Guns n’Roses

Ognuno ha le sue debolezze, e io ho – benché forse sarebbe più giusto dire “avevo”: non rinnego nulla, ma l’entusiasmo di un tempo si è oggi comprensibilmente attenuato – quella dei Guns n’Roses. Li amavo all’inizio, ma fui conquistato anche dai due Use Your Illusion, commercializzati assieme il 17 settembre di venticinque anni fa. Se ben ricordo, scrissi la recensione per Velvet che ho qui recuperato ascoltando due fetide cassette promozionali e con l’acqua alla gola perché il giornale doveva andare in stampa… e ciò spiega il fatto che mi sia tenuto sul generico, senza neppure citare singoli brani. Rapportando tutto ai tempi, pensate che nel giudizio abbia un po’ esagerato?
guns-use-copUse Your Illusion I + II
(Geffen)
Di sicuro l’avranno fatto per guadagnarsi un posto nel “Guinness dei primati”, visto che di artisti capaci di piazzare contemporaneamente nei Top 10 americani due album doppi non antologici non dovrebbero esserne mai esistiti. E anche per smentire (quattro volte, meglio essere espliciti) le cassandre che non li reputavano in grado di confezionare un degno seguito al plurimilionario Appetite For Destruction. Ai disfattisti, Use Your Illusion I + II replica come meglio non si sarebbe potuto, mostrando una band passionale e determinata che non ha intenzione di rinnegare la sua filosofia ma che, al contrario, desidera sviscerarne ogni aspetto; ecco dunque che il suo rock’n’roll di scuola hard, pur rimanendo sostanzialmente legato alle solite tematiche stradaiole e pur inclinandosi sempre con decisione verso brani d’assalto o avvincenti ballate d’atmosfera (un buon terzo dei pezzi, del resto, ha già qualche anno sulle spalle), si apre con sorprendente brillantezza al blues/R&B – influenza principale di circa una mezza dozzina di episodi, senza contare le numerose. brevi “intro” – e a trame complesse nella loro amalgama di riferimenti, non disdegnando incursioni nel campo del “metal-pop” di immediata presa. Non è comunque nello stile – che, seppur riconoscibile e marchiato da una classe unica, è in definitiva analogo a quello di centinaia di altre band – che va ricercata la chiave del carisma dei Guns n’Roses; al di là della perizia chitarristica di Slash e del canto energico di Axl, infatti, l’ensemble californiano è stato gratificato da un destino benevolo del raro dono de1l’ispirazione, ed è grazie a essa che i Nostri possono permettersi di trasformare in oro a diciotto carati schemi e cliché altrimenti di vile piombo. E di infischiarsene dell’ostilità dei media, di un’immagine pubblica a dir poco compromessa, delle accuse di razzismo, della retorica un po’ vuota di certe testi, persino della loro insopportabile boria e del loro disinteresse a indicare al rock’n’roll eventuali nuovi percorsi evolutivi.
Use Your Illusion I + II è grande. Non interamente, ma per almeno metà dei suoi episodi; gli stessi che, per inciso, basterebbero a farne il manifesto ideale di una musica fiera e detonante, che per raggiungere folle oceaniche non ha bisogno di soffocare la sua vena ribelle. (10) a quella quindicina di brani, mai meno di (7) e mai più di (8) al resto. E che kritici e invidiosi mangino pure la loro merda.
Tratto da Velvet n. 10 (anno IV) dell’ottobre 1991

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La rivoluzione di Nevermind

nevermind-copScrissi questo pezzo celebrativo del più famoso album dei Nirvana in occasione del suo ventennale, AD 2011. Intanto siamo arrivati al quarto di secolo e direi che tutto è ancora valido, no? Altro sulla band qui e qui.

