Archivio dell'autore: federicoguglielmi

AudioReview n.405

È in edicola il numero di gennaio di AudioReview, che ovviamente è dedicato in prevalenza ad argomenti tecnici ma che si occupa anche parecchio di musica, con recensioni di classica, jazz, rock-pop, world, vinile e quant’altro scritte da irreprensibili esperti. Per quanto riguarda i miei contributi personali, segnalo la trentunesima puntata della rubrica “Le canzoni raccontate – Storie, retroscena e leggende della musica che gira intorno” (dedicata a “Roxanne” dei Police) e, nella sezione musica, recensioni di Bruce Springsteen (disco del mese), Colter Wall, Deerhunter, Sharon Van Etten, Third Ear Band (ristampa) e Max Gazzè (ristampa vinile).

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Erode

Mi capita abbastanza spesso di imbattermi per puro caso in recensioni scritte anche decenni prima e totalmente rimosse dalla memoria; più che comprensibile, specie quando – come qui – si parla di una band che ha pubblicato un solo album. Però, se il livello dell’album è questo, condividere certi pensieri diventa un dovere morale; lo feci all’epoca, quasi ventidue anni fa, diffondendoli tramite due riviste dovere, e lo rifaccio oggi qui sul blog.

Tempo che non ritorna
(Gridalo Forte)
Gli Erode, purtroppo, si sono sciolti, seppur gridando forte la loro rabbia e la loro voglia di reazione costruttiva. A mo’ di testamento spirituale ci hanno lasciato un album di straordinaria forza, che attraverso suoni e parole affilati come lame e pesanti come macigni rinnova il mito di un punk inteso come strumento di lotta sociale e di risveglio delle coscienze; un punk che sotto il profilo musicale si ispira all’hardcore più o meno melodico dei primi anni ‘80 – dalla California dei Bad Religion all’Inghilterra di 4 Skins e Infa Riot – ma che nonostante la sua impronta tradizionalista si rivela maledettamente attuale e sovversivo. Continua a leggere

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Blow Up n.248

In edicola il nuovo numero di Blow Up, ricco di scritti su temi spesso inusuali e (ovviamente) sempre interessanti che potrete scoprire nel dettaglio cliccando qui. I miei contributi? La seconda parte del dossier sulla prima generazione del synthpunk americano (la prima era dedicata a Los Angeles, qui si parla per otto pagine di San Francisco), una pagina di recensione del nuovissimo (al momento non ancora uscito, in realtà) dei Flesh Eaters e la recensione standard dell’ultimo della Bandajorona. 148 pagine a 7 euro, sostenete l’editoria che ce n’è sempre bisogno.

Gli abbonati lo avranno già ricevuto gratis, ma tutti gli altri sappiano che in edicola è anche disponibile il n.13 della collana di libri “Director’s Cut”, dedicato agli Swans e firmato da Paolo Bertoni. Chi non lo trovasse può acquistarlo presso il sito o su Amazon.it.

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Vinile n.17 + Bob Dylan

In edicola due nuove riviste della grande famiglia di Classic Rock alle quali ho avuto il piacere di collaborare. Nel n.17 di Vinile ho scritto un articolo su quello che dovrebbe essere il primo disco in assoluto di Demetrio Stratos (in epoca pre-Ribelli) come cantante di una band-fantasma; è una storia molto curiosa e interessante della quale, a quanto sembra, non sapeva nulla nessuno (un plauso a Vito Vita per averla portata alla luce con le due interviste che accompagnano il mio pezzo).
Per l’albo speciale dedicato a Bob Dylan ho invece scritto le schede di quattro album, tre mitici e uno no: The Freewheelin’, Blood On The Tracks, Down In The Groove e Oh Mercy.
Per avere un quadro più ampio dei contenuti dei due giornali basta cliccare sulla foto e leggere gli eloquentissimi strilli di copertina.

 

 

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Classic Rock n.74

Quasi un mesetto fa ho trascorso tre/quattro giorni in “full immersion” nella musica di Neil Young dal 1969 al 1979: un’esperienza magnifica che consiglio a chiunque, dalla quale ho ricavato un lunghissimo articolo per il primo numero del 2019 di Classic Rock, già in tutte le edicole. Nella rivista ci sono ovviamente molte altre cose di grande interesse che potete vedere leggendo gli strilli. I miei altri contributi di questo mese alla nobile causa sono un’intervista a Giorgio Canali e le recensioni del nuovo Bevis Frond, di un LP di rarità di Iggy & The Stooges e di un pregevole cofanetto dedicato al pop-rock “barocco” britannico a cavallo tra Sixties e Seventies, Please Join My Orchestra.

