Billboard Italia 47

Billboard 47 cop
Da oggi è disponibile sull’app, al prezzo di € 1.99, l’edizione digitale del n.47 (giugno) di Billboard Italia (quella cartacea si può ricevere direttamente a casa, ordinandola sempre sull’app, a € 5), ricco come al solito di musica sia di grande popolarità sia di nicchia. Il mio contributo è un articolo dedicato alla Third Man Records, l’etichetta – che poi, non è solo un’etichetta – fondata dal grande Jack White.

Ricordo che sull’app, alle stesse condizioni, sono acquistabili anche tutti i numeri arretrati. Se qualcuno fosse interessato, nel n.46 ho raccontato il fondamentale momento di emancipazione femminile nel punk e nella new wave nel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80; nel n.45 c’è un mio articolo”divulgativo” sulla psichedelia emersa nell’ultima decina di anni; nel n.44 mi sono occupato dei Broadcast; per il n.43 ho scritto una retrospettiva sui Felt; nel n.41 c’è un mio articolo sulle Peel Sessions dei Green Day; per il n.40 ho realizzato una lunga intervista a Carmen Consoli; nel n.39 ho pubblicato un articolo sui Beach Boys del periodo a cavallo tra i ’60 e i ’70; nel n.38 ci sono un articolo sui Van der Graaf Generator, uno sulla ristampa de Le radici e le ali dei Gang e una microrecensione del nuovo album di Jackson Browne; il n.37 ospita un mio articolo sui successi reali o presunti del rock italiano nel mondo; nel n.36 ci sono due mie interviste a Motta e Rachele Bastreghi, più una recensione della ristampa superestesa di Déjà vu di CSN&Y; nel n.35 (aprile) c’è un mio articolo sulla lontana, breve stagione del cosiddetto Sunshine Pop; nel n.32 (dicembre/gennaio) ho scritto in esteso della ristampa di Brothers dei Black Keys; nel n.31 (novembre) ho firmato una retrospettiva sui White Stripes; nel n.30 (ottobre) ho intervistato Wayne Coyne dei Flaming Lips e Francesco Bianconi; nel n.29 (settembre) ho intervistato Exene Cervenka a proposito del nuovo album degli X; nel n.28 (luglio/agosto) ho rievocato i giorni di Dry di PJ Harvey; nel n.27 (giugno) ho fatto lo stesso con quelli di Closer dei Joy Division; nel n.26 (maggio) mi sono occupato dell’edizione deluxe in vinile di High Violet dei National; nel n.25 (aprile) ho scritto di una serie di band composte da due elementi o comunque fondate sull’idea della coppia; nel n.23 (febbraio) ho intervistato Colin Newman degli Wire; nel n.22 (dicembre/gennaio) ho raccontato la genesi di Ko de mondo dei CSI; nel n.21 (novembre) ho intervistato Peter Hook.

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Dario Parisini (1966-2022)

Dario Parisini fotoApprendo adesso della scomparsa, dovuta a un tumore, di Dario Parisini, che in tanti ricordano semplicemente come “il chitarrista dei Disciplinatha” (in effetti, la sua esperienza principale), ma che ha fatto molto altro, dando vita a progetti come Post Contemporary Corporation e Dish-Is-Nein, suonando negli El Muniria di Emidio Clementi, partecipando come attore a una dozzina di film. Non posso dire di averlo conosciuto, visto che in tanti anni abbiamo avuto solo pochi e fugaci incontri, ma ho sempre trovato intrigante quello che ha realizzato in ambito musicale e sono sinceramente dispiaciuto. Un forte abbraccio a chi gli ha voluto bene.
Per ricordare il suo importante passaggio nel panorama rock nazionale ho scelto queste due mie recensioni.

Disciplinatha copDisciplinatha
Tesori della patria
(Black Fading)
Esperienza fra le più singolari e controverse dell’intera storia del rock tricolore, i Disciplinatha consumarono la loro parabola fra il 1987 e il 1997, pubblicando tre album e seminando con estrema abilità provocazioni ed equivoci: basti pensare che venivano considerati dai più “la versione fascista dei CCCP-Fedeli alla linea”. L’intera produzione della compagine bolognese, con la gradita aggiunta di un quarto CD di inediti (assoluti e non) e di un DVD con l’ottimo documentario Questa non è un’esercitazione, è stata ora raccolta in questo box stampato in cinquecento copie numerate e contraddistinto da una veste grafica tanto unica e bella da lasciare a bocca aperta. Tutto ciò serve ad accompagnare e amplificare una musica di notevole impatto all’insegna di furori punk, contaminazioni elettroniche, declamazioni e cori, enfasi teatrale e amore per l’eccesso sapientemente incanalato in strutture comunque articolate ed equilibrate: un quadro di grande ricchezza e ancora al passo con i tempi sotto il profilo estetico e concettuale, dal quale prorompono brani autografi più o meno epocali e una folgorante rilettura di Up Patriots To Arms di Battiato. Senza i CCCP il gruppo non sarebbe probabilmente mai esistito, questo va detto, ma va detto pure che la sua eredità sonora brilla in ogni senso di luce propria e non riflessa. E colpisce e spiazza tanto quanto quella dei più famosi ispiratori.
(da Il Mucchio Selvaggio n.701 del dicembre 2012)

