Articoli con tag: rock italiano

Radiodervish (2002-2018)

Per la prima volta in cinque anni è mezzo è capitato che una mia recensione per Blow Up sia rimasta fuori dal giornale per due mesi di fila, e risalendo il disco all’inizio dell’estate direi che non è il caso di pubblicarla più avanti. Dato che dei Radiodervish non avevo finora (ri)proposto nulla, mi pare allora sensato recuperarla qui sul blog, assieme alle altre due sulla band barese che avevo scritto sul Mucchio ormai un bel po’ di anni fa.

Centro del mundo
(Il Manifesto)
Il disco qui preso vanta il marchio de Il Manifesto, a garanzia di un impegno che non è solo artistico ma anche sociale e/o politico, e l’indole alla rivisitazione in chiave personale e (più o meno) moderna di sonorità di area etno-folk. Nel caso di Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, noti collettivamente come Radiodervish, le “radici” sono quelle della cultura araba e mediterranea, metabolizzate e interpretate alla luce di una creatività dove la ricerca di atmosfere esotiche non punta a suscitare superficiale stupore ma è invece parte integrante di un processo intimo, legato a filo doppio alla spiritualità ma non per questo disgiunto dalle cose terrene. Continua a leggere

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Rock (non in) italiano

Dopo quelle relative al Rock (in) italiano 1955-2000 e 2001-2010, rispettivamente di 100 e 50 titoli, mancava da recuperare solo una delle liste apparse sul Mucchio Extra di album rock fondamentali realizzati nel paese che sembra una scarpa: questa, uscita nel n.38 dell’estate 2012, con 50 album del periodo 1980-2010 cantati (del tutto o in prevalenza) in una lingua diversa dall’italiano e in qualche caso non cantati affatto. Mi assumo ogni responsabilità della scelta e ricordo che i titoli sono stati divisi in tre categorie di importanza – “i primi dieci” sono irrinunciabili, “gli altri quindici” essenziali, “gli ultimi venticinque” comunque di grande rilevanza/bellezza – e che prima di inviare commenti poco sensati sarebbe il caso di leggere introduzione e istruzioni per l’uso.
Introduzione
Nei suoi undici anni e mezzo di storia, questa è la terza volta che Extra dedica uno dei suoi ormai famosi elenchi di album fondamentali al rock nazionale. La prima fu nel lontanissimo n.8, con i “100” cantati in italiano dagli albori al 2000, e la seconda nello scorso numero, con i “50” (ancora nella lingua di Dante) del periodo 2001-2010. Per chiudere il discorso, quindi, mancava solo una lista che prendesse in esame quanto accaduto dalle nostre parti nell’ambito del rock – termine da intendere, come sempre, in un’accezione ampia ed elastica – corredato da testi in inglese, o anche (in massima parte) strumentale. Probabilmente qualcuno penserà che stiamo raschiando il fondo del barile e che l’argomento non meritava un simile risalto, ma concedeteci di vederla in altro modo: benché questo rock abbia avuto in parecchie circostanze rilevanza assai relativa anche all’interno dei patri confini, la sua qualità – almeno per quanto concerne gli artisti qui selezionati e qualche altra decina che abbiamo dovuto dolorosamente omettere – è tutt’altro che trascurabile. Senza dimenticare che alcuni di essi (nemmeno tanto pochi, a ben vedere…) sono riusciti ad affacciarsi all’estero con discreti consensi di culto e in una manciata di casi persino di massa, a conferma della teoria che, in contesti “di nicchia” e nonostante le difficoltà legate all’operare alla periferia dell’Impero, possiamo giocarcela ad armi (più o meno) pari con chiunque. Certo, il pur ricco panorama alternative autoctono non ha mai generato gruppi o solisti in grado di ottenere un successo autentico e duraturo a livello planetario, analogo per dimensioni a quello di – per citare altri “provinciali” – Kraftwerk, Mano Negra/Manu Chao, Sigur Rós, dEUS o Motorpsycho (e non si tirino in ballo gli Eiffel 65, che al di là dello spessore discutibile sono stati solo una pur luminosa meteora), ma di ciò bisogna incolpare i soliti preconcetti degli anglo-americani verso il nostro rock e il ruolo più che secondario dell’Italia nella scacchiera del music-business mondiale, con conseguente, scarso peso delle nostre etichette e agenzie di promozione. I “numeri” del nostro mercato, per dischi e concerti, sono così poco significativi che già si incontrano seri problemi di “importazione”, perché molti si interrogano se valga la pena di darsi da fare per ottenere risultati che hanno ottime probabilità di rivelarsi risibili… figuriamoci quanto possiamo venire calcolati nel momento in cui proviamo a esportare.
Chiarito che il tema era interessante, restava solo da stabilirne il raggio d’azione, da delimitare il lasso temporale su cui focalizzarci… e dato che negli anni ‘50 e ‘60, per il pop/rock tricolore, l’inglese era una specie di idioma alieno, e che nei Settanta era usato in modo assai limitato, la selezione dei “50” è stata effettuata negli abbondanti tre decenni che vanno dal 1980 – che potremmo definire come l’Anno Zero del “nuovo rock”, quello nato sulla scia del punk e della new wave – fino a oggi. Un periodo decisamente lungo in cui l’inglese ha goduto di fortune alterne, ora preferito a causa della maggiore adattabilità alle strutture musicali (e, va detto, perché permette di nascondere con più facilità le eventuali carenze poetiche/contenutistiche dei testi), ora non preso in considerazione – o accantonato dopo un po’: accade piuttosto di frequente – a vantaggio di una comunicazione più chiara e immediata. Addirittura ci sono stati momenti in cui le due “scuole di pensiero” erano in aperto conflitto, con relative schiere contrapposte di sostenitori e detrattori che accusavano di resa al demone del “commerciale” o di mistificazioni da poseur. Analizzando un po’ la storia, per buona parte degli anni ‘80 gli artisti rock consacrati all’inglese hanno sopravanzato nel numero quelli dediti all’italiano. Con la sola eccezione dei Krisma nessuno di loro è riuscito ad alzare la testa fuori dal circuito underground, in patria così come altrove, ma alcuni hanno almeno raccolto concreti riscontri su scala extranazionale in settori specifici: Raw Power e Cheetah Chrome Motherfuckers nell’hardcore, Pankow e Kirlian Camera nel post-punk, Sick Rose e Not Moving nel multiforme panorama neo-Sixties. Scenario un po’ diverso nel decennio seguente, con la superiorità quantitativa di un rock in italiano capace di imporsi anche nelle classifiche ufficiali e un ricco panorama sotterraneo di anglofili occasionalmente saliti alla ribalta al di là delle Alpi e/o dell’Atlantico: il caso più eclatante è quello degli Uzeda, noisers catanesi invitati da John Peel negli studi della BBC e messi sotto contratto dalla Touch & Go di Chicago. Situazione simile nell’ultima dozzina d’anni, benché con la sostanziale differenza che il vertiginoso aumento delle proposte e i vantaggi nell’instaurare e mantenere contatti offerti da Internet hanno moltiplicato le opportunità di pubblicare dischi e suonare dal vivo in tutto il mondo (o quasi): più che eloquenti gli accordi siglati con etichette straniere non proprio di secondo piano da band come Linea 77 (Earache), Jennifer Gentle (Sup Pop), Zu (Ipecac), Larsen (Young God), A Classic Education (Lefse), Ufomammut (Neurot), Port Royal (Resonant), Calibro 35 (Nublu), My Cat Is An Alien (Ecstatic Peace, Atavistic) e Lacuna Coil (Century Media). Un’esclation mai verificatasi in precedenza (e questa è solo la punta dell’iceberg!) che ha avuto tra i suoi più graditi, clamorosi effetti collaterali la copertina concessa dal mensile britannico The Wire ai My Cat Is An Alien o il successo di vendite, negli Stati Uniti e non solo, dei Lacuna Coil; le collaborazioni di musicisti stranieri e label europee e americane con i talenti di casa nostra, comunque, sono ormai all’ordine del giorno e non stupiscono più. Stupiscono sempre, invece, gli ostacoli incontrati in Italia da chi sceglie l’inglese: si pensi a Elisa, praticamente costretta a “convertirsi” nonostante la positiva risposta del mercato autoctono ai suoi primi album, o ai bravissimi …A Toys Orchestra, la cui pur buona visibilità non rende (ancora?) giustizia al loro notevole valore.
Non resta molto altro da aggiungere, tranne che se avessimo deciso di partire dai ‘70 e non dal 1980 saremmo stati piacevolmente costretti a inserire (ma non chiedeteci al posto di chi…) An Escape From A Box dei Circus 2000 (Ri-fi, 1972), What Me Worry? degli Electric Frankenstein (Cramps, 1975), Suàn di Armando Piazza (Black Beautiful Butterfly, 1972), Profondo rosso dei Goblin (Cinevox, 1975) e The Trip dei Trip (RCA, 1970), mentre se non avessimo escluso a prescindere i mini-LP – formato parecchio popolare negli anni ‘80 – ci saremmo dovuti impegnare per trovar posto almeno a Lazare dei Minox (Lacerba, 1986), Ash Grove Primroses dei Leanan Sidhe (Spittle, 1986), On The Other Side Of The Tracks (High Rise, 1990), l’omonimo dei Peter Sellers & The Hollywood Party (Toast, 1987) e No Given Path dei Weimar Gesang (Supporti Fonografici, 1986); e infine, se avessimo contemplato i dischi con più titolari, non avremmo potuto non infilare in qualche modo The Great Complotto – Pordenone (Italian, 1981). Comportandoci come invece abbiamo fatto ci siamo risparmiati un sacco di rogne, ma non per questo confidiamo di aver scongiurato il pericolo di ricevere le abituali critiche per questa o quell’assenza. Serenamente, le attendiamo.

