Articoli con tag: new wave e dintorni

Pionierismo (1980)

A volte, i social servono. Giorni fa un amico di Facebook, Johnny Duhamel, mi ha ringraziato per un articolo che avevo realizzato nel 1980 per la fanzine Red Ronnie’s Bazaar nel quale spiegavo nei minimi dettagli tutta la procedura per ordinare negli Stati Uniti dischi di punk e new wave editi da piccole etichette, indicando anche qualche “trucco” per evitare o almeno limitare eventuali criticità. Va da sé che della sua esistenza mi ero totalmente dimenticato; spinto dalla curiosità, ho così cercato e faticosamente ritrovato i numeri della fanzine in questione – che era fatta proprio da quel Red Ronnie lì, al tempo profondissimo conoscitore oltre che appassionato di nuove musiche e non solo: eravamo diventati amici – e mi sono messo a sfogliarli alla ricerca del pezzo. Era nell’ultimo numero e, rileggendolo, capisco perché al tempo il Johnny di cui sopra ne rimase folgorato: dove mai si potevano trovare informazioni così dettagliate utili ad appagare le bramosie di possesso di titoli che qui da noi era quasi impossibile reperire? Johnny mi ha anche invitato a recuperarlo qui sul blog in quanto testimonianza storica di un’epoca pionieristica: procurarsi certi dischi quattro decenni fa era complicato e farraginoso, roba che chiunque abbia oggi dai quarant’anni in giù non può neppure lontanamente immaginare. Adesso per far tutto bastano alcuni click stando comodamente seduti a casa, allora ci si faceva un mazzo inaudito.
Ecco allora, scansionata e dunque con tutte le nefandezze grammaticali e sintattiche del me diciannovenne o ventenne, la parte rilevante dell’articolo (prima c’era una lunga introduzione e la segnalazione ormai obsoleta di un tot di negozi che offrivano il servizio di mail order), con tanto di refuso alla fine della prima colonna: la fanzine era ovviamente di fattura artigianale e saltò una riga nella quale, secondo logica, c’era probabilmente scritto “(se) proprio vi prende la frenesia” o qualcosa di analogo.

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Bauhaus

Ho scritto parecchio dei Bauhaus anche in tempo reale, ma per festeggiare i sessantacinque anni del loro frontman Peter Murphy ho preferito recuperare la recensione di una bella antologia edita parallelamente alla (prima) reunion della band.

Bauhaus copCrackle
(Beggars Banquet)
È durata appena un lustro, la parabola dei Bauhaus: cinque anni peraltro intensissimi, la cui influenza sulla storia del rock è stata ben più importante di quanto non dichiarino i quattro splendidi album di studio e la buona dozzina di singoli – alcuni dei quali in odore di immortalità – che il quartetto di Northampton ha lasciato a documento della sua esistenza. Non c’è quindi da meravigliarsi che la Beggars Banquet, a seguire la recente reunion (per ora solo concertistica) e in perfetta sintonia con il generale clima di riscoperta della cosiddetta new wave, abbia voluto confezionare un’antologia idonea a riassumere, attraverso sedici episodi brillantemente rimasterizzati, la carriera dell’ensemble composto da Peter Murphy, Daniel Ash, David J. e Kevin Hashkins, dal mitico 12” d’esordio Bela Lugosi’s Dead all’ultimo 33 giri Burning From The Inside. Nessun inedito per collezionisti, ma “soltanto” buona parte del meglio di un repertorio di straordinario fascino, per il quale la definizione “gothic” – genere del quale i Bauhaus vanno annoverati tra i portabandiera – appare più che mai riduttiva: non perché le sonorità della band non fossero intrise di suggestioni oscure e conturbanti, ma perché la loro miscela di secco post-punk, citazioni bowieane (portate all’estremo nella celebre cover di Ziggy Stardust, qui ovviamente riproposta), pop deviante, psichedelia elettroacustica e accenni di sperimentazione è davvero troppo estrosa per essere inquadrata nella rigidità di uno stereotipo.
Confezionata con grandi cura e buon gusto anche dal punto di vista grafico, Crackle è insomma un’ampia e validissima introduzione a quanti conoscono i Bauhaus in modo superficiale o che addirittura non li hanno mai ascoltati: una lacuna imperdonabile, non solo per l’importanza storica di canzoni quali Bela Lugosi’s Dead, In The Flat Field, The Passion Of Lovers, Hollow Hills o She’s In Parties ma anche perché il tanto tempo trascorso non ha loro sottratto, magnetismo, espressività, carattere… e la forza vitale che oggi consente loro di risorgere dalla tomba – è proprio il caso di dirlo – dopo quindici e più anni di sepoltura.
(da Il Mucchio Selvaggio n.321 del 30 settembre 1998)

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New York punk, 1973-1978

RamonesA seguire le vecchie playlist dedicate al garage punk americano dei Sixties, alla synth/minimal wave britannica del 1977-1981 e alla prima generazione punk di Los Angeles, 1976-1979, eccone una quarta, sempre di trenta brani per altrettante band. Come sempre, l’ordine non è cronologico né tematico, ma nemmeno casuale o tantomento qualitativo; lo definirei umorale/emotivo, e quindi personale.

