Articoli con tag: hard e dintorni

Warrior Soul

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, del quale ripropongo ora una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra uscì su AudioReview). Mi dispiace davvero tanto che la band di Kory Clarke, da me intervistato due volte (la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui; la seconda chissà, magari un giorno…), non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo. Ah, quasi dimenticavo: Drugs, God And The New Republic è scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991.

Drugs, God
And The New Republic
(DGC)
A ben guardare, i Warrior Soul hanno tutte le carte in regola per aspirare a una posizione di primissimo piano nel rock degli anni Novanta. Vantano infatti uno stile moderno e originale, abbastanza eclettico da garantire una sorprendente quantità di possibili sviluppi; un notevole impegno politico-sociale, a stento compresso nelle liriche, che potrebbe renderli portavoce di larghe cerchie di pubblico giovanile; una immagine “barricadera” quanto basta a richiamare l’attenzione dei media, già condizionati dalle loro origini in quel di Detroit al punto di averli nominati “eredi” dei mitici MC5, anch’essi figli della Motor City; un’etichetta giovane e intraprendente, ricca di mezzi e determinazione; soprattutto, il carattere necessario per andare avanti per la propria strada, spinti dalla fiducia in sé stessi e dalla consapevolezza che la ricezione di un messaggio è tanto più ampia quanto più fortemente esso viene diffuso. Continua a leggere

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Gimme Danger

stooges-film-locSono appena rientrato dalla visione in anteprima di Gimme Danger, il docu-film di Jim Harmusch dedicato all’epopea degli Stooges. Non di Iggy Pop, la cui carriera in proprio non è in pratica trattata, ma di Iggy & The Stooges: quindi, The Stooges, Fun House, Raw Power, Kill City e il periodo della “ricostruzione” della band, stranamente senza neppure accennare a The Weirdness e Ready To Die. Continua a leggere

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Mother Love Bone

Della storica band post-Green River e pre Pearl Jam mi sono già occupato piuttosto diffusamente in questo articolo, ma non era pensabile trascurare la maxi-ristampa in oggetto, il cui eloquente sottotitolo è “The Complete Works”.

On Earth As It Is
(Republic)
Come ogni esegeta del grunge ben sa, il trait d’union fra i pionieri Green River (che generarono pure i Mudhoney) e le rockstar Pearl Jam è costituito dai Mother Love Bone, cioè il gruppo che Jeff Ament e Stone Gossard fondarono assieme all’altro ex Green River Bruce Fairweather, al batterista degli Skin Yard Glen Gilmore e ad Andrew Wood, già cantante (carismatico) dei Malfunkshun. Fu proprio la fatale overdose di quest’ultimo, ad appena ventiquattr’anni e poco prima che l’album d’esordio Apple arrivasse nei negozi, a provocare la separazione della band, con conseguente innesco delle dinamiche che avrebbero portato al progetto Temple Of The Dog – un omaggio allo stesso Wood – e poi alla nascita dei Pearl Jam. Benché casualmente, il quintetto di Seattle ha dunque bene o male avuto un ruolo cruciale nella storia del rock dell’ultimo quarto di secolo, uno di quei ruoli che fornirebbero eccellenti spunti per un albo della collana “What If…?” o per un film alla “Sliding Doors”.
A raccontare in maniera persino un po’ pletorica la (breve) parabola dell’ensemble, giunge ora questa super-raccolta che riprende i contenuti nella già esauriente Mother Love Bone del 1992 (il mini Shine del 1989, il summenzionato album Apple del 1990 e alcune bonus), impinguandone la scaletta con una ventina di provini, versioni diverse, session varie, materiale dal vivo e ulteriori extra, più (non nella stampa in vinile, però) un DVD con il documentario The Love Bone Earth Affair, un videoclip e due pezzi in concerto. L’opera omnia, insomma, di questa sfortunata “meteora” che avrebbe avuto tutto ciò che occorreva per imporsi nel panorama rock del tempo: la perizia compositiva, la presenza scenica e la gran bella voce del frontman, un sound d’effetto legato a filo doppio a certi classici (Aerosmith, Led Zeppelin) e venato di street rock e grunge, un contratto major – la Stardog che pubblicò i loro dischi era un marchio creato ad hoc dalla PolyGram – atto a garantire notevole esposizione. Il destino ha disposto differentemente, ma On Earth As It Is ricorda e dimostra che, sì, il mondo è stato a un passo dall’avere altri Pearl Jam al posto di quelli ancora oggi in circolazione.
Tratto da Blow Up n.224 del gennaio 2017

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Soundgarden

Non starò qui a dilungarmi per l’ennesima volta sulla follia delle ristampe sempre più ampliate di album storici (e non), e vi eviterò piagnistei su quanto faccia riflettere trovarsi a recensire edizioni commemorative (di quarti di secolo, di trentennnali, persino di quarantennali…) di dischi che già recensii in tempo reale, come questo lavoro dei Soundgarden ora riproposto nel solito delirio di formati più o meno costosi. Non aggiungo altro se non una domanda: qualcuno di voi ha per caso acquistato la “super deluxe”?

