Articoli con tag: new wave e dintorni

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A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records, al “classic rock”, alla new wave più sperimentale, alla new wave un po’ meno sperimentale e ad alcuni ibridi tra rock moderno e classico, la “collana” si conclude con questi due oggettini speciali, da veri cultori, entrambi legati a San Francisco: la prima è della magnifica, storica fanzine dei tardi ’70 omonima del brano di Iggy & The Stooges, mentre la seconda è il logo di Target Video, compagnia indipendente che sempre nello stesso periodo si prese la briga di filmare un’infinità di band underground locali (e non solo), lasciando così ai posteri una serie di incredibili testimonianze. Per ragioni fin troppo ovvie sono molto affezionato a entrambe le spillette.

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Martha Davis, 1980

Serie “Fotografie”, n.11
Sono abbastanza convinto che oggi, in Italia, i Motels siano sconosciuti a chiunque eccetto chi li ricorda per averne vissuto in tempo reale il periodo degli inizi, l’unico che qui da noi abbia goduto di discrete attenzioni. Il loro primo album uscì nel 1979 e la sua miscela di rock e pop in salsa new wave raccolse consensi, tanto che quando la band californiana – da vari anni nuovamente in circolazione – si esibì a Roma, il 19 dicembre 1980, il Tendastrisce di Via Cristoforo Colombo era gremito di gente. Non erano male, i Motels, anche se i maligni attribuivano buona parte delle loro fortune all’indiscutibile avvenenza della cantante, Martha Davis; cantante che qui nell’Urbe visse un momento di panico quando si trovò a cadere in mezzo al pubblico – mi pare di ricordare che qualche stronzo le afferrò da una caviglia e la tirò giù – riemergendone miracolosamente indenne e non svestita. Quando avvenne il fattaccio non stavo più scattando e quindi non posso offrire testimonianze fotografiche. Accontentatevi di questa immagine in bianco/nero colta, suppongo, con il teleobiettivo. Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980

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A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records, al “classic rock”, alla new wave più sperimentale e alla new wave un po’ meno sperimentale, tocca adesso a sei pins di due artisti e un’etichetta che si muovevano sul confine tra rock moderno e classico.

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Talking Heads, 1980

Serie “Fotografie”, n.10
Un paio di settimane dopo quello dei B-52’s, il 17 dicembre del 1980, il Palaeur ospitò i Talking Heads, con apertura dei Selecter (strana accoppiata, OK; diciamo che il filo conduttore poteva essere l’importanza del ritmo). La band era nella formazione molto allargata del tour di Remain In Light, quella con – tra i tanti – il chitarrista Adrian Belew, e si trattò di un concerto stratosferico sotto ogni profilo, uno di quelli per descrivere i quali ci si trova a corto di superlativi. Io ero ancora una volta lì, tra il pubblico e il palco, a godermi lo spettacolo e scattare qualche foto con la mia Olympus OM-10 ben accessoriata. Scattai un rullino in bianco/nero e uno di diapositive e i risultati furono globalmente migliori al confronto con lo show dei B-52’s. Dal secondo provengono questo “plastico” David Byrne colto nell’atto di cantare chissà cosa e questa Tina Weymouth non perfettamente a fuoco ma piuttosto dinamica.

Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980

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B-52’s, 1980

Serie “Fotografie”, n.9
Il 30 novembre del 1980 i B-52’s suonarono a Roma, e lo fecero al Palaeur. Strano? Può sembrarlo, ma contrariamente a ciò che sarebbe anche lecito ritenere la loro popolarità era notevole anche tra i non adepti al culto della new wave; del resto, il “nuovo” attraeva vaste platee, specie dopo tanti anni in cui l’Italia era rimasta fuori dalle rotte dei grandi tour internazionali. Io la ricordo come una serata divertentissima, ma come poteva non esserlo? All’epoca il repertorio live dei ragazzi di Athens (che peraltro tutti credevano newyorkesi, visto che avevano fatto fortuna lì) era composto dai brani dei primi due straordinari LP (il secondo, Wild Planet, era uscito da tre mesi), e in quanto a presenza scenica e dinamismo erano davvero qualcosa di speciale.
Io ero nello spazio fotografi, proprio sotto il palco, con la mia fedele Olympus, e scattai un intero rullino di diapositive. La posizione era un po’ sacrificata e le luci colorate non aiutavano, ma un paio di scatti decenti riuscii per fortuna a portarli a casa. Uno è questo, che ritrae Cindy Wilson e Kate Pierson davanti alla tastiera della prima.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981

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A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo  le serie dedicate ai Devo, al punk californiano fine ’70/primissimi ’80, alla Italian Records, alle band punk fine ’70, a Residents e Ralph Records, al “classic rock” e alla new wave sperimentale, tocca adesso a sei pins di band sempre di area new wave, ma più accessibili a tutti di quelle della precedente puntata.

