Roma brucia (il libro)

Ci pensavo da un sacco di tempo, ma lo lasciavo sempre tra le “idee che forse un giorno…” perché, devo ammetterlo, mi sembrava un po’ da sboroni, come dicono in Emilia. Poi ho chiesto pareri persone dell’ambiente (e non) delle quali mi fido e tutte hanno concordato nel dirmi che se non l’avessi fatto avrei meritato la qualifica di cretino. Non contento della risposta troppo generica, ho voluto sapere da ciascuno perché secondo loro “dovessi”, e le opinioni ottenute mi sono parse valide. Esempi? “Sarebbe il primo libro mai uscito sulle scene alternative romane degli ultimi quarant’anni”, “Il tuo immenso archvio sull’argomento è disperso tra centinaia di riviste, è giusto raccoglierlo”, “Diversamente da ciò che accade per altre città, tanti pensano che Roma abbia in fondo prodotto poca musica significativa, e non è vero”, “Qualsiasi cosa di nuovo sia successo qui dalla fine dei ‘70, tu in qualche modo l’hai vissuta e raccontata in tempo reale”.
Insomma, mi hanno convinto. E allora ho frugato ovunque per tirar fuori qualsiasi cosa avessi scritto su artisti romani di qualità, indipendentemente dal genere. Capito quali potevano essere le dimensioni del lavoro ho cercato un editore, trovandolo pressoché subito in Goodfellas. Chiusi gli accordi, sono passato alla fase operativa, assemblando dodici capitoli e due appendici (lasciando anche fuori qualcosa: le 608 pagine erano un limite invalicabile). I capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a una macroarea musicale, sono in ordine più o meno cronologico e sono introdotti da una breve presentazione. Al loro interno, centinaia di recensioni, decine di interviste, un tot di articoli di tipo monografico, copertine di tutti i dischi trattati, foto a iosa. So perfettamente che alcuni stili – il metal, per citarne uno – non sono affrontati, ma non me ne sono preoccupato: “Roma brucia” non è né ha mai voluto essere una sorta di enciclopedia della musica nella Capitale. È, invece, un’enorme antologia di testimonianze antiche e più recenti sull’attività di oltre duecento tra band e solisti che inizia con il primo punk e arriva alla scena folk-rock in romanesco passando per il post-punk, i vari recuperi creativi, il rock “antagonista”, la canzone d’autore dei ’90, l’indie eccetera eccetera eccetera. Una quindicina dei nomi presenti sono in copertina, ma per chi fosse interessato al resto il sommario è consultabile qui; quanti volessero invece sbirciare all’interno possono invece farlo cliccando qui e qui.
Inutile, suppongo, sottolineare la mia soddisfazione per aver potuto rendere omaggio alla musica della città dove sono nato, anche se a spingermi all’impresa non è stato il campanilismo ma il desiderio di condividere e contribuire per quanto possibile ad allargare la conoscenza di tante belle storie di rock e dintorni.

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Oltre le stelle (8)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
ORB
Cydonia
* *
Non so a voi, ma al sottoscritto la musica degli Orb scivola addosso. Ne riconosco l’equilibrio formale e il (relativo) valore assoluto, ma non mi riesce proprio di trovarla emozionante. Certo, è molto meglio di tanta elettronica di gran lunga più glaciale e di altrettanta elettronica assai più biecamente danzereccia, ma se in un disco si cerca soprattutto la capacità di cullare in uno stato di ipnosi/narcosi esistono alternative più vivaci, intense e ammalianti, anche magari meno moderne e meno alla moda. Nel suo ambito stilistico, Cydonia è comunque un buon lavoro, ma se l’ho frequentato è stato solo per dovere professionale: a parte poche eccezioni, per amare davvero un album ho bisogno di trovarci il sangue, nel senso di energia e/o sentimento. E gli Orb, non me ne vogliano i loro numerosi estimatori, sembrano essere stati aggrediti da un plotone di vampiri.
(da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001

