recensioni

Pippo Pollina (1997-2001)

Quando nel 1998 Pippo Pollina provò per la prima volta a farsi seriamente strada nel mercato italiano, aveva alle spalle già sei album realizzati all’estero, soprattutto a beneficio delle platee svizzera e tedesca. All’epoca fui uno dei suoi più convinti sostenitori, come provato dalle recensioni e dalle interviste qui riproposte, salvo poi lasciare il testimone ad altri; non perché Pollina non mi piacesse/interessasse più, ma perché non amo ripetere in continuazione gli stessi concetti e perché, in generale, non amo il ruolo di “unico” testimonial di un artista. Sono tornato a occuparmi di lui nel 2007 per un CD/DVD dal vivo (le mie parole sono qui in fondo, come “bonus track”). In questi giorni in cui di Pippo si sta parlando un po’ perché gratificato di attenzioni da parte del Club Tenco, recupero con piacere le mie considerazioni apparse su carta.

Il giorno del falco
(Sound Service)
Una storia particolare, quella di Pippo Pollina: prime esperienze musicali nella natia Palermo, dove nel 1979 è uno dei fondatori degli Agricantus, poi il trasferimento a Zurigo e l’avvio di una carriera di cantautore finora concretizzatasi in sei album accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico di lingua tedesca (ben 200.000 copie vendute); infine, il desiderio di conquistare popolarità anche in patria, che quest’ultimo CD sta tentando, grazie all’appoggio della Sony, di tradurre in realtà. Continua a leggere

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Dream Syndicate (1978-1989)

Negli anni ’80 i Dream Syndicate erano una delle mie band preferite e infatti ne ho scritto tanto, tantissimo, e non a caso ne ho recensito quasi tutti i dischi in tempo reale (all’appello mancano solo il primo “mini” e il terzo LP). Mi sono poi ovviamente occupato anche dell’album del “ritorno” (la recensione è qui; un’intervista a Steve Wynn è invece uscita nel numero 58 di “Classic Rock”) e ieri non mi sono potuto esimere dal recarmi al Monk per assistere alla loro prima data romana di sempre (la mia seconda: li avevo già visti a Giulianova nel 1987). Dato che la nostalgia è, si sa, canaglia, eccovi allora un’ampia selezione delle mie vecchie elucubrazioni su carta, alcune delle quali davvero pietose a livello di stile. Grande stupore nel leggere che già nel 1982 – nel 1982! – “mi lamentavo” della retromania.

The Days Of Wine And Roses
(Ruby)
La storia della musica è costellata di corsi e ricorsi, di revival, di riscoperte di questo o quel tipo di sound; inventare qualcosa di radicalmente nuovo, oggi, è pressoché impossibile, o, perlomeno, assai difficoltoso; logico, quindi, che molti artisti mirino a riciclare, secondo la propria sensibilità e i propri gusti, formule stilistiche che hanno in qualche modo stimolato la loro creatività. Ciò che conta, in questo lavoro di rielaborazione di dati già noti, è il codice utilizzato, l’angolazione dalla quale la materia musicale è studiata, assimilata e reinterpretata; fondamentale, poi, è anche il background culturale (sempre dal punto di vista sonoro) del compositore e degli esecutori, oltre naturalmente alle loro intrinseche capacità. Continua a leggere

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Guadalcanal Diary

In un post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, l’amico Gianpaolo Castaldo ha estratto dal cassetto della memoria il nome dei Guadalcanal Diary, band americana oggi dimenticata che non si può inserire nel novero di quelle “decisive” ma che, insomma, non merita nemmeno il totale oblio. Essendone stato un convinto sostenitore, recupero le recensioni da me scritte in tempo reale dei quattro LP che il gruppo della Georgia commercializzò negli anni ’80, per poi separarsi; i sacri testi dicono che nel 1993 il leader – Murray Attaway – realizzò un album solistico per la Geffen, e che nel 1999 il quartetto tornò assieme per un CD live autoprodotto di cui nessuno si accorse e che, come da copione, è l’unico titolo del catalogo a costare caro (sta però per essere ristampato dalla Omnivore). Riascoltati, i quattro album “storici” suonano tuttora freschi e godibilissimi, anche se ammetto di riconoscermi solo al 70/75% nei miei entusiasmi giovanili. Sono tutti ascoltabili su Spotify e quindi non avete scuse per non concedergli almeno un “assaggio”.

