Articoli con tag: avanguardie

Monkey

Esattamente dieci anni fa, il 22 luglio del 2008, recensivo per il Mucchio questo bizzarro album – legato a Damon Albarn – che sarebbe uscito di lì a un mesetto. Dopo averlo fatto, con il poco aiuto offerto da informazioni lacunosissime, mi sono dimenticato non solo della recensione ma anche del disco, che per di più non credo nemmeno di possedere. Cose che succedono non spessissimo ma a volte sì, e la sensazione di rileggere qualcosa di proprio come se ad averla scritta fosse stato qualcun altro è piuttosto curiosa.

Journey To The West
(XL)
Benché le (scarne) note di presentazione lo definiscano come “il nuovo progetto di Damon Albarn e Jamie Hewlett (Gorillaz)”, in Journey To The West non sembra esserci traccia della voce del frontman dei Blur; e se anche da qualche parte ci fosse, cosa che la fumosità studiata ad arte dei comunicati-stampa ha impedito di appurare, la sua presenza sarebbe comunque ininfluente. L’album dei fantomatici Monkey, che da Albarn è peraltro composto e prodotto, non ha infatti nulla a che spartire con il pop-rock convenzionalmente inteso, ma è “l’estensione discografica” di un’opera musical-teatrale che si basa su antichi scritti cinesi cantati in mandarino – e della quale Hewlett è responsabile degli aspetti visivi, dai costumi alle animazioni e quant’altro – presentata a Manchester nel 2007, per essere poi riportata in scena a Londra a partire dallo scorso 23 luglio.
Insomma, dimenticatevi di trovare in questi cinquanta minuti, suddivisi in ventidue tra brevi frammenti e composizioni più lunghe e articolate, una nuova Beetlebum o un’altra Clint Eastwood, ma non pensate neppure a una versione in chiave orientale dell’esperienza The Good, The Bad & The Queen: Journey To The West, al quale hanno contribuito – in numero sembra superiore al centinaio, anche se la prospettiva è falsata da un coro di rara imponenza – “musicisti e cantanti europei e cinesi” al momento non ancora identificati, è tranquillamente collocabile nella stessa casella stilistica dei Residents più “accessibili”. Legittimo parlare, insomma, di un atipico incontro sotto l’ombrello della cosiddetta world music tra pop, sonorizzazione e (sullo sfondo) avanguardia, il tutto all’insegna di un continuo incastrarsi di ritmi incalzanti e dilatati, interventi vocali più o meno bizzarri, strumentazione non sempre convenzionale, atmosfere stranianti che non disturbano ma che anzi, si rivelano abbastanza spesso suggestive. Non chiamatelo però divertissement, perché è noto che Albarn prende le cose maledettamente sul serio… e magari ne approfitterebbe per mettere il broncio e rimandare ulteriormente il nuovo album dei Blur, che si fa purtroppo attendere da ormai cinque maledettissimi anni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.650 del settembre 2008

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Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

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Dark Day (1980-1983)

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

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Omaggio a Kurt Weill

Scrissi questa recensione all’inizio del 1987 per un album che in realtà era stato pubblicato due anni prima. Non fu una scoperta tardiva, come dimostra la sua presenza nella mia playlist del 1985, ma per qualche ragione difficile da appurare dopo così tanto tempo mi venne di sicuro chiesto di occuparmene “in differita” e io, che sul Mucchio non avevo avuto occasione di occuparmene, non mi tirai indietro. Si tratta di uno dei primi album-tributo concepiti come tali, ben prima che il fenomeno si allargasse a macchia d’olio divenendo pressoché insopportabile, e per come la vedo io rimane uno splendido lavoro; non a caso, quando alla fine dei ’90 scelsi a corredo di un articolo del Mucchio dodici dischi-omaggio particolarmente interessanti/significativi, non mi fu possibile lasciarlo fuori (ne è testimonianza la breve scheda recuperata ancora più in basso). Rispetto alla recensione di AudioReview, ho solo il sospetto di essere stato un po’ troppo benevolo nella valutazione della resa sonora, ma si sa che in quel periodo eravamo più o meno tutti più o meno condizionati dalla propaganda volta ad affermare sul mercato il compact-disc.
Lost In The Stars
(A&M)
Più che un semplice disco, Lost In The Stars – sottotitolato The Music Of Kurt Weill – è una vera e propria celebrazione dell’arte del compositore tedesco di nascita ma statunitense d’adozione, prematuramente scomparso nel l950 dopo aver partorito alcune delle opere musicali più affascinanti e significative del nostro secolo. Continua a leggere

