Articoli con tag: rock australiano

Nick Cave

Sono ancora fortemente indeciso sulla collocazione precisa che eventualmente darei all’ultimo album di Nick Cave And The Bad Seeds – scrivo “eventualmente” e uso il condizionale perché non amo questo tipo di cose e le faccio soltanto se costretto da esigenze professionali – in una classifica di gradimento della ricca produzione dell’artista australiano. Dubito però che nulla potrà intaccare la mia certezza che si tratti di un grande disco.
cave-copSkeleton Tree (Bad Seed)
Considerato quanto l’anno scorso la sua esistenza sia stata sconvolta dalla morte del figlio quindicenne Arthur, nessuno si aspettava da Nick Cave un album meno “scuro” della norma; benché i brani di Skeleton Tree fossero stati composti in prevalenza prima del dramma, era infatti ovvio che l’artista australiano avrebbe cercato di lenire il dolore attraverso quella musica che, anche nei momenti più duri, gli è sempre stata fedele compagna. Continua a leggere

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The Scientists

Una super-ristampa della produzione di un’altra di quelle band che rese l’Australia degli anni ’80 qualcosa di come minimo leggendario, in ambito r’n’r.

scientists-copA Place Called Bad
(Numero Group)
In quella formidabile fucina di rock’n’roll più o meno aspro e travolgente che fu l’Australia degli ’80, i Scientists del cantante e chitarrista Kim Salmon ebbero senz’altro un ruolo ben più significativo di quanto facciano pensare i consensi commerciali, tutt’altro che esaltanti a dispetto del periodo neppure tanto breve in cui la band si era trasferita armi e bagagli a Londra in cerca di maggiore fortuna. I ragazzi di Perth costituirono infatti un esempio per parecchi talenti in erba del Continente Nuovissimo, e il loro sound esercitò un’influenza da non sottovalutare su alcuni gruppi grunge; non può essere un caso che la loro antologia Absolute, assemblata postuma nel 1991, sia uscita negli Stati Uniti con il marchio della Sub Pop. Continua a leggere

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Radio Birdman

È di questi giorni la notizia che dall’1 al 4 luglio i più volte redivivi Radio Birdman torneranno in Italia per quattro concerti (Padova, La Spezia, Salsomaggiore Terme e Bologna). Recupero così dal cassetto questa retrospettiva fin troppo succinta (ma lo spazio era tiranno) apparsa diciotto anni abbondanti fa su Rumore. È un ulteriore tassello che si aggiunge ai già numerosi altri presenti in questo blog a proposito della magnifica scena rock australiana della seconda metà dei ‘70 e di tutti gli ‘80.
Radio Birdman fotoDei Radio Birdman avremmo dovuto occuparci da tempo. Non lo abbiamo fatto, pur non lesinando in occasionali accenni, forse cullandoci nell’illusione che il più mitizzato gruppo australiano degli ultimi vent’anno fosse noto quasi a chiunque; o magari, ipotesi non del tutto da escludere, per una sorta di timore che i “rumoristi” più giovani – adusi in gran parte a suoni “moderni” – avrebbero potuto non comprenderne la grandezza. Deciso di correre il rischio, colmiamo adesso la grave lacuna approfittando di un doppio aggancio all’attualità (triplo, volendo considerare anche la reunion di qualche mese fa): da un lato la recente uscita del nuovo album di quei New Christs che dell’ensemble di Sydney sono, come vedremo più avanti, legittima progenie, e dall‘altro l’imminente approdo nel nostro Paese, per un tour che si preannuncia infuocato, di quel Deniz Tek Group la cui discendenza dalla storica band è diretta almeno quanto quella dei Nuovi Cristi. Buona lettura, quindi. E se dei Radio Birdman non possedete nulla, cominciate pure a ricavare uno spazio sui vostri scaffali: sì, proprio là, tra la “N” dei New York Dolls e la “S” di quegli Stooges ai quali i nostri eroi si sono per moltissimi versi ispirati. Continua a leggere

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Anita Lane

Mi ero completamente dimenticato di questa intervista, fatta oltretutto di persona e non via telefono, ad Anita Lane, il cui nome accenderà qualcosa probabilmente solo nella mente dei cultori di Nick Cave; colpa della quasi-scomparsa della cantante e autrice australiana, che dopo l‘album legato alla conversazione qui riportata ne ha realizzato un secondo nel 2001, sempre con il marchio Mute, per ritirarsi poi a vita quasi privata. Si parla comunque di un’artista che merita senza dubbio di essere conosciuta e di un disco, Dirty Pearl, che rimane bellissimo.
Lane fotoAnche se l’ottimo Dirty Pearl, pubblicato dalla Mute lo scorso ottobre, costituisce il suo debutto adulto, Anita Lane non si presta davvero a essere definita come artista emergente. I suoi primi passi nel music-biz risalgono infatti alla prima metà degli anni ‘80, e la lunga serie di prestigiose collaborazioni nel frattempo inanellate dalla bionda autrice/interprete australiana, delle quali l‘album offre un esteso e affascinante campionario, dicono di un personaggio di grande carisma, certo meritevole di qualcosa di più della pur positivissima mini-recensione di due numeri fa. Di fronte al microfono, Anita parla con il candore di una bambina e non con la ieratica austerità che forse ci attendevamo. E dire che tutto, dalle canzoni alla copertina di Dirty Pearl, facevano pensare a uno strano incrocio tra Nick Cave e Marianne Faithfull. Continua a leggere

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Died Pretty

Accanto alle classiche interviste estese, che occupano almeno due pagine di giornale, ci sono quelle dette “di servizio”, ad artisti di secondo piano o che erano stati trattati in esteso da poco. Per noi che le facciamo, queste ultime sono una mezza fregatura, perché pur impiegando nel complesso lo stesso tempo (o quasi) di una “lunga”, si utilizza una minima parte della conversazione, con conseguente minore compenso. Certo, per il blog potrei mettermi a sbobinarle di nuovo (le conservo tutte, in cassetta o in file digitale) e recuperare il materiale inedito, ma sarebbe un lavoro parecchio pesante (chi non ha mai dovuto sbobinare non sa che immane rottura di palle sia) e non retribuito da nessuno. Questa intervista ai Died Pretty appartiene alla categoria di cui sopra e risale a ventuno anni fa, quando le quotazioni internazionali della band australiana erano in ribasso. Trace, non era un brutto disco, ma non andò granché bene e quindi l‘accordo con la Sony si risolse dopo solo un altro album, Sold. Dopo ulteriori due indipendenti, nuovamente con il marchio di quella Citadel che l‘aveva lanciato, il gruppo si sciolse. Leggendo tra le righe la breve sequenza di domande e risposte qui riportata, a ben vedere, il futuro era già scritto.
Died Pretty fotoNon godono più della popolarità della quale erano gratificati nella seconda metà degli anni ‘80, i Died Pretty: l‘inesorabile modificarsi dei gusti del pubblico e il lungo silenzio discografico seguito alla pubblicazione di Doughboy Hollow hanno purtroppo relegato la band in una sorta di limbo. costringendola a ripercorrere tappe che si credevano ormai definitivamente superate. Di passaggio a Roma per la quarta volta in poco più di sette anni, il quintetto australiano si è cosi esibito nella suggestiva ma angusta cornice del Big Mama, regalando a una platea tutt‘altro che oceanica (un centinaio di spettatori) un concerto di grande impatto fisico ed emotivo incentrato sul nuovo album Trace ma aperto anche alle gradite rivisítazioni di tanti “classici” del gruppo. Una buona occasione per incontrarci con ii batterista Chris Welsh, il chitarrista Brett Myers e il cantante Ronnie Peno, i tre superstiti della line-up del mitico Free Dirt. Continua a leggere

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Deniz Tek

Questa intervista fa il paio con quella – riesumata la scorsa settimana – che ha per protagonista Rob Younger. Le separano una decina d’anni, ma non conta: certi musicisti, così come certe formule musicali, sono senza tempo. Dunque, prima il cantante e poi il chitarrista dei Radio Birdman… della cui reunion ebbi notizia certa proprio dal secondo durante la chiacchierata qui a seguire; chiacchierata alla quale ho riattaccato le tre domande all‘epoca purtroppo saltate in fase di impaginazione.

Tek fotoAlla pari del suo vecchio compagno d‘avventura Rob Younger, Deniz Tek è una figura-chiave della scena australiana degli ultimi vent‘anni, e i suoi trascorsi in straordinarie cult-band quali Radio Birdman, Visitors e New Race, uniti alla sua brillantissima verve compositiva e chitarristica, gli hanno assicurato l’eterna venerazione degli aficionados del r‘n‘r in bilico tra il Detroit-sound di Stooges e MC5 e il miglior “punk” stradaiolo dei mid-Seventies. Gli eventuali scettici potranno comunque verificare la fondatezza di tali affermazioni assistendo agli imminenti concerti italiani del Deniz Tek Group: un ensemble di elevatissima caratura composto, oltre che dal leader (nel ruolo di chitarrista e cantante), da Kent Steedman (Celibate Rifles) alla chitarra, Jim Dickson (Barracudas, New Christs) al basso e Nik Rieth alla batteria, con la probabile partecipazione speciale di Pip Hoyle (Radio Birdman) alle tastiere. Per molti di noi un evento memorabile, che abbiamo pensato di sottolineare pubblicando il resoconto di una conversazione con Deniz, raggiunto telefonicamente nella quiete di quel Montana dove oggi vive. Continua a leggere

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Rob Younger

La mia profonda passione per il rock australiano, scoppiata all‘inizio degli anni ‘80 e per parecchio tempo sfociata in una sorta di mitizzazione, è tutt‘altro che un mistero. Non c’è quindi nulla da stupirsi se quando mi incontrai con l‘ex frontman di Radio Birdman e New Race, all‘epoca in una fase di stallo con i New Christs, fossi piuttosto emozionato. La chiacchierata con Rob Younger fu per molti versi illuminante, e mi fece vedere la situazione del rock dei nostri antipodi con maggiore lucidità. Le chiacchierate con altri musicisti locali, e soprattutto il mio viaggio transoceanico del 1993, chiusero il cerchio.

Younger fotoSinceramente, non pensavo che per incontrare Rob Younger, cantante e fulcro di alcune fra le più valide e importanti band australiane, mi sarebbe stato sufficiente percorrere appena trecento chilometri; credevo che, nella migliore delle ipotesi, sarei dovuto recarmi almeno in Francia, e nella peggiore (ma, in definitiva, non tutti i mali vengono per nuocere) fino a Sydney. Invece, dopo laboriose trattative andate felicemente in porto, Rob ha accettato di attraversare il pianeta per mettere a disposizione dei francesi City Kids il suo talento di produttore e registrare, in quel di Firenze, le canzoni che comporrano il primo vero album del quartetto. Continua a leggere

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Go-Betweens

La storia del rock è stata scritta anche da tante band di culto, che di rado raggiungono il successo o che spesso non lo sfiorano neppure. I Go-Betweens, australiani, appartengono alla categoria, ma più o meno chiunque si sia imbattuto nelle loro canzoni – sempre aggraziate e intriganti – non ha potuto evitare di assegnargli un posto speciale fra i suoi ascolti. Questo bel DVD vide la luce all‘inizio del 2006 e costituì una sorta di appendice dell‘ottimo album Oceans Apart; poco dopo Grant McLennan, titolare della sigla assieme a Robert Forster, sarebbe stato colpito da un infarto fatale, ponendo per sempre fine all‘avventura della band e divenendo, dalla sobria celebrazione che voleva essere, un epitaffio. Tristezza.

