Articoli con tag: editoria e mercato

AudioReview n.400


Per una rivista il numero 400 non è un traguardo da poco e sono dunque più che lieto di comunicare che nelle edicole è disponibile quello di AudioReview, specialissimo per quantità di pagine (260, per un prezzo di sette euro) e contenuti; al di là degli spazi dedicati alle questioni di attualità, il numero è infatti in larga misura celebrativo e contiene anche interventi di molte firme storiche che non fanno parte dell’organico attuale. Da collaboratore antichissimo (dopo il direttore Mauro Neri sono quello che vanta la maggiore anzianità di servizio: il mio primo pezzo è apparso su un numero attorno al 55), sono fiero di aver contribuito a questo gran bel risultato.
Il sommario completo è leggibile qui. Per quanto riguarda il mio materiale, segnalo la puntata n.26 della rubrica “Le canzoni raccontate” (si parla di “God Save The Queen” dei Sex Pistols) e le recensioni di Jennifer Warnes, Parquet Courts, Snow Patrol, Arthur Buck e del cofanetto incentrato sul folk-pop britannico dei Sixties “Gathered From Coincidence”, oltre a un elenco “sentimentale” dei miei 40 album da isola deserta. Lo stesso elenco è stato compilato anche dagli altri  componenti dello staff della sezione musica (Classica, Jazz, Rock-Pop) che ho il piacere e l’onore di organizzare dal 1999. Da non perdere, insomma.

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Classic Rock n.68


È in edicola da una decina di giorni il numero di luglio di “Classic Rock”, ricco di argomenti che potrete scoprire con uno sguardo attento agli strilli di copertina. Io vi ho contribuito dilungandomi sulla “super deluxe” di Appetite For Destruction dei Guns N’Roses, analizzando i due cofanetti antologici dei Buffalo Springfield e recensendo il disco d’esordio degli Arthur Buck (Joseph Arthur e Peter Buck), il box Gathered From Coincidence della Grapefruit dedicato al folk-pop britannico dei ’65/’66 e la ristampa estesa di Mixed Up dei Cure.

