recensioni

Transex

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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Nighters – Klaxon – Stigma

Escludendo gli Uniplux, che per vari motivi (li trovate in quest’altro post) costituiscono un caso a sé, quelli qui presentati sono il terzo, il quarto e il sesto documento a 45 giri del punk romano (il quinto è degli High Circle, ma me ne occuperò altrove), a seguire gli EP di Bloody Riot e Shotgun Solution. All’epoca, naturalmente, scrissi di tutti e tre, anche se dell’ultimo con qualche mese di ritardo.

Nighters
Drop Down Dead
(New Rose)
Terza formazione punk romana a uscire allo scoperto con un 7”EP contenente quattro brani sono i Nighters, capitanati dall’ex Shotgun Solution Robertino, cantante e bassista. Dal punto di vista sonoro, il gruppo si allaccia al più tipico punk rock britannico (primi Clash, Stiff Little Fingers…) e si rivela abilissimo nell’intepretare in modo rapido e trascinante brani assai validi sotto il profilo compositivo, anche se inevitabilmente prevedibili nelle strutture. Drop Down Dead, pubblicato con il marchio di una New Rose che non è quella New Rose lì, è dunque un EP ottimamente realizzato, nel quale i Nighters dimostrano di possedere buone capacità tecniche e un feeling non comune nel proporre un sound potente e compatto; unico difetto, se di difetto si può parlare, è la scarsa originalità delle canzoni, ma il debutto dei quattro romani è ugualmente da considerare molto positivo e appassionante. Dopo Bloody Riot e Shotgun Solution, anche i Nighters ribadiscono la varietà e la validità della scena punk capitolina, negli ultimi tempi in fase di crescita; non esitate, perciò, a procurarvi questo disco, fatto con il cuore oltre che con il cervello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.75 dell’aprile 1984

Klaxon
The Kids Today
(Klaxon)
Dopo parecchi contrattempi, anche la punk band romana Klaxon è riuscita finalmente a pubblicare il suo 7”EP, seguendo l’esempio di Bloody Riot, Shotgun Solution e Nighters. Il gruppo, composto da tre elementi, si ispira al punk stile ’77 (alla primi Clash) e alterna il canto in inglese a quello in italiano. Di questo disco fanno parte cinque canzoni dinamiche e abbastanza trascinanti, un po’ datate ma nel loro genere, ben realizzate; colpisce, il particolare, Prisoners, quattro minuti di sonorità coinvolgenti che riportano la mente a un periodo punk sicuramente più “puro” dell’attuale. Nonostante qualche imprecisione tecnica, l’EP si fa ugualmente apprezzare, e sono certo che i numerosi nostalgici di un suono mai dimenticato troveranno la sua relativa grezzezza e il suo feeling “primitivo” assai più stimolante di tante proposte hardcore piatte e insignificanti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

Stigma
Stigma
(Rat Race)
Un altro disco formato sette pollici, con quattro pezzi: a proporlo sono i romani Stigma, una delle band al momento più attive del circuito punk capitolino, dell’organico dei quali fa parte il bassista dei Bloody Riot, Alex Vargiu. Nell’EP, sebbene la registrazione un po’ “amatoriale” pregiudichi (solo parzialmente) il risultato finale, il gruppo si segnala come abile artefice di un punk “caldo” e graffiante, relativamente personale anche se non del tutto maturo sotto il profilo compositivo. Staremo a vedere; nel frattempo, l’inizio è abbastanza incoraggiante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

 

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Taxi

I Taxi sono la band dalla quale, a seguito della scomparsa del batterista Francesco, sono nati gli oggi popolarissimi Giuda. Al di là dei consensi raccolti dal nuovo gruppo, i ragazzi erano straordinari, una delle migliori realtà punk romane (e italiane) di sempre; per fortuna, a testimoniarne le qualità, rimangono due album e quattro 45 giri, i primi due contenenti anche brani che non sarebbero stati ripresi sugli LP. Di questi dischi scrissi, con grande piacere, al tempo dell’uscita.

