recensioni

Human Race

Il mio primo contatto con gli Human Race avvenne grazie a un concerto dei Saints ai quali il quartetto romano faceva da spalla. Rimasi subito folgorato dal loro “classic punk” e ogni disco realizzato dal gruppo – due singoli e un album, tutti disponibili solo in vinile – ha confermato, se non rafforzato, l’ottima impressione iniziale.

Negative
(Dead Beat)
Sì, certo, il ’77 è roba di quarant’anni fa, ma questo non significa che il favoloso sound di quei giorni irripetibili, a base di voce cattiva, chitarra, basso e batteria stretti in un abbraccio ruvido e vigoroso non sia ancora in grado di lasciare il segno. Importa qualcosa che a offrirlo siano ragazzi che al tempo non erano neppure nati? Nient’affatto, se genuinità e ispirazione sono come quelle che prorompono da questo primo album degli Human Race, rimasto alcuni mesi nel cassetto e adesso pubblicato solo in vinile dalla stessa etichetta americana che nel 2003 diede alle stampe Like A Dog dei Taxi (i futuri Giuda). Continua a leggere

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Cheap Wine (1996-2017)

Scavando nel mio archivio ho scoperto di non aver recensito, come pensavo, tutti i dischi dei Cheap Wine. Mancano infatti all’appello i primi due album, A Better Place (1998) e Ruby Shade (2000). In compenso, ho pescato una segnalazione del demo del 1996, quello che poi sarebbe pubblicato – in veste più stringata – nel mini-CD d’esordio della band pesarese, anch’esso da me trattato all’epoca. Ripropongo con piacere tutto il corposo “dossier”, rimandando anche a un’intervista dell’epoca di Moving.

Pictures
(My My Hey Hey)
I Cheap Wine di Pesaro dichiarano fin dal nome prescelto – un vecchio brano dei Green On Red – la loro devozione per il roots rock americano profumato di country e psichedelia. Pictures, demo dalla confezione assai curata, raccoglie otto canzoni in inglese forse un po’ troppo fedeli ai modelli ma ben strutturate, che avrebbero bisogno solo di interpretazioni canore più convinte; la stoffa in ogni caso c’è ed è difficile non accorgersene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996 Continua a leggere

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Jonathan Wilson

Jonathan Wilson non pubblica album dal 2013 e dunque questo Fanfare – naturalmente non contando l’EP Slide Bay del 2014 – è ancora il suo ultimo lavoro propriamente detto. Per ora non si parla di un terzo capitolo (il primo era stato, nel 2011, Gentle Spirit) ed è davvero un peccato. Benché non ci siano agganci con l’attualità, ne ripropongo la recensione, ricordando anche che il disco figurava nella mia playlist personale del suo anno di uscita.

Fanfare
(Bella Union)
Jonathan Wilson non ha legami di parentela con Steven Wilson, mente dei Porcupine Tree (e di vari altri progetti) nonché produttore/ingegnere del suono rinomato per i suoi restauri d’autore (King Crimson, Jethro Tull, XTC), ma nonostante le profonde diversità di stile e approccio potrebbero essere in qualche modo considerati “fratelli di musica”. Certo, Jonathan – di sette anni più giovane, trentanove contro quarantasei – è americano e non inglese e si sente, ma le affinità ideali ci sono eccome. Prendete ad esempio la copertina di questo suo secondo album, che arriva due anni dopo l’apprezzatissimo Gentle Spirit, e provate a negare che la sua esplicita citazione di una cosina da nulla come la “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina – ci sarà di mezzo l’ironia, ok, ma… – non sia una trovata “alla Steven”. Continua a leggere

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Robert Plant

Credevo che questo ennesimo album di Robert Plant avrebbe riscosso maggiori consensi, che sarebbe piaciuto di più del comunque tanto che è piaciuto. Non vedo cosa di meglio si potrebbe pretendere, da un artista che avrebbe tutto il diritto di ritirarsi a riposare sui tanti allori raccolti, ma per come la vedo io Carry Fire vale a prescindere: è un disco eccellente e stop, i trascorsi del suo artefice non c’entrano. Ne propongo allora con piacere la recensione assieme a quella del suo precedessore di tre anni fa, il primo con i Sensational Space Shifters come backing band.

