Articoli con tag: rock italiano

Bad Brains (1983)

Questa un minimo la devo spiegare, altrimenti rischio di passare per matto. Nell’autunno del 1983 avevo ventitré anni e la mia occupazione – quella principale: facevo anche altro – era organizzare/coordinare gli spazi dedicati alla musica “nuova” sul Mucchio Selvaggio, oltre ovviamente a scriverci. Ero lì da oltre quattro anni e per tutto quel tempo, dato che per scelta mi occupavo di punk, post-punk, avanguardie, rock “moderno” e artisti italiani, non ero esattamente ben visto dalla frangia più “reazionaria” dei lettori: una/due lettere di protesta al mese arrivavano sempre ed erano per lo più ridicole con i loro – esempio inventato ma in linea con la realtà – “ma perché regalate pagine alla new wave di merda invece che darne di più a David Bromberg o ai Rolling Stones?”; va inoltre detto che parte dello staff storico della rivista, composto da ragazzi più anziani di me, non era poi così in disaccordo con i lettori di cui sopra e almeno all’inizio mi rompeva più o meno bonariamente le palle anche per X, R.E.M., Dream Syndicate o Fleshtones. La recensione qui a seguire fu una sorta di sfogo, un “andate tutti affanculo” del quale non mi sono mai pentito. Col senno di poi non avrei magari citato Neil Young, ma se andate a guardare che dischi pubblicava in quegli anni il caro, vecchio Loner forse capirete. Ah, dei Bad Brains si parla anche qui.

Rock For Light
(PVC)
Caro presunto lettore-medio del Mucchio Selvaggio, questa recensione è dedicata a te. A te che di solito storci il naso di fronte a tutto ciò che non è rock come TU lo intendi, a te che rimpiangi i tempi del buon vecchio Neil Young, a te che sei tanto tradizionalista da non saper vedere più in là del tuo naso, a te che sei rockettaro quanto la mia prozia ultrasettantenne, a te che sai solo criticare e distruggere e non hai la più pallida idea di come si faccia a costruire qualcosa, a te che puzzi di hippy lontano un miglio, a te che odii il nuovo rock solo perché, essendo vecchio dentro, non riesci a capirlo, a te che vedi la musica divisa in compartimenti stagni, a te che venderesti tua sorella per la centoventisettesima versione su bootleg di Satisfaction, a te che in questo momento ti stai chiedendo con quale diritto mi permetta simili pubbliche affermazioni. Caro lettore, se ti sei infuriato per ciò che ho scritto finora, lascia perdere questi Bad Brains non fanno per te; se, invece, ti sei stupito del fatto che io abbia una così bassa considerazione di alcuni degli acquirenti di questo benedetto giornale, prosegui pure a leggere e poi decidi; se, infine, hai compreso il mio stato d’animo e lo condividi, allora corri a comprare Rock For Light, ti sarà difficile non amarlo. Continua a leggere

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Quintorigo (1999-2003)

Il Festival di Sanremo è da ieri in pieno svolgimento e oggi l’amico Riccardo De Stefano mi ha ricordato di quando all’edizione di diciannove anni fa all’Ariston sbarcarono gli alieni, nelle persone dei Quintorigo. Qui ne “L’ultima Thule” avevo già recuperato una lunga, illuminante intervista del 2003, ma perché negarvi il piacere di (ri)leggere quanto scrissi in tempo reale dei primi tre album della band romagnola, in cui il ruolo di frontman era rivestito da quel geniaccio – chi ritiene che il titolo sia eccessivo, vada ad ascoltare le sue prove da solista – di John De Leo? La carriera dei Quintorigo originali si chiuse con questi tre dischi. Cioè, no, a voler essere precisi fu suggellata da un CD live, Nel vivo, pubblicato nel 2004 solo in allegato al “mio” Mucchio Extra; cosa della quale, non ho problemi ad ammetterlo, vado tuttora molto orgoglioso.

Rospo
(Universal)
Sul palco di Sanremo i Quintorigo hanno fatto un figurone, per meriti propri e non grazie alla sciatteria del 90% della concorrenza: riconoscimenti, in ogni caso, loro tributati dalla critica più attenta e non dal grande pubblico, rimasto spiazzato dalla inquietante presenza di John De Leo, invasato e geniale contorsionista della voce, e dalla canzone atipica e destabilizzante – vedi ad esempio l’isolato gracidio del finale, da molti scambiato per un rutto – che dà anche il nome a questo primo album del gruppo. Continua a leggere

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Ricordando gli N.N.

