Oltre le stelle (12)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TRICKY
Blowback
* * *
Padroni di dissentire ma Tricky mi piace, anche se non mi verrebbe mai in mente di consegnarlo a eventuali extraterrestri come campione di normale essere umano. Mi piacciono i suoi dischi così particolari e sono molto felice di non dovermi (quasi) mai preoccupare di giustificare sotto il profilo critico tale mio apprezzamento, visto che – per ragioni troppo difficili da spiegare in questi esigui spazi – ho scelto di scrivere di altri generi musicali. Non avete idea di quanto possa essere piacevole, per chi fa il mio lavoro, ascoltare un album senza porsi il problema di paragonarlo a quello che lo ha preceduto, della sua coerenza con il percorso etico-concettuale dell’artista o delle nuove direzioni che potrebbe indicare. Non tacciatemi dunque di “qualunquismo” se affermo che a mio parere Blowback è molto bello, anche se me ne infischio di sapere perché. E non chiedetemi se esso sia migliore o peggiore di Maxinquaye o Pre-Millennium Tension, a meno che non vogliate sentirvi rispondere con un perentorio, inequivocabile ‘sti cazzi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.465 del 4 dicembre 2001)

MERCURY REV
All Is Dream
* * *
Bel gruppo, i Mercury Rev. Belli soprattutto in quest’ultimo album, che meglio di altri del loro ampio e pur pregevole repertorio sa immergere in atmosfere oniriche e carezzevoli dove il concetto di “canzone (più o meno pop)” è interpretato in senso decisamente espansivo. D’accordo che per apprezzare appieno la poetica surreale e avvolgente del gruppo americano bisogna possedere una certa predisposizione alle alchimie psichedeliche e alle raffinatezze strumentali, ma mi riesce abbastanza difficile credere che un essere umano dotato di anche scarsa sensibilità possa restare del tutto indifferente di fronte a questo sfoggio di creatività, intensità ed espressività. La sola critica che riesco a considerare accettabile – ma che personalmente non condivido – è quella relativa al fatto che la voce possa a tratti risultare stucchevole; per quanto riguarda il resto, sono ammessi solo gli applausi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.466 del’11 dicembre 2001)

THALIA ZEDEK
Been Here And Gone
* * *
Me lo ricordo benissimo, l’esordio da solista di Thalia Zedek, e non solo perché ancora mi brucia il fatto di non essermi avveduto di una piccola nota sul mio pre-release e di averlo quindi recensito parlando di due cover invece che delle tre presenti in scaletta; e neppure solo perché la voce decisamente mascolina della ex chitarrista dei Come è di quelle che rimangono bene impresse nella memoria. Me lo ricordo benissimo perché il mercato non offre purtroppo molti album così semplici e belli, e in grado di mettere così totalmente a nudo l’anima di chi li ha realizzati. Certo, se il rock’n’roll in circolazione fosse tutto di questo stampo le crisi depressive surclasserebbero la voglia di pogo, ma visto cosa in genere passa il convento dischi come Been Here And Gone vanno accolti come una ventata d’aria magari non proprio fresca ma comunque salutare. Io me lo tengo stretto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.467 del 18 dicembre 2001)

BJÖRK
Vespertine
* * *
Non sono mai stato un grande estimatore degli Sugarcubes, ma in compenso ho sempre trovato che i lavori solistici di Björk, quale più quale meno, posseggano caratteristiche piuttosto intriganti. Di Vespertine, però, mi sono quasi innamorato: non necessariamente perché sacrifica (non del tutto) l’approccio pop/dance privilegiando la dimensione intimista, ma per il suo straordinario equilibrio tra intensità (e dunque emozione) ed estetica (nel senso di perfezione formale). Più ascolto quest’album, più mi convinco che dovrebbe essere “esposto” – non per la veste grafica, che pure è splendida, ma per i contenuti – in un museo d’arte moderna. E poi… mi considerereste folle se vi dicessi che da quando utilizzo Sun In My Mouth come sveglia mattutina il mio inizio di giornata non ha più nulla di traumatico?
(da Il Mucchio Selvaggio n.468 dell’8 gennaio 2002)

BOB DYLAN
Love And Theft
* * *
Ho sentito pareri contrastanti, a proposito di quest’ultimo album di Bob Dylan, e la cosa mi ha stupito: non perché mi sembri strano che qualcuno possa non approvare le scelte – nel caso in questione, sono il primo ad ammetterlo, abbastanza singolari – di questo autentico monumento della musica del ‘900, ma perché non capisco come si possa non rimanere almeno ammirati da come il suddetto abbia il coraggio di rimettersi sempre in gioco. Ma chi glielo fa fare, viene da chiedersi, visto che il suo nome è scolpito a caratteri cubitali nella storia e i diritti d’autore maturati e maturandi gli consentirebbero di vivere da re per i prossimi tremila anni? Eppure, il vecchio Zimmie lo fa, dimostrando inoltre ispirazione, classe e una vena giocosa di rado riscontrata nella sua musica. E anche se Love And Theft non vale The Freewheelin’, Highway 61 Rivisited, Blonde On Blonde, Blood On The Tracks, Oh Mercy o Time Out Of Mind, è bello essere cullati dalle sue note.
(da Il Mucchio Selvaggio n.469 del 15 gennaio 2002

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.

