delirante, con decine di persone che salivano sul palco creando danni all’impianto e impedendo di fatto ai musicisti di suonare. Tanti ricordano quel concerto come straordinario ma io, come scrissi anche in sede di recensione, ho impresso nella memoria solo un enorme caos a ogni livello. Avevo vent’anni e divertirmi certo non mi dispiaceva, ma una cosa è star bene pogando e facendo sano casino e un’altra è trasformare un’occasione più unica che rara in una gazzarra invivibile per tutti i presenti.
Nel mio archivio, l’evento “Dead Kennedys a Roma” è documentato da parecchi scatti, ma la massima parte di essi immortala i ragazzi in posa (molti a Piazza S. Pietro). Qui, invece, ne propongo uno dei pochissimi relativi allo show, non proprio nitido (ero lontano e le luci lasciavano a desiderare) ma decisamente eloquente: quello che vedete, con Jello Biafra al centro, non accadeva davanti al palco, bensì sul palco.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981

Categorie: fotografie, memorie | Tag: | Lascia un commento

45 Grave

Nei primi ’80 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a interessarsi con estrema attenzione alla scena underground americana, con una particolare passione per quella fiorita in California. Reperire i dischi “minori”, ovvero opera di band non (ancora?) emerse era problematico ma io ci riuscivo quasi sempre, e dunque oggi mi ritrovo con l’archivio pieno di articoli su gruppi poi divenuti di culto. Uno, “parallelo” ai Vox Pop, erano i 45 Grave, che in carriera hanno pubblicato un unico, vero album; in questa pagina ho raccolto quasi tutto ciò che ho scritto su di loro a partire dal 1982.


Per la Bemisbrain Records, etichetta personale dei Modern Warfare, è uscita un’ottima compilation dall’esp1icativo titolo Hell Comes To Your House, cui hanno partecipato formazioni californiane più o meno conosciute. Nella facciata B i 45 Grave impressionano notevolmente con tre canzoni ricche di perversione e malvagità, infarcite di quel senso “dark” e dell’orrido che ultimamente ha trovato molti seguaci sulla West Coast. Più pacata Evil, più violenta Concerned Citizen (dal repertorio dei Consumers, uno dei primi gruppi punk dell’area di L.A., rimasto purtroppo senza documentazione discografica) e stupenda 45 Grave, vero inno del gruppo della cantante Dinah Cancer, del chitarrista Paul Cutler (già nei Consumers, appunto) e dell’ex Germs Don Bolles. Del quintetto è anche da segnalare il singolo Black Cross/Wax (Goldar Records), il cui stile non si distacca da quello degli episodi della raccolta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982

Sleep In Safety
(Enigma)
È un vero peccato, va detto, che i 45 Grave, pionieri californiani del gothic punk abbiano confezionato il loro 33 di debutto solo dopo che decine e decine di altre formazioni di mezzo mondo ci abbiano riempito il cervello di visioni apocalittiche, immagini macabre e funeree, demoni, streghe e via enumerando. Peccato, perché questo Sleep In Safety corre il rischio di essere lasciato in disparte come prodotto poco significativo, nonostante i suoi autori siano ormai da parecchi anni uno dei cardini del movimento “dark” statunitense. Dal punto di vista sonoro, il disco offre indubbiamente numerose attrattive, vuoi per la versatilità compositiva e interpretativa del gruppo (in cui militano l’ex Germs Don Bolles, l’ex Screamers Paul Roessler, l’acida cantante Dinah Cancer, il chitarrista Paul B. Cutler e il bassista Rob Graves, tutti personaggi assai noti dalle parti di Los Angeles), vuoi per l’indubbio potenziale “magnetico” di certi brani, vuoi anche per l’originalità di un sound derivato dal punk ma spesso scosso da efficaci divagazioni nel metal e nel dissonante. Non mancano, naturalmente, i difetti, primo fra tutti una tendenza eccessiva allo shock più brutale che scade a tratti quasi nel patetico (tali considerazioni riguardano comunque solo i testi), ma Sleep In Safety rimane in ogni caso un lavoro personale, interessante e dotato di spunti notevolissimi, sicuramente imperdibili per i cultori del rock oscuro e tenebroso. L’altro grande difetto è il prezzo di quasi 20.000 lire, “grazie” alla corsa verso l’alto del dollaro. Valutate voi se conviene tentare l’acquisto a scatola chiusa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.74 del marzo 1984

