Oltre le stelle (2)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

GIOVANNI LINDO FERRETTI
Co.Dex
*
Lo ammetto: dopo i numerosi ascolti necessari per recensirlo, Co.dex è rimasto a prendere polvere sullo scaffale. L’ho recuperato (riesumato?) adesso, a sei mesi di distanza, e le mie opinioni sono immutate: il primo album solistico di Giovanni Lindo, uomo e musicista per il quale continuo comunque a nutrire stima, rispetto e simpatia, non mi convince, anche se in fondo a emergere dai solchi è il solito Ferretti, seppur con la sostanziale variante delle (in sè non meno prevedibili) sonorità elettroniche “alla Bernocchi”. Oggi, l’unica novità di rilievo è che, grazie all’intervista concessa al nostro giornale, ho appreso il motivo per il quale il cantante dei C.S.I. si è votato – spero non per sempre – alla musica sintetica. Chi non lo sa o non se lo ricorda, prenda il Mucchio n.399, legga la quarta risposta di pag.15 e… rida, rida fino alle lacrime.
(da Il Mucchio Selvaggio n.414 del 17 ottobre 2000)

COLDPLAY
Parachutes
* *
In circa venticinque anni di assidua e attenta frequentazione del mondo discografico internazionale, sotto i miei occhi sono passate decine e decine – forse centinaia – di band soprattutto britanniche che, grazie a esordi baciati da grandi fortune critiche e commerciali, vengono indicate come sicure protagoniste del rock del domani… e che invece, in brevissimo tempo, deludono le attese, rivelando la loro scarsa consistenza o scomparendo addirittura nel nulla. I Coldplay, ennesimi iscritti al club delle “next big thing”, sembrano avere le doti che servono per durare, ma con tutta la buona volontà non riesco proprio ad assegnare loro più di due stelle: si sforzano di sfuggire le banalità del pop di consumo, questo sì, e pur riferendosi in modo eccessivo ai Radiohead e (a tratti) Jeff Buckley vantano una discreta ispirazione, ma personalmente li trovo troppo leziosi e lamentosi. Parachutes è senza dubbio è un buon disco, ma temo che difficilmente proverò il desiderio di riascoltarlo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.415 del del 24 ottobre 2000)

GIANT SAND
Chore Of Enchantment
* * *
Negli anni ‘80 ho amato moltissimo i primi Giant Sand, quelli di Valley Of Rain e Ballad Of A Thin White Man, per poi perderli gradualmente di vista – non disprezzandoli o ignorandoli, ma solo tenendoli garbatamente a distanza – a causa delle sopravvenute difficoltà di sintonia tra i miei umori e quelli di Howe Gelb. Chore Of Enchantment mi ha restituito una band diversissima da quella che ricordavo, molto meno fisica e molto più cerebrale, molto meno cruda e molto più aggraziata; è stato bello, come per certe fiamme di gioventù rincontrate per caso in età matura, trovarla irriconoscibile ma sempre splendida… e innamorarsene di nuovo, come se fosse la prima volta e senza porsi il problema di quanto accaduto nel frattempo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.416 del 31 ottobre 2000)

BADLY DRAWN BOY
The Hour Of The Wilderbeast
* * *
Sì, lo so: per ben sei numeri, nella casella di incontro tra The Hour Of The Wilderbeast e il mio nome, le stelle sono state solo due, mentre adesso sono tre: “due” diceva infatti l’impressione iniziale, confermata solo per forza d’inerzia, e “tre” suggerisce invece il nuovo ascolto a qualche mese di distanza. È un dischetto adorabile, quello del “ragazzo mal disegnato”: pop ma non troppo, psichedelico ma non troppo, ruvido ma non troppo, malinconico ma non troppo, sperimentale ma non troppo. A voler essere pignoli (ma non troppo), penalizzato soltanto da qualche eccesso sintetico e da una certa tendenza al sovra-arrangiamento che forse sottrae all’insieme qualcosa in termini di calore e sentimento. Questione di gusti, in ogni caso… ma, cari abbonati, riuscirete mai a perdonarmi di non aver pensato di inserire un brano del calibro di Another Pearl (un titolo, un programma) in uno dei nostri/vostri ultimi CD?
(da Il Mucchio Selvaggio n.417 del 7 novembre 2000)

