Articoli con tag: hard e dintorni

Korn (1996)

Venticinque anni esatti fa, lo stesso giorno di Now I Got Worry della Jon Spencer Blues Explosion, usciva quest’altra bomba di disco, uno dei massimi capolavori di quella tendenza che ancora non era stata ufficialmente etichettata come nu-metal. Per il disco successivo e un’intervista, cliccare qui.

Korn 1996 cop

Life Is Peachy
(Immortal-Epic)

Strana pianta, quella del crossover più o meno “metallico”; una pianta che resiste miracolosamente all’inaridimento e che, quando sembra ormai per seccare, esplode in una imprevedibile, policroma fioritura dalla quale derivano nuovi semi. Volendo perseverare in questa azzardatissima metafora botanica, diremo che i Korn sono davvero una singolare specie di vegetale: irti di aculei, tossici e forse anche carnivori, nonché capaci di suscitare giudizi opposti- Se infatti è vero che molti – compreso, è chiaro, il sottoscritto – sono affascinati dalle loro forme spigolose, dalle loro tinte fosche e dal loro aroma pungente, altri non riescono proprio a sopportare l’ostinazione con la quale i cinque virgulti californiani sfuggono la luce del sole, la stravaganza dei loro equilibri strutturali o il loro (quasi) totale rifiuto di ogni leggiadria convenzionalmente intesa.
Diversi da qualsivoglia esponente della contaminazione creativa tra generi, i Korn shakerano rock’n’ro1l e campionamenti, hard e hip hop, rumore puro e melodie perverse in brani crudi e acuminati, allestendo un soundtrack dai toni apocalittici nel quale è arduo scorgere tracce anche vaghe di “commercialità” e compromesso; e questo loro secondo album, senza dubbio superiore a quel “Korn” che poco piu di un anno fa ne aveva rivelato il genio corrotto, si rivela esempio eloquente al limite dell’imprescindibi1e di un rock scomodo e malato, a tratti non facile da assimilare e adattissimo a fungere da accompagnamento a questi anni concitati e nervosi ma non necessariamente senza futuro. Chi annovera tra i suoi interpreti favoriti Rage Against The Machine, Primus, Tool o White Zombie non puo davvero esimersi dal dedicargli, come primo passo, un po’ d’attenzione. L’amore, c’è da scommetterci, arriverà.
(da AudioReview n.166 del gennaio 1997)

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Metallica (1991)

Metallica cop

Il 12 agosto 1991 usciva il cosiddetto Black Album dei Metallica, disco controverso che a distanza di trent’anni non ha ancora smesso di dividere. All’epoca non riuscii a recensirlo in quanto preceduto da qualche collega sia su Velvet, sia su AudioReview, ma questa non mi pare una ragione valida per snobbare una ricorrenza così importante. Ecco allora quanto ne scrissi per il libro Rock: 1000 dischi fondamentali, dove è presente in seconda fascia (gli altri 300); nella prima c’è, ovviamente, Master Of Puppets. Lo spazio obbligato di 1200 battute non consente chissà quali approfondimenti, ma perché si tratti di un disco-cardine mi sembra spiegato con la dovuta chiarezza.

Metallica
(Elektra, 1991)
Magari perché consapevoli di non poter far meglio nell’ambito del suono fino ad allora frequentato, rischiando di ripetersi e deludere, il cantante e chitarrista James Hatfield, il chitarrista Kirk Hammett, il batterista Lars Ulrich e il bassista Jason Newsted voltano pagina. Con l’aiuto del produttore Bob Rock, al tempo noto soprattutto per i lavori con Cult e Mötley Crue, confezionano un doppio LP senza titolo, subito battezzato The Black Album per via del colore della copertina: il thrash è un’eco piuttosto lontana, ma il gruppo riesce nella difficile impresa di evolversi non rinnegando le proprie radici – i “nuovi” elementi non sono a ben vedere del tutto tali ma preesistevano, benché un po’ nascosti, nei vecchi album – e non perdendo ispirazione e carisma. Mentre i fan duri e puri si strappano le vesti, deplorando la “svolta commerciale” di ballate granitiche e assieme accattivanti (The UnforgivenNothing Else Matters), Metallica sale al primo gradino della classifica USA: sarà il best seller assoluto della band (sedici milioni di copie vendute solo in patria) e il disco che più di ogni altro sdoganerà il metal (ex) estremo presso il “normale” pubblico rock, abbattendo barriere ormai prive di significato.

