Articoli con tag: rock italiano

Transex

Autentici outsider del circuito punk romano del decennio scorso, i Transex non erano certo una di quelle band che mettono d’accordo tutti; controversi, insomma, per varie (e valide) ragioni che potrete comprendere proseguendo nella lettura. Inevitabilmente, mi sono occupato di entrambi i loro album in tempo reale.

Transex
(Hangover)
Non bastasse il nome di battaglia, a spiegare con la massima chiarezza quali siano le attitudini dei Transex provvedono un titolo come White Girls Black Cocks e più in generale i testi dei dodici brani di questo loro album d’esordio (tiratura di cinquecento copie numerate, ovviamente solo in vinile), crudi e sboccatissimi esempi di “scorrettezza politica” a più livelli ma con il sesso sempre bene in evidenza. Il gruppo capitolino è infatti appassionato e competente interprete delle più nobili (per così dire) tradizioni del classico punk rock americano “provinciale”, quello che ha nella rozzezza, nella volgarità spettacolarizzata e nel gusto ludico dell’eccesso – verbale e sonoro – le sue armi più efficaci.
Di tali armi, l’ensemble capitolino dà ampio sfoggio in una scaletta che attinge a piene mani nel vastissimo serbatoio del più puro underground a stelle e strisce del periodo a cavallo tra la fine dei ‘70 e i primissimi ‘80: quello, cioè, delle tante formazioni portate da qualche anno alla ribalta da collane di raccolte come Killed By Death e Bloodstains e dalle uscite ufficiali di etichette come la Existential Vacuum e la Rave Up (della quale ultima il cantante dei Transex è, guarda un po’ che coincidenza, il responsabile). Con risultati encomiabili per grinta, qualità compositiva e degenerata sguaiataggine, perché il r’n’r può anche essere solo divertimento sfrenato, oltraggio gratuito e (salutare) disturbo della quiete pubblica. Fuck art & let’s pogo!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Domino
(Tre Accordi)
Nove brani per circa mezz’ora di durata totale: fosse anche stampato in vinile e non in cd, come il precedente Transex di tre anni fa, saremmo di fronte a una nuova, perfetta operazione-nostalgia, giocata questa volta sul campo di un r’n’r che guarda sia al punk storico che al glam senza rinunciare a certe aperture proto-new wave care a varie band di culto americane degli ultimi ‘70. Meno sudicio rispetto al passato, ma ancor più acido e (sottilmente) perverso, il quartetto romano si è insomma confermato voce fuori dal coro nel contesto della scena punk (non solo) nazionale, recuperando con competenza, genuino trasporto e ispirazione vividissima le più autentiche radici di un genere che a quasi trent’anni di distanza, per chi ha vissuto la primigenia blank generation così come per chi ne ha solo sentito parlare, continua a procurare fremiti, brividi e qualche sana reazione di raccapriccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.617 del dicembre 2005

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Nighters – Klaxon – Stigma

Escludendo gli Uniplux, che per vari motivi (li trovate in quest’altro post) costituiscono un caso a sé, quelli qui presentati sono il terzo, il quarto e il sesto documento a 45 giri del punk romano (il quinto è degli High Circle, ma me ne occuperò altrove), a seguire gli EP di Bloody Riot e Shotgun Solution. All’epoca, naturalmente, scrissi di tutti e tre, anche se dell’ultimo con qualche mese di ritardo.

Nighters
Drop Down Dead
(New Rose)
Terza formazione punk romana a uscire allo scoperto con un 7”EP contenente quattro brani sono i Nighters, capitanati dall’ex Shotgun Solution Robertino, cantante e bassista. Dal punto di vista sonoro, il gruppo si allaccia al più tipico punk rock britannico (primi Clash, Stiff Little Fingers…) e si rivela abilissimo nell’intepretare in modo rapido e trascinante brani assai validi sotto il profilo compositivo, anche se inevitabilmente prevedibili nelle strutture. Drop Down Dead, pubblicato con il marchio di una New Rose che non è quella New Rose lì, è dunque un EP ottimamente realizzato, nel quale i Nighters dimostrano di possedere buone capacità tecniche e un feeling non comune nel proporre un sound potente e compatto; unico difetto, se di difetto si può parlare, è la scarsa originalità delle canzoni, ma il debutto dei quattro romani è ugualmente da considerare molto positivo e appassionante. Dopo Bloody Riot e Shotgun Solution, anche i Nighters ribadiscono la varietà e la validità della scena punk capitolina, negli ultimi tempi in fase di crescita; non esitate, perciò, a procurarvi questo disco, fatto con il cuore oltre che con il cervello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.75 dell’aprile 1984

Klaxon
The Kids Today
(Klaxon)
Dopo parecchi contrattempi, anche la punk band romana Klaxon è riuscita finalmente a pubblicare il suo 7”EP, seguendo l’esempio di Bloody Riot, Shotgun Solution e Nighters. Il gruppo, composto da tre elementi, si ispira al punk stile ’77 (alla primi Clash) e alterna il canto in inglese a quello in italiano. Di questo disco fanno parte cinque canzoni dinamiche e abbastanza trascinanti, un po’ datate ma nel loro genere, ben realizzate; colpisce, il particolare, Prisoners, quattro minuti di sonorità coinvolgenti che riportano la mente a un periodo punk sicuramente più “puro” dell’attuale. Nonostante qualche imprecisione tecnica, l’EP si fa ugualmente apprezzare, e sono certo che i numerosi nostalgici di un suono mai dimenticato troveranno la sua relativa grezzezza e il suo feeling “primitivo” assai più stimolante di tante proposte hardcore piatte e insignificanti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.78/79 del luglio/agosto 1984

