recensioni

Magnetic Fields

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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Giancarlo Frigieri

Non so quanto sia corretto definire Giancarlo Frigieri “un mio amico”: abitiamo ad alcune centinaia di chilometri di distanza, non ci frequentiamo, non sappiamo granché delle rispettive questioni personali, non ci sentiamo al telefono e al massimo ogni tanto ci scampiamo qualche email. Però lo stimo e gli voglio bene, tanto da aver recensito quasi per intero la sua discografia; discografia che comprende alcuni titoli con i Joe Leaman, un album da solista in inglese, un altro – sempre in inglese – realizzato assieme ai Mosquitos e sei con testi in italiano, tre autoprodotti e tre editi sotto l’ombrello della Controrecords. Un settimo arriverà a settembre e non potete avere idea di quanto mi siano girate le palle alla scoperta di non essermi occupato – suppongo per distrazione – di quello che al momento è ancora il suo ultimo lavoro, Troppo tardi del 2015, che pure posseggo e che ho ascoltato. Irritato per l’assenza, vi (ri)propongo le recensioni delle precedenti cinque prove corredate di testi nella lingua che fu di Dante, aggiungendo un link a una vera curiosità: una divertente intervista di Gianluca Frigieri a… me. La trovate qui.

L’età della ragione
(autoprodotto)
Sembrerà incredibile ma, nonostante il panorama “alternativo” italiano abbondi di etichette di ogni genere, Giancarlo Frigieri – non proprio l’ultimo arrivato, come testimoniano i suoi numerosi lavori alla guida dei Joe Leaman, da solista e accompagnato dai Mosquitos – non è riuscito a trovarne una interessata a sponsorizzare questo suo debutto con liriche in italiano; incredibile anche perché L’età della ragione, edificato in linea di massima su scarne architetture di chitarra e voce e solo qua e là arricchito dagli interventi di alcuni ospiti, è lavoro di bellezza davvero rara, con il suo intimismo sofferto ma non opprimente che solo in un pezzo su dieci – l’emblematica title track – sfoggia un pur misurato vigore r’n’r. Continua a leggere

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Father John Misty

Poiché in questi ultimi giorni si sta parlando parecchio del ritorno dei Fleet Foxes, mi va di riportare l’attenzione sul nuovo disco – uscito qualche mese fa – di quel Josh Tillman che della band americana fu, per un certo periodo, uno dei cardini. Non proprio tutte le recensioni che mi è capitato di leggere tendevano all’entusiastico, ma per come la vedo io è un lavoro che merita, sotto più di un profilo.

Pure Comedy
(Bella Union)
Molti conoscono Joshua Tillman per via dei trascorsi come batterista/arrangiatore dei Fleet Foxes di Helplessness Blues, lasciati poco dopo per un percorso da solista avviato con la sua identità anagrafica già dall’inizio del decennio scorso; da allora, senza disdegnare contribuiti a dischi di colleghi anche impensabili (Kid Cudi, Avalanches, persino Lady Gaga e Beyoncé), opera per lo più dietro lo pseudonimo Father John Misty, pubblicando per la Sub Pop nei natii USA e per la Bella Union in Europa.
Pure Comedy, tredici brani per un’ora e un quarto di musica, segue Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (2015), ribadendo il grande feeling del cantante, chitarrista e compositore con quelle sonorità di gusto ‘70 nelle quali una scrittura di scuola folk-rock si lega a trame raffinate ma non ridondanti di corde, archi, fiati, tasti e pelli per accompagnare un canto limpido e fortemente evocativo, posto al servizio di testi “alti” sia nella sostanza, sia nella poetica. Coproduce come sempre Jonathan Wilson, ma la psichedelia è molto sullo sfondo; in primo piano, invece, si ergono melodie seducenti e atmosfere suggestive che avvolgono e cullano dolcemente, il tutto tra marcate fragranze West Coast e fascinosi echi di un passato che, nonostante le apparenze, ha il gusto autorevole della classicità e non quello un po’ stantio del revival.
Tratto da Classic Rock n.53 dell’aprile 2017

