Articoli con tag: indie rock e dintorni

Alt-J

I due precedenti album degli Alt-J mi erano piaciuti tanto, proprio tanto, come si può avere conferma leggendo qui e qui. Il terzo capitolo, di ancora recente uscita, mi ha invece lasciato tiepidino, e non ho potuto fare a meno di scriverlo. Non senza intristirmene.

Relaxer
(Infectious)
Sicuramente fra le band britanniche più osannate fra quelle salite alla ribalta dall’inizio del decennio in corso, gli Alt-J sono per molti aspetti un enigma. Difficile, infatti, capire come il loro sound, accattivante sul piano melodico ma al contempo così “poco pop” (almeno nel senso più banale del termine), possa riscuotere i consensi dei quali è un po’ ovunque gratificato; parallelamente, che la popolarità li “costringa” a suonare in arene all’aperto dà luogo a effetti alienanti, considerando come la dimensione ideale del trio, al di là dell’efficacia degli ampi schermi e dei giochi di luce utilizzati, sia quella di un club di medie/ridotte dimensioni. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Magnetic Fields

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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Valentina dorme

Qualcuno lo ricorderà: ci sono stati giorni felici in cui il termine “indie” veniva associato a musica bella e non, come per lo più accade oggi, a merda pop modaiola che non brilla né per lo spirito, né per il gusto e nemmeno per l’ingegno, cacata da ultratrentenni divenuti adulti solo per l’anagrafe a beneficio di ottusi fancazzisti schiavi della Rete e delle sue infinite stronzate. Con il letamaio di cui sopra, i Valentina dorme – da Treviso – non hanno mai avuto nulla a che spartire, e mi fa dunque piacere ricordarli in questa sede con le recensioni dei loro tre album editi dalla compianta Fosbury fra il 2002 e il 2009, il primo dei quali vinse anche il premio del MEI per il miglior esordio; manca quella del quarto e ultimo (in ogni senso: la band si è poi ritirata delle scene) La estinzione naturale di tutte le cose, uscito per la Lavorarestanca nel 2015, che purtroppo non ho avuto l’opportunità di scrivere. Ah, dimenticavo: due loro pezzi figurano in una raccolta di “rock d’autore” da me curata nel 1997, alla quale prima o poi dedicherò un post.

valentina-dorme-cop-1Capelli rame
(Fosbury)
Dopo dieci anni di carriera sotterranea, vari demo e alcuni contributi a raccolte di un certo rilievo (Ritmi Globali 1996 e la nostra Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore), anche per i Valentina Dorme è arrivato il momento dell’esordio ufficiale. Ecco così che Capelli rame, dodici episodi per quasi quaranta minuti di musica, fotografa con nitidezza il valore della band, sempre più abile e ispirata nel legare sonorità ombrose di scuola anni ‘80 (con i primi Diaframma come modello, ma senza scivoloni nel plagio) e liriche in italiano oscillanti tra visioni oniriche e poesia maudit. Continua a leggere

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Cass McCombs

A differenza del recente passato, compilare la mia playlist del 2016 è stato più difficile del previsto, per abbondanza e non per carenza di titoli che ritenevo meritevoli. Questo (ennesimo) disco di Cass McCombs, ad esempio, non ce l’ha fatta, ma è stato in lizza fino all’ultimo. Mi sa tanto che, quando a inizio 2017 riporterò qui nel blog la playlist che al momento è reperibile solo sul numero di dicembre di “Blow Up”, ci aggiungerò una manciata di “outtake”.


mccombs-copMangy Love (Anti)
Alla luce del caos iperproduttivo del mercato odierno, che per forza di cose rischia di nascondere più che di mettere davvero in evidenza, non ci sarebbe granché da meravigliarsi se qualcuno, leggendo “Cass McCombs”, pensasse all’ennesimo esordiente di belle speranze ma poi chissà. Sbaglierebbe, però, perché il quasi trentanovenne californiano non solo ha militato in varie band durante i ’90, ma dal 2002 ha avviato una carriera da solista finora testimoniata da otto album compreso quest’ultimo, una bella quantità di singoli ed EP e un’antologia; dischi, meglio sottolinearlo, tutt’altro che poco visibili, essendo stati prodotti da label importanti quali 4AD e Domino. Continua a leggere

