Articoli con tag: libri

Woody Guthrie

Il 14 luglio del 1912 nasceva il “papà” di un numero quasi infinito di musicisti che tutti noi amiamo. Lo ricordo con la recensione di un bel libro, ancora in catalogo e per di più in collana economica. Da conoscere.

Guthrie libro copLe canzoni
di Maurizio Bettelli
(Feltrinelli)
In netto contrasto con la consuetudine che lo vuole spessissimo citato e magnificato, Woody Guthrie è in realtà ben poco noto. Certo, chiunque ha consapevolezza del ruolo fondamentale da lui rivestito nell’epepea della musica popolare americana, tanti lo hanno inquadrato grazie a “eredi” quali Bob Dylan, Bruce Sprigsteen, Clash e Billy Bragg, altri ricordano la sua equazione chitarra = macchina ammazzafascisti e taluni ne hanno addirittura ascoltato qualche brano non sotto forma di cover, ma è sensato ritenere che la conoscenza (pur relativamente) approfondita del suo percorso umano e artistico sia appannaggio di pochi cultori del folk e della cultura d’oltreoceano. Continua a leggere

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Prog italiano

Speciale ProgCome i miei lettori più fedeli di sicuro sanno, avendo sempre seguito il rock italiano ho piacevolmente coltivato, in tempo reale e a posteriori, l‘interesse per il nostro panorama progressive. Sull‘argomento non ho mancato di scrivere articoli (un pezzo è anche qui nel blog, sul Banco del Mutuo Soccorso) e di recente ho anche preso parte in modo assai rilevante all‘articolo a più mani dei “20 Essentials” del genere uscito sul numero 190 di “Blow Up”. Non posso né voglio quindi esimermi dal segnalare il numero speciale di “Classic Rock Italia” disponibile da qualche giorno in tutte le edicole e dedicato, appunto, al prog autoctono: 160 pagine di grande formato al prezzo di 9 euro e 90. Io non ci ho scritto nemmeno una riga, ma il curatore è il mio vecchio amico Guido Bellachioma, un superesperto; invece di seguire gli abituali schemi di tipo enciclopedico, Guido ha messo in fila la bellezza di cinquanta interviste ad altrettanti protagonisti della scena, corredandole con una grande quantità di foto (parecchie delle quali inedite) e aggiungendo una discografia-base di 150 album – ognuno dei quali commentato, seppure in breve – redatta sulla base di migliaia e migliaia di segnalazioni ricevute da appassionati di tutto il mondo. Un lavoro imponente e, lo ribadisco, diverso dal solito, che merita senz’altro attenzione e che potrebbe risultare interessante non solo per i cultori ma pure per quanti volessero accostarsi per la prima volta a questo mondo musicale.

Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

Il mio primo racconto

Pubblico articoli di musica da ormai quasi trentacinque anni, ma in tutto questo tempo non avevo mai scritto storie “di fantasia”. Credevo (in realtà lo credo tuttora) di non esserci tagliato, e comunque non era mai capitata l’occasione. Non ricordo bene come sia andata, ma parecchi mesi fa il mio collega e vecchio amico Gianni Della Cioppa mi ha coinvolto in un progetto editoriale da lui curato, un volume con trentatré (come i giri degli amati LP) racconti di ispirazione rock per lo più opera di – a quanto ho capito – autori giovani, con l’aggiunta di qualche addetto ai lavori. Mi capita assai di rado di cimentarmi con cose che non ho mai fatto prima e quindi, stimolato dalla sfida, ho dedicato un paio di pomeriggi a una breve storia di orientamento fantascientifico condita di citazioni più o meno oscure, che ho lasciato decantare per varie settimane e che, col senno di poi, mi è parsa accettabile. Dato che il libro, marchiato dalla QuiEdit di Verona e intitolato 33 racconti rock,  è appena uscito, sarebbe scorretto riportare integralmente il mio contributo. Eccone allora solo l’inizio: chi fosse interessato al resto può acquistare il tomo (a scanso di equivoci: non percepisco alcuna royalty sulle vendite), oppure terminare la lettura in qualche libreria.  

