Vinile n.22

È nelle edicole il n.22 di “Vinile”, bimestrale con il quale collaboro più o meno stabilmente dall’inizio. Come potete vedere dagli strilli, contiene un sacco di servizi particolari e tra questi ce n’è uno mio dedicato ai cinquant’anni della canzone “Lella”… che credo conosciate tutti, ma non ai livelli di approfondimento del mio articolo, in larga parte costituito da un’intervista agli autori Edoardo De Angelis e Stelio Gicca Palli.

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1.000 dischi, ancora

Insomma, è andata così. Il libro dei 1000 album fondamentali edito all’inizio del 2012 era ormai esaurito, e ristamparlo tale e quale non avrebbe avuto alcun senso. Sollecitati dalla Giunti, abbiamo allora deciso di approntarne una nuova versione, lasciando fuori i progenitori e la maggior parte dei titoli più “laterali” al rock; al loro posto abbiamo inserito un tot di dischi usciti dal 2012 in poi e altri “storici” che nel vecchio libro non eravamo proprio riusciti a far entrare, integrando il tutto con cento dischi “di culto” che ci piacevano tanto. Inoltre, abbiamo sostituito qualcosina, rivisto ogni singola scheda, corretto i refusini e riorganizzato la sequenza, evitando l’ordine alfabetico generale e suddividendo la materia in quattro sezioni: 200 capolavori, 300 imperdibili, 500 consigliati, 100 culti. Il volume, di oltre 500 pagine e dello stesso formato del suo predecessore, è stato infine corredato di una nuova, bellissima copertina rigida e posto in vendita – da oggi, 16 ottobre – al prezzo di listino di 28 euro, in tutte le librerie fisiche e on line.
Eddy Cilìa e io ci siamo occupati della selezione degli album e della stesura dell’80% delle schede, mentre i colleghi e amici Carlo Bordone e Giancarlo Turra hanno fornito suggerimenti e scritto il resto. Non posso che ringraziare in anticipo chi ci darà fiducia e sosterrà il progetto, confidando che ne sarà soddisfatto; almeno nel complesso, perché ben si sa che, in questo ambito, mettere d’accordo tutti è impossibile.

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AudioReview n.413

Da fine settembre è in edicola il n.413 (ottobre) di “AudioReview”, con notizie sul mondo dell’Hi-Fi, prove di apparecchi di ogni genere e tutte le abituali rubriche. Per quanto riguarda i miei contributi personali, oltre ad aver come sempre curato l’ampia sezione musicale, nella rubrica “Le canzoni raccontate” ho scritto di Born To Run di Bruce Springsteen, e ho recensito parecchi dischi: una ristampa in vinile di Willie Nelson e i nuovi album di Tool, Iggy Pop, Neil Young (il live d’archivio), Kim Gordon, Cesare Basile, Julie’s Haircut, Belle And Sebastian, Liam Gallagher, The Niro/Gary Lucas e Mike Patton & Jean-Claude Vannier.

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Memorabilia (5)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Nel 1992 i Sonic Youth pubblicarono Dirty, il loro secondo  album marchiato dalla DGC. Per l’occasione, l’etichetta realizzò un gadget promozionale ispirato ai “mobiles”, le sculture cinetiche. Il mio è appeso al soffitto di una stanzetta-archivio dove conservo materiale vario. La foto non è il massimo, ma credo renda bene l’idea dell’oggetto, che – per la cronaca – ha un’altezza totale di circa un  metro.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.
Memorabilia 4: L’accendino Zippo dei Litfiba.

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2005: la mia playlist

La mia playlist del 2005, compilata per il Mucchio, comprendeva otto album stranieri e due italiani, perché – suppongo – volevo in partenza che la proporzione fosse di quattro a uno. In realtà, sul giornale finì per errore l’album omonimo dei Lost Sounds, disco strepitoso ma uscito nel 2004 (e infatti presente nella playlist del 2004); qui naturalmente ho rimediato recuperando il titolo giusto.Afterhours – Ballate per piccole iene
Benjamin Biolay – A l’horigine
Black Rebel Motorcycle Club – Howl
Julian Cope – Citizen Cain’d
Eels – Blinking Lights And Other Revelations
The Kills – No Wow
Low – The Great Destroyer
Marco Parente – Neve (Ridens)
Rolling Stones – A Bigger Bang
Sleater-Kinney – The Woods