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Classic Rock 79

È in edicola il numero di giugno di “Classic Rock”, più “classic” che mai. A livello di recensioni, i miei contributi sono minimi (il nuovo dei Pere Ubu e una ristampa dei Buzzcocks), ma in compenso sono stato parecchio attivo per quanto riguarda l’articolo di copertina dedicato alla produzione anni ’70 di Elton John, occupandomi in esteso di Empty Sky, Tumbleweed Connection e Goodbye Yellow Brick Road e più sinteticament di Here And There. Dovermi immergere come mai avevo fatto prima per ragioni professionali nella musica di questo straordinario artista mi ha regalato un paio di giorni bellissimi.

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Blow Up n.253

È in edicola da ieri il numero di giugno di “Blow Up”, del quale potrete scoprire quasi ogni dettaglio cliccando qui. Per quanto mi riguarda, oltre alle recensioni di alcuni nuovi dischi (Raconteurs, Peter Perrett, Anuseye, ristampa dei Social Distortion), ho contribuito con due articoli: uno, di sei pagine, si concentra sui dischi carcerari di Johnny Cash in occasione dei cinquant’anni di “At San Quentin”, mentre l’altro, di quattro, è dedicato ai negozi di dischi di Roma (la rubrica “Grand Tour”).

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Pins (8)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records, al “classic rock” e alla new wave sperimentale, tocca adesso a sei pins di band sempre di area new wave, ma più accessibili a tutti di quelle della precedente puntata.

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Oltre le stelle (11)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TOOL
Lateralus
* * * *
Lo ammetto: ai blocchi di partenza, di questo nuovo disco dei Tool avevo molta paura. Un lustro dopo Aenima, nonostante la buona performance di Maynard James Keenan con gli A Perfect Circle, il rischio era quello di una svolta verso il nu-metal più sensazionalistico e remunerativo, o magari di una specie di ritorno dei morti viventi che avrebbe lasciato l’amaro in parecchie bocche. Invece, per fortuna, la band californiana non sembra avere in alcun modo sofferto il lungo ritiro, e ha ripreso il discorso proprio dove lo aveva interrotto: il miracolo è che il suo stile, ora ancor più articolato e psichedelico, è assolutamente attuale, e questo fa comprendere quanto i Tool di Aenima si trovassero avanti sui loro tempi. Che il dio del crossover ce li conservi sempre così, con la speranza che facciano proseliti: vi immaginate che pacchia sarebbe se i gruppi incidessero un album ogni cinque anni e tutti fossero capolavori?
(da Il Mucchio Selvaggio n.455 del 25 settembre 2001)

SPARKLEHORSE
It’s A Wonderful Life
* *
Considerato quanto apprezzi il cantautorato etereo e “depresso” di autori come Will Oldham, (Smog) e Songs: Ohia, dovrei adorare gli Sparklehorse, ma ciò non accade; probabilmente perchè, sebbene Mark Linkous e soci non difettino certo di ispirazione/buon gusto e le loro canzoni per lo più avvolgenti e malinconiche sappiano come coinvolgere e commuovere, hanno il difetto di eccedere troppo spesso in dolcezza e morbidezza. È comunque bello, It’s A Wonderful Life, anche se lo avrei preferito meno proiettato verso il Paradiso e più vicino a tormenti “infernali”; non sarebbe stato male, per esempio, inserirvi un altro paio di episodi più “mossi” – alla Piano Fire o alla King Of Nails – allo scopo di vivacizzarne le atmosfere forse un po’ troppo oniriche e narcotiche. Poche, due stelle? In effetti, è così. Facciamo dunque due e mezzo, nonostante sia proibito.
(da Il Mucchio Selvaggio n.461 del 6 novembre 2001)

