AudioReview n.396


È in edicola il n.396 (febbraio-marzo) di “AudioReview” (qui il sommario completo). Assieme alle tante pagine tecniche dedicate a tutto ciò che gira attorno al mondo dell’Hifi, la rivista contiene la solita, ampia sezione recensioni (34 pagine tra Classica, Jazz e Rock-Pop) da me organizzata. In questo numero mi sono occupato personalmente di Jonathan Wilson (disco del mese), Franz Ferdinand, Zen Circus, Calibro 35, Grant-Lee Phillips e Dunk; nella puntata n.22 della rubrica di due pagine “Le canzoni raccontate – Storie, retroscena e leggende della musica che gira intorno”, dove sono analizzati e spiegati famosi brani rock, mi sono occupato di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd.

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Vinile n.12

Dopo due numeri in cui ho battuto la fiacca, ho scritto un nuovo articolo per il numero 12 di Vinile, appena uscito nelle edicole e, come si può desumere dagli “strilli” in copertina, ricchissimo di argomenti insoliti e ovviamente interessanti. Il mio contributo è un pezzo di dieci pagine dedicato al punk italiano degli anni ‘70, sia vero che più o meno finto: dai primi Skiantos ai Decibel, dai Chrisma ai Revolver, dai Rancid X agli Elektroshock, dai Judas alla serie “Rock ‘80” della Cramps, non senza qualche digressione laterale; solo punk e “fake punk”, solo uscite del periodo 1977-1980. Sono cose delle quali ho già scritto (in maniera diversa, certo), ma questa è la prima volta che l’ho fatto con taglio collezionistico oltre che divulgativo: quindi, anche con note sulle varie edizioni e con tutte le corrette quotazioni dei dischi.

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Pop Corn ’80 (10-12)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” della settimana scorsa, con i link diretti per l’ascolto.

Lunedì 12/2/18
Rod Stewart – Young Turks
George Harrison – All Those Years Ago
Eric Clapton – I Can’t Stand It
Bob Dylan – The Groom’s Still Waiting At The Altar

Mercoledì 14/2/18
Banco del Mutuo Soccorso – Paolo Pà
Premiata Forneria Marconi – Come ti va?
Ivan Cattaneo – Una zebra a pois
Alberto Camerini – Rock’n’roll robot

Venerdì 16/2/18
AC/DC – Let’s Get It Up
Van Halen – Unchained
Clash – One More Time
Genesis – Man On The Corner

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Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

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Bad Brains (1983)

Questa un minimo la devo spiegare, altrimenti rischio di passare per matto. Nell’autunno del 1983 avevo ventitré anni e la mia occupazione – quella principale: facevo anche altro – era organizzare/coordinare gli spazi dedicati alla musica “nuova” sul Mucchio Selvaggio, oltre ovviamente a scriverci. Ero lì da oltre quattro anni e per tutto quel tempo, dato che per scelta mi occupavo di punk, post-punk, avanguardie, rock “moderno” e artisti italiani, non ero esattamente ben visto dalla frangia più “reazionaria” dei lettori: una/due lettere di protesta al mese arrivavano sempre ed erano per lo più ridicole con i loro – esempio inventato ma in linea con la realtà – “ma perché regalate pagine alla new wave di merda invece che darne di più a David Bromberg o ai Rolling Stones?”; va inoltre detto che parte dello staff storico della rivista, composto da ragazzi più anziani di me, non era poi così in disaccordo con i lettori di cui sopra e almeno all’inizio mi rompeva più o meno bonariamente le palle anche per X, R.E.M., Dream Syndicate o Fleshtones. La recensione qui a seguire fu una sorta di sfogo, un “andate tutti affanculo” del quale non mi sono mai pentito. Col senno di poi non avrei magari citato Neil Young, ma se andate a guardare che dischi pubblicava in quegli anni il caro, vecchio Loner forse capirete. Ah, dei Bad Brains si parla anche qui.

