Articoli con tag: black music

Gregory Porter

Ritorno proprio ora, decisamente appagato, dal concerto che Gregory Porter ha tenuto all’Auditorium – Parco della Musica nell’ambito del “Roma Jazz Festival”. Un buon pretesto per recuperare quanto scrissi a proposito di quello che è ancora il suo ultimo album; in attesa del prossimo, al momento in fase di preparazione.

Porter copLiquid Spirit (Blue Note)
Ad analizzare quanto si dice di Gregory Porter, che ha quasi quarantadue anni ma ha pubblicato il suo primo disco solo nel 2010, la definizione più usata è “jazz singer”: un’etichetta in linea con il fatto che il suo esordio Water figurasse fra le cinque nomination al Grammy del 2011 nella categoria “Best Jazz Vocal Album”, e comunque non in contrasto con la seconda nomination di pochi mesi fa – settore “Best Traditional R&B Performance” – ottenuta per Real Good Hands, un brano del successivo album Be Good. Porter è infatti un cantante, nonché compositore, che si muove con naturalezza fra il mondo del jazz e quello del soul/R&B, con echi e influenze di altra black music a partire da gospel e blues: black music classica, sia chiaro, non contaminata da tentazioni moderniste o ammiccamenti a ciò che fa tendenza ai giorni nostri. Nomination a parte, sull’artista nato in California ma residente a Brooklyn sono piovuti riconoscimenti di qualsiasi tipo e livello: quasi inevitabile, dunque, l’interessamento della Blue Note, con relativa offerta di un contratto di quelli che non si possono rifiutare. Continua a leggere

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Sly And The Family Stone

Non scrivo granché di musica black. In gioventù non mi piaceva molto perché – scioccamente, ma erano altri tempi e credo di poter essere giustificato – la associavo all’odiata “disco”, e in seguito perché nelle riviste nelle quali lavoravo (e che magari coordinavo) c’era sempre almeno un collega più ferrato di me sull’argomento. Ogni tanto, però, addentrarmi in quel mondo mi fa piacere, specie quando nello specifico si parla di Sixties.

Sly And Family Stone copLive At The Fillmore East
(Epic)
Nella convulsa, funambolica avventura di Sly And The Family Stone, costellata di eccessi e zone d’ombra, una delle poche certezze è quella relativa allo zenit artistico: fra l’inizio del 1969 e la fine del 1971, ovvero il periodo dei capolavori Stand! e There’s A Riot Goin’ On, dei primi, veri successi di mercato, dell’epocale concerto a Woodstock, dell’affermazione come alfiere di una maggiore equità sociale. Continua a leggere

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Algiers

Capita ormai davvero di rado che un disco mi sorprenda, non per la bellezza ma per lo stile musicale. Insomma, per me non è frequente ascoltare qualcosa e pensare, pur identificandone componenti e magari riferimenti, “un suono così non l’ho mai sentito”. Mi è accaduto con gli Algiers, che nel numero di giugno di Blow Up ho anche intervistato.

Algiers copAlgiers (Matador)
Si chiamano Algiers, ma non sono il duo indie britannico che l’anno scorso ha esordito con “You’re The Captain”. Loro sono in tre, sono originari di Atlanta – ma adesso si dividono fra New York e Londra – e hanno elaborato una formula sonora di notevolissimo impatto, della quale quest’omonimo primo album è puntuale e brillante testimonianza. Di cosa si tratta? Di un intrigante, fascinoso ibrido fra – semplificando – gospel e (post-)post-punk, avvolto in atmosfere non proprio luminose che talvolta divengono persino spettrali e corredato di testi che spaziano fra religione e politica, non privi di critiche nei confronti di alcune aberrazioni della nostra cosiddetta civiltà. Continua a leggere

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Eminem

Ognuno di noi ha qualche deviazione musicale che magari i più definirebbero “scheletro nell‘armadio”. Una delle mie è che non mi dispiace Eminem; o, forse, dovrei scrivere “non mi dispiaceva”, considerato come tutti i suoi ultimi album mi sono parsi, quale più quale meno, abbastanza sottotono. Il trittico composto da The Slim Shady LP, The Marshall Mathers e The Eminem Show, che ha il suo zenit nel capitolo centrale, continua però a sembrarmi pregiato. Recupero pertanto con piacere questa recensione che, probabilmente, è l‘unica che abbia scritto a proposito del rapper americano.

