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Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003 Continua a leggere

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2008: la mia playlist

Estrarre dall’archivio la playlist del 2008 e rendersi conto di quanto sia “recente” anche se gli anni trascorsi sono ben dieci suscita pensieri contrastanti. Al di là di ciò, rileggendola con occhio critico mi sembra bella, nel senso che i dischi in essa contenuti rimangano validi e in qualche caso importanti, e “interessante” nel suo saltare dal classico al moderno, dal ruvido all’aggraziato, dal rock al pop di qualità, dall’italiano allo straniero; una selezione sincera di quelli che furono al tempo i miei ascolti più frequenti, senza filtri legati all’importanza più o meno oggettiva né forzature da addetto ai lavori che ci tiene a apparire brillante acuto alla moda yeah.
Afterhours – I milanesi ammazzano il sabato
Baustelle – Amen
Black Mountain – In The Future
Bonnie “Prince” Billy – Lie Down In The Light
Dirtbombs – We Have You Surrounded
Marianne Faithfull – Easy Come Easy Go
Last Shadow Puppets – The Age Of The Understatement
Le Luci della Centrale Elettrica – Canzoni da spiaggia deturpata
Portished – Third
TV On The Radio – Dear Science

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1983
1984
1985
1986
1987
1988
1990
1991
1995
1996
1997
1998
2000
2001

2002
2004
2006
2007
2013
2014
2015
2016
2017

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Pop Corn ’80 (46-48)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” della settimana scorsa, nella quale si è parlato per la prima volta del 1986.

Lunedì 07/05/18
Run DMC – Walk This Way
Talking Heads – Wild Wild Life
Rolling Stones – One Hit (To The Body)
Queen – Who Wants To Live Forever

Mercoledì 09/05/18
Lucio Battisti – Don Giovanni
Lucio Dalla – Se io fossi un angelo
Angelo Branduardi – Quando tu sarai
Enrico Ruggeri – Il portiere di notte

Venerdì 11/05/18
Doctor & The Medics – Spirit In The Sky
Human League – Human
Double – The Captain Of Her Heart
Berlin – Take My Breath Away

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Blow Up n.240


È disponibile nelle migliori edicole (e presso il sito) il numero di maggio di “Blow Up”, rivista con la quale ho il grande piacere di collaborare da ormai quasi cinque anni anche se, per varie ragioni, i miei contributi sono spesso esigui. Ad esempio, questo mese mi sono limitato a quattro recensioni (il concerto romano di Sid Griffin, l’album di Paolo “Spunk!” Bertozzi, due raccolte di materiale inedito dei tardi anni ’70 dei Real Kids e dei Gags), e quindi le ragioni per le quali dovreste proprio acquistare il giornale sono altre: l’articolo di copertina dedicato al mio amato Ryley Walker, un “de profundis” che Riccardo Bertoncelli ha dedicato al “New Musical Express”, altri pezzi lunghi su Quicksilver Messenger Service, Larry Heard e “Rimini” di Fabrizio De André, rubriche varie, recensioni, libri, fumetti, cinema. Qui, comunque, il sommario completo. 130 pagine per 6 euro, fatelo vostro.

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Santo Niente

Contando solo quelli principali, nella loro frammentaria carriera i Santo Niente di Umberto Palazzo hanno pubblicato tre album e due “mini”. Ho avuto il piacere di recensire ben quattro di questi cinque dischi (unico escluso, l’esordio “La vita è facile” del 1995), ed è con altrettanto piacere che adesso recupero qui l’intero blocco.

‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I
(CPI)
Abilmente prodotto da Giorgio Canali e registrato in presa diretta allo scopo di privilegiare istinto ed energia, ‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I è un album potente e sofferto, scosso da ruvidi sussulti elettrici – singolare che in apertura di solchi sia stato collocato proprio Junkie, una rarefatta litania acustica – ed edificato su strutture chitarristiche e vocali per lo più cupe e malsane. “Abbiamo preso la canzone italiana, abbiamo tolto il superfluo, il melenso e l’orrido e quel poco che è rimasto lo abbiamo montato su un solido telaio metallico”: questa, in breve, la genesi dello stile della band bolognese nell’opinione per forza di cose autorevole di Umberto Palazzo e compagni. E noi, convinti più dai suoni che non dalle parole, annuiamo, ribadendo a chiare lettere l’assoluta bontà della formula e della sua applicazione pratica: episodi come È aria, già presente in altra veste nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, come i non meno aggressivi Elettricità e Fiction o come Divora (splendida!), Pornostar, la title track e Angelo nero – schizofrenici e suggestivi nel loro avvicendarsi di armonie eteree e deliranti esplosioni di crudezza e rabbia – dicono infatti di un raro talento nel fondere assieme elementi già noti (dal grunge “rumorista” di importazione statunitense al rock “d’autore” di Afterhours e Marlene Kuntz) in un apparato sonoro forse non rivoluzionario ma senza dubbio carismatico. Sarà magari difficile che possiate ascoltarli alle radio non “alternative” – in fondo, come da comunicato-stampa, si tratta di “un disco pop (nel senso di Iggy)” – ma se li sparerete a massimo volume (ooops!) sul vostro impianto casalingo, le proteste dei vicini vi convinceranno definitivamente della validità dell’acquisto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.247 del 4 marzo 1997 Continua a leggere

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Pop Corn ’80 (43-45)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” della settimana scorsa, nella quale si è parlato ancora – per l’ultima volta – del 1985.

Lunedì 30/04/18
Simply Red – Money’s Too Tight
Fine Young Cannibals – Johnny Come Home
Prefab Sprout – Faron Young
Marillion – Keyleigh

Mercoledì 02/05/18
Madonna – Like A Virgin
Paul Hardcastle – 19
Paolo Conte – La fisarmonica di Stradella
Renzo Arbore – Ma la notte no

Venerdì 04/05/18
Grace Jones – Slave To The Rhythm
Sade – The Sweetest Taboo
Pat Metheny/David Bowie – This Is Not America
Huey Lewis And The News – The Power Of Love

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La Trap

Negli ultimi due giorni, causa forzato stazionamento in sale di attesa, ho avuto modo di leggere un’infinità di commenti sulla trap scritti – davvero da chiunque – sulla scia dell’onda emotiva provocata dalla scaletta del Concertone di Piazza San Giovanni. Giovani che la esaltavano, giovani che la schifavano, vecchi che la schifavano, vecchi che la esaltavano non so se per apertura mentale o se per non sembrare, appunto, vecchi, giovani e vecchi che nemmeno sapevano di cosa stessero parlando ma che qualcosa dovevano dirla per forza, eccheccazzo. Per lo più chiacchiere ottuse/senza senso, motivate da questa esigenza che tutti sembrano avere di far sapere al “popolo del web” che esistono, camminano su questa terra e che sono persino in grado di formulare delle opinioni (e chi pensa “ma tu non stai facendo lo stesso?”, si ricordi che commentare la musica e ciò che le sta attorno è da una quarantina d’anni il mio lavoro).
L’unica cosa che non ho letto (il che non vuol dire che da qualche parte non ci sia, eh; io, però, non mi ci sono imbattuto) è che, al di là di ogni giudizio estetico, artistico e concettuale, più che prendersela con la trap e con i pischelli che la suonano e ascoltano, figli dei loro tempi e della società disastrata nella quale vivono/viviamo, dovremmo interrogarci su quanta responsabilità noi (più o meno) vecchi abbiamo sull’andazzo dei tempi e della società che l’ha generata, ‘sta benedetta/maledetta trap. Trap che a me, a scanso di equivoci, rivolta le budella oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che mi sono impegnato almeno un minimo a conoscere per questioni professionali. Va da sé che su di essa non mi importa di esprimermi compitamente, a meno che qualcuno non mi paghi (e molto bene) per farlo… ma è molto improbabile che accada, e quindi benissimo così.
PS: Chi si stia chiedendo che c’entra con l’argomento trattato l’immagine a corredo del post (che è di puro cazzeggio: in questa circostanza, non si commetta l’errore di prendermi troppo sul serio), provi a digitare “la trap” su Google images. Io l’ho fatto per curiosità, e quando ho visto i primi risultati non ho resistito alla tentazione di costruirci attorno un post; fosse saltato fuori Sfera ebbasta, avrei di sicuro evitato.