MARK LANEGAN
Field Songs
* * * *
Non so cosa aggiungere, a proposito di Field Songs, che non abbia già detto o scritto in altre circostanze. Posso solo ribadire che, almeno nel campo del rock di impostazione “classica”, l’ex leader degli Screaming Trees è a mio parere uno dei cinque/dieci maggiori talenti emersi negli ultimi quindici anni, e che è difficile credere che il suo nome goda di una notorietà solo di culto: un musicista capace di scavare così a fondo nell’anima di chi lo ascolta dovrebbe essere oggetto di venerazione da parte di chiunque e non soltanto di qualche migliaio (beh, forse decine di migliaia) di spiriti affini che amano i suoni elettroacustici imbevuti di respiro roots e la magia di una voce solenne e malinconica assieme. Sarò schiavo del sentimento, ma Field Songs mi sembra sempre più bello, intenso e affascinante nella sua ricercata semplicità. Ancora quattro stelle, senza esitazione: ma, se le regole lo consentissero, sarebbero quattrocento.
(da Il Mucchio Selvaggio n.462 del 13 novembre 2001)

MUSE
Origin Of Symmetry
* * *
Prima di ascoltare i Muse, non avrei mai pensato che potesse esistere un gruppo in grado di proporsi come credibile trait d’union fra Nirvana e Queen (e parecchio altro). Il trio britannico, però, non mi convinceva appieno, nonostante l’impeto dei suoi concerti, l’innegabile bellezza di molte sue canzoni e soprattutto la personalità del suo pop-rock sospeso tra il metallico e il melodrammatico: l’impressione era quella di una band almeno in parte “costruita”. A farmi cambiare parere c’è voluto un illuminante incontro a quattr’occhi con Matthew Bellamy, ventitreenne creativo come pochi: i Muse ci sono, non ci fanno, e la loro musica è il frutto di una naturale (e un po’ folle) tendenza all’ibridazione. Origin Of Symmetry è certo un album bizzarro e a tratti persino bislacco, ma vanta quantità industriali di spunti brillanti; non rappresenta ancora il massimo dell’equilibrio che l’ensemble può raggiungere, ma è comunque una solidissima base per un discorso diverso. È importante, in questo mondo all’insegna della standardizzazione e dall’aurea (?) mediocrità, che qualcuno almeno provi a volare alto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.463 del 20 novembre 2001)

TRAVIS
The Invisible Band
*
Subito prima di accingermi a scrivere queste mille battute scarse stavo ascoltando l’ultimo CD dei Pernice Brothers, gruppo che sostanzialmente si muove nella stessa area musicale dei Travis. E che dei Travis, almeno a mio modestissimo parere, vale di più, anche se vende molto meno (ma molto, molto meno). OK, di questo Fran Healy e compagni non hanno colpe, ma ciò non toglie che The Invisible Band sia irritante (stucchevole?) nella sua plastificata ricercatezza formale e nella ostentata (e finta) evocatività delle trame canore. Due soli brani scongiurano l’assegnazione delle “palle”, Pipe Dreams e la pur sputtanata Sing: il resto, invece, è noia (no, non ho detto gioia). Una stella, dunque; e quanti ritenessero la valutazione scandalosa si (ri)ascoltino Forever Changes dei Love e provino a darmi torto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.464 del 27 novembre 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.

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L.K. Johnson, 1981

Serie “Fotografie”, n.8
Era il 20 febbraio del 1981 quando Linton Kwesi Johnson tenne a Roma uno dei suoi concerti/reading. All’epoca il reggae con tutte le sue diramazioni/deviazioni era un fenomeno molto popolare tra gli appassionati di nuovo rock, e quella di un incontro ravvicinato con il poeta/attivista giamaicano era di sicuro un’occasione da non perdere. Non solo non la persi, ma mi portai anche dietro la macchina fotografica per coglierlo in azione; persino mentre trafficava con il naso, come testimoniato da questo scatto.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981

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AudioReview n.409


È da qualche giorno in edicola il numero di maggio di AudioReview. Se non vi accontentate della copertina e vi interessa il sommario completo, potete leggerlo qui. Per quanto riguarda i miei personali contributi, oltre ad aver come sempre curato l’ampia sezione musicale, mi sono occupato di You’re So Vain di Carly Simon nella rubrica “Le canzoni raccontate”, ho intervistato Simone Cristicchi e ho recensito vari dischi: una ristampa in vinile dei Blind Faith, i nuovi di Francesco Di Giacomo, Banco, Jade Bird, Bruce Hornsby e Cisco, un doppio CD con i tre album storici di Beaver & Krause.

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The Who – Tommy

Di questo storico disco degli Who ho scritto almeno tre volte, una delle quali piuttosto in esteso. Questa è una breve recensione di sei anni fa, relativa a una delle tante ristampe (in questo caso, parecchio estesa) e quindi poco focalizzata sul 33 giri originale. Ma tant’è.