BONNIE “PRINCE” BILLY
Ease Down The Road
* *
Un cantautore filo-country un po’ depresso. Meglio: un cantautore filo-country parecchio depresso, a parte la Just To See My Holly Home che molti di voi avranno conosciuto nel nostro CD e un altro paio di episodi con un tasso di vivacità appena superiore alla media. Questo, in sintesi, Will Oldham nei panni di Bonnie “Prince” Billy, novello hobo che si riallaccia direttamente, non senza fornire dimostrazioni di personalità, alle consolidate tradizioni del miglior roots d’autore. Qui aggiungo solo due cose: che Ease Down The Road è un album di gran pregio, più intenso e meno scontato di quanto non dica il primo (magari superficiale) ascolto, e che se nella musica cercate energia, ritmo e atmosfere gioiose avete decisamente sbagliato indirizzo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.446 del 12 giugno 2001)

TOM McRAE
Tom McRae
* * *
Riascoltato oggi, un paio di mesi dopo l’inevitabile caduta nell’oblio imposta dal delirante incalzare delle nuove uscite, l’esordio di Tom McRae mi è sembrato più bello di prima, al punto di meritare una stella in più di quelle all’epoca assegnategli: un po’, probabilmente, per una questione di umori personali, e un po’ perchè nel raffronto con i vari dischi nel frattempo usciti nell’ambito del cosiddetto NAM si erge come uno dei più originali, compiuti e carismatici. Possiede molte qualità, Tom McRae: è abbastanza eclettico da non annoiare, raffinato ma non lezioso, ombroso ma non tetro e soprattutto intensissimo, tanto da non lasciar dubbi sulla sua assoluta purezza. Ecco, purezza: una cosa della quale c’è sempre maledettamente bisogno e che Tom McRae non si vergogna di mettere a nudo. Finchè riuscirà a conservarla, sarà sempre uno dei nostri beniamini.
(da Il Mucchio Selvaggio n.447 del 19 giugno 2001)

JOHN FRUSCIANTE
To Record Only Water For Ten Days
* * *
Forse sono io a essermi distratto, ma ho l’impressione che l’ultimo album da solista di John Frusciante (perdio!, smettetela di chiamarlo Jack) sia passato pressochè inosservato. Vista la natura intimista del lavoro e il caos dell’attuale mercato discografico non me ne stupisco affatto, ma certo la cosa non mi rende felice: perchè To Record Only Water For Ten Days è un album profondamente onesto, e soprattutto perchè le sue canzoni home-made – così minimali, eppure così intense – sono di quelle che arrivano dritto al cuore. Sia chiaro che non provo dispiacere per John, che avrà da parte tanti di quei dollari da poterci tranquillamente mantenere le prossime cinque generazioni di Frusciante, ma per chi non ascolterà mai questo gioiellino: per suoi personali pregiudizi verso tutto ciò che proviene dai Red Hot Chili Peppers (dei quali, in questi solchi, non c’è peraltro traccia) o magari perchè mal indirizzato da palle nere dispensate con palese faziosità.
(da Il Mucchio Selvaggio n.448 del 26 giugno 2001)

DAFT PUNK
Discovery
*
Mettiamola così: i Daft Punk sanno far bene il loro sporco lavoro (dato oggettivo) e la loro sfacciataggine nel proporsi al mercato e al pubblico me li rende piuttosto simpatici (dato soggettivo). Quindi, una stella: non di più, visto che il massimo è quattro, ma neppure di meno, anche se tre quarti delle canzoni contenute in questo Discovery mi fanno (altro dato squisitamente soggettivo, sia chiaro)… massì, cacare/cagare. D’altronde, la mia avversione per la quasi totalità della musica dance sintetica non è un mistero per nessuno. L’amico John Vignola pensa che i Daft Punk siano profeti di una nuova filosofia espressiva, e in loro riesce persino a trovare sentimento? Buon per lui. Per il sottoscritto, però, l’intero contenuto di questo CD non vale quanto una sola nota (anche stonata) di un Mark Lanegan.
(da Il Mucchio Selvaggio n.449 del 3 luglio 2001)

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Vinile n.19

È nelle edicole da qualche giorno il n.19 (accidenti, come corre il tempo!) di Vinile, rivista con la quale collaboro più o meno stabilmente. In questa circostanza ho commentato parecchio per esteso – più di 25.000 battute tra articolo introduttivo e schede – la discografia anni’70 – solo anni ’70 – di Antonello Venditti, che limitatamente a quel lasso di tempo è stato senza dubbio uno dei vertici della canzone d’autore italiana per profondità, personalità e ispirazione. Poi naturalmente all’interno si parla di tanti altri argomenti interessanti, come potete vedere dagli strilli di copertina.