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King Krule (2013-2017)

Carta canta, e per la precisione afferma che, dalle nostre parti, sono stato uno dei primi a tessere le lodi del primo album di King Krule, recensendolo in maniera estremamente positiva in tempo reale e inserendolo tra i miei album del 2013. Mi sono occupato anche dello “strano” lavoro seguente pubblicato a nome Archy Marshall, passato abbastanza sotto silenzio, nonché della terza (o seconda, fate voi) prova, che figura nella mia playlist del 2017 ma che è stato gratificato di consensi pressoché unanimi. Di questo sono ovviamente più che felice, e intanto mi tengo stretta la mia piccola, sciocca soddisfazione di aver capito prima di tanti altri la grandezza dell’ancor giovanissimo musicista britannico. Carta canta.

6 Feet Beneath The Moon
(XL)
Il 27 agosto Archy Marshall ha compiuto diciannove anni. Coerentemente con la sua giovane età, ha adottato il suo secondo nom de plume – prima si faceva chiamare Zoo Kid – ispirandosi a un videogame, e dal 2010 si muove nel circuito londinese come cantante, songwriter, musicista, DJ e produttore, raccogliendo lusinghieri riscontri: eloquenti la nomination al “BBC Sound Of 2013”, i tre singoli ufficiali editi con cadenza annuale dal 2010 al 2012 e ora il contratto con la XL Recordings, concretizzatosi in quest’album che di sicuro non passerà inosservato. Difficile, infatti, non rimanere colpiti da questo ragazzino dai capelli rossi che, con una voce profonda simile a quella del primo Billy Bragg, intona canzoni per lo più scarne, cupe (anche nei testi) e ruvide – ma persuasive sul piano melodico – con influenze dubstep. Riuscendo a immaginare un doppelgänger di James Blake non si sarebbe tanto distanti dalla realtà. Continua a leggere

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Trax, 1981-1987

Negli anni ’80 mi fece molto piacere seguire nel dettaglio l’avventura della Trax, curiosa organizzazione allestita dal compianto Piermario Ciani, Vittore Baroni e (quasi subito) Massimo Giacon. Di cosa si trattasse è spiegato nelle righe che seguono e dunque non mi ripeto: mi limiterò a dire che questi (allora) ragazzi operavano con filosofia da Internet quando il Web era solo nei libri di fantascienza. Approfitto però della pubblicazione del doppio vinile antologico Trax Test (Excerpts From The Modular Network 1981-1987) da parte dalla Ecstatic Recordings di Londra (la prima tiratura di cinquecento esemplari è già esaurita, ma si attende una ristampa) per recuperare dai sacri archivi una monografia che scrissi in occasione della chiusura del progetto e le recensioni d’epoca dei dischi in vinile. Pochi, perché la Trax produceva soprattutto cassette.
“All For Art and Art For All”, tutto per arte e arte per tutti: basterebbe forse questa semplice locuzione a sintetizzare la filosofia della Trax, anomalo microcosmo produttivo’ operante nel campo della musica, delle immagini e della parola scritta che per sei anni si è mosso con notevole vivacità ed encomiabile coerenza delineando “tracce” (trax, appunto) e percorsi di cultura sotterranea. Con Last Trax, lussuoso libretto + 7” EP questa singolare organizzazione ha deciso di chiudere i battenti, e anche il sottotitolo del lavoro (Resoconto finale del progetto Trax) non lascia adito a dubbi sul fermo intento dei suoi responsabili di sospendere l’attività; questo breve articolo, però, non va inteso come la solita celebrazione postuma, la solita querula commemorazione, il solito commento critico-infonnativo infarcito di vuota retorica; pur se estinta come organismo “ufficiale”, infatti, la Trax continua a essere – attraverso le policrome intuizioni creative dei suoi singoli adepti – una realtà del tutto efficiente, dalla quale è realistico attendersi sempre nuove sorprese. Alla base di questa operazione giornalistica c’è dunque solo il desiderio di offrire al lettore una sorta di prontuario che serva da sprone alla conoscenza di un qualcosa di imprevedibile e stimolante, di cui ben pochi – o, almeno, è lecito credere – avrebbero potuto sospettare l’esistenza. Perché, al di là di qualunque considerazione artistica, quelli della Trax mi sono da sempre maledettamente simpatici, con le loro teorie sulla libertà di espressione e sulla sua indipendenza da questioni meramente speculative. In un mondo concreto fino al più ributtante cinismo, è bello avere ancora la possibilità di credere nella vittoria dell’Utopia. Continua a leggere