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
19791980198119821983198419851986 – 1987198819891990 – 1991199219931995 – 1996 – 1997199819992000 – 20012002200320042006 – 2007 – 2008200920102011201220132014201520162017

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Blow Up n.257

È in edicola il numero di ottobre di “Blow Up”, 148 pagine per 7 euro, con tutti i contenuti ricchi, eterogenei e spesso imprevedibili che potete leggere negli strilli (e approfondire cliccando qui).
I miei contributi personali sono due recensioni molto estese di Angel Olsen e Tool, una piuttosto lunga della ristampa di Arthur dei Kinks ealtre normali di Refused, Doctors Of Madness e Nicolò Carnesi, nonché del romanzo “antibiografico” firmato Marco Amerighi/Zen Circus.
Dimenticavo: gli abbonati lo avranno ricevuto come al solito assieme al giornale, ma gli altri potranno acquistare nelle edicole principali (a 10 euro) o presso il sito (a 12 euro) il nuovo libro della collana “Director’s Cut”, dedicato ad Aphex Twin e firmato da Christian Zingales.

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Richard Hell

Oggi Richard Hell compie settant’anni. Ne aveva appena (o “già”: questione di punti di vista) ventotto quando pubblicò questo suo folgorante primo album, che nel 2017, in occasione del quarantennale, è stato ristampato in una “deluxe edition” che non mancai di recensire.

Richard Hell & The Voidoids
Blank Generation
40th Anniversary Deluxe Edition
(Rhino)
Se la materia analizzata è il punk delle origini, nato negli USA attorno alla metà dei ’70 e di lì a poco perfezionato – per così dire – in Gran Bretagna, l’esordio di Richard Hell è senza dubbio tra i cinque album più importanti, dalla cui conoscenza non si può prescindere; per il sound ruvido e selvaggio, seppure non classicamente punk in quanto poco compatto e pervaso da tensioni intellettuali/sperimentali, e per la straordinaria forza iconica. Si pensi alla title track, che in 2:42 spiega come meglio non si sarebbe potuto la filosofia del movimento, o a quell’altro incredibile inno/manifesto che è Love Comes In Spurts, o a una “ballata” torbida e malsana come Another World; senza dimenticare che il look sfoggiato nella foto di copertina di Roberta Bayley, adottato da anni da Hell, è quello su cui Malcolm McLaren ricalcò l’immagine dei Sex Pistols dopo aver cercato di persuadere il nostro riluttante eroe a seguirlo a Londra per diventare, prima che Rotten irrompesse in scena, frontman dei suoi protetti.
Importanza storica a parte, Blank Generation è però anche un eccezionale disco di rock abrasivo, tagliente, nervoso e notturno, collocabile sulla scia dei Velvet Underground come il coevo Marquee Moon dei Television: facce della stessa medaglia, e non a caso Hell e Tom Verlaine avevano guidato in coppia – convivenza problematica, come dimostrato dalla burrascosa separazione – la “meteora” Neon Boys. Nessuno stupore, insomma, che a dispetto del successo commerciale assai relativo sia stato gratificato di numerose ristampe. L’ultima della serie è questa approntata per il quarantesimo compleanno, con la scaletta del 1977 arricchita di rarità e inediti dello stesso periodo (cinque versioni alternative di studio e cinque dal vivo al CBGB’s, più uno spot radiofonico della Sire) e la comunque nota Oh registrata nel 2000 dal mitico quartetto dell’epoca (Robert Quine e Ivan Julian alle chitarre, Marc “Marky Ramone” Bell alla batteria, Richard Lester Meyers in arte Richard Hell a basso e voce). Benché non offrano rivelazioni, gli extra hanno un senso, ma certo irrita che non si sia sfruttata l’occasione per recuperare una buona volta dagli archivi tutti i provini e le outtake disponibili, per di più escludendone alcuni già riesumati in precedenza. Tra un accidente e l’altro inviato ai maledetti discografici, va però ammesso che l’oggetto è di pregio, con foto e testi esplicativi che faranno la gioia degli esegeti.
Tratto da Blow Up n.235 del dicembre 2017

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Classic Rock 83

È in edicola il numero di ottobre di “Classic Rock”, i cui argomenti principali si possono desumere dagli “strilli” della copertina qui sopra: tra questi, un mio articolo di dieci pagine sulla carriera solistica di Iggy Pop. Ho poi recensito in esteso il nuovo album di Mark Lanegan e le ristampe dei Dinosaur Jr., mentre più in breve mi sono occupato di Kim Gordon e Kristin Hersh (ristampa).