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Pins (5)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80, quella della Italian Records e quella con band punk fine ’70, è il turno dei Residents e della loro Ralph Records..

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2009: la mia playlist

Per completare il recupero delle playlist da me compilate in tempo reale, dal 1979 in cui ho iniziato a scrivere di musica al 2017 in cui ho deciso che “L’ultima Thule” non avrebbe ospitato articoli e recensioni pubblicati dal gennaio 2018 in avanti, ne mancano ormai solo sei: 1993, 1994, 2005, 2010, 2011 e 2012. Arriveranno anche quelle. Dopo, mi dedicherò alla stesura delle playlist degli anni precedenti, che saranno ovviamente “a posteriori” ma rifletteranno comunque i miei personalissimi ascolti più frequenti/appassionati dei dischi dei vari anni. Intanto, ecco quella del 2009, soltanto dieci titoli (cinque stranieri e cinque italiani, per mia scelta), uscita all’epoca sull’Annuario del Mucchio.
Roberto Angelini – La vista concessa
Arctic Monkeys – Humbug
Benjamin Biolay – La superbe
Edda – Semper biot
PJ Harvey/John Parish – A Woman A Man Walked By
Iggy Pop – Préliminaires
Soap & Skin – Lovetune For Vacuum
Il Teatro degli Orrori – A sangue freddo
Zen Circus – Andate tutti affanculo
Zu – Carboniferous

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
19791980198119821983198419851986 – 1987198819891990 – 199119921995 – 1996 – 1997199819992000 – 20012002200320042006 – 2007 – 200820132014201520162017

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Pins (4)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80 e quella della Italian Records, ecco dieci spillette di punk fine ’70: almeno Radio Birdman, D.O.A., Destroy All Monsters e Sonic’s Rendezvous Band sono una bomba.

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Classic Rock n.77

È in edicola da una decina di giorni il numero di aprile di “Classic Rock”. Nell’articolo principale si parla di 100 grandi album deigli anni ’60, ma il programma – come si può capire dagli strilli di copertina – è come sempre ricco e diversificato. I miei contributi alla causa sono un’intervista alla band canadese The Damn Truth (in queste settimane per la prima volta in tour in Europa, Italia compresa: 11 aprile a Cantù e 13 a Ravenna), più alcune recensioni: Stephen Malkmus, Keith Richards (ristampa), Rema-Rema (ristampa) e Flamin’ Groovies (ristampa).

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Oltre le stelle (7)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
MAGNETIC FIELDS
69 Love Songs
* * * *
Non so dirvi se il suo inserimento tra i venti album più importanti degli anni ‘90 sia davvero giustificato, né tantomeno se meriti, come si è scritto, l’appellativo di “disco pop del secolo”. E non so neppure se sull’unanime plauso della redazione pesi l’entusiasmo per la scoperta ancora recente. Quello per cui non temo di mettere la mano sul fuoco, però, è che anche dopo numerosi ascolti 69 Love Songs non smette di appassionare, commuovere e intrigare, rivelando a ogni passaggio nuove sfumature e nuovi lampi di genio ispirativo capaci di sorprendere quanti credono di sapere già tutto sulle canzoni pop e sulle canzoni d’amore. Un lavoro splendido, insomma. La cui imperdibilità è sottolineata da un rapporto quantità+qualità/prezzo che si può definire solo stupefacente.
(da Il Mucchio Selvaggio n.440 del 1° maggio 2001)

STEPHEN MALKMUS
Stephen Malkmus
* * *
Serbo un ottimo ricordo dell’intervista fatta un paio d’anni fa a Stephen Malkmus: benchè poco loquace, probabilmente per un misto di timidezza e di difficoltà a spiegare con le parole ciò che gli riesce splendidamente con le canzoni, l’(ormai)ex leader dei Pavement mi è parso proprio una bella persona, innamorato della musica (non solo della sua) e lontano anni luce dalle pose da rockstar che pure gli sarebbero permesse dal suo curriculum e dalla sua posizione di primo piano nell’ambito del rock dei ‘90. Il suo esordio solistico non ha detto nulla di inedito sul suo conto, a meno che non si vogliano considerare “novità” certe strutture sonore appena meno contorte e più cantautorali rispetto al classico suono della sua storica band; eppure, ascolto dopo ascolto, si è rivelato un eccellente album, intenso e godibile oltre che dotato della solita, straordinaria obliquità melodica. La stella che manca per il poker l’ho riservata per il prossimo lavoro, quando il Nostro si sarà magari maggiormente affrancato dai suoi trascorsi ed avrà (ri)cominciato a osare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.441 dell’8 maggio 2001)

