Julian Cope

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa. Continua a leggere

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Warrior Soul

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, del quale ripropongo ora una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra uscì su AudioReview). Mi dispiace davvero tanto che la band di Kory Clarke, da me intervistato due volte (la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui; la seconda chissà, magari un giorno…), non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo. Ah, quasi dimenticavo: Drugs, God And The New Republic è scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991.

Drugs, God
And The New Republic
(DGC)
A ben guardare, i Warrior Soul hanno tutte le carte in regola per aspirare a una posizione di primissimo piano nel rock degli anni Novanta. Vantano infatti uno stile moderno e originale, abbastanza eclettico da garantire una sorprendente quantità di possibili sviluppi; un notevole impegno politico-sociale, a stento compresso nelle liriche, che potrebbe renderli portavoce di larghe cerchie di pubblico giovanile; una immagine “barricadera” quanto basta a richiamare l’attenzione dei media, già condizionati dalle loro origini in quel di Detroit al punto di averli nominati “eredi” dei mitici MC5, anch’essi figli della Motor City; un’etichetta giovane e intraprendente, ricca di mezzi e determinazione; soprattutto, il carattere necessario per andare avanti per la propria strada, spinti dalla fiducia in sé stessi e dalla consapevolezza che la ricezione di un messaggio è tanto più ampia quanto più fortemente esso viene diffuso. Continua a leggere

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In edicola (aprile)

edicolaDopo un mese di pausa, dovuto allo scoramento perché i numeri delle visualizzazioni ottenute dai post “In edicola” sono deprimenti rispetto a quelli dei post normali, torno a ricordare come ogni mese, nelle edicole, sia possibile acquistare riviste con miei articoli, interviste e recensioni che non sono diffusi contemporaneamente in Rete e che potrebbero apparirvi con sensibile ritardo (o mai). Questo il quadro completo di aprile.

Vinile n.7. Lungo articolo sulla prima produzione di Fabrizio De André per l’etichetta Karim, con “lettera aperta” a chi di dovere affinché essa sia finalmente valorizzata come merita.

 

 

 

 

 

AudioReview n.386Sezione musicale da me curata, rubrica “Le canzoni raccontate” sulla storia e il significato di brani famosi (questo mese, Bohemian Rhapsody dei Queen), recensione estesa dei Depeche Mode, recensioni di Jesus And Mary Chain, Edda, Le Luci della Centrale Elettrica, Cesare Basile e Lift To Experience (ristampa).

 

 

Blow Up n.227. Recensioni di Crowd e Scent Merci.

 

 

 

 

 

 

 

Classic Rock n.53. Intervista ai Residents, recensioni di Bardo Pond, Buzzcocks (ristampa), Father John Misty, Red Lorry Yellow Lorry (ristampa), Soundgarden (ristampa), Wire.

 

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Pop Corn (LP) – settimana 13

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 17 al 21 aprile, quelle della terza settimana del nuovo sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 17/4/17
Beatles – Ticket To Ride
Rolling Stones – Heart Of Stone
Otis Redding – Satisfaction
Bob Dylan – I Want You

Martedì 18/4/17
Rolling Stones – Street Fighting Man
Bob Dylan – From A Buick 6
Beatles – Eleanor Rigby
Otis Redding – A Change Is Gonna Come

Mercoledì 19/4/17
Bob Dylan – Blowin’ In The Wind
Otis Redding – Respect
Beatles – With A Little Help From My Friends
Rolling Stones – Ruby Tuesday

Giovedì 20/4/17
Otis Redding – Day Tripper
Beatles – I Want To Hold Your Hand
Bob Dylan – Lay Lady Lay
Rolling Stones – Lady Jane

Venerdì 21/4/17
Beatles – Happiness Is A Warm Gun
Bob Dylan – Girl From The North Country
Otis Redding – Ton Of Joy
Rolling Stones – Under My Thumb

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)
La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)
L’undicesima settimana (anni ’60)

La dodicesima settimana (anni ’60)

