Articoli con tag: new wave e dintorni

New York punk, 1973-1978

RamonesA seguire le vecchie playlist dedicate al garage punk americano dei Sixties, alla synth/minimal wave britannica del 1977-1981 e alla prima generazione punk di Los Angeles, 1976-1979, eccone una quarta, sempre di trenta brani per altrettante band. Come sempre, l’ordine non è cronologico né tematico, ma nemmeno casuale o tantomento qualitativo; lo definirei umorale/emotivo, e quindi personale.

Richard Hell & The Voidoids – Blank Generation
Ramones – Blitzkrieg Bop
Patti Smith – Ask The Angels
Heartbreakers – Born To Lose
Dead Boys – Sonic Reducer
Alan Milman Sect – Stitches
Chain Gang – Son Of Sam
Wayne County + Electric Chairs – Stuck On You
Mad – I Hate Music
Misfits – Bullet
Neon Boys – Love Comes In Spurts
Cramps – Human Fly
Blondie – Denis
Criminals – The Kids Are Back
Idols – You
Killer Kane Band – Mr. Cool
Brats – Quaalude Queen
N.Y. Niggers – Just Like Dresden ’45
Cherry Vanilla – The Punk
Plasmatics – Butcher Baby
Testors – Hey You
Fingers – Isolation
Vores – Love Canal
Penetrators – Gotta Have Her
Corpse Grinders – Rites, 4 Whites
Grim Klone Band – Heat’s Risin’
Mean Red Spiders – Rejected At The High School Dance
Arthur’s Dilemma – Throwing It
Victims – I Want Head
Jimi Lalumia & The Psychotic Frogs – Death To Disco

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Christian Death (1982)

Quarant’anni e un mese fa, invasato com’ero di nuova musica proveniente dalla California, non potei fare a meno di imbattermi “in diretta” in un album straordinario, che interpretava in maniera tanto originale quanto brillante il concetto di “gothic” (che qui in Italia era il “dark”, ma ci siamo capiti). Mi arrivò l’11 marzo e feci appena in tempo a recensirlo – come potete leggere qui sotto – nel numero di aprile del defunto Mucchio Selvaggio. Mai più i Christian Death sarebbero stati grandiosi come nel loro primo LP.

Christian Death cop

Only Theatre Of Pain
(Frontier)
Album d’esordio per i Christian Death, formazione guida della scena del cosiddetto horror rock, nuova tendenza californiana che prevede un 1ook sconvolgente e una musica perversa e demoniaca. Della corrente fanno parte numerosi gruppi, alcuni dei quali hanno contribuito alla seconda facciata della raccolta Hell Comes To Your House, ed è lì che i Christian Death hanno esordito su vinile con il brano Dogs.
Il sound della Morte Cristiana si basa sul consumato talento chitarristico dell’ex Adolescents Rikk Agnew, sulla voce “terribile” di Rozz Williams e sul non secondario lavoro del bassista James McGearty e del batterista George Belanger, in grado di fornire un supporto ritmico all’altezza della situazione. La musica del quartetto è lenta, pesante, paranoica e agghiacciante, perfettamente abbinata a testi ricchi di richiami all‘orrido e al paranormale; chitarra stridente, canto lamentoso, atmosfere cupe, un titolo che lascia presagire visioni di morte e dolore, per un album sicuramente riuscito: un capolavoro di questo nuovo stile di “dark” che sta raccogliendo numerosi proseliti in quel di Los Angeles, città dai mille volti che non finirà mai di stupirci per la varietà e la validità delle sue proposte sonore. Only Theatre Of Pain è un disco da ascoltare, ricco di soluzioni strumentali da brividi, avvolto in un’aura di mistero che lo rende ancor più stimolante. Forse solo i primi Black Sabbath, anche se con un suono sostanzialmente diverso, riuscivano a evocare immagini di tale potenza. Christian Death: arcani, enigmatici e meravigliosi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.51 dell’aprile 1982)

