Articoli con tag: indie rock e dintorni

Björk (2017)

Non ho scritto tantissimo di Björk ma qualcosa sì, tipo tre anni fa una breve retrospettiva sulla sua prima produzione da solista e, nel 2001, la recensione di uno dei suoi dischi più apprezzati, Vespertine. Questa è la mia “ultima volta”, a proposito di un album ancora recente sul quale non mi pare siano state spese, in generale, molte parole. L’impressione è che, ormai, quanto realizzato dall’artista islandese sia dato un po’ per scontato, per “normale”, quando a ben vedere non è esattamente così.

Utopia
(One Little Indian)
Sulla copertina come al solito inusuale e di notevole forza estetica del suo nono album di studio propriamente detto, con foto e artwork di Jesse Kanda, Björk assomiglia un (bel) po’ all’alieno del film “Predator”: un’ennesima metamorfosi che in fondo non meraviglia, visto come l’artista islandese sia abituata pressoché da sempre a esprimersi tramite la musica e l’immagine. In questa circostanza, però, le (eventuali) sintonie tra look e contenuti paiono volersi nascondere; la maschera grottesca e piuttosto inquietante serve infatti a introdurre composizioni oniriche, incantate e prive di toni minacciosi che si direbbero figlie di una spiritualità universale, di un “animismo naturalista” – un ossimoro, ma tant’è – dal formidabile impatto suggestivo. Un’utopia, come da titolo che comunque si riferisce ad altro? No, per niente. La Björk del 2017 ha curato le ferite interiori di Vulnicura, delle quali sono ormai visibili solo alcune cicatrici, e ha (ri)trovato una sua serenità, una spinta al positivo sviluppata con strutture sonore eteree e sfuggenti che vibrano di gelo e tepore, di umori cupi eppure briosi, di riflessioni e istinti liberati. Continua a leggere

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PJ Harvey (2000-2016)

Dragando l’archivio scopro di essermi occupato di tutti gli album editi da PJ Harvey tra il 2000 e il 2016, eccetto il secondo dei due realizzati assieme a John Parish. Inevitabile recuperare in questa sede le recensioni, specificando che quella di White Chalk è solo una postilla in quanto sul disco mi ero dilungato in questa intervista.

Stories From The City,
Stories From The Sea
(Island)
Polly Jean non c’è più. Almeno, non la Polly Jean che avevamo lasciato a imbastire sofferte trame melodiche sulle ombre e sulle paranoie – solo a tratti squarciate da lampi di luce – di album come Rid Of Me, To Bring You My Love e Is This Desire?. Ce n’è però un’altra non meno ispirata, non meno intensa e non meno affascinante (insomma, non meno splendida), che per parecchi versi assomiglia a quella del Dry d’esordio: diretta e incisiva, sia per l’essenzialità dell’accompagnamento della coppia Mick Harvey/Rob Ellis (che si dividono tastiere e batteria, con il primo ad occuparsi del basso), sia per la struttura dei brani, per lo più legati a un r’n’r ora robusto e spigoloso (This Is Love, un sanguigno garage punk stile California ‘60 sospeso tra Jefferson Airplane e Seeds, o The Whores Hustle And The Hustlers Whore), ora ingentilito da irresistibili movenze pop (Good Fortune, che recita in modo perfetto il ruolo di singolo apripista, la soffice You Said Something) e ora disteso in intriganti ballad d’atmosfera (la solenne e sontuosa A Place Called Home, la scarna e misticheggiante Beautiful Feeling impreziosita dalla voce di Thom Yorke o l’ipnotica This Mess We’re In in cui lo stesso frontman dei Radiohead monopolizza il microfono). Continua a leggere

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John Grant (2013)

Sono a tutt’oggi tre gli album di studio firmati dal leader dei Czars: Queen Of Denmark del 2010, Pale Green Ghosts del 2013 e Grey Tickles, Black Pressure del 2015. L’ultimo, se devo essere sincero, mi ha lasciato un po’ tiepidino, mentre i precedenti hanno acceso il mio entusiasmo più o meno nella stessa misura. Dei due ho però recensito solo il secondo, finito tra l’altro nella mia playlist del 2013.

