Articoli con tag: rock italiano

Human Race

Il mio primo contatto con gli Human Race avvenne grazie a un concerto dei Saints ai quali il quartetto romano faceva da spalla. Rimasi subito folgorato dal loro “classic punk” e ogni disco realizzato dal gruppo – due singoli e un album, tutti disponibili solo in vinile – ha confermato, se non rafforzato, l’ottima impressione iniziale.

Negative
(Dead Beat)
Sì, certo, il ’77 è roba di quarant’anni fa, ma questo non significa che il favoloso sound di quei giorni irripetibili, a base di voce cattiva, chitarra, basso e batteria stretti in un abbraccio ruvido e vigoroso non sia ancora in grado di lasciare il segno. Importa qualcosa che a offrirlo siano ragazzi che al tempo non erano neppure nati? Nient’affatto, se genuinità e ispirazione sono come quelle che prorompono da questo primo album degli Human Race, rimasto alcuni mesi nel cassetto e adesso pubblicato solo in vinile dalla stessa etichetta americana che nel 2003 diede alle stampe Like A Dog dei Taxi (i futuri Giuda). Continua a leggere

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Cheap Wine (1996-2017)

Scavando nel mio archivio ho scoperto di non aver recensito, come pensavo, tutti i dischi dei Cheap Wine. Mancano infatti all’appello i primi due album, A Better Place (1998) e Ruby Shade (2000). In compenso, ho pescato una segnalazione del demo del 1996, quello che poi sarebbe pubblicato – in veste più stringata – nel mini-CD d’esordio della band pesarese, anch’esso da me trattato all’epoca. Ripropongo con piacere tutto il corposo “dossier”, rimandando anche a un’intervista dell’epoca di Moving.

Pictures
(My My Hey Hey)
I Cheap Wine di Pesaro dichiarano fin dal nome prescelto – un vecchio brano dei Green On Red – la loro devozione per il roots rock americano profumato di country e psichedelia. Pictures, demo dalla confezione assai curata, raccoglie otto canzoni in inglese forse un po’ troppo fedeli ai modelli ma ben strutturate, che avrebbero bisogno solo di interpretazioni canore più convinte; la stoffa in ogni caso c’è ed è difficile non accorgersene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996 Continua a leggere

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Baustelle 22-11-17

Ventuno anni fa, proprio di questi tempi, ricevetti un demo da una band toscana che mi parve da subito promettente. Non rimasi folgorato, ma la sostanza c’era e allora perché non incoraggiare i ragazzi? La mia recensione di quella cassettina, la prima in assoluto ottenuta dal gruppo sulla stampa, apparve sul Mucchio del 7 gennaio 1997, e da allora quei ragazzi – tre sono gli stessi di allora – hanno fatto parecchia strada, divenendo una delle realtà più luminose della scena musicale italiana. Hanno pubblicato una bella serie di dischi tra rock, pop “alto” e canzone d’autore, collezionato sold out, raccolto premi e riconoscimenti, il tutto rimanendo fedeli alla loro indole ed evitando i soliti trucchi che servono per raggiungere e mantenere il successo. E io, nel mio ruolo ovviamente defilato, sono sempre stato con loro, seguendoli con autentica passione, genuino affetto e costante curiosità.
Da oggi, ventidue novembre duemiladiciassette, è uscito L’amore e la violenza / Una storia dei Baustelle, la mia biografia autorizzata del gruppo. Per realizzarla ho goduto del pieno appoggio dei tre Baustelle, ma dato che mi piace far le cose come si deve ho intervistato altri ventuno protagonisti della vicenda, mettendo assieme una sorta di oral history nella quale mi sono ritagliato il ruolo della “voce fuori campo”; ad essa, che è il cuore del libro, ho aggiunto otto approfondite interviste d’epoca, una per ciascun periodo (quattro mie, quattro di colleghi/amici che me ne hanno gentilmente concesso l’uso), note critiche sugli album, una dettagliata discografia e tre “appendici” dedicate agli interessi artistici di Claudio, Francesco e Rachele fuori dalla band. Sono venute fuori 208 pagine di testo (più sedici di inserti fotografici) formato 17×24, che la Giunti ha confezionato splendidamente: copertina e retro di cartone pesante legati da una costina di tela, una vera sciccheria. Esiste, comunque, anche la versione digitale.
L’amore e la violenza / Una storia dei Baustelle si può acquistare sul sito dell’editore o in ogni libreria. Comprese, ovviamente, quelle in Rete, dove se ne possono anche leggere alcuni estratti.