BLONDE REDHEAD
Melody Of Certain Damaged Lemons
* * * *
Andando a memoria e senza ovviamente contare eventuali capolavori che usciranno nelle prossime settimane, non ho dubbi: Melody Of Certain Damaged Lemons è il mio album “indie rock” preferito del 2000. Lo pensavo mentre lo recensivo nella scorsa primavera e ne sono ancor più convinto oggi, dopo che mesi di ascolti – per piacere personale e non per esigenze professionali – me lo hanno rivelato sempre più fascinoso e intrigante, facendomi aggiungere la fatidica quarta stella alle tre allineate mesi orsono. Non stanca mai, l’ultimo Blonde Redhead, grazie al suo equilibrato melange di passionalità, estro e buon gusto; impossibile non essere conquistati dal suo “pop” obliquo e visionario, tanto meravigliosamente artigianale nell’attitudine quanto perfetto nella confezione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.418 del 14 novembre 2000)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.

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Oltre le stelle (1)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BELLE AND SEBASTIAN
Fold Your Hands, Child…
* * *
All’ultimo dei Belle And Sebastian ho dato tre stelle, l’unico voto che rende giustizia alla sua innegabile bellezza ma che tiene anche conto degli ulteriori margini di crescita del gruppo di Stuart Murdoch. Trovo che Fold Your Hands, Child, You Look Like A Peasant sia un lavoro affascinante, ricco di splendide canzoni folk-pop in apparenza semplici ma in realtà sofisticate (qualcuno potrebbe dire un po’ troppo, ma è questione di gusti) e per nulla banali: un equilibrio, quello tra immediatezza, sobrietà, intensità e ricerca, che non molti – almeno sull’intera distanza dell’album – possono vantarsi di aver raggiunto in modo così perfetto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.409 del 12 settembre 2000)

SINÉAD O’CONNOR
Faith And Courage
*
In tutta franchezza, credo che uno dei pochi meriti dell’ultima Sinéad O’ Connor sia avere decisamente limitato la presenza sul mercato discografico. Lezioso e povero di spontaneità, Faith And Courage non aggiunge nulla di davvero interessante a un discorso artistico che ha già raggiunto il “top” nei primi lavori degli ‘80; certo, un paio di episodi si elevano dal piattume, ma non bastano a risollevare le quotazioni di un’artista che, non bastassero i suoi comportamenti isterici (folli?), continua oltretutto a essere antipaticissima.
(da Il Mucchio Selvaggio n.410 del 19 settembre 2000)

PEARL JAM
Binaural
* * *
Da qualche album a questa parte mi capita di sentire frasi tipo “i Pearl Jam hanno rotto le palle”: affermazioni che, per quanti vedono la musica solo in termini di novità (pur se spesso fittizia), non sono forse del tutto campate in aria, ma che sul piano generale si rivelano sterili e soprattutto ingiuste. È vero, Eddie Vedder e soci vantano un approccio classico al rock e qualche atteggiamento di sapore “paternalistico”, ma le loro doti di autori e interpreti e la loro coerenza concettuale non possono essere messe in dubbio. Forse non sarà il capolavoro della band, ma Binaural è ben scritto, ben suonato e figlio di urgenze espressive in apparenza autentiche: Pearl Jam al 100%, con poche aperture inedite rispetto al passato e determinato a non cavalcare mai le onde di chissà quale effimero trend. Solo rock, vero: potente, lirico, ossequioso delle radici e dotato di un respiro epico che fa tanto ‘70 e Led Zeppelin. E orgoglioso di esserlo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.411 del 26 settembre 2000)

