Articoli con tag: rock italiano

Roll’s 33 vs Blues Magoos

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.19
We Ain’t Got Nothing Yet dei Blues Magoos è una quarantina d’anni delle mie canzoni garage punk preferite di sempre, ma ci misi un po’ a scoprire che del brano esisteva un adattamento italiano e ancora di più, vista la rarità del 45 giri dell’epoca, ad ascoltarlo. Oggi, invece tutti possono ascoltarlo con estrema facilità, anche cliccando qui: si intitola 33/1a verità e a realizzarlo furono i Roll’s 33, band dell’area torinese che lo pubblicò nel suo secondo singolo e nell’unico album I Roll’s 33 (entrambi usciti nel 1967 per la CBS). La musica è piuttosto fedele al modello, mentre il testo – opera del leader del gruppo, Giuseppe Vinci – non ricalca l’originale ma, invece di cadere nelle solite tematiche sentimentali, abbozza un tentativo di impegno sociale.

Adattamenti n.1: Michele vs Elvis Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Marco Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Ornella Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caterina Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Duilio Del Prete vs Jacques Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

Adattamenti n.11: Teho Teardo e Blixa Bargeld vs Tommy James And The Shondells
Adattamenti n.12: Gatto Panceri vs The Cure
Adattamenti n.13: Tito Schipa Jr. vs Bob Dylan
Adattamenti n.14: Barabba vs Kinks
Adattamenti n.15: Dik Dik vs The Band
Adattamenti n.16: Le Pecore Nere vs Troggs
Adattamenti n.17: Gian Pieretti vs Donovan
Adattamenti n.18: Satelliti vs Yardbirds

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Guccini 80

Le canzoni di Francesco Guccini mi hanno accompagnato per tutta la mia vita di appassionato, e non a caso se questo mio blog si chiama così è a causa dell’album di congedo del Maestro emiliano. Per i suoi ottant’anni ho così riesumato il primo capitolo di un lunghissimo articolo biografico che avevo scritto per il Mucchio Extra, realizzato dopo l’intero pomeriggio che avevo trascorso con lui, al mitico indirizzo di Via Paolo Fabbri 43, a parlare della sua carriera. È uno dei miei ricordi più intensi, ed ero talmente preso dalla situazione che, al momento di andar via. mi dimenticai di chiedere all’omone – che fu pazientissimo, a dispetto della sua nomea di burbero – una fotografia assieme. Non l’ho poi mai scattata, quella foto che tanto avrei desiderato, ma mi consolo pensando che quattro ore e mezza di fitto colloquio immortalate su audiocassetta valgono più di uno scatto.
Auguri, Burattinaio di parole, e grazie di tutto. Per davvero.
La stagione del folk beat
(dagli esordi a L’isola non trovata)

Quando son nato io / pesavo sei chili/
avevo spalle da uomo / e mani grandi come badili“.
Da Milano (Poveri bimbi di), 1981

Un’esagerazione? Senza dubbio. Però, di fronte alla storica foto del 1958 che ritrae un diciottenne Francesco Guccini in versione filo-Presley, ci si potrebbe quasi credere, vista la sproporzione tra le dimensioni della chitarra – tenuta a tracolla con lo spago – e il ragazzo che la sta suonando con evidente trasporto. Chissà quale canzone stava intonando, il giovane Francesco, senza avere la più pallida idea di quel che il destino aveva in serbo per lui.

La mia formazione musicale è stata molto naturale e molto casuale, nella mia famiglia non c’erano particolari tradizioni; mia madre amava cantare, è vero, ma i miei ricordi sono tutti legati a quello che si sentiva alla radio. Da adolescente, comunque, ascoltavo parecchia musica, anche con i pochi mezzi a mia disposizione; io, tra l’altro, non possedevo il giradischi, ma per fortuna parecchi amici ne erano forniti. A casa non mancava nulla di essenziale, ma non giravano moltissimi soldi: quindi, mi dovevo arrangiare”.

All’epoca, la vita di Guccini si svolge tra la natìa Modena e il mulino di Pàvana, abitazione dei nonni paterni con la quale permane ancor oggi un sentimento di amore morboso: saranno i cinque anni lì trascorsi in tenerissima età mentre il padre Ferruccio è lontano, prima in guerra e poi prigioniero in Germania; sarà perché sempre lì, grazie ai soldati dell’esercito di liberazione, ebbe i suoi primi contatti con quel “mito americano” che nel bene e nel male lascerà su di lui un profondo segno; sarà per il cattivo rapporto con una Modena mai apprezzata (e molto impietosamente dipinta in Piccola città), ma Pàvana è per Francesco il luogo delle radici, quello dove ritornare quando occorre “capire l’anima che hai”. È però nel tanto vituperato “bastardo posto” che il Nostro muove un passo che risulterà decisivo.