DVD Go Betweens copThat Striped Sunlight Sound (Tuition)
Quasi trent’anni dopo l’originaria aggregazione della band – avvenuta in quel di Brisbane, Australia, nel 1977 – i Go-Betweens assaporano il gusto del primo “live” immortalando in DVD (ma della confezione fa parte anche un CD audio con la stessa musica) un concerto tenuto proprio nella loro città natia il 6 agosto del 2005: bellissimo teatro, bellissima cornice di pubblico e bellissima atmosfera, per una sorta di “autocelebrazione” mai tronfia sviluppata in sedici tracce più o meno equamente divise tra le due parti di attività, prima e dopo il congelamento durato per tutti gli anni ‘90. Continua a leggere

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Hard-Ons

Ancora un salto, questa volta fulmineo, nell‘epoca aurea del rock australiano. Band un po‘ rozza a partire dal nome, gli Hard-Ons, ma da non lasciarsi sfuggire, almeno per quanto riguarda la fase iniziale di carriera.

Hard-Ons copThe Best Of (Citadel)
Per chi non avesse dimestichezza con lo slang, “hard-on” è il termine utilizzato per definire l’erezione; quanti, invece, non conoscono granché il rock australiano, sappiano che il terzetto di Sydney titolare di questo The Best Of è stato nel periodo tra la metà degli ‘80 e l’inizio del decennio ancora (per poco) in corso una delle formazioni più apprezzate – a livello mondiale – dai cultori del punk (pop) più crudo, aggressivo e sboccato. Continua a leggere

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Celibate Rifles

Soprattutto negli anni Ottanta, il rock australiano è stato per me una travolgente passione, come dimostra la quantità di articoli che ho pubblicato sull‘argomento (avviso a eventuali neofiti: leggetevi questo). Nel quadro si inserisce questa breve monografia, didascalica a livelli intollerabili (ma ai tempi si doveva fare così), su uno degli esponenti principali della scena. Assolutamente da scoprire, parlo ovviamente ai neofiti, nel caso si apprezzi in modo particolare il r‘n‘r più ruvido e incisivo.
Celibate Rifles fotoA ben guardare, non è che la carriera dei Celibate Rifles si differenzi sostanzialmente, almeno nei suoi elementi di base, da quelle di parecchie altre formazioni underground affacciatesi alla ribalta durante il decennio in corso: movente iniziale nel puro e semplice desiderio di divertirsi suonando, omaggi più o meno espliciti ai vari maestri, conquista di un ruolo di culto abbastanza solido da garantire una regolare produzione discografica e una intensa attività concertistica su e giù per il globo. Oltre alle coordinate spazio-temporali, ai dettagli e ai nomi dei protagonisti, però, nel caso del gruppo australiano cambiano i risultati: cinque eccellenti album (antologie e live esclusi) dal 1983 a oggi e il plauso unanime degli appassionati per la devastante attitudine da “rock‘n‘roll animals” costituiscono per molti un agognato punto d‘arrivo, mentre per i cinque di Sydney i traguardi fin qui raggiunti sembrano essere solo un trampolino di lancio verso nuove, ambiziose mete. Blind Ear, primo 33 giri del gruppo sotto l‘egida di una multinazionale, ha in qualche modo inaugurato un nuovo ciclo; quale migliore occasione, dunque, per ripercorrere gli eventi passati e per cercare di carpire ai Rifles il segreto della loro eterna giovinezza? Continua a leggere

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Where The Wild Roses Grow (Nick Cave – Kylie Minogue)

Suscitò all‘epoca un certo scalpore, il sodalizio – sulla carta improbabile: ad accomunare i protagonisti, solo la nazionalità australiana – fra il serio e tenebroso rocker e la stell(in)a del pop. Pubblicato nell‘ottobre 1995 come singolo apripista dell‘album Murder Ballads (1996), il brano – che racconta una storia di amore e morte – fu scritto da Cave proprio pensando alla collega. Il videoclip diretto da Rocky Schenck, splendido soprattutto nella fotografia, ne sottolinea brillantemente le atmosfere cupe e un po’ morbose, benché non prive di una loro (sinistra) dolcezza.

Non ho mai disprezzato il concetto di videoclip e, al contrario, ritengo che talvolta questo strumento promozionale arricchisca il brano che accompagna, creando interessanti ibridi. A mio avviso, gli aspetti musicali e visuali andrebbero sempre valutati assieme, come se non si stesse godendo una canzone o un mini-film bensì una terza forma di espressione/comunicazione artistica. Mi fa piacere presentarne qualcuno in cui i due elementi si incontrano in modo particolarmente felice.

1. Anchor (Tu Fawning)
2. Strange Little Girl (Stranglers)
3. The Memory Remains (Metallica)
4. Hurt (Johnny Cash)
5. American Jesus (Bad Religion)
6. Arnold Layne (Pink Floyd)
7. Cupe vampe (C.S.I.)
8. Losing My Religion (R.E.M.)
9. Smells Like Nirvana (Weird Al Yankovich)
10. Boys Don’t Cry (The Cure)
11. I Wanna Go To Marz (John Grant)
12. Jocko Homo (Devo)
13. Gennaio (Diaframma)
14. Black Hole Sun (Soundgarden)
15. New Rose (Damned)
16. The Age Of The Understatement (Last Shadow Puppets)
17. Bonnie And Clyde (Serge Gainsbourg – Brigitte Bardot)

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D4

Di sicuro molti di voi si staranno domandando “e questi chi diavolo sono?”. Beh, devo ammettere che per qualche secondo, prima che il mio hard-disk mentale facesse il suo dovere, mi sono chiesto la stessa cosa quando mi sono imbattuto in una recensione e in un’intervista di undici anni fa. Nel mio archivio non c’era però altro, e grazie a una ricerca in Rete ho scoperto che la band neozelandese – coeva dei più famosi Datsuns e ad essi affine – ha realizzato solo un altro album, Out Of My Head (2005), del quale nulla ho saputo in quanto edito solo in patria e non, come l’esordio, anche in USA e UK. L’ho annotato nella want list e intanto mi sono riascoltato 6Twenty: le buone vibrazioni ricevute mi hanno spinto a questo recupero.

D4 cop6Twenty (Flying Nun)
Al di là di ciò che si potrebbe pensare, i D4 non sono una band allestita in Gran Bretagna per cavalcare la “nuova” onda garage/rock’n’roll dei vari Strokes, White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club e Ikara Colt. I quattro ragazzacci titolari di 6Twenty sono invece originari di Auckland, Nuova Zelanda, e si sono già fatti le ossa con tre anni di concerti e dischi di limitata diffusione che li hanno segnalati come i legittimi eredi dei mitici australiani Radio Birdman. Un’esagerazione? Al tempo il compito di fare chiarezza in merito. Quel che possiamo però affermare senza timore di smentita è che i dodici brani dell’album, tra i quali le significative cover di Pirate Love (Johnny Thunders), Invader Ace (Guitar Wolf) e Mysterex (Scavengers), mostrano un gruppo abilissimo nel masticare i classici schemi proto-punk di MC5 e Stooges, traendone canzoni energiche, tese e vibranti che alla brutalità d’urto uniscono un tocco perverso di sapore glam (area New York Dolls), una contagiosa freschezza pop e un atteggiamento irriverente – la traccia di apertura si intitola Rocknroll Motherfucker: più espliciti di così – che potrà anche essere enfatizzato per ragioni di spettacolarità e/o convenienza ma che di sicuro non sembra artefatto.
Solo l’ennesima, sudicia band punk’n’roll? Forse. Ma il tiro è quello giusto, i pezzi funzionano alla grande e di disturbatori della quiete pubblica come i D4 c’è sempre dannatamente bisogno. Scopriteteli oggi, questi nuovi Hellacopters, prima che gli anni, il successo e l’abitudine smussino le asperità delle loro chitarre e plachino i loro istinti ribelli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.495 del 16 luglio 2002