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Wilco

Era logico che prima o poi sarebbe accaduto: i Wilco hanno realizzato un album che, almeno a mio avviso, non regge il confronto con la loro miglior produzione. Non che sia brutto, intendiamoci, ma… vabbè, leggetevi la mia recensione di un paio di mesi fa. Per altro materiale sulla band americana, cliccate qui (una recensione) e qui (intervista a Jeff Tweedy).

wilco-copSchmilco (Anti)
Da quel 1995 in cui esordirono con A.M., questo è il decimo album di studio dei Wilco e il terzo che, almeno negli USA, ha visto la luce per il marchio autogestito dBpm, dopo che tutti i precedenti – nonché il live Kicking Television e i frutti della collaborazione con Billy Bragg in onore di Woody Guthrie – erano stati pubblicati da etichette del giro Warner. Ed è in fondo curioso che una band apprezzata soprattutto per i suoi (riusciti) tentativi di sperimentazione in ambito rock abbia realizzato uno dei suoi lavori più accessibili proprio dopo essersi affrancata dalle multinazionali. Continua a leggere

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Arctic Monkeys

Il 5 settembre di dieci anni fa, gli Arctic Monkeys vinsero il Mercury Prize per il loro album d’esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, pubblicato alcuni mesi prima sempre nel 2006. L’ambito premio non era però ancora arrivato quando decisi di pubblicare su Extra questa breve monografia della band, nell’ambito della rubrica iniziale dedicata ai nuovi talenti; un articolo molto atipico per me, essendo frutto di un lavoro a quattro mani – attraverso ripetuti scambi di mail – con Federica Furlotti, un’amica che lavorava nella musica a Londra e che, quindi, aveva più di me il polso dell’atmosfera elettrica che al tempo circondava Alex Turner e compagni. In passato non avevo mai scritto del gruppo britannico ma l’avrei fatto spesso dopo, recensendo vari dischi (vedere, ad esempio, qui) e intervistando lo stesso Turner (benché a proposito del suo progetto parallelo Last Shadow Puppets); e pure la scheda di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not contenuta nel libro dei 1000 Dischi della Giunti è opera mia.
Arctic Monkeys fotoAvremmo potuto introdurre il nostro excursus su quella che al momento è la più popolare nuova band britannica con un titolo ingombrante come “The great r’n’r swindle?”. Un riferimento esplicito a quei Sex Pistols con la cui vicenda non mancano a ben vedere affinità – successo costruito dal basso e grazie all’attività live, hype a-go-go, dichiarazioni ad effetto, interpretazioni erronee da parte di pubblico e media, grande attesa per il primo album – ma con alla fine un punto interrogativo che lascia il dubbio… dato che sono gli stessi Arctic Monkeys a ricordare per primi che “Whatever people say i am, that’s what i’m not”. Quanti hanno giudicato esagerato il clamore che ha accolto l’ultima next big thing d’Oltremanica, ormai non più next ma solo big, provi dunque a dimenticare il chiacchiericcio e ad ascoltare la musica del quartetto con nuove orecchie…. prestando attenzione alle parole che seguono, perché quella qui raccontata è la vera storia dietro all’album che ha venduto di più nel più breve tempo nella lunga epopea delle classifiche del Regno Unito. Continua a leggere

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Okkervil River

La prossima settimana uscirà il nuovo album degli Okkervil River, Away, ed è una buona notizia. Quanto era bello, però, Black Sheep Boy, del quale all’inizio di quest’anno è stata approntata una versione estesa per il decennale? Di questa ho avuto occasione di scrivere, ed ecco qui. Per chi fosse interessato, nel blog c’è pure un’intervista al leader Will Sheff, realizzata all’epoca del sodalizio che il gruppo texano strinse con Roky Erickson.

