Articoli con tag: rock italiano

Innominati vs Doors

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.
Serie “adattamenti”, n.2
Per questa seconda puntata ho scelto qualcosa di ugualmente spiazzante, ma in modo diverso rispetto alla prima: Light My Fire dei Doors trasfigurata in Prendi un fiammifero da Gli Innominati, un’oscura band bitt milanese. A quanto pare, il gruppo pubblicò un unico 45 giri con il brano in questione come lato A e un originale intitolato St. James Blues sul retro, uscito con il marchio Magic Sound nel 1967 (quando all’estero qualche pezzo funzionava non si poteva perdere tempo: gli adattamenti erano approntati in tempo quasi reale) e dotato di una copertina che immortala i ragazzi con un look più o meno doorsiano. La musica di Prendi un fiammifero è ricalcata piuttosto fedelmente – è solo un po’ più esile – su quella dell’originale portato al grandissimo successo da Jim Morrison e compagni, mentre il testo di Vito Pallavicini – un paroliere all’epoca molto attivo e famoso – è… non so bene cosa dire, sono a corto di aggettivi; diciamo che il senso del modello è lo stesso, ma il modo in cui il concetto è stato reso fa decisamente ridere (“Prendi un fiammifero e poi / dai ancora fuoco all’amor”… sul serio?) e l’esecuzione del cantante non aiuta, ecco. Il pezzo si può ascoltare qui.

Adattamenti n.1: Michele vs Presley

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Michele vs Presley

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.
Serie “adattamenti”, n.1
In The Ghetto la conoscono tutti. Scritta da Mac Davis e interpretata da Elvis Presley, fu nel 1969 una grande hit internazionale. Parla di un ragazzo nato e cresciuto in una zona malfamata di Chicago che dopo una vita di criminalità rimane ucciso; come si evince dalla conclusione, la triste morale è che se la tua esistenza si svolge in contesti di un certo tipo non hai speranze: sei condannato a finir male. Qui il testo completo.

As the snow flies
On a cold and gray Chicago mornin’
A poor little baby child is born
In the ghetto
And his mama cries
‘cause if there’s one thing that she don’t need
it’s another hungry mouth to feed
In the ghetto
People, don’t you understand
the child needs a helping hand
or he’ll grow to be an angry young man some day
Take a look at you and me,
are we too blind to see,
do we simply turn our heads
and look the other way
Well the world turns
and a hungry little boy with a runny nose
plays in the street as the cold wind blows
In the ghetto
And his hunger burns
so he starts to roam the streets at night
and he learns how to steal
and he learns how to fight
In the ghetto
Then one night in desperation
a young man breaks away
He buys a gun, steals a car,
tries to run, but he don’t get far
And his mama cries
As a crowd gathers ‘round an angry young man
face down on the street with a gun in his hand
In the ghetto
As her young man dies,
on a cold and gray Chicago mornin’,
another little baby child is born
In the ghetto

Come molto spesso accadeva con i successi stranieri, ne venne approntato un adattamento nella nostra lingua. A occuparsene fu un paroliere di grido come Sergio Bardotti, autore e cantautore celebratissimo anche nei decenni seguenti, che elaborò una traduzione piuttosto fedele nella quale spiccava un’unica, vistosa differenza: il ritornello “in the ghetto” divenne “era negro”. Una scelta strana perché nell’originale non c’erano riferimenti alla pelle del protagonista, scelta dovuta probabilmente all’idea che qui alla periferia dell’impero si aveva dei ghetti delle metropoli americane; a scanso di equivoci va precisato che all’epoca il termine “negro” non era offensivo (nulla a che vedere con il “nigger” degli anglofoni, insomma), ma si usava normalmente – è in un’infinità di altri brani – per definire le persone di colore (tant’è che il titolo fu proprio Negro). Si poteva tranquillamente utilizzare qualcosa tipo “lì nel ghetto”, come metrica sarebbe stato perfetto, ma vai a capire. A inciderla fu Michele (Maisano), cantante di buona popolarità anche fuori dai nostri confini, che la pubblicò come retro del 45 giri Valzer delle candele e nel suo album Ritratto di un cantante, entrambi usciti per la Ri-Fi rispettivamente nel 1969 e nel 1970. Ascoltata oggi risulta parecchio straniante, ma è anche un curioso spaccato dell’Italia di mezzo secolo fa, quando un pezzo così – che oggi sarebbe censurato in quanto discriminatorio e razzista – non era invece minimamente considerato tale e veniva trasmesso senza problemi dalla RAI.
Qui si può ascoltare il brano (molto simile al modello anche nelle musiche, e molto bene interpretato), mentre qui sotto c’è il testo.