Carry Fire
(Nonesuch)
I Led Zeppelin hanno separato le loro strade nel 1980 e da allora non si sono mai davvero riuniti. Eppure, per molti appassionati, Robert Plant – così come Jimmy Page e John Paul Jones – è condannato a portare sulle spalle l’eredità della sua vecchia band, quasi che dal doloroso giorno dello stop dovuto alla morte di John Bonham non abbia fatto nulla o quasi di rilevante. Certo, il peso specifico del glorioso quartetto non si discute e ogni rimpianto è comprensibile, ma i fatti dicono che la carriera in proprio del frontman è tutt’altro che roba da vecchie glorie che camminano a testa bassa sul viale del tramonto: ben undici, compreso questo, gli album di studio a suo nome finora pubblicati, ai quali sono da aggiungere i due a quattro mani con Page e quello assieme ad Alison Krauss. Continua a leggere

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Peter Perrett

A sessantacinque anni, l’ex frontman degli Only Ones ha pubblicato il suo primo, vero album da solista, un album di commovente bellezza che mi ha spinto a contattarne l’autore per un’intervista. Sono partito da lì per scrivere una lunga – ben otto pagine – e appassionata monografia che racconta interamente la sua storia, dai primi ’70 a oggi. Il numero di “Blow Up” che la contiene, quello di novembre, sarà in edicola per pochissimi giorni ancora, e dunque chi fosse interessato corra in edicola… altrimenti gli toccherà ordinare l’arretrato, perché quell’articolo qui sul blog non lo recupererò mai.

How The West Was Won
(Domino)
Può essere dura, la vita dell’eroe di culto. Specie se hai pubblicato l’unica canzone che ha scolpito il tuo nome nella storia – Another Girl, Another Planet: fra l’altro, nemmeno una vera hit – all’avvio della tua carriera; specie se il rapporto troppo disinvolto con la droga ti ha regalato una malattia seria come la broncopneumopatia cronica ostruttiva; specie se, per le difficoltà di gestione della tua vita, ti sei impegnato per farti rimuovere dalla memoria collettiva realizzando solo cinque album in quattro decenni: tre come leader degli Only Ones, concentrati fra il 1978 e il 1980, uno del 1996 dietro la sigla The One, e ora questo esordio in proprio giunto due mesi dopo aver spento – un miracolo, alla luce dei fatti – le sessantacinque candeline. Continua a leggere

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Andrea Laszlo De Simone

Ieri sera al Monk, nell’ambito del Rome Psych Fest, “prima” assoluta nella Capitale per Andrea Laszlo De Simone. Un’ora di concerto, con le canzoni di Uomo donna – lo splendido album d’esordio dell’artista torinese – proposte in chiave più compatta, aggressiva e diversamente intensa. Questo è quanto ho scritto mesi fa del disco, che naturalmente farà bella mostra di sé nella mia playlist personale del 2017.

Uomo donna
(42)
Evitiamo di fare nomi, ma vista la quantità di immondizia più o meno di successo generata nell’ultimo paio d’anni dal giro cantautorale cosiddetto indie, sarebbe legittimo guardare ogni emergente con sospetto, magari chiudendosi il naso per sfuggire eventuali tanfi pestilenziali. Non avrebbe invece senso far calare una paratia stagna davanti a ogni nuova proposta, perché così facendo si perderebbero gioielli come questo esordio ufficiale di Andrea Laszlo De Simone, che non è esattamente un ragazzino imberbe (alle sue spalle diverse esperienze, compreso un primo album semiclandestino prodotto in proprio cinque anni fa, Ecce Homo) ma che è stato in grado di conservare la freschezza e la positiva incoscienza tipiche di chi fa musica perché vuole/”deve”, fregandosene di seguire l’onda alla ricerca di facili consensi. Continua a leggere