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Andrea Laszlo De Simone

Ieri sera al Monk, nell’ambito del Rome Psych Fest, “prima” assoluta nella Capitale per Andrea Laszlo De Simone. Un’ora di concerto, con le canzoni di Uomo donna – lo splendido album d’esordio dell’artista torinese – proposte in chiave più compatta, aggressiva e diversamente intensa. Questo è quanto ho scritto mesi fa del disco, che naturalmente farà bella mostra di sé nella mia playlist personale del 2017.

Uomo donna
(42)
Evitiamo di fare nomi, ma vista la quantità di immondizia più o meno di successo generata nell’ultimo paio d’anni dal giro cantautorale cosiddetto indie, sarebbe legittimo guardare ogni emergente con sospetto, magari chiudendosi il naso per sfuggire eventuali tanfi pestilenziali. Non avrebbe invece senso far calare una paratia stagna davanti a ogni nuova proposta, perché così facendo si perderebbero gioielli come questo esordio ufficiale di Andrea Laszlo De Simone, che non è esattamente un ragazzino imberbe (alle sue spalle diverse esperienze, compreso un primo album semiclandestino prodotto in proprio cinque anni fa, Ecce Homo) ma che è stato in grado di conservare la freschezza e la positiva incoscienza tipiche di chi fa musica perché vuole/”deve”, fregandosene di seguire l’onda alla ricerca di facili consensi. Continua a leggere

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Guignol

Il mondo è pieno di ottimi gruppi che purtroppo rimangono “nascosti”. Per forza di cose mi è più facile accorgermi di quelli italiani e in tanti anni non mi sono mai risparmiato per cercare di migliorare la loro condizione. Con i Guignol mi aspettavo di ottenere di più, ma pazienza: già il fatto che siano ancora in circolazione e continuino a pubblicare dischi – il prossimo arriverà a febbraio – e suonare dal vivo è un buon risultato. Della band milanese ho recensito in pratica tutto, con l’eccezione dell’ultimo album Abile labile (non perché non mi sia piaciuto: a volte capita che non ce la si faccia) e dell’EP del 2009 Canzoni dal cortile. Ripropongo qui l’intera sequenza dalla segnalazione di un demo fino ad Addio cane del 2012, mentre per il successivo Ore piccole (2014) c’è da cliccare qui.
Come accaduto nel 2000 con i Sycamore Trees, anche quest’anno Il Mucchio ha selezionato una band emergente e priva di contratto discografico per esibirsi a Sonica, il popolarissimo festival organizzato dal Comune di Misterbianco (Catania). A rappresentarci saranno i Guignol, gruppo milanese i cui brani (in italiano) “hanno come filo conduttore la difficoltà di vivere situazioni e rapporti nell’alienazione e nell’illusione di qualche piccola rivincita morale”. Vivamente consigliato il loro ultimo CD-R con sei tracce, Passo d’uomo, dove la band propone un efficace cocktail di influenze che, per ammissione degli stessi musicisti, abbracciano tra gli altri Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan, Tom Waits, Mark Lanegan, Joseph Arthur, Fabrizio De André, Vinicio Capossela.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001

Sirene
(Toast)
Ci sono sempre piaciuti parecchio, i Guignol. Anche quando erano tra i numerosissimi emergenti che ci inviano senza grande convinzione i loro demo, trovandosi inaspettatamente in uno dei compact che ogni due mesi assembliamo per i nostri abbonati e sul palco di “Sonica 2001” quali rappresentanti del Mucchio. Scontata, dunque, la nostra soddisfazione per il fatto che il quintetto milanese abbia finalmente raggiunto il traguardo dell’esordio discografico con questo EP e che in esso sia compreso Profondo blu – il brano a suo tempo scelto per la nostra compilation – ovviamente in una versione più matura e curata sul piano tecnico. Continua a leggere

