Vinile n.21

È nelle edicole da qualche giorno il n.21 di Vinile, bimestrale con il quale collaboro più o meno stabilmente dall’inizio. In questa occasione, seguendo lo stesso schema adottato due numeri fa per Antonello Venditti, ho commentato in ben dodici pagine la discografia RCA – dal 1972 al 1985 – di Francesco De Gregori. Per il resto dei numerosi argomenti basta dare uno sguardo agli strilli di copertina.

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Classic Rock 81

È in edicola  già da una ventina di giorni (e lo sarà ancora per altri dieci) il numero di agosto di “Classic Rock”, ricco di contenuti che si possono scoprire esaminando gli “strilli” della copertina qui sopra. I miei contributi sono limitati a una recensione estesa del nuovo album dei Violent Femmes e a quattro recensioni standard, due di novità (Perry Farrell e Ride) e due di ristampe (Iggy Pop e Screaming Trees). Mi sono tra l’altro reso conto solo ora di aver dimenticato di pubblicizzare il numero di luglio (per il quale avevo comunque scritto ancora meno: recensione estesa di Thom Yorke e standard di una ristampa dei Litfiba).

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Oltre le stelle (17)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TEENAGE FANCLUB – JAD FAIR
Words Of Wisdom And Hope
* *
Di primo acchito, questo strano incontro fra i Teenage Fanclub e Jad Fair non aveva granché suscitato la mia curiosità: il mio apprezzamento per i primi è sempre stato sincero ma di circostanza, mentre con il secondo ho un rapporto distaccato da quando, una venticinque anni fa, turbava le mie orecchie con le cacofonie dei suoi Half Japanese. Le parole di saggezza e speranza scaturite dalla collaborazione scoto-americana mi hanno in ogni caso impressionato favorevolmente, sia per la voce di Fair – pacata e confidenziale nei suoi toni spudoratamente loureediani – e sia per le strutture musicali non meno carezzevoli (seppur con qualche spigolo) allestite dai suoi (improvvisati) compagni. Non ne sono stato folgorato come accaduto ad altri colleghi, ma… insomma, Words Of Wisdom And Hope è decisamente un buon album: che crea un’atmosfera, come recitava tanti anni fa lo spot pubblicitario di un celebre brandy.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.491 del 18 giugno 2002

MARIANNE FAITHFULL
Kissin Time
* * *
In generale provo parecchia simpatia per gli artisti con molti anni di carriera che, invece di limitarsi a ribadire i soliti cliché, stringono sodalizi con colleghi più giovani per acquisire spunti utili a rinnovare e/o modernizzare la loro formula espressiva. Figurarsi nel caso della mitica e sempre affascinante Marianne, che con quest’ultimo album ha toccato uno dei punti più alti – e intriganti – della sua storia di chanteuse ombrosa e inquieta. Sono canzoni splendide, quelle di Kissin Time, nelle (attualissime) musiche sospese tra dolcezza e perversione tanto quanto nei (personalissimi) testi intonati con voce androgina e incredibile eleganza (poche possono permettersi di pronunciare una frase come “Suburban shits who want some class / All queue up to kiss my ass” rimanendo una vera signora). Sorprendenti, persino. E se la scaletta avesse compreso anche un duetto con Nick Cave, avrei di sicuro strappato dal cielo la quarta stellina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.492 del 25 giugno 2002

BOARDS OF CANADA
Geogaddi
* * *
Fino a poche ore prima dell’inderogabile consegna di questo “Oltre le stelle” non avevo a casa Geogaddi: considerato che sapevo di non doverlo recensire, e che non ero sfiorato dal pensiero che Testani lo avrebbe inserito in questa rubrica (al buon Gianluca, si sa, la sola idea di musica elettronica provoca un florilegio di eruzioni cutanee), non mi ero preoccupato più di tanto di procurarmelo. Una volta entratone in possesso, in circostanze anche piuttosto rocambolesche, ho scoperto con gioia un lavoro di grande forza suggestiva e notevole interesse, che per mia fortuna evita l’approccio dance-oriented tipico di tanta odierna elettronica “intelligente” per cercare trame avvolgenti, visionarie e ricche di intensità a dispetto della rarefazione spesso estrema dei suoni. Di un disco così ci si può anche innamorare, non c’è dubbio: e anche se nel mio caso non si può parlare di colpo di fulmine, una valutazione di tre stelle di sembra francamente il minimo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.493 del 2 luglio 2002

GOMEZ
In Our Gun
* *
Mi piacciono, i Gomez, ma in generale trovo il loro stile – a metà strada tra gli XTC e certo avvolgente rock di ispirazione classica – un tantino dispersivo: non mi sembra cioè che il loro repertorio rispecchi appieno, dal punto di vista stilistico così come da quello qualitativo, un talento che a tratti sembra davvero straordinario. Alla luce della già discreta anzianità di servizio della band e del numero di dischi già realizzato, ho idea che difficilmente il problema – che magari è tale solo per me – potrà essere superato; temo quindi che dovrò “sopportare” altri album come questo In Our Gun, ricco di felicissime intuizioni ma anche (seppure in misura minore) di cadute di tono e stucchevolezze. Un bel sopportare, non c’è dubbio, che non basta però a reprimere il desiderio di trovarmi un giorno di fronte a dei Gomez più concreti e meno farfalloni; anche se riconosco che proprio questa carenza di senso pratico potrebbe celare la chiave del loro indiscutibile fascino.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.493 del 9 luglio 2002