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Oltre le stelle (21)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
RED HOT CHILI PEPPERS
By The Way
*
Contrariamente a quanto afferma chi – purtroppo per lui – ha una visione abbastanza distorta della musica, il problema non è che i Red Hot Chili Peppers abbiano realizzato un lavoro commerciale: il punto, semmai, è che By The Way non è efficace e ispirato come il precedente (pur commerciale) Californication nell’imbastire sonorità capaci di suscitare emozioni vere e approvazioni non di circostanza. Ai quattro ragazzacci non si può certo rinfacciare di non essere più la macchina da guerra dei primi ‘90, ma queste canzoni sono nel complesso povere di anima, perfette sul piano tecnico e per forza di cose dotate di gran classe ma senza dubbio poco stimolanti. Insomma un album bolso, dove i brani che funzionano di più sono quelli che ricalcano pedissequamente schemi già sentiti in passato, e quelli che funzionano di meno scivolano via senza lasciar traccia; un po’ poco, ne converrete, per attribuirgli più di una stellina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.513 del 10 dicembre 2002

 

PRIMAL SCREAM
Evil Heat
* * *
A me i Primal Scream sono sempre piaciuti: sia all’inizio della carriera, quando si aggrappavano al carro della neo-psichedelia, sia qualche anno dopo, quando con simpatica sfacciataggine “plagiavano” i Rolling Stones, e sia oggi che si impegnano con successo nel coniugare rock ed elettronica. Bobby Gillespie e compagni non inventano nulla di nuovo ma sanno fare il loro mestiere con ispirazione, equilibrio e classe: questo il giudizio a freddo – coincidente con quello a caldo espresso in sede di recensione – su Evil Heat, che vale il precedente XTRMNTR e forse, nel complesso, gli è addirittura (seppur di poco) superiore. Capisco chi non riesce ad apprezzare la musica dei Primal Scream, perché cupa, claustrofobica e teatrale (teatrale?), ma i gusti sono gusti. E comunque, al di là di questo, Evil Heat continua a essere un eccellente album di rock moderno con le radici ben salde nel passato. Con quel che passa oggi il convento, siete sicuri che sia poco?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.514 del 17 dicembre 2002

FLAMING LIPS
Yoshimi Battles The Pink Robots
* *
Un buon album di pop deviato, quest’ultimo dei Flaming Lips. Buono ma non eccelso, specie al confronto con le produzioni degli anni ‘80 – quelle da poco ristampate nei due box (Finally The Punk Rockers Are Taking) Acid e (The Day They Shot A Hole In Jesus) Egg – che mostravano la band in una veste assai più ruvida e convulsa. Se un tempo i dischi di Wayne Coyne e compagni erano la trasposizione in musica di un “bad trip”, oggi Yoshimi Battles The Pink Robots propone un viaggio assai meno inquietante e pericoloso, anche se non meno creativo e interessante. Forse, allora, il problema è solo mio: avendo seguito in tempo reale il loro intero percorso, non riesco a dimenticarmi di quanto il mio coinvolgimento all’ascolto dei vecchi Flaming Lips – ben più fisici e sovversivi – fosse nettamente superiore. Vediamola così, con un parallelo “blasfemo” (ma neanche tanto) con i Pink Floyd: Hear It Is sta a The Piper At The Gates Of Dawn come Yoshimi Battles The Pink Robots a Wish You Were Here. Secondo voi, uno come me potrebbe mai preferire una pur bella Shine On You Crazy Diamond a una Lucifer Sam?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.515 del 24 dicembre 2002