Walking In The Shadow
Of The Big Man (DB)
Musicalmente parlando, gli Stati Uniti sono davvero la terra delle sorprese e dei piacevoli imprevisti: non passa infatti mese senza che qualche nuovo talento si presenti alle nostre orecchie avide con miscele entusiasmanti di sonorità. Questo marzo e toccato ai Guadalcanal Diary, il cui Walking In The Shadow Of The Big Man è inevitabilmente destinato a impressionare in positivo molti appassionati del rock più genuino, quello legato alle tradizioni e al contempo attuale nei contenuti. Discorso già più volte affrontato, lo so, ma non è colpa mia se gli artisti americani, nelle metropoli come nelle province, riescono sempre a fornire nuove ed eccitanti interpretazioni di una musica dalle mille sfumature in cui potenza, melodia, dolcezza e grinta sanno dar vita a risultati sempre differenti pur partendo dalle medesime basi. Continua a leggere

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The Thought

Mi è capitato varie volte di “entrare in fissa” per gruppi o solisti che a me parevano straordinari ma che i colleghi delle altre testate non prendevano in considerazione o al massimo trattavano con sufficienza; quando Internet ancora non esisteva, mi sembrava insomma di predicare al vento, ma data la mia convinzione di essere nel giusto, o quantomeno in buona fede, non me ne curavo. Nella prima metà degli anni ’80, ad esempio, mi capitò con i The Thought, band olandese di area synth-pop dalla quale fui folgorato all’epoca del primo album, del quale scrissi ovviamente in termini più che entusiastici (figura anche nella mia playlist del 1982); di quel disco scrissi una seconda volta poco dopo, quando venne ristampato con scaletta in parte diversa (per la cronaca, è l’unica prova dei ragazzi ascoltabile su Spotify, e nessuno dei brani arriva a mille ascolti: tristezza), e poi ancora in occasione del secondo e del terzo LP, purtroppo non belli come l’esordio, dopo i quali i Thought scomparvero. Non senza un nemmeno tanto lieve imbarazzo (diosanto, sembro proprio un “fanzinaro” esaltato), recupero ora l’intero pacchetto; confido in voi per far sparire almeno alcuni di quegli scandalosi “< 1000”, visto che lì in mezzo ci sono canzoni splendide.

The Thought
(Index)
Guardando il cielo / vide Enoia Gay / Lo guardò finchê girò / e volò via Il ragazzo che vide tutto / non sentirà più sua madre che lo chiama”. Un aereo si allontana, dopo aver scaricato il suo carico mortale: un bimbo resta a guardarlo, affascinato. Poi, è un attimo: la realtà si dissolve, tutto si sbriciola, migliaia di vite vengono stroncate, ed è bastato solo premere un pulsante. Difficile immaginare qualcosa di più drammatico della prima volta che l’uomo ha usato la bomba atomica contro i suoi simili; difficile dimenticare, dopo averle viste, le fotografie di quella immane tragedia; difficile, anche, rendere in musica, e per di più con un lìrismo unico, una situazione come quella descritta dal testo di cui sopra. Il brano si intitola There’s A Boy ed è il primo dell’album di debutto dei Thought, sconosciuto terzetto olandese che esordisce per la label che, fra l’altro, ha marchiato il primo passo su vinile dei favolosi Wall Of Voodoo. Lo stupore per la bellezza di There’s A Boy viene subito messo in secondo ordine dal desiderio di andare avanti, di vedere se anche gli altri solchi saranno altrettanto soddisfacenti, se quelle tastiere armoniose, quei ritmi strani, quella voce eterea, sono casuali o fanno invece parte di un progetto espressivo ben definito. Rebels, curioso concentrato di musicalità cupe e voce (almeno in gran parte del pezzo) leggiadra, conferma tutte le positive impressioni, immergendo in atmosfere taglienti/vellutate di rara espressività. La successiva The Prince Of Darkness, all’inizio solenne e avvolgente, si fa più cadenzata e grintosa dopo il ritornello, e l’incanto prosegue con These Days, dalla struttura rock ma dalle soluzioni poco convenzionali; assai bella anche Anger, che alterna delicatissimi momenti costruiti su suoni rarefatti a schemi più ritmati e graffianti. Continua a leggere

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City Kids (1985-1987)