Il mio percorso professionale abbonda di artisti (italiani, in questo caso) scoperti – e spesso recensiti – ancor prima dell’esordio discografico e “accompagnati” nel prosieguo di carriera. Di norma, quelli sui quali mi sbilancio raccolgono consensi di massa o di culto, o comunque in qualche maniera “rimangono”; ci sono inoltre le eccezioni che confermano la regola, ovvero quelli che vanno avanti anche per decenni ma con un sostegno di pubblico esiguo e quelli che, invece, si dissolvono per le ragioni più diverse dopo uno/due album. La band qui ricordata non c’è nemmeno arrivata, all’album; la sua produzione è limitata a un mini-CD con sei brani edito più di ventidue anni fa dalla IRA DC, tentativo coraggioso ma purtroppo rapidamente abortito di rilanciare la gloriosa etichetta che negli anni ’80 aveva imposto i Litfiba, i Diaframma, i Moda (senza accento; erano il gruppo di Andrea Chimenti) e i Violet Eves di Nicoletta Magalotti.
Li avevo conosciuti quando, giovanissimi, operavano con il discutibile nome Skits & Roll. Li avevo amati da subito, non avevo lesinato in suggerimenti credo utili e alla fine li avevo presentati ad Alberto Pirelli, storico produttore dei Litfiba nonché titolare della label; lui aveva condiviso il mio entusiasmo e li aveva indotti a trasferirsi a Firenze per poterli seguire al meglio. Il mini-CD di assaggio venne fuori una piccola meraviglia e più avanti i ragazzi incisero altro materiale rimasto però inedito; nacquero scazzi tra loro e Pirelli, dei quali ricordo solo la pesantezza, e alla fine gli N.N. – si erano ribattezzati così – si sciolsero per sempre. In loro memoria, ecco alcune testimonianze del mio appoggio al progetto: la recensione del demo degli Skits & Roll, un articolino dal taglio molto personale (e “de core”) e la recensione del disco, tra l’altro finito nella mia playlist del 1995 benché fosse un “mini”. Disco che, pur essendo fuori catalogo, è ancora reperibile con facilità e a prezzi ridicoli; chi lo acquisterà, magari dopo averne ascoltato le tracce su YouTube (ci sono tutte, mi sembra), farà secondo me un buon affare. Continua a leggere

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Mezzala

Un uccellino mi ha detto che Michele Bitossi, frontman di quei Numero6 (al momento “congelati”) dei quali potete leggere qui un’ampia intervista e una sintetica storia, sta realizzando il suo terzo album a nome Mezzala. Apprezzando molto, di testa e di pancia, la musica dell’artista genovese, non ho dubbi che ne scriverò, ma avendo promesso solennemente di non recuperare in Rete i miei scritti nuovi, vi rimando alle due recensioni vecchie. I dischi sono pure su Spotify, e dunque non avete scuse per non provare almeno ad ascoltarli.

Il problema di girarsi
(Urtovox)
Sono ormai vari anni che Michele Bitossi, dopo il proficuo apprendistato nei Laghisecchi, guida quei Numero6 che non abbiamo remore a definire una delle più brillanti esperienze pop-rock emerse sulla scena nazionale da un bel po’ di tempo a questa parte; un pop-rock senza dubbio alto, tanto nelle musiche di evidente derivazione Sixties – ricercate ma equilibrate – quanto in testi mai banali e ricchi di ironia. Continua a leggere

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Blaue Reiter (1982-1983)

Nel lontanissimo 1983 mi capitò di recensire il (secondo) demo di una band piemontese che di lì a poco sarebbe sparita per rinascere subito dopo dalle sue ceneri con un’altra ragione sociale. Il gruppo si chiamava in origine Blaue Reiter e per la sua nuova, non molto lunga vita (da me al tempo assai propagandata: qui una retrospettiva) si ribattezzò Viridanse. In epoca recente, i Viridanse sono poi addirittura ritornati in attività, realizzando due ottimi album dei quali non ho mancato di occuparmi sulle pagine di Blow Up. Considerato il mio stretto rapporto con l’ensemble in tutte le sue incarnazioni, è stato dunque un vero piacere, per me, scrivere le note di presentazione di un LP postumo contenente tutto il materiale registrato in studio dai Blaue Reiter; il disco in questione si intitola My Inner Thought ed è stato pubblicato alla fine dell’anno scorso in una tiratura limitata (solo vinile, niente CD) dalla Syntehtic Shadows.