Autopsy
(Restless)
Nell’attuale clima di recupero di preziosi cimeli del miglior punk rock non c’è affatto da meravigliarsi che la Restless abbia voluto riesumare vecchie incisioni (in massima parte inedite) dei 45 Grave, formazione californíana che nella prima metà degli anni Ottanta fu artefice di un dark-punk assai originale ed espressivo; infatti, al di là delle sue relative implicazioni “commerciali” – il chitarrista e leader del gruppo, Paul B. Cutler, è oggi il principale sodale di Steve Wynn nei Dream Syndicate – la pubblicazione di questo Autopsy va intesa come un vero e proprio omaggio alla carriera di una band misconosciuta, che non sempre è stata in grado di offrire, nelle sue prove discografiche, testimonianze interamente attendibili del suo valore e della sua genialità.
Sottotitolato Retrospectives And Rarities, quest’album riporta alla luce le prime tre composizioni pubblicate dal gruppo (Black Cross e Wax, dal singolo di debutto, e Riboflavin-F1avoured, Non-Carbonated, Polyunsaturated Blood, dalla raccolta Darker Scratcher) e presenta su vinile altri dodici brani dei quali solo Dream Hits, Partytime e Surf Bat erano già apparsi in versioni differenti; le registrazioni, non impeccabili ma comunque di buona qualità, sono antecedenti alla trasfonnazione in chiave kitsch del sound del1’ensemble e mostrano i 45 Grave in una veste quasi sempre violenta e corrosiva, meno elaborata rispetto alle loro altre produzioni (l’album Sleep in Safety e i 12 pollici Phantoms e School’s Out) ma di sicuro più ricca di spontaneità e forza trascinante. Oltre all’indiscutibile talento di Paul Cutler, il disco evidenzia le doti di Dinah Cancer, una cantante davvero acida e brutale, la potenza e il tiro della sezione ritmica di Don Bolles (batteria, ex Germs) e Rob Ritter (basso, ex Bags e Gun Club) e gli interventi del secondo chitarrista Pat Smear, anch’egli proveniente dai mitici Germs; specie nella prima facciata, che comprende in massima parte stralci del repertorio dei Consumers (formazione pre-45 Grave nella quale hanno militato Cutler, Ritter e Bolles), il quintetto propone irresistibili inni violenti e viscerali, bilanciati nella seconda da episodi più eterogenei quali Surf Bat (il titolo è assai esplicativo), Wax (una litania malata) e Partytime (un allucinato “hardcore-metal-dark”). Su tutti i solchi, comunque, aleggiano atmosfere inquietanti e riferimenti macabro-esoterici: gli stessi elementi che, uniti alla bontà delle trame musicali e al look terrificante dei musicisti, hanno dato ai 45 Grave l’attenzione di critica e pubblico nella Los Angeles underground del periodo 1980-1984. Un grande 33 giri di punk rock atipico e devastante, e non solo un feticcio di esclusivo valore collezionistico e documentale, a disposizione di chi non ha timore di dissotterrare spoglie mortali alla ricerca di piccoli tesori. Avventurarsi nella necropoli dei 45 Grave sarà un’esperienza prodiga di soddisfazioni.
Tratto da Rockerilla n.90 del febbraio 1988

Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

Plasmatics (live 1981)