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Il disco più strano che ho…

dovrebbe proprio essere questo. Si tratta di un 45 giri con due brani autoprodotto da una curiosa band “surf-punk” (giusto per trovare un’etichetta di comodo) di Toronto, Canada, chiamata Shadowy Men On A Shadowy Planet, dall’appropriatissimo titolo Explosion Of Taste. Il singolo è contenuto in una padellina di alluminio piena di chicchi di mais, eventualmente collocabile sui fornelli per trasformarli in pop corn. Quando lo comprai all’epoca dell’uscita, esattamente trent’anni fa, ne estrassi il vinile e richiusi la confezione; non so e non voglio sapere in che condizioni sia oggi il mais all’interno. Ignoro la tiratura, che comunque suppongo parecchio bassa; per la cronaca, l’unica copia attualmente in vendita su Discogs viene offerta a 219 dollari.

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Skiantos a fumetti

Sono ormai quarant’anni che gli Skiantos occupano un posto fisso nel mio cuore. Li ho scoperti con il singolo Io sono un autonomo/Karabignere Blues, ho acquistato in tempo reale Mono/Tono (ovviamente “giallo gastrite”), ho ricevuto dalle mani di Oderso Rubini la rarissima cassetta del primo album Inascoltable, li ho applauditi spesso dal vivo – la prémiere al Piper, 30 novembre 1978 – e ho avuto il grande piacere di chiacchierare più volte con Freak Antoni, che quindici anni fa mi permise anche di realizzare questa bella intervista); Freak per la morte del quale ho pianto sincere lacrime, perché pur avendolo conosciuto superficialmente lo sentivo più “amico” di tanti amici veri. Insomma, quando lo stesso Oderso Rubini di cui sopra mi ha invitato all’Esc Atelier per la presentazione della graphic novel L’irraccontabile Freak Antoni, non ho certo accampato scuse e ho risposto, con entusiasmo, “ok, ci vediamo lì”.
La presentazione, alla fine, l’ho persa. Mi sono presentato puntuale alle 17, ma alle 18 e 30 non era ancora cominciata e avevo un altro appuntamento ineludibile. Oltre a ricordare con Oderso i bei tempi andati, ho però conosciuto l’autore del libro, Francesco “Cisco” Sardano, bolognese d’adozione, tra l’altro una delle menti della rivista autogestita “Burp! Deliri grafico intestinali”; il barbuto ragazzone, veramente simpatico, mi ha fatto cortese omaggio del suo lavoro e ciò mi ha motivato ancor di più a leggerlo pressoché subito. Mi è piaciuto molto, dalla bella prefazione de Lo Stato Sociale – che musicalmente parlando mi disgustano oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che tutto sono fuorché stupidi – fino alla postfazione in perfetto stile Skiantos di Andrea “Jimmy Bellafronte” Setti, compreso il refuso nella cronistoria – ma magari, per qualche bizzarra ragione, è lì apposta – che fa nascere Freak nel 1964 invece che un decennio esatto prima. Anche se gli eventi raccontati con parole e bei disegni “caricaturali” (se così si può dire: insomma, il tratto non vuole essere realistico, e il tutto risulta estremamente efficace) sono in ordine, non si tratta di una classica storia: in pratica, si parla solo dei primi passi della band e della prematura scomparsa del nostro eroe, con uno splendido capitolo che ha come coprotagonista un’altra figura-chiave della scena bolognese, Steno dei Nabat. Tutto scorre benissimo, il mood è quello giusto, e se devo tirar fuori un appunto l’unico che mi viene in mente è proprio che avrei gradito “di più”, anche se quasi centocinquanta pagine non sono poche.
L’irraccontabile Freak Antoni è stato pubblicato – a maggio, apprendo; strano che mi sia sfuggito – dalla Becco Giallo e costa 17 euro. Dopodomani è natale, fate un po’ voi.