È facile collegare a un periodo preciso il momento in cui i Blaue Reiter vissero, per dirla con il maestro Andy Warhol, i loro quindici minuti di (pur relativa) fama, suscitando curiosità a livello underground e inanellando una discreta sequenza di concerti. Accadde soprattutto dopo l’uscita – nell’autunno 1982 – di Gathered, antologia di emergenti curata dello staff di quel “Rockerilla” che all’epoca era la rivista di riferimento per chiunque fosse interessato alle nuove tendenze rock. Continua a leggere

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Maisie (2002-2009)

Quella dei Maisie è un’esperienza fuori dal comune e (anche) per questo molto interessante, finora concretizzatasi in una mezza dozzina di dischi (il nuovo, Maledette rockstar, sarà in circolazione dal 19 gennaio) e parallelamente nella ricca produzione dell’etichetta autogestita Snowdonia (scopritela qui). A meno che il mio ampio archivio non stia occultando qualcosa, dei “ragazzi” ho finora recensito tre album: gli ultimi, con l’esclusione di quel Morte a 33 giri (2005) che del lotto è forse il migliore… e vai a capire perché non ne ho scritto.

Music Is A Fish Defrosted
With A Hair-Dryer
(Snowdonia)
“La musica è un pesce scongelato con un asciugacapelli”: con un titolo così è difficile attendersi qualcosa di normale, specie considerando che i titolari dell’operazione sono i Maisie e il marchio che la sponsorizza è quello, rinomato per “eccentricità intelligente”, della Snowdonia. In questa circostanza, comunque, la coppia Cinzia La Fauci/Alberto Scotti è andata ancor più al di là della norma, limitandosi a comporre i brani per affidarne poi l’interpretazione al tastierista francese Falter Bramnk o, in un paio di casi, ad altri musicisti amici: una scelta certo bizzarra ma premiata da risultati senz’altro apprezzabili, sia in termini – come dire? – di estetica sonora che per quanto riguarda gli equilibri tra attitudine “alla ricerca” e godibilità della proposta. Continua a leggere

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Universal Daughters

“E questo che roba è?”, si domanderanno credo in parecchi. La risposta è semplice: un disco bello e particolare, che figura anche nella mia playlist del 2013 e sul quale mi fa piacere (ri)portare nel mio piccolo un po’ di attenzione. Dategli una possibilità.

Why Hast Thou Forsaken Me?
(Santeria)
In epoca pre-Internet un disco come questo non si sarebbe potuto fare, o quantomeno la sua realizzazione sarebbe stata faticosa e dispendiosa, con contatti iniziali non facilissimi, nastri multitraccia spediti per posta convenzionale e un’infinità di piccoli e grandi ostacoli pratici. Continua a leggere

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Human Race (2017)

Il mio primo contatto con gli Human Race avvenne grazie a un concerto dei Saints ai quali il quartetto romano faceva da spalla. Rimasi subito folgorato dal loro “classic punk” e ogni disco realizzato dal gruppo – due singoli e un album, tutti disponibili solo in vinile – ha confermato, se non rafforzato, l’ottima impressione iniziale.

Negative
(Dead Beat)
Sì, certo, il ’77 è roba di quarant’anni fa, ma questo non significa che il favoloso sound di quei giorni irripetibili, a base di voce cattiva, chitarra, basso e batteria stretti in un abbraccio ruvido e vigoroso non sia ancora in grado di lasciare il segno. Importa qualcosa che a offrirlo siano ragazzi che al tempo non erano neppure nati? Nient’affatto, se genuinità e ispirazione sono come quelle che prorompono da questo primo album degli Human Race, rimasto alcuni mesi nel cassetto e adesso pubblicato solo in vinile dalla stessa etichetta americana che nel 2003 diede alle stampe Like A Dog dei Taxi (i futuri Giuda). Continua a leggere

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Cheap Wine (1996-2017)

Scavando nel mio archivio ho scoperto di non aver recensito, come pensavo, tutti i dischi dei Cheap Wine. Mancano infatti all’appello i primi due album, A Better Place (1998) e Ruby Shade (2000). In compenso, ho pescato una segnalazione del demo del 1996, quello che poi sarebbe pubblicato – in veste più stringata – nel mini-CD d’esordio della band pesarese, anch’esso da me trattato all’epoca. Ripropongo con piacere tutto il corposo “dossier”, rimandando anche a un’intervista dell’epoca di Moving.

