Articoli con tag: new wave e dintorni

45 Grave

Nei primi ’80 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a interessarsi con estrema attenzione alla scena underground americana, con una particolare passione per quella fiorita in California. Reperire i dischi “minori”, ovvero opera di band non (ancora?) emerse era problematico ma io ci riuscivo quasi sempre, e dunque oggi mi ritrovo con l’archivio pieno di articoli su gruppi poi divenuti di culto. Uno, “parallelo” ai Vox Pop, erano i 45 Grave, che in carriera hanno pubblicato un unico, vero album; in questa pagina ho raccolto quasi tutto ciò che ho scritto su di loro a partire dal 1982.


Per la Bemisbrain Records, etichetta personale dei Modern Warfare, è uscita un’ottima compilation dall’esp1icativo titolo Hell Comes To Your House, cui hanno partecipato formazioni californiane più o meno conosciute. Nella facciata B i 45 Grave impressionano notevolmente con tre canzoni ricche di perversione e malvagità, infarcite di quel senso “dark” e dell’orrido che ultimamente ha trovato molti seguaci sulla West Coast. Più pacata Evil, più violenta Concerned Citizen (dal repertorio dei Consumers, uno dei primi gruppi punk dell’area di L.A., rimasto purtroppo senza documentazione discografica) e stupenda 45 Grave, vero inno del gruppo della cantante Dinah Cancer, del chitarrista Paul Cutler (già nei Consumers, appunto) e dell’ex Germs Don Bolles. Del quintetto è anche da segnalare il singolo Black Cross/Wax (Goldar Records), il cui stile non si distacca da quello degli episodi della raccolta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.49 del febbraio 1982

Sleep In Safety
(Enigma)
È un vero peccato, va detto, che i 45 Grave, pionieri californiani del gothic punk abbiano confezionato il loro 33 di debutto solo dopo che decine e decine di altre formazioni di mezzo mondo ci abbiano riempito il cervello di visioni apocalittiche, immagini macabre e funeree, demoni, streghe e via enumerando. Peccato, perché questo Sleep In Safety corre il rischio di essere lasciato in disparte come prodotto poco significativo, nonostante i suoi autori siano ormai da parecchi anni uno dei cardini del movimento “dark” statunitense. Dal punto di vista sonoro, il disco offre indubbiamente numerose attrattive, vuoi per la versatilità compositiva e interpretativa del gruppo (in cui militano l’ex Germs Don Bolles, l’ex Screamers Paul Roessler, l’acida cantante Dinah Cancer, il chitarrista Paul B. Cutler e il bassista Rob Graves, tutti personaggi assai noti dalle parti di Los Angeles), vuoi per l’indubbio potenziale “magnetico” di certi brani, vuoi anche per l’originalità di un sound derivato dal punk ma spesso scosso da efficaci divagazioni nel metal e nel dissonante. Non mancano, naturalmente, i difetti, primo fra tutti una tendenza eccessiva allo shock più brutale che scade a tratti quasi nel patetico (tali considerazioni riguardano comunque solo i testi), ma Sleep In Safety rimane in ogni caso un lavoro personale, interessante e dotato di spunti notevolissimi, sicuramente imperdibili per i cultori del rock oscuro e tenebroso. L’altro grande difetto è il prezzo di quasi 20.000 lire, “grazie” alla corsa verso l’alto del dollaro. Valutate voi se conviene tentare l’acquisto a scatola chiusa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.74 del marzo 1984

