Arcade Fire

Purtroppo gli spazi fissi e un po’ risicati – 1800 caratteri – delle recensioni di AudioReview limitano le possibilità di argomentare i propri giudizi. Comunque, per il nuovo album degli Arcade Fire sono riuscito a farmeli bastare per una spiegazione credo accettabile. Per chi fosse interessato, qui c’è anche la recensione di un vecchio, bel DVD.

Everything Now
(Columbia)
Analizzandola con un minimo di obiettività, cioè lasciandosi alle spalle eventuali fanatismi da ultras, la parabola degli Arcade Fire appare discendente. Vero che si partiva da molto alto, con un debutto sulla lunga distanza – Funeral, 2004 – qualificabile come epocale e un secondo capitolo – Neon Bible, 2007 – quasi allo stesso livello, ma da lì in avanti qualcosa si è incrinato; The Suburbs (2010) era comunque una prova eccellente, mentre il successivo Reflektor, del 2013, aveva raccolto più di un mugugno ma quantomeno aveva mostrato interessanti tentativi di rinnovamento. Continua a leggere

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Mauro Ottolini

Sono sempre attento ai progetti legati a Luigi Tenco, uno di quegli artisti che inevitabilmente chiamano il pensiero “chissà cosa avrebbe fatto se non fosse andato via così presto”, e quindi non sono potuto rimanere indifferente a questo doppio CD a lui dedicato da Mauro Ottolini, jazzista atipico e brillante che ha estratto dal cilindro qualcosa di davvero speciale. Un disco da non perdere per ogni cultore di Tenco, scomparso da ormai cinquant’anni e mezzo, molto interessante per chiunque apprezzi la canzone d’autore non troppo convenzionale, godibile per tutti.

Tenco – Come ti vedono gli altri
(Azzurra Music)
Da una quindicina d’anni, Mauro Ottolini è uno dei jazzisti italiani più apprezzati, sia per le qualità tecniche (il suo strumento è il trombone, ma è pure compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra), sia per l’approccio fantasioso e “irregolare” alla scrittura, alla musica suonata, ai progetti messi in piedi. Non è un purista, insomma, ma neppure uno di quegli sperimentatori che il pubblico non avvezzo alle “ricerche” incontra difficoltà ad ascoltare; lo afferma con chiarezza una ricca discografia in proprio dove la trasversalità va a braccetto con la capacità di incuriosire e con un vivace (ma, a suo modo, serissimo) senso dell’ironia. Continua a leggere

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R.E.M.

Stamattina, per via di un lungo blackout che mi ha privato di computer fisso, connessione Wi-Fi, iPod (scarico), computer portatile (scarico) e impianto stereo, ho riascoltato grazie all’iPad Reveal, disco che certo non avevo bisogno di “riscoprire” – è pure nella mia playlist del 2001 – ma che mi ha comunque regalato per l’ennesima volta bellissimi momenti. Da qui a recuperare la recensione scritta oltre sedici anni fa, il passo è stato molto breve.
Reveal
(Warner)
Il punto, a ben vedere, sta in quel che è lecito chiedere a una band come i R.E.M., dopo oltre vent’anni di onorata carriera e undici album – senza contare l’enorme quantità di produzioni “accessorie” – di sempre notevole caratura. Di sicuro, non radicali stravolgimenti della loro consolidata e fortunata linea espressiva: dalla prima all’ultima delle sue dodici tracce, comunque tutt’altro che povere di spunti inediti e per certi versi “sperimentali”, Reveal dichiara senza possibilità di equivoci la sua paternità. Continua a leggere

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System Of A Down

Non so bene se la colpa sia del fatto che sono invecchiato, ma da vari anni è piuttosto raro che io recuperi, solo per il piacere del riascolto, dischi di area metal del periodo a cavallo fra i ’90 e gli ’00; eppure, all’epoca ne divoravo a decine e decine, e quando ne recupero alcuni di quelli che a memoria sono incasellati alla voce “ottimi”, ritrovo tutto ciò che all’epoca me li face amare e (ben) recensire. Tra i massimi capolavori del genere, inserito fra l’altro nella mia playlist del 2001, c’è senza dubbio il secondo dei SOAD, del quale – proprio in questi giorni, ma sedici anni fa – scrissi quanto segue.