In un lontanissimo giorno del 1985 ricevetti dalla Closer, rinomata etichetta francese dell’epoca, un mini-LP dei City Kids, band d’oltralpe che non ricordavo di aver mai sentito nominare. Fu amore al primo ascolto, disturbato solo dalla rivelazione che i ragazzi avevano in precedenza pubblicato un altro mini in tiratura limitata e numerata che temevo di dover inseguire per chissa quanto e pagare a caro prezzo (nel 1985 mica c’erano eBay, Discogs, Amazon e i negozi on line, e certi vinili non particolarmente propagandati erano tutt’altro che facili da trovare). Recensii comunque il nuovo disco e mesi dopo andai ad Arezzo per assistere a un concerto del gruppo, realizzando anche l’intervista che ho qui recuperato (abbastanza nozionistica, ma al tempo era fondamentale raccogliere e divulgare informazioni che non esistevano o quasi). Un anno dopo, il quartetto avrebbe inciso a Firenze – con la produzione questa volta reale di Rob Younger, che feci in modo di incontrare e intervistare (come si può leggere qui) – il suo primo LP, di cui ancora più in basso ripropongo la mia recensione; sarebbero poi arrivati altri due album, nel 1989 una sorta di antologia intitolata 1000 Soldiers (della quale sono certo di aver scritto, ma in archivio non trovo riscontri) e nel 1993 Third Life (del quale, lo ammetto, nemmeno mi accorsi).
Non c’è alcun dubbio che se fossero americani o australiani i City Kids godrebbero di maggiore notorietà e di maggior considerazione da parte della stampa; invece, francesi di Le Havre, devono per ora accontentarsi di un piccolo culto in patria e della risposta entusiastica degli spettatori occasionalmente accorsi ai loro concerti. Forti di un notevole dinamismo on stage e animati da una ferrea volontà di emergere, i quattro transalpini tentano ostinatamente la via del successo, rifiutando di star seduti ad attendere la manna dal cielo e impegnandosi concretamente per catturare l’attenzione di critica, pubblico e mezzi di informazione attraverso una fitta attività live in Europa e un ottimo livello qualitativo delle realizzazioni discografiche. In più, hanno un produttore d’eccezione: Rob Younger, già frontman di Radio Birdman e Visitors, che dalla lontana Australia coordina le operazioni. Insomma, per farla breve, i City Kids hanno qualcosa in più rispetto ad analoghe formazioni underground; e poi, prescindendo dalla ioro abilità, non cercano di nascondere la loro grande competenza nel campo del nuovo rock (conoscono centinaia di formazioni minori, soprattutto americane e australiane) e dichiarano candidamente di ascoltare moltissima musica per trarre da essa i migliori insegnamenti. Il che è sufficiente per renderli ancor più simpatici. Continua a leggere

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Kings Of Leon (2003-2007)

Quindici anni esatti fa i Kings Of Leon si apprestavano a pubblicare il primo album, che non passò inosservato tra gli addetti ai lavori e ottenne anche buoni riscontri di pubblico, in Europa più che negli Stati Uniti. In sede di recensione manifestai apprezzamento, peraltro con qualche dubbio destinato a rivelarsi fondato; non a caso della band americana mi sarei occupato un’altra volta, quattro anni dopo, commentando il terzo lavoro. Sugli ulteriori quattro dischi dei ragazzi non più ragazzini, di crescente successo a livello di riscontri nelle classifiche ma non di copie vendute (il mondo è cambiato, si sa), non ho invece speso una parola, pur avendoli assaggiati/ascoltati; magari mi sbaglierò, ma non credo di aver perso granché a non averli approfonditi.

Youth & Young Manhood
(RCA)
Una storia atipica, quella dei Kings Of Leon, e non solo perché i quattro componenti – età media vent’anni – appartengono alla stessa famiglia: al di là delle questioni di parentela, i Followill (tre fratelli più un cugino) sono seguaci e praticanti della Chiesa Pentecostale della quale il padre di Caleb, Nathan e Jared è pastore, e propongono musica “positiva” nelle cui liriche affiorano riferimenti alla Bibbia; inoltre, pur esistendo da poco e pur essendo originari di un’area certo non centrale come il Tennessee, hanno ottenuto un contratto major, circostanza che potrebbe far pensare a un artificio della RCA per sfruttare la nuova moda del cosiddetto rock cristiano. Continua a leggere

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Mars Volta (2003-2006)

