Articoli con tag: classic rock

Blind Melon (1992)

Trent’anni fa, il 22 settembre 1992, usciva questo notevole album d’esordio dei Blind Melon, band statunitense del ricco filone alt-rock anche se il loro sound non nascondeva certo i suoi legami con le radici. Avevano un cantante fantastico che purtroppo, appena tre anni dopo, sarebbe stato ucciso da una overdose. Recensii il disco, che ebbe anche parecchio successo, in occasione della sua uscita sul mercato europeo.

Blind Melon
(Capitol)
A qualche mese dall’uscita americana, avvenuta nel settembre dell’anno scorso, viene finalmente distribuito anche in Europa l’album di debutto dei Blind Melon; finalmente perché il gruppo, nato nel 1990 a Los Angeles dall’aggregazione di cinque musicisti provienienti da varie parti degli States (tre dal Mississippi, uno dall’Indiana, uno dalla Pennsylvania) non meritava davvero di rimanere un “oggetto di culto” per i soli attenti osservatori del mercato import, ma reclamava al contrario l’attenzione e il consenso della platea internazionale.
Si respirano atmosfere inequivocabilmente Seventies, in questo variopinto patchwork elettroacustico dove R&B, southern rock e folk (ma anche hard, soul e psichedelia) si amalgamano in tredici episodi di enorme calore e impeto espressivo, e ci si meraviglia di come i Blind Melon ricordino di volta in volta artisti diversissimi tra loro – a titolo di esempio: Pearl Jam, Guns N’Roses, Neil Young, Black Crowes, Jane’s Addiction – senza per questo smarrire la loro definita identità. Inebriante, sul serio, abbandonarsi alle atmosfere soffici ma non del tutto prive di asprezze proposte dalla band, marchiate a fuoco dal canto duttile del bravissimo Shannon Hoon (qualcuno ricorderà il suo duetto con Axl Rose nella seconda versione di Don’t Cry) e intrise di una verve onirico-allucinata che quasi per magia non attenua la naturale fisicità del sound; ed è bello, semplicemente bello, ricevere ulteriore conferma di come il desiderio di recuperare antiche radici non debba per forza avvilirsi nei cliché di sterili ed effimeri revival.
(da AudioReview n.126 dell’aprile 1993)

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Michael Chapman(2017-2019)

Il 10 settembre del 2021 se ne andava, ottantenne, uno dei musicisti più brillanti e purtroppo spesso dimenticati del circuito folk britannico, area della quale è comunque stato un protagonista non convenzionale. Ammetto non senza un po’ di vergogna di non avere mai approfondito con metodo la sua sterminata e frastagliata discografia, ma prima o poi lo farò; intanto, mi fa piacere recuperare e proporre in questa sede le mie recensioni dei suoi due ultimi, veri album da solista, davvero molto, molto belli.

50
(Paradise Of Bachelors)
Il “Cinquanta” del titolo indica gli anni di carriera, ma se Michael Chapman avesse voluto riferirsi agli album editi, il numero sarebbe stato poco più basso. Dal 1969 del Rainmaker con cui esordì su Harvest, lo storico marchio “progressivo” della EMI, il cantante/chitarrista e songwriter inglese non si è infatti mai fermato, continuando a incidere ed esibirsi a dispetto di consensi commerciali mai eclatanti: un eroe di culto stimatissimo dai colleghi, che nel suo mezzo secolo di dedizione alla musica si è destreggiato fra folk e jazz, non disdegnando contaminazioni con il rock e qualche anomalia.
Composto da dieci episodi mediamente lunghi e realizzato con un gruppo di musicisti giovani – eccetto la rediviva Bridget St John – capitanato dall’idolo indie Steve Gunn (anche alla produzione), il disco affianca una bella selezione di brani già conosciuti e alcuni inediti. Non c’è però alcun effetto-antologia, vista la coerenza delle trame e di un’ispirazione legata alle radici e allo storytelling di matrice americana; ne derivano quadretti di notevole brillantezza nonostante i toni in generale un po’ ombrosi, che colpiscono per spessore di scrittura, bontà delle interpretazioni, forza suggestiva. È folk-rock, nessun dubbio, ma chiunque conosca un minimo la materia non potrà mai anteporre alla definizione qualcosa come “il solito”.
(da Classic Rock n.51 del febbraio 2017)

