Articoli con tag: new wave e dintorni

Swans

Non ne ho scritto moltissimo (una manciata di recensioni, fra le quali quest’altra), ma seguo gli Swans da quando operavano come Circus Mort e ho sempre provato per loro rispetto, ammirazione e reale apprezzamento, anche se sono il primo ad ammettere che non sono sempre, in studio e dal vivo, una band facile. Più di un fan di stretta osservanza mi dice che questo Love Of Life, pur avendo ottime frecce al suo arco, non è uno dei titoli-cardine della discografia; comunque, in tempo reale, a me parve un capolavoro.

Love Of Life
(Young God)
Gli Swans non sono mai stati un gruppo di grande successo, sebbene abbiano facilmente ottenuto la stima della critica specializzata e un considerevole seguito di culto: colpa (o merito) di un estro troppo poliedrico per piegarsi alle regole di un qualsivoglia trend e di una creatività troppo esuberante per cedere alle subdole imposizioni di un music-biz che comunque tende ad emarginare il diverso. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Elektroshock

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione). Continua a leggere

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Rinf + Adrian Sherwood

rinf-cop-4Nella Firenze degli anni ’80, e di conseguenza nel resto dell’Italia interessata ai nuovi suoni, Paolo Cesaretti era un vero eroe di culto. Non era un musicista, ma realizzava una magnifica fanzine (con allegato sonoro) chiamata “Free” e pubblicava splendidi dischi caratterizzati da una estrema cura per ogni aspetto, compreso quello estetico; bastava il curioso nome della sua etichetta, Industrie Discografiche Lacerba, per illuminarsi. A un certo punto, Paolo ha chiuso baracca e burattini per dedicarsi, con la stessa perizia e la stessa classe, ad altro; la scimmia gli era però rimasta sulla spalla e così, decenni dopo, ha pensato di rimettere mano al suo glorioso catalogo e renderlo disponibile in una veste diversa, ma sempre in sacro vinile. L’ultima uscita è un album dei Rinf, storica compagine post-punk (fiorentina), che raccoglie i brani prodotti dal mitico Adrian Sherwood e in origine usciti in due 12 pollici nel 1987 e nel 1988; il 33 giri in questione si intitola Der Westen ist Am Ende, ha una confezione eccezionale (ovviamente) ed è disponibile via Spittle/Goodfellas. Ho quindi pensato di riesumare le mie recensioni d’epoca dei due EP, aggiungendoci per completezza quella del precedente mini dell’ensemble (che, a scanso di equivoci, in Der Westen ist Am Ende non c’è; volendo, ne esiste la ristampa in CD, con tracce bonus, nel cofanetto quadruplo Silence Over Florence 1982-1984 del 2007, sempre marchiato Spittle).

rinf-cop-1Rinf EP
(Materiali Sonori)
Provate a immaginare una struttura ritmica dall’ossessività costante, sulla quale chitarra, synth, sax e tromba imbastiscono sonorità acide e nevrotiche, taglienti come la lama di un rasoio ma incredibilmente dinamiche ed eccitanti. Aggiungeteci una voce dai toni acuti e drammatici a recitare liriche in tedesco e avrete un’idea sufficientemente chiara della musica dei fiorentini Rinf, già noti per la partecipazione (non particolarmente esaltante) alla raccolta Body Section. Questo EP formato 12 pollici realizzato dalla sempre vigile Materiali Sonori si impone come uno dei prodotti più interessantl e significativi del “nuovo rock” italiano, offrendo una fusione trascinante e intelligente di funk stravolto, atmosfere malsane e suoni graffianti di rara potenza espressiva: canzoni tetre e convulse, paradossalmente partorite da una città di solito alla ribalta per altri generi di proposte non proprio metropolitane. Continua a leggere

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This Mortal Coil

A seguire Ozric Tentacles, Kraftwerk e XTC, ecco un nuovo recupero della serie “Audiophile Recordings”, nella quale più o meno venticinque anni fa proponevo agli audiofili ascolti di buona qualità anche tecnica “alternativi” ai soliti titoli da cultori dell’Hi-Fi. Una buona occasione per piazzare qui nel blog un articolo sintetico ma esaustivo sul magnifico progetto This Mortal Coil.