Badmotorfinger (A&M)
Pubblicato in origine nell’ottobre del 1991 e gratificato di notevoli consensi, Badmotorfinger è uno dei tre album coevi – gli altri, Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana, nei negozi rispettivamente sei e due settimane prima – ad avere segnato nel profondo la scena a stelle e strisce dell’epoca, dimostrando che certe sonorità dure e graffianti di scuola underground potevano scalare le classifiche tanto quanto il pop di consumo. Continua a leggere

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Metallica

Non mi sono mai vergognato del mio apprezzamento “globale” (disco più, disco meno) dei Metallica, che in passato non ho mancato di manifestare attraverso recensioni e addirittura un’intervista. Certo, è estremamente improbabile che possano ancora risultare “decisivi”, ma in fondo fanno pochi dischi e ritrovarseli ogni tanto davanti non dispiace. Almeno a me.

metallica-copHardwired… To Self Destruct
(Mercury)
Non contando l’anomalo Lulu, realizzato “a dieci mani” con Lou Reed, il precedente album dei Metallica – il controverso Death Magnetic – era stato pubblicato ben otto anni e due mesi prima di questo nuovo lavoro; mai la band californiana aveva fatto passare così tanto tempo fra un disco e l’altro, mai dal 1983 in cui era entrato in organico il chitarrista Kirk Hammett non aveva apposto la sua firma su alcun brano. Continua a leggere

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Audioslave

Non so voi, ma io degli Audioslave mi ero dimenticato o quasi, benché li abbia pure visti dal vivo. Così, quando mi è capitato sotto gli occhi quello che quattordici anni fa avevo scritto del loro esordio, sono andato a ripescare il disco e l’ho riascoltato, trovandolo ancora buono. Magari non così tanto buono, ma comunque valido; lo stesso non potrei dire dei suoi due successori, Out Of Exile (che non ho recensito) e Revelations (al quale riservai, come si può leggere qui sotto, una pesante stroncatura).

audioslave-cop-1Audioslave (Epic)
Sulla carta, le nozze fra i tre strumentisti dei Rage Against The Machine e l’ex cantante dei Soundgarden vantavano un alto tasso di improbabilità, nonostante a benedirle fosse stato chiamato quel Rick Rubin che da molti anni è giustamente considerato uno dei migliori produttori (il migliore?) nell’area del rock pesante e contaminato: l’approccio ultra-politicizzato e musicalmente ferocissimo dei tre ex RATM Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, reso ancor più efficace dalla straordinaria presenza vocale e scenica del dimissionario Zach De La Rocha, dava infatti l’impressione di essere difficilmente conciliabile con l’immagine di Chris Cornell, per di più in qualche modo compromessa da un album solistico ben poco esaltante. Con questo atteso esordio, invece, i quattro hanno dimostrato che la loro unione funziona a meraviglia e ha tutte le carte in regola per continuare a lungo, smentendo così la consolidata regola per la quale i supergruppi – orrendo termine di scuola Seventies, ma tant’è – sono progetti effimeri e poveri di particolari spinte di carattere artistico, basati più sull’ego e sulla cupidigia che non sul genuino trasporto. Continua a leggere

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Led Zeppelin

Pubblicato il 5 ottobre del 1970 negli Stati Uniti e solo in 23 dello stesso mese in Gran Bretagna, il terzo album dei Led Zeppelin è uno dei capitoli in parte controversi di una discografia comunque formidabile dall’inizio alla fine. Così ne scrissi in occasione della sua ristampa “deluxe”, doppia, uscita per la Rhino/Warner.

