Skiantos vs Brogues

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Skiantos copSerie “adattamenti”, n.43
Un ragazzo di strada è probabilmente una delle canzoni più famose e apprezzate (almeno dagli amanti del rock) del beat autoctono. Si tratta (naturalmente?) di un adattamento, con un testo in italiano – bello, e particolare per l’epoca – di Nicola Salerno (come spesso accade, però, l’attribuzione ufficiale è stata contestata: il cantante dei Corvi, Angelo Ravasini, dichiarò di averlo scritto lui, con l’aiuto di Franco Califano); l’originale è la classica I Ain’t No Miracle Worker dei Brogues, “meteora” garage punk americana che pubblicò due soli 45 giri nel 1965 (alcuni di loro avrebbero poi fondato i Quicksilver Messenger Service). Il brano italiano è stata interpretato da tantissimi: dai Corvi, innanzitutto, e da vari altri esponenti (minori) del beat, nonché – in tempi più recenti – da infiniti gruppi e solisti del rock e del pop. La versione che si può ascoltare qui è quella – “simpaticamente parodistica”, diciamo – proposta dagli Skiantos nel 1980 in Pesissimo, l’album senza Freak Antoni (e Dandy Bestia); al microfono, Stefano Cavedoni e Linda Linetti.

Adattamenti n.1: Michele vs Elvis Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Marco Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Ornella Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caterina Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Duilio Del Prete vs Jacques Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

Adattamenti n.11: Teho Teardo e Blixa Bargeld vs Tommy James And The Shondells
Adattamenti n.12: Gatto Panceri vs The Cure
Adattamenti n.13: Tito Schipa Jr. vs Bob Dylan
Adattamenti n.14: Barabba vs Kinks
Adattamenti n.15: Dik Dik vs The Band
Adattamenti n.16: Le Pecore Nere vs Troggs
Adattamenti n.17: Gian Pieretti vs Donovan
Adattamenti n.18: Satelliti vs Yardbirds
Adattamenti n.19: Roll’s 33 vs Blues Magoos
Adattamenti n.20: Lucio Dalla vs James Brown
Adattamenti n.21: Luigi Mariano vs Bruce Springsteen
Adattamenti n.22: Ligabue vs R.E.M.
Adattamenti n.23: Stormy Six vs Creedence Clearwater Revival.
Adattamenti n.24: Mimmo Locasciulli vs Leonard Cohen.
Adattamenti n.25: Rita Pavone vs Pete Seeger.
Adattamenti n.26: Angelo Branduardi vs Pogues.
Adattamenti n.27: Popi vs Arthur Brown.
Adattamenti n.28: Bobby Solo vs Kingston Trio.
Adattamenti n.29: Patty Pravo vs Lou Reed.
Adattamenti n.30: I Diabolici vs Jimi Hendrix.
Adattamenti n.31: Enrico Ruggeri vs Tom Waits.
Adattamenti n.32: Pop Seven vs Beach Boys.
Adattamenti n.33: Gleemen vs Beatles.
Adattamenti n.34: Baustelle vs Divine Comedy
Adattamenti n.35: Ianva vs Strawbs.
Adattamenti n.36: Riky Maiocchi vs Animals.
Adattamenti n.37: Nada vs Mark Lindsay
Adattamenti n.38: Paola Turci vs Suzanne Vega.
Adattamenti n.39: Barritas vs Cream.
Adattamenti n.40: Bobo Rondelli/Ottavo Padiglione vs Clash.
Adattamenti n.41: Corvi vs Box Tops.
Adattamenti n.42: Jimmy Fontana vs Tom Jones.