Pale Green Ghosts
(Bella Union)
Non tutti rimasero subito folgorati da Queen Of Denmark, l’album con cui John Grant inaugurò nel 2010 la carriera solistica – dopo una quindicina d’anni alla guida degli Czars – mettendo dolcemente a nudo i suoi disagi e drammi personali. A tanti altri, io fra loro, perché scattasse l’amore servirono i concerti successivi all’uscita, straordinari incantesimi di comunicazione emotiva dove l’artista di Denver si (im)poneva in perfetto e mai precario equilibrio fra spessore e fragilità: un autentico trionfo del sentimento e della bellezza, in grado di abbagliare, rapire, a tratti persino togliere il fiato. Continua a leggere

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Arson Garden (1990-1992)

In oltre quarantacinque anni di frequentazioni musicali, mi è capitato infinite volte di invaghirmi di artisti lontani dalle luci dei riflettori, che magari passavano inosservati perché dediti a un sound non “alla moda”. Non mi importava che non fossero “cool” o che piacessero solo a me o quasi: avendo la possibilità di propagandarne l’attività, lo facevo senza pormi alcun problema. Allo stesso modo, non mi sento di avere sbagliato se, a distanza di decenni, mi rendo conto di come questi miei beniamini siano sconosciuti più o meno a tutti; anzi, è un motivo in più per ricordarne l’esistenza, sperando che altri li apprezzino. Per gli Arson Garden, dei quali ripropongo qui le recensioni dei primi due album (il debutto finì pure nella mia playlist annuale; ne esiste un terzo, ma quello mi sfuggì e lo recuperai in seguito), non ci sono scuse: potete assaggiarli su Spotify. E sono sicuro che più d’uno mi ringrazierà.

Under Towers
(Community 3)
Jefferson Airplane meets Velvet Underground”, azzardava una recensione su Flipside a proposito di questo sconosciuto ensemble statunitense il cui esordio si colloca senza ombra di dubbio fra gli album più interessanti e originali che la scena indipendente internazionale abbia prodotto in questo primo scorcio di anni ’90.
Difficile descrivere il sound del quintetto, bizzarro crossover di indole psichedelica nel quale confluiscono elementi hard, punk, dark, folk e trance e sul quale si eleva la sublime voce di April Combs, a metà tra la Grace Slick più ieratica e la Sandy Denny più evocativa; e difficile, ancora di più, trovare le parole giuste per raccontare la magia e il fascino magnetico di undici canzoni avvolgenti e misteriose, che solco dopo solco esalano aromi stordenti e suscita suggestioni profonde e inebrianti. Continua a leggere

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King Krule (2013-2017)

Carta canta, e per la precisione afferma che, dalle nostre parti, sono stato uno dei primi a tessere le lodi del primo album di King Krule, recensendolo in maniera estremamente positiva in tempo reale e inserendolo tra i miei album del 2013. Mi sono occupato anche dello “strano” lavoro seguente pubblicato a nome Archy Marshall, passato abbastanza sotto silenzio, nonché della terza (o seconda, fate voi) prova, che figura nella mia playlist del 2017 ma che è stato gratificato di consensi pressoché unanimi. Di questo sono ovviamente più che felice, e intanto mi tengo stretta la mia piccola, sciocca soddisfazione di aver capito prima di tanti altri la grandezza dell’ancor giovanissimo musicista britannico. Carta canta.

6 Feet Beneath The Moon
(XL)
Il 27 agosto Archy Marshall ha compiuto diciannove anni. Coerentemente con la sua giovane età, ha adottato il suo secondo nom de plume – prima si faceva chiamare Zoo Kid – ispirandosi a un videogame, e dal 2010 si muove nel circuito londinese come cantante, songwriter, musicista, DJ e produttore, raccogliendo lusinghieri riscontri: eloquenti la nomination al “BBC Sound Of 2013”, i tre singoli ufficiali editi con cadenza annuale dal 2010 al 2012 e ora il contratto con la XL Recordings, concretizzatosi in quest’album che di sicuro non passerà inosservato. Difficile, infatti, non rimanere colpiti da questo ragazzino dai capelli rossi che, con una voce profonda simile a quella del primo Billy Bragg, intona canzoni per lo più scarne, cupe (anche nei testi) e ruvide – ma persuasive sul piano melodico – con influenze dubstep. Riuscendo a immaginare un doppelgänger di James Blake non si sarebbe tanto distanti dalla realtà. Continua a leggere

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St. Vincent (2017)

Non sono molti gli artisti dei quali ho scritto meno volte di quante li abbia visti dal vivo. Alla categoria appartiene Annie Clark, in arte St. Vincent, che seguo dall’inizio ma che alla fine ho sempre fatto recensire ad altri. Per il suo ultimo, eccellente album, però, non è andata così.