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A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo, quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80, quella della Italian Records e quella con band punk fine ’70, è il turno dei Residents e della loro Ralph Records..

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A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Dopo la serie dedicata ai Devo e quella del punk californiano fine ’70/primissimi ’80, ecco una vera chicca: cinque spillette promozionali della Italian Records, 1980/1981. Non è il set completo, dovrebbero esisterne almeno una bianca di quelle piccoline (ci sono la rossa e la verde, quindi…) e una del Confusional Quartet. Chissà dove sono andate a cacciarsi.

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Snakefinger, 1981

Serie “Fotografie”, n.7
Firenze, il mitico Casablanca, 15 aprile 1981. Philip Lithman in arte Snakefinger, un passato nel rock-blues ma notorietà dovuta al suo ruolo di chitarrista dei Residents e alla sua carriera da solista alla corte della Ralph Records, suona per la prima volta in Italia. Di spalla, i Pale TV, una brillante band post-punk di Parma, titolare di un ottimo LP per la Italian Records. Per il concerto mi spostai appositamente in Toscana, ebbi occasione di incontrare il musicista nei camerini e, dopo qualche chiacchiera, lo immortalai mentre “leggeva” uno dei numeri del Mucchio Selvaggio che gli avevo portato perché contenenti cose che avevo scritto su di lui. Lo avrei rivisto nel 1983 a Roma ma il due sarebbe rimasto senza il tre per via della sua improvvisa e inattesa scomparsa nel 1987, appena trentottenne. Chi non l’avesse mai ascoltato consideri questo post come un invito ad ascoltare il suo bellissimo e particolarissimo art-rock.Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981

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Tuxedomoon, 1980

Serie “Fotografie”, n.5
Era il 9 dicembre del 1980. In seguito il gruppo sarebbe venuto in Italia infinite volte, ma quella era la prima e i Tuxedomoon – come più o meno tutta la scena new wave americana, specie californiana – erano oggetto di un culto non vastissimo ma molto affezionato. Non ebbi così alcuna esitazione a prendere un treno diretto a Bologna (non ridete: nel 1980, “prendere un treno” era una cosa che non si faceva con leggerezza) per assistere al concerto che si tenne al Teatro Antoniano, non grandissimo ma molto accogliente e adatto alla circostanza. La line-up della band era a stessa del primo album Half-Mute, a tre, con Steven Brown, Peter Principle e Blaine L.Reininger; con grande disappunto di tutti i presenti non proposero No Tears, ma la lunga scaletta fu comunque assai bella, con brani come Dark Companion, What Use?, Everything You Want, Desire, Pinheads On The Move. Avevo portato la mia fedele Olympus, con la quale realizzai un’abbondante trentina di diapositive. Lo scatto sopra, magari non bello ma di sicuro curioso, ritrae Steven Brown impegnato a cantare e produrre suoni inusuali per l’epoca; per quello sotto, invece, mi ero voltato verso il pubblico (io ero sotto il palco, se ben ricordo in uno spazio riservato ai fotografi), in particolare per immortalare i due amici bolognesi con i quali mi ero recato al concerto: Oderso Rubini, il boss della leggendaria Italian Records, e Red Ronnie, che all’epoca era uno dei giornalisti musicali più vulcanici ed esperti in nuova musica.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986

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Dead Can Dance (1981-1985)