DESAPARECIDOS
Read Music / Speak Spanish
* *
Ammetto che quando ho notato che Gianluca, in “Oltre le stelle”, aveva assegnato a Read Music / Speak Spanish il massimo dei voti, ho pensato a un refuso. Chiarito che non era così, ho recuperato il CD dal buco nero nel quale era stato risucchiato e l’ho riascoltato per capire i motivi di questa notevole diversità di valutazione. Senza approdare a nulla, perché il debutto dell’altra band di Conor Oberst continua a sembrarmi un buon disco ma nulla più: non tanto perché troppo derivativo o perché troppo bizzarro, ma soprattutto perché troppo sconclusionato. Non vedo metodo, nella follia di Oberst, che fa un casino infernale e canta (e spesso compone anche) come un Robert Smith in preda a deliri psicotici: a piccole dosi può anche starmi bene (e qualche pezzo – ad esempio il Manana scelto non a caso per il CD del Mucchio – addirittura benissimo) ma le stelle preferisco serbarle per qualcosa di più compiuto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.494 del 16 luglio 2002

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.

 

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2012: la mia playlist

Per completare il recupero delle playlist da me compilate in tempo reale, dal 1979 in cui ho iniziato a scrivere di musica al 2017 in cui ho deciso che “L’ultima Thule” non avrebbe ospitato articoli e recensioni pubblicati dal gennaio 2018 in avanti, ne mancano ormai solo quattro: 1993, 1994, 2005 e 2010. Arriveranno anche quelle. Dopo, mi dedicherò alla stesura delle playlist degli anni precedenti, che saranno ovviamente “a posteriori” ma rifletteranno comunque i miei personalissimi ascolti più frequenti/appassionati dei dischi dei vari anni. Intanto, ecco quella del 2012: solo dieci titoli (cinque stranieri e cinque italiani, per mia scelta), uscita all’epoca sul Mucchio.
Afterhours – Padania
Animal Collective – Centipede Hz
Cody ChesnuTT – Landing On A Hundred
Leonard Cohen – Old Ideas
Colapesce – Un meraviglioso declino
Edda – Odio i vivi
Il Muro del Canto – L’ammazzasette
Neurosis – Honor Found In Decay
Rover – Rover
Luca Sapio & Capiozzo e Mecco – Who Knows

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
19791980198119821983198419851986 – 1987198819891990 – 199119921995 – 1996 – 1997199819992000 – 20012002200320042006 – 2007 – 20082009201120132014201520162017

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Willy DeVille

Il 6 agosto di dieci anni fa se ne andava, ancora giovane, Willy DeVille. Mi fa piacere ricordarlo recuperando la recensione di questo bel DVD, all’epoca concepito proprio come operazione celebrativa.

The Legendary Berlin Concerts
(EMS)
Lo scorso agosto la morte si è presa anche il caro, vecchio (non per l’anagrafe, però: stava per compiere cinquantanove anni, seppure “spesi” bene) Willy DeVille, e una bella occasione per ricordarlo – o, magari, se si è giovani, fare la sua conoscenza – è senz’altro costituita da questo doppio DVD, fedele testimonianza di due concerti tenuti a Berlino nel 2002: il primo, in marzo, in veste unplugged (voce, piano, contrabbasso) e il secondo, tre mesi dopo, accompagnato da un’intera band. Confezione spartana priva di libretto e con note minime, prezzo non altissimo ma neppure da svendita e contenuti audio/video di qualità sotto il profilo tecnico così come artistico: la durata complessiva del programma supera le tre ore e delle trentasette tracce solo una – This Is The Way To Make A Broken Heart – è proposta due volte, a garantire l’ampiezza dell’excursus sulla carriera del musicista americano oltre all’indubbio motivo di interesse dato dal vederlo all’opera in contesti diversi.
Chi ha seguito anche a grandi linee gli oltre tre decenni del percorso di DeVille, di cui queste due esibizioni celebravano il venticinquennale, inorridirà forse un po’ nel leggere per l’ennesima volta della sua abilità nel fondere blues, musica latina, soul, rock e altro in canzoni di notevole spessore intonate con voce profonda e “sporca”, che sul palco erano proposte sempre con trasporto emotivo e – tra l’una e l’altra – con il piacevole bonus di storielle, battute e sketch quasi cabarettistici. Qui ci sono tutte (o quasi) le più belle, comprese le vecchissime Cadillac Walk e Spanish Stroll, e a risentirle ci si rende ancor più conto di quanto si è perso.
(da Il Mucchio Selvaggio n.666 del gennaio 2010)

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Paolo Giaccio (1950-2019)

