Articoli con tag: il grande pop

Omaggio a Kurt Weill

Scrissi questa recensione all’inizio del 1987 per un album che in realtà era stato pubblicato due anni prima. Non fu una scoperta tardiva, come dimostra la sua presenza nella mia playlist del 1985, ma per qualche ragione difficile da appurare dopo così tanto tempo mi venne di sicuro chiesto di occuparmene “in differita” e io, che sul Mucchio non avevo avuto occasione di occuparmene, non mi tirai indietro. Si tratta di uno dei primi album-tributo concepiti come tali, ben prima che il fenomeno si allargasse a macchia d’olio divenendo pressoché insopportabile, e per come la vedo io rimane uno splendido lavoro; non a caso, quando alla fine dei ’90 scelsi a corredo di un articolo del Mucchio dodici dischi-omaggio particolarmente interessanti/significativi, non mi fu possibile lasciarlo fuori (ne è testimonianza la breve scheda recuperata ancora più in basso). Rispetto alla recensione di AudioReview, ho solo il sospetto di essere stato un po’ troppo benevolo nella valutazione della resa sonora, ma si sa che in quel periodo eravamo più o meno tutti più o meno condizionati dalla propaganda volta ad affermare sul mercato il compact-disc.
Lost In The Stars
(A&M)
Più che un semplice disco, Lost In The Stars – sottotitolato The Music Of Kurt Weill – è una vera e propria celebrazione dell’arte del compositore tedesco di nascita ma statunitense d’adozione, prematuramente scomparso nel l950 dopo aver partorito alcune delle opere musicali più affascinanti e significative del nostro secolo. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Last Shadow Puppets (2016)

Come sa chi mi conosce bene o almeno ha letto queste cose qui, ho amato moltissimo i Last Shadow Puppets del primo album ed ero comprensibilmente assai curioso di scoprire cosa avrebbero fatto in occasione del secondo. Dopo averlo appurato, ne ho scritto.

Last Shadow Puppets copEverything You’ve Come
To Expect
(Domino)
Sono trascorsi esattamente otto anni da quando, con The Age Of The Understatement, i Last Shadow Puppets estrassero dal cilindro un disco di pop “alto” tra i più ispirati, intensi, avvincenti e ben realizzati degli Anni Zero. La perizia, la classe e l’autorevolezza con le quali Alex Turner e Miles Kane, frontmen rispettivamente di Arctic Monkeys e Rascals, avevano accettato il confronto/sfida con certo immaginario musicale dei Sessanta – sintetizzando al massimo: Scott Walker – raccolsero un unanime, convinto applauso. Continua a leggere

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Rover

Ritorna in Italia un musicista che amo parecchio: domani 9 febbraio sarà al Biko di Milano, mercoledì 10 al Monk di Roma e giovedì 11 all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Non posso evitare il recupero della recensione del suo secondo album che scrissi mesi fa per “Blow Up”, con link a quella dell’esordio e all’intervista che feci allo chansonnier francese in occasione di quell’uscita.

Rover copLet It Glow (Cinq7)
Tre anni fa, proprio di questi tempi, l’uscita dell’omonimo album d’esordio di Timothée Régnier – in arte Rover – aveva suscitato discreto scalpore, poi tradottosi in un successo significativo; basti pensare che il disco è stato ristampato in due differenti edizioni estese, la prima con una manciata di bonus track e la seconda attirittura con un ulteriore CD. Del resto, nonostante l’allora trentatreenne francese – che canta, però, in inglese – richiamasse alla mente una serie di esperienze assai note e consolidate, era molto difficile rimanere insensibile al magnetismo di brani ispiratissimi sotto il profilo del songwriting e eccezionalmente efficaci nei loro equilibri di – a grandi linee – mood crepuscolare, solennità e malinconia, sostenuti da una voce in grado di passare con nonchalance dal baritono al falsetto. Continua a leggere

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The Chills

Sono stato felicissimo del ritorno dei Chills, una delle mie band di culto, e sono stato anche felicissimo di riscontrare che, all’estero, il nuovo album Silver Bullets è stato accolto decisamente bene. Per quanto mi riguarda, non ho certo mancato di propagandare le qualità del gruppo neozelandese in questa nostra disastrata provincia dell’impero rock, intervistandone il leader Martin Phillips per “Classic Rock” e scrivendo più di una recensione del disco. Quella che segue è apparsa un paio di mesi fa su “Blow Up”.

Chills copSilver Bullets (Fire)
Una trentina di anni fa, i Chills di Martin Phillipps erano la band di punta della scena fiorita in Nuova Zelanda sotto l’ala di una magnifica etichetta indipendente/alternativa chiamata Flying Nun. All’improvviso, la città universitaria di Dunedin era divenuta l’area d’azione di un paio di decine di gruppi – Verlaines, Sneaky Feelings, Clean e Bats altri da citare obbligatoriamente – dediti a un sound per lo più stralunato e fascinoso in cui rock, psichedelia, folk e pop deviato erano spesso avvolti in echi wave. Nel complesso più melodici e accattivanti dei compagni di cordata, i Chills sembravano poter aspirare a riscontri più ampi, e infatti i due album sponsorizzati dalla Slash – il secondo Submarine Bells e il terzo Soft Bomb, 1990 e 1992 – assaporarano un quasi-successo. Seguirono problemi di ogni genere, con un quarto disco del 1996 pressoché ignorato e il forzato esilio in patria con un’attività episodica e sommersa.
Dopo un processo di riposizionamento passato attraverso il live Somewhere Beautiful (2013), l’irresistibile 45 giri Molten Gold e la raccolta di incisioni radiofoniche The BBC Sessions (entrambi 2014), i Chills ritornano ora sul serio con un quinto album ispiratissimo: nove canzoni e due intermezzi (e di uno, Liquid Situation, viene proprio da chiedersi perché non sia stato sviluppato in esteso) che rinnovano la magia di una musica dalla straordinaria forza evocativa, legata a filo doppio agli anni ’80 ma al contempo fresca e attuale nel suo abbraccio di chitarre, tastiere, ritmi e voce “sospesa” ma incisiva che oltretutto intona testi non banali. Aggraziati e assieme incalzanti, ipnotici e in qualche modo misteriosi oltre che intrisi di malinconia agrodolce, i brani di Silver Bullets sfilano fieri senza cedimenti qualitativi e, anzi, offrendo picchi con America Says Hello, Underwater Wasteland, Pyramid/When The Poor Can Reach The Moon e Molten Gold. Forse Martin Phillipps non comporrà mai una nuova Pink Frost, singolo-capolavoro del 1984, ma di queste gemme collocabili da qualche parte fra Teardrop Explodes e R.E.M. è davvero arduo non innamorarsi. Perdutamente.
Tratto da Blow Up n.209 dell’ottobre 2015