led-zeppelin-iii-copIII
(Atlantic)
Al tempo dell‘uscita, nell‘autunno del 1970, la stampa non fu tenera con il terzo album dei Led Zeppelin, ormai già stelle consolidate e pertanto appetibile bersaglio. Colpa non della prima facciata, inaugurata dalla poi classicissima Immigrant Song e ricca di altri momenti vigorosi (Celebration Day, Out On The Tiles, il blues Since I‘ve Been Loving You), ma della seconda, dove le vampate hard Continua a leggere

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Guns n’Roses

Ognuno ha le sue debolezze, e io ho – benché forse sarebbe più giusto dire “avevo”: non rinnego nulla, ma l’entusiasmo di un tempo si è oggi comprensibilmente attenuato – quella dei Guns n’Roses. Li amavo all’inizio, ma fui conquistato anche dai due Use Your Illusion, commercializzati assieme il 17 settembre di venticinque anni fa. Se ben ricordo, scrissi la recensione per Velvet che ho qui recuperato ascoltando due fetide cassette promozionali e con l’acqua alla gola perché il giornale doveva andare in stampa… e ciò spiega il fatto che mi sia tenuto sul generico, senza neppure citare singoli brani. Rapportando tutto ai tempi, pensate che nel giudizio abbia un po’ esagerato?
guns-use-copUse Your Illusion I + II
(Geffen)
Di sicuro l’avranno fatto per guadagnarsi un posto nel “Guinness dei primati”, visto che di artisti capaci di piazzare contemporaneamente nei Top 10 americani due album doppi non antologici non dovrebbero esserne mai esistiti. E anche per smentire (quattro volte, meglio essere espliciti) le cassandre che non li reputavano in grado di confezionare un degno seguito al plurimilionario Appetite For Destruction. Ai disfattisti, Use Your Illusion I + II replica come meglio non si sarebbe potuto, mostrando una band passionale e determinata che non ha intenzione di rinnegare la sua filosofia ma che, al contrario, desidera sviscerarne ogni aspetto; ecco dunque che il suo rock’n’roll di scuola hard, pur rimanendo sostanzialmente legato alle solite tematiche stradaiole e pur inclinandosi sempre con decisione verso brani d’assalto o avvincenti ballate d’atmosfera (un buon terzo dei pezzi, del resto, ha già qualche anno sulle spalle), si apre con sorprendente brillantezza al blues/R&B – influenza principale di circa una mezza dozzina di episodi, senza contare le numerose. brevi “intro” – e a trame complesse nella loro amalgama di riferimenti, non disdegnando incursioni nel campo del “metal-pop” di immediata presa. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Hard & Heavy & Freak

Ho letto recensioni sempre positive ma meno di quanto mi aspettassi, a proposito di questo – secondo me – formidabile cofanetto dedicato all’hard rock psichedelico, con tutte le deviazioni del caso, sviluppatosi oltremanica fra il 1968 e il 1972. Che volte che vi dica? Posso anche capirne le ragioni, ma sono loro a sbagliare. Di brutto.

AAVV I'm A Freak Baby copI’m A Freak Baby…
(Grapefruit)
Indipendentemente dal formato (più lussuoso o più spartano) scelto per ragioni di opportunità commerciale, i cofanetti del gruppo Cherry Red sono ormai un classico del mercato odierno: lo strumento ideale per una prima infarinatura nient’affatto risicata a fenomeni musicali specifici, e dunque ideale base di partenza per futuri approfondimenti. D’accordo che esistono YouTube, Spotify, Wikipedia e una miriade di siti per ogni esigenza, ma un’antologia “fisica” con brani selezionati ad hoc da esperti del settore e con il corredo di note e foto ha ben altro fascino, specie se il prezzo è invitante. Continua a leggere

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Red Hot Chili Peppers

Impossibile negare che i Red Hot Chili Peppers abbiano, come si suol dire, “fatto storia”, che nella loro discografia ci siano parecchie cose belle e che, sul palco, continuino a essere una formidabile macchina da rock’n’roll. Recensire l’ultimo album The Getaway, fuori da un paio di mesi fa, è servito anche per esternare alcune riflessioni.

