Archivio dell'autore: federicoguglielmi

The Waterboys (2017 + 1988)

Due mesi fa decisi che l’ultimo dei Waterboys sarebbe stato “disco del mese” di AudioReview. Non fu una scelta facile, perché l’album è di quelli che fanno discutere per le ragioni che potrete capire leggendo la recensione che ho qui recuperato; non a caso gli ho assegnato solo 7,5, un voto bassino per – appunto – un “disco del mese”. Però, che posso dirvi… continua a sembrarmi un lavoro che, pur con tutte le legittime riserve, merita attenzione, e chi se ne importa se qualche fan di vecchia data ha ritenuto di darmi del pazzo per la critica positiva. Assieme, una seconda recensione, scritta tre anni e mezzo fa a proposito della ristampa (superestesa) dell’indiscusso capolavoro di Mike Scott e compagni, il sempre magico Fisherman’s Blues.

Out Of All This Blue
(BMG)
Nonostante i mezzi passi falsi e gli atteggiamenti a volte non simpatici, è difficile non voler bene a Mike Scott, il cantante, polistrumentista e songwriter scozzese di nascita e irlandese d’adozione che da circa trentacinque anni tiene le redini dei Waterboys. Contando pure i due firmati con le proprie generalità anagrafiche invece che con la sigla della instabilissima band, gli album da lui messi in fila dal 1983 a oggi sono quattordici, e quattro o cinque di essi – più di tutti Fisherman’s Blues del 1988, capolavoro di fusione fra folk celtico, country e rock – sono davvero belli-belli. Continua a leggere

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Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

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Sparks (2017)

Ho scoperto gli Sparks nei ’70, all’epoca del terzo o quarto album, e ne sono stato subito conquistato. Peccato solo che nel piccolo giro dei miei coetanei musicofili fossi l’unico ad apprezzarli e che abbia quindi vissuto questa passione senza poterla condividere. Benché nel tempo abbia incontrato parecchi altri estimatori, continuo però a vedere il gruppo come (più o meno) incompreso; eppure, nella sua discografia i dischi sempre particolari ma anche molto belli abbondano, e quest’ultimo appartiene alla categoria.

Hippopotamus
(BMG)
Una lunga storia, quella degli Sparks: quarantanove anni da quando i fratelli Ron e Russel Mael – tastierista il primo, cantante il secondo – iniziarono a operare come Halfnelson, quarantasei dall’uscita dell’unico LP con il nome iniziale, quarantacinque dalla sua ristampa come Sparks e dal suo successore A Woofer In Tweeter’s Clothing” e ad oggi gli album di studio sono ventitré. Kimono My House del 1974, quello dell’indimenticabile This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, è scolpito nella storia del rock, ma vari altri godono di considerazione critica e ottennero significativi riscontri commerciali: si pensi a Propaganda (1975), a No.1 In Heaven (1979), ad Angst In My Pants (1982) o a In Outer Space (1983). E anche se alcuni classificano i Mael come “reduci” dei ’70 e degli ’80, la realtà dice di una produzione di quasi sempre alto livello, giocata attorno ai soliti elementi ma ispirata e autorevole. Continua a leggere

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Dream Syndicate (2017)

Ho avuto un rapporto un po’ difficile con il nuovo album dei Dream Syndicate. Questo perché il concetto di reunion mi sta sempre più pesantemente sulle palle e perché in sostanza penso – senza nulla voler togliere al bravo Jason Victor – che una reunion dei Dream Syndicate senza la chitarra di Karl Precoda o Paul B. Cutler non sia una vera reunion dei Dream Syndicate. Come sa chi ha letto l’intervista sul numero di settembre di Classic Rock, con Steve Wynn ho parlato e la chiacchierata ha soffocato il sospetto che il “ritorno” fosse solo l’ennesima furbata, anche se Steve non ha avuto difficoltà ad ammettere che in questo momento, per la visibilità e i concerti, il nome della vecchia band “tira” certo di più del suo.
Comunque, alla fine, il disco mi è piaciuto, più di quanto dica il “7” in calce alla recensione, sempre di Classic Rock, che qui ripropongo (sarebbe stato un 7 e mezzo, ma lì non si usano i mezzi punti e un 8 sarebbe stato, per me, eccessivo). Mi hanno però stupito i tanti commenti troppo entusiastici di tanti appassionati, come se la band avesse tirato fuori dal cilindro un altro The Days Of Wine And Roses o Medicine Show: non è così e nessuno potrà mai convincermi del contrario. Non sarà mica che taluni hanno “voluto” trovare nel disco – bello, eh, lo ribadisco a scanso di equivoci – più di ciò che davvero contiene, per pura e comprensibilissima nostalgia di quando eravamo tutti più giovani e la musica dei nostri vent’anni ci travolgeva ben più di quella odierna?