33 racconti rockLove Kills
La magnifica ossessione era iniziata nella primavera del Secondo Anno della Rinascita, il 2326 per il vecchio calendario, quando il mondo aveva cominciato ad abituarsi all’improvviso, definitivo collasso del Web e alla conseguente scomparsa dei miliardi di dati immagazzinati solo nella Grande Memoria Virtuale. Lentamente, l’umanità stava riassaporando il gusto della lettura su carta, dell’ascolto tramite vinile o CD e della visione in DVD, ovvero gli antichi strumenti di fruizione della cultura adottati prima che Internet li rendesse obsoleti. Grazie al suo immenso patrimonio, Spencer P. Jones non aveva incontrato particolari ostacoli per procurarsi quello che bramava di possedere, comperandolo a peso d’oro sul florido mercato del collezionismo: la sua abitudine di salvare e archiviare i file invece di limitarsi a consultarli in Rete gli aveva permesso di ricostruire con esattezza cosa cercare e dove farlo. Così, fra viaggi con il suo astrojet privato Teenage Queen, telefonate in ogni angolo del globo e strettissimi rapporti con la DHL, aveva depennato dall’elenco proprio tutto: il primo acquisto era stato The One On The Right Is On The Left, un 45 giri del 1966 marchiato Columbia; l’ultimo, il solo acetato superstite dell’album All Aboard The Blue Train, per di più autografato dall’autore. Migliaia di pezzi che erano conservati in ordine maniacale in un caveau attiguo alla sua sala della musica acusticamente perfetta, dove troneggiavano due finali McIntosh 30 del 1954. C’erano voluti sette anni di abnegazione e alcuni milioni di eurodollari, ma ora poteva guardare le teche ignifughe e impermeabili e commentare fra sé e sé, compiaciuto e orgoglioso, “ce l’ho fatta, non manca niente”.
Fu pochi mesi dopo che apprese, non senza raccapriccio, dell’esistenza della macchina del tempo custodita da due secoli abbondanti a Neverland, una base militare sotto il controllo dei massimi vertici della Difesa Planetaria. All’epoca, i membri dell’Illuminata Direzione non si erano fatti scrupolo di eliminare Peter Kember e Jason Pierce, i due scienziati che l’avevano inventata, ma non se l’erano sentita di distruggere l’unico prototipo: e se un domani fosse servito un rimedio estremo per impedire un evento davvero drammatico? Così, per non correre rischi, la Time Machine era stata imballata e messa sotto chiave, al riparo dalle eventuali azioni di qualche irresponsabile. E dimenticata, come L’Arca dell’Alleanza che tanto aveva fatto penare Indiana Jones in quel film del 1981. (continua nel libro)

 

Categorie: estratti da libri | Tag: | 1 commento

Keith Richards

Visto che mi si rimprovera di ripescare materiale senza criterio, ecco un post (ma in precedenza ce ne sono stati parecchi altri, eh) strettamente legato all’attualità, ovvero i settant’anni del chitarrista e songwriter dei Rolling Stones, che si festeggiano proprio oggi. Non si parla di un disco bensì di uno splendido libro, l’autobiografia (piuttosto recente, oltretutto) di questa inossidabile icona del rock’n’roll. Se non l’avete letto, regalatevelo per natale (fra l’altro, nel 2012 la Feltrinelli l’ha ristampato nella collana economica): ne vale davvero la pena.

