Oltre le stelle (33)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TWILIGHT SINGERS
Blackberry Belle
* * *
Può capitare, nel nostro lavoro: si ascolta un album del quale non si è “costretti” a scrivere (quindi, con un pizzico di attenzione in meno al paragone con quelli sui quali si deve lavorare per davvero) e ci si convince che valga, diciamo, due stelle: già, perché anche alla bravura di uno come Greg Dulli è possibile abituarsi fino a darla per scontata e quindi a sottovalutarla. Può in seguito accadere di assistere a un concerto dei Twilight Singers, e di rimanerne colpiti al punto di voler riassaggiare l’album… riscoprendolo più bello, più intenso, più importante. Mi sarò lasciato suggestionare, ma questo è ciò che mi è accaduto con Blackberry Belle, che rimane preferibile in veste live – più asciutta: in studio tende invece maggiormente al lezioso, accentuando certe somiglianze con gli Smashing Pumpkins – ma che comunque affascina e appassiona. Non come i vecchi e gloriosi Afghan Whigs, ma pretenderlo sarebbe forse eccessivo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.575 del 20 aprile 2004)

RYAN ADAMS
Rock’n’Roll
*
Dovevo essere davvero di ottimo umore, a novembre, per assegnare ben due stelle a Rock’n’Roll. Oppure il mio giudizio è stato offuscato da quel venti per cento di canzoni di buon livello comunque presenti in scaletta (una su tutte, la secca e fulminea Note To Self: Don’t Die) o dalla constatazione che Ryan Adams potrebbe essere un grande ma forse, semplicemente, non lo vuole. Una cosa, però, si può affermare con sicurezza: al di là della gradevolezza delle melodie e dell’efficacia dei riff, nel settore del pop-rock americano di derivazione roots escono ogni anno centinaia di dischi più compiuti, motivati e validi di questo, che inoltre irrita con i suoi sfacciati tentativi di strizzare un occhio al pubblico dei cultori delle radici e del songwriting di classe e l’altro a quello delle radio e delle charts. Quasi quasi, a questo punto, di Adams mi è più simpatico il Bryan, che fa cacare di più ma è anche più coerente.
(da Il Mucchio Selvaggio n.576 del 27 aprile 2004)

OI VA VOI
Laughter Through Tears
* *
Al tempo delle prime frequentazioni, sul finire dell’anno scorso, l’esordio degli Oi Va Voi mi era parso piuttosto intrigante, sul piano dell’estetica musicale e della forza d’impatto emotiva. Un giudizio lusinghiero che però non regge alla prova degli ascolti prolungati, visto come Laughter Through Tears non riesca, una volta esaurito il (piacevolissimo) effetto-sorpresa, a evocare le stesse suggestioni; rimane la forma, certo, e rimane anche la sostanza di un sound ricco di influenze, ma né l’una e né l’altra sembrano essere decisive ai fini della classificazione del disco tra le pietre miliari invece che, semplicemente fra i tanti lavori carini che (sovr)affollano il settore del moderno pop-rock contaminato. In fondo non mi dispiacciono, gli Oi Va Voi, pur trovandoli un po’ troppo manierati e non sempre efficaci nel songwriting… ma da qui a consigliarli a chiunque ce ne passa, parecchio.
(da Il Mucchio Selvaggio n.577 del 4 maggio 2004)

DAMIEN RICE
O
* * *
Ci ho messo un po’, a procurarmi l’esordio di Damien Rice: nonostante l’accurata descrizione (e le quattro stelle) del Vignola, pensavo al solito cantautore prescindibilissimo, di quelli che si ascoltano “per conoscenza” una sola volta e si abbandonano poi a prender polvere. Beh, mi sbagliavo: O non è un disco originalissimo ma ha tutte le carte in regola per conquistare in modo profondo e duraturo, forte di un folk-pop leggiadro e intenso (e a tratti un po’ tedioso, ma tant’è…) che pur seguendo schemi risaputi sa regalare emozioni genuine e persino qualche (piccola) sorpresa. Certo, i riferimenti a Jeff Buckley e Nick Drake sembrano esagerati, anche se in effetti il malinconico irlandese ricorda il primo nella voce e il secondo nelle atmosfere: quel che conta è che l’album sia bello. E bello lo è: forse addirittura il più bello, almeno in quest’ambito stilistico, tra quelli pubblicati da un bel pezzo nelle isole britanniche. Chi ritiene che sia un primato da poco, cominci pure a contare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.578 dell’11 maggio 2004)

