Articoli con tag: indie rock e dintorni

Smashing Pumpkins (1991)

Smashing Pumpkins cop

Illo tempore, quando per scrivere di certi dischi più o meno underground dovevi inevitabilmente attendere che arrivassero nei negozi forniti di titoli di importazione (e comprarli, ovvio), accadeva spesso di vedere le proprie considerazioni pubblicate con qualche mese di ritardo, specie quando si collaborava per riviste con tempi di lavorazione piuttosto lunghi. Entrato in casa mia il 12 giugno 1991, il primo LP degli Smashing Pumpkins venne così recensito per il numero di settembre. Poco male, comunque, perché in quei giorni purtroppo lontani l’interesse per un disco non durava, come accade assai di frequente oggi, il tempo di una scorreggia. Altro su Billy Corgan e compaqui qui, qui e qui..

Gish
(Caroline)
Non sono l’ennesimo clone più o meno fedele di Jane’s Addiction o Soundgarden, e non sono neppure gli ultimi, sterili calligrafi dell’ormai popolarissimo hard contaminato in stile Sup Pop, anche se parecchi indizi potrebbero trarre in inganno. A dispetto del loro look “selvaggio” e dei loro trascorsi discografici (un secondo 45 giri, Tristessa, edito appunto dall’etichetta di Seattle), gli Smashing Pumpkins sono infatti impegnati nel tentativo di elaborare un sound personale, certo influenzato dal r’n’r più pesante e abrasivo ma aperto anche a sollecitazioni di altro genere.
Gish, debutto sulla lunga distanza del quartetto di Chicago, ci riferisce di una band più che promettente, ancora alle prese con qualche problema tecnico (la produzione, un po’ troppo acerba e spigolosa, non è delle migliori), ma apparentemente in grado di evolvere il proprio discorso musicale fino a livelli di assoluta eccellenza. Non è da tutti saper equilibrare perfettamente ritmi anfetaminici, distorsioni furibonde e atmosfere avvolgenti e visionarie, e non è da tutti farlo nell’ambito di uno stesso brano. E RhinocerosSnail e Window Paine, gli episodi in cui l’inclinazione alla ballata e quella al massacro strumentale sono lasciate libere di avvicendarsi in un caleidoscopico, travolgente vortice di suggestioni, dimostrano ampiamente quanto gli Smashing Pumpkins possono donare a un rock che non vuole adeguarsi agli stereotipi né soffocare la sua natura fieramente ribelle.
(da AudioReview n.108 del settembre 1991)

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Vic Chesnutt (2007)

Sono io il primo a esserne stupito, ma a quanto pare non ho mai scritto nulla di esteso a proposito di Vic Chesnutt. In archivio ho trovato solo questo “Oltre le stelle” dedicato al suo album forse più bello, North Star Deserter; lo propongo qui a dieci anni esatti dalla morte del cantautore americano, a soli quarantacinque anni.Un disco che divide, poche storie: perché Vic Chesnutt non è certo uno leggero, perché quanti lo apprezzano nella sua veste più “convenzionale” potrebbero trovare un po’ ostico l’apporto strumentale dei Thee Silver Mt. Zion, perché – viceversa – i cultori della Constellation potrebbero non gradire particolarmente un approccio al songwriting che rimane, ed è più che comprensibile, cantautoriale. Chi entrerà, emotivamente e non solo musicalmente, in North Star Deserter, gli riconoscerà però senza dubbio la statura del capolavoro: perché dall’incontro fra due “mondi” artistici che potevano ritenersi inconciliabili sono scaturiti risultati di grande equilibrio, armonia e spessore, e perché l’intensità dei suoi dodici episodi all’insegna di atmosfere cupe e toni un po’ “lamentosi” – tendenzialmente fragili e scarni, ma a tratti accesi di deflagrante, pur misurato vigore – è di quelle che lasciano ipnotizzati, pacificati a dispetto delle inquietudini, splendidamente rapiti.
(da Il MUcchio Selvaggio n.646 del maggio 2008)

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Memorabilia (5)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Nel 1992 i Sonic Youth pubblicarono Dirty, il loro secondo  album marchiato dalla DGC. Per l’occasione, l’etichetta realizzò un gadget promozionale ispirato ai “mobiles”, le sculture cinetiche. Il mio è appeso al soffitto di una stanzetta-archivio dove conservo materiale vario. La foto non è il massimo, ma credo renda bene l’idea dell’oggetto, che – per la cronaca – ha un’altezza totale di circa un  metro.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.
Memorabilia 4: L’accendino Zippo dei Litfiba.

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Il disco più strano che ho (1)

dovrebbe proprio essere questo. Si tratta di un 45 giri con due brani autoprodotto da una curiosa band “surf-punk” (giusto per trovare un’etichetta di comodo) di Toronto, Canada, chiamata Shadowy Men On A Shadowy Planet, dall’appropriatissimo titolo Explosion Of Taste. Il singolo è contenuto in una padellina di alluminio piena di chicchi di mais, eventualmente collocabile sui fornelli per trasformarli in pop corn. Quando lo comprai all’epoca dell’uscita, esattamente trent’anni fa, ne estrassi il vinile e richiusi la confezione; non so e non voglio sapere in che condizioni sia oggi il mais all’interno. Ignoro la tiratura, che comunque suppongo parecchio bassa; per la cronaca, l’unica copia attualmente in vendita su Discogs viene offerta a 219 dollari.

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Cat Power (2006)

Chan Marshall sta per tornare con un nuovo album, Wanderer, del quale l’ottimo singolo Woman (con ospite Lana Del Rey) costituisce un’illuminante anticipazione. Di lei ho scritto pochino e nell’unico precedente recupero qui sul blog l’avevo pure un po’ maltrattata; rimedio allora con questa recensione del 2006 relativa a uno dei suoi lavori senz’altro più validi.

The Greatest
(Matador)
Se l’idea di Chan Marshall/Cat Power che si ha bene impressa in mente, per esperienza diretta o per sentito dire, è quella di una ragazzetta indolente, indisponente e spesso alterata dall’alcol che abbandona il palco dopo pochi brani, o magari della tipa un po’ fuori di testa che suona in un bosco nell’allucinante e noiosissimo DVD Speaking For Trees, ascoltando per la prima volta The Greatest sarà scontato pensare subito a una curiosa omonimia. E questo perché sì, insomma, nella sua ormai più che decennale carriera l’artista americana ne ha combinate parecchie, ma nulla di paragonabile a The Greatest. Un sintomo di maturità e/o di rinsavimento? Una deviazione finalmente (?) dritta e all’insegna del rigore in un percorso che fino a oggi è stato, al contrario, quanto più possibile tortuoso e umorale? Un modo inequivocabile per dichiarare che lei è una musicista di qualità autentica e non solo una furbetta di talento abile nel far parlare di sé negli ambienti indie soprattutto con la sua scarsa diplomazia, la sua eccentricità e la sua avvenenza? Uno scherzo, per poi tornare tra qualche mese a sconvolgere con, esempi a caso, un disco di gamelan, uno di cover di fado o uno di antichi canti sumeri? Chissà. Aspettiamo, e forse (forse, ribadiamolo) lo sapremo. Continua a leggere

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