Richards copLife (Feltrinelli)
Arrivati al termine della lettura di questa autobiografia, piacevolissima e di grande interesse anche per quanti non sono fan terminali dei Rolling Stones, la prima cosa che viene spontaneo chiedersi è come accidenti avrà fatto, il buon Keith, a festeggiare – il 18 dicembre del 2010, un paio di mesi dopo l’arrivo del libro sugli scaffali – i sessantasette anni. Non è infatti da normali esseri umani sopravvivere apparentemente senza troppe difficoltà a così tanti, assortiti stravizi di sesso, droga e r’n’r con tutto il resto che può far loro da corredo, e volendo peccare di cinismo viene da augurarsi che il chitarrista abbia disposto, per il tristissimo giorno in cui staccherà definitivamente il jack, di affidare il suo corpo alla scienza: se lo facesse anche Lemmy dei Motorhead, i luminari della medicina che si trovassero fra le mani le loro spoglie avrebbero ottime possibilità di scoprire qualcosa di molto utile per il nostro futuro.
A parte ogni (macabra) spiritosaggine, è il caso di chiarire che Life, realizzato assieme al giornalista James Fox, merita un posto fra i testi sacri del rock: per i fatti, raccontati senza autocensure, senza eccessi di sensazionalismi e con tanta divertita ironia, e per le atmosfere nelle quali essi sono avvolti, che rendono le storie per certi versi ancor più mitiche e per altri quasi terrene. Si “vivono” così in ordine cronologico le tappe di una incontenibile passione per la musica dall’infanzia alla terza età, i rapporti con le donne e il successo, la relazione sempre difficile con il partner artistico Mick Jagger (definito “insopportabile” e descritto come ipodotato), i viaggi e i disagi, fra aneddoti più o meno noti (alcuni stranianti, altri spassosi, altri ancora toccanti) e pensieri in libertà. Nulla di meglio (o, forse, ben poco: ad esempio, ancora Lemmy e il suo La sottile linea bianca) per comprendere davvero cosa significhi r’n’r, non tanto sotto il profilo sonoro – per quello, degli Stones, ci sono le canzoni e i concerti, no? – quanto sul piano “filosofico”. Life… and how to live it, ci verrebbe da dire citando i R.E.M.: solo a patto, però, di possedere il fisico bestiale di Keith Richards.
Tratto da Mucchio Extra n.36 dell’Estate 2011

Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

Sid Vicious

Oggi è il giorno dei morti e non mi dispiaceva l’idea di un post “in tema”, tipo quello di ieri. Cosa fare, però? Una selezione di dischi legati alla morte? Non sarebbe stato difficilissimo, ma magari me la giocherò nell’Halloween del 2014. Una selezione di dischi di gente morta? No, troppo macabro. Un necrologio? Già molto meglio, ma di “coccodrilli” ne ho scritti pochini (che ricordi, almeno) e il più ispirato di tutti, quello per Syd Barrett, l’ho recuperato mesi fa. Un pezzo nuovo di zecca che si occupi di una delle merdacce che vorrei vedere al più presto sotto terra? Sarebbe stupendo, ma alla fine credo nel “minor curanza, maggior disprezzo”. Mi sono così ricordato della recensione di un libro di David Dalton su Sid Vicious, intitolato in origine El Sid – Saint Vicious e tradotto illo tempore in Italia da Sperling e Kupfer come Con un lucchetto al collo – Sid Vicious, l’angelo del punk (sì, lo so, tristezza). Al momento è fuori catalogo in tutte le edizioni, ma reperirlo in Rete non dovrebbe essere granché difficile.

Vicious fotoSid Vicious non sapeva suonare il suo strumento, non sapeva cantare, era un disastro: smilzo, stupido, un po’ fesso e psicopatico. Sid Vicious era perfetto. Anche Elvis alla fine ci ha deluso, diventando grasso e patetico, ma non Sid. A diciassette anni non era nessuno, a venti era famoso in tutto il mondo e a ventuno era morto!” Così l’incipit di Con un lucchetto al collo, libro che racconta la storia dell’icona punk per eccellenza con un linguaggio fantasioso, secco e sboccato e con una struttura brillantemente frammentaria. Tutto, insomma, in perfetta sintonia con l’argomento: dedicare una biografia convenzionale a un teppistello inglese privo di talento, divenuto simbolo e leggenda più per essersi praticamente suicidato che non per il suo ruolo di bassista dei Sex Pistols, sarebbe stata un’offesa alla memoria.
Fosse ancora vivo, magari con un lavoro normale, una famiglia e un bel ventre da abusi di birra, Sid Vicious avrebbe di sicuro amato questa ricostruzione – tragica e nello stesso tempo divertentissima: gli opposti, è noto, si attraggono – della sua breve parabola esistenziale. Ci si sarebbe specchiato, si sarebbe fatto un mucchio di risate, e avrebbe ringraziato Dalton con una frase tipo “forte, questa merda di volumetto. chi l’avrebbe mai detto che uno con questa faccia potesse essere un bravo giornalista del cazzo?”. Una ragione in più per leggere Con un lucchetto al collo, anche se dalle sue pagine la “leggenda” del punk ne esce a pezzi come l’urna contenente le ceneri di Sid accidentalmente schiantatasi sul pavimento dell’aeroporto londinese di Heathrow (quando si dice il Destino); nonché per lodare la Sperling & Kupfer, che con una felice intuizione ne ha curato l’edizione italiana nell’ambito dell’ottima collana “NuoviRitmi”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.351 dell’11 maggio 1999

