Prima dei Pearl Jam

In uno degli ultimi numeri del “mio” Extra troneggiavano in copertina i Pearl Jam e, all’interno della rivista, trovava posto una mia lunga monografia sulla band. In occasione del venticinquesimo anniversario dell’uscita di Ten, debutto del gruppo, recupero qui il primo capitolo dell’articolo, dedicato alle tante cose accadute in precedenza. Avevo fatto la stessa cosa per i Nirvana.
Huty2060310All’inizio del 1992, quando il loro primo album fu distribuito in Europa qualche mese dopo essere uscito negli Stati Uniti, i Pearl Jam erano già lanciati verso il grande successo. Parecchi, nel “giro” alternative, consideravano però Eddie Vedder e compagni una sorta di mistificazione, una band grossomodo pensata e allestita a tavolino da un establishment musicale in cerca di un plausibile antagonista ai Nirvana. Vero che le accuse non avevano senso, essendo Ten giunto nei negozi un mesetto prima di Nevermind, ma ai tempi il trio di Kurt Cobain vantava un album indie, una solida reputazione underground e un sound meno convenzionale e più abrasivo; avendo un minimo di dimestichezza con la politica delle multinazionali, che stava sì modificandosi ma che certo non poteva rinnegare da un mese all’altro decenni di “astuzie”, era insomma più che lecito provare diffidenza per un gruppo che debuttava su major avendo alle spalle solo una manciata di concerti e che sembrava ricalcare, in versione edulcorata (nelle trame sonore) e fighetta (nell’immagine), gli stereotipi di quel grunge in cui ogni addetto ai lavori vedeva il domani del r’n’r. A quasi vent’anni di distanza si può asserirlo senza remore: credere che i Pearl Jam fossero finti come una banconota da tre dollari non era certo illegittimo, anzi. Magari il progetto aveva tra le sue prerogative anche un pizzico di “malizia”, questo sì, ma come biasimare gente come Jeff Ament e Stone Gossard, che da anni “ci provava” con impegno e passione e da altrettanto raccoglieva frustrazioni, problemi, sfighe e persino lutti? Continua a leggere

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Wilco

Questa è un’intervista che non avrei dovuto fare, nel senso che l’avevo assegnata, ovviamente per il Mucchio, all’amico e collega Aurelio Pasini. L’appuntamento telefonico venne però rimandato due/tre volte, e “l’ultima spiaggia” capitò in un giorno in cui lui era impossibilitato a onorarlo; mi feci così spedire le domande che lui avrebbe rivolto a Jeff Tweedy, le integrai con altre mie, chiamai e, sul giornale, attribuii la paternità del pezzo anche ad Aurelio. Si era proprio di questi tempi, ma cinque anni fa, e i Wilco si accingevano a pubblicare The Whole Love.
Wilco fotoÈ l’ultimo, caldissimo giorno di agosto, ma la macchina della promozione è ripartita da qualche tempo: del resto c’è in ballo un’intervista per una copertina, per di più già “saltata” un paio di volte, e non è il caso di tergiversare ulteriormente. In Italia sono le cinque del pomeriggio; nel luogo imprecisato del Michigan dove Jeff Tweedy ha chiesto di essere raggiunto, le undici di mattina. Oltre che con il tipico “ritardo” delle telefonate transoceaniche, la voce del leader dei Wilco è lontanissima, nonché avvolta in un curioso effetto – ah, queste linee – che accentua la sensazione di surrealtà. Tweedy è cordiale, sembra di ottimo umore, e le sue risposte misurate, sempre precedute da alcuni istanti di riflessione, denotano la volontà di onorare con la massima serietà l’impegno assunto con noi per una quarantina di minuti. I grandi si riconoscono anche in queste cose. Continua a leggere

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Mad Season

Gli esponenti della scena di Seattle genericamente definita grunge erano parecchio inclini alla collaborazione, com’è provato dall’ampio numero di supergruppi e side-project che hanno anche avuto sviluppo discografico. Tra i più riusciti vanno senza dubbio menzionati i Mad Season, che avevano come frontman una delle figure-chiave del rock USA dei ’90, Layne Staley degli Alice In Chains. Mi fa piacere ricordarlo con una ristampa in vinile, di uscita ancora recente, nel giorno in cui avrebbe festeggiato – se il 5 aprile del 2002 non se ne fosse purtroppo andato – il quarantanovesimo compleanno.