Ricordo fin troppo bene quando, fra i quindici e i dodici anni fa, i Mars Volta erano oggetto di accese, accesissime discussioni tra appassionati. Poche band sapevano dividere come loro e io, da già attempato professionista, mi trovavo nel mezzo, un po’ ammirato e un po’ contrariato e pertanto costretto a fare la figura del “cerchiobottista”, di quello che non vuole schierarsi; in realtà, la mia posizione nei confronti del gruppo americano era genuinamente ambigua e i miei scritti lo riflettevano, come si può vedere da questa sequenza che comprende la recensione del primo album, una sorta di mini-articolo di riflessioni varie realizzato in occasione del secondo e altre due recensioni, quelle di un live e del terzo capitolo vero e proprio. In seguito, nel 2008, mi sarei concesso il piacere di una lunga intervista che accompagnò una copertina del Mucchio, dopo la quale in pratica smisi di occuparmi dei Mars Volta, in quanto stanco di ribadire sempre gli stessi concetti

De-Loused In The Comatorium
(GSL)
Provate a immaginare un incrocio in chiave più crossover tra Rush e Yes e avrete un’idea accettabile del suono di questo primo album dei Mars Volta, la cui indole prog è dichiarata anche dall’impostazione concept: insomma, non proprio il tipo di disco che ci si sarebbe potuti attendere – a meno di non avere ascoltato il Tremulant ep del 2002 – da una band capitanata dal cantante Cedric Bixler e dal chitarrista Omar Rodriguez-Lopez, già in forza agli At The Drive-In. Eppure, è proprio così: i dieci episodi di De-Loused In The Comatorium, ispirati alla figura e alla vita dell’artista di El Paso Julio Venegas (un amico di Bixler morto suicida nel 1996 dopo aver sperimentato ogni sorta di eccesso) e co-prodotti nientemeno che dal vate Rick Rubin, costituiscono a tutti gli effetti un’autentica opera rock, di quelle che il punk aveva cacciato a calci in culo dalla porta e che invece rientrano all’improvviso dalla finestra e si accomodano anche nel salotto buono. Fuor di metafora, De-Loused In The Comatorium è un lungo gioco di “botta e risposta” tra gli arditi gorgheggi di Cedric e gli onanismi chitarristici di Omar, il tutto sostenuto da ritmiche per lo più serrate e incalzanti in un’atmosfera a metà strada fra allucinazione e delirio; uno stile mutante dove non è semplice capire cosa sia improvvisato sulla base dell’istinto espressivo o dell’emozione e cosa sia, al contrario, il risultato di aride masturbazioni a tavolino, e dove il gusto dell’evocatività che solitamente si accompagna al genere – si pensi agli A Perfect Circle, band parallela di Maynard James Keenan dei Tool – è soffocato da affastellamenti sonori e virtuosismi sui quali si stende opprimente l’ombra del kitsch. Continua a leggere

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Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003 Continua a leggere

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Santo Niente

Contando solo quelli principali, nella loro frammentaria carriera i Santo Niente di Umberto Palazzo hanno pubblicato tre album e due “mini”. Ho avuto il piacere di recensire ben quattro di questi cinque dischi (unico escluso, l’esordio “La vita è facile” del 1995), ed è con altrettanto piacere che adesso recupero qui l’intero blocco.

‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I
(CPI)
Abilmente prodotto da Giorgio Canali e registrato in presa diretta allo scopo di privilegiare istinto ed energia, ‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I è un album potente e sofferto, scosso da ruvidi sussulti elettrici – singolare che in apertura di solchi sia stato collocato proprio Junkie, una rarefatta litania acustica – ed edificato su strutture chitarristiche e vocali per lo più cupe e malsane. “Abbiamo preso la canzone italiana, abbiamo tolto il superfluo, il melenso e l’orrido e quel poco che è rimasto lo abbiamo montato su un solido telaio metallico”: questa, in breve, la genesi dello stile della band bolognese nell’opinione per forza di cose autorevole di Umberto Palazzo e compagni. E noi, convinti più dai suoni che non dalle parole, annuiamo, ribadendo a chiare lettere l’assoluta bontà della formula e della sua applicazione pratica: episodi come È aria, già presente in altra veste nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, come i non meno aggressivi Elettricità e Fiction o come Divora (splendida!), Pornostar, la title track e Angelo nero – schizofrenici e suggestivi nel loro avvicendarsi di armonie eteree e deliranti esplosioni di crudezza e rabbia – dicono infatti di un raro talento nel fondere assieme elementi già noti (dal grunge “rumorista” di importazione statunitense al rock “d’autore” di Afterhours e Marlene Kuntz) in un apparato sonoro forse non rivoluzionario ma senza dubbio carismatico. Sarà magari difficile che possiate ascoltarli alle radio non “alternative” – in fondo, come da comunicato-stampa, si tratta di “un disco pop (nel senso di Iggy)” – ma se li sparerete a massimo volume (ooops!) sul vostro impianto casalingo, le proteste dei vicini vi convinceranno definitivamente della validità dell’acquisto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.247 del 4 marzo 1997 Continua a leggere