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Joe Strummer, 1981

Serie “Fotografie”, n.6
Stadio Comunale di Firenze, 23 maggio 1981. Il mio secondo concerto dei Clash, dopo quello del giugno 1980. Se devo essere sincero ricordo pochissimo, giusto che lo spettacolo mi parve anche migliore del precedente e che mi divertii un sacco, anche per la presenza di tanti amici (tra i quali uno che non c’è più e al quale penso spesso con simpatia e nostalgia, Ernesto De Pascale). Dopo l’evento, i camerini erano affollatissimi, e se anche riuscii a scambiare due parole con qualcuno dei musicisti (cosa non scontata: di solito in questo genere di situazioni mi limito a guardare e ascoltare, e tuttora è così), non ne ho proprio memoria. DI sicuro non scattai foto-ricordo con nessuno, ai tempi non si usava, e ripensandoci mi chiedo se qualcuno degli altri muniti di macchine, professionali e non, abbia magari uno scatto nel quale faccio (non troppo bella) mostra di me in quel contesto, nel fiore dei ventuno anni compiuti da un mese. Comunque sia, ero lì. E con tutto che all’epoca i Clash non fossero la mia band preferita (intendiamoci, erano grandissimi, ma per qualche ragione li vedevo ormai troppo famosi per essere anche davvero “duri e puri” come secondo me dovevano essere tutti i rocker autentici), Joe Strummer mi sembrava una specie di divinità. La foto qui sopra, “rubata” e non in posa, non gli rende giustizia, ma pazienza.

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Classic Rock n.73 + Queen


È in tutte le edicole già da un paio di settimane il numero di dicembre di “Classic Rock”, i cui contenuti principali sono chiaramente desumibili dagli “strilli” della copertina. Personalmente non ho scritto granché: solo le recensioni di due novità (Diaframma e Muse) e tre ristampe (Long Ryders, Joy Division + New Order, Greenslade).
Ho però contribuito con un’ampia scheda (un articolo, in pratica) su “Sheer Heart Attack” allo “Speciale Queen”, sempre a cura dello staff di Classic Rock”, arrivato in edicola in questi giorni.

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AudioReview n.404

È approdato in tutte le edicole il numero di dicembre di “AudioReview”, che oltre alle tante pagine dedicate ad argomenti più o meno tecnici legati al “buon ascolto” offre un’ampia sezione musicale da me curata, con decine e decine di recensioni di classica, jazz, rock-pop e quant’altro. La mia firma è apposta sotto la consueta rubrica “Le canzoni commentate”, che questo mese è incentrata su “Lola” dei Kinks, e sotto le recensioni dei nuovi dischi di David Crosby, Michele Gazich, Muse, Julia Holter, Dead Can Dance, Graziano Romani e Soap&Skin, nonché della ristampa dei Calexico. 164 pagine per 7 euro.

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Tuxedomoon, 1980

Serie “Fotografie”, n.5
Era il 9 dicembre del 1980. In seguito il gruppo sarebbe venuto in Italia infinite volte, ma quella era la prima e i Tuxedomoon – come più o meno tutta la scena new wave americana, specie californiana – erano oggetto di un culto non vastissimo ma molto affezionato. Non ebbi così alcuna esitazione a prendere un treno diretto a Bologna (non ridete: nel 1980, “prendere un treno” era una cosa che non si faceva con leggerezza) per assistere al concerto che si tenne al Teatro Antoniano, non grandissimo ma molto accogliente e adatto alla circostanza. La line-up della band era a stessa del primo album Half-Mute, a tre, con Steven Brown, Peter Principle e Blaine L.Reininger; con grande disappunto di tutti i presenti non proposero No Tears, ma la lunga scaletta fu comunque assai bella, con brani come Dark Companion, What Use?, Everything You Want, Desire, Pinheads On The Move. Avevo portato la mia fedele Olympus, con la quale realizzai un’abbondante trentina di diapositive. Lo scatto sopra, magari non bello ma di sicuro curioso, ritrae Steven Brown impegnato a cantare e produrre suoni inusuali per l’epoca; per quello sotto, invece, mi ero voltato verso il pubblico (io ero sotto il palco, se ben ricordo in uno spazio riservato ai fotografi), in particolare per immortalare i due amici bolognesi con i quali mi ero recato al concerto: Oderso Rubini, il boss della leggendaria Italian Records, e Red Ronnie, che all’epoca era uno dei giornalisti musicali più vulcanici ed esperti in nuova musica.

