Archivio dell'autore: federicoguglielmi

Scalette ( 8 )

Ho avviato la mia attività di conduttore/autore radiofonico nel 1977, a nemmeno diciassette anni (qui come andò, per chi magari fosse interessato), e da allora mi sono trovato davanti a un microfono molte centinaia di volte (dal 1982 in avanti, solo per la RAI), sempre scegliendo autonomamente i brani da trasmettere; un tonante vaffanculo alle canzoni imposte o suggerite “””dall’alto”””, perché per me la radio è sempre stata intrattenimento culturale e non intrattenimento becero a base dei (per lo più merdosi) successi commerciali del momento “perché è quelli che la gente vuole ascoltare”. Chiaramente, conservo le scalette di tutte le mie trasmissioni, e complice la nostalgia – sono fermo da ormai tre anni: a quanto pare, la radio come so farla io non è più gradita – ho pensato potesse essere una buona idea proporne qualcuna qui, con le opportune spiegazioni.

imagesTempo fa ho pubblicato una scaletta del mio particolare Stereonotte dell’estate 2009, articolato in tre puntate ciascuna delle quali legate al numero “3”. Qui ho pubblicato quella conclusiva della breve serie, andata in onda il 13 settembre, mentre quella che ripropongo adesso è la prima, del 30 agosto, che ebbe per protagoniste solo band composte da tre musicisti. Ricevetti messaggi di ascoltatori che rimandavano il rietro a casa per non perdere nulla di quello che avrei trasmesso, e fu una bella soddisfazione.

00,25-1,00
Cream – Dance The Night Away
Jimi Hendrix Experience – Foxy Lady
Blue Cheer – Summertime Blues
ZZ Top – La Grange
Le Orme – Sguardo verso il cielo
Verdena – Angie
1,00-2,00
Nerves – Hanging On The Telephone
Jam – Here Comes The Weekend
Motorhead – The Ace Of Spades
Atomic Rooster – Sleeping For Years
Manic Street Preachers – The Masses Against The Classes
Hüsker Dü – Standing In The Rain
R.E.M. – You’re In The Air
Depeche Mode – Precious
Human League – Blind Youth
Heaven 17 – Come Live With Me
2,00-3,00
Sleater-Kinney – The End Of You
Yeah Yeah Yeahs – Machina
Zen Circus – Punk Lullaby
Violent Femmes – Gone Daddy Gone
Firehose – Time With You
Yo La Tengo – Little Honda
Low – Just Stand Back
Blonde Redhead – Loved Despite Of Great Faults
Liars – Protection
Alley Cats – Nothing Means Nothing Anymore
3,00-4,00
Muse – New Born
Placebo – Taste In Men
Flaming Lips – Mr. Ambulance Driver
Melvins – Going Blind
Wipers – No One Wants An Alien
Morphine – Cure For Pain
Codeine – Angels
Dinosaur Jr. – Freak Scene
4,00-5,00
Nirvana – Heart-Shaped Box
Green Day – Welcome To Paradise
Primus – Wynona’s Big Brown Beaver
Police – Walking On The Moon
Rush – Heart Full Of Soul
Jon Spencer Blues Explosion – The Midnight Creep
Oblivians – The Leather
Motorpsycho – My Best Friend
Emerson, Lake & Palmer – Lucky Man
5,00-5,25
Crosby, Stills & Nash – Wooden Ships
Black Rebel Motorcycle Club – The Weight Of The World
Supremes – Stoned Love
Formula 3 – Non è Francesca

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Cristiano De André vs Tom Petty

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.De André copSerie “adattamenti”, n.47
Tom Petty in italiano? Fu Massimo Bubola a tradurre/adattare Into The Great Wide Open, scritta dallo stesso Petty a quattro mani con Jeff Lynne, per l’album Canzoni con il naso lungo di Cristiano De André, del quale curò anche la produzione artistica. Si era nel 1992 e al brano, che si può ascoltare qui, venne dato un titolo al 100% fedele all’originale, così come fedele era il testo: Nel grande spazio aperto.