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Mauro Ermanno Giovanardi

Sono da sempre un grande estimatore dell’ex frontman di Carnival Of Fools e La Crus nonché convinto sostenitore del suo progetto in chaive solistica, come dimostra la copertina del Mucchio – legata a questa intervista – che gli volli fortemente dedicare anni fa. Ecco allora le mie recensioni dell’ultimo album La mia generazione e del penultimo Il mio stile (che nel 2015 si aggiudicò una meritatissima Targa Tenco – la quarta, per l’artista lombardo: ne aveva già vinte due con i La Crus e una in proprio, ma come interprete).

La mia generazione
(Warner)
Un progetto coraggioso e tutt’altro che al riparo da rischi, quello di un omaggio al rock cosiddetto alternativo italiano dei ‘90. Fra i pochissimi in grado di affrontare l’impresa in modo sensato e autorevole c’era Mauro Ermanno Giovanardi, che ha vissuto quegli anni da protagonista come frontman dei La Crus e che, soprattutto, si è guadagnato stima e rispetto dei colleghi e dell’ambiente grazie a coerenza, spessore e personalità; e proprio nell’ottica della “fratellanza” e non delle logiche mercantili vanno interpretati i featuring di Manuel Agnelli, Cristiano Godano, Emidio Clementi, Samuel dei Subsonica e Rachele dei Baustelle, che con le loro voci rendono alcuni brani ancor più policromi e carismatici. Continua a leggere

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Le vent nous portera (Noir Désir)

Uscito nel 2001, Des Visages des Figures fu l’ultimo album dei Noir Désir, a causa della ben nota, drammatica vicenda che due anni dopo portò alla morte di Marie Trintignant per mano del suo fidanzato Bertrand Cantat, frontman della band francese. Questa splendida canzone con Manu Chao ospite alla chitarra, più pop rispetto agli standard del gruppo, fu il singolo apripista del disco, che ottenne un enorme successo internazionale vendendo un milione di copie. Continua a leggere

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Morrissey (live ’12)

I concerti alla Cavea dell‘Auditorium Parco della Musica sono quasi sempre una gioia per gli occhi e le orecchie. Ecco così che dopo quella della settimana scorsa estraggo dall’archivio la recensione di un altro evento live svoltosi nella stupenda cornice di cui sopra, con protagonista l‘ex frontman degli Smiths (con la band scioltasi da oltre un quarto di secolo, ancora viene definito in questo modo), con il quale ho sempre avuto un rapporto un po’ difficile (non a caso di lui non ho scritto molto; c’è comunque qualcosa qui). Ci sarebbe forse stato altro da dire, in termini di dettagli, ma il succo è tutto nelle righe che seguono.

live Morrissey fotoCavea Auditorium
(Roma, 7 luglio 2012)
Concerto molto atteso, quello romano di Morrissey, sei anni dopo l’ormai mitica esibizione del 2006 al Teatro Romano di Ostia Antica. E concerto molto particolare fin da prima dell’inizio, con un paio di centinaia di fan autorizzati ad assieparsi in piedi sotto lo stage – all’Auditorium non è mai consentito se non nei bis, per questioni di sicurezza legate al palco basso e per rispetto nei confronti di chi ha speso tempo e denaro per assicurarsi i posti in prima fila – proprio per volere del bizzoso artista inglese. In questa cornice fattasi sempre più calda, e davanti a una Cavea affollatissima, Steven Patrick da Manchester ha sciorinato per un’ora e mezza tutti i suoi trucchi da raffinato e consumato entertainer, dando l’impressione di star bene e divertirsi ma non fornendo attestati di irrefrenabile entusiasmo: lo prova il fatto che ci sia stato un solo bis, una How Soon Is Now? durante la quale vari spettatori sono saltati sul palco cercando – e talvolta ottenendo – il contatto fisico con il loro idolo. Continua a leggere

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Fabi Silvestri Gazzè

Nell‘ambito della musica italiana di qualità, ma anche di (grande) successo, il sodalizio fra i tre cantautori romani è stato l‘evento dello scorso autunno, per quanto riguarda il disco a sei mani così come il relativo, applauditissimo tour. Difficile che il progetto abbia un futuro continuativo, anche se per il 22 maggio è stata fissata una data, a quanto pare unica, all‘Arena di Verona; nel frattempo, ora che sul trio sono spente le luci dei riflettori, mi fa piacere ricordarlo con quello che scrissi nello scorso settembre.

