Hüsker Dü (1982)

In un giorno imprecisato del gennaio 1982 vide la luce il primo LP di una band poi giustamente celebrata come mitica. Sono abbastanza certo di averlo ricevuto/acquistato appena in tempo per scriverne in fretta una breve recensione e inserirla nel numero di maggio del Mucchio, perché quello che potete leggere qui sotto è – a livello di forma – piuttosto imbarazzante perfino il me di allora. A contare, però, è la sostanza. Giusto?

Husker Du cop

Land Speed Record
(New Alliance)
Provenienti da Minneapolis, dopo aver realizzato un 45 giri (Amusement) dal contenuto completamente diverso da quello di Land Speed Record, gli Hüsker Dü sono l’ultima scoperta della New Alliance, label specializzata in forme musicali senza compromessi. Inciso dal vivo nell’agosto 1981, Land Speed Record è un album semplicemente incredibile per velocità e durezza, con diciassette brani violentissimi in classico stile hardcore punk. Bob Mould (chitarra e voce), Greg Norton (basso e voce) e Grant Hart (batteria e voce) sono gli artefici di un sound ancora grezzo e certo non valorizzato dalla registrazione live, ma aggressivo e mozzafiato come pochi; molti episodi, poi, sono ben costruiti a livello compositivo, fatto non sempre riscontrabile nella musica di parecchi gruppi hardcore.
Land Speed Record è insomma un disco imperdibile per gli amanti del punk più brutale, genere del quale gli Hüsker Dü si rivelano tra i più brillanti esponenti. Buy it!
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982)

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Fasten Belt vs 39 Steps

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Fasten Belt copSerie “adattamenti”, n.50
Questa posso raccontarla bene, visto il mio coinvolgimento diretto come produttore. Quando nel 1995 alla RCA/BMG offrirono un contratto ai Fasten Belt (che all’epoca erano sciolti) per cercare di cavalcare qui da noi l’ondata del “corporate punk”, c’era la necessità di assemblare piuttosto in fretta un album; la sola richiesta dell’etichetta, comprensibilissima, era che i testi delle canzoni fossero in italiano. Nella scaletta, organizzata adattando anche alcuni brani del repertorio dei Mind Waltz (la band allestita dal chitarrista Paolo Bertozzi dopo la separazione dei Fasten Belt) finì pure la cover di This City Of Vice, pezzo dei canadesi 39 Steps scovato da Paolo nella raccolta The Best Of Rodney On The ROQ, ma con un testo ambientalista scritto dal cantante Claudio Caleno (RIP) che nulla aveva a che spartire con l’originale inglese. E non lo sai (che si può ascoltare qui) venne così inserita in Vivi il tuo tempo, terzo e ultimo album del gruppo romano nonché unico nella lingua che fu di Dante.

Adattamenti n.1: Michele vs Elvis Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Marco Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Ornella Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caterina Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Duilio Del Prete vs Jacques Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