Fotografie n.1: Throbbing Gristle, 1981
Fotografie n.2: Dead Kennedys
Fotografie n.3: Devo
Fotografie n.4: Rob Younger

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Frank Zappa (1993-2018)

Ho dragato con la massima attenzione il mio archivio avendo la conferma di quello che già sapevo: su Frank Zappa non ho mai scritto. Ho allora colto l’occasione di questo (triste) anniversario della scomparsa per raccontare come mai non ho speso parole su uno dei protagonisti credo indiscussi della musica del secolo scorso, anche perché i soliti malfidati non pensino che per qualche (assurda) ragione non lo ritenga meritevole.
Il mio primo contatto con lui avvenne all’inizio-inizio dei ’70, quando con alcuni compagni delle medie frequentavo una sala giochi (dove in teoria non dovevamo essere ammessi, in quanto minori di quattordici anni). Sul muro, sopra uno dei flipper, troneggiava un favoloso poster con la scritta “Phi Zappa Krappa” e il Baffone seduto sulla tazza del cesso. Non avevo la minima idea di chi fosse o come si chiamasse, ma immediatamente mi diede l’idea di una figura sulla quale era il caso di indagare. Domandai lumi e appresi che era un musicista americano, uno che suonava “rock strano”, ma non trovai nessuno che possedesse qualche suo disco e quindi mi rassegnai al “prima o poi…”. Mesi più tardi e dopo avere acquisito ulteriori informazioni, mi fu alla fine registrato su cassetta 200 Motels e… ok, il tizio era davvero unico nel suo genere, ma non lo capivo e non mi veniva da ascoltarlo. Feci un secondo tentativo mi sembra con Freak Out!, e ne rimasi ugualmente disorientato. Negli anni seguenti, testai altri scampoli di Zappa perché era ovvio che si trattava di uno assolutamente da conoscere almeno a grandissime linee, ma ero ancora nella fase in cui spendevo soldi solo per LP che presumibilmente avrei ascoltato. E poi, quando già ero un addetto ai lavori, prima in radio e poi anche sulla carta stampata, non smettevo di leggere delle sue nuove gesta e magari di assaggiare qualcosa, ma ero ormai convintissimo che con Frank, ovviamente per colpa mia, non avrei potuto trovarmi in linea. Per coerenza non ne ho mai scritto e credo anche di averlo citato assai di rado.
Però questa cosa che “non mi piaceva” uno che avrebbe avuto tutte le carte in regola per piacermi non l’ho mai vissuta bene, e una ventina di anni fa ho voluto approfittare di una promozione e ho acquistato a un prezzo più che conveniente tutte le ristampe in CD della Rykodisc; proprio tutte, sì, perché nel caso non l’aveste capito di Zappa non avevo mai comprato neppure un album in vinile. Per circa una settimana mi ci sono gettato sopra, capendo un bel po’ di cose sulla genialità, il coraggio, lo spirito di questo straordinario personaggio; di sicuro molte altre non le avrò capite, ma sarà divertente scoprirle – è già accaduto – con ulteriori, sporadiche frequentazioni. Amo Frank Zappa, tantissimo, ma non mi viene mai voglia di ascoltarlo. E continuo a non scriverne: per serietà, per pudore, perché fortemente intimidito dalla sua mostruosa – per mole – eredità artistica, e non perché “ce l’abbia” con lui per quella battuta scema – ma mica tanto: a ben vedere, aveva visto il futuro della Rete – sulle riviste di musica rock scritte da gente che non sa scrivere per gente che non sa leggere. Non l’ho fatto nemmeno qui, adesso, dove a ben vedere ho scritto di me perché sul mio blog faccio quello che mi pare. Un caro saluto, Frank, e grazie di tutto. Non ci sei più da un quarto di secolo e manchi ma in fondo in qualche modo ci sei sempre, come in quel manifesto sul quale mi guardavi da sopra il flipper mentre cacavi. Non mi stupirei nell’apprendere che lo stavi facendo per davvero, davanti all’obiettivo di Robert Davidson.

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1989: la mia playlist

Ormai non mi mancano da recuperare molte delle playlist da me compilate in tempo reale, ovvero all’inizio dell’anno successivo a quello di pertinenza: meno di dieci, e mi sto quindi ponendo il quesito se sia o no il caso di cominciare a pensare a una nuova serie – con il senno di poi, ovvio – di playlist “con il senno di poi” per gli anni dal 1978 in giù, playlist che sarebbero come sempre molto soggettive, prive di qualsivoglia pretesa di oggettività. In attesa di decidere il da farsi, ecco un altro vecchio elenco (che in origine apparve su “Velvet”) delle mie personali preferenze per il 1989; tranne giusto un paio sono tutti dischi che periodicamente riascolto trovandoli ancora bellissimi, e trovarmi ancora in sintonia con il me stesso di ventinove anni fa non mi dispiace affatto.
Bad Brains – Quickness
Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage
Bob Dylan – Oh Mercy
The Gang – Reds
Jesus And Mary Chain – Automatic
Mary My Hope – Museum
The Men They Couldn’t Hang – Silver Town
Mudhoney – Mudhoney
New Christs – Distemper
Pixies – Doolittle
Red Temple Spirits – If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa
Lou Reed – New York
Stan Ridgway – Mosquitos
Soundgarden – Louder Than Love
Neil Young – Freedom

