recensioni

Ritmo Tribale (1988-1990)

Non ricordo se illo tempore avessi recensito i primi due dischi dei Ritmo Tribale, ma non importa: mi pesa il culo a cercare i giornali dove i miei scritti potrebbero trovarsi, e dovrei fare la scansione, e poi la conversione, e chi ne ha voglia? Più semplice recuperare il commento su questa loro ristampa in CD, risalente a quindici anni fa, che a quanto sembra è oggi molto richiesta dai collezionisti, persino più dei vinili originali. Della band milanese è anche disponibile, qui, un’intervista del 1999, realizzata in contemporanea all’uscita di quello che fu il suo ultimo disco.

Bocca chiusa + Kriminale
(BlackOut)
Con un’iniziativa a dir poco sorprendente, vista la scarsa cura che le major riservano di norma al loro catalogo di rock italiano, la BlackOut/Universal ha appena ristampato in un doppio CD (al prezzo un singolo) i primi due album dei Ritmo Tribale, formazione milanese che ha avuto un ruolo di primaria importanza nella storia della musica di casa nostra dimostrando la concreta possibilità di suonare vero rock con liriche in italiano; a puro titolo di esempio, basti pensare che senza il gruppo di Stefano “Edda” Rampoldi, Fabrizio Rioda e Andrea Scaglia (e Alex Marcheschi, e Briegel, e Talia Accardi…) gli Afterhours non avrebbero forse mai abbandonato l’inglese a favore dell’idioma nazionale, con tutte le conseguenze del caso (ve lo immaginate, un mondo senza Hai paura del buio? brrr…). Continua a leggere

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Swans

Non ne ho scritto moltissimo (una manciata di recensioni, fra le quali quest’altra), ma seguo gli Swans da quando operavano come Circus Mort e ho sempre provato per loro rispetto, ammirazione e reale apprezzamento, anche se sono il primo ad ammettere che non sono sempre, in studio e dal vivo, una band facile. Più di un fan di stretta osservanza mi dice che questo Love Of Life, pur avendo ottime frecce al suo arco, non è uno dei titoli-cardine della discografia; comunque, in tempo reale, a me parve un capolavoro.

Love Of Life
(Young God)
Gli Swans non sono mai stati un gruppo di grande successo, sebbene abbiano facilmente ottenuto la stima della critica specializzata e un considerevole seguito di culto: colpa (o merito) di un estro troppo poliedrico per piegarsi alle regole di un qualsivoglia trend e di una creatività troppo esuberante per cedere alle subdole imposizioni di un music-biz che comunque tende ad emarginare il diverso. Continua a leggere

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Cream

Se non ho dimenticato di archiviare qualcosa, ho scritto dei Cream solo due volte, entrambe in tempi più o meno recenti: la prima, a proposito di Wheels Of Fire, nell’ambito di un articolo sui dischi essenziali dell’hard rock UK uscito sul numero del settembre 2014 di Blow Up, la seconda un paio di mesi fa recensendo una ristampa (molto) estesa del debutto della band. Ripropongo con piacere quest’ultima.

