Linkin Park (2003)

Negli ultimi cinque giorni: Limp Bizkit, Orange 9mm, Coal Chamber, Machine Head e Slipknot. Nella serie di mie vecchie recensioni di dischi di nu metal e dintorni, è ora la volta dei giustamente bistrattati Linkin Park, che non a caso ho recensito una sola volta. Questa.

Live In Texas
(Warner Bros)

Dopo appena due album, per i Linkin Park è già arrivato il momento della “celebrazione” dal vivo: uno strumento efficacissimo per battere il ferro finché è caldo, sfruttando l’enorme riscontro commerciale immeritatamente ottenuto da un gruppo bravo solo nello sviluppare in chiave edulcorata – e quindi potabile per la grande audience – stilemi e intuizioni in bilico tra hard rock moderno, hip hop e pop, “rubati” al 100% ai maestri del crossover metallico.
Live In Texas, pubblicato in una lussuosa edizione doppia contenente un CD (con dodici brani) e un DVD (con gli stessi dodici titoli più altri cinque), condensa i due concerti tenuti dal sestetto californiano a Houston e presso Dallas nell’agosto 2003: performance che danno l’idea di recite senz’anima, convincenti solo per platee ignare del fascino genuino e animalesco del vero rock’n’roll. Non mancano salti, urla, arringhe alla folla e gestualità cool, ma tutto sembra studiato e povero di autentico trasporto: un simulacro, o se preferite una farsa, che si riflette anche alle prevedibilissime canzoni, ben eseguite (forse perché ritoccate, se non addirittura risuonate, in studio) ma in grado di esaltare soltanto la scarsa verve e l’artificiosità di una compagine al confronto della quale i plastificatissimi Limp Bizkit – che dei Linkin Park sono i dichiarati modelli – fanno la figura degli MC5 o dei Dead Kennedys. Viene da ridere, o da piangere, nel vedere un’intero stadio impazzire per questa roba che del rock ha la forma e non la sostanza, ma così va il mondo; l’obbligo morale, per chi se ne rende conto, è di invitare a starne lontano.
(da Il Mucchio Selvaggio n.563 del 27 gennaio 2004)

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Slipknot (2001-2004)

Dopo quelle di Limp Bizkit, Orange 9mm, Coal Chamber e Machine Head, la saga del recupero di mie vecchie recensioni di nu-metal continua con gli Slipknot. E le recensioni sono addirittura due, le uniche che abbia scritto sulla band.

Iowa
(Roadrunner)
Non hanno fatto bene, al crossover, i riscontri commerciali di parecchi suoi esponenti: complici l’avidità dei discografici e la bocca buona di troppi appassionati, il panorama del metal contaminato è ormai una specie di girone infernale affollato di opportunisti dell’ultim’ora, plagiatori senza scrupoli e puri e semplici fenomeni da baraccone.
Gli Slipknot, americani “provinciali” (sono di Des Moines, Iowa), nell’ultimo biennio hanno conquistato una solidissima fama internazionale grazie alla lunga e travolgente tournée di promozione al loro secondo album Slipknot (disco di platino e titolo più venduto della Roadrunner). Ancora prodotto da Ross Robinson, l’attesissimo nuovo capitolo della folta compagine – nove elementi, ognuno con una diversa maschera sul volto – guidata dal cantante Corey Taylor non diverge stilisticamente dal predecessore, accostando brutale punk-metal dalle inflessioni death e immancabili riferimenti ai maestri Korn in quattordici brani di irruenza devastante, seppur elaborati con grande accuratezza e non del tutto privi di (perverse) deviazioni melodiche. Sembra cresciuta, la band, sia sotto il profilo compositivo che per quanto riguarda la capacità – dovuta anche al budget più ricco – di trasferire nelle incisioni di studio la stessa ferocia sprigionata in concerto; ma la sua fruizione, non abbiamo dubbi, continua ad essere riservata ai soli cultori del metal più crudo e furibondo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.454 del 18 settembre 2001)

Vol.3
(Roadrunner)
Oltre a essere osteggiati dal pubblico rock “convenzionale” per la loro permanenza nell’affollato girone infernale del cosiddetto nu metal, gli Slipknot sono anche oggetto di critiche tra i cultori del genere proprio a causa di quelle peculiarità – in primis il loro look a base di maschere grottesche – che li hanno resi inconfondibili e procurato loro legioni di fan; un “problema”, quello della pittoresca esteriorità, che ha spesso distolto l’attenzione dal reale valore del gruppo, inducendo taluni a qualificarlo come un fenomeno da baraccone. Un’arma a doppio taglio simile quella usata/subita negli anni ‘70 dai Kiss, che dell’accoppiata rock duro-travestimenti sono stati i più affermati portabandiera.
Tre anni dopo il fortunatissimo Iowa, questo nuovo album – a dispetto del titolo, il quarto, contando il poi ripudiato esordio del 1996 – presenta l’ottetto di Des Moines in una veste parzialmente nuova: nella produzione a cura del vate Rick Rubin ma anche nella formula musicale, sempre per lo più legata a devastanti canoni dark-metal-core e sempre fortemente influenzata dai Korn, ma ora meno monolitica e più incline a momenti di (pur tesa) rilassatezza quali le avvolgenti ballate Prelude 3.0, Circle, Vermilion Pt. 2 o Danger-Keep Away. Ne deriva un disco nel complesso più eclettico, maturo e globalmente accessibile, di sicuro ben realizzato ma purtroppo privo di autentici spunti personali; venderà molto, ma non sarà certo grazie a esso che gli Slipknot riusciranno a svestire i panni degli emuli che vanno a rimorchio per cominciare a indossare quelli delle guide che indicano la strada.
(da Il Mucchio Selvaggio n.583 del 15 giugno 2004)

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Machine Head (1997)

La serie prosegue: dopo quelle di Limp Bizkit, Orange 9mm e Coal Chamber, recupero un’ulteriore mia vecchia recensione di area nu-metal. Questa risale addirittura al 1997, quando il termine nu-metal ancora non si usava e si parlava al massimo di crossover.

