Radiodervish (2002-2018)

Per la prima volta in cinque anni è mezzo è capitato che una mia recensione per Blow Up sia rimasta fuori dal giornale per due mesi di fila, e risalendo il disco all’inizio dell’estate direi che non è il caso di pubblicarla più avanti. Dato che dei Radiodervish non avevo finora (ri)proposto nulla, mi pare allora sensato recuperarla qui sul blog, assieme alle altre due sulla band barese che avevo scritto sul Mucchio ormai un bel po’ di anni fa.

Centro del mundo
(Il Manifesto)
Il disco qui preso vanta il marchio de Il Manifesto, a garanzia di un impegno che non è solo artistico ma anche sociale e/o politico, e l’indole alla rivisitazione in chiave personale e (più o meno) moderna di sonorità di area etno-folk. Nel caso di Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, noti collettivamente come Radiodervish, le “radici” sono quelle della cultura araba e mediterranea, metabolizzate e interpretate alla luce di una creatività dove la ricerca di atmosfere esotiche non punta a suscitare superficiale stupore ma è invece parte integrante di un processo intimo, legato a filo doppio alla spiritualità ma non per questo disgiunto dalle cose terrene. Continua a leggere

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Rock (non in) italiano

Dopo quelle relative al Rock (in) italiano 1955-2000 e 2001-2010, rispettivamente di 100 e 50 titoli, mancava da recuperare solo una delle liste apparse sul Mucchio Extra di album rock fondamentali realizzati nel paese che sembra una scarpa: questa, uscita nel n.38 dell’estate 2012, con 50 album del periodo 1980-2010 cantati (del tutto o in prevalenza) in una lingua diversa dall’italiano e in qualche caso non cantati affatto. Mi assumo ogni responsabilità della scelta e ricordo che i titoli sono stati divisi in tre categorie di importanza – “i primi dieci” sono irrinunciabili, “gli altri quindici” essenziali, “gli ultimi venticinque” comunque di grande rilevanza/bellezza – e che prima di inviare commenti poco sensati sarebbe il caso di leggere introduzione e istruzioni per l’uso.
Introduzione
Nei suoi undici anni e mezzo di storia, questa è la terza volta che Extra dedica uno dei suoi ormai famosi elenchi di album fondamentali al rock nazionale. La prima fu nel lontanissimo n.8, con i “100” cantati in italiano dagli albori al 2000, e la seconda nello scorso numero, con i “50” (ancora nella lingua di Dante) del periodo 2001-2010. Per chiudere il discorso, quindi, mancava solo una lista che prendesse in esame quanto accaduto dalle nostre parti nell’ambito del rock – termine da intendere, come sempre, in un’accezione ampia ed elastica – corredato da testi in inglese, o anche (in massima parte) strumentale. Probabilmente qualcuno penserà che stiamo raschiando il fondo del barile e che l’argomento non meritava un simile risalto, ma concedeteci di vederla in altro modo: benché questo rock abbia avuto in parecchie circostanze rilevanza assai relativa anche all’interno dei patri confini, la sua qualità – almeno per quanto concerne gli artisti qui selezionati e qualche altra decina che abbiamo dovuto dolorosamente omettere – è tutt’altro che trascurabile. Senza dimenticare che alcuni di essi (nemmeno tanto pochi, a ben vedere…) sono riusciti ad affacciarsi all’estero con discreti consensi di culto e in una manciata di casi persino di massa, a conferma della teoria che, in contesti “di nicchia” e nonostante le difficoltà legate all’operare alla periferia dell’Impero, possiamo giocarcela ad armi (più o meno) pari con chiunque. Certo, il pur ricco panorama alternative autoctono non ha mai generato gruppi o solisti in grado di ottenere un successo autentico e duraturo a livello planetario, analogo per dimensioni a quello di – per citare altri “provinciali” – Kraftwerk, Mano Negra/Manu Chao, Sigur Rós, dEUS o Motorpsycho (e non si tirino in ballo gli Eiffel 65, che al di là dello spessore discutibile sono stati solo una pur luminosa meteora), ma di ciò bisogna incolpare i soliti preconcetti degli anglo-americani verso il nostro rock e il ruolo più che secondario dell’Italia nella scacchiera del music-business mondiale, con conseguente, scarso peso delle nostre etichette e agenzie di promozione. I “numeri” del nostro mercato, per dischi e concerti, sono così poco significativi che già si incontrano seri problemi di “importazione”, perché molti si interrogano se valga la pena di darsi da fare per ottenere risultati che hanno ottime probabilità di rivelarsi risibili… figuriamoci quanto possiamo venire calcolati nel momento in cui proviamo a esportare.
