Articoli con tag: new wave e dintorni

Memorabilia (17)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.Come da qualche parte di sicuro ho scritto, gli oggetti presentati in questa serie mi sono quasi sempre arrivati “da soli”, senza che li cercassi; questo perché le mie “deviazioni dal buon senso” si sono indirizzate al massimo su qualche disco, fumetto/libro o VHS/DVD, e mai su feticci solo indirettamente legati alla musica, alla lettura e/o alla visione. Quella qui presentata, però è l’eccezione alla regola: appreso della sua esistenza, quarant’anni abbondanti fa, misi in moto alcuni contatti che avevo in Ohio e alla fine ne saltò fuori una copia, che mi arrivò assieme ai primi quattro singoli autoprodotti dei Pere Ubu al prezzo totale di 100 dollari spese postali incluse. Si tratta del libro – tiratura di settecento esemplari – nel quale Mark Mothersbaugh, con la complicità degli altri Devo, esponevano con “rigore scientifico” la teoria della De-Evolution sulla quale la band ha costruito le sue canzoni e buona parte della sua fama. È un libro di piccolo formato, tipo messale, consta di 284 pagine assemblate artigianalmente, si intitola My Struggle ed è ovviamente attribuito a Booji Boy, l’alter ego di Mark. Il mio, quello qui fotografato, è al 100% la prima edizione, priva del titolo in copertina (che invece c’è in una ristampa successiva) e con copertina rossa (sempre della prima stampa ne esistono alcune gialle, perché a quanto sembra il cartoncino rosso era finito e ci si arrangiò con quello che c’era).
Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.
Memorabilia 4: L’accendino Zippo dei Litfiba.
Memorabilia 5: Il “mobile” dei Sonic Youth.
Memorabilia 6: Il whisky dei Calibro 35.
Memorabilia 7: I testi rilegati dei Sisters Of Mercy.
Memorabilia 8: La lente di ingrandimento dei Litfiba.
Memorabilia 9: Le carte da gioco dei Casino Royale.
Memorabilia 10: Blocnotes e Mousepad dei Litfiba.
Memorabilia 11: Doppio disco di platino dei Nirvana.
Memorabilia 12: Foto autografata degli Hoodoo Gurus.
Memorabilia 13: Scaletta e locandina Sick Rose.
Memorabilia 14: Disegno originale Tre Allegri Ragazzi Morti.
Memorabilia 15: Statuetta di Jim Morrison.
Memorabilia 16: Set dei Metallica.