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Virginiana Miller (1997-2003)

Dei Virginiana Miller avevo già recuperato un’intervista risalente al 1999. Approfondisco ora il discorso su questa brillante realtà del nostro rock d’autore con le recensioni dell’epoca dei primi quattro album, tre di studio e uno dal vivo. Poi, se i miei archivi non mi hanno nascosto qualcosa, non mi sono occupato della band livornese per due ulteriori dischi, salvo poi dedicarmici nuovamente in occasione di quello che è a tutt’oggi ancora l’ultimo lavoro, Venga il regno del 2013, che figura anche nella mia playlist di quell’anno. Ho aggiunto la recensione, a mo’ di appendice.

Gelaterie sconsacrate
(Baracca e Burattini)
È un esordio da non far passare sotto silenzio, quello dei livornesi Virginiana Miller. Non solo per le notevoli qualità del suo “rock d’autore” intrigante e malinconico, costruito su suggestivi intrecci elettroacustici screziati di citazioni smithsiane, ma anche per la sua rara capacità di tradurre in musica le piccole storie, le leggende e gli umori di una provincia solo incidentalmente toscana. Toscana, però, è l’ironia che pervade questi brani, più velata di quella dei concittadini Ottavo Padiglione – ai quali i Virginiana Miller sono a tratti paragonabili, nonostante il suono meno esuberantemente pop – ma comunque legata a filo doppio con un’amarezza che definiremmo esistenziale. Continua a leggere

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Massimo Priviero

Racconto com’è andata, altrimenti tutto può sembrare senza senso. Ieri verso le 10 la mia casella mail ha accolto un comunicato stampa con l’annuncio dell’uscita del nuovo singolo del – copiaincollo – “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia”. OK, in certi frangenti un minimo di enfasi ci può stare, bisogna catturare l’attenzione dei giornalisti e se poi qualcuno riprende di sana pianta tanto meglio, ma… insomma, ecco, una simile investitura mi sembra “un tantino” esagerata e soprattutto sgradevole, specie considerando che nell’intestazione, sotto il nome del protagonista, compare già da anni la scritta “Il rock d’autore”, con l’articolo messo lì davanti come a dire “il (vero) rock d’autore sono io” (ok, sono sottigliezze, ma senza articolo il significato sarebbe stato un altro e gli articoli, come le parole, sono importanti).
Sorridendo amaramente della cosa, ho pensato di fare una ricerca in archivio, dalla quale è emersa solo una vecchia recensione che qui riporto, pubblicata nel n.297 (17 marzo 1998) del Mucchio Selvaggio.

Priviero
(Dig It)
Non molto positivo il giudizio sulla rentrée di Massimo Priviero, cantautore e chitarrista veneto del quale non si possono negare il ruolo di coraggioso precursore nella ricerca di una “via italiana per il rock” (il suo lavoro d’esordio, San Valentino, risale addirittura al 1988), l’impegno sociale, le doti tecniche e una vena poetica senz’altro più pronunciata di quella di tanti suoi colleghi. In questo Priviero – come d’altronde avveniva, a diversi livelli, anche negli altri quattro album precedentemente consegnati alle stampe – tali qualità non riescono però a risaltare, vuoi per gli arrangiamenti troppo spesso freddi e/o “pompati” e vuoi soprattutto per un canto che sembra forzato e innaturale nel suo (frequente) ricalcare il modello Springsteen: emblematico Rabbiamore, brano d’apertura che cita con risultati discutibili Cecco Angiolieri e il Boss di Hungry Heart, sottolineando gli evidenti limiti dell’approccio vocale. Il solito Priviero, insomma, che oscilla tra rock e pop senza voler (o saper) mai decidere quale direzione gli sia più congeniale, azzeccando anche qualche mossa (ad esempio la breve ma commovente Nordest, squisita nelle sue eteree atmosfere folk, o la “blue version” di Nessuna resa) ma rimanendo comunque in mezzo al guado: una collocazione che come è noto, specie in un’Italia abituata alle valutazioni in termini di “bianco” o “nero”, si traduce di rado in concreti consensi di vendita e rilevanti appoggi promozionali.