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Pop Corn ’80 (40-42)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” dell’ultima settimana, nella quale si è parlato del 1985.

Lunedì 23/04/18
Tears For Fears – Shout
Everything But The Girl – When All’s Well
Style Council – Walls Come Tumbling Down
Eurythmics – Sisters Are Doin’ It For Themselves

Mercoledì 25/04/18
Bryan Ferry – Slave To Love
Sting – Fortress Around Your Heart
Mick Jagger – Lonely At The Top
Phil Collins – Sussudio

Venerdì 27/04/18
U2 – Pride (In The Name Of Love)
Cure – Close To Me
Talking Heads – Road To Nowhere
Dead Or Alive – You Spin Me Round

 

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AudioReview n.398

È in edicola il nuovo numero di “AudioReview”, del mese di maggio, con un’infinità di articoli dedicati alla tecnica al servizio del buon ascolto e “la solita” sezione musicale da me curata con un centinaio di recensioni di Classica, Jazz e Rock-Pop. Io ho scritto di A Perfect Circle (disco del mese), della ristampa “deluxe” di “Burattino senza fili” di Edoardo Bennato e di altre novità come il tributo a Battisti/Panella “LB/R La bellezza riunita”, Anna von Hasselwolff, David Byrne, Filippo Andreani, Motta. Inoltre, nella ventiquattresima puntata della rubrica “Le canzoni raccontate” mi sono concentrato su “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum.

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Vinile n.13

È in edicola il nuovo numero di “Vinile”, bimestrale che racconta “storie di musica, collezioni, emozioni” che, come potete vedere dagli strilli della copertina qui postata, abbonda di contenuti interessanti. Il mio contributo è un articolo di dieci pagine su Elio e le Storie Tese, con focus sulla loro discografia in vinile ma con qualche finestra aperta sulle più interessanti curiosità in CD. 132 pagine di grande formato e coloratissime per € 9,90.

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Giancarlo Susanna, 1951-2018

Ancora una volta sono qui per ricordare una persona cara che non c’è più. Giancarlo se n’è andato, ucciso lentamente ma inesorabilmente da una tremenda malattia che lo affliggeva da anni, lasciando tanti bei ricordi di sé a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incrociarlo. Lui era un vero innamorato della “nostra” musica, sulla quale possedeva competenze ampie e non limitate a un unico settore, e per tutta la vita si è dedicato alla sua divulgazione tramite la carta stampata e la radio. Era un giornalista meticoloso e attento, oltretutto con una grande etica; scriveva bene, con uno stile pulito e autorevole, e quando era al microfono – qualcuno lo ricorderà a “Stereonotte” o “Un certo discorso” – sapeva coinvolgere emotivamente, al di là della musica sempre ottima che trasmetteva. Nel suo lavoro avrebbe di sicuro potuto fare più del molto che comunque ha fatto, se solo avesse voluto scendere a patti con il suo rigore, con quella quasi-inflessibilità che gli impediva di coltivare rapporti di convenienza, magari ingoiando qualche rospo; perché Giancarlo era serio, onesto e gentile, e pretendeva – cosa difficile, nella società odierna – di essere ripagato con la stessa moneta, e se ciò non accadeva… addio.
Potrei raccontare decine di aneddoti che si sono accumulati nella mia memoria in circa tre decenni di rapporti, dato che con Giancarlo ho avuto il piacere di condividere qualcosa che penso si possa definire amicizia oltre a lunghi tratti del mio cammino professionale. Non sarebbe però opportuno e dunque preferisco tenerli per me, ripercorrendoli mentre rileggo alcune delle numerose mail che ci siamo scambiati e mi dolgo del fatto che da una manciata di anni ci eravamo persi di vista, senza nessuna vera ragione, come purtroppo spesso accade in questo mondo dove tutti corriamo. In molti casi, come criceti sulla ruota.
Ciao, Giancarlo. Grazie per tutto quello che mi hai dato, a livello di suggerimenti musicali e di lezioni di integrità. Questa è per te.

