Articoli con tag: indie rock e dintorni

Vic Chesnutt (2007)

Sono io il primo a esserne stupito, ma a quanto pare non ho mai scritto nulla di esteso a proposito di Vic Chesnutt. In archivio ho trovato solo questo “Oltre le stelle” dedicato al suo album forse più bello, North Star Deserter; lo propongo qui a dieci anni esatti dalla morte del cantautore americano, a soli quarantacinque anni.Un disco che divide, poche storie: perché Vic Chesnutt non è certo uno leggero, perché quanti lo apprezzano nella sua veste più “convenzionale” potrebbero trovare un po’ ostico l’apporto strumentale dei Thee Silver Mt. Zion, perché – viceversa – i cultori della Constellation potrebbero non gradire particolarmente un approccio al songwriting che rimane, ed è più che comprensibile, cantautoriale. Chi entrerà, emotivamente e non solo musicalmente, in North Star Deserter, gli riconoscerà però senza dubbio la statura del capolavoro: perché dall’incontro fra due “mondi” artistici che potevano ritenersi inconciliabili sono scaturiti risultati di grande equilibrio, armonia e spessore, e perché l’intensità dei suoi dodici episodi all’insegna di atmosfere cupe e toni un po’ “lamentosi” – tendenzialmente fragili e scarni, ma a tratti accesi di deflagrante, pur misurato vigore – è di quelle che lasciano ipnotizzati, pacificati a dispetto delle inquietudini, splendidamente rapiti.
(da Il MUcchio Selvaggio n.646 del maggio 2008)

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Il disco più strano che ho (1)

dovrebbe proprio essere questo. Si tratta di un 45 giri con due brani autoprodotto da una curiosa band “surf-punk” (giusto per trovare un’etichetta di comodo) di Toronto, Canada, chiamata Shadowy Men On A Shadowy Planet, dall’appropriatissimo titolo Explosion Of Taste. Il singolo è contenuto in una padellina di alluminio piena di chicchi di mais, eventualmente collocabile sui fornelli per trasformarli in pop corn. Quando lo comprai all’epoca dell’uscita, esattamente trent’anni fa, ne estrassi il vinile e richiusi la confezione; non so e non voglio sapere in che condizioni sia oggi il mais all’interno. Ignoro la tiratura, che comunque suppongo parecchio bassa; per la cronaca, l’unica copia attualmente in vendita su Discogs viene offerta a 219 dollari.

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Cat Power (2006)

Chan Marshall sta per tornare con un nuovo album, Wanderer, del quale l’ottimo singolo Woman (con ospite Lana Del Rey) costituisce un’illuminante anticipazione. Di lei ho scritto pochino e nell’unico precedente recupero qui sul blog l’avevo pure un po’ maltrattata; rimedio allora con questa recensione del 2006 relativa a uno dei suoi lavori senz’altro più validi.

The Greatest
(Matador)
Se l’idea di Chan Marshall/Cat Power che si ha bene impressa in mente, per esperienza diretta o per sentito dire, è quella di una ragazzetta indolente, indisponente e spesso alterata dall’alcol che abbandona il palco dopo pochi brani, o magari della tipa un po’ fuori di testa che suona in un bosco nell’allucinante e noiosissimo DVD Speaking For Trees, ascoltando per la prima volta The Greatest sarà scontato pensare subito a una curiosa omonimia. E questo perché sì, insomma, nella sua ormai più che decennale carriera l’artista americana ne ha combinate parecchie, ma nulla di paragonabile a The Greatest. Un sintomo di maturità e/o di rinsavimento? Una deviazione finalmente (?) dritta e all’insegna del rigore in un percorso che fino a oggi è stato, al contrario, quanto più possibile tortuoso e umorale? Un modo inequivocabile per dichiarare che lei è una musicista di qualità autentica e non solo una furbetta di talento abile nel far parlare di sé negli ambienti indie soprattutto con la sua scarsa diplomazia, la sua eccentricità e la sua avvenenza? Uno scherzo, per poi tornare tra qualche mese a sconvolgere con, esempi a caso, un disco di gamelan, uno di cover di fado o uno di antichi canti sumeri? Chissà. Aspettiamo, e forse (forse, ribadiamolo) lo sapremo. Continua a leggere

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Tiersen/Wright (2005)

Nessuna ragione particolare per questo recupero, se non che il disco che ne è oggetto mi è capitato sotto gli occhi per caso. Da lì la ricerca della recensione, che ricordavo bene di aver scritto ma che curiosamente mancava dall’archivio digitale, la sua conversione in file dalla copia cartacea e il naturale collegamento a quest’altro album, uscito più o meno nello stesso periodo. L’unica collaborazione tra Yann Tiersen e Shannon Wright è un lavoro piuttosto dimenticato, ma rimane ancora stimolante e godibilissimo.