Masseduction
(Loma Vista)
In molti parlano di “copertina dell’anno”, naturalmente per le ragioni sbagliate; bene, comunque, se serve ad accendere altri riflettori su una delle cantautrici rock più ispirate, brillanti e carismatiche emerse da quando gli anni iniziano con il 2, come provano quattro album di crescente successo che, assieme a quello in coppia con David Byrne, l’hanno imposta negli ambiti più diversi. Continua a leggere

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Bark Psychosis

Non scrissi in tempo reale di questo esordio sulla lunga distanza dei Bark Psychosis: era il 1994, la mia attenzione era rivolta ad altre musiche (dal punk’n’roll in chiave lo-fi al crossover in chiave hard, senza dimenticare la scena italiana) e gli dedicai giusto l’ascolto indispensabile per rendermi conto di cosa si trattasse, dato che comunque era un disco del quale si parlava. Ho recuperato ventitré anni dopo con questa recensione, naturalmente “con il senno di poi” ma non per questo meno sincera.

Hex
(Fire)
Due album in trent’anni di carriera: nel 1994 questo Hex e un decennio dopo ///Codename: Dustsucker. Davvero pochino, anche contando l’iniziale serie di EP, per gli involontari “ideatori” del termine post-rock; fu infatti proprio per recensire Hex che Simon Reynold coniò l’acuta definizione, divenuta da lì in poi etichetta di genere. Continua a leggere

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Arcade Fire (2017)

Purtroppo gli spazi fissi e un po’ risicati – 1800 caratteri – delle recensioni di AudioReview limitano le possibilità di argomentare i propri giudizi. Comunque, per il nuovo album degli Arcade Fire sono riuscito a farmeli bastare per una spiegazione credo accettabile. Per chi fosse interessato, qui c’è anche la recensione di un vecchio, bel DVD.

Everything Now
(Columbia)
Analizzandola con un minimo di obiettività, cioè lasciandosi alle spalle eventuali fanatismi da ultras, la parabola degli Arcade Fire appare discendente. Vero che si partiva da molto alto, con un debutto sulla lunga distanza – Funeral, 2004 – qualificabile come epocale e un secondo capitolo – Neon Bible, 2007 – quasi allo stesso livello, ma da lì in avanti qualcosa si è incrinato; The Suburbs (2010) era comunque una prova eccellente, mentre il successivo Reflektor, del 2013, aveva raccolto più di un mugugno ma quantomeno aveva mostrato interessanti tentativi di rinnovamento. Continua a leggere

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The Jesus And Mary Chain

Nei primi mesi dell’anno, i Jesus And Mary Chain – un gruppo cardine del rock anni ’80 – hanno pubblicato un nuovo album, il primo da tanti, tanti anni. Considerato il mio rapporto storico con il gruppo, che seguo davvero dall’inizio e del quale ho scritto tante volte (in occasione del precedente  Munki ho anche intervistato Jim Reid), non ho potuto fare a meno di recensirne anche quest’ultima fatica.

Damage And Joy
(Artificial Plastic)
Ormai, il detto “a volte ritornano” ha ben poco senso: con minime eccezioni, tornano proprio tutti. Benché di nuovo in pista già dal 2007, i Jesus And Mary Chain non avevano però finora pubblicato un album di materiale inedito, preferendo limitarsi a portare in giro il loro repertorio storico; in particolare, quello dei primi tre LP datati anni ’80, dal mitico Psychocandy del 1985 – che con il suo conturbante pop sepolto sotto colate di feedback indicò una strada che in moltissimi avrebbero battuto – ai più “addomesticati” Darklands (1987) e Automatic (1989). Continua a leggere

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Alt-J (2017)

I due precedenti album degli Alt-J mi erano piaciuti tanto, proprio tanto, come si può avere conferma leggendo qui e qui. Il terzo capitolo, di ancora recente uscita, mi ha invece lasciato tiepidino, e non ho potuto fare a meno di scriverlo. Non senza intristirmene.

