Articoli con tag: indie rock e dintorni

Cat Power (2006)

Chan Marshall sta per tornare con un nuovo album, Wanderer, del quale l’ottimo singolo Woman (con ospite Lana Del Rey) costituisce un’illuminante anticipazione. Di lei ho scritto pochino e nell’unico precedente recupero qui sul blog l’avevo pure un po’ maltrattata; rimedio allora con questa recensione del 2006 relativa a uno dei suoi lavori senz’altro più validi.

The Greatest
(Matador)
Se l’idea di Chan Marshall/Cat Power che si ha bene impressa in mente, per esperienza diretta o per sentito dire, è quella di una ragazzetta indolente, indisponente e spesso alterata dall’alcol che abbandona il palco dopo pochi brani, o magari della tipa un po’ fuori di testa che suona in un bosco nell’allucinante e noiosissimo DVD Speaking For Trees, ascoltando per la prima volta The Greatest sarà scontato pensare subito a una curiosa omonimia. E questo perché sì, insomma, nella sua ormai più che decennale carriera l’artista americana ne ha combinate parecchie, ma nulla di paragonabile a The Greatest. Un sintomo di maturità e/o di rinsavimento? Una deviazione finalmente (?) dritta e all’insegna del rigore in un percorso che fino a oggi è stato, al contrario, quanto più possibile tortuoso e umorale? Un modo inequivocabile per dichiarare che lei è una musicista di qualità autentica e non solo una furbetta di talento abile nel far parlare di sé negli ambienti indie soprattutto con la sua scarsa diplomazia, la sua eccentricità e la sua avvenenza? Uno scherzo, per poi tornare tra qualche mese a sconvolgere con, esempi a caso, un disco di gamelan, uno di cover di fado o uno di antichi canti sumeri? Chissà. Aspettiamo, e forse (forse, ribadiamolo) lo sapremo. Continua a leggere

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Tiersen/Wright

Nessuna ragione particolare per questo recupero, se non che il disco che ne è oggetto mi è capitato sotto gli occhi per caso. Da lì la ricerca della recensione, che ricordavo bene di aver scritto ma che curiosamente mancava dall’archivio digitale, la sua conversione in file dalla copia cartacea e il naturale collegamento a quest’altro album, uscito più o meno nello stesso periodo. L’unica collaborazione tra Yann Tiersen e Shannon Wright è un lavoro piuttosto dimenticato, ma rimane ancora stimolante e godibilissimo.

Yann Tiersen & Shannon Wright
(Ici d’ailleurs/Self)
Si consuma in dieci tracce e neppure trentanove minuti, quello che anche al di là dei risultati va considerato uno degli incontri più curiosi e stimolanti degli ultimi tempi: un incontro fra due personaggi dotati di propri, spiccatissimi requisiti, seppur resi compatibili da questioni di sensibilità. Conta poco che lui vanti natali francesi e lei americani, che lui sia un polistrumentista con una speciale predilezione per il piano e lei una fanciulla per lo più con chitarra, che lui abbia fama di artista colto e che lei frequenti il giro del folk alternativo, che lui limiti al minimo indispensabile l’utilizzo della voce e che lei sulla voce abbia costruito le proprie fortune; conta, invece, che le loro anime si siano trovate in sintonia, che le loro corde abbiano vibrato all’unisono, che dalla loro voglia di contaminarsi a vicenda sia scaturito qualcosa in grado non di stravolgere l’odierno panorama musicale – ammesso e assolutamentente non concesso che ciò sia possibile – ma quantomeno di toccare a livello non epidermico quanti, nella musica e non solo, cercano emozioni vere e non insignificanti pur se perfette pantomime. Continua a leggere

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Monkey

Esattamente dieci anni fa, il 22 luglio del 2008, recensivo per il Mucchio questo bizzarro album – legato a Damon Albarn – che sarebbe uscito di lì a un mesetto. Dopo averlo fatto, con il poco aiuto offerto da informazioni lacunosissime, mi sono dimenticato non solo della recensione ma anche del disco, che per di più non credo nemmeno di possedere. Cose che succedono non spessissimo ma a volte sì, e la sensazione di rileggere qualcosa di proprio come se ad averla scritta fosse stato qualcun altro è piuttosto curiosa.