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Lalli (1998-2007)

C’è da un paio di mesi in circolazione un nuovo e particolare album di Lalli cointestato a Stefano Risso, Un tempo, appena, del quale ho scritto su “Blow Up”. Un’ottima occasione per recuperare dall’archivio tutte le mie recensioni dei vecchi dischi e assemblare un post che fa inevitabilmente coppia con quello dedicato alla produzione 1998-2006 di Stefano Giaccone. Per chi volesse approfondire, di Lalli avevo già riproposto un’intervista, che si può leggere qui.

Tempo di vento
(Il Manifesto)
A un mese esatto dal debutto in proprio di Stefano Giaccone, per una (nemmeno tanto) strana coincidenza temporale ci troviamo ora ad occuparci di Tempo di vento, l’esordio di quella Lalli che di Stefano è stata alter ego e compagna di viaggio in numerose e più o meno lunghe avventure, dagli storici Franti a loro filiazioni quali Environs, Orsi Lucille e Howth Castle: un’opera ancora una volta di straordinaria intensità, che pur evidenziando decise analogie “concettuali” (e anche sonore) con quella di Giaccone possiede di sicuro un diverso respiro melodico, per via di una scrittura più orientata verso la forma-canzone (naturalmente senza traccia di pop) così come per l’impronta vocale – profonda e nel contempo lieve – della bravissima autrice e chanteuse. Continua a leggere

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Pop Corn ’80 (37-39)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette dei tre “Pop Corn” dell’ultima settimana, nella quale si è parlato della musica più significativa sul piano dei riscontri nelle classifiche italiane nel biennio 1984/1985. Per una volta, sulla “qualità” (almeno secondo i miei parametri) ho dovuto con poche eccezioni chiudere un occhio.

Lunedì 16/04/18
Duran Duran – A View To A Kill
Spandau Ballet – Only When You Leave
Simple Minds – Up On The Catwalk
Wham! – Freedom

Mercoledì 18/04/18
Stevie Wonder – I Just Called To Say I Love You
Prince – Raspberry Beret
Bruce Springsteen – Downbound Train
Paul Young – Love Of The Common People

Venerdì 20/04/18
USA For Africa – We Are The World
Band Aid – Do They Know It’s Christmas?
Musicaitalia per l’Etiopia – Volare
Artists United Against Apartheid – Sun City

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Pop Corn ’80 (31-36)

Dopo il lungo ciclo di ben 205 puntate dedicato agli anni ’60 e ’70 andato in onda nel 2016/17, lo scorso 15 gennaio sono riprese – sempre su Rai Isoradio – le trasmissioni di “Pop Corn”, con una nuova serie di 75 spazi incentrata sulla “musica di qualità nelle classifiche italiane degli anni ‘80”. Sarebbe forse superfluo dire, ma lo dico lo stesso perché non si sa mai, che il termine “musica di qualità” va interpretato in modo un po’ più esteso di quanto potrebbero pensare coloro che erano abituati ad altri miei programmi di rock a volte anche “estremo”, ma dato che “Pop Corn” è indissolubilmente legato ai Top 25 italiani, album e singoli, c’è da adeguarsi; il mio stile di conduzione, volto a fare intrattenimento culturale”, è però sempre lo stesso, le scelte musicali sono interamente mie e le sorprese continueranno a essere all’ordine del giorno.
“Pop Corn” va in onda su Rai Isoradio (anche in Rete) ogni lunedì, mercoledì e venerdì attorno alle 22 e 15; sono state pianificate anche repliche notturne, ma per chi preferisse la differita, tutte le puntate – comprese quelle del vecchio ciclo, nonché quelle di “Giovedì? Vinile!” e “Il mio canto libero” – sono disponibili per l’ascolto in streaming. Qui le scalette dei sei “Pop Corn” delle ultime due settimane, nelle quali si è parlato del 1984.

