Guadalcanal Diary

In un post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, l’amico Gianpaolo Castaldo ha estratto dal cassetto della memoria il nome dei Guadalcanal Diary, band americana oggi dimenticata che non si può inserire nel novero di quelle “decisive” ma che, insomma, non merita nemmeno il totale oblio. Essendone stato un convinto sostenitore, recupero le recensioni da me scritte in tempo reale dei quattro LP che il gruppo della Georgia commercializzò negli anni ’80, per poi separarsi; i sacri testi dicono che nel 1993 il leader – Murray Attaway – realizzò un album solistico per la Geffen, e che nel 1999 il quartetto tornò assieme per un CD live autoprodotto di cui nessuno si accorse e che, come da copione, è l’unico titolo del catalogo a costare caro (sta però per essere ristampato dalla Omnivore). Riascoltati, i quattro album “storici” suonano tuttora freschi e godibilissimi, anche se ammetto di riconoscermi solo al 70/75% nei miei entusiasmi giovanili. Sono tutti ascoltabili su Spotify e quindi non avete scuse per non concedergli almeno un “assaggio”.

Walking In The Shadow
Of The Big Man (DB)
Musicalmente parlando, gli Stati Uniti sono davvero la terra delle sorprese e dei piacevoli imprevisti: non passa infatti mese senza che qualche nuovo talento si presenti alle nostre orecchie avide con miscele entusiasmanti di sonorità. Questo marzo e toccato ai Guadalcanal Diary, il cui Walking In The Shadow Of The Big Man è inevitabilmente destinato a impressionare in positivo molti appassionati del rock più genuino, quello legato alle tradizioni e al contempo attuale nei contenuti. Discorso già più volte affrontato, lo so, ma non è colpa mia se gli artisti americani, nelle metropoli come nelle province, riescono sempre a fornire nuove ed eccitanti interpretazioni di una musica dalle mille sfumature in cui potenza, melodia, dolcezza e grinta sanno dar vita a risultati sempre differenti pur partendo dalle medesime basi. Continua a leggere

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Pop Corn ’80 (61-63)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette degli ultimi tre “Pop Corn”, con i quali si è avviato il discorso sul 1988.

Lunedì 11/06/18
MARRS – Pump Up The Volume
Art Of Noise/Tom Jones – Kiss
Afrika Bambaata/UB40 – Reckless
INXS – Need You Tonight

Mercoledì 13/06/18
Ziggy Marley – Tomorrow People
Mori Kanté – Yé Ké Yé Ké
Gipsy Kings – Bamboleo
Eddy Grant – Gimme Hope Jo’Anna

Venerdì 15/06/18
Guesch Patti – Etienne
Belinda Carlisle – Heaven Is A Place On Earth
Patti Smith – Paths That Cross
Joni Mitchell – My Secret Place