Qualche settimana fa, in una conversazione su Facebook, qualcuno ha rievocato il “mitico” concerto dei Plasmatics al Piper di Roma. Si sa che di solito il tempo rende migliori i ricordi ed è logico che più di trentasette anni dopo la mia memoria abbia mantenuto dell’evento nulla più di qualche flash; mi fido allora della recensione, non esattamente un’esaltazione, che scrissi a caldo. Questa.
Piper ’80, Roma, 30/1/81
Che questo concerto non fosse nato sotto buoni auspici lo si era capito già dal 29, quando per via di contrattempi vari gli strumenti non erano giunti a destinazione, costringendo il gruppo a esibirsi con un giorno di ritardo rispetto ai programmi. In verità l‘arrivo a Roma dei Plasmatics, noti per essere stati banditi dai palcoscenici britannici a causa dei loro show esplosivi (nel vero senso del termine), era un avvenimento che almeno sulla carta meritava attenzione, tanto che il Piper ’80, nonostante l’orario non certo comodo (le 18) era pieno come un uovo. Molto prima dell’inizio già si sapeva che dallo spettacolo era stato eliminato lo scoppio dell’automobile; del resto, con l’aria che tira qui da noi, non sarebbe stato saggio ricorrere a espedienti del genere, specie considerando l’inefficienza del locale a ospitarli a causa delle sue ridotte dimensioni. L’ingresso al Piper è poi stato assai difficoltoso, sia perché la polizia perquisiva più volte quelli che entravano, sia perché gli organizzatori avevano predisposto le cose in modo da impedire l’accesso gratuito a chi doveva lavorare (compresi alcuni inviati della RAI che dovevano collegarsi in diretta con “Combinazione Suono”), costringendo così i non raccomandati a sborsare le 7.000 lire del biglietto.
Per l’intera durata del concerto circa settanta minuti, i Plasmatics hanno suonato senza un attimo di interruzione, proponendo tutto il loro repertorio abituale; la cantante Wendy Williams ha dato spettacolo, presentandosi prima in mutande e reggiseno bianchi con cerotti sulle gambe e successivamente con un ridotto slip tipo leopardo e schiuma da barba a coprire parzialmente le nudità toraciche. La frontwoman si è rivelata instancabile, esibendosi in una serie di “numeri” di sicuro effetto: mimica di atti sessuali, sguardi languidi ai ragazzi delle prime file, distruzione di un televisore, salti, capriole e danze tribali, sotto il vigile sguardo di un tale vestito da macellaio adatto alla riparazione dei danni causati a microfoni, aste, cavi e quant’altro. Alla fine l’intrepida Wendy ha fatto saltare in aria alcune casse, ha segato in due una chitarra e si è rifugiata dietro le quinte con i suoi compagni mentre un’intera fila di riflettori crollava sul palco con grande fragore. Superato il momento di sbigottimento generale, i commenti hanno cominciato ad intrecciarsi, con giudizi quasi unanimi: strumentisti veloci, certo un po’ limitati ma comunque buoni interpreti di sonorità rozze e immediate, cantante scadente e effetti scenici di dubbio gusto utili solo per sviare l’attenzione dei presenti dalla generale pochezza musicale della band. I Plasmatics sono un gruppo normale che suona una via di mezzo fra punk ed heavy-metal, che per differenziarsi dagli altri ha ideato uno spettacolo sconvolgente, con trovate artisticamente nulle ma di sicura presa sul pubblico; tutto dà però l’impressione di essere troppo artefatto, senza la minima spontaneità e quindi facilmente prevedibile. Nonostante i suddetti aspetti negativi, non posso dire di essermi annoiato: sono però molto scettico sulle possibilità della formazione di poter andare avanti a lungo per questa strada, ricca di goliardia spicciola e povera di sostanza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981

Categorie: recensioni live | Tag: | Lascia un commento

Cut (2000-2010)

Proprio ieri ho ricevuto dalla sempre lodevole Area Pirata la ristampa in CD (con accluso codice per scaricare svariate tracce bonus) di A Different Beat, un vecchio album dei Cut risalente al 2006. Inevitabile dragare l’archivio alla ricerca di cosa avessi scritto della band bolognese, con la soddisfazione di aver trovato tanto e una certa sorpresa nello scoprire che l’unica recensione della quale ero più che sicuro – quella dell’esordio Operation Manitoba, AD 1998 – in realtà non è mai esistita; sapevo invece di non essermi occupato degli ultimi due dischi del gruppo, il vinile The Battle Of Britain del 2011 e l’ultimo Second Skin (2017). Ecco allora ciò che ho pubblicato in tempo reale sui Cut dal 2000 al 2010: la loro intera produzione del periodo, compreso l’A Different Beat di cui sopra. Al di là dei discorso sulla musica, riveste particolare interesse la prima recensione, che apre una finestra su un mondo oggi antichissimo.

