Articoli con tag: punk e dintorni

Transex

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Nighters – Klaxon – Stigma

Escludendo gli Uniplux, che per vari motivi (li trovate in quest’altro post) costituiscono un caso a sé, quelli qui presentati sono il terzo, il quarto e il sesto documento a 45 giri del punk romano (il quinto è degli High Circle, ma me ne occuperò altrove), a seguire gli EP di Bloody Riot e Shotgun Solution. All’epoca, naturalmente, scrissi di tutti e tre, anche se dell’ultimo con qualche mese di ritardo.

Nighters
Drop Down Dead
(New Rose)
Terza formazione punk romana a uscire allo scoperto con un 7”EP contenente quattro brani sono i Nighters, capitanati dall’ex Shotgun Solution Robertino, cantante e bassista. Dal punto di vista sonoro, il gruppo si allaccia al più tipico punk rock britannico (primi Clash, Stiff Little Fingers…) e si rivela abilissimo nell’intepretare in modo rapido e trascinante brani assai validi sotto il profilo compositivo, anche se inevitabilmente prevedibili nelle strutture. Drop Down Dead, pubblicato con il marchio di una New Rose che non è quella New Rose lì, è dunque un EP ottimamente realizzato, nel quale i Nighters dimostrano di possedere buone capacità tecniche e un feeling non comune nel proporre un sound potente e compatto; unico difetto, se di difetto si può parlare, è la scarsa originalità delle canzoni, ma il debutto dei quattro romani è ugualmente da considerare molto positivo e appassionante. Dopo Bloody Riot e Shotgun Solution, anche i Nighters ribadiscono la varietà e la validità della scena punk capitolina, negli ultimi tempi in fase di crescita; non esitate, perciò, a procurarvi questo disco, fatto con il cuore oltre che con il cervello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.75 dell’aprile 1984

Klaxon
The Kids Today
(Klaxon)
Dopo parecchi contrattempi, anche la punk band romana Klaxon è riuscita finalmente a pubblicare il suo 7”EP, seguendo l’esempio di Bloody Riot, Shotgun Solution e Nighters. Il gruppo, composto da tre elementi, si ispira al punk stile ’77 (alla primi Clash) e alterna il canto in inglese a quello in italiano. Di questo disco fanno parte cinque canzoni dinamiche e abbastanza trascinanti, un po’ datate ma nel loro genere, ben realizzate; colpisce, il particolare, Prisoners, quattro minuti di sonorità coinvolgenti che riportano la mente a un periodo punk sicuramente più “puro” dell’attuale. Nonostante qualche imprecisione tecnica, l’EP si fa ugualmente apprezzare, e sono certo che i numerosi nostalgici di un suono mai dimenticato troveranno la sua relativa grezzezza e il suo feeling “primitivo” assai più stimolante di tante proposte hardcore piatte e insignificanti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

Stigma
Stigma
(Rat Race)
Un altro disco formato sette pollici, con quattro pezzi: a proporlo sono i romani Stigma, una delle band al momento più attive del circuito punk capitolino, dell’organico dei quali fa parte il bassista dei Bloody Riot, Alex Vargiu. Nell’EP, sebbene la registrazione un po’ “amatoriale” pregiudichi (solo parzialmente) il risultato finale, il gruppo si segnala come abile artefice di un punk “caldo” e graffiante, relativamente personale anche se non del tutto maturo sotto il profilo compositivo. Staremo a vedere; nel frattempo, l’inizio è abbastanza incoraggiante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

 

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Taxi

I Taxi sono la band dalla quale, a seguito della scomparsa del batterista Francesco, sono nati gli oggi popolarissimi Giuda. Al di là dei consensi raccolti dal nuovo gruppo, i ragazzi erano straordinari, una delle migliori realtà punk romane (e italiane) di sempre; per fortuna, a testimoniarne le qualità, rimangono due album e quattro 45 giri, i primi due contenenti anche brani che non sarebbero stati ripresi sugli LP. Di questi dischi scrissi, con grande piacere, al tempo dell’uscita.