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Sisters Of Mercy: il libro

Paint My NameA quanto sembra, sono stato uno dei pochi(ssimi) ad avere intervistato Andrew Eldritch nella primavera del 1985, cioè nel burrascoso periodo in cui la line-up “più storica” dei Sisters Of Mercy – quella del primo e imprescindibile LP First And Last And Always – si stava dissolvendo. Così non fosse, non sarei di sicuro stato contattato da Mark Andrews, che ha voluto utilizzare una piccola parte di quello che mi fu detto dal musicista britannico, con l’aggiunta di qualche mio “dietro le quinte”, nel suo libro Paint My Name In Black And Gold – The Rise Of The Sisters Of Mercy. Il volume è un lussuoso “hardback” (copertina in cartone pesante, insomma) di 450 pagine, contenente anche un inserto fotografico, che racconta in maniera dettagliatissima, con materiale raccolto allo scopo (molto del quale “di prima mano”) la storia del gruppo negli anni ’80, riservando però solo qualche accenno alla seconda (o terza) fase, quella con Patricia Morrison. È una lettura che consiglio caldamente agli appassionati, ai quali consiglio però di affrettarsi: in Rete il librone si trova ancora, ma non è detto che non si esaurisca a breve e in quel caso bisognerebbe attendere eventuali ristampe o sborsare cifre più alte delle 25 sterline del listino.
Eldtrich 1985

Io e Andrew Eldritch a Roma, 3 maggio 1985 (foto Luciano Viti)

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Hüsker Dü (1982)

In un giorno imprecisato del gennaio 1982 vide la luce il primo LP di una band poi giustamente celebrata come mitica. Sono abbastanza certo di averlo ricevuto/acquistato appena in tempo per scriverne in fretta una breve recensione e inserirla nel numero di maggio del Mucchio, perché quello che potete leggere qui sotto è – a livello di forma – piuttosto imbarazzante perfino il me di allora. A contare, però, è la sostanza. Giusto?

Husker Du cop

Land Speed Record
(New Alliance)
Provenienti da Minneapolis, dopo aver realizzato un 45 giri (Amusement) dal contenuto completamente diverso da quello di Land Speed Record, gli Hüsker Dü sono l’ultima scoperta della New Alliance, label specializzata in forme musicali senza compromessi. Inciso dal vivo nell’agosto 1981, Land Speed Record è un album semplicemente incredibile per velocità e durezza, con diciassette brani violentissimi in classico stile hardcore punk. Bob Mould (chitarra e voce), Greg Norton (basso e voce) e Grant Hart (batteria e voce) sono gli artefici di un sound ancora grezzo e certo non valorizzato dalla registrazione live, ma aggressivo e mozzafiato come pochi; molti episodi, poi, sono ben costruiti a livello compositivo, fatto non sempre riscontrabile nella musica di parecchi gruppi hardcore.
Land Speed Record è insomma un disco imperdibile per gli amanti del punk più brutale, genere del quale gli Hüsker Dü si rivelano tra i più brillanti esponenti. Buy it!
(da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982)

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Dischord 1981-1982

Quarant’anni fa, giorno più giorno meno, mi trovavo a scrivere l’ennesimo articolo “sovversivo” su musiche invise a tutti i lettori tradizionalisti e a quasi l’intero staff. Dato che notizie su certe band ne circolavano poche e si viveva all’insegna del “tutto e subito”, i miei scritti – per di più di ventunenne – non erano esattamente pieni di dettagli, e inoltre lo spazio sempre tiranno mi obbligava a condensare ferocemente. Non rinnego comunque nulla e, anzi, rivendico con orgoglio di essere probabilmente stato il primo in Italia a dare risalto alle prime uscite della poi famosissima Dischord; non perché fossi un genio, ma perché ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e con l’entusiasmo giusto. Poi, ovvio, c’è entrata di mezzo anche un minimo di lungimiranza.