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Piero Scaruffi

Pensando a cosa pubblicare domani, capito sul blog di Eddy Cilìa e cosa trovo? Una sua mitica recensione uscita su Velvet, mi pare nel 1990, nella quale prendeva in esame i primi volumi della famigerata Storia del rock di Scaruffi, la pubblicazione (per la Arcana) della quale è stata, a mio modesto parere, una delle poche, pochissime macchie nella carriera di responsabile editoriale di Riccardo Bertoncelli. Non ho quindi resistito alla tentazione del “crossblog” e ho recuperato questo mio commento – di alcuni anni dopo, ovviamente – sull’ultimo tomo della stessa opera, dalla quale è poi nato il famoso sito. Lo so, lo so che su certe cose sarebbe meglio tacere, ma a volte proprio non ce la si fa.

Il pezzo di Eddy che mi ha ispirato si può leggere qui:

http://venerato-maestro-oppure.com/2013/03/10/velvet-gallery-16/

Scaruffi copStoria del Rock Vol.6 (Arcana)
Tutto arriva per chi sa attendere. Anche la fine, con questo volume dedicato alle scene degli anni ‘90 in Canada, Oceania, Giappone ed Europa (Inghilterra compresa!) dell’opera di argomento musicale più controversa e discussa mai pubblicata in Italia. Già, proprio la famigerata Storia del rock di Piero Scaruffi, progetto monumentale in cui nessun individuo al mondo aveva mai avuto il coraggio o l’incoscienza di cimentarsi. E sì che Scaruffi sprovveduto non è, almeno a giudicare dal suo impressionante curriculum: nato nel 1955, laureato in Matematica nel 1980, emigrato negli Stati Uniti nel 1983, ricercatore e insegnante universitario, esperto di informatica, collaboratore di riviste italiane e americane, autore di tre testi di divulgazione scientifica e di uno di poesie nonché di due libri dedicati ad Avanguardia e New Age. Insomma, una specie di genio, per il quale l’idea di approntare una Storia del Rock articolata in 2.400 pagine deve essere sembrata più o meno un gioco da ragazzi.
E di gioco, non c’è dubbio, si è trattato. Perchè? Vediamolo con i calcoli, partendo dai 5.268 musicisti e gruppi che l’autore ha trattato, per sua stessa ammissione, nei sei tomi del progetto. Allora, attribuendo ai suddetti 5.268 un carnet di sei album (da quaranta minuti ciascuno) a testa, ne deriva una durata complessiva di 1.264.320 minuti, pari a 21.072 ore o, se preferite, 878 giorni; se si considera che Scaruffi dichiara di avere operato una selezione degli artisti di cui occuparsi e si valuta l’ampiezza del parco-produzioni dagli anni ‘50 ad oggi, è lecito ipotizzare che la cernita sia stata effettuata in un ambito almeno quadruplo, per (circa) altri 2.634 giorni di maratona sonora. Decidendo di “limitare” l’impegno ad appena 12 ore ogni 24, ne consegue che per centrare l’obiettivo di una conoscenza comunque parziale e superficialissima dello scibile rock occorrono quasi vent’anni: sarebbe interessante, pertanto, sapere dove Piero Scaruffi avrebbe trovato il tempo per laurearsi, gettare le basi della sua brillante carriera, cercare gli album in questione e documentarsi su di essi, scrivere articoli e magari svagarsi anche un po’ (senza contare che ascoltando dischi su dischi una sola volta è abbastanza improbabile capirci qualcosa).
In parole povere, Scaruffi non ha sentito tutto ciò che avrebbe dovuto sentire, né avrebbe mai potuto farlo: e l’irrealizzabilità dell’impresa chiarisce anche perché nessun singolo individuo al mondo abbia mai provato ad approntare una storia del rock di tale estensione. Viene dunque da sorridere imbattendosi in certi giudizi tagliati con l’accetta, in certe prese di posizione e in certe (assurde) categorie ideate solo allo scopo di schematizzare realtà che meriterebbero analisi ben più articolate, così come viene da piangere nello scorrere le righe di introduzione a questo sesto volume (in particolare il capitolo “Consuntivo”), in cui Scaruffi giustifica il suo operato autocelebrandosi con un’arroganza da brividi. Certo, più di una critica è pertinente, ma l’impressione generale è quella di un allucinato e delirante lavoro di “taglia e cuci” su materiale della più diversa provenienza, il cui assemblaggio – peraltro confuso: immaginate un’enciclopedia in “ordine” non alfabetico né cronologico, nonché priva di rigore informativo – sembra avere il solo scopo di appagare un ego smisurato e assecondare deliri di onnipotenza. Increduli? Sfogliate pure la Storia del rock, non importa quale sezione. Soffermatevi su una qualsiasi delle sue voci, vagliandone forma e sostanza, e formulate una serena opinione in merito. Se vi viene da pensare a Fahrenheit 451 significa che siete sulla nostra stessa lunghezza d’onda.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.258 del 20 maggio 1997