Chiarito che il tema era interessante, restava solo da stabilirne il raggio d’azione, da delimitare il lasso temporale su cui focalizzarci… e dato che negli anni ‘50 e ‘60, per il pop/rock tricolore, l’inglese era una specie di idioma alieno, e che nei Settanta era usato in modo assai limitato, la selezione dei “50” è stata effettuata negli abbondanti tre decenni che vanno dal 1980 – che potremmo definire come l’Anno Zero del “nuovo rock”, quello nato sulla scia del punk e della new wave – fino a oggi. Un periodo decisamente lungo in cui l’inglese ha goduto di fortune alterne, ora preferito a causa della maggiore adattabilità alle strutture musicali (e, va detto, perché permette di nascondere con più facilità le eventuali carenze poetiche/contenutistiche dei testi), ora non preso in considerazione – o accantonato dopo un po’: accade piuttosto di frequente – a vantaggio di una comunicazione più chiara e immediata. Addirittura ci sono stati momenti in cui le due “scuole di pensiero” erano in aperto conflitto, con relative schiere contrapposte di sostenitori e detrattori che accusavano di resa al demone del “commerciale” o di mistificazioni da poseur. Analizzando un po’ la storia, per buona parte degli anni ‘80 gli artisti rock consacrati all’inglese hanno sopravanzato nel numero quelli dediti all’italiano. Con la sola eccezione dei Krisma nessuno di loro è riuscito ad alzare la testa fuori dal circuito underground, in patria così come altrove, ma alcuni hanno almeno raccolto concreti riscontri su scala extranazionale in settori specifici: Raw Power e Cheetah Chrome Motherfuckers nell’hardcore, Pankow e Kirlian Camera nel post-punk, Sick Rose e Not Moving nel multiforme panorama neo-Sixties. Scenario un po’ diverso nel decennio seguente, con la superiorità quantitativa di un rock in italiano capace di imporsi anche nelle classifiche ufficiali e un ricco panorama sotterraneo di anglofili occasionalmente saliti alla ribalta al di là delle Alpi e/o dell’Atlantico: il caso più eclatante è quello degli Uzeda, noisers catanesi invitati da John Peel negli studi della BBC e messi sotto contratto dalla Touch & Go di Chicago. Situazione simile nell’ultima dozzina d’anni, benché con la sostanziale differenza che il vertiginoso aumento delle proposte e i vantaggi nell’instaurare e mantenere contatti offerti da Internet hanno moltiplicato le opportunità di pubblicare dischi e suonare dal vivo in tutto il mondo (o quasi): più che eloquenti gli accordi siglati con etichette straniere non proprio di secondo piano da band come Linea 77 (Earache), Jennifer Gentle (Sup Pop), Zu (Ipecac), Larsen (Young God), A Classic Education (Lefse), Ufomammut (Neurot), Port Royal (Resonant), Calibro 35 (Nublu), My Cat Is An Alien (Ecstatic Peace, Atavistic) e Lacuna Coil (Century Media). Un’esclation mai verificatasi in precedenza (e questa è solo la punta dell’iceberg!) che ha avuto tra i suoi più graditi, clamorosi effetti collaterali la copertina concessa dal mensile britannico The Wire ai My Cat Is An Alien o il successo di vendite, negli Stati Uniti e non solo, dei Lacuna Coil; le collaborazioni di musicisti stranieri e label europee e americane con i talenti di casa nostra, comunque, sono ormai all’ordine del giorno e non stupiscono più. Stupiscono sempre, invece, gli ostacoli incontrati in Italia da chi sceglie l’inglese: si pensi a Elisa, praticamente costretta a “convertirsi” nonostante la positiva risposta del mercato autoctono ai suoi primi album, o ai bravissimi …A Toys Orchestra, la cui pur buona visibilità non rende (ancora?) giustizia al loro notevole valore.
Non resta molto altro da aggiungere, tranne che se avessimo deciso di partire dai ‘70 e non dal 1980 saremmo stati piacevolmente costretti a inserire (ma non chiedeteci al posto di chi…) An Escape From A Box dei Circus 2000 (Ri-fi, 1972), What Me Worry? degli Electric Frankenstein (Cramps, 1975), Suàn di Armando Piazza (Black Beautiful Butterfly, 1972), Profondo rosso dei Goblin (Cinevox, 1975) e The Trip dei Trip (RCA, 1970), mentre se non avessimo escluso a prescindere i mini-LP – formato parecchio popolare negli anni ‘80 – ci saremmo dovuti impegnare per trovar posto almeno a Lazare dei Minox (Lacerba, 1986), Ash Grove Primroses dei Leanan Sidhe (Spittle, 1986), On The Other Side Of The Tracks (High Rise, 1990), l’omonimo dei Peter Sellers & The Hollywood Party (Toast, 1987) e No Given Path dei Weimar Gesang (Supporti Fonografici, 1986); e infine, se avessimo contemplato i dischi con più titolari, non avremmo potuto non infilare in qualche modo The Great Complotto – Pordenone (Italian, 1981). Comportandoci come invece abbiamo fatto ci siamo risparmiati un sacco di rogne, ma non per questo confidiamo di aver scongiurato il pericolo di ricevere le abituali critiche per questa o quell’assenza. Serenamente, le attendiamo.