Journey To The West
(XL)
Benché le (scarne) note di presentazione lo definiscano come “il nuovo progetto di Damon Albarn e Jamie Hewlett (Gorillaz)”, in Journey To The West non sembra esserci traccia della voce del frontman dei Blur; e se anche da qualche parte ci fosse, cosa che la fumosità studiata ad arte dei comunicati-stampa ha impedito di appurare, la sua presenza sarebbe comunque ininfluente. L’album dei fantomatici Monkey, che da Albarn è peraltro composto e prodotto, non ha infatti nulla a che spartire con il pop-rock convenzionalmente inteso, ma è “l’estensione discografica” di un’opera musical-teatrale che si basa su antichi scritti cinesi cantati in mandarino – e della quale Hewlett è responsabile degli aspetti visivi, dai costumi alle animazioni e quant’altro – presentata a Manchester nel 2007, per essere poi riportata in scena a Londra a partire dallo scorso 23 luglio.
Insomma, dimenticatevi di trovare in questi cinquanta minuti, suddivisi in ventidue tra brevi frammenti e composizioni più lunghe e articolate, una nuova Beetlebum o un’altra Clint Eastwood, ma non pensate neppure a una versione in chiave orientale dell’esperienza The Good, The Bad & The Queen: Journey To The West, al quale hanno contribuito – in numero sembra superiore al centinaio, anche se la prospettiva è falsata da un coro di rara imponenza – “musicisti e cantanti europei e cinesi” al momento non ancora identificati, è tranquillamente collocabile nella stessa casella stilistica dei Residents più “accessibili”. Legittimo parlare, insomma, di un atipico incontro sotto l’ombrello della cosiddetta world music tra pop, sonorizzazione e (sullo sfondo) avanguardia, il tutto all’insegna di un continuo incastrarsi di ritmi incalzanti e dilatati, interventi vocali più o meno bizzarri, strumentazione non sempre convenzionale, atmosfere stranianti che non disturbano ma che anzi, si rivelano abbastanza spesso suggestive. Non chiamatelo però divertissement, perché è noto che Albarn prende le cose maledettamente sul serio… e magari ne approfitterebbe per mettere il broncio e rimandare ulteriormente il nuovo album dei Blur, che si fa purtroppo attendere da ormai cinque maledettissimi anni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.650 del settembre 2008

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Guadalcanal Diary

In un post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, l’amico Gianpaolo Castaldo ha estratto dal cassetto della memoria il nome dei Guadalcanal Diary, band americana oggi dimenticata che non si può inserire nel novero di quelle “decisive” ma che, insomma, non merita nemmeno il totale oblio. Essendone stato un convinto sostenitore, recupero le recensioni da me scritte in tempo reale dei quattro LP che il gruppo della Georgia commercializzò negli anni ’80, per poi separarsi; i sacri testi dicono che nel 1993 il leader – Murray Attaway – realizzò un album solistico per la Geffen, e che nel 1999 il quartetto tornò assieme per un CD live autoprodotto di cui nessuno si accorse e che, come da copione, è l’unico titolo del catalogo a costare caro (sta però per essere ristampato dalla Omnivore). Riascoltati, i quattro album “storici” suonano tuttora freschi e godibilissimi, anche se ammetto di riconoscermi solo al 70/75% nei miei entusiasmi giovanili. Sono tutti ascoltabili su Spotify e quindi non avete scuse per non concedergli almeno un “assaggio”.

Walking In The Shadow
Of The Big Man (DB)
Musicalmente parlando, gli Stati Uniti sono davvero la terra delle sorprese e dei piacevoli imprevisti: non passa infatti mese senza che qualche nuovo talento si presenti alle nostre orecchie avide con miscele entusiasmanti di sonorità. Questo marzo e toccato ai Guadalcanal Diary, il cui Walking In The Shadow Of The Big Man è inevitabilmente destinato a impressionare in positivo molti appassionati del rock più genuino, quello legato alle tradizioni e al contempo attuale nei contenuti. Discorso già più volte affrontato, lo so, ma non è colpa mia se gli artisti americani, nelle metropoli come nelle province, riescono sempre a fornire nuove ed eccitanti interpretazioni di una musica dalle mille sfumature in cui potenza, melodia, dolcezza e grinta sanno dar vita a risultati sempre differenti pur partendo dalle medesime basi. Continua a leggere

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Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

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PJ Harvey (2000-2016)

Dragando l’archivio scopro di essermi occupato di tutti gli album editi da PJ Harvey tra il 2000 e il 2016, eccetto il secondo dei due realizzati assieme a John Parish. Inevitabile recuperare in questa sede le recensioni, specificando che quella di White Chalk è solo una postilla in quanto sul disco mi ero dilungato in questa intervista.

