Articoli con tag: hard e dintorni

Queens Of The Stone Age

Settimane fa ho partecipato solo come spettatore agli accesi dibattiti svoltisi in Rete a proposito dell’ultimo album dei QOTSA, per (giusta) correttezza nei confronti delle riviste per le quali lavoro. Fosse per i responsabili delle stesse, anzi, in Internet non dovrei scrivere nulla, perché la mia presenza qui fa pensare a un tot di miei potenziali lettori che non valga la pena di spendere soldi in edicola perché bene o male può seguirmi gratis sul blog e su Facebook. La questione è interessante e prima o poi la analizzerò in modo più approfondito. Intanto, dato che Blow Up di settembre non è più in vendita in quanto sostituito da quello di ottobre, ecco la mia recensione del nuovo di Josh Homme e compagni. Che non è interlocutoria, no, o quantomeno non lo è più del – comunque valido – disco. Per chi fosse interessato, qui ci sono le mie recensioni d’epoca dei primi tre album della band.

Villains
(Matador)
È trascorso molto tempo da quando, a cavallo fra i ‘90 e gli Zero, molti vedevano giustamente i Queens Of The Stone Age come (pur moderati) innovatori e credibili portabandiera di una resistenza al processo di distacco del r’n’r dal suo ruolo di polo aggregativo primario delle tribù giovanili. Oggi che quella guerra è stata persa e che di rock si parla quasi unicamente come stile musicale, spesso accostandogli aggettivi sprezzanti quali “retrogrado” e “reazionario”, Josh Homme e compagni non sembrano comunque voler gettare la spugna, sia continuando a giocare con la retorica che segue come un’ombra il genere in questione, sia provando a dimostrare che il suo futuro non è solo dietro le spalle. Come i sei capitoli che l’hanno preceduto, Villains non rinuncia infatti a qualche piccolo aggiustamento di rotta, complici un utilizzo più ampio delle tastiere e l’ingaggio come produttore principale di Mark Ronson; sfumature, però, dato che groove e ruvidezze chitarristiche dominano ancora un sound dal forte impatto fisico, con atmosfere tendenti al cupo e ritmi che inducono al movimento, il tutto condito di occasionali divagazioni e bizzarrie. Non si avvertono in ogni caso decise alterazioni di una sintesi che rimane riconoscibile ed efficace, benché si abbia l’impressione che il sacro fuoco abbia lasciato il posto al mestiere e alle alchimie a tavolino, oltre che a un songwriting non sempre memorabile; ma questo passa il convento e, se si apprezza la formula, la soddisfazione è più o meno garantita.
Tratto da Blow Up n.231 del settembre 2017

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Marilyn Manson (1998-2007)

Mentre mi accingevo a recensire per AudioReview il nuovo album d(e)i Marilyn Manson, ho dato come sempre uno sguardo al mio archivio testi per verificare cosa avessi scritto in passato. Non senza stupore, ho scoperto di aver trattato tutti i dischi pubblicati fra il 1998 e il 2007 dalla band americana, compreso un live e un “greatest hits”; nulla, invece, sui primi tre, né sugli altri tre editi fra il 2009 e il 2015. Potevo non recuperare il “filotto”? No, dovevo davvero farlo. Anche perché “l’altro Manson” (a proposito: sul primo, Charles, trovate qualcosa qui) è a mio avviso considerato molto peggio di quanto realmente meriti.

Mechanical Animals
(Nothing)
Mi sono sempre considerato un artista pop e quindi nel nuovo album ci sono parecchi elementi mainstream. Per me, però, è molto più interessante cercare di cambiare il mainstream piuttosto che adattarmici: trovarmi in una posizione di maggiore popolarità mi offre l’occasione di cambiare la direzione della musica e della moda”. Firmato Marilyn Manson, personaggio tra i più indecifrabili e controversi del rock contemporaneo. Rimane solo il problema di conciliare tale ambizioso obiettivo, pur in presenza di un lavoro assai più melodico e assai meno spigoloso dei suoi tre predecessori, con brani che parlano esplicitamente di droga, morte e violenza e che non lesinano in termini quali fuck, queer e whore. Continua a leggere

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System Of A Down (2001)

