Neil Young – Freedom

Digito “Neil Young” nella casella di ricerca del blog e saltano fuori le recensioni di due album (Le Noise del 2010 e The Monsanto Years del 2015), più una breve presentazione del videoclip di Rockin’ In The Free World. Un po’ poco, no? Ecco allora cosa scrissi nel lontano 1989 di uno dei dischi del loner che preferisco, proprio quello di Rockin’ In The Free World. Certo, accorgermi che lo trattavo fondamentalmente “da vecchio” quando aveva quarantatré anni, mentre oggi io ne ho cinquantasette, un po’ stranisce.

Freedom
(Reprise)
Freedom. Un titolo davvero perfetto per l’ennesima fatica di un musicista – e soprattutto un Uomo – che della libertà di pensiero, di scelta e di espressione ha sempre fatto la sua bandiera, anche a costo di cocenti delusioni (e, artisticamente parlando, di clamorosi tonfi). Ed è rilevante che, in quest’epoca di interrogativi sui reali significati del rock, l’album si apra con una scarna (chitarra acustica, armonica e voce) Rockin’ In The Free World, registrata dal vivo; e che allo stesso brano, stavolta in una concitata versione elettrica con la band – alla maniera di Rust Never Sleeps – sia affidato il compito di chiuderlo, lasciando cosi echeggiare nella memoria il crudo e struggente grido di denuncia di un mondo malato e di un’America piena di contraddizioni. Continua a leggere

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Pop Corn – Finale (4 di 7)

Dopo il ciclo di sedici settimane dedicato ai 45 giri (dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017) e quello di diciotto focalizzato sugli LP (dal 15 gennaio al 26 maggio 2017), “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio – è entrato nella sua terza e ultima fase, di sette settimane. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 19 al 23 giugno, che fanno parte di un ciclo di venti incentrato sul fenomeno degli adattamenti in italiano di famose canzoni straniere.

Lunedì 19/6/17
Ribelli – Chi mi aiuterà
Camaleonti – Io lavoro
Rita Pavone – Stai con me
Ornella Vanoni – Non dirmi niente

Martedì 20/6/17
Sorrows – Mi si spezza il cuore
Everly Brothers – Susie Q
Paul Anka – Ogni giorno
Dion – Donna la prima donna

Mercoledì 21/6/17
Casuals – Massachusetts
Augusto Righetti – Venus
Pooh – Vieni fuori
Dik Dik – Il mondo è con noi

Giovedì 22/6/17
Mia Martini – Nel rosa
Maurizio Vandelli – Era lei
Satelliti – La vita è come un giorno
Profeti – L’amore mi aiuterà

Venerdì 23/6/17
Don Backy – Una ragazza facile
Gino Santercole – Sono un fallito
Adriano Pappalardo – Ai miei figli che dirò
Corvi – Questo è giusto?

Pop Corn – Finale (1 di 7)
Pop Corn – Finale (2 di 7)
Pop Corn –  Finale (3 di 7)

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Vinile n.8

Sul nuovo numero di Vinile, in edicola già da qualche giorno e ancora per alcune settimane (si tratta di un bimestrale), c’è un mio lungo articolo – ben 14 pagine – dedicato agli Afterhours. Il taglio è “sui dischi” e quindi anche “da collezionisti”, con tutte le uscite dal 1987 a oggi (compresi promozionali e stranezze) e le relative quotazioni medie di ciascuna. Mi diverte, per così dire, sottolineare quanto io sia un pessimo “promoter” di me stesso: da nessuna parte ho scritto (o fatto scrivere) che sono l’autore di Senza appartenere a niente mai, la biografia atipica (ma ufficiale) di Manuel Agnelli uscita per Vololibero ormai un anno e nove mesi fa e tuttora acquistabile pressoché ovunque.
Ovviamente, il n.8 di Vinile contiene un sacco di altre cose interessanti, a partire da un articolo sui dischi più rari (e quindi cari, ma non potete immaginare quanto) di Vasco Rossi che mi ha lasciato basito.