COLDPLAY
A Rush Of Blood To The Head
* *
Non credo che saranno poi in molti a considerarmi una specie di alieno, per questa mia dichiarazione di semi-indifferenza per i Coldplay, che non è neppure il classico “fulmine a ciel sereno” visto che il mio giudizio era stato tiepidino anche all’epoca dell’esordio. Rispetto a Parachutes il nuovo A Rush Of Blood To The Head sembra più maturo e compiuto, al prezzo però di un certo calo di freschezza: una freschezza, oltretutto, già relativa, alla luce dell’abile ma sfacciata tendenza al riciclaggio di intuizioni altrui sulla quale la band inglese ha costruito le sue notevoli fortune. Attingono nelle loro radici anni ‘80, i Coldplay, e lo fanno anche con ispirazione e classe superiori a tanti loro colleghi. Il mio problema è che le loro pur belle canzoni non riescono a emozionarmi fino in fondo: se non proprio artificiosa in toto, la loro innegabile poesia mi sembra “confezionata”, “studiata”, “pianificata”. Fossi un cinico bastardo, direi che ogni generazione ha i “cantori di malinconia esistenziale” che si merita: non lo dirò, ma che nessuno si scandalizzi se affermo che A Rush Of Blood To The Head è per me solo un piacevole sottofondo e che preferisco tenermi stretti Nick Drake, i Buckley o gli U2 di Boy e October.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.516 del 14 gennaio 2003

QUEENS OF THE STONE AGE
Songs For The Deaf
* * * *
Se avete circa quarant’anni e frequentavate un liceo di sinistra, non potete non ricordare il memorabile inizio dell’allora gettonatissimo romanzo Porci con le ali: sì, proprio quell’interminabile sequenza di cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo (il seguito non lo riporto perché sessista e fuori contesto). Aggiungendo a ogni cazzo un punto esclamativo, avrete una grezza ma eloquente sintesi del mio giudizio sul terzo album dei Queens Of The Stone, oggi persino più positivo di quando, quattro mesi fa, temevo forse che di essere troppo influenzato dall’entusiasmo del momento. Grandissimo disco psichedelico, Songs For The Deaf, nel senso più nobile e costruttivo del termine, che si muove in mille direzioni senza essere dispersivo; e anche se, diversamente da taluni colleghi di odiosa arroganza, non sono solito esprimere siffatti giudizi estremisti, non ho remore ad affermare che chi non apprezza (o, almeno, si toglie il cappello) di fronte a esso, di rock non capisce un… cazzo. Così, per restare in tema.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.517 del 21 gennaio 2003

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tool, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.
In “Oltre le stelle” 17: Teenage Fanclub & Jad Fair, Marianne Faithfull, Boards Of Canada, Gomez, Desaparecidos.
In “Oltre le stelle” 18: Neil Young, Elvis Costello, Jon Spencer Blues Explosion, Badly Drawn Boy, Pedro The Lion.
In “Oltre le stelle” 19: Wilco, Tom Waits, Bruce Springsteen, Moby, Dot Allison.
In “Oltre le stelle” 20: Korn, David Bowie, Vines, Sonic Youth, Solomon Burke.

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Memorabilia (4)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Più o meno tutti sanno che Infinito è un capitolo da dimenticare nella discografia dei Litfiba. Molto carino, invece, il gadget promozionale realizzato per il disco dalla EMI: nella scatola di cartone gialla, assieme alla presentazione, a una foto e al CD, c’era un accendino Zippo personalizzato, con inciso sopra lo stesso logo della band usato sulla copertina.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.

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Oltre le stelle (20)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

KORN
Untouchables
* * * *
Da quando ascolto seriamente rock (e dintorni), e sono ormai trent’anni, non mi pongo problemi di stile: ascolto quello che mi piace. E anche in ambito professionale scrivo sempre di ciò che mi colpisce o mi interessa, a differenza di tanti (tristi) “colleghi” che si occupano solo di ciò che può giovare alla loro immagine pubblica di critici svegli brillanti fighi intelligenti al passo coi tempi oh yeah. Non ho quindi alcuna remora ad affermare che amo moltissimo i Korn, pur sapendo bene che molti lettori e collaboratori di questa rivista la pensano in maniera opposta; sbagliando, a mio modo di vedere, magari perché un’innata avversione verso il metal (e suoi derivati) ha loro impedito di ascoltarli davvero. Capisco che quanto proposto da Jonathan Davis e soci possa far schifo, ma trovo assurdo che persone abituate a frequentare assiduamente musica non vogliano ammettere il valore assoluto di una formula capace di coniugare in Canzoni (con la C maiuscola) hard rock estremo, elettronica, punk, rap, psichedelia, dark e progressive. Untouchables è un album strordinario per creatività, energia, fantasia, gusto e ispirazione. E io lo adoro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.508 del 5 novembre 2002