Non so bene se la colpa sia del fatto che sono invecchiato, ma da vari anni è piuttosto raro che io recuperi, solo per il piacere del riascolto, dischi di area metal del periodo a cavallo fra i ’90 e gli ’00; eppure, all’epoca ne divoravo a decine e decine, e quando ne recupero alcuni di quelli che a memoria sono incasellati alla voce “ottimi”, ritrovo tutto ciò che all’epoca me li face amare e (ben) recensire. Tra i massimi capolavori del genere, inserito fra l’altro nella mia playlist del 2001, c’è senza dubbio il secondo dei SOAD, del quale – proprio in questi giorni, ma sedici anni fa – scrissi quanto segue.

Toxicity
(American Recordings)
Non hanno fatto bene, al crossover, i riscontri commerciali di parecchi suoi esponenti: complici l’avidità dei discografici e la bocca buona di troppi appassionati, il panorama del metal contaminato è ormai una specie di girone infernale affollato di opportunisti dell’ultim’ora, plagiatori senza scrupoli e puri e semplici fenomeni da baraccone. Fortunatamente, però, non tutti i gruppi sanno solo picchiar duro, alzare il volume e fare i pagliacci; i System Of A Down, californiani di Los Angeles con sangue armeno nelle vene, hanno invece elaborato una formula personale, dove potenza ed estremismi si legano a imprevedibili aperture melodiche, strutture stranite, pause evocative e citazioni etniche. Continua a leggere

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Royal Blood (2017)

In generale sono cose che accadono da sempre e quindi non mi meraviglio (più), ma che mezzo mondo – compresa gente seria e stimabile – stia esaltando costoro nei termini in cui li sta esaltando mi sembra esagerato. Per me, un disco da 6.

How Did We Get So Dark?
(Warner Bros)
White Stripes, Black Keys e Kills sono solo alcune delle band rock di due membri che dall’inizio del millennio hanno ottenuto più o meno ampi consensi. Sulla loro scia, benché con un sound che è atipicamente fondato sulla liaison (poco) dangereuse fra una tonante batteria e un basso distorto che fa le veci della chitarra, si sono collocati i britannici Royal Blood, grazie al solito tam-tam dell’hype e a padrini illustri – come uno Jimmy Page (evidentemente) non più molto lucido – che li hanno ricoperti di lodi. Continua a leggere

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Warrior Soul (1990-2000)

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991, del quale nell’aprile di quest’anno avevo riproposto una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra era uscita su AudioReview). Ho pensato che potesse essere una buona idea, invece di aggiungere un nuovo post, recuperare quello di cui sopra, arricchendolo con le mie recensioni di tutti gli altri album della band americana (compresi i due degli Space Age Cowboys) e con una breve ma esauriente retrospettiva scritta a corredo della mia seconda intervista al leader Kory Clarke (che magari un giorno riesumerò; la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui). Mi dispiace davvero tanto che il gruppo non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo.

Warrior Soul, 1990-2000
L’avventura dei Warrior Soul inizia sul finire degli anni ‘80 a New York per iniziativa di Kory Clarke, cantante e performer con alle spalle esperienze come batterista in alcune formazioni underground della natia Detroit (si ricordano in particolare gli L7 – nessuna relazione con le omonime californiane – e i Trial). Assestato l’organico con gli innesti di John Ricco (chitarra), Pete McClanahan (basso) e Paul Ferguson (ex Killing Joke, batteria), l’ensemble avvia una convincente attività live che dopo pochissime esibizioni – si dice appena cinque – porta alla firma del contratto con la David Geffen Company. Continua a leggere

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Gimme Danger

stooges-film-locSono appena rientrato dalla visione in anteprima di Gimme Danger, il docu-film di Jim Harmusch dedicato all’epopea degli Stooges. Non di Iggy Pop, la cui carriera in proprio non è in pratica trattata, ma di Iggy & The Stooges: quindi, The Stooges, Fun House, Raw Power, Kill City e il periodo della “ricostruzione” della band, stranamente senza neppure accennare a The Weirdness e Ready To Die. Continua a leggere

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Mother Love Bone

Della storica band post-Green River e pre Pearl Jam mi sono già occupato piuttosto diffusamente in questo articolo, ma non era pensabile trascurare la maxi-ristampa in oggetto, il cui eloquente sottotitolo è “The Complete Works”.