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Magnetic Fields

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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Pop Corn – Finale (3 di 7)

Dopo il ciclo di sedici settimane dedicato ai 45 giri (dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017) e quello di diciotto focalizzato sugli LP (dal 15 gennaio al 26 maggio 2017), “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio – è entrato nella sua terza e ultima fase, di sette settimane. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 12 al 16 giugno, che fanno parte di un ciclo di venti incentrato sul fenomeno degli adattamenti in italiano di famose canzoni straniere.

Lunedì 12/6/17
Ornella Vanoni – Immagina che
Dalida – Sola più che mai
Gianni Morandi – Ha gli occhi chiusi la città
Mal – Tu sei una donna ormai

Martedì 13/6/17
Riki Maiocchi – Non dite a mia madre
Motowns – Fuoco
Martò – Hey Joe
Lucio Dslla – Mondo di uomini

Mercoledì 14/6/17
I 4 Califfi – Ti giuro è così
Nuovi Angeli – L’orizzonte è azzurro anche per te
Pooh – Nessuno potrà ridere di lei
Nomadi – Un figlio dei fiori non pensa al domani

Giovedì 15/6/17
Petula Clark – Quelli che hanno un cuore
Michel Delpech – L’isola di Wight
Dusty Springfield – Tanto so che poi mi passa
David Bowie – Ragazzo solo ragazza sola

Venerdì 16/6/17
Mia Martini – Un uomo per me
Patty Pravo – Bello
Maurizio – Guardami, aiutami, toccami, guariscimi
Gens – Per chi

Pop Corn – Finale (1 di 7)
Pop Corn – Finale (2 di 7)

 

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Giancarlo Frigieri

Non so quanto sia corretto definire Giancarlo Frigieri “un mio amico”: abitiamo ad alcune centinaia di chilometri di distanza, non ci frequentiamo, non sappiamo granché delle rispettive questioni personali, non ci sentiamo al telefono e al massimo ogni tanto ci scampiamo qualche email. Però lo stimo e gli voglio bene, tanto da aver recensito quasi per intero la sua discografia; discografia che comprende alcuni titoli con i Joe Leaman, un album da solista in inglese, un altro – sempre in inglese – realizzato assieme ai Mosquitos e sei con testi in italiano, tre autoprodotti e tre editi sotto l’ombrello della Controrecords. Un settimo arriverà a settembre e non potete avere idea di quanto mi siano girate le palle alla scoperta di non essermi occupato – suppongo per distrazione – di quello che al momento è ancora il suo ultimo lavoro, Troppo tardi del 2015, che pure posseggo e che ho ascoltato. Irritato per l’assenza, vi (ri)propongo le recensioni delle precedenti cinque prove corredate di testi nella lingua che fu di Dante, aggiungendo un link a una vera curiosità: una divertente intervista di Gianluca Frigieri a… me. La trovate qui.

L’età della ragione
(autoprodotto)
Sembrerà incredibile ma, nonostante il panorama “alternativo” italiano abbondi di etichette di ogni genere, Giancarlo Frigieri – non proprio l’ultimo arrivato, come testimoniano i suoi numerosi lavori alla guida dei Joe Leaman, da solista e accompagnato dai Mosquitos – non è riuscito a trovarne una interessata a sponsorizzare questo suo debutto con liriche in italiano; incredibile anche perché L’età della ragione, edificato in linea di massima su scarne architetture di chitarra e voce e solo qua e là arricchito dagli interventi di alcuni ospiti, è lavoro di bellezza davvero rara, con il suo intimismo sofferto ma non opprimente che solo in un pezzo su dieci – l’emblematica title track – sfoggia un pur misurato vigore r’n’r. Continua a leggere

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Pop Corn – Finale (2 di 7)

Dopo il ciclo di sedici settimane dedicato ai 45 giri (dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017) e quello di diciotto focalizzato sugli LP (dal 15 gennaio al 26 maggio 2017), “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio – è entrato nella sua terza e ultima fase, di sette settimane. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 5 al 9 giugno, che fanno parte di un ciclo di venti incentrato sul fenomeno degli adattamenti in italiano di famose canzoni straniere.