Contact
(Gamma Pop-Vitaminic)
La copertina dei Cut qui riprodotta, in realtà, non esiste. Cioé, non proprio: esiste come file eventualmente stampabile da accoppiare a un “singolo” anch’esso virtuale, almeno come supporto discografico: le due tracce altrimenti inedite che ne fanno parte sono infatti reperibili esclusivamente sul Web nel sito di Vitaminic (la prima è scaricabile gratis, la seconda costa duemila lire); insomma, a meno di ripensamenti o futuri recuperi in qualche antologia, l’ascolto di Contact e Highlights & Glory sarà riservato solo a chi se la sentirà di accantonare (abiurare, per il momento, è per fortuna prematuro) la filosofia dell’oggetto-disco a favore di quella della musica libera da vincoli di carattere fisico/feticistico. Sorprende magari un poco che tale operazione, a quanto mi risulta senza precedenti nell’ambito degli artisti italiani già (relativamente) emersi, veda protagonisti una band come i Cut e un’etichetta come la Gamma Pop, entrambi legati a concetti abbastanza “classici” di suono e strategie: il quartetto bolognese, che tutti ricorderete titolare dell’eccellente album Operation Manitoba, è infatti dedito ad una proposta di scuola punk’n’roll, mentre la label emiliana ha addirittura in catalogo un paio di lavori in vinile… Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Vox Pop (non l’etichetta)

Come da titolo, il tema qui affrontato non è la storica etichetta milanese degli anni ’90, quella di Afterhours, Africa Unite, Ritmo Tribale e Prozac + (tra gli altri), bensì una oscurissima band californiana dei primi anni ’80 della quale ho avuto il privilegio di recensire in tempo reale i soli due dischi (un singolo e un EP) oltre a un album postumo che in seguito ho poi scoperto essere un (mezzo?) bootleg, ma chissenefrega. Questo è quanto, nel prossimo futuro ribatterò con i loro “gemelli” 45 Grave.

Cab Driver
(Bad Trip)
Esordio per i Vox Pop, i componenti dei quali dividono la propria attività con un’altra band (presente nella compilation Darker Scratcher) chiamata 45 Grave. Il suono dei primi si distacca però nettamente da quello dei secondi, almeno a giudicare dai brani finora editi su disco; non più sonorità strane, con ritmo cantilenante e voci nasali, ma una musica compatta e violenta, dotata però di indiscussa originalità e di trovate molto interessanti. C’è chi vi ha trovato qualcosa di Blue Cheer, Velvet Underground, Faust e Black Sabbath e in effetti i paragoni possono essere calzanti per due brani perversi e cupi come Cab Driver e Just Like Your Mom, che fanno di questo singolo una delle più piacevoli sorprese, californiane e non, degli ultimi tempi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.38 del febbraio 1981

The Band The Myth The Volume
(Mystic)
Secondo vinile per i Vox Pop, una delle principali band di culto californiane, nelle cui fila militano personaggi cone Don Bolles (ex Germs), Dinah Cancer e Paul B. Cutler (entrambi anche nei 45 Grave). A seguire l’eccellente singolo Cab Driver, in questo 12”EP il gruppo offre un altro saggio delle sue capacità di destreggiarsi fra sonorità malate e perverse, avvolte in atmosfere abrasive e intrise di paranoia. Piuttosto che cimentarsi con l’hardcore punk più sfrenato come la maggior parte dei colleghi dell’area di Los Angeles, qui i Vox Pop preferiscono proporre tre canzoni lunghe, lente e tenebrose, dotate di enorme forza di impatto a livello emotivo e non di brutalità e immediatezza fisica. Buon disco, anche se nel complesso inferiore al precedente 45 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.54 del luglio/agosto 1982