JAY-JAY JOHANSON
Poison
* *
Non mi fa impazzire, JayJay Johanson. Mi spiego meglio: lo trovo molto bravo in quel che fa, mi sembra più che degno di rispetto e stima e penso anche che porti avanti – nei limiti imposti dalle contingenze – un discorso “originale”. Però, in generale, non amo crogiolarmi nella depressione cosmica da lui evocata, e non mi vergogno di confessare che in condizioni normali parecchi suoi brani mi provocano, se non addirittura l’elefantiasi dello scroto, almeno una discreta orchite; credo sia un fatto di sensibilità, ma se proprio decido di volermi stordire di malinconia preferisco Nick Drake, o Tim Buckley, o al limite Belle And Sebastian. Non è il capolavoro di J.J., Poison: meglio Tattoo e meglio ancora Whiskey, nel complesso più estrosi. Ma è senza dubbio un buon disco, e Colder è una di quelle canzoni che, ascoltata in un momento particolare, possono anche cambiare la vita.
(da Il Mucchio Selvaggio n.412 del 3 ottobre 2000)

DEFTONES
White Pony
* * * *
Si assegnano di rado, le quattro stelle: il più delle volte quando il titolo preso in esame, oltre a suscitare l’incondizionata approvazione del votante sul piano sia “critico” che “emotivo”, offre anche qualcosa in più. Nel caso di White Pony, che solo un’incomprensione redazionale ci costrinse a recensire in appena un quarto di pagina, il quid extra è la facoltà di conquistare l’intero pubblico “rock” e non solo la pur ampia schiera degli aficionados del crossover: e questo, si badi bene, in virtù di una contaminazione a 360° che peraltro non rinnega quelle caratteristiche – potenza, spigolosità e asprezza al confine con la ferocia – che del crossover stesso sono quasi sempre le armi più efficaci. Certo, qualche “khomeinista” dell’assalto sonoro potrebbe parlare di ammorbidimento o addirittura di commercializzazione, ma non fa nulla: White Pony brucia ugualmente di passioni forti e, quando vuole, graffia e ferisce a sangue. Non ci si scandalizzi, però, di fronte all’affermazione che pezzi come Change (In The House Of Flies) sembrano evocare il lirismo epico dei vecchi U2, o che se Jeff Buckley si fosse dato al post-metal il risultato sarebbe stato sorprendentemente simile a Pink Maggit.
(da Il Mucchio Selvaggio n.413 del 10 ottobre 2000)

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Blow Up n.249


È uscito in tutte le edicole il nuovo numero di Blow, 148 pagine per 7 euro, ricchissimo di contenuti che potrete approfondire cliccando qui. Per quanto riguarda me, vi ho contribuito con sei pagine di retrospettiva sui Buzzcocks (Beppe Recchia e Christian Zingales hanno poi “completato il discorso”, occupandosi rispettivamente della produzione solistica di Pete Shelley e della carriera di Howard Devoto) e con le nove della terza (e ultima) parte del mio dossier sul “synthpunk” americano a cavallo degli anni ’70 e ’80, oltre che con le recensioni del nuovo Pavlov’s Dog e della raccolta-(auto)tributo al Paisley Underground “3×4“.

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Classic Rock n.75

Se penso a quando ho iniziato a scrivere su “Classic Rock” mi sembra ieri, e invece i numeri che contengono miei articoli sono già, speciali esclusi, ben cinquantadue. A quest’ultimo ho contribuito con un pezzo di tre pagine su “Tommy” degli Who contestualizzato al 1969, con un’intervista a Manuel Agnelli e con le recensioni di vari nuovi album (Long Ryders, Michael Chapman, Bob Mould, Massimo Volume e Afterhours) e di due ristampe dei Buzzcocks.