Lunedì 5/6/17
Dino e i Kings – Cerca di capire
Camaleonti – Se ritornerai
Ribelli – Obladì obladà
Mike Liddell e gli Atomi – Nelle mani tue

Martedì 6/6/17
Fabrizio De André – Giovanna D’Arco
Gianni Morandi – Ho visto un film
Don Backy – Mr. Tamburino
Bobby Solo – Mrs. Robinson

Mercoledì 7/6/17
Mina – Per ricominciare
Patty Pravo – I giardini di Kensington
Dalida – Stivaletti rossi
Caterina Caselli – Il volto della vita

Giovedì 8/6/17
Equipe 84 – Papà e mammà
Nomadi – Un riparo per noi
Corvi – Bang Bang
Hugu Tugu – Fino a ieri

Venerdì 9/6/17
Ricky Gianco – Tu vedrai
Michele – Negro
Maurizio – L’amore è blu… ma ci sei tu
Nicola Di Bari – Il mondo è grigio il mondo è blu

Pop Corn – Finale (1 di 7)

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Lino e i Mistoterital

Sinceramente, non pensavo proprio che nel mio archivio di testi potesse esserci qualcosa in grado di stupirmi, ma mi sono dovuto ricredere. Una volta trovato questo articolo, dell’esistenza del quale avevo un vago ricordo, l’ho letto e… non mi sono riconosciuto. Cioè, mi sono riconosciuto in parte, e riflettendoci mi è parso di riconoscere nell’altra parte un Eddy Cilìa meno sofisticato (nel senso migliore del termine, eh) dei suoi abituali standard. Eppure, l’articolo era firmato da me e solo da me, e non essendo mai stato – a differenza di vari colleghi anche molto illustri – uno di quelli che mette il proprio nome sotto un testo del quale non è autore, non sapevo davvero spiegarmelo. Ho allora scritto a Eddy, chiedendogli lumi e ricevendo come risposta un “ottimo articolo, che problema c’è?”; la mia ulteriore replica è stata “problema nessuno, ma a me pare più tuo che mio, non è che l’abbiamo fatto a quattro mani ed è saltata la tua firma o roba del genere?”. Eddy ha così compiuto delle ricerche nel suo archivio di quasi vent’anni fa, trovandovi una stesura parzialmente diversa del pezzo in questione. Sentendoci a voce, siamo quindi arrivati alla spiegazione che segue, senz’altro plausibile ma, appunto, ricostruita colmando secondo logica i “buchi” nelle nostre memorie, un po’ come gli scienziati di Jurassic Park che sostituivano con DNA di rospo le sezioni mancanti del DNA dei dinosauri. Questa la sequenza: avevo programmato un articolo sui Lino e i Mistoterital; non facevo in tempo a dedicarmici a dovere; ho chiesto a lui, l’unico che conoscessi ferrato quanto me (se non di più) sull’argomento, se avesse voglia di buttarmi giù, al volo, una traccia; lui, che di natura è perfezionista persino più di me, me ne ha inviata una fatta benissimo; io sono intervenuto un tot sulla traccia in questione e l’ho pubblicata solo a mio nome perché lui non era ancora rientrato al Mucchio e inserire sul giornale un articolo con la sua firma avrebbe potuto turbare la direzione, viste le burrascose modalità di interruzione del rapporto di un decennio prima. Conoscendoni, è probabile che abbia valutato l’idea di utilizzare uno pseudonimo di fantasia, ma che l’abbia poi esclusa ritenendo che un nome ignoto avrebbe sottratto interesse/autorevolezza al lavoro. Lo so, ho scritto un pippone terrificante, ma tutta la vicenda fa ridere e sono certo che farà ridere anche molti dei miei/nostri più affezionati lettori.
Comunque sia, c’è una ragione precisa per la quale ho voluto riesumare questa retrospettiva di diciotto anni fa a proposito di una band italiana della quale mi ero occupato pure in tempo reale; la ragione è che da qualche mese è disponibile, con il marchio Again, il CD Fischi per nastri: demoz y rarez, contenente ben ventitré brani estratti, appunto, dalle cassette del gruppo, e direi che non è necessario aggiungere altro. Per la cronaca, i due album d’epoca, il primo uscito in formato LP e cassetta e il secondo in LP e CD, non sono mai stati ristampati, ma le edizioni originali sono di norma reperibili a cifre oneste.