Adattamenti n.1: Michele vs Elvis Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Marco Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Ornella Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caterina Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Duilio Del Prete vs Jacques Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

Adattamenti n.11: Teho Teardo e Blixa Bargeld vs Tommy James And The Shondells
Adattamenti n.12: Gatto Panceri vs The Cure
Adattamenti n.13: Tito Schipa Jr. vs Bob Dylan
Adattamenti n.14: Barabba vs Kinks
Adattamenti n.15: Dik Dik vs The Band
Adattamenti n.16: Le Pecore Nere vs Troggs
Adattamenti n.17: Gian Pieretti vs Donovan
Adattamenti n.18: Satelliti vs Yardbirds
Adattamenti n.19: Roll’s 33 vs Blues Magoos
Adattamenti n.20: Lucio Dalla vs James Brown
Adattamenti n.21: Luigi Mariano vs Bruce Springsteen
Adattamenti n.22: Ligabue vs R.E.M.
Adattamenti n.23: Stormy Six vs Creedence Clearwater Revival.
Adattamenti n.24: Mimmo Locasciulli vs Leonard Cohen.
Adattamenti n.25: Rita Pavone vs Pete Seeger.
Adattamenti n.26: Angelo Branduardi vs Pogues.
Adattamenti n.27: Popi vs Arthur Brown.
Adattamenti n.28: Bobby Solo vs Kingston Trio.
Adattamenti n.29: Patty Pravo vs Lou Reed.
Adattamenti n.30: I Diabolici vs Jimi Hendrix.
Adattamenti n.31: Enrico Ruggeri vs Tom Waits.
Adattamenti n.32: Pop Seven vs Beach Boys.
Adattamenti n.33: Gleemen vs Beatles.
Adattamenti n.34: Baustelle vs Divine Comedy
Adattamenti n.35: Ianva vs Strawbs.
Adattamenti n.36: Riky Maiocchi vs Animals.
Adattamenti n.37: Nada vs Mark Lindsay
Adattamenti n.38: Paola Turci vs Suzanne Vega.
Adattamenti n.39: Barritas vs Cream.
Adattamenti n.40: Bobo Rondelli/Ottavo Padiglione vs Clash.
Adattamenti n.41: Corvi vs Box Tops.
Adattamenti n.42: Jimmy Fontana vs Tom Jones.
Adattamenti n.43: Skiantos vs Brogues.
Adattamenti n.44: Gianna Nannini vs Janis Joplin.
Adattamenti n.45: The Ride vs The Nuns.
Adattamenti n.46: Pierangelo Bertoli vs Billy Joel.

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Billboard Italia 41

Billboard 41Dalla scorsa settimana è disponibile sull’app, al prezzo di € 1.99, l’edizione digitale del numero 41 (novembre 2021) di Billboard Italia (quella cartacea si può ricevere direttamente a casa, ordinandola sempre sull’app, a € 5). Ho contribuito con un articolo non esattamente torrenziale sui Green Day, a proposito del loro album di BBC Sessions..

Ricordo che sull’app, alle stesse condizioni, sono acquistabili anche tutti i numeri arretrati. Se qualcuno fosse interessato, per il n.40 ho realizzato una lunga intervista a Carmen Consoli; nel n.39 ho pubblicato un articolo sui Beach Boys del periodo a cavallo tra i ’60 e i ’70; nel n.38 ci sono un articolo sui Van der Graaf Generator, uno sulla ristampa de Le radici e le ali dei Gang e una microrecensione del nuovo album di Jackson Browne; il n.37 ospita un mio articolo sui successi reali o presunti del rock italiano nel mondo; nel n.36 ci sono due mie interviste a Motta e Rachele Bastreghi, più una recensione della ristampa superestesa di Déjà vu di CSN&Y; nel n.35 (aprile) c’è un mio articolo sulla lontana, breve stagione del cosiddetto Sunshine Pop; nel n.32 (dicembre/gennaio) ho scritto in esteso della ristampa di Brothers dei Black Keys; nel n.31 (novembre) ho firmato una retrospettiva sui White Stripes; nel n.30 (ottobre) ho intervistato Wayne Coyne dei Flaming Lips e Francesco Bianconi; nel n.29 (settembre) ho intervistato Exene Cervenka a proposito del nuovo album degli X; nel n.28 (luglio/agosto) ho rievocato i giorni di Dry di PJ Harvey; nel n.27 (giugno) ho fatto lo stesso con quelli di Closer dei Joy Division; nel n.26 (maggio) mi sono occupato dell’edizione deluxe in vinile di High Violet dei National; nel n.25 (aprile) ho scritto di una serie di band composte da due elementi o comunque fondate sull’idea della coppia; nel n.23 (febbraio) ho intervistato Colin Newman degli Wire; nel n.22 (dicembre/gennaio) ho raccontato la genesi di Ko de mondo dei CSI; nel n.21 (novembre) ho intervistato Peter Hook.