Istruzioni per l’uso
Alla trentottesima lista di album a nostro avviso fondamentali potrebbe magari non esserci più bisogno delle “istruzioni per l’uso” generiche, ma dato che c’è sempre il rischio – meglio: la speranza – che per qualcuno questo sia il primo Extra in assoluto, eccoci a spiegare che i cinquanta dischi commentati nelle prossime pagine, suddivisi in tre settori/fasce di importanza decrescente, vorrebbero fungere da (ampia) introduzione a uno specifico ambito musicale: nel caso in oggetto, il rock italiano non cantato in italiano o prevalentemente strumentale. Tutti i dischi scelti sono stati pubblicati dal 1980 in poi (il perché non ci sia nulla di più vecchio è illustrato nell’articolo introduttivo) e tutti rientrano in un concetto piuttosto ampio di “rock” che esclude tanto il pop e la dance più disimpegnati quanto le cosiddette radici (folk, blues, country…), il metal, il progressive e le avanguardie più estreme; una selezione forse più limitata del solito in termini stilistici ma che certo non difetta di eclettismo. Organizzarla non è stato semplice ma alla fine riteniamo di aver fatto un buon lavoro, privilegiando in linea di massima gli artisti ormai storicizzati e/o con alle spalle una lunga carriera e lasciando fuori quelli, pur promettenti, saliti al proscenio solo da poco. Fatti salvi i nomi imprescindibili per qualità e notorietà, come di consueto si è cercato di concedere spazio al maggior numero di tendenze possibile: anche per questo motivo non sono state concesse deroghe al principio “un solo album per ciascuna band o solista”. Specifichiamo inoltre che non abbiamo preso in considerazione live, album disponibili solo in download, antologie e compilation.
Inevitabilmente, qualcuno osserverà che alcuni dei titoli qui presentati contengono anche brani in italiano, ma essi costituiscono evidentemente più o meno sporadiche eccezioni in repertori indirizzati in altro modo; per par condicio, quindi, abbiamo voluto omettere le pur valide prove in inglese di Carmen Consoli o Cristina Donà, mentre per quanto riguarda gli Afterhours abbiamo preferito il During Christine’s Sleep realizzato quando Manuel Agnelli e compagni adottavano soltanto testi in inglese al Ballad For Little Hyaenas che nella loro recente produzione è null’altro che una bella anomalia. Spiace, infine, avere cassato gente di spessore quali Cut, Mojomatics, Intellectuals, Fabrizio Cammarata & The Second Grace, Sleeves, Extrema, Kim Squad & Dinah Shore Zeekapers, Three Second Kiss, Knot Toulose, Technogod, The Niro, Father Murphy, Franlin Delano e tanti altri, ma non c’erano alternative: avevamo solo cinquanta caselle da riempire e l’aritmetica, purtroppo, non brilla per flessibilità.

I primi 10
Boohoos – Moonshiner
Calibro 35 – Ritornano quelli di…
Gaznevada – Sick Soundtrack
Giardini di Mirò – Dividing Opionions
Julie’s Haircut – After Dark My Sweet
Not Moving – Sinnermen
Pankow – Freiheit für die Sklaven
Sick Rose – Faces
Uzeda – Different Section Wires
Zu – Carboniferous

Gli altri 15
Allison Run – God Was Completely Deaf
Beatrice Antolini – A due
…A Toys Orchestra – Technicolor Dreams
Carnival Of Fools – Towards The Lighted Town
Gang – Barricada Rumble Beat
Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo – Disconoir
Jennifer Gentle – Valende
Samuel Katarro – The Halfduck Mystery
Kirlian Camera – Pictures Of Eternity
Krisma – Cathode Mamma
Neon – Rituals
Raw Power – Screams From The Gutter
Rocking Chairs – Freedom Rain
Steeplejack – Pow Wow
Yuppie Flu – Days Before The Day

Gli ultimi 25
A Classic Education – Call It Blazing
Afterhours – During Christine’s Sleep
Aucan – Black Rainbow
Bingo – Close Up
Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage
Brutopop – La teoria del frigo vuoto
Casino Royale – Jungle Jubilee
Cheap Wine – Crime Stories
Cheetah Chrome Motherfuckers – Into The Void
Confusional Quartet – Confusional Quartet
Disco Drive – Things To Do Today
Elisa – Asile’s World
Eversor – September
Fasten Belt – No Escape From Acid Hysteria
Guano Padano – 2
Howth Castle – Rust Of Keys
Lacuna Coil – Comalies
Larsen – Rever
Linea 77 – Ketchup Suicide
Magic Potion – Misplaced In Your Perfect World
My Cat Is An Alien – Mort aux vaches
One Dimensional Man – You Kill Me
Port Royal – Afraid To Dance
Ufomammut – Idolum
Zen Circus – Villa Inferno

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AudioReview n.402

È in edicola già da vari giorni il numero di ottobre di AudioReview, del quale potete leggere qui il sommario completo. Per quanto riguarda i miei contributi personali, oltre a coordinare come sempre la vasta sezione delle recensioni di dischi (Classica, Jazz e Rock-Pop), mi sono occupato di Suede, Riccardo Sinigallia, Alice In Chains, Mudhoney, Big Red Machine e Gene Clark, oltre che della raccolta “Try A Little Sunshine” e di una ristampa dei Wire. Nella rubrica “Le canzoni raccontate” ho infine scritto di “Respect”, mettendo a raffronto Otis Redding e Aretha Franklin.

