Articoli con tag: rock italiano

Rock (in) italiano (1955-2000)

Per il n.8 del mio “Mucchio Extra”, pubblicato alla fine del 2002, curai una delle nostre famose liste di album fondamentali dedicata al rock cantato in italiano dagli albori al 2000. Stilai un elenco di massima, lo sottoposi per commenti e consigli a vari membri dello staff (per la cronaca: Fabio Massimo Arati, Alessandro Besselva Averame, Luca Bonavia, Carlo Bordone, Eddy Cilìa, Aurelio Pasini, Elena Raugei e John Vignola) e quindi presi le mie decisioni, organizzando quello definitivo; scrissi infine parte delle schede di approfondimento e assegnai le altre ai membri dello staff di cui sopra. Sedici anni dopo non mi trovo proprio totalmente d’accordo con il me stesso di allora, ma va sempre così e comunque la lista mi sembra ancora, nel complesso, valida. La ripropongo allora nuda e cruda, senza le schede (i link sono ad altri miei post sull’argomento), invitandovi però, nel caso vogliate esprimere pareri, a leggere le “istruzioni per l’uso” e l’introduzione… anche se so bene che lo farete in pochi, perché la frenesia di dire la propria, ancor più se si tratta di criticare, azzera il buon senso di cercare prima di capire le ragioni altrui.
Istruzioni per l’uso
Come in casi analoghi, eccoci a enunciare, precisare e ribadire in modo schematico le regole di questo (serissimo) gioco che abbiamo voluto intraprendere, con l’obiettivo di fornire un valido strumento – una specie di bussola, insomma – a quanti volessero affrontare i flutti impetuosi del rock (in) italiano per poi rientrare in porto con 100 album che consideriamo, come da titolo, fondamentali: il che, come già detto, non significa necessariamente “i più belli” ma “i più significativi” nell’ottica della rappresentatività che dovrebbe ormai essere ben chiara. Rock, quindi, in senso molto lato, con finestre socchiuse o spalancate su generi a esso limitrofi (dal cantautorato, imprescindibile nel contesto italiano, al pop di spessore fino al folk e al rap; niente jazz, invece, né avanguardie troppo svincolate dalla forma canzone, pop becero, musiche tradizionali), con un solo elemento in comune: i testi in italiano, o al limite in dialetto, se non al 100% almeno in schiacciante maggioranza. Continua a leggere

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Santa Sangre

Per chi non c’era o non ricorda, i Santa Sangre erano i compagni di Mauro Ermanno Giovanardi negli indimenticati Carnival Of Fools. Hanno pubblicato due album e quello di debutto vinse vent’anni esatti fa il primo “Premio Fuori dal Mucchio” del MEI, riservato appunto alle opere d’esordio. In tempo reale ho ovviamente scritto di entrambi e mi sembra cosa ottima e giustissima riproporre le recensioni in questo mio ormai immenso archivio.
Ogni città avrà il tuo nome
(CPI)
Bisognerebbe essere proprio in malafede per negare che il rock italiano di provenienza indipendente stia attraversando un momento davvero favorevole: sia in ottica commerciale, come sottolineato dai successi di classifica ottenuti da molti artisti ormai ex underground (CSI, Carmen Consoli, Modena City Ramblers, Casino Royale, Marlene Kuntz…), sia sotto il profilo delle varietà e della validità delle proposte emergenti, spesso perfettamente in grado di competere ad armi pari con quelle già “istituzionalizzate”. Continua a leggere

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Pippo Pollina (1997-2001)

Quando nel 1998 Pippo Pollina provò per la prima volta a farsi seriamente strada nel mercato italiano, aveva alle spalle già sei album realizzati all’estero, soprattutto a beneficio delle platee svizzera e tedesca. All’epoca fui uno dei suoi più convinti sostenitori, come provato dalle recensioni e dalle interviste qui riproposte, salvo poi lasciare il testimone ad altri; non perché Pollina non mi piacesse/interessasse più, ma perché non amo ripetere in continuazione gli stessi concetti e perché, in generale, non amo il ruolo di “unico” testimonial di un artista. Sono tornato a occuparmi di lui nel 2007 per un CD/DVD dal vivo (le mie parole sono qui in fondo, come “bonus track”). In questi giorni in cui di Pippo si sta parlando un po’ perché gratificato di attenzioni da parte del Club Tenco, recupero con piacere le mie considerazioni apparse su carta.