Eat Me (Hate)
Alle tradizioni del punk-rock filo-americano più rabbioso e convulso sono legati i Taxi, che nei quattro minuti del loro singolo d’esordio – contenente due brani, Eat Me e My Fingers – mettono in luce una brillante verve compositivo-interpretativa che si spera di vedere presto confermata da un nuovo prodotto discografico. L’incisione del 45 giri dal quartetto, originario dell’hinterland romano, risale infatti al lontano dicembre 1999, e sarebbe proprio un peccato se rimanesse senza seguito. Una piccola gemma, stampata ovviamente in tiratura molto ridotta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.440 dell’1 maggio 2001

I’m Dead (Hangover)
Circa un paio d’anni dopo Eat Me, i Taxi ritornano con un nuovo 7 pollici di pregevole fattura, fortemente legato alle radici del ‘77 e influenzato – pur vantando caratteristiche di entrambe – più dalla “scuola” americana che da quella britannica. Nel complesso meno grezzo e selvaggio rispetto alla precedente prova, anche a causa dell’incisione nettamente più curata, il quartetto romano prosegue dunque brillantemente il suo discorso, dedicandosi con freschezza e entusiasmo a un punk-rock già ascoltato infinite volte ma che comunque ci piace definire “classico” piuttosto che “revivalistico”. Secchi, energici e trascinanti, I’m Dead, Je tombe en bas e R & R Is All I Want sono tre ottime ragioni per attendere con una certa impazienza il primo album della band, annunciato entro la primavera per un’etichetta statunitense.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Like A Dog (Dead Beat)
A seguire due apprezzati 7 pollici, anche per i Taxi è giunta l’ora del cosiddetto esordio adulto, edito sotto forma di album 33 giri – sacro vinile, quindi: che il dio del rock’n’roll ce lo conservi ancora a lungo – da un’agguerrita etichetta di Los Angeles. Registrato circa un anno fa, Like A Dog è l’ideale cartina al tornasole della crescita del quartetto romano, che passo dopo passo ha imparato a convogliare la sua naturale irruenza in brani sempre più elaborati sul piano formale (ma senza che ciò ne soffochi la carica animalesca) e sempre efficacissimi dal punto di vista dell’impatto fisico ed emotivo: undici tracce mai particolarmente veloci nell’esecuzione, ma non per questo povere di compattezza e grinta, che rileggono soprattutto le nobili tradizioni del ‘77 più concreto e meno sotto le luci dei riflettori, quello della provincia americana e della Gran Bretagna extra-Londra.
Una storia da “magnifici perdenti”, insomma, racccontata attraverso dieci episodi autografi e una cover di Rabies Is A Killer della cult-band dei ‘70 Agony Bag (riproposta anche, in tempi abbastanza recenti, dai Death SS: in certi casi, punk e metal non sono poi così lontani) con estrema competenza della materia e con l’approccio sanguigno che occorre per valorizzarla al meglio; e un album di notevole spessore, almeno rispetto ai canoni del genere, che surclassa per energia e freschezza compositiva molta dell’attuale produzione punk d’Oltremanica e d’Oltreoceano. Quanti avevano messo in pensione il caro, vecchio giradischi faranno bene a spolverarlo e a controllare lo stato d’uso della
puntina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Yu Tolk Tu Mach
(Gonna Puke)
Già titolari di alcuni singoli e di Like A Dog, edito nel 2003 dall’americana Dead Beat, i Taxi giungono al secondo album un po’ cambiati: non feroce punk-rock settantasettino, bensì una formula sempre energica e incisiva nel quale lo stile originario si rivela però ottimamente ibridato con hard e power-pop. Dieci tracce, fra le quali un’oscura cover della cult-band inglese Agony Bag (dopo la “famosa” Rabies Is A Killer del precedente disco) e una sorprendente, brillante Qui est in, qui est out di Serge Gainsbourg, che ardono di vivacità e passione, eseguite in modo secco e compatto e impreziosite dall’eccellente voce di quel Tenda che – provare per credere – è anche uno dei migliori frontman rock italiani di sempre, forte di un’assoluta, travolgente naturalezza nel porsi come “animale da palcoscenico”. Fa bene, il titolo, a invitare al silenzio: meglio alzare il volume e lasciarsi spettinare dalle vibrazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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Elektroshock

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione). Continua a leggere

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Social Distortion

Un (costoso) box, solo in vinile, di una band straordinaria, alla quale ho regalato il mio cuore oltre trentacinque anni fa senza esserne mai deluso.