How Did I Find Myself Here?
(Anti)
A quasi trent’anni dal precedente capitolo di studio, i (per tre quarti) riformati Dream Syndicate hanno tirato fuori dal cilindro il quinto album della loro gloriosa storia. Con un altro chitarrista, nuovo ma non del tutto (Jason Victor, per anni accanto al leader Steve Wynn nel suo percorso solistico), e con ospite alle tastiere l’ex Green On Red Chris Cacavas, vecchio amico dei lontani giorni del Paisley Underground, la band californiana ha concepito otto brani che si riallacciano direttamente al passato ma che da esso in qualche misura si affrancano; non una pedissequa rilettura di antichi stilemi, insomma, ma un recupero motivato e abbastanza ispirato di un approccio energico/visionario che rimanda al miglior r’n’r di scuola psichedelica, sviluppato in un sound ora più saturo e nervoso, ora più morbido e avvolgente.
Il top sta all’inizio, con la ballad robusta-ma-onirica Filter Me Through You, e alla fine, con la title track che si snoda ipnotica e convulsa per oltre undici minuti e poi con Kendra’s Dream, un incantesimo ruvidamente estatico in odore di dream pop con alla voce Kendra Smith, bassista della formazione originale strappata al suo più che ventennale esilio. Poteva essere un disastro, ma How Did I Find Myself Here? è invece un ritorno convincente; magari non sempre irresistibile, ma comunque a suo modo prezioso.
Tratto da Classic Rock n.58 del settembre 2017

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Queens Of The Stone Age

Settimane fa ho partecipato solo come spettatore agli accesi dibattiti svoltisi in Rete a proposito dell’ultimo album dei QOTSA, per (giusta) correttezza nei confronti delle riviste per le quali lavoro. Fosse per i responsabili delle stesse, anzi, in Internet non dovrei scrivere nulla, perché la mia presenza qui fa pensare a un tot di miei potenziali lettori che non valga la pena di spendere soldi in edicola perché bene o male può seguirmi gratis sul blog e su Facebook. La questione è interessante e prima o poi la analizzerò in modo più approfondito. Intanto, dato che Blow Up di settembre non è più in vendita in quanto sostituito da quello di ottobre, ecco la mia recensione del nuovo di Josh Homme e compagni. Che non è interlocutoria, no, o quantomeno non lo è più del – comunque valido – disco. Per chi fosse interessato, qui ci sono le mie recensioni d’epoca dei primi tre album della band.

Villains
(Matador)
È trascorso molto tempo da quando, a cavallo fra i ‘90 e gli Zero, molti vedevano giustamente i Queens Of The Stone Age come (pur moderati) innovatori e credibili portabandiera di una resistenza al processo di distacco del r’n’r dal suo ruolo di polo aggregativo primario delle tribù giovanili. Oggi che quella guerra è stata persa e che di rock si parla quasi unicamente come stile musicale, spesso accostandogli aggettivi sprezzanti quali “retrogrado” e “reazionario”, Josh Homme e compagni non sembrano comunque voler gettare la spugna, sia continuando a giocare con la retorica che segue come un’ombra il genere in questione, sia provando a dimostrare che il suo futuro non è solo dietro le spalle. Come i sei capitoli che l’hanno preceduto, Villains non rinuncia infatti a qualche piccolo aggiustamento di rotta, complici un utilizzo più ampio delle tastiere e l’ingaggio come produttore principale di Mark Ronson; sfumature, però, dato che groove e ruvidezze chitarristiche dominano ancora un sound dal forte impatto fisico, con atmosfere tendenti al cupo e ritmi che inducono al movimento, il tutto condito di occasionali divagazioni e bizzarrie. Non si avvertono in ogni caso decise alterazioni di una sintesi che rimane riconoscibile ed efficace, benché si abbia l’impressione che il sacro fuoco abbia lasciato il posto al mestiere e alle alchimie a tavolino, oltre che a un songwriting non sempre memorabile; ma questo passa il convento e, se si apprezza la formula, la soddisfazione è più o meno garantita.
Tratto da Blow Up n.231 del settembre 2017