Nella seconda metà dei ’50, un film rock’n’roll diede a me e ai miei amici l’idea di fondare un complesso, come si diceva allora. Io, che suonavo già l’armonica, scelsi lo strumento più avvicinabile sotto il profilo economico, la chitarra: mia nonna me ne fece costruire una da un falegname di Porretta Terme e fin dal primo giorno che l’ho avuta in mano, durante l’estate, mi ci sono messo su con passione e impegno, e dopo poche settimane me la cavavo già benino. Da ragazzo ascoltavo jazz, prima il dixieland tradizionale e poi quello più sofisticato, ma era troppo difficile da eseguire. L’arrivo del rock’n’roll -sia quello grintoso di Little Richard, Elvis Presley e Gene Vincent, sia quello più melodico, ad esempio, dei Platters – cambiò tutto: era la musica adatta per noi, semplice sotto il profilo tecnico e perfetta per far colpo sulle ragazze. Scattò il desiderio di emulazione. In città ci si conosceva tutti, si sapeva chi suonava e chi no… Ci si ritrovava alle feste studentesche… ma non era una cosa professionale, era solo un gioco. Nel gruppo c’erano Pier Farri, mio futuro produttore, e Victor Sogliani, che sarebbe poi entrato nell’Equipe 84”.

Il gioco si fa più serio nel 1961 quando Francesco, dopo una breve esperienza come istitutore in un collegio di Pesaro, è impiegato come cronista alla Gazzetta dell’Emilia; galeotto è l’amico Alfio Cantarella, in seguito batterista dell’Equipe 84.

Non mi pagavano granché, ma ero contento. Incontrai Alfio un giorno che ero abbastanza indignato perché, dopo un anno e mezzo di lavoro sette giorni su sette, avevo preso quindici giorni di ferie e me li avevano tolti dalla paga. Lui mi disse che suonava in una band chiamata Marinos, con la quale guadagnava molto più di me, e mi offrì un posto; sono stato un po’ combattuto, anche perché la prospettiva di essere giornalista mi affascinava fin da piccolo, ma alla fine ho ceduto. Lo stile del gruppo era un po’ antiquato e così, facendo valere la mia personalità, apportai qualche modifica: sostituii il bassista con Victor, ingaggiai un secondo chitarrista, allontanai la cantante appropriandomi del microfono e infine proposi di adottare un altro nome. Ci ribattezzamo Gatti e cominciammo a esibirci in ambito locale con pezzi come See You Later Alligator, Tutti Frutti, Blue Suede Shoes”.

L’avventura dei Gatti dura fino all’inizio dell’estate del 1962, un anno dopo il trasferimento della famiglia Guccini a Bologna, quando Francesco deve partire per il servizio di leva: quindici mesi da allievo ufficiale dell’esercito tra Lecce, Cesano di Roma e Trieste. Al ritorno non se la sente di riprendere un’attività ritenuta precaria e decide di isciversi nuovamente all’Università, che aveva già frequentato più o meno a tempo perso prima della naja. Non arriverà mai alla laurea (dal 1970 gli manca solo la tesi), ma tramite un professore che lo prende a benvolere per la sua conoscenza della letteratura americana – vecchia passione parallela a quella per i fumetti – ottiene una cattedra di lingua italiana al Dickinson College di Bologna: un mese all’anno, ogni settembre. La occuperà dal 1965 al 1985, a mo’ di break per una carriera musicale che, a dispetto della ritrosia, diventerà sempre più prioritaria.

Credevo proprio che la professione di orchestrale non mi si addicesse, ero certo che prima o poi la pacchia sarebbe terminata, e pur con qualche rimpianto approfittai del militare per chiudere con il gruppo; più avanti rifiutai anche un invito a unirmi all’Equipe 84. La musica rimaneva però fondamentale: componevo molto, e siccome questa era una qualità abbastanza rara, sia l’Equipe che i Nomadi mi chiedevano di cedergli le mie canzoni o di scriverne appositamente. Sui loro dischi non erano neppure firmate da me perché non ero iscritto alla SIAE: per Auschwitz mi sono dovuto rivolgere al tribunale e attendere trent’anni perché la sua effettiva paternità fosse ufficializzata. Fu Dodo Veroli, uno dei primi con cui avevo suonato, che intanto era passato a occuparsi degli arrangiamenti dei Nomadi, a farmi avere il contratto discografico dalla EMI, quando si chiamava ancora La voce del padrone”.