On Earth As It Is
(Republic)
Come ogni esegeta del grunge ben sa, il trait d’union fra i pionieri Green River (che generarono pure i Mudhoney) e le rockstar Pearl Jam è costituito dai Mother Love Bone, cioè il gruppo che Jeff Ament e Stone Gossard fondarono assieme all’altro ex Green River Bruce Fairweather, al batterista degli Skin Yard Glen Gilmore e ad Andrew Wood, già cantante (carismatico) dei Malfunkshun. Fu proprio la fatale overdose di quest’ultimo, ad appena ventiquattr’anni e poco prima che l’album d’esordio Apple arrivasse nei negozi, a provocare la separazione della band, con conseguente innesco delle dinamiche che avrebbero portato al progetto Temple Of The Dog – un omaggio allo stesso Wood – e poi alla nascita dei Pearl Jam. Benché casualmente, il quintetto di Seattle ha dunque bene o male avuto un ruolo cruciale nella storia del rock dell’ultimo quarto di secolo, uno di quei ruoli che fornirebbero eccellenti spunti per un albo della collana “What If…?” o per un film alla “Sliding Doors”.
A raccontare in maniera persino un po’ pletorica la (breve) parabola dell’ensemble, giunge ora questa super-raccolta che riprende i contenuti nella già esauriente Mother Love Bone del 1992 (il mini Shine del 1989, il summenzionato album Apple del 1990 e alcune bonus), impinguandone la scaletta con una ventina di provini, versioni diverse, session varie, materiale dal vivo e ulteriori extra, più (non nella stampa in vinile, però) un DVD con il documentario The Love Bone Earth Affair, un videoclip e due pezzi in concerto. L’opera omnia, insomma, di questa sfortunata “meteora” che avrebbe avuto tutto ciò che occorreva per imporsi nel panorama rock del tempo: la perizia compositiva, la presenza scenica e la gran bella voce del frontman, un sound d’effetto legato a filo doppio a certi classici (Aerosmith, Led Zeppelin) e venato di street rock e grunge, un contratto major – la Stardog che pubblicò i loro dischi era un marchio creato ad hoc dalla PolyGram – atto a garantire notevole esposizione. Il destino ha disposto differentemente, ma On Earth As It Is ricorda e dimostra che, sì, il mondo è stato a un passo dall’avere altri Pearl Jam al posto di quelli ancora oggi in circolazione.
Tratto da Blow Up n.224 del gennaio 2017

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Soundgarden

Non starò qui a dilungarmi per l’ennesima volta sulla follia delle ristampe sempre più ampliate di album storici (e non), e vi eviterò piagnistei su quanto faccia riflettere trovarsi a recensire edizioni commemorative (di quarti di secolo, di trentennnali, persino di quarantennali…) di dischi che già recensii in tempo reale, come questo lavoro dei Soundgarden ora riproposto nel solito delirio di formati più o meno costosi. Non aggiungo altro se non una domanda: qualcuno di voi ha per caso acquistato la “super deluxe”?

Badmotorfinger (A&M)
Pubblicato in origine nell’ottobre del 1991 e gratificato di notevoli consensi, Badmotorfinger è uno dei tre album coevi – gli altri, Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana, nei negozi rispettivamente sei e due settimane prima – ad avere segnato nel profondo la scena a stelle e strisce dell’epoca, dimostrando che certe sonorità dure e graffianti di scuola underground potevano scalare le classifiche tanto quanto il pop di consumo. Continua a leggere

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Metallica

Non mi sono mai vergognato del mio apprezzamento “globale” (disco più, disco meno) dei Metallica, che in passato non ho mancato di manifestare attraverso recensioni e addirittura un’intervista. Certo, è estremamente improbabile che possano ancora risultare “decisivi”, ma in fondo fanno pochi dischi e ritrovarseli ogni tanto davanti non dispiace. Almeno a me.