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1999: la mia playlist

A inizio 2000 i giornalisti del Mucchio furono chiamati a redigere l’elenco delle loro preferenze discografiche per il 1999 e in quella circostanza si esagerò: venticinque titoli. OK, l’anno era stato particolarmente ricco, ma forse erano un po’ troppi. Ripropongo comunque l’elenco così com’era, ma con un disco in meno perché non si trattava di un’autentica novità bensì di un raccolta di materiali d’archivio. Avrei anche potuto dimezzare il numero, ma l’operazione sarebbe stata “con il senno di poi”, e allora perché? Beccateveli tutti e ventiquattro e che buon pro vi faccia.
Afterhours – Non è per sempre
Assalti Frontali – Banditi
Beck – Midnite Vultures
Black Heart Procession – 2
Blur – 13
Elettrojoyce – Elettrojoyce
Estra – Nordest cowboys
Flaming Lips – The Soft Bulletin
Julie’s Haircut – Fever In The Funk House
Korn – Issues
Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You
Inger Lorre – Transcendental Medication
Marlene Kuntz – Ho ucciso paranoia
Mogwai – Come On Die Young
Mike Ness – Cheating At Solitaire
Nine Inch Nails – The Fragile
Pavement – Terror Twilight
Iggy Pop – Avenue B
Rage Against The Machine – The Battle Of Los Angeles
Stan Ridgway – Anatomy
24 Grana – Metaversus
Venus – Welcome To The Modern Dance Hall
Tom Waits – Mule Variations
XTC – Apple Venus Vol.1

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Snakefinger, 1981

Serie “Fotografie”, n.7
Firenze, il mitico Casablanca, 15 aprile 1981. Philip Lithman in arte Snakefinger, un passato nel rock-blues ma notorietà dovuta al suo ruolo di chitarrista dei Residents e alla sua carriera da solista alla corte della Ralph Records, suona per la prima volta in Italia. Di spalla, i Pale TV, una brillante band post-punk di Parma, titolare di un ottimo LP per la Italian Records. Per il concerto mi spostai appositamente in Toscana, ebbi occasione di incontrare il musicista nei camerini e, dopo qualche chiacchiera, lo immortalai mentre “leggeva” uno dei numeri del Mucchio Selvaggio che gli avevo portato perché contenenti cose che avevo scritto su di lui. Lo avrei rivisto nel 1983 a Roma ma il due sarebbe rimasto senza il tre per via della sua improvvisa e inattesa scomparsa nel 1987, appena trentottenne. Chi non l’avesse mai ascoltato consideri questo post come un invito ad ascoltare il suo bellissimo e particolarissimo art-rock.Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981

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AudioReview n.405

È in edicola il numero di gennaio di AudioReview, che ovviamente è dedicato in prevalenza ad argomenti tecnici ma che si occupa anche parecchio di musica, con recensioni di classica, jazz, rock-pop, world, vinile e quant’altro scritte da irreprensibili esperti. Per quanto riguarda i miei contributi personali, segnalo la trentunesima puntata della rubrica “Le canzoni raccontate – Storie, retroscena e leggende della musica che gira intorno” (dedicata a “Roxanne” dei Police) e, nella sezione musica, recensioni di Bruce Springsteen (disco del mese), Colter Wall, Deerhunter, Sharon Van Etten, Third Ear Band (ristampa) e Max Gazzè (ristampa vinile).

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Erode

Mi capita abbastanza spesso di imbattermi per puro caso in recensioni scritte anche decenni prima e totalmente rimosse dalla memoria; più che comprensibile, specie quando – come qui – si parla di una band che ha pubblicato un solo album. Però, se il livello dell’album è questo, condividere certi pensieri diventa un dovere morale; lo feci all’epoca, quasi ventidue anni fa, diffondendoli tramite due riviste dovere, e lo rifaccio oggi qui sul blog.