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Stereodrome, 10-10-88

Esattamente trent’anni fa, dalle frequenze di RaiStereoUno, prendeva il via una delle mie più importanti e gratificanti esperienze dai microfoni di RadioRai, “Stereodrome”. Il programma, che come il successivo “Planet Rock” era una creatura dell’illuminato Eodele Bellisario, andava in onda cinque sere a settimana (dal lunedì al venerdì) dalle 21 alle 24, senza limiti alla scelta di cosa trasmettere; una vera pacchia per me e la mia compagna d’avventura Luisa Mann, professionista esemplare e persona splendida con la quale ho vissuto quattro mesi fantastici di lavoro, amicizia, divertimento.
Quest’estate, con Luisa, avevamo pianificato una piccola celebrazione del trentennale: rifare pari-pari a Radio Elettrica, l’emittente web messa su con amore dal vecchio amico Gianpaolo Castaldo, la prima puntata del nostro “Stereodrome”. L’improvvisa, drammatica scomparsa di Luisa, un mese fa (ne ho scritto qui, tra le lacrime) ha reso impossibile l’attuazione del proposito, ma avevo comunque deciso di registrare la trasmissione da solo, alla memoria. Ho così recuperato il quadernone delle scalette, scoprendo che in quel primo programma, in realtà, Luisa non c’era stata: un problema con il suo contratto, non firmato dalla direzione, le aveva impedito di andare in onda, come da inflessibili regole RAI. Insomma, sia lei che io l’avevamo rimosso, ma quella prima trasmissione del 10 ottobre 1988 la condussi da solo e allora, no, riproporla ancora da solo non avrebbe avuto senso. Sono stato anche a lungo indeciso se approntare o meno questo post, ma il desiderio di ricordare ancora una volta Luisa – a tutti voi che leggete, non a me che mai la dimenticherò – è stato più forte del dolore che sapevo avrei rinnovato buttando giù queste poche righe; scansionata dalla prima pagina del quadernone di cui sopra, ecco allora la scaletta completa di quello “Stereodrome”.

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Deftones (2000-2006)

Per un tot di anni, a cavallo tra i ’90 e gli ’00, sono stato un grande estimatore di quel sottogenere inizialmente definito crossover e poi ribattezzato nu-metal, recensendo, assistendo a concerti e intervistando. A un certo punto, però, mi sono stancato di seguire capillarmente il settore, limitando la mia attenzione al prosieguo di carriera delle band storiche e ben più di rado a gruppi emergenti. I californiani Deftones – che hanno anche un posto nel libro “1000 dischi fondamentali” con Around The Fur del 1997, sono comunque tra i miei favoriti, tanto da aver scritto in tempo reale di tutti i loro dischi pubblicati tra il 2000 e il 2006.

White Pony
(Maverick)
È opinione abbastanza diffusa, almeno presso gli appassionati di rock non particolarmente addentro alle “nuove tendenze”, che il crossover sia un (sotto)genere violento e abrasivo al confine con la cacofonia, una sorta di blob tra metal, del dark e dell’elettronica; una teoria alla quale anche i Deftones, con i precedenti Adrenaline (1995) e Around The Fur (1997), hanno contribuito a dare fondamento, ma che oggi è smentita da un album clamorosamente ascoltabile da tutti, a dispetto delle tante soluzioni comunque spigolose e delle forti tensioni che serpeggiano dietro melodie quasi celestiali e liriche spesso (ma non sempre) distese. Continua a leggere

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2003: la mia playlist

Negli ultimi mesi sto centellinando il recupero delle mie playlist annuali apparse in tempo reale su questa o quella delle riviste con le quali collaboravo; delle trentanove compilate dal 1979 al 2017 ne ho qui proposte già ventotto (ventinove con questa) e mi piacerebbe che la pubblicazione delle ultime fosse ogni volta un piccolissimo “evento”, con tutte le virgolette del caso. Riavvolgo allora il nastro a tre lustri fa ed estraggo dall’archivio l’elenchino uscito a suo tempo sul Mucchio: quindici titoli suddivisi in tre classi di gradimento, molti dei quali ritornano tuttora a tuonare dalle mie casse.
PS: Sì, lo so che il disco di Cody ChesnuTT è del settembre 2002, ma praticamente tutti lo scoprirono qualche mese dopo e, insomma, è andata così.
I primi cinque
Deftones – Deftones
Ivano Fossati – Lampo viaggiatore
White Stripes – Elephant
Wire – Send
VV.AA. – Desert Sessions Vol. 9 + 10
Gli altri cinque
Blur – Think Tank
Cody ChesnuTT – The Headphone Masterpiece
Marlene Kuntz – Senza peso
Mauro Pagani – Domani
Lou Reed – The Raven
Gli ultimi cinque
The Coral – Magic And Medicine
The Kills – Keep On Your Mean Side
Iggy Pop – Skull Ring
Yeah Yeah Yeahs – Fever To Tell
Warren Zevon – The Wind

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Blow Up n.245

È in edicola il numero di ottobre di “Blow Up”, come al solito pieno di (tante) cose belle (qui il sommario, per chi è interessato ad approfondire). Per quanto riguarda me, oltre ad aver recensito una manciata di nuovi dischi (Shoes, Radiodervish, Dan Stuart, Glen Matlock), ho tenuto a battesimo una nuova rubrica chiamata “Playlista”, con una selezione di dieci brani – commentati, certo – dedicati a un tema specifico. Per la “prima” ho scelto un argomento che può sembrare di cazzeggio, ma vi assicuro che non è affatto così: “Canzoni italiane con bestemmie”.