Mad Season copLive At The Moore
(Columbia)
Dei vari supergruppi e progetti paralleli sviluppatisi nella Seattle del grunge, i Mad Season sono certamente uno dei più intriganti e leggendari, sia per la bellezza dell’unico album di studio realizzato (Above, 1995), che oltretutto raccolse ottimi riscontri critici e commerciali, sia per una line-up “all stars” che vantava come membri più famosi il chitarrista Mike McCready (Pearl Jam) e il cantante Layne Staley (Alice In Chains); non a caso, nel 2013, la loro fulminea storia è stata celebrata con una “deluxe edition” del disco arricchita di numerose tracce bonus audio e video, comprese quelle della videocassetta (altri tempi!) Live At The Moore del 1995. Continua a leggere

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James Iha

Con l’ex chitarrista degli Smashing Pumpkins (nel 2012 ha pubblicato anche un secondo album a suo nome, Look To The Sky, che però non ho mai recensito), chiudo la “serie” inaugurata avant’ieri con Dave Navarro e continuata ieri con Tom Morello. Almeno per ora, poi chissà.

Iha copLet It Come Down (Virgin)
Al di là degli indubbi vantaggi che la cosa comporta, per un musicista dotato di idee e carattere non dev’essere sempre facile far parte di un gruppo soggetto a un regime di “dittatura illuminata”, specie se il leader vanta enormi talento e carisma. Presumibilmente soffocato dal temperamento e dalla logorrea compositiva di Billy Corgan, il bravo James Iha ha così voluto ritagliarsi un suo spazio artistico, non conflittuale né concorrenziale con quello parallelamente esplorato dagli Smashing Pumpkins: uno spazio dove poter esternare in assoluta libertà – con mire in un certo senso catartiche – il proprio naturale desiderio di scrivere canzoni, rivestirle degli arrangiamenti più graditi e intonarle con il cuore più che con la voce. Continua a leggere

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Tom Morello

La “serie” della quale parlavo a proposito di Dave Navarro prosegue con Tom Morello dei Rage Against The Machine. Questi i due album usciti (più o meno) a suo nome.

Nightwatchman copThe Nightwatchman
One Man Revolution (Epic)
Dopo circa quattro anni di concerti più o meno saltuari, Tom Morello ha finalmente immortalato su disco i frutti della sua attività da solista acustico come The Nightwatchman: un’esigenza, quella di staccare la spina e mettersi “a nudo”, che dopo le sovversioni metal-rap dei Rage Against The Machine e il classicismo hard rock degli Audioslave appare del tutto comprensibile. Continua a leggere

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Dave Navarro

Un annetto e mezzo fa avevo pubblicato una serie di recensioni di dischi solistici, oltretutto non particolarmente noti, di chitarristi di famose band rock “anni ‘90”: Steve Turner dei Mudhoney, Jerry Cantrell degli Alice In Chains, Steve Von Till dei Neurosis, John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers; poi, qualche settimana fa, avevo riesumato anche Stone Gossard dei Pearl Jam. Adesso mi sono reso conto che la serie può andare avanti e allora perché no? Eccovi Dave Navarro, ma a brave ci saranno altre “puntate”.

Navarro copTrust No One (Capitol)
Era chiamato a un compito importante, questo Trust No One: chiarire senza possibilità di equivoco se Dave Navarro sia artisticamente in grado di camminare con le proprie gambe o se il suo indiscutibile talento abbia bisogno, per risaltare al meglio, del confronto con quelli di altri. Un interrogativo tutt’altro che fuori luogo anche per un primattore come il chitarrista dei Jane’s Addiction – una delle band più creative del rock degli ultimi quindici anni – e dei Red Hot Chili Peppers dell’atipico (e ingiustamente sottovalutato) One Hot Minute, considerate le sostanziali diversità esistenti tra il lavorare in un team ed essere invece l’unico responsabile delle proprie scelte. Continua a leggere

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Gemma Ray

La storia degli artisti e dischi che sono meno considerati di quanto sarebbe giusto è vecchia, vecchissima, ma il nuovo album di Gemma Ray – il settimo dal 2008: la sua prolificità è notevole – offre l’occasione di ritirarla in ballo.