Eat Me (Hate)
Alle tradizioni del punk-rock filo-americano più rabbioso e convulso sono legati i Taxi, che nei quattro minuti del loro singolo d’esordio – contenente due brani, Eat Me e My Fingers – mettono in luce una brillante verve compositivo-interpretativa che si spera di vedere presto confermata da un nuovo prodotto discografico. L’incisione del 45 giri dal quartetto, originario dell’hinterland romano, risale infatti al lontano dicembre 1999, e sarebbe proprio un peccato se rimanesse senza seguito. Una piccola gemma, stampata ovviamente in tiratura molto ridotta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.440 dell’1 maggio 2001

I’m Dead (Hangover)
Circa un paio d’anni dopo Eat Me, i Taxi ritornano con un nuovo 7 pollici di pregevole fattura, fortemente legato alle radici del ‘77 e influenzato – pur vantando caratteristiche di entrambe – più dalla “scuola” americana che da quella britannica. Nel complesso meno grezzo e selvaggio rispetto alla precedente prova, anche a causa dell’incisione nettamente più curata, il quartetto romano prosegue dunque brillantemente il suo discorso, dedicandosi con freschezza e entusiasmo a un punk-rock già ascoltato infinite volte ma che comunque ci piace definire “classico” piuttosto che “revivalistico”. Secchi, energici e trascinanti, I’m Dead, Je tombe en bas e R & R Is All I Want sono tre ottime ragioni per attendere con una certa impazienza il primo album della band, annunciato entro la primavera per un’etichetta statunitense.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Like A Dog (Dead Beat)
A seguire due apprezzati 7 pollici, anche per i Taxi è giunta l’ora del cosiddetto esordio adulto, edito sotto forma di album 33 giri – sacro vinile, quindi: che il dio del rock’n’roll ce lo conservi ancora a lungo – da un’agguerrita etichetta di Los Angeles. Registrato circa un anno fa, Like A Dog è l’ideale cartina al tornasole della crescita del quartetto romano, che passo dopo passo ha imparato a convogliare la sua naturale irruenza in brani sempre più elaborati sul piano formale (ma senza che ciò ne soffochi la carica animalesca) e sempre efficacissimi dal punto di vista dell’impatto fisico ed emotivo: undici tracce mai particolarmente veloci nell’esecuzione, ma non per questo povere di compattezza e grinta, che rileggono soprattutto le nobili tradizioni del ‘77 più concreto e meno sotto le luci dei riflettori, quello della provincia americana e della Gran Bretagna extra-Londra.
Una storia da “magnifici perdenti”, insomma, racccontata attraverso dieci episodi autografi e una cover di Rabies Is A Killer della cult-band dei ‘70 Agony Bag (riproposta anche, in tempi abbastanza recenti, dai Death SS: in certi casi, punk e metal non sono poi così lontani) con estrema competenza della materia e con l’approccio sanguigno che occorre per valorizzarla al meglio; e un album di notevole spessore, almeno rispetto ai canoni del genere, che surclassa per energia e freschezza compositiva molta dell’attuale produzione punk d’Oltremanica e d’Oltreoceano. Quanti avevano messo in pensione il caro, vecchio giradischi faranno bene a spolverarlo e a controllare lo stato d’uso della
puntina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Yu Tolk Tu Mach
(Gonna Puke)
Già titolari di alcuni singoli e di Like A Dog, edito nel 2003 dall’americana Dead Beat, i Taxi giungono al secondo album un po’ cambiati: non feroce punk-rock settantasettino, bensì una formula sempre energica e incisiva nel quale lo stile originario si rivela però ottimamente ibridato con hard e power-pop. Dieci tracce, fra le quali un’oscura cover della cult-band inglese Agony Bag (dopo la “famosa” Rabies Is A Killer del precedente disco) e una sorprendente, brillante Qui est in, qui est out di Serge Gainsbourg, che ardono di vivacità e passione, eseguite in modo secco e compatto e impreziosite dall’eccellente voce di quel Tenda che – provare per credere – è anche uno dei migliori frontman rock italiani di sempre, forte di un’assoluta, travolgente naturalezza nel porsi come “animale da palcoscenico”. Fa bene, il titolo, a invitare al silenzio: meglio alzare il volume e lasciarsi spettinare dalle vibrazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