DAVID BOWIE
Heathen
*
Il nutrire una notevole ammirazione per David Bowie non mi impedisce di rilevare che, dalla lontana epoca della formidabile Trilogia Berlinese, il Nostro ha pubblicato ben pochi album davvero memorabili. Anzi, forse addirittura nessuno e di sicuro non questo Heathen, che ha pure i suoi momenti suggestivi – momenti, più che canzoni intere – ma che in generale delude le aspettative accese dal rinnovato sodalizio con Tony Visconti: colpa di una scrittura non proprio vivacissima, di arrangiamenti tronfi e pesanti, di una notevole freddezza di fondo e di una voce che con il suo apparente cadere dall’alto accusa spesso carenze di comunicatività. Non un disco brutto, questo sarebbe troppo, ma un disco di seconda schiera, discutibile nella pur raffinatissima forma e non irresistibile in quanto a sostanza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.509 del 12 novembre 2002

THE VINES
Highly Evolved
* *
All’epoca della sua uscita non mi sono dato grande pena per procurarmi questo Highly Evolved: un paio di recensioni erano state sufficienti non solo a farmelo inquadrare sul piano stilistico ma anche a convincermi – chiamatelo “sesto senso” – che una volta effettuato l’ascolto lo avrei reputato un album carino e stop. Previsioni azzeccate su tutta la linea, visto che l’esordio della band australiana è piacevole ma lamenta una sfacciata tendenza al riciclaggio di intuizioni altrui, un approccio alla scrittura più dispersivo che eclettico e un’impressione di artificiosità resa più evidente da un lavoro di studio un po’ troppo “perfettino”. Più di un brano funziona, questo sì, ma la miscela rock-garage-grunge-psycho-pop elaborata dai Vines non riesce a concretizzarsi in nulla più di un disco carino: forse anche più di tanti altri, ma certo non importante o in grado di colpire in profondità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.510 del 19 novembre 2002

SONIC YOUTH
Murray Street
* *
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” è la storica massima del mio vecchio amico Peter Parker, e il condividerla al 100% spiega le difficoltà da me incontrate nell’apprezzare appieno l’ultimo CD – quello che sancisce ufficialmente l’ingresso in organico di Jim O’Rourke – di una Gioventù Sonica ormai non più tanto giovane. Il dato positivo è che il gruppo newyorkese non ha perso il coraggio di azzardare “nuove” vie, quello negativo è che l’album in questione – a tratti molto prevedibile, e non sempre ispiratissimo a livello compositivo – non sembra possedere gli spunti e la magia di (capo)lavori da tre/quattro stelle come Bad Moon Rising, Evol, Daydream Nation, A Thousand Leaves, NYC Ghosts And Flowers. Fin troppo ovvia, quindi, la conclusione: due stelline. Quelli di Murray Street sono sempre i Sonic Youth, ma sono Sonic Youth di seconda schiera.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.511 del 26 novembre 2002

SOLOMON BURKE
Don’t Give Up On Me
* * * *
Lo ammetto: quando mesi orsono ho ascoltato per la prima volta Don’t Give Up On Me, l’ho fatto con superficialità. Sarà stata la fretta, i troppi altri dischi da valutare o una predisposizione d’animo non esattamente favorevole, ma le due stelline mi erano sembrate il giusto voto per un veterano del soul che, a sorpresa, aveva sfornato un album all’altezza della fama conquistata con pieno merito nei Sixties. Il volerlo recensire per il “Mucchio Extra” mi ha però costretto a una frequentazione più attenta e assidua, e gli astri d’inchiostro sono subito diventati quattro: e questo perché Don’t Give Up On Me non è (solo) il formidabile ritorno di quello che si credeva ormai un nobile decaduto, ma un lavoro eccellente per scrittura, arrangiamenti e interpretazioni canore. Magari il Vescovo non saprà più riconfermarsi allo stesso livello, ma non importa: di fronte a prove del genere, c’è solo da applaudire. E schiacciare il tasto repeat del lettore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.512 del 3 dicembre 2002

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tool, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.
In “Oltre le stelle” 17: Teenage Fanclub & Jad Fair, Marianne Faithfull, Boards Of Canada, Gomez, Desaparecidos.
In “Oltre le stelle” 18: Neil Young, Elvis Costello, Jon Spencer Blues Explosion, Badly Drawn Boy, Pedro The Lion.
In “Oltre le stelle” 19: Wilco, Tom Waits, Bruce Springsteen, Moby, Dot Allison.