ISOBEL CAMPBELL
Amorino
* *
C’è una dote che più di ogni altra spicca, almeno a mio avviso, in questo primo vero debutto in proprio della ex cantante dei Belle And Sebastian: la piacevolezza. Amorino è infatti un album di quelli che – se ascoltati mentre si svolgono altre attività – si lasciano inevitabilmente scorrere fino al termine della scaletta. I suoi limiti possono magari venir fuori approcciandolo in maniera diversa, cioè pretendendo qualcosa di più di un gradevole accompagnamento: è allora che la vocina leggera di Isobel e le aggraziate strutture musicali di sfacciato gusto Sixties si rivelano alla lunga un tantino monotone, anche se la Nostra fa del suo meglio per vivacizzarle e conquistare maggiore attenzione. Comunque, un dischetto in buon equilibrio fra il sofisticato e il naïf, in grado di regalare attimi di autentico incanto. Ma solo se assunto a piccole dosi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.579 del 18 maggio 2004)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tool, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.
In “Oltre le stelle” 17: Teenage Fanclub & Jad Fair, Marianne Faithfull, Boards Of Canada, Gomez, Desaparecidos.
In “Oltre le stelle” 18: Neil Young, Elvis Costello, Jon Spencer Blues Explosion, Badly Drawn Boy, Pedro The Lion.
In “Oltre le stelle” 19: Wilco, Tom Waits, Bruce Springsteen, Moby, Dot Allison.
In “Oltre le stelle” 20: Korn, David Bowie, Vines, Sonic Youth, Solomon Burke.
In “Oltre le stelle” 21: Red Hot Chili Peppers, Primal Scream, Flaming Lips, Coldplay, Queens Of The Stone Age.
In “Oltre le stelle” 22: Interpol, Underworld, Peter Gabriel, Beck, Black Heart Procession.
In “Oltre le stelle” 23: Steve Von Till, Sigur Ros, The Libertines, Badly Drawn Boy, Pearl Jam.
In “Oltre le stelle” 24: Johnny Cash, Suicide, Beth Gibbons & Rustin Man, Audioslave, The Roots.
In “Oltre le stelle” 25: Nick Cave, Jimi Tenor, Calexico, Zwan, Marlene Kuntz.
In “Oltre le stelle” 26: Go-Betweens, Massive Attack, Lou Reed, Cat Power, Stephen Malkmus.
In “Oltre le stelle” 27: Kills, Turin Brakes, White Stripes, Daniel Johnston, Wire.
In “Oltre le stelle” 28: Blur, Cody ChesnuTT, Warlocks, Arab Strap, Yeah Yeah Yeahs.
In “Oltre le stelle” 29: Marilyn Manson, Radiohead, Grandaddy, Mogwai, Eels.
In “Oltre le stelle” 30: Thrils, Mars Volta, Kings Of Leon, The Coral, Neil Young.
In “Oltre le stelle” 31: Warren Zevon, Josh Rouse, Kraftwerk, Muse, Joe Strummer.
In “Oltre le stelle” 32: A Perfect Circle, Robert Wyatt, Belle And Sebastian, Outkast, Frankie HI-NRG MC.

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The Decline, 1981

Serie “Fotografie”, n.16
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

Giorni fa mi è stato richiesto di commentare brevemente un film giustamente epocale come The Decline Of Western Civilization, e come spesso accade in questi casi la mia mente ha creato dei link, ricordandomi di questa foto che giaceva nei miei archivi da quasi quarant’anni. La scattai infatti trentanove anni meno un giorno fa – era il 23 maggio del 1981 – allo Stadio Comunale di Firenze in occasione del concerto dei Clash, evento che aveva logicamente causato una massiccia migrazione verso la Toscana da tutta Italia. Fra i tanti romani c’era Alberto Mecarolo, batterista di quegli Shotgun Solution che nel 1983 sarebbero stati la prima band da me prodotta; lo vidi di spalle, appollaiato e assorto, con addosso il suo magnifico giubbetto ispirato al film, e l’immagine mi parve in qualche modo iconica. Sperando che non cambiasse posizione tirai fuori la mia Olympus, la puntai, misi a fuoco e scattai. La luce che non era il massimo e le persone che salivano le scale davanti a lui la rendono imperfetta, ma nonostante ciò a me continua a sembrare molto bella. Almeno concettualmente, lo è di sicuro.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980
12. Spandau Ballet, 1981
13. Plasmatics, 1981
14. Devo, 1980
15. Fasten Belt, 1981