Rock For Light
(PVC)
Caro presunto lettore-medio del Mucchio Selvaggio, questa recensione è dedicata a te. A te che di solito storci il naso di fronte a tutto ciò che non è rock come TU lo intendi, a te che rimpiangi i tempi del buon vecchio Neil Young, a te che sei tanto tradizionalista da non saper vedere più in là del tuo naso, a te che sei rockettaro quanto la mia prozia ultrasettantenne, a te che sai solo criticare e distruggere e non hai la più pallida idea di come si faccia a costruire qualcosa, a te che puzzi di hippy lontano un miglio, a te che odii il nuovo rock solo perché, essendo vecchio dentro, non riesci a capirlo, a te che vedi la musica divisa in compartimenti stagni, a te che venderesti tua sorella per la centoventisettesima versione su bootleg di Satisfaction, a te che in questo momento ti stai chiedendo con quale diritto mi permetta simili pubbliche affermazioni. Caro lettore, se ti sei infuriato per ciò che ho scritto finora, lascia perdere questi Bad Brains non fanno per te; se, invece, ti sei stupito del fatto che io abbia una così bassa considerazione di alcuni degli acquirenti di questo benedetto giornale, prosegui pure a leggere e poi decidi; se, infine, hai compreso il mio stato d’animo e lo condividi, allora corri a comprare Rock For Light, ti sarà difficile non amarlo. Continua a leggere

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Dark Day

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

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Quintorigo (1999-2003)

Il Festival di Sanremo è da ieri in pieno svolgimento e oggi l’amico Riccardo De Stefano mi ha ricordato di quando all’edizione di diciannove anni fa all’Ariston sbarcarono gli alieni, nelle persone dei Quintorigo. Qui ne “L’ultima Thule” avevo già recuperato una lunga, illuminante intervista del 2003, ma perché negarvi il piacere di (ri)leggere quanto scrissi in tempo reale dei primi tre album della band romagnola, in cui il ruolo di frontman era rivestito da quel geniaccio – chi ritiene che il titolo sia eccessivo, vada ad ascoltare le sue prove da solista – di John De Leo? La carriera dei Quintorigo originali si chiuse con questi tre dischi. Cioè, no, a voler essere precisi fu suggellata da un CD live, Nel vivo, pubblicato nel 2004 solo in allegato al “mio” Mucchio Extra; cosa della quale, non ho problemi ad ammetterlo, vado tuttora molto orgoglioso.

Rospo
(Universal)
Sul palco di Sanremo i Quintorigo hanno fatto un figurone, per meriti propri e non grazie alla sciatteria del 90% della concorrenza: riconoscimenti, in ogni caso, loro tributati dalla critica più attenta e non dal grande pubblico, rimasto spiazzato dalla inquietante presenza di John De Leo, invasato e geniale contorsionista della voce, e dalla canzone atipica e destabilizzante – vedi ad esempio l’isolato gracidio del finale, da molti scambiato per un rutto – che dà anche il nome a questo primo album del gruppo. Continua a leggere

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Vox Pop (non l’etichetta)

Come da titolo, il tema qui affrontato non è la storica etichetta milanese degli anni ’90, quella di Afterhours, Africa Unite, Ritmo Tribale e Prozac + (tra gli altri), bensì una oscurissima band californiana dei primi anni ’80 della quale ho avuto il privilegio di recensire in tempo reale i soli due dischi (un singolo e un EP) oltre a un album postumo che in seguito ho poi scoperto essere un (mezzo?) bootleg, ma chissenefrega. Questo è quanto, nel prossimo futuro ribatterò con i loro “gemelli” 45 Grave.

Cab Driver
(Bad Trip)
Esordio per i Vox Pop, i componenti dei quali dividono la propria attività con un’altra band (presente nella compilation Darker Scratcher) chiamata 45 Grave. Il suono dei primi si distacca però nettamente da quello dei secondi, almeno a giudicare dai brani finora editi su disco; non più sonorità strane, con ritmo cantilenante e voci nasali, ma una musica compatta e violenta, dotata però di indiscussa originalità e di trovate molto interessanti. C’è chi vi ha trovato qualcosa di Blue Cheer, Velvet Underground, Faust e Black Sabbath e in effetti i paragoni possono essere calzanti per due brani perversi e cupi come Cab Driver e Just Like Your Mom, che fanno di questo singolo una delle più piacevoli sorprese, californiane e non, degli ultimi tempi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.38 del febbraio 1981

The Band The Myth The Volume
(Mystic)
Secondo vinile per i Vox Pop, una delle principali band di culto californiane, nelle cui fila militano personaggi cone Don Bolles (ex Germs), Dinah Cancer e Paul B. Cutler (entrambi anche nei 45 Grave). A seguire l’eccellente singolo Cab Driver, in questo 12”EP il gruppo offre un altro saggio delle sue capacità di destreggiarsi fra sonorità malate e perverse, avvolte in atmosfere abrasive e intrise di paranoia. Piuttosto che cimentarsi con l’hardcore punk più sfrenato come la maggior parte dei colleghi dell’area di Los Angeles, qui i Vox Pop preferiscono proporre tre canzoni lunghe, lente e tenebrose, dotate di enorme forza di impatto a livello emotivo e non di brutalità e immediatezza fisica. Buon disco, anche se nel complesso inferiore al precedente 45 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.54 del luglio/agosto 1982

