recensioni

Ligabue (1999-2016)

Oggi è uscito il nuovo album di Ligabue, Start, del quale mi sono occupato sul prossimo numero di AudioReview. Sul blog non avevo recuperato ancora nulla di ciò che ho scritto su di lui negli anni e questa mi sembra una buona occasione per farlo, precisando subito che si tratta di un artista per il quale nutro rispetto, simpatia e sincero affetto, ma che nonostante ciò non ho mancato di criticare, senza calcare la mano perché ritenevo e ritengo che Luciano sarebbe in grado di fare cose molto più belle di quelle che fa. Il discorso sarebbe lungo e complesso e quindi lo evito, lasciandovi alle mie recensioni di cinque album di studio pubblicati tra il 1999 e il 2016, cioè tutti quelli usciti nel periodo in questione tranne Mondovisione del 2013.
Piccola postilla. Il 25 novembre del 2007, quando era a Roma per i sette concerti consecutivi al Palaeur sempre sold out, Luciano non svolse alcuna attività promozionale, tranne una: terminato il lunghissimo show, attraversò Roma e attorno alle 2 e un quarto venne a trovarmi a Stereonotte, rimanendo con me fino alle 3 e mezza. Non era in alcun modo tenuto a farlo, né la cosa gli avrebbe portato vantaggi pratici, ma semplicemente aveva piacere di fare, per una volta, un tipo di radio diversa dal solito, dove poter parlare liberamente della musica da lui amata assieme a un conduttore che sapeva di cosa si stesse parlando. Fu uno splendido regalo per il quale gli sono riconoscente, e mi sembra sensato e giusto riportare qui i brani che scelse:
Jeff Buckley – Mojo Pin
Jimi Hendrix – Foxy Lady
U2 – Ultraviolet
Neil Young – Only Love Can Break Your Heart
Radiohead – Fake Plastic Trees
Rolling Stones – You Gotta Move
Nirvana – Comes As You Are
Nick Drake – Pink Moon
Bob Dylan – Visions Of Johanna

Miss Mondo
(Warner)
A parte le stimmate del rocker di razza, il talento compositivo e una schiettezza di fondo non intaccata dai successi, ci sono almeno un altro paio di elementi che contribuiscono a rendere Luciano Ligabue un artista fuori dall’ordinario: l’equilibrio strumentale e lirico di tutti i suoi brani, frutto di un perfezionismo che non sconfina peraltro nell’eccesso, e la sua immediata riconoscibilità, che non verrebbe probabilmente meno neppure se la caratteristica voce e il non meno tipico approccio alla scrittura fossero accostati a tappeti strumentali drum’n’bass o post-grunge. Continua a leggere

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Erode

Mi capita abbastanza spesso di imbattermi per puro caso in recensioni scritte anche decenni prima e totalmente rimosse dalla memoria; più che comprensibile, specie quando – come qui – si parla di una band che ha pubblicato un solo album. Però, se il livello dell’album è questo, condividere certi pensieri diventa un dovere morale; lo feci all’epoca, quasi ventidue anni fa, diffondendoli tramite due riviste dovere, e lo rifaccio oggi qui sul blog.

Tempo che non ritorna
(Gridalo Forte)
Gli Erode, purtroppo, si sono sciolti, seppur gridando forte la loro rabbia e la loro voglia di reazione costruttiva. A mo’ di testamento spirituale ci hanno lasciato un album di straordinaria forza, che attraverso suoni e parole affilati come lame e pesanti come macigni rinnova il mito di un punk inteso come strumento di lotta sociale e di risveglio delle coscienze; un punk che sotto il profilo musicale si ispira all’hardcore più o meno melodico dei primi anni ‘80 – dalla California dei Bad Religion all’Inghilterra di 4 Skins e Infa Riot – ma che nonostante la sua impronta tradizionalista si rivela maledettamente attuale e sovversivo. Continua a leggere

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Radiodervish (2002-2018)

Per la prima volta in cinque anni è mezzo è capitato che una mia recensione per Blow Up sia rimasta fuori dal giornale per due mesi di fila, e risalendo il disco all’inizio dell’estate direi che non è il caso di pubblicarla più avanti. Dato che dei Radiodervish non avevo finora (ri)proposto nulla, mi pare allora sensato recuperarla qui sul blog, assieme alle altre due sulla band barese che avevo scritto sul Mucchio ormai un bel po’ di anni fa.

Centro del mundo
(Il Manifesto)
Il disco qui preso vanta il marchio de Il Manifesto, a garanzia di un impegno che non è solo artistico ma anche sociale e/o politico, e l’indole alla rivisitazione in chiave personale e (più o meno) moderna di sonorità di area etno-folk. Nel caso di Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, noti collettivamente come Radiodervish, le “radici” sono quelle della cultura araba e mediterranea, metabolizzate e interpretate alla luce di una creatività dove la ricerca di atmosfere esotiche non punta a suscitare superficiale stupore ma è invece parte integrante di un processo intimo, legato a filo doppio alla spiritualità ma non per questo disgiunto dalle cose terrene. Continua a leggere

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Deftones (2000-2006)

Per un tot di anni, a cavallo tra i ’90 e gli ’00, sono stato un grande estimatore di quel sottogenere inizialmente definito crossover e poi ribattezzato nu-metal, recensendo, assistendo a concerti e intervistando. A un certo punto, però, mi sono stancato di seguire capillarmente il settore, limitando la mia attenzione al prosieguo di carriera delle band storiche e ben più di rado a gruppi emergenti. I californiani Deftones – che hanno anche un posto nel libro “1000 dischi fondamentali” con Around The Fur del 1997, sono comunque tra i miei favoriti, tanto da aver scritto in tempo reale di tutti i loro dischi pubblicati tra il 2000 e il 2006.