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Watermelon Men

Ricordo piuttosto bene quei giorni della metà degli anni ’80 nei quali si scoprì che in Svezia, a suonare rock più o meno legato ai Sixties, non c’erano solo i Nomads. Come accaduto con l’Australia della stessa epoca, a livello giornalistico sono stato uno dei principali sostenitori italiani di quel panorama scandinavo, e a distanza di trenta e più anni non sono affatto pentito. Non tutte le band hanno però offerto piena conferma delle loro potenzialità; i Watermelon Men, ad esempio, delusero quasi subito dopo un inizio senza dubbio degno di attenzione, per poi sparire dai radar prima della fine del decennio con un bottino complessivo di tre album (nel 1993 uscì un ulteriore EP, ma l’ho appreso solo ora). Mi fa comunque piacere recuperare un articolo/intervista che vide la luce poco prima della pubblicazione di Wildflowers, il secondo 33 giri della band.
Per gli appassionati del rock delle radici, il nome dei Watermelon Men non dovrebbe essere sconosciuto: l’album di debutto della formazione svedese, Past, Present And Future, non ha infatti mancato di suscitare entusiasmi e le circa ventimila copie vendute sottolineano efficacemente il positivo exploit del quintetto. Con tali premesse non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di una chiacchierata con Imre von Polgar, primo chitarrista nonché autore di parecchi brani del gruppo, di passaggio in Italia per una vacanza e per sondare il terreno riguardo a una eventuale tournèe primaverile dei Watermelon Men; venticinque anni, capelli biondi e occhi chiari, Imre si è rivelato cordiale, affabile e per nulla freddo come ci si poteva attendere fidandosi dei luoghi comuni sugli scandinavi. In sua compagnia abbiamo ripercorso le tappe del passato e del presente, e tracciato le direttive per il futuro, di una delle migliori band di Svezia.
Una scena svedese? No, non esiste niente del genere, almeno se per scena si intende qualcosa di unito, con contatti stretti fra i suoi esponenti; i gruppi sono indipendenti l’uno dall’altro, pensa che quando lessi una recensione del primo singolo dei Nomads rimasi enormemente meravigliato nell’apprendere che esistevano altri miei connazionali interessata alla stessa musica che suonavo all’epoca. La cosiddetta scena è stata un’ottima invenzione di voi giornalisti, un buon sistema per attirare l’attenzione del mondo su determinate realtà. E chiaro, ci sono rapporti personali fra i componenti di alcune band, ma non c’è nulla di compatto a livello musicale”. Più chiaro di così… Chi avesse dunque in mente la visione idilliaca di una terra promessa del rock’n’roll situata in prossimità del Polo Nord, può abbandonare le sue fantasticherie di sapore romantico. Di sicuro, però, il fascino delle regioni scandinave deve in qualche modo influenzare gli artisti, stimolandone le capacità creative. “Amo l’estate svedese, con le sue giornate lunghissime, e l’inverno svedese, con le sue notti eterne. E poi, all’estremo Nord, il sole di mezzanotte. È un feeling particolare, direi misterioso, il rapporto con la natura è veramente unico. All’epoca degli inizi eravamo soliti provare fuori città, in aperta campagna, e quello che ci circondava è sempre stata una grandissima fonte di ispirazione. Anche per registrare il nostro nuovo album abbiamo deciso di vivere a contatto con la natura, affittando uno studio isolato per trovare la giusta concentrazione”. Ancora una volta, l’ennesima, siamo dunque costretti a tirare in causa l’amore per la terra e le radici, l’attrazione per gli spazi aperti e per la vita semplice, non troppo contaminata da quella triste malattia che i più chiamano progresso. Lo facciamo a ragione, perché nelle canzoni dei Watermelon Men è facile respirare questo tipo di atmosfere, o perlomeno sognarle. “Io e Johan Lundberg, l’altro chitarrista, siamo amici da parecchio tempo e avevamo già suonato assieme in altre band punk e new-wave. Con Erik Illes, il cantante, avevo invece fatto parte dei Rave Ups, una band power pop che non è mai uscita dalla cantina. Il batterista, Erik Westin, era studente nella mia stessa scuola, ma non avevamo molti rapporti, mentre Hans Sacklen, il bassista, è l’unico di noi a non essere originario di Uppsala: viene dal Sud della Svezia, ha anche inciso dischi con altri complessi”.
I Watermelon Men si aggregavano nel 1984 e il loro nome non è un omaggio alla Watermelon Man racchiusa in Miami dei Gun Club. “Sì, ovviamente conoscevamo i Gun Club, ma non c’è attinenza; noi volevamo un nome mistico, al quale la gente non potesse affibbiare subito una etichetta musicale. E poi c’è un riferimento all’Ungheria, che è la terra d’origine mia e di Eric: suo nonno coltivava angurie nel sud del suo paese”. Formata la band, e risolto il problema del nome, Imre e soci si dedicavano alla composizione del repertorio; ben presto registravano un demo con il quale iniziavano a girare per gli uffici delle case discografiche, ottenendo però solo tanti rifiuti e qualche incoraggiamento. “Un giornalista ci consigliò di rivolgerci a Jorgen, il proprietario della Tracks On Wax; non avevamo mai sentito parlare di questa piccola etichetta, né conoscevamo i Wayward Souls che per essa avevano pubblicato il loro singolo di debutto, ma non ci furono problemi: lui impazzì per le nostre canzoni, la prima versione di Back In My Dreams, Is it Love, Your Eyes… Ci propose di incidere un disco e non volle nemmeno ascoltare i nuovi brani, ci disse che qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe di sicuro stata OK”. In breve tempo, nella prima metà del 1985, i Watermelon Men realizzavano così per la Tracks On Wax il 7”EP Blue Village e l’album Past, Present And Future, oltre a partecipare alla raccolta della Amigo A Real Cool Time; dai