Fabi Silvestri Gazzè copIl padrone della festa (Columbia)
Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè si conoscono dai tempi dei (più o meno) simultanei esordi, una ventina di anni fa. Sono cresciuti nel giro del nuovo cantautorato romano dei ‘90, sono amici oltre che colleghi e tra le loro carriere esistono infinite interconnessioni, troppe per raccontarle qui. Finora era capitato che collaborassero a due a due ma non in tre, e questo incontro è dunque da salutare come un evento di rilievo: abbiamo del resto a che fare con artisti famosi, che pur giocando nella Serie A della musica tricolore hanno sempre battuto strade alternative al tipico pop di consumo, realizzando album personali e di notevole qualità autoriale. Continua a leggere

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Lloyd Cole

Finalmente ho trovato il tempo di scansionare e convertire in file word un po‘ di materiale anni ‘80, quello scritto con la mia Olivetti prima dell‘avvento dei computer casalinghi. Il mio archivio in digitale parte da circa metà del 1996 (avrei qualche altro anno di pezzi in wordstar e su floppy-disc, ma recuperarli è un casino) e, insomma, sono circa diciassette anni di lavoro che almeno per il 90% non ho ancora riportato alla luce; lentamente ma inesorabilmente lo farò. Rileggo oggi quest‘intervista del 1986 a Lloyd Cole, che oggi è un po‘ (tanto) dimenticato ma che trent‘anni fa era una star, e mi sorprendo di quanto fossi pedante anche con i miei artisti preferiti oltre che quand‘ero solo nella mia stanza davanti ai fogli da riempire. Era però un altro mondo e una maniera diversa di fare giornalismo… un tema, questo, sul quale prima o poi mi toccherà dilungarmi in modo organico.
Cole fotoLa data: 1 febbraio 1986. ll luogo: una Roma che è appena sopravvissuta alla pioggia più torrenziale che l‘abbia colpita da un secolo a questa parte. L‘occasione: intrattenersi a quattr‘occhi con Lloyd Cole, evitando deliranti conferenze-stampa e inutili interviste-lampo. Venticinque anni compiuti il giorno prima, apparentemente schivo ma in realtà cordiale e disponibilissimo, Lloyd Cole non ha proprio l‘aria della rockstar: occhiali da vista con montatura nera di tartaruga, consunto giubbotto jeans e capelli arruffati, sembra più che altro uno studente in libera uscita, con la testa un po‘ fra le nuvole ma con la mente in perenne attività. A incontrarlo per strada non penseresti mai che è proprio lui l’uomo che con Rattlesnakes – il primo album realizzato con i suoi Commotions – ha fatto sperticare in lodi la critica di mezzo mondo, vincendo a mani basse anche il referendum annuale dei nostri collaboratori per il miglior LP del 1984 (sette voti su nove, una quasi~unanimità che non dovrebbe lasciare dubbi sul valore del disco in questione). Il recente Easy Pieces, purtroppo, non ha bissato l‘exploit: un lavoro di produzione un po‘ pesante, qualche artificio “commerciale” di troppo e un‘indecifrabile non so che in alcuni brani hanno impedito che il nuovo capitolo a 33 giri, peraltro ottimo, ottenesse i medesimi favori accordati al suo predecessore; pazienza, direbbe il saggio, sarà per la prossima volta, sempre sperando che il Nostro resti fedele alla sua natura e non si lasci fuorviare dagli insopportabili capricci di un music business che avrebbe bisogno di un nuovo punk in grado di spazzar via il corrente malcostume di mix, remix ed extended-versions che stanno avvelenando il rock‘n‘roll. Continua a leggere

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Per me è importante (Tiromancino)

Un video di una delicatezza e dolcezza più uniche che rare, questo diffuso nell‘autunno 2002 per accompagnare il brano che anticipò In continuo movimento dei Tiromancino. L‘album, primo del post-Riccardo Sinigallia, vendette tantissimo, il singolo salì al n.1 della classifica e il clip fece incetta di premi, Continua a leggere

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La Crus

Questa intervista di quasi sedici anni fa con Mauro Ermanno Giovanardi, al tempo frontman dei La Crus, fu accoppiata a quella con gli Elettrojoyce proposta la settimana scorsa. Le due chiacchierate finirono in un servizio unico intitolato “L‘altra canzone italiana” e i gruppi ebbero, assieme, la copertina del Mucchio. Il secondo recupero mi sembra dunque giusto, e non solo per una questione di par condicio.

La Crus fotoL’altra canzone italiana
Mauro Ermanno Giovanardi, anima e voce dei La Crus, è un veterano della scena nazionale: le sue prime esperienze nell’underground milanese risalgono infatti all’inizio degli ‘80, mentre è dalla fine dello scorso decennio che la sua popolarità si è gradualmente accresciuta grazie alle successive esperienze Carnival Of Fools e, appunto, La Crus, progetto di cui il Nostro è titolare assieme a Cesare Malfatti, chitarrista e alchimista di suoni, e Alex Cremonesi, co-autore di arrangiamenti e parole. Con Mauro, che nel privato utilizza ancora il vecchio pseudonimo Joe, si è discusso soprattutto del recentissimo Dietro la curva del cuore (WEA), ma anche della filosofia generale dei La Crus e della loro progressiva evoluzione attraverso il già ottimo, omonimo esordio e il precedente apprezzatissimo Dentro me.
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Coffee + TV (Blur)

Di questi tempi si parla parecchio di Damon Albarn e allora perché non presentare un video dei Blur? Per compensare, che sia di un pezzo cantato (e scritto) da Graham Coxon, che è pure il co-protagonista – in un ruolo, però, secondario a quello di “Milky” – di questo clip diretto da Hammer & Tongs, delicato e malinconico come il brano che accompagna. Si era nel giugno del 1999 e Coffee + TV fu scelto come secondo singolo estratto dall‘album 13.

Non ho mai disprezzato il concetto di videoclip e, al contrario, ritengo che talvolta questo strumento promozionale arricchisca il brano che accompagna, creando interessanti ibridi. A mio avviso, gli aspetti musicali e visuali andrebbero sempre valutati assieme, come se non si stesse godendo una canzone o un mini-film bensì una terza forma di espressione/comunicazione artistica. Mi fa piacere presentarne qualcuno in cui i due elementi si incontrano in modo particolarmente felice.