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Guignol

Il mondo è pieno di ottimi gruppi che purtroppo rimangono “nascosti”. Per forza di cose mi è più facile accorgermi di quelli italiani e in tanti anni non mi sono mai risparmiato per cercare di migliorare la loro condizione. Con i Guignol mi aspettavo di ottenere di più, ma pazienza: già il fatto che siano ancora in circolazione e continuino a pubblicare dischi – il prossimo arriverà a febbraio – e suonare dal vivo è un buon risultato. Della band milanese ho recensito in pratica tutto, con l’eccezione dell’ultimo album Abile labile (non perché non mi sia piaciuto: a volte capita che non ce la si faccia) e dell’EP del 2009 Canzoni dal cortile. Ripropongo qui l’intera sequenza dalla segnalazione di un demo fino ad Addio cane del 2012, mentre per il successivo Ore piccole (2014) c’è da cliccare qui.
Come accaduto nel 2000 con i Sycamore Trees, anche quest’anno Il Mucchio ha selezionato una band emergente e priva di contratto discografico per esibirsi a Sonica, il popolarissimo festival organizzato dal Comune di Misterbianco (Catania). A rappresentarci saranno i Guignol, gruppo milanese i cui brani (in italiano) “hanno come filo conduttore la difficoltà di vivere situazioni e rapporti nell’alienazione e nell’illusione di qualche piccola rivincita morale”. Vivamente consigliato il loro ultimo CD-R con sei tracce, Passo d’uomo, dove la band propone un efficace cocktail di influenze che, per ammissione degli stessi musicisti, abbracciano tra gli altri Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan, Tom Waits, Mark Lanegan, Joseph Arthur, Fabrizio De André, Vinicio Capossela.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001

Sirene
(Toast)
Ci sono sempre piaciuti parecchio, i Guignol. Anche quando erano tra i numerosissimi emergenti che ci inviano senza grande convinzione i loro demo, trovandosi inaspettatamente in uno dei compact che ogni due mesi assembliamo per i nostri abbonati e sul palco di “Sonica 2001” quali rappresentanti del Mucchio. Scontata, dunque, la nostra soddisfazione per il fatto che il quintetto milanese abbia finalmente raggiunto il traguardo dell’esordio discografico con questo EP e che in esso sia compreso Profondo blu – il brano a suo tempo scelto per la nostra compilation – ovviamente in una versione più matura e curata sul piano tecnico. Continua a leggere

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Virginiana Miller (1997-2003)

Dei Virginiana Miller avevo già recuperato un’intervista risalente al 1999. Approfondisco ora il discorso su questa brillante realtà del nostro rock d’autore con le recensioni dell’epoca dei primi quattro album, tre di studio e uno dal vivo. Poi, se i miei archivi non mi hanno nascosto qualcosa, non mi sono occupato della band livornese per due ulteriori dischi, salvo poi dedicarmici nuovamente in occasione di quello che è a tutt’oggi ancora l’ultimo lavoro, Venga il regno del 2013, che figura anche nella mia playlist di quell’anno. Ho aggiunto la recensione, a mo’ di appendice.

Gelaterie sconsacrate
(Baracca e Burattini)
È un esordio da non far passare sotto silenzio, quello dei livornesi Virginiana Miller. Non solo per le notevoli qualità del suo “rock d’autore” intrigante e malinconico, costruito su suggestivi intrecci elettroacustici screziati di citazioni smithsiane, ma anche per la sua rara capacità di tradurre in musica le piccole storie, le leggende e gli umori di una provincia solo incidentalmente toscana. Toscana, però, è l’ironia che pervade questi brani, più velata di quella dei concittadini Ottavo Padiglione – ai quali i Virginiana Miller sono a tratti paragonabili, nonostante il suono meno esuberantemente pop – ma comunque legata a filo doppio con un’amarezza che definiremmo esistenziale. Continua a leggere

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Manu Chao (1998-2002)

All’inizio del 2017, a mo’ di probabile anticipazione di un nuovo disco, José-Manuel Thomas Arthur Chao ha diffuso in Rete tre canzoni inedite, le prime a distanza di dieci anni da quello che rimane ancora il suo ultimo album di studio, La radiolina. Nonostante la sua costante attività dal vivo in tutto il mondo, la popolarità dell’ex frontman dei Mano Negra (ma nel suo curriculum ci sono esperienze precedenti, delle quali si può leggere qui) sembra essere di gran lunga minore di quella conquistata a cavallo tra gli anni ’90 e ’00, quando il musicista francese era sempre illuminato dai riflettori. I miei scritti qui recuperati sono relativi a quel periodo.

