Il disco più strano che ho (4)

Questa storia è davvero stravagante e mi chiedo come ho fatto a dimenticarmene fino a oggi. Allora… quella qui sopra è una compilation di provenienza USA con dentro gente tipo GG Allin, i Tina Peel di Rudi Protrudi, gli Shockabilly e gli Art (la band che ebbe l’idea di produrlo per la sua etichetta, chiamata The Only Label In The World). Il suo singolare intento era quello di raccogliere artisti americani “odiati” nelle rispettive città/scene di appartenenza e, coerentemente con il progetto, ha come titolo The “You’ll Hate This Record” Record. La caratteristica che salta subito all’occhio è che dell’artwork facesse parte – incollato sulla copertina – un “finto vomito” di plastica, di quelli che si usano a carnevale per far credere che qualcuno ti ha vomitato in casa e che sembrano proprio veri.
Quasi tutte le copie al momento offerte su Discogs et similia costano poco, ma sono curiosamente prive dell’elemento-chiave, il vomito, mentre l’unica in condizioni perfette è offerta alla cifra tutto sommato accettabile di 50 euro. L’evidente rarità degli esemplari intonsi accentua il mio disappunto per l’incidente capitato al mio LP, acquistato in tempo reale; come sempre faccio, l’avevo custodito in una classica busta di plastica trasparente e inserito fra gli altri, ma quando qualche anno dopo l’ho ripreso dallo scaffale ho scoperto che, a causa della pressione e – suppongo – del calore, il finto vomito si era in parte sciolto. L’effetto rimane, come potete vedere dalla foto, ma il tutto è assai meno a rilievo e i “dettagli” si sono ovviamente persi. Ora, più che un vomito, sembra una mezza diarrea

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Blow Up n.259

È in edicola il numero di dicembre di “Blow Up”, 196 pagine per 9 euro, con tutti i contenuti ricchi, eterogenei e spesso imprevedibili che potete leggere negli strilli (e approfondire cliccando qui).
Il lungo articolo che avevo consegnato due mesi fa è tuttora rinviato a data da destinarsi e pertanto miei contributi personali si limitano a una manciata di recensioni di dischi stranieri (Who e Neil Young) e italiani (Black Snake Moan, Cheap Wine, Orchestra Multietnica di Arezzo). E poi, ovviamente, c’è la mia playlist del 2019, che come avvenuto con quella del 2018 non sarà proposta qui sul blog.

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Un milione

 

Oggi “L’ultima Thule” ha superato il milione di singole pagine visitate: numeri reali così come reali sono tutti quelli che riguardano le mia attività, in primis perché sono una persona seria e in seconda battuta perché il mio unico pensiero a proposito di quanti acquistano like o follower è se mi facciano più ribrezzo o più compassione. Sembrerebbe una notizia per la quale si dovrebbe stappare una bottiglia di quello buono e per molti versi in effetti lo è, ma… ma ma ma. Sarà che invecchio, sarà che il mondo della musica con tutto quello che gli ruota attorno mi fa via via più schifo, sarà che affronto con sempre minori energie psicologiche la mia personale lotta contro il cinismo, ma tendendo a vedere il bicchiere mezzo vuoto sono costretto a dire che il numero non mi sembra poi così eccezionale, alla luce della quantità (e della qualità, consentitemelo) del materiale qui offerto. Insomma, per arrivare al fatidico 1.000.000 ho impiegato quasi sette anni, e dato che la matematica non è un’opinione la media è di poco meno di quattrocento visite al giorno. A voi paiono tante? A me no, considerata l’ampiezza del bacino di utenza; non a caso mi trovo spesso a interrogarmi se sia il caso di interrompere le pubblicazioni e lasciare on line solo quello che già c’è. È vero che in Rete ci sono valanghe di contenuti, che il tempo scarseggia e che i testi “lunghi” terrorizzano molti potenziali lettori, ma deve esserci per qualcosa che non funziona e vai a capire cosa. Di sicuro, la mia scelta di due anni fa di non donare al popolo di Internet quello che di mio è apparso su riviste a partire dal gennaio 2018 non c’entra: statistiche alla mano, tra il “prima” e il “dopo” non ci sono differenze.
Lo ammetto e ci rido pure su: sono bravissimo a guastare le feste, a vedere il lato brutto delle cose. E purtroppo non riesco a nascondere i miei sentimenti come sarebbe saggio fare, perché voi che ora mi state leggendo starete pensando giustamente “che due palle”. Innalzo allora un sobrio calice di prosecchino al mio milione, non a me medesimo bensì a voi che, visitando queste pagine virtuali, mi avete permesso di raggiungerlo. Grazie di cuore.

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Oltre le stelle (24)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
JOHNNY CASH
The Man Comes Around
* * *
Tre stelle. Non so bene perché “solo” tre, visto che The Man Comes Around è finito pure tra i miei quindici album preferiti dello scorso anno, ma ho l’impressione che assegnandogli la quarta farei un torto ad altri titoli della tetralogia su American Recordings, oppure ai capolavori dei ‘60 che gli sono – seppur di poco – superiori. Sfumature a parte, l’Uomo in nero fa categoria a sè: un maestro assoluto di stile, una voce inimitabile per timbrica e carisma, una capacità rarissima per la scrittura delle proprie canzoni e per la scelta di quelle altrui. Monumento vivente – si spera ancora a lungo, nonostante i segnali non siano granché incoraggianti – del suono d’oltroceano, e papà (nonno?) dell’American Gothic, Johnny Cash sa ipnotizzare, stregare, impietrire: teniamocelo stretto, perché non ce ne potranno essere altri come lui. Mai più, purtroppo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.529 del 15 aprile 2003)