Benché sia uno degli album più noti e globalmente apprezzati dell’epopea rock, Tommy non è il disco più amato dai fan degli Who, che di sicuro gli preferiscono – oltre al Live At Leeds che, ok, fa categoria a sé – almeno Who’s Next, Quadrophenia e The Kids Are Alright. Non così bizzarro, in definitiva, perché questo concept doppio risalente al 1969 si fonda su una storia brillante e contiene parecchi classici formidabili – The Acid Queen, Pinball Wizard, I’m Free e We’re Not Gonna Take It, per citarne solo alcuni – ma è di sicuro penalizzato da qualche eccesso di verbosità strumentale e dalla ricerca di un’imponenza che, fatta salva la naturale indole r’n’r del quartetto britannico, sembra appartenere più ai ‘70 che non ai (pur tardi) Sixties dei quali l’opera è figlia.
Si tratta in ogni caso di una pietra miliare assoluta e non c’è quindi da stupirsi che alla Universal l’abbiano riproposto nel solito delirio di differenti edizioni: CD con l’album standard ma rimasterizzato, “deluxe” con in più quasi l’intera scaletta dal vivo (esibizioni dell’epoca), “super deluxe” che aggiunge un altro CD con venticinque demo, un dischetto Blu-ray con le ventiquattro tracce in versione per audiofili e un libro di ottanta pagine più qualche gadget; sono inoltre disponibili le stampe in vinile dei “Tommy” di studio e live. Al di là di alcune curiosità peraltro non proprio decisive come l’outtake Trying To Get Through e la rara Young Man Blues, i demo e le esecuzioni in concerto possono interessare solo ai cultori di stretta osservanza, che troveranno di sicuro stimolante il giochino dei confronti. Chi non si riconosce nella categoria, invece, si accontenti dell’album standard, che oltretutto dovrebbe già avere a casa.
(da Blow Up n.186 del novembre 2013)

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Pins (7)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records e al “classic rock”, è la volta di un poker di band sperimentali, due inglesi e due americane.

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Oltre le stelle (10)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
LIFT TO EXPERIENCE
The Texas-Jerusalem Crossroads
* *
Due stelle, cioè “buono”: non di meno, visto che i Lift To Experience non difettano di qualità, ma a conti fatti neppure di più. Forse perchè dopo aver letto la recensione del buon Gianluca avevo ecceduto in aspettative. Forse perchè il trio texano, con questo suo “post-punk-filo-psichedelico-con-il-cantante-che-cerca-di-fare-il-verso-a-Jeff-Buckley”, mi sembra in fondo un po’ freddino e magari anche un po’ segaiolo, e ascoltarlo per settantacinque minuti mi sfinisce. Forse perché… boh. So solo che The Texas-Jerusalem Crossroads, almeno per quanto mi riguarda, non è disco da anima, nonostante i suoi elaborati intrecci non manchino di forza suggestiva e mirino in qualche modo alla trascendenza. Capisco che possa colpire, questo sì, ma non mi basta. E se voglio prendere un ascensore, scusatemi, continuo a preferire quelli per il tredicesimo piano.
(da Il Mucchio Selvaggio n.456 del 2 ottobre 2001)

BLACK CROWES
Lions
* *
Le due stelline, tanto vale dirlo subito, sono soprattutto di affetto: sarà che ho amato molto i Black Crowes dei primi album (specie Shake Your Money Maker, un piccolo capolavoro di “classic rock”), sarà che quando un certo suono ti entra in vena a quindici anni non c’è cura disintossicante che tenga, sarà che all’epoca di Amorica ho conosciuto Chris Robinson ricevendone un’ottima impressione, ma un voto più basso non mi è riuscito di assegnarlo. Però, onestamente, sono stato di manica larga, perchè questo Lions non è proprio “buono”: la band è onesta e non difetta di mestiere, ma anche passando sopra al vecchio problema della prevedibilità stilistica è difficile superare quelli della relativa carenza di grinta e del livello compositivo non irresistibile. Nessuno chiederebbe ai Black Crowes miracoli di innovazione, ma qualcosina in più sarebbe lecito pretenderla. Agli ottimisti a oltranza, comunque il voler interpretare come un buon auspicio per il futuro il fatto che Lions sia migliore del precedente By Your Side.
(da Il Mucchio Selvaggio n.457 del 9 ottobre 2001)

TINDERSTICKS
Can Our Love
* *
Sì, insomma… non è che i Tindersticks mi facciano proprio impazzire. Non posso negare che siano bravissimi e che la loro miscela di pop “moderno” e soul – ma quindici anni fa li si sarebbe inquadrati nel filone new wave – vanti notevole intensità emotiva e indiscutibile fascino estetico, ma un loro album intero va oltre le mie capacità di sopportazione: un brano è incentevole, due consecutivi sono più che godibili e tre si apprezzano, ma da quattro in avanti mi comincio ad annoiare. Colpa delle trame musicali, sempre torpide e melliflue? O magari di un canto che a dispetto della sua indubbia forza suggestiva insiste un po’ troppo sulle stesse soluzioni e sfumature, risultando un tantino lagnosetto? Probabilmente, di entrambe le cose. Quindi, almeno da parte mia, niente trionfalismi: solo un applauso, convinto ma non plateale, per un bel disco d’atmosfera. Che riascolterò, anche se a piccole dosi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.458 del 16 ottobre 2001)