Clandestino
(Virgin)
Tre anni dopo lo scioglimento dei suoi Manu Negra, Manu Chao debutta in proprio con un album che, lentamente, diviene un successo da svariati milioni di copie, soprattutto grazie alle vendite in Europa e nei paesi latini. Netto lo stacco stilistico dalla vecchia band: il rock più o meno d’assalto ha lasciato il posto a sonorità elettroacustiche morbidamente ipnotiche e imbevute di umori per lo più centro/sudamericani, a testi – domina lo spagnolo – interpretati con toni cantilenanti e malinconici, ad atmosfere il cui intimismo non stride con il (forte) messaggio sociale rimarcato dal titolo. Nel 2001, Proxima Estacion: Esperanza replicherà la formula con pari ispirazione e in modo anche più persuasivo per il grande pubblico (si pensi al singolo-tormentone Me gustas tu), ma il Manu Chao più autentico è in queste canzoni lievi eppure profonde.
Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali (Giunti, 2012) Continua a leggere

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Trax, 1981-1987

Negli anni ’80 mi fece molto piacere seguire nel dettaglio l’avventura della Trax, curiosa organizzazione allestita dal compianto Piermario Ciani, Vittore Baroni e (quasi subito) Massimo Giacon. Di cosa si trattasse è spiegato nelle righe che seguono e dunque non mi ripeto: mi limiterò a dire che questi (allora) ragazzi operavano con filosofia da Internet quando il Web era solo nei libri di fantascienza. Approfitto però della pubblicazione del doppio vinile antologico Trax Test (Excerpts From The Modular Network 1981-1987) da parte dalla Ecstatic Recordings di Londra (la prima tiratura di cinquecento esemplari è già esaurita, ma si attende una ristampa) per recuperare dai sacri archivi una monografia che scrissi in occasione della chiusura del progetto e le recensioni d’epoca dei dischi in vinile. Pochi, perché la Trax produceva soprattutto cassette.
“All For Art and Art For All”, tutto per arte e arte per tutti: basterebbe forse questa semplice locuzione a sintetizzare la filosofia della Trax, anomalo microcosmo produttivo’ operante nel campo della musica, delle immagini e della parola scritta che per sei anni si è mosso con notevole vivacità ed encomiabile coerenza delineando “tracce” (trax, appunto) e percorsi di cultura sotterranea. Con Last Trax, lussuoso libretto + 7” EP questa singolare organizzazione ha deciso di chiudere i battenti, e anche il sottotitolo del lavoro (Resoconto finale del progetto Trax) non lascia adito a dubbi sul fermo intento dei suoi responsabili di sospendere l’attività; questo breve articolo, però, non va inteso come la solita celebrazione postuma, la solita querula commemorazione, il solito commento critico-infonnativo infarcito di vuota retorica; pur se estinta come organismo “ufficiale”, infatti, la Trax continua a essere – attraverso le policrome intuizioni creative dei suoi singoli adepti – una realtà del tutto efficiente, dalla quale è realistico attendersi sempre nuove sorprese. Alla base di questa operazione giornalistica c’è dunque solo il desiderio di offrire al lettore una sorta di prontuario che serva da sprone alla conoscenza di un qualcosa di imprevedibile e stimolante, di cui ben pochi – o, almeno, è lecito credere – avrebbero potuto sospettare l’esistenza. Perché, al di là di qualunque considerazione artistica, quelli della Trax mi sono da sempre maledettamente simpatici, con le loro teorie sulla libertà di espressione e sulla sua indipendenza da questioni meramente speculative. In un mondo concreto fino al più ributtante cinismo, è bello avere ancora la possibilità di credere nella vittoria dell’Utopia. Continua a leggere