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Four By Art


La scena neo-Sixties fiorita in tutto il mondo negli anni ’80 annoverava tra i suoi principali rappresentanti italiani i Four By Art di Milano, scioltisi una trentina di anni fa dopo aver realizzato un 7”EP e due LP poi raccolti (assieme a tre inediti dal vivo) nel CD The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008). Come attestato da Live!!!!, disponibile solo in download, dallo scorso decennio il gruppo è tornato in pista e suona tuttora, benché con un solo superstite della formazione storica (il co-fondatore Filippo Boniello) anche a causa della prematura scomparsa di due vecchi membri. Da pochissimi mesi è stato inoltre pubblicato – sempre da Area Pirata – Inner Sounds, nuovo CD che fa rivivere con ottima verve il sound e lo spirito del gruppo dell’epoca: tredici episodi, fra i quali le cover di Allora mi ricordo dei New Trolls (ovviamente in italiano: un esperimento che la band non aveva mai tentato, quantomeno su disco) e Sorry degli Easybeats (ma la ripresero pure Three O’Clock).
Negli Ottanta non recensii il 7” d’esordio dei Four By Art, perché non riuscii a entrarne in possesso in tempo utile. Mi rifeci però con i due LP, dei quali mi occupai sul Mucchio, e rileggendo a distanza di tanto tempo quanto scritto del primo, mi scappa un sorriso. Il gruppo era sponsorizzato dal collega (allora Rockerilla, in seguito Rumore) e poi anche amico Claudio Sorge, con il quale dai rispettivi giornali non ci risparmiavamo reciproche frecciatine e a volte anche insulti. Eravamo come due galli in un pollaio – io galletto, in quanto più giovane di sette anni – e quindi in contrasto per una sorta di leadership, ma il discorso è lungo e magari un giorno gli dedicherò un intero post, perché è una storia curiosa e, con il senno di poi, divertente. Per il momento, rimango in tema e recupero le recensioni – ingenuissime e pertanto “tenere” – di Four By Art ed Everybody’s An Artist… With Four By Art.

Four By Art
(Electric Eye)
Dopo le avvisaglie dell’antologia Eighties Colours, la scena neo-psichedelica italiana comincia a dare frutti concreti sempre sotto la direzione di Don Claudio, padrino molto geloso del suo ruolo di leader indiscusso (e indiscutibile) del movimento. Primo gruppo di quella fortunata raccolta a giungere al traguardo dell’album in proprio è Four By Art, quintetto lombardo proveniente dall’area Mod e recentemente convertitosi a una filosofia sonora beat-psichedelica ricca di attrattive, il cui principale limite risiede in una dipendenza forse eccessiva da schemi Sixties; la band, comunque, sembra avere la capacità di modernizzare il proprio sound. e, soprattutto, la volontà di farlo.
Four By Art è un disco di notevole caratura, assai ispirato e valorizzato da parecchie composizioni di grande fascino: la traccia. come accennato, è quella di un beat corposo e avvolgente in cui chitarra e organo, efficacemente contrappuntati da un convincente apparato canoro e a tratti da un’azzeccatissima armonica, si elevano su una sezione ritmica potente e incisiva; una ricetta non rivoluzionaria, quindi (volendo ricorrere a paragoni, si potrebbe citare i Prisoners, o magari i Fleshtones), ma sempre in grado di solleticare i palati più fini. Giudizio ampiamente positivo, dunque, per una band assai abile; peccato solo che questo 33 giri, approntato in tempi relativamente brevi e con supporti tecnici un po’ insufficienti, non riesca a rappresentare appieno le doti di un ensemble che, con un adeguato lavoro di produzione artistica e magari un budget più consistente, sarebbe probabilmente assurto a livelli di assoluta eccellenza. Si fosse dedicata maggior cura alla dinamica dei suoni e ai mixaggi, sovraintendendo poi in modo più accorto alle registrazioni, sicuramente staremmo parlando di “piccolo capolavoro” invece che di “album più che valido”. Bravi, comunque, ai Four By Art, e bravo anche a Don Claudio (se lo merita, dopotutto). Baciamo le mani.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.92 del settembre 1985