this-mortal-coil-copFiligree & Shadow (4AD)
Più che un gruppo convenzionale, una sigla sotto la quale raccogliere una serie di (più o meno) estemporanee esperienze musicali all’insegna della collaborazione e dello scambio: un ensemble aperto, insomma, nel quale l’incontro delle varie personalità avveniva in modo quanto più possibile spontaneo, con risultati sorprendentemente omogenei sia in termini di “messaggio” che di strutture. Continua a leggere

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Agnes Obel

Mi era già capitato di recensire un album di Agnes Obel – il precedente Aventine: ne avevo scritto tre anni fa su “Blow Up” – e il bel ricordo mi ha spinto ad accostarmi al nuovo lavoro con l’intenzione di replicare. La fiducia è stata ripagata da un disco davvero eccellente, che non a caso ho inserito nella mia personale playlist del 2016.

obel-copCitizen Of Glass (PIAS)
Quando all’inizio dell’estate venne diffusa in Rete la prima anticipazione di quest’album, Familiar, furono in molti a interrogarsi sull’identità – ipotesi più probabile, Anohni – di chi duettasse con Agnes Obel; con sorpresa, si scoprì che l’altra voce apparteneva sempre alla trentacinquenne danese, e che l’efficacissimo, straniante effetto era stato ottenuto “trafficando” in studio. Continua a leggere

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XTC

Continuano i recuperi dalle rubriche che un quarto di secolo fa (mese più, mese meno) ho dedicato a dischi che di norma non sono presi in considerazione dalla platea audiofila. Pur consapevole di correre qualche rischio, provavo ad allargare gli orizzonti dei lettori di AudioReview, ottenendo anche – ho avuto, in merito, alcuni riscontri – qualche risultato. Dopo Ozric Tentacles e Kraftwerk, questo è il terzo capitolo della breve serie, resa riconoscibile dai commenti tecnici e dalla citazione dell’impianto con il quale veniva effettuato l’ascolto.

xtc-copEnglish Settlement
(Virgin)

Non è magari il capolavoro assoluto degli XTC, English Settlement, anche se in un eventuale sondaggio tra i fan raccoglierebbe di sicuro un congruo numero di nomination. Non è neppure quello che più di ogni altro brilla per pregi di registrazione. quello baciato dal maggior successo o quello più adatto a fungere da riassunto degli oltre quindici anni di carriera dell’ensemble di Swindon; e non è neanche l’unico in mio possesso, o il solo a far parte dello stock del mio pusher di fiducia al momento di scrivere questa rubrica. Perché, allora, è proprio “lui” – massì, conferiamogli pure dignità umana – a fare bella mostra di sé in “Audiophile Recording” e non un altro dei dieci album (antologie e dischi sotto pseudonimo esclusi) della band britannica? Continua a leggere

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Teho Teardo – Blixa Bargeld

Credevo di aver già recuperato almeno uno dei miei articoli su Teho Teardo, ma mi sbagliavo; qualcosa in Rete già c’era, ma si trattava di un pezzo per Fanpage a proposito di Still Smiling, primo atto della collaborazione fra il poliedrico artista di Pordenone e il leader degli Einstürzende Neubauten. In questo caso, invece, l’argomento è il secondo album della “strana coppia”, da me fra l’altro intervistata in video – vedere qui – in occasione dell’uscita.

teardo-bargeld-copNerissimo (Spècula)
Il sodalizio fra Teho Teardo e il leader degli Einstürzende Neubauten, che tre anni fa aveva trovato per la prima volta sbocco in un intero album (Still Smiling), aveva ottime possibilità di rimanere il tipico “one shot”, se non altro per i mille impegni del nostro eclettico compositore, molto attivo a livello internazionale nel campo della musica per immagini, e del suo più famoso compagno d’avventura tedesco, fra le icone dell’avant-rock degli ultimi trentacinque anni. Continua a leggere

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Simple Minds

Tra quelle, tante, del ribollente calderone della new wave britannica, i Simple Minds non figurano nei miei personali Top5, ma sul fatto che siano stati grandi non credo possano sussistere dubbi. Il loro album che preferisco è Empires And Dance, ma pure New Gold Dream ha decisamente il suo perché. Di recente, l’uscita di alcune sue edizioni (molto) estese mi ha spinto a scriverci su qualcosa. Di nuovo: l’avevo già fatto, in tempo reale, nel lontanissimo 1982.

