recensioni

Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

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Bad Brains (1983)

Questa un minimo la devo spiegare, altrimenti rischio di passare per matto. Nell’autunno del 1983 avevo ventitré anni e la mia occupazione – quella principale: facevo anche altro – era organizzare/coordinare gli spazi dedicati alla musica “nuova” sul Mucchio Selvaggio, oltre ovviamente a scriverci. Ero lì da oltre quattro anni e per tutto quel tempo, dato che per scelta mi occupavo di punk, post-punk, avanguardie, rock “moderno” e artisti italiani, non ero esattamente ben visto dalla frangia più “reazionaria” dei lettori: una/due lettere di protesta al mese arrivavano sempre ed erano per lo più ridicole con i loro – esempio inventato ma in linea con la realtà – “ma perché regalate pagine alla new wave di merda invece che darne di più a David Bromberg o ai Rolling Stones?”; va inoltre detto che parte dello staff storico della rivista, composto da ragazzi più anziani di me, non era poi così in disaccordo con i lettori di cui sopra e almeno all’inizio mi rompeva più o meno bonariamente le palle anche per X, R.E.M., Dream Syndicate o Fleshtones. La recensione qui a seguire fu una sorta di sfogo, un “andate tutti affanculo” del quale non mi sono mai pentito. Col senno di poi non avrei magari citato Neil Young, ma se andate a guardare che dischi pubblicava in quegli anni il caro, vecchio Loner forse capirete. Ah, dei Bad Brains si parla anche qui.

Rock For Light
(PVC)
Caro presunto lettore-medio del Mucchio Selvaggio, questa recensione è dedicata a te. A te che di solito storci il naso di fronte a tutto ciò che non è rock come TU lo intendi, a te che rimpiangi i tempi del buon vecchio Neil Young, a te che sei tanto tradizionalista da non saper vedere più in là del tuo naso, a te che sei rockettaro quanto la mia prozia ultrasettantenne, a te che sai solo criticare e distruggere e non hai la più pallida idea di come si faccia a costruire qualcosa, a te che puzzi di hippy lontano un miglio, a te che odii il nuovo rock solo perché, essendo vecchio dentro, non riesci a capirlo, a te che vedi la musica divisa in compartimenti stagni, a te che venderesti tua sorella per la centoventisettesima versione su bootleg di Satisfaction, a te che in questo momento ti stai chiedendo con quale diritto mi permetta simili pubbliche affermazioni. Caro lettore, se ti sei infuriato per ciò che ho scritto finora, lascia perdere questi Bad Brains non fanno per te; se, invece, ti sei stupito del fatto che io abbia una così bassa considerazione di alcuni degli acquirenti di questo benedetto giornale, prosegui pure a leggere e poi decidi; se, infine, hai compreso il mio stato d’animo e lo condividi, allora corri a comprare Rock For Light, ti sarà difficile non amarlo. Continua a leggere

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Dark Day

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

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Quintorigo (1999-2003)

Il Festival di Sanremo è da ieri in pieno svolgimento e oggi l’amico Riccardo De Stefano mi ha ricordato di quando all’edizione di diciannove anni fa all’Ariston sbarcarono gli alieni, nelle persone dei Quintorigo. Qui ne “L’ultima Thule” avevo già recuperato una lunga, illuminante intervista del 2003, ma perché negarvi il piacere di (ri)leggere quanto scrissi in tempo reale dei primi tre album della band romagnola, in cui il ruolo di frontman era rivestito da quel geniaccio – chi ritiene che il titolo sia eccessivo, vada ad ascoltare le sue prove da solista – di John De Leo? La carriera dei Quintorigo originali si chiuse con questi tre dischi. Cioè, no, a voler essere precisi fu suggellata da un CD live, Nel vivo, pubblicato nel 2004 solo in allegato al “mio” Mucchio Extra; cosa della quale, non ho problemi ad ammetterlo, vado tuttora molto orgoglioso.