Non importa?
C’è un famoso documentario del 1992 che all’epoca fu diffuso in VHS e che ora è finalmente in procinto di uscire in DVD con l’aggiunta di materiale in origine escluso per ragioni di durata. Diretto da Dave Markey, non ha nulla di sofisticato e si limita ad assemblare – con grande efficacia – filmati dal vivo e “dietro le quinte”, colti in estate durante alcuni festival europei, di Sonic Youth, Nirvana, Dinosaur Jr., Babes In Toyland e Gumball, più colleghi di passaggio come Ramones, Mudhoney e Courtney Love. Il titolo è 1991: The Year Punk Broke e, in qualsiasi modo si voglia tradurre “broke”, il messaggio trasmesso chiaro e forte grazie alla parolina magica “punk” – usata in senso molto più attitudinale che stilistico – è che quell’ormai lontanissimo 1991 fu, per il rock e il suo mondo, un anno davvero importante. Rivoluzionario, magari non quanto il mitico 1977 – che poi, volendo fare gli snob, sarebbe il 1976… – ma per altri versi persino di più. C’entrano i Nirvana, ovvio. E Smells Like Teen Spirit, e Nevermind. Ma anche altro. Continua a leggere

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Targhe Tenco 2016

club-tencoE anche per quest’anno, è fatta: i vincitori sono stati appena annunciati e, con mia grande soddisfazione, quattro su cinque sono quelli che avevo votato anch’io. Sia nella prima fase, durata mesi e riservata alla commissione selezionatrice, sia nella seconda aperta all’intera giuria di 230 elementi che ha designato le cinque nomination, sia nella terza e ultima dalla quale, appunto, sono scaturiti i nomi che passo a elencare.

Album dell’anno è “Una somma di piccole cose” di Niccolò Fabi. Per chi volesse approfondire, c’è qui un mio articolo su Fanpage.it.

“Opera prima” dell’anno è “La fine dei vent’anni” di Motta È una vittoria che mi rende particolarmente felice, visto quanto mi sono esposto – leggere qui – al tempo dell’uscita del disco.

Per l’album in dialetto, un ex aequo: Claudia Crabuzza con “Com un soldat” e James Senese & Napoli Centrale con “’O sanghe”.

Nella sezione “interpreti di canzoni non proprie” si è imposto Peppe Voltarelli con “Voltarelli canta Profazio”. Qui le mie riflessioni al proposito.

Infine, la miglior canzone è “Bomba intelligente” di Francesco di Giacomo e Paolo Sentinelli, interpretata dallo stesso Di Giacomo insieme a Elio e le Storie Tese nell’album di questi ultimi “Figgatta de blanc”. Recensendo il disco su AudioReview, ho scritto: “Spiccano per genialità “Il quinto ripensamento”, che rilegge addirittura Ludwig Van Beethoven, e la ballata “Bomba intelligente”, che ospita il violino di Mauro Pagani e che fu scritta e cantata da Francesco Di Giacomo; al compianto frontman del Banco non difettavano certo ironia e gusto per la trasgressione, e la sua presenza potrebbe servire a illuminare quanti negli Elii vedono solo degli inguaribili cazzoni“.

Le Targhe saranno consegnate in quel di Sanremo nel corso della tre giorni del 20-21-22 ottobre. Dettagli e informazioni qui: http://clubtenco.it/

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In edicola (settembre)

 

edicolaCome ogni mese, nelle edicole è possibile acquistare riviste con miei articoli, interviste e recensioni che non sono diffusi contemporaneamente in Rete e che potrebbero apparirvi con sensibile ritardo (o mai). Questo il quadro completo di settembre. Per il sommario di ogni numero, cliccare sulla relativa copertina.

ar379AudioReview n.379. Sezione musicale da me curata, rubrica “Le canzoni raccontate” sulla storia e il significato di brani famosi (questo mese, The Passenger di Iggy Pop), recensioni estese di Emerson, Lake & Palmer (ristampe in vinile) e Cass McCombs, recensioni di Zen Circus, Michele Gazich, Wilco, Thalia Zedek, Heartworm Highways, Ultravox!, Howe Gelb, Fabrizio De André.

 

Blow UpBlow Up n.220. Recensioni di Cult Heroes, Gianni Nocenzi, Martin Phillipps, Zen Circus.

 

 

 

 

 

 

cr-46Classic Rock n.46. Recensioni di Ramones, Scientists, Wilco, Terry Reid, It’s Immaterial, Hollywood Brats.