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Bark Psychosis

Non scrissi in tempo reale di questo esordio sulla lunga distanza dei Bark Psychosis: era il 1994, la mia attenzione era rivolta ad altre musiche (dal punk’n’roll in chiave lo-fi al crossover in chiave hard, senza dimenticare la scena italiana) e gli dedicai giusto l’ascolto indispensabile per rendermi conto di cosa si trattasse, dato che comunque era un disco del quale si parlava. Ho recuperato ventitré anni dopo con questa recensione, naturalmente “con il senno di poi” ma non per questo meno sincera.

Hex
(Fire)
Due album in trent’anni di carriera: nel 1994 questo Hex e un decennio dopo ///Codename: Dustsucker. Davvero pochino, anche contando l’iniziale serie di EP, per gli involontari “ideatori” del termine post-rock; fu infatti proprio per recensire Hex che Simon Reynold coniò l’acuta definizione, divenuta da lì in poi etichetta di genere. Continua a leggere

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Swans (1992)

Non ne ho scritto moltissimo (una manciata di recensioni, fra le quali quest’altra), ma seguo gli Swans da quando operavano come Circus Mort e ho sempre provato per loro rispetto, ammirazione e reale apprezzamento, anche se sono il primo ad ammettere che non sono sempre, in studio e dal vivo, una band facile. Più di un fan di stretta osservanza mi dice che questo Love Of Life, pur avendo ottime frecce al suo arco, non è uno dei titoli-cardine della discografia; comunque, in tempo reale, a me parve un capolavoro.

Love Of Life
(Young God)
Gli Swans non sono mai stati un gruppo di grande successo, sebbene abbiano facilmente ottenuto la stima della critica specializzata e un considerevole seguito di culto: colpa (o merito) di un estro troppo poliedrico per piegarsi alle regole di un qualsivoglia trend e di una creatività troppo esuberante per cedere alle subdole imposizioni di un music-biz che comunque tende ad emarginare il diverso. Continua a leggere

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John Cale (1992)

Ha fama di essere una persona scostante, John Cale. Non so se sia davvero così, non l’ho mai verificato (ma una volta ci sono andato vicino: pareva che avrei dovuto averlo ospite a “Stereonotte”), ma chi se ne strafrega: al di là di una produzione un po’ discontinua sul piano qualitativo, è un Artista con la maiuscola, e quindi può permetterselo. È la terza volta che recupero qui sul blog un mio scritto di lui (vedere qui e qui) e mi fa proprio piacere che sia una disamina di uno dei suoi album secondo me più belli, finalmente ristampato.

cale-copFragments Of A Rainy Season
(Double Six)
Pubblicato in origine dalla Hannibal nel 1992, Fragments Of A Rainy Season è un articolo atipico nella vasta produzione di John Cale, per di più andato piuttosto in fretta fuori catalogo e in seguito mai ristampato. Ottimo, quindi, che la sempre attenta Domino abbia voluto rimediare alla mancanza confezionandone attraverso il sottomarchio Double Six una nuova edizione arricchita di otto tracce, sia in doppio CD, sia in triplo LP; i cultori del vinile e della filologia si potranno invece orientare sulla versione solo doppia, priva di contenuti extra. Continua a leggere