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Cinque anni con Blow Up

Con il numero 242/243 in edicola ora, per il quale ho recensito un concerto degli Arctic Monkeys, un box con i primi dischi di Alan Sorrenti e una ristampa dei Celibate Rifles (qui il sommario completo, particolarmente ricco per via del maggior numero di pagine rispetto al solito), festeggio i primi cinque anni a “Blow Up”. Già un lustro. Poco o tanto? Dipende dai punti di vista, ma di sicuro il tempo è trascorso in fretta da quel numero di luglio/agosto del 2013 in cui la mia firma appariva per la prima volta sul mensile diretto da Stefano I. Bianchi; come avevo più volte dichiarato, se mai me ne fossi andato dal Mucchio era su “Blow Up” che avrei voluto scrivere e per fortuna, dopo il burrascoso abbandono, “Blow Up” non mi ha chiuso la porta in faccia. Con il SIB ho sempre avuto un ottimo rapporto, da quando ci conoscemmo ad “Arezzo Wave” più di trent’anni fa, con alcuni collaboratori avevo avuto contatti e con altri ho iniziato ad averli solo dopo il mio ingresso; non si sono così creati problemi, al di là di qualche piccolo incidente di percorso dovuto alla mia esuberanza caratteriale e alle inevitabili difficoltà di accettare appieno un ruolo subordinato quando si è invece abituati da sempre a fare ciò che si vuole, se non proprio a dettare le linee. È un fatto psicologico, irrazionale, e se lo sto scrivendo qui è soprattutto per scusarmene e solo in minima parte per cercare giustificazioni.
Più d’uno mi ha domandato come mai su “Blow Up” non scriva tanto quanto facevo sul Mucchio, e a tutti ho risposto “per colpa mia”. Questo nel senso che per quanto riguarda quella che si potrebbe definire “ordinaria amministrazione” (ovvero recensioni et similia), propongo solo gli argomenti che mi andrebbe davvero di affrontare ma non sempre sono tempestivo nel farlo; per i materiali “di peso”, ovvero gli articoli di tante pagine (che SIB sarebbe ben felice di pubblicare) ho invece l’handicap di non potermi quasi mai concedere una settimana di “full immersion” in un tema (e per un pezzo da 40/50.000 battute ne ho bisogno: è un mio limite, lo so) e dalla stessa “ansia da prestazione” che avevo con “Extra”. Alla fine, comunque, non mi posso lamentare più di tanto, avendo finora firmato sette dossier più o meno corposi su Crime (182/183), Victor Jara (184), Devo (185), Folk-rock in romanesco (186), Black Flag (188), Peter Perrett/Only Ones (234) e Fall (238) e ad aver curato quattro “20 Essentials” su Proto punk (206/207), Punk 1976/77 USA, (209), Punk 1976/77 Europa (210) e Punk 1978-79 (225). A questi vanno aggiunti quattro articoli (o interviste) più brevi (Toy, Algiers, Ork Records, Psycotic Pineapple), cinquantaquattro schede per vari “20 Essentials” e trecentoquindici recensioni (trecentodue di dischi, sei di libri e sette di concerti).
Colgo dunque l’occasione della ricorrenza per ringraziare i compagni di cordata per avermi fatto sentire da subito “a casa” e per i tanti momenti esilaranti che mi hanno regalato (dagli scambi di mail collettivi, sia globali che ristretti, vengono spesso fuori cose pazzesche) assieme alle “dritte”. L’avventura continua e tutti speriamo che ci riserverà altre soddisfazioni, anche se il mondo dell’editoria è quello che ben sappiamo e viverci dentro è sempre più difficile. Dico la verità, avrei voluto festeggiare anche con un mio libro della collana “Director’s Cut”, ma non sono ancora riuscito a completarlo; abbiate però fede, arriverà.