Visto il nome con cui decisero di battezzarsi la cosa suona un po’ come una battuta, ma è vero: Lino e i Mistoterital avevano la stoffa dei campioni. E fra un sorriso e una risata di gusto, riascoltando i due album che documentano la storia del gruppo (assieme ad alcuni demo conosciuti e apprezzati solo dai fan della primissima ora), è difficile non avvertire un po’ di tristezza: sembra impossibile, infatti, che queste due dozzine scarse di canzoni non siano diventate famose, e con esse coloro che le interpretarono. L’anello mancante fra gli Skiantos e gli Elio e le Storie Tese, nientemeno, nonché uno dei migliori esempi di beat non revivalistico dello scorso decennio. Continua a leggere

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Father John Misty

Poiché in questi ultimi giorni si sta parlando parecchio del ritorno dei Fleet Foxes, mi va di riportare l’attenzione sul nuovo disco – uscito qualche mese fa – di quel Josh Tillman che della band americana fu, per un certo periodo, uno dei cardini. Non proprio tutte le recensioni che mi è capitato di leggere tendevano all’entusiastico, ma per come la vedo io è un lavoro che merita, sotto più di un profilo.

Pure Comedy
(Bella Union)
Molti conoscono Joshua Tillman per via dei trascorsi come batterista/arrangiatore dei Fleet Foxes di Helplessness Blues, lasciati poco dopo per un percorso da solista avviato con la sua identità anagrafica già dall’inizio del decennio scorso; da allora, senza disdegnare contribuiti a dischi di colleghi anche impensabili (Kid Cudi, Avalanches, persino Lady Gaga e Beyoncé), opera per lo più dietro lo pseudonimo Father John Misty, pubblicando per la Sub Pop nei natii USA e per la Bella Union in Europa.
Pure Comedy, tredici brani per un’ora e un quarto di musica, segue Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (2015), ribadendo il grande feeling del cantante, chitarrista e compositore con quelle sonorità di gusto ‘70 nelle quali una scrittura di scuola folk-rock si lega a trame raffinate ma non ridondanti di corde, archi, fiati, tasti e pelli per accompagnare un canto limpido e fortemente evocativo, posto al servizio di testi “alti” sia nella sostanza, sia nella poetica. Coproduce come sempre Jonathan Wilson, ma la psichedelia è molto sullo sfondo; in primo piano, invece, si ergono melodie seducenti e atmosfere suggestive che avvolgono e cullano dolcemente, il tutto tra marcate fragranze West Coast e fascinosi echi di un passato che, nonostante le apparenze, ha il gusto autorevole della classicità e non quello un po’ stantio del revival.
Tratto da Classic Rock n.53 dell’aprile 2017

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1982: la mia playlist

Come ho avuto modo di precisare in altre occasioni, le playlist da me compilate nei primi anni della mia attività giornalistica non erano onnicomprensive, bensì concentrate solo sugli ambiti musicali dei quali – per scelta di vita, diciamo così – mi occupavo professionalmente in via quasi esclusiva; quindi, in sostanza, rock “nuovo” in ogni sua declinazione. Quella relativa al 1982, pubblcata sul n.62 (marzo 1983) del Mucchio Selvaggio, comprendeva addirittura ventiquattro titoli, come a dire “due album al mese”. Mi credete se dico che, rileggendo l’elenco, dagli occhi mi scendono le lacrime?
Rikk Agnew – All My Myself
Alley Cats – Escape From The Planet Earth
Laurie Anderson – Big Science
Bauhaus – The Sky’s Gone Out
Christian Death – Only Theatre Of Pain
Cinecyde – I Left My Heart In Detroit City
Cure – Pornography
Dream Syndicate – The Days Of Wine And Roses
Flesh Eaters – Forever Came Today
Gun Club – Miami
Lords Of The New Church – Lords Of The New Church
Meat Puppets – Meat Puppets
Names – Swimming
Pale – Blue Agents
Psychedelic Furs – Forever Now
Psychic TV – Force The Hand Of Chance
Siouxsie & The Banshees – A Kiss In The Dreamhouse
Soft Verdict – Vergessen
Theatre Of Hate – Westworld
The Thought – The Thought
Virgin Prunes – If I Die, I Die
Wall Of Voodoo – Call Of The West
X – Under The Big Black Sun
XTC – English Settlement