RADIOHEAD
Amnesiac
*
Vi è mai capitato, senza alcuna vera ragione, di non sopportare una band, anche se magari apprezzate più o meno tutte quelle che appartengono alla sua stessa area stilistica? Beh, a me succede. Molto di rado, ma succede: ad esempio ricordo perfettamente, negli ‘80, la mia totale repulsione per i Japan, che pure piacevano quasi a chiunque. Oggi, anche se solo da Kid A in poi, le mie “bestie nere” si chiamano Radiohead: sono bravissimi e se dovessi recensirli non potrei parlarne male, ma se si trattasse di ascoltarli per diletto verrebbero dopo migliaia di altri gruppi. È così, e non so che farci. Agli integralisti della Sacra Chiesa del Reverendo Thom Yorke chiedo però di lasciarmi in pace e di risparmiarsi eventuali accuse di “non capire nulla di musica”: il non reggere i Radiohead è una cosa ben diversa dall’affermare che non valgono nulla.
(da Il Mucchio Selvaggio n.459 del 23 ottobre 2001)

MANU CHAO
Proxima Estacion: Esperanza
* * * *
Sembra che oggi vada di moda sparare addosso a Manu Chao, sebbene le sue “colpe” siano solo l’aver realizzato un album “uguale” al precedente (una cosa che fanno più o meno tutti) e l’averne vendute centinaia di migliaia di copie (una cosa che tutti vorrebbero fare). Pura follia: con un giro musicale infestato di autentiche merde, ce la si prende con uno dei pochi artisti che sono al 100% quel che esplicitamente o implicitamente dicono di essere, vivendo fino in fondo – e con tutte le sue contraddizioni – il proprio ruolo. Che poi il folk-pop “stranito” dell’ex frontman dei Mano Negra possa non piacere è ovviamente tutto un altro discorso: il mondo è bello perchè è vario. Posso quindi elargire quattro stelle, non perchè Proxima Estacion: Esperanza sia un disco “rivoluzionario” ma perchè più di ogni altro ascoltato almeno nell’ultimo anno riesce a rilassarmi e a farmi star bene. Ce ne fossero di più, di queste “canzoncine stupide”…
(da Il Mucchio Selvaggio n.460 del 30 ottobre 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.

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Il disco più strano che ho (2)

Qualcuno mi ha detto che questa dei dischi strani, non per la musica che contengono ma per il modo in cui sono confezionati, è proprio un’idea carina, che merita uno sviluppo “seriale”. Così, a vari mesi dal singolo degli Shadowy Men On A Shadowy Planet, ecco un’altra bizzarria. Si tratta di un 45 giri dei Tampax di Pordenone, pubblicato appena quattro anni fa dalla Rave Up e al momento ancora acquistabile a prezzi più o meno popolari, la cui caratteristica particolare è il formato del buco: non rotondo (grande o piccolo), bensì a forma di… sì, esatto, la firma “ufficiale” di Ado Scaini, leader del gruppo assieme a Willy Gibson. Come lo si ascolta? Beh, con un minimo di impegno non è difficile posizionarlo correttamente sul piatto, ma ovviamente è più pratico utilizzare l’apposito “centrino”, pure quello della stessa forma; la cosa fantastica è che l’oggetto in questione non era venduto assieme al disco, ma doveva essere richiesto alla band. Su un lato dell’adattatore c’è il numero progressivo (la tiratura dovrebbe essere di 400 copie), sull’altro (come si può vedere qui) la firma di Ado. Il titolo esplicito del pezzo del lato A è in bella mostra sulla copertina anteriore.

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Classic Rock n.78

È in edicola il numero di maggio di Classic Rock, nel quale – come si può vedere dagli strilli di copertina – c’è parecchio hard rock (ma anche molto altro). A questo giro i miei contributi sono stati minimi: solo tre recensioni (Bad Religion, Dream Syndicate e il cofanetto “Losing Touch With My Mind“). In compenso, benché avessi cercato di oppormi, sono stato intervistato a proposito del mio libro su “Siberia” dei Diaframma.