brani emerge una formazione dalle forti inclinazioni melodiche, abile nello sfruttare i suggerimenti del r’n’r, del country, del blues, del pop. In ogni caso, niente calderoni pacchiani e magari ridondanti, ma un sound abbastanza diretto, lirico e stilisticamente accomunabile a certo rock USA. “Il nostro primo album, in effetti, suona americano, ma il fatto non è dovuto a una scelta; piuttosto, a una questione meramente tecnica, di riverberi, e alla nostra decisione di utilizzare due chitarre molto nitide e pulite. Parecchia gente ci dice anche che siamo un gruppo molto Sixties, ma questa è la logica conseguenza del nostro amore per i suoni naturali degli strumenti. Credo proprio che con una Gretsch, una Rickenbacker, amplficatori Vox, basso Fender, batteria e voce sia assai difficile non far pensare agli anni Sessanta. Comunque, noi abbiamo moltissime influenze e moltissime passioni musicali, anche insospettabili: oltre ai Rolling Stones e agli Yardbirds ci piacciono Van Morrison, Smokey Robinson, Miracles, Phil Spector…”.
Assieme a lievi cadute di tono dovute ad arrangiamenti di dubbio gusto, Past, Present And Future contiene brani di enorme espressività quali Seven Years (che in Gran Bretagna è stata proposta su singolo con l’altrove inedita I’ve Been Told, il cui corpo è “rubato” a Play With Fire), Pretty Days In The Summertime, New Hope For The Lonely, Autumn Girl e Back In My Dreams; il precedente EP, seppure in forma leggermente più acerba, si muove più o meno lungo le stesse direttive, con le chitarre in bella evidenza a ricamare armonie di grande fascino ed incisività. “In realtà i Watermelon Men sono un ensemble di chitarristi, e la stranezza e che i più validi tecnicamente sono il cantante e il batterista”. Pur essendo qualitativamente e attitudinalmente omogeneo, il repertorio del gruppo è caratterizzato da una discreta varietà di temi e atmosfere; questo, probabilmente, perché gli oneri della scrittura sono divisi fra tutti i membri, eccezion fatta per Hans Sacklen. “Non vogliamo un sound troppo uniforme, preferiamo dedicarci all’elaborazione delle migliori intuizioni di ciascuno. I pezzi non nascono collettivamente, almeno in origine, ma si sviluppano dalle idee che ognuno di noi espone agli altri; esse, poi, vengono arricchite di elementi nuovi e gli spunti iniziali vengono spesso rivoluzionati”.
Quasi ignorato in Svezia, Past, Present And Future si faceva invece notare nel Regno Unito e in Germania, e il nome dei Watermelon Men cominciava concretamente ad affermarsi fra i seguaci del roots-rock; il quintetto consolidava poi la sua notorietà grazie a una fitta attività concertistica, che toccava Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Grecia. Un periodo intenso, che nell’arco di qualche mese induceva i musicisti a valutare la prospettiva di un impegno totale nel mondo del rock, prospettiva che troverà concretizzazione pratica all’inizio del l987. In base ai risultati che otterranno con il prossimo album, i Watermelon Men decideranno infatti se divenire definitivamente professionisti o se mantenere occupazioni convenzionali e dedicare alla musica solo una parte del loro tempo. Così, con molto entusiasmo e con un budget consistente (circa trenta milioni di lire), il complesso si chiudeva per diciotto giorni nel migliore studio di Svezia con il co-produttore Clive Gregson (chitarrista e leader degli Any Trouble), sorprendentemente preferito a Rob Younger. “Stimiamo Rob Younger ed il suo lavoro, ma sinceramente pensavamo non fosse adatto per il tipo di suono che volevamo costruire in questo album; Younger tende a un sound piuttosto uniforme, mentre noi puntavamo a qualcosa di vario e policromo”. Questione di gusti. Personalmente, pur non sapendo quanto le scelte di Gregson abbiano influito sul risultato finale, non mi sento di approvare la decisione del gruppo svedese: Wildflowers, il 33 giri che vedrà la luce verso la fine di gennaio, non presenta infatti la brillantezza e il feeling del debutto, orientandosi verso un suono “molle” e spesso troppo arrangiato. “Il nuovo LP è molto diverso dal precedente, è più vicino al pop; abbiamo cercato anche di aggiungere qualcosa di soul, non nel senso stretto di black music ma in quello più generico di anima, e abbiamo curato maggiormente il lavoro in sala. Ora pensiamo sia meglio usare le corde piuttosto che alzare il volume alle chitarre, e quindi le canzoni hanno un aspetto molto differente da quelle dei vecchi dischi: sono più levigate, meno di impatto immediato, ma secondo noi anche più profonde ed intense”.
Wildflowers, è innegabile, non ha quasi nulla in comune con Past, Present And Future, a parte la voce sempre splendida di Erik Illes; i pezzi, quasi tutti scritti dal cantante, mostrano una notevole inclinazione verso schemi soffici e avvolgenti, ma anche – purtroppo – melensi nella loro sovrabbondanza di violini e nelle loro trame morbide. Non mancano, comunque, le eccezioni, costituite da Postcard View (dai marcati accenti country), Pictures Of Good Times (probabilmente la più ammaliante fra le numerose ballate del disco) e Heading For The Woods, altra ballad che mi sentirei di definire come il capolavoro della scaletta; il resto lascia invece adito a più di una perplessità, dai discutibilissimi fiati di Empty Smile alla vuota retorica di In Another World, dalla prevedíbilità di True Confession e Smalltown Revolution alla mielosità di Pouring Rain. Si poteva, insomma, pretendere qualcosa di più, ma per un giudizio definitivo preferiamo attendere il momento in cui il vinile sarà nelle nostre mani. Solo allora, dopo ripetuti e attenti ascolti, saremo in grado di dire se i Watermelon Men meriteranno ancora il nostro incondizionato appoggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.108 del gennaio 1987