Fresh Cream
(Polydor)
Per non incorrere in equivoci, meglio precisare subito che non è Fresh Cream l’album in grado di rivelare pienamente la grandezza della band, attiva per poco più di un paio d’anni fra il 1966 e il 1968, composta da tre assolute eccellenze dei rispettivi strumenti quali Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker; tale palma spetta, semmai, allo psichedelico Disraeli Gears del 1967 (del quale nel 2004 fu confezionata una “deluxe” in due CD, con la scaletta standard sia stereo che mono e una quindicina tra outtake, demo e session alla BBC) e a quella sorta di prova generale dell’hard rock che fu, l’anno successivo, Wheels Of Fire. Comunque sia, è del debutto del 1966 che è ora giunta nei negozi una ristampa iperestesa, con confezione-libro da sessantaquattro pagine, che consta di quattro dischetti digitali (per la stampa in vinile, di sei LP, bisognerà attendere la primavera): un CD contiene i dieci brani dell’originale in mono più quindici fra singoli e take alternative sempre in mono, un altro gli stessi dieci pezzi più tre degli altre e sette remix (tutti in stereo), un altro ancora ventisette fra registrazioni in radio e versioni differenti (più un’intervista a Clapton), mentre il quarto è un Bluray Audio in alta risoluzione con gli album in stereo e mono e una selezione di bonus. Anche se sarebbe forse superfluo specificarlo, va da sé che molti episodi sono presenti in più vesti (di alcuni, addirittura una manciata), e che per trovare nel prodotto (pur relative) epifanie – qualche inedito stuzzicante, in ogni caso, c’è – bisogna per forza appartenere alla categoria dei cultori maniacali.
Sotto il profilo artistico, come si accennava, Fresh Cream (con il suo stringato corollario di 45 giri) è senza dubbio un lavoro di pregio, ma ha poco di leggendario. Il terzetto appare ancora piuttosto acerbo, combattuto fra la devozione al blues rivista in chiave rock (in scaletta, pure classici di Willie Dixon, Robert Johnson, Muddy Waters e Skip James, oltre a un traditional) e il desiderio in nuce di spingersi verso territori ancora da esplorare, con qualche velleità nemmeno tanto nascosta di raggiungere una platea “popular” invece di limitarsi agli adepti delle dodici battute. Le tracce sono quasi tutte brevi, senza le dilatazioni che arriveranno nel prosieguo della carriera, e benché evitino il compitino canonico – classe e talento già abbondano – non colpiscono alla giugulare ma si accontentano, per così dire, di farsi ascoltare con gusto e provocare sporadici brividi. Insomma, bello ma basta, e non è detto che per questo sia sufficiente a giustificare un esborso che oscilla fra i 55 e i 70 euro.
Tratto da Classic Rock n.52 del marzo 2017

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Cheetah Chrome Motherfuckers

I CCM, da Pisa, sono stati una delle più grandi band punk italiane degli anni ’80, come provato da una discografia purtroppo non molto nutrita della quale ho avuto il piacere di scrivere in tempo reale con le sole eccezione del 7”EP d’esordio 400 Fascists del 1981, raro già all’epoca (giuro, non riuscii a procurarmene una copia, se non con notevole ritardo), e dell’epitaffio Live In So.36 del 1987 inciso in concerto a Berlino (al posto della recensione feci però pubblicare un’intervista, non mia e quindi non recuperabile in questa sede). L’intera produzione ufficiale del gruppo, meno il live ma con una mezza dozzina di tracce bonus, è stata ora raccolta in un doppio CD o LP confezionato dalla Area Pirata, corredato di note, foto, testi e memorabilia; si intitola The Furious Era 1979-1987 e… insomma, che ve lo dico a fare?

Permanent Scare
(GDHC)
Sebbene sia in circolazione già da qualche mese, vale lo stesso la pena di soffermarsi su questa cassetta volenterosamente assemblata, 50% ciascuno, dai fiorentini I Refuse It! e dai pisani Cheetah Chrome Motherfuckers. Il nastro costituisce, è bene sottolinearlo, uno dei più validi prodotti punk finora diffusi sul mercato italiano: gli I Refuse It sconvolgono con il loro hardcore “sperimentale” alla Meat Puppets, mentre i Cheetah Chrome Motherfuckers appassionano con un hardcore punk valorizzato da qualche influenza metal e da un canto vagamente alla Darby Crash. Un tape a mio parere eccezionale, che chiunque si definisca amante del punk dovrebbe acquistare immediatamente e, di riflesso, amare alla follia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del gennaio 1984
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Hollywood Brats

Per parecchio tempo, gli Hollywood Brats sono stati uno dei segreti meglio riposti del rock britannico dei Settanta. Lo scorso anno, il doppio CD qui segnalato dovrebbe aver messo il punto, per quanto riguarda il repertorio inciso, alla curiosa e pirotecnica vicenda della band.

Sick On You
(Cherry Red)
Non durò granché, l’avventura di questa band operante a Londra nella prima metà dei ‘70 e da poco riunitasi a quattro decenni di distanza, ma fu bizzarra e ricca di colpi di scena al punto di essere stata raccontata in un libro (ora in ristampa) e in un documentario della BBC di prossima diffusione. Nell’attesa ci si deve accontentare, ma non è poco, del ricco booklet di questo doppio CD che propone le undici tracce del “famoso” unico album Grown Up Wrong – inciso nel 1973 e uscito due anni dopo per la filiale scandinava della Mercury a nome Andrew Matheson & The Brats – e quindici pezzi altrove inediti di diversa provenienza. Continua a leggere

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Julian Cope

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa. Continua a leggere

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Warrior Soul

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, del quale ripropongo ora una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra uscì su AudioReview). Mi dispiace davvero tanto che la band di Kory Clarke, da me intervistato due volte (la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui; la seconda chissà, magari un giorno…), non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo. Ah, quasi dimenticavo: Drugs, God And The New Republic è scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991.

