recensioni

Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Continua a leggere

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Alt-J

I due precedenti album degli Alt-J mi erano piaciuti tanto, proprio tanto, come si può avere conferma leggendo qui e qui. Il terzo capitolo, di ancora recente uscita, mi ha invece lasciato tiepidino, e non ho potuto fare a meno di scriverlo. Non senza intristirmene.

Relaxer
(Infectious)
Sicuramente fra le band britanniche più osannate fra quelle salite alla ribalta dall’inizio del decennio in corso, gli Alt-J sono per molti aspetti un enigma. Difficile, infatti, capire come il loro sound, accattivante sul piano melodico ma al contempo così “poco pop” (almeno nel senso più banale del termine), possa riscuotere i consensi dei quali è un po’ ovunque gratificato; parallelamente, che la popolarità li “costringa” a suonare in arene all’aperto dà luogo a effetti alienanti, considerando come la dimensione ideale del trio, al di là dell’efficacia degli ampi schermi e dei giochi di luce utilizzati, sia quella di un club di medie/ridotte dimensioni. Continua a leggere

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Claudio Lolli

Seguo Claudio Lolli dagli anni ’70. Da quando, adolescente, mi imbattei in quel brano-capolavoro chiamato Michel, che mi spinse ad approfondire. Acquistai subito gli LP Aspettando Godot e Un uomo in crisi (non Canzoni di rabbia: quello, vai a capire perché, lo presi parecchio dopo), innamorandomi di questo musicista così affascinante a dispetto di una poetica che, inutile nascondersi, suonava triste, a tratti persino deprimente; ma era (è!) un bel deprimersi, di quelli che ti obbligano a scavare dentro di sé. Non starò qui, adesso, a raccontarvi tutte le tappe della mia personale vicenda lolliana, che molti anni fa – in occasione dell’uscita della riedizione di Ho visto anche degli zingari felici, il suo album più mitico – ebbe come momento indimenticabile una bella intervista che riporto qui. Non posso però fare a meno di riportare quello che ho scritto a proposito dell’ultimo lavoro, davvero molto bello, che ha pure ottenuto la Targa Tenco.

Il grande freddo
(La Tempesta)
Al di là dei riscontri commerciali non proprio eclatanti, che in quarantacinque anni di percorso discografico lo hanno sistematicamente tenuto lontano da classifiche e media non di nicchia, Claudio Lolli è un maestro della nostra canzone d’autore. Uno di quelli naturalmente predisposti a viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André, che si è schierato politicamente e culturalmente, e che per questo si è guadagnato la stima e l’affetto di una platea magari nascosta ma in termini assoluti non esigua. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Sad Lovers And Giants

La memoria (forse) inganna, ma non so dire se, in tempo reale abbia o meno scritto dei Sad Lovers & Giants. Se l’ho fatto, comunque, è stato per microrecensioni/segnalazioni, dato che all’epoca – di trenta/trentacinque anni fa – la band britannica non mi dispiaceva ma nemmeno mi esaltava. Anche per questa recensione di un recente cofanetto, molto esaustivo ma non onnicomprensivo, mi sono stati concessi spazi ristretti, ma credo di essere lo stesso riuscito a dire quello che andava detto.

Where The Light
Shines Through
(Cherry Red)
Seppure a singhiozzo e con un’attività discografica ridotta, i Sad Lovers And Giants sono nuovamente in pista da quindici anni; la loro fama di culto, però, poggia sui cinque LP di studio, il live e la decina di singoli pubblicati – esclusi i primi due 7 pollici, autoprodotti – da una label piuttosto fuori dagli schemi come la britannica Midnight Music. Quasi tutto il materiale di cui sopra, commercializzato in origine tra il 1981 e il 1991, è stato ora raccolto in questo box di cinque CD e ben ottantanove tracce, che include anche quanto immesso sul mercato dopo la reunion in un album, un 45 giri e un 12” di disagevole reperibilità; purtroppo, non un’opera omnia (e dire che sarebbe bastato un solo compact in più…), bensì un’amplissima antologia che narra – senza omissioni di rilievo e supportata dell’immancabile booklet (di appena dodici pagine, ma esauriente) – l’intera vicenda dei ragazzi di Watford.
Dalla torrenziale scaletta emergono chiaramente l’ispirazione e la verve della band, legata a un post-punk umbratile e non privo di spunti filo-psichedelici, dai toni per lo più aggraziati, avvolgenti e di gusto romantico. Oggi come allora, si pensa agli And Also The Trees, ai Cure del 1980/1981, ai Chameleons, ai Modern English. Non da gotha della new wave, ma ben costruito e assai godibile.
Tratto da Classic Rock n.55 del giugno 2017