Categorie: recensioni | Tag: | 66 commenti

Johnny Rotten

Non c’è due senza tre. E allora, subito dopo Please Kill Me e La sottile linea bianca, ecco un altro libro maledettamente r’n’r e quindi più che consigliato. Pazienza che la sua stesura risalga a quasi due decenni fa e che, quindi, una parte della storia oggi sarebbe con tutta probabilità raccontata in maniera diversa: la testimonianza rimane ugualmente molto preziosa, forse anche più preziosa perché non “addomesticata” dal tempo.

Rotten copL’autobiografia
Come per An American Band dei Ramones, l’uscita sul mercato italiano (via Arcana) di questa storica autobiografia del frontman dei Sex Pistols prima e dei Public Image Ltd poi – titolo inglese, No Irish No Blacks No Dogs – pone un interrogativo: ha senso proporre, tredici anni dopo la pubblicazione originale, un libro che racconta vicende nel frattempo andate avanti? Di norma sarebbe quasi scontato rispondere di no, ma nel caso specifico la deroga al principio è d’obbligo: nelle 350 pagine del volume, scritto con il contributo di Kent e Keith Zimmerman, la più popolare icona del punk non affronta in pratica eventi estranei alla breve saga dei Pistols (pure i PIL vi compaiono in modo incidentale), concentrandosi invece su di essa e offrire la propria versione sulla nascita della band, l’effettivo ruolo del manager Malcolm McLaren, i rapporti interni e Sid Vicious, le tante, geniali “truffe” allestite in appena due anni e spiccioli, la traumatica separazione dal resto della truppa e i conseguenti strascichi giudiziari. Il tutto con poco ordine e qualche ripetizione, una prosa frammentaria e sboccata – “punk”, insomma: come stupirsene? – ma estremamente efficace, molti flashback su un’infanzia senza dubbio difficile e giudizi senza peli sulla lingua a proposito di vari co-protagonisti di quanto accaduto nella Londra che bruciava. Azzeccatissimi, inoltre, gli interi capitoli dove la parola passa a “persone informate dei fatti” come l’amico John Gray, il compagno Paul Cook, la moglie Nora, il collega Steve Severin, persino il padre John Cristopher Lydon.
Ho scritto questo libro”, dichiara a un certo punto Johnny, “perché su di noi sono state dette tante di quelle sciocchezze che potrebbe essere interessante per qualcuno assumere la giusta prospettiva e vedere le cose per quello che erano realmente e non per quello che i sognatori di questo mondo vorrebbero farvi credere”. Al di là dei sensazionalismi e dei romanticismi, allora, “la “vera storia dei Sex Pistols”? Magari, solo “la più vera” tra quelle finora narrate, perché si sa che ciascuno tende a filtrare ciò che lo coinvolge attraverso la propria personale ottica. E sarebbe sinmpatico sapere se oggi, dopo un paio di reunion che ai tempi avremmo ritenuto impossibili e la tanta ulteriore acqua passata sotto i ponti, l’ex Marcio confermerebbe al 100 percento alcune sue asserzioni caustiche e impietose. Comunque, un gran bel leggere, e non importa che a volte la linearità lasci spazio a un affastellarsi un po’ confusionario di ricordi.
Tratto da Mucchio Extra n.27 dell’autunno 2007