Simple Minds copNew Gold Dream
(81-82-83-84)
Impressiona un po’, ovviamente in senso positivo, rendersi conto di quanto i Simple Minds fossero ispirati nella prima fase di attività, dal 1979 al 1985: sette album nessuno dei quali davvero sotto tono, più vario altro materiale sparso tra singoli, EP e 12 pollici; una vasta produzione che ha imposto il quintetto scozzese tra i gruppi-cardine della new wave, non solo sotto il profilo della qualità ma anche sul (più prosaico) piano commerciale. Di tale periodo, il quinto LP New Gold Dream (81-82-83-84), uscito per la Virgin nel settembre 1982, è di norma considerato il picco massimo; non perché fu quello che diede alla band la grande notorietà internazionale, ma perché è in esso che Jim Kerr e compagni seppero sublimare al meglio la solennità “decadente” e non proprio luminosissima dei vecchi dischi in una formula dai connotati più pop. Continua a leggere

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Gemma Ray

La storia degli artisti e dischi che sono meno considerati di quanto sarebbe giusto è vecchia, vecchissima, ma il nuovo album di Gemma Ray – il settimo dal 2008: la sua prolificità è notevole – offre l’occasione di ritirarla in ballo.

Gemma Ray copThe Exodus Suite
(Bronze Rat)
Difficile capire perché Gemma Ray, si scusi la banalità, non sia famosa come meriterebbe. Probabilissimo che in molti non l’abbiano mai sentita nominare e la scambino quindi per una debuttante o quasi, ma la biografia dell’artista britannica è ricca di eventi: collaborazioni illustri (Nick Cave, Alan Vega, Sparks, Howe Gelb e Calexico, ad esempio, e persino Wim Wenders per un lavoro di restauro di vecchio materiale), la stesura di colonne sonore per cinema e TV, addirittura sette album pubblicati dal 2008 a oggi. Continua a leggere

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Lydia Lunch

Non ci sono motivi particolari, tipo anniversari o altre ricorrenze, per recuperare la recensione d’epoca – del 2004 – apparsa in uno degli ultimi Mucchio in versione settimanale di questo bel disco di Lydia Lunch. Sul blog non avevo però ancora inserito nulla a proposito della regina della no wave newyorkese, e allora perché no? Anche se nel caso specifico, a scanso di equivoci, la no wave non c’entra nulla.

Lunch copSmoke In The Shadows
(Breakin’ Beats)
Percorso lungo e per più di un verso ricco di gloria, quello di Lydia Lunch, avviato nella seconda metà dei ‘70 nel circuito della no wave newyorkese e sviluppatosi in una notevole quantità di dischi all’insegna del rock quanto più possibile ibrido e della spoken word, in un’attività peraltro sempre parallela a quella coltivata in campo letterario (poesia, prosa, fumetto); comunque, una carriera spesso sotterranea, seguita con attenzione da una ristretta ma agguerrita schiera di vecchi cultori – acquisita quando, giovanissima, rantolava nei Teenage Jesus & The Jerks, o quando appena ventenne si proponeva come sofisticata-malata dark lady con il classico Queen Of Siam – e/o di coloro che sono rimasti folgorati dall’espressività a più livelli estrema mostrata anche nei sodalizi allestiti con personaggi di spicco quali Nick Cave (al tempo dei Birthday Party), Rowland S. Howard, Marc Almond, Michael Gira, Henry Rollins, Foetus e vari membri dei Sonic Youth.
Smoke In The Shadows, primo album di canzoni da non poco tempo a questa parte, consegna all’ascoltatore esattamente quanto promesso dal titolo: il fumo e le ombre di una musica intrisa di suggestioni notturne e un po’ angosciose, dove il pop-rock si contamina felicemente con trame jazzy e più velate aperture a exotica e hip-hop. Una forma ben congegnata, seppur non proprio personalissima, il cui fascino inquieto e inquietante è dato soprattutto dal carisma evidenziato dalla Lunch nel raccontare le sue storie per lo più torbide con una confidenzialità dai toni alcolici: non urlando, insomma, ma limitandosi – con il sostegno dell’estro istrionico acquisito grazie ai tantissimi reading – a parlare, sussurrare, recitare, giocare con melodie sospese sul filo tra il carezzevole e l’abrasivo, a volte persino gemere.
Difficile dire se il lavoro in questione rimarrà un episodio più o meno occasionale o se al contrario – considerata la verve dei recenti concerti tenuti dalla Lunch anche in Italia, indicativa di una ritrovata voglia di rock – sarà l’inizio di una nuova fase creativa contraddistinta da una minore frammentarietà di stile e di esposizione discografica. E se è vero che l’analisi dei trascorsi dell’eclettica performer fa propendere per la prima ipotesi, non avrebbe comunque senso privarsi delle bad vibrations di quest’album scuro e sanguigno, non rivoluzionario ma (perversamente) godibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio 603 del 7 dicembre 2004

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Ultravox!