Tempo che non ritorna
(Gridalo Forte)
Gli Erode, purtroppo, si sono sciolti, seppur gridando forte la loro rabbia e la loro voglia di reazione costruttiva. A mo’ di testamento spirituale ci hanno lasciato un album di straordinaria forza, che attraverso suoni e parole affilati come lame e pesanti come macigni rinnova il mito di un punk inteso come strumento di lotta sociale e di risveglio delle coscienze; un punk che sotto il profilo musicale si ispira all’hardcore più o meno melodico dei primi anni ‘80 – dalla California dei Bad Religion all’Inghilterra di 4 Skins e Infa Riot – ma che nonostante la sua impronta tradizionalista si rivela maledettamente attuale e sovversivo. Continua a leggere

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Blow Up n.248

In edicola il nuovo numero di Blow Up, ricco di scritti su temi spesso inusuali e (ovviamente) sempre interessanti che potrete scoprire nel dettaglio cliccando qui. I miei contributi? La seconda parte del dossier sulla prima generazione del synthpunk americano (la prima era dedicata a Los Angeles, qui si parla per otto pagine di San Francisco), una pagina di recensione del nuovissimo (al momento non ancora uscito, in realtà) dei Flesh Eaters e la recensione standard dell’ultimo della Bandajorona. 148 pagine a 7 euro, sostenete l’editoria che ce n’è sempre bisogno.

Gli abbonati lo avranno già ricevuto gratis, ma tutti gli altri sappiano che in edicola è anche disponibile il n.13 della collana di libri “Director’s Cut”, dedicato agli Swans e firmato da Paolo Bertoni. Chi non lo trovasse può acquistarlo presso il sito o su Amazon.it.

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Vinile n.17 + Bob Dylan

In edicola due nuove riviste della grande famiglia di Classic Rock alle quali ho avuto il piacere di collaborare. Nel n.17 di Vinile ho scritto un articolo su quello che dovrebbe essere il primo disco in assoluto di Demetrio Stratos (in epoca pre-Ribelli) come cantante di una band-fantasma; è una storia molto curiosa e interessante della quale, a quanto sembra, non sapeva nulla nessuno (un plauso a Vito Vita per averla portata alla luce con le due interviste che accompagnano il mio pezzo).
Per l’albo speciale dedicato a Bob Dylan ho invece scritto le schede di quattro album, tre mitici e uno no: The Freewheelin’, Blood On The Tracks, Down In The Groove e Oh Mercy.
Per avere un quadro più ampio dei contenuti dei due giornali basta cliccare sulla foto e leggere gli eloquentissimi strilli di copertina.

 

 

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Classic Rock n.74

Quasi un mesetto fa ho trascorso tre/quattro giorni in “full immersion” nella musica di Neil Young dal 1969 al 1979: un’esperienza magnifica che consiglio a chiunque, dalla quale ho ricavato un lunghissimo articolo per il primo numero del 2019 di Classic Rock, già in tutte le edicole. Nella rivista ci sono ovviamente molte altre cose di grande interesse che potete vedere leggendo gli strilli. I miei altri contributi di questo mese alla nobile causa sono un’intervista a Giorgio Canali e le recensioni del nuovo Bevis Frond, di un LP di rarità di Iggy & The Stooges e di un pregevole cofanetto dedicato al pop-rock “barocco” britannico a cavallo tra Sixties e Seventies, Please Join My Orchestra.

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Il disco più strano che ho…

dovrebbe proprio essere questo. Si tratta di un 45 giri con due brani autoprodotto da una curiosa band “surf-punk” (giusto per trovare un’etichetta di comodo) di Toronto, Canada, chiamata Shadowy Men On A Shadowy Planet, dall’appropriatissimo titolo Explosion Of Taste. Il singolo è contenuto in una padellina di alluminio piena di chicchi di mais, eventualmente collocabile sui fornelli per trasformarli in pop corn. Quando lo comprai all’epoca dell’uscita, esattamente trent’anni fa, ne estrassi il vinile e richiusi la confezione; non so e non voglio sapere in che condizioni sia oggi il mais all’interno. Ignoro la tiratura, che comunque suppongo parecchio bassa; per la cronaca, l’unica copia attualmente in vendita su Discogs viene offerta a 219 dollari.