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The Thought

Mi è capitato varie volte di “entrare in fissa” per gruppi o solisti che a me parevano straordinari ma che i colleghi delle altre testate non prendevano in considerazione o al massimo trattavano con sufficienza; quando Internet ancora non esisteva, mi sembrava insomma di predicare al vento, ma data la mia convinzione di essere nel giusto, o quantomeno in buona fede, non me ne curavo. Nella prima metà degli anni ’80, ad esempio, mi capitò con i The Thought, band olandese di area synth-pop dalla quale fui folgorato all’epoca del primo album, del quale scrissi ovviamente in termini più che entusiastici (figura anche nella mia playlist del 1982); di quel disco scrissi una seconda volta poco dopo, quando venne ristampato con scaletta in parte diversa (per la cronaca, è l’unica prova dei ragazzi ascoltabile su Spotify, e nessuno dei brani arriva a mille ascolti: tristezza), e poi ancora in occasione del secondo e del terzo LP, purtroppo non belli come l’esordio, dopo i quali i Thought scomparvero. Non senza un nemmeno tanto lieve imbarazzo (diosanto, sembro proprio un “fanzinaro” esaltato), recupero ora l’intero pacchetto; confido in voi per far sparire almeno alcuni di quegli scandalosi “< 1000”, visto che lì in mezzo ci sono canzoni splendide.

