Articoli con tag: black music

Cody ChesnuTT (2017)

Come tutti dovreste ben sapere, non scrivo tantissimo di black music, sia per averla iniziato a conoscere sul serio, e quindi amarla, non proprio da giovanissimo, sia perché in tutte le riviste con le quali ho lavorato c’era sempre chi, sull’argomento, ne sapeva più di me. Quando me ne occupo, però, lo faccio con piacere, e trattando solo artisti che conosco bene. Come questo signore qui.

My Love Divine Degree
(One Little Indian)
Sono trascorsi quindici anni da quando Cody ChesnuTT, allora già trentaquattrenne, stupì addetti ai lavori e appassionati di black music – e non solo: quel disco era incredibilmente eclettico – con il monumentale The Headphone Masterpiece, complice la ripresa della sua The Seed (con presenza nel brano e nel videoclip) in un successo internazionale come Phrenology dei Roots. Continua a leggere

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Gregory Porter

Ritorno proprio ora, decisamente appagato, dal concerto che Gregory Porter ha tenuto all’Auditorium – Parco della Musica nell’ambito del “Roma Jazz Festival”. Un buon pretesto per recuperare quanto scrissi a proposito di quello che è ancora il suo ultimo album; in attesa del prossimo, al momento in fase di preparazione.

Porter copLiquid Spirit (Blue Note)
Ad analizzare quanto si dice di Gregory Porter, che ha quasi quarantadue anni ma ha pubblicato il suo primo disco solo nel 2010, la definizione più usata è “jazz singer”: un’etichetta in linea con il fatto che il suo esordio Water figurasse fra le cinque nomination al Grammy del 2011 nella categoria “Best Jazz Vocal Album”, e comunque non in contrasto con la seconda nomination di pochi mesi fa – settore “Best Traditional R&B Performance” – ottenuta per Real Good Hands, un brano del successivo album Be Good. Porter è infatti un cantante, nonché compositore, che si muove con naturalezza fra il mondo del jazz e quello del soul/R&B, con echi e influenze di altra black music a partire da gospel e blues: black music classica, sia chiaro, non contaminata da tentazioni moderniste o ammiccamenti a ciò che fa tendenza ai giorni nostri. Nomination a parte, sull’artista nato in California ma residente a Brooklyn sono piovuti riconoscimenti di qualsiasi tipo e livello: quasi inevitabile, dunque, l’interessamento della Blue Note, con relativa offerta di un contratto di quelli che non si possono rifiutare. Continua a leggere

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Sly And The Family Stone

Non scrivo granché di musica black. In gioventù non mi piaceva molto perché – scioccamente, ma erano altri tempi e credo di poter essere giustificato – la associavo all’odiata “disco”, e in seguito perché nelle riviste nelle quali lavoravo (e che magari coordinavo) c’era sempre almeno un collega più ferrato di me sull’argomento. Ogni tanto, però, addentrarmi in quel mondo mi fa piacere, specie quando nello specifico si parla di Sixties.

Sly And Family Stone copLive At The Fillmore East
(Epic)
Nella convulsa, funambolica avventura di Sly And The Family Stone, costellata di eccessi e zone d’ombra, una delle poche certezze è quella relativa allo zenit artistico: fra l’inizio del 1969 e la fine del 1971, ovvero il periodo dei capolavori Stand! e There’s A Riot Goin’ On, dei primi, veri successi di mercato, dell’epocale concerto a Woodstock, dell’affermazione come alfiere di una maggiore equità sociale. Continua a leggere

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Algiers (2015-2017)

Capita ormai davvero di rado che un disco mi sorprenda, non per la bellezza ma per lo stile musicale. Insomma, per me non è frequente ascoltare qualcosa e pensare, pur identificandone componenti e magari riferimenti, “un suono così non l’ho mai sentito”. Mi è accaduto con gli Algiers, che nel numero di giugno 2015 di Blow Up ho anche intervistato. Il secondo album della band non ha destato per forza di cose uguale sorpresa, ma si è comunque rivelato diverso dal predecessore. E splendido. Qui le recensioni di entrambi.