1. Anchor (Tu Fawning)
2. Strange Little Girl (Stranglers)
3. The Memory Remains (Metallica)
4. Hurt (Johnny Cash)
5. American Jesus (Bad Religion)
6. Arnold Layne (Pink Floyd)
7. Cupe vampe (C.S.I.)
8. Losing My Religion (R.E.M.)
9. Smells Like Nirvana (Weird Al Yankovich)
10. Boys Don’t Cry (The Cure)
11. I Wanna Go To Marz (John Grant)
12. Jocko Homo (Devo)
13. Gennaio (Diaframma)
14. Black Hole Sun (Soundgarden)
15. New Rose (Damned)
16. The Age Of The Understatement (Last Shadow Puppets)
17. Bonnie And Clyde (Serge Gainsbourg – Brigitte Bardot)
18. Where The Wild Roses Grow (Nick Cave – Kylie Minogue)
19. Dead Leaves And The Dirty Ground (White Stripes)
20. Californication (Red Hot Chili Peppers)

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Mauro Ermanno Giovanardi

Sono affezionato a questa intervista di tre anni e spiccioli fa all‘ex frontman di Carnival Of Fools e La Crus, sia perché mi sembra particolarmente riuscita, sia perché – visto che si accompagnava alla copertina del Mucchio – mi offrì l‘occasione di sostenere un musicista che stimo moltissimo in un momento assai delicato della sua carriera. Al disco di cui si parla è seguito nel 2013 il Maledetto colui che è solo realizzato con l‘orchestra di ukulele Sinfonico Honolulu, ma il nuovo “vero” album di Mauro deve ancora arrivare. Lo attendo fiducioso.