Toxicity
(American Recordings)
Non hanno fatto bene, al crossover, i riscontri commerciali di parecchi suoi esponenti: complici l’avidità dei discografici e la bocca buona di troppi appassionati, il panorama del metal contaminato è ormai una specie di girone infernale affollato di opportunisti dell’ultim’ora, plagiatori senza scrupoli e puri e semplici fenomeni da baraccone. Fortunatamente, però, non tutti i gruppi sanno solo picchiar duro, alzare il volume e fare i pagliacci; i System Of A Down, californiani di Los Angeles con sangue armeno nelle vene, hanno invece elaborato una formula personale, dove potenza ed estremismi si legano a imprevedibili aperture melodiche, strutture stranite, pause evocative e citazioni etniche. Continua a leggere

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And the winner is… (again)

Accolgo con soddisfazione la notizia che “L’ultima Thule” si è aggiudicato per la seconda volta (la prima fu nel 2014) la “Targa MEI Musicletter”, assegnata annualmente al “Miglior blog personale” che si occupa di musica. Un sincero grazie ai componenti della giuria, quest’anno molto più ampia del passato, che hanno voluto accordarmi la loro preferenza, e naturalmente a tutti coloro che mi seguono.

Congratulazioni a “Rockol“, che ha ottenuto la Targa come “Miglior sito”, e a Big Time, vincitore del Premio speciale come “Migliore ufficio stampa”.

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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2001: la mia playlist

Per il 2001, così come per altri anni, le playlist annuali prevedevano quindici album suddivisi in tre categorie di apprezzamento (personale e non necessariamente “critico”, a scanso di equivoci). Rileggo le mie scelte e per fortuna mi ci ritrovo al 100%, compiacendomi del mio eclettismo e del fatto tutti i titoli in elenco sono in seguito ritornati – quale più, quale meno – a risuonare nelle mie orecchie. Non ci sono album italiani solo perché, come spesso accadeva, avevano una playlist a parte.
Björk – Vespertine
Mark Lanegan – Field Songs
Tool – Lateralus
System Of A Down – Toxicity
White Stripes – White Blood Cells
Arab Strap – The Red Thread
Black Rebel Motorcycle Club – BRMC
Manu Chao – Proxima Estacion: Esperanza
R.E.M. – Reveal
Strokes – Is This It
Laurie Anderson – Life On A String
Nick Cave – No More Shall We Part
Mogwai – Rock Action
Muse – Origin Of Symmetry
Iggy Pop – Beat’em Up

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1986
1987
1990
1991
1996
1997
2000
2006
2007
2013
2014
2015
2016

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Southside Johnny

Un gran bel disco antologico che mi ha consentito di colmare qualche buco che mi portavo dietro da quarant’anni. Sì, lo so che le edizioni originali in vinile costano poco, ma come ho già scritto altre volte ho un’autentico amore che sconfina in una deviazione di tipo feticista per le antologie con l’opera omnia di un artista, anche se – come in questo caso – solo di un periodo specifico della carriera. Ma che periodo! Southside Johnny ha raccolto molto meno di quello che avrebbe meritato, e questi due CD lo provano senza possibilità di smentita.

The Fever
(Real Gone)
Nel 1976, quando Bruce Springsteen aveva già pubblicato con grande successo Born To Run, un altro rocker del New Jersey – all’esordio su disco – sembrava destinato a contendergli il posto al sole. Ma non c’erano rivalità, anzi: il rapporto era di fratellanza, al punto che i primi tre LP di John Lyon – in arte, Southside Johnny – ebbero come produttore Steven Van Zandt e furono riempiti di brani (inediti) composti dal Boss e/o dal suo chitarrista. Continua a leggere

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Royal Blood

In generale sono cose che accadono da sempre e quindi non mi meraviglio (più), ma che mezzo mondo – compresa gente seria e stimabile – stia esaltando costoro nei termini in cui li sta esaltando mi sembra esagerato. Per me, un disco da 6.