More Drugs Than Elvis
(Very Bad Trip)
Se la vostra attenzione di appassionati si è rivolta alla scena californiana di quindici e più anni orsono, dovreste aver conosciuto i Vox Pop: magari non direttamente, vista la cronica irreperibilità dei loro dischi (il singolo Cab Driver e il 12”EP The Band, The Myth, The Volume, più varie partecipazioni a raccolte), ma almeno per sentito dire; ben quattro dei sei musicisti che facevano parte dell’ensemble di Los Angeles vantano infatti una certa fama a livello non solo underground: Don Bolles per il suo passato in Germs e Consumers, Paul B. Cutler come chitarrista di 45 Grave e Dream Syndicate, Dinah Cancer per il suo ruolo di frontwoman negli stessi 45 Grave e Jeff Dahl in virtù delle sue infinite esperienze stabili e collaborazioni estemporanee come solista e in seno a svariate band (una su tutte, Angry Samoans).
Giunge dunque quantomai gradita la pubblicazione a 33 giri di queste vecchissime session radiofoniche (KPFK, 1980) che mostrano il gruppo nella prima fase della sua attività: undici episodi in massima parte inediti – ci sono comunque Cab Driver e Just Like Your Mom, entrambi nel 45 giri di debutto, e Production, uno dei tre titoli dell’EP – dove l’indole sovversiva dei Vox Pop è sviluppata come da copione in un sound crudo e spigoloso che fonde rabbia e immediatezza punk con allucinate velleità sperimentali e scampoli di tradizione (non a caso nella scaletta è compresa una perfida Heroin di Lou Reed/Velvet Underground. Un suono, insomma, decisamente rivoluzionario per l’epoca in cui è stato concepito, che giustifica l’epigrafe “there is no Sonic Youth, there is only Vox Pop” apposta sul retrocopertina; e che merita senza dubbio almeno un accurato ascolto, se non altro per gratificare questi sfortunati precursori con un minimo di meritatissima gloria postuma.
Tratto da Bassa Fedeltà n.1 del maggio/giugno 1997

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Human Race (2017)

Il mio primo contatto con gli Human Race avvenne grazie a un concerto dei Saints ai quali il quartetto romano faceva da spalla. Rimasi subito folgorato dal loro “classic punk” e ogni disco realizzato dal gruppo – due singoli e un album, tutti disponibili solo in vinile – ha confermato, se non rafforzato, l’ottima impressione iniziale.

Negative
(Dead Beat)
Sì, certo, il ’77 è roba di quarant’anni fa, ma questo non significa che il favoloso sound di quei giorni irripetibili, a base di voce cattiva, chitarra, basso e batteria stretti in un abbraccio ruvido e vigoroso non sia ancora in grado di lasciare il segno. Importa qualcosa che a offrirlo siano ragazzi che al tempo non erano neppure nati? Nient’affatto, se genuinità e ispirazione sono come quelle che prorompono da questo primo album degli Human Race, rimasto alcuni mesi nel cassetto e adesso pubblicato solo in vinile dalla stessa etichetta americana che nel 2003 diede alle stampe Like A Dog dei Taxi (i futuri Giuda). Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Punk! (dieci anni dopo)


Sono passati esattamente dieci anni dall’uscita di “Punk!”, che – senza nulla voler togliere ai numerosi altri – è il mio “libro della vita”. Tuttora in catalogo, è un volume di grande formato (21,5×28) di 266 pagine in carta pesante, con tanto testo e tante foto, venduto ad appena 24,50 € (di listino) grazie alla lodevole politica commerciale della Giunti. È un libro dal taglio unico, per l’Italia e (a quanto mi risulta) per il resto del mondo: non perché si concentra solo sul primo punk, quello dei ’70, ma perché prende in esame la nascita, lo sviluppo e le produzioni discografiche delle varie scene locali, non limitandosi ai soliti nomi arcinoti ma citando tutti coloro che all’epoca incisero almeno un 45 giri. La trattazione è suddivisa in diciotto capitoli abbastanza omogenei per lunghezza, dedicati nell’ordine a New York, Londra, Manchester, Scozia e Irlanda, L’altra Inghilterra, Boston, Los Angeles, San Francisco, Ohio, Detroit, Texas, L’altra America, Canada, Australia e Nuova Zelanda, Francia, Scandinavia, L’altra Europa e Italia. Ne vado molto più che orgoglioso e sono molto contento che in questi dieci anni sia entrato in parecchie migliaia di case, divenendo una pubblicazione “di riferimento” per ogni interessato alla materia. Ci lavorai per circa tre anni rubando ogni ritaglio di tempo all’ordinaria amministrazione, e ricordo come di frequente consultassi la Rete per rassicurarmi che nessuno, più all’estero che qui, avesse approntato un’opera simile, cosa che mi avrebbe poi qualificato come “copione”. Non è andata così e “Punk!” è rimasto one of a kind; e, come volevo, sempre attuale, perché la storia del primo punk è quella e non potrà certo essere cambiata, benché in questi dieci anni sul mercato siano apparse molte ristampe estese e lavori confezionati con materiali d’archivio anche inediti.