Gemma Ray copThe Exodus Suite
(Bronze Rat)
Difficile capire perché Gemma Ray, si scusi la banalità, non sia famosa come meriterebbe. Probabilissimo che in molti non l’abbiano mai sentita nominare e la scambino quindi per una debuttante o quasi, ma la biografia dell’artista britannica è ricca di eventi: collaborazioni illustri (Nick Cave, Alan Vega, Sparks, Howe Gelb e Calexico, ad esempio, e persino Wim Wenders per un lavoro di restauro di vecchio materiale), la stesura di colonne sonore per cinema e TV, addirittura sette album pubblicati dal 2008 a oggi. Continua a leggere

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Red Hot Chili Peppers

Impossibile negare che i Red Hot Chili Peppers abbiano, come si suol dire, “fatto storia”, che nella loro discografia ci siano parecchie cose belle e che, sul palco, continuino a essere una formidabile macchina da rock’n’roll. Recensire l’ultimo album The Getaway, fuori da un paio di mesi fa, è servito anche per esternare alcune riflessioni.

Red Hot Chili Peppers copThe Getaway (Warner)
Logico che la regola sia confermata da qualche eccezione e che ben pochi fan storici – anche se delusi – rinuncerebbero ad assistere a un loro concerto, ma secondo buona parte del pubblico rock i Red Hot Chili Peppers, sotto il profilo della qualità discografica, sono morti da un pezzo; c’è chi dice dall’atipico ma interessante One Hot Minute del 1995, l’album con Dave Navarro dei Jane’s Addiction che seguì la pietra miliare Blood Sugar Sex Magic, chi lega la fine al successo immenso del peraltro esemplare Californication e chi – a seconda del proprio grado di tolleranza – ha optato per le esequie con By The Way, Stadium Arcadium o I’m With You. Continua a leggere

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Tim Hardin

Non è del tutto priva di (pur piccoli) rimpianti, la mia carriera giornalistica; ad esempio, l’aver quasi del tutto rinunciato, per buoni venti/venticinque anni, di scrivere di artisti del passato. Preferivo occuparmi di quello che accadeva in tempo reale, invece di dedicarmi a recuperi di musiche che pure conoscevo, ascoltavo e apprezzavo, e ciò mi ha anche, in minima parte, penalizzato: c’era chi mi vedeva solo come paladino del “nuovo” e non mi reputava credibile come cronista di vicende più o meno antiche. Da un tot, però, la situazione è in buona parte cambiata, come provano anche i ripescaggi qui sul blog; aggiungo quindi con piacere questa recensioncina di un decennio fa, a proposito di uno splendido disco di uno dei tanti eroi di culto del folk-rock dei Sixties.

Hardin cop3 – Live In Concert
(Lilith)
Trentotto anni dopo l’uscita originaria, riappare per la seconda volta in CD grazie alla fantomatica etichetta “russa” Lilith (con note in caratteri cirillici) il terzo album di Tim Hardin, inciso dal vivo alla Town Hall di New York nell’aprile 1968 e qui arricchito di quattro tracce rimaste fuori dal vecchio vinile Verve/Forecast. Continua a leggere

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Lydia Lunch

Non ci sono motivi particolari, tipo anniversari o altre ricorrenze, per recuperare la recensione d’epoca – del 2004 – apparsa in uno degli ultimi Mucchio in versione settimanale di questo bel disco di Lydia Lunch. Sul blog non avevo però ancora inserito nulla a proposito della regina della no wave newyorkese, e allora perché no? Anche se nel caso specifico, a scanso di equivoci, la no wave non c’entra nulla.