More Drugs Than Elvis
(Very Bad Trip)
Se la vostra attenzione di appassionati si è rivolta alla scena californiana di quindici e più anni orsono, dovreste aver conosciuto i Vox Pop: magari non direttamente, vista la cronica irreperibilità dei loro dischi (il singolo Cab Driver e il 12”EP The Band, The Myth, The Volume, più varie partecipazioni a raccolte), ma almeno per sentito dire; ben quattro dei sei musicisti che facevano parte dell’ensemble di Los Angeles vantano infatti una certa fama a livello non solo underground: Don Bolles per il suo passato in Germs e Consumers, Paul B. Cutler come chitarrista di 45 Grave e Dream Syndicate, Dinah Cancer per il suo ruolo di frontwoman negli stessi 45 Grave e Jeff Dahl in virtù delle sue infinite esperienze stabili e collaborazioni estemporanee come solista e in seno a svariate band (una su tutte, Angry Samoans).
Giunge dunque quantomai gradita la pubblicazione a 33 giri di queste vecchissime session radiofoniche (KPFK, 1980) che mostrano il gruppo nella prima fase della sua attività: undici episodi in massima parte inediti – ci sono comunque Cab Driver e Just Like Your Mom, entrambi nel 45 giri di debutto, e Production, uno dei tre titoli dell’EP – dove l’indole sovversiva dei Vox Pop è sviluppata come da copione in un sound crudo e spigoloso che fonde rabbia e immediatezza punk con allucinate velleità sperimentali e scampoli di tradizione (non a caso nella scaletta è compresa una perfida Heroin di Lou Reed/Velvet Underground. Un suono, insomma, decisamente rivoluzionario per l’epoca in cui è stato concepito, che giustifica l’epigrafe “there is no Sonic Youth, there is only Vox Pop” apposta sul retrocopertina; e che merita senza dubbio almeno un accurato ascolto, se non altro per gratificare questi sfortunati precursori con un minimo di meritatissima gloria postuma.
Tratto da Bassa Fedeltà n.1 del maggio/giugno 1997

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Pop Corn ’80 (7-9)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” di questa settimana, con i link diretti per l’ascolto.

Lunedì 29/1/18
Orchestral Manoeuvres – Enola Gay
Visage – Fade To Grey
Telex – Diskow Moskow
Buggles – Video Killed The Radio Star

Mercoledì 31/1/18
Vasco Rossi – Siamo solo noi
Gianna Nannini – Autostrada
Alice – Per Elisa
Pino Daniele – A me me piace ‘o blues

Venerdi 2/2/18
Sugarhill Gang – Rapper’s Delight
John Lennon – Woman
Franco Battiato – Bandiera bianca
Phil Collins – In The Air Tonight

Pop Corn ’80 (1-3)
Pop Corn ’80 (4-6)

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2002: la mia playlist

Il tradizionale elenco dei “miei” dischi del 2002 apparve sul Mucchio ed era un po’ strana. Non comprendeva album italiani, perché di quelli mi ero occupato in una trattazione a parte (che magari riproporrò qui, prima o poi), e i quindici titoli erano suddivisi in tre categorie di gradimento. Rileggendoli oggi, non rilevo nefandezze, né scelte che mi fanno pensare “ma come avrò fatto a inserire…?”; credo sia una buona cosa. PS. Sì, lo so che i Noir Desir è del 2001 (settembre), ma dato che in Italia uscì l’anno seguente, e tutti – me compreso – ne parlarono solo allora, non volli lasciarlo fuori.
Solomon Burke – Don’t Give Up On Me
Korn – Untouchables
Pearl Jam – Riot Act
Queens Of The Stone Age – Songs For The Deaf
Steve Von Till – If I Should Fall To The Field
Audioslave – Audioslave
Johnny Cash – American IV – The Man Comes Around
Noir Désir – Des visages des figures
Bruce Springsteen – The Rising
Tom Waits – Alice + Blood Money
Interpol – Turn On The Bright Lights
Libertines – Up The Bracket
Mudhoney – Since We’ve Become Translucent
Joey Ramone – Don’t Worry About Me
System Of A Down – Steal This Album!