White Pony
(Maverick)
È opinione abbastanza diffusa, almeno presso gli appassionati di rock non particolarmente addentro alle “nuove tendenze”, che il crossover sia un (sotto)genere violento e abrasivo al confine con la cacofonia, una sorta di blob tra metal, del dark e dell’elettronica; una teoria alla quale anche i Deftones, con i precedenti Adrenaline (1995) e Around The Fur (1997), hanno contribuito a dare fondamento, ma che oggi è smentita da un album clamorosamente ascoltabile da tutti, a dispetto delle tante soluzioni comunque spigolose e delle forti tensioni che serpeggiano dietro melodie quasi celestiali e liriche spesso (ma non sempre) distese. Continua a leggere

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Bluvertigo (1995-2001)

Il mio rapporto con i Bluvertigo non è stato proprio sereno, mai avuto difficoltà ad ammetterlo. Eppure, ne ho recensito in tempo reale tutti gli album, cosa assai bizzarra per me che raramente torno a occuparmi di un artista dopo avere espresso la mia non-approvazione per lui. Dopo tanti anni mi fa comunque piacere accorgermi di come, a parte quella dell’esordio (non dico “condizionata” ma di sicuro un po’ “guidata” dall’antipatia istintiva per una band che sembrava finta), nei miei scritti avessi sempre evidenziato i pregi e non solo i difetti – secondo me, certo – della band. Band che secondo me avrebbe avuto i mezzi per fare ben di più, qualitativamente parlando, di ciò che ha fatto. Per chi volesse approfondire, c’è qui un’intervista che considero tra le più riuscite delle mie, mentre qui mi occupo dei primi lavori solistici di Morgan; per chi si accontenta, ecco il poker di recensioni.

Acidi e basi
(Le Cave)
Strano gruppo, i monzesi Bluvertigo, nel senso che non si capisce bene da dove vengano e dove vogliano andare. L’unico dato certo è che il loro album d’esordio oscilla tra rock tendenzialmente “estremista” (filone, diciamo, Primus) e pop in italiano, rivelandosí nel complesso personale ma lamentando carenze in termini di cattiveria (soprattutto nel cantato, spesso alla Scialpi) e incisività compositiva. Continua a leggere

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Morgan (2003-2005)

Sono passati quindici anni (e qualche mese) da quando Marco “Morgan” Castoldi debuttò da solista, e tredici (e sempre qualche mese) da quando pubblicò il suo secondo album; in mezzo, una colonna sonora. Scrissi di entrambi in tempo reale e con piacere, perché al di là della mia non facile relazione con i Bluvertigo (qui un’intervista illuminante, del 1998) ho sempre considerato il musicista milanese un artista globalmente interessante. Ripropongo adesso le mie recensioni dei dischi di cui sopra: alla prima, piuttosto lunga, diedi un titolo scherzoso come “Me, Myself And I”, mentre per l’altra fui più conciso e dunque il titolo non serviva. Con il tempo ho imparato ad apprezzare un po’ di più Canzoni dell’appartamento, mentre l’operazione di Non al denaro, non all’amore né al cielo continua a sembrarmi pretestuosa.

Canzoni dell’appartamento
(Columbia)
È con tutta probabilità destinata a suscitare reazioni di segni anche diametralmente opposti, questa prima uscita di Marco “Morgan” Castoldi al di fuori dell’ombrello Bluvertigo. Succede (quasi) sempre, con i dischi che con coraggio provano a battere strade diverse dal consueto e che per di più sono firmati da artisti controversi, di quelli che si amano o si detestano ma che eludono ogni eventuale tentativo di ignorarli: si può anche provare a far finta che non esistano, ma ecco che ce li si ritrova in TV, in libreria, nelle note dell’ultimo CD di chissà chi e persino nelle cronache rosa, con le loro facce da schiaffi, il loro egocentrismo e la loro ostentata impertinenza. Continua a leggere

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Julie’s Haircut (1998-2004)

Sul finire degli anni ’90 mi innamorai di una band italiana esordiente/emergente, composta da ragazzi pieni di entusiasmo che probabilmente mai avrebbero previsto per la loro creatura una vita così lunga. Sì, perché i Julie’s Haircut sono ancora in circolazione, benché con un organico e soprattutto un sound diverso da quello – peraltro in costante evoluzione – dei primi anni di attività. In occasione dell’uscita, avvenuta il 9 settembre, di Karlsruhe/Fountain, 12”EP in vinile tirato in trecento copie e disponibile solo presso il sito del gruppo, ho pensato di recuperare quanto scrissi sull’ensemble tra il 1999 e il 2004: le recensioni dei primi tre album, di due 45 giri, di altrettanti EP e di un concerto. Qui sul blog avevo già recuperato un’intervista del 1999, mentre nel 2013, in uno dei miei primi pezzi su fanpage.it, mi ero concentrato sul sesto album Ashram Equinox; in uno degli ultimi, invece, ho analizzato a grandi linee tutta la carriera fino all’ultimo album (il settimo) Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. Il fatto che dei Julie’s non mi occupi più assiduamente come un tempo non significa che mi siano caduti dal cuore; è solo che spesso le cose succedono e basta, senza un autentico perché.