 

 

 

 

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Blow Up n.247

È in edicola l’ultimo numero dell’anno di Blow Up, ricchissimo di materiali – ben 196 pagine – che potrete scoprire a grandi linee leggendo gli strilli della copertina e approfondire cliccando qui. Per quanto riguarda i miei contributi personali, oltre ad alcune recensioni piuttosto significative (novità di The Good, The Bad & The Queen e Diaframma, ristampe di Jimi Hendrix e Pearls Before Swine), c’è la prima parte – dieci pagine – di un articolo di più puntate dedicato al synthpunk americano degli anni a cavallo fra ’70 e ’80, argomento di grande interesse che ho affrontato con uno sguardo più aperto di quello che sarebbe imposto da un’interpretazione rigorosa del termine. In questo capitolo iniziale, il focus è sulla scena di Los Angeles.

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Una canzone

Chi mi conosce sa bene quanto ami Francesco Guccini. Anche se il concetto di “Ultima Thule” mi era ben noto da prima, questo blog si chiama così a causa sua e il pomeriggio del 2001 trascorso con lui a Via Paolo Fabbri 43 è uno dei più ricordi della mia carriera; un ricordo senza nessuna foto che lo testimoni, dato che ero così preso dall’evento da dimenticarmi di scattarne una benché nella borsa mi fossi portato anche la macchina fotografica.
Avevo in mente questo post già da un po’ e alla fine l’ho fatto. È un post semplicissimo, solo il testo di un brano che si chiama Una canzone (dall’album Ritratti), testo che ritengo di straordinaria bellezza e che davvero vorrei fosse letto da tutti. Una canzone che racconta cos’è una canzone? Esatto, ma il punto è come lo fa. Sfido ogni appassionato di musica a rimanere impassibile di fronte ad almeno alcuni di questi versi. La seconda strofa, cazzo!, è incredibile.
Quanto vorrei essere in grado di scrivere, anche solo una volta, qualcosa di altrettanto bello e toccante su un tema che ha segnato nel profondo la mia intera vita, ma so che non ci riuscirò mai. Meno male che il Maestro, di canzoni di questo spessore, ne ha composte tantissime. A lui, per sempre grazie.

La canzone è una penna e un foglio così fragili fra queste dita
è quel che non è, è l’erba voglio ma può essere complessa come la vita
La canzone è una vaga farfalla che vola via nell’aria leggera
una macchia azzurra, una rosa gialla, un respiro di vento la sera
una lucciola accesa in un prato, un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante però impalpabile come la seta
La canzone può aprirti il cuore con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore lunga una vita, lunga un momento
Si può cantare a voce sguaiata quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto e quella che tu vuoi dimenticare

La canzone è una scatola magica spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica ti spazza via i ritornelli inutili
È un manifesto che puoi riempire con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire e storie minime da ripagare
fatta con sette note essenziali e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale svettante in aria come un falcone

Perché può nascere da un male oscuro che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro, lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso e a volte sventola come bandiera
La urli allora un giorno di rabbia la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia pronta ad irridere chi canta e tace
Però alla fine è fatta di fumo veste la stoffa delle illusioni
nebbie, ricordi, pena, profumo: son tutto questo le mie canzoni