Dish in Nein Prova SudarioDish-Is-Nein
Dish Is Nein
(Contempo)
Contando anche il “mordi e fuggi” del 2012 che accompagnò la pubblicazione del cofanetto di materiali d’archivio Tesori della patria, per i Disciplinatha questo dovrebbe essere il secondo ritorno. Benché l’organico comprenda tre dei quattro membri originali (Dario Parisini, Cristiano Santini e Marco Maiani), la volontà di guardare avanti limitando l’effetto-nostalgia e qualche bega legata all’assenza del batterista storico Daniele Albertazzi hanno portato all’adozione di una nuova sigla sociale che sta per “Non è Disciplinatha”, dove la negazione serve logicamente per affermare. Un fatto di forma e non di sostanza, comunque, perché i brani del disco targato 2018 dichiarano apertamente la loro discendenza dal repertorio del passato; allo stesso modo, la scelta di un mini-album con sei tracce in vinile bianco (e download) rimanda in linea diretta ad Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!, il debutto che tre decenni fa fece superficialmente etichettare il gruppo emiliano “i CCCP Fedeli alla linea, ma di destra”.
Gli anni passano, le vecchie polemiche sono ormai sepolte (o almeno si spera) e i nomi cambiano, ma i fu Disciplinatha non rinunciano alle provocazioni esplicite come la corona di spine della copertina e ovviamente i testi colti e poetici, scritti per di più in collaborazione con un (altro) autore controverso quale Renato “Mercy” Carpaneto degli Ianva. La musica, nel complesso meno aggressiva e graffiante di quella degli esordi ma in piena sintonia con quanto proposto nel prosieguo di carriera (gli album Un mondo nuovo del 1994 e Primigenia del 1996, marchiati dalla I Dischi del Mulo di Ferretti e Zamboni), è un fosco, austero intrico di rock spigoloso, suggestioni industrial, elettronica evocativa, parole declamate e atmosfere solenni (si pensi al Coro Alpino di Monte Calisio, presente in due pezzi), il tutto pervaso da echi CCCP/CSI. Che si tratti di un episodio a sé stante o del primo capitolo di un’avventura destinata a proseguire, Dish-Is-Nein è un lavoro che certo non lesina di forza di impatto e intensità dall’inizio alla fine, con L’ultima notte, Macht Frei ed Eva (che ospita alla seconda voce la “ex” Valeria Cevolani) a imporsi come momenti più eclatanti della purtroppo esigua scaletta.
(da Blow Up n.236 del gennaio 2018)

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Blow Up n.289

Blow UpÈ in edicola il numero di giugno di Blow Up, 130 pagine per 7 euro, pieno di ottime cose che potrete approfondire cliccando qui. Per quanto mi riguarda direttamente, ancora una volta ho fatto pochino: solo quattro recensioni, due novità (Ardecore, Zen Circus, Tutti fenomeni) e due ristampe (The Jars, Fashion).

Ricordo inoltre che è sempre disponibilel’ultimo libro della collana “Director’s Cut”, dedicato a Clock DVA/T.A.G.G. e firmato da Paolo Bertoni. Gli abbonati l’hanno ricevuto in omaggio assieme al numero di aprile, ma chi non rientrasse nella categoria e lo volesse acquistare potrà provare a cercarlo nelle edicole più fornite o farlo direttamente sul sito cliccando qui

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Hardcore (UK) ‘82

Credevo di aver già recuperato questo mio breve articolo di quarant’anni fa sull’allora emergente scena hardcore punk britannica. Non era invece così e quindi lo faccio adesso, consapevole che, a molti, almeno alcuni di questi dischi saranno del tutto ignoti.