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I miei libri (19-21)

A scanso di equivoci, l’intento di questa serie di post è puramente informativo, non autocelebrativo né tantomeno speculativo (molti sono fuori catalogo e con qualche copia eventualmente venduta in più di quelli reperibili mi ci pagherei al massimo una colazione); ne sono destinatari tutti coloro – tanti, a giudicare dalle statistiche del blog – che amano leggere storie “dietro le quinte” relative alle mie attività nel campo dell’editoria musicale. Finora ho pubblicato trenta libri e il primo è uscito nel 1991, dunque trent’anni fa; una buona ricorrenza, direi, per ripercorrere sinteticamente questo cammino, ricordando circostanze, persone, retroscena.

Hardcore cop

Hardcore
(Giunti, 2009)
Complemento del Punk edito qualche mese prima sempre nella collana “Atlanti Musicali Giunti”, questo Hardcore è una sintetica ma esauriente guida al genere, con una selezione oculata di band-chiave delle quali è riportata una sintetica storia e la discografia commentata, con voti indicativi per ogni titolo. Come per il Punk di cui sopra, circa metà del materiale è lo stesso dell’atlante Punk & Hardcore del 1999, mentre l’altra metà è inedita; tutte le schede già presenti nel vecchio volumetto furono ovviamente aggiornate al 2009 e integrate con un bel numero di nuove, per un totale di sessantatré gruppi esaminati (in appendice, anche una scelta di raccolte di artisti vari di particolare interesse e “peso” storico), nonché l’inevitabile introduzione generale al fenomeno. Ricordo che per decidere quali nomi più recenti fosse più opportuno trattare dovetti “studiare” un po’: se fino al 1999 sull’hardcore ero bene informato (seppure, lo ammetto, senza lo stesso entusiasmo di un tempo), nei dieci anni successivi l’avevo abbastanza accantonato, e l’editore – rappresentato da Riccardo Bertoncelli, responsabile della linea musicale Giunti – premeva affinché qualcosa di attuale ci fosse, per non dare l’impressione di un libro datato. Il lavoro di cernita fu laborioso; c’era da fare i conti con i soliti criteri di rappresentanza delle varie sottotendenze e scene, e se in Punk & Hardcore lo spazio non troppo esteso rendeva l’elenco quasi “automatico” (una volta inseriti gli imprescindibili, altri non c’entravano), il raddoppio dello spazio creò problemi, costringendo a valutare questioni di lana caprina per stabilire gli “in” e gli “out”. Alla fine non rinnego nulla, ma se rileggo la lista degli esclusi – l’ho conservata, magari un domani potrebbe servirmi – provo un pur lieve malessere.

Siberia copSiberia – Diaframma
(Stemax, 2010)
La collana “Rock italiano – I grandi album”, librini da un centinaio di pagine che Il Mucchio regalava (tre ogni anno) ai suoi abbonati era giunta alla quarta uscita. A seguire quelli su Hai paura del buio?degli Afterhours (scritto da me assieme a Elena Raugei), Il vile dei Marlene Kuntz (di Aurelio Pasini) e Linea gotica dei C.S.I. (di Alessandro Besselva Averame), mi orientai sullo storico primo LP dei Diaframma e decisi di fare tutto da me. Oltre che Federico Fiumani, intervistai gli altri componenti della band (meno Leandro Cicchi, che all’epoca era indisponibile), un “ex” imprescindibile quale Nicola Vannini, il produttore Ernesto De Pascale, il sound engineer Sergio Salaorni, il titolare dell’IRA Records Alberto Pirelli e l’allora manager della band Bruno Casini, più alcuni di coloro che avevano inciso e pubblicato cover di brani di quell’album. Il materiale fu organizzato secondo uno schema che apprezzo molto e che non a caso uso parecchio, quello della “voce fuori campo” (la mia, ovvio) che racconta/commenta le vicende e quelle degli intervistati che, inquadrati da un’ipotetica telecamera, spiegano, puntualizzano e aggiungono altri elementi, e al lavoro si accompagnò la solita, bellissima copertina curata da Enrico Fontanelli. Era la prima volta che Siberia veniva approfondito in quella maniera, con i suoi prodromi e il suo percorso nella Storia, e sono contento che a farlo sia stato io – che c’ero – e non uno dei tanti improvvisati che oggi proliferano. Un pensiero che, invece, un minimo mi secca è che Federico Fiumani diede al Mucchio il 50% del ricavo della vendita al suo banchetto del paio di centinaia di copie che gli erano state spedite; questo era l’accordo, e lui lo rispettò. La pur piccola cifra sarà veramente finita nelle casse della Società?