 

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Punk: lo scempio

206x273_LeScienze_NOIR_1_DATA_Giugno.inddMa guarda un po’ che cosa curiosa… proprio vero che non si finisce mai di imparare. Mi occupo professionalmente di musica da quasi quarant’anni, e oggi scopro che Seventeen Seconds dei Cure – per citare solo un esempio – è un album classificabile come punk. Non ho davvero parole per esprimere quanto secondo me la nuova collana di dischi da edicola de La Repubblica/L’Espresso sia un affronto alla corretta informazione musicale; non solo per quello che manca, visto che magari la colpa è dei diritti non concessi dalle case discografiche o da chi per loro, ma anche per i dischi  assurdi che ci sono finiti dentro.

Si legge nella presentazione: “Brani duri e veloci, chitarre rumorose e batterie potenti: questo è il punk, il più graffiante dei generi musicali. A quarant’anni dalla sua nascita, una raccolta imperdibile per ascoltare a tutto volume le band che ne hanno fatto la storia: dai Sex Pistols ai Ramones, dagli Stooges ai CCCP, dai Blink 182 ai New York Dolls“. Passi per la sballatissima iperbole de “il più graffiante dei generi musicali” che si commenta da sola, passi la superficialità con la quale si mischiano sottogeneri generi ed epoche,  ma ci mettono Seventeen Seconds dei Cure. Non so se vi rendete conto… SEVENTEENSECONDSDEICURE.

E nessuno mi venga a dire che, però, una decina di quei titoli sono comunque pietre miliari del punk propriamente, oppure che in mezzo ci sono pure i Germs e gli X: non significa nulla. L’operazione è indifendibile sotto il profilo culturale, e chi l’ha curata – non so chi sia, non mi sono preoccupato di scoprirlo e sinceramente non me ne frega nulla se probabilmente è qualcuno che conosco di persona, incontro e saluto – ha sulla coscienza l’ennesimo oltraggio alla storia del rock.

Ma chi li obbliga, a fare queste cose? Pensassero ai loro giornali e basta, no?

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Arctic Monkeys

Il 5 settembre di dieci anni fa, gli Arctic Monkeys vinsero il Mercury Prize per il loro album d’esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, pubblicato alcuni mesi prima sempre nel 2006. L’ambito premio non era però ancora arrivato quando decisi di pubblicare su Extra questa breve monografia della band, nell’ambito della rubrica iniziale dedicata ai nuovi talenti; un articolo molto atipico per me, essendo frutto di un lavoro a quattro mani – attraverso ripetuti scambi di mail – con Federica Furlotti, un’amica che lavorava nella musica a Londra e che, quindi, aveva più di me il polso dell’atmosfera elettrica che al tempo circondava Alex Turner e compagni. In passato non avevo mai scritto del gruppo britannico ma l’avrei fatto spesso dopo, recensendo vari dischi (vedere, ad esempio, qui) e intervistando lo stesso Turner (benché a proposito del suo progetto parallelo Last Shadow Puppets); e pure la scheda di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not contenuta nel libro dei 1000 Dischi della Giunti è opera mia.
Arctic Monkeys fotoAvremmo potuto introdurre il nostro excursus su quella che al momento è la più popolare nuova band britannica con un titolo ingombrante come “The great r’n’r swindle?”. Un riferimento esplicito a quei Sex Pistols con la cui vicenda non mancano a ben vedere affinità – successo costruito dal basso e grazie all’attività live, hype a-go-go, dichiarazioni ad effetto, interpretazioni erronee da parte di pubblico e media, grande attesa per il primo album – ma con alla fine un punto interrogativo che lascia il dubbio… dato che sono gli stessi Arctic Monkeys a ricordare per primi che “Whatever people say i am, that’s what i’m not”. Quanti hanno giudicato esagerato il clamore che ha accolto l’ultima next big thing d’Oltremanica, ormai non più next ma solo big, provi dunque a dimenticare il chiacchiericcio e ad ascoltare la musica del quartetto con nuove orecchie…. prestando attenzione alle parole che seguono, perché quella qui raccontata è la vera storia dietro all’album che ha venduto di più nel più breve tempo nella lunga epopea delle classifiche del Regno Unito. Continua a leggere

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Okkervil River

La prossima settimana uscirà il nuovo album degli Okkervil River, Away, ed è una buona notizia. Quanto era bello, però, Black Sheep Boy, del quale all’inizio di quest’anno è stata approntata una versione estesa per il decennale? Di questa ho avuto occasione di scrivere, ed ecco qui. Per chi fosse interessato, nel blog c’è pure un’intervista al leader Will Sheff, realizzata all’epoca del sodalizio che il gruppo texano strinse con Roky Erickson.

