Articoli con tag: il grande pop

Omaggio a Kurt Weill

Scrissi questa recensione all’inizio del 1987 per un album che in realtà era stato pubblicato due anni prima. Non fu una scoperta tardiva, come dimostra la sua presenza nella mia playlist del 1985, ma per qualche ragione difficile da appurare dopo così tanto tempo mi venne di sicuro chiesto di occuparmene “in differita” e io, che sul Mucchio non avevo avuto occasione di occuparmene, non mi tirai indietro. Si tratta di uno dei primi album-tributo concepiti come tali, ben prima che il fenomeno si allargasse a macchia d’olio divenendo pressoché insopportabile, e per come la vedo io rimane uno splendido lavoro; non a caso, quando alla fine dei ’90 scelsi a corredo di un articolo del Mucchio dodici dischi-omaggio particolarmente interessanti/significativi, non mi fu possibile lasciarlo fuori (ne è testimonianza la breve scheda recuperata ancora più in basso). Rispetto alla recensione di AudioReview, ho solo il sospetto di essere stato un po’ troppo benevolo nella valutazione della resa sonora, ma si sa che in quel periodo eravamo più o meno tutti più o meno condizionati dalla propaganda volta ad affermare sul mercato il compact-disc.
Lost In The Stars
(A&M)
Più che un semplice disco, Lost In The Stars – sottotitolato The Music Of Kurt Weill – è una vera e propria celebrazione dell’arte del compositore tedesco di nascita ma statunitense d’adozione, prematuramente scomparso nel l950 dopo aver partorito alcune delle opere musicali più affascinanti e significative del nostro secolo. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Last Shadow Puppets (2016)

Come sa chi mi conosce bene o almeno ha letto queste cose qui, ho amato moltissimo i Last Shadow Puppets del primo album ed ero comprensibilmente assai curioso di scoprire cosa avrebbero fatto in occasione del secondo. Dopo averlo appurato, ne ho scritto.

Last Shadow Puppets copEverything You’ve Come
To Expect
(Domino)
Sono trascorsi esattamente otto anni da quando, con The Age Of The Understatement, i Last Shadow Puppets estrassero dal cilindro un disco di pop “alto” tra i più ispirati, intensi, avvincenti e ben realizzati degli Anni Zero. La perizia, la classe e l’autorevolezza con le quali Alex Turner e Miles Kane, frontmen rispettivamente di Arctic Monkeys e Rascals, avevano accettato il confronto/sfida con certo immaginario musicale dei Sessanta – sintetizzando al massimo: Scott Walker – raccolsero un unanime, convinto applauso. Continua a leggere

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Rover

Ritorna in Italia un musicista che amo parecchio: domani 9 febbraio sarà al Biko di Milano, mercoledì 10 al Monk di Roma e giovedì 11 all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Non posso evitare il recupero della recensione del suo secondo album che scrissi mesi fa per “Blow Up”, con link a quella dell’esordio e all’intervista che feci allo chansonnier francese in occasione di quell’uscita.

Rover copLet It Glow (Cinq7)
Tre anni fa, proprio di questi tempi, l’uscita dell’omonimo album d’esordio di Timothée Régnier – in arte Rover – aveva suscitato discreto scalpore, poi tradottosi in un successo significativo; basti pensare che il disco è stato ristampato in due differenti edizioni estese, la prima con una manciata di bonus track e la seconda attirittura con un ulteriore CD. Del resto, nonostante l’allora trentatreenne francese – che canta, però, in inglese – richiamasse alla mente una serie di esperienze assai note e consolidate, era molto difficile rimanere insensibile al magnetismo di brani ispiratissimi sotto il profilo del songwriting e eccezionalmente efficaci nei loro equilibri di – a grandi linee – mood crepuscolare, solennità e malinconia, sostenuti da una voce in grado di passare con nonchalance dal baritono al falsetto. Continua a leggere

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The Chills (2015)

Sono stato felicissimo del ritorno dei Chills, una delle mie band di culto, e sono stato anche felicissimo di riscontrare che, all’estero, il nuovo album Silver Bullets è stato accolto decisamente bene. Per quanto mi riguarda, non ho certo mancato di propagandare le qualità del gruppo neozelandese in questa nostra disastrata provincia dell’impero rock, intervistandone il leader Martin Phillips per “Classic Rock” e scrivendo più di una recensione del disco. Quella che segue è apparsa un paio di mesi fa su “Blow Up”.

Chills copSilver Bullets (Fire)
Una trentina di anni fa, i Chills di Martin Phillipps erano la band di punta della scena fiorita in Nuova Zelanda sotto l’ala di una magnifica etichetta indipendente/alternativa chiamata Flying Nun. All’improvviso, la città universitaria di Dunedin era divenuta l’area d’azione di un paio di decine di gruppi – Verlaines, Sneaky Feelings, Clean e Bats altri da citare obbligatoriamente – dediti a un sound per lo più stralunato e fascinoso in cui rock, psichedelia, folk e pop deviato erano spesso avvolti in echi wave. Nel complesso più melodici e accattivanti dei compagni di cordata, i Chills sembravano poter aspirare a riscontri più ampi, e infatti i due album sponsorizzati dalla Slash – il secondo Submarine Bells e il terzo Soft Bomb, 1990 e 1992 – assaporarano un quasi-successo. Seguirono problemi di ogni genere, con un quarto disco del 1996 pressoché ignorato e il forzato esilio in patria con un’attività episodica e sommersa.
Dopo un processo di riposizionamento passato attraverso il live Somewhere Beautiful (2013), l’irresistibile 45 giri Molten Gold e la raccolta di incisioni radiofoniche The BBC Sessions (entrambi 2014), i Chills ritornano ora sul serio con un quinto album ispiratissimo: nove canzoni e due intermezzi (e di uno, Liquid Situation, viene proprio da chiedersi perché non sia stato sviluppato in esteso) che rinnovano la magia di una musica dalla straordinaria forza evocativa, legata a filo doppio agli anni ’80 ma al contempo fresca e attuale nel suo abbraccio di chitarre, tastiere, ritmi e voce “sospesa” ma incisiva che oltretutto intona testi non banali. Aggraziati e assieme incalzanti, ipnotici e in qualche modo misteriosi oltre che intrisi di malinconia agrodolce, i brani di Silver Bullets sfilano fieri senza cedimenti qualitativi e, anzi, offrendo picchi con America Says Hello, Underwater Wasteland, Pyramid/When The Poor Can Reach The Moon e Molten Gold. Forse Martin Phillipps non comporrà mai una nuova Pink Frost, singolo-capolavoro del 1984, ma di queste gemme collocabili da qualche parte fra Teardrop Explodes e R.E.M. è davvero arduo non innamorarsi. Perdutamente.
Tratto da Blow Up n.209 dell’ottobre 2015

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