Apprendo adesso che da ieri Paolo Giaccio non c’è più, e la notizia mi addolora profondamente. Da anni avevamo perso i contatti, ma alcune sue geniali trasmissioni radio e TV – “Per voi giovani”, “Odeon” e “Mister Fantasy” in primis – sono state per me estremamente formative, e a più livelli. Tanto, tanto tempo fa, alla RAI, qualcuno me lo presentò, e scoprii con piacere una persona antitetica ai tanti palloni gonfiati che circolano da quelle parti. In seguito ho avuto anche modo di lavorare per lui a RaiSat, della quale era il capo supremo: niente di che, avevo un piccolo spazio in video all’interno di un contenitore musicale, ma la simpatia sempre dimostrata quando passavo a salutarlo nel suo ufficio, le rare volte in cui mi affacciavo in sede, è un bel ricordo. Allo stesso modo, sono un bel ricordo quella trentina di LP provenienti dalla sua collezione, che nel 1985 aveva deciso di vendere in blocco (tranne i titoli di jazz) per – così diceva, non so se poi l’abbia fatto sul serio – comprarsi una Cadillac. Sapendo della mia passione per i dischi e (presumo) della mia rettitudine morale, mi aveva telefonato per avere garanzie sull’onestà degli aspiranti acquirenti – due miei amici, avrei scoperto – che gli avevano fatto un’offerta. L’affare andò in porto e il regalo – non richiesto – per la “mediazione” furono appunto alcuni LP a mia scelta, che selezionai direttamente nel grande garage attrezzato della sua abitazione vicino Villa Borghese in cui i suoi circa ottomila LP erano archiviati. Li conservo gelosamente da allora e da oggi me li terrò ancora più stretti. Grazie di tutto, Paolo… un affettuoso abbraccio a te e a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di averti vicino.

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Oltre le stelle (16)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BAD RELIGION
The Process Of Belief
* * *
Pur non essendo affatto scadenti, gli ultimi album dei Bad Religion avevano senza dubbio messo in luce qualche problema di ripetitività e calo di tensione: surclassavano sempre per personalità, estro e qualità dei brani il 90% delle produzioni dell’area popcore/hardcore melodico, ma senza dubbio non vantavano la stessa intensità e la stessa furia dei lavori realizzati prima del contratto major e dell’uscita dall’organico di Brett Gurewitz. The Process Of Belief, invece, ci ha restituito i Bad Religion di un tempo: sarà l’influsso del doppio rientro, quello di Brett e quello in casa Epitaph, ma la band californiana non era così in forma da molti anni. Esuberanza giovanile e maturità tecnico-espressiva assieme: a gente con oltre vent’anni di carriera sulle spalle, non si può davvero chiedere di più.
(da Il Mucchio Selvaggio n.486 del 14 maggio 2002)

CORNELIUS
Point
* * *
Capita spesso, facendo seriamente il nostro lavoro, di ascoltare dischi solo per conoscenza: mentre gran parte dei sedicenti “critici”, cioé, si limita a coltivare il proprio più o meno vasto orticello, da queste parti si compie invece – spesso soffrendo – un autentico lavoro di analisi e studio su quanto offerto dal mercato. Un impegno che nel caso di questo nuovo album di Cornelius è stato assolto anche con soddisfazione, vista l’imprevedibilità del musicista e la sua capacità di mescolare assieme elementi diversi in brani spesso bizzarri ma stimolanti: e in questo, fatti salvi i dovuti distinguo di genere, mi ha ricordato un vecchio geniaccio della creatività eccentrica, Todd Rundgren. Dunque, massimo rispetto e ossequioso inchino. Dubito però fortemente, per pura e semplice questione di gusto personale, che riascolterò Point.
(da Il Mucchio Selvaggio n.487 del 21 maggio 2002)

CHEMICAL BROTHERS
Come With Us
* *
Sono bravi, i Chemical Brothers, ma il ta-pum elettronico da discoteca ha sempre lasciato molto freddino. Un mio limite, magari accentuato da una cronica repulsione per il ballo e per tutto ciò che sa in qualche modo di trendismo? Sicuramente sì, ma non è un problema: rispetto chiunque la veda diversamente, ma la cosiddetta club culture mi interessa solo come fenomeno musicale e/o antropologico. È guidato da questa filosofia, dunque, che mi accosto ai Chemical Brothers, rilevandone in maniera solo cerebrale pregi e difetti: tra i primi, l’abilità nel contaminare e la grande classe, tra i secondi, almeno per il mio gusto, la tendenza a esagerare con i martellamenti ritmici. Non è un caso che il mio pezzo preferito di Come With Us sia il languido The State We’re In (quello con la voce di Beth Orton), che in sede di recensione l’amico Vignola ha definito “uno dei meno convincenti del lotto”. Ma il mondo è bello perché è vario, e le sane divergenze di opinioni danno alla vita un po’ di sale in più.
(da Il Mucchio Selvaggio n.488 del 28 maggio 2002)

Lambchop
Is A Woman
* *
Non è un mistero che il precedente album dei Lambchop, Nixon, non mi era affatto piaciuto, nonostante la ragion critica – con la quale non riesco proprio a non fare i conti – mi avesse alla fine costretto ad assegnargli una stellina. Mi ha convinto assai di più, invece, questo Is A Woman, che pur non lesinando in raffinatezza e in ricerca “estetica” – che comunque sono impresse nel DNA sonoro della band – è in generale più sobrio e, o almeno così mi sembra, più intenso e vissuto. Non credo che potrei mai entusiasmarmi neppure per questi Lambchop, ma devo ammettere che Is A Woman contiene canzoni estremamente suggestive (Flick la mia preferita) e che il discorso portato avanti da Kurt Wagner e soci vanta un notevole spessore; peccato solo che, sulla lunga distanza dell’album, la noia da “mosceria” e da eccessi di uniformità prenda un po’ il sopravvento.
(da Il Mucchio Selvaggio n.489 del 4 giugno 2002)