Rospo
(Universal)
Sul palco di Sanremo i Quintorigo hanno fatto un figurone, per meriti propri e non grazie alla sciatteria del 90% della concorrenza: riconoscimenti, in ogni caso, loro tributati dalla critica più attenta e non dal grande pubblico, rimasto spiazzato dalla inquietante presenza di John De Leo, invasato e geniale contorsionista della voce, e dalla canzone atipica e destabilizzante – vedi ad esempio l’isolato gracidio del finale, da molti scambiato per un rutto – che dà anche il nome a questo primo album del gruppo. Continua a leggere

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Vox Pop (non l’etichetta)

Come da titolo, il tema qui affrontato non è la storica etichetta milanese degli anni ’90, quella di Afterhours, Africa Unite, Ritmo Tribale e Prozac + (tra gli altri), bensì una oscurissima band californiana dei primi anni ’80 della quale ho avuto il privilegio di recensire in tempo reale i soli due dischi (un singolo e un EP) oltre a un album postumo che in seguito ho poi scoperto essere un (mezzo?) bootleg, ma chissenefrega. Questo è quanto, nel prossimo futuro ribatterò con i loro “gemelli” 45 Grave.

Cab Driver
(Bad Trip)
Esordio per i Vox Pop, i componenti dei quali dividono la propria attività con un’altra band (presente nella compilation Darker Scratcher) chiamata 45 Grave. Il suono dei primi si distacca però nettamente da quello dei secondi, almeno a giudicare dai brani finora editi su disco; non più sonorità strane, con ritmo cantilenante e voci nasali, ma una musica compatta e violenta, dotata però di indiscussa originalità e di trovate molto interessanti. C’è chi vi ha trovato qualcosa di Blue Cheer, Velvet Underground, Faust e Black Sabbath e in effetti i paragoni possono essere calzanti per due brani perversi e cupi come Cab Driver e Just Like Your Mom, che fanno di questo singolo una delle più piacevoli sorprese, californiane e non, degli ultimi tempi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.38 del febbraio 1981

The Band The Myth The Volume
(Mystic)
Secondo vinile per i Vox Pop, una delle principali band di culto californiane, nelle cui fila militano personaggi cone Don Bolles (ex Germs), Dinah Cancer e Paul B. Cutler (entrambi anche nei 45 Grave). A seguire l’eccellente singolo Cab Driver, in questo 12”EP il gruppo offre un altro saggio delle sue capacità di destreggiarsi fra sonorità malate e perverse, avvolte in atmosfere abrasive e intrise di paranoia. Piuttosto che cimentarsi con l’hardcore punk più sfrenato come la maggior parte dei colleghi dell’area di Los Angeles, qui i Vox Pop preferiscono proporre tre canzoni lunghe, lente e tenebrose, dotate di enorme forza di impatto a livello emotivo e non di brutalità e immediatezza fisica. Buon disco, anche se nel complesso inferiore al precedente 45 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.54 del luglio/agosto 1982

More Drugs Than Elvis
(Very Bad Trip)
Se la vostra attenzione di appassionati si è rivolta alla scena californiana di quindici e più anni orsono, dovreste aver conosciuto i Vox Pop: magari non direttamente, vista la cronica irreperibilità dei loro dischi (il singolo Cab Driver e il 12”EP The Band, The Myth, The Volume, più varie partecipazioni a raccolte), ma almeno per sentito dire; ben quattro dei sei musicisti che facevano parte dell’ensemble di Los Angeles vantano infatti una certa fama a livello non solo underground: Don Bolles per il suo passato in Germs e Consumers, Paul B. Cutler come chitarrista di 45 Grave e Dream Syndicate, Dinah Cancer per il suo ruolo di frontwoman negli stessi 45 Grave e Jeff Dahl in virtù delle sue infinite esperienze stabili e collaborazioni estemporanee come solista e in seno a svariate band (una su tutte, Angry Samoans).
Giunge dunque quantomai gradita la pubblicazione a 33 giri di queste vecchissime session radiofoniche (KPFK, 1980) che mostrano il gruppo nella prima fase della sua attività: undici episodi in massima parte inediti – ci sono comunque Cab Driver e Just Like Your Mom, entrambi nel 45 giri di debutto, e Production, uno dei tre titoli dell’EP – dove l’indole sovversiva dei Vox Pop è sviluppata come da copione in un sound crudo e spigoloso che fonde rabbia e immediatezza punk con allucinate velleità sperimentali e scampoli di tradizione (non a caso nella scaletta è compresa una perfida Heroin di Lou Reed/Velvet Underground. Un suono, insomma, decisamente rivoluzionario per l’epoca in cui è stato concepito, che giustifica l’epigrafe “there is no Sonic Youth, there is only Vox Pop” apposta sul retrocopertina; e che merita senza dubbio almeno un accurato ascolto, se non altro per gratificare questi sfortunati precursori con un minimo di meritatissima gloria postuma.
Tratto da Bassa Fedeltà n.1 del maggio/giugno 1997