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Skiantos a fumetti

Sono ormai quarant’anni che gli Skiantos occupano un posto fisso nel mio cuore. Li ho scoperti con il singolo Io sono un autonomo/Karabignere Blues, ho acquistato in tempo reale Mono/Tono (ovviamente “giallo gastrite”), ho ricevuto dalle mani di Oderso Rubini la rarissima cassetta del primo album Inascoltable, li ho applauditi spesso dal vivo – la prémiere al Piper, 30 novembre 1978 – e ho avuto il grande piacere di chiacchierare più volte con Freak Antoni, che quindici anni fa mi permise anche di realizzare questa bella intervista); Freak per la morte del quale ho pianto sincere lacrime, perché pur avendolo conosciuto superficialmente lo sentivo più “amico” di tanti amici veri. Insomma, quando lo stesso Oderso Rubini di cui sopra mi ha invitato all’Esc Atelier per la presentazione della graphic novel L’irraccontabile Freak Antoni, non ho certo accampato scuse e ho risposto, con entusiasmo, “ok, ci vediamo lì”.
La presentazione, alla fine, l’ho persa. Mi sono presentato puntuale alle 17, ma alle 18 e 30 non era ancora cominciata e avevo un altro appuntamento ineludibile. Oltre a ricordare con Oderso i bei tempi andati, ho però conosciuto l’autore del libro, Francesco “Cisco” Sardano, bolognese d’adozione, tra l’altro una delle menti della rivista autogestita “Burp! Deliri grafico intestinali”; il barbuto ragazzone, veramente simpatico, mi ha fatto cortese omaggio del suo lavoro e ciò mi ha motivato ancor di più a leggerlo pressoché subito. Mi è piaciuto molto, dalla bella prefazione de Lo Stato Sociale – che musicalmente parlando mi disgustano oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che tutto sono fuorché stupidi – fino alla postfazione in perfetto stile Skiantos di Andrea “Jimmy Bellafronte” Setti, compreso il refuso nella cronistoria – ma magari, per qualche bizzarra ragione, è lì apposta – che fa nascere Freak nel 1964 invece che un decennio esatto prima. Anche se gli eventi raccontati con parole e bei disegni “caricaturali” (se così si può dire: insomma, il tratto non vuole essere realistico, e il tutto risulta estremamente efficace) sono in ordine, non si tratta di una classica storia: in pratica, si parla solo dei primi passi della band e della prematura scomparsa del nostro eroe, con uno splendido capitolo che ha come coprotagonista un’altra figura-chiave della scena bolognese, Steno dei Nabat. Tutto scorre benissimo, il mood è quello giusto, e se devo tirar fuori un appunto l’unico che mi viene in mente è proprio che avrei gradito “di più”, anche se quasi centocinquanta pagine non sono poche.
L’irraccontabile Freak Antoni è stato pubblicato – a maggio, apprendo; strano che mi sia sfuggito – dalla Becco Giallo e costa 17 euro. Dopodomani è natale, fate un po’ voi.