I’m In Love With Someone
Older Than Me
(Gamma Pop)
Non conosco personalmente i Julie’s Haircut, quartetto originario di Sassuolo appena approdato all’esordio discografico con il 7 pollici I’m In Love With Someone Older Than Me, ma mi sono fatto l’idea che siano ragazzi simpatici; l’intervista di quattro pagine addietro la dice già lunga, ma ad eliminare ogni residuo dubbio provvede la scritta apposta sul retro-copertina di questo dischetto (“Fuck digital! Do it on vinyl!”, cioé “Affanculo il digitale! Fatelo su vinile!”) e il breve frammento conclusivo di assoluto caos denominato “G.G. Allin Was Innocent” (per capire il quale è necessario sapere chi è G.G. Allin: una cosa che, mi rincresce, non è possibile spiegare in questa sede). Facezie a parte, il gruppo emiliano dimostra notevoli capacità musicali sia in I’m In Love With Someone Older Than Me, sia in Perfect Country Disaster, due canzoni pop-noise tra il ruvido e il melodico che oscillano tra Pavement e Sonic Youth evidenziando una buona dose di fantasia ed una salutare, obliqua imprevedibilità; c’è vita, genuinità e ispirazione, nei Julie’s Haircut, e sarebbe errato sottovalutarli solo a causa dell’evidenza dei riferimenti: per tagliare la testa al toro serve solo un bell’album, ovviamente a 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Fever In The Funk House
(Gamma Pop)
È davvero facile, soprattutto se si è naturalmente in sintonia con gli umori più istintivi di quella strana cosa – sempre uguale e sempre diversa – denominata rock’n’roll, innamorarsi dei Julie’s Haircut. Soprattutto ora che, dopo un discreto quantitivo di pur saporitissimi ma troppo sbrigativi assaggi, il quartetto emiliano ha finalmente deciso di presentarsi nello splendore di un album che rappresenta – sono parole del gruppo “il coronamento di cinque anni di impegno nella decostruzione della musica pop, un atto d’amore per il suono che accompagna la nostra esistenza”. Continua a leggere

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Cat Power (2006)

Chan Marshall sta per tornare con un nuovo album, Wanderer, del quale l’ottimo singolo Woman (con ospite Lana Del Rey) costituisce un’illuminante anticipazione. Di lei ho scritto pochino e nell’unico precedente recupero qui sul blog l’avevo pure un po’ maltrattata; rimedio allora con questa recensione del 2006 relativa a uno dei suoi lavori senz’altro più validi.

The Greatest
(Matador)
Se l’idea di Chan Marshall/Cat Power che si ha bene impressa in mente, per esperienza diretta o per sentito dire, è quella di una ragazzetta indolente, indisponente e spesso alterata dall’alcol che abbandona il palco dopo pochi brani, o magari della tipa un po’ fuori di testa che suona in un bosco nell’allucinante e noiosissimo DVD Speaking For Trees, ascoltando per la prima volta The Greatest sarà scontato pensare subito a una curiosa omonimia. E questo perché sì, insomma, nella sua ormai più che decennale carriera l’artista americana ne ha combinate parecchie, ma nulla di paragonabile a The Greatest. Un sintomo di maturità e/o di rinsavimento? Una deviazione finalmente (?) dritta e all’insegna del rigore in un percorso che fino a oggi è stato, al contrario, quanto più possibile tortuoso e umorale? Un modo inequivocabile per dichiarare che lei è una musicista di qualità autentica e non solo una furbetta di talento abile nel far parlare di sé negli ambienti indie soprattutto con la sua scarsa diplomazia, la sua eccentricità e la sua avvenenza? Uno scherzo, per poi tornare tra qualche mese a sconvolgere con, esempi a caso, un disco di gamelan, uno di cover di fado o uno di antichi canti sumeri? Chissà. Aspettiamo, e forse (forse, ribadiamolo) lo sapremo. Continua a leggere

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Patti Smith (1988)

Mi capita abbastanza spesso di leggere commenti cattivi o comunque di derisione a proposito di Patti Smith e, non lo nego, vi verrei a cercare uno per uno per prendervi a calci nel culo. Si può discutere finché si vuole sulla qualità di certi suoi dischi, e persino su alcuni suoi atteggiamenti, ma alla Patti si deve almeno profondo rispetto, non perché sia “intoccabile” ma perché lo merita, e se non ne capite da soli le ragioni peggio per voi. Ciò detto, recupero questo breve pezzo pubblicato nel giugno di trent’anni fa, quando Patti Smith tornò in circolazione dopo quasi nove anni di volontario ritiro dalle scene; non era una recensione vera e propria, perché al tempo della stesura dell’articolo il nuovo disco non era ancora interamente disponibile, bensì una raccolta di “anticipazioni e commenti a caldo” che si affiancava a un articolo di Riccardo Bertoncelli sulla carriera storica dell’artista. L’atipica scelta editoriale la dice lunga, credo, su quanto il ritorno fosse percepito come importante. A seguire, la mia recensione standard di qualche mese dopo, che con il senno di poi definirei un po’ troppo benevola.
Se ne vociferava da così tanto tempo, peraltro senza che trapelassero informazioni attendibili al riguardo, che il nuovo album della Sacerdotessa Smith a ben nove anni da Wave sembrava essere una specie di Araba Fenice (“che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa”). Ed è proprio la consapevolezza dell’eccezionalità dell’evento che mi ha indotto a vincere la mia ben nota avversione per le anteprime (reali e fittizie) e a divulgare a mezzo stampa in contemporanea alla sua diffusione sul mercato qualcosa di concreto su quest’opera che da circa due anni tiene in ansia gli appassionati di tutto il mondo. Se il diavolo non ci ha messo nel frattempo la coda, molti di voi dovrebbero avere già ascoltato People Have The Power/Wild Leaves, il 45 giri programmato per il 6 giugno. Continua a leggere

