AudioReview n.404

È approdato in tutte le edicole il numero di dicembre di “AudioReview”, che oltre alle tante pagine dedicate ad argomenti più o meno tecnici legati al “buon ascolto” offre un’ampia sezione musicale da me curata, con decine e decine di recensioni di classica, jazz, rock-pop e quant’altro. La mia firma è apposta sotto la consueta rubrica “Le canzoni commentate”, che questo mese è incentrata su “Lola” dei Kinks, e sotto le recensioni dei nuovi dischi di David Crosby, Michele Gazich, Muse, Julia Holter, Dead Can Dance, Graziano Romani e Soap&Skin, nonché della ristampa dei Calexico. 164 pagine per 7 euro.

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Tuxedomoon, 1980

Serie “Fotografie”, n.5
Era il 9 dicembre del 1980. In seguito il gruppo sarebbe venuto in Italia infinite volte, ma quella era la prima e i Tuxedomoon – come più o meno tutta la scena new wave americana, specie californiana – erano oggetto di un culto non vastissimo ma molto affezionato. Non ebbi così alcuna esitazione a prendere un treno diretto a Bologna (non ridete: nel 1980, “prendere un treno” era una cosa che non si faceva con leggerezza) per assistere al concerto che si tenne al Teatro Antoniano, non grandissimo ma molto accogliente e adatto alla circostanza. La line-up della band era a stessa del primo album Half-Mute, a tre, con Steven Brown, Peter Principle e Blaine L.Reininger; con grande disappunto di tutti i presenti non proposero No Tears, ma la lunga scaletta fu comunque assai bella, con brani come Dark Companion, What Use?, Everything You Want, Desire, Pinheads On The Move. Avevo portato la mia fedele Olympus, con la quale realizzai un’abbondante trentina di diapositive. Lo scatto sopra, magari non bello ma di sicuro curioso, ritrae Steven Brown impegnato a cantare e produrre suoni inusuali per l’epoca; per quello sotto, invece, mi ero voltato verso il pubblico (io ero sotto il palco, se ben ricordo in uno spazio riservato ai fotografi), in particolare per immortalare i due amici bolognesi con i quali mi ero recato al concerto: Oderso Rubini, il boss della leggendaria Italian Records, e Red Ronnie, che all’epoca era uno dei giornalisti musicali più vulcanici ed esperti in nuova musica.

Fotografie n.1: Throbbing Gristle, 1981
Fotografie n.2: Dead Kennedys
Fotografie n.3: Devo
Fotografie n.4: Rob Younger

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Frank Zappa (1993-2018)