STEVE WYNN
Here Come The Miracles
* *
Nonostante il rispetto, la stima e la simpatia che da sempre provo per Steve Wynn, un musicista e un uomo dal quale in moltissimi dovrebbero prendere esempio, non scambierei la sua intera discografia solistica con un solo album dei Dream Syndicate. Non credo che tale posizione (un po’ radicale, ne convengo) sia dettata dalla nostalgia, quanto piuttosto dalla considerazione oggettiva che tutto quel che Steve ha firmato in proprio non vale – soprattutto per l’intensità, che come è noto pesa più degli aspetti formali – quanto realizzato dal Sincacato del Sogno. Here Come The Miracles è senz’altro un buon album, forse il migliore di un repertorio caratterizzato da alti e bassi qualitativi anche se mai meno che dignitoso… però, scusatemi, non riesce a prendermi fino in fondo, a dispetto del notevole eclettismo e di una verve interpretativa assai vivace. Per placare la mia sete di Steve Wynn preferisco affidare al lettore un CD home-made dove scorrono brani davvero memorabili come That’s What You Always Say, Tell Me When It’s Over, The Days Of Wine And Roses, Bullet With My Name On It, The Medicine Show, Boston, The Side I’ll Never Show e Loving The Sinner Hating The Sin. Fate lo stesso, e poi provate a darmi torto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.442 del 15 maggio 2001)

TORTOISE
Standards
* *
Con la sincerità che sempre mi contraddistingue e che in Oltre le stelle diventa forse anche troppo esplicita, che posso mai dirvi a proposito dei Tortoise di Standards? Che sono bravi, certo, anche se rispetto ai vecchi lavori qui sembra farsi strada un compiaciuto manierismo, ma anche che la loro formula non riesce davvero a coinvolgermi. Non c’entra la (relativa) carenza di fisicità e non c’entra la mia idiosincrasia per la musica strumentale: è solo che l’ensemble di Chicago non mi comunica vibrazioni positive ma solo cerebralità, in qualche modo sottolineata dalla scostante veste grafica. Sono io a essere limitato? Può darsi, anche se oltre venticinque anni fa coltivavo le più astruse avanguardie tedesche e ho persino assistito a un concerto di Philip Glass. Però questi Tortoise, mi perdonino i pasionari del post, non catturano la mia attenzione: qualcuno cercherebbe di farmi condannare al rogo se dicessi che trovo quelle di Standards piacevoli armonie da sottofondo?
(da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001)

ARAB STRAP
The Red Thread
* * *
Non ascoltavo per intero The Red Thread da quando, oltre tre mesi fa, l’ho frequentato assiduamente per recensirlo; e poi, come spesso accade a chi di CD deve sentirne troppi, sono stato costretto a lasciarlo da parte, per recuperarlo – con un po’ di fatica: chissà come, era scivolato nel settore “americani” – proprio per questo “Oltre le stelle”. Che dire? Lo splendido ricordo che mi era rimasto impresso nella mente (e nel cuore) è stato confermato, e le dieci canzoni dell’album continuano a sembrarmi intensissime e bellissime con le loro atmosfere ombrose e cariche di vellutata tensione. Certo, non sono canzoni per tutti i palati, ma che nel loro ambito espressivo gli Arab Strap siano autentici maestri è una tesi difficile da confutare; così come quella che vuole che di notte, al buio e in cuffia, l’abbandono alle melodie mesmeriche di The Red Thread sia un’esperienza visionaria da vivere a ogni costo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.444 del 29 maggio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.