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Lalli (1998-2007)

C’è da un paio di mesi in circolazione un nuovo e particolare album di Lalli cointestato a Stefano Risso, Un tempo, appena, del quale ho scritto su “Blow Up”. Un’ottima occasione per recuperare dall’archivio tutte le mie recensioni dei vecchi dischi e assemblare un post che fa inevitabilmente coppia con quello dedicato alla produzione 1998-2006 di Stefano Giaccone. Per chi volesse approfondire, di Lalli avevo già riproposto un’intervista, che si può leggere qui.

Tempo di vento
(Il Manifesto)
A un mese esatto dal debutto in proprio di Stefano Giaccone, per una (nemmeno tanto) strana coincidenza temporale ci troviamo ora ad occuparci di Tempo di vento, l’esordio di quella Lalli che di Stefano è stata alter ego e compagna di viaggio in numerose e più o meno lunghe avventure, dagli storici Franti a loro filiazioni quali Environs, Orsi Lucille e Howth Castle: un’opera ancora una volta di straordinaria intensità, che pur evidenziando decise analogie “concettuali” (e anche sonore) con quella di Giaccone possiede di sicuro un diverso respiro melodico, per via di una scrittura più orientata verso la forma-canzone (naturalmente senza traccia di pop) così come per l’impronta vocale – profonda e nel contempo lieve – della bravissima autrice e chanteuse. Continua a leggere

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Stefano Giaccone (1998-2006)

Torinese nato a Los Angeles, classe 1959, Stefano Giaccone è un autentico eroe underground, come dimostrano le tante storie di musica da lui messe in fila, a partire da quella cruciale dei Franti. È del 1998 l’avvio della sua attività (più o meno) da solista ed è proprio questa che voglio qui celebrare recuperando le mie recensioni pubblicate dal 1998 al 2006, che se non erro dovrebbero coprire tutti i dischi usciti fino ad allora. In seguito, Stefano ha arricchito la sua produzione con altri titoli dei quali non mi sono però occupato; direi però che la mia parte l’ho fatta, no?

Corpi sparsi
(On/Off)
Corpi sparsi è documento integrale dell’omonimo spettacolo che il sassofonista, bassista e cantante Stefano Giaccone (Franti, Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Banda di Tirofisso, Kina) e il tastierista Claudio Villiot hanno proposto tra il 1995 e il 1997 nei teatri di svariate città d’Italia. Elaborato nella forma di un atto unico di cinquanta minuti, l’album è una brillante, atipica incursione nei meandri di un suono visionario ma non allucinato, dove i riferimenti anche espliciti al jazz colto, alle tradizioni popolari e a certa avanguardia sono sublimati in un insieme sonoro di straordinaria intensità: merito delle musiche, così fluide e vive a dispetto delle loro strutture non proprio lineari, e merito dei testi, splendidi sia quando la nuda recitazione non è forse alla loro altezza in termini di forza suggestiva e sia nei (pochi) momenti in cui Giaccone li distende in abbozzi più o meno enfatici di canto (la Dove degli Ishi, Casina sola). Album spesso e imponente, lirico fino a stordire l’anima e nel contempo intriso di contenuti poeticamente “antagonisti”, Corpi sparsi ha bisogno solo di un ascolto attento per rivelarsi in tutta la sua esuberante espressività: magari un po’ cupa, magari a tratti inquietante e magari di rado immediata, ma sempre in grado di rivelare i colori sgargianti che si celano sotto la coltre di grigio che sembra avvolgerla.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.290 del 27 gennaio 1998