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Pop Corn – Finale (1 di 7)

Dopo il ciclo di sedici settimane dedicato ai 45 giri (dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017) e quello di diciotto focalizzato sugli LP (dal 15 gennaio al 26 maggio 2017), “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio – è entrato nella sua terza e ultima fase, di sette settimane. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dal 29 maggio al 2 giugno, che fanno parte di un ciclo di venti incentrato sul fenomeno degli adattamenti in italiano di famose canzoni straniere.

Lunedì 29/5/17
Gianni Morandi – La tua immagine
Jimmy Fontana – Per vivere insieme
Bobby Solo – San Francisco
Little Tony – Come un anno fa

Martedì 30/5/17
Corvi – Sospesa a un filo
Ribelli – La follia
Nomadi – Ti voglio
Profeti – Caldo amore

Mercoledì 31/5/17
Mina – Capirò
Ornella Vanoni – Un gioco senza età
Milva – Piccolo ragazzo
Patty Pravo – Ci amiamo troppo

Giovedì 1/6/17
Rolling Stones – Con le mie lacrime
Procol Harum – Il tuo diamante
Youngbloods – Se qualcuno mi dirà
Box Tops – Mi sento felice

Venerdì 2/6/17
Caterina Caselli – Tutto nero
Equipe 84 – La fine del libro
Camaleonti – Come mai
New Dada – Lady Jane

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Tinariwen

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Continua a leggere

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The End (1983-1985)

La bellezza di trentatré anni fa, nell’ottobre del 1984, recensii il demo di una giovane band di Fano chiamata The End. Proprio la recensione qui fotografata, ripresa molto dopo nel mio libro Noi conquisteremo la luna – Scritti sulla new wave italiana, 1980-1985. Alla luce delle acerbe ma evidenti qualità dei ragazzi, non avrei mai pensato che quel nastro sarebbe rimasto un episodio isolato; anzi, avrei scommesso che di lì a poco sarebbe giunto un disco. Invece, non è andata così, e i The End scomparvero rapidamente dai radar. Tre decenni abbondanti dopo, mi sono deciso a rimediare all’ingiustizia, “costringendoli” a tirar fuori dai cassetti tutto il materiale all’epoca registrato e, assieme, abbiamo assemblato un album di addirittura diciannove tracce, pubblicato in CD – con una bellissima veste grafica e un ricco libretto informativo – dalla sempre ricettiva Spittle Records. Il disco si intitola Tears In My Eyes 1983-1985 ed è reperibile con facilità un po’ ovunque. Se a qualcuno interessa…

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Pop Corn (LP) – settimana 18

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dall’22 al 26 maggio, quelle dell’ottava (e ultima) settimana del sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 21/5/17
Enzo Jannacci – Giovanni telegrafista
Giorgio Gaber – La ballata del Cerutti
Milva – Poema
Dalida – Cuore matto

Martedì 23/5/17
Milva – Flamenco rock
Dalida – Mama
Giorgio Gaber – Mai mai mai Valentina
Enzo Jannacci – La disperazione della pietà

Mercoledì 24/5/17
Giorgio Gaber – Eppure sembra un uomo
Milva – Un sorriso
Dalida – Bang Bang
Enzo Jannacci – La mia morosa la va alla fonte

Giovedì 25/5/17
Dalida – Ciao amore ciao
Milva – Blue Spanish Eyes
Enzo Jannacci – Hai pensato mai
Giorgio Gaber – Non arrossire

Venerdì 26/5/17
Enzo Jannacci – Ho visto un re
Dalida – Milord
Giorgio Gaber – Un amore vuol dire
Milva – Fischia il vento