metallica-copHardwired… To Self Destruct
(Mercury)
Non contando l’anomalo Lulu, realizzato “a dieci mani” con Lou Reed, il precedente album dei Metallica – il controverso Death Magnetic – era stato pubblicato ben otto anni e due mesi prima di questo nuovo lavoro; mai la band californiana aveva fatto passare così tanto tempo fra un disco e l’altro, mai dal 1983 in cui era entrato in organico il chitarrista Kirk Hammett non aveva apposto la sua firma su alcun brano. Continua a leggere

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Audioslave

Non so voi, ma io degli Audioslave mi ero dimenticato o quasi, benché li abbia pure visti dal vivo. Così, quando mi è capitato sotto gli occhi quello che quattordici anni fa avevo scritto del loro esordio, sono andato a ripescare il disco e l’ho riascoltato, trovandolo ancora buono. Magari non così tanto buono, ma comunque valido; lo stesso non potrei dire dei suoi due successori, Out Of Exile (che non ho recensito) e Revelations (al quale riservai, come si può leggere qui sotto, una pesante stroncatura).

audioslave-cop-1Audioslave (Epic)
Sulla carta, le nozze fra i tre strumentisti dei Rage Against The Machine e l’ex cantante dei Soundgarden vantavano un alto tasso di improbabilità, nonostante a benedirle fosse stato chiamato quel Rick Rubin che da molti anni è giustamente considerato uno dei migliori produttori (il migliore?) nell’area del rock pesante e contaminato: l’approccio ultra-politicizzato e musicalmente ferocissimo dei tre ex RATM Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, reso ancor più efficace dalla straordinaria presenza vocale e scenica del dimissionario Zach De La Rocha, dava infatti l’impressione di essere difficilmente conciliabile con l’immagine di Chris Cornell, per di più in qualche modo compromessa da un album solistico ben poco esaltante. Con questo atteso esordio, invece, i quattro hanno dimostrato che la loro unione funziona a meraviglia e ha tutte le carte in regola per continuare a lungo, smentendo così la consolidata regola per la quale i supergruppi – orrendo termine di scuola Seventies, ma tant’è – sono progetti effimeri e poveri di particolari spinte di carattere artistico, basati più sull’ego e sulla cupidigia che non sul genuino trasporto. Continua a leggere

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Led Zeppelin

Pubblicato il 5 ottobre del 1970 negli Stati Uniti e solo in 23 dello stesso mese in Gran Bretagna, il terzo album dei Led Zeppelin è uno dei capitoli in parte controversi di una discografia comunque formidabile dall’inizio alla fine. Così ne scrissi in occasione della sua ristampa “deluxe”, doppia, uscita per la Rhino/Warner.

led-zeppelin-iii-copIII
(Atlantic)
Al tempo dell‘uscita, nell‘autunno del 1970, la stampa non fu tenera con il terzo album dei Led Zeppelin, ormai già stelle consolidate e pertanto appetibile bersaglio. Colpa non della prima facciata, inaugurata dalla poi classicissima Immigrant Song e ricca di altri momenti vigorosi (Celebration Day, Out On The Tiles, il blues Since I‘ve Been Loving You), ma della seconda, dove le vampate hard Continua a leggere

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Guns n’Roses

Ognuno ha le sue debolezze, e io ho – benché forse sarebbe più giusto dire “avevo”: non rinnego nulla, ma l’entusiasmo di un tempo si è oggi comprensibilmente attenuato – quella dei Guns n’Roses. Li amavo all’inizio, ma fui conquistato anche dai due Use Your Illusion, commercializzati assieme il 17 settembre di venticinque anni fa. Se ben ricordo, scrissi la recensione per Velvet che ho qui recuperato ascoltando due fetide cassette promozionali e con l’acqua alla gola perché il giornale doveva andare in stampa… e ciò spiega il fatto che mi sia tenuto sul generico, senza neppure citare singoli brani. Rapportando tutto ai tempi, pensate che nel giudizio abbia un po’ esagerato?
guns-use-copUse Your Illusion I + II
(Geffen)
Di sicuro l’avranno fatto per guadagnarsi un posto nel “Guinness dei primati”, visto che di artisti capaci di piazzare contemporaneamente nei Top 10 americani due album doppi non antologici non dovrebbero esserne mai esistiti. E anche per smentire (quattro volte, meglio essere espliciti) le cassandre che non li reputavano in grado di confezionare un degno seguito al plurimilionario Appetite For Destruction. Ai disfattisti, Use Your Illusion I + II replica come meglio non si sarebbe potuto, mostrando una band passionale e determinata che non ha intenzione di rinnegare la sua filosofia ma che, al contrario, desidera sviscerarne ogni aspetto; ecco dunque che il suo rock’n’roll di scuola hard, pur rimanendo sostanzialmente legato alle solite tematiche stradaiole e pur inclinandosi sempre con decisione verso brani d’assalto o avvincenti ballate d’atmosfera (un buon terzo dei pezzi, del resto, ha già qualche anno sulle spalle), si apre con sorprendente brillantezza al blues/R&B – influenza principale di circa una mezza dozzina di episodi, senza contare le numerose. brevi “intro” – e a trame complesse nella loro amalgama di riferimenti, non disdegnando incursioni nel campo del “metal-pop” di immediata presa. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Hard & Heavy & Freak