Fuori dal coro copFuori dal coro – La vera storia dei Litfiba
(Arcana, 2012)
A denti stretti, la biografia dei Litfiba che nel 2000 avevo realizzato con la benedizione di Ghigo Renzulli, era andata fuori catalogo; il contratto con me era scaduto e la Giunti non era interessata a una ristampa, e dunque i diritti sul testo tornarono in mano mia. Dato che Ghigo e Piero avevano appianato le divergenze e, riunitisi da oltre un anno, stavano addirittura preparando un nuovo disco, proposi alla Arcana una nuova edizione. Accettarono con entusiasmo (che fu confermato dal versamento di un anticipo di 2500 euro) e nel 2012 vide la luce “Fuori dal coro”, con una bella veste grafica (copertina cartonata e sopracopertina: un lusso che ho avuto poche volte) e il recupero della storia principale di A denti strettiintegrata con tutti gli avvenimenti post-2000. Altre differenze, oltre naturalmente alla correzione di alcune imperfezioni nel frattempo rilevate, l’omissione dell’appendice (con i videoclip e l’elenco dei concerti), sostituita dalla riesumazione integrale di tutto quello che dei Litfiba avevo scritto in tempo reale su varie riviste a partire dal 1982; inoltre, per scongiurare il rischio di problemi connessi ai diritti d’uso, la sensibile riduzione delle fotografie.
L’idea originale era che la biografia sarebbe stata al 100% ufficiale, cioè approvata da entrambi i titolari della sigla Litfiba, ma con tutto pressoché pronto – mancavano da fare solo le interviste a proposito di Grande nazione – Piero si tirò indietro, perché avrebbe voluto un libro dedicato solo ai Litfiba suoi e di Ghigo, senza nulla sui dieci anni della loro separazione; gli accordi tra i due prevedevano che ogni cosa legata al gruppo dovesse essere approvata da entrambi, e pertanto anche Ghigo fece dietrofront. Chiaramente, non mi fu chiesto di rinunciare alla pubblicazione: mi fu detto che avrei potuto fare come volevo, ma Fuori dal coro non sarebbe stata una biografia “ufficiale”. La cosa mi dispiaque un po’ sul piano personale, ma andai avanti e terminai il libro con quello che avevo anche sul nuovo disco, non poco: ero stato l’intervistatore della presentazione pubblica di Firenze (forse, pure di quella di Roma) e di Grande nazione avevo scritto i comunicati-stampa, e dunque il materiale di prima mano non mi mancava. E poi ci tenevo a riportare non solo le vicende più note, ma anche le fasi più oscure e controverse di quando i Litfiba erano gestiti da Ghigo e Piero stava per i fatti suoi. Avere l’ufficialità avrebbe potuto comportare pressioni per ammorbidire qualcosa e magari omettere qualche dettaglio scomodo, mentre non averla significava poter fare ciò che volevo senza dover discutere di nulla con nessuno. E narrare in modo rigoroso e super partes, come credo di aver fatto, “la vera storia dei Litfiba”. Ah, dimenticavo: quanto il libro abbia venduto non lo so, non ho mai ricevuto alcun conteggio royalties.

I miei libri (1-3): Cure, Enciclopedia del rock italiano,  Punk.
I miei libri (4-6): New Wave, Punk: piccola enciclopedia, Fuori dal Mucchio Vol.1.
I miei libri (7-9): Punk & Hardcore, Litfiba – A denti stretti, Enciclopedia del Rock Vol.3.
I miei libri (10-12): Carmen Consoli – Quello che sento, Grande Enciclopedia Rock, Rock: 500 dischi fondamentali.
I miei libri (13-15):  Smells Like Teen Spirit – La rivoluzione dei Nirvana, Carmen Consoli – Quello che sento (nuova edizione), Voci d’autore.
I miei libri (16-18):  Punk!, Hai paura del buio, Punk.