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Nessuno più nel Mucchio

Che ci crediate o meno, non avrei grande voglia di scrivere sul tema “Il Mucchio non c’è più”, notizia diffusa ieri (qui l’annuncio ufficiale) che ha sorpreso notevolmente chi a differenza di me non lo sapeva già. Però quasi tutti i miei lettori se lo aspettano e li posso anche capire: dopo i tre post del 2013 che a livello di “numeri” hanno spopolato (questo, quest’altro e ancora questo, per chi ha bisogno di un ripasso), mi è stato fatto notare che ci sarebbe voluta una sorta di chiusura del cerchio, e che sarebbe stato meglio se avesse avuto uno svolgimento organico invece di essere divisa tra mille commenti su Facebook. E dunque ok, e sia, procedo di getto e rispondo subito alla domanda che mi hanno rivolto almeno in duecento: “ti dispiace?”. Sono come sempre sincero e rispondo: “no”. Per me Il Mucchio era morto nell’aprile di cinque anni fa, da allora non ne ho comprato né letto un solo numero e poi da qualche mese aveva pure cambiato nome, chissà se per scelta concettuale/artistica o per ragioni di carattere pratico/legale. Ho consacrato a quella rivista venticinque anni pieni della mia vita, le ho dato tanto e tanto ne ho ricevuto, ma il pensiero – non lo nego, ogni tanto mi attraversava la mente – che un giornale che per me ha significato moltissimo fosse governato da due persone a mio avviso inadeguate al compito mi disturbava. Chiaramente, non c’entrava solo la professione, ma c’erano seri motivi personali: a quelle due persone avevo concesso fiducia e amicizia senza condizioni, e non potrò mai perdonare né dimenticare quello che considero un orribile, reiterato tradimento a base di fandonie che io (scemo) mi bevevo, atteggiamenti dittatoriali di rara sgradevolezza (capitava spesso che, quando cercavo di oppormi a idee che ritenevo bislacche, mi venisse detto che conoscevo l’ubicazione della porta), decisioni imposte “dall’alto” (le virgolette sono importanti, eh) e intromissioni insensate volte solo ad affermare il proprio dominio, il tutto – come avrei appreso solo dopo – mentre si continuava a mungere la vacca dei contributi statali. Guadagnarsi il mio disprezzo e il mio astio non è facile, ci sono riusciti davvero in pochi, ma per quelli che sono stati così bravi non ci sarà alcuna possibilità di recupero della situazione e le loro disgrazie saranno per me sempre fonte di appagamento scevro da rimorsi; vi interessa sapere quale è stato il punto di non ritorno? Il giorno in cui, appena trascorsi i sei mesi dopo i quali non avrei più potuto contestare la mia dichiarazione di non avanzare più nulla per il lavoro svolto alla Stemax (che avevo dovuto firmare per poter ricevere i sedici mesi di compensi arretrati, e che mai avrei impugnato a posteriori perché io ho una parola sola), hanno riesumato pateticamente il “mio” Extra affidandone la direzione a un collega per il quale, ecco, non nutro grande simpatia; immaginavo sarebbe durato ben poco e ho avuto ragione (tre numeri orribili), ma il gesto mi ha talmente disgustato che… basta. Non ho invece malanimo nei confronti di tutti gli altri che negli ultimi cinque anni al Mucchio hanno venduto o regalato il loro lavoro, qualificato o meno che fosse. Sì, tutti sapevano degli scheletri e facevano finta di niente, ma scrivere per una testata storica appaga l’ego e favorisce “la carriera”; non è magari bello ma è umano, e sì, posso dire di capirli, ma ammetto di avere poco fa idealmente inalberato un bel dito medio a uno solo di costoro, uno di quei leccaculo opportunisti che di sicuro riapparirà da qualche altra parte perché l’erba cattiva non muore mai ma intanto, excuse my french, suca forte.
Voltiamo pagina. Mi è capitato di leggere da varie parti generici attestati di dispiacere perché ogni rivista che chiude è una sconfitta per la cultura (o, almeno, una certa cultura), e più o meno sono d’accordo. Va però rimarcato che “Il Mucchio” non ci ha salutati per difficoltà economiche legate al basso numero di acquirenti e alle scarse inserzioni pubblicitarie; ok, se la passava un po’ peggio della diretta concorrenza ma non così tanto peggio, e magari tirando la cinghia avrebbe resistito ancora. La chiusura è invece figlia degli strascichi giudiziari connessi alla lite sanguinosissima tra due ex soci di una cooperativa un po’ sui generis, quegli stessi due soci che per molti anni si sono assegnati stipendi e benefit principeschi (leggere qui e qui, ma cercando un po’ in Rete salta fuori di tutto e di più) grazie ai contributi statali. Apprendere che per uno dei due la faccenda non è finita qui, e che i tribunali avranno altro lavoro mi fa sperare in ulteriori gioie; e non ditemi che sono cattivo, no… è solo profondamente giusto che sia così.
Rileggo quello che ho scritto finora e mi rendo conto di aver lasciato trasparire sentimenti che non mi fanno onore; pazienza, non credo che ritornerò sull’argomento e quindi non modifico le riflessioni a caldo. Mi astengo inoltre dal commentare alcune amenità presenti nella lettera di addio perché non voglio infierire ulteriormente, dicendo solo che addossare la responsabilità della chiusura all’ex direttore e al Tribunale brutto e cattivo è probabilmente l’ennesima furbata per suscitare compassione, come nell’ormai famosa campagna di salvataggio “Io sto nel Mucchio” per la quale – ingenuo e idiota che sono – misi pure la faccia. Cali allora il sipario sul “Mucchio Selvaggio”, quel sipario che sarebbe dovuto scendere un bel po’ di tempo fa, augurandosi che dopo la lunga e penosa agonia il caro estinto riposi finalmente in pace. Addio Mucchio Selvaggio, anche se – al di là del riferimento a un film magnifico – il tuo nome mi è sempre parso brutto e inadatto, ti ho amato alla follia.