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Agnes Obel

Mi era già capitato di recensire un album di Agnes Obel – il precedente Aventine: ne avevo scritto tre anni fa su “Blow Up” – e il bel ricordo mi ha spinto ad accostarmi al nuovo lavoro con l’intenzione di replicare. La fiducia è stata ripagata da un disco davvero eccellente, che non a caso ho inserito nella mia personale playlist del 2016.

obel-copCitizen Of Glass (PIAS)
Quando all’inizio dell’estate venne diffusa in Rete la prima anticipazione di quest’album, Familiar, furono in molti a interrogarsi sull’identità – ipotesi più probabile, Anohni – di chi duettasse con Agnes Obel; con sorpresa, si scoprì che l’altra voce apparteneva sempre alla trentacinquenne danese, e che l’efficacissimo, straniante effetto era stato ottenuto “trafficando” in studio. Continua a leggere

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Teho Teardo – Blixa Bargeld

Credevo di aver già recuperato almeno uno dei miei articoli su Teho Teardo, ma mi sbagliavo; qualcosa in Rete già c’era, ma si trattava di un pezzo per Fanpage a proposito di Still Smiling, primo atto della collaborazione fra il poliedrico artista di Pordenone e il leader degli Einstürzende Neubauten. In questo caso, invece, l’argomento è il secondo album della “strana coppia”, da me fra l’altro intervistata in video – vedere qui – in occasione dell’uscita; ma perché non recuperare anche la recensione del primo lavoro, da AudioReview?

Still Smiling
(Spècula)
Mauro “Teho” Teardo ha avviato ufficialmente la sua carriera oltre un quarto di secolo fa, e fino agli ultimi anni ‘90 si è mosso – accanto a colleghi anche stranieri e con diverse sigle: Meathead, Here e Matera le più note – fra rock alternativo e avanguardia; nel 2000 ha poi iniziato a lavorare nell’ambito delle colonne sonore per la televisione, il teatro e il cinema, guadagnandosi la stima di vari registi (Salvatores, Chiesa, Sorrentino, Vicari, Molaioli e altri: fra gli score da lui firmati ci sono quelli per Il divo, Lavorare con lentezza, Diaz, La ragazza del lago e L’amico di famiglia) nonché di un’icona assoluta quale Ennio Morricone, che ha vergato di suo pugno una nota di presentazione nell’antologia Soundtrack Work 2004-2008. Anche Blixa Bargeld si è occupato di musiche per immagini, ma la sua grande notorietà mondiale è legata agli Einstürzende Neubauten – da lui fondati a Berlino Ovest nel 1980 – e alla sua ventennale attività di (non solo) chitarrista nei Bad Seeds di Nick Cave. Due artisti che di primo acchito possono apparire difficili da amalgamare ma che, a ben vedere, vantano molte affinità e compatibilità; e questo loro esordio assieme, concepito superando con amore e dedizione problemi geografici e di impegni professionali, lo conferma con la massima chiarezza possibile. Continua a leggere

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Yoko Ono

Non sono sicuro di avere un’opinione precisa su Yoko Ono, e questo la dice lunga – credo – sull’inafferrabilità della signora. Ho scritto poche volte di lei, e l’ultima è stata in occasione dell’uscita di quello che dovrebbe tuttora essere il suo ultimo, vero album.

ono-copTake Me To The Land Of Hell
(Chimera)
Nel bene e talvolta nel male, Yoko Ono è senza dubbio un’icona. Non ha espiato la colpa – ammesso che colpa sia stata: magari è andata meglio così – di aver fatto sciogliere i Beatles, ma nei circa quarantacinque anni successivi al suo incontro con John Lennon è stata un personaggio atipico e spesso destabilizzante. Comunque, una donna bruciata dal sacro fuoco dell’arte, tanto che alla bellezza di ottant’anni – li ha compiuti nel febbraio scorso – preferisce continuare a creare, realizzare dischi ed essere attiva in più ambiti invece di tirare i remi in barca e godersi in pace il suo enorme patrimonio. Continua a leggere