Hardcore UK copSe fino a questo momento “Shock!” non si è occupato granché della nuova scena punk britannica, non è stato certo per (ingiustificati) pregiudizi nei suoi confronti. Ora, però, è arrivato il tempo di affrontare il discorso, perché anche se il panorama americano (e soprattutto californiano) continua a interessarci maggiormente, non sarebbe giusto ignorare tutto ciò che di buono il Regno Unito ha prodotto negli ultimi mesi. La nuova ondata presenta caratteristiche piuttosto diverse da quella, ormai storica, del ‘76: la musica si è fatta più veloce e rabbiosa (e da questo e derivato il termine hardcore, oggi usato per abbracciare le proposte di tutti i gruppi legati al suddetto stile), e, soprattutto, i testi delle canzoni hanno cominciato a occuparsi di argomenti sociali e politici in modo più deciso e crudo di quanto avvenisse in precedenza. Da ricordare, poi, anche l’apporto degli skinhead (le teste rasate), il cui peso nella rinascita punk non è certo indifferente. Dall’aggregazione spontanea di punk e skin e nata la Oi! Music, espressione con la quale il giornalista di “Sounds” Garry Bushell (il padrino del nuovo punk UK) ha voluto accomunare tutti i complessi più o meno famosi che si riferivano al suddetto modello; si badi, però, al fatto che Oi! non è sinonimo di hardcore punk ma solo una sua ramificazione.
Oggi che gli Sham 69 sono morti, e che Angelic Upstarts e Cockney Rejects sono in agonia, il punk britannico ha per fortuna trovato nuovi portabandiera cui affidare il suo glorioso vessillo; non certo gli aberranti Exploited o gli squallidi Anti-Pasti, bensì quelle formazioni ancora non molto note, ma senza dubbio meritevoli di considerazione, che rispondono ai nomi di Blitz, Partisans, Business, Infa Riot, e cosi via. Restano fuori da questa carrellata, per ovvi motivi, le band già rodate come Discharge o Vice Squad e tutti i gruppi anarchici del giro della Crass Records, troppo atipici per essere trattati in questa sede. Evitando volutamente complesse quanto inutili suddivisioni per stile, iniziamo allora questo excursus attraverso alcune delle più interessanti realizzazioni viniliche di quest’area musicale, tutte più o meno riconducibili a un ideale archetipo hardcore. Una delle etichette-guida del nuovo movimento è certamente la No Future, che vanta un catalogo di sei dischi; la produzione di questa label si mantiene su uno standard qualitativo eccellente, tanto da indurmi a consigliarne l’acquisto in blocco. Tanto per cominciare, l’EP All Out Attack e il singolo Never Surrender dei Blitz di Manchester sono semplicemente imperdibili: in totale, sei brani di fuoco, più rapidi e violenti dei due contenuti nella raccolta Carry On Oi! della Secret Records e, a mio parere, anche di gran lunga più riusciti. Poi i Partisans, del Galles, con il singolo Police Story, la cui facciata A è di sicuro una delle migliori canzoni punk britanniche degli ultimi anni, trascinante e incredibilmente compatta; anche in questo caso, le composizioni del 45 giri sono superiori a quelle di Carry On Oi!. E ancora: Peter & the Test Tube Babies, da Brighton, con Banned From The Pubs e i Red Alert da Sunderland con In Britain, due EP comprendenti brani in generale meno veloci e duri rispetto a quelli di Blitz e Partisans, ma ugualmente validi e rappresentativi; Banned From The Pubs, inoltre, è davvero divertente a causa del particolare uso delle voci. Da ricordare, infine, il 12”EP A Country Fit For Heroes, antologia che racchiude dodici pezzi di gruppi punk e skin poco conosciuti, alcuni dei quali, pur se palesemente inesperti, danno prova di possedere buone capacità; nonostante la qualità non sempre elevata delle tracce, comunque, il disco resta uno strumento più che efficace per accostarsi alle nuove leve dell’hardcore inglese. Nel frattempo, per rimanere sempre ai vertici, la No Future ha annunciato la pubblicazione di altri 7 pollici: Lest We Forget dei Blitzkrieg, Gangland dei Violators e Today’s Generation degli Attak dovrebbero già essere in circolazione quando leggerete queste righe.
I singoli validi non sono però solo quelli marchiati No Future, come attestano le numerose uscite di alto livello di altre etichette; una delle migliori è One Law For Them dei 4 Skins, uno dei piu potenti anthem mai sfornati dal punk d’oltremanica; la band londinese, una delle più famose della più recente generazione punk, hanno anche partecipato a varie compilation a 7 e l2 pollici e hanno pubblicato l’EP Yesterday’s Heroes su Secret dopo essersi riformati con una diversa line-up. Il loro album d’esordio The Good, The Bad & The 4 Skins è recensito in altra parte del giornale. Di Londra sono pure i Business, non sempre violentissimi ma assai convincenti con il loro sound forse datato ma comunque affascinante, ottimamente documentato dai brani di Carry On Oi! e dal primo singolo Harry May, la cui facciata A ricorda l’impatto brutale dei primi Clash; il secondo 7 pollici della band, quello della conferma, si intitola Smash The Disco’s. Sempre londinesi, gli Infa-RiotStill Out Of Order il loro primo LP – si riallacciano al passato, proponendo un punk vecchio stile che, fortunatamente, non manca di entusiasmare; il loro singolo d’esordio Kids Of The 80’s è indubbiamente uno dei manifesti del punk anni ‘80. Pochi i nomi ancora da segnalare: G.B.H., ad esempio, legati alla Clay Records dei Discharge e molto vicini in quanto a velocità e violenza al gruppo-guida della label di Stoke on Trent; il 12”EP Leather, Bristles, Studs & Acne e il 7” No Survivors, i cui episodi sono un assalto continuo e inarrestabile alle orecchie dell’ascoltatore con un sound granitico e mozzafiato. Infine, i Subhumans (nessuna relazione con gli omonimi canadesi), con un validissimo EP per la Spider Leg (l’etichetta degli Epileptics) intitolato Demolition War all’insegna di sonorità grezze e atmosfere sporche e nervose, con alcune soluzioni che lo rendono paragonabile a certe cose della Crass Records. La nostra carrellata termina qui, con la speranza che essa serva a procurare nuovi fan al rinato punk britannico; per chi non avesse voglia di lanciarsi in una difficoltosa caccia al singolo, consiglio, oltre alle arcinote Strength Thru Oi! e Carry On Oi!, un album che seleziona parecchi ottimi brani altrimenti reperibili solo su dischi di piccolo formato; edito in Gran Bretagna dalla Abstract e negli Stati Uniti dalla Posh Boy, Punk & Disorderly è davvero soddisfacente sotto ogni profilo, e il suo ascolto non potrà che spingere a nuove, eccitanti scoperte nei meandri tortuosi dell’hardcore “made in UK”.
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982)