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Måneskin & Iggy Pop

Maneskin-Iggy cop

I Wanna Be Your Slave è un brano di Teatro d’ira Vol.1, il secondo album dei Måneskin pubblicato dalla Sony lo scorso 19 marzo. Stilisticamente parlando riprende – in chiave un po’ edulcorata – tematiche sonore che a cavallo tra gli ’80 e i ’90 si sarebbero definite “crossover” (vaghe coordinate: Faith No More, Red Hot Chili Peppers, Primus), accoppiate a un testo (in inglese) all’insegna del ribellismo giovanile; il tutto non raggiunge i tre minuti di durata e senza dubbio “funziona”, come provano i quasi duecentocinquanta milioni di ascolti su Spotify. Arrangiato un po’ diversamente (ma nemmeno tanto), e con un testo più “adulto” (ma anche no), avrebbe addirittura potuto essere un pezzo dell’Iggy Pop dei ’90.
In questa nuova versione featuring proprio Sua Iguanità le basi strumentali sono le stesse dell’episodio originale (a parte il remix, certo), con Damiano David e Iggy ad avvicendarsi al canto (e a “mescolarsi” verso la fine). L’illustre ospite non stravolge il modello, ma si sente e si riconosce – alla fine della seconda strofa, al posto “fucking pathetic”, piazza pure quello che si direbbe un azzeccato “fucking with daddy”, e nel finale emerge uno “shit” – sia quando canta, sia quando gli interventi sono più o meno “parlati”. Considerate anche le modalità con cui la cosa si è svolta – niente incontri se non in video, invio di file tramite Rete – parlare di “collaborazione” appare un po’ forzato, ma sarebbe disonesto non rimarcare che quasi tutte le “collaborazioni” di oggi sono organizzate in questa maniera.
Nessuna rivelazione e nessuno scandalo, dunque, almeno dal mio punto di vista, e di sicuro una bella soddisfazione per i ragazzi romani, oltre che un’operazione vantaggiosa per tutte le parti in causa. Nonché, comunque, qualcosa da ricordare, tanto che io – Iggy è la mia icona, chi mi segue lo sa – ho preordinato subito il 45 giri in edizione limitata. Spero mi arrivi sul serio, dato che a quanto sembra è esaurito in un’ora e già nell’internetdemmerda ci sono speculatori che provano a venderlo a 100/200 euro.

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Mudhoney (1991)

Mudhoney cop

Il 26 luglio 1991 i Mudhoney davano alle stampe il loro secondo, eccellente album, e io ero naturalmente alla macchina da scrivere (non sono sicuro se avessi già una specie di computer… di sicuro, il primo MAC lo acquistai solo nel 1995) per occuparmene. Qui sul blog c’erano già varie cose sulla band (una monografia del 1991, un’altra monografia ben più estesa del 2008, un’intervista a Steve Turner), ma in occasione del trentennale la recensione in tempo reale di Every Good Boy Deserves Fudge meritava uno spazio.