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Tinariwen

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Continua a leggere

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Depeche Mode

Cerco la mia prima recensione dei Depeche Mode. La trovo. È del dicembre 1981, di Speak & Spell. Una stroncatura niente male, nella quale stigmatizzavo la moda dei cosiddetti nuovi dandy che infestavano Londra (in quei primi anni ’80 odiavo ferocemente tutta quella scena), osservavo che in fondo il 33 giri era piacevole e concludevo con l’ipotesi che quello avrebbe potuto essere l’ultimo disco, e non solo il primo, della band britannica. Avrebbe potuto, senz’altro, ma come tutti ben sappiamo la storia è andata in altro modo e oggi, con la saggezza della maturità, ne sono più che contento. Non è revisionismo fuori tempo massimo: tolto il periodo iniziale, che ho comunque rivalutato, i Depeche Mode mi piacciono e mi convincono da almeno tre decenni. Ne ho però sempre scritto pochissimo e allora, in occasione della loro ultima prova, ho pensato di rifarmi.

Spirit (Columbia)
Quando emersero sulle scene nel primissimo scorcio dei tanto vituperati ‘80, e soprattutto quando furono abbandonati dal leader Vince Clark subito dopo il debutto a 33 giri Speak & Spell, i Depeche Mode avrebbero potuto essere scambiati per una delle tante meteore destinate a illuminare il firmamento rock solo per qualche stagione. Non è invece andata affatto così, e trentasei anni più tardi il gruppo britannico è fra i pochissimi superstiti di quel periodo, oltre che uno dei più influenti e popolari a livello planetario; rispetto ad esempio agli U2, partiti nella stessa epoca alla conquista del mondo, Andy Fletcher, Martin Gore e Dave Gahan vantano però maggiore credibilità, maggiore coerenza e, oltre a un repertorio con meno alti e bassi, una vicenda più ricca di chiaroscuri e quindi più interessante. Continua a leggere

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Ritmo Tribale (1988-1990)

Non ricordo se illo tempore avessi recensito i primi due dischi dei Ritmo Tribale, ma non importa: mi pesa il culo a cercare i giornali dove i miei scritti potrebbero trovarsi, e dovrei fare la scansione, e poi la conversione, e chi ne ha voglia? Più semplice recuperare il commento su questa loro ristampa in CD, risalente a quindici anni fa, che a quanto sembra è oggi molto richiesta dai collezionisti, persino più dei vinili originali. Della band milanese è anche disponibile, qui, un’intervista del 1999, realizzata in contemporanea all’uscita di quello che fu il suo ultimo disco.

Bocca chiusa + Kriminale
(BlackOut)
Con un’iniziativa a dir poco sorprendente, vista la scarsa cura che le major riservano di norma al loro catalogo di rock italiano, la BlackOut/Universal ha appena ristampato in un doppio CD (al prezzo un singolo) i primi due album dei Ritmo Tribale, formazione milanese che ha avuto un ruolo di primaria importanza nella storia della musica di casa nostra dimostrando la concreta possibilità di suonare vero rock con liriche in italiano; a puro titolo di esempio, basti pensare che senza il gruppo di Stefano “Edda” Rampoldi, Fabrizio Rioda e Andrea Scaglia (e Alex Marcheschi, e Briegel, e Talia Accardi…) gli Afterhours non avrebbero forse mai abbandonato l’inglese a favore dell’idioma nazionale, con tutte le conseguenze del caso (ve lo immaginate, un mondo senza Hai paura del buio? brrr…). Continua a leggere

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Swans

Non ne ho scritto moltissimo (una manciata di recensioni, fra le quali quest’altra), ma seguo gli Swans da quando operavano come Circus Mort e ho sempre provato per loro rispetto, ammirazione e reale apprezzamento, anche se sono il primo ad ammettere che non sono sempre, in studio e dal vivo, una band facile. Più di un fan di stretta osservanza mi dice che questo Love Of Life, pur avendo ottime frecce al suo arco, non è uno dei titoli-cardine della discografia; comunque, in tempo reale, a me parve un capolavoro.

Love Of Life
(Young God)
Gli Swans non sono mai stati un gruppo di grande successo, sebbene abbiano facilmente ottenuto la stima della critica specializzata e un considerevole seguito di culto: colpa (o merito) di un estro troppo poliedrico per piegarsi alle regole di un qualsivoglia trend e di una creatività troppo esuberante per cedere alle subdole imposizioni di un music-biz che comunque tende ad emarginare il diverso. Continua a leggere

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Cream

Se non ho dimenticato di archiviare qualcosa, ho scritto dei Cream solo due volte, entrambe in tempi più o meno recenti: la prima, a proposito di Wheels Of Fire, nell’ambito di un articolo sui dischi essenziali dell’hard rock UK uscito sul numero del settembre 2014 di Blow Up, la seconda un paio di mesi fa recensendo una ristampa (molto) estesa del debutto della band. Ripropongo con piacere quest’ultima.