Magari con i parametri attuali qualcosa può sembrare ingenua e/o troppo enfatica, ma per coloro che la vissero in diretta la parabola dei primi Ultravox! (quelli con il punto esclamativo alla fine del nome, anche se nel loro terzo e ultimo album il punto esclamativo era già stato cassato) fu davvero entusiasmante.

Ultravox copThe Island Years (Universal)
Quando irruppero sulle scene all’inizio di quel 1977 in cui Londra bruciava di noia, gli Ultravox! erano una ben strana creatura; risentivano notevolmente dell’influenza del glam con il quale erano cresciuti, ma già si protendevano verso il post-punk di cui sono stati precursori addirittura prima che il punk diventasse fenomeno di vasta risonanza. Continua a leggere

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Radiohead

Per vari anni, pur frequentandone puntualmente i dischi, non ho scritto nulla di esteso a proposito dei Radiohead; non mi obbligava nessuno e non volevo correre il rischio di essere condizionato dall’antipatia che, a pelle, prov(av)o nei loro confronti. La mia prima recensione è stata, pensate un po’, quella di In Rainbows, alla quale seguì quella di The King Of Limbs e, adesso questa di A Moon Shaped Pool. Nella quale spiego in modo abbastanza dettagliato perché la band di Thom Yorke continua a ispirarmi, istintivamente, un certo senso di fastidio.

Radiohead copA Moon Shaped Pool (XL)
Impossibile negare che i Radiohead siano una delle band più significative e “centrali” dei giorni nostri, e che la loro musica sia ben organizzata, interessante, di qualità. Però, appunto squisitamente personale, vorrei che gestissero la loro (notevole) carriera in altro modo, ovvero accantonando il marketing che è ormai da un bel pezzo indissolubilmente legato a ogni loro atto artistico. Continua a leggere

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Another Splash Of Colour

Dal giro della Cherry Red Records continuano ad arrivare cofanetti davvero gustosi, che fungono efficacemente da introduzioni a scene, fenomeni e generi del passato. Qui gli spot sono puntati su cose (belle) che accadevano nel Regno Unito circa trentacinque anni fa.

Another Splash Of Colour copC’è un solo avvertimento per quanti volessero far proprio questo boxino pubblicato dalla RPM, ricco di contenuti ma relativamente spartano nel package (scatolina di cartone, CD in bustine, booklet comunque esaustivo di quaranta pagine con testo di Neil Taylor e numerose foto): è necessario interpretare in senso estensivo il sottotitolo “New psychedelia in Britan 1980-1985”. Ciò perché la psichedelia in ogni sua sfaccettatura è sì lo stile musical-attitudinale dominante, ma parecchi gruppi e solisti coinvolti nel progetto avevano con essa un rapporto, come dire?, “laterale”; più che comprensibile, considerato come A Splash Of Colour – la compilation d’epoca della quale il triplo CD in oggetto è in pratica la versione estesa, con solo due tracce escluse – vide la luce per la WEA nel gennaio del 1982, quando l’eco della “neo-psichedelia” di scuola new wave si era ormai attenuata e i fermenti del Sixties-revival di metà decennio erano ancora piuttosto sommersi. Continua a leggere

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Skids

Un altro cofanetto supereconomico, di quelli che raccolgono discografie complete di una band (o di uno specifico periodo espressivo di una band), che fa il paio con The Virgin Years dei Ruts qui già segnalato (ma concettualmente diverso dal Classic Album Selection Volume One di Siouxsie And The Banshees di cui ho scritto ancor più di recente. In questo caso il gruppo non è di primissima schiera ma comunque, in epoca new wave, ha fatto la sua parte.