Sono numerosi i brani di Guccini che tra il 1965 e il 1967 appaiono in dischi altrui, soprattutto dei Nomadi (Per fare un uomo, Noi non ci saremo, la celeberrima Dio è morto…), dell’Equipe 84 (Auschwitz, L’antisociale) e di Caterina Caselli (Cima Vallona). Del Nostro sono inoltre le traduzioni in italiano di alcune hit straniere quali Bang Bang (Equipe 84), Hey Joe (Martò), Mrs. Robinson (Royals) e Che farò (Memphis), mentre quella a lui attribuita di Death Of A Clown di Dave Davies – Un figlio dei fiori non pensa al domani, proposta dai soliti Nomadi – non è opera sua (“Era di un ragazzo di Modena che non era ancora segnato alla SIAE e mi chiese il favore, visto che io avevo nel frattempo sostenuto l’esame”). Frutto di questo momento di grande eclettismo è anche il testo della Salomone pirata pacioccone di Sonia e le Sorelle, pregevole esempio di scheletro nell’armadio. Uno dei pochi, comunque.

Le primissime cose che ho composto erano canzonette: del resto a Modena lo spirito era rock’n’roll, mentre a Bologna si respirava un’aria più intellettuale, più impegnata. Ho scoperto la scuola francese e anche certi italiani del giro anarchico o dell’etichetta Dischi del Sole… Gente come Fausto Amodei, Michele Straniero, Sergio Liberovici, tutti maestri di canzoni politiche ma non prive di ironia. Poi nella mia vita è entrato Dylan, grazie a Victor che mi regalò una copia di The Freewheelin’: se un pezzo come Ti ricordi quei giorni, rimasto inedito finché non l’ho recuperato in Quasi come Dumas, riflette il periodo “francese”, Auschwitz e Noi non ci saremo sono figlie dei primi ascolti di Bob Dylan. Dio è morto è stato il mio primo grande successo: nacque dalla copertina di una rivista americana, mi sembra Time, che riferendosi ai nuovi filosofi titolava con enfasi “God is dead”, e dal Ginsberg de “Ho visto le menti migliori della mia generazione”. Nel circuito bolognese piacque subito ma l’Equipe non la volle, un po’ perché la consideravano troppo “forte” per la loro immagine e un po’ perché ritenevano che come autore fossi già finito. I Nomadi, invece, la presero immediatamente. La canto ancora, anche se con un altro spirito: quando l’ho scritta, nel 1965 o nel 1966, c’erano il desiderio di cambiare e la speranza che il domani riservasse un miglioramento. Era un’idea ingenua, che rispecchiava però il pensiero di noi venti/venticinquenni. Fu buffo: al Vaticano la lodarono per il messaggio positivo e fu persino trasmessa alla radio, mentre la RAI la censurò ritenendola oltraggiosa”.

L’esordio discografico del Francesco Guccini cantautore e non soltanto autore avviene nel 1967 con Folk Beat n.1. Realizzato con l’aiuto di Dodo Veroli e pubblicato a nome Francesco, il 33 giri ottiene riscontri minimi, forse perché – pur contenendo le già note Auschwitz e Noi non ci saremo – è tutt’altro che una classica antologia di singoli (“Secondo me, concetto che per l’Italia di quei giorni era rivoluzionario, un album doveva servire a presentare il mondo artistico, l’idea generale di chi lo aveva concepito”). L’idea, nel caso specifico, non è solo quella del “folk” e del “beat” – peraltro presenti in modo evidentissimo a livello ispirativo – ma quella di una forma di comunicazione di più ampio respiro sviluppatasi nel giro bolognese di ritrovi come l’Osteria dei Poeti e la Grondaia (“Per noi le ‘canzoni da cabaret’ erano tanto quelle con i contenuti quanto quelle satiriche poi raccolte in Opera buffa”). C’è quindi spazio, al fianco dei due suddetti classici e di altri momenti profondi quali In morte di S.F. (conosciuta dai più come Canzone per un’amica), la splendida La ballata degli annegati e il solenne inno pacifista L’atomica cinese, anche per brani fortemente ironici come Il 3 dicembre del ’39, L’antisociale e Il sociale; più il divertente Talkin’ Milano, improvvisazione a due chitarre, due voci e due lingue con l’amico americano Alan Cooper. In ogni caso, un debutto promettente (solo Statale 17 e Venerdì santo abbassano un po’ la media qualitativa della scaletta), dove il canto di Guccini suona ancora un po’ esile. E povero di tonalità gravi rimane nel raro 45 giri edito nel 1968 con le prime versioni – mai ristampate – di Un altro giorno è andato e Il bello: un pezzo serio e uno faceto, a confermare la dicotomia non conflittuale di cui sopra.