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Dik Dik vs The Band

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.15
Originari di Milano, i Dik Dik sono stati una delle band più fortunate del “bitt” italiano, del quale proponevano però un’interpretazione per lo più morbida e avvolgente. Numerosissimi gli adattamenti in italiano da loro pubblicati, tra i quali quello di The Weight della Band, divenuto Eleonora credi e commercializzato come retro di Dimenticherai, 45 giri uscito per la Ricordi nel 1968. La musica ricalca anche nell’arrangiamento quella originale scritta da Robbie Robertson, mentre il testo è opera di un Mogol non particolarmente ispirato. Il brano si può ascoltare qui.

Adattamenti n.1: Michele vs Elvis Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Marco Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Ornella Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caterina Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Duilio Del Prete vs Jacques Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

Adattamenti n.11: Teho Teardo e Blixa Bargeld vs Tommy James And The Shondells
Adattamenti n.12: Gatto Panceri vs The Cure
Adattamenti n.13: Tito Schipa Jr. vs Bob Dylan
Adattamenti n.14: Barabba vs Kinks

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Memorabilia (16)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.Come il Jim Morrison della volta scorsa, questo set dei Metallica – periodo …And Justice For All – è una produzione della McFarlane Toys del 2001. Contiene le statuette in resina da una quindicina di centimetri cadauna dei quattro musicisti americani, con Lars Ulrich dietro la sua mostruosa batteria e Jason Newsted, James Hetfield e Kirk Hammett in azione con basso e chitarre, collocati su una base dalla quale (sotto c’è un altoparlante) si può far uscire il riff di Harvester Of Sorrow e sormontata da un piccolo impianto luci funzionante. Avviso a chi fosse eventualmente intenzionato ad acquistarlo (su eBay lo si trova attorno ai 250 euro):è altamente sconsigliato tirarlo fuori dalla confezione per vedere l’effetto che fa una volta montato, sia perché molti pezzi sono davvero fragili, sia perché rimetterlo poi dentro sarà un vero incubo.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.
Memorabilia 4: L’accendino Zippo dei Litfiba.
Memorabilia 5: Il “mobile” dei Sonic Youth.
Memorabilia 6: Il whisky dei Calibro 35.
Memorabilia 7: I testi rilegati dei Sisters Of Mercy.
Memorabilia 8: La lente di ingrandimento dei Litfiba.
Memorabilia 9: Le carte da gioco dei Casino Royale.
Memorabilia 10: Blocnotes e Mousepad dei Litfiba.
Memorabilia 11: Doppio disco di platino dei Nirvana.
Memorabilia 12: Foto autografata degli Hoodoo Gurus.
Memorabilia 13: Scaletta e locandina Sick Rose.
Memorabilia 14: Disegno originale Tre Allegri Ragazzi Morti.
Memorabilia 15: Statuetta di Jim Morrison.

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Ma come andò con… (1)