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Joe Strummer, 1981

Serie “Fotografie”, n.6
Stadio Comunale di Firenze, 23 maggio 1981. Il mio secondo concerto dei Clash, dopo quello del giugno 1980. Se devo essere sincero ricordo pochissimo, giusto che lo spettacolo mi parve anche migliore del precedente e che mi divertii un sacco, anche per la presenza di tanti amici (tra i quali uno che non c’è più e al quale penso spesso con simpatia e nostalgia, Ernesto De Pascale). Dopo l’evento, i camerini erano affollatissimi, e se anche riuscii a scambiare due parole con qualcuno dei musicisti (cosa non scontata: di solito in questo genere di situazioni mi limito a guardare e ascoltare, e tuttora è così), non ne ho proprio memoria. DI sicuro non scattai foto-ricordo con nessuno, ai tempi non si usava, e ripensandoci mi chiedo se qualcuno degli altri muniti di macchine, professionali e non, abbia magari uno scatto nel quale faccio (non troppo bella) mostra di me in quel contesto, nel fiore dei ventuno anni compiuti da un mese. Comunque sia, ero lì. E con tutto che all’epoca i Clash non fossero la mia band preferita (intendiamoci, erano grandissimi, ma per qualche ragione li vedevo ormai troppo famosi per essere anche davvero “duri e puri” come secondo me dovevano essere tutti i rocker autentici), Joe Strummer mi sembrava una specie di divinità. La foto qui sopra, “rubata” e non in posa, non gli rende giustizia, ma pazienza.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980

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Classic Rock n.73 + Queen


È in tutte le edicole già da un paio di settimane il numero di dicembre di “Classic Rock”, i cui contenuti principali sono chiaramente desumibili dagli “strilli” della copertina. Personalmente non ho scritto granché: solo le recensioni di due novità (Diaframma e Muse) e tre ristampe (Long Ryders, Joy Division + New Order, Greenslade).
Ho però contribuito con un’ampia scheda (un articolo, in pratica) su “Sheer Heart Attack” allo “Speciale Queen”, sempre a cura dello staff di Classic Rock”, arrivato in edicola in questi giorni.

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AudioReview n.404

È approdato in tutte le edicole il numero di dicembre di “AudioReview”, che oltre alle tante pagine dedicate ad argomenti più o meno tecnici legati al “buon ascolto” offre un’ampia sezione musicale da me curata, con decine e decine di recensioni di classica, jazz, rock-pop e quant’altro. La mia firma è apposta sotto la consueta rubrica “Le canzoni commentate”, che questo mese è incentrata su “Lola” dei Kinks, e sotto le recensioni dei nuovi dischi di David Crosby, Michele Gazich, Muse, Julia Holter, Dead Can Dance, Graziano Romani e Soap&Skin, nonché della ristampa dei Calexico. 164 pagine per 7 euro.

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Tuxedomoon, 1980

Serie “Fotografie”, n.5
Era il 9 dicembre del 1980. In seguito il gruppo sarebbe venuto in Italia infinite volte, ma quella era la prima e i Tuxedomoon – come più o meno tutta la scena new wave americana, specie californiana – erano oggetto di un culto non vastissimo ma molto affezionato. Non ebbi così alcuna esitazione a prendere un treno diretto a Bologna (non ridete: nel 1980, “prendere un treno” era una cosa che non si faceva con leggerezza) per assistere al concerto che si tenne al Teatro Antoniano, non grandissimo ma molto accogliente e adatto alla circostanza. La line-up della band era a stessa del primo album Half-Mute, a tre, con Steven Brown, Peter Principle e Blaine L.Reininger; con grande disappunto di tutti i presenti non proposero No Tears, ma la lunga scaletta fu comunque assai bella, con brani come Dark Companion, What Use?, Everything You Want, Desire, Pinheads On The Move. Avevo portato la mia fedele Olympus, con la quale realizzai un’abbondante trentina di diapositive. Lo scatto sopra, magari non bello ma di sicuro curioso, ritrae Steven Brown impegnato a cantare e produrre suoni inusuali per l’epoca; per quello sotto, invece, mi ero voltato verso il pubblico (io ero sotto il palco, se ben ricordo in uno spazio riservato ai fotografi), in particolare per immortalare i due amici bolognesi con i quali mi ero recato al concerto: Oderso Rubini, il boss della leggendaria Italian Records, e Red Ronnie, che all’epoca era uno dei giornalisti musicali più vulcanici ed esperti in nuova musica.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986