The Underside Of Power
(Matador)
Due anni esatti fa, l’esordio omonimo degli Algiers aveva offerto un’eloquente dimostrazione – rara, e dunque ancor più preziosa – di un concetto di primaria importanza: che, nonostante tutto, è sempre possibile dar vita a musiche in qualche misura “nuove”, se non proprio nelle componenti di base, quantomeno nell’amalgama in schemi espressivi che non rimandino subito a esperienze già note e digerite. Insomma, una proposta non banale sotto il profilo stilistico, resa ulteriormente significativa dal suo essere veicolo non solo di suggestioni ed emozioni, ma anche di propaganda politico-sociale… e pazienza se, considerati questi tempi di cinismo a oltranza (comprensibile, intendiamoci), in molti faranno spallucce: Franklin James Fisher e compagni (Ryan Mahan, Lee Tesche e, ora in pianta stabile, l’ex Bloc Party Matt Tong) andranno avanti per la loro strada di canzoni e messaggi “di peso” come del resto hanno fatto in questo secondo capitolo segnato da un titolo senza sottintesi come “il lato nascosto del potere” e costituito da brani che affrontano apertamente drammi quali i delitti di stato, il razzismo esplicito e strisciante, la brutalità della polizia, le difficoltà del semplice individuo a opporsi a una sistema asservito agli interessi economici di una minoranza. The Underside Of Power è un disco di Resistenza, a testa alta, idealmente ispirato all’impegno del Black Panthers Party e del Chicano Movement, perché al di là delle apparenze le lotte civili di mezzo secolo fa non sono affatto obsolete. Anzi, rimangono attuali e necessarie, su ambedue le sponde dell’Atlantico e in ogni angolo di questo disastrato pianeta.
Per fortuna dell’ensemble e di chi ha scelto o sceglierà di frequentarlo, il mezzo con il quale i Nostri diffondono il loro Credo barricadero è, come si accennava, lontano da cliché più o meno consunti e costantemente illuminato dal sacro fuoco dell’ispirazione. Ai pensieri forti enunciati attraverso i testi, gli Algiers accostano infatti un sound poliedrico e creativo che, come nel lavoro precedente, si muove ipnotico e insinuante fra radici gospel/black e trame che si direbbero derivate dal post-punk filo-industriale, per un risultato nel quale calore e glacialità trovano a sorpresa un non facile ma perfetto equilibrio. Ecco allora che sentimento e solennità convivono con una grinta rock all’occorrenza molto graffiante, proprio come le melodie persuasive si intrecciano con le ruvidezze e gli strumenti convenzionali interagiscono con quelli elettronici, per un sabba sperimentale di notevolissimo impatto, a più livelli. Al confronto con il passato, la band ha del resto guadagnato in potenza con l’ingresso del batterista Matt Tong, nei live già dal 2015; l’accentuazione dell’elemento ritmico, seppure non nell’intera scaletta, non ha però mitigato l’intensità delle atmosfere o comportato cali del respiro sperimentale di una formula peculiare – all’estero c’è chi ha parlato di “soul distopico”: come dargli torto? – e fascinosissima. Poi, certo, Algiers era più dilatato e “fragile” con le sue cadenze dettate spesso dai battimani, mentre The Underside Of Power – prodotto da Adrian Utley dei Portishead assieme ad Ali Chant – è nel complesso più energico, benché non rinunciando a momenti pacati e intrisi di tensione, ai “call and response” voce/cori dal sapore di spiritual, alle alchimie sintetico-rumoriste. Agli estremi dello spettro si collocano, la lacerante ossessività di Animals e la dolcezza comunque inquieta di A Hymn For An Average Man; nel mezzo, tutte le variazioni sul tema, con la più netta inclinazione verso il r’n’r – un r’n’r, meglio ribadirlo, magnificamente ibrido – dichiarata dal poker di tracce posto in apertura, che dalla convulsa Walk Like A Panther giunge alla tenebrosa Death March (il pezzo più dark: nomen omen) passando per l’incalzante Cry Of The Martyrs e la maestosa title track, scelta come singolo apripista per via del suo pur ambiguo pop appeal (è stata definita “un incrocio fra i Suicide e i Temptations” e, con il sorriso sulle labbra, si deve convenire).
Se Algiers poteva in fondo essere un capolavoro fortuito, The Underside Of Power prova oltre ogni ragionevole dubbio che questo gruppo sulla carta improbabile – non per le sue matrici sonore ardue da conciliare o per le diverse etnie dei suoi musicisti, ma perché i quattro vivono sparsi fra Atlanta, New York e Londra – ha tutto quello che occorre per durare a lungo e ritagliarsi uno spazio più ampio e visibile di quello fin qui conquistato; l’invito dei Depeche Mode ad aprire le date del loro tour europeo potrebbe essere in tal senso un’opportunità decisiva, anche se quella dello stadio non è di sicuro la dimensione più idonea per una compagine dalle caratteristiche così singolari. In estrema sintesi: se si attendeva una conferma, questa è arrivata, esplicita come più non sarebbe stato ipotizzabile. Gli Algiers ci sono, e non ci si potrà più esimere dal fare i conti con loro.
Tratto da Blow Up n.229 del giugno 2017

