Articoli con tag: rock italiano

Panceri vs Cure

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.12
Potrei facilmente capire perché uno che si chiama Luigi Giovanni Maria decida che per la carriera di cantante sia meglio utilizzare qualcosa di più breve e facilmente memorizzabile, ma… Gatto?!? Affari suoi, comunque. In questa sede se ne parla non per il curioso nom de plume del Panceri, bensì per la sua non meno bizzarra scelta di “italianizzare” – con un testo (a sua firma) privo di legami con l’originale inglese e, diciamolo, non proprio irresistibile – Lullaby dei Cure, il maggior successo in UK di Robert Smith e compagni. Nelle mani (nelle zampe? nelle grinfie?) del Gatto, nel 2003, il brano divenne Alla prossima e fu inserito nell’album 7 vite.

Adattamenti n.1: Michele vs Elvis Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Marco Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Ornella Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caterina Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Duilio Del Prete vs Jacques Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

Adattamenti n.11: Teho Teardo e Blixa Bargeld vs Tommy James And The Shondells

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Teardo/Bargeld vs James

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.11
Pubblicata sul finire del 1968, Crimson And Clover di Tommy James And The Shondells fu senza alcun dubbio una superhit: primo posto nella classifica dei singoli USA (e di altre nazioni), circa cinque milioni di copie vendute. L’adattamento italiano a cura di Mogol e Cristiano Minellono, intitolato Soli si muore, fu anche un buon successo, nell’interpretazione di Patrick Samson (ma la cantò pure Michele, sempre nel 1969). Due, tra loro diversissime, le cover di tale adattamento che voglio segnalare: la prima, in chiave punk, è della band veronese A.C.T.H. ed è contenuta nell’album Iguana, del 1990); la seconda, delicatamente spettrale, è di Teho Teardo & Blixa Bargeld ed è stata inserita (assieme alla rilettura della Crimson And Clover originale) nell’EP Spring del 2014.

Adattamenti n.1: Michele vs Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Masini vs Metallica
Adattamenti n.4: Vanoni vs Genesis
Adattamenti n.5: Caselli vs Rolling Stones
Adattamenti n.6: Del Prete vs Brel
Adattamenti n.7: Statuto vs Specials
Adattamenti n.8: Ribelli vs Supremes
Adattamenti n.9: Hugu Tugu vs Jefferson Airplane
Adattamenti n.10: Maurizio vs Who

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Memorabilia (11)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Questo è proprio un bell’oggetto, al quale tengo assai. Si tratta del “doppio disco di platino” realizzato dalla Universal italiana per celebrare le oltre 260.000 copie vendute (come da certificazione della FIMI) di Nevermind dei Nirvana. È autentico e posso dirlo a ragion veduta perché conosco la sua provenienza: direttamente dalla Universal e, no, non l’ho rubato staccandolo da un muro, ma mi fu regalato da un dirigente della stessa casa discografica. Avendo appreso che a breve gli uffici romani sarebbero stati chiusi, provai a chiederglielo convinto che mi avrebbe risposto no, e la tranquillità con la quale mi disse “ma sì, prendilo pure” mi fa pensare che, forse, avrei potuto essere più sfacciato e provare a impadronirmi anche di quelli di In Utero e di Appetite For Destruction (dei Guns N’Roses) che gli stavano vicino. Forse, però, l’avidità sarebbe stata punita, e allora nessuna recriminazione: bene così.

Memorabilia 1: Cartonato di In Utero dei Nirvana.
Memorabilia 2: Spaghetti dei Guns N’Roses.
Memorabilia 3: Bevute con Modena City Ramblers, Gaznevada e Skiantos.
Memorabilia 4: L’accendino Zippo dei Litfiba.
Memorabilia 5: Il “mobile” dei Sonic Youth.
Memorabilia 6: Il whisky dei Calibro 35.
Memorabilia 7: I testi rilegati dei Sisters Of Mercy.
Memorabilia 8: La lente di ingrandimento dei Litfiba.
Memorabilia 9: Le carte da gioco dei Casino Royale.
Memorabilia 10: Blocnotes e Mousepad dei Litfiba.