È da poche settimane in circolazione un nuovo album dei gloriosi Dead Can Dance, che ho recensito per il prossimo numero di AudioReview. Ho dubbi che quanto qui (ri)proposto sia il primo mio pezzo sulla band australiana, ma di sicuro questa è stata la prima (e unica?) volta in cui ne ho scritto abbastanza in esteso, quasi trentatré anni fa.
Dimenticate, anche se il nome della band potrebbe suggerirvele, visioni di morte e immagini macabre tanto negative quanto opprimenti. Provate, invece, a raffigurarvi mentalmente una musica ammaliante e misteriosa, ricca di atmosfere oscure e inquietanti ma tutt’altro che deprimente, avvolta in un’aura di mistica solennità. Anche se possedete una fervida fantasia, ben difficilmente ciò che avrete concepito assomiglierà alle proposte dei Dead Can Dance, ensemble “di culto” autore di un sound che. per quanto connesso a matrici espressive piuttosto precise, si fa ammirare per la sua personalità. I riferimenti d’obbligo sono quelli alla scuola 4AD, etichetta alla quale non a caso il gruppo è legato, e quindi al post-punk etereo e anticonvenzionale di Cocteau Twins e This Mortal Coil; proprio questi ultimi (dei quali, del resto, fanno parte anche i due membri fondatori dei Dead Can Dance) si prestano più efficacemente al raffronto sia attitudinale che stilistico, sebbene ciascuna delle formazioni possegga una sua identità chiaramente delineata e autonoma. Continua a leggere

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Cure: la prima volta

Qualche settimana fa ho ricevuto un messaggio privato da Michele Franzinelli, titolare della seguitissima pagina “Out Of The World – The Cure Italia”: voleva organizzare una nuova rubrica dedicata al primo incontro con la musica del gruppo inglese e mi chiedeva un contributo. Gliel’ho scritto quasi in tempo reale e adesso l’ha pubblicato. Lo ripropongo qui così come appare lì, con tanto di scansione della pagina della mia agenda del 1979 con la scaletta della trasmissione nella quale ho trasmesso per la prima volta un brano di Robert Smith e compagni. Grazie a Michele per avermi fornito la spinta a recuperare questi bei ricordi.
Qui nel blog non ho ancora ripreso quasi nulla di ciò che ho scritto dei Cure, ma chi fosse interessato può trovare qui la recensione di un concerto del 2008, qui due parole su Boys Don’t Cry e il suo videoclip e qui la presentazione dello Speciale che ho curato due anni fa per Classic Rock (nel quale, lo so, c’è un erroraccio per il quale ho già fatto più volte pubblica ammenda).

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Devo, 1979

Serie “Fotografie”, n.3
Era il 7 ottobre 1979. I Devo erano a Roma già dal giorno prima, non per un concerto ma per promozione: al Teatro delle Vittorie avevano eseguivano in playback The Day My Baby Gave Me A Surprise per una trasmissione TV della RAI e io li avevo conosciuti proprio in quella circostanza, trascorrendo con loro buona parte del pomeriggio. Quello del 7 era invece una sorta di pranzo “ufficiale”, a un ristorante sul Lungotevere vicino allo Stadio Olimpico (si chiamava “Cuccurucù”, ed esiste ancora), e oltre alla band c’era un bel po’ di gente: discografici, alcuni addetti ai lavori, i componenti dei N.O.I.A. di Cervia, qualche imbucato.
Come quasi tutti, mi ero portato la macchina fotografica e tra svariati miei scatti ovviamente preziosi a livello di ricordi, ma certo non “belli”, ce n’è qualcuno un po’ speciale. Ad esempio questo, mai estratto dall’archivio prima di ora, con Bob Mothersbaugh che addenta divertito un contenitore di plastica per penne/matite/pennarelli a forma di pesce. Ore più tardi, Bob mi avrebbe regalato – lo ammetto: per raggiungere l’obiettivo gli ruppi abbastanza la minchia – la tuta che indossava.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981

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Throbbing Gristle, 1981

Serie “Fotografie”, n.1
Nel marzo del 1981 i Throbbing Gristle vennero a Roma per registrare una session in RAI. Red Ronnie, grande amico della band, scese da Bologna assieme a Claudia Lloyd dei Rats per accompagnarli e dato che in quel periodo avevamo rapporti piuttosto stretti mi chiese di unirmi a loro. Era una bellissima mattinata di quasi primavera e prima di recarci agli studi di Via Asiago passeggiammo per un bel po’ in centro. Scattai una trentina di foto ai singoli componenti e all’intero gruppo, tra le quali questa: i poster dei Beatles erano uno sfondo troppo invitante e loro, molto divertiti, si misero in posa davanti alla mia Olympus, che avevo caricato con un rullino di diapositive.

Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” proporrò stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

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45 Grave

Nei primi ’80 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a interessarsi con estrema attenzione alla scena underground americana, con una particolare passione per quella fiorita in California. Reperire i dischi “minori”, ovvero opera di band non (ancora?) emerse era problematico ma io ci riuscivo quasi sempre, e dunque oggi mi ritrovo con l’archivio pieno di articoli su gruppi poi divenuti di culto. Uno, “parallelo” ai Vox Pop, erano i 45 Grave, che in carriera hanno pubblicato un unico, vero album; in questa pagina ho raccolto quasi tutto ciò che ho scritto su di loro a partire dal 1982.


Per la Bemisbrain Records, etichetta personale dei Modern Warfare, è uscita un’ottima compilation dall’esp1icativo titolo Hell Comes To Your House, cui hanno partecipato formazioni californiane più o meno conosciute. Nella facciata B i 45 Grave impressionano notevolmente con tre canzoni ricche di perversione e malvagità, infarcite di quel senso “dark” e dell’orrido che ultimamente ha trovato molti seguaci sulla West Coast. Più pacata Evil, più violenta Concerned Citizen (dal repertorio dei Consumers, uno dei primi gruppi punk dell’area di L.A., rimasto purtroppo senza documentazione discografica) e stupenda 45 Grave, vero inno del gruppo della cantante Dinah Cancer, del chitarrista Paul Cutler (già nei Consumers, appunto) e dell’ex Germs Don Bolles. Del quintetto è anche da segnalare il singolo Black Cross/Wax (Goldar Records), il cui stile non si distacca da quello degli episodi della raccolta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982

Sleep In Safety
(Enigma)
È un vero peccato, va detto, che i 45 Grave, pionieri californiani del gothic punk abbiano confezionato il loro 33 di debutto solo dopo che decine e decine di altre formazioni di mezzo mondo ci abbiano riempito il cervello di visioni apocalittiche, immagini macabre e funeree, demoni, streghe e via enumerando. Peccato, perché questo Sleep In Safety corre il rischio di essere lasciato in disparte come prodotto poco significativo, nonostante i suoi autori siano ormai da parecchi anni uno dei cardini del movimento “dark” statunitense. Dal punto di vista sonoro, il disco offre indubbiamente numerose attrattive, vuoi per la versatilità compositiva e interpretativa del gruppo (in cui militano l’ex Germs Don Bolles, l’ex Screamers Paul Roessler, l’acida cantante Dinah Cancer, il chitarrista Paul B. Cutler e il bassista Rob Graves, tutti personaggi assai noti dalle parti di Los Angeles), vuoi per l’indubbio potenziale “magnetico” di certi brani, vuoi anche per l’originalità di un sound derivato dal punk ma spesso scosso da efficaci divagazioni nel metal e nel dissonante. Non mancano, naturalmente, i difetti, primo fra tutti una tendenza eccessiva allo shock più brutale che scade a tratti quasi nel patetico (tali considerazioni riguardano comunque solo i testi), ma Sleep In Safety rimane in ogni caso un lavoro personale, interessante e dotato di spunti notevolissimi, sicuramente imperdibili per i cultori del rock oscuro e tenebroso. L’altro grande difetto è il prezzo di quasi 20.000 lire, “grazie” alla corsa verso l’alto del dollaro. Valutate voi se conviene tentare l’acquisto a scatola chiusa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.74 del marzo 1984