Ho dragato con la massima attenzione il mio archivio avendo la conferma di quello che già sapevo: su Frank Zappa non ho mai scritto. Ho allora colto l’occasione di questo (triste) anniversario della scomparsa per raccontare come mai non ho speso parole su uno dei protagonisti credo indiscussi della musica del secolo scorso, anche perché i soliti malfidati non pensino che per qualche (assurda) ragione non lo ritenga meritevole.
Il mio primo contatto con lui avvenne all’inizio-inizio dei ’70, quando con alcuni compagni delle medie frequentavo una sala giochi (dove in teoria non dovevamo essere ammessi, in quanto minori di quattordici anni). Sul muro, sopra uno dei flipper, troneggiava un favoloso poster con la scritta “Phi Zappa Krappa” e il Baffone seduto sulla tazza del cesso. Non avevo la minima idea di chi fosse o come si chiamasse, ma immediatamente mi diede l’idea di una figura sulla quale era il caso di indagare. Domandai lumi e appresi che era un musicista americano, uno che suonava “rock strano”, ma non trovai nessuno che possedesse qualche suo disco e quindi mi rassegnai al “prima o poi…”. Mesi più tardi e dopo avere acquisito ulteriori informazioni, mi fu alla fine registrato su cassetta 200 Motels e… ok, il tizio era davvero unico nel suo genere, ma non lo capivo e non mi veniva da ascoltarlo. Feci un secondo tentativo mi sembra con Freak Out!, e ne rimasi ugualmente disorientato. Negli anni seguenti, testai altri scampoli di Zappa perché era ovvio che si trattava di uno assolutamente da conoscere almeno a grandissime linee, ma ero ancora nella fase in cui spendevo soldi solo per LP che presumibilmente avrei ascoltato. E poi, quando già ero un addetto ai lavori, prima in radio e poi anche sulla carta stampata, non smettevo di leggere delle sue nuove gesta e magari di assaggiare qualcosa, ma ero ormai convintissimo che con Frank, ovviamente per colpa mia, non avrei potuto trovarmi in linea. Per coerenza non ne ho mai scritto e credo anche di averlo citato assai di rado.
Però questa cosa che “non mi piaceva” uno che avrebbe avuto tutte le carte in regola per piacermi non l’ho mai vissuta bene, e una ventina di anni fa ho voluto approfittare di una promozione e ho acquistato a un prezzo più che conveniente tutte le ristampe in CD della Rykodisc; proprio tutte, sì, perché nel caso non l’aveste capito di Zappa non avevo mai comprato neppure un album in vinile. Per circa una settimana mi ci sono gettato sopra, capendo un bel po’ di cose sulla genialità, il coraggio, lo spirito di questo straordinario personaggio; di sicuro molte altre non le avrò capite, ma sarà divertente scoprirle – è già accaduto – con ulteriori, sporadiche frequentazioni. Amo Frank Zappa, tantissimo, ma non mi viene mai voglia di ascoltarlo. E continuo a non scriverne: per serietà, per pudore, perché fortemente intimidito dalla sua mostruosa – per mole – eredità artistica, e non perché “ce l’abbia” con lui per quella battuta scema – ma mica tanto: a ben vedere, aveva visto il futuro della Rete – sulle riviste di musica rock scritte da gente che non sa scrivere per gente che non sa leggere. Non l’ho fatto nemmeno qui, adesso, dove a ben vedere ho scritto di me perché sul mio blog faccio quello che mi pare. Un caro saluto, Frank, e grazie di tutto. Non ci sei più da un quarto di secolo e manchi ma in fondo in qualche modo ci sei sempre, come in quel manifesto sul quale mi guardavi da sopra il flipper mentre cacavi. Non mi stupirei nell’apprendere che lo stavi facendo per davvero, davanti all’obiettivo di Robert Davidson.

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1989: la mia playlist

Ormai non mi mancano da recuperare molte delle playlist da me compilate in tempo reale, ovvero all’inizio dell’anno successivo a quello di pertinenza: meno di dieci, e mi sto quindi ponendo il quesito se sia o no il caso di cominciare a pensare a una nuova serie – con il senno di poi, ovvio – di playlist “con il senno di poi” per gli anni dal 1978 in giù, playlist che sarebbero come sempre molto soggettive, prive di qualsivoglia pretesa di oggettività. In attesa di decidere il da farsi, ecco un altro vecchio elenco (che in origine apparve su “Velvet”) delle mie personali preferenze per il 1989; tranne giusto un paio sono tutti dischi che periodicamente riascolto trovandoli ancora bellissimi, e trovarmi ancora in sintonia con il me stesso di ventinove anni fa non mi dispiace affatto.
Bad Brains – Quickness
Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage
Bob Dylan – Oh Mercy
The Gang – Reds
Jesus And Mary Chain – Automatic
Mary My Hope – Museum
The Men They Couldn’t Hang – Silver Town
Mudhoney – Mudhoney
New Christs – Distemper
Pixies – Doolittle
Red Temple Spirits – If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa
Lou Reed – New York
Stan Ridgway – Mosquitos
Soundgarden – Louder Than Love
Neil Young – Freedom

 

 

 

 

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Blow Up n.247

È in edicola l’ultimo numero dell’anno di Blow Up, ricchissimo di materiali – ben 196 pagine – che potrete scoprire a grandi linee leggendo gli strilli della copertina e approfondire cliccando qui. Per quanto riguarda i miei contributi personali, oltre ad alcune recensioni piuttosto significative (novità di The Good, The Bad & The Queen e Diaframma, ristampe di Jimi Hendrix e Pearls Before Swine), c’è la prima parte – dieci pagine – di un articolo di più puntate dedicato al synthpunk americano degli anni a cavallo fra ’70 e ’80, argomento di grande interesse che ho affrontato con uno sguardo più aperto di quello che sarebbe imposto da un’interpretazione rigorosa del termine. In questo capitolo iniziale, il focus è sulla scena di Los Angeles.