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)
La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)
L’undicesima settimana (anni ’60)

La dodicesima settimana (anni ’60)
La tredicesima settimana (anni ’60)
La quattordicesima settimana (anni ’60)
La quindicesima settimana (anni ’60)
La sedicesima settimana (anni ’60)
La diciassettesima settimana (anni ’60)

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Ciao, Tenco, ciao

Non ricordo proprio, quando ho iniziato a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco, ma a braccio direi dai primi ’90. Mi chiamò, ovviamente, Enrico De Angelis, che per decenni ha rivestito il ruolo non sempre comodo di direttore artistico; non ho problemi a dire che, nel mio ambiente, è tra quelli che stimo di più, per qualità professionali e umane oltre che per l’assoluta dedizione alla causa della musica giusta/alta. Per tanto tempo ho consegnato ogni anno le mie ponderate votazioni, cogliendo spesso l’occasione per segnalare a Enrico piccole cose che non mi tornavano e per proporre possibili correttivi; chi mi conosce lo sa, alla musica tengo sul serio, e se c’è da far bene qualcosa, non esito a dedicarmici. In quest’ottica, nel 2014 ho accettato di far parte di una ristretta commissione – venti persone in tutto – che aveva il compito di preselezionare la valanga di uscite allo scopo di redigere una lista di “votabili” da sottoporre poi alla giuria vera e propria, quella composta da circa duecento votanti; un lavoraccio, per il quale non ho mai visto (né chiesto) un euro, che mi ha costretto ad ascoltare una folle quantità di materiale prescindibilissimo (e, a volte, autentica immondizia) per limitare l’eccessiva dispersione di voti. Credo che, con tutti i colleghi che si sono via via avvicendati (la commissione prevedeva alcuni elementi fissi, con altri che cambiavano), abbiamo fatto un buon lavoro, nell’interesse della musica e della credibilità del Tenco; e senza nemmeno un qualche tipo di ritorno in termini di “gloria” (virgolette d’obbligo), dato che i nomi dei commissari erano pressoché ignoti all’esterno, onde evitare rotture di palle superiori a quelle che già si subivano. Nelle ultime tre edizioni, ho dunque ascoltato e vagliato oltre 1.500 titoli, scambiato centinaia di mail con i colleghi, stilato liste, suggerito ascolti, fatto ricerche per capire se un disco avesse i requisiti tecnici (la musica non c’entra, sono questioni oggettive; chi volesse capire meglio, vada a leggersi il regolamento delle Targhe).
L’anno scorso, per la prima volta, sono anche andato alle serate delle premiazioni, a Sanremo (tutto a mie spese: lo sottolineo non per sostenere implicitamente la tesi che mi fosse dovuto qualcosa, ma solo per stroncare in partenza gli eventuali cerebrolesi che potrebbero parlare di “vacanza pagata in Liguria”); è stato bellissimo esserci ed è stato splendido poter consegnare un meritatissimo Premio Tenco all’amato Stan Ridgway. Credevo sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di trasferte lassù, ma a breve è arrivata la doccia fredda: Enrico De Angelis dimissionario, per impossibilità di continuare a lavorare degnamente, assieme alla sua preziosissima “spalla” Annino La Posta e ad altri membri del direttivo, l’ufficio stampa non riassegnato all’ottimo Enrico Deregibus, il nuovo direttore artistico Sergio Secondiano Sacchi – che non ho mai incontrato, ma per il quale ho sempre nutrito rispetto in virtù di un’attività di notevole livello – a rilasciare preoccupanti (per me e non solo) dichiarazioni sul futuro, le motivazioni delle dimissioni di De Angelis. Ho atteso per alcuni mesi l’evolversi della situazione, ma quanto accaduto ha superato le mie peggiori aspettative: nessun comunicato sulle iniziative del Club Tenco da parte del nuovo ufficio stampa, la Commissione di cui sopra cancellata senza una parola, la richiesta di partecipare “alla prima votazione” pervenuta con notevole anticipo rispetto alla consuetudine con tutto ciò che questo comporta, dimissioni di giurati illustri (e chissà quante altre ce ne saranno…) come Fausto Pirito ed Elisabetta Malantrucco.
In sintesi: vista la situazione, ho deciso di abbandonare la giuria. Fregherà a pochi, forse a nessuno, ma non voglio continuare ad associare il mio nome a qualcosa che non so cosa bene sia, che non so quanto voglia essere fedele alla “missione” – quella del sostegno e della propaganda della musica d’autore, affinché essa emerga e non rimanga costantemente affossata dai soliti nomi arcinoti. Non so se sia vero, ma circola la voce che l’obiettivo primario sia “riempire il Teatro Ariston”, e il pensiero mi turba. È il Club Tenco o il Club Ramazzotti? Prima era diverso: non conoscevo tutti i dettagli, certo, ma mi sentivo totalmente garantito dalla presenza di Enrico De Angelis. Ora, invece, nessuno ha avuto il buon senso/gusto di cercare un contatto o quantomeno comunicare a tutti noi le novità; è evidente che la considerazione per il nostro lavoro di giurati è nulla, e che tutta quella sfilza di nomi serve soltanto a conferire autorevolezza all’assegnazione delle Targhe. È scontato che la mia assenza non renderà tutto, in apparenza, meno autorevole, ma dato che per onestà intellettuale non me la sento di prender parte alle votazioni, ci tengo che il circo della musica italiana sappia che con le Targhe Tenco 2017 non avrò nulla a che spartire. Il Tenco non ha di sicuro bisogno di me, ma nemmeno io ho bisogno del Tenco. Cioè, di questo Tenco.