Lunch copSmoke In The Shadows
(Breakin’ Beats)
Percorso lungo e per più di un verso ricco di gloria, quello di Lydia Lunch, avviato nella seconda metà dei ‘70 nel circuito della no wave newyorkese e sviluppatosi in una notevole quantità di dischi all’insegna del rock quanto più possibile ibrido e della spoken word, in un’attività peraltro sempre parallela a quella coltivata in campo letterario (poesia, prosa, fumetto); comunque, una carriera spesso sotterranea, seguita con attenzione da una ristretta ma agguerrita schiera di vecchi cultori – acquisita quando, giovanissima, rantolava nei Teenage Jesus & The Jerks, o quando appena ventenne si proponeva come sofisticata-malata dark lady con il classico Queen Of Siam – e/o di coloro che sono rimasti folgorati dall’espressività a più livelli estrema mostrata anche nei sodalizi allestiti con personaggi di spicco quali Nick Cave (al tempo dei Birthday Party), Rowland S. Howard, Marc Almond, Michael Gira, Henry Rollins, Foetus e vari membri dei Sonic Youth.
Smoke In The Shadows, primo album di canzoni da non poco tempo a questa parte, consegna all’ascoltatore esattamente quanto promesso dal titolo: il fumo e le ombre di una musica intrisa di suggestioni notturne e un po’ angosciose, dove il pop-rock si contamina felicemente con trame jazzy e più velate aperture a exotica e hip-hop. Una forma ben congegnata, seppur non proprio personalissima, il cui fascino inquieto e inquietante è dato soprattutto dal carisma evidenziato dalla Lunch nel raccontare le sue storie per lo più torbide con una confidenzialità dai toni alcolici: non urlando, insomma, ma limitandosi – con il sostegno dell’estro istrionico acquisito grazie ai tantissimi reading – a parlare, sussurrare, recitare, giocare con melodie sospese sul filo tra il carezzevole e l’abrasivo, a volte persino gemere.
Difficile dire se il lavoro in questione rimarrà un episodio più o meno occasionale o se al contrario – considerata la verve dei recenti concerti tenuti dalla Lunch anche in Italia, indicativa di una ritrovata voglia di rock – sarà l’inizio di una nuova fase creativa contraddistinta da una minore frammentarietà di stile e di esposizione discografica. E se è vero che l’analisi dei trascorsi dell’eclettica performer fa propendere per la prima ipotesi, non avrebbe comunque senso privarsi delle bad vibrations di quest’album scuro e sanguigno, non rivoluzionario ma (perversamente) godibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio 603 del 7 dicembre 2004

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In edicola (agosto)

edicolaCome ogni mese, nelle edicole è possibile acquistare riviste con miei articoli, interviste e recensioni che non sono diffusi contemporaneamente in Rete e che potrebbero apparirvi con sensibile ritardo (o mai). Questo il quadro completo di agosto. Per il sommario di ogni numero, cliccare sulla relativa copertina.

AR 378AudioReview n.378. Sezione musicale da me curata, intervista a Gianni Nocenzi, rubrica “Le canzoni raccontate” sulla storia e il significato di brani famosi (questo mese, The Sound Of Silence di Simon & Garfunkel), recensioni estese di Peter Gabriel (ristampe in vinile) e Case-Lang-Veirs, recensioni di The Trip, Bevis Frond, Simple Minds, Mick Harvey, Dinosaur Jr., Steve Gunn, cofanetto I’m A Freak, Baby.

 

CR 45Classic Rock n.45. Intervista a Ryley Walker, recensioni di Ryley Walker, Simple Minds e cofanetto I’m A Freak, Baby.

 

 

 

 

 

 

Vin 3Vinile n.3. Articolo di 14 pagine sui Litfiba anni ’80: tutti i dischi in vinile, le rarità, le curiosità, le quotazioni.