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Blow Up n.241

Il numero di giugno di “Blow Up”, del quale potete leggere qui il sommario completo, è pieno più che mai di contenuti inusuali e stimolanti, dai “20 Essentials” dello slowcore a Moebius & Conny Plank, dai My Cat Is An Alien agli Ain Soph. I miei contributi sono purtroppo esigui, in larghissima parte per colpa mia, e si limitano alle recensioni di un ottimo cofanetto della Cherry Red dedicato alla New Wave Of British Heavy Metal e dei nuovi album di Emma Tricca e Dead Cat In A Bag. Però a contare davvero è che vinca la squadra, chi mette a segno i gol ha importanza molto relativa. In tutte le edicole, 132 pagine per 6 fottutissimi euro.

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Classic Rock n.67

È un edicola il numero di giugno di “Classic Rock”, ricco come d’abitudine di contenuti interessanti che potrete scoprire passando in rassegna gli strilli della copertina. Minimi, in questa occasione, i miei contributi: una macrorecensione del nuovo Arctic Monkeys e una microrecensione dell’ultimo dei Damned.

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AudioReview n.399


Già dalla scorsa settimana è in edicola “AudioReview” di giugno, con la solita quantità di articoli dedicati sulla tecnica al servizio del buon ascolto e l’altrettanto abituale sezione musica da me curata con un centinaio di recensioni di Classica, Jazz e Rock-Pop. Io ho firmato quelle di Arctic Monkeys (disco del mese), Stephen Malkmus, Belly, Fabio Cinti Led Zeppelin (ristampa) e Paradise Lost (ristampa). La venticinquesima puntata della mia rubrica “Le canzoni raccontate” è stata invece dedicata a “Candle In The Wind” di Elton John.

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Blow Up n.240


È disponibile nelle migliori edicole (e presso il sito) il numero di maggio di “Blow Up”, rivista con la quale ho il grande piacere di collaborare da ormai quasi cinque anni anche se, per varie ragioni, i miei contributi sono spesso esigui. Ad esempio, questo mese mi sono limitato a quattro recensioni (il concerto romano di Sid Griffin, l’album di Paolo “Spunk!” Bertozzi, due raccolte di materiale inedito dei tardi anni ’70 dei Real Kids e dei Gags), e quindi le ragioni per le quali dovreste proprio acquistare il giornale sono altre: l’articolo di copertina dedicato al mio amato Ryley Walker, un “de profundis” che Riccardo Bertoncelli ha dedicato al “New Musical Express”, altri pezzi lunghi su Quicksilver Messenger Service, Larry Heard e “Rimini” di Fabrizio De André, rubriche varie, recensioni, libri, fumetti, cinema. Qui, comunque, il sommario completo. 130 pagine per 6 euro, fatelo vostro.

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La Trap

Negli ultimi due giorni, causa forzato stazionamento in sale di attesa, ho avuto modo di leggere un’infinità di commenti sulla trap scritti – davvero da chiunque – sulla scia dell’onda emotiva provocata dalla scaletta del Concertone di Piazza San Giovanni. Giovani che la esaltavano, giovani che la schifavano, vecchi che la schifavano, vecchi che la esaltavano non so se per apertura mentale o se per non sembrare, appunto, vecchi, giovani e vecchi che nemmeno sapevano di cosa stessero parlando ma che qualcosa dovevano dirla per forza, eccheccazzo. Per lo più chiacchiere ottuse/senza senso, motivate da questa esigenza che tutti sembrano avere di far sapere al “popolo del web” che esistono, camminano su questa terra e che sono persino in grado di formulare delle opinioni (e chi pensa “ma tu non stai facendo lo stesso?”, si ricordi che commentare la musica e ciò che le sta attorno è da una quarantina d’anni il mio lavoro).
L’unica cosa che non ho letto (il che non vuol dire che da qualche parte non ci sia, eh; io, però, non mi ci sono imbattuto) è che, al di là di ogni giudizio estetico, artistico e concettuale, più che prendersela con la trap e con i pischelli che la suonano e ascoltano, figli dei loro tempi e della società disastrata nella quale vivono/viviamo, dovremmo interrogarci su quanta responsabilità noi (più o meno) vecchi abbiamo sull’andazzo dei tempi e della società che l’ha generata, ‘sta benedetta/maledetta trap. Trap che a me, a scanso di equivoci, rivolta le budella oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che mi sono impegnato almeno un minimo a conoscere per questioni professionali. Va da sé che su di essa non mi importa di esprimermi compitamente, a meno che qualcuno non mi paghi (e molto bene) per farlo… ma è molto improbabile che accada, e quindi benissimo così.
PS: Chi si stia chiedendo che c’entra con l’argomento trattato l’immagine a corredo del post (che è di puro cazzeggio: in questa circostanza, non si commetta l’errore di prendermi troppo sul serio), provi a digitare “la trap” su Google images. Io l’ho fatto per curiosità, e quando ho visto i primi risultati non ho resistito alla tentazione di costruirci attorno un post; fosse saltato fuori Sfera ebbasta, avrei di sicuro evitato.