Stigma
Stigma
(Rat Race)
Un altro disco formato sette pollici, con quattro pezzi: a proporlo sono i romani Stigma, una delle band al momento più attive del circuito punk capitolino, dell’organico dei quali fa parte il bassista dei Bloody Riot, Alex Vargiu. Nell’EP, sebbene la registrazione un po’ “amatoriale” pregiudichi (solo parzialmente) il risultato finale, il gruppo si segnala come abile artefice di un punk “caldo” e graffiante, relativamente personale anche se non del tutto maturo sotto il profilo compositivo. Staremo a vedere; nel frattempo, l’inizio è abbastanza incoraggiante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

 

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Taxi

I Taxi sono la band dalla quale, a seguito della scomparsa del batterista Francesco, sono nati gli oggi popolarissimi Giuda. Al di là dei consensi raccolti dal nuovo gruppo, i ragazzi erano straordinari, una delle migliori realtà punk romane (e italiane) di sempre; per fortuna, a testimoniarne le qualità, rimangono due album e quattro 45 giri, i primi due contenenti anche brani che non sarebbero stati ripresi sugli LP. Di questi dischi scrissi, con grande piacere, al tempo dell’uscita.

Eat Me (Hate)
Alle tradizioni del punk-rock filo-americano più rabbioso e convulso sono legati i Taxi, che nei quattro minuti del loro singolo d’esordio – contenente due brani, Eat Me e My Fingers – mettono in luce una brillante verve compositivo-interpretativa che si spera di vedere presto confermata da un nuovo prodotto discografico. L’incisione del 45 giri dal quartetto, originario dell’hinterland romano, risale infatti al lontano dicembre 1999, e sarebbe proprio un peccato se rimanesse senza seguito. Una piccola gemma, stampata ovviamente in tiratura molto ridotta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.440 dell’1 maggio 2001

I’m Dead (Hangover)
Circa un paio d’anni dopo Eat Me, i Taxi ritornano con un nuovo 7 pollici di pregevole fattura, fortemente legato alle radici del ‘77 e influenzato – pur vantando caratteristiche di entrambe – più dalla “scuola” americana che da quella britannica. Nel complesso meno grezzo e selvaggio rispetto alla precedente prova, anche a causa dell’incisione nettamente più curata, il quartetto romano prosegue dunque brillantemente il suo discorso, dedicandosi con freschezza e entusiasmo a un punk-rock già ascoltato infinite volte ma che comunque ci piace definire “classico” piuttosto che “revivalistico”. Secchi, energici e trascinanti, I’m Dead, Je tombe en bas e R & R Is All I Want sono tre ottime ragioni per attendere con una certa impazienza il primo album della band, annunciato entro la primavera per un’etichetta statunitense.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.519 del 4 febbraio 2003

Like A Dog (Dead Beat)
A seguire due apprezzati 7 pollici, anche per i Taxi è giunta l’ora del cosiddetto esordio adulto, edito sotto forma di album 33 giri – sacro vinile, quindi: che il dio del rock’n’roll ce lo conservi ancora a lungo – da un’agguerrita etichetta di Los Angeles. Registrato circa un anno fa, Like A Dog è l’ideale cartina al tornasole della crescita del quartetto romano, che passo dopo passo ha imparato a convogliare la sua naturale irruenza in brani sempre più elaborati sul piano formale (ma senza che ciò ne soffochi la carica animalesca) e sempre efficacissimi dal punto di vista dell’impatto fisico ed emotivo: undici tracce mai particolarmente veloci nell’esecuzione, ma non per questo povere di compattezza e grinta, che rileggono soprattutto le nobili tradizioni del ‘77 più concreto e meno sotto le luci dei riflettori, quello della provincia americana e della Gran Bretagna extra-Londra.
Una storia da “magnifici perdenti”, insomma, racccontata attraverso dieci episodi autografi e una cover di Rabies Is A Killer della cult-band dei ‘70 Agony Bag (riproposta anche, in tempi abbastanza recenti, dai Death SS: in certi casi, punk e metal non sono poi così lontani) con estrema competenza della materia e con l’approccio sanguigno che occorre per valorizzarla al meglio; e un album di notevole spessore, almeno rispetto ai canoni del genere, che surclassa per energia e freschezza compositiva molta dell’attuale produzione punk d’Oltremanica e d’Oltreoceano. Quanti avevano messo in pensione il caro, vecchio giradischi faranno bene a spolverarlo e a controllare lo stato d’uso della
puntina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.532 del 6 maggio 2003