Everybody’s An Artist…
(Electric Eye)
Constatare la costante crescita qualitativa delle proposte di parecchie formazioni italiane è indubbiamente motivo di soddisfazione per chi, contro l’opinione comune, predica da anni la possibilità di una via musicale nostrana finalmente allineata agli standard della produzione rock internazionale; è davvero splendido verificare, giorno dopo giorno, la progressiva maturazione di una scena autoctona sempre più policroma e interessante, e scoprire che qualche volta i bei sogni possono divenire realtà. I milanesi Four By Art, giunti adesso al secondo album, fotografano nitidamente la situazione e offrono l’opportunità di riscontrare la fondatezza della teoria su esposta; partiti con impegno e passione, ma anche con mezzi limitati, nel circuito Mod, i cinque confezionavano un 45 giri tanto grazioso quanto amatoriale per poi affrontare l’esame ben più impegnativo del 33 giri. Four By Art, il disco in questione, peccava un po’ di ingenuità ma sottolineava contemporaneamente il netto passo in avanti compiuto dall’ensemble nella creazione di un sound di derivazione Sixties nel quale erano sintetizzate influenze psichedeliche, beat e mod.
Ora, con Everybody’s An Artist… With Four By Art, la band lombarda dà prova di avere definitivamente superato lo stadio dilettantesco per approdare felicemente alle rive di una invidiabile maturità compositiva e interpretativa; attraverso nove canzoni, alcune delle quali eccellenti, i Four By Art dimostrano la freschezza, la validità strutturale e il feeling della loro musica, che ha mantenuto le sue direttive di base arricchendo l’insieme di elementi direttamente estratti dalle tradizioni R&B e r’n’r. Insomma, un recupero creativo in piena regola, condotto con umiltà e devozione ma anche con piena consapevolezza delle proprie capacità tecniche ed espressive. Il merito dell’ottima riuscita dell’operazione va, in parte, anche alla decisione di avvalersi di uno studio professionale, in grado di garantire ai brani la brillantezza indispensabile per ben figurare: One More Time, The End Of Love, Just Feelin’ Alright o Don’t Mess Without Judas, con i loro vivaci intrecci di chitarra, tastiere (piano e organo), ritmi e voci, avvalorano tale tesi, contribuendo a rendere Everybody’s An Artist… un grande album rock per tutti i gusti e tutte le esigenze. It’s a nugget, if you dig it.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.106 del novembre 1986

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Pentangle (1968-1972)

Legittimo credere che per un primo approccio alla band il cofanetto in questione potrebbe essere ritenuto eccessivo, ma quanti possedessero solo uno/due titoli e meditassero di completare la discografia dovrebbero valutare l’opzione. Il prezzo non è da svendita, ma è senza dubbio adeguato al valore dell’oggetto.

The Albums (Cherry Red)
Una storia estremamente ricca di fascino, quella che nella seconda metà degli anni ‘60 coinvolse tanti musicisti delle isole britanniche in uno spontaneo progetto di recupero e rinnovamento delle loro radici folk. Le contaminazioni con altri generi (la musica tradizionale americana, il jazz, la canzone d’autore, la psichedelia, il progressive…), assieme all’elettrificazione degli strumenti un tempo rigorosamente acustici, generarono ibridi fantasiosi e spesso brillanti, rimasti in molti casi nell’ombra (e, quindi, consegnati al culto di pochi, autentici appassionati) ma a volte finiti sotto le luci dei riflettori e consacrati nel più ampio e visibile circuito rock-pop e non solo in ambito folk. E nell’elenco delle stelle, accanto a Incredible String Band, Fairport Convention e Steeleye Span, è inevitabile fare il nome dei Pentangle, che nel 2017 hanno raggiunto il mezzo secolo di (pur irregolare) attività. Continua a leggere

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Cartoline dal M.E.I.