Relaxer
(Infectious)
Sicuramente fra le band britanniche più osannate fra quelle salite alla ribalta dall’inizio del decennio in corso, gli Alt-J sono per molti aspetti un enigma. Difficile, infatti, capire come il loro sound, accattivante sul piano melodico ma al contempo così “poco pop” (almeno nel senso più banale del termine), possa riscuotere i consensi dei quali è un po’ ovunque gratificato; parallelamente, che la popolarità li “costringa” a suonare in arene all’aperto dà luogo a effetti alienanti, considerando come la dimensione ideale del trio, al di là dell’efficacia degli ampi schermi e dei giochi di luce utilizzati, sia quella di un club di medie/ridotte dimensioni. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Magnetic Fields (2017)

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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Valentina dorme

Qualcuno lo ricorderà: ci sono stati giorni felici in cui il termine “indie” veniva associato a musica bella e non, come per lo più accade oggi, a merda pop modaiola che non brilla né per lo spirito, né per il gusto e nemmeno per l’ingegno, cacata da ultratrentenni divenuti adulti solo per l’anagrafe a beneficio di ottusi fancazzisti schiavi della Rete e delle sue infinite stronzate. Con il letamaio di cui sopra, i Valentina dorme – da Treviso – non hanno mai avuto nulla a che spartire, e mi fa dunque piacere ricordarli in questa sede con le recensioni dei loro tre album editi dalla compianta Fosbury fra il 2002 e il 2009, il primo dei quali vinse anche il premio del MEI per il miglior esordio; manca quella del quarto e ultimo (in ogni senso: la band si è poi ritirata delle scene) La estinzione naturale di tutte le cose, uscito per la Lavorarestanca nel 2015, che purtroppo non ho avuto l’opportunità di scrivere. Ah, dimenticavo: due loro pezzi figurano in una raccolta di “rock d’autore” da me curata nel 1997, alla quale prima o poi dedicherò un post.

valentina-dorme-cop-1Capelli rame
(Fosbury)
Dopo dieci anni di carriera sotterranea, vari demo e alcuni contributi a raccolte di un certo rilievo (Ritmi Globali 1996 e la nostra Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore), anche per i Valentina Dorme è arrivato il momento dell’esordio ufficiale. Ecco così che Capelli rame, dodici episodi per quasi quaranta minuti di musica, fotografa con nitidezza il valore della band, sempre più abile e ispirata nel legare sonorità ombrose di scuola anni ‘80 (con i primi Diaframma come modello, ma senza scivoloni nel plagio) e liriche in italiano oscillanti tra visioni oniriche e poesia maudit. Continua a leggere

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Cass McCombs

A differenza del recente passato, compilare la mia playlist del 2016 è stato più difficile del previsto, per abbondanza e non per carenza di titoli che ritenevo meritevoli. Questo (ennesimo) disco di Cass McCombs, ad esempio, non ce l’ha fatta, ma è stato in lizza fino all’ultimo. Mi sa tanto che, quando a inizio 2017 riporterò qui nel blog la playlist che al momento è reperibile solo sul numero di dicembre di “Blow Up”, ci aggiungerò una manciata di “outtake”.


mccombs-copMangy Love (Anti)
Alla luce del caos iperproduttivo del mercato odierno, che per forza di cose rischia di nascondere più che di mettere davvero in evidenza, non ci sarebbe granché da meravigliarsi se qualcuno, leggendo “Cass McCombs”, pensasse all’ennesimo esordiente di belle speranze ma poi chissà. Sbaglierebbe, però, perché il quasi trentanovenne californiano non solo ha militato in varie band durante i ’90, ma dal 2002 ha avviato una carriera da solista finora testimoniata da otto album compreso quest’ultimo, una bella quantità di singoli ed EP e un’antologia; dischi, meglio sottolinearlo, tutt’altro che poco visibili, essendo stati prodotti da label importanti quali 4AD e Domino. Continua a leggere

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Wilco

Era logico che prima o poi sarebbe accaduto: i Wilco hanno realizzato un album che, almeno a mio avviso, non regge il confronto con la loro miglior produzione. Non che sia brutto, intendiamoci, ma… vabbè, leggetevi la mia recensione di un paio di mesi fa. Per altro materiale sulla band americana, cliccate qui (una recensione) e qui (intervista a Jeff Tweedy).