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Biglietto per l’Inferno (1974)

Claudio Canali è stato il frontman dell’organico storico del Biglietto per l’Inferno, una delle formazioni-cardine del progressive italiano; un paio di giorni fa, a sessantasei anni, è morto nel convento toscano dove da anni risiedeva. Nel giro, il fatto che il cantante di una band chiamata così e tra l’altro autore di testi molto critici nei confronti della religione avesse deciso di diventare frate eremita ha spesso suscitato ilarità nel giro degli appassionati, ma la singolare scelta è figlia di questioni personali sulle quali – al di là del proprio pensiero nei confronti della Fede – non mi pare il caso di fare dell’ironia, specie in questo momento. Per ricordare Fra’ Claudio recupero allora questa scheda del primo, album del Biglietto per l’Inferno, tratta da un lungo pezzo sui dischi essenziali del progressive italiano uscito nel 2014 al quale ho largamente contribuito. È un disco bello, particolare e interessante, che vale senza dubbio la pena di conoscere.
Biglietto per l’Inferno
(Trident)
Al di là di un 45 giri, dei due CD postumi e della reunion (molto) parziale e comunque di diverso orientamento stilistico, il cuore della carriera di questo giovane sestetto originario dell’area di Lecco è nei trentasei minuti dell’album in oggetto, lontano dalle classiche morbidezze del filone romantico/sinfonico e, al contrario, contraddistinto da marcati accenti hard e dai toni per lo più cupi e inquietanti dell’organo e del moog. A rendere il tutto più suggestivo, i testi di Claudio Canali, che esprimono disagio sociale e giudizi ben poco accondiscendenti nei confronti della religione e del clero: un anelito di spiritualità che sarebbe stato appagato quando nel 1990 il cantante – che suonava anche, e con grande efficacia, il flauto – avrebbe preso i voti come frate eremita.
Apprezzato dalla critica ma poco fortunato sotto il profilo commerciale, Biglietto per l’Inferno allinea cinque pezzi ben congegnati sul piano della scrittura e non particolarmente appesantiti negli arrangiamenti. Se Una strana regina, proposta come singolo, vive di sonorità pacate che rimandano a certo beat psichedelico dei tardi ‘60 (fa eccezione il più grintoso segmento centrale), il resto della scaletta non fa che alternare trame ruvide e compatte a momenti più eterei e melodici. Una scelta di campo, quella dei cambi di ritmo e di atmosfere, che rende la formula del gruppo imprevedibile e intrigante tanto in Ansia e Il nevare quanto nei capolavori Confessione e L’amico suicida, che superano rispettivamente i sei e i quattordici minuti. Forte dei ruggiti della Gibson Les Paul di Marco Mainetti, degli incisivi fraseggi tastieristici dei due Giuseppe (Banfi e Cossa) e della voce duttile di Canali, senza dimenticare il valore aggiunto degli interventi del flauto e il dinamismo del basso di Fausto Brachini e della batteria di Mauro Gnecchi, il debutto della band lombarda è una delle testimonianze più ispirate e “ruspanti” del nostro progressive. Lo stesso non si può dire del valido ma più addomesticato Il tempo della semina, inciso un anno dopo con la produzione di Eugenio Finardi ma diffuso sul mercato solo nel 1992.
Tratto da Blow Up n.190 del marzo 2014

(chi fosse interessato all’intero articolo può acquistare l’arretrato qui)

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Le Luci della Centrale Elettrica (2017)

Ho già recuperato mio materiale d’epoca relativo a Le Luci della Centrale Elettrica, nome d’arte scelto da Vasco Brondi per il suo progetto cantautorale: la recensione del primo album e un’intervista realizzata poco prima dell’uscita del secondo. Non essendomi purtroppo occupato del terzo album, estraggo dall’archivio quanto scrissi quasi un anno e mezzo fa a proposito del quarto, non scendendo più di tanto nello specifico ma approfittandone per dichiarare una volta in più il mio sincero apprezzamento per l’artista di Ferrara, che – lo ammetto senza alcun problema – mi trovo a riascoltare piuttosto spesso.