Autopsy
(Restless)
Nell’attuale clima di recupero di preziosi cimeli del miglior punk rock non c’è affatto da meravigliarsi che la Restless abbia voluto riesumare vecchie incisioni (in massima parte inedite) dei 45 Grave, formazione californíana che nella prima metà degli anni Ottanta fu artefice di un dark-punk assai originale ed espressivo; infatti, al di là delle sue relative implicazioni “commerciali” – il chitarrista e leader del gruppo, Paul B. Cutler, è oggi il principale sodale di Steve Wynn nei Dream Syndicate – la pubblicazione di questo Autopsy va intesa come un vero e proprio omaggio alla carriera di una band misconosciuta, che non sempre è stata in grado di offrire, nelle sue prove discografiche, testimonianze interamente attendibili del suo valore e della sua genialità.
Sottotitolato Retrospectives And Rarities, quest’album riporta alla luce le prime tre composizioni pubblicate dal gruppo (Black Cross e Wax, dal singolo di debutto, e Riboflavin-F1avoured, Non-Carbonated, Polyunsaturated Blood, dalla raccolta Darker Scratcher) e presenta su vinile altri dodici brani dei quali solo Dream Hits, Partytime e Surf Bat erano già apparsi in versioni differenti; le registrazioni, non impeccabili ma comunque di buona qualità, sono antecedenti alla trasfonnazione in chiave kitsch del sound del1’ensemble e mostrano i 45 Grave in una veste quasi sempre violenta e corrosiva, meno elaborata rispetto alle loro altre produzioni (l’album Sleep in Safety e i 12 pollici Phantoms e School’s Out) ma di sicuro più ricca di spontaneità e forza trascinante. Oltre all’indiscutibile talento di Paul Cutler, il disco evidenzia le doti di Dinah Cancer, una cantante davvero acida e brutale, la potenza e il tiro della sezione ritmica di Don Bolles (batteria, ex Germs) e Rob Ritter (basso, ex Bags e Gun Club) e gli interventi del secondo chitarrista Pat Smear, anch’egli proveniente dai mitici Germs; specie nella prima facciata, che comprende in massima parte stralci del repertorio dei Consumers (formazione pre-45 Grave nella quale hanno militato Cutler, Ritter e Bolles), il quintetto propone irresistibili inni violenti e viscerali, bilanciati nella seconda da episodi più eterogenei quali Surf Bat (il titolo è assai esplicativo), Wax (una litania malata) e Partytime (un allucinato “hardcore-metal-dark”). Su tutti i solchi, comunque, aleggiano atmosfere inquietanti e riferimenti macabro-esoterici: gli stessi elementi che, uniti alla bontà delle trame musicali e al look terrificante dei musicisti, hanno dato ai 45 Grave l’attenzione di critica e pubblico nella Los Angeles underground del periodo 1980-1984. Un grande 33 giri di punk rock atipico e devastante, e non solo un feticcio di esclusivo valore collezionistico e documentale, a disposizione di chi non ha timore di dissotterrare spoglie mortali alla ricerca di piccoli tesori. Avventurarsi nella necropoli dei 45 Grave sarà un’esperienza prodiga di soddisfazioni.
Tratto da Rockerilla n.90 del febbraio 1988

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The Thought (1983-1987)

Mi è capitato varie volte di “entrare in fissa” per gruppi o solisti che a me parevano straordinari ma che i colleghi delle altre testate non prendevano in considerazione o al massimo trattavano con sufficienza; quando Internet ancora non esisteva, mi sembrava insomma di predicare al vento, ma data la mia convinzione di essere nel giusto, o quantomeno in buona fede, non me ne curavo. Nella prima metà degli anni ’80, ad esempio, mi capitò con i The Thought, band olandese di area synth-pop dalla quale fui folgorato all’epoca del primo album, del quale scrissi ovviamente in termini più che entusiastici (figura anche nella mia playlist del 1982); di quel disco scrissi una seconda volta poco dopo, quando venne ristampato con scaletta in parte diversa (per la cronaca, è l’unica prova dei ragazzi ascoltabile su Spotify, e nessuno dei brani arriva a mille ascolti: tristezza), e poi ancora in occasione del secondo e del terzo LP, purtroppo non belli come l’esordio, dopo i quali i Thought scomparvero. Non senza un nemmeno tanto lieve imbarazzo (diosanto, sembro proprio un “fanzinaro” esaltato), recupero ora l’intero pacchetto; confido in voi per far sparire almeno alcuni di quegli scandalosi “< 1000”, visto che lì in mezzo ci sono canzoni splendide.