Il giorno del falco
(Sound Service)
Una storia particolare, quella di Pippo Pollina: prime esperienze musicali nella natia Palermo, dove nel 1979 è uno dei fondatori degli Agricantus, poi il trasferimento a Zurigo e l’avvio di una carriera di cantautore finora concretizzatasi in sei album accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico di lingua tedesca (ben 200.000 copie vendute); infine, il desiderio di conquistare popolarità anche in patria, che quest’ultimo CD sta tentando, grazie all’appoggio della Sony, di tradurre in realtà. Continua a leggere

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Tribute band?

Chi mi conosce lo sa bene: il mio atteggiamento nei confronti delle cosiddette tribute band è, gentile eufemismo, piuttosto critico. Capita molto di rado che vada a vederne (se a qualcuno interessa, qui c’è il mio unico – credo – scritto sull’argomento: si parla dei Musical Box) e in generale le ritengo interessanti solo dal punto di vista antropologico, diciamo così.
Tempo fa Massimiliano Barulli ha voluto intervistarmi per la sua tesi di laurea in etnomusicologia focalizzata proprio su questo tema. Più avanti mi ha ricontattato per qualche precisazione/chiarimento e adesso quella tesi, in versione riveduta e corretta, è divenuta il libro “L’arte di imitare”, sottotitolo “Il fenomeno delle tribute band in Italia”, appena edito da Arcana (160 pagine, prezzo € 15,00). Al di là dei miei contributi inseriti nel testo, ritengo che si tratti di un saggio meritevole di attenzione e mi fa quindi piacere segnalarlo.

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Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003 Continua a leggere

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Santo Niente

Contando solo quelli principali, nella loro frammentaria carriera i Santo Niente di Umberto Palazzo hanno pubblicato tre album e due “mini”. Ho avuto il piacere di recensire ben quattro di questi cinque dischi (unico escluso, l’esordio “La vita è facile” del 1995), ed è con altrettanto piacere che adesso recupero qui l’intero blocco.

‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I
(CPI)
Abilmente prodotto da Giorgio Canali e registrato in presa diretta allo scopo di privilegiare istinto ed energia, ‘Sei Na Ru Mo ‘No Wa ‘Na I è un album potente e sofferto, scosso da ruvidi sussulti elettrici – singolare che in apertura di solchi sia stato collocato proprio Junkie, una rarefatta litania acustica – ed edificato su strutture chitarristiche e vocali per lo più cupe e malsane. “Abbiamo preso la canzone italiana, abbiamo tolto il superfluo, il melenso e l’orrido e quel poco che è rimasto lo abbiamo montato su un solido telaio metallico”: questa, in breve, la genesi dello stile della band bolognese nell’opinione per forza di cose autorevole di Umberto Palazzo e compagni. E noi, convinti più dai suoni che non dalle parole, annuiamo, ribadendo a chiare lettere l’assoluta bontà della formula e della sua applicazione pratica: episodi come È aria, già presente in altra veste nella colonna sonora di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, come i non meno aggressivi Elettricità e Fiction o come Divora (splendida!), Pornostar, la title track e Angelo nero – schizofrenici e suggestivi nel loro avvicendarsi di armonie eteree e deliranti esplosioni di crudezza e rabbia – dicono infatti di un raro talento nel fondere assieme elementi già noti (dal grunge “rumorista” di importazione statunitense al rock “d’autore” di Afterhours e Marlene Kuntz) in un apparato sonoro forse non rivoluzionario ma senza dubbio carismatico. Sarà magari difficile che possiate ascoltarli alle radio non “alternative” – in fondo, come da comunicato-stampa, si tratta di “un disco pop (nel senso di Iggy)” – ma se li sparerete a massimo volume (ooops!) sul vostro impianto casalingo, le proteste dei vicini vi convinceranno definitivamente della validità dell’acquisto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.247 del 4 marzo 1997 Continua a leggere