Drugs, God
And The New Republic
(DGC)
A ben guardare, i Warrior Soul hanno tutte le carte in regola per aspirare a una posizione di primissimo piano nel rock degli anni Novanta. Vantano infatti uno stile moderno e originale, abbastanza eclettico da garantire una sorprendente quantità di possibili sviluppi; un notevole impegno politico-sociale, a stento compresso nelle liriche, che potrebbe renderli portavoce di larghe cerchie di pubblico giovanile; una immagine “barricadera” quanto basta a richiamare l’attenzione dei media, già condizionati dalle loro origini in quel di Detroit al punto di averli nominati “eredi” dei mitici MC5, anch’essi figli della Motor City; un’etichetta giovane e intraprendente, ricca di mezzi e determinazione; soprattutto, il carattere necessario per andare avanti per la propria strada, spinti dalla fiducia in sé stessi e dalla consapevolezza che la ricezione di un messaggio è tanto più ampia quanto più fortemente esso viene diffuso. Continua a leggere

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High Circle

Attivi dal 1983 al termine del decennio, gli High Circle sono stati il primo gruppo di Roma a ispirarsi al classico hardcore punk più o meno melodico di scuola californiana. Sulla carta avevano insomma quello che occorreva per essere la mia band cittadina preferita, ma i loro dischi – un 7 pollici e due LP, poi in parte raccolti in un CD – avevano sempre, almeno a mio parere, qualche lacuna che gli impediva di ottenere il mio pieno consenso. Credevo di aver recensito proprio tutto, del gruppo, cioè il 7 pollici, i due LP e il CD antologico, e ne sono tuttora convinto, ma il mio scritto a proposito del primo album, pubblicato nel 1987, non sono riuscito a trovarlo, benché abbia sfogliato pagina dopo pagina e più volte ogni rivista nella quale avrei potuto pubblicarlo. Mistero.

6 Track EP
(Contagio)
Pur avendo da tempo abbandonato le recensioni di dischi punk di livello meno che eccellente, ho ritenuto di fare un’eccezione per questo 7 pollici degli High Circle, gruppo romano all’esordio su vinile. Sei brani, quattro dei quali cantati in italiano e uno strumentale, legati a schemi hardcore di stampo statunitense; nulla di particolarmente innovativo, dunque, in un dischetto non disprezzabile anche se un po’ scontato.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del settembre 1985 Continua a leggere

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Nirvana – Nevermind

Rileggere anni dopo quanto scritto in tempo reale di dischi poi divenuti pietre miliari è una pratica rischiosa, almeno se si ha paura di aver preso una topica. Personalmente, mi capita di avvertire quel “timore”, fra virgolette, quando organizzo il mio giudizio, ma non ricordo casi di commenti incredibilmente positive o negative che, con il senno di poi, mi sono trovato a ribaltare; qualche sfumatura senza dubbio sì, l’8 che doveva essere un 7 o viceversa, pure, ma nulla più. Ripescando la recensione di Nevermind, al quale assegnai un bell’8 e mezzo, ho rilevato di averci preso in pieno, anche nelle previsioni sul possibile futuro della band; che nessuno, però, si stupisca nello scoprire che nel 1991 i Nirvana non erano ancora considerati stelle: chi non c’era magari non ci crederà, ma al tempo dell’uscita nessuno al mondo vide nel secondo album di Cobain e compagni un disco che, grazie soprattutto alla sua hit Smells Like Teen Spirit, avrebbe cambiato il corso della storia.