Le stesse cose ritornano
(On/Off)
Stefano Giaccone è da oltre quindici anni figura di spicco dell’underground autoctono, ma per ragioni che non ci siamo preoccupati di approfondire questo suo Le stesse cose ritornano – atteso, vero esordio solista dell’ex Franti, Environs, Howth Castle, Kina, Orsi Lucille, Ishi e quant’altro – è uscito a nome Tony Buddenbrook e sotto l’egida della stessa On/Off che già marchiò il Corpi sparsi firmato assieme a Claudio Villiot; quest’ultimo dato ci fa sapere che purtroppo non si è chiuso, come da noi invece apertamente auspicato, l’accordo con il Consorzio Produttori Indipendenti, che aveva mostrato interesse a pubblicare il CD nella collana “Taccuini” e quindi a garantirgli una promozione e una distribuzione adeguate al suo spessore artistico. Continua a leggere

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Here (Teho Teardo nel ’98)

Un’esperienza che è rimasta purtroppo senza seguito, questa organizzata esattamente vent’anni fa da Mauro Teho Teardo, ma ciò non significa certo che meriti di essere rimossa dalla memoria. A me illo tempore piacque tantissimo, al punto che finì persino nella mia playlist personale del 1998.

Brooklyn Bank
(Sonica)
Dopo Meathead e Matera, Mauro Teho Teardo estrae dal suo magico cappello un altro progetto di grandissimo interesse, allestito e portato avanti assieme a un musicista che, come lui, ha dedicato buona parte della sua ormai lunga attività alle contaminazioni tra musica “convenzionale” ed elettronica: Jim Filer Coleman dei Cop Shoot Cop, ensemble tra i più rivoluzionari e brillanti della scena newyorkese dei ‘90. E proprio nella Big Apple, per di più con il prezioso contributo di svariati illustri ospiti (i più presenti: Carolyn “Honeychild” Coleman e Lydia Lunch alle voci, il bassista degli Swans Bill Bronson e il batterista dei Barkmarket Rock Savage) sono stati registrati quasi tutti gli episodi di questo Brooklyn Bank, che accostano in uno splendido amalgama armonie celestiali e atmosfere cupe e inquietanti, strutture ipnotiche di sapore drum’n’bass e delicati fraseggi di pianoforte e violoncello, assalti cerebrali e aggressioni fisiche, suggestioni anni ‘80 e immagini del terzo millennio, parole sussurrate e campionamenti.
Sostenuto da ritmi quasi mai incalzanti e comunque dotato di un’aggressività che si manifesta (a tratti) solo a livello subliminale, l’esordio degli Here abbatte efficacissimamente ogni barriera di genere, imponendosi con la perfezione formale e il carisma di dodici canzoni avvolgenti e visionarie (Cello, Pain, Coatless e Scava, quest’ultima con liriche in italiano, alcune delle più significative): mutatis mutandis, matrimoni così riusciti tra umanità e tecnologia non venivano celebrati dai giorni ormai lontani dei primi Tuxedomoon.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.321 del 30 settembre 1998

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Prozac+ (1998)

Sono stato un po’ colto di sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo, della reunion dei Prozac+, una band che ha segnato profondamente il panorama rock italiano della seconda metà dei ’90: solo due concerti, il 26 maggio al MiAmi di Milano e il 31 agosto all’Home Festival di Treviso, e poi chissà. L’occasione è il ventennale di AcidoAcida, il secondo album del gruppo di Pordenone, che all’epoca ottenne clamorosi consensi di vendite. Benché viaggiassi verso i quarant’anni e i Prozac+ piacessero soprattutto ai gggiovani, il mio appoggio al progetto fu dal primo istante genuinamente entusiastico: intervista e copertina dell’inserto Fuori dal Mucchio per il debutto Testa plastica, intervista e copertina – questa volta del giornale vero e proprio – per AcidoAcida (con replica due anni più tardi per 3Prozac+). Come esimermi, dunque, dal recuperare dall’archivio quanto scritto in quel 1998?