Joey Ramone
Don’t Worry About Me
* * *
Non mi accade spesso di commuovermi per dischi nuovi: le lacrimucce e i momenti di malinconia sono solitamente provocati dalla musica che mi ha segnato in tempi di maggior ingenuità e minor cinismo. A scuotermi nel profondo è riuscito l’album del compianto cantante dei Ramones: undici brani frizzanti e positivi che mai si direbbero incisi rubando i minuti alle cure e la poca energia superstite a un fisico ormai devastato dal cancro. Cinquantenne eterno ragazzo, Joey ha esorcizzato la morte con il titolo “non preoccupatevi per me” e con una cover di What A Wonderful World posta in apertura, e ciò deve far riflettere: tre stelle al cd, che musicalmente è senza dubbio tra i più riusciti degli ultimi vent’anni di saga del combo newyorkese, ma per il personaggio e la persona – così dicono amici, conoscenti e colleghi – non basterebbero tutte quelle del cielo. Gabba gabba hey, vecchio fratello.
(da Il Mucchio Selvaggio n.490 dell’11 giugno 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.

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Oltre le stelle (15)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
SODASTREAM
The Hill For Company
* * *
Avete acquistato il n. 4 del Mucchio Extra, in edicola da Natale fino a poche settimane fa? Se la risposta è no… che posso dirvi se non “peggio per voi”? In caso contrario, affidate al lettore il CD allegato alla rivista, programmate il quarto brano e lasciate che scorra in tutta la sua onirica e suadente morbidezza. Quando il counter segnerà 1’ e 42’, sentirete aprirsi un ritornello di quelli memorabili, dolcissimo ed evocativo come lo sono soltanto certe cose dei Love, della famiglia Belle And Sebastian, dei Triffids o degli ingiustamente sottovalutati Walkabouts. Ecco, di The Hill For Company mi sono innamorato con quel ritornello, che peraltro è solo una delle molte meraviglie contenute nelle undici canzoni del duo australiano. Non sono granché originali, i Sodastream, ma posseggono cuore e anima da vendere. E almeno tre quarti degli esponenti del N.A.M. dovrebbero prendere lezioni da loro.
(da Il Mucchio Selvaggio n.481 del 9 aprile 2002)

JIM O’ROURKE
Insignificance
* *
Che devo dirvi? Un disco carino, nel senso che lo ascolto con piacere ma che non mi regala speciali emozioni; e non perché, badate bene, ritenga a priori che l’ex Gastr Del Sol dovrebbe rimanere uno “sperimentatore”, specie visto che un buon 70% di ciò che proviene dall’area post-rock mi fa venire l’orchite. Insignificance è sostanzialmente un album di pop-rock dalle marcate influenze psycho-folk, con cinque canzoni morbide e carezzevoli e due accese di ruvidezze rock’n’roll: il problema, mio e non necessariamente di O’Rourke, è che di dischi così ne escono centinaia all’anno, e che di fronte al livellamento stilistico/qualitativo provo sensazioni di tedio o addirittura di irritazione. Insomma, un lavoro ben fatto, cui mi sembra pero che manchi il guizzo in più: dubito fortemente che, senza la firma da Jim O’Rourke, avrebbe riscosso i consensi critici dei quali è stato gratificato.
(da Il Mucchio Selvaggio n.482 del 16 aprile 2002)

PAUL McCARTNEY / MICK JAGGER
Driving Rain / Goddessinthedoorway
* * / * *
Per condensare le mie astruse teorie sul geronto-rock non basterebbe uno dei maxi-articoli di Extra, e dunque mi astengo dal provare a esporle in questa sede. Limitandomi ai casi in esame, devo dire che ritengo vicine allo zero le probabilità che i due “vecchietti” di cui sopra realizzino altri album belli e/o rilevanti come svariati di quelli già pubblicati in gioventù, e quindi che ogni corretta valutazione critica su quello che oggi passa il convento deve per forza di cose non tener conto di ciò che è stato: se fissassimo come termini di confronto, ad esempio, Aftermath e Sgt. Pepper (cioé titoli da quattro stelle), qui si oscillerebbe tra la palla e le due palle. Le due stelle ciascuno (per Jagger, una in meno di quelle assegnate in origine: o c’è stato un errore di trascrizione, oppure quel giorno dovevo essere davvero di buon umore) vanno pertanto intese in senso relativo: una sorta di riconoscimento, insomma, a due musicisti che si sforzano – McCartney, magari, un po’ di più – di non essere cariatidi, e che oltre al mestiere hanno dalla loro ancora qualche piccola scintilla. Per questo entrambi i dischi, invece di essere permutati con qualche splendida ristampa di soul o di blues, sono rimasti nella mia collezione. Come? Volete sapere se ci avrei investito i quaranta euro necessari per acquistarli? Beh, anche se non è educato vi rispondo con un’altra domanda: conoscete il gesto dell’ombrello?
(da Il Mucchio Selvaggio n.483 del 23 aprile 2002)