Yu Tolk Tu Mach
(Gonna Puke)
Già titolari di alcuni singoli e di Like A Dog, edito nel 2003 dall’americana Dead Beat, i Taxi giungono al secondo album un po’ cambiati: non feroce punk-rock settantasettino, bensì una formula sempre energica e incisiva nel quale lo stile originario si rivela però ottimamente ibridato con hard e power-pop. Dieci tracce, fra le quali un’oscura cover della cult-band inglese Agony Bag (dopo la “famosa” Rabies Is A Killer del precedente disco) e una sorprendente, brillante Qui est in, qui est out di Serge Gainsbourg, che ardono di vivacità e passione, eseguite in modo secco e compatto e impreziosite dall’eccellente voce di quel Tenda che – provare per credere – è anche uno dei migliori frontman rock italiani di sempre, forte di un’assoluta, travolgente naturalezza nel porsi come “animale da palcoscenico”. Fa bene, il titolo, a invitare al silenzio: meglio alzare il volume e lasciarsi spettinare dalle vibrazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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Elektroshock

Lentamente ma inesorabilmente, proseguo il mio percorso a tappe nell’underground romano legato al punk. In questo caso, i riflettori illuminano il primo disco dell’area musicale in questione pubblicato da una band capitolina, band che certo non era punk in senso stretto ma che di sicuro fu in qualche misura influenzata dai fermenti del ‘76/’77. Edito in origine sotto l’ombrello della major RCA, l’album è al momento reperibile nella ristampa (in vinile) confezionata dalla Sony nel 2012.

Asylum (Numero Uno)
Pubblicato nei primi mesi del 1979, l’album degli Elektroshock è l’unica testimonianza discografica della prima scena “punk” romana (le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo). Quando uscì il gruppo esisteva da circa un anno, ma fin dall’inizio la sua effettiva adesione al movimento è stata messa seriamente in dubbio: correva infatti voce che l’approccio tra lo spregiudicato, l’aggressivo e il ribelle ostentato dai cinque – e sottolineato da efficaci trovate sceniche – non fosse naturale ma derivasse dallo studio di una decina di album di Lou Reed, Stooges, Sex Pistols, Ramones e altri consigliati loro dai produttori Carlo Basile (il primo tra i discografici nostrani a credere nel punk: a lui si debbono tutte le stampe italiane realizzate dalla RCA, nonché la storica raccolta Punk Collection) e Aldo Bagli (giornalista di “Ciao 2001” del quale, se non gli scritti infarciti di informazioni e commenti a dir poco discutibili, si deve lodare almeno la genuina passione). Continua a leggere

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Uniplux

Benché li abbia conosciuti in tempo reale, ho sempre avuto difficoltà a considerare gli Uniplux un gruppo punk; un po’ senza dubbio lo erano, ma il loro sound e il loro approccio erano comunque piuttosto diversi da quelli degli esponenti “classici” del genere. Lo prova il loro primo 45 giri, edito nel 1982 addirittura dalla RCA, con un lato rock (melodico, e con voce femminile) e uno ben più aggressivo; se tutti i pezzi del repertorio fossero stati nello stile del secondo, i ragazzi avrebbero di sicuro raccolto consensi maggiori in quel circuito alternativo che fondamentalmente li snobbava, preferendogli colleghi più feroci e allineati – anche sul piano dell’estetica – al Verbo dominante. Trentacinque (e più) anni più tardi, un album solo in vinile – della cui esistenza sono indirettamente responsabile – consente di inquadrare meglio gli Uniplux.

Storia piuttosto breve ma parecchio intricata, quella della prima fase di attività del gruppo romano che, dopo essersi chiamato inizialmente Smash, adottò un nome che si ispirava a un diffuso farmaco da assumere per via rettale: tre anni da quando Fabio Nardelli e Francesco “Papero” Mancinelli – ben presto raggiunti da Renato Dal Piaz – trovarono l’uno nell’altro l’ideale partner in crime a quando, nel 1982, la band si sciolse, salvo poi rinascere e proseguire in modo discontinuo la propria parabola con altri organici facenti capo al solo Nardelli. Questo 33 giri si concentra però solo sui giorni ricchi di entusiasmo in cui gli Uniplux si impegnavano per fondere il loro antico amore per l’hard rock dei ’70 con l’attrazione per quel punk che pure da noi, in cronico ritardo sul resto del mondo, stava provando ad alzare la testa; un progetto, insomma, in piena sintonia con il clima di giorni in cui energia e voglia di fare – e dire: essenziali i testi in italiano, non privi di ingenuità ma determinati nella loro denuncia di disagio esistenziale e insoddisfazione socio-politica – compensavano le eventuali carenze di lucidità e i problemi incontrati per suonare dal vivo, registrare in maniera decente, semplicemente esser presi sul serio. Nonché farsi ingaggiare da un’etichetta… che doveva essere major, ovvio, perché il piccolo circuito indipendente snobbava quel tipo di sound e autoprodursi era una faccenda assai complicata. Continua a leggere

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Luxfero

È inutile piangere sul latte versato, ma i Luxfero furono un’occasione mancata; se avessero realizzato un disco a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, quando erano uno dei nomi di punta della Roma underground, oggi sarebbero ricordati molto, molto di più. Il vinile, con materiale d’epoca, si fece invece aspettare fino al 2010, e per me fu un vero piacere scriverne le note di presentazione per il retrocopertina.