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Bluvertigo (1995-2001)

Il mio rapporto con i Bluvertigo non è stato proprio sereno, mai avuto difficoltà ad ammetterlo. Eppure, ne ho recensito in tempo reale tutti gli album, cosa assai bizzarra per me che raramente torno a occuparmi di un artista dopo avere espresso la mia non-approvazione per lui. Dopo tanti anni mi fa comunque piacere accorgermi di come, a parte quella dell’esordio (non dico “condizionata” ma di sicuro un po’ “guidata” dall’antipatia istintiva per una band che sembrava finta), nei miei scritti avessi sempre evidenziato i pregi e non solo i difetti – secondo me, certo – della band. Band che secondo me avrebbe avuto i mezzi per fare ben di più, qualitativamente parlando, di ciò che ha fatto. Per chi volesse approfondire, c’è qui un’intervista che considero tra le più riuscite delle mie, mentre qui mi occupo dei primi lavori solistici di Morgan; per chi si accontenta, ecco il poker di recensioni.

Acidi e basi
(Le Cave)
Strano gruppo, i monzesi Bluvertigo, nel senso che non si capisce bene da dove vengano e dove vogliano andare. L’unico dato certo è che il loro album d’esordio oscilla tra rock tendenzialmente “estremista” (filone, diciamo, Primus) e pop in italiano, rivelandosí nel complesso personale ma lamentando carenze in termini di cattiveria (soprattutto nel cantato, spesso alla Scialpi) e incisività compositiva. Continua a leggere

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Classic Rock n.71


È già in edicola il numero di ottobre di “Classic Rock”, che come si evince dagli strilli di copertina presenta grande ricchezza e varietà di argomenti trattati. Per quanto riguarda i miei contributi, vi troverete un’intervista a Steve Turner per il nuovo album e per i trent’anni trascorsi dall’uscita del primo singolo dei Mudhoney, alcune schede dello speciale sui dischi consigliati degli anni ’90 e un bel mucchietto di recensioni (Giorgio Canali, Catpower, John Grant, MC5, Kristin Hersh, John Grant, Tom Morello, Greta Van Fleet, Crazy World Of Arthur Brown).
Buona lettura a chi lo acquisterà.

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Morgan (2003-2005)

Sono passati quindici anni (e qualche mese) da quando Marco “Morgan” Castoldi debuttò da solista, e tredici (e sempre qualche mese) da quando pubblicò il suo secondo album; in mezzo, una colonna sonora. Scrissi di entrambi in tempo reale e con piacere, perché al di là della mia non facile relazione con i Bluvertigo (qui un’intervista illuminante, del 1998) ho sempre considerato il musicista milanese un artista globalmente interessante. Ripropongo adesso le mie recensioni dei dischi di cui sopra: alla prima, piuttosto lunga, diedi un titolo scherzoso come “Me, Myself And I”, mentre per l’altra fui più conciso e dunque il titolo non serviva. Con il tempo ho imparato ad apprezzare un po’ di più Canzoni dell’appartamento, mentre l’operazione di Non al denaro, non all’amore né al cielo continua a sembrarmi pretestuosa.

Canzoni dell’appartamento
(Columbia)
È con tutta probabilità destinata a suscitare reazioni di segni anche diametralmente opposti, questa prima uscita di Marco “Morgan” Castoldi al di fuori dell’ombrello Bluvertigo. Succede (quasi) sempre, con i dischi che con coraggio provano a battere strade diverse dal consueto e che per di più sono firmati da artisti controversi, di quelli che si amano o si detestano ma che eludono ogni eventuale tentativo di ignorarli: si può anche provare a far finta che non esistano, ma ecco che ce li si ritrova in TV, in libreria, nelle note dell’ultimo CD di chissà chi e persino nelle cronache rosa, con le loro facce da schiaffi, il loro egocentrismo e la loro ostentata impertinenza. Continua a leggere

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Julie’s Haircut (1998-2004)

Sul finire degli anni ’90 mi innamorai di una band italiana esordiente/emergente, composta da ragazzi pieni di entusiasmo che probabilmente mai avrebbero previsto per la loro creatura una vita così lunga. Sì, perché i Julie’s Haircut sono ancora in circolazione, benché con un organico e soprattutto un sound diverso da quello – peraltro in costante evoluzione – dei primi anni di attività. In occasione dell’uscita, avvenuta il 9 settembre, di Karlsruhe/Fountain, 12”EP in vinile tirato in trecento copie e disponibile solo presso il sito del gruppo, ho pensato di recuperare quanto scrissi sull’ensemble tra il 1999 e il 2004: le recensioni dei primi tre album, di due 45 giri, di altrettanti EP e di un concerto. Qui sul blog avevo già recuperato un’intervista del 1999, mentre nel 2013, in uno dei miei primi pezzi su fanpage.it, mi ero concentrato sul sesto album Ashram Equinox; in uno degli ultimi, invece, ho analizzato a grandi linee tutta la carriera fino all’ultimo album (il settimo) Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. Il fatto che dei Julie’s non mi occupi più assiduamente come un tempo non significa che mi siano caduti dal cuore; è solo che spesso le cose succedono e basta, senza un autentico perché.