D4 foto

Real cool time
Non è certo dai D4, come d’altronde da qualsiasi gruppo giovane, che si pretendono rivelazioni importanti, di quelle che cambiano le prospettive sulla musica e su ciò che le sta attorno: estremizzando il concetto, non è anzi esagerato affermare che avrei potuto simulare la conversazione a seguire – indossando, cioè, sia i panni dell’intervistatore che quelli dell’intervistato – azzeccando senza grandi sforzi tutte le risposte in effetti ricevute dal mio interlocutore. E questo non solo a causa della scarsa originalità delle domande, peraltro adatte alle circostanze, ma soprattutto per i limiti intrinseci dei temi che aveva senso affrontare. Chiacchierare di tanto in tanto con artisti emergenti, toccandone con mano l’entusiasmo e le (inevitabili) ingenuità, è comunque assai utile per ricordare che il rock’n’roll, almeno per chi ancora lo vive con un approccio (relativamente) innocente, rimane sempre una straordinaria avventura. Come lo è – appunto – per Jimmy Christmas, raggiunto al suo rumorosissimo telefono cellulare nel corso dell’ultimo tour britannico; è lui il portavoce del quartetto di Auckland, età media ventisette anni, costituito anche dall’altro chitarrista, cantante e cofondatore Dion, dal bassista Vaughn e dal più recente acquisto, il batterista Beaver.
Sarà banale, ma comincerei con il chiederti qualcosa sulla scena della Nuova Zelanda. La situazione attuale è molto diversa da quella di una dozzina di anni fa, quando a imperversare era per lo più l’indie pop vagamente psichedelico di band come Chills e Verlaines?
All’epoca ero molto giovane, ma per quel che posso constatare mi sembra che la realtà locale vanti una maggiore versatilità stilistica, e anche che l’underground sia in generale meno “sotterraneo”. Da noi ci sono parecchie ottime formazioni di rock’n’roll aggressivo: ci terrei a citare i nostri amici Datsuns, il cui primo album è appena uscito per la V2.
Della vitalità del panorama musicale si deve ringraziare anche la Flying Nun, la storica etichetta per la quale anche voi siete sotto contratto.
Sicuramente. È gente molto in gamba, con la quale si lavora benissimo, e non c’è nulla da stupirsi che il marchio della Suora Volante sia da una ventina d’anni identificato con il rock del nostro paese. Non deve essere stato facile costruire una realtà del genere in un posto piccolo e per di più isolato, geograficamente e commercialmente, come la Nuova Zelanda, ma loro ce l’hanno fatta.
E voi come siete riusciti a entrare nelle loro grazie?
Dopo lo scioglimento del vecchio gruppo di Dion, i Nothing At All!, lui e io abbiamo fondato i D4 e abbiamo subito cominciato a ottenere consensi grazie ai concerti. I responsabili della Flying Nun ci hanno chiesto se volessimo realizzare un disco, e ovviamente non ci siamo tirati indietro: così, nel 1999, è uscito l’EP con quattro pezzi D4 – da cui, per l’album, abbiamo recuperato Come On! – e all’inizio del 2001 è uscito un altro EP, Ladies Man, questa volta con tre brani. Quindi è toccato a 6Twenty, che in Nuova Zelanda è stato pubblicato nel settembre del 2001.
E poi siete andati in cerca di fortuna all’estero. È successo per caso, oppure le vostre mosse sono state pianificate?
Metà e metà. Fin dall’inizio avevamo come primo obiettivo l’esportazione della nostra musica e ci siamo sempre impegnati per raggiungerlo. Che poi tutto stia funzionando per il meglio è stato anche una questione di coincidenze favorevoli che ci hanno aiutato a bruciare le tappe: abbiamo notato un notevole miglioramento dall’epoca del nostro primo viaggio “esplorativo” in Gran Bretagna alla più recente serie di date, durante le quali ci siamo accorti di avere già una nostra audience.
Del resto in Europa i prodotti dei D4 sono marchiati dalla Infectious, la stessa label degli Ash, dei Seafood e dei My Vitriol. Le buone recensioni e la promozione sono serviti, con la complicità dell’interesse venutosi a creare attorno ad altri protagonisti del “nuovo” rock’n’roll come White Stripes, Strokes e Hives.
È vero, e ne siamo lieti: forse, se non ci fosse stata quest’autentico boom di attenzione nei confronti delle band che hai nominato, saremmo ancora a Auckland a barcamenarci tra i D4 e i nostri impieghi “seri”…
Pensi che i D4 possano rappresentare la vostra principale occupazione per il futuro?
Ritengo di sì, e certamente faremo il massimo perché ciò accada. Sappiamo che, anche se ora le cose stanno andando più che bene, dovremo continuare a lavorare duramente, perché non è detto che quel che abbiamo oggi possa esserci pure domani. Non mi sento di formulare ipotesi sul lungo termine, ma sono fiducioso sul fatto che potremo andare avanti tranquillamente almeno per un altro po’.
La vostra attitudine è sostanzialmente punk, ma alcuni brani posseggono un retrogusto “pop” abbastanza accentuato: mi riferisco a Party, Running On Empty o Come On, quelli dove la voce è meno ruvida e più melodica.
Non ci poniamo il problema del punk o del pop, ma lasciamo che le nostre canzoni vengano fuori in maniera spontanea, istintiva. Chiaramente, dato che siamo in due ad alternarci al microfono, è normale che tra noi si avvertano differenze di timbrica e impostazione, ma sono convinto che questo costituisca un vantaggio e non un handicap.
In generale, sei soddisfatto di 6Twenty?
Direi di sì. Essendo il nostro primo album lo abbiamo registrato senza dover fare paragoni e senza preoccuparci granché dei dettagli, spinti solo dal desiderio di scoprire come sarebbe venuto fuori. Probabilmente con il prossimo disco ci comporteremo diversamente,  magari utilizzando altri studi e ingegneri del suono… quello che facciamo oggi ci piace moltissimo, ma non siamo spaventati dalla prospettiva di evolverci.
Tendenzialmente, per 6Twenty puntavate a una proposta vicina al garage?
L’obiettivo era conservare la carica di energia delle nostre esibizioni, basata sull’impatto della sezione ritmica e delle chitarre: l’incisione, infatti, è stata essenzialmente live, senza alcun artificio.
Il vostro stile, è innegabile, ha riferimenti precisi con una tradizione molto gloriosa. Non trovi frustrante sapere che avete possibilità minime di essere cruciali così come i gruppi ai quali vi ispirate?
Non credo sia davvero importante aggiungere qualcosa alle nostre radici: è fondamentale, invece, mantenere vivo il loro spirito. Non suoniamo per cercare di cambiare il mondo né per promuovere o appoggiare chissà quale improbabile rivoluzione, ma solo per accendere sensazioni ed emozioni semplici – ma non per questo meno rilevanti – in chi ci ascolta.
Questo si riflette anche nelle liriche: sesso, donne, vita di strada e divertimento…
Ci vediamo come una party band, e i testi riflettono questo nostro modo di intendere la musica. Non c’è nulla di male, anche perché tutto è giocato sull’ironia.
Se mai avessi avuto qualche dubbio in merito, a dissiparli avrebbe provveduto il pezzo iniziale intitolato Rocknroll Motherfucker.
Esatto. Nell’album ci sono altri undici brani, ma collocare in apertura proprio quello aveva lo scopo di non dar luogo ad equivoci sui contenuti del disco: più espliciti di così!
Esplicite sono anche le tre cover della scaletta: Pirate Love degli Heartbreakers, Invader Ace del giapponese Guitar Wolf e Mysterex dei vostri connazionali Scavengers. I motivi di queste scelte?
Sono altrettanti omaggi. Gli Heartbreakers sono una delle nostre band preferite di tutti i tempi, mentre con Guitar Wolf abbiamo diviso il palco per un tour in Giappone. Gli Scavengers, infine, sono stati molto influenti per la scena neozelandese: erano attivi nella seconda metà dei ‘70, e assieme ad altri gruppi oggi quasi dimenticati hanno avuto un ruolo di peso nella diffusione del punk a livello locale. Ci è parso doveroso ricordarli.
Non avrebbe guastato, allora, qualcosa dei Radio Birdman, la mitica formazione australiana alla quale viene automatico accostarvi soprattutto nei pezzi con l’organo.
Più d’uno ha messo in evidenza questa somiglianza, ma posso giurare che non è volontaria: se lo fosse, non mi vergognerei certo di ammetterlo.
Abbiamo iniziato con una banalità e quindi chiudiamo con due domande altrettanto scontate. La prima: come state vivendo questo particolare momento?
Con gioia ed eccitazione: onestamente non ci aspettavamo di raccogliere così tanto in così poco tempo.
La seconda: cosa c’è nel vostro immediato futuro?
Altri concerti in giro per l’Europa, Italia compresa. Dopo, invece, bisognerà cominciare a concentrarci sul secondo album, con il quale speriamo di non deludere tutti quelli che finora ci hanno sostenuti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.507 del 29 ottobre 2002

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Australia ‘94

Un paio di giorni fa parlavo con Eddy Cilìa del mitico rock australiano e ci stupivamo del fatto che, mentre negli anni ’80 entrambi conoscevamo tutto ciò che accadeva nell’underground del Continente Nuovissimo, oggi facciamo fatica a elencare anche solo una manciata di artisti locali contemporanei. Che sia accaduta una cosa del genere è come minimo parecchio bizzarro, perché non è proprio possibile che “laggiù” non nascano quasi più talenti meritevoli di attenzione su scala planetaria: eppure, a quanto sembra, l’ignoranza non è solo di noi due ma di tutti o quasi e, boh, bisognerà indagare per cercare di capirci qualcosa di più.
Posso comunque dire di avere seguito bene l’aussie rock fino al dicembre del 1993, quando ho deciso, grazie al viaggio di nozze, di trascorrere tre abbondanti settimane nella terra dei miei sogni. Oltre che una serie di meravigliosi ricordi, dall’Australia riportai tante informazioni di prima mano e un bel po’ di dischi, che costituirono la base dell’articolo che ho qui recuperato: un articolo, meglio anticiparlo, di insostenibile pesantezza (troppe cose da scrivere, troppo poco spazio), che punta però i riflettori su un plotoncino di gruppi attivi nei primi anni Novanta. Chissà, magari a qualcuno farà piacere scoprirli, benché di quasi tutti non sia in grado di dire cos’altro hanno fatto dopo.

Brother Brick foto

È trascorso più o meno un lustro da quando l’Australia si trovava a occupare una posizione di spicco nella geografia underground mondiale, nel ruolo di “terza forza” – in termini di qualità e di quantità delle proposte – alle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna. Allora, lo si ricorda a beneficio di neofiti e smemorati, il Continente Nuovissimo era considerato una vera e propria “Terra Promessa” da ogni aficionado del r’n’r più genuino e trascinante, le sue band apparivano con notevole frequenza sulle pagine delle riviste e i numerosissimi lavori discografici prodotti dalle etichette locali erano esposti in ogni negozio specializzato: una stagione di gloria che l’esagerata proliferazione di gruppi mediocri e l’improvvisa indifferenza di una critica volubilmente consacratasi alla propaganda di nuovi trend hanno interrotto sul finire degli anni ‘80, senza peraltro che il quasi totale voltafaccia di media e importatori fosse giustificato da un netto crollo artistico o dalla repentina scomparsa dei più titolati protagonisti della scena. Una scena che, come si vedrà più avanti, ha subito non poche modifiche rispetto al passato, ma che continua a mostrare entusiasmo, vivacità ed effervescenza in dosi davvero invidiabili. Scopo del sintetico ma ricco reportage che vi presentiamo – un po’ palloso da leggere, d’accordo: ma, come si dice in queste circostanze, il gioco vale la candela – è quindi tentare di far luce sull’odierna situazione australiana, segnalando quanto di valido dell’indimenticabile ondata degli Eighties è sopravvissuto al generale disinteresse e gettando uno sguardo su aicune deiie realtà in ascesa più meritevoii; senza pretese di completezza assoluta, e ovvio, ma con l’augurio che le prossime trattazioni sull’argomento siano meno episodiche di quelle dell’ultimo triennio di semi-oscurantismo…

Le etichette
Parallelamente all’avvicendarsi delle band, anche le strutture discografiche hanno subito sostanziali mutamenti rispetto alla memorabile “età dell’oro” del 1984-1988: non solo perché il CD, nonostante l’altissimo prezzo di vendita al dettaglio (dalle 24.000 alle 30.000 lire per le uscite indipendenti, fino a 35.000 per le altre), ha ormai trionfato sul vecchio vinile (album e singoli, se realizzati, hanno tirature quasi mai superiori alle mille copie), ma anche per il comprensibile cambio di rotta di piccole e grandi aziende in tema di strategie produttive. Se le indies più anziane hanno estratto dalle loro prima affollate scuderie solo alcuni nomi da seguire con cura, e le major hanno imitato le consorelle anglo/americane nella politica di ricerca di talenti da ingaggiare (vedi la Mercury con gli Hellmenn, Ia Columbia/Sony con i Died Pretty o la WEA con gli You Am I), le label “minori” hanno puntato in modo ancor più deciso sull’underground e sulle edizioni per collezionisti; analizzando il variegato quadro d’insieme sembra logico pensare che gli artisti più dotati non dovrebbero avere difficoltà a ritagliarsi un proprio spazio, nonostante le leggi della selezione si siano fatte più rigorose che in passato.
Ecco cosl che la Waterfront di Sydney si accontenta ormai di pubblicare, sotto l’egida della Festival, lavori di due soli ensemble (gli Hard-Ons, purtroppo un po’ in ribasso, e i brillanti Tumbleweed, delle cui gesta vi abbiamo più volte riferito); che la non meno nota Au-Go-Go di Melbourne, assai attiva nel campo delle stampe su licenza (in catalogo, tra gli altri, Mudhoney, Sonic Youth e Big Black), si dedica con particolare attenzione ai Meanies (quartetto punk-pop di scuola Ramones la cui popolarità “di culto” si estende a Europa, Stati Uniti e Giappone) e ai più abrasivi Spiderbait, non rinunciando peraltro del tutto a lanciare gruppi all’esordio; che la Red Eye, distribuita in Australia dalla Polydor e in Europa dalla Normal, sta tranquillamente raccogliendo i frutti dei suoi originari investimenti su Beasts Of Bourbon, Kim Salmon & The Surrealists e Cruel Sea; che la Survival sopravvive senza patemi ma pur possedendo una succursale in quel di Bruxelles non riesce a far decollare i suoi pupilli (Screaming Tribesmen in primis), così come la gloriosa Citadel appare un po’ affaticata nel tenere il passo della concorrenza. Sul fronte delle compagnie piu “estremiste” e sotterranee sono poi da citare le sempre attente Dog Meat, Shagpile e Summershine, le ottime Insipid (una label “internazionale” sullo stile della californiana Sympathy For The Record Industry) e Hippy Knight, l’incostante Timberyard e soprattutto la promettentissima Fellaheen, tra le cui prime, entusiasmanti prove figurano i singoii di Budd, Fur, Magic Dirt, Midget e Noise Addict (proseguite a leggere per saperne di più).