social-distortion-copThe Independent Years 1983-2004
Moltissima acqua è passata sotto i ponti da quando i Social Distortion erano una delle band di punta della seconda/terza generazione punk californiana, quella cresciuta soprattutto nei sobborghi costieri di Los Angeles. Benché legato anche all’hardcore, emerso con prepotenza a partire dal 1980, il gruppo di Mike Ness non ha quasi mai cercato di nascondere il proprio legame con certo r’n’r classico e le sue radici folk, con lo storytelling che con quelle tradizioni marcia di pari passo, con l’epica del “perdente”; semplificando ed estremizzando al massimo, un atipico e personalissimo trait d’union tra Clash e Johnny Cash, che in trentacinque anni di onorata carriera – documentati, però, da appena sette veri album di studio – è rimasto fedele alle direttive di base tracciate all’epoca degli esordi, perfezionando la forma e concedendosi parziali deviazioni ma lasciando inalterata la sostanza. La produzione non è tutta di pari livello e, a ben vedere, nei tre lavori editi dalla major Epic fra il 1990 e il 1996 affiorano persino (timide) strizzatine d’occhio al grande mercato, ma nessun disco dei Nostri può definirsi deficitario e qualcosa vorrà pur dire.
Nell’attesa di un nuovo capitolo che si fa attendere ormai dall’ottimo Hard Times And Nursery Rhymes del 2011, arriva ora nei negozi questo cofanetto di quattro LP (sì, niente CD) che ripropone lo straordinario esordio Mommy’s Little Monster del 1983 (il punk che qualsiasi cultore del rock non può non amare), il suo più raffinato successore Prison Bound del 1988, la devastante antologia Mainliner (Wreckage From The Past) del 1995 con singoli, EP e brani assortiti incisi prima del debutto a 33 giri e il penultimo, notevole Sex, Love And Rock’n’roll (2004). Il filo conduttore è, come da titolo, l’uscita originaria per etichette indipendenti, ma più delle faccende merceologiche conta che questo box – ben confezionato, seppur privo di sfarzi e gadget; unica particolarità, i vinili di tinte diverse – offra materiale di spessore assoluto nel suo supporto “naturale”. Certo, per affrontare la spesa di circa cento euro occorrono forti motivazioni, ma se c’è una band che merita un esborso del genere, quella si chiama Social Distortion; la sua musica rimane comunque intensissima, travolgente e immortale – in estrema sintesi: splendida – al di là del mezzo scelto per ascoltarla, e ciò che conta è, appunto, che la si ascolti. Ancor meglio se a volumi da denuncia.
Tratto da Classic Rock n.51 del febbraio 2017

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Pink Floyd (1965-1972)

Provateci voi, a raccontare/descrivere in maniera un minimo dettagliata, avendo a disposizione circa 3.300 caratteri, un “mostro” come questo cofanetto dei (primi) Pink Floyd edito lo scorso 11 novembre. Non si può, e non a caso sono ritornato sull’argomento, nel numero di AudioReview appena arrivato nelle edicole (il 384), nell’ambito di un ampio articolo a più mani che propone anche prove tecniche e di ascolto del prezioso boxone. Nella recensione qui riesumata, uscita a gennaio, mi ero invece limitato a inquadrare l’oggetto e a spiegare perché il prezzo richiesto, in assoluto molto alto, fosse comunque “giustificato”.
pink-floyd-fotoThe Early Years 1965-1972
Si può commercializzare un prodotto discografico, seppure “multiplo” e ricco come questo, a una cifra – di listino – così folle? Ovviamente sì, se il numero è l’amore dei tuoi cultori sono tali da garantire l’adeguato ritorno economico; in sintesi, devi essere in grado di permettertelo, e i Pink Floyd appartengono senza dubbio alla élite di coloro “che possono”. Nel novembre scorso ha dunque fatto irruzione sul mercato, in sincronia con il natale, questo mostruoso box con trentadue (in realtà, trentatré) dischi di più formati (CD, DVD, Blu-ray, vinili) e tanto prezioso materiale iconografico, che raccoglie solo registrazioni rare e per lo più ufficialmente inedite – insomma, i normali album non vi sono compresi – della fase iniziale di attività del gruppo di Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason e, per il primissimo periodo, Syd Barrett. Continua a leggere

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Action Time Vision

Riflettori puntati su un altro gran bel cofanetto della Cherry Red, questa volta dedicato alla uscite indipendenti della prima ondata punk britannica. Lo si può trovare a meno di quaranta euro, e come minimo c’è da pensarci seriamente.