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Kraftwerk

Dopo quello degli Ozric Tentacles di un mesetto fa, ecco un secondo recupero dalla breve serie di dischi “atipici” che nei primi anni ’90 ho consigliato al pubblico audiofilo – da qui il taglio strano dell’articolo, con tanto di citazione degli apparecchi utilizzati – per testare in modo diverso dal solito gli impianti Hi-Fi.

kraftwerk-copThe Mix (EMI)
Molta acqua è passata sotto i ponti da quando i Kraftwerk iniziarono a codificare in suoni le immagini di un futuro che il progresso ha oggi reso per parecchi versi presente: per la precisione, tutta l’acqua che il grande fiume del rock ha portato a valle in ventidue anni – se si vuole fissare come punto di partenza il loro omonimo primo album del 1971, fedele come il suo diretto successore ai dettami dell’avanguardia colta – o “soltanto” quattro lustri se si sceglie di avviare il calcolo da quel Ralf & Florian che annunciò senza mezze misure il proposito dell’ensemble di Düsseldorf di indirizzare la propria ricerca elettronica verso schemi più facilmente fruibili. Una metamorfosi che ha condotto a risultati eclatanti in termini sia artistici che commerciali, tanto da rendere doveroso l’inserimento dell’atipica «creatura» di Ralf Hutter e Florian Schneider nel novero delle band-cardine della storia della musica moderna. Continua a leggere

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Lydia Lunch

Non ci sono motivi particolari, tipo anniversari o altre ricorrenze, per recuperare la recensione d’epoca – del 2004 – apparsa in uno degli ultimi Mucchio in versione settimanale di questo bel disco di Lydia Lunch. Sul blog non avevo però ancora inserito nulla a proposito della regina della no wave newyorkese, e allora perché no? Anche se nel caso specifico, a scanso di equivoci, la no wave non c’entra nulla.

Lunch copSmoke In The Shadows
(Breakin’ Beats)
Percorso lungo e per più di un verso ricco di gloria, quello di Lydia Lunch, avviato nella seconda metà dei ‘70 nel circuito della no wave newyorkese e sviluppatosi in una notevole quantità di dischi all’insegna del rock quanto più possibile ibrido e della spoken word, in un’attività peraltro sempre parallela a quella coltivata in campo letterario (poesia, prosa, fumetto); comunque, una carriera spesso sotterranea, seguita con attenzione da una ristretta ma agguerrita schiera di vecchi cultori – acquisita quando, giovanissima, rantolava nei Teenage Jesus & The Jerks, o quando appena ventenne si proponeva come sofisticata-malata dark lady con il classico Queen Of Siam – e/o di coloro che sono rimasti folgorati dall’espressività a più livelli estrema mostrata anche nei sodalizi allestiti con personaggi di spicco quali Nick Cave (al tempo dei Birthday Party), Rowland S. Howard, Marc Almond, Michael Gira, Henry Rollins, Foetus e vari membri dei Sonic Youth.
Smoke In The Shadows, primo album di canzoni da non poco tempo a questa parte, consegna all’ascoltatore esattamente quanto promesso dal titolo: il fumo e le ombre di una musica intrisa di suggestioni notturne e un po’ angosciose, dove il pop-rock si contamina felicemente con trame jazzy e più velate aperture a exotica e hip-hop. Una forma ben congegnata, seppur non proprio personalissima, il cui fascino inquieto e inquietante è dato soprattutto dal carisma evidenziato dalla Lunch nel raccontare le sue storie per lo più torbide con una confidenzialità dai toni alcolici: non urlando, insomma, ma limitandosi – con il sostegno dell’estro istrionico acquisito grazie ai tantissimi reading – a parlare, sussurrare, recitare, giocare con melodie sospese sul filo tra il carezzevole e l’abrasivo, a volte persino gemere.
Difficile dire se il lavoro in questione rimarrà un episodio più o meno occasionale o se al contrario – considerata la verve dei recenti concerti tenuti dalla Lunch anche in Italia, indicativa di una ritrovata voglia di rock – sarà l’inizio di una nuova fase creativa contraddistinta da una minore frammentarietà di stile e di esposizione discografica. E se è vero che l’analisi dei trascorsi dell’eclettica performer fa propendere per la prima ipotesi, non avrebbe comunque senso privarsi delle bad vibrations di quest’album scuro e sanguigno, non rivoluzionario ma (perversamente) godibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio 603 del 7 dicembre 2004

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Björk (2001)

Quindici anni, più o meno di questi tempi, Björk completava il lavoro su Vespertine, uno dei suoi album più singolari, belli e significativi; sarebbe uscito il 27 agosto del 2001 e vatti a ricordare perché lo recensii sul numero autunnale di Extra, e dunque in tempo pressoché reale invece che, come si faceva, “con il senno di poi”. Questo è ciò che scrissi, e non mi rimangio nemmeno un segno di imterpunzione.