L’esperienza dei veterani…
Se da un lato molte delle formazioni protagoniste degli Ottanta si sono ufficialmente sciolte o latitano da tempo dalle cronache (qualche nome? New Christs, Stems, Moffs, Olympic Sideburns, Happy Hate Me Nots, Deadly Hume, Lime Spiders, Porcelain Bus, Harem Scarem, Scientists, Trilobites, Triffids), almeno altrettante si sono rifiutate di gettare la spugna: e il caso, ad esempio, dei Celibate Rifles, da pochi mesi sul mercato con un nuovo CD dal vivo (Yizgarnnoff, su Hot) contenente ben diciotto brani al fulmicotone; dei Died Pretty, ora legati alla Columbia/Sony, che dopo tre gustosi CD-single (Caressing Swine, Harness Up e Headaround) hanno rinnovato l’incantesimo del loro evocativo pop-rock nell’album Trace; degli Hoodoo Gurus, riscattatisi con il trascinante CD-single The Right Time (BMG) del passo falso di Kinky, e degli Psychotic Turnbuckles, artefici nel mini She’s Afraid To Love Me e nell’album Figure Four Brain Trance (entrambi su Shagpile) di un garage-punk ruvido e selvaggio quasi come quello degli esordi. E tra le rinascite è doveroso segnalare anche quella degli Screaming Tribesmen, che con Formaldehyde (Survival, prodotto da Rob Younger), hanno riportato il loro guitar-rock ai Iivelli di energia e lirismo dei primi, bellissimi singoli di dieci anni fa.
Note decisamente positive ci sono giunte anche dai Cosmic Psychos del mini-CD Palomino Pizza (Amphetamine Reptile in USA, City Slang in Europa) e dagli Exploding White Mice di Collateral Damage (Normal), sempre piuttosto crudi e aggressivi; dai Bo-Weevils, ancora fedeli alle proprie radici Sixties-rock (il loro ennesimo LP, edito dalla solita Rubber, si intitola Reap), e dai brutali Hellmenn, tra i primissimi australiani a imboccare la via del crossover (dopo il passaggio dalla Waterfront alla Mercury hanno pubblicato due ottimi mini-CD, Meltdown e Absolute Filth); dal carismatico ex leader degli Scientists, Kim Salmon, che nel suo quarto album con i Surrealists (Sin Factory, su Red Eye: le prime mille copie del CD contengono in omaggio un secondo compact, registrato dal vivo) si è indirizzato verso sonorità forse meno rumorose ma non per questo meno “sovversive” e affascinanti; dai bravissimi Lizard Train, che nel mini-CD Couch (Shagpile) hanno allineato altre sei ballad acidamente armoniose (tra le quali una nuova, eterea versione della loro classica Seventh Heaven); dagli ultra-prolifici Ratcat, ormai più pop che punk ma sempre piacevoli (invece di Insideout, ultimo lavoro di studio uscito nel 1992 per la RooArt, si consigliano il precedente Alive e l’antologia Informer). Deludenti, al contrario, i famigerati Hard-Ons di Too Far Gone (Waterfront), la cui pochezza irriterà i numerosi fan dell’(un tempo) irresistibile terzetto pop-core di Sydney.
In chiusura di capitolo ci sembra utile rlcordare una manciata di CD che solleticheranno di sicuro gli appetiti dei cultori dell’aussie-rock “storico”: Shakin’ dei Sunnyboys (Phantom), inciso dal vivo nel corso del reunion-tour del 1991 (ai primi duemila acquirenti, la ristampa digitale dell’introvabile EP di debutto del gruppo) e A Little Bit Of You In Me (Yellow), mini-CD in squisito stile pop del loro leader Jeremy Oxley; Live At La Dolce Vita dei Johnnys, epitaffio del simpaticissimo quartetto country-punk dl Sydney: Scuzz (Shagpile) dei Bored!, imponente raccolta di inediti e cover di una delle piu note punk-band d’Australia; Electric Soup e Gorilla Biscuit (entrambe BMG) degli Hoodoo Gurus, antologie del 1992 (ma come hanno fatto a passare sotto silenzio?) dedicate rispettivamente ai lati A e B di tutti i bellissimi singoli di Dave Faulkner e compagni; Buds (Citadel), collection di materiale raro e inedito degli Stems che assieme al live Cant Turn The Clock Back (Prickly Pain) omaggia la memoria dell’ormai disciolta formazione di Dom Mariani, ora alla guida dei DM Three (hanno da poco esordito su Citadel con Foolish, un CD-single all’insegna dello psycho-pop più cristallino e accattivante); Go Back (Polyester) dei Tyrnaround, con l’intero repertorio vinilico (più due brani irreperibili altrove) di questo valido quintetto psichedelico dell’area di Melbourne. Senza dimenticare – se n’è parlato, ma meglio non correre inutili rischi – il doppio dal vivo dei leggendari Beasts Of Bourbon, From The Belly Of The Beasts (Red Eye).

E l’entusiasmo delle matricole
Se la mappa dei reduci dello scorso decennio appare notevolmente complessa, quella delle matricole – o degli “emergenti”, per usare un termine più gentile – si presenta frastagliata come la costa norvegese, con centinaia di giovani band in cerca di un posto al sole. E se alcune, come gli straordinari Tumbleweed (già gratificati di lodi su questa e altre riviste), gli adrenalinici Meanies (in ottobre ha visto la luce per la Au Go Go l’antologia The Meanie Of Life, e parecchi altri loro singoli sono usciti o stanno uscendo in varie nazioni) e i non meno convincenti You Am I (tra pop, hard e noise: strappati alla Timberyard dalla WEA, hanno appena confezionato il secondo album Sound As Even, prodotto da Lee Ranaldo dei Sonic Youth), sembrano ormai avere il futuro (quasi) assicurato, molte altre sono ancora in attesa di risultati concreti.
Dall’ampio lotto estrapoleremmo subito i Welcome Mat, abili artigiani di un pop/punk dinamico e ben strutturato soprattutto dal punto di vista vocale (sono tre i componenti che si alternano al microfono) la cui bontà, peraltro già dichiarata in una lunga serie di singoli ed EP, ha trovato recentemente conferma nel CD Gram (Regular); i Medicine Show, dediti a un torrido hard-rock frammisto di citazioni pop e blues orchestrato dal canto tenebroso dell’ex No Man’s Land Dave Slade (il loro CD senza titolo è marchiato Timberyard); i Kcrunch (in organico un paio di ex Lime Spiders), il cui omonimo mini-CD su Foghorn denota buone attitudini pop/rock ma lamenta qualche problema di impatto; gli Zambian Goat Herders di Endorphine (Redback, CD) e i Brother Brick di Getting Beyond A Shit (Space Beer, mini-CD), che vantano entrambi la presenza in line-up di un ex membro dei Proton Energy Pills (lo stesso gruppo dal quale sono stati originati i Tumbleweed): a dividerli è però il sound, che nel caso dei primi è accostabile all’hardcore melodico nelle migliori tradizioni Epitaph (con un tocco alla Radio Birdman che non guasta mai), mentre per i secondi si orienta verso lidi assai piu sporchi e convulsi.
Volendo proseguire nel gioco delle influenze, anche se con qualche forzatura si potrebbero indicare i Soundgarden come ispiratori dei Free Moving Curtis, approdati all’esordio su Hippy Knight con il mini-CD Blind; i primi Hard-Ons come numi tutelari degli Helium di You Can’t Hold Me Down (Shagpile, CD) e dei Fruitworld del mini-CD Pain (Tunnel: la produzione e di Damien Lovelock dei Celibate Rifles) e l’accoppiata Radio Birdman/Stooges come padrini di She-Freak (il loro The Wonder Years, su Bleib Alien, e stato recensito una manciata di mesi fa) e Asteroid B-612 (intestatari di un omonimo e travolgente CD targato Destroyer). Meglio, però, abbandonare simili paralleli – un po’  riduttivi, anche se spesso gratificanti – e spendere qualche parola per la Fellaheen, neonata label di Sydney che sta riscuotendo grandi consensi di critica per le sue scoperte. Quali? Innanzitutto i Budd, quartetto di Brisbane in bilico tra grunge e noise che ha già dato alle stampe il singolo (inciso su un solo lato) Help Me Swell e il mini-CD Yakfat. E sempre a Brisbane i responsabili dell’etichetta si sono imbattuti nei Midget (il loro 7 pollici, Juice, è un concentrato di furia hardcore/grunge) e nell’ensemble femminile Fur (anche per loro un 7″, l’acido e conturbante Fix It), mentre i Magic Dirt (il singolo, torbido e visionario nel suo ossequiare i maestri Sonic Youth, è Super Tear) e i Noise Addict (ancora un 45 giri, Wish I Was Him: surf-punk alla Hard-Ons da un’arrabbiatissima congrega di quattordicenni) sono stati scovati rispettivamente a Geelong (presso Melbourne) e Bondi Junction (sobborghi di Sydney).