Pictures
(My My Hey Hey)
I Cheap Wine di Pesaro dichiarano fin dal nome prescelto – un vecchio brano dei Green On Red – la loro devozione per il roots rock americano profumato di country e psichedelia. Pictures, demo dalla confezione assai curata, raccoglie otto canzoni in inglese forse un po’ troppo fedeli ai modelli ma ben strutturate, che avrebbero bisogno solo di interpretazioni canore più convinte; la stoffa in ogni caso c’è ed è difficile non accorgersene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996 Continua a leggere

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Baustelle 22-11-17

Ventuno anni fa, proprio di questi tempi, ricevetti un demo da una band toscana che mi parve da subito promettente. Non rimasi folgorato, ma la sostanza c’era e allora perché non incoraggiare i ragazzi? La mia recensione di quella cassettina, la prima in assoluto ottenuta dal gruppo sulla stampa, apparve sul Mucchio del 7 gennaio 1997, e da allora quei ragazzi – tre sono gli stessi di allora – hanno fatto parecchia strada, divenendo una delle realtà più luminose della scena musicale italiana. Hanno pubblicato una bella serie di dischi tra rock, pop “alto” e canzone d’autore, collezionato sold out, raccolto premi e riconoscimenti, il tutto rimanendo fedeli alla loro indole ed evitando i soliti trucchi che servono per raggiungere e mantenere il successo. E io, nel mio ruolo ovviamente defilato, sono sempre stato con loro, seguendoli con autentica passione, genuino affetto e costante curiosità.
Da oggi, ventidue novembre duemiladiciassette, è uscito L’amore e la violenza / Una storia dei Baustelle, la mia biografia autorizzata del gruppo. Per realizzarla ho goduto del pieno appoggio dei tre Baustelle, ma dato che mi piace far le cose come si deve ho intervistato altri ventuno protagonisti della vicenda, mettendo assieme una sorta di oral history nella quale mi sono ritagliato il ruolo della “voce fuori campo”; ad essa, che è il cuore del libro, ho aggiunto otto approfondite interviste d’epoca, una per ciascun periodo (quattro mie, quattro di colleghi/amici che me ne hanno gentilmente concesso l’uso), note critiche sugli album, una dettagliata discografia e tre “appendici” dedicate agli interessi artistici di Claudio, Francesco e Rachele fuori dalla band. Sono venute fuori 208 pagine di testo (più sedici di inserti fotografici) formato 17×24, che la Giunti ha confezionato splendidamente: copertina e retro di cartone pesante legati da una costina di tela, una vera sciccheria. Esiste, comunque, anche la versione digitale.
L’amore e la violenza / Una storia dei Baustelle si può acquistare sul sito dell’editore o in ogni libreria. Comprese, ovviamente, quelle in Rete, dove se ne possono anche leggere alcuni estratti.

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Andrea Laszlo De Simone

Ieri sera al Monk, nell’ambito del Rome Psych Fest, “prima” assoluta nella Capitale per Andrea Laszlo De Simone. Un’ora di concerto, con le canzoni di Uomo donna – lo splendido album d’esordio dell’artista torinese – proposte in chiave più compatta, aggressiva e diversamente intensa. Questo è quanto ho scritto mesi fa del disco, che naturalmente farà bella mostra di sé nella mia playlist personale del 2017.