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The Jet Black Berries

Giorni fa mi è stato segnalato che sul blog “Bordel do rock” si parlava degli oggi dimenticati (non che all’epoca fossero popolari, ma ci siamo capiti) Jet Black Berries, notando con stupore che nemmeno ne “L’ultima Thule” c’era qualcosa su di loro. Rimedio allora adesso recuperando le recensioni di due dei tre album pubblicati dalla band di Rochester negli anni ’80 (il terzo si intitola Animal Necessity, ma su Velvet non me ne occupai io; vale comunque anch’esso), come al solito con una certa sofferenza: la mia prosa era davvero goffa, in qualche caso deturpata da termini forzati, nel complesso poco fluida. Non che sia diventato chissà quale scrittore eccelso, ma la rilettura di quasi tutti i miei pezzi più vecchi (diciamo dal 1979 al 1987/88) mi provoca sempre un certo senso di disagio.

Sundown On Venus
(Pink Dust)
Una copertina invitante, intrisa di aromi “USA al 100%” e un prezzo una volta tanto non eccessivamente oneroso (considerato che l’album contiene in omaggio un altro LP inciso su un solo lato) accompagnano il debutto dei Jet Black Berries. formazione nota fino a pochì mesi fa con il nome New Math (all’attivo, un pessimo singolo e due ottimi mini-LP, They Walk Among You e Gardens). Sundown On Venus sancisce l’avvicinamento della band a un sound di stretta derivazione “tradizionale”, valorizzato però da un trattamento del tutto particolare in cui country, r’n’r e psichedelia convivono felicemente in canzoni fortemente suggestive, ideale fusione di dedizione alle “radici” e ricerca di rinnovamento. Il primo impulso sarebbe quello di invitarvi all’acquisto immediato di questo piccolo capolavoro, e le successive analisi confermano come Sundown On Venus sia un disco eccezionale, ricco di genuina carica rock e di feeling immortale, di arrangiamenti prelibati e di interpretazioni impeccabili; e, infine, di canzoni esaltanti (cito Bad Hombre e Neon in Cairo, ma l’elenco potrebbe continuare fino a comprenderle tutte e diciassette). Continua a leggere

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The Fall (1977-2018)

Sono sinceramente addolorato per la prematura scomparsa di Mark E. Smith, avvenuta ieri, il 24 gennaio. Si sapeva che le sue condizioni di salute non erano ottimali, ma in fondo il Sig. The Fall non aveva mai dato l’idea di essere in forma smagliante e quindi si tendeva a vederlo quasi immortale, o comunque capace di resistere a ogni sorta di avversità; che ci salutasse un mesetto e mezzo prima di compiere sessantun anni non era pensabile, proprio no, e quindi la notizia ferisce ancora di più. Spostando la questione dal piano “informativo” a quello personale/professionale, il mio archivio dice che non l’ho mai intervistato (la possibilità c’è stata, ma ammetto di aver passato la mano: per il suo accento di Manchester, più che per il ben noto caratteraccio) e che non ho mai visto i Fall dal vivo (vero che l’elenco dei concerti ai quali ho assistito è completo solo al 90%, ma se fosse accaduto credo che me lo ricorderei), ma anche che posseggo moltissimi suoi dischi – non tutti-tutti, no, ma di sicuro tanti – e che lo apprezzavo molto, come dimostra anche ciò che ho scritto di lui in tutti questi anni e la presenza di Grotesque nel libro “1000 dischi fondamentali”. Scavando nell’archivio ho trovato varie recensioni, ma non escludo di non averne dimenticata qualcuno. Qui ho comunque recuperato solo quelle più lunghe, compresa la prima in assoluto – credo – relativa proprio a Grotesque; rileggendola mi sono chiesto come avessi fatto a scrivere certe cose, ma poi mi sono ricordato che all’epoca avevo vent’anni e, ok, ci poteva stare. So long, Mark.