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Blow Up n.251

È arrivato nelle edicole il numero di aprile di “Blow Up”, ricco di argomenti che potete scoprire con uno sguardo agli strilli di copertina e approfondire cliccando qui. A livello personale ho contribuito con le recensioni di quattro nuovi album (Dave-Id Busaras e Giancarlo Ferrari, Le capre a sonagli, Giulio Casale e Virginiana Miller) e firmando due delle nostre rubriche a rotazione: in “Playlista” ho raccontato dieci “impossibili” adattamenti italiani di canzoni straniere, in “Ripeschiamoli” ho puntato i riflettori su una piccola, grande band new wave del periodo a cavallo tra ’70 e ’80, i Fashion (Music). 148 pagine a 7 €: non fate i taccagni, sono soldi ben spesi.

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Pins (3)


A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo e quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80, ecco una vera chicca: cinque spillette promozionali della Italian Records, 1980/1981. Non è il set completo, dovrebbero esisterne almeno una bianca di quelle piccoline (ci sono la rossa e la verde, quindi…) e una del Confusional Quartet. Chissà dove sono andate a cacciarsi.

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Oltre le stelle (6)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
GODSPEED YOU BLACK EMPEROR!
Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven
* *
Padronissimi di sbeffeggiarmi, ma sono tra quelli che ritengono molto di ciò che oggi viene definito post-rock come una specie di interpretazione in chiave attuale del famigerato progressive dei ‘70: una musica, cioè, che nega la classica canzone da tre minuti (pop, punk o quant’altro) a favore di strutture ardite e spesso autocompiacenti cui la frequente assenza della voce sottrae ulteriore potabilità. Portabandiera tra i più autorevoli di tale approccio moderatamente sperimentale, moderatamente melodico e moderatamente psichedelico, i Godspeed You Black Emperor! – che di certi progster sembrano possedere la saccenza e lo snobismo – non riescono a sorprendermi né ad esaltarmi; due stelle, comunque, in segno di omaggio alla loro indubbia bravura e perchè a tratti ricordano la splendida scena “trance” fiorita in quel di Los Angeles a metà anni ‘80 che ebbe come punte di diamante band splendide quali Savage Republic, Party Boys, Drowning Pool, 17 Pygmies, Red Temple Spirits e Shiva Burlesque.
(da Il Mucchio Selvaggio n.435 del 27 marzo 2001)

SONGS: OHIA
Ghost Tropic
* * *
Personalmente, ritengo che solo i minerali e (forse) i vegetali possano non apprezzare il blues dell’anima di Jason Molina: i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori che ci hanno scritto lamentandosi in modo anche assai poco urbano della presunta pallosità di Ghost Tropic. Che dire? Che i gusti sono gusti, e che se esiste gente che trova tediosi persino Marvin Gaye e Robert Johnson – ci sono, credetemi: parlo per esperienza diretta – si può benissimo accettare che la musica dei Songs: Ohia non riscuota i consensi plebiscitari che senza dubbio raccoglierebbe se vivessimo in un mondo perfetto. Però, scusate l’insistenza, Ghost Tropic continua a sembrarmi intensissimo, emozionante ed incredibilmente espressivo; e di notte, con gli occhi chiusi e la cuffia in testa, adoro sempre più immergermi nelle sue atmosfere meravigliosamente narcotiche. Compiangendo sinceramente i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori di cui sopra.
(da Il Mucchio Selvaggio n.436 del 3 aprile 2001)

COUSTEAU
Cousteau
* *
Non so che farci, ma a me certo pop raffinato e d’atmosfera non è mai andato giù: negli anni ‘80, tanto per esser chiari, ero tra quelli che avrebbero cancellato dalla faccia della Terra band come Prefab Sprout o Scritti Politti, che pure riscuotevano notevoli consensi anche in ambito alternative. Sarà che nel frattempo di acqua sotto i ponti, sia limpida che putrida, ne è passata parecchia, ma i Cousteau mi hanno da subito impressionato favorevolmente, anche se non ho problemi ad ammettere che non sono diventati – né mai lo diventeranno, credo – uno dei miei gruppi preferiti: troppo morbidi e sofisticati per colpirmi davvero al cuore, soprattutto a causa di un bel canto formalmente impeccabile ma abbastanza scolastico. Meglio, non c’è dubbio, alcune trame strumentali spesso assai suggestive, ma più di due stelle, scusate, proprio non mi escono.
(da Il Mucchio Selvaggio n.437 del 10 aprile 2001)