Okkervil River copBlack Sheep Boy
(Anniversary Edition)
(Jagjaguwar)
Non è un mistero che Black Sheep Boy sia l’articolo più apprezzato del catalogo Okkervil River, il primo album da procurarsi volendo fare la conoscenza con la band texana. Nessuno stupore, quindi, che per il decennale dell’uscita (paraltro caduto nell’aprile del 2015, ma sono sottigliezze) ne sia stata approntata una versione tripla – sia in CD, sia in vinile, con copertine diverse – che comprende l’originale del 2005, il mini di reincisioni e outtake che lo seguì di sette mesi (Black Sheep Boy Appendix) e There Swims A Swan, antologia di cover di “vecchi e nuovi tradizionali” registrate nel gennaio 2004 e rimaste finora inedite, più un libretto di trentadue pagine con le note quasi maniacali del leader Will Sheff. Continua a leggere

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Simple Minds

Tra quelle, tante, del ribollente calderone della new wave britannica, i Simple Minds non figurano nei miei personali Top5, ma sul fatto che siano stati grandi non credo possano sussistere dubbi. Il loro album che preferisco è Empires And Dance, ma pure New Gold Dream ha decisamente il suo perché. Di recente, l’uscita di alcune sue edizioni (molto) estese mi ha spinto a scriverci su qualcosa. Di nuovo: l’avevo già fatto, in tempo reale, nel lontanissimo 1982.

Simple Minds copNew Gold Dream
(81-82-83-84)
Impressiona un po’, ovviamente in senso positivo, rendersi conto di quanto i Simple Minds fossero ispirati nella prima fase di attività, dal 1979 al 1985: sette album nessuno dei quali davvero sotto tono, più vario altro materiale sparso tra singoli, EP e 12 pollici; una vasta produzione che ha imposto il quintetto scozzese tra i gruppi-cardine della new wave, non solo sotto il profilo della qualità ma anche sul (più prosaico) piano commerciale. Di tale periodo, il quinto LP New Gold Dream (81-82-83-84), uscito per la Virgin nel settembre 1982, è di norma considerato il picco massimo; non perché fu quello che diede alla band la grande notorietà internazionale, ma perché è in esso che Jim Kerr e compagni seppero sublimare al meglio la solennità “decadente” e non proprio luminosissima dei vecchi dischi in una formula dai connotati più pop. Continua a leggere

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Pixies

Secondo le cronache, il debutto in concerto dei Pixies fu il 1° settembre del 1986 nell’area della loro Boston (più precisamente al Jack’s di Cambridge, Massachusetts), con platea pressoché inesistente e nome erroneamente cambiato in… Puxies. Il trentennale dell’evento cade a fagiolo per il recupero della recensione di un EP che nel 2002 propose per la prima volta ufficialmente le nove tracce registrate come demo – assieme ad altre otto, poi scelte per il mini-LP Come On Pilgrim – nel marzo del 1987. Di Frank Black e compagni è anche disponibile una monografia e la recensione di un DVD, oltre al commento al videoclip di Monkey Gone To Heaven.

Pixies copPikies (Cooking Vinyl)
Nel marzo 1987 i Pixies fecero il loro ingresso ai Fort Apache Studios di Roxbury, presso Boston, per registrare un demo con il produttore Gary Smith: le session fruttarono diciassette brani, subito inclusi in una cassetta senza titolo che in seguito, per via del colore della copertina, passò alla storia come The Purple Tape. Grazie al manager delle Throwing Muses, una copia finì all’etichetta britannica 4AD, che subito si offrì di renderla disponibile su vinile: non tutta, però, dato che un intero album sembrò eccessivo per una band esordiente. Continua a leggere

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Them

La prima, vera band del giovane Van Morrison esistette per poco più di due anni. Le furono sufficienti per conquistare uno spazio importante nella Storia, che avrebbe avuto anche se il rosso frontman avesse deciso di ritirarsi nel 1966 invece di dedicarsi a una carriera da solista che sarebbe stata, in molti suoi capitoli, formidabile.