Categorie: recensioni | Tag: , | 4 commenti

Elektroshock

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione). Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , , | 2 commenti

Uniplux

Benché li abbia conosciuti in tempo reale, ho sempre avuto difficoltà a considerare gli Uniplux un gruppo punk; un po’ senza dubbio lo erano, ma il loro sound e il loro approccio erano comunque piuttosto diversi da quelli degli esponenti “classici” del genere. Lo prova il loro primo 45 giri, edito nel 1982 addirittura dalla RCA, con un lato rock (melodico, e con voce femminile) e uno ben più aggressivo; se tutti i pezzi del repertorio fossero stati nello stile del secondo, i ragazzi avrebbero di sicuro raccolto consensi maggiori in quel circuito alternativo che fondamentalmente li snobbava, preferendogli colleghi più feroci e allineati – anche sul piano dell’estetica – al Verbo dominante. Trentacinque (e più) anni più tardi, un album solo in vinile – della cui esistenza sono indirettamente responsabile – consente di inquadrare meglio gli Uniplux.

Storia piuttosto breve ma parecchio intricata, quella della prima fase di attività del gruppo romano che, dopo essersi chiamato inizialmente Smash, adottò un nome che si ispirava a un diffuso farmaco da assumere per via rettale: tre anni da quando Fabio Nardelli e Francesco “Papero” Mancinelli – ben presto raggiunti da Renato Dal Piaz – trovarono l’uno nell’altro l’ideale partner in crime a quando, nel 1982, la band si sciolse, salvo poi rinascere e proseguire in modo discontinuo la propria parabola con altri organici facenti capo al solo Nardelli. Questo 33 giri si concentra però solo sui giorni ricchi di entusiasmo in cui gli Uniplux si impegnavano per fondere il loro antico amore per l’hard rock dei ’70 con l’attrazione per quel punk che pure da noi, in cronico ritardo sul resto del mondo, stava provando ad alzare la testa; un progetto, insomma, in piena sintonia con il clima di giorni in cui energia e voglia di fare – e dire: essenziali i testi in italiano, non privi di ingenuità ma determinati nella loro denuncia di disagio esistenziale e insoddisfazione socio-politica – compensavano le eventuali carenze di lucidità e i problemi incontrati per suonare dal vivo, registrare in maniera decente, semplicemente esser presi sul serio. Nonché farsi ingaggiare da un’etichetta… che doveva essere major, ovvio, perché il piccolo circuito indipendente snobbava quel tipo di sound e autoprodursi era una faccenda assai complicata. Continua a leggere

Categorie: presentazioni | Tag: , | Lascia un commento

Luxfero

È inutile piangere sul latte versato, ma i Luxfero furono un’occasione mancata; se avessero realizzato un disco a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, quando erano uno dei nomi di punta della Roma underground, oggi sarebbero ricordati molto, molto di più. Il vinile, con materiale d’epoca, si fece invece aspettare fino al 2010, e per me fu un vero piacere scriverne le note di presentazione per il retrocopertina.

Nel foglio sul quale elenco tutti i concerti ai quali ho avuto il piacere (o il dispiacere) di assistere dal giurassico 1974 a ora il nome Luxfero figura nel 1983 e nel 1985, ma nella mia memoria è rimasta impressa – indelebilmente, è ormai lecito supporre – una band diversa. Quelli scolpiti nella Storia sono infatti i Luxfero dai connotati punk (e post-punk) che all’inizio del 1980 avevano infiammato la platea del “1° Festival Rock Italiano”, patrocinato dalla rivista “Ciao 2001” e ospitato in origine dal Cinema Teatro Palazzo e quindi dal Cinema Teatro Espero di Via Nomentana (oggi, ahinoi, sala bingo): un momento-cardine per un circuito punk capitolino decisamente sommerso a causa dei pochi club dove esibirsi, del numero piuttosto ridotto di gruppi degni di tal nome e della scarsissima documentazione discografica (solo l’album degli Elektroshock, edito dalla Numero Uno/RCA), risultato del generale clima di diffidenza che avvolgeva non solo la nostra piccola e provinciale blank generation ma pure i suoi ispiratori d’oltremanica e d’oltroceano. La disinformazione autoctona, del resto, dipingeva i punk come fascisti, violenti e inetti sul piano musicale, e dunque perché il pubblico degli appassionati avrebbe dovuto appoggiarli? Continua a leggere