Grotesque
(Rough Trade)
La proposta dei Fall è veramente qualcosa di autonomo, di incontaminato dal business, di diverso. Grotesque è il quarto album della band di Manchester, il secondo per la Rough Trade, e segue in sostanza gli schemi musicali dei precedenti. Mark E. Smith continua a far levare alta la sua voce “sporca” su trame sonore senza compromessi, miscuglio di frammenti di infinite sollecitazioni rock’n’roll. I Fall non si perdono in alcun sofismo e interpretano canzoni scarne, senza fronzoli, ripetitive, rinunciando a qualsiasi artificio che possa renderle più facilmente assimilabili da parte del pubblico. Un’identità a sé per un gruppo sempre interessante e coerente, che segue una via di ricerca musicale strettamente connessa alla mente e ai conflitti di emozioni che in essa avvengono.
Tratto da IL Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981 Continua a leggere

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The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll. Continua a leggere

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Ricordando gli N.N.

Il mio percorso professionale abbonda di artisti (italiani, in questo caso) scoperti – e spesso recensiti – ancor prima dell’esordio discografico e “accompagnati” nel prosieguo di carriera. Di norma, quelli sui quali mi sbilancio raccolgono consensi di massa o di culto, o comunque in qualche maniera “rimangono”; ci sono inoltre le eccezioni che confermano la regola, ovvero quelli che vanno avanti anche per decenni ma con un sostegno di pubblico esiguo e quelli che, invece, si dissolvono per le ragioni più diverse dopo uno/due album. La band qui ricordata non c’è nemmeno arrivata, all’album; la sua produzione è limitata a un mini-CD con sei brani edito più di ventidue anni fa dalla IRA DC, tentativo coraggioso ma purtroppo rapidamente abortito di rilanciare la gloriosa etichetta che negli anni ’80 aveva imposto i Litfiba, i Diaframma, i Moda (senza accento; erano il gruppo di Andrea Chimenti) e i Violet Eves di Nicoletta Magalotti.
Li avevo conosciuti quando, giovanissimi, operavano con il discutibile nome Skits & Roll. Li avevo amati da subito, non avevo lesinato in suggerimenti credo utili e alla fine li avevo presentati ad Alberto Pirelli, storico produttore dei Litfiba nonché titolare della label; lui aveva condiviso il mio entusiasmo e li aveva indotti a trasferirsi a Firenze per poterli seguire al meglio. Il mini-CD di assaggio venne fuori una piccola meraviglia e più avanti i ragazzi incisero altro materiale rimasto però inedito; nacquero scazzi tra loro e Pirelli, dei quali ricordo solo la pesantezza, e alla fine gli N.N. – si erano ribattezzati così – si sciolsero per sempre. In loro memoria, ecco alcune testimonianze del mio appoggio al progetto: la recensione del demo degli Skits & Roll, un articolino dal taglio molto personale (e “de core”) e la recensione del disco, tra l’altro finito nella mia playlist del 1995 benché fosse un “mini”. Disco che, pur essendo fuori catalogo, è ancora reperibile con facilità e a prezzi ridicoli; chi lo acquisterà, magari dopo averne ascoltato le tracce su YouTube (ci sono tutte, mi sembra), farà secondo me un buon affare. Continua a leggere

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Mezzala

Un uccellino mi ha detto che Michele Bitossi, frontman di quei Numero6 (al momento “congelati”) dei quali potete leggere qui un’ampia intervista e una sintetica storia, sta realizzando il suo terzo album a nome Mezzala. Apprezzando molto, di testa e di pancia, la musica dell’artista genovese, non ho dubbi che ne scriverò, ma avendo promesso solennemente di non recuperare in Rete i miei scritti nuovi, vi rimando alle due recensioni vecchie. I dischi sono pure su Spotify, e dunque non avete scuse per non provare almeno ad ascoltarli.