The Thought
(Index)
Guardando il cielo / vide Enoia Gay / Lo guardò finchê girò / e volò via Il ragazzo che vide tutto / non sentirà più sua madre che lo chiama”. Un aereo si allontana, dopo aver scaricato il suo carico mortale: un bimbo resta a guardarlo, affascinato. Poi, è un attimo: la realtà si dissolve, tutto si sbriciola, migliaia di vite vengono stroncate, ed è bastato solo premere un pulsante. Difficile immaginare qualcosa di più drammatico della prima volta che l’uomo ha usato la bomba atomica contro i suoi simili; difficile dimenticare, dopo averle viste, le fotografie di quella immane tragedia; difficile, anche, rendere in musica, e per di più con un lìrismo unico, una situazione come quella descritta dal testo di cui sopra. Il brano si intitola There’s A Boy ed è il primo dell’album di debutto dei Thought, sconosciuto terzetto olandese che esordisce per la label che, fra l’altro, ha marchiato il primo passo su vinile dei favolosi Wall Of Voodoo. Lo stupore per la bellezza di There’s A Boy viene subito messo in secondo ordine dal desiderio di andare avanti, di vedere se anche gli altri solchi saranno altrettanto soddisfacenti, se quelle tastiere armoniose, quei ritmi strani, quella voce eterea, sono casuali o fanno invece parte di un progetto espressivo ben definito. Rebels, curioso concentrato di musicalità cupe e voce (almeno in gran parte del pezzo) leggiadra, conferma tutte le positive impressioni, immergendo in atmosfere taglienti/vellutate di rara espressività. La successiva The Prince Of Darkness, all’inizio solenne e avvolgente, si fa più cadenzata e grintosa dopo il ritornello, e l’incanto prosegue con These Days, dalla struttura rock ma dalle soluzioni poco convenzionali; assai bella anche Anger, che alterna delicatissimi momenti costruiti su suoni rarefatti a schemi più ritmati e graffianti. Continua a leggere

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Dark Day (1980-1983)

Quando recupero materiale risalente ai miei primi anni di attività giornalistica provo sempre un certo imbarazzo per una scrittura legnosa, didascalica e, come dire?, “analitica” spesso solo per quanto riguarda il sound della band o del solista di turno. Del resto, all’epoca descrivere quanto più dettagliatamente possibile la musica era fondamentale, dato che in tantissimi, non avendo la possibilità di ascoltare i dischi (dove avrebbero potuto farlo?), erano obbligati ad acquistarli a scatola chiusa. Mi fisso su questi dettagli e magari non penso al fatto essenziale: ovvero, che nel 1980, a vent’anni, mi accanivo a pubblicare su un giornale (più o meno) vero le recensioni di lavori pazzeschi, come questi – tuttora magnifici, secondo me – dei Dark Day. Qui trovate i miei commenti in tempo reale sui primi due album, il primo dei quali (finito anche nella mia playlist del 1980) è stato già citato, giusto un accenno, in questo articolo.

Exterminating Angel
(In-Fidelity)
A dispetto del nome, il Giorno Oscuro di Robin Lee Crutchfield costituisce una delle realtà più luminose del nuovo panorama musicale newyorkese. Dopo il 45 Hands In The Dark dello scorso anno, l’ex tastierista dei DNA si ripresenta con due nuovi accompagnatori, Phil Kline (chitarra, synth, basso, pianoforte) e Barry Friar (batteria) e un album tanto semplice quanto affascinante. Exterminating Angel raccoglie brani per la maggior parte brevi ed essenziali, ricchi però di atmosfere pacate e malinconiche. Continua a leggere

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The Fall (1977-2018)

Sono sinceramente addolorato per la prematura scomparsa di Mark E. Smith, avvenuta ieri, il 24 gennaio. Si sapeva che le sue condizioni di salute non erano ottimali, ma in fondo il Sig. The Fall non aveva mai dato l’idea di essere in forma smagliante e quindi si tendeva a vederlo quasi immortale, o comunque capace di resistere a ogni sorta di avversità; che ci salutasse un mesetto e mezzo prima di compiere sessantun anni non era pensabile, proprio no, e quindi la notizia ferisce ancora di più. Spostando la questione dal piano “informativo” a quello personale/professionale, il mio archivio dice che non l’ho mai intervistato (la possibilità c’è stata, ma ammetto di aver passato la mano: per il suo accento di Manchester, più che per il ben noto caratteraccio) e che non ho mai visto i Fall dal vivo (vero che l’elenco dei concerti ai quali ho assistito è completo solo al 90%, ma se fosse accaduto credo che me lo ricorderei), ma anche che posseggo moltissimi suoi dischi – non tutti-tutti, no, ma di sicuro tanti – e che lo apprezzavo molto, come dimostra anche ciò che ho scritto di lui in tutti questi anni e la presenza di Grotesque nel libro “1000 dischi fondamentali”. Scavando nell’archivio ho trovato varie recensioni, ma non escludo di non averne dimenticata qualcuno. Qui ho comunque recuperato solo quelle più lunghe, compresa la prima in assoluto – credo – relativa proprio a Grotesque; rileggendola mi sono chiesto come avessi fatto a scrivere certe cose, ma poi mi sono ricordato che all’epoca avevo vent’anni e, ok, ci poteva stare. So long, Mark.

