recensioni

Maurizio Baiata – Rock Memories

A volte leggo libri quando ormai è trascorso troppo tempo dall’uscita per recensirli su una rivista. Meno male che, se voglio comunque scriverne perché è cosa buona e giusta, ho il mio blog…

Saranno gli anni che inesorabilmente passano, con relativo accrescersi del desiderio di lasciare una traccia in qualche modo riassuntiva del proprio passaggio su questa terra, ma tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere le epoche auree del rock – fino ai tardi anni ’90, diciamo – ci stiamo dedicando al recupero di parti più o meno ampie dei nostri archivi, alle quali aggiungere ricordi, contestualizzazioni al presente, commenti a posteriori. Da quasi un decennio io lo sto facendo qui su “L’ultima Thule” (per ora: in futuro, si vedrà), ma negli ultimi tempi vari colleghi hanno aperto il baule della memoria per trasferirne un tot di contenuti in un libro, scegliendo le impostazioni più diverse; ci sta, eccome, anche se i soliti poveri di spirito – i frustrati che nella vita non hanno mai fatto nulla di “importante” e godono nel criticare chi qualcosa l’ha fatto – parleranno di autoreferenzialità se non di onanismo.

Alla corposa lista si è ora aggiunto Maurizio Baiata, nome che chiunque seguisse il rock negli anni ’70 non può avere presente, per l’attività come conduttore radiofonico e come giornalista sulla carta stampata: Ciao 2001, Nuovo Sound, Muzak, Gong e Stereoplay alcune delle testate sulle quali è uscito (tanto) materiale a sua firma. L’eterno ragazzo ne ha poi combinate molte altre in campo musicale e non, ma questo suo Rock Memories – Scritti ribelli e sinronicità di un giornalista musicale (Verdechiaro Edizioni, pp.350; € 23,00 www.verdechiaro.com) si concentra su un periodo specifico, quello dal 1970 al 1974, offrendo come “bonus” un’intervista del settembre 1980 a David Bowie: articoli, interviste e rubriche apparsi sul settimanale Ciao 2001, imprescindibile strumento di informazione su rock (e dintorni) dell’epoca. I testi sono stati editati in misura maggiore o minore a seconda dei casi ma sono in sostanza quelli di allora, come è possibile verificare confrontandoli con le riproduzioni delle pagine originali a volte inserite. Con lodevole onestà intellettuale, l’autore ammette le piccole ingenuità formali figlie della giovane età e del momento storico, rivelando pure quali pezzi sono pressoché intonsi e quali sono stati, al contrario, riveduti e corretti. Il lavoro è notevole e di grande interesse, sia perché restituisce un quadro fedele di come fosse in linea di massima la scrittura rock nell’Italia dei Seventies, sia perché sfata la leggenda che Ciao 2001si occupasse solo di mainstream e trascurasse gli artisti poco noti: ok, qui si può ovviamente leggere di stelle come Joe Cocker, Doors, Black Sabbath, Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Frank Zappa e Santana, ma anche di High Tide, Amon Düül II, Shawn Phillips, Third Ear Band, Can, Faust, Magma, Tim Buckley o John Cale (roba “da iniziati”, insomma), oltre che di Miles Davis, di Karlheinz Stockhausen, dei Weather Report e di italiani non allineati quali Franco Battiato, Claudio Rocchi o Angelo Branduardi. Maurizio Baiata era uno che non si accontentava del “classico” ma amava andare alla ricerca di vie “alternative” e non a caso di Ciao 2001 era uno dei miei preferiti; qualche pezzo lo ricordavo ma altri non mi erano mai capitati davanti e, devo ammetterlo, un po’ mi sono emozionato ricordando il me dodici/tredicenne per il quale lui – che di anni ne aveva appena una decina di più – era una specie di guru, un santone che dispensava il bene prezioso della conoscenza.

Un bellissimo viaggio in un passato mitico e glorioso del quale si attende la già annunciata seconda tappa. Non vedo l’ora, sul serio.

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Gun Club (1982)

Uscito il 20 settembre 1982, il secondo LP dei Gun Club mi arrivò appena in tempo per essere recensito nel numero di novembre del defunto Mucchio Selvaggio. Lo reputo ancora oggi un capolavoro e, dunque, quanto scrissi all’epoca con tutto l’entusiasmo, la forma legnosa e un pizzico di non tanto giustificata saccenza dei miei ventidue anni non mi meraviglia affatto.