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.
1. Shock – The New Rock Magazine
La mia firma in calce a un articolo apparve per la prima volta nel n.21, luglio/agosto 1979, de Il Mucchio Selvaggio (qui il racconto di come accadde). Al tempo, la rivista si occupava soprattutto di rock “delle radici”, rock classico e cantautori più o meno folk, con spazi limitatissimi dedicati alle musiche che più seguivo (punk e new wave) e in pratica zero spazi per gli artisti italiani (emergenti ed emersi). La collaborazione con il mensile continuò regolarmente nei mesi successivi e nella primavera 1980, con l’incoscienza e l’impudenza che si possono avere solo a vent’anni, lanciai al direttore/editore Max Stèfani l’ipotesi di una rivista da affiancare al Mucchio focalizzata esclusivamente sulle nuove tendenze; mi sentivo un bel po’ frustrato dalle poche pagine riservate ai fenomeni di mio interesse e dall’atteggiamento di chiusura – se non ostile – di molti membri dello staff, e pensavo che un secondo mensile avrebbe fatto tutti contenti. Del resto, che “Rockerilla” – co-gestito da Claudio Sorge, uscito dal Mucchio da qualche mese – si tenesse in piedi dimostrava l’esistenza di un “ampio” bacino di potenziali lettori. La mia proposta venne accolta senza bisogno di insistere, assieme al nome che avevo suggerito: “Shock!”, sottotitolato “the new rock magazine” a “spiegare” – anche se giovanissimo, ero già appassionato di questi giochini verbali basati sui doppi sensi – che si trattava di “una nuova rivista rock” ma anche di “una rivista di nuovo rock”. “Comincia a organizzarti”, mi fu detto, “in modo da poter andare in stampa a settembre per uscire con il n.1 in ottobre”. Anche se di cantonate ne ha prese, come noi tutti, non posso (né vorrei) negare che Stèfani sia sempre stato bravo a riconoscere le buone idee e le persone affidabili in grado di realizzarle, salvo poi cercare di attribuirsene i meriti.
In estate, mentre stavo costruendo il timone del primo numero, il progetto fu annullato. Stèfani mi disse che quasi tutti gli appartenenti alla colonna lombarda del Mucchio – in pratica, tutti i cofondatori eccetto lui – “se n’erano andati” e che quindi non era il caso di varare una seconda pubblicazione: meglio “rendere più forte il Mucchio”. Molto si è dibattuto sulla scissione, dalla quale sarebbe a breve nato “L’ultimo buscadero” e che avrebbe avuto come strascico anni di polemiche; una minima divagazione è allora doverosa, specie perché non credo che tornerò mai più a parlare della faccenda. All’epoca, Stèfani spiegò l’accaduto sostenendo che la separazione era inevitabile: a suo dire, Carù voleva utilizzare il Mucchio come strumento di propaganda dei dischi da vendere nel suo negozio, mentre lui – puro e grondante indignazione – non poteva permetterlo; senza dubbio, una giustificazione credibile (la ritenni tale anch’io), ma con il senno di poi mi sono convinto che le cose non stessero esattamente in questi termini. E più che sul “perché” nutrivo sospetti sul “come”, avendo sempre saputo che Carù era comproprietario del giornale. Le domande innocentemente rivolte ottenevano risposte vaghe e finii per prendere per buona la tesi del divorzio cruento ma accettato da entrambe le parti; la vera verità mi venne “confessata” solo qualche decennio dopo, ma non avendo registrazioni audio che la comprovino evito di raccontarla in questa sede. Un valido surrogato è però quanto scritto da Stèfani a pag.69 del suo libro autobiografico Wild Thing, edito in proprio nel 2012: come sia possibile non fare entrare qualcuno in una società della quale crede di essere parte senza dirgli nulla è un quesito interessante, che ritengo abbia una sola risposta.
Chiusa la parentesi, torniamo a “Shock!”. Quello che doveva essere un mensile di 48 pagine diretto da me divenne dunque una sezione del Mucchio affidatami in toto.L’esordio avvenne nel n.33 dell’ottobre 1980 (l’ultimo con ancora dentro lo staff lombardo) e constava delle otto pagine che chiudevano il giornale; all’interno, interviste a Stranglers e Devo, un articolo sui Cramps, quattro facciate di recensioni (tre e mezza di album e mezza di 45 giri) e la rubrica “Targato Italia”, sulla nuova musica nazionale, che nel suo piccolo avrebbe fatto storia.