Stories From The City,
Stories From The Sea
(Island)
Polly Jean non c’è più. Almeno, non la Polly Jean che avevamo lasciato a imbastire sofferte trame melodiche sulle ombre e sulle paranoie – solo a tratti squarciate da lampi di luce – di album come Rid Of Me, To Bring You My Love e Is This Desire?. Ce n’è però un’altra non meno ispirata, non meno intensa e non meno affascinante (insomma, non meno splendida), che per parecchi versi assomiglia a quella del Dry d’esordio: diretta e incisiva, sia per l’essenzialità dell’accompagnamento della coppia Mick Harvey/Rob Ellis (che si dividono tastiere e batteria, con il primo ad occuparsi del basso), sia per la struttura dei brani, per lo più legati a un r’n’r ora robusto e spigoloso (This Is Love, un sanguigno garage punk stile California ‘60 sospeso tra Jefferson Airplane e Seeds, o The Whores Hustle And The Hustlers Whore), ora ingentilito da irresistibili movenze pop (Good Fortune, che recita in modo perfetto il ruolo di singolo apripista, la soffice You Said Something) e ora disteso in intriganti ballad d’atmosfera (la solenne e sontuosa A Place Called Home, la scarna e misticheggiante Beautiful Feeling impreziosita dalla voce di Thom Yorke o l’ipnotica This Mess We’re In in cui lo stesso frontman dei Radiohead monopolizza il microfono). Continua a leggere

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John Grant (2013)

Sono a tutt’oggi tre gli album di studio firmati dal leader dei Czars: Queen Of Denmark del 2010, Pale Green Ghosts del 2013 e Grey Tickles, Black Pressure del 2015. L’ultimo, se devo essere sincero, mi ha lasciato un po’ tiepidino, mentre i precedenti hanno acceso il mio entusiasmo più o meno nella stessa misura. Dei due ho però recensito solo il secondo, finito tra l’altro nella mia playlist del 2013.

Pale Green Ghosts
(Bella Union)
Non tutti rimasero subito folgorati da Queen Of Denmark, l’album con cui John Grant inaugurò nel 2010 la carriera solistica – dopo una quindicina d’anni alla guida degli Czars – mettendo dolcemente a nudo i suoi disagi e drammi personali. A tanti altri, io fra loro, perché scattasse l’amore servirono i concerti successivi all’uscita, straordinari incantesimi di comunicazione emotiva dove l’artista di Denver si (im)poneva in perfetto e mai precario equilibrio fra spessore e fragilità: un autentico trionfo del sentimento e della bellezza, in grado di abbagliare, rapire, a tratti persino togliere il fiato. Continua a leggere

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Arson Garden (1990-1992)

In oltre quarantacinque anni di frequentazioni musicali, mi è capitato infinite volte di invaghirmi di artisti lontani dalle luci dei riflettori, che magari passavano inosservati perché dediti a un sound non “alla moda”. Non mi importava che non fossero “cool” o che piacessero solo a me o quasi: avendo la possibilità di propagandarne l’attività, lo facevo senza pormi alcun problema. Allo stesso modo, non mi sento di avere sbagliato se, a distanza di decenni, mi rendo conto di come questi miei beniamini siano sconosciuti più o meno a tutti; anzi, è un motivo in più per ricordarne l’esistenza, sperando che altri li apprezzino. Per gli Arson Garden, dei quali ripropongo qui le recensioni dei primi due album (il debutto finì pure nella mia playlist annuale; ne esiste un terzo, ma quello mi sfuggì e lo recuperai in seguito), non ci sono scuse: potete assaggiarli su Spotify. E sono sicuro che più d’uno mi ringrazierà.

Under Towers
(Community 3)
Jefferson Airplane meets Velvet Underground”, azzardava una recensione su Flipside a proposito di questo sconosciuto ensemble statunitense il cui esordio si colloca senza ombra di dubbio fra gli album più interessanti e originali che la scena indipendente internazionale abbia prodotto in questo primo scorcio di anni ’90.
Difficile descrivere il sound del quintetto, bizzarro crossover di indole psichedelica nel quale confluiscono elementi hard, punk, dark, folk e trance e sul quale si eleva la sublime voce di April Combs, a metà tra la Grace Slick più ieratica e la Sandy Denny più evocativa; e difficile, ancora di più, trovare le parole giuste per raccontare la magia e il fascino magnetico di undici canzoni avvolgenti e misteriose, che solco dopo solco esalano aromi stordenti e suscita suggestioni profonde e inebrianti. Continua a leggere