Nel foglio sul quale elenco tutti i concerti ai quali ho avuto il piacere (o il dispiacere) di assistere dal giurassico 1974 a ora il nome Luxfero figura nel 1983 e nel 1985, ma nella mia memoria è rimasta impressa – indelebilmente, è ormai lecito supporre – una band diversa. Quelli scolpiti nella Storia sono infatti i Luxfero dai connotati punk (e post-punk) che all’inizio del 1980 avevano infiammato la platea del “1° Festival Rock Italiano”, patrocinato dalla rivista “Ciao 2001” e ospitato in origine dal Cinema Teatro Palazzo e quindi dal Cinema Teatro Espero di Via Nomentana (oggi, ahinoi, sala bingo): un momento-cardine per un circuito punk capitolino decisamente sommerso a causa dei pochi club dove esibirsi, del numero piuttosto ridotto di gruppi degni di tal nome e della scarsissima documentazione discografica (solo l’album degli Elektroshock, edito dalla Numero Uno/RCA), risultato del generale clima di diffidenza che avvolgeva non solo la nostra piccola e provinciale blank generation ma pure i suoi ispiratori d’oltremanica e d’oltroceano. La disinformazione autoctona, del resto, dipingeva i punk come fascisti, violenti e inetti sul piano musicale, e dunque perché il pubblico degli appassionati avrebbe dovuto appoggiarli? Continua a leggere

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Rinf + Adrian Sherwood

rinf-cop-4Nella Firenze degli anni ’80, e di conseguenza nel resto dell’Italia interessata ai nuovi suoni, Paolo Cesaretti era un vero eroe di culto. Non era un musicista, ma realizzava una magnifica fanzine (con allegato sonoro) chiamata “Free” e pubblicava splendidi dischi caratterizzati da una estrema cura per ogni aspetto, compreso quello estetico; bastava il curioso nome della sua etichetta, Industrie Discografiche Lacerba, per illuminarsi. A un certo punto, Paolo ha chiuso baracca e burattini per dedicarsi, con la stessa perizia e la stessa classe, ad altro; la scimmia gli era però rimasta sulla spalla e così, decenni dopo, ha pensato di rimettere mano al suo glorioso catalogo e renderlo disponibile in una veste diversa, ma sempre in sacro vinile. L’ultima uscita è un album dei Rinf, storica compagine post-punk (fiorentina), che raccoglie i brani prodotti dal mitico Adrian Sherwood e in origine usciti in due 12 pollici nel 1987 e nel 1988; il 33 giri in questione si intitola Der Westen ist Am Ende, ha una confezione eccezionale (ovviamente) ed è disponibile via Spittle/Goodfellas. Ho quindi pensato di riesumare le mie recensioni d’epoca dei due EP, aggiungendoci per completezza quella del precedente mini dell’ensemble (che, a scanso di equivoci, in Der Westen ist Am Ende non c’è; volendo, ne esiste la ristampa in CD, con tracce bonus, nel cofanetto quadruplo Silence Over Florence 1982-1984 del 2007, sempre marchiato Spittle).

rinf-cop-1Rinf EP
(Materiali Sonori)
Provate a immaginare una struttura ritmica dall’ossessività costante, sulla quale chitarra, synth, sax e tromba imbastiscono sonorità acide e nevrotiche, taglienti come la lama di un rasoio ma incredibilmente dinamiche ed eccitanti. Aggiungeteci una voce dai toni acuti e drammatici a recitare liriche in tedesco e avrete un’idea sufficientemente chiara della musica dei fiorentini Rinf, già noti per la partecipazione (non particolarmente esaltante) alla raccolta Body Section. Questo EP formato 12 pollici realizzato dalla sempre vigile Materiali Sonori si impone come uno dei prodotti più interessantl e significativi del “nuovo rock” italiano, offrendo una fusione trascinante e intelligente di funk stravolto, atmosfere malsane e suoni graffianti di rara potenza espressiva: canzoni tetre e convulse, paradossalmente partorite da una città di solito alla ribalta per altri generi di proposte non proprio metropolitane. Continua a leggere

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Stroncature (3)

Quando cerco qualcosa nel mio archivio di testi, mi capita di imbattermi in recensioni molto negative che raccolgo in attesa di aver voglia di pubblicare un post come questo, il terzo di una serie dedicata alla musica italiana. Nel primo, della primavera 2013, mi sono concentrato su nove dischi di artisti cosiddetti alternativi; nel secondo, dell’estate 2014, i riflettori si sono spostati su sei uscite più visibili; in questo ci sono solo tre recensioni (ma parecchio lunghe) nelle quali sono rappresentate entrambe le categorie. Due sono stroncature senza appello, l’altra è volutamente interlocutoria ma… vabbè, leggendola capirete che in questo contesto sta comunque benissimo.
bugo-copBugo
Dal lofai al cisei
(Universal)
Immaginate Beck e Jon Spencer nati e cresciuti nella provincia italiana, aggiungetevi delle ballatone tristi alla Will Oldham, l’amore per il blues e il rock’n’roll, i rap folli dei Soul Junk, la sua faccia estasiata quando gli ho fatto sentire i Pussy Galore e infine una palese somiglianza col Celentano rockabilly dei tempi d’oro”. Così si leggeva nel comunicato stampa relativo a Questione di eternità/Canta che ti passa, 45 giri di debutto di Bugo. Così, invece, si chiudeva la mia recensione del disco, apparsa sulle nostre pagine nel luglio del 1999: “benché rozzo, caotico, abrasivo e purtroppo molto breve, il 7 pollici merita senza dubbio la qualifica di oggetto di culto, anche perché – ci credereste? – si fa ascoltare con piacere”. Continua a leggere