Nettamente più orientato verso il “classico” folk beat tra l’enfatico e il malinconico (unica deviazione la conclusiva Al trést, in dialetto pavanese), e impreziosito dalla chitarra di Deborah Kopperman (americana esperta di folk a Bologna per motivi di studio), è invece Due anni dopo, uscito nel 1970. Ne fanno parte parecchi episodi di notevole intensità, alcuni già interpretati dai Nomadi (Ophelia, Giorno d’estate, Per quando è tardi), tra i quali spiccano la politica Primavera di Praga (“Ero rapidissimo nello scrivere, e quasi ogni importante avvenimento di attualità mi suggeriva una canzone. All’epoca non passava giorno senza che prendessi la chitarra in mano e scrivessi qualcosa, mentre ora posso stare anche settimane senza toccarla”) e le più leggere Lui e lei (edita anche come singolo assieme alla title track) e Vedi cara. Checché ne dica il Nostro, peraltro consapevole che “i pezzi migliori derivano di rado da situazioni allegre”, l’atmosfera generale tende abbastanza al cupo, come rimarcato dalla misticheggiante L’albero ed io, da L’ubriaco e da Il compleanno, tanto deprimente da sembrare frutto della penna di Claudio Lolli.

Pensavo che dopo Folk Beat n.1 nessuno avrebbe voluto farmi incidere un altro disco, e invece… Io non avevo le idee molto chiare al proposito e chiamai Giorgio Vacchi, un mio amico maestro di musica di Bologna, per darmi una mano con gli arrangiamenti e con i turnisti. Poi seppi che Dodo Veroli ci era rimasto male… La verità è che il mio approccio era talmente naïf che per superficialità non avevo minimamente pensato a chiamarlo. Anche rispetto a Due anni dopo non avevo alcuna aspirazione, lo feci più che altro per un puro piacere personale: la EMI me lo aveva chiesto e io avevo le canzoni già pronte, perché mai avrei dovuto astenermi?

Solo pochi mesi separano Due anni dopo da L’isola non trovata, inciso nell’autunno del 1970, ma la distanza di spessore artistico è enorme.

Lo considero l’album della mia maturità. Vacchi, benché preparato, non era molto esperto di “pop”, e poi Due anni dopo risentiva dei miei trascorsi… Prendi Per quando è tardi, così francesizzante… Visto l’insuccesso, continuavo a pensare di non avere un vero futuro nella musica, e dunque fui sorpreso e lusingato del fatto che il nuovo direttore artistico della EMI, Giampiero Scussel, mi chiamò per farmi sapere che credeva nelle mie potenzialità e voleva che registrassi al più presto un altro disco. Mi chiese se fossi disposto ad affidarmi all’arrangiatore Vince Tempera, che avevo incontrato e con il quale mi trovavo in sintonia, e quest’ultimo portò con sé Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, il bassista e il batterista che sono ancora oggi al mio fianco. La squadra fu completata da Pier Farri, che si era staccato dall’Equipe 84: nonostante tutti gli ottimi auspici mi sentivo un po’ perso e quindi gli chiesi di seguirmi come supervisore/produttore, e lui accettò con entusiasmo”.