Uomo donna
(42)
Evitiamo di fare nomi, ma vista la quantità di immondizia più o meno di successo generata nell’ultimo paio d’anni dal giro cantautorale cosiddetto indie, sarebbe legittimo guardare ogni emergente con sospetto, magari chiudendosi il naso per sfuggire eventuali tanfi pestilenziali. Non avrebbe invece senso far calare una paratia stagna davanti a ogni nuova proposta, perché così facendo si perderebbero gioielli come questo esordio ufficiale di Andrea Laszlo De Simone, che non è esattamente un ragazzino imberbe (alle sue spalle diverse esperienze, compreso un primo album semiclandestino prodotto in proprio cinque anni fa, Ecce Homo) ma che è stato in grado di conservare la freschezza e la positiva incoscienza tipiche di chi fa musica perché vuole/”deve”, fregandosene di seguire l’onda alla ricerca di facili consensi. Continua a leggere

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Guignol (2001-2012)

Il mondo è pieno di ottimi gruppi che purtroppo rimangono “nascosti”. Per forza di cose mi è più facile accorgermi di quelli italiani e in tanti anni non mi sono mai risparmiato per cercare di migliorare la loro condizione. Con i Guignol mi aspettavo di ottenere di più, ma pazienza: già il fatto che siano ancora in circolazione e continuino a pubblicare dischi – il prossimo arriverà a febbraio – e suonare dal vivo è un buon risultato. Della band milanese ho recensito in pratica tutto, con l’eccezione dell’ultimo album Abile labile (non perché non mi sia piaciuto: a volte capita che non ce la si faccia) e dell’EP del 2009 Canzoni dal cortile. Ripropongo qui l’intera sequenza dalla segnalazione di un demo fino ad Addio cane del 2012, mentre per il successivo Ore piccole (2014) c’è da cliccare qui.
Come accaduto nel 2000 con i Sycamore Trees, anche quest’anno Il Mucchio ha selezionato una band emergente e priva di contratto discografico per esibirsi a Sonica, il popolarissimo festival organizzato dal Comune di Misterbianco (Catania). A rappresentarci saranno i Guignol, gruppo milanese i cui brani (in italiano) “hanno come filo conduttore la difficoltà di vivere situazioni e rapporti nell’alienazione e nell’illusione di qualche piccola rivincita morale”. Vivamente consigliato il loro ultimo CD-R con sei tracce, Passo d’uomo, dove la band propone un efficace cocktail di influenze che, per ammissione degli stessi musicisti, abbracciano tra gli altri Nick Cave, Lou Reed, Bob Dylan, Tom Waits, Mark Lanegan, Joseph Arthur, Fabrizio De André, Vinicio Capossela.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001

Sirene
(Toast)
Ci sono sempre piaciuti parecchio, i Guignol. Anche quando erano tra i numerosissimi emergenti che ci inviano senza grande convinzione i loro demo, trovandosi inaspettatamente in uno dei compact che ogni due mesi assembliamo per i nostri abbonati e sul palco di “Sonica 2001” quali rappresentanti del Mucchio. Scontata, dunque, la nostra soddisfazione per il fatto che il quintetto milanese abbia finalmente raggiunto il traguardo dell’esordio discografico con questo EP e che in esso sia compreso Profondo blu – il brano a suo tempo scelto per la nostra compilation – ovviamente in una versione più matura e curata sul piano tecnico. Continua a leggere

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Virginiana Miller (1997-2003)

Dei Virginiana Miller avevo già recuperato un’intervista risalente al 1999. Approfondisco ora il discorso su questa brillante realtà del nostro rock d’autore con le recensioni dell’epoca dei primi quattro album, tre di studio e uno dal vivo. Poi, se i miei archivi non mi hanno nascosto qualcosa, non mi sono occupato della band livornese per due ulteriori dischi, salvo poi dedicarmici nuovamente in occasione di quello che è a tutt’oggi ancora l’ultimo lavoro, Venga il regno del 2013, che figura anche nella mia playlist di quell’anno. Ho aggiunto la recensione, a mo’ di appendice.

Gelaterie sconsacrate
(Baracca e Burattini)
È un esordio da non far passare sotto silenzio, quello dei livornesi Virginiana Miller. Non solo per le notevoli qualità del suo “rock d’autore” intrigante e malinconico, costruito su suggestivi intrecci elettroacustici screziati di citazioni smithsiane, ma anche per la sua rara capacità di tradurre in musica le piccole storie, le leggende e gli umori di una provincia solo incidentalmente toscana. Toscana, però, è l’ironia che pervade questi brani, più velata di quella dei concittadini Ottavo Padiglione – ai quali i Virginiana Miller sono a tratti paragonabili, nonostante il suono meno esuberantemente pop – ma comunque legata a filo doppio con un’amarezza che definiremmo esistenziale. Continua a leggere