Istruzioni per l’uso
Alla trentottesima lista di album a nostro avviso fondamentali potrebbe magari non esserci più bisogno delle “istruzioni per l’uso” generiche, ma dato che c’è sempre il rischio – meglio: la speranza – che per qualcuno questo sia il primo Extra in assoluto, eccoci a spiegare che i cinquanta dischi commentati nelle prossime pagine, suddivisi in tre settori/fasce di importanza decrescente, vorrebbero fungere da (ampia) introduzione a uno specifico ambito musicale: nel caso in oggetto, il rock italiano non cantato in italiano o prevalentemente strumentale. Tutti i dischi scelti sono stati pubblicati dal 1980 in poi (il perché non ci sia nulla di più vecchio è illustrato nell’articolo introduttivo) e tutti rientrano in un concetto piuttosto ampio di “rock” che esclude tanto il pop e la dance più disimpegnati quanto le cosiddette radici (folk, blues, country…), il metal, il progressive e le avanguardie più estreme; una selezione forse più limitata del solito in termini stilistici ma che certo non difetta di eclettismo. Organizzarla non è stato semplice ma alla fine riteniamo di aver fatto un buon lavoro, privilegiando in linea di massima gli artisti ormai storicizzati e/o con alle spalle una lunga carriera e lasciando fuori quelli, pur promettenti, saliti al proscenio solo da poco. Fatti salvi i nomi imprescindibili per qualità e notorietà, come di consueto si è cercato di concedere spazio al maggior numero di tendenze possibile: anche per questo motivo non sono state concesse deroghe al principio “un solo album per ciascuna band o solista”. Specifichiamo inoltre che non abbiamo preso in considerazione live, album disponibili solo in download, antologie e compilation.
Inevitabilmente, qualcuno osserverà che alcuni dei titoli qui presentati contengono anche brani in italiano, ma essi costituiscono evidentemente più o meno sporadiche eccezioni in repertori indirizzati in altro modo; per par condicio, quindi, abbiamo voluto omettere le pur valide prove in inglese di Carmen Consoli o Cristina Donà, mentre per quanto riguarda gli Afterhours abbiamo preferito il During Christine’s Sleep realizzato quando Manuel Agnelli e compagni adottavano soltanto testi in inglese al Ballad For Little Hyaenas che nella loro recente produzione è null’altro che una bella anomalia. Spiace, infine, avere cassato gente di spessore quali Cut, Mojomatics, Intellectuals, Fabrizio Cammarata & The Second Grace, Sleeves, Extrema, Kim Squad & Dinah Shore Zeekapers, Three Second Kiss, Knot Toulose, Technogod, The Niro, Father Murphy, Franlin Delano e tanti altri, ma non c’erano alternative: avevamo solo cinquanta caselle da riempire e l’aritmetica, purtroppo, non brilla per flessibilità.