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Oltre le stelle (9)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

NICK CAVE
No More Shall We Part
* * * *
Se ad essere chiamato in causa fosse stato il Guglielmi “critico”, le stelle per No More Shall We Part sarebbero “soltanto” tre, se non altro perchè nella stratosferica discografia dell’ex leader dei Birthday Party ci sono titoli (seppur di poco) migliori. Se invece, come in questo caso, il parere è richiesto al Guglielmi semplice appassionato… beh, le quattro sono d’obbligo, visto che nella concezione del suddetto il ruolo ricoperto da Nick Cave è paragonabile a quello del Papa per un cattolico praticante. Al di là di ogni ulteriore considerazione, quest’album del sospirato ritorno dopo quattro anni di quasi totale assenza dal mercato è comunque uno dei più intensi, equilibrati e ricchi di fascino offertici dal Grande Australiano, impeccabile nel fondere luci e ombre in un suono classico e nello stesso tempo personalissimo. Non ho nient’altro da aggiungere, davvero: adoro questo disco, dalla prima all’ultima nota. E mi dispiace per chi non la pensa allo stesso modo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.450 del 10 luglio 2001)

MANIC STREET PREACHERS
Know Your Enemy
* *
Mah. Ho passato parecchi anni rispondendo mah alle richieste di giudizio sui Manic Street Preachers: mah come per gli Ocean Colour Scene, i Cast, i Counting Crows e mille altre band delle quali al momento non mi vengono in mente i nomi, che l’esperienza mi indica come capaci solo di routine e che quindi mi predispongono a una valutazione interlocutoria. Per Know Your Enemy, invece, il mah è diventato buono, che in un panorama musicale all’insegna dell’aurea mediocritas come l’attuale non è comunque granchè. Quindi, un album globalmente gradevole, che al di là delle stucchevolezze nel lavoro di studio dà a tratti l’impressione di poter andare da qualche parte… salvo smentirsi con tracce come Miss Europa Disco Dancer, che rimane sulla griglia di partenza come la McLaren di Hakkinen. Comunque, un lavoro che in generale non sembra sapere cosa significhi emozione vera. O che, se lo sa, lo spiega con un linguaggio che io non riesco a capire.
(da Il Mucchio Selvaggio n.451 del 17 luglio 2001)

R.E.M.
Reveal
* * * *
Starei sicuramente malissimo, se un giorno dovessi rimanere deluso da un disco dei R.E.M.: ovvio, visto che il triste evento non si è finora mai verificato – e io la band di Athens la seguo da sempre: dovrà ben servire a qualcosa, avere quarantun’anni – e che quindi il periodico rinnovo del sentimento nei confronti del gruppo è da annoverare tra le certezze della mia vita. Di Reveal, come sapete, ho già scritto ai tempi dell’uscita, e da quel giorno non faccio che spargere stelline e trovare quasi tutti gli altri nuovi dischi che ascolto mediocri: succede, con simili termini di paragone, e succede ancor di più quando assieme ai R.E.M. escono (come ora!) album di Nick Cave e Mark Lanegan. Che mai potrei aggiungere, alla recensione di tre mesi fa? Nulla. Anzi, no, una cosa c’è: che nonostante le abbia ascoltate almeno un centinaio di volte, All The Way To Reno, She Just Wants To Be o Disappear continuano a riempirmi meravigliosamente gli occhi di lacrime.
(da Il Mucchio Selvaggio n.452 del 24 luglio 2001)

MOGWAI
Rock Action
* * *
Come chi ha letto la mia recensione sul Mucchio Extra avrà forse intuito, la quarta stella non c’è solo perchè ritengo che i Mogwai siano in grado di fare ancora di più. E perchè, pur condividendo la tesi di chi afferma che un disco breve ma di alta qualità è sempre meglio di uno lungo pieno di riempitivi, trovo che – soprattutto per un album appartenente a questa area musicale – trentotto minuti siano davvero pochini: che male potevano fare un paio di brani in più, magari cantati? Chiariti questi punti, dei cinque di Glasgow non posso dire che bene. Anzi, benissimo. Sono intensi, profondi, evocativi, solenni nel loro minimalismo, ombrosi, paradisiaci eppure un po’ inquietanti. Perfetti, o quantomeno molto vicini a quella cosa indefinibile e per fortuna irraggiungibile che chiamiamo perfezione. Anche se di Come On Die Young fanno parte un paio di canzoni ancor più superlative (si può dire? Mi suona strano, ma rende bene l’idea), Rock Action è il loro titolo che preferisco. E ognuno dei suoi minuti vale ampiamente le mille lire (o il mezzo euro) richieste.
(da Il Mucchio Selvaggio n.453 dell’11 settembre 2001)

MARK EITZEL
The Invisible Man
* * *
Pur seguendolo dall’inizio della sua avventura con gli American Music Club, e pur avendone più o meno sempre apprezzato i dischi, non mi sono mai davvero innamorato di Mark Eitzel: da una parte un po’ troppo sofisticato, il Nostro, e dall’altra un po’ troppo triste. Sarà magari l’avanzare dell’età (di entrambi), ma oggi l’artista di San Francisco mi prende di più: i suoi brani lenti, soffici e meditabondi continuano a non essere l’ideale colonna sonora per una giornata uggiosa, ma non si può negare che la loro perfezione formale e la loro intensità non sono di quelle in cui ci si imbatte tutti i giorni, e nemmeno tutti i mesi. Per The Invisible Man tre stelle sono forse appena eccessive, ma due sarebbero state poche: non fosse altro che per la presenza tra i suoi solchi di Proclaim Your Joy, semplice ma indimenticabile, nel cui titolo piace leggere una specie di manifesto d’intenti.
(da Il Mucchio Selvaggio n.454 del 18 settembre 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.