Red Hot Chili Peppers copThe Getaway (Warner)
Logico che la regola sia confermata da qualche eccezione e che ben pochi fan storici – anche se delusi – rinuncerebbero ad assistere a un loro concerto, ma secondo buona parte del pubblico rock i Red Hot Chili Peppers, sotto il profilo della qualità discografica, sono morti da un pezzo; c’è chi dice dall’atipico ma interessante One Hot Minute del 1995, l’album con Dave Navarro dei Jane’s Addiction che seguì la pietra miliare Blood Sugar Sex Magic, chi lega la fine al successo immenso del peraltro esemplare Californication e chi – a seconda del proprio grado di tolleranza – ha optato per le esequie con By The Way, Stadium Arcadium o I’m With You. Continua a leggere

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Mudhoney

Nel n.30 del Mucchio Extra (autunno 2008) pubblicai una lunghissima monografia dedicata ai Mudhoney, band che mi è sempre piaciuta immensamente e della quale ho scritto numerosissime volte. È ora giunto il momento di riproporre l’articolo in questione (con relativa, interminabile intervista al frontman Mark Arm) su “L’ultima Thule”, con il link al sito OndaRock al quale, ben prima di varare il blog (era il 2010), l’avevo destinato. Per chi fosse interessato, sono qui disponibili anche una retrospettiva risalente al 1991 e un’intervista a Steve Turner.
Mudhoney 1

Mudhoney 2

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Quando Axl “sbroccò”

Questo vorrebbe essere un post in qualche modo “faceto” o, almeno, non “pesante”. Vi si parla – naturalmente – dei Guns N’Roses, ma non della loro storia, dei loro dischi, della loro filosofia o della loro mitologia (qualcosa sui temi in questione, volendo, la trovate qui), ma di un avvenimento specifico, che accadde esattamente un quarto di secolo fa. Nulla di particolarmente eclatante, ma se all’episodio è stata dedicata persino una scheda di wikipedia, una ragione ci sarà.
Quando Axl2 luglio 1991, Maryland Heights, Missouri, a pochi passi da St. Louis. Al Riverport Amphitheatre, oggi Hollywood Casino Amphitheatre, suonano i Guns N’Roses, nell’ambito del tour che precedeva la pubblicazione del “doppio virtuale” (perché i due dischi si vendevano separatamente) Use Your Illusion. Durante l’esecuzione della quindicesima traccia in scaletta, Rocket Queen, Axl Rose dà letteralmente di matto vedendo che qualcuno gli stava scattando delle foto, fregandosene del suo (assurdo) diktat; come una furia, si lancia allora nella folla e, dopo una breve colluttazione, riesce a strappare la macchina dalle mani dello spettatore/fan, risale sul palco, manda tutti più o meno affanculo (le parole esatte: “Well, thanks to the lame-ass security, I’m going home!”) e lascia il palco dopo aver lanciato a terra il microfono, seguito dai suoi compagni. Show finito.
Sarebbe stata solo una delle tante bizzarrie commesse dal frontman, se non fosse per il panico provocato dal rumore del microfono gettato a terra (a molti parve uno sparo) e per il disappunto di molti presenti, che degenerò in una colossale gazzarra con decine di feriti (per pura fortuna non ci scappò il morto). Axl fu anche posto sotto processo con l’accusa di avere incitato i disordini (fu poi assolto: l’irresponsabilità non è reato), e per “placare gli animi” pensò bene di inserire fra le note di copertina degli Use Your Illusion un simpaticissimo “Fuck You, St. Louis!”. Quanti non conoscessero l’episodio possono ammirarlo nelle riprese presenti su YouTube, dove c’è addirittura l’intero concerto.

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Kyuss

Il 30 giugno di ventiquattro anni fa, i magnifici Kyuss – dai quali, come dovrebbero sapere pure i sassi, presero il via tante avventure di stoner e dintorni, la più famosa quella dei Queens Of The Stone Age – pubblicarono il loro formidabile secondo album. Qui in Italia arrivò, credo, con lieve ritardo, tant’è che ne scrissi solo dopo l’estate e la recensione fu pubblicata solo a dicembre. Che ne dite, ci avevo preso?