Grotesque
(Rough Trade)
La proposta dei Fall è veramente qualcosa di autonomo, di incontaminato dal business, di diverso. Grotesque è il quarto album della band di Manchester, il secondo per la Rough Trade, e segue in sostanza gli schemi musicali dei precedenti. Mark E. Smith continua a far levare alta la sua voce “sporca” su trame sonore senza compromessi, miscuglio di frammenti di infinite sollecitazioni rock’n’roll. I Fall non si perdono in alcun sofismo e interpretano canzoni scarne, senza fronzoli, ripetitive, rinunciando a qualsiasi artificio che possa renderle più facilmente assimilabili da parte del pubblico. Un’identità a sé per un gruppo sempre interessante e coerente, che segue una via di ricerca musicale strettamente connessa alla mente e ai conflitti di emozioni che in essa avvengono.
Tratto da IL Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981 Continua a leggere

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Blaue Reiter (1982-1983)

Nel lontanissimo 1983 mi capitò di recensire il (secondo) demo di una band piemontese che di lì a poco sarebbe sparita per rinascere subito dopo dalle sue ceneri con un’altra ragione sociale. Il gruppo si chiamava in origine Blaue Reiter e per la sua nuova, non molto lunga vita (da me al tempo assai propagandata: qui una retrospettiva) si ribattezzò Viridanse. In epoca recente, i Viridanse sono poi addirittura ritornati in attività, realizzando due ottimi album dei quali non ho mancato di occuparmi sulle pagine di Blow Up. Considerato il mio stretto rapporto con l’ensemble in tutte le sue incarnazioni, è stato dunque un vero piacere, per me, scrivere le note di presentazione di un LP postumo contenente tutto il materiale registrato in studio dai Blaue Reiter; il disco in questione si intitola My Inner Thought ed è stato pubblicato alla fine dell’anno scorso in una tiratura limitata (solo vinile, niente CD) dalla Syntehtic Shadows.

È facile collegare a un periodo preciso il momento in cui i Blaue Reiter vissero, per dirla con il maestro Andy Warhol, i loro quindici minuti di (pur relativa) fama, suscitando curiosità a livello underground e inanellando una discreta sequenza di concerti. Accadde soprattutto dopo l’uscita – nell’autunno 1982 – di Gathered, antologia di emergenti curata dello staff di quel “Rockerilla” che all’epoca era la rivista di riferimento per chiunque fosse interessato alle nuove tendenze rock. Continua a leggere

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King Krule (2013-2017)

Carta canta, e per la precisione afferma che, dalle nostre parti, sono stato uno dei primi a tessere le lodi del primo album di King Krule, recensendolo in maniera estremamente positiva in tempo reale e inserendolo tra i miei album del 2013. Mi sono occupato anche dello “strano” lavoro seguente pubblicato a nome Archy Marshall, passato abbastanza sotto silenzio, nonché della terza (o seconda, fate voi) prova, che figura nella mia playlist del 2017 ma che è stato gratificato di consensi pressoché unanimi. Di questo sono ovviamente più che felice, e intanto mi tengo stretta la mia piccola, sciocca soddisfazione di aver capito prima di tanti altri la grandezza dell’ancor giovanissimo musicista britannico. Carta canta.