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Rock These Ancient Ruins

Al momento il maledetto virus domina le nostre giornate e in molti, troppi casi le rende purtroppo luttuose, ma i progetti varati ben prima che ci trovassimo a fronteggiare una situazione da romanzo distopico vedono comunque la luce. Ad esempio, questo LP (sì, solo vinile, molto curato e con artwork notevolissimo) nato da un’idea e dalla costanza di Lorenzo Canevacci, famoso per essere stato il chitarrista dei Bloody Riot ma da ormai quarant’anni sempre musicalmente attivo (da un bel po’ guida i Wendy?), affiancato da Simone Lucciola. Si tratta di una raccolta con quattordici brani-bomba di altrettanti artisti di area rock (rock per davvero, intendo), pressoché tutti contemporanei (anche se un paio di incisioni provengono dal passato), ovvero Alex Dissuader, Alieni, Beats Me, Blood ’77, Cyclone, Ferox, Human Race, Idol Lips, Mad Rollers, Plutonium Baby, Queen Kong, Taxi, Tigers In Furs e ovviamente Wendy?. I marchi sono quelli di Area Pirata e Surfin’ Ki e sono stato molto contento di scriverne una sorta di “prefazione” che potete leggere qui sotto.
La si può ascoltare interamente in streaming oppure acquistare (vinile o file) cliccando qui.
In giorni ormai parecchio lontani, i dischi con brani di più artisti erano un diffusissimo strumento promozionale per il catalogo di un’etichetta, per una scena musicale specifica, per quanto accadeva in una determinata città o zona; e poi, prescindendo dalla disomogenità qualitativa dei contenuti e dalle vendite poco rilevanti, una compilation significava anche aggregazione, sulla scia dell’infervorato “if the kids are united” eccetera eccetera di Jimmy Pursey. Questo in epoche in cui l’ascolto era imprescindibilmente legato a un oggetto, perché da quando Internet regna sovrano le raccolte sono di fatto divenute playlist e quelle in vinile, cassetta o CD sono pressoché scomparse.
Rock These Ancient Ruins è un’antologia vecchio stile. Un po’ la nostalgia (canaglia) c’entra, perché negarlo?, ma le principali chiavi di lettura del progetto sono altre. In primis, il desiderio di proporre un biglietto da visita del panorama rock romano – rock autentico – di questo periodo, vitale e vivace benché l’immagine pubblica della Capitale sia oggi in una canzone d’autore nel complesso molto meno “alta” di come viene reclamizzata e nella desolante ondata trap. Poi, l’aggancio al mini-festival “Raw Rock’n’Roll”, ideato nel 2017 dall’irriducibile Lorenzo Canevacci, del quale si sta pianificando la terza edizione. Infine, la ratifica dell’esistenza di un filo che, nell’ottica di quello spirito collaborativo che per fortuna continua, unisce un bel po’ di superstiti degli anni ’80 ai loro fratelli minori affacciatisi alla ribalta in seguito.
Il patchwork composto dalle quattordici tracce del disco, quasi tutte in esclusiva, è – come dire? – “democratico”: punk, garage, glam e altre forme di r’n’r “ruvido e cazzuto” trovano in questi solchi felice e feroce rappresentanza, i ragazzi più giovani sono accanto ai ragazzi più attempati che però ragazzi rimangono, le band con poca storia alle spalle sfilano assieme ai veterani che vantano una lunga teoria di concerti e produzioni, i testi in inglese e in italiano convivono senza attriti. Tutto molto appassionato, molto genuino e molto bello, come da consolidata tradizione del rock cresciuto all’ombra del Colosseo, in piena armonia e senza ricerche spasmodiche di quella visibilità ad ogni costo che è la vera droga del mondo odierno. Difficilmente l’invito a scuotere queste (cazzo di) rovine avrebbe potuto essere sostenuto in modo più dirompente.

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Maurizio vs Who

Canzoni straniere, famose e non, adattate in italiano, con risultati ora interessanti, ora precari, ora spiazzanti o divertenti.Serie “adattamenti”, n.10
Il Maurizio in questione, riconoscibilissimo nella foto di copertina, è naturalmente Arcieri, qui nella sua fase solistica tra i New Dada e i Chrisma/Krisma. Per la precisione, l’anno del 45 giri (su etichetta Polydor) è il 1970, e la facciata A – Guardami, aiutami, toccami, guariscimi (See Me, Feel Me) – è l’adattamento in italiano di Go To The Mirror!, uno dei brani-cardine dell’opera rock degli Who Tommy (1969). Si tratta di una versione singolare, perché dell’originale scritto da Pete Townshend riprende solo una parte, “rimontata” e accoppiata a un testo firmato da Vito Pallavicini. Il tutto è parecchio visionario/psichedelico e vanta comunque un certo fascino; non c’è da stupirsene, perché al di là degli occasionali scivoloni Maurizio Arcieri, scomparso prematuramente ormai cinque anni fa, possedeva un autentico spirito rock.

Adattamenti n.1: Michele vs Presley
Adattamenti n.2: Innominati vs Doors
Adattamenti n.3: Masini vs Metallica
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