I primi 10
Boohoos – Moonshiner
Calibro 35 – Ritornano quelli di…
Gaznevada – Sick Soundtrack
Giardini di Mirò – Dividing Opionions
Julie’s Haircut – After Dark My Sweet
Not Moving – Sinnermen
Pankow – Freiheit für die Sklaven
Sick Rose – Faces
Uzeda – Different Section Wires
Zu – Carboniferous

Gli altri 15
Allison Run – God Was Completely Deaf
Beatrice Antolini – A due
…A Toys Orchestra – Technicolor Dreams
Carnival Of Fools – Towards The Lighted Town
Gang – Barricada Rumble Beat
Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo – Disconoir
Jennifer Gentle – Valende
Samuel Katarro – The Halfduck Mystery
Kirlian Camera – Pictures Of Eternity
Krisma – Cathode Mamma
Neon – Rituals
Raw Power – Screams From The Gutter
Rocking Chairs – Freedom Rain
Steeplejack – Pow Wow
Yuppie Flu – Days Before The Day

Gli ultimi 25
A Classic Education – Call It Blazing
Afterhours – During Christine’s Sleep
Aucan – Black Rainbow
Bingo – Close Up
Birdmen Of Alkatraz – From The Birdcage
Brutopop – La teoria del frigo vuoto
Casino Royale – Jungle Jubilee
Cheap Wine – Crime Stories
Cheetah Chrome Motherfuckers – Into The Void
Confusional Quartet – Confusional Quartet
Disco Drive – Things To Do Today
Elisa – Asile’s World
Eversor – September
Fasten Belt – No Escape From Acid Hysteria
Guano Padano – 2
Howth Castle – Rust Of Keys
Lacuna Coil – Comalies
Larsen – Rever
Linea 77 – Ketchup Suicide
Magic Potion – Misplaced In Your Perfect World
My Cat Is An Alien – Mort aux vaches
One Dimensional Man – You Kill Me
Port Royal – Afraid To Dance
Ufomammut – Idolum
Zen Circus – Villa Inferno

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Bluvertigo (1995-2001)

Il mio rapporto con i Bluvertigo non è stato proprio sereno, mai avuto difficoltà ad ammetterlo. Eppure, ne ho recensito in tempo reale tutti gli album, cosa assai bizzarra per me che raramente torno a occuparmi di un artista dopo avere espresso la mia non-approvazione per lui. Dopo tanti anni mi fa comunque piacere accorgermi di come, a parte quella dell’esordio (non dico “condizionata” ma di sicuro un po’ “guidata” dall’antipatia istintiva per una band che sembrava finta), nei miei scritti avessi sempre evidenziato i pregi e non solo i difetti – secondo me, certo – della band. Band che secondo me avrebbe avuto i mezzi per fare ben di più, qualitativamente parlando, di ciò che ha fatto. Per chi volesse approfondire, c’è qui un’intervista che considero tra le più riuscite delle mie, mentre qui mi occupo dei primi lavori solistici di Morgan; per chi si accontenta, ecco il poker di recensioni.

Acidi e basi
(Le Cave)
Strano gruppo, i monzesi Bluvertigo, nel senso che non si capisce bene da dove vengano e dove vogliano andare. L’unico dato certo è che il loro album d’esordio oscilla tra rock tendenzialmente “estremista” (filone, diciamo, Primus) e pop in italiano, rivelandosí nel complesso personale ma lamentando carenze in termini di cattiveria (soprattutto nel cantato, spesso alla Scialpi) e incisività compositiva. Continua a leggere

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Morgan (2003-2005)

Sono passati quindici anni (e qualche mese) da quando Marco “Morgan” Castoldi debuttò da solista, e tredici (e sempre qualche mese) da quando pubblicò il suo secondo album; in mezzo, una colonna sonora. Scrissi di entrambi in tempo reale e con piacere, perché al di là della mia non facile relazione con i Bluvertigo (qui un’intervista illuminante, del 1998) ho sempre considerato il musicista milanese un artista globalmente interessante. Ripropongo adesso le mie recensioni dei dischi di cui sopra: alla prima, piuttosto lunga, diedi un titolo scherzoso come “Me, Myself And I”, mentre per l’altra fui più conciso e dunque il titolo non serviva. Con il tempo ho imparato ad apprezzare un po’ di più Canzoni dell’appartamento, mentre l’operazione di Non al denaro, non all’amore né al cielo continua a sembrarmi pretestuosa.

Canzoni dell’appartamento
(Columbia)
È con tutta probabilità destinata a suscitare reazioni di segni anche diametralmente opposti, questa prima uscita di Marco “Morgan” Castoldi al di fuori dell’ombrello Bluvertigo. Succede (quasi) sempre, con i dischi che con coraggio provano a battere strade diverse dal consueto e che per di più sono firmati da artisti controversi, di quelli che si amano o si detestano ma che eludono ogni eventuale tentativo di ignorarli: si può anche provare a far finta che non esistano, ma ecco che ce li si ritrova in TV, in libreria, nelle note dell’ultimo CD di chissà chi e persino nelle cronache rosa, con le loro facce da schiaffi, il loro egocentrismo e la loro ostentata impertinenza. Continua a leggere

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Julie’s Haircut (1998-2004)