The Thought
(Index)
Guardando il cielo / vide Enoia Gay / Lo guardò finchê girò / e volò via Il ragazzo che vide tutto / non sentirà più sua madre che lo chiama”. Un aereo si allontana, dopo aver scaricato il suo carico mortale: un bimbo resta a guardarlo, affascinato. Poi, è un attimo: la realtà si dissolve, tutto si sbriciola, migliaia di vite vengono stroncate, ed è bastato solo premere un pulsante. Difficile immaginare qualcosa di più drammatico della prima volta che l’uomo ha usato la bomba atomica contro i suoi simili; difficile dimenticare, dopo averle viste, le fotografie di quella immane tragedia; difficile, anche, rendere in musica, e per di più con un lìrismo unico, una situazione come quella descritta dal testo di cui sopra. Il brano si intitola There’s A Boy ed è il primo dell’album di debutto dei Thought, sconosciuto terzetto olandese che esordisce per la label che, fra l’altro, ha marchiato il primo passo su vinile dei favolosi Wall Of Voodoo. Lo stupore per la bellezza di There’s A Boy viene subito messo in secondo ordine dal desiderio di andare avanti, di vedere se anche gli altri solchi saranno altrettanto soddisfacenti, se quelle tastiere armoniose, quei ritmi strani, quella voce eterea, sono casuali o fanno invece parte di un progetto espressivo ben definito. Rebels, curioso concentrato di musicalità cupe e voce (almeno in gran parte del pezzo) leggiadra, conferma tutte le positive impressioni, immergendo in atmosfere taglienti/vellutate di rara espressività. La successiva The Prince Of Darkness, all’inizio solenne e avvolgente, si fa più cadenzata e grintosa dopo il ritornello, e l’incanto prosegue con These Days, dalla struttura rock ma dalle soluzioni poco convenzionali; assai bella anche Anger, che alterna delicatissimi momenti costruiti su suoni rarefatti a schemi più ritmati e graffianti. Continua a leggere

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Tribute band?

Chi mi conosce lo sa bene: il mio atteggiamento nei confronti delle cosiddette tribute band è, gentile eufemismo, piuttosto critico. Capita molto di rado che vada a vederne (se a qualcuno interessa, qui c’è il mio unico – credo – scritto sull’argomento: si parla dei Musical Box) e in generale le ritengo interessanti solo dal punto di vista antropologico, diciamo così.
Tempo fa Massimiliano Barulli ha voluto intervistarmi per la sua tesi di laurea in etnomusicologia focalizzata proprio su questo tema. Più avanti mi ha ricontattato per qualche precisazione/chiarimento e adesso quella tesi, in versione riveduta e corretta, è divenuta il libro “L’arte di imitare”, sottotitolo “Il fenomeno delle tribute band in Italia”, appena edito da Arcana (160 pagine, prezzo € 15,00). Al di là dei miei contributi inseriti nel testo, ritengo che si tratti di un saggio meritevole di attenzione e mi fa quindi piacere segnalarlo.

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Pop Corn ’80 (58-60)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette degli ultimi tre “Pop Corn”, con i quali si chiude il discorso sul 1987.

Lunedì 04/06/18
Michael Jackson – I Just Can Stop Loving You
Aretha Franklin & George Michael – I Knew You Were Waiting
David Bowie – Bang Bang
Freddie Mercury – The Great Pretender

Mercoledì 06/06/18
Suzanne Vega – Luka
Grazia Di Michele – Le ragazze di Gauguin
Francesco De Gregori – I matti
Bob Geldof – This Is The World Calling

Venerdì 08/06/18
ABC – When Smokey Sings
Communards – Never Can Say Goodbye
Cure – Just Like Heaven
Eurythmics – Beethoven (I Love To Listen To)

 

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City Kids (1985-1987)