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King Krule (2013-2017)

Carta canta, e per la precisione afferma che, dalle nostre parti, sono stato uno dei primi a tessere le lodi del primo album di King Krule, recensendolo in maniera estremamente positiva in tempo reale e inserendolo tra i miei album del 2013. Mi sono occupato anche dello “strano” lavoro seguente pubblicato a nome Archy Marshall, passato abbastanza sotto silenzio, nonché della terza (o seconda, fate voi) prova, che figura nella mia playlist del 2017 ma che è stato gratificato di consensi pressoché unanimi. Di questo sono ovviamente più che felice, e intanto mi tengo stretta la mia piccola, sciocca soddisfazione di aver capito prima di tanti altri la grandezza dell’ancor giovanissimo musicista britannico. Carta canta.

6 Feet Beneath The Moon
(XL)
Il 27 agosto Archy Marshall ha compiuto diciannove anni. Coerentemente con la sua giovane età, ha adottato il suo secondo nom de plume – prima si faceva chiamare Zoo Kid – ispirandosi a un videogame, e dal 2010 si muove nel circuito londinese come cantante, songwriter, musicista, DJ e produttore, raccogliendo lusinghieri riscontri: eloquenti la nomination al “BBC Sound Of 2013”, i tre singoli ufficiali editi con cadenza annuale dal 2010 al 2012 e ora il contratto con la XL Recordings, concretizzatosi in quest’album che di sicuro non passerà inosservato. Difficile, infatti, non rimanere colpiti da questo ragazzino dai capelli rossi che, con una voce profonda simile a quella del primo Billy Bragg, intona canzoni per lo più scarne, cupe (anche nei testi) e ruvide – ma persuasive sul piano melodico – con influenze dubstep. Riuscendo a immaginare un doppelgänger di James Blake non si sarebbe tanto distanti dalla realtà. Continua a leggere

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St. Vincent (2017)

Non sono molti gli artisti dei quali ho scritto meno volte di quante li abbia visti dal vivo. Alla categoria appartiene Annie Clark, in arte St. Vincent, che seguo dall’inizio ma che alla fine ho sempre fatto recensire ad altri. Per il suo ultimo, eccellente album, però, non è andata così.

Masseduction
(Loma Vista)
In molti parlano di “copertina dell’anno”, naturalmente per le ragioni sbagliate; bene, comunque, se serve ad accendere altri riflettori su una delle cantautrici rock più ispirate, brillanti e carismatiche emerse da quando gli anni iniziano con il 2, come provano quattro album di crescente successo che, assieme a quello in coppia con David Byrne, l’hanno imposta negli ambiti più diversi. Continua a leggere

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Bark Psychosis

Non scrissi in tempo reale di questo esordio sulla lunga distanza dei Bark Psychosis: era il 1994, la mia attenzione era rivolta ad altre musiche (dal punk’n’roll in chiave lo-fi al crossover in chiave hard, senza dimenticare la scena italiana) e gli dedicai giusto l’ascolto indispensabile per rendermi conto di cosa si trattasse, dato che comunque era un disco del quale si parlava. Ho recuperato ventitré anni dopo con questa recensione, naturalmente “con il senno di poi” ma non per questo meno sincera.

Hex
(Fire)
Due album in trent’anni di carriera: nel 1994 questo Hex e un decennio dopo ///Codename: Dustsucker. Davvero pochino, anche contando l’iniziale serie di EP, per gli involontari “ideatori” del termine post-rock; fu infatti proprio per recensire Hex che Simon Reynold coniò l’acuta definizione, divenuta da lì in poi etichetta di genere. Continua a leggere

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Arcade Fire (2017)

Purtroppo gli spazi fissi e un po’ risicati – 1800 caratteri – delle recensioni di AudioReview limitano le possibilità di argomentare i propri giudizi. Comunque, per il nuovo album degli Arcade Fire sono riuscito a farmeli bastare per una spiegazione credo accettabile. Per chi fosse interessato, qui c’è anche la recensione di un vecchio, bel DVD.