Eminem copThe Eminem Show (Aftermath)
Per definire con una sola parola Marshall Bruce Mathers III, un collega ha coniato un buffo e geniale neologismo, rapparaculo: un termine che inquadra perfettamente tanto lo stile musicale di questo controverso personaggio quanto la sua capacità di rendersi interessante – e quindi vendibile – a livelli che mai si sarebbero immaginati. Almeno per un coatto bianco, e con i capelli tinti di giallo, che ha il coraggio di cimentarsi con quello che da una quindicina d’anni è il suono black per eccellenza, l’hip hop. Continua a leggere

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Solomon Burke

Come ben sapete, per ragioni di competenza, scrivo raramente di black music, ma quando mi infervoro per qualche disco non disdegno – anzi, mi fa davvero piacere – di perdere un tot di tempo in più per documentarmi come si deve e (cercare di) non scrivere fesserie. È accaduto con questo magnifico album di Solomon Burke, non l’ultimo pubblicato dall’artista di Philadelphia – scomparso tre anni e mezzo fa – ma di sicuro l’ultimo dei suoi capolavori.

Burke copDon’t Give Up On Me
(Fat Possum)
Si potrebbe osservare che un soprannome come The Bishop, il Vescovo, non è proprio il massimo per un ambiente rock che di norma è poco incline a coltivare rapporti con le faccende religiose, così come l’avere per principale fonte di reddito una florida impresa di pompe funebri non è l’ideale per suscitare simpatia. Ma di ciò il corpulento Solomon Burke se n’è sempre fregato, forse perché consapevole della stretta connessione esistente tra le mille implicazioni della Fede e quella musica dell’anima – il Soul, ovviamente, ma non solo – alla quale lega il suo nome da ormai quarantacinque anni. Oltre che allo spirito, comunque, il sessantaseienne vocalist non ha trascurato la carne, come ben dimostrano i ventuno figli sparsi per il mondo e una carriera ricca di chiaroscuri ma (quasi) sempre coerente con l’innata predisposizione di un americano nero nelle cui vene scorrono soul, gospel e rhythm’n’blues. E proprio a una questione di DNA, più che di opportunità, è da imputare la per fortuna breve svolta pseudo-disco di metà ‘70 e alcune più recenti cadute di stile, forse le uniche parentesi davvero deprecabili in un curriculum discografico nemmeno tanto ampio (antologie escluse, una trentina di album).
Nonostante la discreta verve di un paio delle sue ultime realizzazioni dei ‘90, su Solomon Burke avevamo un po’ tutti messo una bella pietra: lo reputavamo, cioè, una figura del passato, certo ancora capace di superbe performance canore (vorrà pur dire qualcosa che un esperto come Peter Guralnick lo abbia definito “la più grande voce soul di sempre”) ma inevitabilmente condannato a vivere nel ricordo di antichi splendori. Sbagliavamo, e di grosso. E anche se ci sono ottime probabilità che questo Don’t Give Up On Me rimarrà scolpito negli annales come episodio isolato e non come primo atto di una inattesa