recensioni

Hüsker Dü (1982)

In un giorno imprecisato del gennaio 1982 vide la luce il primo LP di una band poi giustamente celebrata come mitica. Sono abbastanza certo di averlo ricevuto/acquistato appena in tempo per scriverne in fretta una breve recensione e inserirla nel numero di maggio del Mucchio, perché quello che potete leggere qui sotto è – a livello di forma – piuttosto imbarazzante perfino il me di allora. A contare, però, è la sostanza. Giusto?

Husker Du cop

Land Speed Record
(New Alliance)
Provenienti da Minneapolis, dopo aver realizzato un 45 giri (Amusement) dal contenuto completamente diverso da quello di Land Speed Record, gli Hüsker Dü sono l’ultima scoperta della New Alliance, label specializzata in forme musicali senza compromessi. Inciso dal vivo nell’agosto 1981, Land Speed Record è un album semplicemente incredibile per velocità e durezza, con diciassette brani violentissimi in classico stile hardcore punk. Bob Mould (chitarra e voce), Greg Norton (basso e voce) e Grant Hart (batteria e voce) sono gli artefici di un sound ancora grezzo e certo non valorizzato dalla registrazione live, ma aggressivo e mozzafiato come pochi; molti episodi, poi, sono ben costruiti a livello compositivo, fatto non sempre riscontrabile nella musica di parecchi gruppi hardcore.
Land Speed Record è insomma un disco imperdibile per gli amanti del punk più brutale, genere del quale gli Hüsker Dü si rivelano tra i più brillanti esponenti. Buy it!
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982)

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Dischord 1981-1982

Quarant’anni fa, giorno più giorno meno, mi trovavo a scrivere l’ennesimo articolo “sovversivo” su musiche invise a tutti i lettori tradizionalisti e a quasi l’intero staff. Dato che notizie su certe band ne circolavano poche e si viveva all’insegna del “tutto e subito”, i miei scritti – per di più di ventunenne – non erano esattamente pieni di dettagli, e inoltre lo spazio sempre tiranno mi obbligava a condensare ferocemente. Non rinnego comunque nulla e, anzi, rivendico con orgoglio di essere probabilmente stato il primo in Italia a dare risalto alle prime uscite della poi famosissima Dischord; non perché fossi un genio, ma perché ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e con l’entusiasmo giusto. Poi, ovvio, c’è entrata di mezzo anche un minimo di lungimiranza.