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2010: la mia playlist

Compilata per l’Annuario del Mucchio, la playlist del 2010 comprendeva, per scelta “a monte”, sei album stranieri e quattro italiani. L’onestà intellettuale mi fa ammettere che riguardandola adesso me ne meraviglio, perché ben pochi di questi dischi – Massimo Volume sicuramente sì, poi un po’ Joanna Newsom e Gil Scott-Heron – sono rientrati piò o meno spesso tra i miei ascolti successivi. Carta canta, in ogni caso, e se nove anni fa ho indicato proprio questi titoli una valida ragione c’è.
Amor Fou – I moralisti
Ardecore – San Cadoco
Calibro 35 – Ritornano quelli di…
Dirtmusic – BKO
Liars – Sisterworld
Massimo Volume – Cattive abitudini
Motorpsycho – Heavy Metal Fruit
Joanna Newsom – Have One On Me
Gil Scott-Heron – I’m New Here
Swans – My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
19791980198119821983198419851986 – 1987198819891990 – 1991199219931995 – 1996 – 1997199819992000 – 20012002200320042006 – 2007 – 200820092011201220132014201520162017

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Memorabilia (3)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
I tre oggetti promozionali qui fotografati presentano molte divergenze, ma anche alcune affinità. Per esempio, sono legati a tre band emiliane e hanno evidenti connessioni con il bere. Il primo è il boccale dei Modena City Ramblers, risalente al 1994 in cui il gruppo firmò con la Black Out/Universal e ripubblicò il suo primo album con l’aggiunta di un brano – Il bicchiere dell’addio, ospite Bob Geldof – assente nell’edizione originale su X Records. Il secondo è un bicchierino “da scherzo di carnevale” approntato dalla Italian Records nel 1983 per il lancio del secondo, vero album dei Gaznevada, Psicopatico Party. Il terzo, infine, è un gadget del 1979, griffato Cramps, diffuso in pochi esemplari per l’uscita dell’album Kinotto degli Skiantos: una vera bottiglietta di chinotto San Pellegrino dalla quale l’etichetta originale era stata sostituita con un adesivo ad hoc.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses

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Grand Tour – Roma

No, il mio libro “Roma brucia” non c’entra. L’argomento è un articolo in tre puntate sotto l’ombrello della rubrica “Grand Tour”, per dodici pagine complessive (qui le vedete tutte, in dimensioni ridottissime), dedicato ai luoghi musicali della Città Eterna, pubblicato in tre numeri consecutivi di “Blow Up”: quello di giugno, quello di luglio/agosto e quello di settembre (l’unico ancora reperibile in edicola; per gli altri c’è il servizio arretrati). Di sicuro avrò omesso qualcosa, per dimenticanza o per ignoranza (Roma è enorme), ma il quadro globale è comunque imponente e mi sembrava sensato farne menzione in questa sede, dato che sono piuttosto certo del fatto che i titolari/responsabili di molti dei posti citati non ne hanno saputo nulla, così come tanti appassionati che, magari, sarebbero stati interessati all’argomento.
Tutti sappiano, allora, che nella prima parte ho passato in più o meno rapida rassegna qualche decina di negozi di dischi (Millerecords, Laser City, Soul Food, Hocus Pocus, Damna Records And Books, Idee Musicali, Disco+, Ghost Record Store, Blutopia, Radiation, Not Perfect, Discoteca Laziale, Transmission, Il Mangiadischi, Ibs/Il libraccio, le bancarelle di Via delle Terme di Diocleziano, i banchi di Porta Portese, Pink Moon, Elastic Rock, I Want To Believe, Ultrasuoni, L’Allegretto Dischi, Welcome To The Jungle, Goody Music, Vinyl Room, Inferno Store, Round Midnight, Discovery e Ace Records), segnalando anche due negozi di fumetti e dintorni (Pocket 2000 e Forbidden Planet). Nella seconda e nella terza, invece, ho fatto lo stesso con i posti dove si suona, soffermandomi su Palalottomatica, Atlantico Live, Auditorium Parco della Musica, Auditorium Conciliazione, Teatro Sistina, Teatro Brancaccio, Casa del Jazz, ex Ippodromo delle Capannelle, Teatro Romano di Ostia Antica, Laghetto di Villa Ada, Teatro India, Monk, Largo Venue, Black Out, Planet, Wishlist, Locanda Atlantide, Jailbreak, Traffic, Lanificio 159, Lian Club, Quirinetta, Piper Club, Black Market, Chiesa Evangelica Metodista, Chiesa Valdese, Angelo Mai, Forte Prenestino, MAAM, Nuovo Cinema Palazzo, Acrobax, Strike, Intifada, exSnia, Spartaco, Ricomincio dal Faro, La Torre, Brancaleone, Le Mura, Marmo, Beba (do Samba), Fanfulla 5/a, 30 Formiche, Sparwasser, ‘Na Cosetta, Pierrot Le Fou, Klang, Big Mama, Alcazar, L’Asino che vola, Poppyficio, Pinispettinati, Riverside Food Sounds Good, Circolo degli Illuminati, Gregory’s Jazz Club, Mons, Teatro Arciliuto, La Fine, Fonclea, Alexanderplatz Jazz Club eThe Yellow Bar. Documentarsi e dare alla quantità folle di informazioni una forma leggibile è stata una fatica improba, ma ne è valsa la pena… anche se, lo ammetto, mi aspettavo qualche “grazie” e/o “bravo stronzo” in più.