SUICIDE
American Supreme
* * *
Destino per certi versi amaro, quello dei Suicide: come tutti gli artisti che debuttano con un album davvero epocale, sono condannati a vivere il resto della loro carriera con la concreta prospettiva di non riuscirsi a ripetere ai medesimi livelli. Questo è ciò che è accaduto ad Alan Vega e Martin Rev, che dopo il favoloso esordio omonimo del 1977 – elettronica minimale suonata con approccio punk: un must assoluto – hanno vagato tra prove solistiche e in coppia più o meno convincenti. A venticinque anni di distanza, American Supreme è, finalmente, un altro Signor Disco: non cruciale, ma ricco di ispirazione e di profondità come mai avrei creduto possibile per due, diciamolo, reduci. Al primo ascolto mi ha sorpreso, al secondo mi ha intrigato, al terzo mi ha conquistato; e oggi, a cinque mesi di distanza, la sua elettronica dal volto (dis)umano mi sembra forse ancor più bella.
(da Il Mucchio Selvaggio n.530 del 22 aprile 2003)

BETH GIBBONS & RUSTIN MAN
Out Of Season
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Ho ascoltato Out Of Season solo ora, allo scopo di scrivere queste righe: all’epoca dell’uscita non l’ho ricevuto in promozione e sinceramente non sono stato nemmeno sfiorato dall’idea di comprarlo, perché sono già pieno di dischi da sentire per lavoro e non mi andava di spendere venti euro per un CD che aveva ottime possibilità di rimanere sigillato. Con il senno di poi posso affermare che sarebbe stato un investimento da effettuare, dato che l’album è davvero bello: malinconico ma non opprimente, raffinato ma non artificioso, minimale ma non povero. Prezioso soprattutto negli ottimi arrangiamenti e in una voce di quelle che lasciano un segno profondo nei cuori: persino nel mio, al quale le canzoni dei pur bravissimi Portishead non hanno mai provocato particolari sussulti.
(da Il Mucchio Selvaggio n.531 del 29 aprile 2003)

AUDIOSLAVE
Audioslave
* * * *
C’è qualcosa che mi ha colpito, a proposito degli Audioslave: il livore con il quale taluni colleghi si sono accaniti, chissà perché, contro il loro esordio. Una durezza ingiustificata per un disco il cui solo “torto” è muoversi con passo sicuro sulla strada di un hard-rock che più classico non si può. Al supergruppo americano non chiedevo nulla più che valide canzoni suonate con energia, sentimento e classe, e sono stato esaudito al di là delle mie più ottimistiche previsioni. Non penso di non avere mai capito un cazzo del rock né di esserne ossessionato e feticista, ma Audioslave – al di là delle sue carenze di spunti innovativi – mi è parso proprio bello; e proprio bello mi sembra ancora, a cinque mesi dal primo ascolto, al punto di indurmi a confermare le quattro stelle. In barba a quanti lo accusano di manierismo se non addirittura di plastificazione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003)

THE ROOTS
Phrenology
* *
Un altro album che non possedevo, Phrenology, e che quindi all’epoca non avevo votato nelle Stelle. La richiesta di un breve commento per questa rubrica mi ha spinto a procurarmelo, facendomi scoprire un Signor Disco e una band di moderna black music (a 360°, seppure con l’hip hop come ingrediente principale) di sicuro più concreta e interessante rispetto alla media. Chi mi conosce lo sa: non sono un grande appassionato di questi suoni e quindi il mio giudizio lascia un po’ il tempo che trova, ma i Roots mi sembrano abbastanza abili, eclettici e ispirati da piacere anche a quanti sono di norma sintonizzati su altre frequenze. Bravi, insomma. E quasi geniale l’idea di intitolare uno degli episodi – un fulmineo ma efficace hardcore punk, messo lì in scaletta a fare non si sa bene cosa – solo con sette punti esclamativi…
(da Il Mucchio Selvaggio n.533 del 13 maggio 2003)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tool, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.
In “Oltre le stelle” 17: Teenage Fanclub & Jad Fair, Marianne Faithfull, Boards Of Canada, Gomez, Desaparecidos.
In “Oltre le stelle” 18: Neil Young, Elvis Costello, Jon Spencer Blues Explosion, Badly Drawn Boy, Pedro The Lion.
In “Oltre le stelle” 19: Wilco, Tom Waits, Bruce Springsteen, Moby, Dot Allison.
In “Oltre le stelle” 20: Korn, David Bowie, Vines, Sonic Youth, Solomon Burke.
In “Oltre le stelle” 21: Red Hot Chili Peppers, Primal Scream, Flaming Lips, Coldplay, Queens Of The Stone Age.
In “Oltre le stelle” 22: Interpol, Underworld, Peter Gabriel, Beck, Black Heart Procession.
In “Oltre le stelle” 23: Steve Von Till, Sigur Ros, The Libertines, Badly Drawn Boy, Pearl Jam.

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Classic Rock 85

È nelle edicole da ieri il numero di dicembre di “Classic Rock”. Potrete scoprire i numerosi altri argomenti trattati leggendo gli “strilli” della copertina. I miei contributi sono un articolo di cinque pagine sulla new wave fiorentina 1980-1985 e due ampie recensioni: Thanks For The Dance di Leonard Cohen e la ristampa del quarantennale di London Calling dei Clash.

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L'ultima Thule

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Withnail e io

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

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PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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BASTONATE

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