Sul finire degli anni ’90 mi innamorai di una band italiana esordiente/emergente, composta da ragazzi pieni di entusiasmo che probabilmente mai avrebbero previsto per la loro creatura una vita così lunga. Sì, perché i Julie’s Haircut sono ancora in circolazione, benché con un organico e soprattutto un sound diverso da quello – peraltro in costante evoluzione – dei primi anni di attività. In occasione dell’uscita, avvenuta il 9 settembre, di Karlsruhe/Fountain, 12”EP in vinile tirato in trecento copie e disponibile solo presso il sito del gruppo, ho pensato di recuperare quanto scrissi sull’ensemble tra il 1999 e il 2004: le recensioni dei primi tre album, di due 45 giri, di altrettanti EP e di un concerto. Qui sul blog avevo già recuperato un’intervista del 1999, mentre nel 2013, in uno dei miei primi pezzi su fanpage.it, mi ero concentrato sul sesto album Ashram Equinox; in uno degli ultimi, invece, ho analizzato a grandi linee tutta la carriera fino all’ultimo album (il settimo) Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin. Il fatto che dei Julie’s non mi occupi più assiduamente come un tempo non significa che mi siano caduti dal cuore; è solo che spesso le cose succedono e basta, senza un autentico perché.

I’m In Love With Someone
Older Than Me
(Gamma Pop)
Non conosco personalmente i Julie’s Haircut, quartetto originario di Sassuolo appena approdato all’esordio discografico con il 7 pollici I’m In Love With Someone Older Than Me, ma mi sono fatto l’idea che siano ragazzi simpatici; l’intervista di quattro pagine addietro la dice già lunga, ma ad eliminare ogni residuo dubbio provvede la scritta apposta sul retro-copertina di questo dischetto (“Fuck digital! Do it on vinyl!”, cioé “Affanculo il digitale! Fatelo su vinile!”) e il breve frammento conclusivo di assoluto caos denominato “G.G. Allin Was Innocent” (per capire il quale è necessario sapere chi è G.G. Allin: una cosa che, mi rincresce, non è possibile spiegare in questa sede). Facezie a parte, il gruppo emiliano dimostra notevoli capacità musicali sia in I’m In Love With Someone Older Than Me, sia in Perfect Country Disaster, due canzoni pop-noise tra il ruvido e il melodico che oscillano tra Pavement e Sonic Youth evidenziando una buona dose di fantasia ed una salutare, obliqua imprevedibilità; c’è vita, genuinità e ispirazione, nei Julie’s Haircut, e sarebbe errato sottovalutarli solo a causa dell’evidenza dei riferimenti: per tagliare la testa al toro serve solo un bell’album, ovviamente a 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.337 del 2 febbraio 1999

Fever In The Funk House
(Gamma Pop)
È davvero facile, soprattutto se si è naturalmente in sintonia con gli umori più istintivi di quella strana cosa – sempre uguale e sempre diversa – denominata rock’n’roll, innamorarsi dei Julie’s Haircut. Soprattutto ora che, dopo un discreto quantitivo di pur saporitissimi ma troppo sbrigativi assaggi, il quartetto emiliano ha finalmente deciso di presentarsi nello splendore di un album che rappresenta – sono parole del gruppo “il coronamento di cinque anni di impegno nella decostruzione della musica pop, un atto d’amore per il suono che accompagna la nostra esistenza”. Continua a leggere

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Ancona, 14/9/18

Ieri ho preso parte a “La mia generazione”, il festival multiculturale voluto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona e legato all’eccellente album con lo stesso titolo pubblicato l’anno scorso da Mauro Ermanno Giovanardi. Per problemi pratico-logistici si è purtroppo trattato di un “toccata e fuga”, nel senso che la mia presenza in loco è stata di appena quattro ore, che sono però state sufficienti ad apprezzare l’impegno e la qualità del lavoro del team organizzativo. Lo so che scritta così sembra la solita immonda marchetta, ma non temo smentite; e poi il festival prosegue oggi e domani, per cui se non mi credete andate a toccare con mano. La location scelta per il tutto, ovvero la Mole Vanvitelliana, è bella da togliere il fiato, con il suo ampio cortile centrale (lì è stato innalzato il palco per i concerti), le sue stanze usate per gli eventi “di contorno” che poi di contorno non sono, il suo complesso di corridoi e scale; notevolmente suggestivo, e sebbene la struttura – in origine un lazzaretto “polivalente” – non abbia nemmeno trecento anni, l’impressione di trovarsi in un castello ben più antico, con annesso fascino, è palpabile.
Il viaggio in auto è stato lungo e un po’ faticoso, specie al ritorno a Roma (non ho più vent’anni, la stanchezza la sento…), ma ne è valsa la pena. Per la stupenda mostra in tema “Italia anni ‘90” del Maestro Guido Harari, con foto enormi e vivissime esposte in una grande sala nella quale è stato allestito un mercatino del disco che non ho voluto approfondire (nel senso che, una volta capito “a naso” che non ne sarei uscito a mani vuote, sono scappato), per gli incontri con vari vecchi e cari amici/colleghi (impossibile non menzionare Luca De Gennaro, che in un’area limitrofa ha proposto un DJ set, e Luca Valtorta, coinvolto in un paio di convegni) e, naturalmente, per il dibattito pubblico che mi ha visto come co-protagonista, incentrato su considerazioni a posteriori e ricordi su quell’irripetibile stagione della musica nazionale. Al tavolo, davanti a una platea folta e – direi – interessata/divertita, l’operatore culturale “multitasking” Carlo Chicco, attivissimo a Bari, che ha rivolto domande al direttore artistico del festival Mauro Ermanno Giovanardi, a quel monumento vivente alla discografia “illuminata” che ha nome Stefano Senardi e a Cristina Donà e Vittoria Burattini, che evito di presentare perché suppongo siano ben note a chi frequenta queste mie pagine virtuali. La chiacchierata si sarebbe potuta protrarre assai più a lungo ma si è detto comunque tanto e lo si è fatto in modo pirotecnico, per cui ottimo così. Mi fa infine piacere ricordare i Sambene, band locale che mi ha omaggiato del suo CD Sentieri partigiani – Tra Marche e memoria, con brani di grande pathos all’insegna di un (combat)folk rarefatto e avvolgente che si avvalgono dell’efficace uso di voci femminile e maschile; a ulteriore garanzia della bontà del progetto, la produzione artistica di Michele Gazich e la presenza come ospite di Marino Severini dei Gang.
Qui il programma completo. Grazie, Ancona.