Everything Now
(Columbia)
Analizzandola con un minimo di obiettività, cioè lasciandosi alle spalle eventuali fanatismi da ultras, la parabola degli Arcade Fire appare discendente. Vero che si partiva da molto alto, con un debutto sulla lunga distanza – Funeral, 2004 – qualificabile come epocale e un secondo capitolo – Neon Bible, 2007 – quasi allo stesso livello, ma da lì in avanti qualcosa si è incrinato; The Suburbs (2010) era comunque una prova eccellente, mentre il successivo Reflektor, del 2013, aveva raccolto più di un mugugno ma quantomeno aveva mostrato interessanti tentativi di rinnovamento. Continua a leggere

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The Jesus And Mary Chain

Nei primi mesi dell’anno, i Jesus And Mary Chain – un gruppo cardine del rock anni ’80 – hanno pubblicato un nuovo album, il primo da tanti, tanti anni. Considerato il mio rapporto storico con il gruppo, che seguo davvero dall’inizio e del quale ho scritto tante volte (in occasione del precedente  Munki ho anche intervistato Jim Reid), non ho potuto fare a meno di recensirne anche quest’ultima fatica.

Damage And Joy
(Artificial Plastic)
Ormai, il detto “a volte ritornano” ha ben poco senso: con minime eccezioni, tornano proprio tutti. Benché di nuovo in pista già dal 2007, i Jesus And Mary Chain non avevano però finora pubblicato un album di materiale inedito, preferendo limitarsi a portare in giro il loro repertorio storico; in particolare, quello dei primi tre LP datati anni ’80, dal mitico Psychocandy del 1985 – che con il suo conturbante pop sepolto sotto colate di feedback indicò una strada che in moltissimi avrebbero battuto – ai più “addomesticati” Darklands (1987) e Automatic (1989). Continua a leggere

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Alt-J (2017)

I due precedenti album degli Alt-J mi erano piaciuti tanto, proprio tanto, come si può avere conferma leggendo qui e qui. Il terzo capitolo, di ancora recente uscita, mi ha invece lasciato tiepidino, e non ho potuto fare a meno di scriverlo. Non senza intristirmene.

Relaxer
(Infectious)
Sicuramente fra le band britanniche più osannate fra quelle salite alla ribalta dall’inizio del decennio in corso, gli Alt-J sono per molti aspetti un enigma. Difficile, infatti, capire come il loro sound, accattivante sul piano melodico ma al contempo così “poco pop” (almeno nel senso più banale del termine), possa riscuotere i consensi dei quali è un po’ ovunque gratificato; parallelamente, che la popolarità li “costringa” a suonare in arene all’aperto dà luogo a effetti alienanti, considerando come la dimensione ideale del trio, al di là dell’efficacia degli ampi schermi e dei giochi di luce utilizzati, sia quella di un club di medie/ridotte dimensioni. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Magnetic Fields (2017)

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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Valentina dorme

Qualcuno lo ricorderà: ci sono stati giorni felici in cui il termine “indie” veniva associato a musica bella e non, come per lo più accade oggi, a merda pop modaiola che non brilla né per lo spirito, né per il gusto e nemmeno per l’ingegno, cacata da ultratrentenni divenuti adulti solo per l’anagrafe a beneficio di ottusi fancazzisti schiavi della Rete e delle sue infinite stronzate. Con il letamaio di cui sopra, i Valentina dorme – da Treviso – non hanno mai avuto nulla a che spartire, e mi fa dunque piacere ricordarli in questa sede con le recensioni dei loro tre album editi dalla compianta Fosbury fra il 2002 e il 2009, il primo dei quali vinse anche il premio del MEI per il miglior esordio; manca quella del quarto e ultimo (in ogni senso: la band si è poi ritirata delle scene) La estinzione naturale di tutte le cose, uscito per la Lavorarestanca nel 2015, che purtroppo non ho avuto l’opportunità di scrivere. Ah, dimenticavo: due loro pezzi figurano in una raccolta di “rock d’autore” da me curata nel 1997, alla quale prima o poi dedicherò un post.

valentina-dorme-cop-1Capelli rame
(Fosbury)
Dopo dieci anni di carriera sotterranea, vari demo e alcuni contributi a raccolte di un certo rilievo (Ritmi Globali 1996 e la nostra Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore), anche per i Valentina Dorme è arrivato il momento dell’esordio ufficiale. Ecco così che Capelli rame, dodici episodi per quasi quaranta minuti di musica, fotografa con nitidezza il valore della band, sempre più abile e ispirata nel legare sonorità ombrose di scuola anni ‘80 (con i primi Diaframma come modello, ma senza scivoloni nel plagio) e liriche in italiano oscillanti tra visioni oniriche e poesia maudit. Continua a leggere

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