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Elli De Mon (2021)

Elli De Mon foto 3

Dopo le esperienze con varie band, da circa otto anni Elli De Mon – Elisa De Munari per l’anagrafe – porta avanti con riscontri significativi una carriera davvero in solitaria sotto il segno del più puro blues. In discografia, un 45 giri, un EP, un CD “split” con Diego DeadMan Potron e gli album Elli De Mon (2014), II (2015), Songs Of Mercy And Desire (2018) e, da pochi mesi, Countin’ The Blues (Queens Of The 1920’s), seguito musicale al suo libro omonimo del 2020 dedicato alle intrepide signore del blues anni ’20: dieci adattamenti (uno in meno nel CD) “in chiave rock” di brani più o meno oscuri proposti illo tempore da eroine quali Bessie Smith, Memphis Minnie, Elizabeth Cotten o Ma Rainey tra incisive saturazioni chitarristiche, batteria essenziale ma vigorosa, guizzante lap steel, inserti di sitar e dilruba e canto magneticamente evocativo. Ecco la versione integrale dell’intervista che le ho fatto per il numero di Classic Rock dello scorso settembre.

La tua folgorazione per il blues in un flash.
Guardando a posteriori i miei ascolti di adolescente e di adulta, direi che il blues – nel senso più ampio del termine – è il comune denominatore di tutti gli artisti ai quali sono affezionata, dai White Stripes a PJ Harvey. Se però parliamo di epifanie, sono due: un concerto di Jack Rose, di una quindicina di anni fa, un uomo solo e la magia della sua chitarra. Attraverso di lui ho capito l’accordatura aperta, il fingerpicking e il valore del silenzio. Quella sera disse poche parole, ma i suoi silenzi parlavano… il modo in cui dava respiro alle note, alle pause. Quella notte io e miei coinquilini lo ospitammo e gli chiesi da dove nascesse quel modo, quell’esigenza di suonare, e lui semplicemente mi rispose “il blues”. Da lì ho cominciato a cercare… e si arriva al secondo episodio, ossia Il giorno in cui ho posato sul piatto un disco di Fred McDowell. Appena la sua musica è uscita dalle casse è stato come se il cerchio si chiudesse e tutto acquisiva un senso. Era come se avessi trovato l’origine del tutto.
Perché la formula della “one-woman band”? Eri rimasta in qualche modo delusa dalle tue precedenti esperienze come componente di una band?
Sono un lupo solitario e una persona pragmatica, e nei gruppi in cui ho suonato la presenza di altri comportava un continuo scendere a compromessi. Un mio difetto è di essere intransigente, almeno per quanto riguarda il lato artistico della mia vita: non c’è verso di farmi fare una cosa che non mi va. Credo dipenda dal fatto che, proprio per conservare una certa libertà di pensiero ho scelto di avere un lavoro fisso che mi garantisca una certa autonomia nella quotidianità. Di conseguenza non sono obbligata a fare scelte artistiche che non giudico autentiche perché, altrimenti, non potrei portare a casa la pagnotta. Non è facile avere le stesse vedute con altre persone, specie a una certa età (quale io ho). Di conseguenza fare da soli, anche se molto faticoso, può rivelarsi più agevole.
Il tuo stile ha molte sfumature, ma mi è parso di rilevare una certa attenzione per il mondo esoterico e per il “dark”. Da dove deriva questa fascinazione?
Come ho detto in precedenza, sono una persona pragmatica, concentrata su una quotidianità piuttosto organizzata. È probabile che il mio lato esoterico abbia origini in parte inconsce, per compensare questo mio essere molto materiale e razionale. Sono laureata in etnomusicologia e di sicuro l’incontro con altre culture, come quella africana e soprattutto quella indiana, ha scatenato in me l’attrazione verso aspetti oggi poco sondati dalla nostra cultura, se non in modo superficiale e dogmatico, quali il sacro e la sua dimensione simbolica. Ecco, direi che più che l’esoterico mi incuriosiscono questi temi. Di conseguenza mi piace interessarmi alla musica folklorica e a come le diverse culture si rapportano a quelle sfere che da sempre interrogano l’uomo e lo spaventano. Per quanto riguarda il “dark”, in effetti le musiche che da sempre mi colpiscono, siano esse di matrice classica, folklorica o pop/rock, sono scritte in modi minori. Per un periodo mi sono obbligata a scrivere solo in maggiore. Mi riconosco molto nella musica modale, probabilmente perché ha delle componenti ataviche, ancestrali. Forse il lato scuro è legato a questo. Tuttavia non mi piacciono molti dei gruppi definiti dark, li trovo un po’ noiosi, un po’ chiusi su se stessi. Un po’ depressi (ride, NdI).