Conclusioni
L’elenco delle potenziali “next big thing”, naturalmente, non si esaurisce con questa ventina di nomi: potrebbe, anzi, allungarsi ancora per parecchie cartelle, a patto che rinnegassimo la regola di prendere in esame solo ciò che abbiamo realmente ascoltato e vi proponessimo come nostri i suggerimenti delle fanzine e dei cataloghi di vendita per corrispondenza. Non volendo neppure prendere in considerazione questa ipotesi, ci limitiamo a promettervi, per il futuro, aggiornamenti più regolari e tempestivi su questo mondo sonoro che rimane (quasi) immune al contagio trendista e che mantiene sempre ben saldi legami con le radici del rock’n’roll più fiero e selvaggio e del pop piu intrigante ed eclettico. Chi volesse approfondire l’argomento può nel frattempo accostarsi a “Lemon”, la rivista underground che ha raccolto l’eredità della vecchia “B Side” (qualche copia riesce a giungere anche dalle nostre parti), mentre chi avesse bisogno di scavare nel passato trovere pane per i suoi denti nella terza edizione del Who’s Who Of Australian Rock, quasi seicento pagine di appunti bio/discografici su tutti i protagonisti della scena dagli anni Cinquanta alla metà del 1993. In chiusura, un piccolo invito; prima di qualsiasi dei dischi finora citati, procuratevi almeno uno dei tre album (l’ultimo, fresco di stampa, si intitola Freedom) realizzati dagli Yothu Yindi: la loro miscela di pop-rock e musica aborigena, con tanto di strumenti etnici quali il magico didjeridoo, vi permetterà di vivere una delle più avvincenti esperienze di ascolto oggi possibili, e vi dimostrerà una volta in piu le enormi prospettive della contaminazione degli stili. Rinunciarvi sarebbe come recarsi fino in Australia per visitare solo Sydney e Melbourne e non anche Darwin e Ayers Rock.
Tratto da Rumore n.24 del febbraio 1994

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The Saints

Un “classicone” di quelli che dovrebbero essere nelle case di ogni appassionato di r’n’r e che invece è (stranamente) meno conosciuto di altri dischi affini ma di livello inferiore. Per questo motivo, ogni volta che se ne presenta l’occasione, ne riscrivo: lo ritengo doveroso, una sorta di missione per il trionfo della giustizia.

Saints cop(I’m) Stranded (EMI)
Ebbene sì, parliamo di un’autentica leggenda. Di un album che, a dispetto del ruolo di secondo piano incredibilmente assegnatogli nelle cronache ufficiali del rock, non può non figurare al fianco degli esordi di Ramones, Damned, Clash, Richard Hell, Sex Pistols, Dead Boys, Adverts, Heartbreakers e Radio Birdman tra le pietre miliari del punk del ‘77. Registrato in soli due giorni con un quattro piste, il primo 33 giri del quartetto australiano, è infatti una delle testimonianze più intense, viscerali e musicalmente pregevoli di quella magica stagione di catarsi e utopie, nonché – elemento da non trascurare – uno dei più espliciti nel dimostrare che punk non era soltanto reazione cieca e selvaggia alla realtà musicale dell’epoca, ma anche e soprattutto recupero delle (immortali) radici Fifties e Sixties.
Ad (I’m) Stranded, comunque, Chris Bailey (voce), Ed Kuepper (chitarra), Kym Bradshaw (basso) e Ivor Hay (batteria) erano giunti al termine di un percorso piuttosto lungo, che aveva preso piede dal loro comune amore per i classici degli anni ‘50 e ‘60, il vecchio blues e certe oltraggiose “aberrazioni” Seventies che rispondevano ai nomi di Stooges, New York Dolls, Mott The Hoople e Alice Cooper. Attivo dapprima come Kid Galahad & The Eternals, e ribattezzatosi Saints nel 1974, il gruppo si era infatti costruito una solida reputazione di garage-band nell’area della natia Brisbane, arrivando addirittura – un fatto quasi rivoluzionario, considerando luogo e periodo – ad autoprodursi un 45 giri contenente I’m Stranded e No Time; uscito nell’estate del 1976 con il marchio Fatal Records, e poco dopo ristampato in Inghilterra dalla altrettanto fantomatica Power Exchange, il singolo non mancò di suscitare l’interesse della stampa britannica (“Sounds” lo definì “singolo della settimana e di tutte le settimane”) e delle major, prima tra tutte quella EMI che, attraverso la sua succursale australiana, non perse tempo a proporre ai suoi autori un accordo discografico e la prospettiva del trasferimento al di là degli Oceani: un passo, questo, che nonostante gli inziali consensi sfociò dapprima nell’abbandono di Bradshaw (sostituito da Alasdair Ward) e quindi in una profonda crisi di risultati destinata a concludersi con la separazione (avvenuta nel 1978 dopo altri due LP, l’ottimo Eternally Yours e l’assai meno convincente Prehistoric Sounds). Kuepper e Bailey, i due leader e compositori, imboccarono poi strade diverse, il primo dedicandosi proficuamente al rock “di ricerca” ed il secondo portando avanti, tra infinite modifiche di organico e stile, la carriera dei nuovi Saints.
(I’m) Stranded, l’unico 33 giri firmato dalla line-up originale, venne immesso sul mercato nel febbraio del 1977. Rimane ancora oggi un inarrivabile capolavoro di punk’n’roll ruvido e travolgente, in virtù del canto rabbioso e un po’ abulico di Bailey, della chitarra schiacciasassi di Kuepper, del puntuale apporto ritmico di Bradshaw e Hay e soprattutto dei dieci straordinari episodi della scaletta: dai brutali (I’m) Stranded e No Time ai non meno incisivi Erotic Neurotic e One Way Street (le due facciate del secondo 45 giri), dalla celebre Demolition Girl alla lunga e convulsa Nights In Venice, dalle più pacate Messin’ With The Kid e Story Of Love (attestati di un approccio comunque non limitato alla logica del “one-two-three-four”) alle riuscite cover di Wild About You (Missing Links) e Kissin’ Cousins (Elvis Presley). “La rabbia giovanile” – ebbe a dichiarare Chris Bailey una dozzina di anni fa – “è sempre rumorosa e di solito confusa. Da teenager la mia visione politica della vita era più o meno “noi contro loro”, ma col problema di non sapere chi fossimo noi e chi fossero loro; quindi, con il senno di poi, non posso fare a meno di ammettere che molte delle mie prime cose erano ingenue e piene di cliché, seppur dotate di quella sincerità e di quella convinzione che sembrano assai rare a trovarsi nei gruppi punk di oggi”. Le critiche del buon Chris avranno anche senso, ma pur con il massimo rispetto – e, in parecchi casi, l’apprezzamento – che nutro per i Saints post-rinascita, non ho remore ad affermare che (I’m) Stranded è l’unico album dell’ensemble il cui titolo meriti di essere scolpito a fuoco negli annales della “nostra” musica… da qualche parte, e senza neppure alterare il naturale ordine alfabetico, tra Ramones e Stooges.
Tratto da Bassà Fedeltà n.2 del luglio/agosto 1997

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Nick Cave

Anche se a volte la scarsa disposizione mentale dell’interlocutore e/o le contingenze le rendono più o meno deludenti, fare interviste mi è sempre piaciuto molto. Non a caso dal 1979 a oggi ne ho messe in fila un numero attorno a cinquecento, e di parecchie di esse – quelle di persona, ovvio: le telefoniche non sono, inevitabilmente, altrettanto eccitanti – ricordo con mia stessa sorpresa molti dettagli. Ad alcune sono poi affezionato e di altre sono persino – lo so, non dovrei dirlo, ma ogni tanto mi concedo qualche piccola licenza – orgoglioso: ad ambedue le categorie appartiene questa all’ex frontman di Boys Next Door, Birthday Party e Grinderman, e indiscusso perno dei Bad Seeds, che risale a poco pìù di cinque anni fa, ovvero ai giorni che precedevano l’uscita di Dig!!! Lazarus Dig!!!.