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High Circle

Attivi dal 1983 al termine del decennio, gli High Circle sono stati il primo gruppo di Roma a ispirarsi al classico hardcore punk più o meno melodico di scuola californiana. Sulla carta avevano insomma quello che occorreva per essere la mia band cittadina preferita, ma i loro dischi – un 7 pollici e due LP, poi in parte raccolti in un CD – avevano sempre, almeno a mio parere, qualche lacuna che gli impediva di ottenere il mio pieno consenso. Credevo di aver recensito proprio tutto, del gruppo, cioè il 7 pollici, i due LP e il CD antologico, e ne sono tuttora convinto, ma il mio scritto a proposito del primo album, pubblicato nel 1987, non sono riuscito a trovarlo, benché abbia sfogliato pagina dopo pagina e più volte ogni rivista nella quale avrei potuto pubblicarlo. Mistero.

6 Track EP
(Contagio)
Pur avendo da tempo abbandonato le recensioni di dischi punk di livello meno che eccellente, ho ritenuto di fare un’eccezione per questo 7 pollici degli High Circle, gruppo romano all’esordio su vinile. Sei brani, quattro dei quali cantati in italiano e uno strumentale, legati a schemi hardcore di stampo statunitense; nulla di particolarmente innovativo, dunque, in un dischetto non disprezzabile anche se un po’ scontato.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del settembre 1985 Continua a leggere

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Nirvana – Nevermind

Rileggere anni dopo quanto scritto in tempo reale di dischi poi divenuti pietre miliari è una pratica rischiosa, almeno se si ha paura di aver preso una topica. Personalmente, mi capita di avvertire quel “timore”, fra virgolette, quando organizzo il mio giudizio, ma non ricordo casi di commenti incredibilmente positive o negative che, con il senno di poi, mi sono trovato a ribaltare; qualche sfumatura senza dubbio sì, l’8 che doveva essere un 7 o viceversa, pure, ma nulla più. Ripescando la recensione di Nevermind, al quale assegnai un bell’8 e mezzo, ho rilevato di averci preso in pieno, anche nelle previsioni sul possibile futuro della band; che nessuno, però, si stupisca nello scoprire che nel 1991 i Nirvana non erano ancora considerati stelle: chi non c’era magari non ci crederà, ma al tempo dell’uscita nessuno al mondo vide nel secondo album di Cobain e compagni un disco che, grazie soprattutto alla sua hit Smells Like Teen Spirit, avrebbe cambiato il corso della storia.

Nevermind
(DGC)
Nella vibrante sfida all’ultima chitarra che contrappone Soundgarden e Mudhoney per la leadership della scena di Seattle non sembrava fino a oggi esserci spazio per il proverbiale terzo incomodo. Non sembrava… ma se anche questo secondo album dei Nirvana non può vantare la caratura delle ultime produzioni dei due sopracitati “colossi”, è innegabile che esso abbia tutte le carte in regola per imporre la band di Kurt Cobain come outsider da non sottovalutare: non più emergenti da guardare al massimo con benevola accondiscendenza, ma un ensemble ormai maturo e perfettamente in grado di ritagliarsi un suo ruolo tutt’altro che secondario. Del resto, non ci risulta che alla David Geffen Company siano soliti regalare contratti ai primi venuti. Continua a leggere

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Growing Concern

Pur avendoli visti più volte dal vivo, fino al 1998 non ho curiosamente mai recensito i Growing Concern, la band più importante dell’hardcore punk romano degli anni ’90. Quindi, niente mie cronache in tempo reale sul 7”EP What We Say (Break Even Point, 1991) e sul 12”EP Disconnection (SOA, 1992) – raccolti, con l’aggiunta di due bonus, nel CD Disconnection Plus (Banda Bonnot, 1993) – e nemmeno sull’album Seasons Of War (Banda Bonnot/SOA, 1994), che concluse il primo ciclo della carriera dell’ensemble. Il mio unico articolo d’epoca è dunque quello a proposito del mini-CD Never Fades Away, che contro ogni previsione suggellò la gloriosa storia dei ragazzi.