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Frank Zappa (1993-2018)

Ho dragato con la massima attenzione il mio archivio avendo la conferma di quello che già sapevo: su Frank Zappa non ho mai scritto. Ho allora colto l’occasione di questo (triste) anniversario della scomparsa per raccontare come mai non ho speso parole su uno dei protagonisti credo indiscussi della musica del secolo scorso, anche perché i soliti malfidati non pensino che per qualche (assurda) ragione non lo ritenga meritevole.
Il mio primo contatto con lui avvenne all’inizio-inizio dei ’70, quando con alcuni compagni delle medie frequentavo una sala giochi (dove in teoria non dovevamo essere ammessi, in quanto minori di quattordici anni). Sul muro, sopra uno dei flipper, troneggiava un favoloso poster con la scritta “Phi Zappa Krappa” e il Baffone seduto sulla tazza del cesso. Non avevo la minima idea di chi fosse o come si chiamasse, ma immediatamente mi diede l’idea di una figura sulla quale era il caso di indagare. Domandai lumi e appresi che era un musicista americano, uno che suonava “rock strano”, ma non trovai nessuno che possedesse qualche suo disco e quindi mi rassegnai al “prima o poi…”. Mesi più tardi e dopo avere acquisito ulteriori informazioni, mi fu alla fine registrato su cassetta 200 Motels e… ok, il tizio era davvero unico nel suo genere, ma non lo capivo e non mi veniva da ascoltarlo. Feci un secondo tentativo mi sembra con Freak Out!, e ne rimasi ugualmente disorientato. Negli anni seguenti, testai altri scampoli di Zappa perché era ovvio che si trattava di uno assolutamente da conoscere almeno a grandissime linee, ma ero ancora nella fase in cui spendevo soldi solo per LP che presumibilmente avrei ascoltato. E poi, quando già ero un addetto ai lavori, prima in radio e poi anche sulla carta stampata, non smettevo di leggere delle sue nuove gesta e magari di assaggiare qualcosa, ma ero ormai convintissimo che con Frank, ovviamente per colpa mia, non avrei potuto trovarmi in linea. Per coerenza non ne ho mai scritto e credo anche di averlo citato assai di rado.
Però questa cosa che “non mi piaceva” uno che avrebbe avuto tutte le carte in regola per piacermi non l’ho mai vissuta bene, e una ventina di anni fa ho voluto approfittare di una promozione e ho acquistato a un prezzo più che conveniente tutte le ristampe in CD della Rykodisc; proprio tutte, sì, perché nel caso non l’aveste capito di Zappa non avevo mai comprato neppure un album in vinile. Per circa una settimana mi ci sono gettato sopra, capendo un bel po’ di cose sulla genialità, il coraggio, lo spirito di questo straordinario personaggio; di sicuro molte altre non le avrò capite, ma sarà divertente scoprirle – è già accaduto – con ulteriori, sporadiche frequentazioni. Amo Frank Zappa, tantissimo, ma non mi viene mai voglia di ascoltarlo. E continuo a non scriverne: per serietà, per pudore, perché fortemente intimidito dalla sua mostruosa – per mole – eredità artistica, e non perché “ce l’abbia” con lui per quella battuta scema – ma mica tanto: a ben vedere, aveva visto il futuro della Rete – sulle riviste di musica rock scritte da gente che non sa scrivere per gente che non sa leggere. Non l’ho fatto nemmeno qui, adesso, dove a ben vedere ho scritto di me perché sul mio blog faccio quello che mi pare. Un caro saluto, Frank, e grazie di tutto. Non ci sei più da un quarto di secolo e manchi ma in fondo in qualche modo ci sei sempre, come in quel manifesto sul quale mi guardavi da sopra il flipper mentre cacavi. Non mi stupirei nell’apprendere che lo stavi facendo per davvero, davanti all’obiettivo di Robert Davidson.

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