Dalla prima uscita, seguii e guidai le fasi di impaginazione, a quel tempo laboriosissime (si era, ricordiamolo, in era pre-PC), avendo carta bianca su tutti i contenuti; dovetti però accettare obtorto collo la testata e le “testatine” disegnate dal grafico Valerio Marini, che era molto bravo ma che forse non era stato bene informato sul tipo di immagini adatte: passi il serpentone, ma l’omino stravolto per le recensioni e soprattutto l’auto supervintage per “Targato Italia” mi hanno sempre lasciato perplesso.
Ah, quasi dimenticavo un curioso retroscena: il primo numero della rivista che non si fece avrebbe dovuto avere in copertina Hugh Cornwell degli Stranglers che con una mano alzata reggeva la testata mentre calpestava alcune riviste musicali italiane (“Ciao 2001”, “Music” e “Popster”; ce n’era una quarta che non ricordo, ma non credo fosse “Rockerilla”). Hugh era stato un po’ di giorni a Roma, gli avevo fatto da guida turistica e si era creato un rapporto di simpatia; con l’aiuto di un caro amico che lavorava alla EMI l’avevo convinto a prestarsi a questa cosa piuttosto inusuale e la foto venne in effetti scattata, all’Aeroporto di Fiumicino dal quale stava ripartendo per Londra. Evitando di dirmelo, Stèfani la pubblicò sulla penultima pagina del n.33 del Mucchio, in pratica alla fine del primo “Shock!”, con una didascalia scema; al di là del fatto che la foto era grezza (insomma, con lo sfondo da togliere), nella mia concezione del tutto, quello che c’era sotto i piedi del leader degli Stranglers non doveva essere in alcun modo evidenziato. Insomma: le riviste protestarono con la EMI, la EMI “sgridò” Hugh e uno o due numeri dopo ci toccò scusarci spiegando che, no, la didascalia era stata una “nostra” cazzata e che in realtà Cornwell non conosceva affatto le riviste che calpestava.
Questo episodio mi irritò, ma il rapporto con la direzione rimase assolutamente sereno. Stèfani mi diceva quante pagine avrei avuto disponibili per il numero successivo (io cercavo di ottenerne di più, riuscendoci spesso) e nel caso ci fossero argomenti che potevano essere trattati sia in “Shock!”, sia nel Mucchio, se ne parlava e si decideva dove collocarli. All’inizio tendevo ad avere “da me” tutto-tutto quello che poteva essere definito “nuovo rock”, anche se non si trattava di band underground (due esempi illuminanti: Clash e Talking Heads), ma via via che il nuovo prendeva piede presso il nostro pubblico, cambiai orientamento: dire a Stèfani “questi prendili tu” otteneva il duplice, benefico effetto di rendere la rivista più moderna e lasciare a me maggiore spazio per coprire le proposte più di nicchia. “Shock!” si ampliò (il massimo raggiunto fu sedici pagine) e rimase per lo più scritto da me, anche se avevo qualche prezioso collaboratore: ricordo con piacere Alessandra Sartore, che viveva a Londra ed era quindi in grado di intervistare in esclusiva artisti che dall’Italia era complicato raggiungere, e Sebastiano Zampa, che firmava una rubrica di heavy metal. Le poche discussioni con Stèfani riguardavano solo il numero di pagine che avrei dovuto riempire e per me la situazione era ideale: assoluta autonomia, compensi equi e pagamenti puntuali. Al massimo mi toccavano bonarie prese per il culo sull’editoriale: i miei gusti musicali “estremi”, la mia verde età e il mio aspetto ancor più giovanile mi avevano procurato il soprannome “Baby Killer”, che peraltro non mi dispiaceva.
L’ultimo “Shock!” uscì nel n.60, gennaio 1983: la divisione tra “vecchio” e “nuovo” non aveva più senso e i “miei” spazi vennero inglobati nel Mucchio. Per assestarsi servirono un paio di mesi, ma alla fine fu un miglioramento: continuavo a scrivere tutto quello che volevo – anche se frazionato e non più accorpato – e cominciavo ad avere voce in capitolo anche sul resto degli argomenti da trattare e sulla scelta delle copertine. Contestualmente al cambiamento, la gestione del Mucchio era infatti diventata una questione a tre: Stèfani pensava in prevalenza agli aspetti pratici e amministrativi, il suo amico Maurizio Bianchini (autore non firmato, ma il suo stile è riconoscibilissimo, dell’editoriale qui sopra, uscito sul n.61) decideva assieme a lui gli articoli di rock classico e da solo quelli di cinema, libri e cultura varia, e io curavo tutto il rock nuovo, svolgendo anche compiti redazionali. Per due/tre anni, a parte gli occasionali, inevitabili incidenti di percorso, tutto andò a meraviglia, fino a che… (il seguito alla prossima puntata).

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