Terra
(Cara Catastrofe)
Nove anni esatti fa, con Canzoni da spiaggia deturpata, Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica entrava con pieno merito nella storia della musica italiana, nello specifico in quell’ambito a mezza strada fra il rock e la canzone d’autore. Non sembri un’affermazione esagerata: al di là dell’approccio istintivo, spigoloso e inusuale, quel disco d’esordio ha segnato nel profondo la scena nazionale cosiddetta alternativa, assurgendo al rango di modello – stilistico e ideale – per un’infinità di nuovi aspiranti protagonisti e divenendo, di fatto, identificativo di una generazione. Il percorso seguente, comunque in buona parte condizionato dal desiderio di fedeltà alla formula e dalla difficoltà di partorire lavori altrettanto dirompenti e cruciali, si è poi rivelato più valido di come si potesse a ragione temere, con dischi apprezzabili quali Per ora noi la chiameremo felicità e Costellazioni; adesso, con il quarto capitolo della saga, appare ormai chiaro che con il trentatreenne ferrarese si dovrà continuare a fare i conti. Per fortuna, almeno a parere del sottoscritto.
I dieci episodi di Terra fotografano al meglio la poetica matura di Brondi. Sul piano strutturale, manca per forza di cose – non è novità – l’urgenza abrasiva del debutto, ma la ricchezza di riferimenti (talvolta di sapore esotico) e di “colori” garantiscono maggiore eclettismo e godibilità, a dispetto di un canto infonfondibile dove le declamazioni mai troppo enfatiche si stemperano efficacemente in trame più modulate; il tutto rimane però al servizio di testi atipici ma coinvolgenti a livello di visioni surreali, concetti di spessore dichiarati senza ricorrere agli slogan, calembour e (moderato) citazionismo. Una gran bella sintesi, ispirata e personale oltre che dotata di capacità ipnotico-suggestive delle quali è facile innamorarsi.
Tratto da AudioReview n.386 dell’aprile 2017

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Tiersen/Wright

Nessuna ragione particolare per questo recupero, se non che il disco che ne è oggetto mi è capitato sotto gli occhi per caso. Da lì la ricerca della recensione, che ricordavo bene di aver scritto ma che curiosamente mancava dall’archivio digitale, la sua conversione in file dalla copia cartacea e il naturale collegamento a quest’altro album, uscito più o meno nello stesso periodo. L’unica collaborazione tra Yann Tiersen e Shannon Wright è un lavoro piuttosto dimenticato, ma rimane ancora stimolante e godibilissimo.

Yann Tiersen & Shannon Wright
(Ici d’ailleurs/Self)
Si consuma in dieci tracce e neppure trentanove minuti, quello che anche al di là dei risultati va considerato uno degli incontri più curiosi e stimolanti degli ultimi tempi: un incontro fra due personaggi dotati di propri, spiccatissimi requisiti, seppur resi compatibili da questioni di sensibilità. Conta poco che lui vanti natali francesi e lei americani, che lui sia un polistrumentista con una speciale predilezione per il piano e lei una fanciulla per lo più con chitarra, che lui abbia fama di artista colto e che lei frequenti il giro del folk alternativo, che lui limiti al minimo indispensabile l’utilizzo della voce e che lei sulla voce abbia costruito le proprie fortune; conta, invece, che le loro anime si siano trovate in sintonia, che le loro corde abbiano vibrato all’unisono, che dalla loro voglia di contaminarsi a vicenda sia scaturito qualcosa in grado non di stravolgere l’odierno panorama musicale – ammesso e assolutamentente non concesso che ciò sia possibile – ma quantomeno di toccare a livello non epidermico quanti, nella musica e non solo, cercano emozioni vere e non insignificanti pur se perfette pantomime. Continua a leggere

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Sub Pop, 1982

Mi sveglio, ristabilisco la connessione con la vita a occhi aperti, butto uno sguardo a Facebook e scopro un discreto fiorire di post celebrativi del trentennale della Sub Pop, legati – quale più, quale meno – agli eventi organizzati dall’etichetta stessa per festeggiare. In realtà quello che si sta celebrando è il trentesimo compleanno dell’accordo tra Jonathan Poneman (l’attuale boss) e il fondatore Bruce Pavitt (uscito dalla società nel 1996), accordo che di fatto servì a lanciare la Sub Pop che ha fatto la storia. Per la cronaca, l’inizio dell’attività risale al 1979 e il primo disco in vinile (già con il famoso marchio il bianco/nero) è del 1986, ma chi è interessato ai dettagli può trovarli qui.
Per quanto mi riguarda, ho scoperto la Sub Pop all’inizio degli anni ’80, con la fanzine, e nel marzo 1982 ho anche recensito sul Mucchio la cassetta “Sub Pop 5” inviatami da Bruce Pavitt con cui ero in contatto epistolare. Ecco dunque direttamente dal mio baule dei ricordi non solo il mio breve scritto, ma pure la lettera con la quale Bruce mi chiedeva un po’ di supporto promozionale. Insomma, non è un merito perché la vecchiaia non lo è, ma “sono stato Sub Pop / prima di voi”. Stateci. (emoticon che ride)
Sub Pop 5
(Sub Pop)
Interessante iniziativa della fanzine statunitense Sub/Pop, che diffonde, assieme al numero 5, una cassetta C 60 contenente performance sonore di ventidue band o solisti, nessuno dei quali proviene da zone musicalmente “elevate” come New York, Los Angeles o San Francisco. L’intento di Sub/Pop, fin dai suoi inizi, è infatti quello di pubblicizzare quanto più possibile l’attività degli artisti che operano in luoghi degli Stati Uniti dove il nuovo rock si trascina a livello underground, e questa cassetta non è che il primo dei tentativi della rivista per richiamare concretamente l’attenzione su aree come Oregon, Maryland, Kansas, e così via. Accade così che, accanto a composizioni senza troppe pretese, appaiano gioiellini di innegabile valore quali It Hurts Me To Remember dei Product One, Rubber Heads dei Nurses, Spy vs. Spy dei Pell Mell, Lifespan degli Embarrassment o Tronada dei Ray Milland, tutti brani che dimostrano come anche in posti depressi possa fiorire musica valida e interessante. Il nastro + fanzine, poi, costa solo 5 dollari comprese le spese postali, e questo costituirà sicuramente un incentivo all’acquisto per tutti coloro che si interessano delle più disparate forme di sonorità underground. Sub/Pop fa anche sapere di essere interessata a canzoni di gruppi italiani, per un’eventuale uscita su cassette di prossima realizzazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982