Categorie: memorie | Tag: , | Lascia un commento

Social Distortion

Un (costoso) box, solo in vinile, di una band straordinaria, alla quale ho regalato il mio cuore oltre trentacinque anni fa senza esserne mai deluso.

social-distortion-copThe Independent Years 1983-2004
Moltissima acqua è passata sotto i ponti da quando i Social Distortion erano una delle band di punta della seconda/terza generazione punk californiana, quella cresciuta soprattutto nei sobborghi costieri di Los Angeles. Benché legato anche all’hardcore, emerso con prepotenza a partire dal 1980, il gruppo di Mike Ness non ha quasi mai cercato di nascondere il proprio legame con certo r’n’r classico e le sue radici folk, con lo storytelling che con quelle tradizioni marcia di pari passo, con l’epica del “perdente”; semplificando ed estremizzando al massimo, un atipico e personalissimo trait d’union tra Clash e Johnny Cash, che in trentacinque anni di onorata carriera – documentati, però, da appena sette veri album di studio – è rimasto fedele alle direttive di base tracciate all’epoca degli esordi, perfezionando la forma e concedendosi parziali deviazioni ma lasciando inalterata la sostanza. La produzione non è tutta di pari livello e, a ben vedere, nei tre lavori editi dalla major Epic fra il 1990 e il 1996 affiorano persino (timide) strizzatine d’occhio al grande mercato, ma nessun disco dei Nostri può definirsi deficitario e qualcosa vorrà pur dire.
Nell’attesa di un nuovo capitolo che si fa attendere ormai dall’ottimo Hard Times And Nursery Rhymes del 2011, arriva ora nei negozi questo cofanetto di quattro LP (sì, niente CD) che ripropone lo straordinario esordio Mommy’s Little Monster del 1983 (il punk che qualsiasi cultore del rock non può non amare), il suo più raffinato successore Prison Bound del 1988, la devastante antologia Mainliner (Wreckage From The Past) del 1995 con singoli, EP e brani assortiti incisi prima del debutto a 33 giri e il penultimo, notevole Sex, Love And Rock’n’roll (2004). Il filo conduttore è, come da titolo, l’uscita originaria per etichette indipendenti, ma più delle faccende merceologiche conta che questo box – ben confezionato, seppur privo di sfarzi e gadget; unica particolarità, i vinili di tinte diverse – offra materiale di spessore assoluto nel suo supporto “naturale”. Certo, per affrontare la spesa di circa cento euro occorrono forti motivazioni, ma se c’è una band che merita un esborso del genere, quella si chiama Social Distortion; la sua musica rimane comunque intensissima, travolgente e immortale – in estrema sintesi: splendida – al di là del mezzo scelto per ascoltarla, e ciò che conta è, appunto, che la si ascolti. Ancor meglio se a volumi da denuncia.
Tratto da Classic Rock n.51 del febbraio 2017

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Gimme Danger

stooges-film-locSono appena rientrato dalla visione in anteprima di Gimme Danger, il docu-film di Jim Harmusch dedicato all’epopea degli Stooges. Non di Iggy Pop, la cui carriera in proprio non è in pratica trattata, ma di Iggy & The Stooges: quindi, The Stooges, Fun House, Raw Power, Kill City e il periodo della “ricostruzione” della band, stranamente senza neppure accennare a The Weirdness e Ready To Die. Continua a leggere

Categorie: presentazioni | Tag: , , , | 1 commento

Action Time Vision

Riflettori puntati su un altro gran bel cofanetto della Cherry Red, questa volta dedicato alla uscite indipendenti della prima ondata punk britannica. Lo si può trovare a meno di quaranta euro, e come minimo c’è da pensarci seriamente.