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Gli “altri” Love

Love, Da Capo, Forever Changes e, nemmeno per tutti, Four Sail: per più o meno chiunque, la storia dei Love finisce qui, ma non è esattamente così. A quanto pare non ho scritto alcunché di esteso sulla discografia “principale” della band californiana, ma in compenso ho recensito due ristampe con bonus e di un “lost album”, tutti relativi alla seconda fase della carriera. Recupero il materiale in questione oggi, in occasione del decennale della scomparsa del leader Arthur Lee.
Love cop x 3The Blue Thumb Recordings
(Hip-O Select)
Per quei cronisti rock che si affidano ai luoghi comuni, alle leggende e alla superficialità, i Love sono artisticamente morti con Four Sail del 1969, quarto asso del poker Elektra, e per gli integralisti addirittura con il terzo Forever Changes, ultimo atto della formazione storica. Un giudizio almeno in parte ingiusto nei confronti dei due album realizzati subito dopo su Blue Thumb, il doppio Out There sempre del 1969 (inciso, tra l’altro, dalla stessa band del precedente) e False Start del 1970 (con un diverso chitarrista), adesso recuperati in questo triplo digipak che al programma aggiunge undici tracce live finora inedite registrate nel tour britannico dell’inverno 1970. Continua a leggere

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Steve Earle (1986-1990)

Dico la verità: quando l’ho scoperto, all’epoca dei suoi primi due album, Steve Earle non mi colpì granché: “bravo, senz’altro”, pensai, “ma nulla di speciale”. Ho cominciato ad apprezzarlo sul serio, invece, dai giorni del terzo album Copperhead Toad, e non ho mai smesso. Sono stato quindi più che lieto di scrivere delle recenti ristampe in vinile dei suoi primi quattro LP.

Earle fotoPersonaggio affascinante, Steve Earle, con una vicenda piena di luci ma pure di ombre. Tante soddisfazioni artistiche e tanti eventi drammatici, dalla tossicodipendenza alla galera fino all’autismo del terzo figlio, il tutto accompagnato da una sequenza di matrimoni – sette, due con la stessa donna – che rivela un carattere volitivo, sottolineato dall’impegno sul fronte politico e sociale. Quindici gli album di studio propriamente detti pubblicati in tre decenni, uno dei quali – Townes, del 2009 – dedicato apertamente a quel Van Zandt che di Earle fu maestro e amico, a dimostrare che in fondo non è sempre vero che sono solo gli opposti ad attrarsi. E tutti, o quasi, di pregio, com’è giusto che sia per chi è dotato di talento e cuore.
C’è moltissimo dell’epopea dell’inquieto Steve, nei suoi primi quattro album editi in origine dalla MCA, ristampati adesso solo in vinile dalla Universal – di Guitar Town seguirà, in autunno, una versione “deluxe” in doppio CD – con un remastering ad hoc per il supporto analogico. Guitar Town del 1986 ed Exit 0 dell’anno dopo (quest’ultimo co-accreditato alla backing band The Dukes) documentano validamente l’artista degli inizi, country-rocker grintoso ma in fondo “pulito” pienamente in linea con la foto sbarazzina che troneggia sulla copertina dell’esordio; belle canzoni e un bel sound ma anche una personalità non ancora sbocciata, in mezzo al guado fra il richiamo delle radici folk e l’attrazione verso il r’n’r. Un’altra storia Copperhead Road del 1988, già uscito otto anni fa in “deluxe”, che prende una posizione più decisa: incattivito nella musica così come nell’aspetto, Earle è ormai un outlaw, un fuorilegge che scherzosamente parla di “incrocio fra heavy metal e bluegrass” ma che in realtà coniuga tradizioni e rock sanguigno in una formula incisiva e brillante nella quale si affacciano Hank Williams e Gram Parsons, Eddie Cochran e i Pogues (ospiti in un brano), John Mellencamp e Bruce Springsteen. È invece del 1990 The Hard Way, secondo lavoro cointestato ai Dukes, giunto durante un periodo di notevole disagio personale; il solco stilistico è grossomodo quello del predecessore ma gli umori sono comprensibilmente più lividi, sofferti e torbidi, a ribadire come i dischi di Steve Earle siano sempre stati riflesso senza filtri della vita del loro autore e non sue interpretazioni “di comodo”. Altri album splendidi quali Train A’Comin’, I Feel Alright e Transcendental Blues non mancheranno, appassionatamente, di confermarlo.
Tratto da Classic Rock n.43 del giugno 2016