Algiers copAlgiers (Matador)
Si chiamano Algiers, ma non sono il duo indie britannico che l’anno scorso ha esordito con “You’re The Captain”. Loro sono in tre, sono originari di Atlanta – ma adesso si dividono fra New York e Londra – e hanno elaborato una formula sonora di notevolissimo impatto, della quale quest’omonimo primo album è puntuale e brillante testimonianza. Di cosa si tratta? Di un intrigante, fascinoso ibrido fra – semplificando – gospel e (post-)post-punk, avvolto in atmosfere non proprio luminose che talvolta divengono persino spettrali e corredato di testi che spaziano fra religione e politica, non privi di critiche nei confronti di alcune aberrazioni della nostra cosiddetta civiltà. Nella tavolozza della band, il colore dominante è il canto soulful di Franklin James Fischer, che divide gli oneri chitarristici con Lee Tesche, mentre il basso è nelle mani di Ryan Mahan; manca la batteria, ma al particolarissimo groove provvedono sempre i tre con il battere di mani e piedi, con i cori e con elettroniche comunque mai invadenti.
Non si pensi, però, a qualcosa di astruso e/o poco godibile: benché per molti aspetti inusuali, i brani degli Algiers non lamentano carenze di melodie e passione; hanno senza dubbio fondamenta intellettualistiche, ma vantano anche saldi legami con quella spiritualità che della gente del sud degli States è spesso inseparabile compagna. Da tale (apparente) dicotomia scaturiscono così risultati formidabili: pezzi come Remains, Blood, Irony Utility Pretext, But She Was Not Flying o In Parallax, senza dimenticare il più torbido And When You Fall, il più funkeggiante Black Eunuch o il più soffice ed etereo Games, attraggono inesorabilmente nelle loro spire ipnotiche, evocando suggestioni intense e rivelandosi ottima medicina per – si perdoni il ricorso al luogo comune – animo, mente e corpo. Musica al contempo tesa e rassicurante, caleidoscopica a dispetto delle tinte per lo più livide, che viaggia su un binario parallelo a quello dei primi, eccezionali TV On The Radio ma che arriva e conduce in altri non meno stupefacenti mondi. Provare per credere.
Tratto da Blow Up n.205 del giugno 2015

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Eminem

Ognuno di noi ha qualche deviazione musicale che magari i più definirebbero “scheletro nell‘armadio”. Una delle mie è che non mi dispiace Eminem; o, forse, dovrei scrivere “non mi dispiaceva”, considerato come tutti i suoi ultimi album mi sono parsi, quale più quale meno, abbastanza sottotono. Il trittico composto da The Slim Shady LP, The Marshall Mathers e The Eminem Show, che ha il suo zenit nel capitolo centrale, continua però a sembrarmi pregiato. Recupero pertanto con piacere questa recensione che, probabilmente, è l‘unica che abbia scritto a proposito del rapper americano.

Eminem copThe Eminem Show (Aftermath)
Per definire con una sola parola Marshall Bruce Mathers III, un collega ha coniato un buffo e geniale neologismo, rapparaculo: un termine che inquadra perfettamente tanto lo stile musicale di questo controverso personaggio quanto la sua capacità di rendersi interessante – e quindi vendibile – a livelli che mai si sarebbero immaginati. Almeno per un coatto bianco, e con i capelli tinti di giallo, che ha il coraggio di cimentarsi con quello che da una quindicina d’anni è il suono black per eccellenza, l’hip hop. Continua a leggere

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