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Una canzone

Chi mi conosce sa bene quanto ami Francesco Guccini. Anche se il concetto di “Ultima Thule” mi era ben noto da prima, questo blog si chiama così a causa sua e il pomeriggio del 2001 trascorso con lui a Via Paolo Fabbri 43 è uno dei più ricordi della mia carriera; un ricordo senza nessuna foto che lo testimoni, dato che ero così preso dall’evento da dimenticarmi di scattarne una benché nella borsa mi fossi portato anche la macchina fotografica.
Avevo in mente questo post già da un po’ e alla fine l’ho fatto. È un post semplicissimo, solo il testo di un brano che si chiama Una canzone (dall’album Ritratti), testo che ritengo di straordinaria bellezza e che davvero vorrei fosse letto da tutti. Una canzone che racconta cos’è una canzone? Esatto, ma il punto è come lo fa. Sfido ogni appassionato di musica a rimanere impassibile di fronte ad almeno alcuni di questi versi. La seconda strofa, cazzo!, è incredibile.
Quanto vorrei essere in grado di scrivere, anche solo una volta, qualcosa di altrettanto bello e toccante su un tema che ha segnato nel profondo la mia intera vita, ma so che non ci riuscirò mai. Meno male che il Maestro, di canzoni di questo spessore, ne ha composte tantissime. A lui, per sempre grazie.

La canzone è una penna e un foglio così fragili fra queste dita
è quel che non è, è l’erba voglio ma può essere complessa come la vita
La canzone è una vaga farfalla che vola via nell’aria leggera
una macchia azzurra, una rosa gialla, un respiro di vento la sera
una lucciola accesa in un prato, un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante però impalpabile come la seta
La canzone può aprirti il cuore con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore lunga una vita, lunga un momento
Si può cantare a voce sguaiata quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto e quella che tu vuoi dimenticare

La canzone è una scatola magica spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica ti spazza via i ritornelli inutili
È un manifesto che puoi riempire con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire e storie minime da ripagare
fatta con sette note essenziali e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale svettante in aria come un falcone

Perché può nascere da un male oscuro che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro, lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso e a volte sventola come bandiera
La urli allora un giorno di rabbia la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia pronta ad irridere chi canta e tace
Però alla fine è fatta di fumo veste la stoffa delle illusioni
nebbie, ricordi, pena, profumo: son tutto questo le mie canzoni

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“Rock Roads” 86 + 87

Scrivo una cosa che inorridirà molti e che probabilmente mi farà sembrare ancor più vecchio di quello che sono, ma chi se ne importa: aborro i festival musicali, li odio proprio. Meglio: aborro i festival “moderni”, quelli con decine e decine di nomi in cartellone nei quali più artisti suonano contemporaneamente su più palchi. Posso capire che altri ci si divertano, affari loro, ma a me questa ennesima corsa al “di più di più di più” (che per certi versi significa “meno meno meno”), queste maxi orge dell’intrattenimento, stanno mostruosamente sulle palle. Soffrivo già a cosette da nulla come i gloriosi “Independent Days” di Bologna, quando mi trovavo costretto a scegliere solo tra palco grande e palco piccolo, figuriamoci con ulteriori stage. Per me (che sono vecchio, OK, lo so) i festival giusti sono quelli old style, senza alternative in parallelo, dove su un unico, grande palco sfilano band e solisti dal pomeriggio fino alla notte; quelli dove posso stendermi su un prato e godermi lo spettacolo senza bisogno di un programma da consultare ossessivamente per non rischiare di perdere lo show di tizio o di caio, show che di solito non è nemmeno quello standard bensì quello ridotto da, appunto, festival moderno.
Il pippone colossale che avete appena finito di leggere è quanto di meglio sono stato in grado di escogitare per introdurre questo post, in cui ho recuperato le recensioni delle due edizioni di un festival vecchia maniera – la prima non priva di pecche, la seconda notevole – che si svolsero oltre trent’anni fa nella ridente Giulianova. Godetevi pure il Primavera Sound, io mi tengo stretto il ricordo dei “Rock Roads”.