Fresh Cream
(Polydor)
Per non incorrere in equivoci, meglio precisare subito che non è Fresh Cream l’album in grado di rivelare pienamente la grandezza della band, attiva per poco più di un paio d’anni fra il 1966 e il 1968, composta da tre assolute eccellenze dei rispettivi strumenti quali Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker; tale palma spetta, semmai, allo psichedelico Disraeli Gears del 1967 (del quale nel 2004 fu confezionata una “deluxe” in due CD, con la scaletta standard sia stereo che mono e una quindicina tra outtake, demo e session alla BBC) e a quella sorta di prova generale dell’hard rock che fu, l’anno successivo, Wheels Of Fire. Comunque sia, è del debutto del 1966 che è ora giunta nei negozi una ristampa iperestesa, con confezione-libro da sessantaquattro pagine, che consta di quattro dischetti digitali (per la stampa in vinile, di sei LP, bisognerà attendere la primavera): un CD contiene i dieci brani dell’originale in mono più quindici fra singoli e take alternative sempre in mono, un altro gli stessi dieci pezzi più tre degli altre e sette remix (tutti in stereo), un altro ancora ventisette fra registrazioni in radio e versioni differenti (più un’intervista a Clapton), mentre il quarto è un Bluray Audio in alta risoluzione con gli album in stereo e mono e una selezione di bonus. Anche se sarebbe forse superfluo specificarlo, va da sé che molti episodi sono presenti in più vesti (di alcuni, addirittura una manciata), e che per trovare nel prodotto (pur relative) epifanie – qualche inedito stuzzicante, in ogni caso, c’è – bisogna per forza appartenere alla categoria dei cultori maniacali.
Sotto il profilo artistico, come si accennava, Fresh Cream (con il suo stringato corollario di 45 giri) è senza dubbio un lavoro di pregio, ma ha poco di leggendario. Il terzetto appare ancora piuttosto acerbo, combattuto fra la devozione al blues rivista in chiave rock (in scaletta, pure classici di Willie Dixon, Robert Johnson, Muddy Waters e Skip James, oltre a un traditional) e il desiderio in nuce di spingersi verso territori ancora da esplorare, con qualche velleità nemmeno tanto nascosta di raggiungere una platea “popular” invece di limitarsi agli adepti delle dodici battute. Le tracce sono quasi tutte brevi, senza le dilatazioni che arriveranno nel prosieguo della carriera, e benché evitino il compitino canonico – classe e talento già abbondano – non colpiscono alla giugulare ma si accontentano, per così dire, di farsi ascoltare con gusto e provocare sporadici brividi. Insomma, bello ma basta, e non è detto che per questo sia sufficiente a giustificare un esborso che oscilla fra i 55 e i 70 euro.
Tratto da Classic Rock n.52 del marzo 2017

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Cheetah Chrome Motherfuckers

I CCM, da Pisa, sono stati una delle più grandi band punk italiane degli anni ’80, come provato da una discografia purtroppo non molto nutrita della quale ho avuto il piacere di scrivere in tempo reale con le sole eccezione del 7”EP d’esordio 400 Fascists del 1981, raro già all’epoca (giuro, non riuscii a procurarmene una copia, se non con notevole ritardo), e dell’epitaffio Live In So.36 del 1987 inciso in concerto a Berlino (al posto della recensione feci però pubblicare un’intervista, non mia e quindi non recuperabile in questa sede). L’intera produzione ufficiale del gruppo, meno il live ma con una mezza dozzina di tracce bonus, è stata ora raccolta in un doppio CD o LP confezionato dalla Area Pirata, corredato di note, foto, testi e memorabilia; si intitola The Furious Era 1979-1987 e… insomma, che ve lo dico a fare?