Il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza esiste con questa denominazione dal 1997, e in tutti questi anni e con tutti i suoi aggiustamenti di rotta è stato un appuntamento fondamentale per la musica italiana cosiddetta alternativa. Poi, certo, sono il primo ad ammettere che il tutto potrebbe essere gestito in modo più ordinato/selettivo e meno, come dire?, “ecumenico”, ma per sopravvivere una manifestazione (gratuita) così grande è obbligata al classico “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Penso comunque che l’esistenza del Meeting rimanga per mille ragioni un bene ed è per per questo motivo che regolamente mi presto a sostenerne varie iniziative; da “fiancheggiatore” esterno, perché non ho mai avuto né mai avrò la vocazione del promoter.
Per quanto riguarda l’edizione 2017, ho fatto essenzialmente quattro cose, tutte in modo diverso gratificanti, e mi pare sensato darne comunicazione qui. La prima è stata ritirare la “Targa MEI Musicletter”, per il miglior blog personale, come già era accaduto nel 2014. Eccomi qui mentre la ricevo dalle mani del responsabile, Luca D’Ambrosio, nella Sala Bigari del Palazzo Comunale di Faenza.
La seconda è stata moderare un interessante incontro su come funzionano le classifiche di “vendita” (virgolette doverose) e soprattutto sul loro senso, alla Galleria della Molinella. Qui sono al tavolo assieme al Direttore di “Musica e Dischi” Mario De Luigi, all’esperto di classifiche Guido Racca e al cantautore Zibba.
Alla sera di sabato 30 settembre, nella sempre splendida cornice del Teatro Masini, ho consegnato a Brunori SAS il “PIMI 2017” – il PIMI è il premio ufficiale della musica indipendente italiana, da me curato assieme a Giordano Sangiorgi del M.E.I. – quale “artista indipendente italiano dell’anno”.
Domenica 1° ottobre, nella Sala del Consiglio Comunale, ho infine intrattenuto un paio di decine di colleghi e qualche curioso con una relazione sul tema “Giornalismo musicale: professione, o solo hobby?”, nell’ambito di un corso di formazione professionale all’interno del Forum del Giornalismo coordinato da Enrico Deregibus.
Grazie di cuore a tutti coloro con i quali ho condiviso queste ennesime, belle esperienze e naturalmente a quelli che mi hanno consentito di viverle.

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1985: la mia playlist

Come ormai faccio quasi sempre a inizio mese, recupero dal cassetto un’ennesima playlist d’epoca. Questa del 1985 uscì sul Mucchio e la suddivisione dei dodici titoli in sei categorie la rende decisamente curiosa. Trentuno anni e mezzo dopo averla compilata la memoria non mi sostiene e non sono quindi in grado di dire quanto la selezione degli album risentì dell’eventuale scelta a monte di impostare l’elenco in questo bizzarro modo, o se invece l’impostazione arrivò soltanto dopo la selezione stessa. Ma saperlo non è poi così importante, giusto?

Roots rock
R.E.M. – Fables Of The Reconstruction
Thin White Rope – Exploring The Axis

Punk oriented rock
Hüsker Dü – Flip Your Wig
Zarkons – Riders In The Long Black Parade
New wave rock
Wall Of Voodoo – Seven Days In Sammystown
Sisters Of Mercy – First And Last And Always

Rock
AA.VV. – Lost In The Stars
Tom Waits – Rain Dogs
Avant-rock
Dead Can Dance – Spleen And Ideal
Jesus And Mary Chain – Psychocandy

Rock italiano
Litfiba – Desaparecido
Viridanse – Mediterranea

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1986
1987
1990
1991
1996
1997
2000
2001

2006
2007
2013
2014
2015
2016

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Marilyn Manson (1998-2007)

Mentre mi accingevo a recensire per AudioReview il nuovo album d(e)i Marilyn Manson, ho dato come sempre uno sguardo al mio archivio testi per verificare cosa avessi scritto in passato. Non senza stupore, ho scoperto di aver trattato tutti i dischi pubblicati fra il 1998 e il 2007 dalla band americana, compreso un live e un “greatest hits”; nulla, invece, sui primi tre, né sugli altri tre editi fra il 2009 e il 2015. Potevo non recuperare il “filotto”? No, dovevo davvero farlo. Anche perché “l’altro Manson” (a proposito: sul primo, Charles, trovate qualcosa qui) è a mio avviso considerato molto peggio di quanto realmente meriti.