Punk, pop e fantasia
Se ne parlava da così tanto tempo, di questo famigerato secondo album dei Prozac+, che alcuni cominciavano a dubitare che avrebbe visto la luce: il dissesto della Vox Pop/Flying in parallelo all’uscita “fantasma” del CD-singolo Baby, la conseguente necessità di accasarsi presso una nuova etichetta e soprattutto i cambiamenti di indirizzo del mercato rischiavano infatti di rompere per sempre quello che è forse il giocattolo “pop” più ingegnoso, colorato e divertente mai regalatoci dalla scena musicale nostrana, impedendo in tal modo all’indiscussa next big thing del 1996 di diventare, appunto, big. Invece, e almeno un sospiro di sollievo è d’obbligo, il lavoro in questione ha finalmente fatto la sua comparsa sugli espositori dei negozi. Addirittura migliore di come era stato in origine concepito, proprio grazie a quei ritardi imprevisti che hanno dato al gruppo la possibilità di ponderare meglio alcune scelte e aggiungere alla scaletta alcuni brani di più recente composizione.
Nel comodo ufficio messo a disposizione dalla EMI, i Prozac+ sono – tanto per non smentirsi – più euforici e anfetaminici (ehm…) del solito, quasi come sulle assi dei duecento palchi calpestati (e massacrati a furia di salti) dall’uscita di Testa plastica ad oggi. I primi trenta secondi bastano a farmi capire che convertire l’anarchia verbale dei nostri discorsi in una fluida sequenza di domande e risposte sarà un’impresa titanica. Pazienza. Gli occhi di Eva, il piercing di Elisabetta e la simpatica faccia da schiaffi di GianMaria meritano ampiamente qualche ora di fatica in più.

Già all’epoca di Testa plastica, le accuse di essere “venduti” (a non si sa bene chi o cosa) erano all’ordine del giorno. Figuriamoci ora che avete un contratto con la EMI.
È prevedibile che quanti diffondevano queste voci un anno fa continueranno a farlo anche adesso, ma sinceramente non crediamo che l’esserci legati a una multinazionale possa alimentare simili dicerie. Sarebbe stupido, visto che ormai tutti sanno – come d’altronde è dimostrato da tutti i dischi italiani pubblicati nei ‘90 – che le major non costringono i propri artisti a chissà quali nefandezze musicali o di comportamento pubblico. Ci siamo arrivati molti dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma finalmente anche da noi il circuito cosiddetto alternativo e il mondo delle multinazionali sembrano aver trovato il terreno d’incontro per lavorare in modo proficuo. Continua a leggere

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Cut (2000-2010)

Proprio ieri ho ricevuto dalla sempre lodevole Area Pirata la ristampa in CD (con accluso codice per scaricare svariate tracce bonus) di A Different Beat, un vecchio album dei Cut risalente al 2006. Inevitabile dragare l’archivio alla ricerca di cosa avessi scritto della band bolognese, con la soddisfazione di aver trovato tanto e una certa sorpresa nello scoprire che l’unica recensione della quale ero più che sicuro – quella dell’esordio Operation Manitoba, AD 1998 – in realtà non è mai esistita; sapevo invece di non essermi occupato degli ultimi due dischi del gruppo, il vinile The Battle Of Britain del 2011 e l’ultimo Second Skin (2017). Ecco allora ciò che ho pubblicato in tempo reale sui Cut dal 2000 al 2010: la loro intera produzione del periodo, compreso l’A Different Beat di cui sopra. Al di là dei discorso sulla musica, riveste particolare interesse la prima recensione, che apre una finestra su un mondo oggi antichissimo.

Contact
(Gamma Pop-Vitaminic)
La copertina dei Cut qui riprodotta, in realtà, non esiste. Cioé, non proprio: esiste come file eventualmente stampabile da accoppiare a un “singolo” anch’esso virtuale, almeno come supporto discografico: le due tracce altrimenti inedite che ne fanno parte sono infatti reperibili esclusivamente sul Web nel sito di Vitaminic (la prima è scaricabile gratis, la seconda costa duemila lire); insomma, a meno di ripensamenti o futuri recuperi in qualche antologia, l’ascolto di Contact e Highlights & Glory sarà riservato solo a chi se la sentirà di accantonare (abiurare, per il momento, è per fortuna prematuro) la filosofia dell’oggetto-disco a favore di quella della musica libera da vincoli di carattere fisico/feticistico. Sorprende magari un poco che tale operazione, a quanto mi risulta senza precedenti nell’ambito degli artisti italiani già (relativamente) emersi, veda protagonisti una band come i Cut e un’etichetta come la Gamma Pop, entrambi legati a concetti abbastanza “classici” di suono e strategie: il quartetto bolognese, che tutti ricorderete titolare dell’eccellente album Operation Manitoba, è infatti dedito ad una proposta di scuola punk’n’roll, mentre la label emiliana ha addirittura in catalogo un paio di lavori in vinile… Continua a leggere

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Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

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Bad Brains (1983)