Permanent Scare
(GDHC)
Sebbene sia in circolazione già da qualche mese, vale lo stesso la pena di soffermarsi su questa cassetta volenterosamente assemblata, 50% ciascuno, dai fiorentini I Refuse It! e dai pisani Cheetah Chrome Motherfuckers. Il nastro costituisce, è bene sottolinearlo, uno dei più validi prodotti punk finora diffusi sul mercato italiano: gli I Refuse It sconvolgono con il loro hardcore “sperimentale” alla Meat Puppets, mentre i Cheetah Chrome Motherfuckers appassionano con un hardcore punk valorizzato da qualche influenza metal e da un canto vagamente alla Darby Crash. Un tape a mio parere eccezionale, che chiunque si definisca amante del punk dovrebbe acquistare immediatamente e, di riflesso, amare alla follia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del gennaio 1984
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Hollywood Brats

Per parecchio tempo, gli Hollywood Brats sono stati uno dei segreti meglio riposti del rock britannico dei Settanta. Lo scorso anno, il doppio CD qui segnalato dovrebbe aver messo il punto, per quanto riguarda il repertorio inciso, alla curiosa e pirotecnica vicenda della band.

Sick On You
(Cherry Red)
Non durò granché, l’avventura di questa band operante a Londra nella prima metà dei ‘70 e da poco riunitasi a quattro decenni di distanza, ma fu bizzarra e ricca di colpi di scena al punto di essere stata raccontata in un libro (ora in ristampa) e in un documentario della BBC di prossima diffusione. Nell’attesa ci si deve accontentare, ma non è poco, del ricco booklet di questo doppio CD che propone le undici tracce del “famoso” unico album Grown Up Wrong – inciso nel 1973 e uscito due anni dopo per la filiale scandinava della Mercury a nome Andrew Matheson & The Brats – e quindici pezzi altrove inediti di diversa provenienza. Continua a leggere

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Julian Cope

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa. Continua a leggere

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Warrior Soul

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, del quale ripropongo ora una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra uscì su AudioReview). Mi dispiace davvero tanto che la band di Kory Clarke, da me intervistato due volte (la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui; la seconda chissà, magari un giorno…), non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo. Ah, quasi dimenticavo: Drugs, God And The New Republic è scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991.

Drugs, God
And The New Republic
(DGC)
A ben guardare, i Warrior Soul hanno tutte le carte in regola per aspirare a una posizione di primissimo piano nel rock degli anni Novanta. Vantano infatti uno stile moderno e originale, abbastanza eclettico da garantire una sorprendente quantità di possibili sviluppi; un notevole impegno politico-sociale, a stento compresso nelle liriche, che potrebbe renderli portavoce di larghe cerchie di pubblico giovanile; una immagine “barricadera” quanto basta a richiamare l’attenzione dei media, già condizionati dalle loro origini in quel di Detroit al punto di averli nominati “eredi” dei mitici MC5, anch’essi figli della Motor City; un’etichetta giovane e intraprendente, ricca di mezzi e determinazione; soprattutto, il carattere necessario per andare avanti per la propria strada, spinti dalla fiducia in sé stessi e dalla consapevolezza che la ricezione di un messaggio è tanto più ampia quanto più fortemente esso viene diffuso. Continua a leggere

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High Circle

Attivi dal 1983 al termine del decennio, gli High Circle sono stati il primo gruppo di Roma a ispirarsi al classico hardcore punk più o meno melodico di scuola californiana. Sulla carta avevano insomma quello che occorreva per essere la mia band cittadina preferita, ma i loro dischi – un 7 pollici e due LP, poi in parte raccolti in un CD – avevano sempre, almeno a mio parere, qualche lacuna che gli impediva di ottenere il mio pieno consenso. Credevo di aver recensito proprio tutto, del gruppo, cioè il 7 pollici, i due LP e il CD antologico, e ne sono tuttora convinto, ma il mio scritto a proposito del primo album, pubblicato nel 1987, non sono riuscito a trovarlo, benché abbia sfogliato pagina dopo pagina e più volte ogni rivista nella quale avrei potuto pubblicarlo. Mistero.

6 Track EP
(Contagio)
Pur avendo da tempo abbandonato le recensioni di dischi punk di livello meno che eccellente, ho ritenuto di fare un’eccezione per questo 7 pollici degli High Circle, gruppo romano all’esordio su vinile. Sei brani, quattro dei quali cantati in italiano e uno strumentale, legati a schemi hardcore di stampo statunitense; nulla di particolarmente innovativo, dunque, in un dischetto non disprezzabile anche se un po’ scontato.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del settembre 1985 Continua a leggere