Rock Roads 86
La provincia italiana è sempre più alla riscossa, nel tentativo di strappare alle grandi città il monopolio del rock o, almeno, per ovviare parzialmente al problema del decentramento culturale che da sempre la attanaglia. Negli ultimi mesi si è assistito a un’autentica proliferazione di rassegne e manifestazioni musicali organizzate in piccole località abitualmente fuori dal giro, con conseguente catalizzazione dell’interesse del pubblico provinciale per situazioni nuove e potenzialmente soggette a interessanti sviluppi. Una rassegna senza dubbio meritevole di menzione è stata “Rock Roads 86”, nata da una fattiva collaborazione fra l’ARCI Teramo e il Comune di Giulianova e tenutasi nella cittadina balneare abruzzese nel week-end 1-2-3 agosto. Concepita con intelligenza e attuata con lodevole professionismo, “Rock Roads 86” intendeva essenzialmente richiamare l’attenzione di pubblico e media sull’attuale status del nuovo rock nazionale, cogliendo l’occasione per offrire a band del centro-sud la possibilità di esibirsi davanti alla ampia platea teoricamente richiamata da nomi di spicco italiani ed esteri. Continua a leggere

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Dead Can Dance (1981-1985)

È da poche settimane in circolazione un nuovo album dei gloriosi Dead Can Dance, che ho recensito per il prossimo numero di AudioReview. Ho dubbi che quanto qui (ri)proposto sia il primo mio pezzo sulla band australiana, ma di sicuro questa è stata la prima (e unica?) volta in cui ne ho scritto abbastanza in esteso, quasi trentatré anni fa.
Dimenticate, anche se il nome della band potrebbe suggerirvele, visioni di morte e immagini macabre tanto negative quanto opprimenti. Provate, invece, a raffigurarvi mentalmente una musica ammaliante e misteriosa, ricca di atmosfere oscure e inquietanti ma tutt’altro che deprimente, avvolta in un’aura di mistica solennità. Anche se possedete una fervida fantasia, ben difficilmente ciò che avrete concepito assomiglierà alle proposte dei Dead Can Dance, ensemble “di culto” autore di un sound che. per quanto connesso a matrici espressive piuttosto precise, si fa ammirare per la sua personalità. I riferimenti d’obbligo sono quelli alla scuola 4AD, etichetta alla quale non a caso il gruppo è legato, e quindi al post-punk etereo e anticonvenzionale di Cocteau Twins e This Mortal Coil; proprio questi ultimi (dei quali, del resto, fanno parte anche i due membri fondatori dei Dead Can Dance) si prestano più efficacemente al raffronto sia attitudinale che stilistico, sebbene ciascuna delle formazioni possegga una sua identità chiaramente delineata e autonoma. Continua a leggere

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AudioReview n.403

È in tutte le edicole già da alcuni giorni il numero di novembre di “AudioReview”, che oltre alle tante pagine dedicate ad argomenti più o meno tecnici legati al “buon ascolto” offre un’ampia sezione musicale da me curata, con decine e decine di recensioni di classica, jazz, rock-pop e quant’altro. La mia firma è apposta sotto la consueta rubrica “Le canzoni commentate”, che questo mese è incentrata su “Old Man” di Neil Young, e le recensioni dei nuovi dischi di Cat Power, John Grant, Thom Yorke, Kurt Vile, Kristin Hersh, Giorgio Canali e Tiromancino, nonché della ristampa degli House Of Love. 164 pagine per 7 euro.

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IndieItalia (?) 2018

Difficilmente qui nel blog pubblico materiale (o anche solo link) non mio, perché si tratta di una vetrina personale e tale voglio rimanga. Ogni regola, però, ha le sue eccezioni e oggi ne faccio una. C’è questo pezzo appena uscito firmato da Riccardo De Stefano, un “giovane” (le virgolette hanno senso, perché lui ha comunque i suoi bei trentuno anni) nel quale ogni tanto mi capita di riscontrare lo spirito che guidava me quando di anni ne avevo venti. La differenza sostanziale, che mi impedisce di vederlo come un mio (virtuale) erede, è che Riccardo, anche se ama molti degli stessi babbioni che amo io (King Crimson e Bob Dylan, per fare un paio di nomi), ascolta un bel po’ di musica immonda e se ne occupa professionalmente su “ExitWell”, mentre io ho quasi sempre ascoltato e propagandato musica bella. Lo leggo comunque con interesse e in particolare l’ho fatto con l’articolo cui ho accennato più sopra, che condivido pressoché in toto e al quale vi invito a dedicare un po’ del vostro tempo cliccanqui qui.
Sull’argomento non ho granché da aggiungere. Fortunamente, di tanta musica italiana che oggi va per la maggiore posso bellamente strafottermene, limitandomi ad ascoltarla “per conoscenza“ ma non avendo obbligo di scriverne. Lo farei solo nel caso qualcuno me lo chiedesse (e mi pagasse bene), ma quelli che sono già miei datori di lavoro evidentemente non sono interessati e quelli che non lo sono dubito che abbiano voglia di accogliere nei loro spazi uno che stronca duro (e con le conoscenze per farlo a ragion veduta) invece dell’ennesimo maestro nell’arte della fellatio a chiunque sia un “fenomeno di successo” (o “fenomeno di cesso, sempre fenomeno era”, per dirlo con gli Squallor). Sperando che nessuno lo consideri un riferimento specifico a Calcutta (che mesi fa avrei avuto piacere di intervistare, non trovando purtroppo l’accordo sulla rivista dove ospitare la nostra chiacchierata), resto più o meno in tema di pompini e a proposito di quanto esposto da Riccardo e cito quanto dichiarato da Steve Albini nei primi anni ’90 a proposito degli Urge Overkill, con i quali era in feroce polemica dopo il loro ingresso nel “grande giro”: “vedremo chi tra cinque anni lavorerà ancora nel music business e chi, invece, succhierà cazzi per pochi spiccioli alla stazione degli autobus”. Scusate il francesismo.