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Pins (6)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70 e a Residents e Ralph Records, eccone una di “classic rock”.

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Blow Up n.252


È in edicola da qualche giorno il numero di maggio di “Blow Up”, ricchissimo di contenuti che potete scoprire con uno sguardo agli strilli di copertina e approfondire maggiormente a questo link. Per quanto riguarda me, ho recensito molto in esteso il nuovo album dei Fast Animals And Slow Kids e, più in breve, quelli di Bad Religion, Danso Key e Juju.

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AudioReview n.408

È in edicola già da un paio di settimane il numero di aprile di AudioReview, nel quale come ogni mese ho organizzato l’ampia sezione musicale e scritto un bel po’ di cose. Per la precisione: tre pagine di intervista a Enrico Ruggeri, due della rubrica “Le canzoni raccontate” dedicata questo mese a “Diamonds & Rust” di Joan Baez e le recensioni dei nuovi album di La Batteria, Giuda, Enrico Ruggeri e Teho Teardo, nonché di una ristampa dei Van Der Graaf Generator.

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Roma brucia (il libro)

Ci pensavo da un sacco di tempo, ma lo lasciavo sempre tra le “idee che forse un giorno…” perché, devo ammetterlo, mi sembrava un po’ da sboroni, come dicono in Emilia. Poi ho chiesto pareri persone dell’ambiente (e non) delle quali mi fido e tutte hanno concordato nel dirmi che se non l’avessi fatto avrei meritato la qualifica di cretino. Non contento della risposta troppo generica, ho voluto sapere da ciascuno perché secondo loro “dovessi”, e le opinioni ottenute mi sono parse valide. Esempi? “Sarebbe il primo libro mai uscito sulle scene alternative romane degli ultimi quarant’anni”, “Il tuo immenso archvio sull’argomento è disperso tra centinaia di riviste, è giusto raccoglierlo”, “Diversamente da ciò che accade per altre città, tanti pensano che Roma abbia in fondo prodotto poca musica significativa, e non è vero”, “Qualsiasi cosa di nuovo sia successo qui dalla fine dei ‘70, tu in qualche modo l’hai vissuta e raccontata in tempo reale”.
Insomma, mi hanno convinto. E allora ho frugato ovunque per tirar fuori qualsiasi cosa avessi scritto su artisti romani di qualità, indipendentemente dal genere. Capito quali potevano essere le dimensioni del lavoro ho cercato un editore, trovandolo pressoché subito in Goodfellas. Chiusi gli accordi, sono passato alla fase operativa, assemblando dodici capitoli e due appendici (lasciando anche fuori qualcosa: le 608 pagine erano un limite invalicabile). I capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a una macroarea musicale, sono in ordine più o meno cronologico e sono introdotti da una breve presentazione. Al loro interno, centinaia di recensioni, decine di interviste, un tot di articoli di tipo monografico, copertine di tutti i dischi trattati, foto a iosa. So perfettamente che alcuni stili – il metal, per citarne uno – non sono affrontati, ma non me ne sono preoccupato: “Roma brucia” non è né ha mai voluto essere una sorta di enciclopedia della musica nella Capitale. È, invece, un’enorme antologia di testimonianze antiche e più recenti sull’attività di oltre duecento tra band e solisti che inizia con il primo punk e arriva alla scena folk-rock in romanesco passando per il post-punk, i vari recuperi creativi, il rock “antagonista”, la canzone d’autore dei ’90, l’indie eccetera eccetera eccetera. Una quindicina dei nomi presenti sono in copertina, ma per chi fosse interessato al resto il sommario è consultabile qui; quanti volessero invece sbirciare all’interno possono invece farlo cliccando qui e qui.
Inutile, suppongo, sottolineare la mia soddisfazione per aver potuto rendere omaggio alla musica della città dove sono nato, anche se a spingermi all’impresa non è stato il campanilismo ma il desiderio di condividere e contribuire per quanto possibile ad allargare la conoscenza di tante belle storie di rock e dintorni.

