Articoli con tag: libri

I Clash a cinque

Per molti, se non moltissimi, i Clash sono morti dopo Combat Rock e la successiva fase di carriera della band, quella con Joe Strummer e Paul Simonon come soli componenti originali (e Nick Sheppard, Vince White e Pete Howard come comprimari) è stata praticamente rimossa dalla memoria collettiva. Come se non fosse esistita, probabilmente perché nessuno poteva davvero perdonare a Joe e Paul l’allontanamento forzato di Mick Jones (e, prima, di Topper Headon) ma, diciamolo, come si può essere incazzati con Joe Strummer? L’atteggiamento più indolore è fingere che i Clash del 1983-1986 non abbiano mai calcato i palcoscenici, né tantomento pubblicato un LP, il famigerato Cut The Crap, che sebbene sia il peggior disco mai realizzato dalla band continuo a non trovare meno orrido di quanto è di norma descritto. Per la cronaca, qui c’è la mia recensione dell’epoca.
Se ora sto riesumando questo spinoso argomento è perché ad esso è stato appena dedicato, con mia sorpresa, addirittura un libro: edito dalla Arcana (pag.256 per € 17.50), si intitola Ribelli all’angolo – Una storia del Clash a cinque ed è firmato da Jacopo Ghilardotti, un collega di tre anni più giovane di me che ha però operato professionalmente in un’area diversa da quella dei media musicali. Ammetto che prima di iniziare la lettura ero piuttosto scettico, ma la situazione è cambiata già dalle prime pagine. Con il suo mix di informazioni maniacali, ricordi in prima persona e alcune simpatiche digressioni, il volumetto – godibilissimo, tanto per l’approccio quanto per la qualità della prosa – è stato per me una piccola rivelazione: mi ha intrattenuto in modo piacevole, mi ha raccontato cose che non sapevo e me ne ha rammentate altre che avevo rimosso, mi ha fatto scoprire di essere uno dei due “autorevoli paladini” mai pentiti di Cut The Crap (l’altro, più autorevole, è Jon Savage, con cui mi sono però trovato parzialmente in disaccordo a proposito di punk californiano: la storia è qui). Sono insomma lieto di avergli dedicato un paio d’ore (leggo veloce) e mi è parso doveroso segnalarlo in questa sede, anche perché era giusto premiare il coraggio di chi ha fortemente voluto spendere un tempo presumibilmente notevole su un tema così, come dire? “impopolare”.
Un “bravo” senza riserve, dunque, a Jacopo, che spero mi perdonerà un’influente e credo divertente precisazione: delle riviste specializzate non solo Rockerilla scrisse del tour italiano del settembre 1984. Lo feci pure io, recensendo il concerto di Roma del 7 nel numero di ottobre del Mucchio Selvaggio, benché quasi glissando sugli aspetti musicali e sulla realtà che quei Clash non fossero proprio i Clash e concentrandomi sulle pecche di un’organizzazione ben più spaventosa di Cut The Crap. Ero talmente incazzato per lo squallore della location e del sound che mi misi addirittura a polemizzare sul fatto che per raggiungere la cosiddetta “Arena” si dovesse per forza attraversare l’area degli stand “subendo il bombardamento propagandistico sia politico che commerciale” e che il costo del biglietto fosse elevato (10.000 lire), e chiudendo con un eloquente “Viva il rock, specie se serve a ottenere qualche voto in più”; commenti, questi ultimi, che qualcuno non gradì, al punto di inviarmi una lettera nella quale mi si accusava di essere un bastian contrario e un nemico della Sinistra, pensate un po’. Erano tempi strani, sì.

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Roma brucia (il libro)

Ci pensavo da un sacco di tempo, ma lo lasciavo sempre tra le “idee che forse un giorno…” perché, devo ammetterlo, mi sembrava un po’ da sboroni, come dicono in Emilia. Poi ho chiesto pareri persone dell’ambiente (e non) delle quali mi fido e tutte hanno concordato nel dirmi che se non l’avessi fatto avrei meritato la qualifica di cretino. Non contento della risposta troppo generica, ho voluto sapere da ciascuno perché secondo loro “dovessi”, e le opinioni ottenute mi sono parse valide. Esempi? “Sarebbe il primo libro mai uscito sulle scene alternative romane degli ultimi quarant’anni”, “Il tuo immenso archvio sull’argomento è disperso tra centinaia di riviste, è giusto raccoglierlo”, “Diversamente da ciò che accade per altre città, tanti pensano che Roma abbia in fondo prodotto poca musica significativa, e non è vero”, “Qualsiasi cosa di nuovo sia successo qui dalla fine dei ‘70, tu in qualche modo l’hai vissuta e raccontata in tempo reale”.
Insomma, mi hanno convinto. E allora ho frugato ovunque per tirar fuori qualsiasi cosa avessi scritto su artisti romani di qualità, indipendentemente dal genere. Capito quali potevano essere le dimensioni del lavoro ho cercato un editore, trovandolo pressoché subito in Goodfellas. Chiusi gli accordi, sono passato alla fase operativa, assemblando dodici capitoli e due appendici (lasciando anche fuori qualcosa: le 608 pagine erano un limite invalicabile). I capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a una macroarea musicale, sono in ordine più o meno cronologico e sono introdotti da una breve presentazione. Al loro interno, centinaia di recensioni, decine di interviste, un tot di articoli di tipo monografico, copertine di tutti i dischi trattati, foto a iosa. So perfettamente che alcuni stili – il metal, per citarne uno – non sono affrontati, ma non me ne sono preoccupato: “Roma brucia” non è né ha mai voluto essere una sorta di enciclopedia della musica nella Capitale. È, invece, un’enorme antologia di testimonianze antiche e più recenti sull’attività di oltre duecento tra band e solisti che inizia con il primo punk e arriva alla scena folk-rock in romanesco passando per il post-punk, i vari recuperi creativi, il rock “antagonista”, la canzone d’autore dei ’90, l’indie eccetera eccetera eccetera. Una quindicina dei nomi presenti sono in copertina, ma per chi fosse interessato al resto il sommario è consultabile qui; quanti volessero invece sbirciare all’interno possono invece farlo cliccando qui e qui.
Inutile, suppongo, sottolineare la mia soddisfazione per aver potuto rendere omaggio alla musica della città dove sono nato, anche se a spingermi all’impresa non è stato il campanilismo ma il desiderio di condividere e contribuire per quanto possibile ad allargare la conoscenza di tante belle storie di rock e dintorni.