GEOFF FARINA
Reverse Eclipse
* *
Non ho problemi ad ammettere che, senza la spinta datami dalla recensione del buon Testani, difficilmente avrei approfondito i miei rapporti con Reverse Eclipse: lo avrei con tutta probabilità affidato al lettore CDuna sola volta per conoscenza, sufficiente a farmelo scivolare addosso e a farmelo archiviare al fianco di qualche altro migliaio di buoni album da non riascoltare. Dedicandogli un pizzico di tempo in più ho invece scoperto un disco di gran pregio, le cui atmosfere folk-jazz sanno – a dispetto delle trame assai diradate e della delicatezza tanto strumentale quanto canora – come conquistare attenzione; e persino, nel caso di anime in sintonia con questi suoni non privi di un retrogusto anni ‘70 (sarò folle, ma vi ho trovato qualcosa di Joni Mitchell o del primo Jackson Browne), affascinare. Non un artista per tutti i palati, quindi (senza la predisposizione di cui sopra, Farina può infatti risultare parecchio palloso), ma di sicuro un artista. Non mi sembra poi tanto poco.
(da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001)

KINGS OF CONVENIENCE
Quiet Is The New Loud
* *
Non so perchè, ma prima di averli ascoltati ero fermamente convinto che i Kings Of Convenience fossero una fregatura. Sbagliavo, perchè Quiet Is The New Loud si è invece rivelato disco godibile e dotato di un suo particolare carisma, concentrato com’è su una scrittura lontana da ogni sensazionalismo e giocata sugli arpeggi di chitarra acustica e sulla delicatezza della voce. Proprio le sue qualità primarie possono essere viste, però, come un limite: le strutture musicali si rivelano infatti, a parte un paio di felici digressioni, abbastanza ripetitive, e la voce sussurrata ed eterea denota un’eccessiva carenza di sfumature. Un buon album d’atmosfera, non c’è dubbio, ma a parere di chi scrive alla lunga un po’ tedioso: ottimo, quindi, come sottofondo di accompagnamento ad altre attività, ma da prendere a piccole dosi volendogli concedere la piena attenzione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.439 del 24 aprile 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.

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Oltre le stelle (5)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
MENLO PARK
Menlo Park
* *
È un album per certi versi inquietante, l’omonimo dei Menlo Park: non solo per le sue obliquità stilistiche, che si presumono frutto tanto di un allucinato estro creativo quanto di un’assidua frequentazione di bar, taverne, pub, cantine, enoteche e osterie, ma anche per una mancanza di linearità che rende il suo ascolto quantomeno impegnativo. Senz’altro bello, con le sue strutture sghembe e i miraggi evocati da trame vocali che è spesso difficile definire “canto”, ma ciò non toglie che per apprezzarlo a fondo sia necessaria una particolare inclinazione per le armonie crude e schizofreniche sulle quali grava un profondo senso di minaccia. In attesa di ulteriori sviluppi, ho per il momento archiviato Menlo Park al file “roots-rock da alcolisti all’ultimo stadio”. E ne godo, ma con moderazione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.430 del 20 febbraio 2001)

LAMBCHOP
Nixon
*
Non so bene cosa dire, a proposito di Nixon. Ricordo però perfettamente che, all’epoca dell’uscita, l’idea di recensirlo non mi sfiorò neppure: non perchè non riconosca al gruppo americano la capacità di dar vita a uno stile ben costruito (almeno sul piano “estetico”) e addirittura personale, ma perchè questa specie di easy listening a (vago) sfondo roots mi sembra, per usare una colorita espressione americana, un vero “pain in the ass”. Troppo ridondanti dal punto di vista musicale, i Lambchop, troppo stucchevoli sotto il profilo canoro (The Masculine You fa male come una martellata sullo scroto), troppo affettati. La stellina, quindi, è del “critico”, mentre in questo caso il Guglielmi “semplice ascoltatore” non avrebbe remore ad assegnare due palle. O tre, se fosse possibile.
(da Il Mucchio Selvaggio n.431 del 27 febbraio 2001)