Il problema di girarsi
(Urtovox)
Sono ormai vari anni che Michele Bitossi, dopo il proficuo apprendistato nei Laghisecchi, guida quei Numero6 che non abbiamo remore a definire una delle più brillanti esperienze pop-rock emerse sulla scena nazionale da un bel po’ di tempo a questa parte; un pop-rock senza dubbio alto, tanto nelle musiche di evidente derivazione Sixties – ricercate ma equilibrate – quanto in testi mai banali e ricchi di ironia. Continua a leggere

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PJ Harvey (2000-2016)

Dragando l’archivio scopro di essermi occupato di tutti gli album editi da PJ Harvey tra il 2000 e il 2016, eccetto il secondo dei due realizzati assieme a John Parish. Inevitabile recuperare in questa sede le recensioni, specificando che quella di White Chalk è solo una postilla in quanto sul disco mi ero dilungato in questa intervista.

Stories From The City,
Stories From The Sea
(Island)
Polly Jean non c’è più. Almeno, non la Polly Jean che avevamo lasciato a imbastire sofferte trame melodiche sulle ombre e sulle paranoie – solo a tratti squarciate da lampi di luce – di album come Rid Of Me, To Bring You My Love e Is This Desire?. Ce n’è però un’altra non meno ispirata, non meno intensa e non meno affascinante (insomma, non meno splendida), che per parecchi versi assomiglia a quella del Dry d’esordio: diretta e incisiva, sia per l’essenzialità dell’accompagnamento della coppia Mick Harvey/Rob Ellis (che si dividono tastiere e batteria, con il primo ad occuparsi del basso), sia per la struttura dei brani, per lo più legati a un r’n’r ora robusto e spigoloso (This Is Love, un sanguigno garage punk stile California ‘60 sospeso tra Jefferson Airplane e Seeds, o The Whores Hustle And The Hustlers Whore), ora ingentilito da irresistibili movenze pop (Good Fortune, che recita in modo perfetto il ruolo di singolo apripista, la soffice You Said Something) e ora disteso in intriganti ballad d’atmosfera (la solenne e sontuosa A Place Called Home, la scarna e misticheggiante Beautiful Feeling impreziosita dalla voce di Thom Yorke o l’ipnotica This Mess We’re In in cui lo stesso frontman dei Radiohead monopolizza il microfono). Continua a leggere

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Omaggio a Kurt Weill

Scrissi questa recensione all’inizio del 1987 per un album che in realtà era stato pubblicato due anni prima. Non fu una scoperta tardiva, come dimostra la sua presenza nella mia playlist del 1985, ma per qualche ragione difficile da appurare dopo così tanto tempo mi venne di sicuro chiesto di occuparmene “in differita” e io, che sul Mucchio non avevo avuto occasione di occuparmene, non mi tirai indietro. Si tratta di uno dei primi album-tributo concepiti come tali, ben prima che il fenomeno si allargasse a macchia d’olio divenendo pressoché insopportabile, e per come la vedo io rimane uno splendido lavoro; non a caso, quando alla fine dei ’90 scelsi a corredo di un articolo del Mucchio dodici dischi-omaggio particolarmente interessanti/significativi, non mi fu possibile lasciarlo fuori (ne è testimonianza la breve scheda recuperata ancora più in basso). Rispetto alla recensione di AudioReview, ho solo il sospetto di essere stato un po’ troppo benevolo nella valutazione della resa sonora, ma si sa che in quel periodo eravamo più o meno tutti più o meno condizionati dalla propaganda volta ad affermare sul mercato il compact-disc.
Lost In The Stars
(A&M)
Più che un semplice disco, Lost In The Stars – sottotitolato The Music Of Kurt Weill – è una vera e propria celebrazione dell’arte del compositore tedesco di nascita ma statunitense d’adozione, prematuramente scomparso nel l950 dopo aver partorito alcune delle opere musicali più affascinanti e significative del nostro secolo. Continua a leggere

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Julian Cope (2013)

Per un lungo periodo ho recensito qualsiasi cosa fosse legata a Julian Cope, in alcuni casi anche su più giornali. Poi, un giorno, i miei scritti sull’Arcidruido hanno cominciato a diradarsi; non per sopraggiunto disamore nei suoi confronti, ci mancherebbe, lui è sempre nel mio cuore e per sempre ci rimarrà, ma per questioni legate alla produzione confusa (e, sì, un po’ pletorica) e alla difficoltà nel reperire i suoi dischi (lo ammetto, sono uno di quelli che, se deve ordinare direttamente sui siti, si fa passare presto la voglia). In un modo o nell’altro ho ascoltato tutto, questo sì, ma di alcuni titoli non posseggo copia fisica e prima o poi rimedierò. Nel frattempo, direi che questa è la mia ultima recensione di un album del caro Giuliano, album che fra l’altro figura anche nella mia playlist del 2013. Per chi fosse interessato ad altro, suggerisco di cliccare qui, qui, qui e qui.