Categorie: presentazioni | Tag: | 17 commenti

Rage Against The Machine

Dopo l’intervista a Tom Morello che si può leggere qui, realizzata nel 1999, ecco la miglior selezione possibile di quanto ho scritto in tempo reale dei Rage Against The Machine, una delle band-cardine degli anni ’90. Nell’ordine: recensione dell’esordio, breve retrospettiva dell’epoca del terzo album che accompagnava un’intervista non mia, recensioni del terzo e quarto album nonché di un live postumo. Mancano i commenti d’epoca alla seconda prova (Evil Empire) e ad altri DVD in concerto, ma direi che ci si può accontentare. Degli Audioslave si può leggere qui, dei dischi solistici di Tom Morello, invece, qui.

Rage Against The Machine
(Epic)
Siamo ormai arrivati al crossover dei crossover. Alla sintesi delle sintesi. All’abbattimento dei confini di genere, insomma, per l’edificazione di un sound la cui “novità” non è inficiata dall’evidenza dei suoi elementi costitutivi. E siamo arrivati anche al punto in cui le etichette, così comode per selezionare a priori i dischi da recensire/acquistare, possono divenire talmente ampie da essere, di fatto, inutili. Continua a leggere

Categorie: articoli, recensioni | Tag: , | 1 commento

Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , , | 1 commento

Radio Stars

Non so nemmeno io per quanto tempo non ho ascoltato i Radio Stars. Forse una decina d’anni, se – come mi sembra sensato – mi rinfrescai la memoria quando stavo preparando il mio librone Punk!, ma nel caso non l’abbia fatto in quel 2007, potrebbe anche essere più di tre decenni. Di sicuro, però, l’ho rifatto alcuni mesi fa per scrivere del loro ricco box antologico targato Cherry Red, e li ho trovati migliori di quanto li ricordassi. La recensione qui a seguire è un po’ più lunga di quella pubblicata su Classic Rock.

Thinking Inside The Box
(Cherry Red)
Quando si affacciarono sulle scene, nell’infuocata Londra del 1977, i Radio Stars non fecero esattamente scalpore. Il loro r’n’r era corposo e spigoloso come i tempi imponevano ma gli episodi possedevano un’accentuata vena pop, specie per quanto riguarda il canto; inoltre, alcuni dei ragazzi avevano già più di trent’anni e tutti vantavano esperienze discografiche con altri gruppi (Sparks, John’s Children e Jet i più conosciuti), cose che mal si conciliavano con le logiche giovaniliste, dilettantesche e underground tipiche del punk. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Cheetah Chrome Motherfuckers

I CCM, da Pisa, sono stati una delle più grandi band punk italiane degli anni ’80, come provato da una discografia purtroppo non molto nutrita della quale ho avuto il piacere di scrivere in tempo reale con le sole eccezione del 7”EP d’esordio 400 Fascists del 1981, raro già all’epoca (giuro, non riuscii a procurarmene una copia, se non con notevole ritardo), e dell’epitaffio Live In So.36 del 1987 inciso in concerto a Berlino (al posto della recensione feci però pubblicare un’intervista, non mia e quindi non recuperabile in questa sede). L’intera produzione ufficiale del gruppo, meno il live ma con una mezza dozzina di tracce bonus, è stata ora raccolta in un doppio CD o LP confezionato dalla Area Pirata, corredato di note, foto, testi e memorabilia; si intitola The Furious Era 1979-1987 e… insomma, che ve lo dico a fare?

Permanent Scare
(GDHC)
Sebbene sia in circolazione già da qualche mese, vale lo stesso la pena di soffermarsi su questa cassetta volenterosamente assemblata, 50% ciascuno, dai fiorentini I Refuse It! e dai pisani Cheetah Chrome Motherfuckers. Il nastro costituisce, è bene sottolinearlo, uno dei più validi prodotti punk finora diffusi sul mercato italiano: gli I Refuse It sconvolgono con il loro hardcore “sperimentale” alla Meat Puppets, mentre i Cheetah Chrome Motherfuckers appassionano con un hardcore punk valorizzato da qualche influenza metal e da un canto vagamente alla Darby Crash. Un tape a mio parere eccezionale, che chiunque si definisca amante del punk dovrebbe acquistare immediatamente e, di riflesso, amare alla follia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del gennaio 1984
Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)