FATBOY SLIM
Halfway Between The Gutter And The Stars
* *
Immagino che anche voi, un po’ come tutti, nutriate stima, considerazione e massimo rispetto per artisti ai quali però non concedereste il vostro tempo libero; e questo perchè, al di là dell’apprezzamento dovuto a riflessioni e valutazioni obiettive, vi rendete perfettamente conto che il loro mondo creativo, espressivo e soprattutto emotivo dista dal vostro troppi anni luce per ipotizzare un incontro ravvicinato. A me accade, ad esempio, con Fatboy Slim, esponente di spicco di quella club culture che da sempre mi incuriosisce/interessa solo come fenomeno antropologico: lo trovo intelligente, anche divertente e persino geniale, e mi piace il suo approccio in apparenza meno snob rispetto a tanti suoi colleghi, ma è molto difficile che un suo disco sia affidato al mio stereo se non per dovere professionale. Anche se, lo ammetto, non cambio stazione quando mi capita di ascoltarlo alla radio…
(da Il Mucchio Selvaggio n.432 del 6 marzo 2001)

JOHNNY CASH
American III: Solitary Man
* * *
Ci sono musicisti dotati di carisma straordinario, e l’uomo in nero Johnny Cash appartiene senz’altro alla categoria: non solo in virtù del fascino di una vita genuinamente spericolata o del suo inconfondibile vocione, ma anche per lo spessore di una produzione discografica che sul piano strettamente tecnico è classificabile come country ma che nello spirito abbatte ogni barriera di genere. Atto conclusivo della splendida trilogia realizzata nei ‘90 sotto l’egida della American Recordings di Rick Rubin, Solitary Man è il ritratto ombroso ma luminosissimo di una terra fuori dal tempo dove le canzoni di Tom Petty, U2, Nick Cave, Neil Diamond, Will Oldham e naturalmente Johnny Cash sembrano uscite dallo stesso, ispiratissimo pennello. Con quelle di Nick Lowe, Glenn Danzig, Leonard Cohen, Tom Waits o Soundgarden comprese nei due precedenti lavori, la tela diventa un affresco imponente, che oltre a rapire l’anima dà la misura della grandezza dell’artista – davvero unico – che lo ha dipinto. Praise the man in black.
(da Il Mucchio Selvaggio n.433 del 13 marzo 2001)

ALUMINUM GROUP
Pelo
* *
C’è voluto “Oltre le stelle” per costringermi a riesumare l’ultimo CD degli Aluminum Group e per farmi improvvisamente realizzare, non senza un certo raccapriccio, la strettissima relazione esistente tra il (curioso) titolo e la (brutta) copertina. A importare sul serio, comunque, è la qualità della musica, ambito nel quale il duo di Chicago non offre il fianco a critiche oggettive: apprezzare o meno la sua formula musicale – una sorta di raffinato easy listening con pretese intellettuali – dipende insomma solo dalla sensibilità di ciascuno, perchè sul piano dell’ispirazione e della forma Pelo è senza dubbio un album di gran pregio. Forse solo un po’ affettato e aristocratico, ma d’altronde sono in tanti a ritenere che lo snobismo, quando non è portato all’eccesso, non sia un difetto. Due stelle, peraltro dettate più dal cervello che dal cuore.
(da Il Mucchio Selvaggio n.434 del 20 marzo 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.

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Mario Marenco (1933-2019)

Ieri sera, mentre tornavo a Roma da Milano, ho appreso della morte di Mario Marenco e ne sono rimasto profondamente addolorato. Le sue esilaranti poesie e i suoi geniali cazzeggi radiofonici dei primi ’70 sono indelebilmente impressi nella mia memoria; “Alto Gradimento” era spettacolare, quasi tutta la mia classe delle medie – gli anni erano quelli – lo seguiva con passione e tra di noi ragazzini facevamo a gara a chi ne imparava a memoria più battute e/o le imitava meglio. E poi, quando arrivò il TV… vabbè, ma che ve lo dico a fare?
La faccio breve. Verso la fine degli anni ’70 mi capitò di acquistare a una cifra irrisoria questo disco del 1972 che non ho visto menzionato in nessuno delle decine di post commemorativi passatimi sotto gli occhi nelle ultime ore. Beh, sappiate che esiste e che ora sto ascoltando questo:
Tu sei un asino,
tu fai hi tu fai ho
tu fai hi ho,
asino paziente
asino nostro,
hai le tue fissazioni
hai le tue delusioni
Grazie, grande Mario.
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AudioReview n.407