True North
(Paradise Of Bachelors)
Eroe di (ampio) culto dell’area folk-rock, con deviazioni nel jazz, nel blues e persino nel prog, il settantottenne Michael Chapman è uno di quei veterani che hanno conquistato nuova gloria nel circuito indie/alternativo contemporaneo, forte dell’amore e del sostegno di giovani e entusiasmati discepoli. 50, l’album con il quale l’artista inglese aveva celebrato due anni fa il suo mezzo secolo di carriera, ebbe come padrino Steve Gunn e come ospite d’onore alla seconda voce Bridget St.John; il doppio sodalizio è ora riproposto in questo nuovo capitolo, che mette in fila più brani nuovi e meno rielaborazioni dal passato laddove nel precedente avveniva il contrario. Assieme fosco e luminoso, True North è una sorta di personale autoesorcismo, un tirar fuori con il tramite di chitarre arpeggiate, violoncello, pedal steel e canto fascinosamente agro quel che cova dentro quando si è anziani ma non si vuole ancora dichiarare la resa. Un disco intenso e autentico, struggente e vivace, come quelli che si facevano una volta. E che, per fortuna, si fanno ancora.
(da Classic Rock n.75 del febbraio 2019) 

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Screaming Trees (1992)

Negli anni ho recensito parecchi dischi della storica band di Mark Lanegan (quiqui e qui un po’ di cose su di lui), ma stranamente non avevo recuperato nulla. Il trentennale di Sweet Oblivion, pubblicato l’8 settembre 1992, è un’ottima occasione per rimediare.

Sweet Oblivion
(Epic)
Proviamo a dimenticare il burrascoso passato indipendente degli Screaming Trees e la loro provenienza geografica (Stato di Washington: di questi tempi un marchio DOC, anche se, ormai, forse più a torto che a ragione). Non aspettiamoci furori grunge  – genere con il quale la band ha peraltro sempre avuto contatti più che superficiali – o assalti all’arma bianca e accettiamo quest’album per ciò che è, ovvero una raccolta di belle (e a volte memorabili) canzoni rock: un rock moderno e ineccepibile sotto il profilo “estetico”, costruito su ritmiche imponenti, chitarre incisive, atmosfere misuratamente solenni e sulla voce ruvida e nel contempo armoniosa di Mark Lanegan, privo di orpelli e sofisticazioni ma abbastanza accattivante da colpire fin dal primo ascolto.
Chiamiamolo senza troppe remore “hard-blues psichedelico”. Amiamolo, nonostante l’assenza di innovazioni ed estremismi, così come abbiamo fatto con Uncle Anesthesia, il suo fratello quasi-gemello che un anno e mezzo fa ha ratificato il passaggio del quartetto dall’underground al mercato ufficiale. Consideriamo come inevitabili – anche perché, di fatto, lo sono – certi spunti ruffiani e certe soluzioni “di maniera”, e abbandoniamoci agli intrecci vibranti e sanguigni di una musica equilibrata e passionale, che guarda più al passato che al futuro ma che dichiara con la sua stessa vivacità il proprio diritto a esistere. Ma ripeschiamo, ogni tanto, lavori come Invisible Lantern o Buzz Factory, sui quali poggiano le fondamenta della piccola leggenda Screaming Trees.
(da AudioReview n.121 del novembre 1992)

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Cinecyde (1982)

Nel settembre del 1982, sul defunto Mucchio Selvaggio trovò posto la mia recensione del primo LP dei Cinecyde, quartetto di Detroit del quale mi ero già occupato – addirittura con un breve articolo! – sempre sulla stessa rivista. Non sono stato in grado di scoprire con precisione la data di uscita del disco (suppongo a giugno) e quindi, per il quarantennale, mi aggancio a quanto scrissi all’epoca.