How Did We Get So Dark?
(Warner Bros)
White Stripes, Black Keys e Kills sono solo alcune delle band rock di due membri che dall’inizio del millennio hanno ottenuto più o meno ampi consensi. Sulla loro scia, benché con un sound che è atipicamente fondato sulla liaison (poco) dangereuse fra una tonante batteria e un basso distorto che fa le veci della chitarra, si sono collocati i britannici Royal Blood, grazie al solito tam-tam dell’hype e a padrini illustri – come uno Jimmy Page (evidentemente) non più molto lucido – che li hanno ricoperti di lodi. Continua a leggere

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Quintessence

All’epoca in cui ho iniziato a seguire seriamente la musica, i Quintessence si erano appena separati, cosa che – suppongo – mi indusse a considerarli “vecchi” e pertanto immeritevoli di approfondite attenzioni rispetto ai gruppi del presente (di allora). Più avanti, quando mi sono dedicato alla scoperta di tutto quello che mi ero più o meno perso, li ho sì ascoltati un po’ meglio, classificandoli però subito come “minori” e, di conseguenza, prescindibili. La frequentazione di questo box mi ha fatto però pensare di essere forse stato troppo tranchant, anche se è ovvio che non si sta parlando di una band epocale. Ma neppure priva di motivi di interesse.

Move Into The Light
(Esoteric)
Non contando le antologie e i tre live pubblicati nell’ultima decina di anni, due con materiale d’epoca e uno concepito come testimonianza dell’episodica (e parziale) reunion del 2010, la discografia dei Quintessence comprende cinque album, due editi dalla RCA nel 1972 e tre marchiati dalla Island fra il 1969 e il 1971. Sono proprio questi ultimi, a cominciare dall’esordio In Blissful Company per arrivare a Dive Deep passando per Quintessence, gli articoli più pregiati del catalogo, nonché quelli adesso condensati in Move Into The Light assieme a un paio di rarità. Continua a leggere

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The Jesus And Mary Chain

Nei primi mesi dell’anno, i Jesus And Mary Chain – un gruppo cardine del rock anni ’80 – hanno pubblicato un nuovo album, il primo da tanti, tanti anni. Considerato il mio rapporto storico con il gruppo, che seguo davvero dall’inizio e del quale ho scritto tante volte (in occasione del precedente  Munki ho anche intervistato Jim Reid), non ho potuto fare a meno di recensirne anche quest’ultima fatica.

Damage And Joy
(Artificial Plastic)
Ormai, il detto “a volte ritornano” ha ben poco senso: con minime eccezioni, tornano proprio tutti. Benché di nuovo in pista già dal 2007, i Jesus And Mary Chain non avevano però finora pubblicato un album di materiale inedito, preferendo limitarsi a portare in giro il loro repertorio storico; in particolare, quello dei primi tre LP datati anni ’80, dal mitico Psychocandy del 1985 – che con il suo conturbante pop sepolto sotto colate di feedback indicò una strada che in moltissimi avrebbero battuto – ai più “addomesticati” Darklands (1987) e Automatic (1989). Continua a leggere

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Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Continua a leggere

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Alt-J

I due precedenti album degli Alt-J mi erano piaciuti tanto, proprio tanto, come si può avere conferma leggendo qui e qui. Il terzo capitolo, di ancora recente uscita, mi ha invece lasciato tiepidino, e non ho potuto fare a meno di scriverlo. Non senza intristirmene.