Never Fades Away
(SOA)
Nell’ambito dell’hardcore punk italiano, il nome Growing Concern ha il peso di un marchio D.O.C.: un marchio che mantiene il suo valore anche se dell’organico non fa più parte il cantante Paolo Piccini, personaggio di indubbio carisma che con le sue performance canore e sceniche ha fortemente caratterizzato la fase storica della carriera della band capitolina. Con questo nuovo Never Fades Away, sette tracce per nemmeno quindici minuti di durata totale, il quartetto conferma la brillantezza della sua nuova vena, accentuando sulla potenza d’impatto – messa comunque al servizio di strutture articolate ed eclettiche – a parziale danno di certe atmosfere cupe e malate sulle quali puntava in passato. È un suono più “melodico”, quello dei Growing Concern di oggi, ma non per questo meno estremo: sia per quanto riguarda la voce cruda e rabbiosa di Massimo Corona (un tempo bassista) che nei sapienti abbracci di sezione ritmica (Davide Mancini e Gianni Pantaloni) e chitarra abrasiva e lancinante (Andrew Mecoli). E proprio questa coerenza concettuale, unita alle notevoli doti compositive e interpretative dei musicisti e al coraggio da essi dimostrato nel voltare almeno parzialmente pagina, fa sì che all’ensemble sia dovuto quantomeno rispetto; ai numerosi aficionados del miglior hardcore l’invito a non fermarsi lì e a tributare a Never Fades Away le meritate ovazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.304 del 5 maggio 1998

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Pop Corn (LP) – settimana 12

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 10 al 14 aprile, quelle della seconda settimana del nuovo sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 10/4/17
Fabrizio De André – Amore che vieni, amore che vai
Luigi Tenco – Una brava ragazza
Sergio Endrigo – Io e la mia chitarra
Gino Paoli – La gatta

Martedì 11/4/17
Luigi Tenco – Vedrai, vedrai
Gino Paoli – Che cosa c’è
Sergio Endrigo – Era d’estate
Fabrizio De André – Leggenda di Natale

Mercoledì 12/4/17
Gino Paoli – Un uomo che vale
Sergio Endrigo – I tuoi vent’anni
Luigi Tenco – Ognuno è libero
Fabrizio De André – Bocca di rosa

Giovedì 13/4/17
Luigi Tenco – E se ci diranno
Sergio Endrigo – Adesso sì
Gino Paoli – Ricordati
Fabrizio De André – Marcia nuziale

Venerdì 14/4/17
Sergio Endrigo – il treno che viene dal Sud
Gino Paoli – Prima di vederti
Fabrizio De André – Preghiera in gennaio
Luigi Tenco – Lontano, lontano

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)
L’undicesima settimana (anni ’60)

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U2 – Achtung Baby

Me lo avessero chiesto, nemmeno a bruciapelo ma dandomi la possibilità di rifletterci, avrei risposto senza esitazione che, no, non avevo mai recensito Achtung Baby degli U2. Una consultazione casuale dell’ultimo numero del 1991 di Velvet mi ha invece rivelato che l’avevo fatto; superato lo stupore, e verificato tramite lettura – quantomeno, so riconoscermi – che a scrivere ero stato proprio io (insomma, la firma in calce non era dovuta a un refuso), ho quindi pensato di riportare qui il pezzo; non perché sia chissà quale mirabile esempio di giornalismo, ma perché, comunque, riporta a un anno che per il rock e dintorni, e per il quartetto irlandese, fu molto, molto importante.