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Lalli (1998-2007)

C’è da un paio di mesi in circolazione un nuovo e particolare album di Lalli cointestato a Stefano Risso, Un tempo, appena, del quale ho scritto su “Blow Up”. Un’ottima occasione per recuperare dall’archivio tutte le mie recensioni dei vecchi dischi e assemblare un post che fa inevitabilmente coppia con quello dedicato alla produzione 1998-2006 di Stefano Giaccone. Per chi volesse approfondire, di Lalli avevo già riproposto un’intervista, che si può leggere qui.

Tempo di vento
(Il Manifesto)
A un mese esatto dal debutto in proprio di Stefano Giaccone, per una (nemmeno tanto) strana coincidenza temporale ci troviamo ora ad occuparci di Tempo di vento, l’esordio di quella Lalli che di Stefano è stata alter ego e compagna di viaggio in numerose e più o meno lunghe avventure, dagli storici Franti a loro filiazioni quali Environs, Orsi Lucille e Howth Castle: un’opera ancora una volta di straordinaria intensità, che pur evidenziando decise analogie “concettuali” (e anche sonore) con quella di Giaccone possiede di sicuro un diverso respiro melodico, per via di una scrittura più orientata verso la forma-canzone (naturalmente senza traccia di pop) così come per l’impronta vocale – profonda e nel contempo lieve – della bravissima autrice e chanteuse. Continua a leggere

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Stefano Giaccone (1998-2006)

Torinese nato a Los Angeles, classe 1959, Stefano Giaccone è un autentico eroe underground, come dimostrano le tante storie di musica da lui messe in fila, a partire da quella cruciale dei Franti. È del 1998 l’avvio della sua attività (più o meno) da solista ed è proprio questa che voglio qui celebrare recuperando le mie recensioni pubblicate dal 1998 al 2006, che se non erro dovrebbero coprire tutti i dischi usciti fino ad allora. In seguito, Stefano ha arricchito la sua produzione con altri titoli dei quali non mi sono però occupato; direi però che la mia parte l’ho fatta, no?

Corpi sparsi
(On/Off)
Corpi sparsi è documento integrale dell’omonimo spettacolo che il sassofonista, bassista e cantante Stefano Giaccone (Franti, Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Banda di Tirofisso, Kina) e il tastierista Claudio Villiot hanno proposto tra il 1995 e il 1997 nei teatri di svariate città d’Italia. Elaborato nella forma di un atto unico di cinquanta minuti, l’album è una brillante, atipica incursione nei meandri di un suono visionario ma non allucinato, dove i riferimenti anche espliciti al jazz colto, alle tradizioni popolari e a certa avanguardia sono sublimati in un insieme sonoro di straordinaria intensità: merito delle musiche, così fluide e vive a dispetto delle loro strutture non proprio lineari, e merito dei testi, splendidi sia quando la nuda recitazione non è forse alla loro altezza in termini di forza suggestiva e sia nei (pochi) momenti in cui Giaccone li distende in abbozzi più o meno enfatici di canto (la Dove degli Ishi, Casina sola). Album spesso e imponente, lirico fino a stordire l’anima e nel contempo intriso di contenuti poeticamente “antagonisti”, Corpi sparsi ha bisogno solo di un ascolto attento per rivelarsi in tutta la sua esuberante espressività: magari un po’ cupa, magari a tratti inquietante e magari di rado immediata, ma sempre in grado di rivelare i colori sgargianti che si celano sotto la coltre di grigio che sembra avvolgerla.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.290 del 27 gennaio 1998