Richard Hell & The Voidoids – Blank Generation
Ramones – Blitzkrieg Bop
Patti Smith – Ask The Angels
Heartbreakers – Born To Lose
Dead Boys – Sonic Reducer
Alan Milman Sect – Stitches
Chain Gang – Son Of Sam
Wayne County + Electric Chairs – Stuck On You
Mad – I Hate Music
Misfits – Bullet
Neon Boys – Love Comes In Spurts
Cramps – Human Fly
Blondie – Denis
Criminals – The Kids Are Back
Idols – You
Killer Kane Band – Mr. Cool
Brats – Quaalude Queen
N.Y. Niggers – Just Like Dresden ’45
Cherry Vanilla – The Punk
Plasmatics – Butcher Baby
Testors – Hey You
Fingers – Isolation
Vores – Love Canal
Penetrators – Gotta Have Her
Corpse Grinders – Rites, 4 Whites
Grim Klone Band – Heat’s Risin’
Mean Red Spiders – Rejected At The High School Dance
Arthur’s Dilemma – Throwing It
Victims – I Want Head
Jimi Lalumia & The Psychotic Frogs – Death To Disco

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Christian Death (1982)

Quarant’anni e un mese fa, invasato com’ero di nuova musica proveniente dalla California, non potei fare a meno di imbattermi “in diretta” in un album straordinario, che interpretava in maniera tanto originale quanto brillante il concetto di “gothic” (che qui in Italia era il “dark”, ma ci siamo capiti). Mi arrivò l’11 marzo e feci appena in tempo a recensirlo – come potete leggere qui sotto – nel numero di aprile del defunto Mucchio Selvaggio. Mai più i Christian Death sarebbero stati grandiosi come nel loro primo LP.

Christian Death cop

Only Theatre Of Pain
(Frontier)
Album d’esordio per i Christian Death, formazione guida della scena del cosiddetto horror rock, nuova tendenza californiana che prevede un 1ook sconvolgente e una musica perversa e demoniaca. Della corrente fanno parte numerosi gruppi, alcuni dei quali hanno contribuito alla seconda facciata della raccolta Hell Comes To Your House, ed è lì che i Christian Death hanno esordito su vinile con il brano Dogs.
Il sound della Morte Cristiana si basa sul consumato talento chitarristico dell’ex Adolescents Rikk Agnew, sulla voce “terribile” di Rozz Williams e sul non secondario lavoro del bassista James McGearty e del batterista George Belanger, in grado di fornire un supporto ritmico all’altezza della situazione. La musica del quartetto è lenta, pesante, paranoica e agghiacciante, perfettamente abbinata a testi ricchi di richiami all‘orrido e al paranormale; chitarra stridente, canto lamentoso, atmosfere cupe, un titolo che lascia presagire visioni di morte e dolore, per un album sicuramente riuscito: un capolavoro di questo nuovo stile di “dark” che sta raccogliendo numerosi proseliti in quel di Los Angeles, città dai mille volti che non finirà mai di stupirci per la varietà e la validità delle sue proposte sonore. Only Theatre Of Pain è un disco da ascoltare, ricco di soluzioni strumentali da brividi, avvolto in un’aura di mistero che lo rende ancor più stimolante. Forse solo i primi Black Sabbath, anche se con un suono sostanzialmente diverso, riuscivano a evocare immagini di tale potenza. Christian Death: arcani, enigmatici e meravigliosi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.51 dell’aprile 1982)

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Sisters Of Mercy: il libro

Paint My NameA quanto sembra, sono stato uno dei pochi(ssimi) ad avere intervistato Andrew Eldritch nella primavera del 1985, cioè nel burrascoso periodo in cui la line-up “più storica” dei Sisters Of Mercy – quella del primo e imprescindibile LP First And Last And Always – si stava dissolvendo. Così non fosse, non sarei di sicuro stato contattato da Mark Andrews, che ha voluto utilizzare una piccola parte di quello che mi fu detto dal musicista britannico, con l’aggiunta di qualche mio “dietro le quinte”, nel suo libro Paint My Name In Black And Gold – The Rise Of The Sisters Of Mercy. Il volume è un lussuoso “hardback” (copertina in cartone pesante, insomma) di 450 pagine, contenente anche un inserto fotografico, che racconta in maniera dettagliatissima, con materiale raccolto allo scopo (molto del quale “di prima mano”) la storia del gruppo negli anni ’80, riservando però solo qualche accenno alla seconda (o terza) fase, quella con Patricia Morrison. È una lettura che consiglio caldamente agli appassionati, ai quali consiglio però di affrettarsi: in Rete il librone si trova ancora, ma non è detto che non si esaurisca a breve e in quel caso bisognerebbe attendere eventuali ristampe o sborsare cifre più alte delle 25 sterline del listino.
Eldtrich 1985

Io e Andrew Eldritch a Roma, 3 maggio 1985 (foto Luciano Viti)

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