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Massimo Priviero

Racconto com’è andata, altrimenti tutto può sembrare senza senso. Ieri verso le 10 la mia casella mail ha accolto un comunicato stampa con l’annuncio dell’uscita del nuovo singolo del – copiaincollo – “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia”. OK, in certi frangenti un minimo di enfasi ci può stare, bisogna catturare l’attenzione dei giornalisti e se poi qualcuno riprende di sana pianta tanto meglio, ma… insomma, ecco, una simile investitura mi sembra “un tantino” esagerata e soprattutto sgradevole, specie considerando che nell’intestazione, sotto il nome del protagonista, compare già da anni la scritta “Il rock d’autore”, con l’articolo messo lì davanti come a dire “il (vero) rock d’autore sono io” (ok, sono sottigliezze, ma senza articolo il significato sarebbe stato un altro e gli articoli, come le parole, sono importanti).
Sorridendo amaramente della cosa, ho pensato di fare una ricerca in archivio, dalla quale è emersa solo una vecchia recensione che qui riporto, pubblicata nel n.297 (17 marzo 1998) del Mucchio Selvaggio.

Priviero
(Dig It)
Non molto positivo il giudizio sulla rentrée di Massimo Priviero, cantautore e chitarrista veneto del quale non si possono negare il ruolo di coraggioso precursore nella ricerca di una “via italiana per il rock” (il suo lavoro d’esordio, San Valentino, risale addirittura al 1988), l’impegno sociale, le doti tecniche e una vena poetica senz’altro più pronunciata di quella di tanti suoi colleghi. In questo Priviero – come d’altronde avveniva, a diversi livelli, anche negli altri quattro album precedentemente consegnati alle stampe – tali qualità non riescono però a risaltare, vuoi per gli arrangiamenti troppo spesso freddi e/o “pompati” e vuoi soprattutto per un canto che sembra forzato e innaturale nel suo (frequente) ricalcare il modello Springsteen: emblematico Rabbiamore, brano d’apertura che cita con risultati discutibili Cecco Angiolieri e il Boss di Hungry Heart, sottolineando gli evidenti limiti dell’approccio vocale. Il solito Priviero, insomma, che oscilla tra rock e pop senza voler (o saper) mai decidere quale direzione gli sia più congeniale, azzeccando anche qualche mossa (ad esempio la breve ma commovente Nordest, squisita nelle sue eteree atmosfere folk, o la “blue version” di Nessuna resa) ma rimanendo comunque in mezzo al guado: una collocazione che come è noto, specie in un’Italia abituata alle valutazioni in termini di “bianco” o “nero”, si traduce di rado in concreti consensi di vendita e rilevanti appoggi promozionali.

Da allora, di Massimo Priviero non ho più scritto, perché qualche giorno dopo l’uscita del giornale mi giunse una sua mail “di protesta”, dai toni antipatici (non ce l’ho sotto mano, ma se serve posso recuperarla da un dischetto), che sostanzialmente suonava “come ti permetti? – non hai capito nulla”. Non ricordo se gli risposi, conoscendomi suppongo di sì ma dovrei recuperare il dischetto di cui sopra e alla fine se l’abbia fatto o meno non ha importanza. Però di occuparmi di Priviero mi era passata la voglia e in fondo non avevo alcun obbligo. L’obbligo non ce l’avevo neppure adesso, ma quel “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia” è stato troppo. Da lì questo post che in fondo non sono stato felice di approntare, perché a Priviero non mancano doti ed è dedito a un genere di musica che mi piace (coordinate: Gang, Massimo Bubola, Graziano Romani) e che da un bel po’ , al di là di alcune sue caratteristiche che apprezzo meno,  è certo globalmente migliore di quella di due decenni fa.