Le stesse cose ritornano
(On/Off)
Stefano Giaccone è da oltre quindici anni figura di spicco dell’underground autoctono, ma per ragioni che non ci siamo preoccupati di approfondire questo suo Le stesse cose ritornano – atteso, vero esordio solista dell’ex Franti, Environs, Howth Castle, Kina, Orsi Lucille, Ishi e quant’altro – è uscito a nome Tony Buddenbrook e sotto l’egida della stessa On/Off che già marchiò il Corpi sparsi firmato assieme a Claudio Villiot; quest’ultimo dato ci fa sapere che purtroppo non si è chiuso, come da noi invece apertamente auspicato, l’accordo con il Consorzio Produttori Indipendenti, che aveva mostrato interesse a pubblicare il CD nella collana “Taccuini” e quindi a garantirgli una promozione e una distribuzione adeguate al suo spessore artistico. Continua a leggere

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Here (Teho Teardo nel ’98)

Un’esperienza che è rimasta purtroppo senza seguito, questa organizzata esattamente vent’anni fa da Mauro Teho Teardo, ma ciò non significa certo che meriti di essere rimossa dalla memoria. A me illo tempore piacque tantissimo, al punto che finì persino nella mia playlist personale del 1998.

Brooklyn Bank
(Sonica)
Dopo Meathead e Matera, Mauro Teho Teardo estrae dal suo magico cappello un altro progetto di grandissimo interesse, allestito e portato avanti assieme a un musicista che, come lui, ha dedicato buona parte della sua ormai lunga attività alle contaminazioni tra musica “convenzionale” ed elettronica: Jim Filer Coleman dei Cop Shoot Cop, ensemble tra i più rivoluzionari e brillanti della scena newyorkese dei ‘90. E proprio nella Big Apple, per di più con il prezioso contributo di svariati illustri ospiti (i più presenti: Carolyn “Honeychild” Coleman e Lydia Lunch alle voci, il bassista degli Swans Bill Bronson e il batterista dei Barkmarket Rock Savage) sono stati registrati quasi tutti gli episodi di questo Brooklyn Bank, che accostano in uno splendido amalgama armonie celestiali e atmosfere cupe e inquietanti, strutture ipnotiche di sapore drum’n’bass e delicati fraseggi di pianoforte e violoncello, assalti cerebrali e aggressioni fisiche, suggestioni anni ‘80 e immagini del terzo millennio, parole sussurrate e campionamenti.
Sostenuto da ritmi quasi mai incalzanti e comunque dotato di un’aggressività che si manifesta (a tratti) solo a livello subliminale, l’esordio degli Here abbatte efficacissimamente ogni barriera di genere, imponendosi con la perfezione formale e il carisma di dodici canzoni avvolgenti e visionarie (Cello, Pain, Coatless e Scava, quest’ultima con liriche in italiano, alcune delle più significative): mutatis mutandis, matrimoni così riusciti tra umanità e tecnologia non venivano celebrati dai giorni ormai lontani dei primi Tuxedomoon.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.321 del 30 settembre 1998

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Prozac+ (1998)

Sono stato un po’ colto di sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo, della reunion dei Prozac+, una band che ha segnato profondamente il panorama rock italiano della seconda metà dei ’90: solo due concerti, il 26 maggio al MiAmi di Milano e il 31 agosto all’Home Festival di Treviso, e poi chissà. L’occasione è il ventennale di AcidoAcida, il secondo album del gruppo di Pordenone, che all’epoca ottenne clamorosi consensi di vendite. Benché viaggiassi verso i quarant’anni e i Prozac+ piacessero soprattutto ai gggiovani, il mio appoggio al progetto fu dal primo istante genuinamente entusiastico: intervista e copertina dell’inserto Fuori dal Mucchio per il debutto Testa plastica, intervista e copertina – questa volta del giornale vero e proprio – per AcidoAcida (con replica due anni più tardi per 3Prozac+). Come esimermi, dunque, dal recuperare dall’archivio quanto scritto in quel 1998?