Adattamenti n.11: Teho Teardo e Blixa Bargeld vs Tommy James And The Shondells
Adattamenti n.12: Gatto Panceri vs The Cure
Adattamenti n.13: Tito Schipa Jr. vs Bob Dylan
Adattamenti n.14: Barabba vs Kinks
Adattamenti n.15: Dik Dik vs The Band
Adattamenti n.16: Le Pecore Nere vs Troggs
Adattamenti n.17: Gian Pieretti vs Donovan
Adattamenti n.18: Satelliti vs Yardbirds
Adattamenti n.19: Roll’s 33 vs Blues Magoos
Adattamenti n.20: Lucio Dalla vs James Brown
Adattamenti n.21: Luigi Mariano vs Bruce Springsteen
Adattamenti n.22: Ligabue vs R.E.M.
Adattamenti n.23: Stormy Six vs Creedence Clearwater Revival.
Adattamenti n.24: Mimmo Locasciulli vs Leonard Cohen.
Adattamenti n.25: Rita Pavone vs Pete Seeger.
Adattamenti n.26: Angelo Branduardi vs Pogues.
Adattamenti n.27: Popi vs Arthur Brown.
Adattamenti n.28: Bobby Solo vs Kingston Trio.
Adattamenti n.29: Patty Pravo vs Lou Reed.
Adattamenti n.30: I Diabolici vs Jimi Hendrix.
Adattamenti n.31: Enrico Ruggeri vs Tom Waits.
Adattamenti n.32: Pop Seven vs Beach Boys.
Adattamenti n.33: Gleemen vs Beatles.
Adattamenti n.34: Baustelle vs Divine Comedy
Adattamenti n.35: Ianva vs Strawbs.
Adattamenti n.36: Riky Maiocchi vs Animals.
Adattamenti n.37: Nada vs Mark Lindsay
Adattamenti n.38: Paola Turci vs Suzanne Vega.
Adattamenti n.39: Barritas vs Cream.
Adattamenti n.40: Bobo Rondelli/Ottavo Padiglione vs Clash.
Adattamenti n.41: Corvi vs Box Tops.
Adattamenti n.42: Jimmy Fontana vs Tom Jones.
Adattamenti n.43: Skiantos vs Brogues.
Adattamenti n.44: Gianna Nannini vs Janis Joplin.
Adattamenti n.45: The Ride vs The Nuns.
Adattamenti n.46: Pierangelo Bertoli vs Billy Joel.
Adattamenti n.47: Cristiano De André vs Tom Petty.
Adattamenti n.48: Faust’O vs Ultravox!
Adattamenti n.49: Massimo Bubola vs Waterboys.

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Lydia Lunch, 1981

Serie “Fotografie”, n.19
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.
Lydia Lunch
I miei archivi dicono che ho visto Lydia Lunch in concerto quattro volte. La prima fu nel 1981, in un periodo estremamente positivo per la musicista americana, che dopo aver chiuso l’esperienza con i Teenage Jesus And The Jerks aveva pubblicato il suo LP di debutto Queen Of Siam. Il concerto si svolse al Teatro Olimpico di Roma il 23 febbraio; in questa foto, forse non bellissima ma certo espressiva, sintetizza bene il mood della serata.

1. Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980
12. Spandau Ballet, 1981
13. Plasmatics, 1981
14. Devo, 1980
15. Fasten Belt, 1989
16. The Decline, 1981
17. Madness, 1980
18. A Certain Ratio, 1981

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A Certain Ratio, 1981

Serie “Fotografie”, n.18
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.
A Certain Ratio
Era il  7 maggio 1981 e al Piper Club suonavano gli A Certain Ratio, all’epoca una delle band di punta della Factory Records. Non scattai tante foto, e quasi tutte quelle che scattai vennero fuori piuttosto scure; probabilmente (non posso ricordarlo), le luci non erano granché forti, di sicuro per creare atmosfera. Una delle migliori è questa, del cantante (e trombettista) Simon Topping, che aveva fondato il gruppo ma che l’avrebbe lasciato l’anno successivo.

1. Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980
12. Spandau Ballet, 1981
13. Plasmatics, 1981
14. Devo, 1980
15. Fasten Belt, 1989
16. The Decline, 1981
17. Madness, 1980

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Dischord 1981-1982

Quarant’anni fa, giorno più giorno meno, mi trovavo a scrivere l’ennesimo articolo “sovversivo” su musiche invise a tutti i lettori tradizionalisti e a quasi l’intero staff. Dato che notizie su certe band ne circolavano poche e si viveva all’insegna del “tutto e subito”, i miei scritti – per di più di ventunenne – non erano esattamente pieni di dettagli, e inoltre lo spazio sempre tiranno mi obbligava a condensare ferocemente. Non rinnego comunque nulla e, anzi, rivendico con orgoglio di essere probabilmente stato il primo in Italia a dare risalto alle prime uscite della poi famosissima Dischord; non perché fossi un genio, ma perché ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e con l’entusiasmo giusto. Poi, ovvio, c’è entrata di mezzo anche un minimo di lungimiranza.