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Ralph McTell

Più passa il tempo, e più mi convinco che il formato CD sia perfetto per operazioni antologiche come questa, dedicata a un maestro assoluto del british folk. Quattro album storici (e splendidi) in due compact, libretto informativo, prezzo più che invitante, suono limpido e privo di tutti i crepitii e i disturbi da usura che purtroppo flagellano i vinili, specie quando la musica è pacata e rarefatta.

All Things Change
(Cherry Tree)
Detto che la qualità degli oltre venti album di studio da lui messi in fila in mezzo secolo di uscite discografiche scende di rado sotto il “buono”, i numerosi cultori del british folk “moderno” – quello affacciatosi alla ribalta nei Sixties e più o meno vicino all’universo rock – sono pressoché concordi nel collocare al vertice della produzione di Ralph McTell, che del genere è uno dei padri, i quattro usciti fra il 1968 e il 1970 per l’etichetta-culto Transatlantic: Eight Frames A Second, Spiral Staircase, My Side Of Your Window e quell’ancor più notevole Revisited assemblato solo con reincisioni o remix di brani in origine pubblicati nei tre precedenti. Continua a leggere

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Cody ChesnuTT

Come tutti dovreste ben sapere, non scrivo tantissimo di black music, sia per averla iniziato a conoscere sul serio, e quindi amarla, non proprio da giovanissimo, sia perché in tutte le riviste con le quali ho lavorato c’era sempre chi, sull’argomento, ne sapeva più di me. Quando me ne occupo, però, lo faccio con piacere, e trattando solo artisti che conosco bene. Come questo signore qui.

My Love Divine Degree
(One Little Indian)
Sono trascorsi quindici anni da quando Cody ChesnuTT, allora già trentaquattrenne, stupì addetti ai lavori e appassionati di black music – e non solo: quel disco era incredibilmente eclettico – con il monumentale The Headphone Masterpiece, complice la ripresa della sua The Seed (con presenza nel brano e nel videoclip) in un successo internazionale come Phrenology dei Roots. Continua a leggere

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Brunori Sas

Se anche volessi non potrei negarlo, perché scripta manent, ma comunque non ho problemi a dirlo di nuovo: almeno all’inizio, diffidavo di Dario Brunori. Mi era anche parecchio simpatico, ma mi sembrava l’ennesimo furbetto che dal mondo cosiddetto alternativo voleva spiccare il balzo verso la “Serie A” e si comportava di conseguenza. Magari avevo pure ragione, eh, ma conta poco. Importa invece ben di più che, con Il cammino di Santiago in taxi, l’artista calabrese abbia impartito alla sua formula una sterzata che ho assai apprezzato, come dimostrano questa videointervista e, pochi mesi fa, questo articolo. Per (Noi siamo) Cantautori, rivista dalla vita purtroppo breve, ho invece scritto questa microrecensione dell’ultimo disco, un brano del quale – La verità – ha vinto la Targa Tenco per la miglior canzone dell’anno. Mi è parso giusto recuperare tutto ciò, perché ieri sera ho assistito al concerto tenuto al “Rock In Roma” da Brunori Sas e… mi sono divertito, sono stato bene e non posso che consigliarlo caldamente a quanti volessero trascorrere un paio d’ore all’insegna dell’entertainment di spessore.