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB
B.R.M.C.
* * * *
Sul fatto che i Black Rebel Motorcycle Club non inventino nulla non ci sono dubbi. Ma non importa, visto che il caro, vecchio r’n’r non deve, in fondo, essere originale: a contare sono la qualità e la forza emotiva delle canzoni, e l’omonimo primo album della band americana non offre in tal senso il fianco a critiche. Qualche mese dopo il primo approccio, B.R.M.C. resta sempre fresco, vitale e godibilissimo, al punto che i “semi-plagi” operati dal trio – contravvenendo alla regola in base alla quale i riascolti portano a galla i limiti dei dischi molto più di quanto accada all’epoca della scoperta – continuano a non dare il minimo fastidio. La domanda, dunque, non è se oggi i Black Rebel Motorcycle Club meritino di essere frequentati, ma se saranno in grado di ripetersi a questi livelli: una questione della quale, sulla scia del rinnovato entusiasmo, possiamo però oggi soprassedere. Alzando il volume.
(da Il Mucchio Selvaggio n.484 del 30 aprile 2002)

NOTWIST
Neon Golden
* * *
Ho scoperto i Notwist parecchi anni fa, quando erano ancora una band hardcore punk con inflessioni metal. E poi, un po’ a causa della loro verve all’epoca non proprio esaltante e un po’ perché travolto dalle solite migliaia di uscite discografiche, li ho dimenticati. Cioé, sapevo che continuavano a incidere e che avevano cambiato genere, ma non sentivo particolari stimoli a frequentarli, come spesso accade quando si hanno troppi dischi ai quali star dietro. Li ho però riscoperti con questo Neon Golden, e ho deciso di recuperare quel che mi sono perso: non capita spesso, infatti, di imbattersi in esempi così validi di “pop” moderno e creativo, atipico e cerebrale ma anche ricco, a ben vedere, di immediatezza e calore. Non è un album del quale posso dire di essermi innamorato, ma lo trovo intelligente, ben costruito e molto piacevole all’ascolto, a tutti i livelli. Non mi sembra poco.
(da Il Mucchio Selvaggio n.485 del 7 maggio 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.

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Pins (10)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records, al “classic rock”, alla new wave più sperimentale, alla new wave un po’ meno sperimentale e ad alcuni ibridi tra rock moderno e classico, la “collana” si conclude con questi due oggettini speciali, da veri cultori, entrambi legati a San Francisco: la prima è della magnifica, storica fanzine dei tardi ’70 omonima del brano di Iggy & The Stooges, mentre la seconda è il logo di Target Video, compagnia indipendente che sempre nello stesso periodo si prese la briga di filmare un’infinità di band underground locali (e non solo), lasciando così ai posteri una serie di incredibili testimonianze. Per ragioni fin troppo ovvie sono molto affezionato a entrambe le spillette.

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Oltre le stelle (14)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
FUGAZI
The Argument
* * *
Da sempre i Fugazi sono sinonimo di serietà, incorruttibilità e spirito antagonista. E, naturalmente, di ottimo alternative rock, come sottolineato da una discografia ricca di titoli splendidi. Che alla band di Ian MacKaye sia in ogni caso dovuto il massimo rispetto non basterebbe certo a farne automaticamente apprezzare ogni prova: il bello, però, è che il quartetto di Washington D.C. non offre praticamente mai il fianco alle critiche, portando avanti un discorso dove un’encomiabile coerenza concettuale si lega a una lenta ma costante evoluzione stilistica. The Argument è il solito, grande disco dei Fugazi, in qualche modo figlio del disagio e della voglia di reagire in modo costruttivo: elaborando, cioé, ardite sequenze di suoni ruvidi e nervosi, peraltro non privi – qui più che in altre circostanze – di efficacissime intuizioni melodiche. Ascoltate un brano come Epic Problem, che non mi faccio scrupolo di definire geniale, e provate a darmi torto. Fugazi: basta la parola.
(da Il Mucchio n.476 del 5 marzo 2002

GORKY’S ZYGOTIC MYNCI
How I Long To Feel That Summer In My Heart
* *
Se mai tornassi a condurre una trasmissione radiofonica, sarebbe molto difficile trovare in una mia scaletta un brano dei Gorky’s Zygotic Mynci. Perché? Semplicemente perché hanno un nome strampalato, di quelli che non riesco mai a pronunciare in modo corretto. E pensare che un amico gallese mi avrà detto almeno dieci volte “si dice … … …”, e io un secondo dopo me lo sono già dimenticato. A parte ciò, trovo i Gorky’s un gruppo carino o poco più: per capirci, nella graduatoria dei famosi “dischi da isola deserta” How I Long To Feel That Summer In My Heart sarebbe preceduto da alcune migliaia di titoli. Sono comunque di sicuro bravi e a loro modo anche coraggiosi, ma il loro elaborato folk-pop dai più o meno vaghi accenti psych non mi prende più di tanto, e sulla lunga distanza dell’album mi appalla pure un po’; un pezzo come These Winds Are in My Heart, però, potrei ascoltarlo in loop per ventiquattr’ore senza accusare il minimo senso di tedio.
(da Il Mucchio n.477 del 12 marzo 2002)