Giovanardi fotoQuasi quattro anni dopo la prova generale di Cuore a nudo, Mauro Ermanno Giovanardi sta per pubblicare il suo primo, autentico album da solista, significativamente intitolato Ho sognato troppo l’altra notte?: un disco ricco di contenuti e raffinatissimo nella forma che avrà il suo battesimo al Festival di Sanremo, sul palco del quale il cantante avrà al fianco – si tratta però di una rimpatriata occasionale e non di una reunion – quel Cesare Malfatti che per ben quindici anni è stato il suo alter ego nei La Crus. Molti e di peso, dunque, i temi affrontati nella lunga intervista condensata in queste pagine: la prima concessa alla stampa, e per un po’ di tempo anche in esclusiva.
Finalmente il tuo vero e sospirato esordio da solista, che presenterai a Sanremo. Partirei da qui, chiedendoti se hai superato le perplessità che, fino a non troppo tempo fa, avevi a proposito del Festival.
È vero: all’inizio, per usare un eufemismo, non ero granché entusiasta dell’idea… ma solo perché la mia partecipazione avrebbe inevitabilmente ritardato l’uscita del disco, pronto ormai da parecchi mesi. Superato il piccolo dramma dell’ulteriore “congelamento”, sono contentissimo: per me, dato che avrò una visibilità che sarebbe stato molto difficile ottenere in altro modo, ma anche per un certo tipo di cultura musicale italiana, una poetica che qualche decennio fa era associata proprio al Festival e che invece era ormai passata in secondo piano, se non abbandonata: mi riferisco a Mina, a Tenco, a Endrigo…
Tutti artisti con i quali non hai mai nascosto di sentirti per qualche verso in sintonia. Come ti poni, però, nei confronti della “gara”?
Non mi preoccupo di quella che sarà la graduatoria, anche se ovviamente spero di raccogliere consensi. Per me sarà comunque un’esperienza nuova: non ho mai preso parte a concorsi, nemmeno a un “Rock Targato Italia”, perché sono sempre stato scettico rispetto alle competizioni musicali. Le gare dovrebbero essere di atletica, di ciclismo… non fra canzoni e interpreti anche diversissimi fra loro. Questa, comunque, è la regola di Sanremo, e d’altro canto ho sempre pensato che gli artisti della nostra area cosiddetta alternativa dovessero confrontarsi con manifestazioni di massa, magari con una presenza consistente e non “isolati” com’è stato per Subsonica o Afterhours. Non fosse altro, per far sapere al grande pubblico italiano che non esistono solo le tendenze più pop e, negli ultimi anni, i talent show, ma che c’è pure un ampio sottobosco di gente che la musica la vive intensamente tutto l’anno e non solo per i giorni del Festival e per una quindicina di piazze durante l’estate. Con i La Crus ci siamo candidati spesso, ma per un motivo o per l’altro è andata male.
Al Teatro Ariston ti sei in ogni caso esibito parecchie volte per il “Club Tenco”. Il debutto dei La Crus avvenne proprio lì, giusto?
Già, nel 1993. Fu come nei film: andammo, eseguimmo tre pezzi e mezz’ora dopo avevamo un’offerta di contratto della Warner. Più che al palco, che peraltro ha il suo fascino “leggendario”, sono però interessato a tutto quello che ruota attorno a Sanremo: l’atmosfera, il trovarmi a contatto con un mondo molto distante dal mio e con il quale non ho in effetti mai voluto avere a che fare, ovvero quello della televisione, della plastica, delle paillettes. Da anni mi reputo un artigiano che lavora ogni giorno sulle sue cose, non un artista da TV: la musica di grande diffusione, purtroppo, è sempre più immagine e sempre meno cuore e passione. Sarà un gran casino stancante e stressante, chi c’è stato me ne ha raccontate di ogni genere… ma siamo adulti e vaccinati, e riusciremo a sopravvivere.
“Riusciremo”, appunto: al Festival ti presenti come La Crus e con al fianco il tuo vecchio compagno Cesare Malfatti. Sappiamo tutti che il vostro sodalizio non è più in essere, e allora perché?
I direttori artistici Gianmarco Mazzi e Gianni Morandi, mi hanno chiesto di utilizzare il “marchio” La Crus, anche perché il mio nome è molto meno conosciuto di quello della vecchia band. A un certo punto della nostra carriera i miei rapporti con Cesare erano diventati difficili, ma da quando avevamo deciso di separare le nostre strade – fa fede anche l’ultimo tour, durante il quale ci siamo divertiti e rilassati – erano tornati ottimi. Così mi sono sentito con lui e ci siamo detti “perché no?”. In fondo Sanremo era un obiettivo che non eravamo riusciti a raggiungere e la nostra lunga avventura era cominciata dall’Ariston: tornare assieme per questa occasione era una perfetta chiusura del cerchio.
Tutto giustissimo, ma devo ammettere che vederti “sfidare” i Modà e Anna Tatangelo sullo stesso palco dove sfileranno anche personaggi del giro di “Amici” e “X Factor” mi sembrerà alquanto bizzarro. Fai musica, la tua musica, da ormai venticinque anni e a certi livelli e quindi… boh, per te è normale?
Ormai non mi stupisco più di nulla, e non dovrebbe farlo neppure tu, del “magico mondo dello spettacolo”… Se ci pensi, un Giovanardi a Sanremo è molto meno strano di come siano cambiate, nel volgere di pochi anni, le modalità di fruizione e promozione della musica. Quando è venuto fuori “X Factor” proprio non riuscivo a credere a tutto ciò che gli era montato attorno: fanatismo, polemiche, dissertazioni di professori e sociologi. Comunque, indipendentemente dalla classifica finale che ne scaturirà, in quest’ultimo Festival la qualità non manca: Battiato e Luca Madonia, Patty Pravo, Tricarico, Roberto Vecchioni, Davide Van De Sfroos… Posso dire senza timore di smentita di trovarmi in una compagnia migliore di quella che mi sarebbe capitata in varie edizioni passate.
Il brano che presenterai, Io confesso, ha avuto una gestazione atipica: ne esiste anche, registrata, una esecuzione in duetto con Carmen Consoli.
Sì, ma purtroppo sono sorte complicazioni con la Universal che non ha voluto concedere il suo utilizzo come singolo – e un pezzo di Sanremo è “singolo” per forza – ma solo come traccia da album. Avevo pure tentato di avere Carmen come ospite al Festival, ma dalla casa discografica mi hanno fatto capire che la cosa era fuori discussione e allora mi sono rassegnato. La versione con Carmen, molto bella, è purtroppo rimasta nel cassetto, ma confido che prima o poi si riuscirà a utilizzarla in maniera intelligente.
Io confesso rimanda ai classici Sanremo degli anni ‘60 e anche gli altri pezzi del tuo album hanno lo stesso mood. Si tratta insomma di un lavoro molto focalizzato su uno stile specifico, una specie di concept… Per te non è certo una novità realizzare dischi che non sono semplici “raccolte di canzoni”.
Quella di avere una base concettuale forte è in effetti sempre stata una caratteristica dei La Crus, e in questo caso specifico l’idea di fondo ha avuto tantissimo tempo di consolidarsi e perfezionarsi. Ho sognato troppo l’altra notte? è il disco da solista che volevo realizzare già nel 2003, ne avevo parlato proprio con te quando mi intervistasti per la monografia uscita sul n.12 di Extra. All’epoca la Warner me lo bocciò, ma non tutti i mali vengono per nuocere: otto anni fa non sarei stato in grado di metterlo in pratica così bene.
Probabilmente qualcuno, con quella superficialità che è tipica di molti addetti ai lavori, sarà tentato di tirare in ballo il “revival”. Ti offro l’opportunità di inibirlo con una bella smentita preventiva.
Ma certo… Volevo assolutamente evitare ogni retorica della nostalgia, del manierismo, del citazionismo. Mi interessava, però, compiere un viaggio in un periodo musicale preciso – dalla Swingin’ London al beat italiano fino ai gloriosi Sanremo in bianco e nero – filtrandone gli insegnamenti attraverso le mie esperienze e la mia sensibilità.
Cosa ti affascina maggiormente, di quei giorni?
Era un’epoca di enorme creatività e di altrettanto grande libertà. Il rock nel senso moderno del termine è nato esattamente in quegli anni, fra il 1965 e il 1968: esistevano già dei canoni e c’era chi li ricalcava in modo pedissequo, questo è chiaro, ma inventarsi qualcosa di diverso costituiva un valore aggiunto e non un handicap. Sperimentare non era affatto un tabù e il mercato discografico incoraggiava la tendenza a escogitare cose mai sentite e magari bizzarre.