Da allora, di Massimo Priviero non ho più scritto, perché qualche giorno dopo l’uscita del giornale mi giunse una sua mail “di protesta”, dai toni antipatici (non ce l’ho sotto mano, ma se serve posso recuperarla da un dischetto), che sostanzialmente suonava “come ti permetti? – non hai capito nulla”. Non ricordo se gli risposi, conoscendomi suppongo di sì ma dovrei recuperare il dischetto di cui sopra e alla fine se l’abbia fatto o meno non ha importanza. Però di occuparmi di Priviero mi era passata la voglia e in fondo non avevo alcun obbligo. L’obbligo non ce l’avevo neppure adesso, ma quel “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia” è stato troppo. Da lì questo post che in fondo non sono stato felice di approntare, perché a Priviero non mancano doti ed è dedito a un genere di musica che mi piace (coordinate: Gang, Massimo Bubola, Graziano Romani) e che da un bel po’ , al di là di alcune sue caratteristiche che apprezzo meno,  è certo globalmente migliore di quella di due decenni fa.

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Four By Art


La scena neo-Sixties fiorita in tutto il mondo negli anni ’80 annoverava tra i suoi principali rappresentanti italiani i Four By Art di Milano, scioltisi una trentina di anni fa dopo aver realizzato un 7”EP e due LP poi raccolti (assieme a tre inediti dal vivo) nel CD The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008). Come attestato da Live!!!!, disponibile solo in download, dallo scorso decennio il gruppo è tornato in pista e suona tuttora, benché con un solo superstite della formazione storica (il co-fondatore Filippo Boniello) anche a causa della prematura scomparsa di due vecchi membri. Da pochissimi mesi è stato inoltre pubblicato – sempre da Area Pirata – Inner Sounds, nuovo CD che fa rivivere con ottima verve il sound e lo spirito del gruppo dell’epoca: tredici episodi, fra i quali le cover di Allora mi ricordo dei New Trolls (ovviamente in italiano: un esperimento che la band non aveva mai tentato, quantomeno su disco) e Sorry degli Easybeats (ma la ripresero pure Three O’Clock). Continua a leggere

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Mauro Ottolini (e Tenco)

Sono sempre attento ai progetti legati a Luigi Tenco, uno di quegli artisti che inevitabilmente chiamano il pensiero “chissà cosa avrebbe fatto se non fosse andato via così presto”, e quindi non sono potuto rimanere indifferente a questo doppio CD a lui dedicato da Mauro Ottolini, jazzista atipico e brillante che ha estratto dal cilindro qualcosa di davvero speciale. Un disco da non perdere per ogni cultore di Tenco, scomparso da ormai cinquant’anni e mezzo, molto interessante per chiunque apprezzi la canzone d’autore non troppo convenzionale, godibile per tutti.

Tenco – Come ti vedono gli altri
(Azzurra Music)
Da una quindicina d’anni, Mauro Ottolini è uno dei jazzisti italiani più apprezzati, sia per le qualità tecniche (il suo strumento è il trombone, ma è pure compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra), sia per l’approccio fantasioso e “irregolare” alla scrittura, alla musica suonata, ai progetti messi in piedi. Non è un purista, insomma, ma neppure uno di quegli sperimentatori che il pubblico non avvezzo alle “ricerche” incontra difficoltà ad ascoltare; lo afferma con chiarezza una ricca discografia in proprio dove la trasversalità va a braccetto con la capacità di incuriosire e con un vivace (ma, a suo modo, serissimo) senso dell’ironia. Continua a leggere

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Claudio Lolli (2017)