Miami
(Animal)
Abbandonata la Ruby a favore della neonata Animal Records di Chris Stein, i Gun Club tornano su vinile con il loro secondo LP, a seguire lo strepitoso debutto Fire Of Love. La conferma che tutti attendevamo è giunta puntuale e inequivocabile, giacché Miami si rivela un signor disco, valido almeno quanto il suo predecessore, e per di più ricco di interessanti innovazioni: i Gun Club, infatti, danno prova di essere notevolmente maturati, proponendo un sound più curato e policromo, complice probabilmente anche l’attenta produzione di Chris Stein.
A un primo ascolto, Miami evidenzia immediatamente le sue differenze da Fire Of Love, presentando brani nel complesso più pacati e raffinati. I Gun Club, cioè, sembrano avere parzialmente rinunciato all’aggressività e alla voluta grezzezza di molti episodi del primo lavoro a favore di una musica meno violenta, più pulita e più curata negli arrangiamenti ma sempre in grado di trasmettere sensazioni forti e affascinanti. La lezione del Gun Club, come molti di voi (spero) già sapranno, è sostanzialmente rock e si allaccia a molti differenti aspetti dell’ampia tradizione musicale statunitense: punk, rockabilly, country e psichedelia, tanto per citare qualche esempio, confluiscono come per incanto in brani di rara bellezza, nei quali la chitarra secca e graffiante di Ward Dotson domina, assieme alla voce potente e versatile di Jeffrey Lee Pierce; un impasto sonoro dove basso, batteria, steel guitar (strumento tipico del country-rock), piano, percussioni e (in un pezzo) addirittura violino fanno a gara nel costruire efficacissime armonie lanciando un “messaggio” che non può non essere recepito da chi sente sulla pelle il brivido e il feeling del r’n’r. L’album è stupendo dall’inizio alla fine e non credo che gli estimatori (numerosi, a quanto pare) di Fire Of Love avranno difficoltà ad apprezzarlo, nonostante quelle sue novità che, per quanto positive, potrebbero di primo acchito disorientare; la vena e le capacità dei Gun Club, comunque, emergono maggiormente (a mio parere) in composizioni come Carry Home, Run Through The Jungle, Watermelon Man, John Hardy (rilettura di un noto traditional) o Fire Of Love e soprattutto nella conclusiva Mother Of Earth, un capolavoro come pochi. Sì, d’accordo, Miami viene a costare la bellezza di quindici biglietti da mille, ma vi assicuro che, ora come ora, non potreste impiegare la cifra in maniera migliore. I Gun Club hanno tutte le carte in regola per riscuotere il vostro incondizionato consenso, e la presenza di Miami nella vostra discoteca di amante del rock più “vero” è per lo meno doverosa.
(da Il Mucchio Selvaggio n.58 del novembre 1982)

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Serj Tankian (2007)

Quindici anni fa il cantante dei System Of A Down pubblicava il primo album a suo nome, che avrebbe in seguito avuto un particolare e intrigante adattamento dal vivo (come si può leggere qui). All’epoca, ne scrissi in questi termini.

Elect The Dead
(Reprise)
A scatola chiusa, cioè senza averne ascoltato neppure una nota, più d’uno potrebbe osservare che, nell’attuale bagarre discografica di un album da solista di Serj Tankian non si sentisse esattamente la mancanza. C’è però da rammentare che i System Of A Down, dei quali l’americano di origini armene è frontman e carismatica icona, non producono dischi da oltre due anni e che sembrano al momento essere in ibernazione, e dunque perché non considerare Elect The Dead come un prodotto sostitutivo di quello che la band madre ci avrebbe di norma proposto al massimo nel 2008? Fin troppo facile farlo, poi, visto come i suoi dodici episodi – dove Tankian suona in pratica tutti gli strumenti, batteria esclusa – rimandino direttamente ai SOAD e alle loro alternanza di energiche sfuriate e momenti nei quali a prendere il sopravvento sono soluzioni evocative di vago sapore etno; dei SOAD, tuttavia, nel complesso meno tesi e aggressivi oltre che più attenti alle sfumature, ma sempre caratterizzati da un approccio canoro – solenne e assieme un po’ stridulo – a dir poco inconfondibile. In ogni caso una prova abbastanza ispirata, al di là di qualche caduta di tono e qualche stucchevolezza.
(da Il Mucchio Selvaggio n. 641 del dicembre 2007)

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R.E.M. (1992)

Non ne sono proprio sicuro al 100%, dovrei fare verifiche, ma credo proprio che Automatic For The People sia l’unico disco dei R.E.M. che io non abbia recensito in tempo reale. In occasione del trentennale, che si festeggia il 5 ottobre 2022 (cioè oggi), recupero allora quanto scrissi cinque anni fa, quando dell’album vide la luce una bella ristampa estesa.