Da solista hai fatto tanto e raccolto consensi, specie all’estero. Sei rimasta stupita dallo sviluppo rapido e proficuo della tua carriera?
Mah… In fondo suono da una vita, lo sviluppo non è stato poi così rapido. E poi la mia vita sui palchi è veramente fatta di alti e bassi, sempre dalle stelle alle stalle e viceversa. Il giorno prima sono a suonare su un palco gigante di un bellissimo festival e il giorno dopo vicino al cesso del bar della stazione, con davanti solo quattro vecchi e il loro spritz. È difficile raggiungere una costanza, ma in fondo va bene così: mi fa tenere bene a mente quanto le cose siano sfuggevoli e mi mantiene con i piedi ben piantati a terra. E, cosa non scontata, il mio ego capriccioso a volte riceve delle belle scosse che lo costringono a ridimensionarsi. All’estero, prima della pandemia, avevo un bel giro, spero che a breve si potrà tornare su quei palchi.
In quanto donna, hai incontrato qualche difficoltà a essere presa sul serio?
Diciamo che molto ha a che fare con il tipo di scelte che si fanno. Ho evitato certi ambienti, perché per me puzzano… o, semplicemente, non ho il carattere adatto per averci a che fare. Nei posti che frequento – circoli culturali, ARCI, associazioni – ho trovato sempre molto rispetto. Va da sé che questi luoghi sono già sensibili a molte tematiche. Il discorso cambia quando hai a che fare con situazioni più mainstream, dove il tipo di narrazione è più stereotipato. Per risparmiare il mio fegato ho detto no. In questi anni mi sono fatta begli amici e amiche che con me condividono una vita sempre sulla strada, a suonare ovunque, dai bei palchi ai cessi dei bar dei quali dicevo prima.
Il tuo nuovo album è un tributo alle storiche blueswomen e segue un libro sullo stesso argomento. Immagino che ambedue abbiano alle spalle motivazioni non solo musicali…
Certo. Per me le loro canzoni sono una porta di accesso a un senso individuale e sociale del vivere, il loro blues è un vero e proprio modo di vedere la vita. Hanno usato il blues come un mezzo per raccontare la verità, testare i propri sentimenti, trovare la propria voce. Le loro canzoni sono state una via per nominare il proprio dolore, riconoscerlo e, forse, guarire. Hanno sollevato dei temi cruciali: l’abuso sessuale, l’omosessualità, il bisogno di riappropriarsi del corpo. E lo hanno fatto cent’anni fa, ben prima dei movimenti di emancipazione femminile dei ‘60 e dei’ 70, e per averlo fatto sono anche finite in prigione. A me sembra assurdo che nessuno abbia restituito a queste donne il loro valore politico, oltre a quello musicale. Ho trovato pochissima letteratura su queste artiste e spesso solo specifica, come articoli universitari. Credo che lo stigma razziale e di genere abbia ancora un certo peso. Nel mio piccolo volevo contribuire a diffondere la loro visione, a far capire quanto sia attuale e quanto il loro modo di fare musica sia stato un esempio politico da seguire, al di là del colore della pelle. Non sono afroamericana e certo non voglio portare avanti un’operazione di appropriazione culturale di un universo che non mi appartiene, riconosco che le mie radici sono completamente diverse. Ma con loro ho agito e agisco per empatia. E spero che molti altri possano farlo.
Ti sei posta obiettivi per il prosieguo, oppure vivi in qualche misura alla giornata?
Di cose in pentola ne bollono ma. anche visti i tempi, vivo un po’ alla giornata. Sicuramente continuerò a progettare e a portare avanti le mie idee, e se potrò realizzarle… ben venga. Al momento, però, ci vado cauta.
(in parte da Classic Rock n.106 del settembre 2021)