In un lontanissimo giorno del 1985 ricevetti dalla Closer, rinomata etichetta francese dell’epoca, un mini-LP dei City Kids, band d’oltralpe che non ricordavo di aver mai sentito nominare. Fu amore al primo ascolto, disturbato solo dalla rivelazione che i ragazzi avevano in precedenza pubblicato un altro mini in tiratura limitata e numerata che temevo di dover inseguire per chissa quanto e pagare a caro prezzo (nel 1985 mica c’erano eBay, Discogs, Amazon e i negozi on line, e certi vinili non particolarmente propagandati erano tutt’altro che facili da trovare). Recensii comunque il nuovo disco e mesi dopo andai ad Arezzo per assistere a un concerto del gruppo, realizzando anche l’intervista che ho qui recuperato (abbastanza nozionistica, ma al tempo era fondamentale raccogliere e divulgare informazioni che non esistevano o quasi). Un anno dopo, il quartetto avrebbe inciso a Firenze – con la produzione questa volta reale di Rob Younger, che feci in modo di incontrare e intervistare (come si può leggere qui) – il suo primo LP, di cui ancora più in basso ripropongo la mia recensione; sarebbero poi arrivati altri due album, nel 1989 una sorta di antologia intitolata 1000 Soldiers (della quale sono certo di aver scritto, ma in archivio non trovo riscontri) e nel 1993 Third Life (del quale, lo ammetto, nemmeno mi accorsi).
Non c’è alcun dubbio che se fossero americani o australiani i City Kids godrebbero di maggiore notorietà e di maggior considerazione da parte della stampa; invece, francesi di Le Havre, devono per ora accontentarsi di un piccolo culto in patria e della risposta entusiastica degli spettatori occasionalmente accorsi ai loro concerti. Forti di un notevole dinamismo on stage e animati da una ferrea volontà di emergere, i quattro transalpini tentano ostinatamente la via del successo, rifiutando di star seduti ad attendere la manna dal cielo e impegnandosi concretamente per catturare l’attenzione di critica, pubblico e mezzi di informazione attraverso una fitta attività live in Europa e un ottimo livello qualitativo delle realizzazioni discografiche. In più, hanno un produttore d’eccezione: Rob Younger, già frontman di Radio Birdman e Visitors, che dalla lontana Australia coordina le operazioni. Insomma, per farla breve, i City Kids hanno qualcosa in più rispetto ad analoghe formazioni underground; e poi, prescindendo dalla ioro abilità, non cercano di nascondere la loro grande competenza nel campo del nuovo rock (conoscono centinaia di formazioni minori, soprattutto americane e australiane) e dichiarano candidamente di ascoltare moltissima musica per trarre da essa i migliori insegnamenti. Il che è sufficiente per renderli ancor più simpatici. Continua a leggere

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Paolo De Bernardin

I nostri percorsi professionali si sono incrociati di rado e questo ha inevitabilmente avuto ripercussioni sui rapporti personali, mai approfonditi sul serio; anche quando facevamo parte della stessa squadra di “Stereonotte”, tardi anni ’90, lui trasmetteva nei weekend e io dal lunedì al venerdì, e si interagiva solo alle riunioni redazionali. La presenza di Paolo come conduttore radiofonico, giornalista e divulgatore di buona musica era comunque di gran peso: in quarant’anni e oltre di carriera ne ha combinate un’infinità, sempre belle e interessanti e autorevoli, e gli appassionati che grazie al suo lavoro hanno ampliato la loro cultura e i loro orizzonti saranno assai numerosi. Di lui ricordo soprattutto la garbata fermezza con la quale portava avanti le sue tesi su questo o quell’artista e l’entusiasmo con cui raccontava di quelle che più lo aveva colpito; memorie che mi tengo ben strette, con la triste consapevolezza che non si potranno purtroppo arricchire. Ciao, Paolo.

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Blow Up n.241

Il numero di giugno di “Blow Up”, del quale potete leggere qui il sommario completo, è pieno più che mai di contenuti inusuali e stimolanti, dai “20 Essentials” dello slowcore a Moebius & Conny Plank, dai My Cat Is An Alien agli Ain Soph. I miei contributi sono purtroppo esigui, in larghissima parte per colpa mia, e si limitano alle recensioni di un ottimo cofanetto della Cherry Red dedicato alla New Wave Of British Heavy Metal e dei nuovi album di Emma Tricca e Dead Cat In A Bag. Però a contare davvero è che vinca la squadra, chi mette a segno i gol ha importanza molto relativa. In tutte le edicole, 132 pagine per 6 fottutissimi euro.

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Classic Rock n.67

È un edicola il numero di giugno di “Classic Rock”, ricco come d’abitudine di contenuti interessanti che potrete scoprire passando in rassegna gli strilli della copertina. Minimi, in questa occasione, i miei contributi: una macrorecensione del nuovo Arctic Monkeys e una microrecensione dell’ultimo dei Damned.

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AudioReview n.399


Già dalla scorsa settimana è in edicola “AudioReview” di giugno, con la solita quantità di articoli dedicati sulla tecnica al servizio del buon ascolto e l’altrettanto abituale sezione musica da me curata con un centinaio di recensioni di Classica, Jazz e Rock-Pop. Io ho firmato quelle di Arctic Monkeys (disco del mese), Stephen Malkmus, Belly, Fabio Cinti Led Zeppelin (ristampa) e Paradise Lost (ristampa). La venticinquesima puntata della mia rubrica “Le canzoni raccontate” è stata invece dedicata a “Candle In The Wind” di Elton John.