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The Sleeves

Trent’anni fa, di questi tempi, gli Sleeves approntavano il loro primo demo, e dieci anni dopo, sempre di questi tempi, pubblicavano il loro terzo (e a tutt’oggi ultimo) disco. Mi sembra dunque carino approfittare della doppia ricorrenza per ricordare la parabola di questa eccellente band r’n’r genovese, della quale all’epoca recensii tutto, riesumando quanto scritto su tre giornali diversi (Mucchio Selvaggio, Rockerilla e Velvet; ci sarebbe stato pure un quarto pezzo, su AudioReview, ma ve lo risparmio). Sono dischi che non ho mai dimenticato, che ogni tanto rimetto su e che mi capita persino di programmare in Rai (ascoltare qui), e i sentimenti che nutro nei loro confronti sono dichiarati in modo assai evidente, o almeno credo, dalle righe a seguire. In verità, negli anni ’80 avrei tanto voluto produrli e pubblicare un loro album per la mia High Rise, ma non fu possibile: per spostare loro a Roma o andare io a Genova serviva troppo in rapporto al budget da me stanziabile e alle loro possibilità di contribuire. Se ne parlò, ma non se ne fece nulla… e il rimpianto mi è rimasto, più o meno come per Steeplejack e Boohoos; ricordo pure che attorno al 1990 rimasi male nel leggere su una fanzine un’intervista nella quale il frontman Marco Cheldi mi accusava, con toni antipatici, di “non aver voluto tirar fuori i soldi”, quando i soldi li tiravo fuori con tutti… ma, insomma, c’erano dei limiti a quello che mi era possibile investire e che ero disposto a perdere (che poi ci abbia perso sempre è naturalmente un’altra faccenda). Non ho serbato rancore, perché, di norma, per farmi serbare rancore bisogna combinarmi qualcosa di veramente grave (a qualcuno, infatti, lo serbo eccome), e, anzi, mi piacerebbe parecchio organizzare per qualche etichetta di buona volontà un bel CD antologico con i due dischi, il demo, le altre chicche che i ragazzi disseminarono su vinile negli Ottanta, fotografie, note e assortite memorabilia. Chissà.

Sleeves cop 1Getting The Fear
Sono di Genova, vantano una classicissima line-up r’n’r di tre elementi (chitarra/voce, basso e batteria) e hanno appena realinato il demo-tape Getting The Fear, inciso per metà in studio e per metà dal vivo: stiamo parlando degli Sleeves, figli naturali dei Dream Syndicate (non a caso propongono una cover di Still Holding On To You) e del roots-rock statunitense. Il lato in studio, oltre alla già citata cover, contiene due originali del gruppo, validi seppure con qualche soluzione un po’ ingenua, mentre la facciata live raccoglie i tre pezzi di cui sopra più le riletture di So You Want To Be A Rock’n’Roll Star (Byrds) e I Had Too Much To Dream Last Night (Electric Prunes). Insomma, un buon biglietto da visita.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.106 del novembre 1986

Sleeves cop 2Five Days To Hell
Dieci canzoni amare, acide, in cinque giorni, spesso cantate con le lacrime agli occhi. Me stesso, mio fratello, il mio migliore amico. Le due ore passate a Pisa con Paul Cutler, Los Angeles 1981, le tue recensioni, le tue parole ad Arezzo, tutto questo è tra i solchi del disco, un disco che probabilmente rimarrà negli scaffali del retrobottega di un negozio, ma che spero ti piacerà”. Non penso che me ne vorrai, Marco, se ho reso pubblico questo stralcio della lettera che mi hai inviato. Non so se mi crederai quando ti dirò che spesso, all’ascolto di Five Days To Hell, gli occhi mi diventano lucidi. E che in esso ritrovo i nostri Dream Syndicate, i nostri Alley Cats, la nostra California, le nostre birre, i nostri sogni, soprattutto il nostro rock’n’roll. Continua a leggere

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Ultravox!

Magari con i parametri attuali qualcosa può sembrare ingenua e/o troppo enfatica, ma per coloro che la vissero in diretta la parabola dei primi Ultravox! (quelli con il punto esclamativo alla fine del nome, anche se nel loro terzo e ultimo album il punto esclamativo era già stato cassato) fu davvero entusiasmante.