Categorie: cazzeggi | Tag: | 1 commento

The Sound

Casualmente mi è capitata sotto gli occhi questa recensione, che avevo totalmente rimosso dalla memoria, di un concerto di trentasei anni fa. L’ho riletta e mi sono trovato da un lato a sorridere e dell’altro a incazzarmi di nuovo come un muflone al pensiero di quante belle serate, in quegli anni ’80, sono state rovinate da cretini che si divertivano a “fare caciara” in un modo improprio che nulla aveva a che spartire con l’eccitazione e il sano divertimento del r’n’r. Un’inciviltà paragonabile, anche se quest’ultima è per fortuna meno violenta, a quella degli altri mentecatti che tuttora ai concerti nei club – specie quelli semiacustici, o comunque “calmi”, chiacchierano in gruppo a voce altissima nella sala dove si suona, invece di andarsene gioiosamente affanculo altrove.
Chissà se gli autori di queste bravate, che adesso saranno anziani come me, mi leggono, e chissà se magari si vorranno palesare ammettendo la loro stupidità. Sarebbe un bel gesto.
Roma, Teatro Espero, 5 giugno 1984
Concertisticamente parlando, Roma è una città davvero strana: dopo l’esperienza Fleshtones della settimana precedente ero sicuro di trovare l’Espero pressoché deserto, e invece… circa ottocento spettatori; il che, alla luce della scarsa popolarità dei Sound, si può certo considerare un grande successo. Alle 21,45 il gruppo sale sul palco: la line-up è quella del recente mini-LP Shock Of Daylight, con Adrian Borland a chitarra e voce, Graham Bailey al basso, Colvin Mayers alle tastiere e l’ottimo batterista Michael Dudley. Fin dalle prime canzoni la band mette in mostra feeling e professionalità davvero notevoli, proponendo un “pop” cadenzato e melodioso dalle sfumature neo-psichedeliche e va avanti così per quasi un’ora, alternando composizioni ritmate e trascinanti a pezzi lenti e awolgenti; col trascorrere dei minuti il quartetto appare sempre più carico, affascinando soprattutto nelle esecuzioni di Winning (molto più aggressiva rispetto all’originale del secondo LP), I Can’t Escape Myself e The Fire. Proprio quando l’eccitazione sta raggiungendo il culmine, però, un paio di scalmanati cercano di afferrare Borland e di tirarlo giù, sputandogli anche addosso dopo la sua logica reazione; il leader del gruppo, visibilmente contrariato, abbandona la scena con la ferma intenzione di non farvi più ritorno, e sarà solo l’insistenza dei richiami del pubblico a fargli cambiare idea.
Dopo lo spiacevole episodio, comunque, solo un pezzo: una bellissima versione di Silent Air, dedicata all’indimenticabile Ian Curtis; dopo, il silenzio. Il concerto è durato appena un’ora, grazie a qualche idiota isolato che ancora crede di vivere nel ‘77: è mai possibile che, in questa benedetta città, quasi tutte le occasioni per ascoltare buona musica dal vivo debbano essere rovinate da una manciata di deficienti (non dimentichiamo che, con Echo & The Bunnymen, era successa la stessa cosa)? E mai possibile che ottocento persone che hanno pagato il biglietto debbano perdere una parte dello spettacolo per una esigua minoranza di esagitati? Perché, la prossima volta, non afferriamo gli incivili e li sbattiamo fuori, magari prendendoli a calci lì dove la schiena cambia nome? Meditate, gente, meditate…
(da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984)

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Toyah (1980-1981)

In Italia le sue gesta di musicista, attrice e parecchio altro non hanno da un tot grande eco, e molti appassionati conoscono Toyah Willcox in quanto moglie – dal 1986 – di Robert Fripp. Nei primi anni ’80, quando era a tutti gli effetti parte del panorama post-punk/new wave, l’artista britannica – molto popolare in patria – godeva però di buone attenzioni anche sulla nostra stampa specializzata, grazie a dischi che oggi risultano un po’ datati ma che all’epoca suonavano freschi, originali, interessanti. In due anni recensii tre suoi LP e le feci addirittura un’intervista faccia a faccia, come documentato dalla foto che ci ritrae assieme.

The Blue Meaning
(Safari)
A breve distanza da Sheep Farming In Barnet, Toyah Willcox e la sua band hanno sfornato un altro ottimo LP, con il quale la cantante e compositrice conferma le sue doti e inserirsi con pieno merito nella schiera delle più tenebrose sacerdotesse del nuovo rock, alla pari di Siouxsie e Nina Hagen. Accompagnata da una formazione piuttosto standard (chitarra, basso, tastiere e batteria), in grado però di far risaltare al meglio le sue grandi qualità vocali, in The Blue Meaning Toyah propone altri dieci brani estremamente significativi e interessanti: le atmosfere sono spesso cupe e spettrali e pur non raggiungendo la glacialità di certe composizioni di Siouxsie riescono forse a colpire interiormente in modo ancor piu diretto. Il singolo si chiama Ieya ed è una lunga canzone basata su una ritmica martellante e un canto sempre diverso e ugualmente affascinante. Spaced Walking è una nenia demoniaca segnata da un’incredibile voce in falsetto, Ghost Mummies e Vision sono rock’n’roll veloci e piacevoli, la solenne She riesce quasi a impaurire con le sue trame forse anche troppo raggelanti, e tutti gli altri brani seguono la linea di un rock underground veramente personale ed efficace. Toyah è insomma un personaggio da conoscere, e le sue canzoni costituiranno una piacevole sorpresa per tutti coloro che vorranno ascollarle; se poi nella vostra collezione ci sono già The Scream e Unbehagen, allora The Blue Meaning non può assolutamente mancare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.34 del novembre 1980)