Che Washington D.C. (District Columbia) divenisse in breve tempo zona d’operazione dei kids più arrabbiati degli Stati Uniti era cosa non certo facile da prevedere; comunque, forse anche a causa dello stretto contatto con Ronald Reagan, in città il bisogno di violenza sonora è esploso con inaudita ferocia, provocando la nascita di un considerevole numero di nuove band tutte dedite a un hardcore punk che in quanto a potenza non ha nulla da invidiare a quelli californiano o britannico. L’onere di imprimere su vinile le proposte dei gruppi locali è stato ottimamente assunto dalla Dischord Records, piccola label lanciatasi con entusiasmo nella produzione di dischi a 7 pollici, ognuno contenente parecchi brani (ovviamente brevissimi); con questo marchio sono usciti EP di Teen Idles, S.O.A., Minor Threat, Government Issue e Youth Brigade, mentre al momento in cui leggerete queste righe dovrebbe essere già in circolazione un album con trenta tracce di vari gruppi locali (quelli citati con l’aggiunta di altri dai nomi non meno esplicativi: Untouchables, Artificial Peace, Red C, Iron Cross…). L’intraprendente etichetta ha anche prodotto, assieme alla Touch & Go, il secondo EP dei Necros, recensito due mesi fa su queste stesse pagine.
Dilungarsi troppo su ciascuno dei dischi significherebbe andare incontro a continue ripetizioni, giacché i loro contenuti si assomigliano un po’ tutti: punk rock quasi sempre velocissimo e assordante, composizioni di un minuto circa di durata, aggressività sparsa a piene mani. Questo non vuol dire, però, che le varie band siano uguali, perché – tutti lo sapete – i modi di suonare hardcore sono piuttosto numerosi: i modelli piu noti ai quali allacciarsi sono sempre Black Flag o Circle Jerks, le due formazioni californiane che, bene o male, hanno “inventato” il genere in America, ma le sfumature sonore che differenziano fra loro i complessi Dischord conferiscono a ciascuno di essi una ben precisa identità. I migliori del lotto sembrano essere i Minor Threat, il cui primo EP Filler raccoglie otto pezzi quasi tutti di buona fattura, fra le quali spiccano il manifesto Straight Edge, Bottled Violence e Small Man, Big Mouth; il gruppo si è sciolto nel settembre dello scorso anno dopo appena dieci mesi di attività, ma ha fatto in tempo a registrare altri quattro brani che di recente hanno visto la luce nell’EP In My Eyes, forse appena inferiore al precedente ma sempre interessante.
Mentre i Minor Threat proponevano un sound semplice e compatto, un po’ alla Circle jerks, i Government Issue (con i quali suona l’ex bassista dei Minor Threat) lasciano spazio a soluzioni più caotiche e disarmoniche, come si può facilmente desumere dall’ascolto di Legless Bull, il loro EP con nove “canzoni”. Ricchi di energia, anche se un po’ poco fantasiosi, Teen Idles e S.O.A., entrambi con un disco all’attivo (rispettivamente Minor Disturbance e No Policy); il cantante dei secondi, ora separati, fa da qualche mese parte dei Black Flag. Infine, il numero 6 del catalogo Dischord è Possible, EP con sette tracce dei Youth Brigade, dal sound sporco e nervoso; anche questo gruppo ha da poco interrotto l’attività, ma questo 45 giri resta per fortuna a documentare l’esistenza di una band che avrebbe certamente potuto dare altre valide realizzazioni.
Pretendere di trovare nei prodotti Dischord musica di alto livello tecnico o proposte che spicchino per originalità sarebbe eccessivo, ma chi cerca potenza, rabbia e feeling difficilmente rimarrà deluso dalla scena di Washington; se come i Government Issue siete stanchi di rock’n’roll bullshit, la Dischord è quel che fa per voi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.50 del marzo 1982)

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