6 Feet Beneath The Moon
(XL)
Il 27 agosto Archy Marshall ha compiuto diciannove anni. Coerentemente con la sua giovane età, ha adottato il suo secondo nom de plume – prima si faceva chiamare Zoo Kid – ispirandosi a un videogame, e dal 2010 si muove nel circuito londinese come cantante, songwriter, musicista, DJ e produttore, raccogliendo lusinghieri riscontri: eloquenti la nomination al “BBC Sound Of 2013”, i tre singoli ufficiali editi con cadenza annuale dal 2010 al 2012 e ora il contratto con la XL Recordings, concretizzatosi in quest’album che di sicuro non passerà inosservato. Difficile, infatti, non rimanere colpiti da questo ragazzino dai capelli rossi che, con una voce profonda simile a quella del primo Billy Bragg, intona canzoni per lo più scarne, cupe (anche nei testi) e ruvide – ma persuasive sul piano melodico – con influenze dubstep. Riuscendo a immaginare un doppelgänger di James Blake non si sarebbe tanto distanti dalla realtà. Continua a leggere

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Peter Perrett

A sessantacinque anni, l’ex frontman degli Only Ones ha pubblicato il suo primo, vero album da solista, un album di commovente bellezza che mi ha spinto a contattarne l’autore per un’intervista. Sono partito da lì per scrivere una lunga – ben otto pagine – e appassionata monografia che racconta interamente la sua storia, dai primi ’70 a oggi. Il numero di “Blow Up” che la contiene, quello di novembre, sarà in edicola per pochissimi giorni ancora, e dunque chi fosse interessato corra in edicola… altrimenti gli toccherà ordinare l’arretrato, perché quell’articolo qui sul blog non lo recupererò mai.

How The West Was Won
(Domino)
Può essere dura, la vita dell’eroe di culto. Specie se hai pubblicato l’unica canzone che ha scolpito il tuo nome nella storia – Another Girl, Another Planet: fra l’altro, nemmeno una vera hit – all’avvio della tua carriera; specie se il rapporto troppo disinvolto con la droga ti ha regalato una malattia seria come la broncopneumopatia cronica ostruttiva; specie se, per le difficoltà di gestione della tua vita, ti sei impegnato per farti rimuovere dalla memoria collettiva realizzando solo cinque album in quattro decenni: tre come leader degli Only Ones, concentrati fra il 1978 e il 1980, uno del 1996 dietro la sigla The One, e ora questo esordio in proprio giunto due mesi dopo aver spento – un miracolo, alla luce dei fatti – le sessantacinque candeline. Continua a leggere

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Bark Psychosis

Non scrissi in tempo reale di questo esordio sulla lunga distanza dei Bark Psychosis: era il 1994, la mia attenzione era rivolta ad altre musiche (dal punk’n’roll in chiave lo-fi al crossover in chiave hard, senza dimenticare la scena italiana) e gli dedicai giusto l’ascolto indispensabile per rendermi conto di cosa si trattasse, dato che comunque era un disco del quale si parlava. Ho recuperato ventitré anni dopo con questa recensione, naturalmente “con il senno di poi” ma non per questo meno sincera.

Hex
(Fire)
Due album in trent’anni di carriera: nel 1994 questo Hex e un decennio dopo ///Codename: Dustsucker. Davvero pochino, anche contando l’iniziale serie di EP, per gli involontari “ideatori” del termine post-rock; fu infatti proprio per recensire Hex che Simon Reynold coniò l’acuta definizione, divenuta da lì in poi etichetta di genere. Continua a leggere

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The Jesus And Mary Chain

Nei primi mesi dell’anno, i Jesus And Mary Chain – un gruppo cardine del rock anni ’80 – hanno pubblicato un nuovo album, il primo da tanti, tanti anni. Considerato il mio rapporto storico con il gruppo, che seguo davvero dall’inizio e del quale ho scritto tante volte (in occasione del precedente  Munki ho anche intervistato Jim Reid), non ho potuto fare a meno di recensirne anche quest’ultima fatica.