Mechanical Animals
(Nothing)
Mi sono sempre considerato un artista pop e quindi nel nuovo album ci sono parecchi elementi mainstream. Per me, però, è molto più interessante cercare di cambiare il mainstream piuttosto che adattarmici: trovarmi in una posizione di maggiore popolarità mi offre l’occasione di cambiare la direzione della musica e della moda”. Firmato Marilyn Manson, personaggio tra i più indecifrabili e controversi del rock contemporaneo. Rimane solo il problema di conciliare tale ambizioso obiettivo, pur in presenza di un lavoro assai più melodico e assai meno spigoloso dei suoi tre predecessori, con brani che parlano esplicitamente di droga, morte e violenza e che non lesinano in termini quali fuck, queer e whore. Continua a leggere

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Steven Wilson (2017)

Da grande estimatore di Steven Wilson (qui la recensione dell’album precedente, qui si parla di quello ancora prima, qui una lunga intervista), mi sono ovviamente occupato anche dell’ultimo lavoro, in qualche misura controverso.

To The Bone
(Caroline)
Questione complicata, quella del nuovo album da solista di Steven Wilson, quinto propriamente detto di una produzione avviata ancor prima dell’abbandono del progetto Porcupine Tree; complicata non tanto per l’artista britannico, che come al solito ha deciso cosa fare e – semplicemente – l’ha fatto, quanto per i suoi cultori, che avrebbero tutte le ragioni per rimanere basiti da un disco… pop. Continua a leggere

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Arcade Fire (2017)

Purtroppo gli spazi fissi e un po’ risicati – 1800 caratteri – delle recensioni di AudioReview limitano le possibilità di argomentare i propri giudizi. Comunque, per il nuovo album degli Arcade Fire sono riuscito a farmeli bastare per una spiegazione credo accettabile. Per chi fosse interessato, qui c’è anche la recensione di un vecchio, bel DVD.

Everything Now
(Columbia)
Analizzandola con un minimo di obiettività, cioè lasciandosi alle spalle eventuali fanatismi da ultras, la parabola degli Arcade Fire appare discendente. Vero che si partiva da molto alto, con un debutto sulla lunga distanza – Funeral, 2004 – qualificabile come epocale e un secondo capitolo – Neon Bible, 2007 – quasi allo stesso livello, ma da lì in avanti qualcosa si è incrinato; The Suburbs (2010) era comunque una prova eccellente, mentre il successivo Reflektor, del 2013, aveva raccolto più di un mugugno ma quantomeno aveva mostrato interessanti tentativi di rinnovamento. Continua a leggere

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Mauro Ottolini (e Tenco)

Sono sempre attento ai progetti legati a Luigi Tenco, uno di quegli artisti che inevitabilmente chiamano il pensiero “chissà cosa avrebbe fatto se non fosse andato via così presto”, e quindi non sono potuto rimanere indifferente a questo doppio CD a lui dedicato da Mauro Ottolini, jazzista atipico e brillante che ha estratto dal cilindro qualcosa di davvero speciale. Un disco da non perdere per ogni cultore di Tenco, scomparso da ormai cinquant’anni e mezzo, molto interessante per chiunque apprezzi la canzone d’autore non troppo convenzionale, godibile per tutti.

Tenco – Come ti vedono gli altri
(Azzurra Music)
Da una quindicina d’anni, Mauro Ottolini è uno dei jazzisti italiani più apprezzati, sia per le qualità tecniche (il suo strumento è il trombone, ma è pure compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra), sia per l’approccio fantasioso e “irregolare” alla scrittura, alla musica suonata, ai progetti messi in piedi. Non è un purista, insomma, ma neppure uno di quegli sperimentatori che il pubblico non avvezzo alle “ricerche” incontra difficoltà ad ascoltare; lo afferma con chiarezza una ricca discografia in proprio dove la trasversalità va a braccetto con la capacità di incuriosire e con un vivace (ma, a suo modo, serissimo) senso dell’ironia. Continua a leggere

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R.E.M. (2001)