Toyah! Toyah! Toyah!
(Safari)
Anche per Toyah Willcox e la sua band, dopo le ottime prove in studio di Sheep Farming In Barnet e The Blue Meaning, è arrivato il momento del disco dal vivo. Toyah! Toyah! Toyah! cattura il gruppo in un concerto tenutosi al Lafayette Club di Wolverhampton: Victims Of The Riddle, Love Is, Bird In Flight, Danced, la stupenda Ieya e altri validi episodi si susseguono con le loro sonorità nella maggior parte dei casi tenebrose e con la voce che si modella su di esse cambiando più volte intonazione. Le atmosfere che si respirano in questo album sono veramente particolari, e con esso Toyah si impone definitivamente come una delle figure più interessanti del nuovo rock inglese
(da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981)

Anthem
(Safari)
Toyah Willcox e senza dubbio un personaggio da seguire con attenzione, considerata la sua grande capacità di sfornare ottimi album, per giunta a breve distanza di tempo l’uno dall’altro. Anthem è il quarto 33 giri della singolare artista inglese, e il primo con la nuova line-up. Accanto a lei è comunque rimasto il fido chitarrista Joel Bogen, da sempre autore di quasi tutte le musiche che costituiscono il background più adatto alle liriche surreali di Toyah, anche in questo LP piuttosto fosche e originali.
Anthem si presenta con una veste grafica assai lussuosa e l’inserto interno contiene numerosi riferimenti alla cultura egiziana, una delle più intrise di fascino misterioso. Le canzoni sono per lo più lente nelle ritmiche e piuttosto scarne e rarefatte nelle atmosfere, ma sono sempre ricche di attrattive; la voce presenta come al solito infinite sfaccettature timbriche. risultando diversa in ogni brano. Dal punto di vista compositivo mi sembra però di scorgere una pur lieve flessione della potenza espressiva che caratterizza i dischi precedenti; episodi da valorizzare, ovviamente, ce ne sono, come I Want To Be Free (che ricorda molto lo stile di Hazel O’Connor. la bravissima interprete di Breaking GIass), la nervosa Obsolete, It’s A Mystery, la solenne We Are. Anthem merita in ogni caso un giudizio più che positivo, vista la piacevolezza con cui si fa ascoltare e il modo in cui immerge in un mondo nuovo, ignoto, fatto di sogni e fantasia.
(da Il Mucchio Selvaggio n.43 del luglio/agosto 1981)