Lunedì 02/04/18
Deep Purple – Perfect Strangers
Van Halen – Jump
Yes – Owner Of A Lonely Heart
Queen – Radio Ga Ga

Mercoledì 04/04/18
Antonello Venditti – Notte prima degli esami
Fabrizio De André – A dumenega
Mario Castelnuovo – Nina
Enrico Ruggeri – Il mare d’inverno

Venerdì 06/04/18
Bronski Beat – Smalltown Boy
Alphaville – Big In Japan
Frankie Goes To Hollywood – Relax
Talk Talk – Such A Shame

Lunedì 09/04/18
Alison Moyet – Love Resurrection
Bonnie Tyler – Total Eclipse Of The Heart
Cyndi Lauper – Girls Just Want To Have Fun
Gianna Nannini – Fotoromanza

Mercoledì 11/04/18
John Lennon – Borrowed Time
Jimmy Cliff – Reggae Night
David Sylvian – Red Guitar
Russ Ballard – Voices

Venerdì 13/04/18
Michael Jackson/Mick Jagger – State Of Shock
Alice/Franco Battiato – I treni di Tozeur
Joe Jackson – Happy Ending
Mike Oldfield – To France

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Stefano Giaccone (1998-2006)

Torinese nato a Los Angeles, classe 1959, Stefano Giaccone è un autentico eroe underground, come dimostrano le tante storie di musica da lui messe in fila, a partire da quella cruciale dei Franti. È del 1998 l’avvio della sua attività (più o meno) da solista ed è proprio questa che voglio qui celebrare recuperando le mie recensioni pubblicate dal 1998 al 2006, che se non erro dovrebbero coprire tutti i dischi usciti fino ad allora. In seguito, Stefano ha arricchito la sua produzione con altri titoli dei quali non mi sono però occupato; direi però che la mia parte l’ho fatta, no?

Corpi sparsi
(On/Off)
Corpi sparsi è documento integrale dell’omonimo spettacolo che il sassofonista, bassista e cantante Stefano Giaccone (Franti, Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Banda di Tirofisso, Kina) e il tastierista Claudio Villiot hanno proposto tra il 1995 e il 1997 nei teatri di svariate città d’Italia. Elaborato nella forma di un atto unico di cinquanta minuti, l’album è una brillante, atipica incursione nei meandri di un suono visionario ma non allucinato, dove i riferimenti anche espliciti al jazz colto, alle tradizioni popolari e a certa avanguardia sono sublimati in un insieme sonoro di straordinaria intensità: merito delle musiche, così fluide e vive a dispetto delle loro strutture non proprio lineari, e merito dei testi, splendidi sia quando la nuda recitazione non è forse alla loro altezza in termini di forza suggestiva e sia nei (pochi) momenti in cui Giaccone li distende in abbozzi più o meno enfatici di canto (la Dove degli Ishi, Casina sola). Album spesso e imponente, lirico fino a stordire l’anima e nel contempo intriso di contenuti poeticamente “antagonisti”, Corpi sparsi ha bisogno solo di un ascolto attento per rivelarsi in tutta la sua esuberante espressività: magari un po’ cupa, magari a tratti inquietante e magari di rado immediata, ma sempre in grado di rivelare i colori sgargianti che si celano sotto la coltre di grigio che sembra avvolgerla.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.290 del 27 gennaio 1998