Che Washington D.C. (District Columbia) divenisse in breve tempo zona d’operazione dei kids più arrabbiati degli Stati Uniti era cosa non certo facile da prevedere; comunque, forse anche a causa dello stretto contatto con Ronald Reagan, in città il bisogno di violenza sonora è esploso con inaudita ferocia, provocando la nascita di un considerevole numero di nuove band tutte dedite a un hardcore punk che in quanto a potenza non ha nulla da invidiare a quelli californiano o britannico. L’onere di imprimere su vinile le proposte dei gruppi locali è stato ottimamente assunto dalla Dischord Records, piccola label lanciatasi con entusiasmo nella produzione di dischi a 7 pollici, ognuno contenente parecchi brani (ovviamente brevissimi); con questo marchio sono usciti EP di Teen Idles, S.O.A., Minor Threat, Government Issue e Youth Brigade, mentre al momento in cui leggerete queste righe dovrebbe essere già in circolazione un album con trenta tracce di vari gruppi locali (quelli citati con l’aggiunta di altri dai nomi non meno esplicativi: Untouchables, Artificial Peace, Red C, Iron Cross…). L’intraprendente etichetta ha anche prodotto, assieme alla Touch & Go, il secondo EP dei Necros, recensito due mesi fa su queste stesse pagine.
Dilungarsi troppo su ciascuno dei dischi significherebbe andare incontro a continue ripetizioni, giacché i loro contenuti si assomigliano un po’ tutti: punk rock quasi sempre velocissimo e assordante, composizioni di un minuto circa di durata, aggressività sparsa a piene mani. Questo non vuol dire, però, che le varie band siano uguali, perché – tutti lo sapete – i modi di suonare hardcore sono piuttosto numerosi: i modelli piu noti ai quali allacciarsi sono sempre Black Flag o Circle Jerks, le due formazioni californiane che, bene o male, hanno “inventato” il genere in America, ma le sfumature sonore che differenziano fra loro i complessi Dischord conferiscono a ciascuno di essi una ben precisa identità. I migliori del lotto sembrano essere i Minor Threat, il cui primo EP Filler raccoglie otto pezzi quasi tutti di buona fattura, fra le quali spiccano il manifesto Straight Edge, Bottled Violence e Small Man, Big Mouth; il gruppo si è sciolto nel settembre dello scorso anno dopo appena dieci mesi di attività, ma ha fatto in tempo a registrare altri quattro brani che di recente hanno visto la luce nell’EP In My Eyes, forse appena inferiore al precedente ma sempre interessante.
Mentre i Minor Threat proponevano un sound semplice e compatto, un po’ alla Circle jerks, i Government Issue (con i quali suona l’ex bassista dei Minor Threat) lasciano spazio a soluzioni più caotiche e disarmoniche, come si può facilmente desumere dall’ascolto di Legless Bull, il loro EP con nove “canzoni”. Ricchi di energia, anche se un po’ poco fantasiosi, Teen Idles e S.O.A., entrambi con un disco all’attivo (rispettivamente Minor Disturbance e No Policy); il cantante dei secondi, ora separati, fa da qualche mese parte dei Black Flag. Infine, il numero 6 del catalogo Dischord è Possible, EP con sette tracce dei Youth Brigade, dal sound sporco e nervoso; anche questo gruppo ha da poco interrotto l’attività, ma questo 45 giri resta per fortuna a documentare l’esistenza di una band che avrebbe certamente potuto dare altre valide realizzazioni.
Pretendere di trovare nei prodotti Dischord musica di alto livello tecnico o proposte che spicchino per originalità sarebbe eccessivo, ma chi cerca potenza, rabbia e feeling difficilmente rimarrà deluso dalla scena di Washington; se come i Government Issue siete stanchi di rock’n’roll bullshit, la Dischord è quel che fa per voi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.50 del marzo 1982)

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Black Flag (1981)

Il primo, leggendario album dei Black Flag ha compiuto quarant’anni. Fui tra i fortunati che lo “vissero” in tempo reale ed ebbi anche l’opportunità di recensirlo, cosa che feci con sincero entusiasmo ma anche in modo forse un po’ confuso, perché a ventun anni non padroneggiavo ancora benissimo la lingua italiana e la corretta esposizione giornalistica, diciamo così. Alla parole del 1981 ho così pensato di aggiungere un piccolo stralcio di quanto scrissi del disco alla fine del 2013, nell’ambito di una lunga monografia sulla band californiana.

Black Flag cop

Damaged
(Unicorn/SST)
Con Damaged i Black Flag danno finalmente prova della loro grandezza in modo più completo di quanto avessero fatto i numerosi brani precedentemente usciti in EP e compilation . È un disco estremo, nel senso che raggiunge livelli di aggressività e violenza finora mai toccati dal punk; è un disco caotico e disarticolato, ma per scelta deliberata e non certo per mancanza di possibilità tecniche; è insomma la quintessenza della rabbia, il massimo della cattiveria e l’apice della crudeltà, nonostante non tutti i suoi episodi siano suonati a velocità mozzafiato. Il paragone con l’altro sinonimo di estremismo, i Discharge, è perciò d’obbligo, ma i Black Flag sono a mio parere migliori, poiché dimostrano di possedere maggiore fantasia, componendo pezzi più vari rispetto alla band britannica.
Come ho già scritto altre volte, i Black Flag inizialmente non avevano stile, ma attraverso l’esperienza hanno saputo fare uno stile del loro “non-stile”. Damaged è per ora il punto d’arrivo, e valeva davvero la pena di attendere quattro anni per avere un prodotto del genere. Non che sia perfetto, perché oltre ai pregi esalta anche i “difetti” della band, ma è meglio così: puro, incontaminato, incontrollabile e bestiale. Gli episodi che preferisco sono quelli più veloci, alcuni dei quali dovrebbero essere già noti ai numerosi fan del gruppo di Los Angeles, che comprende ora cinque elementi tra i quali il nuovo cantante Henry Rollins, ex S.O.A.: Rise Above, Six Pack, Thirsty And Miserable, Police Story, Gimmie Gimmie Gimmie, Depression, Padded Cell, Life Of Pain. Fino a pochi mesi fa non amavo alla follia i Black Flag, anche perché le loro precedenti prove discografiche erano discontinue, ma ora, grazie a DamagedI’m beginning to see the light.
(da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982)