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Pop Corn ’80 (55-57)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette degli ultimi tre “Pop Corn”, focalizzati sul 1987.

Lunedì 28/05/18
Bangles – Walk Like An Egyptian
Level 42 – Lessons In Love
Richenel – Dance Around The World
New Order – True Faith

Mercoledì 30/05/18
Paul Simon – The Boy In The Bubble
Sting – Englishman In New York
Terence Trent D’Arby – If You Let Me Stay
Little Steven – Bitter Fruit

Venerdì 01/06/18
Los Lobos – La bamba!
Fleetwood Mac – Seven Wonders
U2 – In God’s Country
Pink Floyd – Learning To Fly

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1992: la mia playlist

Benché all’epoca scrivessi per tre mensili, il 1992 è stato un altro anno di quelli – non tanti, fortunatamente – per i quali non ho pubblicato una playlist “in tempo reale” (cioè nei primi mesi dell’anno dopo: “AudioReview” non proponeva alcun elenco, “Rumore” ne fece solo uno redazionale deciso non ricordo davvero come e “Velvet” morì prima di arrivare al 1993). Per quella che potete leggere qui sotto, allora, ho di nuovo adottato l’unico metodo possibile per evitare le playlist “con il senno di poi”, quelle che alla fine sono capaci di compilare un po’ tutti: ho esaminato le mie recensioni d’epoca e ho annotato gli album ai quali ho dato i voti più alti. Certo, mancano titoli che ventisei anni fa ho ascoltato tantissimo e dei quali per varie ragioni non ebbi la possibilità di scrivere (il primo che mi viene in mente: Slanted And Enchanted dei Pavement), ma pazienza: anche se meno “reale” di altre, rimane pur sempre una playlist pienissima di cose notevoli. O no?
Alice In Chains – Dirt
Assalti Frontali – Terra di nessuno
Black Crowes – The Southern Harmony…
Blind Melon – Blind Melon
Julian Cope – Jehovahkill
Cure – Wish
Danzig – How The Gods Kill
Faith No More – Angel Dust
Jesus And Mary Chain – Honey’s Dead
Kyuss – Blues For The Red Sun
Ministry – Psalm 69
Rage Against The Machine – Rage Against The Machine
Ride – Going Blank Again
Sonic Youth – Dirty
Swans – Love Of Life
Warrior Soul – Salutations From The Ghetto Nation

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
19791980 – 19821983198419851986 – 198719881990 – 19911995 – 1996 – 199719982000 – 2001200220042006 – 2007 – 200820132014201520162017

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Kings Of Leon (2003-2007)

Quindici anni esatti fa i Kings Of Leon si apprestavano a pubblicare il primo album, che non passò inosservato tra gli addetti ai lavori e ottenne anche buoni riscontri di pubblico, in Europa più che negli Stati Uniti. In sede di recensione manifestai apprezzamento, peraltro con qualche dubbio destinato a rivelarsi fondato; non a caso della band americana mi sarei occupato un’altra volta, quattro anni dopo, commentando il terzo lavoro. Sugli ulteriori quattro dischi dei ragazzi non più ragazzini, di crescente successo a livello di riscontri nelle classifiche ma non di copie vendute (il mondo è cambiato, si sa), non ho invece speso una parola, pur avendoli assaggiati/ascoltati; magari mi sbaglierò, ma non credo di aver perso granché a non averli approfonditi.

Youth & Young Manhood
(RCA)
Una storia atipica, quella dei Kings Of Leon, e non solo perché i quattro componenti – età media vent’anni – appartengono alla stessa famiglia: al di là delle questioni di parentela, i Followill (tre fratelli più un cugino) sono seguaci e praticanti della Chiesa Pentecostale della quale il padre di Caleb, Nathan e Jared è pastore, e propongono musica “positiva” nelle cui liriche affiorano riferimenti alla Bibbia; inoltre, pur esistendo da poco e pur essendo originari di un’area certo non centrale come il Tennessee, hanno ottenuto un contratto major, circostanza che potrebbe far pensare a un artificio della RCA per sfruttare la nuova moda del cosiddetto rock cristiano. Continua a leggere

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Pop Corn ’80 (52-54)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette degli ultimi tre “Pop Corn”, dedicati a dischi o artisti particolarmente significativi a livello di riscontri commerciali nel biennio 1986/87.