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AudioReview n.412

Dopo l’atipico numero di luglio/agosto, interamente occupato dall’AudioGuida, “AudioReview” ritorna alla norma. Da fine agosto è in edicola il n.412 (settembre), con notizie sul mondo dell’Hi-Fi, prove di apparecchi di ogni genere e tutte le abituali rubriche. Per quanto riguarda i miei contributi personali, oltre ad aver come sempre curato l’ampia sezione musicale (in questo caso, con otto pagine più del solito), mi sono occupato di Wild World di Cat Stevens nella rubrica “Le canzoni raccontate”, ho intervistato parecchio in esteso Franco D’Andrea e ho recensito vari dischi: ristampe in vinile di Battiato e Zucchero, ristampa in CD dei Residents, nuovi album di Ginevra Di Marco e Cristina Donà, Violent Femmes, Winstons, Warrior Soul, Jade Jackson, Thom Yorke e Bruce Springsteen.

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Oltre le stelle (19)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

WILCO
Yankee Hotel Foxtrot
* *
Sì, Gianluca, OK: bravi, i Wilco, lo sono senz’altro, ma scomodare per loro un’espressione come “sacralità della musica” mi sembra un tantino esagerato. Io, francamente, li trovo brillantissimi per quanto concerne il lavoro di cesello strumentale, non proprio trascendentali a livello compositivo e abbastanza irritanti – causa scarsa vivacità – sotto il profilo canoro. D’accordo, svolgono un’eccellente lavoro di recupero in chiave “moderna” delle tradizioni che tutti noi tanto amiamo, ma li preferirei più passionali e meno leziosi; la mia impressione è che per loro il pop sia una faccenda più estetico-intellettuale che non “di cuore”, ed è per questo che non riescono a prendermi. Insomma, due sole stelline: concederne di più mi sembrerebbe scorretto nei confronti di quegli altri artisti che mi piacciono davvero, sia come attitudine che come suono.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.503 del 1° ottobre 2002

TOM WAITS
Alice / Blood Money
* * * / * * *
A caldo, anche dopo ripetuti ascolti, i dischi “gemelli” del grande Tom mi erano piaciuti – e tanto – allo stesso modo: tre stelle ciascuno, quindi, perché le quattro sono e devono rimanere una rarità. A porli su piani diversi avrebbe forse pensato il tempo, quando la scelta meccanica dell’uno o più dell’altro, o dell’altro più dell’uno, avrebbe rivelato l’eventuale preferenza non critica ma “di cuore”. Da tale prova è uscito vincente Alice, ma non in maniera così schiacciante da fargli assegnare il massimo della valutazione o da indurre ad abbassare quella di Blood Money, che in sostanza gli è analogo per livello qualitativo. Il giudizio rimane dunque invariato: due ottimi dischi, indipendentemente dal fatto che uno sia più accattivante e l’altro più impegnativo. È in occasioni come questa che si sente la mancanza delle mezze stelline.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.504 dell’8 ottobre 2002