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Valentina dorme

Qualcuno lo ricorderà: ci sono stati giorni felici in cui il termine “indie” veniva associato a musica bella e non, come per lo più accade oggi, a merda pop modaiola che non brilla né per lo spirito, né per il gusto e nemmeno per l’ingegno, cacata da ultratrentenni divenuti adulti solo per l’anagrafe a beneficio di ottusi fancazzisti schiavi della Rete e delle sue infinite stronzate. Con il letamaio di cui sopra, i Valentina dorme – da Treviso – non hanno mai avuto nulla a che spartire, e mi fa dunque piacere ricordarli in questa sede con le recensioni dei loro tre album editi dalla compianta Fosbury fra il 2002 e il 2009, il primo dei quali vinse anche il premio del MEI per il miglior esordio; manca quella del quarto e ultimo (in ogni senso: la band si è poi ritirata delle scene) La estinzione naturale di tutte le cose, uscito per la Lavorarestanca nel 2015, che purtroppo non ho avuto l’opportunità di scrivere. Ah, dimenticavo: due loro pezzi figurano in una raccolta di “rock d’autore” da me curata nel 1997, alla quale prima o poi dedicherò un post.

valentina-dorme-cop-1Capelli rame
(Fosbury)
Dopo dieci anni di carriera sotterranea, vari demo e alcuni contributi a raccolte di un certo rilievo (Ritmi Globali 1996 e la nostra Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore), anche per i Valentina Dorme è arrivato il momento dell’esordio ufficiale. Ecco così che Capelli rame, dodici episodi per quasi quaranta minuti di musica, fotografa con nitidezza il valore della band, sempre più abile e ispirata nel legare sonorità ombrose di scuola anni ‘80 (con i primi Diaframma come modello, ma senza scivoloni nel plagio) e liriche in italiano oscillanti tra visioni oniriche e poesia maudit. Continua a leggere

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Assalti Frontali

La sigla Assalti Frontali esiste ormai da venticinque anni, e da pochi giorni è stata impressa su un nuovo, eccellente album (si intitola Mille gruppi avanzano, e se vi interessa ne ho scritto qui). Della posse romana avevo già recuperato una lunga intervista dell’epoca del “controverso” accordo con la BMG, ma quando mi sono trovato a rileggere questa recensione dell’esordio su disco di Militant A e compagni sono rimasto basito: ricordavo naturalmente che Terra di nessuno mi aveva folgorato, ma una presa di posizione tanto esplicita e arrabbiata… proprio no. Va da sé che, con il senno di poi, sono ancora più felice delle mie parole di allora.

assalti-frontali-copTerra di nessuno
(Assalti Frontali)
Parlare senza paura” è la frase – chiamarla “slogan” sembrerebbe in qualche modo offensivo – che forse più di ogni altra ricorre in Terra di nessuno, splendida prima fatica degli Assalti Frontali. Un album unico nel panorama nazionale, che solco dopo solco si impone con tutta la sua dirompente forza d’urto: urto di parole crude e rabbiose, specchio sincero di una volontà di ribellione che nasce nella strada, e urto di suoni, in massima parte frutto di campionamenti ma in un caso (nella esplosiva Assalto frontale, con ritmi e chitarre dei grandi Brutopop) derivati anche da strumenti canonici. Continua a leggere

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Il Muro del Canto

Sono rimasto abbastanza deluso dal fatto che il terzo album del Il Muro del Canto non sia riuscito a entrare (mi pare di aver capito che sarebbe bastato un solo voto in più) nella cinquina dei dischi che si sono contesi l’ultima Targa Tenco nella categoria “in dialetto”. Sarà per la prossima volta, o almeno spero; recupero intanto una delle recensioni che ho scritto del disco in questione, disco che figura nella mia playlist del 2016 appena uscita su “Blow Up” di dicembre, che sarà proposta qui nel blog a fine anno.

il-muro-del-canto-copFiore de niente
(Goodfellas)
Minimi dubbi (anzi, nessuno) che lo stile de Il Muro del Canto, come più o meno tutti quelli legati al folk, mal si presti a radicali “evoluzioni”. I suoi requisiti di base, dall’equilibratissimo impianto strumentale elettroacustico all’inconfondibile voce grave del frontman Daniele Coccia, non potrebbero divergere più di tanto dalla strada finora battuta senza sacrificare quelle che della band capitolina sono la forza e l’essenza; ovvero, una formula che profuma di classico ma che è a tutti gli effetti personale e nuova, capace di recuperare ed esaltare attraverso musiche e testi intensi, solenni e quantomai suggestivi nel loro incontro di ombre e luci, la bellezza della poetica romana e romanesca. Continua a leggere

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Anarchy In The U.K. (40)

anarchy-40-copIl 26 novembre 2016, il primo 45 giri dei Sex Pistols ha compiuto quarant’anni, e su Fanpage.it abbiamo deciso di celebrarlo degnamente. In poche ore, il giorno stesso, sono così stati pubblicati ben tre miei contributi, ovvero:

un articolo “celebrativo”, che al tempo stesso è una sorta di “punk for dummies.

una videointervista a Glen Matlock, originario bassista della band nonché autore della musica del brano, filmata a Roma mesi fa.

la mia rubrica settimanale “La Torre di Babele”, dedicata nella circostanza all’arrivo del punk in Italia.