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Depeche Mode

Cerco la mia prima recensione dei Depeche Mode. La trovo. È del dicembre 1981, di Speak & Spell. Una stroncatura niente male, nella quale stigmatizzavo la moda dei cosiddetti nuovi dandy che infestavano Londra (in quei primi anni ’80 odiavo ferocemente tutta quella scena), osservavo che in fondo il 33 giri era piacevole e concludevo con l’ipotesi che quello avrebbe potuto essere l’ultimo disco, e non solo il primo, della band britannica. Avrebbe potuto, senz’altro, ma come tutti ben sappiamo la storia è andata in altro modo e oggi, con la saggezza della maturità, ne sono più che contento. Non è revisionismo fuori tempo massimo: tolto il periodo iniziale, che ho comunque rivalutato, i Depeche Mode mi piacciono e mi convincono da almeno tre decenni. Ne ho però sempre scritto pochissimo e allora, in occasione della loro ultima prova, ho pensato di rifarmi.

Spirit (Columbia)
Quando emersero sulle scene nel primissimo scorcio dei tanto vituperati ‘80, e soprattutto quando furono abbandonati dal leader Vince Clark subito dopo il debutto a 33 giri Speak & Spell, i Depeche Mode avrebbero potuto essere scambiati per una delle tante meteore destinate a illuminare il firmamento rock solo per qualche stagione. Non è invece andata affatto così, e trentasei anni più tardi il gruppo britannico è fra i pochissimi superstiti di quel periodo, oltre che uno dei più influenti e popolari a livello planetario; rispetto ad esempio agli U2, partiti nella stessa epoca alla conquista del mondo, Andy Fletcher, Martin Gore e Dave Gahan vantano però maggiore credibilità, maggiore coerenza e, oltre a un repertorio con meno alti e bassi, una vicenda più ricca di chiaroscuri e quindi più interessante. Continua a leggere

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Pop Corn (LP) – settimana 17

Dopo il ciclo di sedici settimane durato dal 26 settembre 2016 al 13 gennaio 2017 e dedicato ai 45 giri, “Pop Corn: musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ’60 e ’70” – lo spazio di circa venti minuti da me ideato e condotto che va in onda ogni sera dal lunedì al venerdì attorno alle 22 e 15 su Rai Isoradio  – è entrato in una nuova fase con i riflettori puntati sugli LP. L’obiettivo rimane quello dell’intrattenimento culturale, attraverso l’ascolto e le storie di canzoni belle, significative o comunque interessanti che andavano per la maggiore nella Penisola in quel periodo d’oro per il rock e il pop.
Ecco le scalette, con i link diretti per l’ascolto in streaming, delle cinque puntate trasmesse dall’15 al 19 maggio, quelle della settima settimana del sottociclo dedicato agli anni ’60.