Per esempio gli Electric Prunes, ai quali hai “rubato” il titolo del più grande successo – I Had Too Much To Dream Last Night – tradicendolo quasi alla lettera.
È una citazione gustosa che spero sarò colta da tanti, benché sia un po’ scettico che ciò possa accadere.
E non è l’unica, sul piano musicale così come sotto il profilo dei testi: in Io confesso, per esempio, c’è un clamoroso rimando a Oscar Wilde…
Nel citazionismo in sé non c’è niente di male, l’importante è che se ne faccia uso con maturità e con equilibrio: se il tutto è ben calibrato e la citazione è collocata nel punto giusto, non per coprire carenze ma per arricchire ulteriormente, riesce a conferire altre suggestioni. Qua e là ci siamo concessi piccoli vezzi, come un passaggio di batteria – identico a uno di Crosstown Traffic di Hendrix – all’interno di Un garofano nero, ma sono dettagli.
In scaletta ci sono pure due cover famosissime: Se perdo anche te di Gianni Morandi, che poi è un adattamento di Solitary Man di Neil Diamond, e Bang Bang di Cher, che in Italia è stata cantata fra gli altri da Mina e Dalida e che tu hai proposto assieme a Violante Placido. Difficilmente avresti potuto sceglierne di più esplicative dei contenuti dell’album.
Servono infatti a fornire le coordinate. Come nell’esordio dei La Crus, che conteneva Il vino di Piero Ciampi e Angela di Luigi Tenco, bastano a far capire dove si voglia andare a parare.
In entrambe, pur mettendoci del tuo, ti mantieni fedele ai modelli, ma mentre Bang Bang è canonica, in Se perdo anche te ho come l’impressione di uno sforzo per renderla più profonda e meno “sciocchina”, magari più vicina all’originale di Diamond.
Sono d’accordo. Bang Bang è più “calligrafica”, mentre per Se perdo anche te più mi sono ispirato alla versione – in inglese – di Johnny Cash. Sono soddisfatto di entrambe: quando “sento” particolarmente mio un brano e lo interpreto, riesco in qualche modo ad appropriarmene, a dargli qualcosa di caratterizzante.
Tornando al discorso del revival che in realtà revival non è, trovo che a svuotare di senso le eventuali accuse siano soprattutto due elementi: la brillantezza, nitidezza e pienezza dei suoni – ben superiori a quelle dei Sixties, dove tutto era se vogliamo un po’ esile – e la letterarietà dei testi, laddove quelli dei ‘60 erano spesso leggerini…
È così. In linea di massima, le parole di quarant’anni fa non sono più tanto attuali, hanno un’aria troppo naïf… mentre le mie sono logicamente al passo con i tempi. Oltre che in questo, la modernità dell’operazione sta negli aspetti musicali. I dischi dei Sixties venivano registrati con un quattro piste, e fra le ragioni del loro fascino c’è anche la loro attuale irriproducibilità. Cioè, volendo si potrebbero riprodurre, ma in tal caso si scadrebbe, appunto, nel revival di cui sopra. Il mio album, invece, suona così perché ha dietro un notevole impegno di ricerca stilistica, mia e dell’intero team che ha contribuito alla sua realizzazione, a partire dai due produttori complementari ai quali mi sono rivolto, Roberto Vernetti e Leziero Rescigno. Il secondo ha molta dimestichezza con questo genere di materiali, soprattutto le atmosfere più morriconiane, mentre al primo, che si è sempre mosso nel campo dell’elettronica, ho proposto la sfida di un album orchestrale nel quale l’elettronica proprio non c’è: mi interessava, infatti, la sua lucidità nell’affrontare la forma canzone. Roberto è stato bravissimo a dare a tutti le giuste misure: anche in un disco suonato ha operato come se ci fossero di mezzo i campionamenti, facendo sì che l’insieme risultasse pulito, bilanciato. Il suo è stato un approccio minimale: non doveva esserci niente di più e niente di meno… e tutto era organizzato per ruotare attorno alla voce, che non doveva mai essere “infastidita” dagli strumenti.
Ecco, la voce: sei sempre riconoscibilissimo, ma qua e là colgo sfumature differenti.
Anche in questo, molti meriti vanno a Roberto: ha saputo convincermi a orientarmi su un altro modo di cantare, più “maschio”… anzi, come diceva lui, “meno ambiguo”. Questo emerge soprattutto in pezzi come Il diavolo, La malinconia, anche Io confesso… non è stato semplice, ma ritengo di aver conseguito buoni sisultati. Si è trattato di una bella esperienza: mi ha fatto capire che, quando meno te l’aspetti, qualcuno può aprirti all’improvviso davanti una finestra e mostrarti qualcosa che non avevi mai notato. Ciascuno di noi è concentrato su di sé, immerso nel proprio mondo, e quindi è facile chiudersi e pertanto negarsi, involontariamente, buona opportunità. Con i La Crus mi piaceva molto coinvolgere qualche ospite per ricevere input inusuali, dato che con Cesare decidevamo tutto in due. Era diventato come un rapporto di coppia, e quando ci si trovava davanti a un bivio non c’era nulla da fare: o aveva ragione uno o l’aveva l’altro. Non a caso, di tutte le tipologie di organico, quello a due è il più soggetto al logoramento.
Il clima delle session, insomma, è stato eccellente.
Assolutamente sì. C’era un confronto quotidiano, anche con discussioni sempre positive. Io, che naturalmente sono immerso più di loro in questo tipo di immaginario e di cultura, cercavo di illustrare le mie visioni, e loro aggiungevano la modernità che a me serviva proprio per scongiurare il pericolo della filologia. Anche con Fabio Gurian, che ha arrangiato archi e fiati, c’è stato un bello scambio collettivo, così come con Marco Carusino, de I Cosi, che si è occupato di chitarre e bassi: lo conoscevo da un po’, ma quando nel corso di una chiacchierata mi ha detto che uno dei suoi gruppi preferiti erano i Walker Brothers non ho potuto fare a meno di assoldarlo. In generale, la parola che più spesso ripetevamo, e che ci trovava tutti d’accordo, era “cinema”: per caricare chi stava registrando a dare il contributo più evocativo possibile, gli gridavamo “più cinema!”.
Comunque tra la prima incisione e l’ultima è passato un anno e mezzo…
Sì, ma con infinite pause. La “squadra” è stata testata nella notte subito dopo il concerto finale dei La Crus, il 4 dicembre 2008 al Teatro degli Arcimboldi di Milano: dopo la cena con tutti gli ospiti che avevano presenziato al nostro addio, abbiamo salutato e siamo andati a Vercelli a registrare. Dalla prima tranche di registrazioni sono nati i cinque brani con i quali mi sono dato messo a cercare un contratto: non erano provini, a parte gli archi veri che sono stati aggiunti dopo sono gli stessi poi finiti sul disco.
È stato difficile trovare validi interlocutori nel mondo disastrato della discografia?
Niente affatto… E questo un po’ mi ha stupito. Nel giro di due mesi mi sono trovato in mano offerte di tutte le major, eccetto la Warner: a loro non ho fatto ascoltare nulla perché, dopo quindici anni di contratto, era il caso di cambiare aria.
E la Sony cos’ha messo sul piatto di più delle altre?
Un maggiore entusiasmo e un budget notevole: imprescindibile, dato che si era capito che l’album sarebbe costato un sacco di soldi.
Toglimi una curiosità: quando nel 2008 è uscito all’improvviso The Age Of The Understatement dei Last Shadow Puppets, un album decisamente vicino al tuo come riferimenti e suoni, cos’hai pensato?
A parte che lo ritengo bellissimo, e che sono rimasto davvero stupito della sua “credibilità” e del talento dei due ragazzini, ho in effetti pensato “merda, io un disco così l’avrei fatto quattro anni fa!”. Però la cosa mi ha anche dato uno sprone ulteriore a cercare di portare a termine il progetto, e ha rafforzato la mia convinzione di come certe sonorità e atmosfere che da noi sono più o meno “di culto”, all’estero siano invece tenute in grandissima considerazione.
Scommetto che stai già pensando al prossimo album.
Mi piacerebbe qualcosa di più blues, vagamente affine a quello che facevo tanti anni fa con i Carnival Of Fools ma naturalmente in italiano. Però… boh, ho già quattro o cinque pezzi molto belli che ho dovuto tener fuori per questione di costi. Comunque Ho sognato troppo l’altra notte? va bene così com’è: la sua durata è perfetta per il vinile e infatti alla Sony mi hanno promesso che stamperanno anche il 33 giri. E ne sono molto felice, negli anni 60 mica c’erano i CD.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.679 del febbraio 2011