Credo avesse senso riportare qui i relativi link, a beneficio di quanti non seguono Fanpage o non mi leggono su Facebook.

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Afterhours

Credevo di averlo già fatto da alcuni mesi, ma mi sbagliavo. Recupero allora adesso la mia recensione dell’ultimo album degli Afterhours, anche e soprattutto in previsione delle ormai imminenti playlist del 2016. Nella mia, ovviamente, Folfiri o Folfox c’è.

VAL_open both sides_6mm_LP1043 [Convertito]Folfiri o Folfox (Universal)
Si può dare a un disco un titolo che sia comprensibile solo ai medici e a quanti hanno avuto incontri ravvicinati con il dramma di un tumore al colon-retto? Si può e, anzi, si deve, per (cercare di) esorcizzare tenebre forse mai così tanto spaventose. E Manuel Agnelli l’ha fatto, scavando nel suo personale abisso – la perdita del padre, dopo una lunga e angosciosa malattia – ed estraendone versi spesso crudi ma sempre genuinamente poetici, collegati assieme in una storia che ne comprende altre; una storia privata che però scarta verso la sfera sociale, la fede (quella che non c’è), il sentimento, i massimi sistemi, raccontata con linguaggio più criptico che esplicito ma non per questo meno espressivo e comunicativo. Continua a leggere

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Michele Gazich

Un bellissimo e atipico disco di canzone d’autore italiana che secondo me meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato molto più di quanto stia accadendo, perché Michele Gazich non è “gggiovane” e “cool” – rimanendo nell’ambito di chi non è ancora “star” – come Calcutta, Thegiornalisti o Pop X, e lo spazio disponibile sui media più o meno generalisti è per loro. Questo, invece, è un album per chi pensa che la musica sia una cosa seria.

gazich-copLa via del sale
(FonoBisanzio)
Michele Gazich è conosciuto principalmente come violinista e “organizzatore di suoni”, in virtù di un’attività in studio e dal vivo che lo ha visto accanto a molti colleghi di area – semplificando al massimo – folk-rock: da Massimo Bubola e Massimo Priviero a Michelle Shocked, Eric Andersen, Victoria Williams, Marc Olson, Mary Gauthier. Continua a leggere

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Targhe Tenco 2016

club-tencoE anche per quest’anno, è fatta: i vincitori sono stati appena annunciati e, con mia grande soddisfazione, quattro su cinque sono quelli che avevo votato anch’io. Sia nella prima fase, durata mesi e riservata alla commissione selezionatrice, sia nella seconda aperta all’intera giuria di 230 elementi che ha designato le cinque nomination, sia nella terza e ultima dalla quale, appunto, sono scaturiti i nomi che passo a elencare.

Album dell’anno è “Una somma di piccole cose” di Niccolò Fabi. Per chi volesse approfondire, c’è qui un mio articolo su Fanpage.it.

“Opera prima” dell’anno è “La fine dei vent’anni” di Motta È una vittoria che mi rende particolarmente felice, visto quanto mi sono esposto – leggere qui – al tempo dell’uscita del disco.

Per l’album in dialetto, un ex aequo: Claudia Crabuzza con “Com un soldat” e James Senese & Napoli Centrale con “’O sanghe”.

Nella sezione “interpreti di canzoni non proprie” si è imposto Peppe Voltarelli con “Voltarelli canta Profazio”. Qui le mie riflessioni al proposito.

Infine, la miglior canzone è “Bomba intelligente” di Francesco di Giacomo e Paolo Sentinelli, interpretata dallo stesso Di Giacomo insieme a Elio e le Storie Tese nell’album di questi ultimi “Figgatta de blanc”. Recensendo il disco su AudioReview, ho scritto: “Spiccano per genialità “Il quinto ripensamento”, che rilegge addirittura Ludwig Van Beethoven, e la ballata “Bomba intelligente”, che ospita il violino di Mauro Pagani e che fu scritta e cantata da Francesco Di Giacomo; al compianto frontman del Banco non difettavano certo ironia e gusto per la trasgressione, e la sua presenza potrebbe servire a illuminare quanti negli Elii vedono solo degli inguaribili cazzoni“.