È in edicola il numero di marzo di AudioReview, del quale potete leggere qui il sommario completo. Per quanto mi riguarda, oltre ad avere come sempre curato l’ampia sezione musicale con recensioni di classica, jazz e rock-pop,ho firmato un’intervista a Cristiano De André e la trentatreesima puntata della rubrica “Le canzoni raccontate”, nella quale mi sono occupato di Rock N Roll Nigger di Patti Smith. Ho inoltre scritto dei nuovi album di Massimo Volume, Umberto Maria Giardini, Ligabue, Giulio Casale, Giardini di Mirò e Karen O. & Danger Mouse, nonché della ristampa “deluxe” di Talk Is Cheap di Keith Richards.

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Pins (2)


A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, eccone una di punk californiano fine ’70/primissimi ’80.

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Ligabue (1999-2016)

Oggi è uscito il nuovo album di Ligabue, Start, del quale mi sono occupato sul prossimo numero di AudioReview. Sul blog non avevo recuperato ancora nulla di ciò che ho scritto su di lui negli anni e questa mi sembra una buona occasione per farlo, precisando subito che si tratta di un artista per il quale nutro rispetto, simpatia e sincero affetto, ma che nonostante ciò non ho mancato di criticare, senza calcare la mano perché ritenevo e ritengo che Luciano sarebbe in grado di fare cose molto più belle di quelle che fa. Il discorso sarebbe lungo e complesso e quindi lo evito, lasciandovi alle mie recensioni di cinque album di studio pubblicati tra il 1999 e il 2016, cioè tutti quelli usciti nel periodo in questione tranne Mondovisione del 2013.
Piccola postilla. Il 25 novembre del 2007, quando era a Roma per i sette concerti consecutivi al Palaeur sempre sold out, Luciano non svolse alcuna attività promozionale, tranne una: terminato il lunghissimo show, attraversò Roma e attorno alle 2 e un quarto venne a trovarmi a Stereonotte, rimanendo con me fino alle 3 e mezza. Non era in alcun modo tenuto a farlo, né la cosa gli avrebbe portato vantaggi pratici, ma semplicemente aveva piacere di fare, per una volta, un tipo di radio diversa dal solito, dove poter parlare liberamente della musica da lui amata assieme a un conduttore che sapeva di cosa si stesse parlando. Fu uno splendido regalo per il quale gli sono riconoscente, e mi sembra sensato e giusto riportare qui i brani che scelse:
Jeff Buckley – Mojo Pin
Jimi Hendrix – Foxy Lady
U2 – Ultraviolet
Neil Young – Only Love Can Break Your Heart
Radiohead – Fake Plastic Trees
Rolling Stones – You Gotta Move
Nirvana – Comes As You Are
Nick Drake – Pink Moon
Bob Dylan – Visions Of Johanna

Miss Mondo
(Warner)
A parte le stimmate del rocker di razza, il talento compositivo e una schiettezza di fondo non intaccata dai successi, ci sono almeno un altro paio di elementi che contribuiscono a rendere Luciano Ligabue un artista fuori dall’ordinario: l’equilibrio strumentale e lirico di tutti i suoi brani, frutto di un perfezionismo che non sconfina peraltro nell’eccesso, e la sua immediata riconoscibilità, che non verrebbe probabilmente meno neppure se la caratteristica voce e il non meno tipico approccio alla scrittura fossero accostati a tappeti strumentali drum’n’bass o post-grunge. Continua a leggere

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Pins (1)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Comincio con queste dei Devo, i miei eroi della new wave.

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Blow Up n.250


Dopo il superlavoro degli ultimi mesi (ben sei articoli lunghi/lunghissimi tra settembre e febbraio), su questo numero di Blow Up ho scritto poco: giusto due recensioni, quelle dell’album in coppia di Karen O. & Danger Mouse e di una ristampa degli Hates. Ci sono però un sacco di cose belle e interessanti firmate da altri, per scoprire le quali vi invito a cliccare qui. Il passaggio in edicola per investire i 7 euro richiesti per queste 148 pagine dovrebbe poi essere strettamente consequenziale.

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