Carlo Chicco, Mauro Ermanno Giovanardi, uno che passava di là, Stefano Senardi. Nella foto in alto (di Guido Harari), anche Cristina Donà e Vittoria Burattini.

 

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Rock (in) italiano (2001-2010)

Dopo aver pubblicato la mia lista dei 100 album del rock (in) italiano 1955-2000, in tanti mi hanno scritto per chiedermi “E le cose più recenti?”. Ecco quindi un’altra lista nuda e cruda, sempre apparsa su Extra (nel n.37, per la precisione) dei cinquanta album del decennio seguente, che compilai con l’assistenza di Elena Raugei; una terza non esiste e al momento non so se esisterà mai, per cui è inutile che me la domandiate… al massimo vi accontenterete di quella del rock italiano ma non cantato in italiano, dagli albori al 2010, che più avanti proporrò. L’elenco dei titoli, divisi in “primi dieci”, “altri quindici” e “ultimi venticinque” è in fondo al post, a seguire le istruzioni per l’uso e l’introduzione che mi piacerebbe leggeste prima di inviarmi qualsiasi commento “inappropriato”.

Istruzioni per l’uso
Come al solito, anche per tentare di scongiurare il rischio delle mille proteste che comunque giungeranno, occorre spiegare i criteri che hanno guidato la selezione di questi cinquanta album in un panorama di uscite papabili che ne comprendeva svariate migliaia. Innanzitutto, si è deciso di rappresentare ogni band o solista con un solo disco, allo scopo di salvaguardare l’esigenza di documentare nel modo più ampio possibile la quantità e la diversità delle “voci”: non è stato facile, soprattutto per alcuni nomi, ma crediamo che alla fine il titolo scelto sia il più idoneo a cogliere il valore e la specificità degli artisti. Artisti che, meglio chiarirlo, hanno tutti avviato la loro attività discografica dagli anni ‘80 in poi (con Nada come unica giustificatissima eccezione); sarà forse arbitrario e pretestuoso, ma abbiamo ritenuto più sensato puntare gli spot su qualche giovane in più invece di concedere spazio a “veterani” – Fossati, Battiato o De Gregori, per limitarsi ai più illustri – anche se magari hanno confezionato prove all’altezza della loro fama. E ai lettori fedeli che, a questo punto, si staranno domandando quanto l’elenco dei “cento“ di rock (in) italiano degli anni ‘60-‘90 edito nel giurassico n.8 abbia influito la cernita di questi “cinquanta”, forniamo una risposta secca e incontrovertibile: nemmeno un po’. Se nelle pagine seguenti troverete Afterhours, Carmen Consoli, Massimo Volume o Vinicio Capossela – i nomi in comune fra le due liste non arrivano a dieci – è perché sono stati determinanti nel periodo compreso fra il 2001 e il 2010; poco ha pesato, per rimanere agli esempi di cui sopra, il glorioso passato di quei ‘90 che li hanno visti salire alla ribalta, e molto il fatto che si siano evoluti, se non addirittura reinventati, con esiti quasi (?) altrettanto efficaci. Continua a leggere

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Biglietto per l’Inferno (1974)

Claudio Canali è stato il frontman dell’organico storico del Biglietto per l’Inferno, una delle formazioni-cardine del progressive italiano; un paio di giorni fa, a sessantasei anni, è morto nel convento toscano dove da anni risiedeva. Nel giro, il fatto che il cantante di una band chiamata così e tra l’altro autore di testi molto critici nei confronti della religione avesse deciso di diventare frate eremita ha spesso suscitato ilarità nel giro degli appassionati, ma la singolare scelta è figlia di questioni personali sulle quali – al di là del proprio pensiero nei confronti della Fede – non mi pare il caso di fare dell’ironia, specie in questo momento. Per ricordare Fra’ Claudio recupero allora questa scheda del primo, album del Biglietto per l’Inferno, tratta da un lungo pezzo sui dischi essenziali del progressive italiano uscito nel 2014 al quale ho largamente contribuito. È un disco bello, particolare e interessante, che vale senza dubbio la pena di conoscere.
Biglietto per l’Inferno
(Trident)
Al di là di un 45 giri, dei due CD postumi e della reunion (molto) parziale e comunque di diverso orientamento stilistico, il cuore della carriera di questo giovane sestetto originario dell’area di Lecco è nei trentasei minuti dell’album in oggetto, lontano dalle classiche morbidezze del filone romantico/sinfonico e, al contrario, contraddistinto da marcati accenti hard e dai toni per lo più cupi e inquietanti dell’organo e del moog. A rendere il tutto più suggestivo, i testi di Claudio Canali, che esprimono disagio sociale e giudizi ben poco accondiscendenti nei confronti della religione e del clero: un anelito di spiritualità che sarebbe stato appagato quando nel 1990 il cantante – che suonava anche, e con grande efficacia, il flauto – avrebbe preso i voti come frate eremita.
Apprezzato dalla critica ma poco fortunato sotto il profilo commerciale, Biglietto per l’Inferno allinea cinque pezzi ben congegnati sul piano della scrittura e non particolarmente appesantiti negli arrangiamenti. Se Una strana regina, proposta come singolo, vive di sonorità pacate che rimandano a certo beat psichedelico dei tardi ‘60 (fa eccezione il più grintoso segmento centrale), il resto della scaletta non fa che alternare trame ruvide e compatte a momenti più eterei e melodici. Una scelta di campo, quella dei cambi di ritmo e di atmosfere, che rende la formula del gruppo imprevedibile e intrigante tanto in Ansia e Il nevare quanto nei capolavori Confessione e L’amico suicida, che superano rispettivamente i sei e i quattordici minuti. Forte dei ruggiti della Gibson Les Paul di Marco Mainetti, degli incisivi fraseggi tastieristici dei due Giuseppe (Banfi e Cossa) e della voce duttile di Canali, senza dimenticare il valore aggiunto degli interventi del flauto e il dinamismo del basso di Fausto Brachini e della batteria di Mauro Gnecchi, il debutto della band lombarda è una delle testimonianze più ispirate e “ruspanti” del nostro progressive. Lo stesso non si può dire del valido ma più addomesticato Il tempo della semina, inciso un anno dopo con la produzione di Eugenio Finardi ma diffuso sul mercato solo nel 1992.
Tratto da Blow Up n.190 del marzo 2014