I’m In Love With Someone
Older Than Me
(Gamma Pop)
Non conosco personalmente i Julie’s Haircut, quartetto originario di Sassuolo appena approdato all’esordio discografico con il 7 pollici I’m In Love With Someone Older Than Me, ma mi sono fatto l’idea che siano ragazzi simpatici; l’intervista di quattro pagine addietro la dice già lunga, ma ad eliminare ogni residuo dubbio provvede la scritta apposta sul retro-copertina di questo dischetto (“Fuck digital! Do it on vinyl!”, cioé “Affanculo il digitale! Fatelo su vinile!”) e il breve frammento conclusivo di assoluto caos denominato “G.G. Allin Was Innocent” (per capire il quale è necessario sapere chi è G.G. Allin: una cosa che, mi rincresce, non è possibile spiegare in questa sede). Facezie a parte, il gruppo emiliano dimostra notevoli capacità musicali sia in I’m In Love With Someone Older Than Me, sia in Perfect Country Disaster, due canzoni pop-noise tra il ruvido e il melodico che oscillano tra Pavement e Sonic Youth evidenziando una buona dose di fantasia ed una salutare, obliqua imprevedibilità; c’è vita, genuinità e ispirazione, nei Julie’s Haircut, e sarebbe errato sottovalutarli solo a causa dell’evidenza dei riferimenti: per tagliare la testa al toro serve solo un bell’album, ovviamente a 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Fever In The Funk House
(Gamma Pop)
È davvero facile, soprattutto se si è naturalmente in sintonia con gli umori più istintivi di quella strana cosa – sempre uguale e sempre diversa – denominata rock’n’roll, innamorarsi dei Julie’s Haircut. Soprattutto ora che, dopo un discreto quantitivo di pur saporitissimi ma troppo sbrigativi assaggi, il quartetto emiliano ha finalmente deciso di presentarsi nello splendore di un album che rappresenta – sono parole del gruppo “il coronamento di cinque anni di impegno nella decostruzione della musica pop, un atto d’amore per il suono che accompagna la nostra esistenza”. Continua a leggere

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Ancona, 14/9/18

Ieri ho preso parte a “La mia generazione”, il festival multiculturale voluto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona e legato all’eccellente album con lo stesso titolo pubblicato l’anno scorso da Mauro Ermanno Giovanardi. Per problemi pratico-logistici si è purtroppo trattato di un “toccata e fuga”, nel senso che la mia presenza in loco è stata di appena quattro ore, che sono però state sufficienti ad apprezzare l’impegno e la qualità del lavoro del team organizzativo. Lo so che scritta così sembra la solita immonda marchetta, ma non temo smentite; e poi il festival prosegue oggi e domani, per cui se non mi credete andate a toccare con mano. La location scelta per il tutto, ovvero la Mole Vanvitelliana, è bella da togliere il fiato, con il suo ampio cortile centrale (lì è stato innalzato il palco per i concerti), le sue stanze usate per gli eventi “di contorno” che poi di contorno non sono, il suo complesso di corridoi e scale; notevolmente suggestivo, e sebbene la struttura – in origine un lazzaretto “polivalente” – non abbia nemmeno trecento anni, l’impressione di trovarsi in un castello ben più antico, con annesso fascino, è palpabile.
Il viaggio in auto è stato lungo e un po’ faticoso, specie al ritorno a Roma (non ho più vent’anni, la stanchezza la sento…), ma ne è valsa la pena. Per la stupenda mostra in tema “Italia anni ‘90” del Maestro Guido Harari, con foto enormi e vivissime esposte in una grande sala nella quale è stato allestito un mercatino del disco che non ho voluto approfondire (nel senso che, una volta capito “a naso” che non ne sarei uscito a mani vuote, sono scappato), per gli incontri con vari vecchi e cari amici/colleghi (impossibile non menzionare Luca De Gennaro, che in un’area limitrofa ha proposto un DJ set, e Luca Valtorta, coinvolto in un paio di convegni) e, naturalmente, per il dibattito pubblico che mi ha visto come co-protagonista, incentrato su considerazioni a posteriori e ricordi su quell’irripetibile stagione della musica nazionale. Al tavolo, davanti a una platea folta e – direi – interessata/divertita, l’operatore culturale “multitasking” Carlo Chicco, attivissimo a Bari, che ha rivolto domande al direttore artistico del festival Mauro Ermanno Giovanardi, a quel monumento vivente alla discografia “illuminata” che ha nome Stefano Senardi e a Cristina Donà e Vittoria Burattini, che evito di presentare perché suppongo siano ben note a chi frequenta queste mie pagine virtuali. La chiacchierata si sarebbe potuta protrarre assai più a lungo ma si è detto comunque tanto e lo si è fatto in modo pirotecnico, per cui ottimo così. Mi fa infine piacere ricordare i Sambene, band locale che mi ha omaggiato del suo CD Sentieri partigiani – Tra Marche e memoria, con brani di grande pathos all’insegna di un (combat)folk rarefatto e avvolgente che si avvalgono dell’efficace uso di voci femminile e maschile; a ulteriore garanzia della bontà del progetto, la produzione artistica di Michele Gazich e la presenza come ospite di Marino Severini dei Gang.
Qui il programma completo. Grazie, Ancona.