Le Targhe saranno consegnate in quel di Sanremo nel corso della tre giorni del 20-21-22 ottobre. Dettagli e informazioni qui: http://clubtenco.it/

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The Sleeves

Trent’anni fa, di questi tempi, gli Sleeves approntavano il loro primo demo, e dieci anni dopo, sempre di questi tempi, pubblicavano il loro terzo (e a tutt’oggi ultimo) disco. Mi sembra dunque carino approfittare della doppia ricorrenza per ricordare la parabola di questa eccellente band r’n’r genovese, della quale all’epoca recensii tutto, riesumando quanto scritto su tre giornali diversi (Mucchio Selvaggio, Rockerilla e Velvet; ci sarebbe stato pure un quarto pezzo, su AudioReview, ma ve lo risparmio). Sono dischi che non ho mai dimenticato, che ogni tanto rimetto su e che mi capita persino di programmare in Rai (ascoltare qui), e i sentimenti che nutro nei loro confronti sono dichiarati in modo assai evidente, o almeno credo, dalle righe a seguire. In verità, negli anni ’80 avrei tanto voluto produrli e pubblicare un loro album per la mia High Rise, ma non fu possibile: per spostare loro a Roma o andare io a Genova serviva troppo in rapporto al budget da me stanziabile e alle loro possibilità di contribuire. Se ne parlò, ma non se ne fece nulla… e il rimpianto mi è rimasto, più o meno come per Steeplejack e Boohoos; ricordo pure che attorno al 1990 rimasi male nel leggere su una fanzine un’intervista nella quale il frontman Marco Cheldi mi accusava, con toni antipatici, di “non aver voluto tirar fuori i soldi”, quando i soldi li tiravo fuori con tutti… ma, insomma, c’erano dei limiti a quello che mi era possibile investire e che ero disposto a perdere (che poi ci abbia perso sempre è naturalmente un’altra faccenda). Non ho serbato rancore, perché, di norma, per farmi serbare rancore bisogna combinarmi qualcosa di veramente grave (a qualcuno, infatti, lo serbo eccome), e, anzi, mi piacerebbe parecchio organizzare per qualche etichetta di buona volontà un bel CD antologico con i due dischi, il demo, le altre chicche che i ragazzi disseminarono su vinile negli Ottanta, fotografie, note e assortite memorabilia. Chissà.

Sleeves cop 1Getting The Fear
Sono di Genova, vantano una classicissima line-up r’n’r di tre elementi (chitarra/voce, basso e batteria) e hanno appena realinato il demo-tape Getting The Fear, inciso per metà in studio e per metà dal vivo: stiamo parlando degli Sleeves, figli naturali dei Dream Syndicate (non a caso propongono una cover di Still Holding On To You) e del roots-rock statunitense. Il lato in studio, oltre alla già citata cover, contiene due originali del gruppo, validi seppure con qualche soluzione un po’ ingenua, mentre la facciata live raccoglie i tre pezzi di cui sopra più le riletture di So You Want To Be A Rock’n’Roll Star (Byrds) e I Had Too Much To Dream Last Night (Electric Prunes). Insomma, un buon biglietto da visita.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.106 del novembre 1986

Sleeves cop 2Five Days To Hell
Dieci canzoni amare, acide, in cinque giorni, spesso cantate con le lacrime agli occhi. Me stesso, mio fratello, il mio migliore amico. Le due ore passate a Pisa con Paul Cutler, Los Angeles 1981, le tue recensioni, le tue parole ad Arezzo, tutto questo è tra i solchi del disco, un disco che probabilmente rimarrà negli scaffali del retrobottega di un negozio, ma che spero ti piacerà”. Non penso che me ne vorrai, Marco, se ho reso pubblico questo stralcio della lettera che mi hai inviato. Non so se mi crederai quando ti dirò che spesso, all’ascolto di Five Days To Hell, gli occhi mi diventano lucidi. E che in esso ritrovo i nostri Dream Syndicate, i nostri Alley Cats, la nostra California, le nostre birre, i nostri sogni, soprattutto il nostro rock’n’roll. Continua a leggere

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Tre anni di fanpage.it

A fine giugno si è concluso il mio terzo anno di collaborazione regolare – una rubrica alla settimana legata al tema “rock italiano” – su fanpage.it. Per chi magari avesse perso qualche articolo, ecco l’elenco (con relativi link) di quanto uscito dal luglio 2015 al giugno 2016. Per gli articoli pubblicati dal luglio 2013 al giugno 2014 cliccare qui; per quelli dal luglio 2014 al giugno 2015, qui.