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Discharge (1982)

Wikipedia segnala come data di uscita del primo album dei Discharge il 21 maggio 1982 e questo mi sembra un po’ strano, considerato che la mia recensione venne pubblicata già sul numero di giugno del Mucchio e all’epoca ben poche etichette lavoravano con i pre-release. Magari indagherò su vecchie riviste inglesi che ho in archivio, ma intanto ecco la recensione di quarant’anni fa. Per quanti fossero interessati, qui ci sono invece due pezzi scritti molti anni dopo, in occasione di ristampe, su Discharge e G.B.H..

Discharge cop

Hear Nothing
See Nothing
Say Nothing
(Clay)

Nell’ambito punk i Discharge sono una vera e propria istituzione e, anche se dal vivo lamentano qualche carenza, ogni loro nuovo disco rappresenta quasi un avvenimento per i kids di tutto il mondo. Dopo quattro EP 7” e un 12”, il quartetto di Stoke On Trent giunge al primo 33 giri, il cui titolo è una palese denuncia dell’atteggiamento delle masse nei confronti dei più grandi problemi del nostro sovrappopolato pianeta. Il linguaggio dei testi è essenziale: poche parole sputate con rabbia, crude ma efficacissime che parlano degli “ubriachi di potere”, di un “inferno sulla terra”, dei pianti di aiuto, fino ad affermazioni più drastiche come “la possibilità della distruzione della vita” o “l’incubo prosegue”. La musica, poi, è quanto di più violento e corrosivo si possa immaginare: più compatta e nel complesso più veloce di quella dei Black Flag, ma anche meno varia e originale, i Discharge sono – assieme ai colleghi californiani – l’espressione più dura e brutale dell’esasperazione attraverso la musica, e più in particolare attraverso quel poliedrico fenomeno unanimemente denominato punk rock. Cal alla voce, Bones alla chitarra, Rainy al basso e Gary alla batteria propongono in quest’album quattordici brani in precedenza inediti che, pur assomigliandosi un po’ tutti, mostrano il desiderio dei Discharge di sgrezzare il loro sound e di renderlo più valido anche sotto il profilo dell’esecuzione. Ne vien fuori un hardcore punk selvaggio ma ben costruito, dove l’incredibile solidità del “muro di suono” si accoppia a una vena compositiva piuttosto statica ma felice. Visioni di guerra e di morte di susseguono tra i solchi. L’incubo prosegue…
(da Il Mucchio Selvaggio n.53 del giugno 1982)

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