Achtung Baby
(Island)
Aveva chiuso un ciclo, Rattle And Hum, omaggiando con le sue quattro facciate quel rock’n’roll acceso dall’indimenticabile fuoco della passione che gli U2 avevano alimentato fin dai loro esordi. E lo aveva fatto in modo tanto carismatico e imponente da rendere assolutamente necessaria una svolta: un “punto e a capo” che, allontanando lo spettro della standardizzazione creativa e scongiurando al contempo il pericolo di deludere le attese dei fan, ponesse oltretutto l’ensemble nelle condizioni ottimali per tentare il balzo verso lo status di mito generazionale.
Achtung Baby è dunque il disco del cambiamento, perfettamente in grado di tradurre in realtà gli ambiziosi obiettivi della band irlandese: strutture musicali dirette più all’universalità degli ascoltatori che non solo ai pur numerosissimi seguaci del “rock del vero sentire”, liriche sempre incisive, in bilico fra trascendenza e umanità, fra disillusione e speranza, fra genuino trasporto e retorica; la collaborazione alternata dei tre produttori (Steve Lillywhite, Brian Eno e Daniel Lanois) che avevano marchiato i capitoli precedenti a Rattle And Hum. Non c’è quindi da stupirsi se brani che un tempo avrebbero assunto l’aspetto di epici e vibranti r’n’r (Zoo Station, Mysterious Ways, il deludente singolo apripista The Fly) hanno assunto colorazioni ritmiche di gusto “dance”, se le ballate soffuse e avvolgenti tanto care al quartetto occhieggiano con frequenza al pop e se a una copertina “poetica” come da abitudine se ne è preferita una (orribile) ricca di efficaci immagini simboliche; alla fine, però. i risultati – al di là di un paio di incidenti di percorso – rendono giustizia al talento di Bono e compagni, abilissimi nel mutare pelle senza alterare più di tanto le caratteristiche sostanziali del loro sound. Un sound che ipnotizza con il fascino di One, Acrobat o Love Is Blindness, e di potenziali hit radiofoniche quali Ultra-Violet o Until The End Of The World. Saranno probabilmente in moltissimi ad amare questi U2 meno enfatici e più lineari, pur nella poliedricitä dell’spirazione e della raffinatezza degli arrangiamenti, anche se di sicuro una parte dei vecchi estimatori – come già accaduto per quelli di Springsteen all’epoca di Born In The USA – si sentirà in qualche modo tradita; ma il rock non può curarsi degli integralisti, se vuole proseguire il suo cammino verso la ricerca di nuove, solide certezze. Non meno di (8).
Tratto da Velvet n.12 (Anno IV) del dicembre 1991

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Folk britannico, 1967-1972

Da vari decenni coltivo una passione segreta (nel senso che non l’ho quasi mai manifestata con articoli: una questione privata, insomma) per il folk-rock britannico a cavallo fra ’60 e ’70. Illo tempore, coltivarla era parecchio complicato perché tanti dischi erano molto rari, ma l’uscita di ristampe su ristampe mi ha via via consentito di farmi una discreta cultura. Se siete più o meno a digiuno dell’argomento ma ne siete istintivamente intrigati, procuratevi questo cofanetto economico e illuminante: non è la Bibbia, ma è senz’altro un eccezionale punto di partenza.

Grazie ai tanti recuperi dagli archivi dell’ultimo paio di decenni, il folk britannico degli anni fra i ’60 e i ’70 ha smesso di essere, com’è lungamente stato, una questione per pochi (e facoltosi) adepti-collezionisti. Pur rimanendo di culto, i nomi di esponenti della scena quali Anne Briggs, Comus, Shelagh McDonald, Bridget St. John o Vashti Bunyan hanno certo ottenuto un pizzico di popolarità anche presso i normali appassionati, quelli che conoscevano solo Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band e Steeleye Span, più – talvolta – i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan, i Trees, i Dando Shaft, il primo Kevin Coyne. Continua a leggere