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Thin White Rope (1985-1992)

Frugo l’archivio digitale e cartaceo in caccia di materiale riguardante i Thin White Rope e dopo parecchie peripezie ne estraggo quattro recensioni di album veri e propri (manca all’appello solo il secondo, Moonhead), due di uscite per così dire secondarie formato mini-LP (manca Red Sun, del 1988) e uno dei due postumi più importanti (l’altro è il live The One That Got Away del 1992, che avrei giurato di aver trattato da qualche parte ma vai a capire se e dove). Un gran bel bottino, nel quale rilevo una scrittura spesso più fantasiosa e visionaria rispetto ai miei standard (no, non mi drogavo; i Thin White Rope bastavano eccome a far viaggiare), che dimostra quanto grande fosse il mio amore, in tempo reale, per questa band straordinaria della quale chi c’era si ricorda ma che è purtroppo ignota a quasi tutti quelli che non c’erano.

Exploring The Axis
(Frontier)
Nelle cerchie di appassionati di rock underground il nome Thin White Rope è noto già da parecchio tempo, nonostante il debutto discografico del complesso californiano sia avvenuto solo ora; la nutrita produzione di esaltanti demo-tape e la pubblicità fatta al gruppo da qualche eminente personalità della scena americana (il produttore Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, ad esempio), hanno fatto sì che il primo vinile del quartetto divenisse uno dei lavori più attesi del 1985, almeno per coloro che nella musica cercano freschezza, ispirazione e passione. E i Thin White Rope, figli dei deserti assolati di giorno ed incredibilmente scuri dopo il tramonto, non hanno davvero deluso le aspettative di chi li considerava una grande promessa: Exploring The Axis, ottimamente prodotto da Jeff Eyrich (Plimsouls, Gun Club), è un esordio di rara bellezza, di quelli che conquistano dal primo ascolto stupendo solco dopo solco con la loro verve e il loro fascino.
Sotto il profilo sonoro, siamo di fronte a una raccolta di canzoni non eccessivamente elaborate, di più o meno vaga derivazione country ma di solida impostazione rock’n’roll; sono canzoni sinuose, avvolgenti, valorizzate da una chitarra a tratti acida e a tratti limpida alla quale si contrappone il canto pacato, armonioso e “strascicato” di Guy Kyser, mente compositiva e leader della band oltre che probabile ammiratore di Roger McGuinn. I suoi brani sono fra i più evocativi dell’attuale panorama rock e l’uno dopo l’altro, senza neppure bisogno di particolare concentrazione. ammaliano e magnetizzano, proiettano visioni, luci e colori di terre solitarie, di natura selvaggia, di ricordi ancestrali ai quali è dolcissimo abbandonarsi. Non si tratta, comunque, di sterile fuga di sapore allucinogeno, ma di un modo concreto e reale di vivere emozioni sopite, confondendo il vecchio West con il nuovo ma non dimenticando come, in questi mondi paralleli, la vita vada a braccetto con la morte, l’estasi delle lande si mescoli con la possibile disidratazione e l’incanto de1l’avventura giochi una interminabile partita a poker con le pallottole vaganti. Continua a leggere

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Mark Lanegan (1998-2001)

Pur avendo scritto un sacco di volte degli Screaming Trees, ho cominciato a recensire il Mark Lanegan solista solo a partire dal terzo album. Mi sono poi abbastanza rifatto, occupandomi di sei degli otto pubblicati a suo nome fino al 2017, nonché del primo dei tre frutto della “strana” collaborazione con Isobel Campbell. Rimandando a qui per Blues Funeral (2012), Imitations (2013) e Phantom Radio (2014), ripropongo ora le mie considerazioni in tempo reale per il formidabile terzetto composto da Scraps At Midnight, I’ll Take Care Of You e Field Songs.

Scraps At Midnight
(Sub Pop)
Come i precedenti The Winding Sheet (1990) e Whiskey For The Holy Ghost (1993), anche il terzo album da solista di Mark Lanegan – voce di quell’autentica forza della natura chiamata Screaming Trees – ha ottenuto solo (pur ampi) consensi di culto. Un fatto più che comprensibile per un disco lontano anni luce da qualsivoglia tendenza alla moda, che viaggia sui binari di un rock sommesso ed evocativo, costruito su schemi elettroacustici sui quali gravano influenze importanti: innanzitutto il blues, da sempre fulcro dell’ispirazione del cantante (e chitarrista) americano, e poi le ballate intimiste e crepuscolari di autentici maestri quali Leonard Cohen, Neil Young, David Crosby e Nick Cave. Continua a leggere

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Giant Sand (1985-1986)

Carta canta e dunque posso affermarlo senza alcun timore di smentita: ho amato i Giant Sand dall’inizio. Ho perso solo la primissima fasea nome Giant Sandworms, iper-underground e all’insegna di un sound comunque diverso, e vado tra l’altro molto fiero di avere direttamente contribuito all’abnorme discografia della band americana allegandone un CD dal vivo a un numero del “mio” Mucchio Extra. A livello di scritti su di essa sono però stato piuttosto incostante, tanto che la sola sequenza significativa di recensioni – in un quadro che curiosamente non comprende né monografie, né interviste – è quella relativa ai primi due 33 giri, rispettivamente di trentatré e trentadue anni fa. Dischi assolutamente degni di (ri)scoperta, nel caso qualcuno nutra qualche dubbio.