(chi fosse interessato all’intero articolo può acquistare l’arretrato qui)

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Le Luci della Centrale Elettrica (2017)

Ho già recuperato mio materiale d’epoca relativo a Le Luci della Centrale Elettrica, nome d’arte scelto da Vasco Brondi per il suo progetto cantautorale: la recensione del primo album e un’intervista realizzata poco prima dell’uscita del secondo. Non essendomi purtroppo occupato del terzo album, estraggo dall’archivio quanto scrissi quasi un anno e mezzo fa a proposito del quarto, non scendendo più di tanto nello specifico ma approfittandone per dichiarare una volta in più il mio sincero apprezzamento per l’artista di Ferrara, che – lo ammetto senza alcun problema – mi trovo a riascoltare piuttosto spesso.

Terra
(Cara Catastrofe)
Nove anni esatti fa, con Canzoni da spiaggia deturpata, Vasco Brondi alias Le Luci della Centrale Elettrica entrava con pieno merito nella storia della musica italiana, nello specifico in quell’ambito a mezza strada fra il rock e la canzone d’autore. Non sembri un’affermazione esagerata: al di là dell’approccio istintivo, spigoloso e inusuale, quel disco d’esordio ha segnato nel profondo la scena nazionale cosiddetta alternativa, assurgendo al rango di modello – stilistico e ideale – per un’infinità di nuovi aspiranti protagonisti e divenendo, di fatto, identificativo di una generazione. Il percorso seguente, comunque in buona parte condizionato dal desiderio di fedeltà alla formula e dalla difficoltà di partorire lavori altrettanto dirompenti e cruciali, si è poi rivelato più valido di come si potesse a ragione temere, con dischi apprezzabili quali Per ora noi la chiameremo felicità e Costellazioni; adesso, con il quarto capitolo della saga, appare ormai chiaro che con il trentatreenne ferrarese si dovrà continuare a fare i conti. Per fortuna, almeno a parere del sottoscritto.
I dieci episodi di Terra fotografano al meglio la poetica matura di Brondi. Sul piano strutturale, manca per forza di cose – non è novità – l’urgenza abrasiva del debutto, ma la ricchezza di riferimenti (talvolta di sapore esotico) e di “colori” garantiscono maggiore eclettismo e godibilità, a dispetto di un canto infonfondibile dove le declamazioni mai troppo enfatiche si stemperano efficacemente in trame più modulate; il tutto rimane però al servizio di testi atipici ma coinvolgenti a livello di visioni surreali, concetti di spessore dichiarati senza ricorrere agli slogan, calembour e (moderato) citazionismo. Una gran bella sintesi, ispirata e personale oltre che dotata di capacità ipnotico-suggestive delle quali è facile innamorarsi.
Tratto da AudioReview n.386 dell’aprile 2017

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Rock (in) italiano (1955-2000)

Per il n.8 del mio “Mucchio Extra”, pubblicato alla fine del 2002, curai una delle nostre famose liste di album fondamentali dedicata al rock cantato in italiano dagli albori al 2000. Stilai un elenco di massima, lo sottoposi per commenti e consigli a vari membri dello staff (per la cronaca: Fabio Massimo Arati, Alessandro Besselva Averame, Luca Bonavia, Carlo Bordone, Eddy Cilìa, Aurelio Pasini, Elena Raugei e John Vignola) e quindi presi le mie decisioni, organizzando quello definitivo; scrissi infine parte delle schede di approfondimento e assegnai le altre ai membri dello staff di cui sopra. Sedici anni dopo non mi trovo proprio totalmente d’accordo con il me stesso di allora, ma va sempre così e comunque la lista mi sembra ancora, nel complesso, valida. La ripropongo allora nuda e cruda, senza le schede (i link sono ad altri miei post sull’argomento), invitandovi però, nel caso vogliate esprimere pareri, a leggere le “istruzioni per l’uso” e l’introduzione… anche se so bene che lo farete in pochi, perché la frenesia di dire la propria, ancor più se si tratta di criticare, azzera il buon senso di cercare prima di capire le ragioni altrui.
Istruzioni per l’uso
Come in casi analoghi, eccoci a enunciare, precisare e ribadire in modo schematico le regole di questo (serissimo) gioco che abbiamo voluto intraprendere, con l’obiettivo di fornire un valido strumento – una specie di bussola, insomma – a quanti volessero affrontare i flutti impetuosi del rock (in) italiano per poi rientrare in porto con 100 album che consideriamo, come da titolo, fondamentali: il che, come già detto, non significa necessariamente “i più belli” ma “i più significativi” nell’ottica della rappresentatività che dovrebbe ormai essere ben chiara. Rock, quindi, in senso molto lato, con finestre socchiuse o spalancate su generi a esso limitrofi (dal cantautorato, imprescindibile nel contesto italiano, al pop di spessore fino al folk e al rap; niente jazz, invece, né avanguardie troppo svincolate dalla forma canzone, pop becero, musiche tradizionali), con un solo elemento in comune: i testi in italiano, o al limite in dialetto, se non al 100% almeno in schiacciante maggioranza. Continua a leggere

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Santa Sangre (1997-2004)