BRUCE SPRINGSTEEN
The Rising
* * * *
Succede, anche se di rado, che le tre stelline finiscano per diventare quattro. È accaduto per quest’ultimo album di Springsteen, che con i ripetuti ascolti non solo ha “giustificato” la presenza in scaletta di quei (pochi) brani leggeri inizialmente reputati debolucci, ma ha anche messo in luce in maniera ancor più chiara il suo equilibrio, la sua ispirazione e il suo carisma. Il disco si è insomma confermato un brillantissimo compendio del Bruce passato, presente e (forse) futuro, sperando che quanto ci riserva il domani sia come l’incantesimo Worlds Apart; e sebbene la discografia del piccolo grande uomo del New Jersey conti di sicuro vari titoli globalmente migliori (per il sottoscritto, in ordine decrescente: Nebraska, The River, Darkness On The Edge Of Town e The Ghost Of Tom Joad), negare a The Rising il massimo della valutazione significherebbe essere davvero esigenti. Troppo esigenti, consentitemelo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.505 del 15 ottobre 2002

MOBY
18
* *
Premetto che per Moby non sono mai andato pazzo, pur riconoscendone le doti di “alchimista musicale” e pur provando per lui – o, meglio, per il suo personaggio: non avendolo mai incontrato, non posso dire se le due cose coincidano – un’istintiva simpatia; e in linea di massima le sue canzoni mi piacciono, anche se non le ritengo così geniali come sono state definite dai colleghi che, dopo aver snobbato il Nostro per tutta la sua lunga carriera, hanno iniziato (tardivamente) a incensarlo dopo essere rimasti spiazzati dallo straordinario successo commerciale di Play. È indubbio che l’intrigante contaminazione tra pop ed elettronica di 18, così intrisa di aromi ‘80, vanti varie ottime intuizioni, ed è altrettanto indubbio che si lasci ascoltare con piacere a dispetto dei numerosi spunti di maniera; ma a un disco da classificare alla voce “easy listening”, per quanto intelligente, ispirato e di classe, mi è davvero difficile assegnare più di due stelle.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.506 del 22 ottobre 2002

DOT ALLISON
We Are Science
* *
È ricchissimo di qualità, questo nuovo album di Dot Allison: eleganza, equilibrio, soluzioni musicali intelligenti e bellissime atmosfere, il tutto abbinato a una voce fascinosa e insinuante che non reclama con prepotenza attenzione ma che la ottiene comunque con facilità. Perché, allora, non riesco ad innamorarmene? Mistero. Sarà a causa delle dosi eccessive di pop elettronico più o meno colto assunte negli anni ‘80? Oppure dell’uniformità – monotonia mi sembra troppo – che non viene del tutto soffocata dalle (pur relative) variazioni delle strutture e degli arrangiamenti? O, ancora, dalla leggera sensazione di freddezza che a tratti traspare dalle canzoni? Inutile sforzarsi di capirne di più. Meglio lasciar perdere e limitarsi a dire che, come per il precedente Afterglow, il critico assegnerebbe tre stelle, mentre il semplice appassionato si ferma a due; dubito fortemente, però, che sia sarebbe possibile – per chiunque, al di là dei gusti personali – scendere al di sotto di questa valutazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.507 del 29 ottobre 2002

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tool, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.
In “Oltre le stelle” 17: Teenage Fanclub & Jad Fair, Marianne Faithfull, Boards Of Canada, Gomez, Desaparecidos.
In “Oltre le stelle” 18: Neil Young, Elvis Costello, Jon Spencer Blues Explosion, Badly Drawn Boy, Pedro The Lion.

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Blow Up n.256

È in edicola il numero di settembre di “Blow Up”, 148 pagine per 7 euro, con tutti i contenuti ricchi ed eterogenei che potete leggere negli strilli e che potete approfondire cliccando qui.
Per quanto riguarda i miei contributi, segnalo la terza e ultima parte – sempre di quattro pagine – della mia panoramica sui “luoghi musicali” di Roma nell’ambito della rubrica “Grand Tour“, ancora dedicata agli spazi per la musica dal vivo (nella prima, uscita a giugno, mi ero occupato dei negozi di dischi). Nella rubrica sulle meteore mi sono invece occupato di una delle cult-band da me più amate, gli Human Switchboard, e ho infine recensito in esteso gli album di Mike Patton e Jean-Claude Vannier, Maurizio Curadi, Giancarlo Frigieri, Liam Gallagher e Jeremy Ivey.

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Classic Rock 82

Già in edicola il numero di settembre di “Classic Rock”, ricco di contenuti che si possono scoprire esaminando gli “strilli” della copertina qui sopra. Limitati i miei contributi personali: recensioni dei nuovi album di Iggy Pop, Belle And Sebastian, Sleater-Kinney e Soundgarden (live).

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