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AudioReview n.398

È in edicola il nuovo numero di “AudioReview”, del mese di maggio, con un’infinità di articoli dedicati alla tecnica al servizio del buon ascolto e “la solita” sezione musicale da me curata con un centinaio di recensioni di Classica, Jazz e Rock-Pop. Io ho scritto di A Perfect Circle (disco del mese), della ristampa “deluxe” di “Burattino senza fili” di Edoardo Bennato e di altre novità come il tributo a Battisti/Panella “LB/R La bellezza riunita”, Anna von Hasselwolff, David Byrne, Filippo Andreani, Motta. Inoltre, nella ventiquattresima puntata della rubrica “Le canzoni raccontate” mi sono concentrato su “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum.

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Vinile n.13

È in edicola il nuovo numero di “Vinile”, bimestrale che racconta “storie di musica, collezioni, emozioni” che, come potete vedere dagli strilli della copertina qui postata, abbonda di contenuti interessanti. Il mio contributo è un articolo di dieci pagine su Elio e le Storie Tese, con focus sulla loro discografia in vinile ma con qualche finestra aperta sulle più interessanti curiosità in CD. 132 pagine di grande formato e coloratissime per € 9,90.

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Mario De Luigi (1944-2018)

Ho trovato la triste notizia ieri notte, nella posta, dopo una giornata trascorsa fuori, e sono rimasto senza parole. Con Mario ci si conosceva da decenni, senza frequentazioni per via degli ostacoli geografici ma con simpatia e stima reciproca. In tempi recenti i rapporti si erano fatti più stretti, per via dell’Archivio di “Musica e Dischi” che è stato ed è fondamentale per il mio spazio a RAI Isoradio, per un bell’incontro all’ultimo MEI con lui, Guido Racca e Zibba a parlare di classifiche e per la ben nota vicenda delle dimissioni dalla giuria delle Targhe Tenco, argomento sul quale nell’ultimo anno ci siamo più volte confrontati correttamente, amichevolmente, affettuosamente. Pochi giorni fa mi aveva contattato per interposta persona, perché non stava bene e non aveva voce; pensavo fosse una sciocchezza, e invece se ne stava andando.
Nell’ambiente della musica tutti conoscevano il Mario De Luigi giornalista e studioso, che a tutti mancherà. A me e a tanti altri mancherà pure la persona gentile ma determinata, colta e attenta, con la quale scambiare idee e dalla quale ascoltare e imparare, perché ne aveva viste tantissime. Per quanto mi riguarda, da lui ho ricevuto solo gentilezze, che spero di avere adeguatamente contraccambiato. Ciao Mario, non ti dimenticherò.