L’intervista
Di Toyah Willcox dovreste sapere già tutto e perciò è inutile dilungarsi sulla sua storia di ragazza che in breve tempo è passata dall’anonimato alla notorietà internazionale. Lasciamo che sia lei a parlare, lei ed i suoi quattro bellissimi album: Sheep Farming In Barnet, The Blue Meaning, Toyah! Toyah! Toyah! e Anthem.
Parliamo del tuoi testi. Cosa vuoi esprimere?
Non voglio dire nulla di specifico. Scrivo quello che sento in un dato momento, non penso consciamente di sfruttare un determinato soggetto. Scrivo la prima cosa che mi passa per la mente. C’è un messaggio nelle mie canzoni, ma non saprei dire di che messaggio si tratta, perché la gente deve trovarselo da sola. Non c’è politica nelle mie parole, sono solo visioni della vita; penso che solo i fan, i veri fan, comprendano il messaggio; la maggior parte della gente che compra il disco è interessata alla musica e non ascolta neanche ì testi. Non voglio dire quale sia il messaggio perché la gente non vuole saperlo, non lo capisce…
La tua musica dà strane sensazioni, come quella di essere avvolti in un’atmosfera misteriosa.
Cerco di non scrivere riguardo ad argomenti scontati, cerco di dare emozioni attraverso le mie canzoni; cerco di descrivere emozioni nel modo in cui chi ascolta vorrebbe riceverle. Quando andiamo in studio, non abbiamo ancora idea di ciò che faremo per ottenere questo risultato, andiamo e scriviamo là; non passiamo settimane e settimane a comporre canzoni per poi registrarle, le scriviamo e le registriamo quasi nello stesso tempo. Cosi c’è un’incredibi1e freschezza, e le composizioni risultano molto più spontanee.
Nell’album dal vivo, infatti, non ci sono molte differenze rispetto ai dischi in studio.
Quando siamo in tour non cerchiamo di riprodurre esattamente le versioni di studio, ma di mìgliorarle. Dal vivo puntiamo a dare una bella immagine, a mantenere l’atmosfera elettrica, a fare un vero spettacolo.
Come hai avviato la tua carriera?
Fin da bambina ho sempre voluto cantare e recitare, ero affascinata da1l’idea della rockstar o della grande attrice. Crescendo, le mie ambizioni sono diventate più profonde, volevo diventare famosa. Tutto è stato molto spontaneo, naturale.
Negli ultimi tre anni hai pubblicato quattro album e parecchi 45 giri, oltre a prendere parte a numerosi film. Non pensi sia troppo 1avoro?
Non penso sia una questione di eccessivo lavoro, semmai di troppa esposizione agli occhi del pubblico. Il mio più grande timore e essere troppo sui giornali. Del resto in Inghilterra siamo talmente che siamo obbligati a realizzare continuamente dischi. Da noi un 45 giri entra nelle classifiche in poche settimane, ma ne esce altrettanto velocemente. Gli artisti al top devono produrre almeno quattro singoli ogni anno.
Le differenze tra i tuoi dischi?
Sheep Farming In Barnet è semplice, musica non ancora molto sviluppata, contiene le prime canzoni che ho scritto nella mia vita: non mi piace come è stato prodotto e i testi sono troppo strani, non si capiscono nemmeno troppe immagini figurate. The Blue Meaning è un disco molto cupo, direi quasi paranoico. Anthem ha forse i più bei testi che abbia mai scritto finora, perché parlano della mia crescita, di quello che sentivo all’epoca della scuola, di quello che sento adesso; è il primo disco che ho fatto per il pubblico e non per me stessa ed è anche il mio lavoro meglio prodotto, l’unico in cui mi rendevo davvero conto di ciò che stavo facendo.
Qual è il significato della copertina di The Blue Meaning?
“Blue” può essere inteso nel senso pornografico o nel senso depressivo del termine. La copertina vuole simboleggiare la donna sottomessa all’uomo e il suo desiderio di ribellione.
E quella di Anthem?
Vorrebbe raffigurare l’affermamazione della donna sull’uomo; sullo sfondo ci sono tante altre piccole donne alate e ognuna ha ucciso un uomo. Ma poi tutte si rendono conto che aver ucciso tutti gli uomini significa l’estinzione della razza.
Si direbbe che tu abbia qualcosa contro gli uomini.
Oh, no, ma mi rendo conto di vivere in un mondo sciovinista, e voglio ricordare a tutti quelli che mi stanno attorno che so stare in piedi da sola. Con quella copertina voglio rappresentare l’indipendenza.
In Jubilee di Derek Jarman mterpretavi una femminista…
Sì, è stato il primo film che ho fatto, ma ho scelto quella parte perché mi identificavo nel carattere un po’ matto del personaggio e non perché era una femminista. A quel tempo ero appena uscita dalla scuola, non sapevo nulla della vita e non avevo certo idee chiare sul femminismo.
Gran Bretagna a parte, in che paesi sei più popolare?
Un po’ dappertutto: Germania, Svezia, Norvegia, Olanda, Giappone, Australia, Nuova Zelanda…
E negli Stati Uniti?
Lì sono molto più nota come attrice, ma a livello musicale sono considerata “underground”, per ora. Comunque ho registrato alcuni videotape che sono stati trasmessi dalle più importanti stazioni TV statunitensi, e adesso dovremmo firmare un contratto discografico. Comunque gli USA non sono il mio principale interesse, il paese non mi piace molto.
Quali sono i tuoi artisti preferiti?
Human League, Teardrop Explodes, Fad Gadget, David Bowie, Eno… Mi piace poi molto la nuova musica elettronica, tipo Orchestral Manoeuvres In The Dark e Depeche Mode. Anche i Bow Wow Wow non sono male, ma non credo molto in Malcolm McLaren, visto il modo in cui manipola le band.
Come mai cambi cosi spesso i musicisti che ti accompagnano?
Non faccio firmare contratti, preferisco che chi collabora con me sia libero di decidere quel che vuole; non mi piace avere nella mia band persone scontente di quello che fanno. Il mio nuovo organico, quello di Anthem, è composto esclusivamente da professionisti, ma sono tutti liberi. La scorsa settimana il batterista ci ha lasciati per andare a suonare con i Saxon.
Pensi di venire presto in tour in Italia?
Si, a dicembre sarò a Bologna e Milano, e l’anno prossimo tornerò per un tour più lungo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.47 del dicembre 1981)

Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

Devo, 1980

Serie “Fotografie”, n.14
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.
Sì, lo so che dei Devo avevo già pubblicato una foto, ma quella proveniva da un servizio del 1979, quando i ragazzi dell’Ohio erano venuti a Roma solo per un’apparizione televisiva. Quella recuperata qui è invece del 1980, più precisamente del 22 giugno, quando la band suonò per la prima volta dal vivo nella Capitale. Il concerto si svolse nel parco che circonda Castel S.Angelo e io, che li avevo già reincontrati al concerto del giorno prima in quel di Perugia, avevo preso appuntamento con loro per trascorrere assieme un po’ del loro tempo libero. Assistetti al soundcheck, andammo un po’ in giro nei dintorni (compresa Piazza S. Pietro, ovvio) e scattai un po’ di foto (questa volta in b/n), tra le quali questa in fondo al loro bus della quale vado abbastanza orgoglioso perché riuscii ad acchiapparli tutti e cinque assieme e a superare difficili condizioni di luce, catturando anche un bellissimo riflesso – che fa tanto uomo-robot… – sugli occhiali di Mark Mothersbaugh. Nel precisare che, no, la foto non è al contrario (i manifesti erano attaccati sui vetri all’esterno, non all’interno), aggiungo che la sera Bob Mothersbaugh mi regalò la sua tuta e che la mattina dopo accompagnai Alan Myers con il mio scooter a vedere la Cappella Sistina. Ma queste sono altre storie…

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980
12. Spandau Ballet, 1981
13. Plasmatics, 1981

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Spandau Ballet, 1981

Serie “Fotografie”, n.12
Nei primi anni ’80 a Roma i concerti di artisti stranieri non erano proprio frequentissimi e comunque, quando si trattava di nomi emergenti, molti ci andavano a prescindere, per rendersi conto. Nel 1981, gli Spandau Ballet non erano ancora la potenza commerciale che sarebbero diventati di lì a pochissimo. Avevano pubblicato un solo album, che per la mia visione dell’epoca era – concettualmente – “il male” ma che all’ascolto schifissimo non faceva (almeno To Cut A Long Story Short o Musclebound rimangono brani pop di pregio, e per l’epoca erano perfino “interessanti”), e toccare con mano la loro effettiva consistenza poteva essere sensato. Così, il 16 giugno, varcai la soglia del Much More, una grande discoteca del quartiere Parioli che occasionalmente si prestava a ospitare esibizioni di area rock. Ho il vago ricordo di un concerto non esaltante, freddino, anche perché nel locale ci saranno state al massimo cinquanta persone. Ebbi così la possibilità di muovermi tranquillamente sotto il palco per fotografare i musicisti, e questo scatto di Tony Hadley è uno dei cimeli che mi sono rimasti. Negli anni seguenti, quando il gruppo inglese spopolava, mi sono trovato più volte a raccontare a gente “normale” che l’avevo visto suonare davanti a poche decine di spettatori, avendo l’impressione di non essere davvero creduto.Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981
3: Devo, 1979
4: Rob Younger, 1986
5: Tuxedomoon, 1980
6: Joe Strummer, 1981
7: Snakefinger, 1981
8: Linton Kwesi Johnson, 1981
9: B-52’s, 1980
10: Talking Heads, 1980
11. Martha Davis, 1980

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