 

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Arezzo Wave 1987

Dopo l’intervista fattami nell’occasione da Stefano Isidoro Bianchi, ci stava tutta recuperare dall’archivio la mia recensione del primo, storico “Arezzo Wave”, manifestazione che tra alti e bassi è durata a lungo e che, comunque, ha fatto epoca. Felicissimo di essere stato presente, anche se – causa servizio militare in corso – solo a due serate su quattro.
Arezzo Wave logo

Da qualche anno la provincia italiana si sta prendendo le sue rivincite nei confronti delle metropoli. Il caso di locali come lo Slego, il Motion Unlimited o il My Way, che si assicurano le esibizioni dei gruppi stranieri anche a scapito del club delle grandi città, sarebbe già più che significativo, ma a sottolineare la ferma intenzione della provincia di rivendicare il suo ruolo nella diffusione della cultura rock nel nostro paese contribuiscono in modo determinante le ormai numerose rassegne organizzate in aree fuori dai grossi giri, volte alla creazione di nuovi spazi e all’allargamento della audience della “nostra” musica. Solitamente, tali rassegne vertono sul “nuovo rock” nostrano, materia che più di ogni altra – anche per questioni meramente pratiche – si presta ottimamente a essere oggetto di analisi e discussione, sia attraverso convegni di addetti ai lavori, sia con esibizioni dal vivo di un numero mai troppo esiguo di artisti autoctoni.
“Arezzo Wave – Provincia insonne”, svoltasi nei giorni dal 19 al 22 marzo scorsi, esulava pero dai tipici cliché di questo genere di manifestazioni. Oltre ai concerti e agli immancabili incontri/dibattiti fra “esperti” e pubblico, infatti, la città toscana ha anche ospitato una convention del disco da collezione e una mostra-mercato delle fanzine, offrendo poi – fatto veramente unico – ai gruppi intervenuti alle quattro serate (tutti emergenti e tutti senza contratto discografico, esclusi logicamente gli ospiti d’onore) la facoltà di partecipare a un doppio album live per la registrazione del quale è stato affittato un eccellente studio mobile a 24 piste che ha immortalato tutte le performance. L’iniziativa, nata da un’idea di Mauro Valenti (factotum della rivista “Piazza Grande”) e Massimo Currò, è stata appoggiata dal Comune e dalla Provincia di Arezzo ed è stata resa possibile dal lavoro organizzativo dello stesso Valenti e dalla collaborazione di sponsor e media locali, tutti decisi a fare della rassegna un evento destinato a ripetersi ogni anno. Le basi gettate con questa prima edizione sembrano essere sufficientemente solide, specie grazie all’impegno e alla serietà con cui ogni particolare è stato curato. Se si eccettuano i problemi connessi alla deficiaria acustica del Palasport dove le band hanno suonato, ogni cosa è andata per il verso giusto, e gli spazi prescelti per le varie iniziative si sono rivelati efficacissimi allo scopo: dalla accogliente Sala Bastioni, teatro di disquisizioni dotte e meno dotte, al moderno Centro Affari e Convegni, dove gli espositori di dischi rari hanno potuto vendere e scambiarsi la loro pregiata merce, tutto si è svolto in un’atmosfera (quasi) sempre distesa, con grande soddisfazione di chi si era industriato per evitare il verificarsi di spiacevoli inconvenienti.
Senza nulla voler togliere alle manifestazioni “parallele”, sempre vive e interessanti, la vera attrazione di “Arezzo Wave” è stata la “quattro giorni” concertistica che ha visto alternarsi sull‘ampio palco del Palasport ben ventuno band, sedici delle quali non ancora giunte all’ambito traguardo del vinile e cinque già piuttosto note nel panorama underground tricolore. Non avendo potuto assistere a tutte le esibizioni, saro costretto a limitare il mio commento alle sole serate del 20 e del 21, non senza sottolineare come – a detta dei presenti all’intera “vetrina” – anche il giovedì e la domenica siano stati caratterizzati da performance soddisfacenti e da un livello tecnico e artistico abbastanza alto, specie in considerazione della scarsa dimestichezza dei musicisti – almeno in parecchi casi – con un “live act” in tal modo concepito. Per quel che riguarda gli special guest, sia Underground Life che Nuts e Party Kids hanno offerto spettacoli appassionanti; i primi hanno proposto un sound compatto e armonioso, meglio amalgamato che in altre occasioni, i secondi hanno offerto un saggio più che attendibile della loro buona vena nel rielaborare in modo modemo certo rock piuttosto classico, mentre i terzi, dinamici ed divertenti come sempre, hanno esaltato la platea con un rock’n’roll frizzante e ricco di feeling. Fra gli emergenti», invece, la vera rivelazione sono stati i genovesi Sleeves, autori di un sound “roots” di stampo statunitense orientato verso sinuose ballate chitarristiche e robusti rock non privi di inflessioni acide; per una quarantina di minuti ho creduto di trovarmi ad un concerto dei Dream Syndicate, mentre il gruppo dava vita a composizioni secche e aggressive oltre che ricche di armonie inquietanti. Nella scaletta, con somma gioia del sottoscritto, anche una cover di Escape From The Planet Earth dei mai dimenticati Alley Cats, splendida chicca di uno show nel quale il complesso ligure ha presentato pure i due brani che dovrebbero far parte del loro primo singolo di imminente pubblicazione; il disco è davvero eccellente e non credo sia errato affennare che gli Sleeves sono la più esaltante novità del rock delle radici italiano (qui un articolo su di loro). Buone notizie, comunque, giungono anche dai cremonesi Diskanto, che possono vantare un ottimo cantante e alcuni episodi di notevole impatto, e i bolognesi Lino e i Mistoterital, demenziali con una marcia in più. “Arezzo Wave” è stato dunque un successo, e sono sicuro che tutti (partecipanti, spettatori, organizzatori e addetti ai lavori) abbiano trascorso ore quanto meno piacevoli; appuntamento, quindi, all’anno prossimo, con nuovi gruppi, nuovi dibattiti e nuove iniziative, per ricordare una volta in più che il rock è cultura, divertimento, vita. Speriamo che tutto questo serva da esempio e da stimolo a altre giunte.
(da Il Mucchio Selvaggio n.112 del maggio 1987)