Lunedì 21/05/18
Duran Duran – Notorious
Spandau Ballet – Through The Barricades
A-ha – The Living Daylights
Europe – The Final Countdown

Mercoledì 23/05/18
Smiths – Bigmouth Strikes Again
Depeche Mode – Strangelove
Whitney Houston – I Wanna Dance With Somebody
Madonna – Who’s That Girl

Venerdì 25/05/18
Prince – Sign O’ The Times
Zucchero – Pippo
Bruce Springsteen – War
Joe Cocker – You Can Leave Your Hat On

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Mars Volta (2003-2006)

Ricordo fin troppo bene quando, fra i quindici e i dodici anni fa, i Mars Volta erano oggetto di accese, accesissime discussioni tra appassionati. Poche band sapevano dividere come loro e io, da già attempato professionista, mi trovavo nel mezzo, un po’ ammirato e un po’ contrariato e pertanto costretto a fare la figura del “cerchiobottista”, di quello che non vuole schierarsi; in realtà, la mia posizione nei confronti del gruppo americano era genuinamente ambigua e i miei scritti lo riflettevano, come si può vedere da questa sequenza che comprende la recensione del primo album, una sorta di mini-articolo di riflessioni varie realizzato in occasione del secondo e altre due recensioni, quelle di un live e del terzo capitolo vero e proprio. In seguito, nel 2008, mi sarei concesso il piacere di una lunga intervista che accompagnò una copertina del Mucchio, dopo la quale in pratica smisi di occuparmi dei Mars Volta, in quanto stanco di ribadire sempre gli stessi concetti

De-Loused In The Comatorium
(GSL)
Provate a immaginare un incrocio in chiave più crossover tra Rush e Yes e avrete un’idea accettabile del suono di questo primo album dei Mars Volta, la cui indole prog è dichiarata anche dall’impostazione concept: insomma, non proprio il tipo di disco che ci si sarebbe potuti attendere – a meno di non avere ascoltato il Tremulant ep del 2002 – da una band capitanata dal cantante Cedric Bixler e dal chitarrista Omar Rodriguez-Lopez, già in forza agli At The Drive-In. Eppure, è proprio così: i dieci episodi di De-Loused In The Comatorium, ispirati alla figura e alla vita dell’artista di El Paso Julio Venegas (un amico di Bixler morto suicida nel 1996 dopo aver sperimentato ogni sorta di eccesso) e co-prodotti nientemeno che dal vate Rick Rubin, costituiscono a tutti gli effetti un’autentica opera rock, di quelle che il punk aveva cacciato a calci in culo dalla porta e che invece rientrano all’improvviso dalla finestra e si accomodano anche nel salotto buono. Fuor di metafora, De-Loused In The Comatorium è un lungo gioco di “botta e risposta” tra gli arditi gorgheggi di Cedric e gli onanismi chitarristici di Omar, il tutto sostenuto da ritmiche per lo più serrate e incalzanti in un’atmosfera a metà strada fra allucinazione e delirio; uno stile mutante dove non è semplice capire cosa sia improvvisato sulla base dell’istinto espressivo o dell’emozione e cosa sia, al contrario, il risultato di aride masturbazioni a tavolino, e dove il gusto dell’evocatività che solitamente si accompagna al genere – si pensi agli A Perfect Circle, band parallela di Maynard James Keenan dei Tool – è soffocato da affastellamenti sonori e virtuosismi sui quali si stende opprimente l’ombra del kitsch. Continua a leggere

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Pop Corn ’80 (49-51)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” della settimana scorsa, nella quale si è parlato per la seconda volta del 1986.

Lunedì 14/05/18
Gianna Nannini – Bello e impossibile
Fabio Concato – Il bel pianista
Tina Turner – Typical Male
James Brown – Living In America

Mercoledì 16/05/18
Bob Dylan – Got My Mind Made Up
Joe Jackson – Home Town
Billy Joel – Modern Woman
Rod Stewart – Love Touch

Venerdì 18/05/18
David Sylvian – Taking The Veil
Pete Wylie – Sinful
Steve Winwood – Higher Love
Peter Gabriel – Sledgehammer

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Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003 Continua a leggere

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