Okkervil River copBlack Sheep Boy
(Anniversary Edition)
(Jagjaguwar)
Non è un mistero che Black Sheep Boy sia l’articolo più apprezzato del catalogo Okkervil River, il primo album da procurarsi volendo fare la conoscenza con la band texana. Nessuno stupore, quindi, che per il decennale dell’uscita (paraltro caduto nell’aprile del 2015, ma sono sottigliezze) ne sia stata approntata una versione tripla – sia in CD, sia in vinile, con copertine diverse – che comprende l’originale del 2005, il mini di reincisioni e outtake che lo seguì di sette mesi (Black Sheep Boy Appendix) e There Swims A Swan, antologia di cover di “vecchi e nuovi tradizionali” registrate nel gennaio 2004 e rimaste finora inedite, più un libretto di trentadue pagine con le note quasi maniacali del leader Will Sheff. Continua a leggere

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Pixies

Secondo le cronache, il debutto in concerto dei Pixies fu il 1° settembre del 1986 nell’area della loro Boston (più precisamente al Jack’s di Cambridge, Massachusetts), con platea pressoché inesistente e nome erroneamente cambiato in… Puxies. Il trentennale dell’evento cade a fagiolo per il recupero della recensione di un EP che nel 2002 propose per la prima volta ufficialmente le nove tracce registrate come demo – assieme ad altre otto, poi scelte per il mini-LP Come On Pilgrim – nel marzo del 1987. Di Frank Black e compagni è anche disponibile una monografia e la recensione di un DVD, oltre al commento al videoclip di Monkey Gone To Heaven.

Pixies copPikies (Cooking Vinyl)
Nel marzo 1987 i Pixies fecero il loro ingresso ai Fort Apache Studios di Roxbury, presso Boston, per registrare un demo con il produttore Gary Smith: le session fruttarono diciassette brani, subito inclusi in una cassetta senza titolo che in seguito, per via del colore della copertina, passò alla storia come The Purple Tape. Grazie al manager delle Throwing Muses, una copia finì all’etichetta britannica 4AD, che subito si offrì di renderla disponibile su vinile: non tutta, però, dato che un intero album sembrò eccessivo per una band esordiente. Continua a leggere

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Wilco

Questa è un’intervista che non avrei dovuto fare, nel senso che l’avevo assegnata, ovviamente per il Mucchio, all’amico e collega Aurelio Pasini. L’appuntamento telefonico venne però rimandato due/tre volte, e “l’ultima spiaggia” capitò in un giorno in cui lui era impossibilitato a onorarlo; mi feci così spedire le domande che lui avrebbe rivolto a Jeff Tweedy, le integrai con altre mie, chiamai e, sul giornale, attribuii la paternità del pezzo anche ad Aurelio. Si era proprio di questi tempi, ma cinque anni fa, e i Wilco si accingevano a pubblicare The Whole Love.
Wilco fotoÈ l’ultimo, caldissimo giorno di agosto, ma la macchina della promozione è ripartita da qualche tempo: del resto c’è in ballo un’intervista per una copertina, per di più già “saltata” un paio di volte, e non è il caso di tergiversare ulteriormente. In Italia sono le cinque del pomeriggio; nel luogo imprecisato del Michigan dove Jeff Tweedy ha chiesto di essere raggiunto, le undici di mattina. Oltre che con il tipico “ritardo” delle telefonate transoceaniche, la voce del leader dei Wilco è lontanissima, nonché avvolta in un curioso effetto – ah, queste linee – che accentua la sensazione di surrealtà. Tweedy è cordiale, sembra di ottimo umore, e le sue risposte misurate, sempre precedute da alcuni istanti di riflessione, denotano la volontà di onorare con la massima serietà l’impegno assunto con noi per una quarantina di minuti. I grandi si riconoscono anche in queste cose. Continua a leggere

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Gemma Ray

La storia degli artisti e dischi che sono meno considerati di quanto sarebbe giusto è vecchia, vecchissima, ma il nuovo album di Gemma Ray – il settimo dal 2008: la sua prolificità è notevole – offre l’occasione di ritirarla in ballo.