Nevermind
(DGC)
Nella vibrante sfida all’ultima chitarra che contrappone Soundgarden e Mudhoney per la leadership della scena di Seattle non sembrava fino a oggi esserci spazio per il proverbiale terzo incomodo. Non sembrava… ma se anche questo secondo album dei Nirvana non può vantare la caratura delle ultime produzioni dei due sopracitati “colossi”, è innegabile che esso abbia tutte le carte in regola per imporre la band di Kurt Cobain come outsider da non sottovalutare: non più emergenti da guardare al massimo con benevola accondiscendenza, ma un ensemble ormai maturo e perfettamente in grado di ritagliarsi un suo ruolo tutt’altro che secondario. Del resto, non ci risulta che alla David Geffen Company siano soliti regalare contratti ai primi venuti. Continua a leggere

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Growing Concern

Pur avendoli visti più volte dal vivo, fino al 1998 non ho curiosamente mai recensito i Growing Concern, la band più importante dell’hardcore punk romano degli anni ’90. Quindi, niente mie cronache in tempo reale sul 7”EP What We Say (Break Even Point, 1991) e sul 12”EP Disconnection (SOA, 1992) – raccolti, con l’aggiunta di due bonus, nel CD Disconnection Plus (Banda Bonnot, 1993) – e nemmeno sull’album Seasons Of War (Banda Bonnot/SOA, 1994), che concluse il primo ciclo della carriera dell’ensemble. Il mio unico articolo d’epoca è dunque quello a proposito del mini-CD Never Fades Away, che contro ogni previsione suggellò la gloriosa storia dei ragazzi.

Never Fades Away
(SOA)
Nell’ambito dell’hardcore punk italiano, il nome Growing Concern ha il peso di un marchio D.O.C.: un marchio che mantiene il suo valore anche se dell’organico non fa più parte il cantante Paolo Piccini, personaggio di indubbio carisma che con le sue performance canore e sceniche ha fortemente caratterizzato la fase storica della carriera della band capitolina. Con questo nuovo Never Fades Away, sette tracce per nemmeno quindici minuti di durata totale, il quartetto conferma la brillantezza della sua nuova vena, accentuando sulla potenza d’impatto – messa comunque al servizio di strutture articolate ed eclettiche – a parziale danno di certe atmosfere cupe e malate sulle quali puntava in passato. È un suono più “melodico”, quello dei Growing Concern di oggi, ma non per questo meno estremo: sia per quanto riguarda la voce cruda e rabbiosa di Massimo Corona (un tempo bassista) che nei sapienti abbracci di sezione ritmica (Davide Mancini e Gianni Pantaloni) e chitarra abrasiva e lancinante (Andrew Mecoli). E proprio questa coerenza concettuale, unita alle notevoli doti compositive e interpretative dei musicisti e al coraggio da essi dimostrato nel voltare almeno parzialmente pagina, fa sì che all’ensemble sia dovuto quantomeno rispetto; ai numerosi aficionados del miglior hardcore l’invito a non fermarsi lì e a tributare a Never Fades Away le meritate ovazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.304 del 5 maggio 1998

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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U2 – Achtung Baby

Me lo avessero chiesto, nemmeno a bruciapelo ma dandomi la possibilità di rifletterci, avrei risposto senza esitazione che, no, non avevo mai recensito Achtung Baby degli U2. Una consultazione casuale dell’ultimo numero del 1991 di Velvet mi ha invece rivelato che l’avevo fatto; superato lo stupore, e verificato tramite lettura – quantomeno, so riconoscermi – che a scrivere ero stato proprio io (insomma, la firma in calce non era dovuta a un refuso), ho quindi pensato di riportare qui il pezzo; non perché sia chissà quale mirabile esempio di giornalismo, ma perché, comunque, riporta a un anno che per il rock e dintorni, e per il quartetto irlandese, fu molto, molto importante.