Punk, pop e fantasia
Se ne parlava da così tanto tempo, di questo famigerato secondo album dei Prozac+, che alcuni cominciavano a dubitare che avrebbe visto la luce: il dissesto della Vox Pop/Flying in parallelo all’uscita “fantasma” del CD-singolo Baby, la conseguente necessità di accasarsi presso una nuova etichetta e soprattutto i cambiamenti di indirizzo del mercato rischiavano infatti di rompere per sempre quello che è forse il giocattolo “pop” più ingegnoso, colorato e divertente mai regalatoci dalla scena musicale nostrana, impedendo in tal modo all’indiscussa next big thing del 1996 di diventare, appunto, big. Invece, e almeno un sospiro di sollievo è d’obbligo, il lavoro in questione ha finalmente fatto la sua comparsa sugli espositori dei negozi. Addirittura migliore di come era stato in origine concepito, proprio grazie a quei ritardi imprevisti che hanno dato al gruppo la possibilità di ponderare meglio alcune scelte e aggiungere alla scaletta alcuni brani di più recente composizione.
Nel comodo ufficio messo a disposizione dalla EMI, i Prozac+ sono – tanto per non smentirsi – più euforici e anfetaminici (ehm…) del solito, quasi come sulle assi dei duecento palchi calpestati (e massacrati a furia di salti) dall’uscita di Testa plastica ad oggi. I primi trenta secondi bastano a farmi capire che convertire l’anarchia verbale dei nostri discorsi in una fluida sequenza di domande e risposte sarà un’impresa titanica. Pazienza. Gli occhi di Eva, il piercing di Elisabetta e la simpatica faccia da schiaffi di GianMaria meritano ampiamente qualche ora di fatica in più.

Già all’epoca di Testa plastica, le accuse di essere “venduti” (a non si sa bene chi o cosa) erano all’ordine del giorno. Figuriamoci ora che avete un contratto con la EMI.
È prevedibile che quanti diffondevano queste voci un anno fa continueranno a farlo anche adesso, ma sinceramente non crediamo che l’esserci legati a una multinazionale possa alimentare simili dicerie. Sarebbe stupido, visto che ormai tutti sanno – come d’altronde è dimostrato da tutti i dischi italiani pubblicati nei ‘90 – che le major non costringono i propri artisti a chissà quali nefandezze musicali o di comportamento pubblico. Ci siamo arrivati molti dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma finalmente anche da noi il circuito cosiddetto alternativo e il mondo delle multinazionali sembrano aver trovato il terreno d’incontro per lavorare in modo proficuo. Continua a leggere

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Cut (2000-2010)

Proprio ieri ho ricevuto dalla sempre lodevole Area Pirata la ristampa in CD (con accluso codice per scaricare svariate tracce bonus) di A Different Beat, un vecchio album dei Cut risalente al 2006. Inevitabile dragare l’archivio alla ricerca di cosa avessi scritto della band bolognese, con la soddisfazione di aver trovato tanto e una certa sorpresa nello scoprire che l’unica recensione della quale ero più che sicuro – quella dell’esordio Operation Manitoba, AD 1998 – in realtà non è mai esistita; sapevo invece di non essermi occupato degli ultimi due dischi del gruppo, il vinile The Battle Of Britain del 2011 e l’ultimo Second Skin (2017). Ecco allora ciò che ho pubblicato in tempo reale sui Cut dal 2000 al 2010: la loro intera produzione del periodo, compreso l’A Different Beat di cui sopra. Al di là dei discorso sulla musica, riveste particolare interesse la prima recensione, che apre una finestra su un mondo oggi antichissimo.

Contact
(Gamma Pop-Vitaminic)
La copertina dei Cut qui riprodotta, in realtà, non esiste. Cioé, non proprio: esiste come file eventualmente stampabile da accoppiare a un “singolo” anch’esso virtuale, almeno come supporto discografico: le due tracce altrimenti inedite che ne fanno parte sono infatti reperibili esclusivamente sul Web nel sito di Vitaminic (la prima è scaricabile gratis, la seconda costa duemila lire); insomma, a meno di ripensamenti o futuri recuperi in qualche antologia, l’ascolto di Contact e Highlights & Glory sarà riservato solo a chi se la sentirà di accantonare (abiurare, per il momento, è per fortuna prematuro) la filosofia dell’oggetto-disco a favore di quella della musica libera da vincoli di carattere fisico/feticistico. Sorprende magari un poco che tale operazione, a quanto mi risulta senza precedenti nell’ambito degli artisti italiani già (relativamente) emersi, veda protagonisti una band come i Cut e un’etichetta come la Gamma Pop, entrambi legati a concetti abbastanza “classici” di suono e strategie: il quartetto bolognese, che tutti ricorderete titolare dell’eccellente album Operation Manitoba, è infatti dedito ad una proposta di scuola punk’n’roll, mentre la label emiliana ha addirittura in catalogo un paio di lavori in vinile… Continua a leggere