Questa un minimo la devo spiegare, altrimenti rischio di passare per matto. Nell’autunno del 1983 avevo ventitré anni e la mia occupazione – quella principale: facevo anche altro – era organizzare/coordinare gli spazi dedicati alla musica “nuova” sul Mucchio Selvaggio, oltre ovviamente a scriverci. Ero lì da oltre quattro anni e per tutto quel tempo, dato che per scelta mi occupavo di punk, post-punk, avanguardie, rock “moderno” e artisti italiani, non ero esattamente ben visto dalla frangia più “reazionaria” dei lettori: una/due lettere di protesta al mese arrivavano sempre ed erano per lo più ridicole con i loro – esempio inventato ma in linea con la realtà – “ma perché regalate pagine alla new wave di merda invece che darne di più a David Bromberg o ai Rolling Stones?”; va inoltre detto che parte dello staff storico della rivista, composto da ragazzi più anziani di me, non era poi così in disaccordo con i lettori di cui sopra e almeno all’inizio mi rompeva più o meno bonariamente le palle anche per X, R.E.M., Dream Syndicate o Fleshtones. La recensione qui a seguire fu una sorta di sfogo, un “andate tutti affanculo” del quale non mi sono mai pentito. Col senno di poi non avrei magari citato Neil Young, ma se andate a guardare che dischi pubblicava in quegli anni il caro, vecchio Loner forse capirete. Ah, dei Bad Brains si parla anche qui.

Rock For Light
(PVC)
Caro presunto lettore-medio del Mucchio Selvaggio, questa recensione è dedicata a te. A te che di solito storci il naso di fronte a tutto ciò che non è rock come TU lo intendi, a te che rimpiangi i tempi del buon vecchio Neil Young, a te che sei tanto tradizionalista da non saper vedere più in là del tuo naso, a te che sei rockettaro quanto la mia prozia ultrasettantenne, a te che sai solo criticare e distruggere e non hai la più pallida idea di come si faccia a costruire qualcosa, a te che puzzi di hippy lontano un miglio, a te che odii il nuovo rock solo perché, essendo vecchio dentro, non riesci a capirlo, a te che vedi la musica divisa in compartimenti stagni, a te che venderesti tua sorella per la centoventisettesima versione su bootleg di Satisfaction, a te che in questo momento ti stai chiedendo con quale diritto mi permetta simili pubbliche affermazioni. Caro lettore, se ti sei infuriato per ciò che ho scritto finora, lascia perdere questi Bad Brains non fanno per te; se, invece, ti sei stupito del fatto che io abbia una così bassa considerazione di alcuni degli acquirenti di questo benedetto giornale, prosegui pure a leggere e poi decidi; se, infine, hai compreso il mio stato d’animo e lo condividi, allora corri a comprare Rock For Light, ti sarà difficile non amarlo. Continua a leggere

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Dark Day (1980-1983)

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

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Quintorigo (1999-2003)

Il Festival di Sanremo è da ieri in pieno svolgimento e oggi l’amico Riccardo De Stefano mi ha ricordato di quando all’edizione di diciannove anni fa all’Ariston sbarcarono gli alieni, nelle persone dei Quintorigo. Qui ne “L’ultima Thule” avevo già recuperato una lunga, illuminante intervista del 2003, ma perché negarvi il piacere di (ri)leggere quanto scrissi in tempo reale dei primi tre album della band romagnola, in cui il ruolo di frontman era rivestito da quel geniaccio – chi ritiene che il titolo sia eccessivo, vada ad ascoltare le sue prove da solista – di John De Leo? La carriera dei Quintorigo originali si chiuse con questi tre dischi. Cioè, no, a voler essere precisi fu suggellata da un CD live, Nel vivo, pubblicato nel 2004 solo in allegato al “mio” Mucchio Extra; cosa della quale, non ho problemi ad ammetterlo, vado tuttora molto orgoglioso.

Rospo
(Universal)
Sul palco di Sanremo i Quintorigo hanno fatto un figurone, per meriti propri e non grazie alla sciatteria del 90% della concorrenza: riconoscimenti, in ogni caso, loro tributati dalla critica più attenta e non dal grande pubblico, rimasto spiazzato dalla inquietante presenza di John De Leo, invasato e geniale contorsionista della voce, e dalla canzone atipica e destabilizzante – vedi ad esempio l’isolato gracidio del finale, da molti scambiato per un rutto – che dà anche il nome a questo primo album del gruppo. Continua a leggere

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