resurrezione (ma chissà: le vie del Signore non sono forse infinite?), non si può negare che esso costituisca un evento: non c’è infatti termine più adatto a descrivere un lavoro che allinea brani scritti, in più di un caso appositamente, da autori illustrissimi quali Bob Dylan, Van Morrison, Tom Waits, Brian Wilson, Elvis Costello, Nick Love, Joe Henry e Dan Penn; che vanta la direzione artistica sobria e illuminata dello stesso Joe Henry; che è stato inciso in presa diretta, in appena quattro giorni, per cogliere la magia delle interpretazioni e preservarne il naturale feeling; che ha visto la luce per la Fat Possum, sussidiaria della Anti-Epitaph, inalberando quindi idealmente un bel dito medio all’indirizzo delle major e delle loro tristissime strategie commerciali; che infine – è solo un piccolo dettaglio, ma conta – è impreziosito da una bellissima veste grafica d’altri tempi, ricca di informazioni, commenti e significative fotografie in bianco/nero e virate seppia (si consiglierebbe, se solo esistesse, la stampa in vinile).
Tali elementi non sarebbero comunque sufficienti a realizzare qualcosa di memorabile se ad affiancarli non ci fosse un Solomon Burke in particolare stato di grazia, letteralmente travolto dall’eccitazione e dalla passione e quindi portato a dare il meglio di sè: modellando la sua straordinaria voce su toni mai troppo enfatici in un sorprendente equilibrio di vigore e confidenzialità, sia quando le strutture che la sostengono sono quelle della ballata soffice ma mai melliflua (si citino a puro titolo d’esempio la title track, la The Other Side Of The Coin del cult hero Nick Lowe, la Diamonds In Your Mind a firma Waits/Brennan, la The Judgement composta da un’altra coppia di coniugi, Costello/O’Riordan) e sia quando – ma accade piuttosto di rado: la bluesata Stepchild di Bob Dylan con Daniel Lanois alla chitarra, la Soul Searchin’ di Brian Wilson, la None Of Us Are Free di Barry Mann/Cynthia Weil resa ancor più anthemica dalla presenza dei Blind Boys of Alabama – le cadenze si fanno un po’ più accese.
È un album “classico”, Don’t Give Up On Me, ma non suona vecchio: semmai, senza tempo, con i suoi arrangiamenti essenziali ma elegantissimi (nota di merito per l’organo fluido e intensissimo di Rudy Copeland), la sua evocatività che sorge direttamente e spontaneamente dal cuore, le sue parole così meravigliosamente scandite. Un album, insomma, che sa come riempire i vuoti interiori e suscitare emozioni profonde: un risultato irraggiungibile per i tanti esponenti del “nuovo soul” che lasciano soffocare la loro anima dalle produzioni asettiche e patinate, dalla banalità del repertorio e dalla ricerca del successo radiofonico, ma scontato – quantomeno con le suddette premesse – per il nostro eroe. Ma lui, del resto, è Solomon Burke, classe 1936, meglio noto come “the King of Rock & Soul”, e a quanto sembra non ha alcuna intenzione di abdicare. Vivaddio.
Tratto da Mucchio Extra n.7 dell’autunno 2002