Ricco di riferimenti letterari – i più espliciti, rivelati nelle note, Gozzano per la title track e Salinger per l’altrettanto evocativa La collina – e caratterizzato da grandi varietà e freschezza di suoni e temi, L’isola non trovata ribadisce l’originario assetto folk-beat, ma lo fa in modo policromo e scintillante. Rimangono anche impresse L’orizzonte di K.D., ispirata da un viaggio negli Stati Uniti compiuto assieme alla fidanzata americana Eloise (la travagliata relazione, ovviamente finita male, sarà raccontata nella magnifica 100, Pennsylvania Ave., inclusa in Amerigo), e la maestosa Asia, intrisa di aromi esotici, senza nulla voler togliere all’ombrosa Il frate, alla ripresa di Un altro giorno è andato e alla non meno frizzante Canzone di notte, alle più atipiche Il tema e L’uomo. Francesco Guccini assapora così i primi veri consensi nei panni del cantautore, e sebbene ancora refrattario alle esibizioni dal vivo e alla televisione (“Sono di base un montanaro, non amo il clamore né mettermi in mostra. E poi allora non mi sentivo granché a mio agio, solo con la mia chitarra e con la gente che mi fissava. I primi veri concerti li ho fatti solo a metà anni ’70, ed è stato solo allora che ho preso coscienza della realtà che la mia occupazione era la musica”), alle quali si presta con parsimonia, comincia concretamente ad acquisire quello status di “personaggio di culto” che ancora oggi, a dispetto dei trionfi anche commerciali, lo accompagna.

Chi mi segue vede questo atteggiamento in maniera positiva; magari il rifiuto per la tv, dovuto a una mia naturale ripulsa, mi fa vedere da alcuni come una persona eccentrica, ma non ha importanza. Sono felice di mantenere le distanze dall’ambiente musicale, così come mi sento un privilegiato a poter gestire il mio tempo in assoluta libertà decidendo da me cosa fare e quando farlo. Ad esempio, non mi impegno mai in tour convenzionali: giro parecchio, ma i ritmi sono molto dilatati. E inoltre non suono praticamente mai d’estate, preferisco ritirarmi nella mia montagna, a Pàvana”.

Chiude un ciclo, L’isola non trovata. Non è dovuto solo ai mutati costumi del mondo discografico il fatto che in copertina, a partire dall’album successivo, a Francesco sarà finalmente aggiunto il cognome.
(da Mucchio Extra n.3 dell’Inverno 2002)

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Satelliti vs Yardbirds

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.18
È sempre Gian Pieretti (vedi “Adattamenti n.17”) l’autore del testo di Finirà, versione italiana di uno dei brani più famosi degli Yardbirds (firmato, però, da Graham Gouldman), For Your Love. A realizzarla, per un 45 giri uscito per la Jaguar nel 1965, furono i toscani Satelliti (o, meglio, i Satelliti di Ricky Gianco, vista la loro attività parallela come backing band del popolare pioniere del rock in Italia), gli stessi che nel 1966 avrebbero pubblicato La vita è come un giorno (ovvero Catch The Wind di Donovan, con testo di Pieretti). Il pezzo, fedele al modello, si può ascoltare qui.

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Gian Pieretti vs Donovan

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.17
Dante Luca Pieretti, per tutti Gian Pieretti, è una delle figure più interessanti del rock italiano degli anni ’60 (ma ha fatto belle cose anche dopo), con una storia avventurosa che meriterebbe di essere raccontata nel dettaglio; stavo per farlo, anni fa, per il Mucchio, e mi ero anche messo in contatto con lui per intervistarlo, ma poi successe qualcosa che non ricordo – probabilmente, qualche divergenza con l’Illuminata Direzione sul numero di pagine da assegnare al pezzo – e l’idea venne purtroppo accantonata. Per un periodo, Pieretti è stato una sorta di alter ego nostrano di Donovan, del quale non a caso volle realizzare l’adattamento in italiano della celeberrima Catch The Wind. Una prima versione del brano, intitolato La vita è come un giorno, venne pubblicata dai Satelliti – con alcune piccole modifiche del testo – come retro di un loro 45 giri del 1966. Quella di Pieretti uscì invece l’anno dopo nel suo primo LP Se vuoi un consiglio, marchiato dalla Vedette; la si può ascoltare qui.

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Pecore Nere vs Troggs

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.16
Wild Thing è la più famosa canzone degli inglesi Troggs (che però era stata scritta dall’americano Chip Taylor) e, no, anche se c’è chi lo crede, in italiano il suo titolo non significa “Pensare selvaggio”. Fu un successo planetario di vastissime proporzioni e ovviamente ne furono realizzate cover in italiano. Questa della band romana Le Pecore Nere si intitola Torna e fu inserita nell’unico LP del quartetto, Il nostro punto di vista, uscito per la RCA nel 1967. Il testo è firmato da Ermanno Parazzini e il brano si può ascoltare qui.

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