aavv-action-time-vision-copChi non è particolarmente addentro alla materia ritiene che il punk originario, quello della seconda metà dei ’70, sia stato una faccenda di poche decine di band rilevanti, con il contorno di una pletora di insignificanti carneadi. Se pure la realtà fosse questa, e non lo è affatto, nelle produzioni di tali carneadi – spesso limitate qualche oscuro 45 giri – abbondano gemme di straordinario valore, inni da due o tre accordi che non hanno nulla da invidiare a canzoni ben più conosciute, e magari le superano in quanto a incisività, forza trascinante e brillantezza. Continua a leggere

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Mother Love Bone

Della storica band post-Green River e pre Pearl Jam mi sono già occupato piuttosto diffusamente in questo articolo, ma non era pensabile trascurare la maxi-ristampa in oggetto, il cui eloquente sottotitolo è “The Complete Works”.

On Earth As It Is
(Republic)
Come ogni esegeta del grunge ben sa, il trait d’union fra i pionieri Green River (che generarono pure i Mudhoney) e le rockstar Pearl Jam è costituito dai Mother Love Bone, cioè il gruppo che Jeff Ament e Stone Gossard fondarono assieme all’altro ex Green River Bruce Fairweather, al batterista degli Skin Yard Glen Gilmore e ad Andrew Wood, già cantante (carismatico) dei Malfunkshun. Fu proprio la fatale overdose di quest’ultimo, ad appena ventiquattr’anni e poco prima che l’album d’esordio Apple arrivasse nei negozi, a provocare la separazione della band, con conseguente innesco delle dinamiche che avrebbero portato al progetto Temple Of The Dog – un omaggio allo stesso Wood – e poi alla nascita dei Pearl Jam. Benché casualmente, il quintetto di Seattle ha dunque bene o male avuto un ruolo cruciale nella storia del rock dell’ultimo quarto di secolo, uno di quei ruoli che fornirebbero eccellenti spunti per un albo della collana “What If…?” o per un film alla “Sliding Doors”.
A raccontare in maniera persino un po’ pletorica la (breve) parabola dell’ensemble, giunge ora questa super-raccolta che riprende i contenuti nella già esauriente Mother Love Bone del 1992 (il mini Shine del 1989, il summenzionato album Apple del 1990 e alcune bonus), impinguandone la scaletta con una ventina di provini, versioni diverse, session varie, materiale dal vivo e ulteriori extra, più (non nella stampa in vinile, però) un DVD con il documentario The Love Bone Earth Affair, un videoclip e due pezzi in concerto. L’opera omnia, insomma, di questa sfortunata “meteora” che avrebbe avuto tutto ciò che occorreva per imporsi nel panorama rock del tempo: la perizia compositiva, la presenza scenica e la gran bella voce del frontman, un sound d’effetto legato a filo doppio a certi classici (Aerosmith, Led Zeppelin) e venato di street rock e grunge, un contratto major – la Stardog che pubblicò i loro dischi era un marchio creato ad hoc dalla PolyGram – atto a garantire notevole esposizione. Il destino ha disposto differentemente, ma On Earth As It Is ricorda e dimostra che, sì, il mondo è stato a un passo dall’avere altri Pearl Jam al posto di quelli ancora oggi in circolazione.
Tratto da Blow Up n.224 del gennaio 2017

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Soundgarden

Non starò qui a dilungarmi per l’ennesima volta sulla follia delle ristampe sempre più ampliate di album storici (e non), e vi eviterò piagnistei su quanto faccia riflettere trovarsi a recensire edizioni commemorative (di quarti di secolo, di trentennnali, persino di quarantennali…) di dischi che già recensii in tempo reale, come questo lavoro dei Soundgarden ora riproposto nel solito delirio di formati più o meno costosi. Non aggiungo altro se non una domanda: qualcuno di voi ha per caso acquistato la “super deluxe”?