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1985
1986
1987
1990
1991
1995
1996
1997
2000
2001

2004
2006
2007
2013
2014
2015
2016
2017

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Blow Up n.237

È già in tutte le edicole il nuovo numero di Blow Up. pieno come sempre di belle cose: dalla prima parte di un excursus sui dischi essenziali della psichedelia britannica degli anni ’80 a trattazioni estese su Berth Jansch e Simple Minds, più i dischi da isola deserta di Simon Reynolds e tanto altro che potrete scoprire da voi cliccando qui. Per quanto mi riguarda, ho contributo con varie recensioni: Federico Fiumani e Alex Spack, Lalli e Stefano Risso, Mamavegas, Guignol, Filippo Andreani, un paio di chicche di oscuro punk settantasettino e il libro di Levi Henriksen Norwegian Blues. 132 pagine per € 6,00, non fate i micragnosi.

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Classic Rock n.63

È in edicola il numero di febbraio di Classic Rock. Per festeggiare i cinquant’anni appena compiuti dall’epocale come Vincebus Eruptum ho scritto un articolo di ben cinque pagine sull’indimenticabile 1968 dei Blue Cheer; ho inoltre recensito molto in esteso il nuovo album dei Warrior Soul e l’ennesima ristampa dei Radio Birdman, e più sinteticamente i nuovi lavori di Television Personalities, Turin Brakes e Winstons. Nel numero si parla inoltre di Yardbords, King Crimson, ZZ Top, Pink Floyd, Post-Rock, Federico Fiumani e molto altro. 132 pagine di grande formato per € 5,90.

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Pop Corn ’80 (4-6)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” di questa settimana, con i link diretti per l’ascolto.

Lunedì 22/1/18
Kate Bush – Babooshka
Barbra Streisand – Woman In Love
Diana Ross – Upside Down
Donna Summer – The Wanderer

Mercoledì 24/1/18
Lucio Battisti – Una giornata uggiosa
Neil Young – Captain Kennedy
Stevie Wonder – Master Blaster
Bob Marley – Could You Be Loved

Venerdì 26/1/18
Krisma – Many Kisses
Decibel – Contessa
Keith Emerson – Mater Tenebrarum
Robert Palmer – Johnny And Mary

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The Jet Black Berries

Giorni fa mi è stato segnalato che sul blog “Bordel do rock” si parlava degli oggi dimenticati (non che all’epoca fossero popolari, ma ci siamo capiti) Jet Black Berries, notando con stupore che nemmeno ne “L’ultima Thule” c’era qualcosa su di loro. Rimedio allora adesso recuperando le recensioni di due dei tre album pubblicati dalla band di Rochester negli anni ’80 (il terzo si intitola Animal Necessity, ma su Velvet non me ne occupai io; vale comunque anch’esso), come al solito con una certa sofferenza: la mia prosa era davvero goffa, in qualche caso deturpata da termini forzati, nel complesso poco fluida. Non che sia diventato chissà quale scrittore eccelso, ma la rilettura di quasi tutti i miei pezzi più vecchi (diciamo dal 1979 al 1987/88) mi provoca sempre un certo senso di disagio.

Sundown On Venus
(Pink Dust)
Una copertina invitante, intrisa di aromi “USA al 100%” e un prezzo una volta tanto non eccessivamente oneroso (considerato che l’album contiene in omaggio un altro LP inciso su un solo lato) accompagnano il debutto dei Jet Black Berries. formazione nota fino a pochì mesi fa con il nome New Math (all’attivo, un pessimo singolo e due ottimi mini-LP, They Walk Among You e Gardens). Sundown On Venus sancisce l’avvicinamento della band a un sound di stretta derivazione “tradizionale”, valorizzato però da un trattamento del tutto particolare in cui country, r’n’r e psichedelia convivono felicemente in canzoni fortemente suggestive, ideale fusione di dedizione alle “radici” e ricerca di rinnovamento. Il primo impulso sarebbe quello di invitarvi all’acquisto immediato di questo piccolo capolavoro, e le successive analisi confermano come Sundown On Venus sia un disco eccezionale, ricco di genuina carica rock e di feeling immortale, di arrangiamenti prelibati e di interpretazioni impeccabili; e, infine, di canzoni esaltanti (cito Bad Hombre e Neon in Cairo, ma l’elenco potrebbe continuare fino a comprenderle tutte e diciassette). Continua a leggere

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The Fall (1977-2018)