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Nirvana – Nevermind

Rileggere anni dopo quanto scritto in tempo reale di dischi poi divenuti pietre miliari è una pratica rischiosa, almeno se si ha paura di aver preso una topica. Personalmente, mi capita di avvertire quel “timore”, fra virgolette, quando organizzo il mio giudizio, ma non ricordo casi di commenti incredibilmente positive o negative che, con il senno di poi, mi sono trovato a ribaltare; qualche sfumatura senza dubbio sì, l’8 che doveva essere un 7 o viceversa, pure, ma nulla più. Ripescando la recensione di Nevermind, al quale assegnai un bell’8 e mezzo, ho rilevato di averci preso in pieno, anche nelle previsioni sul possibile futuro della band; che nessuno, però, si stupisca nello scoprire che nel 1991 i Nirvana non erano ancora considerati stelle: chi non c’era magari non ci crederà, ma al tempo dell’uscita nessuno al mondo vide nel secondo album di Cobain e compagni un disco che, grazie soprattutto alla sua hit Smells Like Teen Spirit, avrebbe cambiato il corso della storia.

Nevermind
(DGC)
Nella vibrante sfida all’ultima chitarra che contrappone Soundgarden e Mudhoney per la leadership della scena di Seattle non sembrava fino a oggi esserci spazio per il proverbiale terzo incomodo. Non sembrava… ma se anche questo secondo album dei Nirvana non può vantare la caratura delle ultime produzioni dei due sopracitati “colossi”, è innegabile che esso abbia tutte le carte in regola per imporre la band di Kurt Cobain come outsider da non sottovalutare: non più emergenti da guardare al massimo con benevola accondiscendenza, ma un ensemble ormai maturo e perfettamente in grado di ritagliarsi un suo ruolo tutt’altro che secondario. Del resto, non ci risulta che alla David Geffen Company siano soliti regalare contratti ai primi venuti. Continua a leggere

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Growing Concern

Pur avendoli visti più volte dal vivo, fino al 1998 non ho curiosamente mai recensito i Growing Concern, la band più importante dell’hardcore punk romano degli anni ’90. Quindi, niente mie cronache in tempo reale sul 7”EP What We Say (Break Even Point, 1991) e sul 12”EP Disconnection (SOA, 1992) – raccolti, con l’aggiunta di due bonus, nel CD Disconnection Plus (Banda Bonnot, 1993) – e nemmeno sull’album Seasons Of War (Banda Bonnot/SOA, 1994), che concluse il primo ciclo della carriera dell’ensemble. Il mio unico articolo d’epoca è dunque quello a proposito del mini-CD Never Fades Away, che contro ogni previsione suggellò la gloriosa storia dei ragazzi.

Never Fades Away
(SOA)
Nell’ambito dell’hardcore punk italiano, il nome Growing Concern ha il peso di un marchio D.O.C.: un marchio che mantiene il suo valore anche se dell’organico non fa più parte il cantante Paolo Piccini, personaggio di indubbio carisma che con le sue performance canore e sceniche ha fortemente caratterizzato la fase storica della carriera della band capitolina. Con questo nuovo Never Fades Away, sette tracce per nemmeno quindici minuti di durata totale, il quartetto conferma la brillantezza della sua nuova vena, accentuando sulla potenza d’impatto – messa comunque al servizio di strutture articolate ed eclettiche – a parziale danno di certe atmosfere cupe e malate sulle quali puntava in passato. È un suono più “melodico”, quello dei Growing Concern di oggi, ma non per questo meno estremo: sia per quanto riguarda la voce cruda e rabbiosa di Massimo Corona (un tempo bassista) che nei sapienti abbracci di sezione ritmica (Davide Mancini e Gianni Pantaloni) e chitarra abrasiva e lancinante (Andrew Mecoli). E proprio questa coerenza concettuale, unita alle notevoli doti compositive e interpretative dei musicisti e al coraggio da essi dimostrato nel voltare almeno parzialmente pagina, fa sì che all’ensemble sia dovuto quantomeno rispetto; ai numerosi aficionados del miglior hardcore l’invito a non fermarsi lì e a tributare a Never Fades Away le meritate ovazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.304 del 5 maggio 1998

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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U2 – Achtung Baby

Me lo avessero chiesto, nemmeno a bruciapelo ma dandomi la possibilità di rifletterci, avrei risposto senza esitazione che, no, non avevo mai recensito Achtung Baby degli U2. Una consultazione casuale dell’ultimo numero del 1991 di Velvet mi ha invece rivelato che l’avevo fatto; superato lo stupore, e verificato tramite lettura – quantomeno, so riconoscermi – che a scrivere ero stato proprio io (insomma, la firma in calce non era dovuta a un refuso), ho quindi pensato di riportare qui il pezzo; non perché sia chissà quale mirabile esempio di giornalismo, ma perché, comunque, riporta a un anno che per il rock e dintorni, e per il quartetto irlandese, fu molto, molto importante.