Cave fotoResurrezioni
La porta della stanza 202 è scurissima, e decisamente cupo – nonostante la fila di spot incastonata nel soffitto – è il corridoio sulla quale si affaccia: piena sintonia, insomma, con la public image di Nicholas Edward Cave da Warracknabeal, Australia, cinquant’anni compiuti lo scorso 22 settembre e una discografia tanto estesa e frastagliata da deprimere ogni estimatore con velleità di collezionismo. Atmosfera ben diversa, invece, nella camera nella quale sono spinto, dopo un tonante “come iiiiin” di via libera proveniente dall’interno, da alcuni componenti dello staff della Mute/Virgin, giustamente preoccupati di eventuali ritardi nella fitta schedule promozionale: stile a livelli estremi – come del resto l’architettura e l’arredamento del moderno albergo milanese situato nella zona di Porta Genova – con bianco pressoché ovunque, e un caldo sole che davvero non ci si attenderebbe da un 29 gennaio lombardo. Cave è alto, ossuto e indossa giacca e pantaloni attillati, proprio come in un nostro incontro di quasi vent’anni fa: ai tempi, però, a parte i capelli più folti e l’assenza di rughe, il suo sguardo tradiva abusi di assortite sostanze, i modi erano meno cordiali, l’atteggiamento generale molto più maudit, mentre il pur carismatico signore che mi tende la mano ha tutta l’aria di un gentleman che si è lasciato per sempre alle spalle il lato oscuro… anche se, a volte, un’occhiata o un’inflessione della voce trasmettono una leggera inquietudine. Più che il principe delle tenebre degli anni 80, quello che Wim Wenders volle immortalare in una memorabile scena de Il cielo sopra Berlino, Nick ha l’aspetto di un bounty killer del vecchio West, ben sottolineata dal paio di baffoni: “mia moglie mi mette spesso davanti una mia foto con il viso pulito e mi dice ‘guarda com’eri più bello senza!’ sperando di convincermi a tagliarli”, racconta sogghignando, “ma per il momento resisto”.
I baffi sono una delle eredità lasciategli da Grinderman, l’album con il quale lo scorso anno ha debuttato alla guida della band omonima – i Bad Seeds in versione essenziale – che si riteneva un’estemporanea, innocente (?) evasione dalla routine. E invece… “L’ho detto anche all’epoca, ma evidentemente molti hanno creduto che stessi scherzando. L’idea dietro i Grinderman era solo quella di fondare una ‘nuova’ band, senza curarsi di cosa sarebbe successo. All’inizio non ci ponevamo obiettivi di dischi o concerti, ci premeva solo di suonare assieme e stare meglio possibile. E questa è la cosa più eccitante del gruppo, fare esattamente quello che ci va senza remore e senza la preoccupazione di dover compiacere”. Non è una bella parola, “compiacere”, e il suo uso fa pensare che, magari, certi critici potrebbero non essere del tutto fuori strada rilevando in No More Shall We Part, Nocturama o Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus – i dischi del 2001, 2003 e 2004 – manierismo od opportunismo. “Non siamo stupidi, ci rendiamo conto delle aspettative e di che cosa la gente potrebbe dire di un album e dei suoi significati, e non nego che, pur puntando sempre a realizzare qualcosa di nuovo e diverso, da quando mi ero concentrato sul comporre al pianoforte gli schemi tendevano un po’ a ripetersi. È un fardello pesante, e con Grinderman ce lo siamo scrollati di dosso. Anche se in fondo siamo sempre noi, anche se la voce è sempre la mia, adottare una sigla inedita ha avuto un effetto liberatorio; se volessimo pubblicare un disco di folk bulgaro, potremmo farlo e non ci importerebbe se fosse poco venduto o solo scaricato illegalmente. Quello che non uccide rende più forti, si dice, no? E infatti il semi-azzardo di Grinderman ha portato notevoli benefici ai Bad Seeds, spingendoci a un cambiamento di approccio e rinnovando i nostri entusiasmi. Come per i Grinderman ho scritto alla chitarra, che in pratica ho riscoperto, così per Dig!!! Lazarus Dig!!! gli spunti iniziali sono nati da un organo giocattolo che avevo comperato per i miei figli e con il quale mi sono messo ad armeggiare… e i risultati sono stati, alla fine, ben più movimentati, eclettici, liberi dai cliché“. Non è poi tanto difficile immaginare Cave alle prese con una tastierina per bambini, studiando le (minime) opportunità offerte dalla batteria elettronica incorporata… il tutto nascondendosi dai gemelli Arthur ed Earl, sette anni, nella quiete del suo ormai leggendario “ufficio”. Già, perché da anni Cave si vanta di praticare un metodo di lavoro quasi impiegatizio, a dispetto dell’idea di istinto e furore che viene spontaneo associare al rock’n’roll e a tutto ciò che – canzone d’autore compresa, specie se a tinte forti – da esso deriva. Rischiando di essere mandato a quel paese glielo dico, seppur mascherando la frecciatina con una domanda su come faccia, visto che a quanto pare i Grinderman stanno viaggiando in parallelo ai Bad Seeds, a capire quali brani siano adatti per una band e quali per l’altra. “Non lavoro in modo casuale, scrivo per un progetto specifico. Quando è ora mi chiudo nello studio e mi immergo nel songwriting, nella stessa maniera, indipendentemente dal fatto che si tratti dei Grinderman, dei Bad Seeds, di una colonna sonora o di chissà che altro. Adesso tocca di nuovo ai Grinderman, il secondo album è in fase di concepimento e l’idea sarebbe di farlo uscire entro il 2008, e dunque devo impegnarmi a frugare nel mio cervello per focalizzarne il tema e l’impostazione, quanto e come sarà differente dal debutto o dai Bad Seeds: la sfida è questa, ed è molto affascinante. In verità ho temuto che una procedura così rigida potesse limitare se non soffocare l’ispirazione, ma l’esperienza mi ha insegnato che non c’è nulla da temere. Almeno per me. E d’altronde mi comporto così da quando ero ragazzino: c’è una foto che mi ritrae nella mia cameretta, nella casa dei miei genitori, allo scrittoio che era appartenuto a mio padre e che lui mi aveva poi donato. Per me la scrivania è sempre stato un elemento fondamentale, non solo per i compiti ma anche e soprattutto come posto dove sedermi e riflettere”. Ok per l’organo giocattolo, ma non riesco davvero a figurarmi un Cave poco più che ventenne, con la chioma irta, a comporre a tavolino i pezzi dei Boys Next Door e dei Birthday Party. La mia espressione deve essere eloquente, perché ridacchiando prosegue: “Beh, magari con i Birthday Party lo scrittoio era un po’ più trascurato… però per scrivere preferisco stare per i fatti miei, anche in gioventù non ero capace di comporre testi – roba seria, intendo – con persone attorno”. Aggiungo allora che a contare sono gli esiti, e che per quanto lo riguarda il meccanismo sembra funzionare perfettamente… ed ecco saltar fuori un altro Nick, quello (simpaticamente) pieno di sé. “Sì, funziona, certo: non è vanagloria, ma altrimenti non avrei realizzato quattordici album con i Bad Seeds, tre colonne sonore, due sceneggiature teatrali e tutto il resto, e non guiderei due gruppi che procedono contemporaneamente. È un mucchio di roba, anche se suddivisa in parecchi anni, e non credo sarebbe stata così tanta se non avessi avuto un posto che sentivo mio dove darla alla luce. Questo tanto disprezzato ‘lavoro d’ufficio’ non è poi tanto tremendo, quindi”.
Nella sostanza non fa una piega, d’accordo, ma esporre l’intero palmares è indice di vanità, unita alla consapevolezza di potersela permettere. E che Nick sappia benissimo di essere una star, e si diverta pure un sacco a scherzarci su, lo si era capito durante la conferenza stampa tenuta un paio d’ore prima in una sala dello stesso albergo: davanti a una nutrita platea di colleghi di ogni età e visibilità professionale, il Nostro ha regalato una performance da consumato mattatore di questo genere di eventi, fornendo spunti – si è appreso di un nuovo romanzo in cantiere, “molto diverso da E l’asina vide l’angelo”; di uno script per il seguito de Il gladiatore che si presume finito “nel cestino della carta straccia di Ridley Scott”; di varie offerte per ruoli cinematografici rifiutati “perché recitare nei film è una noia mortale” – e cazzeggiando bellamente per tutta la ventina di minuti, senza però superare il confine che separa lo “show” spavaldo dalla mancanza di rispetto per gli interlocutori. Un altro atteggiamento, invece, quello tenuto nel dialogo faccia a faccia, dove pacatezza, garbo e lunghi silenzi di riflessione trovano contraltare solo sporadico in qualche piccola, innocua guasconata che tutto sommato “fa colore” e non mette a disagio; anzi, aiuta a superare quel timore reverenziale che può essere di ostacolo agli intervistatori meno smaliziati. Colpito dalla “doppia personalità” gli chiedo allora come si comporta con i fan che di sicuro cercheranno di entrare in contatto con lui. “Dipende ovviamente dai fan”, risponde, “e dalla situazione nella quale provano a interagire con me. Non sono ossessionato dalla privacy, non tratto male nessuno e tendenzialmente mi piace parlare con la gente, ma se qualcuno mi blocca mentre sto uscendo dal supermarket con le buste in mano o mentre sto entrando nel bagno di un ristorante tendo a non dare grande confidenza. Comunque, in linea di massima, i miei estimatori sono gente a posto, solo qualcuno si rivela invadente”. Un’alta considerazione del suo pubblico ribadita dalla risposta seguente, a una domanda sulla responsabilità che si dovrebbe sentire componendo e cantando, visto come musica e parole – specie certe parole: ad esempio, il lirismo conferito all’omicidio nelle Murder Ballads – possano esercitare influenze su chi le ascolta: “Non mi è mai passato per la mente che qualcuno, ‘ispirato’ da un mio disco, potrebbe voler compiere atti negativi”. È un’esperienza interessante, conversare con Cave, anche se fin troppo spesso le repliche sono lapidarie. La felicità? “Sto bene, ma non amo questo tipo di analisi”. Il più grande timore? “Non ho paura di nulla”. Affinità con Bob Dylan e Leonard Cohen? “Oltre al fatto che siamo tutti e tre pieni di talento, dici? A volte i contatti ci sono, a volte no… però ritengo di saper scrivere canzoni tanto bene quanto loro”. Cosa pensa che farebbe, oggi, se avesse vent’anni? “Non so”. Ma dev’essere un attimo passeggero di distrazione o mancanza di voglia di concentrarsi su temi astratti o impegnativi, dato che subito dopo il mio “ti capita mai di rimpiangere quando eri giovane e con il fuoco dentro?” lo riaccende. “No, affatto, e non solo perché oltre al fuoco nelle mie vene scorreva roba che avrebbe potuto uccidermi. E poi, di questi tempi, sono appagatissimo dal mio rapporto con la musica, il migliore da molti anni, e i risultati ne risentono in positivo. Come accennavo prima, i Grinderman mi hanno dato nuovi stimoli, in termini sia di varietà sonora che di costruzione dei testi. In quest’ultimo campo mi ero orientato maggiormente verso la sfera personale, mentre nei pezzi di Dig!!! Lazarus Dig!!! mi è venuto spontaneo lasciare più spazio alla realtà che mi sta attorno, inserendo però elementi letterari e fantasiosi; mi piace scrivere storie e mi piace che nella narrazione emergano immagini e riferimenti mitici come il Lazzaro del titolo, che è una sorta di guida ideale. La religione non c’entra, né mi identifico nel personaggio: il concetto di rinnovamento dietro la sua figura mi è particolarmente caro. I miei testi si sono fatti più arrabbiati e cupi – bizzarro, dato che la maturità dovrebbe rendere più sereni – e a tratti persino spiritosi e autoironici, così come il tessuto strumentale, che ha guadagnato in grinta, vivacità, colori. Il merito è naturalmente dei Bad Seeds, con i quali l’intesa e la complicità sono totali… e questo spiega perché lavoro sempre con loro, suonarci mi dà sicurezza e brividi. Non è stato facile rinunciare a Blixa, ma devo ammettere che Warren Ellis è un jolly perfetto, non c’è buco strumentale che lui non sappia egregiamente riempire”.
Provo a portare il discorso sull’idea di resurrezione, su Lazzaro come simbolo di una rinascita del Nick Cave “cattivo” sulle ceneri di quello certo più pacificato dei precedenti album di ballate, azzardando anche l’ipotesi di una spinta inconscia ad esorcizzare la fatidica tappa del cinquantesimo compleanno – rimarcata da una mostra celebrativa allestita a Melbourne e dall’iscrizione alla “Hall Of Fame” australiana – con una specie di ritemprante ritorno al passato. Lui, grossomodo, conferma, ma puntualizza che “non è un impulso di tipo nostalgico” e soprattutto che “la storicizzazione del tanto che ho fatto in trent’anni di militanza nella musica” – il singolo di debutto dei Boys Next Door risale alla primavera del 1978 – “non mi ha indotto a pensare che fosse arrivata l’ora di tirare i remi in barca: al contrario, mi ha posto ancor di più di fronte alla realtà che era il caso di accelerare i tempi ed esprimere il mio presente di artista”. E come musicista, gli chiedo mentre un “toc toc” alla porta annuncia che il tempo disponibile è terminato, ritieni di aver raggiunto il top, o coltivi ancora qualche ambizione? “Ho bisogno di andare avanti, di muovermi… una necessità di base che mi porta a fare quel che faccio e a farlo in un un certo modo. Sono felicissimo di poter lavorare con la musica, scrivere, pubblicare dischi, perché soddisfa la mia esigenza primaria. Comunque, se parliamo in termini di carriera, non sto cercando di realizzare il disco definitivo, né tantomeno di diventare più famoso di quanto sia adesso”. Sì, a cinquant’anni si diventa saggi.

Kicking… Again?
Nell’estate del 1986 uscì Kicking Against The Pricks, con il quale Nick Cave superò in maniera insolita lo scoglio del “difficile terzo album”: organizzando, cioè, una raccolta di riletture di brani altrui con i quali si sentiva in sintonia. Il disco è tuttora considerato uno dei migliori della sua produzione, per la bellezza e varietà del repertorio (da John Lee Hooker a Tom Jones, dai Velvet Underground a Gene Pitney, da Johnny Cash agli spiritual, da Alex Harvey a Roy Orbison…) e per la qualità e la personalità di interpretazioni capaci di comporre un affresco sonoro paradossalmente coerente. Ecco quel che ci ha risposto Cave quando gli abbiamo chiesto se avesse mai pensato di realizzare un secondo capitolo. “Mi piacerebbe molto, ma non ne ho proprio il tempo… e non domandarmi che pezzi ci metterei, perché su due piedi non saprei davvero cosa dirti. Quell’album fu straordinario: non solo per il successo, ma perché mi fece capire che potevo essere un vero cantante. Cimentandomi in brani così diversi da quelli dei Birthday Party e dei primi Bad Seeds ho scoperto di possedere una voce sensuale e ricca di sfumature, dote che in precedenza non emergeva perché mi limitavo a gridare e ruggire. La chiave è stata la pacatezza, il dover modulare invece di ‘spingere’; così ho realizzato di essere molto più bravo come crooner che non come urlatore. C’è chi mi dice che sarebbe stato meglio se questa ‘illuminazione’ non l’avessi avuta, ma naturalmente non sono d’accordo”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.644 del marzo 2008

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New Christs

Venticinque anni fa non era facilissimo raccogliere notizie dettagliate sull’underground australiano, e ciò spiega la (dichiarata) ignoranza a proposito dell’organico del singolo d’esordio di questa band assurta a (pur piccolo) mito già prima di realizzare un disco di grande formato (si scoprirà, poi, che ad accompagnare il cantante Rob Younger c’erano il chitarrista Cab Calloway, il bassista Clyde Bramley, il tastierista John Hoey e il batterista Ken Doyle). Diversamente da quanto annunciato alla fine dell’articolo, l’album sarebbe arrivato nel 1989 – dopo altri due formidabili 45 giri, Headin’ South/I Saw God (1988) e Another Sin/The Burning Of Rome (1989), quest’ultimo con due tracce del LP – e il tour europeo non avrebbe toccato l’Italia. La carriera del gruppo è quindi proseguita, a singhiozzo e non particolarmente prolifica, fino a oggi. Tutti i 7 pollici, eccetto il primo e l’ultimo, sono reperibili nella versione CD di Divine Rites (Citadel, 2000).