Categorie: recensioni | Tag: , | 7 commenti

Lemmy

Proprio ieri ho ripescato una vecchia recensione di Please Kill Me, da me considerato uno dei libri più r’n’r di sempre. In questa particolare (e personalissima) classifica si posiziona molto in alto anche White Line Fever, la formidabile autobiografia del leader dei Motörhead, da me scoperta – in questo caso – solo con l’edizione italiana, liberamente intitolata La sottile linea bianca. Sì, proprio come la canzone degli Afterhours. Coincidenza?

Lemmy copLa sottile linea bianca
Icona per eccellenza del rock’n’roll più estremo e degenerato, Ian Fraser Kilmister – per tutti, semplicemente Lemmy – si accinge a festeggiare il sessantesimo compleanno. Lo farà, pensate un po’ di quanta ironia sa essere capace il destino, il giorno della vigilia di Natale, pochi mesi dopo aver tagliato un altro invidiabile traguardo, quello dei quattro decenni da musicista professionista: risale infatti al 1965, a seguire il training in svariati gruppi semi-amatoriali, il suo ingaggio nei Rocking Vicars, trampolino di lancio per altre esperienze con Sam Gopal, Opal Butterfly, Hawkwind e infine con i Motörhead, saliti per la prima volta su un palco nel luglio 1975 e dunque giunti – ancora un anniversario, in questo 2005! – al trentennale di attività; una carriera non di primissimo piano in quanto a riscontri commerciali ma seguita e apprezzata a livello di culto e tra gli addetti ai lavori, come dimostrano i tantissimi dischi comunque prodotti (e venduti) e la presenza con ampie schede in qualsiasi enciclopedia rock degna di tal nome.
Tale lunga e concitata vicenda è riassunta, ovviamente senza censure né peli sulla lingua, in quest’ottima autobiografia (cofirmata con Janiss Garza) di trecento pagine uscita in Gran Bretagna nel 2002 ma edita in Italia – Baldini Castoldi Dalai – solo al termine dell’anno scorso: un racconto essenzialmente cronologico, ma ricco di (piacevoli) deviazioni, che pur occupandosi soprattutto di r’n’r ma non tralascia di soffermarsi sulle altre passioni del narratore e protagonista, ovvero il sesso, la droga e l’alcol. Una storia “alla Lemmy” anche nello stile letterario condito di turpiloquio e considerazioni non proprio politicamente corrette, che non sarà magari rigorosissima nella rievocazione dei fatti – come credere al 100 per cento, del resto, a un uomo che ha passato buona parte della sua esistenza sotto l’effetto di stupefacenti e/o liquori, e che a proposito delle proprie gesta dichiara piuttosto spesso “non riesco a ricordare, ma dev’essere stato indimenticabile”? – ma che si fa leggere con divertito interesse dalla prima all’ultima pagina… a patto, è logico, che ci si trovi in sintonia quantomeno ideale con il senso dell’esagerazione e con l’adesione alla “vita spericolata” che contraddistingue (purtroppo o per fortuna) il rock’n’roll meno incline al compromesso. Quello che Lemmy e la sua schiera di diversi compagni d’avventura hanno sempre e comunque suonato, incuranti delle accuse di ripetitività e di zoticaggine.
Tratto da Mucchio Extra n.19 dell’ottobre 2005

Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

Please Kill Me

Ogni tanto, direi inevitabilmente, mi capita di recensire libri musicali. Per ovvi motivi mi limito a quelli scritti o tradotti in italiano, ma la regola ha conosciuto qualche eccezione. Per esempio, quella dell’oggi popolarissimo Please Kill Me di Legs Mc Neil e Gillian McCain (è sulla bocca di tutti, compresi coloro che il punk lo schifano), da cui rimasi impressionatissimo all’epoca dell’uscita negli Stati Uniti. Non volli attendere l’edizione italiana (anzi, a dirla tutta dubitavo fortemente che qualcuno si sarebbe preso la briga di confezionarla: l’ha invece fatto la Dalai, nel 2006), e lo recensii per il primo numero del Mucchio Extra. Per la cronaca, continuo a ritenerlo uno dei più fantastici libri rock di sempre, uno di quelli che va letto per forza e dal quale qualsiasi biblioteca di genere non può assolutamente prescindere.