Sleeves foto

Marco Cheldi degli Sleeves (foto di Fausto Ristori)

 

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Inversione di ruolo

Piazza GrandeDalla fine degli anni ’70 a oggi dovrei aver rivestito il ruolo di intervistatore, nei contesti più diversi, circa un migliaio di volte. Mi è poi capitato, e mi capita sempre più spesso negli ultimi anni, di trovarmi dall’altra parte del microfono a rispondere sugli argomenti più disparati, quasi sempre legati alla musica, al business musicale, alla mia carriera. Rileggerle a distanza di anni se non di decenni è sempre un po’ straniante perché nel frattempo tante cose sono cambiate, ma anche se datate le conversazioni rimangono specchi fedeli di un’epoca e hanno dunque il loro senso.
Quella che qui recuperato mi fu fatta nel lontano 1987 da Stefano Isidoro Bianchi, oggi mio direttore/editore a “Blow Up”, che all’epoca era coinvolto nell’organizzazione della prima edizione di “Arezzo Wave”. Si parlò essenzialmente della manifestazione, ma – più o meno tra le righe – un po’ anche di altro. Per chi fosse interessato ad altre cose di questo genere, da questo link si raggiungono le due interviste che mi furono fatte in occasione del ventennale e del trentennale di carriera da Andrea Scanzi  e da Onda Rock; a quest’altro link c’è quella di Max Stèfani; a quest’altro ancora, quella di Daniela Amenta; qui, invece, quella di Stefano Solventi.