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Where The Wild Roses Grow (Nick Cave – Kylie Minogue)

Suscitò all‘epoca un certo scalpore, il sodalizio – sulla carta improbabile: ad accomunare i protagonisti, solo la nazionalità australiana – fra il serio e tenebroso rocker e la stell(in)a del pop. Pubblicato nell‘ottobre 1995 come singolo apripista dell‘album Murder Ballads (1996), il brano – che racconta una storia di amore e morte – fu scritto da Cave proprio pensando alla collega. Il videoclip diretto da Rocky Schenck, splendido soprattutto nella fotografia, ne sottolinea brillantemente le atmosfere cupe e un po’ morbose, benché non prive di una loro (sinistra) dolcezza.

Non ho mai disprezzato il concetto di videoclip e, al contrario, ritengo che talvolta questo strumento promozionale arricchisca il brano che accompagna, creando interessanti ibridi. A mio avviso, gli aspetti musicali e visuali andrebbero sempre valutati assieme, come se non si stesse godendo una canzone o un mini-film bensì una terza forma di espressione/comunicazione artistica. Mi fa piacere presentarne qualcuno in cui i due elementi si incontrano in modo particolarmente felice.

1. Anchor (Tu Fawning)
2. Strange Little Girl (Stranglers)
3. The Memory Remains (Metallica)
4. Hurt (Johnny Cash)
5. American Jesus (Bad Religion)
6. Arnold Layne (Pink Floyd)
7. Cupe vampe (C.S.I.)
8. Losing My Religion (R.E.M.)
9. Smells Like Nirvana (Weird Al Yankovich)
10. Boys Don’t Cry (The Cure)
11. I Wanna Go To Marz (John Grant)
12. Jocko Homo (Devo)
13. Gennaio (Diaframma)
14. Black Hole Sun (Soundgarden)
15. New Rose (Damned)
16. The Age Of The Understatement (Last Shadow Puppets)
17. Bonnie And Clyde (Serge Gainsbourg – Brigitte Bardot)

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Bonnie And Clyde (Gainsbourg-Bardot)

Nel 1968 i videoclip nel senso moderno del termine ancora non esistevano, ma le compagnie discografiche non disdegnavano di realizzare filmati promozionali per il lancio di nuovi artisti o per canzoni particolarmente significative. Oppure, brani belli e/o importanti venivano sceneggiati e interpretati in popolari trasmissioni TV. È quest‘ultimo il caso della magnifica “Bonnie And Clyde“, con musiche tuttora moderne e testo ricavato da una poesia scritta da Bonnie Parker poco tempo prima che lei e il suo compagno Clyde Barrow, notissimi criminali degli anni Trenta, fossero uccisi dall’FBI. Approntato per il “The Brigitte Bardot Show“ addirittura prima della pubblicazione del pezzo su disco, il video è un piccolo capolavoro, in ogni senso.

Non ho mai disprezzato il concetto di videoclip e, al contrario, ritengo che talvolta questo strumento promozionale arricchisca il brano che accompagna, creando interessanti ibridi. A mio avviso, gli aspetti musicali e visuali andrebbero sempre valutati assieme, come se non si stesse godendo una canzone o un mini-film bensì una terza forma di espressione/comunicazione artistica. Mi fa piacere presentarne qualcuno in cui i due elementi si incontrano in modo particolarmente felice.

1. Anchor (Tu Fawning)
2. Strange Little Girl (Stranglers)
3. The Memory Remains (Metallica)
4. Hurt (Johnny Cash)
5. American Jesus (Bad Religion)
6. Arnold Layne (Pink Floyd)
7. Cupe vampe (C.S.I.)
8. Losing My Religion (R.E.M.)
9. Smells Like Nirvana (Weird Al Yankovich)
10. Boys Don’t Cry (The Cure)
11. I Wanna Go To Marz (John Grant)
12. Jocko Homo (Devo)
13. Gennaio (Diaframma)
14. Black Hole Sun (Soundgarden)
15. New Rose (Damned)
16. The Age Of The Understatement (Last Shadow Puppets)

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The Age Of The Understatement (Last Shadow Puppets)

L’idea è stata del regista: chiunque altro, ascoltando il pezzo, si sarebbe inventato una sceneggiatura melensa e/o barocca, mentre lui ha ideato questo soggetto così cool. In verità avevamo qualche dubbio sulla faccenda dei carri armati, non volevamo rischiare di trasmettere un messaggio che potesse sembrare a favore della guerra, ma ci siamo fidati e crediamo di aver fatto bene. E sai qual è la cosa più buffa? Che a vederlo pensi a una specie di kolossal costosissimo, e invece è stato tutto molto semplice e relativamente economico: non abbiamo dovuto allestire un vero set e per le riprese sono bastati appena due giorni”. Così mi raccontò Alex Turner a proposito di questo splendido clip della title track del primo (e finora unico) album – AD 2008 – del progetto allestito dal frontman degli Arctic Monkeys assieme a Miles Kane (ai tempi nei Rascals). Girato in Russia e diretto dal francese Romain Gavras, il video vanta un fascino davvero particolare, perfettamente in linea con l’imponenza del brano al quale si accompagna.