A casa tutto bene
(Picicca)
È tutto perfetto, in questo quarto album (o quinto: dipende da come si considera la colonna sonora È nata una star?) di Dario Brunori: il songwriting accattivante ma non banale, i testi capaci di legare personale e sociale – ascoltare, per credere, L’uomo nero: in tal senso, è una potenziale canzone dell’anno – con linguaggio diretto e assieme ricercato, gli arrangiamenti di misurata ricchezza (l’illuminata produzione è di Taketo Gohara), il senso di autenticità che prorompe da note e parole. Insomma, il naturale ma non scontato punto di (temporaneo) arrivo di un processo di crescita che già con il precedente Vol.3 – Il cammino di Santiago in taxi aveva raggiunto risultati di grande rilievo, e che ora si mostra inequivocabile in dodici episodi baciati da un’ispirazione vivace in bilico fra colto e popolare. Non è ormai più una sorta di Rino Gaetano 2.0, l’artista cosentino: visti anche i cambiamenti nell’approccio canoro, si può semmai rilevare qualche affinità con Daniele Silvestri, ogni tanto Niccolò Fabi, persino Lucio Battisti.
Tratto da (Noi siamo) Cantautori n.3 del gennaio/febbraio 2017

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Doctors Of Madness

Ricordo benissimo che nella seconda metà degli anni ’70, nel periodo in cui cominciavo ad accostarmi seriamente a punk e new wave, un amico mi segnalò l’esistenza di questa “strana” band britannica. Mi misi subito sulle tracce dei suoi album, ma fu solo nel 1979 che riuscii a procurarmi un doppio LP di produzione USA, uscito l’anno prima, che accoppiava i primi due. Mi piacque e, di conseguenza, appena mi capitò sotto gli occhi, acquistai anche il terzo. Per una curiosa forma di affetto per l’antologia che mi fece conoscere la band, non ho mai preso – benché le abbia viste infinite volte a due lire – le edizioni originali dei due 33 giri del 1976, diversamente dalle belle ristampe in CD, con bonus track, di tutti i dischi. Ora è arrivato addirittura un cofanetto, e non ho potuto esimermi dal dire la mia.

Perfect Past
(RPM)
L’epopea del rock abbonda di pagine curiose e interessanti, e parecchie di esse sono state scritte – su entrambe le sponde dell’Atlantico – attorno alla metà degli anni ’70. In quei giorni nei quali si capiva che qualcosa di importante sarebbe arrivato ma nessuno sapeva esattamente cosa, furono in tanti a battere strade atipiche, non preoccupandosi di compiacere il mercato e dunque condannandosi ad attività di solito sommerse. I più fortunati riuscivano a ritagliarsi uno spazio di culto e tra questi sono da citare i Doctors Of Madness, londinesi di Brixton che operarono fra il 1975 e il 1978, firmando tre LP – per la Polydor, mica un’etichettina! – che mentre attingevano nel glam, senza disdegnare affondi nell’hard, anticipavano motivi della new wave ancora da venire. Continua a leggere

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Radio Stars

Non so nemmeno io per quanto tempo non ho ascoltato i Radio Stars. Forse una decina d’anni, se – come mi sembra sensato – mi rinfrescai la memoria quando stavo preparando il mio librone Punk!, ma nel caso non l’abbia fatto in quel 2007, potrebbe anche essere più di tre decenni. Di sicuro, però, l’ho rifatto alcuni mesi fa per scrivere del loro ricco box antologico targato Cherry Red, e li ho trovati migliori di quanto li ricordassi. La recensione qui a seguire è un po’ più lunga di quella pubblicata su Classic Rock.

Thinking Inside The Box
(Cherry Red)
Quando si affacciarono sulle scene, nell’infuocata Londra del 1977, i Radio Stars non fecero esattamente scalpore. Il loro r’n’r era corposo e spigoloso come i tempi imponevano ma gli episodi possedevano un’accentuata vena pop, specie per quanto riguarda il canto; inoltre, alcuni dei ragazzi avevano già più di trent’anni e tutti vantavano esperienze discografiche con altri gruppi (Sparks, John’s Children e Jet i più conosciuti), cose che mal si conciliavano con le logiche giovaniliste, dilettantesche e underground tipiche del punk. Continua a leggere

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Magnetic Fields

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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Giancarlo Frigieri