Nevicava
nella fredda notte di New York
venne al mondo un’altro figlio 
un figlio in più
era negro
E sua madre
lo baciava 
ma piangeva
perché 
era solo un’altra bocca 
una fame in più
era negro
Cercate di capire
un bimbo che non ha niente
quando sarà più grande 
cosa avrà?
soltanto il desiderio
di avere tante cose
tante cose che la vita 
a lui non darà mai
e si perderà
Ed un piccolo ragazzo 
comincia già
a dare pugni agli amici
che 
sono negri
Ora è grande
e di notte a casa non va più
ed impara a rubare 
ed impara a scappare
perché è negro
E una notte disperata
prende una pistola
ruba un’auto per fuggire
ma lontano non ci va: 
lo uccidono

E sua madre piange
e la gente intorno 
si scopre il capo davanti a lui
sono negri
C’è la neve 
nella casa
lì davanti gridano
viene al mondo un’altro figlio in più
ed è negro… ed è negro…

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Watcher Of The Trees

Magari a qualcuno la cosa sembrerà sciocca, ma di norma le riviste musicali recensiscono solo dischi appena usciti o comunque recenti; se per qualsivoglia ragione un tal lavoro non viene trattato in tempo più o meno reale, di solito si fa finta di nulla e per occuparsi della band o solista che l’ha realizzato – se lo merita, ovvio – si attende una nuova prova. Con Fireflies In The Wood, esordio autoprodotto del progetto Watcher Of The Trees, è andata esattamente così: pubblicato (in CD e digitale) in totale silenzio alla fine del 2017, è stato proposto alla stampa quando il 2019 era più che inoltrato, con inevitabile rifiuto di scriverne. Dura lex, sed lex.
Un blog ha però altre regole, e dato che l’album non mi era affatto dispiaciuto avevo promesso al Guardiano degli Alberi – cioè Dario Marconcini, musicista trentino in circolazione da oltre trent’anni – che prima o poi lo avrei “recuperato”. Ci ho impiegato un po’, ma finalmente eccomi qui a dire che Fireflies In The Wood è un concept legato alla natura e in particolare agli alberi, filo conduttore – pure nei titoli – dei dodici brani divisi in quattro sezioni contraddistinte da colori diversi, che si susseguono per una durata totale di quasi settanta minuti. Quanti conoscessero Dario per le sue esperienze come tastierista/cantante degli Electric Shields e cantante/chitarrista dei Moonshiners non troverà comunque tracce – se si eccettua qualche lontana e sporadica eco “roots” – del garage punk (e poi folk-rock) dei primi o del sound irlandese dei secondi. Watcher Of The Trees è infatti votato a una musica morbida, avvolgente ed evocativa inquadrabile nell’area del progressive-folk, ora più eterea e bucolica, ora più energica e visionaria, corredata di testi (in inglese) in piena sintonia con le atmosfere create da trame strumentali ricche ma non ridondanti; più che con i gruppi storici degli ultimi Sixties e dei primi ’70, queste ballate mostrano affinità con la “scuola” della Kscope di Steven Wilson, anche per via degli accenni filo-psichedelici e di un mood crepuscolare che, assieme a alcune sfumature malinconiche, rimanda a certa new wave. L’ispirazione c’è e le belle suggestioni sono garantite, mentre l’accuratezza dell’artwork e del package è un’ulteriore attestato della professionalità è dell’amore dei quali Fireflies In The Wood è figlio. (watcherofthetrees.com)