Seguo Claudio Lolli dagli anni ’70. Da quando, adolescente, mi imbattei in quel brano-capolavoro chiamato Michel, che mi spinse ad approfondire. Acquistai subito gli LP Aspettando Godot e Un uomo in crisi (non Canzoni di rabbia: quello, vai a capire perché, lo presi parecchio dopo), innamorandomi di questo musicista così affascinante a dispetto di una poetica che, inutile nascondersi, suonava triste, a tratti persino deprimente; ma era (è!) un bel deprimersi, di quelli che ti obbligano a scavare dentro di sé. Non starò qui, adesso, a raccontarvi tutte le tappe della mia personale vicenda lolliana, che molti anni fa – in occasione dell’uscita della riedizione di Ho visto anche degli zingari felici, il suo album più mitico – ebbe come momento indimenticabile una bella intervista che riporto qui. Non posso però fare a meno di riportare quello che ho scritto a proposito dell’ultimo lavoro, davvero molto bello, che ha pure ottenuto la Targa Tenco.

Il grande freddo
(La Tempesta)
Al di là dei riscontri commerciali non proprio eclatanti, che in quarantacinque anni di percorso discografico lo hanno sistematicamente tenuto lontano da classifiche e media non di nicchia, Claudio Lolli è un maestro della nostra canzone d’autore. Uno di quelli naturalmente predisposti a viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André, che si è schierato politicamente e culturalmente, e che per questo si è guadagnato la stima e l’affetto di una platea magari nascosta ma in termini assoluti non esigua. Continua a leggere

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I reduci

Amo da sempre questa splendida (anche se tristemente realista nel raccontare un fallimento) canzone di Gaber-Luporini, che i Gang hanno ripreso nel loro ultimo album “Calibro 77” e della quale è appena uscito il videoclip. Sono onesto, la versione dei Severini – benché bella, e coerente con il resto del disco – non mi convince appieno: secondo me, un testo così richiede una musica più sofferta, o più graffiante, o più ironica. È comunque un bel sentire, e per ampliare il discorso mi sembra sensato proporre anche la cover dello stesso brano realizzata anni fa (per un tributo del “Mucchio Extra”) dagli Spirogi Circus, un progetto di Moreno degli Avvoltoi.

 

 

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Brunori Sas

Se anche volessi non potrei negarlo, perché scripta manent, ma comunque non ho problemi a dirlo di nuovo: almeno all’inizio, diffidavo di Dario Brunori. Mi era anche parecchio simpatico, ma mi sembrava l’ennesimo furbetto che dal mondo cosiddetto alternativo voleva spiccare il balzo verso la “Serie A” e si comportava di conseguenza. Magari avevo pure ragione, eh, ma conta poco. Importa invece ben di più che, con Il cammino di Santiago in taxi, l’artista calabrese abbia impartito alla sua formula una sterzata che ho assai apprezzato, come dimostrano questa videointervista e, pochi mesi fa, questo articolo. Per (Noi siamo) Cantautori, rivista dalla vita purtroppo breve, ho invece scritto questa microrecensione dell’ultimo disco, un brano del quale – La verità – ha vinto la Targa Tenco per la miglior canzone dell’anno. Mi è parso giusto recuperare tutto ciò, perché ieri sera ho assistito al concerto tenuto al “Rock In Roma” da Brunori Sas e… mi sono divertito, sono stato bene e non posso che consigliarlo caldamente a quanti volessero trascorrere un paio d’ore all’insegna dell’entertainment di spessore.

A casa tutto bene
(Picicca)
È tutto perfetto, in questo quarto album (o quinto: dipende da come si considera la colonna sonora È nata una star?) di Dario Brunori: il songwriting accattivante ma non banale, i testi capaci di legare personale e sociale – ascoltare, per credere, L’uomo nero: in tal senso, è una potenziale canzone dell’anno – con linguaggio diretto e assieme ricercato, gli arrangiamenti di misurata ricchezza (l’illuminata produzione è di Taketo Gohara), il senso di autenticità che prorompe da note e parole. Insomma, il naturale ma non scontato punto di (temporaneo) arrivo di un processo di crescita che già con il precedente Vol.3 – Il cammino di Santiago in taxi aveva raggiunto risultati di grande rilievo, e che ora si mostra inequivocabile in dodici episodi baciati da un’ispirazione vivace in bilico fra colto e popolare. Non è ormai più una sorta di Rino Gaetano 2.0, l’artista cosentino: visti anche i cambiamenti nell’approccio canoro, si può semmai rilevare qualche affinità con Daniele Silvestri, ogni tanto Niccolò Fabi, persino Lucio Battisti.
Tratto da (Noi siamo) Cantautori n.3 del gennaio/febbraio 2017