Damage And Joy
(Artificial Plastic)
Ormai, il detto “a volte ritornano” ha ben poco senso: con minime eccezioni, tornano proprio tutti. Benché di nuovo in pista già dal 2007, i Jesus And Mary Chain non avevano però finora pubblicato un album di materiale inedito, preferendo limitarsi a portare in giro il loro repertorio storico; in particolare, quello dei primi tre LP datati anni ’80, dal mitico Psychocandy del 1985 – che con il suo conturbante pop sepolto sotto colate di feedback indicò una strada che in moltissimi avrebbero battuto – ai più “addomesticati” Darklands (1987) e Automatic (1989). Continua a leggere

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Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Sad Lovers And Giants

La memoria (forse) inganna, ma non so dire se, in tempo reale abbia o meno scritto dei Sad Lovers & Giants. Se l’ho fatto, comunque, è stato per microrecensioni/segnalazioni, dato che all’epoca – di trenta/trentacinque anni fa – la band britannica non mi dispiaceva ma nemmeno mi esaltava. Anche per questa recensione di un recente cofanetto, molto esaustivo ma non onnicomprensivo, mi sono stati concessi spazi ristretti, ma credo di essere lo stesso riuscito a dire quello che andava detto.

Where The Light
Shines Through
(Cherry Red)
Seppure a singhiozzo e con un’attività discografica ridotta, i Sad Lovers And Giants sono nuovamente in pista da quindici anni; la loro fama di culto, però, poggia sui cinque LP di studio, il live e la decina di singoli pubblicati – esclusi i primi due 7 pollici, autoprodotti – da una label piuttosto fuori dagli schemi come la britannica Midnight Music. Quasi tutto il materiale di cui sopra, commercializzato in origine tra il 1981 e il 1991, è stato ora raccolto in questo box di cinque CD e ben ottantanove tracce, che include anche quanto immesso sul mercato dopo la reunion in un album, un 45 giri e un 12” di disagevole reperibilità; purtroppo, non un’opera omnia (e dire che sarebbe bastato un solo compact in più…), bensì un’amplissima antologia che narra – senza omissioni di rilievo e supportata dell’immancabile booklet (di appena dodici pagine, ma esauriente) – l’intera vicenda dei ragazzi di Watford.
Dalla torrenziale scaletta emergono chiaramente l’ispirazione e la verve della band, legata a un post-punk umbratile e non privo di spunti filo-psichedelici, dai toni per lo più aggraziati, avvolgenti e di gusto romantico. Oggi come allora, si pensa agli And Also The Trees, ai Cure del 1980/1981, ai Chameleons, ai Modern English. Non da gotha della new wave, ma ben costruito e assai godibile.
Tratto da Classic Rock n.55 del giugno 2017

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Doctors Of Madness

Ricordo benissimo che nella seconda metà degli anni ’70, nel periodo in cui cominciavo ad accostarmi seriamente a punk e new wave, un amico mi segnalò l’esistenza di questa “strana” band britannica. Mi misi subito sulle tracce dei suoi album, ma fu solo nel 1979 che riuscii a procurarmi un doppio LP di produzione USA, uscito l’anno prima, che accoppiava i primi due. Mi piacque e, di conseguenza, appena mi capitò sotto gli occhi, acquistai anche il terzo. Per una curiosa forma di affetto per l’antologia che mi fece conoscere la band, non ho mai preso – benché le abbia viste infinite volte a due lire – le edizioni originali dei due 33 giri del 1976, diversamente dalle belle ristampe in CD, con bonus track, di tutti i dischi. Ora è arrivato addirittura un cofanetto, e non ho potuto esimermi dal dire la mia.

Perfect Past
(RPM)
L’epopea del rock abbonda di pagine curiose e interessanti, e parecchie di esse sono state scritte – su entrambe le sponde dell’Atlantico – attorno alla metà degli anni ’70. In quei giorni nei quali si capiva che qualcosa di importante sarebbe arrivato ma nessuno sapeva esattamente cosa, furono in tanti a battere strade atipiche, non preoccupandosi di compiacere il mercato e dunque condannandosi ad attività di solito sommerse. I più fortunati riuscivano a ritagliarsi uno spazio di culto e tra questi sono da citare i Doctors Of Madness, londinesi di Brixton che operarono fra il 1975 e il 1978, firmando tre LP – per la Polydor, mica un’etichettina! – che mentre attingevano nel glam, senza disdegnare affondi nell’hard, anticipavano motivi della new wave ancora da venire. Continua a leggere

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Radio Stars

Non so nemmeno io per quanto tempo non ho ascoltato i Radio Stars. Forse una decina d’anni, se – come mi sembra sensato – mi rinfrescai la memoria quando stavo preparando il mio librone Punk!, ma nel caso non l’abbia fatto in quel 2007, potrebbe anche essere più di tre decenni. Di sicuro, però, l’ho rifatto alcuni mesi fa per scrivere del loro ricco box antologico targato Cherry Red, e li ho trovati migliori di quanto li ricordassi. La recensione qui a seguire è un po’ più lunga di quella pubblicata su Classic Rock.