Ho letto recensioni sempre positive ma meno di quanto mi aspettassi, a proposito di questo – secondo me – formidabile cofanetto dedicato all’hard rock psichedelico, con tutte le deviazioni del caso, sviluppatosi oltremanica fra il 1968 e il 1972. Che volte che vi dica? Posso anche capirne le ragioni, ma sono loro a sbagliare. Di brutto.

AAVV I'm A Freak Baby copI’m A Freak Baby…
(Grapefruit)
Indipendentemente dal formato (più lussuoso o più spartano) scelto per ragioni di opportunità commerciale, i cofanetti del gruppo Cherry Red sono ormai un classico del mercato odierno: lo strumento ideale per una prima infarinatura nient’affatto risicata a fenomeni musicali specifici, e dunque ideale base di partenza per futuri approfondimenti. D’accordo che esistono YouTube, Spotify, Wikipedia e una miriade di siti per ogni esigenza, ma un’antologia “fisica” con brani selezionati ad hoc da esperti del settore e con il corredo di note e foto ha ben altro fascino, specie se il prezzo è invitante. Continua a leggere

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Red Hot Chili Peppers

Impossibile negare che i Red Hot Chili Peppers abbiano, come si suol dire, “fatto storia”, che nella loro discografia ci siano parecchie cose belle e che, sul palco, continuino a essere una formidabile macchina da rock’n’roll. Recensire l’ultimo album The Getaway, fuori da un paio di mesi fa, è servito anche per esternare alcune riflessioni.

Red Hot Chili Peppers copThe Getaway (Warner)
Logico che la regola sia confermata da qualche eccezione e che ben pochi fan storici – anche se delusi – rinuncerebbero ad assistere a un loro concerto, ma secondo buona parte del pubblico rock i Red Hot Chili Peppers, sotto il profilo della qualità discografica, sono morti da un pezzo; c’è chi dice dall’atipico ma interessante One Hot Minute del 1995, l’album con Dave Navarro dei Jane’s Addiction che seguì la pietra miliare Blood Sugar Sex Magic, chi lega la fine al successo immenso del peraltro esemplare Californication e chi – a seconda del proprio grado di tolleranza – ha optato per le esequie con By The Way, Stadium Arcadium o I’m With You. Continua a leggere

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Mudhoney

Nel n.30 del Mucchio Extra (autunno 2008) pubblicai una lunghissima monografia dedicata ai Mudhoney, band che mi è sempre piaciuta immensamente e della quale ho scritto numerosissime volte. È ora giunto il momento di riproporre l’articolo in questione (con relativa, interminabile intervista al frontman Mark Arm) su “L’ultima Thule”, con il link al sito OndaRock al quale, ben prima di varare il blog (era il 2010), l’avevo destinato. Per chi fosse interessato, sono qui disponibili anche una retrospettiva risalente al 1991 e un’intervista a Steve Turner.
Mudhoney 1

Mudhoney 2

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Quando Axl “sbroccò”