Revolutionary Suicide
(Head Heritage)
Ogni volta che si ha notizia dell’uscita di un nuovo album di Julian Cope, la domanda che ci si pone è sempre la stessa: “ok, ma che tipo di album?”. Questo perché da un paio di decine d’anni l’eccentrico e geniale Arcidruido, discograficamente autarchico con il marchio Head Heritage, alterna lavori filo-sperimentali e opere all’insegna di un metal tanto crudo quanto cupo, recuperi dagli archivi e raccolte di canzoni psycho-pop-rock grossomodo in sintonia con la sua identità sonora più nota e documentata. Continua a leggere

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John Grant (2013)

Sono a tutt’oggi tre gli album di studio firmati dal leader dei Czars: Queen Of Denmark del 2010, Pale Green Ghosts del 2013 e Grey Tickles, Black Pressure del 2015. L’ultimo, se devo essere sincero, mi ha lasciato un po’ tiepidino, mentre i precedenti hanno acceso il mio entusiasmo più o meno nella stessa misura. Dei due ho però recensito solo il secondo, finito tra l’altro nella mia playlist del 2013.

Pale Green Ghosts
(Bella Union)
Non tutti rimasero subito folgorati da Queen Of Denmark, l’album con cui John Grant inaugurò nel 2010 la carriera solistica – dopo una quindicina d’anni alla guida degli Czars – mettendo dolcemente a nudo i suoi disagi e drammi personali. A tanti altri, io fra loro, perché scattasse l’amore servirono i concerti successivi all’uscita, straordinari incantesimi di comunicazione emotiva dove l’artista di Denver si (im)poneva in perfetto e mai precario equilibrio fra spessore e fragilità: un autentico trionfo del sentimento e della bellezza, in grado di abbagliare, rapire, a tratti persino togliere il fiato. Continua a leggere

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Mannarino (2017)

Una delle cose che più mi hanno fatto dispiacere e irritare, più o meno nell’ultimo paio di anni, è stata l’avversione mostrata/ostentata nei confronti di Mannarino da parte dello stesso pubblico “attento” (definiamolo così) che segue con passione e competenza la miglior canzone d’autore. Ovvio che possa non piacere, ci mancherebbe altro, ma trattarlo come se fosse un cialtrone qualsiasi solo per via del suo grande successo popolare… beh, è una vera stupidaggine. Benché lo segua dal tempo dell’esordio, qui sul blog non avevo ancora recuperato niente di quello che ho scritto del cantautore romano; lo faccio ora con la recensione dell’ultimo album di studio, suggerendo anche la lettura di questo articolo di approfondimento del 2014, che ritengo parecchio esplicativo delle ragioni della mia adesione alla causa.

Apriti cielo
(Universal)
La costante ascesa di Alessandro Mannarino nelle gerarchie della canzone d’autore nazionale, scandita da un’infinità di esibizioni in ogni contesto e da tre album di pregio quali Bar della rabbia (2009), Supersantos (2011) e Al monte (2014), sarà senz’altro confermata da questo quarto lavoro, il primo marchiato dalla Universal (che, in precedenza, si era occupata soltanto della distribuzione): lo dicono da un lato le vendite dei biglietti dell’imminente tour, notevoli già quando del disco girava un’unica anticipazione in Rete, e lo dice soprattutto la qualità dei nove brani, in parte ispirati da un viaggio in Brasile (e si sente) ma comunque in linea con l’immaginario “meticcio” cui il musicista ha sempre fatto riferimento. Orizzonti, insomma, assai più ampi di quelli della romanità “caciarona” nei quali in parecchi, fuorviati dai natali del Nostro e qualche testo, avevano provato, magari anche in buona fede, a intrappolarlo. Continua a leggere