Them copThe Complete Them
1964-1967
(Sony Legacy)
Difficile che qualcuno possa lasciarsi andare a un “ooooh!” di meraviglia nell’apprendere che questa ennesima raccolta della band che dall’aprile 1964 all’estate 1966 fu di Van Morrison non contiene inediti realmente significativi sul piano artistico: benché pochi dei ventitré brani del terzo CD, quello delle curiosità da completisti e collezionisti, fossero già stati pubblicati, dominano versioni alternative e demo, con soltanto la rara Mighty Like A Rose e una mezza dozzina di esecuzioni dal vivo al programma “Saturday Club” della BBC a suscitare maggiore interesse. Continua a leggere

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Hard & Heavy & Freak

Ho letto recensioni sempre positive ma meno di quanto mi aspettassi, a proposito di questo – secondo me – formidabile cofanetto dedicato all’hard rock psichedelico, con tutte le deviazioni del caso, sviluppatosi oltremanica fra il 1968 e il 1972. Che volte che vi dica? Posso anche capirne le ragioni, ma sono loro a sbagliare. Di brutto.

AAVV I'm A Freak Baby copI’m A Freak Baby…
(Grapefruit)
Indipendentemente dal formato (più lussuoso o più spartano) scelto per ragioni di opportunità commerciale, i cofanetti del gruppo Cherry Red sono ormai un classico del mercato odierno: lo strumento ideale per una prima infarinatura nient’affatto risicata a fenomeni musicali specifici, e dunque ideale base di partenza per futuri approfondimenti. D’accordo che esistono YouTube, Spotify, Wikipedia e una miriade di siti per ogni esigenza, ma un’antologia “fisica” con brani selezionati ad hoc da esperti del settore e con il corredo di note e foto ha ben altro fascino, specie se il prezzo è invitante. Continua a leggere

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Green Day (1-2-3)

Non saranno la miglior band del mondo, i Green Day, ma li ho sempre trovati come minimo divertenti e piacevolissimi (e dal vivo “spaccano”), fermo restando che con un album – Dookie, naturalmente – hanno bene o male “fatto la storia”. Attendendo il nuovo album Revolution Radio, fuori il prossimo 7 ottobre (il singolo Bang Bang è invece già in circolazione), estraggo dal cassetto le recensioni del precedente terzetto di dischi del 2012, rimandandovi anche qui (la recensione di 21st Century Breakdown, AD 2009) e qui (un mini-bignamino di tutta la storia fino ad American Idiot).
Green Day 1-2-3¡Uno! (Reprise)
Al di là delle affinità e delle divergenze, stilistiche e di importanza nella storia del rock, i Green Day potrebbero essere considerati come i Ramones della loro generazione: hanno di norma una loro formula semplice e riconoscibile, dalla quale talvolta (in parte) divergono alla ricerca di altri stimoli e alla quale comunque ritornano sempre. Ecco dunque che il nono album della band californana, che apre una trilogia destinata a chiudersi in tempi brevissimi (¡Dos! uscirà a novembre e ¡Trè! a gennaio), non è un’ambiziosa “rock opera” come i precedenti American Idiot e 21st Century Breakdown: è invece una raccolta di dodici canzoni fra punk e power pop, grintose e all’occorrenza sboccate ma anche molto efficaci sotto il profilo melodico, che guardano idealmente – in cabina di regia siede oltretutto Rob Cavallo – al glorioso passato di Dookie e Insomniac. Logico che i livelli di spontaneità, esuberanza e adrenalina non possano essere gli stessi di ormai oltre quindici anni fa, ma la qualità sembra essere superiore a quella dei successivi Nimrod e Warning. Le accuse di pretenziosità fioccheranno ugualmente (tre dischi in tre mesi e mezzo? Non accadeva neppure in quei Sixties che qui echeggiano un po’ ovunque), ma l’ascolto è molto piacevole. Che poi ¡Uno! sarà rilevante solo per le classifiche e i fan del gruppo è tutt’altra faccenda.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.699 dell’ottobre 2012