Non so quanto sia corretto definire Giancarlo Frigieri “un mio amico”: abitiamo ad alcune centinaia di chilometri di distanza, non ci frequentiamo, non sappiamo granché delle rispettive questioni personali, non ci sentiamo al telefono e al massimo ogni tanto ci scampiamo qualche email. Però lo stimo e gli voglio bene, tanto da aver recensito quasi per intero la sua discografia; discografia che comprende alcuni titoli con i Joe Leaman, un album da solista in inglese, un altro – sempre in inglese – realizzato assieme ai Mosquitos e sei con testi in italiano, tre autoprodotti e tre editi sotto l’ombrello della Controrecords. Un settimo arriverà a settembre e non potete avere idea di quanto mi siano girate le palle alla scoperta di non essermi occupato – suppongo per distrazione – di quello che al momento è ancora il suo ultimo lavoro, Troppo tardi del 2015, che pure posseggo e che ho ascoltato. Irritato per l’assenza, vi (ri)propongo le recensioni delle precedenti cinque prove corredate di testi nella lingua che fu di Dante, aggiungendo un link a una vera curiosità: una divertente intervista di Gianluca Frigieri a… me. La trovate qui.

L’età della ragione
(autoprodotto)
Sembrerà incredibile ma, nonostante il panorama “alternativo” italiano abbondi di etichette di ogni genere, Giancarlo Frigieri – non proprio l’ultimo arrivato, come testimoniano i suoi numerosi lavori alla guida dei Joe Leaman, da solista e accompagnato dai Mosquitos – non è riuscito a trovarne una interessata a sponsorizzare questo suo debutto con liriche in italiano; incredibile anche perché L’età della ragione, edificato in linea di massima su scarne architetture di chitarra e voce e solo qua e là arricchito dagli interventi di alcuni ospiti, è lavoro di bellezza davvero rara, con il suo intimismo sofferto ma non opprimente che solo in un pezzo su dieci – l’emblematica title track – sfoggia un pur misurato vigore r’n’r. Continua a leggere

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Father John Misty

Poiché in questi ultimi giorni si sta parlando parecchio del ritorno dei Fleet Foxes, mi va di riportare l’attenzione sul nuovo disco – uscito qualche mese fa – di quel Josh Tillman che della band americana fu, per un certo periodo, uno dei cardini. Non proprio tutte le recensioni che mi è capitato di leggere tendevano all’entusiastico, ma per come la vedo io è un lavoro che merita, sotto più di un profilo.

Pure Comedy
(Bella Union)
Molti conoscono Joshua Tillman per via dei trascorsi come batterista/arrangiatore dei Fleet Foxes di Helplessness Blues, lasciati poco dopo per un percorso da solista avviato con la sua identità anagrafica già dall’inizio del decennio scorso; da allora, senza disdegnare contribuiti a dischi di colleghi anche impensabili (Kid Cudi, Avalanches, persino Lady Gaga e Beyoncé), opera per lo più dietro lo pseudonimo Father John Misty, pubblicando per la Sub Pop nei natii USA e per la Bella Union in Europa.
Pure Comedy, tredici brani per un’ora e un quarto di musica, segue Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (2015), ribadendo il grande feeling del cantante, chitarrista e compositore con quelle sonorità di gusto ‘70 nelle quali una scrittura di scuola folk-rock si lega a trame raffinate ma non ridondanti di corde, archi, fiati, tasti e pelli per accompagnare un canto limpido e fortemente evocativo, posto al servizio di testi “alti” sia nella sostanza, sia nella poetica. Coproduce come sempre Jonathan Wilson, ma la psichedelia è molto sullo sfondo; in primo piano, invece, si ergono melodie seducenti e atmosfere suggestive che avvolgono e cullano dolcemente, il tutto tra marcate fragranze West Coast e fascinosi echi di un passato che, nonostante le apparenze, ha il gusto autorevole della classicità e non quello un po’ stantio del revival.
Tratto da Classic Rock n.53 dell’aprile 2017