Badmotorfinger (A&M)
Pubblicato in origine nell’ottobre del 1991 e gratificato di notevoli consensi, Badmotorfinger è uno dei tre album coevi – gli altri, Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana, nei negozi rispettivamente sei e due settimane prima – ad avere segnato nel profondo la scena a stelle e strisce dell’epoca, dimostrando che certe sonorità dure e graffianti di scuola underground potevano scalare le classifiche tanto quanto il pop di consumo. Continua a leggere

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Rinf + Adrian Sherwood

rinf-cop-4Nella Firenze degli anni ’80, e di conseguenza nel resto dell’Italia interessata ai nuovi suoni, Paolo Cesaretti era un vero eroe di culto. Non era un musicista, ma realizzava una magnifica fanzine (con allegato sonoro) chiamata “Free” e pubblicava splendidi dischi caratterizzati da una estrema cura per ogni aspetto, compreso quello estetico; bastava il curioso nome della sua etichetta, Industrie Discografiche Lacerba, per illuminarsi. A un certo punto, Paolo ha chiuso baracca e burattini per dedicarsi, con la stessa perizia e la stessa classe, ad altro; la scimmia gli era però rimasta sulla spalla e così, decenni dopo, ha pensato di rimettere mano al suo glorioso catalogo e renderlo disponibile in una veste diversa, ma sempre in sacro vinile. L’ultima uscita è un album dei Rinf, storica compagine post-punk (fiorentina), che raccoglie i brani prodotti dal mitico Adrian Sherwood e in origine usciti in due 12 pollici nel 1987 e nel 1988; il 33 giri in questione si intitola Der Westen ist Am Ende, ha una confezione eccezionale (ovviamente) ed è disponibile via Spittle/Goodfellas. Ho quindi pensato di riesumare le mie recensioni d’epoca dei due EP, aggiungendoci per completezza quella del precedente mini dell’ensemble (che, a scanso di equivoci, in Der Westen ist Am Ende non c’è; volendo, ne esiste la ristampa in CD, con tracce bonus, nel cofanetto quadruplo Silence Over Florence 1982-1984 del 2007, sempre marchiato Spittle).

rinf-cop-1Rinf EP
(Materiali Sonori)
Provate a immaginare una struttura ritmica dall’ossessività costante, sulla quale chitarra, synth, sax e tromba imbastiscono sonorità acide e nevrotiche, taglienti come la lama di un rasoio ma incredibilmente dinamiche ed eccitanti. Aggiungeteci una voce dai toni acuti e drammatici a recitare liriche in tedesco e avrete un’idea sufficientemente chiara della musica dei fiorentini Rinf, già noti per la partecipazione (non particolarmente esaltante) alla raccolta Body Section. Questo EP formato 12 pollici realizzato dalla sempre vigile Materiali Sonori si impone come uno dei prodotti più interessantl e significativi del “nuovo rock” italiano, offrendo una fusione trascinante e intelligente di funk stravolto, atmosfere malsane e suoni graffianti di rara potenza espressiva: canzoni tetre e convulse, paradossalmente partorite da una città di solito alla ribalta per altri generi di proposte non proprio metropolitane. Continua a leggere

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Stroncature (3)

Quando cerco qualcosa nel mio archivio di testi, mi capita di imbattermi in recensioni molto negative che raccolgo in attesa di aver voglia di pubblicare un post come questo, il terzo di una serie dedicata alla musica italiana. Nel primo, della primavera 2013, mi sono concentrato su nove dischi di artisti cosiddetti alternativi; nel secondo, dell’estate 2014, i riflettori si sono spostati su sei uscite più visibili; in questo ci sono solo tre recensioni (ma parecchio lunghe) nelle quali sono rappresentate entrambe le categorie. Due sono stroncature senza appello, l’altra è volutamente interlocutoria ma… vabbè, leggendola capirete che in questo contesto sta comunque benissimo.
bugo-copBugo
Dal lofai al cisei
(Universal)
Immaginate Beck e Jon Spencer nati e cresciuti nella provincia italiana, aggiungetevi delle ballatone tristi alla Will Oldham, l’amore per il blues e il rock’n’roll, i rap folli dei Soul Junk, la sua faccia estasiata quando gli ho fatto sentire i Pussy Galore e infine una palese somiglianza col Celentano rockabilly dei tempi d’oro”. Così si leggeva nel comunicato stampa relativo a Questione di eternità/Canta che ti passa, 45 giri di debutto di Bugo. Così, invece, si chiudeva la mia recensione del disco, apparsa sulle nostre pagine nel luglio del 1999: “benché rozzo, caotico, abrasivo e purtroppo molto breve, il 7 pollici merita senza dubbio la qualifica di oggetto di culto, anche perché – ci credereste? – si fa ascoltare con piacere”. Continua a leggere