aavv-action-time-vision-copChi non è particolarmente addentro alla materia ritiene che il punk originario, quello della seconda metà dei ’70, sia stato una faccenda di poche decine di band rilevanti, con il contorno di una pletora di insignificanti carneadi. Se pure la realtà fosse questa, e non lo è affatto, nelle produzioni di tali carneadi – spesso limitate qualche oscuro 45 giri – abbondano gemme di straordinario valore, inni da due o tre accordi che non hanno nulla da invidiare a canzoni ben più conosciute, e magari le superano in quanto a incisività, forza trascinante e brillantezza. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: | 5 commenti

Anarchy In The U.K. (40)

anarchy-40-copIl 26 novembre 2016, il primo 45 giri dei Sex Pistols ha compiuto quarant’anni, e su Fanpage.it abbiamo deciso di celebrarlo degnamente. In poche ore, il giorno stesso, sono così stati pubblicati ben tre miei contributi, ovvero:

un articolo “celebrativo”, che al tempo stesso è una sorta di “punk for dummies.

una videointervista a Glen Matlock, originario bassista della band nonché autore della musica del brano, filmata a Roma mesi fa.

la mia rubrica settimanale “La Torre di Babele”, dedicata nella circostanza all’arrivo del punk in Italia.

Credo avesse senso riportare qui i relativi link, a beneficio di quanti non seguono Fanpage o non mi leggono su Facebook.

Categorie: interviste, presentazioni | Tag: , | 2 commenti

Hüsker Dü

Oltre tre decenni fa, con tutto l’ardore e l’ingenuità dei miei ventisei anni, scrissi questa monografia su una delle band-cardine degli anni ’80, almeno per gli appassionati e i cultori di faccende davvero rock. Una mezza rottura di palle imposta dall’obbligo di fornire dati altrimenti difficili da reperire e “spiegare” dischi che potevano essere acquistati quasi solo ascoltandoli, con l’impossibilità di divagare su altre questioni a causa degli spazi stretti imposti dalle poche pagine. Andava benissimo così e non solo non rinnego nulla ma, anzi, rivendico con orgoglio il mio impegno per propagandare, su un giornale di indole “tradizionalista” com’era il Mucchio di allora, musiche nuove e alternative. E sorrido nel rileggere l’involontaria “gufata” (doppia: a ben vedere, ce n’è una pure nella citazione del Bianchini usata in chiusura), dato che dopo questo articolo gli Hüsker Dü realizzarono un unico altro album (Warehouse: Songs And Stories; ne recupererò prima o poi la recensione) e optarono con sommo dispiacere di tutti per il definito “rompete le righe”.
husker-du-fotoIl senso della trasgressione
Alla voce “trasgredire”, il dizionario riporta una semplice definizione: “non osservare e rispettare i limiti, gli ordini, i comandi, gli obblighi”. Non si rischiano smentite affermando che il termine ben si addice a una band che, in sette anni di carriera, ha infranto parecchie delle più consolidate regole del music-business, pubblicando sette album (di cui uno doppio) e solo quattro singoli e un 12”, proponendo come prima prova a 33 giri un LP dal vivo, rifiutando qualsiasi sofisticheria di look e strappando alla Warner Bros un contratto che la lascia assolutamente libera di seguire la propria strada senza imposizioni di carattere commerciale. Molti altri, comunque, sono gli elementi che rendono gli Hüsker Dü un gruppo assolutamente unico. Continua a leggere

Categorie: articoli | Tag: | 3 commenti

L’Italia hardcore su “Vinile”

vinile-4Sul numero 4 del bimestrale “Vinile”, uscito proprio oggi nelle edicole di tutta Italia, c’è un mio articolo di quattordici pagine dedicato al punk italiano del periodo 1981-1984: quindi, tutta la fase iniziale dell’hardcore, ma si parla anche delle band che nello stesso periodo si ispiravano al punk del ’77. Insomma, quel fenomeno di autoproduzioni e label di nicchia (qui qualcosa sull’argomento) che bene o male fa parte della storia del rock nazionale ed è tra l’altro una delle (poche) sue espressioni che godono di attenzione anche all’estero.
L’articolo, riccamente illustrato, ha un taglio storico/collezionistico (ci sono pure le quotazioni) ed è focalizzato sui dischi e non sui gruppi. Mi sono fermato al 1984 perché dall’anno dopo le produzioni si sono moltiplicate e per renderne conto ci sarebbe voluto un libro, ma il confine – lo giuro – ha comunque un suo senso concettuale e non l’ho fissato solo per risolvere il problema pratico. Unica disdetta, mancano i Negazione, perché il loro EP d’esordio è del 1985.