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Bad Brains (1983)

Questa un minimo la devo spiegare, altrimenti rischio di passare per matto. Nell’autunno del 1983 avevo ventitré anni e la mia occupazione – quella principale: facevo anche altro – era organizzare/coordinare gli spazi dedicati alla musica “nuova” sul Mucchio Selvaggio, oltre ovviamente a scriverci. Ero lì da oltre quattro anni e per tutto quel tempo, dato che per scelta mi occupavo di punk, post-punk, avanguardie, rock “moderno” e artisti italiani, non ero esattamente ben visto dalla frangia più “reazionaria” dei lettori: una/due lettere di protesta al mese arrivavano sempre ed erano per lo più ridicole con i loro – esempio inventato ma in linea con la realtà – “ma perché regalate pagine alla new wave di merda invece che darne di più a David Bromberg o ai Rolling Stones?”; va inoltre detto che parte dello staff storico della rivista, composto da ragazzi più anziani di me, non era poi così in disaccordo con i lettori di cui sopra e almeno all’inizio mi rompeva più o meno bonariamente le palle anche per X, R.E.M., Dream Syndicate o Fleshtones. La recensione qui a seguire fu una sorta di sfogo, un “andate tutti affanculo” del quale non mi sono mai pentito. Col senno di poi non avrei magari citato Neil Young, ma se andate a guardare che dischi pubblicava in quegli anni il caro, vecchio Loner forse capirete. Ah, dei Bad Brains si parla anche qui.

Rock For Light
(PVC)
Caro presunto lettore-medio del Mucchio Selvaggio, questa recensione è dedicata a te. A te che di solito storci il naso di fronte a tutto ciò che non è rock come TU lo intendi, a te che rimpiangi i tempi del buon vecchio Neil Young, a te che sei tanto tradizionalista da non saper vedere più in là del tuo naso, a te che sei rockettaro quanto la mia prozia ultrasettantenne, a te che sai solo criticare e distruggere e non hai la più pallida idea di come si faccia a costruire qualcosa, a te che puzzi di hippy lontano un miglio, a te che odii il nuovo rock solo perché, essendo vecchio dentro, non riesci a capirlo, a te che vedi la musica divisa in compartimenti stagni, a te che venderesti tua sorella per la centoventisettesima versione su bootleg di Satisfaction, a te che in questo momento ti stai chiedendo con quale diritto mi permetta simili pubbliche affermazioni. Caro lettore, se ti sei infuriato per ciò che ho scritto finora, lascia perdere questi Bad Brains non fanno per te; se, invece, ti sei stupito del fatto che io abbia una così bassa considerazione di alcuni degli acquirenti di questo benedetto giornale, prosegui pure a leggere e poi decidi; se, infine, hai compreso il mio stato d’animo e lo condividi, allora corri a comprare Rock For Light, ti sarà difficile non amarlo. Continua a leggere

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Quintorigo (1999-2003)

Il Festival di Sanremo è da ieri in pieno svolgimento e oggi l’amico Riccardo De Stefano mi ha ricordato di quando all’edizione di diciannove anni fa all’Ariston sbarcarono gli alieni, nelle persone dei Quintorigo. Qui ne “L’ultima Thule” avevo già recuperato una lunga, illuminante intervista del 2003, ma perché negarvi il piacere di (ri)leggere quanto scrissi in tempo reale dei primi tre album della band romagnola, in cui il ruolo di frontman era rivestito da quel geniaccio – chi ritiene che il titolo sia eccessivo, vada ad ascoltare le sue prove da solista – di John De Leo? La carriera dei Quintorigo originali si chiuse con questi tre dischi. Cioè, no, a voler essere precisi fu suggellata da un CD live, Nel vivo, pubblicato nel 2004 solo in allegato al “mio” Mucchio Extra; cosa della quale, non ho problemi ad ammetterlo, vado tuttora molto orgoglioso.