STARSAILOR
Love Is Here
* * *
Sono ormai venticinque anni – insomma, da quando seguo non solo il rock emerso ma anche quello emergente – che mi confronto con il problema delle promesse non mantenute: artisti, cioè, che dopo uno o due album hanno rivelato una consistenza inferiore, e spesso drammaticamente inferiore, a quella ipotizzata. Colpa di naturali crolli di ispirazione, dei deliri di onnipotenza o della ricerca ossessiva dell’hit? Dipende. È comunque chiaro che scommettere sul futuro di chicchessia diventa sempre più difficile, e di ciò risente il mio rapporto ancora non ben definito con gli Starsailor: penso che siano, alla pari dei Muse, il miglior giovane gruppo pop-rock britannico degli ultimi due/tre anni e vorrei credere che sapranno offrire a lungo emozioni, ma al contempo vedo che Love Is Here non è quel capolavoro assoluto in cui i precedenti singoli mi avevano fatto sperare. Sì, forse sto cominciando a esagerare con il cinismo tipico di chi ne ha subite troppe. Però, per il momento, mi tengo in tasca la quarta stella.
(da Il Mucchio n.478 del 19 marzo 2002)

APHEX TWIN
Drukqs
* *
Chi mi conosce lo sa, oppure almeno lo immagina: è difficile che le orecchie dei miei vicini di casa siano deliziate da Aphex Twin. Nulla da eccepire sul personaggio né sulla sua capacità di inventare nuovi scenari musicali, sia chiaro, ma per quanto mi riguarda le creazioni di Richard D. James mi trasmettono in linea di massima buone sensazioni a livello cerebrale-intellettuale e poche emozioni; posso anzi affermare, senza curarmi di eventuali sfottò, che l’unica volta in cui Aphex Twin mi ha davvero esaltato è stato con il singolo Windowlicker, ma più per la copertina e il videoclip – se non li avete mai visti, dovete rimediare – che per la musica. Drukqs, comunque, mi sembra uno degli articoli migliori del catalogo, a dispetto della sua schizofrenia stilistica e dei suoi per me indigeribili eccessi di sperimentalismi sterili e autocompiacenti. Ai primi ascolti, in ogni caso, mi aveva colpito di più, mentre ora l’assenza dell’elemento sorpresa mi ha indotto a sottrargli una stellina.
(da Il Mucchio n.479 del 26 marzo 2002)

RYAN ADAMS
Gold
*
Se mai un giorno dovesse capitarmi di parlare con l’autore di Gold, di sicuro gli domanderei perché, per la sua carriera solistica, non si è cercato uno pseudonimo: a meno che non si voglia deliberatamente giocare sull’equivoco, chiamarsi Ryan Adams in un mondo rock nel quale esiste un Bryan Adams dominatore di classifiche mi sembra infatti una cazzata, come da noi lo sarebbe presentarsi come Lara Pausini. Facezie a parte, questo secondo album dello strombazzatassimo Ryan non mi è parso granché: non una puttanata finto-rock come quelli del quasi-omonimo, ma dell’ennesimo songwriter a metà tra il roots e il suono da FM, non sentivo sinceramente la mancanza. È bravo e ispirato, Ryan, e possiede anche una bella voce, ma… insomma, mi entra in un orecchio e mi esce dall’altro. Lo dovessi intervistare, credetemi, la mia unica curiosità sincera riguarderebbe la storia dello pseudonimo.
(da Il Mucchio n.480 del 2 aprile 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.

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2011: la mia playlist

Per completare il recupero delle playlist da me compilate in tempo reale, dal 1979 in cui ho iniziato a scrivere di musica al 2017 in cui ho deciso che “L’ultima Thule” non avrebbe ospitato articoli e recensioni pubblicati dal gennaio 2018 in avanti, ne mancano ormai solo cinque: 1993, 1994, 2005, 2010 e 2012. Arriveranno anche quelle. Dopo, mi dedicherò alla stesura delle playlist degli anni precedenti, che saranno ovviamente “a posteriori” ma rifletteranno comunque i miei personalissimi ascolti più frequenti/appassionati dei dischi dei vari anni. Intanto, ecco quella del 2011, soltanto dieci titoli (cinque stranieri e cinque italiani, per mia scelta), uscita all’epoca sull’Annuario del Mucchio.
Paolo Benvegnù – Hermann
Mauro Ermanno Giovanardi – Ho sognato troppo l’altra notte?
PJ Harvey – Let England Shake
Low – C’Mon
Marco Parente – La riproduzione dei fiori
Social Distortion – Hard Times And Nursery Rhymes
Gianmaria Testa – Vita mia
Verdena – Wow
Tom Waits – Bad As Me
Walkabouts – Travels In The Dustland

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
19791980198119821983198419851986 – 1987198819891990 – 199119921995 – 1996 – 1997199819992000 – 20012002200320042006 – 2007 – 2008200920132014201520162017

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Martha Davis, 1980

Serie “Fotografie”, n.11
Sono abbastanza convinto che oggi, in Italia, i Motels siano sconosciuti a chiunque eccetto chi li ricorda per averne vissuto in tempo reale il periodo degli inizi, l’unico che qui da noi abbia goduto di discrete attenzioni. Il loro primo album uscì nel 1979 e la sua miscela di rock e pop in salsa new wave raccolse consensi, tanto che quando la band californiana – da vari anni nuovamente in circolazione – si esibì a Roma, il 19 dicembre 1980, il Tendastrisce di Via Cristoforo Colombo era gremito di gente. Non erano male, i Motels, anche se i maligni attribuivano buona parte delle loro fortune all’indiscutibile avvenenza della cantante, Martha Davis; cantante che qui nell’Urbe visse un momento di panico quando si trovò a cadere in mezzo al pubblico – mi pare di ricordare che qualche stronzo le afferrò da una caviglia e la tirò giù – riemergendone miracolosamente indenne e non svestita. Quando avvenne il fattaccio non stavo più scattando e quindi non posso offrire testimonianze fotografiche. Accontentatevi di questa immagine in bianco/nero colta, suppongo, con il teleobiettivo. Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980

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Pins (9)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records, al “classic rock”, alla new wave più sperimentale e alla new wave un po’ meno sperimentale, tocca adesso a sei pins di due artisti e un’etichetta che si muovevano sul confine tra rock moderno e classico.