Achtung Baby
(Island)
Aveva chiuso un ciclo, Rattle And Hum, omaggiando con le sue quattro facciate quel rock’n’roll acceso dall’indimenticabile fuoco della passione che gli U2 avevano alimentato fin dai loro esordi. E lo aveva fatto in modo tanto carismatico e imponente da rendere assolutamente necessaria una svolta: un “punto e a capo” che, allontanando lo spettro della standardizzazione creativa e scongiurando al contempo il pericolo di deludere le attese dei fan, ponesse oltretutto l’ensemble nelle condizioni ottimali per tentare il balzo verso lo status di mito generazionale.
Achtung Baby è dunque il disco del cambiamento, perfettamente in grado di tradurre in realtà gli ambiziosi obiettivi della band irlandese: strutture musicali dirette più all’universalità degli ascoltatori che non solo ai pur numerosissimi seguaci del “rock del vero sentire”, liriche sempre incisive, in bilico fra trascendenza e umanità, fra disillusione e speranza, fra genuino trasporto e retorica; la collaborazione alternata dei tre produttori (Steve Lillywhite, Brian Eno e Daniel Lanois) che avevano marchiato i capitoli precedenti a Rattle And Hum. Non c’è quindi da stupirsi se brani che un tempo avrebbero assunto l’aspetto di epici e vibranti r’n’r (Zoo Station, Mysterious Ways, il deludente singolo apripista The Fly) hanno assunto colorazioni ritmiche di gusto “dance”, se le ballate soffuse e avvolgenti tanto care al quartetto occhieggiano con frequenza al pop e se a una copertina “poetica” come da abitudine se ne è preferita una (orribile) ricca di efficaci immagini simboliche; alla fine, però. i risultati – al di là di un paio di incidenti di percorso – rendono giustizia al talento di Bono e compagni, abilissimi nel mutare pelle senza alterare più di tanto le caratteristiche sostanziali del loro sound. Un sound che ipnotizza con il fascino di One, Acrobat o Love Is Blindness, e di potenziali hit radiofoniche quali Ultra-Violet o Until The End Of The World. Saranno probabilmente in moltissimi ad amare questi U2 meno enfatici e più lineari, pur nella poliedricitä dell’spirazione e della raffinatezza degli arrangiamenti, anche se di sicuro una parte dei vecchi estimatori – come già accaduto per quelli di Springsteen all’epoca di Born In The USA – si sentirà in qualche modo tradita; ma il rock non può curarsi degli integralisti, se vuole proseguire il suo cammino verso la ricerca di nuove, solide certezze. Non meno di (8).
Tratto da Velvet n.12 (Anno IV) del dicembre 1991

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Folk britannico, 1967-1972

Da vari decenni coltivo una passione segreta (nel senso che non l’ho quasi mai manifestata con articoli: una questione privata, insomma) per il folk-rock britannico a cavallo fra ’60 e ’70. Illo tempore, coltivarla era parecchio complicato perché tanti dischi erano molto rari, ma l’uscita di ristampe su ristampe mi ha via via consentito di farmi una discreta cultura. Se siete più o meno a digiuno dell’argomento ma ne siete istintivamente intrigati, procuratevi questo cofanetto economico e illuminante: non è la Bibbia, ma è senz’altro un eccezionale punto di partenza.

Grazie ai tanti recuperi dagli archivi dell’ultimo paio di decenni, il folk britannico degli anni fra i ’60 e i ’70 ha smesso di essere, com’è lungamente stato, una questione per pochi (e facoltosi) adepti-collezionisti. Pur rimanendo di culto, i nomi di esponenti della scena quali Anne Briggs, Comus, Shelagh McDonald, Bridget St. John o Vashti Bunyan hanno certo ottenuto un pizzico di popolarità anche presso i normali appassionati, quelli che conoscevano solo Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band e Steeleye Span, più – talvolta – i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan, i Trees, i Dando Shaft, il primo Kevin Coyne. Continua a leggere

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Alieni

Ultimi iscritti nella “punk hall of fame” romana, gli Alieni sono una band molto, molto particolare. Indipendentemente da quanto dureranno, hanno già lasciato una traccia, e non c’è dubbio che, tra gli autentici appassionati del genere, se ne parlerà anche in futuro.