The More Things Change…
(Roadrunner)
Californiani di Oakland, i Machine Head si sono trovati in brevissimo tempo a recitare un ruolo di protagonisti nell’ambito della nuova scena metal: merito di un album d’esordio, Burn My Eyes, accolto con notevole entusiasmo da critica e pubblico, e merito soprattutto della loro notevole abilità nell’elaborare elementi già noti in un sound di forte impatto fisico ed emotivo, tanto ben articolato e amalgamato da risultare addirittura personale.
Rispetto al primo lavoro, Robb Flynn e compagni sembrano aver puntato ancor di più sulla carta della contaminazione, dando vita a dieci nuove canzoni più che mai intrise di furore, panico e oscurità; canzoni tese e vibranti che si snodano in un alternarsi di ritmi concitati, stacchi da brivido, armonie malate e suggestioni inquietanti, rivelando solco dopo solco le loro origini – Metallica, Korn, Pantera, Slayer, Sepultura, senza dimenticare l’hardcore – ma mostrando altresì una omogeneità concettuale che allontana definitivamente ogni eventuale dubbio di riciclaggio. Vigorosi, imprevedibili e brutalmente lirici, i Machine Head sono gli ultimi credibili portabandiera di un “metallo pesante” che invece di guardare al passato e di avvilirsi su schemi basati sulla ricerca solo formale trae linfa vitale dai suoni e dalle atmosfere di questi confusi, concitati e terribili anni ‘90; difficile, dopo avere ascoltato qualsiasi brano di The More Things Change… (dovendone segnalare solo uno, sarebbe Violate), non leggere in chiave (devotamente) ironica il fatto che il gruppo si sia battezzato con il titolo di un vecchissimo album dei Deep Purple.
(da AudioReview n.171 del giugno 1997)

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Billboard Italia 30

È disponibile sull’app, al prezzo di € 1,99, l’edizione digitale del numero 30 di Billboard Italia (quella cartacea si può ricevere direttamente a casa, ordinandola sempre sull’app, a € 5). Vi ho contribuito con due corpose interviste, una a Wayne Coyne dei Flaming Lips e l’altra a Francesco Bianconi.
Ricordo che sull’app, alle stesse condizioni, sono disponibili anche tutti i numeri arretrati. Se qualcuno fosse interessato, nel n.29 (settembre) ho intervistato Exene Cervenka a proposito del nuovo album degli X; nel n.28 (luglio/agosto) ho rievocato i giorni di Dry di PJ Harvey; nel n.27 (giugno) ho fatto lo stesso con quelli di Closer dei Joy Division; nel n.26 (maggio) mi sono occupato dell’edizione deluxe in vinile di High Violet dei National; nel n.25 (aprile) ho scritto di una serie di band composte da due elementi o comunque fondate sull’idea della coppia; nel n.23 (febbraio) ho intervistato Colin Newman degli Wire; nel n.22 (dicembre/gennaio) ho raccontato la genesi di Ko de mondo dei CSI; nel n.21 (novembre) ho intervistato Peter Hook.

Categorie: presentazioni | Tag: | Lascia un commento

Coal Chamber (1999)

Dopo quelle di Limp Bizkit e Orange 9mm, ancora una recensione di area nu-metal scritta una ventina di anni fa.

Chamber Music
(Roadrunner)
L’attitudine dei Coal Chamber è indiscutibilmente dark: dark pesante, ossessivo e metallico, ma non per questo meno in grado di distendersi in intriganti melodie o di estrarre dal suo cilindro (nero, è ovvio) stranianti fantasie glam-psichedeliche. Una band allineata, insomma, al clima apocalittico di questi ultimi giorni pre-2000, dominato dalla tensione e dal misticismo (soprattutto pagano, in barba all’imminente Giubileo) e musicalmente sempre più incline alla pratica della contaminazione.
Fortemente influenzati dai Korn, e per certi aspetti definibili come dei Marilyn Manson meno estremisti e teatrali (la bassista Rayna Foss, però, è assai più carina del “buon” Brian Warner…), i quattro losangelini hanno compiuto un notevole passo in avanti rispetto al promettente esordio omonimo di due anni fa, giungendo a una sintesi stilistica ricca di sfaccettature a dispetto dell’evidenza del riferimento primario; è comunque un buon segnale che la band risulti efficace anche quando mostra la volontà di affrancarsi dal classico modello Korn, come nella riuscita cover di Shock The Monkey di Peter Gabriel o in alcune ballate suggestivamente torbide quali Burgundy o la splendida My Mercy.
Una meteora destinata a sparire quando la MTV americana si stancherà del nuovo heavy tenebroso-futurista, o una formazione destinata a durare nel tempo ed a ottenere la piena affermazione planetaria? Troppo presto per dirlo. Ma il semplice fatto che i contenuti di quest’album rendano legittimi tali interrogativi è un punto a favore della schiera già piuttosto ampia dei sostenitori ad oltranza.
(da Il Mucchio Selvaggio n.364 del 14 settembre 1999)

Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)