Valley Of Rain
(Black Sand/Enigma)
Compatta e inarrestabile,la provincia americana continua a sfornare band su band, lanciandole sul mercato grazie all’appoggio di alcune piccole/grandi etichette; peccato solo che in Europa tali prodotti giungano a prezzi proibitivi, impedendo in tal modo una loro più consistente affermazione di vendita e una loro adeguata valorizzazione presso i numerosi appassionati di nuovo rock. Continua a leggere

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45 Grave

Nei primi ’80 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a interessarsi con estrema attenzione alla scena underground americana, con una particolare passione per quella fiorita in California. Reperire i dischi “minori”, ovvero opera di band non (ancora?) emerse era problematico ma io ci riuscivo quasi sempre, e dunque oggi mi ritrovo con l’archivio pieno di articoli su gruppi poi divenuti di culto. Uno, “parallelo” ai Vox Pop, erano i 45 Grave, che in carriera hanno pubblicato un unico, vero album; in questa pagina ho raccolto quasi tutto ciò che ho scritto su di loro a partire dal 1982.


Per la Bemisbrain Records, etichetta personale dei Modern Warfare, è uscita un’ottima compilation dall’esp1icativo titolo Hell Comes To Your House, cui hanno partecipato formazioni californiane più o meno conosciute. Nella facciata B i 45 Grave impressionano notevolmente con tre canzoni ricche di perversione e malvagità, infarcite di quel senso “dark” e dell’orrido che ultimamente ha trovato molti seguaci sulla West Coast. Più pacata Evil, più violenta Concerned Citizen (dal repertorio dei Consumers, uno dei primi gruppi punk dell’area di L.A., rimasto purtroppo senza documentazione discografica) e stupenda 45 Grave, vero inno del gruppo della cantante Dinah Cancer, del chitarrista Paul Cutler (già nei Consumers, appunto) e dell’ex Germs Don Bolles. Del quintetto è anche da segnalare il singolo Black Cross/Wax (Goldar Records), il cui stile non si distacca da quello degli episodi della raccolta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982

Sleep In Safety
(Enigma)
È un vero peccato, va detto, che i 45 Grave, pionieri californiani del gothic punk abbiano confezionato il loro 33 di debutto solo dopo che decine e decine di altre formazioni di mezzo mondo ci abbiano riempito il cervello di visioni apocalittiche, immagini macabre e funeree, demoni, streghe e via enumerando. Peccato, perché questo Sleep In Safety corre il rischio di essere lasciato in disparte come prodotto poco significativo, nonostante i suoi autori siano ormai da parecchi anni uno dei cardini del movimento “dark” statunitense. Dal punto di vista sonoro, il disco offre indubbiamente numerose attrattive, vuoi per la versatilità compositiva e interpretativa del gruppo (in cui militano l’ex Germs Don Bolles, l’ex Screamers Paul Roessler, l’acida cantante Dinah Cancer, il chitarrista Paul B. Cutler e il bassista Rob Graves, tutti personaggi assai noti dalle parti di Los Angeles), vuoi per l’indubbio potenziale “magnetico” di certi brani, vuoi anche per l’originalità di un sound derivato dal punk ma spesso scosso da efficaci divagazioni nel metal e nel dissonante. Non mancano, naturalmente, i difetti, primo fra tutti una tendenza eccessiva allo shock più brutale che scade a tratti quasi nel patetico (tali considerazioni riguardano comunque solo i testi), ma Sleep In Safety rimane in ogni caso un lavoro personale, interessante e dotato di spunti notevolissimi, sicuramente imperdibili per i cultori del rock oscuro e tenebroso. L’altro grande difetto è il prezzo di quasi 20.000 lire, “grazie” alla corsa verso l’alto del dollaro. Valutate voi se conviene tentare l’acquisto a scatola chiusa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.74 del marzo 1984