Kyuss copBlues For The Red Sun (Dali)
Nient’altro che ruvido hard-blues: sporco, fragoroso e intriso di passione, a riproporre antichi riti che l’evolversi della tecnica e l’avvicendarsi dei trend non hanno potuto cancellare dall’immaginario di ogni rocker d’oltreoceano. Un blues un po’ perverso, se vogliamo, che corre sul confine fra Sixties e Seventies, ostentando ad attestato della sua modernità il marchio inconfondibile del crossover; e che ferisce con il cupo incedere delle sue ritmiche, con il poderoso ruggito dei suoi riff, con l’abrasività canora di un John Garcia che a tratti sembra la controfigura in chiave appena più satanica di Glenn Danzig (altro losco figuro del quale dovreste già possedere almeno l’ultimo How The Gods Kill).
Cruda e sanguigna anche nell’incisione rétro, supervisionata da Chris Goss dei misconosciuti Masters Of Reality, questa seconda fatica dei Kyuss reinterpreta il concetto di “musica elettrica per il corpo e la mente” edificando melodie distorte e spargendo attorno a sé scintille di pura ed enigmatica freakedelia; e nelle sue canzoni, sulle quali aleggia una splendida atmosfera di libertà a dispetto della claustrofobica pesantezza di gran parte degli intrecci, passato e presente si inseguono in un gioco che solo i poveri di spirito potrebbero clasificare come sterilmente autocelebrativo. Se non appartenete alla categoria, e se subite il fascino delle fantasie chitarristiche, Blues For The Red Sun sarà certo un ascolto indicato, una tonificante boccata di aria malsana per scacciare lo stucchevole lezzo della imperante plastificazione.
Tratto da AudioReview n.122 del dicembre 1992

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Iggy e gli Stooges, 1947-1971

Nella primavera del 2009 decisi di dedicare la copertina del “mio” Mucchio Extra all’Iggy Pop che tanto venero, e allo scopo preparai una lunga, dettagliata monografia, com’era nello stile della rivista. Uno degli articoletti “laterali”, dal taglio piuttosto personale, l’avevo già recuperato qui (mentre qui e qui si possono trovare un’intervista e una recensione), ma in questa sede mi fa piacere riproporre le due parti iniziali del testo principale, che raccontano la vicenda degli Stooges, con relativi prodromi, fino allo scioglimento del 1971; circa tredicimila caratteri che mi sono costati sangue, sudore e lacrime, ma dei quali sono, sì, quasi soddisfatto.

Stooges fotoInnocent world
Vivevo in un mondo innocente / Avevo una macchina e una bella ragazza bionda / Eravamo troppo giovani per sapere cosa stavamo facendo / E comunque stavo solo cazzeggiando / Mondo innocente / Con una graziosa scimmietta sulla schiena / E un totale disinteresse per i fatti / Fuggirei e non ritornerei mai indietro / dal mio mondo innocente”. Il testo vagamente nostalgico di Innocent World, edita nel 1996 in Naughty Little Doggie, non può che riferirsi all’adolescenza e post-adolescenza – una trentina d’anni prima, grossomodo – di James Newell Osterberg jr., vissuta tra Ypsilanti e la limitrofa Ann Arbor, immediate vicinanze di Detroit. Figlio (unico) di un’impiegata e di un’insegnante di quelli severi, il giovane Jim era cresciuto con la sua famiglia in una roulotte: scelta eccentrica del padre, non dovuta a difficoltà economiche, che non gli aveva comportato problemi, al di là degli sfottò di qualche bulletto dai quali sarebbe comunque derivata l’insofferenza verso i prevaricatori e i cliché della “normalità”. Studente modello, il futuro Iggy: serio, intelligente, portato per la lingua e gli sport (nuoto, atletica leggera, golf) ma assolutamente non secchione. L’ironia e la simpatia, uniti a un’ottima dialettica, lo rendevano anzi assai popolare fra i coetanei, nonostante gli atteggiamenti presuntuosi; tutti erano sicuri che avrebbe fatto molta strada, come rimarcato dai successi ottenuti, negli anni del liceo, nell’ambito della politica scolastica. A ostacolare una luminosa carriera integrata nei meccanismi della società cosiddetta benpensante intervenne però la passione per il r’n’r, maturata nel 1961/1962 quando il quattordicenne Osterberg – era nato il 21 aprile 1947 – aveva fondato con l’amico Jim McLaughlin i Megaton Two, duo chitarra/batteria che oggi si definirebbe “alla White Stripes”; era lui a sedere ai tamburi ed era stato sempre lui a chiamare The Iguanas – perché, a suo dire, l’iguana era “l’animale più figo” – la nuova band che i due amici avrebbero presto allestito ampliando l’organico a un secondo chitarrista, un bassista e un sassofonista. Classico ensemble proto-garage (o, se preferite, frat rock) con tanto di divise di scena uguali, gli Iguanas ebbero il loro momento di gloria locale nell’estate del ‘65, con un repertorio a base di cover (Chuck Berry, Beatles, un po’ di surf) e qualche brano originale, fra i quali uno firmato dal batterista (Again And Again) che era stato in lizza per essere utilizzato come lato B di Mona (di Bo Diddley) per l’unico singolo del quintetto, uscito sempre in quell’anno; eventuali feticisti possono reperirlo, assieme ai due del 45 giri e vari demo, nell’album The Iguanas (Norton, 1996). Continua a leggere

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Sonic’s Rendezvous Band

La storia di questo gruppo è raccontata seppure in breve nella recensione, e quindi non ha senso ribadirla qui. La notizia interessante è che l’oggetto in questione non è totalmente scomparso, ma è abbastanza reperibile, benché a prezzi un po’ più alti di quando, alla fine del 2006, apparve sul mercato.