New Christs fotoLa leggenda continua
Si potrebbe partire disegnando un intricatissimo family tree nel quale accomunare i grandi trasgressori della Detroit fine ‘60 ai più giovani leoni della Sydney dei primi anni ‘70, ma in tal modo si ripeterebbero concetti già espressi in passato. Scendendo a più miti pretese, allora, ci si potrebbe concentrare sul più imponente ramo dell’albero, quello nato con Rats e TV Jones, fiorito con i Radio Birdman e biforcatosi numerose volte con i vari Visitors, Hitmen e New Race, ma così facendo si distoglierebbe inevitabilmente l’attenzione dalla vicenda che più ci sta a cuore. Perdonateci, allora, se limiteremo la nostra trattazione, non curandoci quasi delle storie ad essa parallele e incentrandola su un solo protagonista: Rob Younger, la living legend dell’underground australiano.
Sydney, 1978. Reduci dalla tournée inglese, i Radio Birdman hanno appena finito di bruciare la loro breve esistenza, ma i membri della band sono già in cerca di nuove avventure per placare la propria sete di r’n’r. Fra loro, naturalmente, c’è il frontman Rob Younger, che all’inizio dell’anno seguente concretizza i suoi sforzi fondando gli Other Side, una meteora nel grande cielo della scena locale che dietro di sé non lascia alcuna testimonianza vinilica ma solo il ricordo di infuocate performance; oltre a Rob Younger (voce), fanno parte dell’organico il chitarrista Charlie Georgees (gia in Frozen Stiffs, Hellcats, Psycho Surgeons e Hitmen), il bassista Clyde Bramley (ex Hitmen e futuro Hoodoo Gurus) e il batterista Mark Kingsmill (anch’egli componente degli Hitmen destinato a unirsi agli Hoodoo Gurus), quest’ultimo sostituito dopo qualche mese dall’ex Radio Birdman Ron Keeley. Nonostante i consensi, però il quartetto si scioglie per cause ignote, e nella primavera del 1981 Younger ricopre il ruolo di cantante nei New Race, supergruppo composto da elementi di Radio Birdman, Stooges e MC5 e intestatario di un unico, eccezionale album dal vivo (The First And The Last); come preventivato, l’esistenza della compagine si esaurisce nell’arco di un fulmineo tour nel Continente Nuovissimo, e Rob Younger deve ancora una volta ricominciare da zero. Proprio qui terminano gli antefatti e la travagliata biografia dei New Christs inizia a essere trascritta.

L’annunciazione
È l’agosto del 1981 quando la Green Records di Sydney immette sul mercato un 45 giri attribuito ai New Christs; l’assenza di copertina e di inserti impedisce di saperne di più, e anche i nomi degli autori (Calloway-Yates) impressi su1l’etichetta non sono di aiuto per scoprire l’arcano. Persino Rob Younger, intervistato dal sottoscritto due anni orsono, ha abilmente glissato ogni quesito volto a fare chiarezza. Comunque sia, il singolo in questione è un prodotto di buon livello, magari acerbo ma certo in grado di appassionare: Face A New God è una ballata sotterranea dall’incedere sommesso e dalle atmosfere avvolgenti, caratterizzata da una limpida chitarra solista e da insinuanti tastiere psichedeliche, mentre Waiting World presenta strutture leggermente più compatte e soluzioni appena più grintose. Il mixaggio lascia un po’ a desiderare, questo è vero, ma il disco non merita di cadere nel dimenticatoio: bene hanno fatto gli ignoti compilatori della raccolta-bootleg Australian Underground ‘77-’8l a recuperarne le tracce, visto oltretutto come l’introvabile 7 pollici sia quotato cifre da capogiro fra i collezionisti.

L’avvento
Dopo Face A New God dei misteriosi New Christs non si sente più parlare fino al 1983, quando la denominazione è riesumata per alcune esibizioni di spalla a Iggy Pop nella terra dei canguri; la line-up è basata sulla calda voce di Rob Younger, sulle torride chitarre di Chris Masuak (ex Radio Birdman e Hitmen) e Richard Jakimayszyn (Hitmen e Lime Spiders), il cui strumento si alterna, in una sorta di staffetta, a quello di Kent Steedman dei Celibate Rifles, sul basso di Tony Robertson (ex Credits e 3lst) e sul potente drumming di Mark Kingsmill degli Hoodoo Gurus. Fra un concerto e l’altro il gruppo registra un demo con cinque brani, quattro dei quali pubblicati in seguito dalla Citadel su due 45 giri, e si separa nel 1984 (il quinto pezzo di quella session è stato ripudiato da Younger, che pare ne abbia distrutto il master per scongiurare il pericolo di una sua eventuale diffusione). Masuak prosegue la sua attività di manager per poi entrare negli Screaming Tribesmen, Jakimayszyn persevera nel suo vagabondaggio, Kingsmill e Steedman continuano con le rispettive band, Robertson rimane in circolazione (riapparirà nei Naked Lunch, protetti di Brett Myers dei Died Pretty) e Rob Younger si lancia con sempre maggiore impegno e profitto nel lavoro di produttore (nel triennio 1984/1986 il suo nome apparirà su dischi di Bam Balams, Died Pretty, Eastern Dark, Hard-ons, Lime Spiders, Porcelain Bus, Psychotic Turnbuckles, Stems, Wet Taxis e altri). Like A Curse/Sun God e Born Out Of Time/No Next Time sono inni elettrici dalla dirompente aggressività ma dalle costruzioni eleganti ed elaborate: un perfetto matrimonio fra rabbia e melodia, fra solennità di atmosfere e irruenza chitarristica, secondo un rito del quale Rob Younger si rivela ideale officiante. In particolare, No Next Time (ripresa dal repertorio degli Other Side) è forse il pezzo più emozionante, che condensa in soli due minuti e undici secondi tutti i dogmi del miglior r’n’r d’assalto. Brillantemente, l’etichetta inglese What Goes On, raccoglie le quattro gemme nel 12”EP Detritus.

La resurrezione
I primi mesi del 1987 portano agli appassionati una lieta novella: Rob Younger ha deciso di riprendere a cantare e di riformare in pianta stabile i New Christs; ad accompagnarlo ci sono ora il vecchio amico Jim Dickson, ben noto per i suoi trascorsi nei Survivors, nei Passengers e sopratutto nei Barracudas, il chitarrista di Brisbane Charlie Owen e il batterista Louis Burdett, proveniente dai misconosciuti Paris Green di Sydney. I battaglieri propositi della band sono subito dichiarati dallo stesso Dickson. “I New Christs sono un gruppo rock’n’roll senza artifici, le cui performance si basano sull’istinto e rifiutano gli eccessi di premeditazione. Non ci interessa neppure avere un look, ci piace salire sul palco senza fronzoli e prese in giro che servono solo per distrarre. Molti preferiscono la tranquillità delle convenzioni, ma noi vogliamo correre sul filo del rasoio con una musica che sia allo stesso tempo eccitante e pericolosa. Se si suona qualcosa di provocante e il pubblico la trova provocante, e ci si sente soddisfatti e anche la gente lo è, allora si ha una combinazione vincente”. Dalla teoria alla prassi: The Black Hole/Addiction (Citadel), più maturo dei suoi predecessori sotto il profilo compositivo ma non meno trascinante, è un altro tassello che si aggiunge al mosaico sapientemente creato da Rob Younger e dai suoi sempre diversi accoliti: una vera santificazione del garage-sound più epico e ispirato, con inedite soluzioni di sapore tenebroso a sorprendere nella facciata A e trame più immediate e veementi nella incisiva e lancinante Addiction.
Forti della loro esperienza e caricati dalla consapevolezza di non essere piu “fuori dal tempo”, i New Christs lasciano appena spegnere l’unanime panegirico per ripresentarsi alla fine del 1987 con Dropping Like Flies, doppio singolo ancora su Citadel che sancisce la definitiva consacrazione di questi ultimi Messia del rock australiano: nella title track le citazioni Sixties si amalgamano a quelle blues partorendo una litania malata che a tratti sfocia in intermezzi di solare brillantezza, mentre negli altri tre episodi – fra i quali spicca I Swear, marchiato dall’eccezionale organo di Louis Tillet – lo spirito più brutale del quartetto ha modo di manifestarsi con l’ormai consueto equilibrio di forme.

L’ascesa al cielo
Con sole dodici canzoni edite in sette anni – in pratica, sommando le durate, un album – i New Christs si avviano verso mete più prestigiose; il 1988 porterà il primo 33 giri e un tour europeo che in maggio dovrebbe toccare i nostri lidi. Il Verbo divino, ne siamo sicuri, convincerà i residui agnostici, e il culto di Rob Younger mieterà nuovi proseliti. Ora più che mai, alleluia.
Tratto da Rockerilla n.92 dell’aprile 1988

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Rock australiano 1977-1988

Nei primi numeri di “Classic Rock”, la sezione del Mucchio dedicata a ristampe, riedizioni e in generale rock del passato, trovano spesso spazio articoli che affrontano una scena, un genere o un fenomeno attraverso una selezione di dieci (più dieci) album consigliati. L’underground australiano è da sempre una mia passione: questi, secondo me, i primi titoli da ascoltare per iniziare a conoscerlo.