Yann Tiersen & Shannon Wright
(Ici d’ailleurs)
Si consuma in dieci tracce e neppure trentanove minuti, quello che anche al di là dei risultati va considerato uno degli incontri più curiosi e stimolanti degli ultimi tempi: un incontro fra due personaggi dotati di propri, spiccatissimi requisiti, seppur resi compatibili da questioni di sensibilità. Conta poco che lui vanti natali francesi e lei americani, che lui sia un polistrumentista con una speciale predilezione per il piano e lei una fanciulla per lo più con chitarra, che lui abbia fama di artista colto e che lei frequenti il giro del folk alternativo, che lui limiti al minimo indispensabile l’utilizzo della voce e che lei sulla voce abbia costruito le proprie fortune; conta, invece, che le loro anime si siano trovate in sintonia, che le loro corde abbiano vibrato all’unisono, che dalla loro voglia di contaminarsi a vicenda sia scaturito qualcosa in grado non di stravolgere l’odierno panorama musicale – ammesso e assolutamentente non concesso che ciò sia possibile – ma quantomeno di toccare a livello non epidermico quanti, nella musica e non solo, cercano emozioni vere e non insignificanti pur se perfette pantomime. Continua a leggere

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Monkey (2008)

Esattamente dieci anni fa, il 22 luglio del 2008, recensivo per il Mucchio questo bizzarro album – legato a Damon Albarn – che sarebbe uscito di lì a un mesetto. Dopo averlo fatto, con il poco aiuto offerto da informazioni lacunosissime, mi sono dimenticato non solo della recensione ma anche del disco, che per di più non credo nemmeno di possedere. Cose che succedono non spessissimo ma a volte sì, e la sensazione di rileggere qualcosa di proprio come se ad averla scritta fosse stato qualcun altro è piuttosto curiosa.

Journey To The West
(XL)
Benché le (scarne) note di presentazione lo definiscano come “il nuovo progetto di Damon Albarn e Jamie Hewlett (Gorillaz)”, in Journey To The West non sembra esserci traccia della voce del frontman dei Blur; e se anche da qualche parte ci fosse, cosa che la fumosità studiata ad arte dei comunicati-stampa ha impedito di appurare, la sua presenza sarebbe comunque ininfluente. L’album dei fantomatici Monkey, che da Albarn è peraltro composto e prodotto, non ha infatti nulla a che spartire con il pop-rock convenzionalmente inteso, ma è “l’estensione discografica” di un’opera musical-teatrale che si basa su antichi scritti cinesi cantati in mandarino – e della quale Hewlett è responsabile degli aspetti visivi, dai costumi alle animazioni e quant’altro – presentata a Manchester nel 2007, per essere poi riportata in scena a Londra a partire dallo scorso 23 luglio.
Insomma, dimenticatevi di trovare in questi cinquanta minuti, suddivisi in ventidue tra brevi frammenti e composizioni più lunghe e articolate, una nuova Beetlebum o un’altra Clint Eastwood, ma non pensate neppure a una versione in chiave orientale dell’esperienza The Good, The Bad & The Queen: Journey To The West, al quale hanno contribuito – in numero sembra superiore al centinaio, anche se la prospettiva è falsata da un coro di rara imponenza – “musicisti e cantanti europei e cinesi” al momento non ancora identificati, è tranquillamente collocabile nella stessa casella stilistica dei Residents più “accessibili”. Legittimo parlare, insomma, di un atipico incontro sotto l’ombrello della cosiddetta world music tra pop, sonorizzazione e (sullo sfondo) avanguardia, il tutto all’insegna di un continuo incastrarsi di ritmi incalzanti e dilatati, interventi vocali più o meno bizzarri, strumentazione non sempre convenzionale, atmosfere stranianti che non disturbano ma che anzi, si rivelano abbastanza spesso suggestive. Non chiamatelo però divertissement, perché è noto che Albarn prende le cose maledettamente sul serio… e magari ne approfitterebbe per mettere il broncio e rimandare ulteriormente il nuovo album dei Blur, che si fa purtroppo attendere da ormai cinque maledettissimi anni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.650 del settembre 2008

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