Come ti sembra questa prima edizione di “Arezzo Wave”?
Indubbiamente c’è stato uno sforzo organizzativo notevole, e soprattutto mi è parso di notare una grande disponibilità da parte del Comune e di tutto quello che c’è dietro l’organizzazione della città per venire incontro alle esigenze di quella che in fondo è una minoranza, che però, a quanto pare e a quanto si è potuto vedere, è riuscita a coinvolgere un discreto numero di persone. Credo che poi l’eccezionalità di questa manifestazione sia l’essere indirizzata verso più orizzonti, nel senso che è abbastanza comune organizzare un convegno e magari un concerto, ma una quattro giorni con disco dal vivo, una convention del vinile da collezione, i convegni, gli incontri e il tutto messo assieme è una cosa piuttosto ambiziosa e non dico senza precedenti ma quasi, insomma. Quindi mi auguro che, ai di là di quelle che possono essere state le carenze o i problemi pubblicitari connessi al fatto che questa era la prima edizione, la manifestazione possa avere un seguito. D’altronde e tipico che non tutte le cose riescano immediatamente nel modo migliore, specie a livello pubblicitario; se una rassegna viene fatta per la prima volta senza che nessuno o quasi ne abbia parlato preventivamente, non si può pretendere che abbia un successo fantasmagorico e immediato. Però, magari già al secondo anno, si potranno cominciare a raccogliere i frutti di quello che si è seminato.
Per il fatto pubblicitario devi sapere che abbiamo avuto contro anche persone della stessa Arezzo: in questo senso la città è sempre stata un po’ troppo chiusa. Anche nei confronti della musica nuova possiamo dire che c’è fin troppa gente che si rifiuta di accostarsi a essa e che ha ormai smesso di ascoltare dischi da anni. Non so se questo succede da tutte le parti, ma qui hanno dato fin troppo fastidio…
Credo sia abbastanza comune. La chiusura verso la novità e tutto ciò che è diverso e difficilmente catalogabile e categorizzabile credo sia una cosa strettamente legata al mondo in generale e a quello della musica in particolare, quindi non penso sia una caratteristica di Arezzo. Anche a Roma, a Milano e ovunque c’è una certa chiusura da parte delle persone che, magari per questioni personali, osteggiano un certo modo di vedere le cose, semplicemente perché e una cultura che non gli appartiene. Magari in una città come Arezzo, più piccola di altre, è più facile notarlo, nel senso che anche a Roma, nel microcosmo di una parte della città che io posso conoscere, vedo che c’è una certa chiusura, anche se ci salva il fatto che in una metropoli di tre milioni e mezzo di abitanti tutto questo si nota di meno rispetto a posti più piccoli. Sostanzialmente, però, non è diverso: un ghetto progressista contrapposto a un ghetto che vede le cose in maniera più antiquata e, quel che è tragico, in un gran mare di indifferenza.
Parliamo un po’ di “Arezzo Wave”: qualche anticipazione su quello che scriverai, quel che pensi dei gruppi che hai visto…
Non ho potuto seguire tutto, comunque a livello di band e di capacità, tra quelli da me visti nelle serate di venerdì e sabato i migliori sono stati gli Sleeves di Genova, i Party Kidz di Torino e gli Underground Life, che, nonostante abbiano pagato lo scotto di qualche problema tecnico, sono immensamente maturati e che danno vita a una musica molto calda e appassionata. Poi, con qualche riserva a livello di brani – alcuni pezzi molto belli in un repertorio forse un po’ troppo uniforme – mi sono piaciuti i Diskanto. Dimenticavo: anche i Nuts si sono mossi decisamente bene.
Altre iniziative che abbiamo cercato di portare avanti sono stati i vari incontri-dibattito. Tu hai tenuto e curato quello di sabato sulle produzioni indipendenti: come ti è sembrata la discussione?
Gli incontri-dibattito di questo tipo si rivolgono generalmente a un pubblico di specialisti, di gente molto interessata a un certo settore, e di conseguenza non possono richiamare folle oceaniche. Non credo sinceramente che ci siano più persone a un incontro-dibattito, che so, sulla coltivazione delle orchidee nane rispetto a quelle che ci possono essere a un convegno sulla produzione musicale indipendente in Italia, quindi e chiaro che è un discorso sempre di minoranze. Però ieri la sala dove eravamo mi sembrava piena, non dico ai limiti della capienza, ma mi sembrava abbastanza piena. Essendo poi quella, a quanto ho capito, una sala importante, dove si tengono incontri culturali di un certo tipo, se quella sala ha quelle dimensioni, si presume che quelle dimensioni siano sufficienti per discorsi culturali di altro genere. Quindi se quella sala era piena vuol dire sicuramente che la produzione musicale indipendente in Italia non richiama meno persone di, appunto, qualunque altra storia.
Come già sai, stiamo cercando di costituire un comitato formato dai maggiori e più preparati giornalisti italiani che si occuperanno mese dopo mese di indicare quelli che secondo il loro punto di vista sono gli emergenti migliori della scena nazionale, al fine di arrivare alla prossima edizione di “Arezzo Wave” contattando e proponendo quelle che nel complesso risultano essere le formazioni più preparate. Naturalmente tu farai parte di tale comitato: cosa ne pensi di una simile iniziativa?
Credo sinceramente che sia un’ottima cosa. Sai, dare la possibilità di farsi notare e di confrontarsi ai gruppi emergenti, con l’opportunità di apparire in un disco dal vivo, è certo un fatto positivo perché li porta a cercare di migliorarsi, ad andare avanti in un discorso di crescita musicale e artistica, oltre che tecnica. Mi fa sicuramente piacere contribuire, come già ho fatto quest’anno segnalando gruppi come Sleeves e Future Memories; continuerò a farlo e soprattutto mi auguro che serva a qualcosa.
(da Piazza Grande Anno III n.25)