Please Kill Me copThe Uncensored Oral History Of Punk
Senza troppi preamboli, Please Kill Me è una vera e propria Bibbia per ogni cultore del punk storico e per ogni appassionato che non veda di buon occhio le mediazioni, i filtri e le interpretazioni di cui ogni autore, in misura più o meno massiccia, è costretto a fare uso nella stesura del proprio saggio. Nonchè l’unico trattato sul punk – in questo caso, però, americano, e specificamente newyorkese – che possa competere per qualità con il mitico England’s Dreaming di Jon Savage, peraltro del tutto diverso nell’impostazione. Composto solo da stralci di interviste con protagonisti di primo e secondo piano del fenomeno, a seguire quel criterio di assenza di interventi “critici” chiarito dal sottotitolo La storia orale non censurata del punk, il libro esalta proprio in questo susseguirsi di dichiarazioni per lo più raccolte dai due curatori ma estratte anche da biografie ufficiali e riviste d’epoca: una lunga, avvincente epopea raccontata in prima persona, che iniziando dai Velvet Underground (da dove altro, se no?) raggiunge il temporaneo abbandono delle scene da parte di Patti Smith passando attraverso le vicende di Stooges, New York Dolls, Ramones, Heartbreakers, Wayne County, Dead Boys e molti altri, con l’appendice di tristi epitaffi a personaggi scomparsi quali Nico, Stiv Bators, Johnny Thunders e Jerry Nolan.
Un lavoro attento e portato avanti con grande passione, quello di Please Kill Me, come era lecito attendersi da autori di tale livello: Eddie “Legs” McNeil è infatti l’uomo che ha affermato il termine punk (in voga già negli anni ‘60) utilizzandolo per la testata della storica rivista da lui fondata alla fine del 1975 assieme a John Holmstrom, mentre Gillian McCain è tra l’altro stata coordinatrice del Poetry Project della St.Mark’s Church, teatro delle prime affermazioni (di culto) di Patti Smith e Jim Carroll. Leggerlo significa entrare dalla porta principale nel mondo del proto-punk e del punk a stelle e strisce, accompagnati per mano da autentici monumenti quali Wayne Kramer, Ron Asheton, Iggy Pop, Richard Hell e Dee Dee Ramone e da figure meno leggendarie ma comunque importanti quali il manager Danny Fields, i fotografi Roberta Bayley e Gerard Malanga, i discografici Terry Ork e Marthy Thau e vari altri artisti e creativi che orbitavano attorno al panorama rock della Big Apple. Al di là dei pur stuzzicanti dettagli e aneddoti anche scabrosi di cui è ricchissimo, il volume va goduto nella sua interezza, allo scopo di assaporarne appieno lo straordinario valore di documento storico e la capacità di penetrare un tema spinoso e controverso come il concepimento, il parto e la crescita del punk dall’altro lato dell’Atlantico. Una visione finalmente “americana”, dove gli inglesi interpretano per una volta la parte delle comparse, che si rivelerà a dir poco illuminante per chi ancora crede, e non certo per sua colpa, che il movimento più rivoluzionario del rock dell’ultimo quarto di secolo sia nato a Londra per merito di Malcolm McLaren e dei Sex Pistols. L’unico “difetto”, per alcuni purtroppo insormontabile, è che di Please Kill Me non esiste la versione italiana. Un eventuale editore che volesse colmare la lacuna sappia però che il sottoscritto è disposto a dare il proprio contributo alla nobile causa supervisionando gratuitamente le traduzioni.
Tratto da Mucchio Extra n.1, primavera 2001

Categorie: recensioni | Tag: , | 8 commenti

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)