Gemma Ray copThe Exodus Suite
(Bronze Rat)
Difficile capire perché Gemma Ray, si scusi la banalità, non sia famosa come meriterebbe. Probabilissimo che in molti non l’abbiano mai sentita nominare e la scambino quindi per una debuttante o quasi, ma la biografia dell’artista britannica è ricca di eventi: collaborazioni illustri (Nick Cave, Alan Vega, Sparks, Howe Gelb e Calexico, ad esempio, e persino Wim Wenders per un lavoro di restauro di vecchio materiale), la stesura di colonne sonore per cinema e TV, addirittura sette album pubblicati dal 2008 a oggi. Continua a leggere

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Radiohead

Per vari anni, pur frequentandone puntualmente i dischi, non ho scritto nulla di esteso a proposito dei Radiohead; non mi obbligava nessuno e non volevo correre il rischio di essere condizionato dall’antipatia che, a pelle, prov(av)o nei loro confronti. La mia prima recensione è stata, pensate un po’, quella di In Rainbows, alla quale seguì quella di The King Of Limbs e, adesso questa di A Moon Shaped Pool. Nella quale spiego in modo abbastanza dettagliato perché la band di Thom Yorke continua a ispirarmi, istintivamente, un certo senso di fastidio.

Radiohead copA Moon Shaped Pool (XL)
Impossibile negare che i Radiohead siano una delle band più significative e “centrali” dei giorni nostri, e che la loro musica sia ben organizzata, interessante, di qualità. Però, appunto squisitamente personale, vorrei che gestissero la loro (notevole) carriera in altro modo, ovvero accantonando il marketing che è ormai da un bel pezzo indissolubilmente legato a ogni loro atto artistico. Continua a leggere

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Anohni

Lo ammetto, ero piuttosto prevenuto. Non posso farci nulla, ma a me i cambi di nome irritano, e pertanto la trasformazione di Antony in Anohni ha d’istinto acceso in me la speranza che il suo disco mi avrebbe fatto schifo, onde poter dar sfoggio di caustica ironia. La considerazione che dietro la metamorfosi si celavano ragioni personali e non sensazionalistiche, e soprattutto l’ascolto dell’album, mi hanno poi indotto ad abbandonare ogni proposito battagliero.

Anohni copHopelessness
(Rough Trade)
Il nome Anohni potrebbe far pensare a un esordiente e sotto un certo profilo è in effetti così, ma la sostanza è ben diversa. Dietro questa nuova identità artistica e umana – i due aspetti non possono essere scissi – c’è infatti Antony Hegarty, figura tra le più interessanti e affascinanti degli ultimi quindici anni di musica; più o meno eccellenti i suoi lavori alla testa degli Antony And The Johnsons, con una menzione speciale per il secondo (I Am A Bird Now, 2005), numerosissime e sempre prestigiose le sue collaborazioni (da Lou Reed a Björk fino a Marianne Faithfull, Joan As Police Woman, CocoRosie, Hercules & Love Affair, Hudson Mohawke, Current 93 e Rufus Wainwright, passando per Battiato ed Elisa). Continua a leggere

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Car Seat Headrest

Non è vero niente, che ascolto solo rock classico e che dei nomi nuovi me ne sbatto allegramente. Certo, dall’ascolto al provare genuino piacere per il medesimo ce ne passa, ma se qualcosa mi intriga non mi faccio problemi a fraquentarlo e, perché no?, a scriverne. È successo con Car Seat Headrest, e il numero di like che questo post raccoglierà su facebook sarà indicativo di quanto “la mia audience” – sia davvero interessata a leggere di musica gggiovane.