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Sold out!

front copCome tutti dovreste sapere (ma mi capita spessissimo di sentirmi dire “non ne ho saputo nulla!”), in occasione del mio sessantesimo compleanno (18 aprile 2020) ho registrato – nel senso che le ho cantate; a fungere da partner suonanti, i magnifici Plutonium Baby – quattro cover di punk californiano. I brani sono stati poi pubblicati a novembre (causa pandemia e altri impicci) da Area Pirata, in un bel 7″EP in vinile fucsia tirato in 270 copie (dovevano essere 250, ma lo stampatore ne ha fatte venti in più) a nome Freddie Williams and Plutonium Baby.
Stamattina dall’etichetta mi hanno fatto sapere che nella loro sede, per la vendita diretta, ne sono rimasti TRE esemplari e che, quindi, il disco si può considerare esaurito. Ci sono alcune decine di copie che saranno vendute dai Plutonium Baby ai loro concerti e ci sono le copie acquistate da alcuni negozi (fisici e in Rete), ma, insomma, il 7″ è praticamente sicuro. Volendo, gli eventuali ritardatari interessati potranno comunque acquistare l’esigua rimanenza a questo link. Ribadisco che il disco non sarà mai ristampato.
Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a festeggiarmi comprando You Said I’d Never Make It. Spero siano rimasti soddisfatti dell’oggetto e soprattutto della musica che contiene.
Ovviamente, le quattro tracce – Climate Of Fear dei Lewd, Destroy All Music dei Weirdos, Media Control dei Nuns e Radio Dies Screaming dei Flesh Eaters – sono ascoltabili al link del bandcamp di Area Pirata, oppure in questa playlist del mio canale YouTube.
FW back

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