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“Rock Roads” 86 + 87

Scrivo una cosa che inorridirà molti e che probabilmente mi farà sembrare ancor più vecchio di quello che sono, ma chi se ne importa: aborro i festival musicali, li odio proprio. Meglio: aborro i festival “moderni”, quelli con decine e decine di nomi in cartellone nei quali più artisti suonano contemporaneamente su più palchi. Posso capire che altri ci si divertano, affari loro, ma a me questa ennesima corsa al “di più di più di più” (che per certi versi significa “meno meno meno”), queste maxi orge dell’intrattenimento, stanno mostruosamente sulle palle. Soffrivo già a cosette da nulla come i gloriosi “Independent Days” di Bologna, quando mi trovavo costretto a scegliere solo tra palco grande e palco piccolo, figuriamoci con ulteriori stage. Per me (che sono vecchio, OK, lo so) i festival giusti sono quelli old style, senza alternative in parallelo, dove su un unico, grande palco sfilano band e solisti dal pomeriggio fino alla notte; quelli dove posso stendermi su un prato e godermi lo spettacolo senza bisogno di un programma da consultare ossessivamente per non rischiare di perdere lo show di tizio o di caio, show che di solito non è nemmeno quello standard bensì quello ridotto da, appunto, festival moderno.
Il pippone colossale che avete appena finito di leggere è quanto di meglio sono stato in grado di escogitare per introdurre questo post, in cui ho recuperato le recensioni delle due edizioni di un festival vecchia maniera – la prima non priva di pecche, la seconda notevole – che si svolsero oltre trent’anni fa nella ridente Giulianova. Godetevi pure il Primavera Sound, io mi tengo stretto il ricordo dei “Rock Roads”.

Rock Roads 86
La provincia italiana è sempre più alla riscossa, nel tentativo di strappare alle grandi città il monopolio del rock o, almeno, per ovviare parzialmente al problema del decentramento culturale che da sempre la attanaglia. Negli ultimi mesi si è assistito a un’autentica proliferazione di rassegne e manifestazioni musicali organizzate in piccole località abitualmente fuori dal giro, con conseguente catalizzazione dell’interesse del pubblico provinciale per situazioni nuove e potenzialmente soggette a interessanti sviluppi. Una rassegna senza dubbio meritevole di menzione è stata “Rock Roads 86”, nata da una fattiva collaborazione fra l’ARCI Teramo e il Comune di Giulianova e tenutasi nella cittadina balneare abruzzese nel week-end 1-2-3 agosto. Concepita con intelligenza e attuata con lodevole professionismo, “Rock Roads 86” intendeva essenzialmente richiamare l’attenzione di pubblico e media sull’attuale status del nuovo rock nazionale, cogliendo l’occasione per offrire a band del centro-sud la possibilità di esibirsi davanti alla ampia platea teoricamente richiamata da nomi di spicco italiani ed esteri. Continua a leggere

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Dead Can Dance (1981-1985)

È da poche settimane in circolazione un nuovo album dei gloriosi Dead Can Dance, che ho recensito per il prossimo numero di AudioReview. Ho dubbi che quanto qui (ri)proposto sia il primo mio pezzo sulla band australiana, ma di sicuro questa è stata la prima (e unica?) volta in cui ne ho scritto abbastanza in esteso, quasi trentatré anni fa.
Dimenticate, anche se il nome della band potrebbe suggerirvele, visioni di morte e immagini macabre tanto negative quanto opprimenti. Provate, invece, a raffigurarvi mentalmente una musica ammaliante e misteriosa, ricca di atmosfere oscure e inquietanti ma tutt’altro che deprimente, avvolta in un’aura di mistica solennità. Anche se possedete una fervida fantasia, ben difficilmente ciò che avrete concepito assomiglierà alle proposte dei Dead Can Dance, ensemble “di culto” autore di un sound che. per quanto connesso a matrici espressive piuttosto precise, si fa ammirare per la sua personalità. I riferimenti d’obbligo sono quelli alla scuola 4AD, etichetta alla quale non a caso il gruppo è legato, e quindi al post-punk etereo e anticonvenzionale di Cocteau Twins e This Mortal Coil; proprio questi ultimi (dei quali, del resto, fanno parte anche i due membri fondatori dei Dead Can Dance) si prestano più efficacemente al raffronto sia attitudinale che stilistico, sebbene ciascuna delle formazioni possegga una sua identità chiaramente delineata e autonoma. Continua a leggere

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AudioReview n.403

È in tutte le edicole già da alcuni giorni il numero di novembre di “AudioReview”, che oltre alle tante pagine dedicate ad argomenti più o meno tecnici legati al “buon ascolto” offre un’ampia sezione musicale da me curata, con decine e decine di recensioni di classica, jazz, rock-pop e quant’altro. La mia firma è apposta sotto la consueta rubrica “Le canzoni commentate”, che questo mese è incentrata su “Old Man” di Neil Young, e le recensioni dei nuovi dischi di Cat Power, John Grant, Thom Yorke, Kurt Vile, Kristin Hersh, Giorgio Canali e Tiromancino, nonché della ristampa degli House Of Love. 164 pagine per 7 euro.

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