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Blow Up n.254


È uscito il numero di luglio/agosto di “Blow Up”, 196 pagine per nove euro, con tutti i ricchi contenuti che potete leggere negli strilli e che potete approfondire cliccando qui. Nelle edicole più fornite, oppure direttamente sul sito, è possibile acquistare anche il libro che Stefano I. Bianchi ha dedicato a Bruce Springsteen (per maggiori informazioni, cliccare qui).
Per quanto riguarda i miei contributi alla rivista, segnalo la seconda parte (di tre) della mia panoramica sui “luoghi musicali” di Roma; nella prima, uscita a giugno, mi ero occupato dei negozi di dischi, mentre in questa il focus è su alcuni degli spazi per la musica dal vivo (gli altri saranno nella terza, che uscirà a settembre). Ho poi recensito These New Puritans, Jade Jackson e una ristampa degli Screaming Trees.

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I miei primi quarant’anni

A luglio del 1979 ebbi la soddisfazione di vedere per la prima volta la mia firma – che in realtà erano due, come si può leggere qui – su una rivista. Il periodico in questione si chiamava Il Mucchio Selvaggio ed era diffuso sull’intero territorio nazionale da quasi due anni. Non era un giornale patinato, anzi, si può tranquillamente dire che a livello di grafica, impaginazione, correzione delle bozze e “ordine” in generale era fatto abbastanza con il culo, ma all’epoca era fondamentale per gli appassionati italiani di rock a stelle tanto quanto Rockerilla – con il quale condivideva la stessa artigianalità pressapochista – lo era per i cultori delle nuove tendenze. Io avevo da poco compiuto diciannove anni e dall’inizio del 1977 “facevo radio” a livello di emittenti locali, conducendo strane trasmissioni rock a 360° volte a promuovere soprattutto artisti che da noi erano decisamente poco noti e nel 1979 avevo lanciato dalle frequenze della seguitissima Punto Radio il programma “Kick Out The Jams”; qui la scaletta della prima trasmissione, fotografata dalla mia agenda d’epoca della quale potete vedere la copertina più sotto.
Viste le mie inclinazioni musicali, quando maturai l’idea – come avvenne di preciso proprio non lo ricordo – di provare a scrivere di musica sarebbe stato logico bussare alla porta di Rockerilla, invece che a quella del più tradizionalista Mucchio Selvaggio. Optai invece per il secondo e lo feci per due motivi. Il primo: a Rockerilla c’erano già almeno una dozzina di persone interessate ai generi dei quali avrei voluto occuparmi, mentre al Mucchio erano molte, molte di meno; certo, gli spazi per new wave e dintorni erano assai limitati, ma ero fiducioso che potessero allargarsi. Il secondo: compravo spesso dischi da Carù, ordinandoli per telefono, e dato che Paolo Carù – con il quale parlavo ogni volta – era uno dei tre fondatori nonché responsabili del Mucchio, pensai che il contatto diretto preesistente avrebbe potuto agevolarmi. Fu in effetti così. Chiesi a Paolo “cosa dovrei fare per scrivere per il Mucchio?” e lui mi rispose concordare un paio di pezzi “di prova” con chi coordinava il mensile a Roma, la città dove ero nato e dove vivevo, Max Stèfani. Mi diede il suo numero di telefono, un fisso (i cellulari erano fantascienza e figuriamoci l’email), che composi dopo qualche giorno. Proposi gli album d’esordio di Bizarros e Tin Huey – due band della stessa Akron, Ohio dov’erano nati i miei amatissimi Devo – che avevo acquistato qualche settimana prima e mi sentii rispondere “va bene”. Le mie infallibili agende dicono che la telefonata si svolse il 17 maggio e che la consegna dei pezzi dattiloscritti – a mano: non esisteva ancora nemmeno il fax – avvenne dodici giorni dopo a Millerecords, uno storico negozio di dischi. Mi aspettavo una chiamata che mi comunicasse l’esito della prova, ma poiché non arrivava ricontattai Stèfani per avere notizie. Mi disse che andavano benissimo, che sarebbero usciti sull’ormai imminente n.21, datato luglio/agosto, e di risentirci “per altre cose” dopo l’estate.
Rileggermi sul Mucchio fu, inutile negarlo, un’emozione non da poco, anche se quelle quasi quattro colonne erano piene di orridi refusi creatisi nelle varie fasi del processo di fotocomposizione. A stupirmi di più fu però il fatto che, refusi a parte, i miei scritti fossero identici a come li avevo battuti a macchina, senza le correzioni di forma (e magari pure sostanza) che ipotizzavo ci sarebbero state a causa della mia inesperienza. Comprensibilmente, questo mi convinse di essere più bravo di quanto fossi, perché davo per scontato che se un direttore di giornale con ben nove anni più di me non mi aveva corretto nulla era perché tutto andava davvero bene; in realtà, in quelle due recensioni c’erano varie cose che ben presto avrei riconosciuto come imbarazzanti, e non ci misi molto a capire che se avessi voluto migliorarmi avrei dovuto fare da me, perché non c’era nessuno in grado di dirmi “qui hai sbagliato” o “qui sarebbe stato meglio fare così”. Per questa ragione, la mia crescita professionale è stata ferma o quasi per un bel po’, e non a caso quando mi sono poi trovato nei panni del direttore, o caporedattore, o quel che era, ho sempre dispensato consigli e “dritte” ai tanti giovani che ho via via accolto negli staff.
Molte migliaia di firme dopo, rivedere quel vecchio Mucchio mi accende comunque un sorriso sul volto. Allora non avrei mai potuto pensare che nel luglio del 2019 avrei celebrato una ricorrenza importante come quella dei quarant’anni di carriera sulla carta stampata, ma se ora lo sto facendo… beh, evidentemente doveva andare così. Sono contento? Certo, benché riscopra ogni giorno sulla mia pelle quanto portare avanti questo mestiere sia diventato molto più complicato di un tempo, per gli infiniti cambiamenti – la Rete il più enorme – e perché le energie e l’entusiasmo non sono più gli stessi. Questa, però, è per me un’occasione lieta, e proprio non voglio sporcarla con ulteriori considerazioni negative. Preferisco alzare un calice a me stesso, ai colleghi e agli amici che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui, ai tanti tra di voi che mi leggete che sono felici che io ci sia e magari sperano che ci rimanga ancora a lungo. Prosit!