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Vinile n.8

Sul nuovo numero di Vinile, in edicola già da qualche giorno e ancora per alcune settimane (si tratta di un bimestrale), c’è un mio lungo articolo – ben 14 pagine – dedicato agli Afterhours. Il taglio è “sui dischi” e quindi anche “da collezionisti”, con tutte le uscite dal 1987 a oggi (compresi promozionali e stranezze) e le relative quotazioni medie di ciascuna. Mi diverte, per così dire, sottolineare quanto io sia un pessimo “promoter” di me stesso: da nessuna parte ho scritto (o fatto scrivere) che sono l’autore di Senza appartenere a niente mai, la biografia atipica (ma ufficiale) di Manuel Agnelli uscita per Vololibero ormai un anno e nove mesi fa e tuttora acquistabile pressoché ovunque.
Ovviamente, il n.8 di Vinile contiene un sacco di altre cose interessanti, a partire da un articolo sui dischi più rari (e quindi cari, ma non potete immaginare quanto) di Vasco Rossi che mi ha lasciato basito.

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Giancarlo Frigieri

Non so quanto sia corretto definire Giancarlo Frigieri “un mio amico”: abitiamo ad alcune centinaia di chilometri di distanza, non ci frequentiamo, non sappiamo granché delle rispettive questioni personali, non ci sentiamo al telefono e al massimo ogni tanto ci scambiamo qualche email. Però lo stimo e gli voglio bene, tanto da aver recensito quasi per intero la sua discografia; discografia che comprende alcuni titoli con i Joe Leaman, un album da solista in inglese, un altro – sempre in inglese – realizzato assieme ai Mosquitos e sei con testi in italiano, tre autoprodotti e tre editi sotto l’ombrello della Controrecords. Un settimo arriverà a settembre e non potete avere idea di quanto mi siano girate le palle alla scoperta di non essermi occupato – suppongo per distrazione – di quello che al momento è ancora il suo ultimo lavoro, Troppo tardi del 2015, che pure posseggo e che ho ascoltato. Irritato per l’assenza, vi (ri)propongo le recensioni delle precedenti cinque prove corredate di testi nella lingua che fu di Dante, aggiungendo un link a una vera curiosità: una divertente intervista di Gianluca Frigieri a… me. La trovate qui.

L’età della ragione
(autoprodotto)
Sembrerà incredibile ma, nonostante il panorama “alternativo” italiano abbondi di etichette di ogni genere, Giancarlo Frigieri – non proprio l’ultimo arrivato, come testimoniano i suoi numerosi lavori alla guida dei Joe Leaman, da solista e accompagnato dai Mosquitos – non è riuscito a trovarne una interessata a sponsorizzare questo suo debutto con liriche in italiano; incredibile anche perché L’età della ragione, edificato in linea di massima su scarne architetture di chitarra e voce e solo qua e là arricchito dagli interventi di alcuni ospiti, è lavoro di bellezza davvero rara, con il suo intimismo sofferto ma non opprimente che solo in un pezzo su dieci – l’emblematica title track – sfoggia un pur misurato vigore r’n’r. Continua a leggere