Rospo
(Universal)
Sul palco di Sanremo i Quintorigo hanno fatto un figurone, per meriti propri e non grazie alla sciatteria del 90% della concorrenza: riconoscimenti, in ogni caso, loro tributati dalla critica più attenta e non dal grande pubblico, rimasto spiazzato dalla inquietante presenza di John De Leo, invasato e geniale contorsionista della voce, e dalla canzone atipica e destabilizzante – vedi ad esempio l’isolato gracidio del finale, da molti scambiato per un rutto – che dà anche il nome a questo primo album del gruppo. Continua a leggere

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Ricordando gli N.N.

Il mio percorso professionale abbonda di artisti (italiani, in questo caso) scoperti – e spesso recensiti – ancor prima dell’esordio discografico e “accompagnati” nel prosieguo di carriera. Di norma, quelli sui quali mi sbilancio raccolgono consensi di massa o di culto, o comunque in qualche maniera “rimangono”; ci sono inoltre le eccezioni che confermano la regola, ovvero quelli che vanno avanti anche per decenni ma con un sostegno di pubblico esiguo e quelli che, invece, si dissolvono per le ragioni più diverse dopo uno/due album. La band qui ricordata non c’è nemmeno arrivata, all’album; la sua produzione è limitata a un mini-CD con sei brani edito più di ventidue anni fa dalla IRA DC, tentativo coraggioso ma purtroppo rapidamente abortito di rilanciare la gloriosa etichetta che negli anni ’80 aveva imposto i Litfiba, i Diaframma, i Moda (senza accento; erano il gruppo di Andrea Chimenti) e i Violet Eves di Nicoletta Magalotti.
Li avevo conosciuti quando, giovanissimi, operavano con il discutibile nome Skits & Roll. Li avevo amati da subito, non avevo lesinato in suggerimenti credo utili e alla fine li avevo presentati ad Alberto Pirelli, storico produttore dei Litfiba nonché titolare della label; lui aveva condiviso il mio entusiasmo e li aveva indotti a trasferirsi a Firenze per poterli seguire al meglio. Il mini-CD di assaggio venne fuori una piccola meraviglia e più avanti i ragazzi incisero altro materiale rimasto però inedito; nacquero scazzi tra loro e Pirelli, dei quali ricordo solo la pesantezza, e alla fine gli N.N. – si erano ribattezzati così – si sciolsero per sempre. In loro memoria, ecco alcune testimonianze del mio appoggio al progetto: la recensione del demo degli Skits & Roll, un articolino dal taglio molto personale (e “de core”) e la recensione del disco, tra l’altro finito nella mia playlist del 1995 benché fosse un “mini”. Disco che, pur essendo fuori catalogo, è ancora reperibile con facilità e a prezzi ridicoli; chi lo acquisterà, magari dopo averne ascoltato le tracce su YouTube (ci sono tutte, mi sembra), farà secondo me un buon affare. Continua a leggere

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Mezzala

Un uccellino mi ha detto che Michele Bitossi, frontman di quei Numero6 (al momento “congelati”) dei quali potete leggere qui un’ampia intervista e una sintetica storia, sta realizzando il suo terzo album a nome Mezzala. Apprezzando molto, di testa e di pancia, la musica dell’artista genovese, non ho dubbi che ne scriverò, ma avendo promesso solennemente di non recuperare in Rete i miei scritti nuovi, vi rimando alle due recensioni vecchie. I dischi sono pure su Spotify, e dunque non avete scuse per non provare almeno ad ascoltarli.