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Un ricordo di Stan Lee

Se qualcuno mi chiedesse a quale foto sono più affezionato delle tantissime che conservo come testimonianze dei miei incontri con persone più o meno famose, non avrei alcuna esitazione a indicare quella che potete vedere qui sopra. Curiosamente, non mi ritrae con un musicista, bensì con l’uomo – artista, autore, creativo, genio… non saprei proprio come definirlo, con una parola sola – al quale devo una passione che coltivo addirittura da prima di quella per la musica: i supereroi della Marvel. Sono di quelli che nel lontano 1970 acquistò in tempo reale il primo numero de “L’Uomo Ragno” edito dall’Editoriale Corno, senza sapere di cosa si trattasse ma essendo attratto da quel “n.1” che mi faceva ipotizzare una futura collezione, e da allora i personaggi della Casa delle Idee sono una costante della mia vita. Più di tutti ho sempre amato Spider-Man, di cui posseggo tutti gli albi di tutte le collane in edizione americana – eccetto una trentina, ovviamente dei primissimi – fino al 2010, e una raccolta di circa settecento gadget di ogni tipo che però ho smesso di ampliare quando con l’uscita del primo film la cosa divenne troppo dispendiosa.
Da appassionato DOC di vecchia data, quando fui informato che Stan Lee, l’inventore di quasi tutti i characters che mi hanno accompagnato durante l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, sarebbe venuto a Roma, quasi ebbi un mancamento. L’occasione era il lancio in Italia del progetto “Marvel 2099” (che purtroppo non fu molto fortunato, ma non conta), e il Sorridente avrebbe rilasciato alcune interviste. Al tempo, fra l’altro, collaboravo stabilmente con la Star Comics, che pubblicava in Italia parte delle collane Marvel, e quindi il rischio di rimanere escluso non era contemplato. L’incontro avvenne all’Hotel Lord Byron di Roma, nel quartiere Parioli, il 17 marzo del 1993. Alla conferenza eravamo in pochissimi e fu facile, alla fine, scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, anche se nonostante avessi già trentadue anni ero emozionato come un ragazzino, e credo che la mia espressione nella foto lo faccia percepire. Ricordo una persona gentile, simpatica, piena di entusiasmo. Non mi feci autografare nulla e con il senno di poi non fu una cosa molto intelligente, ma potevo mettermi a rompere le scatole al mio più grande mito chiedendogli di firmare questo e quello? Avevo la foto, che portai subito a sviluppare in un laboratorio, con un’ansia pazzesca che non fosse venuta, o fosse venuta male.
Stasera ho appreso che Stan Lee se n’è andato, per sempre. Non è vuota retorica affermare che sapere che non c’è più e che non potrò più gridare con gioia “eccolo!” scoprendo i suoi camei nei film Marvel. Non ci si può scagliare contro il destino bastardo perché, insomma, novantacinque anni sono un’età ragguardevole e novantacinque anni da Stan Lee sono qualcosa per la quale probabilmente venderei l’anima al diavolo, ma il dolore è lo stesso enorme. Excelsior!, Stan, e grazie di aver contribuito a rendermi quello che per tanti versi sono ancora: un eterno ragazzo, alla faccia di quello che dice l’anagrafe.