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Cody ChesnuTT

Mi occupo raramente di black music. Nelle “mie” riviste c’è sempre chi sa farlo meglio di me… e, poi, perché rischiare figuracce addentrandomi in ambiti che, pur non essendomi certo ignoti, non conosco bene come altri? Ciò non toglie che, di tanto in tanto, mi dedichi a dischi o artisti che mi hanno particolarmente impressionato e/o appassionato. Con Cody ChesnuTT, che per dare un (bel) seguito a questo suo esordio ha atteso addirittura un decennio, è andata proprio così.

ChesnuTT cop

The Headphone Masterpiece (Ready Set Go!)
C’è da essere incantati – anche l’eccesso, del resto, può costituire una forma d’arte – dalla sfrontatezza con cui la gente coloured sottolinea le proprie qualità, reali o presunte che siano: una spavalderia che di rado è tronfia ostentazione non sostenuta da solide fondamenta, e che nella maggior parte dei casi è invece solo espressione di notevole fiducia nei propri mezzi, tentativo di darsi la carica, esorcizzazione di tensioni magari a lungo represse. Tale indole, che trova i suoi sviluppi forse più plateali nel campo dello sport e della musica, ha adesso un nuovo profeta in Cody ChesnuTT (il Nostro, per ragioni sconosciute, reclama la doppia maiuscola conclusiva), americano più o meno trentenne rivelatosi al mondo con la partecipazione canora – in The Seed (2.0), da lui (co)firmato – a Phrenology dei Roots: non è infatti usuale, neppure per un panorama ricco di guasconi e guappi come quello hip hop, esordire con un album doppio intitolato il capolavoro da cuffia, che allinea ben trentasei brani (più sezione CD ROM) ed è stato realizzato in uno studio casalingo battezzato The Sonic PromiseLand; un album che, inoltre, è interamente composto, arrangiato, suonato, prodotto e registrato dal suo titolare, le cui sole deroghe al principio dell’autarchia sono nella concessione di un pizzico di gloria – camei, e nulla più – a tre ospiti.
Il punto è che, al di là di ogni sensazionalismo giornalistico e di ogni ragionevole dubbio, The Headphone Masterpiece è davvero un capolavoro: un capolavoro di black music a 360° che, in contrasto con ciò che sarebbe ragionevole ritenere, con l’hip hop convenzionalmente inteso ha legami attitudinali e tecnici piuttosto che stilistici. Certo, Cody non manca all’occorrenza di lasciarsi andare a un rapping dalla scansione peraltro poco serrata (accade ad esempio nella cupa B!%@*, I’m Broke, dove “B!%@*” sta ovviamente per “Bitch”), ma nella massima parte degli episodi il suo mondo (meglio: universo) espressivo è soprattutto quello di un soul per lo più pacato ma non per questo povero di anima (Serve This Royalty, The Most Beautiful Shame o la splendida Smoke And Love, per limitarci solo a qualche citazione), ma anche di un funk mai troppo frenetico e comunque incisivo (la compatta Upstarts In A Blowout, la più scarna Michelle, la già citata The Seed che è qui proposta in una versione più soft) di un folk chitarristico un po’ allucinato ma sempre assai evocativo (la trascinante Eric Burdon – si chiama proprio così – o il frammento Enough Of Nothing), di una pseudo-psichedelia dai toni scurissimi (Juicin’ The Dark, dove la voce è quasi un sussurro alla Suicide e dove si fa strada, o almeno così pare, persino un theremin), di un pop intelligentemente “ruffiano” (affidata a Lenny Kravitz, una Look Good In Leather sarebbe un’hit mondiale), di una “sperimentazione” a base di trattamenti elettronici capace di assumere connotati inquietanti (With Me In Mind, solcata dalla suggestiva recitazione di Sonja Marie, la più ossessiva e distorta The World Is Coming To My Party o So Much Beauty In The Subconscious), di altri elementi sui quali lo spazio e il timore di scadere nel didascalico – nonché il desiderio di non svelare le infinite sorprese celate in questi solchi – ci impedisce di soffermarci. Basterà dunque aggiungere che quella di perdersi nei tortuosi meandri della creatività di Cody ChesnuTT è un’esperienza senza dubbio meritevole di essere vissuta: per il valore dell’opera, la cui sincerità è esaltata da una fascinosa registrazione in lo-fi piena di spigoli e imperfezioni, e per il genio dell’artista, che ondeggia tra carnalità e spiritualità (e peccato che la confezione non includa i testi: la lettura mostrerebbe sicuramente qualcosa in più del semplice ascolto) mettendo in luce un talento e un carisma che sono prerogativa di pochi grandi.
Non è facile dire se l’attuale situazione del mercato discografico potrà consentire al musicista di Atlanta (ma ormai naturalizzato di Los Angeles) di emergere come meriterebbe, e nel caso ci sarebbe seriamente da temere per la sua capacità di evitare tentazioni e corruzioni: il coraggio e l’acume fin qui dimostrati nell’autogestirsi dopo il crollo della sua recedente avventura con i Crosswalk (un contratto poi rescisso dalla Hollywood e nessuna uscita all’attivo: ancora una volta, complimenti alla lungimiranza) autorizzano comunque a sperare. Qualsiasi cosa riservi il futuro, The Headphone Masterpiece rimarrà però sempre un monumento, il gustosissimo frutto di una di quelle rarissime alchimie che tanto sono utili a restituirci entusiasmo nella musica quando siamo sul punto di credere che nulla potrà più davvero eccitarci. Cody ChesnuTT non inventa nulla, ma sa centrifugare Curtis Mayfield, Sly Stone, George Clinton, Prince, Ben Harper e tanti altri maestri con un’ispirazione, un gusto, un eclettismo e una modernità che lasciano stupefatti. Ci piace credere, sperando di non essere presto smentiti, che nel firmamento della musica nera si sia accesa una nuova stella.
Tratto da Mucchio Extra n.10 dell’Estate 2003

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