Per chi non c’era o non ricorda, i Santa Sangre erano i compagni di Mauro Ermanno Giovanardi negli indimenticati Carnival Of Fools. Hanno pubblicato due album e quello di debutto vinse vent’anni esatti fa il primo “Premio Fuori dal Mucchio” del MEI, riservato appunto alle opere d’esordio. In tempo reale ho ovviamente scritto di entrambi e mi sembra cosa ottima e giustissima riproporre le recensioni in questo mio ormai immenso archivio.
Ogni città avrà il tuo nome
(CPI)
Bisognerebbe essere proprio in malafede per negare che il rock italiano di provenienza indipendente stia attraversando un momento davvero favorevole: sia in ottica commerciale, come sottolineato dai successi di classifica ottenuti da molti artisti ormai ex underground (CSI, Carmen Consoli, Modena City Ramblers, Casino Royale, Marlene Kuntz…), sia sotto il profilo delle varietà e della validità delle proposte emergenti, spesso perfettamente in grado di competere ad armi pari con quelle già “istituzionalizzate”. Continua a leggere

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Pippo Pollina (1997-2001)

Quando nel 1998 Pippo Pollina provò per la prima volta a farsi seriamente strada nel mercato italiano, aveva alle spalle già sei album realizzati all’estero, soprattutto a beneficio delle platee svizzera e tedesca. All’epoca fui uno dei suoi più convinti sostenitori, come provato dalle recensioni e dalle interviste qui riproposte, salvo poi lasciare il testimone ad altri; non perché Pollina non mi piacesse/interessasse più, ma perché non amo ripetere in continuazione gli stessi concetti e perché, in generale, non amo il ruolo di “unico” testimonial di un artista. Sono tornato a occuparmi di lui nel 2007 per un CD/DVD dal vivo (le mie parole sono qui in fondo, come “bonus track”). In questi giorni in cui di Pippo si sta parlando un po’ perché gratificato di attenzioni da parte del Club Tenco, recupero con piacere le mie considerazioni apparse su carta.

Il giorno del falco
(Sound Service)
Una storia particolare, quella di Pippo Pollina: prime esperienze musicali nella natia Palermo, dove nel 1979 è uno dei fondatori degli Agricantus, poi il trasferimento a Zurigo e l’avvio di una carriera di cantautore finora concretizzatasi in sei album accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico di lingua tedesca (ben 200.000 copie vendute); infine, il desiderio di conquistare popolarità anche in patria, che quest’ultimo CD sta tentando, grazie all’appoggio della Sony, di tradurre in realtà. Continua a leggere

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Tribute band?

Chi mi conosce lo sa bene: il mio atteggiamento nei confronti delle cosiddette tribute band è, gentile eufemismo, piuttosto critico. Capita molto di rado che vada a vederne (se a qualcuno interessa, qui c’è il mio unico – credo – scritto sull’argomento: si parla dei Musical Box) e in generale le ritengo interessanti solo dal punto di vista antropologico, diciamo così.
Tempo fa Massimiliano Barulli ha voluto intervistarmi per la sua tesi di laurea in etnomusicologia focalizzata proprio su questo tema. Più avanti mi ha ricontattato per qualche precisazione/chiarimento e adesso quella tesi, in versione riveduta e corretta, è divenuta il libro “L’arte di imitare”, sottotitolo “Il fenomeno delle tribute band in Italia”, appena edito da Arcana (160 pagine, prezzo € 15,00). Al di là dei miei contributi inseriti nel testo, ritengo che si tratti di un saggio meritevole di attenzione e mi fa quindi piacere segnalarlo.

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Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003 Continua a leggere

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Santo Niente

Contando solo quelli principali, nella loro frammentaria carriera i Santo Niente di Umberto Palazzo hanno pubblicato tre album e due “mini”. Ho avuto il piacere di recensire ben quattro di questi cinque dischi (unico escluso, l’esordio “La vita è facile” del 1995), ed è con altrettanto piacere che adesso recupero qui l’intero blocco.

‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I
(CPI)
Abilmente prodotto da Giorgio Canali e registrato in presa diretta allo scopo di privilegiare istinto ed energia, ‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I è un album potente e sofferto, scosso da ruvidi sussulti elettrici – singolare che in apertura di solchi sia stato collocato proprio Junkie, una rarefatta litania acustica – ed edificato su strutture chitarristiche e vocali per lo più cupe e malsane. “Abbiamo preso la canzone italiana, abbiamo tolto il superfluo, il melenso e l’orrido e quel poco che è rimasto lo abbiamo montato su un solido telaio metallico”: questa, in breve, la genesi dello stile della band bolognese nell’opinione per forza di cose autorevole di Umberto Palazzo e compagni. E noi, convinti più dai suoni che non dalle parole, annuiamo, ribadendo a chiare lettere l’assoluta bontà della formula e della sua applicazione pratica: episodi come È aria, già presente in altra veste nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, come i non meno aggressivi Elettricità e Fiction o come Divora (splendida!), Pornostar, la title track e Angelo nero – schizofrenici e suggestivi nel loro avvicendarsi di armonie eteree e deliranti esplosioni di crudezza e rabbia – dicono infatti di un raro talento nel fondere assieme elementi già noti (dal grunge “rumorista” di importazione statunitense al rock “d’autore” di Afterhours e Marlene Kuntz) in un apparato sonoro forse non rivoluzionario ma senza dubbio carismatico. Sarà magari difficile che possiate ascoltarli alle radio non “alternative” – in fondo, come da comunicato-stampa, si tratta di “un disco pop (nel senso di Iggy)” – ma se li sparerete a massimo volume (ooops!) sul vostro impianto casalingo, le proteste dei vicini vi convinceranno definitivamente della validità dell’acquisto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.247 del 4 marzo 1997 Continua a leggere

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Lalli (1998-2007)

C’è da un paio di mesi in circolazione un nuovo e particolare album di Lalli cointestato a Stefano Risso, Un tempo, appena, del quale ho scritto su “Blow Up”. Un’ottima occasione per recuperare dall’archivio tutte le mie recensioni dei vecchi dischi e assemblare un post che fa inevitabilmente coppia con quello dedicato alla produzione 1998-2006 di Stefano Giaccone. Per chi volesse approfondire, di Lalli avevo già riproposto un’intervista, che si può leggere qui.