Every Good Boy Deserves Fudge
(Sub Pop)

Mudhoney atto secondo: a due anni dall’omonimo, indimenticabile debutto sulla lunga distanza dell’album, dopo estenuanti tour su e giù per l’Europa e gli States, dopo l’annuncio di scioglimento per fortuna ritrattato, dopo un paio di travolgenti 45 giri (Thorn e il più recente Let It Slide), i portabandiera di casa Sub Pop hanno fatto di nuovo levare alta la propria voce. Una voce fragorosa e abrasiva, che racconta della fusione di trame di chiara marca Sixties (psichedelia, garage, forse persino beat) con l’ipnotico e graffiante hard rock di Seattle, del punk degli anni ‘70 e con l‘underground convulso e spigoloso oggi tanto popolare al di là dell’Atlantico, dell’estro che inventa (pur perverse) melodie con l’innata inclinazione a martoriarle con la lucida follia delle chitarre.
Every Good Boy Deserves Fudge è un inno corrotto e disperato alla capacità del rock‘n’roll di rigenerarsi continuamente, di far esplodere in un pirotecnico gioco di suoni il suo saper assorbire influenze restituendole poi in altra forma. Che siano ombrose litanie dal fascino magnetico o frenetiche aggressioni all‘insegna della furia più selvaggia, le sue canzoni attestano come i Mudhoney non abbiano timore di sperimentare nuove opportunità senza per questo uscire dal sentiero della tradizione; magari rubando un po’ dappertutto idee e riferimenti, guidati dalla consapevolezza che l’invenzione assoluta è ormai quasi un’utopia e che ciò che conta è solo elaborare nuovi dosaggi dei “soliti” ingredienti.
(da AudioReview n.110 del novembre 1991)

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Roma, 10 luglio 1996

Sex Pistols RomaIl 10 luglio 1996 fu un giorno decisamente speciale. Nella Curva Sud dello Stadio Olimpico era infatti stato montato un palco sul quale si sarebbero esibiti di seguito, a partire dal tardo pomeriggio, Paradise Lost, Bad Religion, Slayer, Sepultura, Iggy Pop e Sex Pistols: sul piano stilistico, uno schieramento un po’ strano, ma con il filo conduttore della potenza sprigionata. Ho cercato in archivio una recensione che credevo di aver scritto, ma niente da fare. Ricordo però bene che fu una gran bella serata, sia per la musica, sia per gli incontri: non capita spesso, nello spazio di poche ore, di intervistare i Bad Religion, giocare a “passaggi e tiri in porta” con i Sepultura, chiacchierare e scattare una foto con Iggy Pop e guardare un concerto commentandolo con Glen Matlock.
Per come la vedo io, un “festival rock” è questo: una serie di band, per forza di cose non troppo numerose, che sfilano su un solo stage. Un evento a misura d’uomo, non quella roba “moderna” – servono “più denti”, come si diceva in uno dei film di Jurassic Park – in cui si fanno suonare decine e decine di artisti in contemporanea, con continue migrazioni da una parte all’altra, inevitabili sovrapposizioni e quindi scelte dolorose tra questo e quello. A tanti questo piace e buon per loro, io proprio non ce la faccio.
Se Pistols Roma 2Tornando a quel 10 luglio di una vita fa, sono felicissimo di essere stato presente. Era la prima volta che vedevo dal vivo i miei amati Bad Religion e sarebbe stata l’unica per quanto riguarda i Sex Pistols, nell’ambito di quel “Filthy Lucre Tour” – nome geniale – che fu sì una recita, ma anche una bellissima recita e allora per una volta affanculo la sincerità (che, poi, in realtà, c’era, seppure di un altro tipo: che lo facessero per i soldi l’hanno dichiarato dal principio, con l’abituale faccia di bronzo). E poi Iggy Pop, per la terza volta, una furia, senza dimenticare le tre band metal che hanno fatto la loro figura (i Paradise Lost quelli che mi erano piaciuti di più, se ben ricordo). Non mi sembra che, a Roma, di situazioni simili se ne siano vissute molte, e dunque ho voluto ricordare questa, senza ovviamente poter dispensare perle di saggezza (è passato un quarto di secolo, pretenderlo sarebbe eccessivo), ma certo regalando qualche bel momento a quanti, tra le migliaia di spettatori, stanno ora leggendo queste righe, pensando compiaciuti “io c’ero!”. Ci siamo divertiti, no?

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