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Lino e i Mistoterital

Sinceramente, non pensavo proprio che nel mio archivio di testi potesse esserci qualcosa in grado di stupirmi, ma mi sono dovuto ricredere. Una volta trovato questo articolo, dell’esistenza del quale avevo un vago ricordo, l’ho letto e… non mi sono riconosciuto. Cioè, mi sono riconosciuto in parte, e riflettendoci mi è parso di riconoscere nell’altra parte un Eddy Cilìa meno sofisticato (nel senso migliore del termine, eh) dei suoi abituali standard. Eppure, l’articolo era firmato da me e solo da me, e non essendo mai stato – a differenza di vari colleghi anche molto illustri – uno di quelli che mette il proprio nome sotto un testo del quale non è autore, non sapevo davvero spiegarmelo. Ho allora scritto a Eddy, chiedendogli lumi e ricevendo come risposta un “ottimo articolo, che problema c’è?”; la mia ulteriore replica è stata “problema nessuno, ma a me pare più tuo che mio, non è che l’abbiamo fatto a quattro mani ed è saltata la tua firma o roba del genere?”. Eddy ha così compiuto delle ricerche nel suo archivio di quasi vent’anni fa, trovandovi una stesura parzialmente diversa del pezzo in questione. Sentendoci a voce, siamo quindi arrivati alla spiegazione che segue, senz’altro plausibile ma, appunto, ricostruita colmando secondo logica i “buchi” nelle nostre memorie, un po’ come gli scienziati di Jurassic Park che sostituivano con DNA di rospo le sezioni mancanti del DNA dei dinosauri. Questa la sequenza: avevo programmato un articolo sui Lino e i Mistoterital; non facevo in tempo a dedicarmici a dovere; ho chiesto a lui, l’unico che conoscessi ferrato quanto me (se non di più) sull’argomento, se avesse voglia di buttarmi giù, al volo, una traccia; lui, che di natura è perfezionista persino più di me, me ne ha inviata una fatta benissimo; io sono intervenuto un tot sulla traccia in questione e l’ho pubblicata solo a mio nome perché lui non era ancora rientrato al Mucchio e inserire sul giornale un articolo con la sua firma avrebbe potuto turbare la direzione, viste le burrascose modalità di interruzione del rapporto di un decennio prima. Conoscendoni, è probabile che abbia valutato l’idea di utilizzare uno pseudonimo di fantasia, ma che l’abbia poi esclusa ritenendo che un nome ignoto avrebbe sottratto interesse/autorevolezza al lavoro. Lo so, ho scritto un pippone terrificante, ma tutta la vicenda fa ridere e sono certo che farà ridere anche molti dei miei/nostri più affezionati lettori.
Comunque sia, c’è una ragione precisa per la quale ho voluto riesumare questa retrospettiva di diciotto anni fa a proposito di una band italiana della quale mi ero occupato pure in tempo reale; la ragione è che da qualche mese è disponibile, con il marchio Again, il CD Fischi per nastri: demoz y rarez, contenente ben ventitré brani estratti, appunto, dalle cassette del gruppo, e direi che non è necessario aggiungere altro. Per la cronaca, i due album d’epoca, il primo uscito in formato LP e cassetta e il secondo in LP e CD, non sono mai stati ristampati, ma le edizioni originali sono di norma reperibili a cifre oneste.

Visto il nome con cui decisero di battezzarsi la cosa suona un po’ come una battuta, ma è vero: Lino e i Mistoterital avevano la stoffa dei campioni. E fra un sorriso e una risata di gusto, riascoltando i due album che documentano la storia del gruppo (assieme ad alcuni demo conosciuti e apprezzati solo dai fan della primissima ora), è difficile non avvertire un po’ di tristezza: sembra impossibile, infatti, che queste due dozzine scarse di canzoni non siano diventate famose, e con esse coloro che le interpretarono. L’anello mancante fra gli Skiantos e gli Elio e le Storie Tese, nientemeno, nonché uno dei migliori esempi di beat non revivalistico dello scorso decennio. Continua a leggere

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The End (1983-1985)