Che Washington D.C. (District Columbia) divenisse in breve tempo zona d’operazione dei kids più arrabbiati degli Stati Uniti era cosa non certo facile da prevedere; comunque, forse anche a causa dello stretto contatto con Ronald Reagan, in città il bisogno di violenza sonora è esploso con inaudita ferocia, provocando la nascita di un considerevole numero di nuove band tutte dedite a un hardcore punk che in quanto a potenza non ha nulla da invidiare a quelli californiano o britannico. L’onere di imprimere su vinile le proposte dei gruppi locali è stato ottimamente assunto dalla Dischord Records, piccola label lanciatasi con entusiasmo nella produzione di dischi a 7 pollici, ognuno contenente parecchi brani (ovviamente brevissimi); con questo marchio sono usciti EP di Teen Idles, S.O.A., Minor Threat, Government Issue e Youth Brigade, mentre al momento in cui leggerete queste righe dovrebbe essere già in circolazione un album con trenta tracce di vari gruppi locali (quelli citati con l’aggiunta di altri dai nomi non meno esplicativi: Untouchables, Artificial Peace, Red C, Iron Cross…). L’intraprendente etichetta ha anche prodotto, assieme alla Touch & Go, il secondo EP dei Necros, recensito due mesi fa su queste stesse pagine.
Dilungarsi troppo su ciascuno dei dischi significherebbe andare incontro a continue ripetizioni, giacché i loro contenuti si assomigliano un po’ tutti: punk rock quasi sempre velocissimo e assordante, composizioni di un minuto circa di durata, aggressività sparsa a piene mani. Questo non vuol dire, però, che le varie band siano uguali, perché – tutti lo sapete – i modi di suonare hardcore sono piuttosto numerosi: i modelli piu noti ai quali allacciarsi sono sempre Black Flag o Circle Jerks, le due formazioni californiane che, bene o male, hanno “inventato” il genere in America, ma le sfumature sonore che differenziano fra loro i complessi Dischord conferiscono a ciascuno di essi una ben precisa identità. I migliori del lotto sembrano essere i Minor Threat, il cui primo EP Filler raccoglie otto pezzi quasi tutti di buona fattura, fra le quali spiccano il manifesto Straight Edge, Bottled Violence e Small Man, Big Mouth; il gruppo si è sciolto nel settembre dello scorso anno dopo appena dieci mesi di attività, ma ha fatto in tempo a registrare altri quattro brani che di recente hanno visto la luce nell’EP In My Eyes, forse appena inferiore al precedente ma sempre interessante.
Mentre i Minor Threat proponevano un sound semplice e compatto, un po’ alla Circle jerks, i Government Issue (con i quali suona l’ex bassista dei Minor Threat) lasciano spazio a soluzioni più caotiche e disarmoniche, come si può facilmente desumere dall’ascolto di Legless Bull, il loro EP con nove “canzoni”. Ricchi di energia, anche se un po’ poco fantasiosi, Teen Idles e S.O.A., entrambi con un disco all’attivo (rispettivamente Minor Disturbance e No Policy); il cantante dei secondi, ora separati, fa da qualche mese parte dei Black Flag. Infine, il numero 6 del catalogo Dischord è Possible, EP con sette tracce dei Youth Brigade, dal sound sporco e nervoso; anche questo gruppo ha da poco interrotto l’attività, ma questo 45 giri resta per fortuna a documentare l’esistenza di una band che avrebbe certamente potuto dare altre valide realizzazioni.
Pretendere di trovare nei prodotti Dischord musica di alto livello tecnico o proposte che spicchino per originalità sarebbe eccessivo, ma chi cerca potenza, rabbia e feeling difficilmente rimarrà deluso dalla scena di Washington; se come i Government Issue siete stanchi di rock’n’roll bullshit, la Dischord è quel che fa per voi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.50 del marzo 1982)

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