Bjork copVespertine
(One Little Indian)
Ama cambiare, Björk. Spesso, come provato da un repertorio discografico che non lascia dubbi sulla sua titolarità ma che si muove zigzagando nell’ambito di un “pop sperimentale” – l’ossimoro è solo apparente – aperto a diverse e ardite soluzioni. Alla regola non sfugge nemmeno Vespertine, figlio più della catarsi legata a Selma Songs (e soprattutto all’esperienza di recitazione in Dancer In The Dark) che dei pur efficaci “deliri di onnipotenza” di Homogenic: un album concepito e realizzato da sola in casa, e dunque naturalmente portato all’intimismo, attraverso il quale l’artista islandese ha liberato la sua indole più nascosta e (parzialmente) inedita; e realizzato qualcosa che non sembra affatto un arzigogolo intellettualistico, un’operazione modaiola o un esercizio di stile, ma che ha l’aspetto di un viaggio nell’abisso della propria anima. Affrontato, però, più per curiosità che per soddisfare bisogni interiori. Continua a leggere

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Anohni

Lo ammetto, ero piuttosto prevenuto. Non posso farci nulla, ma a me i cambi di nome irritano, e pertanto la trasformazione di Antony in Anohni ha d’istinto acceso in me la speranza che il suo disco mi avrebbe fatto schifo, onde poter dar sfoggio di caustica ironia. La considerazione che dietro la metamorfosi si celavano ragioni personali e non sensazionalistiche, e soprattutto l’ascolto dell’album, mi hanno poi indotto ad abbandonare ogni proposito battagliero.

Anohni copHopelessness
(Rough Trade)
Il nome Anohni potrebbe far pensare a un esordiente e sotto un certo profilo è in effetti così, ma la sostanza è ben diversa. Dietro questa nuova identità artistica e umana – i due aspetti non possono essere scissi – c’è infatti Antony Hegarty, figura tra le più interessanti e affascinanti degli ultimi quindici anni di musica; più o meno eccellenti i suoi lavori alla testa degli Antony And The Johnsons, con una menzione speciale per il secondo (I Am A Bird Now, 2005), numerosissime e sempre prestigiose le sue collaborazioni (da Lou Reed a Björk fino a Marianne Faithfull, Joan As Police Woman, CocoRosie, Hercules & Love Affair, Hudson Mohawke, Current 93 e Rufus Wainwright, passando per Battiato ed Elisa). Continua a leggere

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M-Squared Records

Un altro articolo, in questo caso davvero giurassico, recuperato da una rivista (Il Mucchio Selvaggio n.59 del dicembre 1982) per offrirlo al sito OndaRock. Accadde nell’aprile 2013 e credo sia sensato linkarlo qui a beneficio di quanti non l’avessero mai letto. L’argomento è una interessantissima etichetta di new wave sperimentale australiana.

M Squared

 

 

 

 

 

 

 

 

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Los Angeles… in trance

Nel marzo del 2013, invece di recuperarlo sul blog, destinai al sito OndaRock  questo articolo dedicato alla mitica scena “trance rock” fiorita a Los Angeles negli anni ’80 e facente capo ai Savage Republic, in origine apparso sul numero 18 (marzo 1990) del mensile “Velvet”. Dato che vorrei far convergere in qualche modo qui ne “L’ultima Thule” tutto il materiale a mia firma presente in Rete, ma mi parrebbe scorretto “sottrarre” qualcosa a chi mi aveva offerto spazio, non rimpagino il testo, ma mi limito a fornire il link.

Los Angeles trance

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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