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John Cale

Ha fama di essere una persona scostante, John Cale. Non so se sia davvero così, non l’ho mai verificato (ma una volta ci sono andato vicino: pareva che avrei dovuto averlo ospite a “Stereonotte”), ma chi se ne strafrega: al di là di una produzione un po’ discontinua sul piano qualitativo, è un Artista con la maiuscola, e quindi può permetterselo. È la terza volta che recupero qui sul blog un mio scritto di lui (vedere qui e qui) e mi fa proprio piacere che sia una disamina di uno dei suoi album secondo me più belli, finalmente ristampato.

cale-copFragments Of A Rainy Season
(Double Six)
Pubblicato in origine dalla Hannibal nel 1992, Fragments Of A Rainy Season è un articolo atipico nella vasta produzione di John Cale, per di più andato piuttosto in fretta fuori catalogo e in seguito mai ristampato. Ottimo, quindi, che la sempre attenta Domino abbia voluto rimediare alla mancanza confezionandone attraverso il sottomarchio Double Six una nuova edizione arricchita di otto tracce, sia in doppio CD, sia in triplo LP; i cultori del vinile e della filologia si potranno invece orientare sulla versione solo doppia, priva di contenuti extra. Continua a leggere

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Metallica

Non mi sono mai vergognato del mio apprezzamento “globale” (disco più, disco meno) dei Metallica, che in passato non ho mancato di manifestare attraverso recensioni e addirittura un’intervista. Certo, è estremamente improbabile che possano ancora risultare “decisivi”, ma in fondo fanno pochi dischi e ritrovarseli ogni tanto davanti non dispiace. Almeno a me.

metallica-copHardwired… To Self Destruct
(Mercury)
Non contando l’anomalo Lulu, realizzato “a dieci mani” con Lou Reed, il precedente album dei Metallica – il controverso Death Magnetic – era stato pubblicato ben otto anni e due mesi prima di questo nuovo lavoro; mai la band californiana aveva fatto passare così tanto tempo fra un disco e l’altro, mai dal 1983 in cui era entrato in organico il chitarrista Kirk Hammett non aveva apposto la sua firma su alcun brano. Continua a leggere

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Rolling Stones

Sembra incredibile, ma nel 2017 si parla ancora dei Rolling Stones non come vecchie glorie ma come eccellenti musicisti e formidabile macchina da spettacolo r’n’r. Il loro ultimo album avrebbe avuto ottime possibilità di essere “robetta”, e invece…

rolling-stones-copBlue & Lonesome
(Polydor)
Sul piano squisitamente concettuale, va detto, sarebbe stata una chiusura del cerchio perfetta: una raccolta di cover blues da pubblicare a cinquantacinque anni esatti (o magari addirittura a sessanta, perché porre limiti alla luciferina provvidenza?) dall’esordio ufficiale in concerto, risalente al luglio 1962, o dall’omonimo 33 giri d’esordio, giunto nei negozi nell’aprile del 1964; e quindi, non appena rinsaldato in modo eclatante il legame – peraltro mai reciso, anzi – con le proprie radici e il proprio periodo di “palestra” all’insegna dell’emulazione, salutare le luci della ribalta e godersi in serenità la vecchiaia. Continua a leggere

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Valentina dorme

Qualcuno lo ricorderà: ci sono stati giorni felici in cui il termine “indie” veniva associato a musica bella e non, come per lo più accade oggi, a merda pop modaiola che non brilla né per lo spirito, né per il gusto e nemmeno per l’ingegno, cacata da ultratrentenni divenuti adulti solo per l’anagrafe a beneficio di ottusi fancazzisti schiavi della Rete e delle sue infinite stronzate. Con il letamaio di cui sopra, i Valentina dorme – da Treviso – non hanno mai avuto nulla a che spartire, e mi fa dunque piacere ricordarli in questa sede con le recensioni dei loro tre album editi dalla compianta Fosbury fra il 2002 e il 2009, il primo dei quali vinse anche il premio del MEI per il miglior esordio; manca quella del quarto e ultimo (in ogni senso: la band si è poi ritirata delle scene) La estinzione naturale di tutte le cose, uscito per la Lavorarestanca nel 2015, che purtroppo non ho avuto l’opportunità di scrivere. Ah, dimenticavo: due loro pezzi figurano in una raccolta di “rock d’autore” da me curata nel 1997, alla quale prima o poi dedicherò un post.

