Articoli con tag: hard e dintorni

Memorabilia (2)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Idea telefonatissima, lo so, ma le cose prevedibili spesso funzionano meglio di quelle geniali. E allora, come biasimare la Geffen, che nel 1993 realizzò scatoline di spaghetti personalizzate (con dentro spaghetti veri) come oggetto promozionale – veniva dato ai giornalisti assieme al CD – per “The Spaghetti Incident?” dei Guns N’Roses? Banale, ma simpatico.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.

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Deftones (2000-2006)

Per un tot di anni, a cavallo tra i ’90 e gli ’00, sono stato un grande estimatore di quel sottogenere inizialmente definito crossover e poi ribattezzato nu-metal, recensendo, assistendo a concerti e intervistando. A un certo punto, però, mi sono stancato di seguire capillarmente il settore, limitando la mia attenzione al prosieguo di carriera delle band storiche e ben più di rado a gruppi emergenti. I californiani Deftones – che hanno anche un posto nel libro “1000 dischi fondamentali” con Around The Fur del 1997, sono comunque tra i miei favoriti, tanto da aver scritto in tempo reale di tutti i loro dischi pubblicati tra il 2000 e il 2006.

White Pony
(Maverick)
È opinione abbastanza diffusa, almeno presso gli appassionati di rock non particolarmente addentro alle “nuove tendenze”, che il crossover sia un (sotto)genere violento e abrasivo al confine con la cacofonia, una sorta di blob tra metal, del dark e dell’elettronica; una teoria alla quale anche i Deftones, con i precedenti Adrenaline (1995) e Around The Fur (1997), hanno contribuito a dare fondamento, ma che oggi è smentita da un album clamorosamente ascoltabile da tutti, a dispetto delle tante soluzioni comunque spigolose e delle forti tensioni che serpeggiano dietro melodie quasi celestiali e liriche spesso (ma non sempre) distese. Continua a leggere

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Mars Volta (2003-2006)

Ricordo fin troppo bene quando, fra i quindici e i dodici anni fa, i Mars Volta erano oggetto di accese, accesissime discussioni tra appassionati. Poche band sapevano dividere come loro e io, da già attempato professionista, mi trovavo nel mezzo, un po’ ammirato e un po’ contrariato e pertanto costretto a fare la figura del “cerchiobottista”, di quello che non vuole schierarsi; in realtà, la mia posizione nei confronti del gruppo americano era genuinamente ambigua e i miei scritti lo riflettevano, come si può vedere da questa sequenza che comprende la recensione del primo album, una sorta di mini-articolo di riflessioni varie realizzato in occasione del secondo e altre due recensioni, quelle di un live e del terzo capitolo vero e proprio. In seguito, nel 2008, mi sarei concesso il piacere di una lunga intervista che accompagnò una copertina del Mucchio, dopo la quale in pratica smisi di occuparmi dei Mars Volta, in quanto stanco di ribadire sempre gli stessi concetti

De-Loused In The Comatorium
(GSL)
Provate a immaginare un incrocio in chiave più crossover tra Rush e Yes e avrete un’idea accettabile del suono di questo primo album dei Mars Volta, la cui indole prog è dichiarata anche dall’impostazione concept: insomma, non proprio il tipo di disco che ci si sarebbe potuti attendere – a meno di non avere ascoltato il Tremulant ep del 2002 – da una band capitanata dal cantante Cedric Bixler e dal chitarrista Omar Rodriguez-Lopez, già in forza agli At The Drive-In. Eppure, è proprio così: i dieci episodi di De-Loused In The Comatorium, ispirati alla figura e alla vita dell’artista di El Paso Julio Venegas (un amico di Bixler morto suicida nel 1996 dopo aver sperimentato ogni sorta di eccesso) e co-prodotti nientemeno che dal vate Rick Rubin, costituiscono a tutti gli effetti un’autentica opera rock, di quelle che il punk aveva cacciato a calci in culo dalla porta e che invece rientrano all’improvviso dalla finestra e si accomodano anche nel salotto buono. Fuor di metafora, De-Loused In The Comatorium è un lungo gioco di “botta e risposta” tra gli arditi gorgheggi di Cedric e gli onanismi chitarristici di Omar, il tutto sostenuto da ritmiche per lo più serrate e incalzanti in un’atmosfera a metà strada fra allucinazione e delirio; uno stile mutante dove non è semplice capire cosa sia improvvisato sulla base dell’istinto espressivo o dell’emozione e cosa sia, al contrario, il risultato di aride masturbazioni a tavolino, e dove il gusto dell’evocatività che solitamente si accompagna al genere – si pensi agli A Perfect Circle, band parallela di Maynard James Keenan dei Tool – è soffocato da affastellamenti sonori e virtuosismi sui quali si stende opprimente l’ombra del kitsch. Continua a leggere