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Tinariwen

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Continua a leggere

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Depeche Mode

Cerco la mia prima recensione dei Depeche Mode. La trovo. È del dicembre 1981, di Speak & Spell. Una stroncatura niente male, nella quale stigmatizzavo la moda dei cosiddetti nuovi dandy che infestavano Londra (in quei primi anni ’80 odiavo ferocemente tutta quella scena), osservavo che in fondo il 33 giri era piacevole e concludevo con l’ipotesi che quello avrebbe potuto essere l’ultimo disco, e non solo il primo, della band britannica. Avrebbe potuto, senz’altro, ma come tutti ben sappiamo la storia è andata in altro modo e oggi, con la saggezza della maturità, ne sono più che contento. Non è revisionismo fuori tempo massimo: tolto il periodo iniziale, che ho comunque rivalutato, i Depeche Mode mi piacciono e mi convincono da almeno tre decenni. Ne ho però sempre scritto pochissimo e allora, in occasione della loro ultima prova, ho pensato di rifarmi.

Spirit (Columbia)
Quando emersero sulle scene nel primissimo scorcio dei tanto vituperati ‘80, e soprattutto quando furono abbandonati dal leader Vince Clark subito dopo il debutto a 33 giri Speak & Spell, i Depeche Mode avrebbero potuto essere scambiati per una delle tante meteore destinate a illuminare il firmamento rock solo per qualche stagione. Non è invece andata affatto così, e trentasei anni più tardi il gruppo britannico è fra i pochissimi superstiti di quel periodo, oltre che uno dei più influenti e popolari a livello planetario; rispetto ad esempio agli U2, partiti nella stessa epoca alla conquista del mondo, Andy Fletcher, Martin Gore e Dave Gahan vantano però maggiore credibilità, maggiore coerenza e, oltre a un repertorio con meno alti e bassi, una vicenda più ricca di chiaroscuri e quindi più interessante. Continua a leggere

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Ritmo Tribale (1988-1990)

Non ricordo se illo tempore avessi recensito i primi due dischi dei Ritmo Tribale, ma non importa: mi pesa il culo a cercare i giornali dove i miei scritti potrebbero trovarsi, e dovrei fare la scansione, e poi la conversione, e chi ne ha voglia? Più semplice recuperare il commento su questa loro ristampa in CD, risalente a quindici anni fa, che a quanto sembra è oggi molto richiesta dai collezionisti, persino più dei vinili originali. Della band milanese è anche disponibile, qui, un’intervista del 1999, realizzata in contemporanea all’uscita di quello che fu il suo ultimo disco.

Bocca chiusa + Kriminale
(BlackOut)
Con un’iniziativa a dir poco sorprendente, vista la scarsa cura che le major riservano di norma al loro catalogo di rock italiano, la BlackOut/Universal ha appena ristampato in un doppio CD (al prezzo un singolo) i primi due album dei Ritmo Tribale, formazione milanese che ha avuto un ruolo di primaria importanza nella storia della musica di casa nostra dimostrando la concreta possibilità di suonare vero rock con liriche in italiano; a puro titolo di esempio, basti pensare che senza il gruppo di Stefano “Edda” Rampoldi, Fabrizio Rioda e Andrea Scaglia (e Alex Marcheschi, e Briegel, e Talia Accardi…) gli Afterhours non avrebbero forse mai abbandonato l’inglese a favore dell’idioma nazionale, con tutte le conseguenze del caso (ve lo immaginate, un mondo senza Hai paura del buio? brrr…). Continua a leggere

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Swans

Non ne ho scritto moltissimo (una manciata di recensioni, fra le quali quest’altra), ma seguo gli Swans da quando operavano come Circus Mort e ho sempre provato per loro rispetto, ammirazione e reale apprezzamento, anche se sono il primo ad ammettere che non sono sempre, in studio e dal vivo, una band facile. Più di un fan di stretta osservanza mi dice che questo Love Of Life, pur avendo ottime frecce al suo arco, non è uno dei titoli-cardine della discografia; comunque, in tempo reale, a me parve un capolavoro.

Love Of Life
(Young God)
Gli Swans non sono mai stati un gruppo di grande successo, sebbene abbiano facilmente ottenuto la stima della critica specializzata e un considerevole seguito di culto: colpa (o merito) di un estro troppo poliedrico per piegarsi alle regole di un qualsivoglia trend e di una creatività troppo esuberante per cedere alle subdole imposizioni di un music-biz che comunque tende ad emarginare il diverso. Continua a leggere

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