Le stesse cose ritornano
(On/Off)
Stefano Giaccone è da oltre quindici anni figura di spicco dell’underground autoctono, ma per ragioni che non ci siamo preoccupati di approfondire questo suo Le stesse cose ritornano – atteso, vero esordio solista dell’ex Franti, Environs, Howth Castle, Kina, Orsi Lucille, Ishi e quant’altro – è uscito a nome Tony Buddenbrook e sotto l’egida della stessa On/Off che già marchiò il Corpi sparsi firmato assieme a Claudio Villiot; quest’ultimo dato ci fa sapere che purtroppo non si è chiuso, come da noi invece apertamente auspicato, l’accordo con il Consorzio Produttori Indipendenti, che aveva mostrato interesse a pubblicare il CD nella collana “Taccuini” e quindi a garantirgli una promozione e una distribuzione adeguate al suo spessore artistico. Continua a leggere

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Mario De Luigi (1944-2018)

Ho trovato la triste notizia ieri notte, nella posta, dopo una giornata trascorsa fuori, e sono rimasto senza parole. Con Mario ci si conosceva da decenni, senza frequentazioni per via degli ostacoli geografici ma con simpatia e stima reciproca. In tempi recenti i rapporti si erano fatti più stretti, per via dell’Archivio di “Musica e Dischi” che è stato ed è fondamentale per il mio spazio a RAI Isoradio, per un bell’incontro all’ultimo MEI con lui, Guido Racca e Zibba a parlare di classifiche e per la ben nota vicenda delle dimissioni dalla giuria delle Targhe Tenco, argomento sul quale nell’ultimo anno ci siamo più volte confrontati correttamente, amichevolmente, affettuosamente. Pochi giorni fa mi aveva contattato per interposta persona, perché non stava bene e non aveva voce; pensavo fosse una sciocchezza, e invece se ne stava andando.
Nell’ambiente della musica tutti conoscevano il Mario De Luigi giornalista e studioso, che a tutti mancherà. A me e a tanti altri mancherà pure la persona gentile ma determinata, colta e attenta, con la quale scambiare idee e dalla quale ascoltare e imparare, perché ne aveva viste tantissime. Per quanto mi riguarda, da lui ho ricevuto solo gentilezze, che spero di avere adeguatamente contraccambiato. Ciao Mario, non ti dimenticherò.

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Here (Teho Teardo nel ’98)

Un’esperienza che è rimasta purtroppo senza seguito, questa organizzata esattamente vent’anni fa da Mauro Teho Teardo, ma ciò non significa certo che meriti di essere rimossa dalla memoria. A me illo tempore piacque tantissimo, al punto che finì persino nella mia playlist personale del 1998.

Brooklyn Bank
(Sonica)
Dopo Meathead e Matera, Mauro Teho Teardo estrae dal suo magico cappello un altro progetto di grandissimo interesse, allestito e portato avanti assieme a un musicista che, come lui, ha dedicato buona parte della sua ormai lunga attività alle contaminazioni tra musica “convenzionale” ed elettronica: Jim Filer Coleman dei Cop Shoot Cop, ensemble tra i più rivoluzionari e brillanti della scena newyorkese dei ‘90. E proprio nella Big Apple, per di più con il prezioso contributo di svariati illustri ospiti (i più presenti: Carolyn “Honeychild” Coleman e Lydia Lunch alle voci, il bassista degli Swans Bill Bronson e il batterista dei Barkmarket Rock Savage) sono stati registrati quasi tutti gli episodi di questo Brooklyn Bank, che accostano in uno splendido amalgama armonie celestiali e atmosfere cupe e inquietanti, strutture ipnotiche di sapore drum’n’bass e delicati fraseggi di pianoforte e violoncello, assalti cerebrali e aggressioni fisiche, suggestioni anni ‘80 e immagini del terzo millennio, parole sussurrate e campionamenti.
Sostenuto da ritmi quasi mai incalzanti e comunque dotato di un’aggressività che si manifesta (a tratti) solo a livello subliminale, l’esordio degli Here abbatte efficacissimamente ogni barriera di genere, imponendosi con la perfezione formale e il carisma di dodici canzoni avvolgenti e visionarie (Cello, Pain, Coatless e Scava, quest’ultima con liriche in italiano, alcune delle più significative): mutatis mutandis, matrimoni così riusciti tra umanità e tecnologia non venivano celebrati dai giorni ormai lontani dei primi Tuxedomoon.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.321 del 30 settembre 1998