¡Dos! + ¡Trè! (Reprise)
Il termine del percorso che ha portato nei negozi in nemmeno tre mesi (dovevano essere quattro, ma l’ultimo atto è stato poi anticipato) tre album dei Green Day, per trentasette brani e oltre due ore di musica, suscita pensieri ovvi: “Non avrebbero potuto farli uscire assieme in un’unica confezione a prezzo ridotto?”, ad esempio, oppure “non sarebbe stato meglio un solo disco con i pezzi migliori?”. Però, a parte che l’opzione adottata è più vantaggiosa sotto il profilo economico per tutte le parti in causa, quel simpatico cazzaro di Billie Joe era troppo gasato dall’operazione atipica, dall’idea di tre copertine ciascuna raffigurante un membro della band e dalla storia dei tre mood diversi: quello della preparazione alla festa per il primo, della festa vera e propria per il secondo e delle pulizie post-party per il terzo. Fatto salvo il problema della spesa, che comunque non sarà un ostacolo per i fan, la faccenda ha funzionato: il punk-pop di ¡Uno!, le sonorità più garage/Sixties di ¡Dos! – il più riuscito del lotto – e le (più o meno) ballate di ¡Trè! compongono un insieme colorato e piacevole all’ascolto, sempre ovviamente che si apprezzino le canzoncine power pop (punk) senza grandi pretese e già sentite infinite volte dai Green Day e non solo. Rimane in ogni caso la convinzione che un “best of” dei tre titoli sarebbe stato preferibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.702 del gennaio 2013

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Prima dei Pearl Jam

In uno degli ultimi numeri del “mio” Extra troneggiavano in copertina i Pearl Jam e, all’interno della rivista, trovava posto una mia lunga monografia sulla band. In occasione del venticinquesimo anniversario dell’uscita di Ten, debutto del gruppo, recupero qui il primo capitolo dell’articolo, dedicato alle tante cose accadute in precedenza. Avevo fatto la stessa cosa per i Nirvana.
Huty2060310All’inizio del 1992, quando il loro primo album fu distribuito in Europa qualche mese dopo essere uscito negli Stati Uniti, i Pearl Jam erano già lanciati verso il grande successo. Parecchi, nel “giro” alternative, consideravano però Eddie Vedder e compagni una sorta di mistificazione, una band grossomodo pensata e allestita a tavolino da un establishment musicale in cerca di un plausibile antagonista ai Nirvana. Vero che le accuse non avevano senso, essendo Ten giunto nei negozi un mesetto prima di Nevermind, ma ai tempi il trio di Kurt Cobain vantava un album indie, una solida reputazione underground e un sound meno convenzionale e più abrasivo; avendo un minimo di dimestichezza con la politica delle multinazionali, che stava sì modificandosi ma che certo non poteva rinnegare da un mese all’altro decenni di “astuzie”, era insomma più che lecito provare diffidenza per un gruppo che debuttava su major avendo alle spalle solo una manciata di concerti e che sembrava ricalcare, in versione edulcorata (nelle trame sonore) e fighetta (nell’immagine), gli stereotipi di quel grunge in cui ogni addetto ai lavori vedeva il domani del r’n’r. A quasi vent’anni di distanza si può asserirlo senza remore: credere che i Pearl Jam fossero finti come una banconota da tre dollari non era certo illegittimo, anzi. Magari il progetto aveva tra le sue prerogative anche un pizzico di “malizia”, questo sì, ma come biasimare gente come Jeff Ament e Stone Gossard, che da anni “ci provava” con impegno e passione e da altrettanto raccoglieva frustrazioni, problemi, sfighe e persino lutti? Continua a leggere