Ultravox copThe Island Years (Universal)
Quando irruppero sulle scene all’inizio di quel 1977 in cui Londra bruciava di noia, gli Ultravox! erano una ben strana creatura; risentivano notevolmente dell’influenza del glam con il quale erano cresciuti, ma già si protendevano verso il post-punk di cui sono stati precursori addirittura prima che il punk diventasse fenomeno di vasta risonanza. Continua a leggere

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Peter Gabriel (2010-2011)

Di recente mi è capitato di scrivere di Peter Gabriel, e scavando come sempre faccio nell’archivio ho scovato le mie recensioni degli ultimi due album – che non sono esattamente album normali – del poliedrico artista inglese (OK, nel 2013 è uscito I’ll Scratch Your Back, ma fatico a considerarlo “di Peter Gabriel”). Decidere di recuperarle entrambe sul blog, aggiungendole a questa sintetica carrellata sulla produzione 1977-2002 e alla recensione del suo ultimo disco dal vivo, è stato un lampo.

Gabriel cop 2Scratch My Back (Virgin)
Peter Gabriel li fa ormai sudare così tanto, i suoi album, che quando si viene a sapere che finalmente sta per pubblicarne uno, e subito dopo che è una raccolta di cover, la risposta emotiva è comunque di gradimento. Sempre meglio del silenzio, no? E molto meglio, almeno sulla carta e in termini di curiosità, una volta appreso che l’ultima fatica di uno dei tre veri geni musicali generati dal progressive britannico – gli altri due, ovviamente, Robert Fripp e Peter Hammill – è stata realizzata in modo insolito per il nostro eroe, cioè con la sua voce accompagnata solo da una strumentazione di tipo orchestrale, senza chitarre e batterie né tantomeno approccio rock… il che suona anche un po’ curioso e straniante, visto che le firme in calce ai brani appartengono nell’ordine a David Bowie, Paul Simon, Elbow, Bon Iver, Talking Heads, Lou Reed, Arcade Fire, Magnetic Fields, Randy Newman, Regina Spektor, Neil Young e Radiohead. Continua a leggere

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Stone Gossard

Nato a Seattle il 20 luglio del 1966, Stone Gossard non è solo uno dei due chitarristi dei Pearl Jam, ma ha suonato anche con Green River, Mother Love Bone, Temple Of The Dog e Brad. Ha inoltre firmato due album a suo nome, dei quali questo qui trattato – in una recensione di quindici anni fa – è il primo; il secondo, Moonlander, è invece del 2013, e mi sa che fino a pochi minuti fa ne ignoravo l’esistenza, oppure l’avevo del tutto rimosso.

Gossard copBayleaf (Epic)
Ben lungi dall’essere, almeno abitualmente, operazioni davvero proficue sul piano commerciale, i lavori solistici dei componenti di band famose rappresentano per i titolari preziose opportunità di liberare aspetti “inediti” della loro personalità artistica: aspetti che magari, per mille ragioni, sono di norma soffocati dalle dinamiche, dagli equilibri e dalle convenienze del progetto di equipe. Ecco perchè tali prove risultano molto spesso dissimili da quelli del gruppo-madre, quasi che i loro artefici abbiano voluto temporaneamente cambiare aria o prendere un po’ le distanze da un ruolo nel quale ovviamente si riconoscono ma non al punto di volervisi imprigionare. Continua a leggere

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Mudhoney

Nel n.30 del Mucchio Extra (autunno 2008) pubblicai una lunghissima monografia dedicata ai Mudhoney, band che mi è sempre piaciuta immensamente e della quale ho scritto numerosissime volte. È ora giunto il momento di riproporre l’articolo in questione (con relativa, interminabile intervista al frontman Mark Arm) su “L’ultima Thule”, con il link al sito OndaRock al quale, ben prima di varare il blog (era il 2010), l’avevo destinato. Per chi fosse interessato, sono qui disponibili anche una retrospettiva risalente al 1991 e un’intervista a Steve Turner.
Mudhoney 1

Mudhoney 2

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