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Maisie (2002-2009)

Quella dei Maisie è un’esperienza fuori dal comune e (anche) per questo molto interessante, finora concretizzatasi in una mezza dozzina di dischi (il nuovo, Maledette rockstar, sarà in circolazione dal 19 gennaio) e parallelamente nella ricca produzione dell’etichetta autogestita Snowdonia (scopritela qui). A meno che il mio ampio archivio non stia occultando qualcosa, dei “ragazzi” ho finora recensito tre album: gli ultimi, con l’esclusione di quel Morte a 33 giri (2005) che del lotto è forse il migliore… e vai a capire perché non ne ho scritto.

Music Is A Fish Defrosted
With A Hair-Dryer
(Snowdonia)
“La musica è un pesce scongelato con un asciugacapelli”: con un titolo così è difficile attendersi qualcosa di normale, specie considerando che i titolari dell’operazione sono i Maisie e il marchio che la sponsorizza è quello, rinomato per “eccentricità intelligente”, della Snowdonia. In questa circostanza, comunque, la coppia Cinzia La Fauci/Alberto Scotti è andata ancor più al di là della norma, limitandosi a comporre i brani per affidarne poi l’interpretazione al tastierista francese Falter Bramnk o, in un paio di casi, ad altri musicisti amici: una scelta certo bizzarra ma premiata da risultati senz’altro apprezzabili, sia in termini – come dire? – di estetica sonora che per quanto riguarda gli equilibri tra attitudine “alla ricerca” e godibilità della proposta. Continua a leggere

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Arson Garden (1990-1992)

In oltre quarantacinque anni di frequentazioni musicali, mi è capitato infinite volte di invaghirmi di artisti lontani dalle luci dei riflettori, che magari passavano inosservati perché dediti a un sound non “alla moda”. Non mi importava che non fossero “cool” o che piacessero solo a me o quasi: avendo la possibilità di propagandarne l’attività, lo facevo senza pormi alcun problema. Allo stesso modo, non mi sento di avere sbagliato se, a distanza di decenni, mi rendo conto di come questi miei beniamini siano sconosciuti più o meno a tutti; anzi, è un motivo in più per ricordarne l’esistenza, sperando che altri li apprezzino. Per gli Arson Garden, dei quali ripropongo qui le recensioni dei primi due album (il debutto finì pure nella mia playlist annuale; ne esiste un terzo, ma quello mi sfuggì e lo recuperai in seguito), non ci sono scuse: potete assaggiarli su Spotify. E sono sicuro che più d’uno mi ringrazierà.

Under Towers
(Community 3)
Jefferson Airplane meets Velvet Underground”, azzardava una recensione su Flipside a proposito di questo sconosciuto ensemble statunitense il cui esordio si colloca senza ombra di dubbio fra gli album più interessanti e originali che la scena indipendente internazionale abbia prodotto in questo primo scorcio di anni ’90.
Difficile descrivere il sound del quintetto, bizzarro crossover di indole psichedelica nel quale confluiscono elementi hard, punk, dark, folk e trance e sul quale si eleva la sublime voce di April Combs, a metà tra la Grace Slick più ieratica e la Sandy Denny più evocativa; e difficile, ancora di più, trovare le parole giuste per raccontare la magia e il fascino magnetico di undici canzoni avvolgenti e misteriose, che solco dopo solco esalano aromi stordenti e suscita suggestioni profonde e inebrianti. Continua a leggere

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Universal Daughters

“E questo che roba è?”, si domanderanno credo in parecchi. La risposta è semplice: un disco bello e particolare, che figura anche nella mia playlist del 2013 e sul quale mi fa piacere (ri)portare nel mio piccolo un po’ di attenzione. Dategli una possibilità.

Why Hast Thou Forsaken Me?
(Santeria)
In epoca pre-Internet un disco come questo non si sarebbe potuto fare, o quantomeno la sua realizzazione sarebbe stata faticosa e dispendiosa, con contatti iniziali non facilissimi, nastri multitraccia spediti per posta convenzionale e un’infinità di piccoli e grandi ostacoli pratici. Continua a leggere

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