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Prozac+ (1998)

Sono stato un po’ colto di sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo, della reunion dei Prozac+, una band che ha segnato profondamente il panorama rock italiano della seconda metà dei ’90: solo due concerti, il 26 maggio al MiAmi di Milano e il 31 agosto all’Home Festival di Treviso, e poi chissà. L’occasione è il ventennale di AcidoAcida, il secondo album del gruppo di Pordenone, che all’epoca ottenne clamorosi consensi di vendite. Benché viaggiassi verso i quarant’anni e i Prozac+ piacessero soprattutto ai gggiovani, il mio appoggio al progetto fu dal primo istante genuinamente entusiastico: intervista e copertina dell’inserto Fuori dal Mucchio per il debutto Testa plastica, intervista e copertina – questa volta del giornale vero e proprio – per AcidoAcida (con replica due anni più tardi per 3Prozac+). Come esimermi, dunque, dal recuperare dall’archivio quanto scritto in quel 1998?

Punk, pop e fantasia
Se ne parlava da così tanto tempo, di questo famigerato secondo album dei Prozac+, che alcuni cominciavano a dubitare che avrebbe visto la luce: il dissesto della Vox Pop/Flying in parallelo all’uscita “fantasma” del CD-singolo Baby, la conseguente necessità di accasarsi presso una nuova etichetta e soprattutto i cambiamenti di indirizzo del mercato rischiavano infatti di rompere per sempre quello che è forse il giocattolo “pop” più ingegnoso, colorato e divertente mai regalatoci dalla scena musicale nostrana, impedendo in tal modo all’indiscussa next big thing del 1996 di diventare, appunto, big. Invece, e almeno un sospiro di sollievo è d’obbligo, il lavoro in questione ha finalmente fatto la sua comparsa sugli espositori dei negozi. Addirittura migliore di come era stato in origine concepito, proprio grazie a quei ritardi imprevisti che hanno dato al gruppo la possibilità di ponderare meglio alcune scelte e aggiungere alla scaletta alcuni brani di più recente composizione.
Nel comodo ufficio messo a disposizione dalla EMI, i Prozac+ sono – tanto per non smentirsi – più euforici e anfetaminici (ehm…) del solito, quasi come sulle assi dei duecento palchi calpestati (e massacrati a furia di salti) dall’uscita di Testa plastica ad oggi. I primi trenta secondi bastano a farmi capire che convertire l’anarchia verbale dei nostri discorsi in una fluida sequenza di domande e risposte sarà un’impresa titanica. Pazienza. Gli occhi di Eva, il piercing di Elisabetta e la simpatica faccia da schiaffi di GianMaria meritano ampiamente qualche ora di fatica in più.

Già all’epoca di Testa plastica, le accuse di essere “venduti” (a non si sa bene chi o cosa) erano all’ordine del giorno. Figuriamoci ora che avete un contratto con la EMI.
È prevedibile che quanti diffondevano queste voci un anno fa continueranno a farlo anche adesso, ma sinceramente non crediamo che l’esserci legati a una multinazionale possa alimentare simili dicerie. Sarebbe stupido, visto che ormai tutti sanno – come d’altronde è dimostrato da tutti i dischi italiani pubblicati nei ‘90 – che le major non costringono i propri artisti a chissà quali nefandezze musicali o di comportamento pubblico. Ci siamo arrivati molti dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma finalmente anche da noi il circuito cosiddetto alternativo e il mondo delle multinazionali sembrano aver trovato il terreno d’incontro per lavorare in modo proficuo. Continua a leggere

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