Stamattina, per via di un lungo blackout che mi ha privato di computer fisso, connessione Wi-Fi, iPod (scarico), computer portatile (scarico) e impianto stereo, ho riascoltato grazie all’iPad Reveal, disco che certo non avevo bisogno di “riscoprire” – è pure nella mia playlist del 2001 – ma che mi ha comunque regalato per l’ennesima volta bellissimi momenti. Da qui a recuperare la recensione scritta oltre sedici anni fa, il passo è stato molto breve.
Reveal
(Warner)
Il punto, a ben vedere, sta in quel che è lecito chiedere a una band come i R.E.M., dopo oltre vent’anni di onorata carriera e undici album – senza contare l’enorme quantità di produzioni “accessorie” – di sempre notevole caratura. Di sicuro, non radicali stravolgimenti della loro consolidata e fortunata linea espressiva: dalla prima all’ultima delle sue dodici tracce, comunque tutt’altro che povere di spunti inediti e per certi versi “sperimentali”, Reveal dichiara senza possibilità di equivoci la sua paternità. Continua a leggere

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System Of A Down (2001)

Non so bene se la colpa sia del fatto che sono invecchiato, ma da vari anni è piuttosto raro che io recuperi, solo per il piacere del riascolto, dischi di area metal del periodo a cavallo fra i ’90 e gli ’00; eppure, all’epoca ne divoravo a decine e decine, e quando ne recupero alcuni di quelli che a memoria sono incasellati alla voce “ottimi”, ritrovo tutto ciò che all’epoca me li face amare e (ben) recensire. Tra i massimi capolavori del genere, inserito fra l’altro nella mia playlist del 2001, c’è senza dubbio il secondo dei SOAD, del quale – proprio in questi giorni, ma sedici anni fa – scrissi quanto segue.

Toxicity
(American Recordings)
Non hanno fatto bene, al crossover, i riscontri commerciali di parecchi suoi esponenti: complici l’avidità dei discografici e la bocca buona di troppi appassionati, il panorama del metal contaminato è ormai una specie di girone infernale affollato di opportunisti dell’ultim’ora, plagiatori senza scrupoli e puri e semplici fenomeni da baraccone. Fortunatamente, però, non tutti i gruppi sanno solo picchiar duro, alzare il volume e fare i pagliacci; i System Of A Down, californiani di Los Angeles con sangue armeno nelle vene, hanno invece elaborato una formula personale, dove potenza ed estremismi si legano a imprevedibili aperture melodiche, strutture stranite, pause evocative e citazioni etniche. Continua a leggere

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And the winner is… (again)

Accolgo con soddisfazione la notizia che “L’ultima Thule” si è aggiudicato per la seconda volta (la prima fu nel 2014) la “Targa MEI Musicletter”, assegnata annualmente al “Miglior blog personale” che si occupa di musica. Un sincero grazie ai componenti della giuria, quest’anno molto più ampia del passato, che hanno voluto accordarmi la loro preferenza, e naturalmente a tutti coloro che mi seguono.

Congratulazioni a “Rockol“, che ha ottenuto la Targa come “Miglior sito”, e a Big Time, vincitore del Premio speciale come “Migliore ufficio stampa”.

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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2001: la mia playlist

Per il 2001, così come per altri anni, le playlist annuali prevedevano quindici album suddivisi in tre categorie di apprezzamento (personale e non necessariamente “critico”, a scanso di equivoci). Rileggo le mie scelte e per fortuna mi ci ritrovo al 100%, compiacendomi del mio eclettismo e del fatto tutti i titoli in elenco sono in seguito ritornati – quale più, quale meno – a risuonare nelle mie orecchie. Non ci sono album italiani solo perché, come spesso accadeva, avevano una playlist a parte.
Björk – Vespertine
Mark Lanegan – Field Songs
Tool – Lateralus
System Of A Down – Toxicity
White Stripes – White Blood Cells
Arab Strap – The Red Thread
Black Rebel Motorcycle Club – BRMC
Manu Chao – Proxima Estacion: Esperanza
R.E.M. – Reveal
Strokes – Is This It
Laurie Anderson – Life On A String
Nick Cave – No More Shall We Part
Mogwai – Rock Action
Muse – Origin Of Symmetry
Iggy Pop – Beat’em Up

Le altre playlist annuali presenti ne “L’ultima Thule”:
1979
1980
1982
1984
1986
1987
1990
1991
1996
1997
2000
2006
2007
2013
2014
2015
2016

Categorie: playlist | 2 commenti

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