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Cure: la prima volta

Qualche settimana fa ho ricevuto un messaggio privato da Michele Franzinelli, titolare della seguitissima pagina “Out Of The World – The Cure Italia”: voleva organizzare una nuova rubrica dedicata al primo incontro con la musica del gruppo inglese e mi chiedeva un contributo. Gliel’ho scritto quasi in tempo reale e adesso l’ha pubblicato. Lo ripropongo qui così come appare lì, con tanto di scansione della pagina della mia agenda del 1979 con la scaletta della trasmissione nella quale ho trasmesso per la prima volta un brano di Robert Smith e compagni. Grazie a Michele per avermi fornito la spinta a recuperare questi bei ricordi.
Qui nel blog non ho ancora ripreso quasi nulla di ciò che ho scritto dei Cure, ma chi fosse interessato può trovare qui la recensione di un concerto del 2008, qui due parole su Boys Don’t Cry e il suo videoclip e qui la presentazione dello Speciale che ho curato due anni fa per Classic Rock (nel quale, lo so, c’è un erroraccio per il quale ho già fatto più volte pubblica ammenda).

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Un’esternazione sul vinile

Lo dico? Lo dico. Il modo in cui il cosiddetto mercato sta gestendo il “ritorno del vinile” (con tutte le virgolette del caso, dato che in realtà non se n’era mai andato) mi fa ribrezzo. Stampe sempre limitate, a volte numerate, a volte differenziate da piccoli dettagli, rimasterizzate bene, rimasterizzate male, più leggere, più pesanti, più lussuose, più al risparmio, vendute in edicola, vendute solo sui siti e ai concerti, studiate per il Record Store Day, raccolte in cofanetti dai prezzi disumani e chi più ne ha più ne metta. Sono contento per gli amici che posseggono negozi vecchio stile, che grazie a queste follie stanno respirando un po’ di ossigeno, ma per il resto lo spettacolo di questo circo grottesco basato su due cose che odio da sempre, ovvero la moda e la speculazione sulle passioni, mi interessa meno di nulla. Me ne sono reso pienamente conto l’altro ieri, quando sono andato in un bellissimo negozio con un congruo buono che avevo in tasca da mesi e nonostante l’assortimento enorme e quasi due ore di tempo ho faticato a scegliere qualcosa (parlo di novità in vinile, eh) da portarmi a casa.
Stai a vedere che, dopo averlo non troppo amato se non quasi schifato per trent’anni, finisco per innamorarmi del CD ora che si sta estinguendo.

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Classic Rock n.72

È fuori già da qualche giorno il nuovo numero di Classic Rock, che come si può desumere dagli strilli di copertina è pienissimo di argomenti interessanti. I miei contributi sono la recensione estesa del nuovo album di Marianne Faithfull e quelle standard di Bauhaus, Hugh Cornwell, Prodigy e Thom Yorke.

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Rob Younger, 1986

Serie “Fotografie”, n.4
Visto che in questi giorni in tanti parlano (giustamente) dei Radio Birdman, mi sembra appropriato continuare la serie con questo scatto di Rob Younger, della stessa session di quello che ho proposto qualche settimana fa solo su FB; a differenza di quello, però, era già noto, in quanto pubblicato sul Mucchio a corredo di questa intervista. Purtroppo, il servizio fotografico ebbe problemi, dei quali ovviamente mi accorsi solo al ritiro delle diapositive: per ragioni ignote (rullino deteriorato, un errore nel procedimento di sviluppo, una fesseria fatta da me… boh), tutti gli scatti – quale più, quale meno – sono sbiditi, come “bruciati”, e se sono riuscito a renderne decenti cinque o sei è solo grazie a Photoshop e alla pazienza.
La session si svolse il 19 agosto del 1986, nel pomeriggio. Finito il mio turno al Tribunale Militare di Sorveglianza, dove svolgevo il servizio di leva, salii sulla mia Fiat Ritmo e andai a Firenze – per la precisione, a Calenzano – dove Rob Younger si trovava, assieme al sound engineer Alan Thorne, per produrre l’album The Orphans Parade dei City Kids allo Studio Emme. Intervista, foto, saluti e via di nuovo a Roma, dato che la mattina seguente dovevo continuare a servire lo Stato. Avrei poi incontrato altre volte Rob, ma quella fu la prima.