Categorie: presentazioni | Tag: , | Lascia un commento

Green Day (1-2-3)

Non saranno la miglior band del mondo, i Green Day, ma li ho sempre trovati come minimo divertenti e piacevolissimi (e dal vivo “spaccano”), fermo restando che con un album – Dookie, naturalmente – hanno bene o male “fatto la storia”. Attendendo il nuovo album Revolution Radio, fuori il prossimo 7 ottobre (il singolo Bang Bang è invece già in circolazione), estraggo dal cassetto le recensioni del precedente terzetto di dischi del 2012, rimandandovi anche qui (la recensione di 21st Century Breakdown, AD 2009) e qui (un mini-bignamino di tutta la storia fino ad American Idiot).
Green Day 1-2-3¡Uno! (Reprise)
Al di là delle affinità e delle divergenze, stilistiche e di importanza nella storia del rock, i Green Day potrebbero essere considerati come i Ramones della loro generazione: hanno di norma una loro formula semplice e riconoscibile, dalla quale talvolta (in parte) divergono alla ricerca di altri stimoli e alla quale comunque ritornano sempre. Ecco dunque che il nono album della band californana, che apre una trilogia destinata a chiudersi in tempi brevissimi (¡Dos! uscirà a novembre e ¡Trè! a gennaio), non è un’ambiziosa “rock opera” come i precedenti American Idiot e 21st Century Breakdown: è invece una raccolta di dodici canzoni fra punk e power pop, grintose e all’occorrenza sboccate ma anche molto efficaci sotto il profilo melodico, che guardano idealmente – in cabina di regia siede oltretutto Rob Cavallo – al glorioso passato di Dookie e Insomniac. Logico che i livelli di spontaneità, esuberanza e adrenalina non possano essere gli stessi di ormai oltre quindici anni fa, ma la qualità sembra essere superiore a quella dei successivi Nimrod e Warning. Le accuse di pretenziosità fioccheranno ugualmente (tre dischi in tre mesi e mezzo? Non accadeva neppure in quei Sixties che qui echeggiano un po’ ovunque), ma l’ascolto è molto piacevole. Che poi ¡Uno! sarà rilevante solo per le classifiche e i fan del gruppo è tutt’altra faccenda.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.699 dell’ottobre 2012

¡Dos! + ¡Trè! (Reprise)
Il termine del percorso che ha portato nei negozi in nemmeno tre mesi (dovevano essere quattro, ma l’ultimo atto è stato poi anticipato) tre album dei Green Day, per trentasette brani e oltre due ore di musica, suscita pensieri ovvi: “Non avrebbero potuto farli uscire assieme in un’unica confezione a prezzo ridotto?”, ad esempio, oppure “non sarebbe stato meglio un solo disco con i pezzi migliori?”. Però, a parte che l’opzione adottata è più vantaggiosa sotto il profilo economico per tutte le parti in causa, quel simpatico cazzaro di Billie Joe era troppo gasato dall’operazione atipica, dall’idea di tre copertine ciascuna raffigurante un membro della band e dalla storia dei tre mood diversi: quello della preparazione alla festa per il primo, della festa vera e propria per il secondo e delle pulizie post-party per il terzo. Fatto salvo il problema della spesa, che comunque non sarà un ostacolo per i fan, la faccenda ha funzionato: il punk-pop di ¡Uno!, le sonorità più garage/Sixties di ¡Dos! – il più riuscito del lotto – e le (più o meno) ballate di ¡Trè! compongono un insieme colorato e piacevole all’ascolto, sempre ovviamente che si apprezzino le canzoncine power pop (punk) senza grandi pretese e già sentite infinite volte dai Green Day e non solo. Rimane in ogni caso la convinzione che un “best of” dei tre titoli sarebbe stato preferibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.702 del gennaio 2013

Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

Mudhoney

Nel n.30 del Mucchio Extra (autunno 2008) pubblicai una lunghissima monografia dedicata ai Mudhoney, band che mi è sempre piaciuta immensamente e della quale ho scritto numerosissime volte. È ora giunto il momento di riproporre l’articolo in questione (con relativa, interminabile intervista al frontman Mark Arm) su “L’ultima Thule”, con il link al sito OndaRock al quale, ben prima di varare il blog (era il 2010), l’avevo destinato. Per chi fosse interessato, sono qui disponibili anche una retrospettiva risalente al 1991 e un’intervista a Steve Turner.
Mudhoney 1

Mudhoney 2

Categorie: articoli, interviste | Tag: , | Lascia un commento

Negazione

Sui Negazione ho scritto non poco anche in tempo reale, ma il problema è sempre il solito: non ho ancora digitalizzato quei pezzi. Nell’attesa, colmo il “buco” nel mio blog recuperando la recensione, pubblicata quattordici anni fa, di una bella antologia della band torinese.

Negazione copTuttipazzi (V2)
Separatisi nel 1992 dopo circa nove anni di frenetica attività in Italia e all’estero, i Negazione sono stati i massimi esponenti – assieme a Raw Power e Indigesti – dell’hardcore nostrano degli anni ‘80: una realtà inconfutabile che giustifica ampiamente, in occasione del decennale dello scioglimento, l’assemblaggio di questa eccellente raccolta: Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

The Gories

Un paio di anni fa vedevano la luce queste incisioni fino ad allora inedite di una grandissima band di Detroit, alla quale sono in molti a essere devoti. Lasciare la recensione nel mio archivio sarebbe stato un atto davvero da egoisti.

Gories copThe Shaw Tapes (Third Man)
Benché fortemente e volontariamente passatisti, i Gories di Mick Collins (Dirtbombs) e Dan Kroha (Demolition Doll Rods) – completava l’organico la batterista Peggy O’Neill – sono stati veri e propri pionieri dell’ondata r’n’r in chiave lo-fi che negli anni ‘90 scosse il panorama underground internazionale. Il loro approccio primitivo, il suono scarno e ruvido, i saldi legami con le radici (meglio se oscure) e il generale disinteresse per le regole del mercato li resero infatti un modello, così come i tre LP realizzati fra il 1989 e il 1992 sono reputati classici di un genere e un’attitudine che avrebbero certo meritato maggiori consensi. Registrato nel maggio 1988 nella Detroit che due anni prima l’aveva visto nascere, questo live sponsorizzato dalla Third Man di Jack White coglie il trio a destreggiarsi fra brani autografi e (soprattutto) cover – Leavin’ Here, I Just Want To Make Love To You, Train Kept A Rollin’ e Real Cool Time le più note – con la consueta carica di energia, cattiveria ed entusiasmo: una celebrazione genuina e priva di fronzoli, peraltro sostenuta da una notevole competenza della materia, che non risulta penalizzata da una registrazione coerentemente grezza e spigolosa. Capolavoro senza dubbio no, ma parlando di testimonianza preziosa non si commette un azzardo.
Tratto da Blow Up n.191 dell’aprile 2014

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Iggy e gli Stooges, 1947-1971

Nella primavera del 2009 decisi di dedicare la copertina del “mio” Mucchio Extra all’Iggy Pop che tanto venero, e allo scopo preparai una lunga, dettagliata monografia, com’era nello stile della rivista. Uno degli articoletti “laterali”, dal taglio piuttosto personale, l’avevo già recuperato qui (mentre qui e qui si possono trovare un’intervista e una recensione), ma in questa sede mi fa piacere riproporre le due parti iniziali del testo principale, che raccontano la vicenda degli Stooges, con relativi prodromi, fino allo scioglimento del 1971; circa tredicimila caratteri che mi sono costati sangue, sudore e lacrime, ma dei quali sono, sì, quasi soddisfatto.