Australia fotoDieci album fondamentali
Gran bel posto, l’Australia. Non solo per lo splendore dei paesaggi e la scarsa densità di popolazione, ma anche per la straordinaria qualità – e quantità, soprattutto in rapporto al numero di abitanti – della sua scena rock’n’roll; una scena che dai Sixties ad oggi, seppur meno illuminata di quanto avrebbe meritato dalle luci della ribalta internazionale, non ha mai mancato di generare autentici talenti, per forza di cose non privi di punti di contatto con le contemporanee esperienze americane e britanniche ma quasi sempre dotati di requisiti spiccatamente personali. Senza nulla voler togliere agli artisti più antichi e più recenti, è innegabile che il vero e proprio boom creativo del rock del Continente Nuovissimo si sia verificato negli anni ‘80 con epicentro in tutte le principali città (da Sydney e Melbourne fino a Perth, Adelaide e Brisbane), a opera di una pletora di band attive per lo più nel circuito sotterraneo e seguite da varie etichette indipendenti (tra le altre, Mushroom, Au Go-Go, Citadel, Waterfront, Greasy Pop, Red Eye). Nati sulla scia (e sulla spinta) di Saints e Radio Birdman, inconsapevoli precursori del punk-rock già a metà ‘70, questi gruppi hanno dato vita a sonorità assai eterogenee, mostrando spesso saldi legami con il rock energico e incisivo ma privilegiando a seconda dei casi la propensione al pop, al garage, al blues, al garage o alla psichedelia: la documentazione in merito esistente, specie a livello di 45 giri ed ep, è impressionante per estensione e caratura.
Al suddetto policromo quadro, seppure nei limiti davvero molto angusti dei dieci + dieci album, vuole render giustizia questa Discoteca Base, le cui coordinate non sono state naturalmente fissate a caso: il 1977 ha infatti visto la pubblicazione dei leggendari esordi di Saints e Radio Birdman, mentre il 1988 ha registrato – dopo il fasti del triennio 1985-1987 – l’inizio del progressivo calo di attenzione del mondo verso quanto prodotto nella terra dei canguri, a dispetto di isolate manifestazioni di interesse per alcuni suoi esponenti. A criteri almeno altrettanto logici è stata poi informata la scelta dei venti titoli: censura del rock “ufficiale” a favore di quello di area underground (insomma, niente AC/DC, INXS o Midnight Oil), tentativo di rappresentare il maggior numero possibile di stili e indicazione di non più di un disco per ciascun ensemble; e l’assenza della figura forse più carismatica emersa da tale “movimento”, Nick Cave (peraltro presente con i Birthday Party), è dovuta al fatto che l’avvio della carriera solistica alla guida dei Bad Seeds ha portato il musicista ad allentare ulteriormente quei contatti con la Patria già resi meno saldi dal suo trasferimento in Europa di qualche anno prima. Peccato che l’inevitabile esclusione di parecchi protagonisti di rilievo (Exploding White Mice, Porcelain Bus, Trilobites, Cosmic Psychos, Screaming Tribesmen, Psychotic Turnbuckles, Harem Scarem, Lipstick Killers, Visitors…) ci abbia impedito di valorizzare tutte le sfumature dell’affresco.
CELIBATE RIFLESThe Celibate Rifles (Hot 1984). Formatisi a Sydney nel 1980, i Celibate Rifles del cantante Damien Lovelock e del chitarrista Kent Steedman si sono distinti per la capacità di sposare punk’n’roll grezzo e irruente e semplici trame melodiche in composizioni spesso piacevolmente sghembe. Questo secondo album li fotografa nel pieno della loro ascesa, prima che la loro verve iconoclasta e un po’ stralunata cominci a farsi cliché sotto l’influsso della routine; tra i solchi spicca Wild Desire, ballata rock di rara potenza e autorevolezza.
CHURCHStarfish (Parlophone 1988). Nonostante alcuni elementi anomali rispetto agli altri ensemble qui citati (l’attività svolta dall’inizio sotto l’egida di una major, i buoni riscontri internazionali, il suono globalmente più leggero), la presenza dei Church in questo elenco è dovuta soprattutto alla natura della loro proposta, raffinata e radiofonica nella forma ma obliqua e ispirata nella sua ricerca di un equilibrio tra rock, pop, folk, psichedelia e post-punk. Oltre che il più completo, Starfish è stato l’album più fortunato sul piano commerciale della band di Steve Kilbey (voce, chitarra) e Martin Willson-Piper (chitarra).
DIED PRETTYFree Dirt (Citadel 1986). La prima prova a 33 giri del quintetto di Sydney capitanato dal cantante Ronnie Peno e dal chitarrista Brett Myers è anche la più efficace nella messa a punto del suo inconfondibile stile all’insegna di un rock tanto concitato e grintoso quanto profumato di grandi spazi e predisposto a suggestive cavalcate psichedeliche. Sospesi tra Velvet Underground, Doors e trame a sfondo roots, con un pizzico di sfrontatezza punk a conferire al tutto una marcia in più, i Died Pretty sono stati una delle compagini australiane più originali e brillanti del periodo: curioso che in Patria siano stati spesso snobbati e che siano stati invece trattati da star in Europa e negli Stati Uniti.
GO-BETWEENSBefore Hollywood (Rough Trade 1983). Destreggiandosi tra canzone d’autore (Bob Dylan), rock classico (dai Byrds ai Velvet Underground) e qualche tocco new wave, Robert Forster e Grant McLennan inanellano la migliore delle loro raccolte di canzoni aggraziate e affascinanti. La critica se ne accorge e batte le mani, mentre il pubblico mostra indifferenza: un copione che sarà replicato in futuro, facendo dei Go-Betweens di Brisbane, se non la più grande, senza dubbio la più sfortunata band australiana degli ‘80.
HOODOO GURUSMars Needs Guitars (Big Time 1985). Se il quasi altrettanto valido Stoneage Romeos li aveva presentati al mondo come futuri campioni di un rock’n’roll miracolosamente in bilico tra pop, punk, garage, beat e psichedelia, è con il secondo Mars Needs Guitars che gli Hoodoo Gurus di Sydney approdano alla piena maturità senza però compromettere – come in parte accadrà nei lavori seguenti – la freschezza d’impatto. Dave Faulkner è un trascinatore nato, Brad Sheperd un chitarrista come pochi e Bittersweet un singolo degno di figurare in qualsiasi antologia ideale di power-pop.
NEW CHRISTSDistemper (Blue Mosque 1989). Titolari nel periodo 1981-1989 di una formidabile serie di 45 giri realizzati a dispetto delle infinite vicissitudini di organico, i New Christs hanno marchiato a fuoco gli anni ‘80 australiani con un rock caldo, sanguigno e potente, figlio naturale della Detroit degli ultimi ‘70 ma anche del punk’n’roll di quei Radio Birdman dai quali proveniva il cantante Rob Younger. Seppur per una manciata di mesi, la data di uscita lo farebbe escludere dalla nostra trattazione: ma l’urlo di Distemper, primordiale e nello stesso tempo evoluto, non può certo essere soffocato da simili quisquilie.
RADIO BIRDMANRadios Appear (WEA 1977). Aggregatisi nel 1974 e quindi pionieri della nuova ondata australiana, i Radio Birdman sono stati artefici di un rock’n’roll dove l’hard “di strada” di Stooges e Mc5 (influenza primaria per il chitarrista Deniz Tek, nativo proprio di Detroit) ha trovato sviluppo in brani vibranti e viscerali, fortemente caratterizzati dal canto duttile di Rob Younger. Anche se i diretti interessati hanno sempre negato ogni rapporto con il fenomeno, la cruda irruenza e l’immediatezza degli episodi costringono a qualificare il sestetto di Sydney come punk: questo inarrivabile debutto, del quale è forse preferibile la versione confezionata nel 1978 dalla Sire (con alcune sostanziali modifiche di scaletta), spiega chiaramente perchè.
SAINTS(I’m) Stranded (EMI 1977). Non solo un disco-chiave per la scena underground australiana, ma in assoluto uno dei migliori album punk di sempre: per alcuni il migliore in assoluto, addirittura superiore agli esordi di Ramones, Clash e Dead Boys. Guidato da Chris Bailey e Ed Kuepper, il quartetto di Brisbane mette in fila una eccitantissima sequenza di canzoni ruvidissime e selvagge, tra le quali affiorano a sorpresa anche un paio di torride ballate. Negli annales rimane scolpita soprattutto la devastante title track, all’epoca “singolo della settimana (e di ogni settimana)” per la rivista inglese “Sounds”.
SCIENTISTSYou Get What You Deserve! (Karbon 1985). Inaugurata l’attività a Perth con un punk non privo di aperture pop (il primo, omonimo 33 giri), e convertitisi dopo il trasferimento a Melbourne a uno swamp-rock dalle decise inflessioni crampsiane (i mini Blood Red River e This Heart Doesn’t Run On Blood…), i Scientists del geniale cantante e chitarrista Kim Salmon – anche nell’organico dei Beasts Of Bourbon – hanno raggiunto la definitiva maturità con questo secondo album: rock’n’roll cupo e lancinante al quale la libertà da rigide costrizioni formali conferisce un aria ancor più minacciosa e perversa. Il gruppo, scioltosi nel 1987, sarà riscoperto nei ‘90 quando in molti lo indicheranno come uno dei progenitori del grunge.
TRIFFIDSBorn Sandy Devotional (White 1986). Abili e ispiratissimi nel fondere assieme rock, pop, country e folk in una miscela di enorme forza evocativa, i Triffids di David McComb sono stati una delle più apprezzate band australiane degli ‘80. Born Sandy Devotional, secondo album inciso quando l’ensemble faceva già la spola tra la natia Perth e l’Inghilterra che l’aveva adottato, è la gemma più preziosa del suo ricco diadema discografico, anche se alcuni potrebbero preferirgli il più acerbo predecessore Treeless Plain. Giunse addirittura nei Top30 britannici, trainato dallo splendido singolo Wide Open Road.

Gli altri dieci
BEASTS OF BOURBONSour Mash (Red Eye 1988). Sydney. Seconda prova del grande supergruppo capitanato dal cantante Tex Perkins: il miglior voodoo-blues dei nostri antipodi.
BIRTHDAY PARTYJunkyard (Missing Link 1982). Melbourne. Ultimo album della band di un giovane e sconvolto Nick Cave, sciamano di un punk-blues abrasivo e apocalittico.
HITMENHitmen (WEA 1981). Sydney. Trascinante hard-rock dalle venature power-pop/punk, per una delle tante formazioni nate dallo scioglimento dei Radio Birdman.
JOHNNYSHighlights Of A Dangerous Life (Mushroom 1986). Sydney. A metà strada tra country e punk’n’roll, in una combinazione irresistibile di energia e melodia.
LIME SPIDERSThe Cave Comes Alive (Virgin 1987). Sydney. L’ispirazione è garage-punk, il suono tende all’hard, la voce di Mick Blood è carta vetrata.
LIZARD TRAINSlippery (Greasy Pop 1987). Adelaide. Un gioiello di psichedelia chitarristica acida e urticante, perfetta nel dosare luce e oscurità.
MOFFSLabyrinth (Citadel 1988). Sydney. Atmosfere avvolgenti e visionarie, di ispirazione soprattutto britannica, per la band più lisergica d‘Australia.
OLYMPIC SIDEBURNSOlympic Sideburns (Major 1985). Melbourne. Crudi e feroci, tra rock’n’roll d’assalto ed esplosivo psychobilly. Difficile dimenticare Have Love Will Travel e Billy.
STEMSAt First Sight… Violets Are Blue (Mushroom 1987) Perth. Psycho-pop dai marcati accenti Sixties per il primo gruppo “di peso” del cantante e chitarrista Dom Mariani.
SUNNYBOYSSunnyboys (Mushroom 1981). Sydney. Melodie irresistibili (a partire dall’eccezionale Alone With You) per uno dei migliori album power-pop di tutti i tempi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001

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