valentina-dorme-cop-1Capelli rame
(Fosbury)
Dopo dieci anni di carriera sotterranea, vari demo e alcuni contributi a raccolte di un certo rilievo (Ritmi Globali 1996 e la nostra Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore), anche per i Valentina Dorme è arrivato il momento dell’esordio ufficiale. Ecco così che Capelli rame, dodici episodi per quasi quaranta minuti di musica, fotografa con nitidezza il valore della band, sempre più abile e ispirata nel legare sonorità ombrose di scuola anni ‘80 (con i primi Diaframma come modello, ma senza scivoloni nel plagio) e liriche in italiano oscillanti tra visioni oniriche e poesia maudit. Continua a leggere

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Audioslave

Non so voi, ma io degli Audioslave mi ero dimenticato o quasi, benché li abbia pure visti dal vivo. Così, quando mi è capitato sotto gli occhi quello che quattordici anni fa avevo scritto del loro esordio, sono andato a ripescare il disco e l’ho riascoltato, trovandolo ancora buono. Magari non così tanto buono, ma comunque valido; lo stesso non potrei dire dei suoi due successori, Out Of Exile (che non ho recensito) e Revelations (al quale riservai, come si può leggere qui sotto, una pesante stroncatura).

audioslave-cop-1Audioslave (Epic)
Sulla carta, le nozze fra i tre strumentisti dei Rage Against The Machine e l’ex cantante dei Soundgarden vantavano un alto tasso di improbabilità, nonostante a benedirle fosse stato chiamato quel Rick Rubin che da molti anni è giustamente considerato uno dei migliori produttori (il migliore?) nell’area del rock pesante e contaminato: l’approccio ultra-politicizzato e musicalmente ferocissimo dei tre ex RATM Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, reso ancor più efficace dalla straordinaria presenza vocale e scenica del dimissionario Zach De La Rocha, dava infatti l’impressione di essere difficilmente conciliabile con l’immagine di Chris Cornell, per di più in qualche modo compromessa da un album solistico ben poco esaltante. Con questo atteso esordio, invece, i quattro hanno dimostrato che la loro unione funziona a meraviglia e ha tutte le carte in regola per continuare a lungo, smentendo così la consolidata regola per la quale i supergruppi – orrendo termine di scuola Seventies, ma tant’è – sono progetti effimeri e poveri di particolari spinte di carattere artistico, basati più sull’ego e sulla cupidigia che non sul genuino trasporto. Continua a leggere

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Billy Bragg & Joe Henry

Per poco, quest’album non è entrato nella mia playlist del 2016. Mi fa comunque piacere proporne qui la recensione, perché si tratta di un disco dotato di una bella anima e che ha alle spalle un bel progetto.

bragg-henry-copShine A Light
(Cooking Vinyl)
A dispetto dei natali inglesi, Billy Bragg prova da tempo un notevole interesse per la musica tradizionale americana, con i piccoli/grandi miti che la accompagnano e alimentano; più che eloquente, in tal senso, il progetto Mermaid Avenue da lui allestito alla fine dei ’90 assieme ai Wilco, che portò alla traduzione in canzoni di un’infinità di testi di Woody Guthrie (consigliato il box di tre CD e un DVD, comprensivo di un documentario, che raccoglie tutto il materiale inciso: Mermaid Avenue – The Complete Sessions, Nonesuch 2012). Continua a leggere

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Temple Of The Dog

A un quarto di secolo dall’uscita originaria, il mercato ha “riscoperto” un album-gioiello di un supergruppo del grunge… che, però, non suonava grunge, e al tempo non era in effetti un vero supergruppo. Una bella storia da ri-raccontare, in ogni caso.

temple-of-the-dog-copTemple Of The Dog (A&M)
Quando i Temple Of The Dog si misero assieme, nel 1990, il cosiddetto grunge esisteva già da un po’, ma non era ancora il fenomeno che sarebbe diventato l’anno dopo, con l’uscita di Nevermind e Ten; la palma di band all’epoca più popolare del giro spettava ai Soundgarden, giunti nel settembre 1989 al secondo album Louder Than Love, ma che a breve il rock di Seattle (e dintorni) sarebbe assurto alla gloria mondiale – autentica, non underground – era ipotesi che nessuno avrebbe appoggiato. Continua a leggere

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