Car Seat Headrest cop 1Teens Of Style (Matador)
Se sono riuscito a orientarmi correttamente nel caos di una produzione inaugurata solo nella primavera del 2010, della quale fanno parte anche alcuni EP e un’antologia di scarti, Teens Of Style è addirittura il decimo album dei Car Seat Headrest; un “dei” improprio, giacché il nome è in realtà l’alias, più che il gruppo, di Will Toledo, un ventiduenne dall’aspetto nerdico attivo in quel di Seattle. Che tutti i precedenti siano stati in origine pubblicati come file e (a volte) cassetta rende però lecito parlare di esordio, benché i brani – i controlli incrociati dicono “meno uno”, ma poi chissà – fossero già apparsi, in veste diversa, nei suddetti lavori. Continua a leggere

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Another Splash Of Colour

Dal giro della Cherry Red Records continuano ad arrivare cofanetti davvero gustosi, che fungono efficacemente da introduzioni a scene, fenomeni e generi del passato. Qui gli spot sono puntati su cose (belle) che accadevano nel Regno Unito circa trentacinque anni fa.

Another Splash Of Colour copC’è un solo avvertimento per quanti volessero far proprio questo boxino pubblicato dalla RPM, ricco di contenuti ma relativamente spartano nel package (scatolina di cartone, CD in bustine, booklet comunque esaustivo di quaranta pagine con testo di Neil Taylor e numerose foto): è necessario interpretare in senso estensivo il sottotitolo “New psychedelia in Britan 1980-1985”. Ciò perché la psichedelia in ogni sua sfaccettatura è sì lo stile musical-attitudinale dominante, ma parecchi gruppi e solisti coinvolti nel progetto avevano con essa un rapporto, come dire?, “laterale”; più che comprensibile, considerato come A Splash Of Colour – la compilation d’epoca della quale il triplo CD in oggetto è in pratica la versione estesa, con solo due tracce escluse – vide la luce per la WEA nel gennaio del 1982, quando l’eco della “neo-psichedelia” di scuola new wave si era ormai attenuata e i fermenti del Sixties-revival di metà decennio erano ancora piuttosto sommersi. Continua a leggere

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Remembering Shoegaze

Un paio di mesi fa la Cherry Red ha pubblicato un gran bel cofanetto dedicato al cosiddetto Shoegaze, fenomeno musicale fiorito circa un quarto di secolo fa e se vogliamo controverso, ma ancora oggi seguito, imitato e in qualche caso persino mitizzato. Potevo astenermi dal recensire il box? Ovviamente, no.

Still In A Dream copStill In A Dream
(Cherry Red)
La storia dovrebbero conoscerla almeno a grandi linee più o meno tutti, ma visto il contesto riepilogativo è magari il caso di esporla a grandi linee. Ufficialmente, il cosiddetto shoegaze nacque nel 1990, per inquadrare una nutrita schiera di gruppi soprattutto britannici innamorati di un sound che attingeva da un lato nel post-punk più avvolgente/evocativo e dall’altro nel pop psichedelico che dei Sixties recuperava la sostanza e non la forma. Traducibile come “quelli che si fissano le scarpe”, il termine voleva in origine deridere i musicisti legati al genere, che dal vivo non comunicavano con la platea ma, quasi immobili, si limitavano a guardare in basso. Snobismo? Continua a leggere

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Heymoonshaker

Ebbene sì: anche se raramente, mi capita ancora di rimanere sorpreso da un disco e/o una band. È accaduto con costoro, proprio mentre il 2015 aveva iniziato ad avviarsi verso il congedo.

Heymoonshaker copNoir (Defy)
Fino allo scorso 7 novembre, conoscevo gli Heymoonshaker solo di nome e, forse, per averne distrattamente ascoltato un pezzo; si parla, del resto, di una band che ha appena immesso sul mercato il suo secondo album (e l’esordio Shakerism, del 2013, era poco più di un “mini”) e che non è neppure citata – almeno fino a oggi, 22 novembre – nell’edizione in inglese di Wikipedia (lo è solo in quella in francese, magari perché risiedono Oltralpe e la loro etichetta è a Rennes). Inconsapevolmente, però, qualche genere di input doveva essermi giunto, perché ho accettato, evitando indagini preliminari, di assistere a un loro concerto al Monk, un club romano; era appunto il 7 novembre e lo spettacolo svoltosi sul palco mi ha davvero impressionato, per molti motivi. Continua a leggere

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