Thinking Inside The Box
(Cherry Red)
Quando si affacciarono sulle scene, nell’infuocata Londra del 1977, i Radio Stars non fecero esattamente scalpore. Il loro r’n’r era corposo e spigoloso come i tempi imponevano ma gli episodi possedevano un’accentuata vena pop, specie per quanto riguarda il canto; inoltre, alcuni dei ragazzi avevano già più di trent’anni e tutti vantavano esperienze discografiche con altri gruppi (Sparks, John’s Children e Jet i più conosciuti), cose che mal si conciliavano con le logiche giovaniliste, dilettantesche e underground tipiche del punk. Continua a leggere

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Magnetic Fields (2017)

Non saprei proprio cosa aggiungere, su Stephin Merritt alias Magnetic Fields, a ciò che ho scritto nella recensione – qui recuperata – del suo ultimo, notevolissimo album. Ah, sì, posso rimandare a un’altra recensione, di sedici anni fa, relativa a 69 Love Songs, il suo altro magnum opus.

50 Song Memoir
(Nonesuch)
Non è la prima volta che i Magnetic Fields – ovvero Stephin Merritt, unico responsabile del progetto dal 1991 in cui fu varato – realizzano un disco inusuale; molti appassionati ricorderanno di sicuro 69 Love Songs del 1999, triplo CD costruito, come da titolo, attorno a sessantanove canzoni d’amore (ma una decina erano bozzetti o poco più). Di quel particolarissimo album, 50 Song Memoir è una sorta di replica appena più stringata, ovviamente con un altro filo conduttore: in questo caso, ogni traccia è incentrata su un singolo anno della vita del Nostro, dal 1966 a quel 2015 in cui, proprio nel giorno in cui ha soffiato sulle cinquanta candeline, il cantautore statunitense ha dato il via alle session di incisione. Continua a leggere

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The End (1983-1985)

La bellezza di trentatré anni fa, nell’ottobre del 1984, recensii il demo di una giovane band di Fano chiamata The End. Proprio la recensione qui fotografata, ripresa molto dopo nel mio libro Noi conquisteremo la luna – Scritti sulla new wave italiana, 1980-1985. Alla luce delle acerbe ma evidenti qualità dei ragazzi, non avrei mai pensato che quel nastro sarebbe rimasto un episodio isolato; anzi, avrei scommesso che di lì a poco sarebbe giunto un disco. Invece, non è andata così, e i The End scomparvero rapidamente dai radar. Tre decenni abbondanti dopo, mi sono deciso a rimediare all’ingiustizia, “costringendoli” a tirar fuori dai cassetti tutto il materiale all’epoca registrato e, assieme, abbiamo assemblato un album di addirittura diciannove tracce, pubblicato in CD – con una bellissima veste grafica e un ricco libretto informativo – dalla sempre ricettiva Spittle Records. Il disco si intitola Tears In My Eyes 1983-1985 ed è reperibile con facilità un po’ ovunque. Se a qualcuno interessa…

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Swans (1992)

Non ne ho scritto moltissimo (una manciata di recensioni, fra le quali quest’altra), ma seguo gli Swans da quando operavano come Circus Mort e ho sempre provato per loro rispetto, ammirazione e reale apprezzamento, anche se sono il primo ad ammettere che non sono sempre, in studio e dal vivo, una band facile. Più di un fan di stretta osservanza mi dice che questo Love Of Life, pur avendo ottime frecce al suo arco, non è uno dei titoli-cardine della discografia; comunque, in tempo reale, a me parve un capolavoro.

Love Of Life
(Young God)
Gli Swans non sono mai stati un gruppo di grande successo, sebbene abbiano facilmente ottenuto la stima della critica specializzata e un considerevole seguito di culto: colpa (o merito) di un estro troppo poliedrico per piegarsi alle regole di un qualsivoglia trend e di una creatività troppo esuberante per cedere alle subdole imposizioni di un music-biz che comunque tende ad emarginare il diverso. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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