Automatic For The People
(Craft Recordings)
Non che sia una sorpresa, ma i sondaggi in Rete parlano chiaro: dei quindici album di studio firmati dai R.E.M. Automatic For The People è uno dei tre più apprezzati dai fan e per alcuni è il migliore in assoluto. Inevitabile, quindi, la celebrazione del venticinquennale, con una nuova ristampa in quattro diversi formati: LP e CD con il disco classico rimasterizzato dai nastri originali, CD doppio che aggiunge l’unico, splendido concerto tenuto dal quartetto nel 1992 (19 novembre al 40 Watt Club della natia Athens), cofanetto – in elegante confezione a libro – che acclude un terzo CD con venti demo più o meno perfezionati di episodi di Automatic For The People (i titoli sono però quasi tutti provvisori, e dunque intriga scoprire e confrontare versioni “primordiali” e finali) o sue outtake, nonché un Blu-Ray che propone sia remixati in Dolby Atmos (una specie di surround appena inventato), sia masterizzati in altissima risoluzione i dodici pezzi della scaletta standard e la bonus Photograph (nella quale Natalie Merchant dei 10,000 Maniacs duetta con Michael Stipe; nel 1993 uscì nella raccolta-benefit della Rykodisc Born To Choose), più sette videoclip e un filmato per la stampa realizzato sempre all’epoca.
Benché il prezzo non sia popolare (una novantina di euro), è fuori di dubbio che l’edizione più ricca meriti l’attenzione di ogni cultore del gruppo americano; il materiale extra non reperibile altrove è infatti notevole per quantità e qualità e l’operazione è persino superiore a quella analoga messa in atto lo scorso anno per quell’altro capolavoro chiamato Out Of Time. Un album che contiene Drive, Nightswimming, Man On The Moon, The Sidewinder Sleeps Tonight o Everybody Hurts è comunque di per sé una gemma; oltre alla bontà dei brani, a renderlo anche un campione di vendite internazionale fu la definitiva affermazione dei R.E.M. come band ideale per il pubblico di massa ma non scaduta agli occhi della critica e degli appassionati più esigenti. La magia di un songwriting aggraziato eppure a suo modo epico, le trame strumentali di mai stucchevole ricercatezza, l’eccezionale carisma non solo canoro del frontman e, in generale, la credibilità conferita da un percorso avviato nel circuito alternativo all’inizio degli ’80 e proseguito con estrema coerenza dopo l’approdo – nel 1988, con Green – al mercato major l’hanno giustamente resa un simbolo. La “deluxe” quadrupla di Automatic For The People consentirà agli aficionados di onorare una volta in più i propri beniamini senza sentirsi sfruttati, il disco nudo e crudo saprà offrire a quanti non lo avessero finora frequentato quarantanove minuti di intensissimo, folgorante, malinconico, gioioso benessere. Gloria in excelsis R.E.M., ora e sempre.
(da Classic Rock n.60 del novembre 2017)

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Rikk Agnew (1982)

Quarant’anni fa, quando ero totalmente “in fissa” per il punk californiano, uno dei protagonisti della scena da me maggiormente apprezzati era Rikk Agnew, chitarrista degli Adolescents e dei Christian Death. Immaginate quanto grande fu il mio entusiasmo alla pubblicazione – avvenne in un giorno imprecisato dell’ottobre 1982 – del suo primo LP da solista, che infatti recensii con grande spiegamento di superlativi. Oggi è ancora uno degli album di quel periodo che riascolto più spesso; ci trovo qualche difettuccio che al tempo non riscontrai, ma nel complesso i suoi brani mi paiono quasi tutti ancora eccezionali.

All By Myself
(Frontier)
“Tutto da solo”, informa il titolo dell’album, e in effetti Rikk Agnew mantiene le promesse di tale enunciazione componendo tutti i brani, suonando tutti gli strumenti, cantando e producendosi in sodalizio con Thom Wilson. A parte la curiosità che un lavoro così concepito poteva suscitare, ci si chiedeva che tipo di sound Agnew avrebbe proposto: punk elaborato e trascinante alla Adolescents, atmosfere cupe e demoniache alla Christian Death (le due band più note in cui il chitarrista ha militato), oppure qualcosa di ancora diverso? Tali interrogativi, per fortuna, non sono di quelli che restano insoluti: basta un ascolto del disco per trovarvi risposta, e per scoprire anche di cosa e realmente capace Rikk nel momento in cui, libero dalle costrizioni che l’essere parte di un gruppo inevitabilmente impone, decide di fare tutto da sé. Il risultato, è bene dirlo subito, è positivo oltre ogni previsione: All By Myself comprende infatti dieci tracce quasi sempre eccellenti, basate in linea di massima sugli schemi tipici del miglior punk californiano più o meno melodico e arricchite da soluzioni un po’ atipiche per il genere ma comunque, nel contesto, azzeccatissime. I brani sono in generale piuttosto veloci e violenti (non mancano peraltro deviazioni verso il pop), impostati alla Adolescents ma più raffinati negli arrangiamenti, con l’aggiunta di qualche intervento di tastiere. Oltre a dimostrarsi polistrumentista di talento, Agnew rivela anche doti canore non indifferenti, riuscendo a sfruttare al meglio la sua voce potente e non roca come quelle di moltissimi cantanti punk; della perizia compositiva sarebbe inutile parlare in quanto già ampiamente dimostrata in pezzi come No Way, Creatures e Kids Of The Black Hole, capolavori del LP degli Adolescents, ma O.C. Life, 10, One Shot o Falling Out sono alla loro altezza. Disco imperdibile in tutti i sensi, che non smetterà facilmente di esaltarvi e stupirvi con ogni suo episodio.
(da Il Mucchio Selvaggio n.59 del dicembre 1982)

Per moltissimo altro materiale sull’hardcore punk californiano: http://www.tsunamiedizioni.com/index.php?page=shop.product_details&flypage=flypage.tpl&product_id=172&category_id=2&option=com_virtuemart&Itemid=38

 

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