Sonic's Randezvous copSonic’s Rendezvous Band (Easy Action)
Curioso, e se vogliamo anche un po’ grottesco, che un gruppo la cui vera discografia – quella, cioè, costruita durante l’attività – comprende un unico, pur stratosferico 45 giri con lo stesso brano su entrambi i lati, sia omaggiato di un cofanetto di addirittura sei CD; cofanetto, che tra l’altro non si sovrappone neppure completamente alle varie realizzazioni postume che più o meno nell’ultimo ventennio hanno provveduto, assieme a una reunion per forza di cose parziale, ad alimentare la leggenda di una delle più grandi formazioni rock di Detroit. Non era però una compagine qualsiasi, la Sonic’s Rendezvous Band: per l’organico, guidato alla pari da Fred “Sonic” Smith (ex MC5) e Scott Morgan (ex Rationals) – entrambi chitarristi, cantanti e autori – e completato dal bassista Gary Rasmussen (ex Up) e dal batterista Scott Asheton (ex Stooges), e per la bellezza davvero speciale di City Slang, furibondo inno hard/punk all’altezza dei capolavori di MC5 e Stooges, autoprodotto nel 1978 in una prima tiratura di appena mille copie. Continua a leggere

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Brucia, Detroit, brucia

Nel 1998 mi capitò di recensire, in unica soluzione, due raccolte di artisti vari che costituivano un “bignamino” di tre decenni del rock detroitiano più abrasivo e selvaggio. Diciott’anni dopo, la coppia di album continua a sembrarmi un eccellente strumento di primo contatto con le musiche più aspre e sferraglianti – insomma, non si parla della Motown o della scena techno – della Motor City. Scettici? Provare per credere.

Motor City cop
Motor City’s Burnin’ Vol.1/2 
(Alive/Total Energy)
Detroit Rock City è il titolo di una vecchia canzone dei Kiss, concepita dai quattro “trasformisti” newyorkesi come sentito omaggio per una città il cui nome è quasi da sempre sinonimo di rock’n’roll aspro e grintoso. Ad illustrare in modo sintetico ma esauriente le ragioni che sorreggono tale lusinghiera fama provvedono adesso questi due straordionari CD confezionati dalla Alive/Total Energy, che raccontano attraverso un totale di trenta episodi (per altrettanti gruppi) una leggenda edificata su chitarre distorte, ritmi pesanti ed energia pura avviata negli ormai lontanissimi Sixties ma ancor oggi vivissima: non solo nella memoria dei (numerosi) reduci ma anche e soprattutto negli strumenti di migliaia di giovani e meno giovani garage band sparse per il mondo. Continua a leggere

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Monster Magnet

Da qualche settimana sono in circolazione le ristampe “deluxe” di quattro album dei Monster Magnet: quelli dal secondo al quinto, usciti tutti su A&M fra il 1993 e il 2000. Di almeno un paio avrei anche le recensioni d’epoca, ma mi sembra più sensato recuperare questo ben più recente riepilogo generale.
Monster Magnet fotoQuando nel primissimo scorcio degli anni Novanta il termine “stoner” iniziò a diventare di uso comune, i Monster Magnet erano attivi già da un tot. Insomma, coevi e non emuli dei Kyuss, come implicitamente dimostrato dal fatto che i primi album di entrambe le compagini, dopo alcune prove minori di precaria diffusione, videro la luce nel 1991. Spine Of God, l’esordio della band del New Jersey da sempre collegata al cantante, chitarrista ritmico e songwriter Dave Wyndorf, non è però compreso in questo lotto di riedizioni “deluxe” – in formato doppio CD o 33 giri, quindi, con i secondi supporti riempiti di B-side, outtake, versioni alternative, session radiofoniche e pezzi dal vivo; il marchio è quello della Spinefarm/Universal – che si concentra sul periodo in cui l’ensemble era sotto contratto con la A&M. Continua a leggere

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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Il blog di Carlo Bordone

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Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)