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Oltre le stelle (8)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
ORB
Cydonia
* *
Non so a voi, ma al sottoscritto la musica degli Orb scivola addosso. Ne riconosco l’equilibrio formale e il (relativo) valore assoluto, ma non mi riesce proprio di trovarla emozionante. Certo, è molto meglio di tanta elettronica di gran lunga più glaciale e di altrettanta elettronica assai più biecamente danzereccia, ma se in un disco si cerca soprattutto la capacità di cullare in uno stato di ipnosi/narcosi esistono alternative più vivaci, intense e ammalianti, anche magari meno moderne e meno alla moda. Nel suo ambito stilistico, Cydonia è comunque un buon lavoro, ma se l’ho frequentato è stato solo per dovere professionale: a parte poche eccezioni, per amare davvero un album ho bisogno di trovarci il sangue, nel senso di energia e/o sentimento. E gli Orb, non me ne vogliano i loro numerosi estimatori, sembrano essere stati aggrediti da un plotone di vampiri.
(da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001)

BONNIE “PRINCE” BILLY
Ease Down The Road
* *
Un cantautore filo-country un po’ depresso. Meglio: un cantautore filo-country parecchio depresso, a parte la Just To See My Holly Home che molti di voi avranno conosciuto nel nostro CD e un altro paio di episodi con un tasso di vivacità appena superiore alla media. Questo, in sintesi, Will Oldham nei panni di Bonnie “Prince” Billy, novello hobo che si riallaccia direttamente, non senza fornire dimostrazioni di personalità, alle consolidate tradizioni del miglior roots d’autore. Qui aggiungo solo due cose: che Ease Down The Road è un album di gran pregio, più intenso e meno scontato di quanto non dica il primo (magari superficiale) ascolto, e che se nella musica cercate energia, ritmo e atmosfere gioiose avete decisamente sbagliato indirizzo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.446 del 12 giugno 2001)

TOM McRAE
Tom McRae
* * *
Riascoltato oggi, un paio di mesi dopo l’inevitabile caduta nell’oblio imposta dal delirante incalzare delle nuove uscite, l’esordio di Tom McRae mi è sembrato più bello di prima, al punto di meritare una stella in più di quelle all’epoca assegnategli: un po’, probabilmente, per una questione di umori personali, e un po’ perchè nel raffronto con i vari dischi nel frattempo usciti nell’ambito del cosiddetto NAM si erge come uno dei più originali, compiuti e carismatici. Possiede molte qualità, Tom McRae: è abbastanza eclettico da non annoiare, raffinato ma non lezioso, ombroso ma non tetro e soprattutto intensissimo, tanto da non lasciar dubbi sulla sua assoluta purezza. Ecco, purezza: una cosa della quale c’è sempre maledettamente bisogno e che Tom McRae non si vergogna di mettere a nudo. Finchè riuscirà a conservarla, sarà sempre uno dei nostri beniamini.
(da Il Mucchio Selvaggio n.447 del 19 giugno 2001)

JOHN FRUSCIANTE
To Record Only Water For Ten Days
* * *
Forse sono io a essermi distratto, ma ho l’impressione che l’ultimo album da solista di John Frusciante (perdio!, smettetela di chiamarlo Jack) sia passato pressochè inosservato. Vista la natura intimista del lavoro e il caos dell’attuale mercato discografico non me ne stupisco affatto, ma certo la cosa non mi rende felice: perchè To Record Only Water For Ten Days è un album profondamente onesto, e soprattutto perchè le sue canzoni home-made – così minimali, eppure così intense – sono di quelle che arrivano dritto al cuore. Sia chiaro che non provo dispiacere per John, che avrà da parte tanti di quei dollari da poterci tranquillamente mantenere le prossime cinque generazioni di Frusciante, ma per chi non ascolterà mai questo gioiellino: per suoi personali pregiudizi verso tutto ciò che proviene dai Red Hot Chili Peppers (dei quali, in questi solchi, non c’è peraltro traccia) o magari perchè mal indirizzato da palle nere dispensate con palese faziosità.
(da Il Mucchio Selvaggio n.448 del 26 giugno 2001)

DAFT PUNK
Discovery
*
Mettiamola così: i Daft Punk sanno far bene il loro sporco lavoro (dato oggettivo) e la loro sfacciataggine nel proporsi al mercato e al pubblico me li rende piuttosto simpatici (dato soggettivo). Quindi, una stella: non di più, visto che il massimo è quattro, ma neppure di meno, anche se tre quarti delle canzoni contenute in questo Discovery mi fanno (altro dato squisitamente soggettivo, sia chiaro)… massì, cacare/cagare. D’altronde, la mia avversione per la quasi totalità della musica dance sintetica non è un mistero per nessuno. L’amico John Vignola pensa che i Daft Punk siano profeti di una nuova filosofia espressiva, e in loro riesce persino a trovare sentimento? Buon per lui. Per il sottoscritto, però, l’intero contenuto di questo CD non vale quanto una sola nota (anche stonata) di un Mark Lanegan.
(da Il Mucchio Selvaggio n.449 del 3 luglio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
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In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
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In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
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In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.

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