Carlo Chicco, Mauro Ermanno Giovanardi, uno che passava di là, Stefano Senardi. Nella foto in alto (di Guido Harari), anche Cristina Donà e Vittoria Burattini.

 

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Luisa, rock e cuore

Ciao Luisa, ti ricordi questa foto? È dello scorso giugno e la facemmo per usarla come “cartolina-ricordo”, a beneficio del web, dei trent’anni trascorsi dall’inizio dal nostro “Stereodrome”. Ci eravamo scambiati un po’ idee per come festeggiare, tra un mese esatto, la bella avventura vissuta assieme tanto tempo fa e, sinceramente non vedevo l’ora di farlo, perché quei quattro mesi furono straordinari. Scopro ora che stamattina te ne sei andata, in modo completamente inatteso fino a pochi giorni fa, e davanti ai miei occhi passano le tante immagini di quasi quattro decenni di incontri, frequentazioni, cose combinate assieme, affetto e amicizia. Vorrei raccontarle una a una, per far sapere a tutti quelli che ti conoscevano solo come una voce che usciva dalla radio o dalle casse di un locale dove cantavi che bella persona che eri: gentile, sempre sorridente, piena di vita e amante della vita, non solo della tua ma anche di tutti quelli, umani o animali non fa differenza, ai quali volevi bene e che non potevano non ricambiarti con lo stesso sentimento. E poi eri una rocker autentica, un amico comune mi ha appena detto “per me era come Chrissie Hynde” e, diamine!, è proprio così; una rocker dal cuore d’oro che trasmetteva energia e gioia. Piango al pensiero che non ti vedrò più e mi dispiace enormemente di non averti ammirata “nei panni” di Patti Smith con la tua tribute band… tre mesi fa mi avevi invitato, non ce l’ho fatta a venire, mi sono scusato quando giorni dopo ti ho incrociata all’Auditorium tu mi hai risposto “vabbè, verrai la prossima volta, no?” Ecco, sapere che una prossima volta non ci sarà mi devasta, e non oso nemmeno pensare quanto saranno ancor più devastati coloro che avevano la fortuna di averti più vicina. A loro il mio forte, sincero e purtroppo inutile abbraccio. Ciao, Luisa. E grazie di ogni bel momento chi mi hai regalato.

In memoria di Luisa “Mann” Buoni, 1962-2018

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Cat Power (2006)

Chan Marshall sta per tornare con un nuovo album, Wanderer, del quale l’ottimo singolo Woman (con ospite Lana Del Rey) costituisce un’illuminante anticipazione. Di lei ho scritto pochino e nell’unico precedente recupero qui sul blog l’avevo pure un po’ maltrattata; rimedio allora con questa recensione del 2006 relativa a uno dei suoi lavori senz’altro più validi.

The Greatest
(Matador)
Se l’idea di Chan Marshall/Cat Power che si ha bene impressa in mente, per esperienza diretta o per sentito dire, è quella di una ragazzetta indolente, indisponente e spesso alterata dall’alcol che abbandona il palco dopo pochi brani, o magari della tipa un po’ fuori di testa che suona in un bosco nell’allucinante e noiosissimo DVD Speaking For Trees, ascoltando per la prima volta The Greatest sarà scontato pensare subito a una curiosa omonimia. E questo perché sì, insomma, nella sua ormai più che decennale carriera l’artista americana ne ha combinate parecchie, ma nulla di paragonabile a The Greatest. Un sintomo di maturità e/o di rinsavimento? Una deviazione finalmente (?) dritta e all’insegna del rigore in un percorso che fino a oggi è stato, al contrario, quanto più possibile tortuoso e umorale? Un modo inequivocabile per dichiarare che lei è una musicista di qualità autentica e non solo una furbetta di talento abile nel far parlare di sé negli ambienti indie soprattutto con la sua scarsa diplomazia, la sua eccentricità e la sua avvenenza? Uno scherzo, per poi tornare tra qualche mese a sconvolgere con, esempi a caso, un disco di gamelan, uno di cover di fado o uno di antichi canti sumeri? Chissà. Aspettiamo, e forse (forse, ribadiamolo) lo sapremo. Continua a leggere

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Patti Smith (1988)