Achtung Baby
(Island)
Aveva chiuso un ciclo, Rattle And Hum, omaggiando con le sue quattro facciate quel rock’n’roll acceso dall’indimenticabile fuoco della passione che gli U2 avevano alimentato fin dai loro esordi. E lo aveva fatto in modo tanto carismatico e imponente da rendere assolutamente necessaria una svolta: un “punto e a capo” che, allontanando lo spettro della standardizzazione creativa e scongiurando al contempo il pericolo di deludere le attese dei fan, ponesse oltretutto l’ensemble nelle condizioni ottimali per tentare il balzo verso lo status di mito generazionale.
Achtung Baby è dunque il disco del cambiamento, perfettamente in grado di tradurre in realtà gli ambiziosi obiettivi della band irlandese: strutture musicali dirette più all’universalità degli ascoltatori che non solo ai pur numerosissimi seguaci del “rock del vero sentire”, liriche sempre incisive, in bilico fra trascendenza e umanità, fra disillusione e speranza, fra genuino trasporto e retorica; la collaborazione alternata dei tre produttori (Steve Lillywhite, Brian Eno e Daniel Lanois) che avevano marchiato i capitoli precedenti a Rattle And Hum. Non c’è quindi da stupirsi se brani che un tempo avrebbero assunto l’aspetto di epici e vibranti r’n’r (Zoo Station, Mysterious Ways, il deludente singolo apripista The Fly) hanno assunto colorazioni ritmiche di gusto “dance”, se le ballate soffuse e avvolgenti tanto care al quartetto occhieggiano con frequenza al pop e se a una copertina “poetica” come da abitudine se ne è preferita una (orribile) ricca di efficaci immagini simboliche; alla fine, però. i risultati – al di là di un paio di incidenti di percorso – rendono giustizia al talento di Bono e compagni, abilissimi nel mutare pelle senza alterare più di tanto le caratteristiche sostanziali del loro sound. Un sound che ipnotizza con il fascino di One, Acrobat o Love Is Blindness, e di potenziali hit radiofoniche quali Ultra-Violet o Until The End Of The World. Saranno probabilmente in moltissimi ad amare questi U2 meno enfatici e più lineari, pur nella poliedricitä dell’spirazione e della raffinatezza degli arrangiamenti, anche se di sicuro una parte dei vecchi estimatori – come già accaduto per quelli di Springsteen all’epoca di Born In The USA – si sentirà in qualche modo tradita; ma il rock non può curarsi degli integralisti, se vuole proseguire il suo cammino verso la ricerca di nuove, solide certezze. Non meno di (8).
Tratto da Velvet n.12 (Anno IV) del dicembre 1991

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Folk britannico, 1967-1972

Da vari decenni coltivo una passione segreta (nel senso che non l’ho quasi mai manifestata con articoli: una questione privata, insomma) per il folk-rock britannico a cavallo fra ’60 e ’70. Illo tempore, coltivarla era parecchio complicato perché tanti dischi erano molto rari, ma l’uscita di ristampe su ristampe mi ha via via consentito di farmi una discreta cultura. Se siete più o meno a digiuno dell’argomento ma ne siete istintivamente intrigati, procuratevi questo cofanetto economico e illuminante: non è la Bibbia, ma è senz’altro un eccezionale punto di partenza.

Grazie ai tanti recuperi dagli archivi dell’ultimo paio di decenni, il folk britannico degli anni fra i ’60 e i ’70 ha smesso di essere, com’è lungamente stato, una questione per pochi (e facoltosi) adepti-collezionisti. Pur rimanendo di culto, i nomi di esponenti della scena quali Anne Briggs, Comus, Shelagh McDonald, Bridget St. John o Vashti Bunyan hanno certo ottenuto un pizzico di popolarità anche presso i normali appassionati, quelli che conoscevano solo Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band e Steeleye Span, più – talvolta – i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan, i Trees, i Dando Shaft, il primo Kevin Coyne. Continua a leggere

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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BASTONATE

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