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Blow Up n.246

È in tutte le edicole il numero di novembre di “Blow Up” ricchissimo di argomenti come sempre assai vari che potrete scoprire leggendo gli strilli e/o cliccando qui. Per quanto mi riguarda, ho firmato svariate recensioni (una molto estesa de Il Muro del Canto e poi Joe Strummer, Bassholes, Soap&Skin, Francesco Di Bella, il cofanetto “Just A Bad Dream” sul garage UK degli anni ’80) e soprattutto un articolo di dieci pagine sugli MC5, che fanno anche bella mostra di sé in copertina. Il 30 e 31 ottobre di mezzo secolo fa i 5 della Motor City tennero i due concerti dai quali venne ricavato “Kick Out The Jams” e, insomma, ci sembrava una ricorrenza meritevole di essere celebrata.
Colgo l’occasione, dato che il mese scorso me ne sono dimenticato, di segnalare che è ancora disponibile il nuovo titolo della collana di libri Director’s Cut dedicato a un gruppo che mi è assai caro, i Radio Birdman, scritto da Roberto Calabrò. Se siete abbonati l’avete già ricevuto gratis il mese scorso, ma se purtroppo per voi non lo siete (rimediare però è facile, eh) e non lo trovate più in edicola, lo potete acquistare sul sito.

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Devo, 1979

Serie “Fotografie”, n.3
Era il 7 ottobre 1979. I Devo erano a Roma già dal giorno prima, non per un concerto ma per promozione: al Teatro delle Vittorie avevano eseguivano in playback The Day My Baby Gave Me A Surprise per una trasmissione TV della RAI e io li avevo conosciuti proprio in quella circostanza, trascorrendo con loro buona parte del pomeriggio. Quello del 7 era invece una sorta di pranzo “ufficiale”, a un ristorante sul Lungotevere vicino allo Stadio Olimpico (si chiamava “Cuccurucù”, ed esiste ancora), e oltre alla band c’era un bel po’ di gente: discografici, alcuni addetti ai lavori, i componenti dei N.O.I.A. di Cervia, qualche imbucato.
Come quasi tutti, mi ero portato la macchina fotografica e tra svariati miei scatti ovviamente preziosi a livello di ricordi, ma certo non “belli”, ce n’è qualcuno un po’ speciale. Ad esempio questo, mai estratto dall’archivio prima di ora, con Bob Mothersbaugh che addenta divertito un contenitore di plastica per penne/matite/pennarelli a forma di pesce. Ore più tardi, Bob mi avrebbe regalato – lo ammetto: per raggiungere l’obiettivo gli ruppi abbastanza la minchia – la tuta che indossava.

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Dead Kennedys, 1981

Serie “Fotografie”, n.2
L’8 ottobre del 1981 i Dead Kennedys suonarono a Roma e curiosamente – per modo di dire: questioni di accordi/convenienze tra promoter e gestori di locali – lo fecero al Much More, nel quartiere Parioli, una classica discoteca modaiola che con il punk non c’entrava nulla. Fu una serata non proprio tranquilla, e non solo perché un paio degli Shotgun Solution, la band di supporto capitolina scelta da Jello Biafra a una sorta di contest tenutosi la sera prima in un club underground chiamato Tube, furono picchiati dai tizi del cosiddetto servizio d’ordine; la situazione era delirante, con decine di persone che salivano sul palco creando danni all’impianto e impedendo di fatto ai musicisti di suonare. Tanti ricordano quel concerto come straordinario ma io, come scrissi anche in sede di recensione, ho impresso nella memoria solo un enorme caos a ogni livello. Avevo vent’anni e divertirmi certo non mi dispiaceva, ma una cosa è star bene pogando e facendo sano casino e un’altra è trasformare un’occasione più unica che rara in una gazzarra invivibile per tutti i presenti.
Nel mio archivio, l’evento “Dead Kennedys a Roma” è documentato da parecchi scatti, ma la massima parte di essi immortala i ragazzi in posa (molti a Piazza S. Pietro). Qui, invece, ne propongo uno dei pochissimi relativi allo show, non proprio nitido (ero lontano e le luci lasciavano a desiderare) ma decisamente eloquente: quello che vedete, con Jello Biafra al centro, non accadeva davanti al palco, bensì sul palco.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

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Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)