I Left My Heart
In Detroit City
(Tremor)
Abbiamo dovuto attendere cinque anni e quattro 45 giri per avere finalmente tra le mani un album dei Cinecyde, la più sconvolgente formazione di Detroit dai tempi di Stooges e MC5. Il quartetto può infatti vantare una lunga carriera, i cui punti salienti sono costituiti da due singoli (Gutless Radio, 1977, e Tough Girls, 1980) e due EP (Black Vinyl Threat, 1978, e Positive Action, 1979), dei quali mi sono già occupato in altre occasioni.
I Left My Heart In Detroit City, comprendente dieci brani tutti in precedenza inediti, prova in modo inequivocabile le grandi capacità della band di dar vita a un sound compatto e perverso, fortemente comunicativo e per di più lontano da qualsiasi modello già conosciuto. Alla velocità di esecuzione, arma oggi più che mai utilizzata nel punk, i Cinecyde hanno sempre preferito la durezza e la “cattiveria” espresse in canzoni cadenzate e demoniache, all’insegna di atmosfere pesanti e trame graffianti. Le caratteristiche principali sono la chitarra onnipresente di Jim Olenski, che si inserisce autorevolmente con assoli di rara incisività, e la voce abrasiva e conturbante di Gary Reichel, alla quale – per quanto ci si sforzi – non si riescono a trovare termini di paragone. Questi anomali elementi, unite alle vigorose performance di Rodger Wesch (batteria) e dell’ultimo innesto Chris Girard (basso), generano composizioni decisamente anticonvenzionali che spesso presentano strutture di base di scuola Sixties, ovviamente stravolte in modo personalissimo e interessante.
I Left My Heart In Detroit City è insomma un lavoro di indubbia validità, che dovrebbe ampliare la notorietà al momento ristretta del gruppo. Episodi come Don’t Come Crying To Me, Better Dead, Enemy Man, Girls Who Play Tricks On You o Wake Up si ergono possenti con le loro sonorità acide e taglienti, consacrando i Cinecyde nel ruolo di band da ascoltare a ogni costo. Almeno una volta.
(da Il Mucchio Selvaggio n.55 del settembre 1982)

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Ramones (1992)

Il 1° settembre 1992 i Ramones pubblicavano il loro penultimo album di canzoni inedite, Mondo Bizarro; l’ultimo sarebbe stato Adios Amigos (1995), con in mezzo la raccolta di cover Acid Eaters (1993). Questo è ciò che ne scrissi al tempo.

Mondo Bizarro
(Radioactive)
Sarebbe difficile credere che qualcuno sperasse di ricevere da questo nuovo album dei Ramones – il dodicesimo in diciotto anni di attività discografica, antologie e live esclusi – eventuali indicazioni sul futuro del rock, o anche solo di trovare nei suoi solchi una proposta musicale inedita; l’auspicio generale era invece che lo stile della band – ormai assurto al ruolo di “classico” – non avesse risentito della defezione del bassista e membro fondatore Dee Dee (comunque ancora presente a livello compositivo), e che il quartetto fosse stato ancora una volta capace di tradurre la sua pur prevedibile verve in una raccolta di grandi canzoni da godere tutto d’un fiato. Magari ad alto volume, per accentuarne il potenziale coinvolgente.
Beh, i Ramones non hanno deluso. Anzi, va sottolineato che Mondo Bizarro è uno dei capitoli più convincenti della produzione dell’ensemble newyorkese, e che i suoi tredici brani – come di consueto scaturiti dall’amalgama di melodioso sixties pop ed energico punk’n’roll, con meno accenti “hardcore” rispetto al recente passato – centrino il non facile obiettivo di trascinare con le sole armi della schiettezza e dell’entusiasmo, seppure con il sostegno di un ottimo lavoro di arrangiamento. Davvero, c’è da sorprendersi di come lo scorrere del tempo non riesca a soffocare la voglia di divertirsi e divertire di questi ultraquarantenni che album dopo album dimostrano di meritare l’amore e il rispetto che da sempre li circondano; e che continuerà a circondarli, in barba ai trend, almeno finché dureranno le loro scorte dell’elisir dell’eterna giovinezza.
(da AudioReview n.121 del novembre 1992)

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