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Massimo Priviero

Racconto com’è andata, altrimenti tutto può sembrare senza senso. Ieri verso le 10 la mia casella mail ha accolto un comunicato stampa con l’annuncio dell’uscita del nuovo singolo del – copiaincollo – “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia”. OK, in certi frangenti un minimo di enfasi ci può stare, bisogna catturare l’attenzione dei giornalisti e se poi qualcuno riprende di sana pianta tanto meglio, ma… insomma, ecco, una simile investitura mi sembra “un tantino” esagerata e soprattutto sgradevole, specie considerando che nell’intestazione, sotto il nome del protagonista, compare già da anni la scritta “Il rock d’autore”, con l’articolo messo lì davanti come a dire “il (vero) rock d’autore sono io” (ok, sono sottigliezze, ma senza articolo il significato sarebbe stato un altro e gli articoli, come le parole, sono importanti).
Sorridendo amaramente della cosa, ho pensato di fare una ricerca in archivio, dalla quale è emersa solo una vecchia recensione che qui riporto, pubblicata nel n.297 (17 marzo 1998) del Mucchio Selvaggio.

Priviero
(Dig It)
Non molto positivo il giudizio sulla rentrée di Massimo Priviero, cantautore e chitarrista veneto del quale non si possono negare il ruolo di coraggioso precursore nella ricerca di una “via italiana per il rock” (il suo lavoro d’esordio, San Valentino, risale addirittura al 1988), l’impegno sociale, le doti tecniche e una vena poetica senz’altro più pronunciata di quella di tanti suoi colleghi. In questo Priviero – come d’altronde avveniva, a diversi livelli, anche negli altri quattro album precedentemente consegnati alle stampe – tali qualità non riescono però a risaltare, vuoi per gli arrangiamenti troppo spesso freddi e/o “pompati” e vuoi soprattutto per un canto che sembra forzato e innaturale nel suo (frequente) ricalcare il modello Springsteen: emblematico Rabbiamore, brano d’apertura che cita con risultati discutibili Cecco Angiolieri e il Boss di Hungry Heart, sottolineando gli evidenti limiti dell’approccio vocale. Il solito Priviero, insomma, che oscilla tra rock e pop senza voler (o saper) mai decidere quale direzione gli sia più congeniale, azzeccando anche qualche mossa (ad esempio la breve ma commovente Nordest, squisita nelle sue eteree atmosfere folk, o la “blue version” di Nessuna resa) ma rimanendo comunque in mezzo al guado: una collocazione che come è noto, specie in un’Italia abituata alle valutazioni in termini di “bianco” o “nero”, si traduce di rado in concreti consensi di vendita e rilevanti appoggi promozionali.

Da allora, di Massimo Priviero non ho più scritto, perché qualche giorno dopo l’uscita del giornale mi giunse una sua mail “di protesta”, dai toni antipatici (non ce l’ho sotto mano, ma se serve posso recuperarla da un dischetto), che sostanzialmente suonava “come ti permetti? – non hai capito nulla”. Non ricordo se gli risposi, conoscendomi suppongo di sì ma dovrei recuperare il dischetto di cui sopra e alla fine se l’abbia fatto o meno non ha importanza. Però di occuparmi di Priviero mi era passata la voglia e in fondo non avevo alcun obbligo. L’obbligo non ce l’avevo neppure adesso, ma quel “portavoce per eccellenza del rock d’autore in Italia” è stato troppo. Da lì questo post che in fondo non sono stato felice di approntare, perché a Priviero non mancano doti ed è dedito a un genere di musica che mi piace (coordinate: Gang, Massimo Bubola, Graziano Romani) e che da un bel po’ , al di là di alcune sue caratteristiche che apprezzo meno,  è certo globalmente migliore di quella di due decenni fa.