Max Gazzè: non più in tre ma da sé
Luigi Grechi, la storia del primo De Gregori
Warner contro Gang: Guerra e pace
Quando Guccini fu avvelenato
Fabrizio De André: cinque pezzi da collezione
Dieci canzoni che devi ascoltare se hai vent’anni oggi
Rino Gaetano: i “preziosi” vinili
Domenico Modugno: i sessant’anni di “Vecchio frac” e l’evento di Polignano
Diaframma e Litfiba: a trent’anni da Amsterdam
Vinicio Capossela: i quindici anni di “Canzoni a manovella”
I Bluvertigo e l’incognita dello ‘scongelamento’
Massimo Ranieri: cantore di Napoli fedele alle radici
Fedele a chi, fedele a cosa? Considerazioni sparse su Giovanni Lindo Ferretti
Un occhio di riguardo per il chitarrista: ricordando Ivan Graziani
Il Teatro degli Orrori: fenomenologia di una band criticata e fraintesa
Quando i Goblin scrissero la Storia con la colonna sonora di “Profondo rosso”
Essere o non essere? La “non reunion” cult degli Scisma
Edoardo Bennato: gli anni ribelli di un’icona generazionale
Luca Carboni, presente e passato della mosca bianca del pop italiano
L’eredità di Fabrizio De André: un patrimonio collettivo da proteggere
Nomadi, cinquant’anni dal primo singolo: l’inizio in sordina di un gruppo che resiste
Baustelle: dal vivo a Roma, per riproporre la loro sfida pop
Francesco Guccini: il nonsense della sua raccolta più completa
Pino Daniele: il passato che ritorna (a caro prezzo)
Francesco Baccini, altro che Dolcenera: una vita in bilico fra canzone d’autore e pop
L’incomprensibile successo da stadio dei Modà
Mauro Ermanno Giovanardi: il disco italiano del 2015, Pop con la P maiuscola
Giorgio Tirabassi: da attore a cantore – di qualità – della sua Roma
Il Fabrizio De André ancora “negato” a diciassette anni dalla morte
Nada: la conquista dell’autenticità da “Ma che freddo fa” a “L’amore devi seguirlo”
Caterina Caselli: la sua “Nessuno mi può giudicare compie cinquant’anni
Aurora: il difficile, straniante terzo album de I Cani
Marlene Kuntz: l’orgia rock della “Lunga attesa”
Elisa torna all’inglese con “On”: la sua casa è il mondo
VoxPop2016: il ritorno di un’esperienza cruciale per il rock italiano dei ’90
Daniele Silvestri senza rete: Acrobati è il suo capolavoro?
Streaking: Quando Loredana Bertè si mise a nudo
Le perle (per porci) di Giorgio Canali
Gli Spartiti di Max Collini e Jukka Reverberi: un’Austerità che conquista
La Resistenza è una cosa seria: l’ironia inopportuna del nuovo singolo di Zucchero
Tiromancino: La descrizione di un attimo prima della fama
Cristiano De André: una carriera fra il peso dell’eredità e l’emancipazione
Motta: la più bella sorpresa del 2016
Niccolò Fabi: la perfezione pop di “Una somma di piccole cose”
“Canzoni della Cupa”: il viaggio nelle radici di Vinicio Capossela
Sotto il segno del “core”: il grande ritorno degli Almamegretta con “Ennenne”
Manuel Agnelli a X Factor? Vi spiego perché ha fatto bene
Il Sud di ieri (e di oggi) nelle canzoni di Peppe Voltarelli e Otello Profazio
I Dinosauri raccolgono l’eredità dei primi Modena City Ramblers
I quarant’anni di “Via Paolo Fabbri 43”, il capolavoro di Francesco Guccini
Discoverland: l’arte della cover di Pier Cortese e Roberto Angelini
Enrico Ruggeri: da trentacinque anni sull’ottovolante
Yo Yo Mundi: da trent’anni contro, alla loro maniera

E poi, le videointerviste:
Caparezza
Teho Teardo e Blixa Bargeld
Afterhours

 

 

 

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Shotgun Solution

Nel 1983, ventitreenne, avviai un’attività parallela di produttore artistico e fondai anche una piccola etichetta discografica chiamata High Rise (maggiori dettagli qui). Lo feci perché “dovevo” e non perché sperassi di guadagnarci e come da copione l’impresa fu economicamente fallimentare, ma sono comunque stati i soldi meglio “buttati” della mia vita. Adesso, trentatré anni dopo, gli amici Roberto Gagliardi e Pierpaolo de Iulis – ognuno alla sua maniera, due di quelli che si impegnano per tener vivo il fuoco del punk – mi hanno praticamente costretto a fargli ristampare il primo disco da me realizzato, l’unico 7”EP della ferocissima band romana Shotgun Solution, da tempo molto ricercato dai collezionisti di tutto il mondo (a quanto sembra, qualcuno ne ha persino confezionato un falso). Dato che tutti volevamo fare le cose per bene, ho tirato fuori dal mio archivio materiale a iosa: un brano inedito delle stesse session di studio, una serie di foto che nessuno a parte il fotografo (sempre io) aveva mai visto, qualche memorabilia. E ho scritto oltre 12.000 battute sulla breve ma intensa storia del gruppo, che hanno trovato posto nell’inserto pieghevole di otto pagine che correda la confezione. Eccone lo stralcio iniziale (ma il seguito è meglio), assieme alla copertina – approntata appositamente – del “nuovo” 7 pollici.

Shotgun Solution copDifficile se non impossibile spiegare nel dettaglio a chi era troppo giovane, o addirittura non c’era proprio, cosa fosse il mondo della musica italiana alternativa – o anche il mondo in genere – nel 1981. Me ne astengo, allora, e mi limito a dire che nella mia Roma nessun gruppo punk aveva ancora realizzato un disco; non mancavano i fermenti né la voglia, ma tutto era dannatamente complicato. Avevo ventun anni, in quel 1981. Da cinque conducevo trasmissioni rock in emittenti locali, da due collaboravo con riviste ed ero costantemente a caccia di idee che potessero smuovere le acque. Continua a leggere

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