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Wilco

Questa è un’intervista che non avrei dovuto fare, nel senso che l’avevo assegnata, ovviamente per il Mucchio, all’amico e collega Aurelio Pasini. L’appuntamento telefonico venne però rimandato due/tre volte, e “l’ultima spiaggia” capitò in un giorno in cui lui era impossibilitato a onorarlo; mi feci così spedire le domande che lui avrebbe rivolto a Jeff Tweedy, le integrai con altre mie, chiamai e, sul giornale, attribuii la paternità del pezzo anche ad Aurelio. Si era proprio di questi tempi, ma cinque anni fa, e i Wilco si accingevano a pubblicare The Whole Love.
Wilco fotoÈ l’ultimo, caldissimo giorno di agosto, ma la macchina della promozione è ripartita da qualche tempo: del resto c’è in ballo un’intervista per una copertina, per di più già “saltata” un paio di volte, e non è il caso di tergiversare ulteriormente. In Italia sono le cinque del pomeriggio; nel luogo imprecisato del Michigan dove Jeff Tweedy ha chiesto di essere raggiunto, le undici di mattina. Oltre che con il tipico “ritardo” delle telefonate transoceaniche, la voce del leader dei Wilco è lontanissima, nonché avvolta in un curioso effetto – ah, queste linee – che accentua la sensazione di surrealtà. Tweedy è cordiale, sembra di ottimo umore, e le sue risposte misurate, sempre precedute da alcuni istanti di riflessione, denotano la volontà di onorare con la massima serietà l’impegno assunto con noi per una quarantina di minuti. I grandi si riconoscono anche in queste cose. Continua a leggere

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Mad Season

Gli esponenti della scena di Seattle genericamente definita grunge erano parecchio inclini alla collaborazione, com’è provato dall’ampio numero di supergruppi e side-project che hanno anche avuto sviluppo discografico. Tra i più riusciti vanno senza dubbio menzionati i Mad Season, che avevano come frontman una delle figure-chiave del rock USA dei ’90, Layne Staley degli Alice In Chains. Mi fa piacere ricordarlo con una ristampa in vinile, di uscita ancora recente, nel giorno in cui avrebbe festeggiato – se il 5 aprile del 2002 non se ne fosse purtroppo andato – il quarantanovesimo compleanno.

Mad Season copLive At The Moore
(Columbia)
Dei vari supergruppi e progetti paralleli sviluppatisi nella Seattle del grunge, i Mad Season sono certamente uno dei più intriganti e leggendari, sia per la bellezza dell’unico album di studio realizzato (Above, 1995), che oltretutto raccolse ottimi riscontri critici e commerciali, sia per una line-up “all stars” che vantava come membri più famosi il chitarrista Mike McCready (Pearl Jam) e il cantante Layne Staley (Alice In Chains); non a caso, nel 2013, la loro fulminea storia è stata celebrata con una “deluxe edition” del disco arricchita di numerose tracce bonus audio e video, comprese quelle della videocassetta (altri tempi!) Live At The Moore del 1995. Continua a leggere

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James Iha

Con l’ex chitarrista degli Smashing Pumpkins (nel 2012 ha pubblicato anche un secondo album a suo nome, Look To The Sky, che però non ho mai recensito), chiudo la “serie” inaugurata avant’ieri con Dave Navarro e continuata ieri con Tom Morello. Almeno per ora, poi chissà.

Iha copLet It Come Down (Virgin)
Al di là degli indubbi vantaggi che la cosa comporta, per un musicista dotato di idee e carattere non dev’essere sempre facile far parte di un gruppo soggetto a un regime di “dittatura illuminata”, specie se il leader vanta enormi talento e carisma. Presumibilmente soffocato dal temperamento e dalla logorrea compositiva di Billy Corgan, il bravo James Iha ha così voluto ritagliarsi un suo spazio artistico, non conflittuale né concorrenziale con quello parallelamente esplorato dagli Smashing Pumpkins: uno spazio dove poter esternare in assoluta libertà – con mire in un certo senso catartiche – il proprio naturale desiderio di scrivere canzoni, rivestirle degli arrangiamenti più graditi e intonarle con il cuore più che con la voce. Continua a leggere

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Tom Morello

La “serie” della quale parlavo a proposito di Dave Navarro prosegue con Tom Morello dei Rage Against The Machine. Questi i due album usciti (più o meno) a suo nome.

Nightwatchman copThe Nightwatchman
One Man Revolution (Epic)
Dopo circa quattro anni di concerti più o meno saltuari, Tom Morello ha finalmente immortalato su disco i frutti della sua attività da solista acustico come The Nightwatchman: un’esigenza, quella di staccare la spina e mettersi “a nudo”, che dopo le sovversioni metal-rap dei Rage Against The Machine e il classicismo hard rock degli Audioslave appare del tutto comprensibile. Continua a leggere

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8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

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