Autopsy
(Restless)
Nell’attuale clima di recupero di preziosi cimeli del miglior punk rock non c’è affatto da meravigliarsi che la Restless abbia voluto riesumare vecchie incisioni (in massima parte inedite) dei 45 Grave, formazione californíana che nella prima metà degli anni Ottanta fu artefice di un dark-punk assai originale ed espressivo; infatti, al di là delle sue relative implicazioni “commerciali” – il chitarrista e leader del gruppo, Paul B. Cutler, è oggi il principale sodale di Steve Wynn nei Dream Syndicate – la pubblicazione di questo Autopsy va intesa come un vero e proprio omaggio alla carriera di una band misconosciuta, che non sempre è stata in grado di offrire, nelle sue prove discografiche, testimonianze interamente attendibili del suo valore e della sua genialità.
Sottotitolato Retrospectives And Rarities, quest’album riporta alla luce le prime tre composizioni pubblicate dal gruppo (Black Cross e Wax, dal singolo di debutto, e Riboflavin-F1avoured, Non-Carbonated, Polyunsaturated Blood, dalla raccolta Darker Scratcher) e presenta su vinile altri dodici brani dei quali solo Dream Hits, Partytime e Surf Bat erano già apparsi in versioni differenti; le registrazioni, non impeccabili ma comunque di buona qualità, sono antecedenti alla trasfonnazione in chiave kitsch del sound del1’ensemble e mostrano i 45 Grave in una veste quasi sempre violenta e corrosiva, meno elaborata rispetto alle loro altre produzioni (l’album Sleep in Safety e i 12 pollici Phantoms e School’s Out) ma di sicuro più ricca di spontaneità e forza trascinante. Oltre all’indiscutibile talento di Paul Cutler, il disco evidenzia le doti di Dinah Cancer, una cantante davvero acida e brutale, la potenza e il tiro della sezione ritmica di Don Bolles (batteria, ex Germs) e Rob Ritter (basso, ex Bags e Gun Club) e gli interventi del secondo chitarrista Pat Smear, anch’egli proveniente dai mitici Germs; specie nella prima facciata, che comprende in massima parte stralci del repertorio dei Consumers (formazione pre-45 Grave nella quale hanno militato Cutler, Ritter e Bolles), il quintetto propone irresistibili inni violenti e viscerali, bilanciati nella seconda da episodi più eterogenei quali Surf Bat (il titolo è assai esplicativo), Wax (una litania malata) e Partytime (un allucinato “hardcore-metal-dark”). Su tutti i solchi, comunque, aleggiano atmosfere inquietanti e riferimenti macabro-esoterici: gli stessi elementi che, uniti alla bontà delle trame musicali e al look terrificante dei musicisti, hanno dato ai 45 Grave l’attenzione di critica e pubblico nella Los Angeles underground del periodo 1980-1984. Un grande 33 giri di punk rock atipico e devastante, e non solo un feticcio di esclusivo valore collezionistico e documentale, a disposizione di chi non ha timore di dissotterrare spoglie mortali alla ricerca di piccoli tesori. Avventurarsi nella necropoli dei 45 Grave sarà un’esperienza prodiga di soddisfazioni.
Tratto da Rockerilla n.90 del febbraio 1988

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The Thought (1983-1987)

Mi è capitato varie volte di “entrare in fissa” per gruppi o solisti che a me parevano straordinari ma che i colleghi delle altre testate non prendevano in considerazione o al massimo trattavano con sufficienza; quando Internet ancora non esisteva, mi sembrava insomma di predicare al vento, ma data la mia convinzione di essere nel giusto, o quantomeno in buona fede, non me ne curavo. Nella prima metà degli anni ’80, ad esempio, mi capitò con i The Thought, band olandese di area synth-pop dalla quale fui folgorato all’epoca del primo album, del quale scrissi ovviamente in termini più che entusiastici (figura anche nella mia playlist del 1982); di quel disco scrissi una seconda volta poco dopo, quando venne ristampato con scaletta in parte diversa (per la cronaca, è l’unica prova dei ragazzi ascoltabile su Spotify, e nessuno dei brani arriva a mille ascolti: tristezza), e poi ancora in occasione del secondo e del terzo LP, purtroppo non belli come l’esordio, dopo i quali i Thought scomparvero. Non senza un nemmeno tanto lieve imbarazzo (diosanto, sembro proprio un “fanzinaro” esaltato), recupero ora l’intero pacchetto; confido in voi per far sparire almeno alcuni di quegli scandalosi “< 1000”, visto che lì in mezzo ci sono canzoni splendide.

