Articoli con tag: avanguardie

Pins (5)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80, quella della Italian Records e quella con band punk fine ’70, è il turno dei Residents e della loro Ralph Records..

Categorie: cazzeggi | Tag: , | 2 commenti

Dead Can Dance (1981-1985)

È da poche settimane in circolazione un nuovo album dei gloriosi Dead Can Dance, che ho recensito per il prossimo numero di AudioReview. Ho dubbi che quanto qui (ri)proposto sia il primo mio pezzo sulla band australiana, ma di sicuro questa è stata la prima (e unica?) volta in cui ne ho scritto abbastanza in esteso, quasi trentatré anni fa.
Dimenticate, anche se il nome della band potrebbe suggerirvele, visioni di morte e immagini macabre tanto negative quanto opprimenti. Provate, invece, a raffigurarvi mentalmente una musica ammaliante e misteriosa, ricca di atmosfere oscure e inquietanti ma tutt’altro che deprimente, avvolta in un’aura di mistica solennità. Anche se possedete una fervida fantasia, ben difficilmente ciò che avrete concepito assomiglierà alle proposte dei Dead Can Dance, ensemble “di culto” autore di un sound che. per quanto connesso a matrici espressive piuttosto precise, si fa ammirare per la sua personalità. I riferimenti d’obbligo sono quelli alla scuola 4AD, etichetta alla quale non a caso il gruppo è legato, e quindi al post-punk etereo e anticonvenzionale di Cocteau Twins e This Mortal Coil; proprio questi ultimi (dei quali, del resto, fanno parte anche i due membri fondatori dei Dead Can Dance) si prestano più efficacemente al raffronto sia attitudinale che stilistico, sebbene ciascuna delle formazioni possegga una sua identità chiaramente delineata e autonoma. Continua a leggere

Categorie: articoli | Tag: , | 3 commenti

Monkey

Esattamente dieci anni fa, il 22 luglio del 2008, recensivo per il Mucchio questo bizzarro album – legato a Damon Albarn – che sarebbe uscito di lì a un mesetto. Dopo averlo fatto, con il poco aiuto offerto da informazioni lacunosissime, mi sono dimenticato non solo della recensione ma anche del disco, che per di più non credo nemmeno di possedere. Cose che succedono non spessissimo ma a volte sì, e la sensazione di rileggere qualcosa di proprio come se ad averla scritta fosse stato qualcun altro è piuttosto curiosa.

Journey To The West
(XL)
Benché le (scarne) note di presentazione lo definiscano come “il nuovo progetto di Damon Albarn e Jamie Hewlett (Gorillaz)”, in Journey To The West non sembra esserci traccia della voce del frontman dei Blur; e se anche da qualche parte ci fosse, cosa che la fumosità studiata ad arte dei comunicati-stampa ha impedito di appurare, la sua presenza sarebbe comunque ininfluente. L’album dei fantomatici Monkey, che da Albarn è peraltro composto e prodotto, non ha infatti nulla a che spartire con il pop-rock convenzionalmente inteso, ma è “l’estensione discografica” di un’opera musical-teatrale che si basa su antichi scritti cinesi cantati in mandarino – e della quale Hewlett è responsabile degli aspetti visivi, dai costumi alle animazioni e quant’altro – presentata a Manchester nel 2007, per essere poi riportata in scena a Londra a partire dallo scorso 23 luglio.
Insomma, dimenticatevi di trovare in questi cinquanta minuti, suddivisi in ventidue tra brevi frammenti e composizioni più lunghe e articolate, una nuova Beetlebum o un’altra Clint Eastwood, ma non pensate neppure a una versione in chiave orientale dell’esperienza The Good, The Bad & The Queen: Journey To The West, al quale hanno contribuito – in numero sembra superiore al centinaio, anche se la prospettiva è falsata da un coro di rara imponenza – “musicisti e cantanti europei e cinesi” al momento non ancora identificati, è tranquillamente collocabile nella stessa casella stilistica dei Residents più “accessibili”. Legittimo parlare, insomma, di un atipico incontro sotto l’ombrello della cosiddetta world music tra pop, sonorizzazione e (sullo sfondo) avanguardia, il tutto all’insegna di un continuo incastrarsi di ritmi incalzanti e dilatati, interventi vocali più o meno bizzarri, strumentazione non sempre convenzionale, atmosfere stranianti che non disturbano ma che anzi, si rivelano abbastanza spesso suggestive. Non chiamatelo però divertissement, perché è noto che Albarn prende le cose maledettamente sul serio… e magari ne approfitterebbe per mettere il broncio e rimandare ulteriormente il nuovo album dei Blur, che si fa purtroppo attendere da ormai cinque maledettissimi anni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.650 del settembre 2008

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Dark Day (1980-1983)

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)