Lunedì 15/5/17
Elvis Presley – Stuck On You
Bobby Solo – Cristina
Little Tony – Il ragazzo col ciuffo
Rocky Roberts – T Bird

Martedì 16/5/17
Bobby Solo – Credi a me
Elvis Presley – Fame And Fortune
Little Tony – Quando vedrai la mia ragazza
Rocky Roberts – E lasciatemi stare

Mercoledì 17/5/17
Little Tony – Un rock per Judy
Rocky Roberts – Dove credi di andare
Elvis Presley – Can’t Help Falling In Love
Bobby Solo – Se piangi se ridi

Giovedì 18/5/17
Rocky Roberts – Can’t Ask No More
Elvis Presley – Surrender
Little Tony – Ogni mattina
Bobby Solo – In fondo agli occhi

Venerdì 19/5/17
Rocky Roberts – Sono tremendo
Little Tony – Riderà
Bobby Solo – Non c’è più niente da fare
Elvis Presley – No More

La prima settimana (1970)
La seconda settimana (1971)
La terza settimana (1972)
La quarta settimana (1973)
La quinta settimana (1974)
La sesta settimana (1975)
La settima settimana (1976)
L’ottava settimana (1977)
La nona settimana (1978)
La decima settimana (1979)
L’undicesima settimana (anni ’60)

La dodicesima settimana (anni ’60)
La tredicesima settimana (anni ’60)
La quattordicesima settimana (anni ’60)
La quindicesima settimana (anni ’60)
La sedicesima settimana (anni ’60)

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1991: la mia playlist

Avendo iniziato a scrivere di musica nel luglio del 1979, dovrei aver finora pubblicato, nelle varie testate con le quali ho via via collaborato, trentasette playlist annuali. Il condizionale è d’obbligo, perché in realtà sono un po’ di meno. Potrà sembrare bizzarro, ma non sempre le riviste si piegavano alla consuetudine, limitandosi magari a redigere una classifica senza riportare le preferenze individuali o persino a far finta di nulla a proposito delle “eccellenze” dell’anno appena trascorso (o non ancora trascorso: chi fosse interessato ad alcune mie riflessioni sull’argomento può leggerle qui). Per quanto riguarda il 1991, che fu un anno magnifico, nessuno dei giornali per i quali scrivevo pubblicò le playlist dei singoli collaboratori, e dunque quella qui riportata è compilata a posteriori; in modo quasi scientifico, però, ovvero elencando i dischi cui diedi in tempo reale i voti più alti, e senza “barare”: insomma, non ho tolto titoli ridimensionati dalla storia e certo non ne ho aggiunti altri oggi reputati fondamentali che allora non recensii, non mi folgorarono o non approfondii più di tanto; non a caso “mancano” Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, Spiderland degli Slint o l’omonimo dei Metallica, che oggi ovviamente inserirei. Per ragioni analoghe, non ci sono album italiani (non recensii molti dei fondamentali, per via della concorrenza dei colleghi), né di artisti già “classici”, perché come giornalista mi occupavo solo – per scelta – di musica nuova. Questo è quanto.

Bevis Frond – New River Head
Julian Cope – Peggy Suicide
Feelies – Time For A Witness
Guns N’Roses – Use Your Illusion I + II
Mudhoney – Every Good Boy Deserves Fudge
My Bloody Valentine – Loveless
Nirvana – Nevermind
Primal Scream – Screamadelica
R.E.M. – Out Of Time
Screaming Trees – Uncle Anesthesia
Soundgarden – Badmotorfinger
Temple Of The Dog – Temple Of The Dog
This Mortal Coil – Blood
Walkabouts – Scavenger
Warrior Soul – Drugs, God And The New Republic

Le altre playlist presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1984
1986
1987
1996
2000
2006
2013
2014
2015
2016

 

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