Questo vorrebbe essere un post in qualche modo “faceto” o, almeno, non “pesante”. Vi si parla – naturalmente – dei Guns N’Roses, ma non della loro storia, dei loro dischi, della loro filosofia o della loro mitologia (qualcosa sui temi in questione, volendo, la trovate qui), ma di un avvenimento specifico, che accadde esattamente un quarto di secolo fa. Nulla di particolarmente eclatante, ma se all’episodio è stata dedicata persino una scheda di wikipedia, una ragione ci sarà.
Quando Axl2 luglio 1991, Maryland Heights, Missouri, a pochi passi da St. Louis. Al Riverport Amphitheatre, oggi Hollywood Casino Amphitheatre, suonano i Guns N’Roses, nell’ambito del tour che precedeva la pubblicazione del “doppio virtuale” (perché i due dischi si vendevano separatamente) Use Your Illusion. Durante l’esecuzione della quindicesima traccia in scaletta, Rocket Queen, Axl Rose dà letteralmente di matto vedendo che qualcuno gli stava scattando delle foto, fregandosene del suo (assurdo) diktat; come una furia, si lancia allora nella folla e, dopo una breve colluttazione, riesce a strappare la macchina dalle mani dello spettatore/fan, risale sul palco, manda tutti più o meno affanculo (le parole esatte: “Well, thanks to the lame-ass security, I’m going home!”) e lascia il palco dopo aver lanciato a terra il microfono, seguito dai suoi compagni. Show finito.
Sarebbe stata solo una delle tante bizzarrie commesse dal frontman, se non fosse per il panico provocato dal rumore del microfono gettato a terra (a molti parve uno sparo) e per il disappunto di molti presenti, che degenerò in una colossale gazzarra con decine di feriti (per pura fortuna non ci scappò il morto). Axl fu anche posto sotto processo con l’accusa di avere incitato i disordini (fu poi assolto: l’irresponsabilità non è reato), e per “placare gli animi” pensò bene di inserire fra le note di copertina degli Use Your Illusion un simpaticissimo “Fuck You, St. Louis!”. Quanti non conoscessero l’episodio possono ammirarlo nelle riprese presenti su YouTube, dove c’è addirittura l’intero concerto.

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Kyuss

Il 30 giugno di ventiquattro anni fa, i magnifici Kyuss – dai quali, come dovrebbero sapere pure i sassi, presero il via tante avventure di stoner e dintorni, la più famosa quella dei Queens Of The Stone Age – pubblicarono il loro formidabile secondo album. Qui in Italia arrivò, credo, con lieve ritardo, tant’è che ne scrissi solo dopo l’estate e la recensione fu pubblicata solo a dicembre. Che ne dite, ci avevo preso?

Kyuss copBlues For The Red Sun (Dali)
Nient’altro che ruvido hard-blues: sporco, fragoroso e intriso di passione, a riproporre antichi riti che l’evolversi della tecnica e l’avvicendarsi dei trend non hanno potuto cancellare dall’immaginario di ogni rocker d’oltreoceano. Un blues un po’ perverso, se vogliamo, che corre sul confine fra Sixties e Seventies, ostentando ad attestato della sua modernità il marchio inconfondibile del crossover; e che ferisce con il cupo incedere delle sue ritmiche, con il poderoso ruggito dei suoi riff, con l’abrasività canora di un John Garcia che a tratti sembra la controfigura in chiave appena più satanica di Glenn Danzig (altro losco figuro del quale dovreste già possedere almeno l’ultimo How The Gods Kill).
Cruda e sanguigna anche nell’incisione rétro, supervisionata da Chris Goss dei misconosciuti Masters Of Reality, questa seconda fatica dei Kyuss reinterpreta il concetto di “musica elettrica per il corpo e la mente” edificando melodie distorte e spargendo attorno a sé scintille di pura ed enigmatica freakedelia; e nelle sue canzoni, sulle quali aleggia una splendida atmosfera di libertà a dispetto della claustrofobica pesantezza di gran parte degli intrecci, passato e presente si inseguono in un gioco che solo i poveri di spirito potrebbero clasificare come sterilmente autocelebrativo. Se non appartenete alla categoria, e se subite il fascino delle fantasie chitarristiche, Blues For The Red Sun sarà certo un ascolto indicato, una tonificante boccata di aria malsana per scacciare lo stucchevole lezzo della imperante plastificazione.
Tratto da AudioReview n.122 del dicembre 1992

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