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Foo Fighters (2017)

Non ricordo come mai sono finito a scrivere, e piuttosto in lungo, dell’ultimo album dei Foo Fighters; so però che di sicuro la recensione mi è stata assegnata ben prima che ne avessi ascoltato una sola nota, e ciò esclude ogni ipotesi di stroncatura premeditata. La faccio comunque breve: Grohl e compagnia sono finiti sulla copertina di “Classic Rock” di ottobre e, nella rivista, insieme a una monografia dai toni celebrativi (non firmata da me), c’era la critica ben poco benevola che ho qui recuperato. Ovviamente, in tempo quasi reale, la recensione è stata scansionata e pubblicata su una frequentatissima pagina di fan, con conseguente, abituale florilegio di commenti-vaccate a opera di leoni e leonesse da tastiera: “ma questo chi è?”, “come si permette?”, “che rosicone!”, “eh, mai i critici devono per forza cercare il pelo nell’uovo”, “il solito frustrato che voleva fare il musicista ma non ce l’ha fatta”, “che volete che ne sappia, ha scritto le biografie di Carmen Consoli e Litfiba!”, “che gli hanno fatto?”, fino all’inevitabile, frusto “di musica non capisce un cazzo”. Tutto ampiamente previsto, compresa la pressoché totale assenza di qualsivoglia tentativo di entrare nel merito.
Recupero adesso la recensione incriminata, rimandando anche a questo vecchissimo articolo che dimostra come segua i Foo Fighters da sempre e come non sia affatto prevenuto nei loro confronti. Rileggendola un mese e mezzo dopo, non cambierei una virgola.

Concrete And Gold
(Roswell)
Arduo confutare la tesi secondo la quale il rock “classico” non è da tempo colonna sonora e inno di chiamata alle armi per i giovani ribelli o almeno un po’ indisciplinati. Non è più sovversivo, non fa più paura, è addirittura preso per il culo in un terrificante spot della Vileda; con rare e per lo più sommerse eccezioni, continua a sopravvivere in apparente buona salute all’interno dei suoi pur ampi confini, ma con un’incidenza culturale e sociale ben diversa da quella della sua età dell’oro. Continua a leggere

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Rage Against The Machine

Dopo l’intervista a Tom Morello che si può leggere qui, realizzata nel 1999, ecco la miglior selezione possibile di quanto ho scritto in tempo reale dei Rage Against The Machine, una delle band-cardine degli anni ’90. Nell’ordine: recensione dell’esordio, breve retrospettiva dell’epoca del terzo album che accompagnava un’intervista non mia, recensioni del terzo e quarto album nonché di un live postumo. Mancano i commenti d’epoca alla seconda prova (Evil Empire) e ad altri DVD in concerto, ma direi che ci si può accontentare. Degli Audioslave si può leggere qui, dei dischi solistici di Tom Morello, invece, qui.

Rage Against The Machine
(Epic)
Siamo ormai arrivati al crossover dei crossover. Alla sintesi delle sintesi. All’abbattimento dei confini di genere, insomma, per l’edificazione di un sound la cui “novità” non è inficiata dall’evidenza dei suoi elementi costitutivi. E siamo arrivati anche al punto in cui le etichette, così comode per selezionare a priori i dischi da recensire/acquistare, possono divenire talmente ampie da essere, di fatto, inutili. Continua a leggere

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