Tempo di vento
(Il Manifesto)
A un mese esatto dal debutto in proprio di Stefano Giaccone, per una (nemmeno tanto) strana coincidenza temporale ci troviamo ora ad occuparci di Tempo di vento, l’esordio di quella Lalli che di Stefano è stata alter ego e compagna di viaggio in numerose e più o meno lunghe avventure, dagli storici Franti a loro filiazioni quali Environs, Orsi Lucille e Howth Castle: un’opera ancora una volta di straordinaria intensità, che pur evidenziando decise analogie “concettuali” (e anche sonore) con quella di Giaccone possiede di sicuro un diverso respiro melodico, per via di una scrittura più orientata verso la forma-canzone (naturalmente senza traccia di pop) così come per l’impronta vocale – profonda e nel contempo lieve – della bravissima autrice e chanteuse. Continua a leggere

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Stefano Giaccone (1998-2006)

Torinese nato a Los Angeles, classe 1959, Stefano Giaccone è un autentico eroe underground, come dimostrano le tante storie di musica da lui messe in fila, a partire da quella cruciale dei Franti. È del 1998 l’avvio della sua attività (più o meno) da solista ed è proprio questa che voglio qui celebrare recuperando le mie recensioni pubblicate dal 1998 al 2006, che se non erro dovrebbero coprire tutti i dischi usciti fino ad allora. In seguito, Stefano ha arricchito la sua produzione con altri titoli dei quali non mi sono però occupato; direi però che la mia parte l’ho fatta, no?

Corpi sparsi
(On/Off)
Corpi sparsi è documento integrale dell’omonimo spettacolo che il sassofonista, bassista e cantante Stefano Giaccone (Franti, Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Banda di Tirofisso, Kina) e il tastierista Claudio Villiot hanno proposto tra il 1995 e il 1997 nei teatri di svariate città d’Italia. Elaborato nella forma di un atto unico di cinquanta minuti, l’album è una brillante, atipica incursione nei meandri di un suono visionario ma non allucinato, dove i riferimenti anche espliciti al jazz colto, alle tradizioni popolari e a certa avanguardia sono sublimati in un insieme sonoro di straordinaria intensità: merito delle musiche, così fluide e vive a dispetto delle loro strutture non proprio lineari, e merito dei testi, splendidi sia quando la nuda recitazione non è forse alla loro altezza in termini di forza suggestiva e sia nei (pochi) momenti in cui Giaccone li distende in abbozzi più o meno enfatici di canto (la Dove degli Ishi, Casina sola). Album spesso e imponente, lirico fino a stordire l’anima e nel contempo intriso di contenuti poeticamente “antagonisti”, Corpi sparsi ha bisogno solo di un ascolto attento per rivelarsi in tutta la sua esuberante espressività: magari un po’ cupa, magari a tratti inquietante e magari di rado immediata, ma sempre in grado di rivelare i colori sgargianti che si celano sotto la coltre di grigio che sembra avvolgerla.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.290 del 27 gennaio 1998

Le stesse cose ritornano
(On/Off)
Stefano Giaccone è da oltre quindici anni figura di spicco dell’underground autoctono, ma per ragioni che non ci siamo preoccupati di approfondire questo suo Le stesse cose ritornano – atteso, vero esordio solista dell’ex Franti, Environs, Howth Castle, Kina, Orsi Lucille, Ishi e quant’altro – è uscito a nome Tony Buddenbrook e sotto l’egida della stessa On/Off che già marchiò il Corpi sparsi firmato assieme a Claudio Villiot; quest’ultimo dato ci fa sapere che purtroppo non si è chiuso, come da noi invece apertamente auspicato, l’accordo con il Consorzio Produttori Indipendenti, che aveva mostrato interesse a pubblicare il CD nella collana “Taccuini” e quindi a garantirgli una promozione e una distribuzione adeguate al suo spessore artistico. Continua a leggere

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Here (Teho Teardo nel ’98)

Un’esperienza che è rimasta purtroppo senza seguito, questa organizzata esattamente vent’anni fa da Mauro Teho Teardo, ma ciò non significa certo che meriti di essere rimossa dalla memoria. A me illo tempore piacque tantissimo, al punto che finì persino nella mia playlist personale del 1998.

Brooklyn Bank
(Sonica)
Dopo Meathead e Matera, Mauro Teho Teardo estrae dal suo magico cappello un altro progetto di grandissimo interesse, allestito e portato avanti assieme a un musicista che, come lui, ha dedicato buona parte della sua ormai lunga attività alle contaminazioni tra musica “convenzionale” ed elettronica: Jim Filer Coleman dei Cop Shoot Cop, ensemble tra i più rivoluzionari e brillanti della scena newyorkese dei ‘90. E proprio nella Big Apple, per di più con il prezioso contributo di svariati illustri ospiti (i più presenti: Carolyn “Honeychild” Coleman e Lydia Lunch alle voci, il bassista degli Swans Bill Bronson e il batterista dei Barkmarket Rock Savage) sono stati registrati quasi tutti gli episodi di questo Brooklyn Bank, che accostano in uno splendido amalgama armonie celestiali e atmosfere cupe e inquietanti, strutture ipnotiche di sapore drum’n’bass e delicati fraseggi di pianoforte e violoncello, assalti cerebrali e aggressioni fisiche, suggestioni anni ‘80 e immagini del terzo millennio, parole sussurrate e campionamenti.
Sostenuto da ritmi quasi mai incalzanti e comunque dotato di un’aggressività che si manifesta (a tratti) solo a livello subliminale, l’esordio degli Here abbatte efficacissimamente ogni barriera di genere, imponendosi con la perfezione formale e il carisma di dodici canzoni avvolgenti e visionarie (Cello, Pain, Coatless e Scava, quest’ultima con liriche in italiano, alcune delle più significative): mutatis mutandis, matrimoni così riusciti tra umanità e tecnologia non venivano celebrati dai giorni ormai lontani dei primi Tuxedomoon.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.321 del 30 settembre 1998

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