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Memorabilia (8)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Lo so, sotto il profilo tecnico la foto lascia assai a desiderare, ma le rifrazioni creano problemi e non sono attrezzato per risolverli. E poi l’importante è che si capisca, no? Allora, l’oggetto in questione è una lente di ingrandimento regalata a solo scopo promozionale assieme a Elettromacumba, il primo album dei Litfiba con Gianluigi “Cabo” Cavallo al posto di Piero Pelù; non ho idea di quante ne siano state diffuse, non credo più di qualche decina, ma l’oggetto in sé è carino. La lente – di quelle che si poggiano su ciò che si vuole ingrandire, facendole poi scorrere sul piano – ha all’interno un foglietto delle dimensioni esatte di un compact (al posto del quale andrebbe idealmente collocato il CD di Elettromacumba), e il tutto è contenuto in una scatolina di cartone nero sulla quale è stato applicato un adesivo promozionale dello stesso disco (e dentro, almeno nella mia copia, ci sono altri due adesivi identici).

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.
Memorabilia 4: L’accendino Zippo dei Litfiba.
Memorabilia 5: Il “mobile” dei Sonic Youth.
Memorabilia 6: Il whisky dei Calibro 35.
Memorabilia 7: I testi rilegati dei Sisters Of Mercy.

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Enrico 50

Pochi giorni dopo quella di “Lella”, mi sono trovato – in questo caso, però, da semplice spettatore – a prender parte a un’altra celebrazione per un mezzo secolo, sempre legata alla canzone d’autore. A essere festeggiato per l’importante traguardo era il collega e amico che vedete con me nella foto scattata da Alberto Marchetti, Enrico de Angelis, uno che con la canzone d’autore ha un legame a dir poco speciale visto che fu proprio lui, il 13 dicembre del 1969, a usare per la prima volta la poi adottatissima definizione; nella bella serata dello scorso venerdì – il 13 dicembre, appunto – al Teatro Eduardo De Filippo dell’Officina Pier Paolo Pasolini di Roma si sono spente idealmente le cinquanta candeline per la carriera giornalistica di Enrico (avviata sulle pagine de L’Arena, il quotidiano di Verona) e per la “codifica”, chiamiamola così, della canzone d’autore. Mica bruscolini, insomma.
Il buon de Angelis non ama fare lo spaccone e dunque mai nella vita avrebbe organizzato uno happening per omaggiare se stesso. Non senza riluttanza, si è però fatto trascinare dall’entusiasmo di due note operatrici culturali, Daniela Esposito ed Elsabetta Malantrucco, che l’hanno attirato nell’Urbe senza fornire troppi particolari su quello che sarebbe accaduto. La folta audience, composta per lo più da addetti ai lavori (non solo romani), ha così assistito a un concerto-evento presentato da un altro Enrico, De Regibus, che ha visto sfilare sul palco Têtes de Bois, Raffaella Misiti e Alessandra Casale, Piji, Pino Pavone e Peppe Fonte, Pino Marino, Tosca, Lucilla Galeazzi e Carlo Valente alle prese con brani propri e riletture di classici di Luigi Tenco, Léo Ferré, Piero Ciampi, Giorgio Gaber, Fabrizio De André, Ivano Fossati, Sergio Endrigo, Lucio Dalla, Jacques Brel, Bruno Lauzi, Paolo Conte, Franco Battiato, Francesco De Gregori e Domenico Modugno. Tutto è stato molto intenso e toccante – senza nulla voler togliere agli altri, quale più quale meno veterani del giro, vorrei segnalare la notevole performance dell’unico artista che conoscevo solo di nome, il ventinovenne Carlo Valente: bravissimo (nomen omen, no?) – e il tempo è letteralmente volato. Durante le esibizioni e alla fine si respirava un’aria di sincera, contagiosa gioia, probabilmente perché tutti gli intervenuti prova(va)no per Enrico – che tra le altre cose, doveroso ricordarlo, è stato per decenni Direttore Artistico del Club Tenco – affetto e stima autentici; rosiconi e gente brutta sono per fortuna rimasti a casa e pure questa è una vittoria.
Grazie a tutti, allora. A cominciare dal festeggiato, per quello che finora ha fatto e quello che continuerà a fare per la Canzone con la C maiuscola.

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