La bellezza di trentatré anni fa, nell’ottobre del 1984, recensii il demo di una giovane band di Fano chiamata The End. Proprio la recensione qui fotografata, ripresa molto dopo nel mio libro Noi conquisteremo la luna – Scritti sulla new wave italiana, 1980-1985. Alla luce delle acerbe ma evidenti qualità dei ragazzi, non avrei mai pensato che quel nastro sarebbe rimasto un episodio isolato; anzi, avrei scommesso che di lì a poco sarebbe giunto un disco. Invece, non è andata così, e i The End scomparvero rapidamente dai radar. Tre decenni abbondanti dopo, mi sono deciso a rimediare all’ingiustizia, “costringendoli” a tirar fuori dai cassetti tutto il materiale all’epoca registrato e, assieme, abbiamo assemblato un album di addirittura diciannove tracce, pubblicato in CD – con una bellissima veste grafica e un ricco libretto informativo – dalla sempre ricettiva Spittle Records. Il disco si intitola Tears In My Eyes 1983-1985 ed è reperibile con facilità un po’ ovunque. Se a qualcuno interessa…

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Ritmo Tribale (1988-1990)

Non ricordo se illo tempore avessi recensito i primi due dischi dei Ritmo Tribale, ma non importa: mi pesa il culo a cercare i giornali dove i miei scritti potrebbero trovarsi, e dovrei fare la scansione, e poi la conversione, e chi ne ha voglia? Più semplice recuperare il commento su questa loro ristampa in CD, risalente a quindici anni fa, che a quanto sembra è oggi molto richiesta dai collezionisti, persino più dei vinili originali. Della band milanese è anche disponibile, qui, un’intervista del 1999, realizzata in contemporanea all’uscita di quello che fu il suo ultimo disco.

Bocca chiusa + Kriminale
(BlackOut)
Con un’iniziativa a dir poco sorprendente, vista la scarsa cura che le major riservano di norma al loro catalogo di rock italiano, la BlackOut/Universal ha appena ristampato in un doppio CD (al prezzo un singolo) i primi due album dei Ritmo Tribale, formazione milanese che ha avuto un ruolo di primaria importanza nella storia della musica di casa nostra dimostrando la concreta possibilità di suonare vero rock con liriche in italiano; a puro titolo di esempio, basti pensare che senza il gruppo di Stefano “Edda” Rampoldi, Fabrizio Rioda e Andrea Scaglia (e Alex Marcheschi, e Briegel, e Talia Accardi…) gli Afterhours non avrebbero forse mai abbandonato l’inglese a favore dell’idioma nazionale, con tutte le conseguenze del caso (ve lo immaginate, un mondo senza Hai paura del buio? brrr…). Continua a leggere

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Cheetah Chrome Motherfuckers

I CCM, da Pisa, sono stati una delle più grandi band punk italiane degli anni ’80, come provato da una discografia purtroppo non molto nutrita della quale ho avuto il piacere di scrivere in tempo reale con le sole eccezione del 7”EP d’esordio 400 Fascists del 1981, raro già all’epoca (giuro, non riuscii a procurarmene una copia, se non con notevole ritardo), e dell’epitaffio Live In So.36 del 1987 inciso in concerto a Berlino (al posto della recensione feci però pubblicare un’intervista, non mia e quindi non recuperabile in questa sede). L’intera produzione ufficiale del gruppo, meno il live ma con una mezza dozzina di tracce bonus, è stata ora raccolta in un doppio CD o LP confezionato dalla Area Pirata, corredato di note, foto, testi e memorabilia; si intitola The Furious Era 1979-1987 e… insomma, che ve lo dico a fare?

Permanent Scare
(GDHC)
Sebbene sia in circolazione già da qualche mese, vale lo stesso la pena di soffermarsi su questa cassetta volenterosamente assemblata, 50% ciascuno, dai fiorentini I Refuse It! e dai pisani Cheetah Chrome Motherfuckers. Il nastro costituisce, è bene sottolinearlo, uno dei più validi prodotti punk finora diffusi sul mercato italiano: gli I Refuse It sconvolgono con il loro hardcore “sperimentale” alla Meat Puppets, mentre i Cheetah Chrome Motherfuckers appassionano con un hardcore punk valorizzato da qualche influenza metal e da un canto vagamente alla Darby Crash. Un tape a mio parere eccezionale, che chiunque si definisca amante del punk dovrebbe acquistare immediatamente e, di riflesso, amare alla follia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.72 del gennaio 1984
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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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Withnail e io

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

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PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)