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Ho fatto l’attore

Non posso dire che sia la prima volta, dato che ho interpretato piccoli ruoli in alcuni videoclip (una decina di anni fa mi era anche passata per la mente un’idea assurda che ho avuto il buon gusto di archiviare: essere in cinquanta videoclip prima del cinquantesimo compleanno), ma in questo caso si è trattato di una recitazione vera e propria, anche se agevolata dal fatto che dovevo indossare i panni di… me stesso. È accaduto nel 2015 e il progetto “Bye Bye Radio” – organizzato da alcuni componenti dello staff di Radio Bombay di Perugia – sembrava essere stato ormai abbandonato; invece, anche con mia sorpresa, l’idea di una web serie dedicata al mondo della musica italiana cosiddetta alternativa è stata ritirata fuori dal cassetto. Ecco così che l’unica puntata finora girata, della quale sono co-protagonista assieme ai Fast Animals And Slow Kids, è in circolazione, intitolata “Quando non sei Federico Guglielmi”.
Chiaramente (in caso contrario, non mi sarei prestato), tutto è corre sul filo dell’ironia e dell’autoironia. Prender parte alla cosa, lo ammetto, mi ha divertito assai, e nulla mi importa se qualcuno penserà che sono un cretino; almeno per certi aspetti, è vero.
Qui il link alla pagina “di lancio” di Fanpage, nella quale c’è ovviamente il link alla puntata (che dura cinque minuti e mezzo)

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Pop Corn (LP) – settimana 11

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 3 al 7 aprile, le prime del nuovo sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 3/4/17
Rita Pavone – Come te non c’è nessuno
Mina – Il cielo in una stanza
Gianni Morandi – Andavo a cento all’ora
Adriano Celentano – Furore

Martedì 4/4/17
Mina – È l’uomo per me
Adriano Celentano – Pregherò
Gianni Morandi – Se perdo anche te
Rita Pavone – Gimme Some Lovin’

Mercoledì 5/4/17
Gianni Morandi – Un mondo d’amore
Rita Pavone – Che m’importa del mondo
Adriano Celentano – Miseria nera
Mina – La canzone di Marinella

Giovedì 6/4/17
Adriano Celentano – Stai lontana da me
Rita Pavone – Lui
Mina – Se c’è una cosa che mi fa impazzire
Gianni Morandi – Il ragazzo del muro della morte

Venerdì 7/4/17
Rita Pavone – Viva la pappa col pomodoro
Adriano Celentano – Azzurro
Gianni Morandi – Non son degno di te
Mina – Deborah

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)

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2000: la mia playlist

Per cinque anni, relativamente al periodo dal 2000 al 2004, le playlist individuali del Mucchio seguivano uno schema insolito: quindici album, senza italiani (almeno per il sottoscritto, visto che sulla produzione nazionale firmavo un articolo a sé) e divisi in tre categorie di gradimento, più commento di un paio di migliaia di battute. Ecco tutto “il pacchetto” dell’Anno Santo 2000.

Amen – We Have Come For Your Parents
Blonde Redhead – Melody Of Certain Damaged Lemons
Deftones – White Pony
PJ Harvey – Stories From The City, Stories From The Sea
Songs: Ohia – Ghost Tropic

At The Drive-In – Relationship Of Command
Gentle Waves – Swansong For You
New Bomb Turks – Nightmare Scenario
Queens Of The Stone Age – R (Restricted)
Rage Against The Machine – Renegades
Johnny Cash – American III: Solitary Man
Downset – Check Your People
Lou Reed – Ecstasy
Smashing Pumpkins – Machina / The Machines Of God
Snapcase – Design For Automation