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Four By Art


La scena neo-Sixties fiorita in tutto il mondo negli anni ’80 annoverava tra i suoi principali rappresentanti italiani i Four By Art di Milano, scioltisi una trentina di anni fa dopo aver realizzato un 7”EP e due LP poi raccolti (assieme a tre inediti dal vivo) nel CD The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008). Come attestato da Live!!!!, disponibile solo in download, dallo scorso decennio il gruppo è tornato in pista e suona tuttora, benché con un solo superstite della formazione storica (il co-fondatore Filippo Boniello) anche a causa della prematura scomparsa di due vecchi membri. Da pochissimi mesi è stato inoltre pubblicato – sempre da Area Pirata – Inner Sounds, nuovo CD che fa rivivere con ottima verve il sound e lo spirito del gruppo dell’epoca: tredici episodi, fra i quali le cover di Allora mi ricordo dei New Trolls (ovviamente in italiano: un esperimento che la band non aveva mai tentato, quantomeno su disco) e Sorry degli Easybeats (ma la ripresero pure Three O’Clock). Continua a leggere

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Mauro Ottolini (e Tenco)

Sono sempre attento ai progetti legati a Luigi Tenco, uno di quegli artisti che inevitabilmente chiamano il pensiero “chissà cosa avrebbe fatto se non fosse andato via così presto”, e quindi non sono potuto rimanere indifferente a questo doppio CD a lui dedicato da Mauro Ottolini, jazzista atipico e brillante che ha estratto dal cilindro qualcosa di davvero speciale. Un disco da non perdere per ogni cultore di Tenco, scomparso da ormai cinquant’anni e mezzo, molto interessante per chiunque apprezzi la canzone d’autore non troppo convenzionale, godibile per tutti.

Tenco – Come ti vedono gli altri
(Azzurra Music)
Da una quindicina d’anni, Mauro Ottolini è uno dei jazzisti italiani più apprezzati, sia per le qualità tecniche (il suo strumento è il trombone, ma è pure compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra), sia per l’approccio fantasioso e “irregolare” alla scrittura, alla musica suonata, ai progetti messi in piedi. Non è un purista, insomma, ma neppure uno di quegli sperimentatori che il pubblico non avvezzo alle “ricerche” incontra difficoltà ad ascoltare; lo afferma con chiarezza una ricca discografia in proprio dove la trasversalità va a braccetto con la capacità di incuriosire e con un vivace (ma, a suo modo, serissimo) senso dell’ironia. Continua a leggere

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Claudio Lolli (2017)

Seguo Claudio Lolli dagli anni ’70. Da quando, adolescente, mi imbattei in quel brano-capolavoro chiamato Michel, che mi spinse ad approfondire. Acquistai subito gli LP Aspettando Godot e Un uomo in crisi (non Canzoni di rabbia: quello, vai a capire perché, lo presi parecchio dopo), innamorandomi di questo musicista così affascinante a dispetto di una poetica che, inutile nascondersi, suonava triste, a tratti persino deprimente; ma era (è!) un bel deprimersi, di quelli che ti obbligano a scavare dentro di sé. Non starò qui, adesso, a raccontarvi tutte le tappe della mia personale vicenda lolliana, che molti anni fa – in occasione dell’uscita della riedizione di Ho visto anche degli zingari felici, il suo album più mitico – ebbe come momento indimenticabile una bella intervista che riporto qui. Non posso però fare a meno di riportare quello che ho scritto a proposito dell’ultimo lavoro, davvero molto bello, che ha pure ottenuto la Targa Tenco.

Il grande freddo
(La Tempesta)
Al di là dei riscontri commerciali non proprio eclatanti, che in quarantacinque anni di percorso discografico lo hanno sistematicamente tenuto lontano da classifiche e media non di nicchia, Claudio Lolli è un maestro della nostra canzone d’autore. Uno di quelli naturalmente predisposti a viaggiare “in direzione ostinata e contraria”, per dirla con Fabrizio De André, che si è schierato politicamente e culturalmente, e che per questo si è guadagnato la stima e l’affetto di una platea magari nascosta ma in termini assoluti non esigua. Continua a leggere

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I reduci

Amo da sempre questa splendida (anche se tristemente realista nel raccontare un fallimento) canzone di Gaber-Luporini, che i Gang hanno ripreso nel loro ultimo album “Calibro 77” e della quale è appena uscito il videoclip. Sono onesto, la versione dei Severini – benché bella, e coerente con il resto del disco – non mi convince appieno: secondo me, un testo così richiede una musica più sofferta, o più graffiante, o più ironica. È comunque un bel sentire, e per ampliare il discorso mi sembra sensato proporre anche la cover dello stesso brano realizzata anni fa (per un tributo del “Mucchio Extra”) dagli Spirogi Circus, un progetto di Moreno degli Avvoltoi.

 

 

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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