Toy Boy (Rave Up)
Le nuove creature infernali vomitate da Roma hanno un look volutamente esagerato e propongono un punk‘n‘roll “metallico” suonato con durezza granitica e velocità mozzafiato. Lerci, depravati e cattivissimi, gli Alieni picchiano come fabbri e hanno una cantante che sputa testi (in italiano) con tale acidità da rischiarci gola e tonsille. A seconda dei gusti e delle attitudini, la cosa più fantastica o più disgustosa del mondo; facile, per chi mi conosce un minimo, immaginare da che parte io stia.
Tratto da Blow Up n.199 del dicembre 2014

Brucia la città (White Zoo)
A circa due anni dal devastante 45 giri d’esordio Toy Boy, gli Alieni sono tornati con un intero album che li conferma realtà quantomeno inusuale; non circolano infatti molte band dedite a un sound dove punk compatto e veloce, street rock e sfumature hard & heavy si legano a testi – in italiano – che esprimono per lo più malessere, cantati con voce femminile acutissima e ferocissima. Va da sé che la formula non è di quelle che mettono d’accordo tutti, e che anche amando alla follia il r’n’r più brutale e lancinante si possa trovarla troppo fuori dalle righe, ma è innegabile che il quartetto romano trasmetta un’impressione di compattezza e fiducia nel proprio progetto in grado di renderlo autorevole. Curiosità: del singolo è stato riproposto in versione differente solo il retro, e l’unica cover è quella di Confessione, un brano – peraltro già piuttosto grintoso nella versione originale – del gruppo progressive Biglietto per l’Inferno.
Tratto da Blow Up n.226 del marzo 2017

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Avion Travel

La prematura, improvvisa scomparsa di Fausto Mesolella, avvenuta da pochissimi giorni, mi ha portato a riascoltare qualcosa di suo. Mi è così venuto spontaneo iniziare dalla band con la quale l’avevo scoperto una trentina di anni fa, band che l’aveva accolto da non troppo tempo in organico: erano gli Avion Travel, ancora senza Piccola Orchestra, e questa è la mia recensione – scritta esattamente tre decenni fa – del loro esordio discografico in proprio.

Sorpassando (IRA)
Dei tanti artisti nostrani di area “nuovo rock” che ho avuto l’occasione e il piacere di conoscere non solo dal lato musicale, ben pochi si sono rivelati affabili, gentili e simpatici come gli Avion Travel, sestetto di buontemponi casertani stando al contatto con i quali è assolutamente impossibile non essere di buon umore. Attenzione, però: considerare gli autori di questo Sorpassando sostenitori di un’ironia e un divertissement fatui e privi di sostanza sarebbe davvero un grande errore, giacché loro – al di là del comportamento goliardico e dell’irresistibile sense of humor – interpretano con intelligenza, serietà e professionalità il loro ruolo, tanto da poter essere additati come ideale esempio di coerenza, determinazione e fede nelle proprie idee. Hanno impiegato parecchi anni, gli Avion Travel, a giungere al sospirato debutto adulto, dopo che alcune raccolte (Caserta Compilation, Italia Wiva, Live At The Blue Angel e la recentissima Sanremo Rock) erano servite a farne circolare il nome fra gli addetti ai lavori ma non a garantire una promozione sufficiente per il salto di qualità; c’è voluta, in particolare, l’affermazione sanremese perché tutti (compreso ch scrive) si accorgessero di avere ingiustamente sottovalutato una band dalle notevoli potenzialità, in grado di conciliare tematiche sonore differenti e di conferir loro un aspetto fresco e personale che le rende appetibili a ogni genere di pubblico.
EP 12 pollici registrato già da qualche mese ma immesso sul mercato con ritardo, Sorpassando assolve efficacemente il suo compito di introduzione al gruppo, presentando quattro brani in classico stile Avion Travel: atmosfere jazz/swing, arrangiamenti sofisticati ma mai freddi, dedizione a un pop dinamico e accattivante, innato gusto per la leggerezza, canto in italiano versatile e ricco di pathos. Così, fra ritmi saltellanti e ipnotici, fiati e tastiere che occhieggiano assieme alla chitarra e un canto soffice ma incisivo, l’ensemble fornisce un saggio della sua concezione di rock da intrattenimento passando dalle contorsioni di Jingles (dove paiono affiorare gli Area) alla contagiosa allegria della title track, senza dimenticare le armonie “cool” di Sopra di te e della più vellutata Non suono più. Difficile prevedere dove gli Avion Travel potranno giungere con questa miscela di suoni che abbraccia Joe Jackson, Working Week e Sergio Caputo, rivelandosi ascolto dopo ascolto sempre piacevole, divertente e passibile di interessanti sviluppi; per il mo- mento, però, questo disco è una delle, testimonianze più valide e attendibili di una musica italiana che vuol mantenere la sua “indipendenza” ma che desidera anche uscire da un ghetto poco gratificante e apparentemente privo di sbocchi. Non sono, magari, un gruppo da consigliare ai rockettari più impenitenti, ma non si sa mai…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.112 del maggio 1987