Forse è superfluo sottolinearlo, ma questo mio elenco dei Top 15 del 2000 ha pretese di obiettività piuttosto relative: stilandolo, cioè, l’appassionato ha prevalso sul critico, anche se a ben vedere lo spettro della deformazione professionale ha fatto qua e là sentire la sua inquietante presenza. È una lista “di parte”, dunque, che comprende gli album che negli ultimi dieci mesi mi sono maggiormente piaciuti, stesa senza minimamente preoccuparmi di quello che il mondo esterno (voi, insomma) avrebbe pensato del mio gusto o del fatto che scelte diverse – magari più astruse, o più intellettuali, o più trendy – sarebbero state più positive per la mia immagine pubblica: non posso farci nulla se adoro l’ultimo di PJ Harvey e non reggo i Radiohead, se le tristezze dei Songs: Ohia non mi annoiano e certo post-rock alimenta in me istinti suicidi, se Lou Reed o Billy Corgan mi colpirebbero al cuore anche con un rutto e se (quasi) tutto ciò che è legato in modo anche vago alla dance potrebbe strapparmi un convinto, freddo applauso ma probabilmente non riuscirebbe mai a farmi alzare dalla sedia. E nella mia mente, forse insana, il caos degli Amen, le magiche allucinazioni dei Deftones e la grinta dei New Bomb Turks valgono quanto le delicatezze dei Gentle Waves e le obliquità dei Blonde Redhead.
Chiarito che la mancata citazione di titoli “made in Italy” è dovuta al fatto che la scena nazionale – Mucchio e Fuori dal Mucchio – è stata da me presa in esame nell’apposito articolo, vorrei solo aggiungere che Magnetic Fields e Lord High Fixers sono rimasti fuori perchè usciti nel 1999 (eh, sì, li abbiamo scoperti in ritardo), mentre i Warrior Soul sono stati esclusi perchè Classics contiene solo brani vecchi, seppur riregistrati. Nient’altro da dire, se non che fino all’ultimo sono stati in ballottaggio Badly Drawn Boy, Black Heart Procession, Calla, Eric Mingus, Monkeywrench e Pearl Jam: chissà, a qualcuno forse importa…

Le altre playlist presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1984
1986
1987
1996
2006
2014
2015
2016

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Pop Corn (LP) – settimana 10

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 27 al 31 marzo, dedicate al 1979.

Lunedì 27/3/17
Pink Floyd – Another Brick In The Wall
Dire Straits – Lady Writer
Kiss – Hard Times
Eagles – The Long Run

Martedì 28/3/17
Lucio Dalla + Francesco De Gregori – Banana Republic
Fabrizio De André + PFM – Volta la carta
Bob Marley – Rat Race
Neil Young – Hey Hey, My My (Into The Black)

Mercoledì 29/3/17
Billy Joel – Big Shot
Lou Reed – With You
Patti Smith – Dancing Barefoot
Blondie – Picture This

Giovedì 30/3/17
Ivano Fossati – La crisi
Loredana Bertè – …E la luna bussò
Donatella Rettore – Splendido splendente
Alberto Fortis – Milano e Vincenzo

Venerdì 31/3/17
Al Stewart – Almost Lucy
Peter Tosh – Fight On
Rod Stewart – Blondes (Have More Fun)
Stevie Wonder – Send One Your Love

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)

La nona settimana (1978)

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Alieni

Ultimi iscritti nella “punk hall of fame” romana, gli Alieni sono una band molto, molto particolare. Indipendentemente da quanto dureranno, hanno già lasciato una traccia, e non c’è dubbio che, tra gli autentici appassionati del genere, se ne parlerà anche in futuro.

Toy Boy (Rave Up)
Le nuove creature infernali vomitate da Roma hanno un look volutamente esagerato e propongono un punk‘n‘roll “metallico” suonato con durezza granitica e velocità mozzafiato. Lerci, depravati e cattivissimi, gli Alieni picchiano come fabbri e hanno una cantante che sputa testi (in italiano) con tale acidità da rischiarci gola e tonsille. A seconda dei gusti e delle attitudini, la cosa più fantastica o più disgustosa del mondo; facile, per chi mi conosce un minimo, immaginare da che parte io stia.
Tratto da Blow Up n.199 del dicembre 2014