Non ho mai disprezzato il concetto di videoclip e, al contrario, ritengo che talvolta questo strumento promozionale arricchisca il brano che accompagna, creando interessanti ibridi. A mio avviso, gli aspetti musicali e visuali andrebbero sempre valutati assieme, come se non si stesse godendo una canzone o un mini-film bensì una terza forma di espressione/comunicazione artistica. Mi fa piacere presentarne qualcuno in cui i due elementi si incontrano in modo particolarmente felice.
1. Anchor (Tu Fawning)
2. Strange Little Girl (Stranglers)
3. The Memory Remains (Metallica)
4. Hurt (Johnny Cash)
5. American Jesus (Bad Religion)
6. Arnold Layne (Pink Floyd)
7. Cupe vampe (C.S.I.)
8. Losing My Religion (R.E.M.)
9. Smells Like Nirvana (Weird Al Yankovich)
10. Boys Don’t Cry (The Cure)
11. I Wanna Go To Marz (John Grant)
12. Jocko Homo (Devo)
13. Gennaio (Diaframma)
14. Black Hole Sun (Soundgarden)
15. New Rose (Damned)

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Danger Mouse-Daniele Luppi

In questa settimana, per via dell’Oscar assegnato a Paolo Sorrentino, ovunque si è parlato parecchio di cinema. Pertinente, dunque, recuperare questa recensione, dedicata a un album che non rientra nel novero dei capolavori ma che rimane a mio avviso molto meritevole.

Danger Mouse copRome (EMI)
Pur nella consapevolezza di quanta gente bizzarra circoli per il mondo, è difficile credere che qualcuno possa negare la centralità di Brian Joseph Burton – alias Danger Mouse – nel panorama musicale dell’ultima decina d’anni. Il The Grey Album del quale tanto si discusse quando la Rete era relativamente giovane, il popolarissimo duo Gnarls Barkley allestito con Cee-Lo Green, i bei sodalizi con MF Doom (The Mouse And The Mask), James Mercer (Broken Bells) e Sparklehorse (Dark Night Of The Soul) e il lavoro in console per – fra gli altri – Gorillaz, The Good The Band & The Queen, Black Keys, Beck e U2 provano al di là di ogni ragionevole dubbio come il quasi trentaquattrenne newyorkese – produttore, manipolatore, autore – sia uno dei principali fulcri attorno ai quali ruota quel moderno pop-rock che sa conciliare ricerca e accessibilità, raffinatezza e successo commerciale su vasta scala, amore per il passato e propensione al futuro. Niente male per uno che, alla fine dei ‘90, si esibiva come DJ indossando una maschera da topo perché troppo timido per mostrarsi in pubblico.
Da professionista impegnatissimo quale chiaramente è, nonché da artista abituato a operare dosando amore e perfezionismo, Burton ha avuto bisogno di quasi un lustro per concretizzare in via definitiva l’idea maturata ancor prima a seguito della sintonia instauratasi con il compositore, arrangiatore e orchestratore italiano Daniele Luppi, attivo in America nell’ambito delle colonne sonore ma anche “fiancheggiatore” di star del pop (ad esempio John Legend, Mike Patton e Soulsavers, oltre allo stesso Danger Mouse). Un’idea ambiziosa, legata al comune desiderio di rendere omaggio alla tradizione della grande musica per il cinema creata qui da noi negli anni ‘60 e ‘70, e per di più complessa sul piano logistico, dato che il progetto comportava il trasferimento a Roma per registrare al celebre Forum di Piazza Euclide (studio cofondato da Ennio Morricone), il coinvolgimento di vecchie glorie locali (dal soprano Edda Dell’Orso, che aveva preso parte a Il buono, il brutto e il cattivo, ai Marc 4, fino ai Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni) e il non facile reperimento degli strumenti vintage indispensabili per il suono “giusto”, catturato dal vivo su nastro rinunciando a qualsivoglia apparecchiatura elettronica contemporanea. Roma caput mundi, dunque, con l’unica motivo di disappunto – ininfluente per i risultati, ma non per l’aura romantica nella quale si crogiola tutta l’operazione – che Jack White e Norah Jones, i due ospiti speciali ai quali è stato affidato il ruolo di cantanti solisti, non si siano spostati all’ombra del Colosseo ma abbiano inciso le loro parti a Nashville e Los Angeles.
Organizzato come soundtrack anche se il film che dovrebbe accompagnare – un western fra dramma e sentimento, piace ipotizzare – esiste solo nelle menti di Burton e Luppi, cioè con tema introduttivo, canzone di grande impatto per i titoli di coda e interludi strumentali/corali a dividere i vari altri episodi con Norah Jones e Jack White, Rome è concentrato in appena trentacinque minuti di trame morbide e avvolgenti, ora piuttosto eteree, ora pervase di una solennità misurata che non sconfina mai nella grandeur. È un album di chiaroscuri, di suggestioni lievi ma profonde, di visioni che non sempre viene istintivo associare all’immaginario della Città Eterna – del resto, come identificare un solo immaginario in una metropoli con quasi tre millenni di Storia? – ma che non difettano certo di godibilità e di efficacia estetica. Il tutto, comunque, in equilibrio fra rigore filologico e quella sensibilità pop dalla quale Danger Mouse non può prescindere: a scanso di equivoci, non si tratta di un disco per cultori come potrebbe esserlo uno di John Zorn, bensì di un “prodotto” destinato a incuriosire e quindi a far parlare moltissimo di sé a livello mediatico, oltre che a finire nelle playlist di tutte le radio del mondo. Da queste parti, per pieno convincimento e non per timore di prendere una posizione, non ci si arrocca assieme agli snob ma ci si tiene un po’ ai margini della schiera – che sarà molto folta, vedrete! – di quelli che gridano al capolavoro, come probabilmente facevano, perché ammaliati dal “concetto” e dalla sua coolness, prima ancora di ascoltarne una singola nota. Ma che la (nemmeno tanto) strana coppia abbia realizzato qualcosa di sensato, di ottimamente confezionato e di armonioso è impossibile da negare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.682 del maggio 2011

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