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St. Vincent (2017)

Non sono molti gli artisti dei quali ho scritto meno volte di quante li abbia visti dal vivo. Alla categoria appartiene Annie Clark, in arte St. Vincent, che seguo dall’inizio ma che alla fine ho sempre fatto recensire ad altri. Per il suo ultimo, eccellente album, però, non è andata così.

Masseduction
(Loma Vista)
In molti parlano di “copertina dell’anno”, naturalmente per le ragioni sbagliate; bene, comunque, se serve ad accendere altri riflettori su una delle cantautrici rock più ispirate, brillanti e carismatiche emerse da quando gli anni iniziano con il 2, come provano quattro album di crescente successo che, assieme a quello in coppia con David Byrne, l’hanno imposta negli ambiti più diversi. Continua a leggere

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Bark Psychosis

Non scrissi in tempo reale di questo esordio sulla lunga distanza dei Bark Psychosis: era il 1994, la mia attenzione era rivolta ad altre musiche (dal punk’n’roll in chiave lo-fi al crossover in chiave hard, senza dimenticare la scena italiana) e gli dedicai giusto l’ascolto indispensabile per rendermi conto di cosa si trattasse, dato che comunque era un disco del quale si parlava. Ho recuperato ventitré anni dopo con questa recensione, naturalmente “con il senno di poi” ma non per questo meno sincera.

Hex
(Fire)
Due album in trent’anni di carriera: nel 1994 questo Hex e un decennio dopo ///Codename: Dustsucker. Davvero pochino, anche contando l’iniziale serie di EP, per gli involontari “ideatori” del termine post-rock; fu infatti proprio per recensire Hex che Simon Reynold coniò l’acuta definizione, divenuta da lì in poi etichetta di genere. Continua a leggere

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Foo Fighters (2017)

Non ricordo come mai sono finito a scrivere, e piuttosto in lungo, dell’ultimo album dei Foo Fighters; so però che di sicuro la recensione mi è stata assegnata ben prima che ne avessi ascoltato una sola nota, e ciò esclude ogni ipotesi di stroncatura premeditata. La faccio comunque breve: Grohl e compagnia sono finiti sulla copertina di “Classic Rock” di ottobre e, nella rivista, insieme a una monografia dai toni celebrativi (non firmata da me), c’era la critica ben poco benevola che ho qui recuperato. Ovviamente, in tempo quasi reale, la recensione è stata scansionata e pubblicata su una frequentatissima pagina di fan, con conseguente, abituale florilegio di commenti-vaccate a opera di leoni e leonesse da tastiera: “ma questo chi è?”, “come si permette?”, “che rosicone!”, “eh, mai i critici devono per forza cercare il pelo nell’uovo”, “il solito frustrato che voleva fare il musicista ma non ce l’ha fatta”, “che volete che ne sappia, ha scritto le biografie di Carmen Consoli e Litfiba!”, “che gli hanno fatto?”, fino all’inevitabile, frusto “di musica non capisce un cazzo”. Tutto ampiamente previsto, compresa la pressoché totale assenza di qualsivoglia tentativo di entrare nel merito.
Recupero adesso la recensione incriminata, rimandando anche a questo vecchissimo articolo che dimostra come segua i Foo Fighters da sempre e come non sia affatto prevenuto nei loro confronti. Rileggendola un mese e mezzo dopo, non cambierei una virgola.

Concrete And Gold
(Roswell)
Arduo confutare la tesi secondo la quale il rock “classico” non è da tempo colonna sonora e inno di chiamata alle armi per i giovani ribelli o almeno un po’ indisciplinati. Non è più sovversivo, non fa più paura, è addirittura preso per il culo in un terrificante spot della Vileda; con rare e per lo più sommerse eccezioni, continua a sopravvivere in apparente buona salute all’interno dei suoi pur ampi confini, ma con un’incidenza culturale e sociale ben diversa da quella della sua età dell’oro. Continua a leggere

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Rage Against The Machine

Dopo l’intervista a Tom Morello che si può leggere qui, realizzata nel 1999, ecco la miglior selezione possibile di quanto ho scritto in tempo reale dei Rage Against The Machine, una delle band-cardine degli anni ’90. Nell’ordine: recensione dell’esordio, breve retrospettiva dell’epoca del terzo album che accompagnava un’intervista non mia, recensioni del terzo e quarto album nonché di un live postumo. Mancano i commenti d’epoca alla seconda prova (Evil Empire) e ad altri DVD in concerto, ma direi che ci si può accontentare. Degli Audioslave si può leggere qui, dei dischi solistici di Tom Morello, invece, qui.