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Transex

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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Nighters – Klaxon – Stigma

Escludendo gli Uniplux, che per vari motivi (li trovate in quest’altro post) costituiscono un caso a sé, quelli qui presentati sono il terzo, il quarto e il sesto documento a 45 giri del punk romano (il quinto è degli High Circle, ma me ne occuperò altrove), a seguire gli EP di Bloody Riot e Shotgun Solution. All’epoca, naturalmente, scrissi di tutti e tre, anche se dell’ultimo con qualche mese di ritardo.

Nighters
Drop Down Dead
(New Rose)
Terza formazione punk romana a uscire allo scoperto con un 7”EP contenente quattro brani sono i Nighters, capitanati dall’ex Shotgun Solution Robertino, cantante e bassista. Dal punto di vista sonoro, il gruppo si allaccia al più tipico punk rock britannico (primi Clash, Stiff Little Fingers…) e si rivela abilissimo nell’intepretare in modo rapido e trascinante brani assai validi sotto il profilo compositivo, anche se inevitabilmente prevedibili nelle strutture. Drop Down Dead, pubblicato con il marchio di una New Rose che non è quella New Rose lì, è dunque un EP ottimamente realizzato, nel quale i Nighters dimostrano di possedere buone capacità tecniche e un feeling non comune nel proporre un sound potente e compatto; unico difetto, se di difetto si può parlare, è la scarsa originalità delle canzoni, ma il debutto dei quattro romani è ugualmente da considerare molto positivo e appassionante. Dopo Bloody Riot e Shotgun Solution, anche i Nighters ribadiscono la varietà e la validità della scena punk capitolina, negli ultimi tempi in fase di crescita; non esitate, perciò, a procurarvi questo disco, fatto con il cuore oltre che con il cervello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.75 dell’aprile 1984

Klaxon
The Kids Today
(Klaxon)
Dopo parecchi contrattempi, anche la punk band romana Klaxon è riuscita finalmente a pubblicare il suo 7”EP, seguendo l’esempio di Bloody Riot, Shotgun Solution e Nighters. Il gruppo, composto da tre elementi, si ispira al punk stile ’77 (alla primi Clash) e alterna il canto in inglese a quello in italiano. Di questo disco fanno parte cinque canzoni dinamiche e abbastanza trascinanti, un po’ datate ma nel loro genere, ben realizzate; colpisce, il particolare, Prisoners, quattro minuti di sonorità coinvolgenti che riportano la mente a un periodo punk sicuramente più “puro” dell’attuale. Nonostante qualche imprecisione tecnica, l’EP si fa ugualmente apprezzare, e sono certo che i numerosi nostalgici di un suono mai dimenticato troveranno la sua relativa grezzezza e il suo feeling “primitivo” assai più stimolante di tante proposte hardcore piatte e insignificanti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

Stigma
Stigma
(Rat Race)
Un altro disco formato sette pollici, con quattro pezzi: a proporlo sono i romani Stigma, una delle band al momento più attive del circuito punk capitolino, dell’organico dei quali fa parte il bassista dei Bloody Riot, Alex Vargiu. Nell’EP, sebbene la registrazione un po’ “amatoriale” pregiudichi (solo parzialmente) il risultato finale, il gruppo si segnala come abile artefice di un punk “caldo” e graffiante, relativamente personale anche se non del tutto maturo sotto il profilo compositivo. Staremo a vedere; nel frattempo, l’inizio è abbastanza incoraggiante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

 

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Taxi

I Taxi sono la band dalla quale, a seguito della scomparsa del batterista Francesco, sono nati gli oggi popolarissimi Giuda. Al di là dei consensi raccolti dal nuovo gruppo, i ragazzi erano straordinari, una delle migliori realtà punk romane (e italiane) di sempre; per fortuna, a testimoniarne le qualità, rimangono due album e quattro 45 giri, i primi due contenenti anche brani che non sarebbero stati ripresi sugli LP. Di questi dischi scrissi, con grande piacere, al tempo dell’uscita.