Stooges fotoInnocent world
Vivevo in un mondo innocente / Avevo una macchina e una bella ragazza bionda / Eravamo troppo giovani per sapere cosa stavamo facendo / E comunque stavo solo cazzeggiando / Mondo innocente / Con una graziosa scimmietta sulla schiena / E un totale disinteresse per i fatti / Fuggirei e non ritornerei mai indietro / dal mio mondo innocente”. Il testo vagamente nostalgico di Innocent World, edita nel 1996 in Naughty Little Doggie, non può che riferirsi all’adolescenza e post-adolescenza – una trentina d’anni prima, grossomodo – di James Newell Osterberg jr., vissuta tra Ypsilanti e la limitrofa Ann Arbor, immediate vicinanze di Detroit. Figlio (unico) di un’impiegata e di un’insegnante di quelli severi, il giovane Jim era cresciuto con la sua famiglia in una roulotte: scelta eccentrica del padre, non dovuta a difficoltà economiche, che non gli aveva comportato problemi, al di là degli sfottò di qualche bulletto dai quali sarebbe comunque derivata l’insofferenza verso i prevaricatori e i cliché della “normalità”. Studente modello, il futuro Iggy: serio, intelligente, portato per la lingua e gli sport (nuoto, atletica leggera, golf) ma assolutamente non secchione. L’ironia e la simpatia, uniti a un’ottima dialettica, lo rendevano anzi assai popolare fra i coetanei, nonostante gli atteggiamenti presuntuosi; tutti erano sicuri che avrebbe fatto molta strada, come rimarcato dai successi ottenuti, negli anni del liceo, nell’ambito della politica scolastica. A ostacolare una luminosa carriera integrata nei meccanismi della società cosiddetta benpensante intervenne però la passione per il r’n’r, maturata nel 1961/1962 quando il quattordicenne Osterberg – era nato il 21 aprile 1947 – aveva fondato con l’amico Jim McLaughlin i Megaton Two, duo chitarra/batteria che oggi si definirebbe “alla White Stripes”; era lui a sedere ai tamburi ed era stato sempre lui a chiamare The Iguanas – perché, a suo dire, l’iguana era “l’animale più figo” – la nuova band che i due amici avrebbero presto allestito ampliando l’organico a un secondo chitarrista, un bassista e un sassofonista. Classico ensemble proto-garage (o, se preferite, frat rock) con tanto di divise di scena uguali, gli Iguanas ebbero il loro momento di gloria locale nell’estate del ‘65, con un repertorio a base di cover (Chuck Berry, Beatles, un po’ di surf) e qualche brano originale, fra i quali uno firmato dal batterista (Again And Again) che era stato in lizza per essere utilizzato come lato B di Mona (di Bo Diddley) per l’unico singolo del quintetto, uscito sempre in quell’anno; eventuali feticisti possono reperirlo, assieme ai due del 45 giri e vari demo, nell’album The Iguanas (Norton, 1996). Continua a leggere

Categorie: articoli | Tag: , | Lascia un commento

Sonic’s Rendezvous Band

La storia di questo gruppo è raccontata seppure in breve nella recensione, e quindi non ha senso ribadirla qui. La notizia interessante è che l’oggetto in questione non è totalmente scomparso, ma è abbastanza reperibile, benché a prezzi un po’ più alti di quando, alla fine del 2006, apparve sul mercato.

Sonic's Randezvous copSonic’s Rendezvous Band (Easy Action)
Curioso, e se vogliamo anche un po’ grottesco, che un gruppo la cui vera discografia – quella, cioè, costruita durante l’attività – comprende un unico, pur stratosferico 45 giri con lo stesso brano su entrambi i lati, sia omaggiato di un cofanetto di addirittura sei CD; cofanetto, che tra l’altro non si sovrappone neppure completamente alle varie realizzazioni postume che più o meno nell’ultimo ventennio hanno provveduto, assieme a una reunion per forza di cose parziale, ad alimentare la leggenda di una delle più grandi formazioni rock di Detroit. Non era però una compagine qualsiasi, la Sonic’s Rendezvous Band: per l’organico, guidato alla pari da Fred “Sonic” Smith (ex MC5) e Scott Morgan (ex Rationals) – entrambi chitarristi, cantanti e autori – e completato dal bassista Gary Rasmussen (ex Up) e dal batterista Scott Asheton (ex Stooges), e per la bellezza davvero speciale di City Slang, furibondo inno hard/punk all’altezza dei capolavori di MC5 e Stooges, autoprodotto nel 1978 in una prima tiratura di appena mille copie. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)