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Retape 2019

Mentre molte delle mie conoscenze erano a Ostia Antica per i Kraftwerk, io mi trovavo alla Cavea dell’Auditorium per la terza edizione di “Retape”, la rassegna dedicata ad artisti romani più o meno emergenti, con Fabrizio Moro nel ruolo di ospite speciale: sedici set brevi, di massimo una ventina di minuti ciascuno, introdotti da Ernesto Assante e Gino Castaldo, che della manifestazione sono da sempre i padrini. Grande diversità di stili, secondo la condivisibile logica di documentare le varie tendenze, ma il programma era ben congegnato e nessuno era, come dire?, “scarso”, anche se per quanto mi riguarda ho ascoltato alcuni dei presenti solo per conoscenza ed è assai poco probabile che li ascolterei mai per piacere. Tra le proposte che, in base al mio gusto, mi sono parse più intriganti segnalerei la cantautrice Livia Ferri e il cantautore Wrong On You, entrambi dotati non solo di un valido repertorio ma anche di un certo particolare carisma; i Red Bricks Foundation, che si sono mantenuti in bilico tra convincente indie rock e meno brillanti canzoni filo-nazionalpopolari (speriamo scelgano bene, quando dovranno decidere da che parte stare); i Bobby Joe Long’s Friendship Party, vecchia conoscenza dell’underground locale, che mischiano più generi senza preoccuparsi di essere accattivanti e che a volte riescono addirittura a sorprendere. Fatico invece a considerare “nuovi” tanto La Batteria, artefici di un vivace e sanguigno rock strumentale legato alle colonne sonore d’antan, quanto la collaudata coppia Pier Cortese / Roberto Angelini, con le loro geniali adattamenti di brani famosi, nonché Il Muro del Canto (nella foto), che dopo abbondanti cinque ore di spettacolo – davanti a una platea che è cambiata più volte; davvero pochi quelli che ci sono stati dall’inizio alla fine – hanno offerto la miglior chiusura possibile con il loro folk-rock indissolubilmente legato alla Città Eterna.

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AudioReview n.410

È da qualche giorno in edicola il numero di giugno di AudioReview. Per quanto concerne i miei contributi personali, oltre ad aver come sempre curato l’ampia sezione musicale, mi sono occupato di Heart Of Glass dei Blondie nella rubrica “Le canzoni raccontate”, ho intervistato parecchio in esteso Patrizio Fariselli e ho recensito vari dischi: una ristampa in vinile degli Afterhours, i nuovi di Vinicio Capossela, Raconteurs, Waterboys, Daniele Silvestri e Rickie Lee Jones, un cofanetto degli Spear Of Destiny.

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The Seeds

Per quasi chiunque, il 25 giugno 2009 è il giorno della morte di Michael Jackson, e ci sta. In occasione del decennale vorrei però sommessamente ricordare che nello stesso giorno ci salutò per sempre, a sessantatré anni, Sky Saxon, frontman e leader di una delle più straordinarie band del garage punk americano, i Seeds. I loro due migliori album, The Seeds e A Web Of Sound, furono entrambi pubblicati nel 1966, ma i due pezzi più famosi del repertorio, poi recuperati nel primo LP, avevano visto inizialmente la luce su altrettanti singoli addirittura nel 1965: prima la ballata Can’t Seem To Make You Mine e poi il frenetico proto-punk’n’roll Pushin’ Too Hard. Qui due belle apparizioni televisive d’epoca, ovviamente in playback.

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L'ultima Thule

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