The Thought
(Index)
Guardando il cielo / vide Enoia Gay / Lo guardò finchê girò / e volò via Il ragazzo che vide tutto / non sentirà più sua madre che lo chiama”. Un aereo si allontana, dopo aver scaricato il suo carico mortale: un bimbo resta a guardarlo, affascinato. Poi, è un attimo: la realtà si dissolve, tutto si sbriciola, migliaia di vite vengono stroncate, ed è bastato solo premere un pulsante. Difficile immaginare qualcosa di più drammatico della prima volta che l’uomo ha usato la bomba atomica contro i suoi simili; difficile dimenticare, dopo averle viste, le fotografie di quella immane tragedia; difficile, anche, rendere in musica, e per di più con un lìrismo unico, una situazione come quella descritta dal testo di cui sopra. Il brano si intitola There’s A Boy ed è il primo dell’album di debutto dei Thought, sconosciuto terzetto olandese che esordisce per la label che, fra l’altro, ha marchiato il primo passo su vinile dei favolosi Wall Of Voodoo. Lo stupore per la bellezza di There’s A Boy viene subito messo in secondo ordine dal desiderio di andare avanti, di vedere se anche gli altri solchi saranno altrettanto soddisfacenti, se quelle tastiere armoniose, quei ritmi strani, quella voce eterea, sono casuali o fanno invece parte di un progetto espressivo ben definito. Rebels, curioso concentrato di musicalità cupe e voce (almeno in gran parte del pezzo) leggiadra, conferma tutte le positive impressioni, immergendo in atmosfere taglienti/vellutate di rara espressività. La successiva The Prince Of Darkness, all’inizio solenne e avvolgente, si fa più cadenzata e grintosa dopo il ritornello, e l’incanto prosegue con These Days, dalla struttura rock ma dalle soluzioni poco convenzionali; assai bella anche Anger, che alterna delicatissimi momenti costruiti su suoni rarefatti a schemi più ritmati e graffianti. Continua a leggere

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Dark Day (1980-1983)

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

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The Fall (1977-2018)

Sono sinceramente addolorato per la prematura scomparsa di Mark E. Smith, avvenuta ieri, il 24 gennaio. Si sapeva che le sue condizioni di salute non erano ottimali, ma in fondo il Sig. The Fall non aveva mai dato l’idea di essere in forma smagliante e quindi si tendeva a vederlo quasi immortale, o comunque capace di resistere a ogni sorta di avversità; che ci salutasse un mesetto e mezzo prima di compiere sessantun anni non era pensabile, proprio no, e quindi la notizia ferisce ancora di più. Spostando la questione dal piano “informativo” a quello personale/professionale, il mio archivio dice che non l’ho mai intervistato (la possibilità c’è stata, ma ammetto di aver passato la mano: per il suo accento di Manchester, più che per il ben noto caratteraccio) e che non ho mai visto i Fall dal vivo (vero che l’elenco dei concerti ai quali ho assistito è completo solo al 90%, ma se fosse accaduto credo che me lo ricorderei), ma anche che posseggo moltissimi suoi dischi – non tutti-tutti, no, ma di sicuro tanti – e che lo apprezzavo molto, come dimostra anche ciò che ho scritto di lui in tutti questi anni e la presenza di Grotesque nel libro “1000 dischi fondamentali”. Scavando nell’archivio ho trovato varie recensioni, ma non escludo di non averne dimenticata qualcuno. Qui ho comunque recuperato solo quelle più lunghe, compresa la prima in assoluto – credo – relativa proprio a Grotesque; rileggendola mi sono chiesto come avessi fatto a scrivere certe cose, ma poi mi sono ricordato che all’epoca avevo vent’anni e, ok, ci poteva stare. So long, Mark.

Grotesque
(Rough Trade)
La proposta dei Fall è veramente qualcosa di autonomo, di incontaminato dal business, di diverso. Grotesque è il quarto album della band di Manchester, il secondo per la Rough Trade, e segue in sostanza gli schemi musicali dei precedenti. Mark E. Smith continua a far levare alta la sua voce “sporca” su trame sonore senza compromessi, miscuglio di frammenti di infinite sollecitazioni rock’n’roll. I Fall non si perdono in alcun sofismo e interpretano canzoni scarne, senza fronzoli, ripetitive, rinunciando a qualsiasi artificio che possa renderle più facilmente assimilabili da parte del pubblico. Un’identità a sé per un gruppo sempre interessante e coerente, che segue una via di ricerca musicale strettamente connessa alla mente e ai conflitti di emozioni che in essa avvengono.
Tratto da IL Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981 Continua a leggere

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