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Blow Up n.239

Da prima di pasqua, in quei bellissimi posti denominati “edicole” che molti di voi purtroppo non frequentano (più) è disponibile numero di aprile 2018 di “Blow Up”, del quale potrete apprendere i ricchi contenuti leggendo gli strilli sulla copertina o, ancora meglio, cliccando qui. A questo giro le mie firme sono solo due, ma ho speso molte battute per raccontare due album italiani importanti, quelli di Motta e dei Bud Spencer Blues Explosion. € 6,00 per 132 pagine. In edicola si trova anche il decimo libro della collana “Director’s Cut”, opera di Christian Zingales e dedicato a Prince, che costa 10 euro (ed è ovviamente acquistabile anche sul sito). Gli abbonati alla rivista, però, l’hanno ricevuto o lo riceveranno gratis.

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AudioReview n.397


È da qualche giorno in edicola il n.397 (aprile) di “AudioReview”. Assieme alle tante pagine tecniche dedicate a tutto ciò che gira attorno al mondo dell’Hifi, la rivista contiene la solita, ampia sezione recensioni (34 pagine tra Classica, Jazz e Rock-Pop) da me organizzata. In questo numero mi sono occupato personalmente di Belle And Sebastian (disco del mese), Decemberists, Jack White, Breeders, Jack White, Baustelle, Ilaria Graziano/Francesco Forni, Decibel, Felt (ristampa) e Spirit (cofanetto antologico); nella ventitreesima puntata della rubrica “Le canzoni raccontate – Storie, retroscena e leggende della musica che gira intorno”, nella quale sono analizzati e spiegati in due pagine famosi brani rock, ho scritto di Born To Be Wild degli Steppenwolf.

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Classic Rock n.65

È da oggi in edicola il numero di aprile di Classic Rock, nel quale ho recensito molto in esteso il nuovo album di Jack White, mi sono occupato più sinteticamente dell’ultimo dei Sick Rose e di due cofanetti di New York Dolls e Jazz Butcher e soprattutto ho raccontato nel dettaglio, in tre pagine fittissime, una splendida storia di mezzo secolo fa, quella dei due concerti di Johnny Cash al Penitenziario di Folsom. Per il resto dei contenuti, basta uno sguardo agli strilli di copertina. 132 pagine di grande formato per € 5,90.

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Baustelle (rassegna stampa)

Checchè ne dicano certe malelingue, ad autopromuovermi sono sempre stato una vera sega. Non è detto, del resto, che chi è convinto della validità del proprio lavoro, e magari vanti un ego un po’ pronunciato (almeno in riferimento al lavoro stesso), voglia per forza (cercare di) essere di continuo al centro di un’attenzione che il più delle volte, in sostanza, non esiste. Coerentemente, quando tre mesi e spiccioli fa la Giunti ha pubblicato L’amore e la violenza – Una storia dei Baustelle, la mia biografia autorizzata della band, mi sono limitato a darme notizia solo con questo post, poi condiviso un’unica volta su Facebook, evitando anche di dare notizia delle recensioni e degli approfondimenti apparsi sulla carta stampata e in Rete, o diffusi alla radio. Continua a leggere

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Blow Up n.238

È in edicola il nuovo numero di Blow Up, come sempre ricchissimo di contenuti speciali che potrete scoprire con la massima facilità cliccando qui. I miei contributi sono un articolo sui Fall degli anni ’70 all’interno di un lunghissimo excursus celebrativo a più mani con il quale abbiamo voluto salutare Mark E. Smith; inoltre, la recensione estesa del nuovo cofanetto antologico degli Spirit e quelle standard di Meganoidi e The Men. € 6,00 per 132 pagine.

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Classic Rock n.64

È già in edicola da qualche giorno il numero di marzo di Classic Rock, per il quale in verità non ho scritto granché: solo una recensione molto estesa della ristampa estesa del primo Roxy Music e due standard sul nuovo Yo La Tengo e di un doppio CD con l’opera opnia dei Rezillos. I contenuti importanti sono invece quelli che potete leggere negli strilli di copertina: Jim Morrison, Kate Bush, Elton John, Arthur Brown, Toto, Saxon e molto altro. 132 pagine di grande formato per € 5,90.

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