Per le session, con la produzione dal solito Spot, i Black Flag avevano preparato una scaletta con tre brani già usciti in altra veste (Six Pack, Damaged I e la Depression della colonna sonora di The Decline Of Western Civilization) e dodici per lo più rodati dal vivo, come i travolgenti Gimmie Gimmie Gimmie e Police Story. Nonostante le riserve del produttore Spot, che pur non gradendo gli intrecci “impastati” delle chitarre si rimetteva alla volontà dei musicisti e non interveniva, Damaged è scolpito nella storia come uno degli album fondamentali del punk: corrosivo, convulso e intensisissimo, sorpassa di slancio gli abituali schemi basati su pochi accordi e velocità mozzafiato, imponendosi come manifesto totale di un estremismo rock’n’roll dove la foga barricadera e la cura dei dettagli convivono in miracolosa armonia. Non un attimo di tregua, dall’assalto di Rise Above ai gemiti e alle allucinazioni di Damaged I (il primo testo composto dal neo-cantante), incrociando la furia acida di Thirsty And Miserable, l’enfasi filo-Oi! di TV Party e molto altro. Un pugno in pieno viso, con annesso bollettino medico, come quello sferrato allo specchio nella foto di copertina da un irriconoscibile Henry Rollins.
(da Blow Up n.188 del gennaio 2014)

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New Order (1981)

Non ho problemi ad ammettere che, a livello di “pancia” e non di cervello, i New Order non sono uno dei miei gruppi preferiti; insomma, il Guglielmi studioso della musica ne riconosce le doti ma il Guglielmi semplice appassionato li ascolta di rado e, comunque, non ne apprezza certo tutti i dischi. All’epoca dell’album di debutto, pubblicato dalla mitica Factory il 13 novembre 1981, le posizioni dei due Guglielmi di cui sopra erano perfettamente allineate.