Rage Against The Machine
(Epic)
Siamo ormai arrivati al crossover dei crossover. Alla sintesi delle sintesi. All’abbattimento dei confini di genere, insomma, per l’edificazione di un sound la cui “novità” non è inficiata dall’evidenza dei suoi elementi costitutivi. E siamo arrivati anche al punto in cui le etichette, così comode per selezionare a priori i dischi da recensire/acquistare, possono divenire talmente ampie da essere, di fatto, inutili. Continua a leggere

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The Waterboys (2017 + 1988)

Due mesi fa decisi che l’ultimo dei Waterboys sarebbe stato “disco del mese” di AudioReview. Non fu una scelta facile, perché l’album è di quelli che fanno discutere per le ragioni che potrete capire leggendo la recensione che ho qui recuperato; non a caso gli ho assegnato solo 7,5, un voto bassino per – appunto – un “disco del mese”. Però, che posso dirvi… continua a sembrarmi un lavoro che, pur con tutte le legittime riserve, merita attenzione, e chi se ne importa se qualche fan di vecchia data ha ritenuto di darmi del pazzo per la critica positiva. Assieme, una seconda recensione, scritta tre anni e mezzo fa a proposito della ristampa (superestesa) dell’indiscusso capolavoro di Mike Scott e compagni, il sempre magico Fisherman’s Blues.

Out Of All This Blue
(BMG)
Nonostante i mezzi passi falsi e gli atteggiamenti a volte non simpatici, è difficile non voler bene a Mike Scott, il cantante, polistrumentista e songwriter scozzese di nascita e irlandese d’adozione che da circa trentacinque anni tiene le redini dei Waterboys. Contando pure i due firmati con le proprie generalità anagrafiche invece che con la sigla della instabilissima band, gli album da lui messi in fila dal 1983 a oggi sono quattordici, e quattro o cinque di essi – più di tutti Fisherman’s Blues del 1988, capolavoro di fusione fra folk celtico, country e rock – sono davvero belli-belli. Continua a leggere

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Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

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Sparks (2017)

Ho scoperto gli Sparks nei ’70, all’epoca del terzo o quarto album, e ne sono stato subito conquistato. Peccato solo che nel piccolo giro dei miei coetanei musicofili fossi l’unico ad apprezzarli e che abbia quindi vissuto questa passione senza poterla condividere. Benché nel tempo abbia incontrato parecchi altri estimatori, continuo però a vedere il gruppo come (più o meno) incompreso; eppure, nella sua discografia i dischi sempre particolari ma anche molto belli abbondano, e quest’ultimo appartiene alla categoria.

Hippopotamus
(BMG)
Una lunga storia, quella degli Sparks: quarantanove anni da quando i fratelli Ron e Russel Mael – tastierista il primo, cantante il secondo – iniziarono a operare come Halfnelson, quarantasei dall’uscita dell’unico LP con il nome iniziale, quarantacinque dalla sua ristampa come Sparks e dal suo successore A Woofer In Tweeter’s Clothing” e ad oggi gli album di studio sono ventitré. Kimono My House del 1974, quello dell’indimenticabile This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, è scolpito nella storia del rock, ma vari altri godono di considerazione critica e ottennero significativi riscontri commerciali: si pensi a Propaganda (1975), a No.1 In Heaven (1979), ad Angst In My Pants (1982) o a In Outer Space (1983). E anche se alcuni classificano i Mael come “reduci” dei ’70 e degli ’80, la realtà dice di una produzione di quasi sempre alto livello, giocata attorno ai soliti elementi ma ispirata e autorevole. Continua a leggere

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

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Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

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Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)