Skids copThe Virgin Years (Caroline)
Nei tardi Settanta, quando il panorama underground mondiale visse momenti di straordinario fermento creativo, accadeva molto spesso che pubblico, media e compagnie discografiche facessero confusione (talvolta volontariamente, almeno nel caso delle ultime) su cosa fosse punk e/o new wave; se ne videro di tutti i colori e prima o poi potrebbe essere una bella idea raccontare i fraintendimenti più clamorosi. Fra questi vanno senza dubbio citati gli Skids, scozzesi della città di Dunfermline – venti chilometri da Edimburgo – che si trovarono a lungo appiccicata addosso l’etichetta “punk” quando il loro rapporto con il movimento del “no future” si limitava in realtà a qualche pezzo un po’ più aggressivo e “spinto” della media e ad atteggiamenti all’insegna della tipica strafottenza adolescenziale. Continua a leggere

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The Last Shadow Puppets

Come sa chi mi conosce bene o almeno ha letto queste cose qui, ho amato moltissimo i Last Shadow Puppets del primo album ed ero comprensibilmente assai curioso di scoprire cosa avrebbero fatto in occasione del secondo. Dopo averlo appurato, ne ho scritto.

Last Shadow Puppets copEverything You’ve Come
To Expect
(Domino)
Sono trascorsi esattamente otto anni da quando, con The Age Of The Understatement, i Last Shadow Puppets estrassero dal cilindro un disco di pop “alto” tra i più ispirati, intensi, avvincenti e ben realizzati degli Anni Zero. La perizia, la classe e l’autorevolezza con le quali Alex Turner e Miles Kane, frontmen rispettivamente di Arctic Monkeys e Rascals, avevano accettato il confronto/sfida con certo immaginario musicale dei Sessanta – sintetizzando al massimo: Scott Walker – raccolsero un unanime, convinto applauso. Continua a leggere

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Siouxsie And The Banshees

Sono da poco in circolazione due cofanetti(ni) economici, ma con veste grafica esclusiva, di tutti gli album pubblicati dalla Polydor della “madrina del gothic” assieme alla sua instabile band. Contengono sei CD ciascuno e sono reperibili ovunque, ma il primo – di qualità superiore – è già fuori catalogo e potrebbe dunque “sparire” a breve. Questa è la mia recensione dello straordinario, imprescindibile Volume One.

Siouxsie copClassic Album Selection
Volume One
(Polydor)
Cofanetto leggero, dischetti inseriti in eleganti copertine apribili stile LP “gatefold”, prezzo di listino fissato a 32 euro: credenziali interessanti, quelle del primo di due box – il Volume Two arriverà a brevissimo, a fine aprile – che assieme documentano l’intera parabola, dal 1978 al 1995, di una delle band-simbolo della new wave. “Intera”, però, fino a un certo punto, giacché la scelta di riproporre gli album nelle versioni originali esclude inevitabilmente materiale di grande importanza storica e in qualche caso di successo – Hong Kong Garden, The Staircase, Israel o la cover di Dear Prudence, ad esempio – all’epoca commercializzato solo su 45 giri; per quello bisogna rivolgersi alle ristampe “deluxe” o “expanded” confezionate fra il 2005 e il 2014, ed è inutile sprecare spazio per spiegare perché i CD di questi box non contengono bonus, no? Continua a leggere

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Remembering Shoegaze

Un paio di mesi fa la Cherry Red ha pubblicato un gran bel cofanetto dedicato al cosiddetto Shoegaze, fenomeno musicale fiorito circa un quarto di secolo fa e se vogliamo controverso, ma ancora oggi seguito, imitato e in qualche caso persino mitizzato. Potevo astenermi dal recensire il box? Ovviamente, no.

Still In A Dream copStill In A Dream
(Cherry Red)
La storia dovrebbero conoscerla almeno a grandi linee più o meno tutti, ma visto il contesto riepilogativo è magari il caso di esporla a grandi linee. Ufficialmente, il cosiddetto shoegaze nacque nel 1990, per inquadrare una nutrita schiera di gruppi soprattutto britannici innamorati di un sound che attingeva da un lato nel post-punk più avvolgente/evocativo e dall’altro nel pop psichedelico che dei Sixties recuperava la sostanza e non la forma. Traducibile come “quelli che si fissano le scarpe”, il termine voleva in origine deridere i musicisti legati al genere, che dal vivo non comunicavano con la platea ma, quasi immobili, si limitavano a guardare in basso. Snobismo? Continua a leggere

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