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Tribute band?

Chi mi conosce lo sa bene: il mio atteggiamento nei confronti delle cosiddette tribute band è, gentile eufemismo, piuttosto critico. Capita molto di rado che vada a vederne (se a qualcuno interessa, qui c’è il mio unico – credo – scritto sull’argomento: si parla dei Musical Box) e in generale le ritengo interessanti solo dal punto di vista antropologico, diciamo così.
Tempo fa Massimiliano Barulli ha voluto intervistarmi per la sua tesi di laurea in etnomusicologia focalizzata proprio su questo tema. Più avanti mi ha ricontattato per qualche precisazione/chiarimento e adesso quella tesi, in versione riveduta e corretta, è divenuta il libro “L’arte di imitare”, sottotitolo “Il fenomeno delle tribute band in Italia”, appena edito da Arcana (160 pagine, prezzo € 15,00). Al di là dei miei contributi inseriti nel testo, ritengo che si tratti di un saggio meritevole di attenzione e mi fa quindi piacere segnalarlo.

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Baustelle 22-11-17

Ventuno anni fa, proprio di questi tempi, ricevetti un demo da una band toscana che mi parve da subito promettente. Non rimasi folgorato, ma la sostanza c’era e allora perché non incoraggiare i ragazzi? La mia recensione di quella cassettina, la prima in assoluto ottenuta dal gruppo sulla stampa, apparve sul Mucchio del 7 gennaio 1997, e da allora quei ragazzi – tre sono gli stessi di allora – hanno fatto parecchia strada, divenendo una delle realtà più luminose della scena musicale italiana. Hanno pubblicato una bella serie di dischi tra rock, pop “alto” e canzone d’autore, collezionato sold out, raccolto premi e riconoscimenti, il tutto rimanendo fedeli alla loro indole ed evitando i soliti trucchi che servono per raggiungere e mantenere il successo. E io, nel mio ruolo ovviamente defilato, sono sempre stato con loro, seguendoli con autentica passione, genuino affetto e costante curiosità.
Da oggi, ventidue novembre duemiladiciassette, è uscito L’amore e la violenza / Una storia dei Baustelle, la mia biografia autorizzata del gruppo. Per realizzarla ho goduto del pieno appoggio dei tre Baustelle, ma dato che mi piace far le cose come si deve ho intervistato altri ventuno protagonisti della vicenda, mettendo assieme una sorta di oral history nella quale mi sono ritagliato il ruolo della “voce fuori campo”; ad essa, che è il cuore del libro, ho aggiunto otto approfondite interviste d’epoca, una per ciascun periodo (quattro mie, quattro di colleghi/amici che me ne hanno gentilmente concesso l’uso), note critiche sugli album, una dettagliata discografia e tre “appendici” dedicate agli interessi artistici di Claudio, Francesco e Rachele fuori dalla band. Sono venute fuori 208 pagine di testo (più sedici di inserti fotografici) formato 17×24, che la Giunti ha confezionato splendidamente: copertina e retro di cartone pesante legati da una costina di tela, una vera sciccheria. Esiste, comunque, anche la versione digitale.
L’amore e la violenza / Una storia dei Baustelle si può acquistare sul sito dell’editore o in ogni libreria. Comprese, ovviamente, quelle in Rete, dove se ne possono anche leggere alcuni estratti.

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Woody Guthrie

Il 14 luglio del 1912 nasceva il “papà” di un numero quasi infinito di musicisti che tutti noi amiamo. Lo ricordo con la recensione di un bel libro, ancora in catalogo e per di più in collana economica. Da conoscere.

Guthrie libro copLe canzoni
di Maurizio Bettelli
(Feltrinelli)
In netto contrasto con la consuetudine che lo vuole spessissimo citato e magnificato, Woody Guthrie è in realtà ben poco noto. Certo, chiunque ha consapevolezza del ruolo fondamentale da lui rivestito nell’epepea della musica popolare americana, tanti lo hanno inquadrato grazie a “eredi” quali Bob Dylan, Bruce Sprigsteen, Clash e Billy Bragg, altri ricordano la sua equazione chitarra = macchina ammazzafascisti e taluni ne hanno addirittura ascoltato qualche brano non sotto forma di cover, ma è sensato ritenere che la conoscenza (pur relativamente) approfondita del suo percorso umano e artistico sia appannaggio di pochi cultori del folk e della cultura d’oltreoceano. Continua a leggere

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