Il problema di girarsi
(Urtovox)
Sono ormai vari anni che Michele Bitossi, dopo il proficuo apprendistato nei Laghisecchi, guida quei Numero6 che non abbiamo remore a definire una delle più brillanti esperienze pop-rock emerse sulla scena nazionale da un bel po’ di tempo a questa parte; un pop-rock senza dubbio alto, tanto nelle musiche di evidente derivazione Sixties – ricercate ma equilibrate – quanto in testi mai banali e ricchi di ironia. Continua a leggere

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Blaue Reiter (1982-1983)

Nel lontanissimo 1983 mi capitò di recensire il (secondo) demo di una band piemontese che di lì a poco sarebbe sparita per rinascere subito dopo dalle sue ceneri con un’altra ragione sociale. Il gruppo si chiamava in origine Blaue Reiter e per la sua nuova, non molto lunga vita (da me al tempo assai propagandata: qui una retrospettiva) si ribattezzò Viridanse. In epoca recente, i Viridanse sono poi addirittura ritornati in attività, realizzando due ottimi album dei quali non ho mancato di occuparmi sulle pagine di Blow Up. Considerato il mio stretto rapporto con l’ensemble in tutte le sue incarnazioni, è stato dunque un vero piacere, per me, scrivere le note di presentazione di un LP postumo contenente tutto il materiale registrato in studio dai Blaue Reiter; il disco in questione si intitola My Inner Thought ed è stato pubblicato alla fine dell’anno scorso in una tiratura limitata (solo vinile, niente CD) dalla Syntehtic Shadows.

È facile collegare a un periodo preciso il momento in cui i Blaue Reiter vissero, per dirla con il maestro Andy Warhol, i loro quindici minuti di (pur relativa) fama, suscitando curiosità a livello underground e inanellando una discreta sequenza di concerti. Accadde soprattutto dopo l’uscita – nell’autunno 1982 – di Gathered, antologia di emergenti curata dello staff di quel “Rockerilla” che all’epoca era la rivista di riferimento per chiunque fosse interessato alle nuove tendenze rock. Continua a leggere

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Maisie (2002-2009)

Quella dei Maisie è un’esperienza fuori dal comune e (anche) per questo molto interessante, finora concretizzatasi in una mezza dozzina di dischi (il nuovo, Maledette rockstar, sarà in circolazione dal 19 gennaio) e parallelamente nella ricca produzione dell’etichetta autogestita Snowdonia (scopritela qui). A meno che il mio ampio archivio non stia occultando qualcosa, dei “ragazzi” ho finora recensito tre album: gli ultimi, con l’esclusione di quel Morte a 33 giri (2005) che del lotto è forse il migliore… e vai a capire perché non ne ho scritto.

Music Is A Fish Defrosted
With A Hair-Dryer
(Snowdonia)
“La musica è un pesce scongelato con un asciugacapelli”: con un titolo così è difficile attendersi qualcosa di normale, specie considerando che i titolari dell’operazione sono i Maisie e il marchio che la sponsorizza è quello, rinomato per “eccentricità intelligente”, della Snowdonia. In questa circostanza, comunque, la coppia Cinzia La Fauci/Alberto Scotti è andata ancor più al di là della norma, limitandosi a comporre i brani per affidarne poi l’interpretazione al tastierista francese Falter Bramnk o, in un paio di casi, ad altri musicisti amici: una scelta certo bizzarra ma premiata da risultati senz’altro apprezzabili, sia in termini – come dire? – di estetica sonora che per quanto riguarda gli equilibri tra attitudine “alla ricerca” e godibilità della proposta. Continua a leggere

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Universal Daughters

“E questo che roba è?”, si domanderanno credo in parecchi. La risposta è semplice: un disco bello e particolare, che figura anche nella mia playlist del 2013 e sul quale mi fa piacere (ri)portare nel mio piccolo un po’ di attenzione. Dategli una possibilità.

Why Hast Thou Forsaken Me?
(Santeria)
In epoca pre-Internet un disco come questo non si sarebbe potuto fare, o quantomeno la sua realizzazione sarebbe stata faticosa e dispendiosa, con contatti iniziali non facilissimi, nastri multitraccia spediti per posta convenzionale e un’infinità di piccoli e grandi ostacoli pratici. Continua a leggere

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