Mi capita abbastanza spesso di leggere commenti cattivi o comunque di derisione a proposito di Patti Smith e, non lo nego, vi verrei a cercare uno per uno per prendervi a calci nel culo. Si può discutere finché si vuole sulla qualità di certi suoi dischi, e persino su alcuni suoi atteggiamenti, ma alla Patti si deve almeno profondo rispetto, non perché sia “intoccabile” ma perché lo merita, e se non ne capite da soli le ragioni peggio per voi. Ciò detto, recupero questo breve pezzo pubblicato nel giugno di trent’anni fa, quando Patti Smith tornò in circolazione dopo quasi nove anni di volontario ritiro dalle scene; non era una recensione vera e propria, perché al tempo della stesura dell’articolo il nuovo disco non era ancora interamente disponibile, bensì una raccolta di “anticipazioni e commenti a caldo” che si affiancava a un articolo di Riccardo Bertoncelli sulla carriera storica dell’artista. L’atipica scelta editoriale la dice lunga, credo, su quanto il ritorno fosse percepito come importante. A seguire, la mia recensione standard di qualche mese dopo, che con il senno di poi definirei un po’ troppo benevola.
Se ne vociferava da così tanto tempo, peraltro senza che trapelassero informazioni attendibili al riguardo, che il nuovo album della Sacerdotessa Smith a ben nove anni da Wave sembrava essere una specie di Araba Fenice (“che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa”). Ed è proprio la consapevolezza dell’eccezionalità dell’evento che mi ha indotto a vincere la mia ben nota avversione per le anteprime (reali e fittizie) e a divulgare a mezzo stampa in contemporanea alla sua diffusione sul mercato qualcosa di concreto su quest’opera che da circa due anni tiene in ansia gli appassionati di tutto il mondo. Se il diavolo non ci ha messo nel frattempo la coda, molti di voi dovrebbero avere già ascoltato People Have The Power/Wild Leaves, il 45 giri programmato per il 6 giugno. Continua a leggere

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AudioReview n.401

È in edicola da alcuni giorni il numero di settembre di AudioReview. Il sommario completo è qui, ma per quanto concerne i miei contributi segnalo la consueta, ampia rubrica di approfondimento “Le canzoni raccontate” (a questo giro mi sono occupato di “Time” dei Pink Floyd) e le recensioni di Interpol, Dirty Projectors, Jayhawks, Anna Calvi, Jim James, Giant Sand e Gryphon.

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Rock (in) italiano (2001-2010)

Dopo aver pubblicato la mia lista dei 100 album del rock (in) italiano 1955-2000, in tanti mi hanno scritto per chiedermi “E le cose più recenti?”. Ecco quindi un’altra lista nuda e cruda, sempre apparsa su Extra (nel n.37, per la precisione) dei cinquanta album del decennio seguente, che compilai con l’assistenza di Elena Raugei; una terza non esiste e al momento non so se esisterà mai, per cui è inutile che me la domandiate… al massimo vi accontenterete di quella del rock italiano ma non cantato in italiano, dagli albori al 2010, che più avanti proporrò. L’elenco dei titoli, divisi in “primi dieci”, “altri quindici” e “ultimi venticinque” è in fondo al post, a seguire le istruzioni per l’uso e l’introduzione che mi piacerebbe leggeste prima di inviarmi qualsiasi commento “inappropriato”.

Istruzioni per l’uso
Come al solito, anche per tentare di scongiurare il rischio delle mille proteste che comunque giungeranno, occorre spiegare i criteri che hanno guidato la selezione di questi cinquanta album in un panorama di uscite papabili che ne comprendeva svariate migliaia. Innanzitutto, si è deciso di rappresentare ogni band o solista con un solo disco, allo scopo di salvaguardare l’esigenza di documentare nel modo più ampio possibile la quantità e la diversità delle “voci”: non è stato facile, soprattutto per alcuni nomi, ma crediamo che alla fine il titolo scelto sia il più idoneo a cogliere il valore e la specificità degli artisti. Artisti che, meglio chiarirlo, hanno tutti avviato la loro attività discografica dagli anni ‘80 in poi (con Nada come unica giustificatissima eccezione); sarà forse arbitrario e pretestuoso, ma abbiamo ritenuto più sensato puntare gli spot su qualche giovane in più invece di concedere spazio a “veterani” – Fossati, Battiato o De Gregori, per limitarsi ai più illustri – anche se magari hanno confezionato prove all’altezza della loro fama. E ai lettori fedeli che, a questo punto, si staranno domandando quanto l’elenco dei “cento“ di rock (in) italiano degli anni ‘60-‘90 edito nel giurassico n.8 abbia influito la cernita di questi “cinquanta”, forniamo una risposta secca e incontrovertibile: nemmeno un po’. Se nelle pagine seguenti troverete Afterhours, Carmen Consoli, Massimo Volume o Vinicio Capossela – i nomi in comune fra le due liste non arrivano a dieci – è perché sono stati determinanti nel periodo compreso fra il 2001 e il 2010; poco ha pesato, per rimanere agli esempi di cui sopra, il glorioso passato di quei ‘90 che li hanno visti salire alla ribalta, e molto il fatto che si siano evoluti, se non addirittura reinventati, con esiti quasi (?) altrettanto efficaci. Continua a leggere

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Blow Up n.244

È in edicola il n.244 di “Blow Up”, altro numero “maxi” da 196 pagine al prezzo di € 9. Ovviamente è ricchissimo di argomenti che potrete scoprire leggendo qui, ma per quanto riguarda i miei contributi mi fa particolarmente piacere segnalare che dopo un bel po’ di tempo sono ritornato a scrivere un articolo lungo, molto lungo, ovvero una monografia di ben dieci pagine sui Chills che tanto amo. In più, ho recensito molto in esteso il nuovo di Anna Calvi e in spazi più normali quelli di Javier Escovedo, Andrea Tich e Mudhoney.

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