Relaxer
(Infectious)
Sicuramente fra le band britanniche più osannate fra quelle salite alla ribalta dall’inizio del decennio in corso, gli Alt-J sono per molti aspetti un enigma. Difficile, infatti, capire come il loro sound, accattivante sul piano melodico ma al contempo così “poco pop” (almeno nel senso più banale del termine), possa riscuotere i consensi dei quali è un po’ ovunque gratificato; parallelamente, che la popolarità li “costringa” a suonare in arene all’aperto dà luogo a effetti alienanti, considerando come la dimensione ideale del trio, al di là dell’efficacia degli ampi schermi e dei giochi di luce utilizzati, sia quella di un club di medie/ridotte dimensioni. Continua a leggere

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Claudio Lolli

Seguo Claudio Lolli dagli anni ’70. Da quando, adolescente, mi imbattei in quel brano-capolavoro chiamato Michel, che mi spinse ad approfondire. Acquistai subito gli LP Aspettando Godot e Un uomo in crisi (non Canzoni di rabbia: quello, vai a capire perché, lo presi parecchio dopo), innamorandomi di questo musicista così affascinante a dispetto di una poetica che, inutile nascondersi, suonava triste, a tratti persino deprimente; ma era (è!) un bel deprimersi, di quelli che ti obbligano a scavare dentro di sé. Non starò qui, adesso, a raccontarvi tutte le tappe della mia personale vicenda lolliana, che molti anni fa – in occasione dell’uscita della riedizione di Ho visto anche degli zingari felici, il suo album più mitico – ebbe come momento indimenticabile una bella intervista che riporto qui. Non posso però fare a meno di riportare quello che ho scritto a proposito dell’ultimo lavoro, davvero molto bello, che ha pure ottenuto la Targa Tenco.

Il grande freddo
(La Tempesta)
Al di là dei riscontri commerciali non proprio eclatanti, che in quarantacinque anni di percorso discografico lo hanno sistematicamente tenuto lontano da classifiche e media non di nicchia, Claudio Lolli è un maestro della nostra canzone d’autore. Uno di quelli naturalmente predisposti a viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André, che si è schierato politicamente e culturalmente, e che per questo si è guadagnato la stima e l’affetto di una platea magari nascosta ma in termini assoluti non esigua. Continua a leggere

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1990: la mia playlist

Un anno notevole, il 1990, ricco di musica di qualità. Avrei potuto dire lo stesso affidandomi alla memoria od operando un’analisi superficiale, ma il concetto emerge in modo ancor più evidente esaminando l’elenco degli album ai quali, in tempo reale, assegnai i voti più alti in sede di recensione sulle riviste per le quali all’epoca scrivevo regolarmente, cioè Velvet e AudioReview. I miei “album del 1990” furono dunque i dodici qui sotto, anche se quell’anno non compilai alcuna playlist riassuntiva: su Audioreview non le abbiamo mai fatte e su Velvet ne pubblicammo una generale, senza le preferenze dei singoli collaboratori. Possibile che, se ne avessi dovuto compilare una all’inizio del 1991, logicamente pescando anche tra i dischi che non avevo recensito, qualche titolo sarebbe stato diverso, ma pure così com’è mi sembra bellissima.

Arson Garden – Under Towers
Chills – Submarine Bells
Danzig – Lucifuge
House Of Love – The House Of Love
Jane’s Addiction – Ritual de lo habitual
Mazzy Star – She Hangs Brightly
Negazione – 100%
Ozric Tentacles – Erpland
Pixies – Bossanova
Pussy Galore – Historia de la musica rock
Lou Reed & John Cale – Songs For Drella
The Seers – Psych-Out

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1986
1987
1991
1996
1997
2000
2006
2007
2013
2014
2015
2016

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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I reduci

Amo da sempre questa splendida (anche se tristemente realista nel raccontare un fallimento) canzone di Gaber-Luporini, che i Gang hanno ripreso nel loro ultimo album “Calibro 77” e della quale è appena uscito il videoclip. Sono onesto, la versione dei Severini – benché bella, e coerente con il resto del disco – non mi convince appieno: secondo me, un testo così richiede una musica più sofferta, o più graffiante, o più ironica. È comunque un bel sentire, e per ampliare il discorso mi sembra sensato proporre anche la cover dello stesso brano realizzata anni fa (per un tributo del “Mucchio Extra”) dagli Spirogi Circus, un progetto di Moreno degli Avvoltoi.

 

 

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L'ultima Thule

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