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Il punk è nato in Perù

Los Saicos

Serie “Puttanate”, n.1
Necessaria premessa. Pur avendo più di qualche riserva sul modo in cui funziona, sono un sostenitore di Wikipedia: mi capita di “perder tempo” a correggere eventuali vaccate che ci trovo e non mi tiro indietro alle periodiche richieste di un contributo per sostenerla. Tutto chiaro? Ok, allora vi racconto che, sulla pagina/scheda/voce (italiana) dedicata al punk rock, ho dovuto rileggere più di una volta per convincermi che, sì, c’era scritto proprio “Le origini di questo genere musicale sono da ricercarsi sostanzialmente all’interno delle scene rock di Detroit e di New York e di Lima verso la fine degli anni Sessanta del XX secolo, quando gruppi come The Velvet Underground, MC5, Los Saicos e Stooges svilupparono uno stile che iniziava a distaccarsi dalle convenzioni tecniche del rock “classico” in favore di forme espressive maggiormente basate sull’impatto sonoro”. Dunque, vediamo… Detroit e New York ok, ma… Lima?!? Velvet Underground, MC5, Stooges ok, ma… Los Saicos?!? Poco più sotto, si spiega che “i Los Saicos, una band di garage rock peruviana originaria di Lima, vengono oggi considerati un’importante formazione proto-punk”. Buono a sapersi, ma chi è che attribuisce questa importanza al gruppo? Clicco sul link corrispondente alla nota n.3 e arrivo a un articolo del “Guardian” datato settembre 2012, che porta avanti con leggerezza – diciamo che era un pezzo “di colore” – questa singolare tesi. A corredo c’è un video in cui il batterista Pancho Guevara mostra anche una targa sul muro di un palazzo che in qualche modo attribuisce al gruppo la qualifica di “inventori del punk” per via della loro attività nei Sixties (documentata da quattro 45 giri pubblicati nel 1965/1966), interrotta a lungo e poi ripresa una quindicina di anni fa. La “prova” sarebbe in particolare un brano, Demolición, palesemente ricalcato sulla celeberrima Surfin’ Bird degli americani Trashmen, un grande successo del 1963 – fu n.4 USA – che ispirò decine se non centinaia di gruppi in tutto il mondo. Trattasi insomma di una simpatica scopiazzatura che, oltretutto, è un caso quasi a parte nel repertorio del quartetto, com’è facile riscontrare ascoltando una delle sue tre antologie uscite tra il 1999 e il 2010.
Il punto, ovviamente, non è se Los Saicos fossero validi o meno (ognuno può giudicarlo da sé, stanno pure su Spotify), ma che qualcuno, dopo aver letto l’articolo del “Guardian” (che tra l’altro, nei commenti, è ferocemente criticato e deriso), abbia avuto l’idea di inserirli su Wikipedia in quanto precursori del punk alla pari di Velvet Underground, MC5 e Stooges. Una roba del genere può essere fatta per tre ragioni, o almeno a me vengono in mente solo queste: per cazzeggiare, pensando “vediamo se qualcuno se ne accorge” (e nel caso la qualifica di “stronzo” se la merita tutta); per ignoranza, perché se si mette una oscura band peruviana sullo stesso livello di Velvet Underground, MC5 e Stooges è scontato che non si conosca la materia della quale si sta scrivendo; per quella che definisco “fenomenite”, ovvero la sempre più diffusa tendenza a credersi più informato e furbo della massa, con relativa voglia di dichiararlo tronfiamente al mondo (nella categoria rientrano pure quelli che puntano a riscrivere la Storia basandosi su loro convinzioni di solito bislacche).
Dato che il mondo è pieno di squilibrati, non mi stupirei se qualcuno commentasse che sono io a non capirci nulla e che Los Saicos strameritano che i lettori italiani di Wikipedia – soltanto quelli italiani: va da sé che nella pagina “punk rock” inglese nessuno si è sognato di aggiungere lo scoop – li reputino antesignani del punk fondamentali tanto quanto i tre di cui sopra. Intanto, oggi stesso, correggerò la voce cancellando ogni riferimento al gruppo di Lima, sperando di non dover poi sostenere lunghe, surreali discussioni con qualche pasdaran di quella libertà di informare che troppo spesso sembra coincidere con la libertà di sparare cazzate.

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