Autopsy
(Restless)
Nell’attuale clima di recupero di preziosi cimeli del miglior punk rock non c’è affatto da meravigliarsi che la Restless abbia voluto riesumare vecchie incisioni (in massima parte inedite) dei 45 Grave, formazione californíana che nella prima metà degli anni Ottanta fu artefice di un dark-punk assai originale ed espressivo; infatti, al di là delle sue relative implicazioni “commerciali” – il chitarrista e leader del gruppo, Paul B. Cutler, è oggi il principale sodale di Steve Wynn nei Dream Syndicate – la pubblicazione di questo Autopsy va intesa come un vero e proprio omaggio alla carriera di una band misconosciuta, che non sempre è stata in grado di offrire, nelle sue prove discografiche, testimonianze interamente attendibili del suo valore e della sua genialità.
Sottotitolato Retrospectives And Rarities, quest’album riporta alla luce le prime tre composizioni pubblicate dal gruppo (Black Cross e Wax, dal singolo di debutto, e Riboflavin-F1avoured, Non-Carbonated, Polyunsaturated Blood, dalla raccolta Darker Scratcher) e presenta su vinile altri dodici brani dei quali solo Dream Hits, Partytime e Surf Bat erano già apparsi in versioni differenti; le registrazioni, non impeccabili ma comunque di buona qualità, sono antecedenti alla trasfonnazione in chiave kitsch del sound del1’ensemble e mostrano i 45 Grave in una veste quasi sempre violenta e corrosiva, meno elaborata rispetto alle loro altre produzioni (l’album Sleep in Safety e i 12 pollici Phantoms e School’s Out) ma di sicuro più ricca di spontaneità e forza trascinante. Oltre all’indiscutibile talento di Paul Cutler, il disco evidenzia le doti di Dinah Cancer, una cantante davvero acida e brutale, la potenza e il tiro della sezione ritmica di Don Bolles (batteria, ex Germs) e Rob Ritter (basso, ex Bags e Gun Club) e gli interventi del secondo chitarrista Pat Smear, anch’egli proveniente dai mitici Germs; specie nella prima facciata, che comprende in massima parte stralci del repertorio dei Consumers (formazione pre-45 Grave nella quale hanno militato Cutler, Ritter e Bolles), il quintetto propone irresistibili inni violenti e viscerali, bilanciati nella seconda da episodi più eterogenei quali Surf Bat (il titolo è assai esplicativo), Wax (una litania malata) e Partytime (un allucinato “hardcore-metal-dark”). Su tutti i solchi, comunque, aleggiano atmosfere inquietanti e riferimenti macabro-esoterici: gli stessi elementi che, uniti alla bontà delle trame musicali e al look terrificante dei musicisti, hanno dato ai 45 Grave l’attenzione di critica e pubblico nella Los Angeles underground del periodo 1980-1984. Un grande 33 giri di punk rock atipico e devastante, e non solo un feticcio di esclusivo valore collezionistico e documentale, a disposizione di chi non ha timore di dissotterrare spoglie mortali alla ricerca di piccoli tesori. Avventurarsi nella necropoli dei 45 Grave sarà un’esperienza prodiga di soddisfazioni.
Tratto da Rockerilla n.90 del febbraio 1988

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Monkey

Esattamente dieci anni fa, il 22 luglio del 2008, recensivo per il Mucchio questo bizzarro album – legato a Damon Albarn – che sarebbe uscito di lì a un mesetto. Dopo averlo fatto, con il poco aiuto offerto da informazioni lacunosissime, mi sono dimenticato non solo della recensione ma anche del disco, che per di più non credo nemmeno di possedere. Cose che succedono non spessissimo ma a volte sì, e la sensazione di rileggere qualcosa di proprio come se ad averla scritta fosse stato qualcun altro è piuttosto curiosa.

Journey To The West
(XL)
Benché le (scarne) note di presentazione lo definiscano come “il nuovo progetto di Damon Albarn e Jamie Hewlett (Gorillaz)”, in Journey To The West non sembra esserci traccia della voce del frontman dei Blur; e se anche da qualche parte ci fosse, cosa che la fumosità studiata ad arte dei comunicati-stampa ha impedito di appurare, la sua presenza sarebbe comunque ininfluente. L’album dei fantomatici Monkey, che da Albarn è peraltro composto e prodotto, non ha infatti nulla a che spartire con il pop-rock convenzionalmente inteso, ma è “l’estensione discografica” di un’opera musical-teatrale che si basa su antichi scritti cinesi cantati in mandarino – e della quale Hewlett è responsabile degli aspetti visivi, dai costumi alle animazioni e quant’altro – presentata a Manchester nel 2007, per essere poi riportata in scena a Londra a partire dallo scorso 23 luglio.
Insomma, dimenticatevi di trovare in questi cinquanta minuti, suddivisi in ventidue tra brevi frammenti e composizioni più lunghe e articolate, una nuova Beetlebum o un’altra Clint Eastwood, ma non pensate neppure a una versione in chiave orientale dell’esperienza The Good, The Bad & The Queen: Journey To The West, al quale hanno contribuito – in numero sembra superiore al centinaio, anche se la prospettiva è falsata da un coro di rara imponenza – “musicisti e cantanti europei e cinesi” al momento non ancora identificati, è tranquillamente collocabile nella stessa casella stilistica dei Residents più “accessibili”. Legittimo parlare, insomma, di un atipico incontro sotto l’ombrello della cosiddetta world music tra pop, sonorizzazione e (sullo sfondo) avanguardia, il tutto all’insegna di un continuo incastrarsi di ritmi incalzanti e dilatati, interventi vocali più o meno bizzarri, strumentazione non sempre convenzionale, atmosfere stranianti che non disturbano ma che anzi, si rivelano abbastanza spesso suggestive. Non chiamatelo però divertissement, perché è noto che Albarn prende le cose maledettamente sul serio… e magari ne approfitterebbe per mettere il broncio e rimandare ulteriormente il nuovo album dei Blur, che si fa purtroppo attendere da ormai cinque maledettissimi anni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.650 del settembre 2008

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