New Order cop

Movement
(Factory)
Molte speranze e qualche giustificato timore erano il contorno al1’attesa di questo primo album di Peter Hook, Bernard Albrecht e Stephen Morris non etichettato con il nome Joy Division. Il “nuovo ordine” intrapreso dai tre musicisti (ai quali si è aggiunta la tastierista Gillian Gilbert), che hanno addosso il peso di un’eredità forse eccessiva, aveva già dato qualche frutto con i 45 giri Ceremonye Procession, gioiellini solo parzialmente adatti ad appurare l’effettiva consistenza della band, inizialmente paragonata da taluni a un gallo senza cresta. Movement giunge dopo lunga attesa, ma il suo arrivo riesce solo in parte ad allontanare i rimpianti: troppo fresco è ancora il ricordo di Ian Curtis, e troppi i paragoni che vengono in mente; l’ideale sarebbe separare una volta per tutte il presente da ciò che è stato… ma come farlo, con ancora nelle orecchie gli echi di Sti1l, il doppio LP edito appena qualche mese fa a mo’ di chiusura del capitolo Joy Division?
Movement, comunque, è decisamente bello; prodotti dal solito Martin Hannett, i suoi brani portano ancora segni più o meno labili dell’esperienza passate, ma non poteva essere altrimenti. A contare è che vi sia da parte del gruppo la volontà, qui chiaramente manifestata, di non adagiarsi sugli allori ma di proseguire a evolversi per raggiungere livelli sempre più elevati di espressività musicale. Quello che i New Order hanno in meno rispetto ai Joy Division è solo la bellezza della voce, ma del resto le vette toccate da Ian Curtis sono quasi inarrivabili. Sul piano strumentale, il cambiamento è notevole: il sound si è fatto più limpido, con un uso che non esiterei a definire eccezionale della chitarra, il lavoro assai incisivo della sezione ritmica, che svolge una funzione efficacissima di cesello oltre che di sostegno sonoro, e infine i solenni e misurati interventi di tastiere. Le cadenze sono lente, le atmosfere velate: le canzoni sono la logica prosecuzione di Atmosphere, Passover o Decades, e pur mantenendone inalterata la maestosità, vi aggiungono in molti casi un tocco di gioia e vivacità nuovo e accattivante. Appena otto episodi, nessuno dei quali edito in precedenza, tra i quali spiccano Chosen Time, The Him, Doubts Even Here e Denia1, tutti indubbiamente destinati a imprimersi nel cuore, più che nel cervello, di chi saprà apprezzarli. I New Order riprendono il discorso Joy Division nel punto esatto in cui esso si era interrotto. Movement è un disco del quale non si può fare a meno, e questo è solo l’inizio.
(da Il Mucchio Selvaggio n.48 del gennaio 1982)

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The Stranglers (1981)

Rileggere i miei primi articoli è, almeno per me, sempre un po’ straniante, oltre che imbarazzante. Per recuperarli mi ci vuole sempre un pizzico di coraggio, nonché un lavoro mentale di contestualizzazione al momento nel quale furono scritti: perché, sì, per i miei standard attuali sono più o meno obbrobri. All’epoca di questa recensione di La Folie dei miei amatissimi Stranglers, che proprio oggi 9 novembre 2021 spegne quaranta candeline, avevo ventun anni, nessuno che mi guidasse e una sgradevole tendenza alle iperboli e a “ostentare sicumera” (op.cit.). In occasione della lieta ricorrenza, mi fa comunque piacere riproporla qui, ripulita dai refusi e da un paio di abomini lessicali, ma nella sostanza identica a quella che apparve sulle pagine del Mucchio Selvaggio. Va da sé che la descrizione di ogni brano era richiesta dalla “stranezza” del sound della band rispetto ai canoni del classico lettore della rivista e dalla consapevolezza che moltissimi avrebbero acquistato il disco sulla fiducia, senza ascoltarlo (al tempo funzionava così), e quindi era il caso di spiegarglielo bene. Per la cronaca, penso ancora che La Folie sia un bellissimo album.