Sono sinceramente addolorato per la prematura scomparsa di Mark E. Smith, avvenuta ieri, il 24 gennaio. Si sapeva che le sue condizioni di salute non erano ottimali, ma in fondo il Sig. The Fall non aveva mai dato l’idea di essere in forma smagliante e quindi si tendeva a vederlo quasi immortale, o comunque capace di resistere a ogni sorta di avversità; che ci salutasse un mesetto e mezzo prima di compiere sessantun anni non era pensabile, proprio no, e quindi la notizia ferisce ancora di più. Spostando la questione dal piano “informativo” a quello personale/professionale, il mio archivio dice che non l’ho mai intervistato (la possibilità c’è stata, ma ammetto di aver passato la mano: per il suo accento di Manchester, più che per il ben noto caratteraccio) e che non ho mai visto i Fall dal vivo (vero che l’elenco dei concerti ai quali ho assistito è completo solo al 90%, ma se fosse accaduto credo che me lo ricorderei), ma anche che posseggo moltissimi suoi dischi – non tutti-tutti, no, ma di sicuro tanti – e che lo apprezzavo molto, come dimostra anche ciò che ho scritto di lui in tutti questi anni e la presenza di Grotesque nel libro “1000 dischi fondamentali”. Scavando nell’archivio ho trovato varie recensioni, ma non escludo di non averne dimenticata qualcuno. Qui ho comunque recuperato solo quelle più lunghe, compresa la prima in assoluto – credo – relativa proprio a Grotesque; rileggendola mi sono chiesto come avessi fatto a scrivere certe cose, ma poi mi sono ricordato che all’epoca avevo vent’anni e, ok, ci poteva stare. So long, Mark.

Grotesque
(Rough Trade)
La proposta dei Fall è veramente qualcosa di autonomo, di incontaminato dal business, di diverso. Grotesque è il quarto album della band di Manchester, il secondo per la Rough Trade, e segue in sostanza gli schemi musicali dei precedenti. Mark E. Smith continua a far levare alta la sua voce “sporca” su trame sonore senza compromessi, miscuglio di frammenti di infinite sollecitazioni rock’n’roll. I Fall non si perdono in alcun sofismo e interpretano canzoni scarne, senza fronzoli, ripetitive, rinunciando a qualsiasi artificio che possa renderle più facilmente assimilabili da parte del pubblico. Un’identità a sé per un gruppo sempre interessante e coerente, che segue una via di ricerca musicale strettamente connessa alla mente e ai conflitti di emozioni che in essa avvengono.
Tratto da IL Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981 Continua a leggere

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AudioReview n.395


È in edicola il n.395 (gennaio-febbraio) di “AudioReview” (qui il sommario completo). Assieme alle tante pagine tecniche dedicate a tutto ciò che gira attorno al mondo dell’Hifi, all’interno è contenuta un’ampia sezione recensioni (34 pagine tra Classica, Jazz e Rock-Pop) organizzata da me, che si avvale della collaborazione di Riccardo Bertoncelli, Eddy Cilìa, Donato Zoppo, Aldo Gianolio, Piercarlo Poggio, Filippo Gonnelli, Marco Cicogna, Laura Albergante, Guido Festinese, Enzo Pavoni, Paolo Occhiuto, Massimo Privitera, Luca Buti e Fabio Chiarini. In questo numero mi sono occupato personalmente, tra le altre cose, di Calexico, GianCarlo Onorato, Atomic Rooster, Glen Hansard e Neil Young; ho inoltre firmato la ventunesima puntata di “Le canzoni raccontate – Storie, retroscena e leggende della musica che gira intorno”, rubrica di due pagine che racconta, analizza e spiega famosi brani rock, nella quale ho preso in esame Won’t Get Fooled Again degli Who.

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Pop Corn ’80 (1-3)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” di questa settimana, con i link diretti per l’ascolto.

Lunedì 15/1/18
Rolling Stones – Dance Pt.1
Status Quo – Whatever You Want
Queen – Another One Bites The Dust
Dire Straits – Romeo And Juliet

Mercoledì 17/1/18
Fabrizio De André – Una storia sbagliata
Edoardo Bennato – Sei come un juke-box
Lucio Dalla – Meri Luis
Ivan Graziani – Firenze (Canzone triste)

Venerdì 19/1/18
Blondie – Call Me
Ramones – Baby I Love You
Pretenders – Brass In Pocket
Police – Message In A Bottle

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The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll. Continua a leggere

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