Eat Me (Hate)
Alle tradizioni del punk-rock filo-americano più rabbioso e convulso sono legati i Taxi, che nei quattro minuti del loro singolo d’esordio – contenente due brani, Eat Me e My Fingers – mettono in luce una brillante verve compositivo-interpretativa che si spera di vedere presto confermata da un nuovo prodotto discografico. L’incisione del 45 giri dal quartetto, originario dell’hinterland romano, risale infatti al lontano dicembre 1999, e sarebbe proprio un peccato se rimanesse senza seguito. Una piccola gemma, stampata ovviamente in tiratura molto ridotta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.440 dell’1 maggio 2001

I’m Dead (Hangover)
Circa un paio d’anni dopo Eat Me, i Taxi ritornano con un nuovo 7 pollici di pregevole fattura, fortemente legato alle radici del ‘77 e influenzato – pur vantando caratteristiche di entrambe – più dalla “scuola” americana che da quella britannica. Nel complesso meno grezzo e selvaggio rispetto alla precedente prova, anche a causa dell’incisione nettamente più curata, il quartetto romano prosegue dunque brillantemente il suo discorso, dedicandosi con freschezza e entusiasmo a un punk-rock già ascoltato infinite volte ma che comunque ci piace definire “classico” piuttosto che “revivalistico”. Secchi, energici e trascinanti, I’m Dead, Je tombe en bas e R & R Is All I Want sono tre ottime ragioni per attendere con una certa impazienza il primo album della band, annunciato entro la primavera per un’etichetta statunitense.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Like A Dog (Dead Beat)
A seguire due apprezzati 7 pollici, anche per i Taxi è giunta l’ora del cosiddetto esordio adulto, edito sotto forma di album 33 giri – sacro vinile, quindi: che il dio del rock’n’roll ce lo conservi ancora a lungo – da un’agguerrita etichetta di Los Angeles. Registrato circa un anno fa, Like A Dog è l’ideale cartina al tornasole della crescita del quartetto romano, che passo dopo passo ha imparato a convogliare la sua naturale irruenza in brani sempre più elaborati sul piano formale (ma senza che ciò ne soffochi la carica animalesca) e sempre efficacissimi dal punto di vista dell’impatto fisico ed emotivo: undici tracce mai particolarmente veloci nell’esecuzione, ma non per questo povere di compattezza e grinta, che rileggono soprattutto le nobili tradizioni del ‘77 più concreto e meno sotto le luci dei riflettori, quello della provincia americana e della Gran Bretagna extra-Londra.
Una storia da “magnifici perdenti”, insomma, racccontata attraverso dieci episodi autografi e una cover di Rabies Is A Killer della cult-band dei ‘70 Agony Bag (riproposta anche, in tempi abbastanza recenti, dai Death SS: in certi casi, punk e metal non sono poi così lontani) con estrema competenza della materia e con l’approccio sanguigno che occorre per valorizzarla al meglio; e un album di notevole spessore, almeno rispetto ai canoni del genere, che surclassa per energia e freschezza compositiva molta dell’attuale produzione punk d’Oltremanica e d’Oltreoceano. Quanti avevano messo in pensione il caro, vecchio giradischi faranno bene a spolverarlo e a controllare lo stato d’uso della
puntina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Yu Tolk Tu Mach
(Gonna Puke)
Già titolari di alcuni singoli e di Like A Dog, edito nel 2003 dall’americana Dead Beat, i Taxi giungono al secondo album un po’ cambiati: non feroce punk-rock settantasettino, bensì una formula sempre energica e incisiva nel quale lo stile originario si rivela però ottimamente ibridato con hard e power-pop. Dieci tracce, fra le quali un’oscura cover della cult-band inglese Agony Bag (dopo la “famosa” Rabies Is A Killer del precedente disco) e una sorprendente, brillante Qui est in, qui est out di Serge Gainsbourg, che ardono di vivacità e passione, eseguite in modo secco e compatto e impreziosite dall’eccellente voce di quel Tenda che – provare per credere – è anche uno dei migliori frontman rock italiani di sempre, forte di un’assoluta, travolgente naturalezza nel porsi come “animale da palcoscenico”. Fa bene, il titolo, a invitare al silenzio: meglio alzare il volume e lasciarsi spettinare dalle vibrazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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