wilco-copSchmilco (Anti)
Da quel 1995 in cui esordirono con A.M., questo è il decimo album di studio dei Wilco e il terzo che, almeno negli USA, ha visto la luce per il marchio autogestito dBpm, dopo che tutti i precedenti – nonché il live Kicking Television e i frutti della collaborazione con Billy Bragg in onore di Woody Guthrie – erano stati pubblicati da etichette del giro Warner. Ed è in fondo curioso che una band apprezzata soprattutto per i suoi (riusciti) tentativi di sperimentazione in ambito rock abbia realizzato uno dei suoi lavori più accessibili proprio dopo essersi affrancata dalle multinazionali. Continua a leggere

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Arctic Monkeys (2003-2006)

Il 5 settembre di dieci anni fa, gli Arctic Monkeys vinsero il Mercury Prize per il loro album d’esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, pubblicato alcuni mesi prima sempre nel 2006. L’ambito premio non era però ancora arrivato quando decisi di pubblicare su Extra questa breve monografia della band, nell’ambito della rubrica iniziale dedicata ai nuovi talenti; un articolo molto atipico per me, essendo frutto di un lavoro a quattro mani – attraverso ripetuti scambi di mail – con Federica Furlotti, un’amica che lavorava nella musica a Londra e che, quindi, aveva più di me il polso dell’atmosfera elettrica che al tempo circondava Alex Turner e compagni. In passato non avevo mai scritto del gruppo britannico ma l’avrei fatto spesso dopo, recensendo vari dischi (vedere, ad esempio, qui) e intervistando lo stesso Turner (benché a proposito del suo progetto parallelo Last Shadow Puppets); e pure la scheda di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not contenuta nel libro dei 1000 Dischi della Giunti è opera mia.
Arctic Monkeys fotoAvremmo potuto introdurre il nostro excursus su quella che al momento è la più popolare nuova band britannica con un titolo ingombrante come “The great r’n’r swindle?”. Un riferimento esplicito a quei Sex Pistols con la cui vicenda non mancano a ben vedere affinità – successo costruito dal basso e grazie all’attività live, hype a-go-go, dichiarazioni ad effetto, interpretazioni erronee da parte di pubblico e media, grande attesa per il primo album – ma con alla fine un punto interrogativo che lascia il dubbio… dato che sono gli stessi Arctic Monkeys a ricordare per primi che “Whatever people say i am, that’s what i’m not”. Quanti hanno giudicato esagerato il clamore che ha accolto l’ultima next big thing d’Oltremanica, ormai non più next ma solo big, provi dunque a dimenticare il chiacchiericcio e ad ascoltare la musica del quartetto con nuove orecchie…. prestando attenzione alle parole che seguono, perché quella qui raccontata è la vera storia dietro all’album che ha venduto di più nel più breve tempo nella lunga epopea delle classifiche del Regno Unito. Continua a leggere

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Okkervil River

La prossima settimana uscirà il nuovo album degli Okkervil River, Away, ed è una buona notizia. Quanto era bello, però, Black Sheep Boy, del quale all’inizio di quest’anno è stata approntata una versione estesa per il decennale? Di questa ho avuto occasione di scrivere, ed ecco qui. Per chi fosse interessato, nel blog c’è pure un’intervista al leader Will Sheff, realizzata all’epoca del sodalizio che il gruppo texano strinse con Roky Erickson.

Okkervil River copBlack Sheep Boy
(Anniversary Edition)
(Jagjaguwar)
Non è un mistero che Black Sheep Boy sia l’articolo più apprezzato del catalogo Okkervil River, il primo album da procurarsi volendo fare la conoscenza con la band texana. Nessuno stupore, quindi, che per il decennale dell’uscita (paraltro caduto nell’aprile del 2015, ma sono sottigliezze) ne sia stata approntata una versione tripla – sia in CD, sia in vinile, con copertine diverse – che comprende l’originale del 2005, il mini di reincisioni e outtake che lo seguì di sette mesi (Black Sheep Boy Appendix) e There Swims A Swan, antologia di cover di “vecchi e nuovi tradizionali” registrate nel gennaio 2004 e rimaste finora inedite, più un libretto di trentadue pagine con le note quasi maniacali del leader Will Sheff. Continua a leggere

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