Brucia la città (White Zoo)
A circa due anni dal devastante 45 giri d’esordio Toy Boy, gli Alieni sono tornati con un intero album che li conferma realtà quantomeno inusuale; non circolano infatti molte band dedite a un sound dove punk compatto e veloce, street rock e sfumature hard & heavy si legano a testi – in italiano – che esprimono per lo più malessere, cantati con voce femminile acutissima e ferocissima. Va da sé che la formula non è di quelle che mettono d’accordo tutti, e che anche amando alla follia il r’n’r più brutale e lancinante si possa trovarla troppo fuori dalle righe, ma è innegabile che il quartetto romano trasmetta un’impressione di compattezza e fiducia nel proprio progetto in grado di renderlo autorevole. Curiosità: del singolo è stato riproposto in versione differente solo il retro, e l’unica cover è quella di Confessione, un brano – peraltro già piuttosto grintoso nella versione originale – del gruppo progressive Biglietto per l’Inferno.
Tratto da Blow Up n.226 del marzo 2017

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Avion Travel

La prematura, improvvisa scomparsa di Fausto Mesolella, avvenuta da pochissimi giorni, mi ha portato a riascoltare qualcosa di suo. Mi è così venuto spontaneo iniziare dalla band con la quale l’avevo scoperto una trentina di anni fa, band che l’aveva accolto da non troppo tempo in organico: erano gli Avion Travel, ancora senza Piccola Orchestra, e questa è la mia recensione – scritta esattamente tre decenni fa – del loro esordio discografico in proprio.

Sorpassando (IRA)
Dei tanti artisti nostrani di area “nuovo rock” che ho avuto l’occasione e il piacere di conoscere non solo dal lato musicale, ben pochi si sono rivelati affabili, gentili e simpatici come gli Avion Travel, sestetto di buontemponi casertani stando al contatto con i quali è assolutamente impossibile non essere di buon umore. Attenzione, però: considerare gli autori di questo Sorpassando sostenitori di un’ironia e un divertissement fatui e privi di sostanza sarebbe davvero un grande errore, giacché loro – al di là del comportamento goliardico e dell’irresistibile sense of humor – interpretano con intelligenza, serietà e professionalità il loro ruolo, tanto da poter essere additati come ideale esempio di coerenza, determinazione e fede nelle proprie idee. Hanno impiegato parecchi anni, gli Avion Travel, a giungere al sospirato debutto adulto, dopo che alcune raccolte (Caserta Compilation, Italia Wiva, Live At The Blue Angel e la recentissima Sanremo Rock) erano servite a farne circolare il nome fra gli addetti ai lavori ma non a garantire una promozione sufficiente per il salto di qualità; c’è voluta, in particolare, l’affermazione sanremese perché tutti (compreso ch scrive) si accorgessero di avere ingiustamente sottovalutato una band dalle notevoli potenzialità, in grado di conciliare tematiche sonore differenti e di conferir loro un aspetto fresco e personale che le rende appetibili a ogni genere di pubblico.
EP 12 pollici registrato già da qualche mese ma immesso sul mercato con ritardo, Sorpassando assolve efficacemente il suo compito di introduzione al gruppo, presentando quattro brani in classico stile Avion Travel: atmosfere jazz/swing, arrangiamenti sofisticati ma mai freddi, dedizione a un pop dinamico e accattivante, innato gusto per la leggerezza, canto in italiano versatile e ricco di pathos. Così, fra ritmi saltellanti e ipnotici, fiati e tastiere che occhieggiano assieme alla chitarra e un canto soffice ma incisivo, l’ensemble fornisce un saggio della sua concezione di rock da intrattenimento passando dalle contorsioni di Jingles (dove paiono affiorare gli Area) alla contagiosa allegria della title track, senza dimenticare le armonie “cool” di Sopra di te e della più vellutata Non suono più. Difficile prevedere dove gli Avion Travel potranno giungere con questa miscela di suoni che abbraccia Joe Jackson, Working Week e Sergio Caputo, rivelandosi ascolto dopo ascolto sempre piacevole, divertente e passibile di interessanti sviluppi; per il mo- mento, però, questo disco è una delle, testimonianze più valide e attendibili di una musica italiana che vuol mantenere la sua “indipendenza” ma che desidera anche uscire da un ghetto poco gratificante e apparentemente privo di sbocchi. Non sono, magari, un gruppo da consigliare ai rockettari più impenitenti, ma non si sa mai…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.112 del maggio 1987

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Transex

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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