stranglers-cop

La Folie (Liberty)
Recensire un nuovo album degli Stranglers e un’operazione utile ma forse non indispensabile, almeno per quanto riguarda il giudizio finale; da molto tempo, infatti, il gruppo non fa che sfornare un capolavoro dietro l’altro. La Folie segue a pochi mesi di distanza The Gospel According To The Meninb1ack (che però era stato registrato nell’estate del 1980) ed è, “ovviamente”, un altro prodotto di altissimo livello, ma prima di dedicare le mie attenzioni a questo nuovo 33 giri vorrei mettere in evidenza un fatto che potrà aiutare i lettori meno informati a rendersi conto della grandezza di questo complesso britannico, uno dei primissimi a dare un senso al termine “nuovo rock” fin dal 1976: dal gennaio 1977 al novembre 1981 gli Stranglers hanno pubblicato sette album e numerosissimi 45 giri, per un totale di ottantadue canzoni (conteggiando una sola volta i brani dei quali esistono più versioni – strumentali, dal vivo, cantate in lingue diverse dall’inglese o reincise con lievi modifiche – ed escludendo quelle contenute nei dischi di Hugh Cornwell, J.J. Burnel e Celia & The Mutations), nessuna delle quali può essere definita non valida.
Dopo questa doverosa precisazione, passiamo dunque ad analizzare La Folie, che dopo le musicalità cupe e tenebrose del predecessore segna il parziale ritorno dei quattro Strangolatori a forme sonore più facilmente accessibili. Le soluzioni del disco degli Uomini in Nero non sono state però totalmente lasciate in disparte, e in numerosi episodi di La Folie esse appaiono frammiste agli schemi più briosi e accattivanti dei primi lavori, in una sintesi che non può non stupire con la sua lucidità espressiva e la sua innegabile bellezza. La Folieè comunque nel complesso un LP piuttosto strano, che sfugge a un’univoca definizione e che quindi necessita di un esame approfondito.
The Meninblack è un concept, i cui testi sono interamente dedicati a un unico soggetto; La Folie si presenta invece come una raccolta di canzoni slegate fra loro, ma solo in apparenza. Infatti, volendo essere pignoli, si scoprono facilmente le attinenze, giacché tutte (o quasi) trattano d’amore. Non quello più tradizionalmente inteso: a seconda dei brani è infatti amore per Dio, per la famiglia, amore perso o ancora da trovare, amore idealizzato nella figura di un personaggio famoso. Questo, almeno, sembra essere il comune denominatore: cosa significherebbero, altrimenti, il disegno del cuore nella copertina interna o i cuoricini che separano i titoli degli episodi? A chiarire i dubbi basta comunque la constatazione che la parola “love” – con i suoi derivati – è di sicuro quella ripetuta più spesso nelle undici tracce.
Avvio di batteria, un delizioso giro di tastiere, ed ecco Non Stop, uno degli episodi più gradevoli e pop del disco, sorretto principalmente da Dave Greenfield. Everybody Loves You When You’re Dead, di sapore più “dark”, è più meccanico e pacato ma ugualmente interessante, con gli intrecci strumentali che si susseguono con rara efficacia. Già da questi primi pezzi si nota una delle principali caratteristiche del lavoro, l’uso delle voci: sempre calme, sempre calde e armoniose, mai spinte verso toni accesi. Tramp, con l’alternarsi di una parte più cupa e di un ritornello estremamente melodioso, è certo uno dei momenti più godibili, mentre il successivo Let Me Introduce You To The Family (edito anche a 45 giri) segna il passaggio a un ritmo più incalzante e ipnotico, tra incisivi interventi degli strumenti vagamente tribali. Ain’t Nothin’ To It si riallaccia vagamente nell’impostazione a Everybody Loves You When You‘re Dead, mentre The Man They Love To Hate presenta una cadenza più vivace, ma sempre ancorata a trame piuttosto ossessive.
Sul secondo lato, l’allegra e divertente Pin Up offre musicalità “plastificate” perfettamente in sintonia con il testo; It Only Takes Two To Tango affronta invece il tema della Terza Guerra Mondiale immaginando un ballo fra Reagan e Breznev, accompagnato in questa occasione da un tempo un po’ paranoico e da cori alla Adam & The Ants. Golden Brown è invece dolcissima, un sogno vellutato in cui le tastiere rivestono un ruolo di particolare importanza, e How To Find True Love And Happiness In The Present Day è il brano che più di tutti si avvicina alle soluzioni di The Meninblack. Il disco si conclude con la title track, cantata in francese da un Jean-Jacques Burnel che non riesce mai a mascherare il suo innato amore per le terre al di là delle Alpi; le sue atmosfere rarefatte suggeriscono il paragone con la vecchia Don’t Bring Harry, anche se La Folie è più solenne e intensa. Hugh Cornwell, Jean Jacques Burnel, Dave Greenfield e Jet Black sono insomma riusciti ancora una volta a centrare il bersaglio, nonostante in molti, dopo i fasti del passato, si attendessero un loro passo falso. Cosa altro dire? Se gli Stranglers non esistessero, bisognerebbe inventarli.
(da Il Mucchio Selvaggio n.48 del gennaio 1982)

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