Articoli con tag: classic rock

Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Doctors Of Madness

Ricordo benissimo che nella seconda metà degli anni ’70, nel periodo in cui cominciavo ad accostarmi seriamente a punk e new wave, un amico mi segnalò l’esistenza di questa “strana” band britannica. Mi misi subito sulle tracce dei suoi album, ma fu solo nel 1979 che riuscii a procurarmi un doppio LP di produzione USA, uscito l’anno prima, che accoppiava i primi due. Mi piacque e, di conseguenza, appena mi capitò sotto gli occhi, acquistai anche il terzo. Per una curiosa forma di affetto per l’antologia che mi fece conoscere la band, non ho mai preso – benché le abbia viste infinite volte a due lire – le edizioni originali dei due 33 giri del 1976, diversamente dalle belle ristampe in CD, con bonus track, di tutti i dischi. Ora è arrivato addirittura un cofanetto, e non ho potuto esimermi dal dire la mia.

Perfect Past
(RPM)
L’epopea del rock abbonda di pagine curiose e interessanti, e parecchie di esse sono state scritte – su entrambe le sponde dell’Atlantico – attorno alla metà degli anni ’70. In quei giorni nei quali si capiva che qualcosa di importante sarebbe arrivato ma nessuno sapeva esattamente cosa, furono in tanti a battere strade atipiche, non preoccupandosi di compiacere il mercato e dunque condannandosi ad attività di solito sommerse. I più fortunati riuscivano a ritagliarsi uno spazio di culto e tra questi sono da citare i Doctors Of Madness, londinesi di Brixton che operarono fra il 1975 e il 1978, firmando tre LP – per la Polydor, mica un’etichettina! – che mentre attingevano nel glam, senza disdegnare affondi nell’hard, anticipavano motivi della new wave ancora da venire. Continua a leggere

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Father John Misty

Poiché in questi ultimi giorni si sta parlando parecchio del ritorno dei Fleet Foxes, mi va di riportare l’attenzione sul nuovo disco – uscito qualche mese fa – di quel Josh Tillman che della band americana fu, per un certo periodo, uno dei cardini. Non proprio tutte le recensioni che mi è capitato di leggere tendevano all’entusiastico, ma per come la vedo io è un lavoro che merita, sotto più di un profilo.

Pure Comedy
(Bella Union)
Molti conoscono Joshua Tillman per via dei trascorsi come batterista/arrangiatore dei Fleet Foxes di Helplessness Blues, lasciati poco dopo per un percorso da solista avviato con la sua identità anagrafica già dall’inizio del decennio scorso; da allora, senza disdegnare contribuiti a dischi di colleghi anche impensabili (Kid Cudi, Avalanches, persino Lady Gaga e Beyoncé), opera per lo più dietro lo pseudonimo Father John Misty, pubblicando per la Sub Pop nei natii USA e per la Bella Union in Europa.
Pure Comedy, tredici brani per un’ora e un quarto di musica, segue Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (2015), ribadendo il grande feeling del cantante, chitarrista e compositore con quelle sonorità di gusto ‘70 nelle quali una scrittura di scuola folk-rock si lega a trame raffinate ma non ridondanti di corde, archi, fiati, tasti e pelli per accompagnare un canto limpido e fortemente evocativo, posto al servizio di testi “alti” sia nella sostanza, sia nella poetica. Coproduce come sempre Jonathan Wilson, ma la psichedelia è molto sullo sfondo; in primo piano, invece, si ergono melodie seducenti e atmosfere suggestive che avvolgono e cullano dolcemente, il tutto tra marcate fragranze West Coast e fascinosi echi di un passato che, nonostante le apparenze, ha il gusto autorevole della classicità e non quello un po’ stantio del revival.
Tratto da Classic Rock n.53 dell’aprile 2017

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Cream

Se non ho dimenticato di archiviare qualcosa, ho scritto dei Cream solo due volte, entrambe in tempi più o meno recenti: la prima, a proposito di Wheels Of Fire, nell’ambito di un articolo sui dischi essenziali dell’hard rock UK uscito sul numero del settembre 2014 di Blow Up, la seconda un paio di mesi fa recensendo una ristampa (molto) estesa del debutto della band. Ripropongo con piacere quest’ultima.

Fresh Cream
(Polydor)
Per non incorrere in equivoci, meglio precisare subito che non è Fresh Cream l’album in grado di rivelare pienamente la grandezza della band, attiva per poco più di un paio d’anni fra il 1966 e il 1968, composta da tre assolute eccellenze dei rispettivi strumenti quali Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker; tale palma spetta, semmai, allo psichedelico Disraeli Gears del 1967 (del quale nel 2004 fu confezionata una “deluxe” in due CD, con la scaletta standard sia stereo che mono e una quindicina tra outtake, demo e session alla BBC) e a quella sorta di prova generale dell’hard rock che fu, l’anno successivo, Wheels Of Fire. Comunque sia, è del debutto del 1966 che è ora giunta nei negozi una ristampa iperestesa, con confezione-libro da sessantaquattro pagine, che consta di quattro dischetti digitali (per la stampa in vinile, di sei LP, bisognerà attendere la primavera): un CD contiene i dieci brani dell’originale in mono più quindici fra singoli e take alternative sempre in mono, un altro gli stessi dieci pezzi più tre degli altre e sette remix (tutti in stereo), un altro ancora ventisette fra registrazioni in radio e versioni differenti (più un’intervista a Clapton), mentre il quarto è un Bluray Audio in alta risoluzione con gli album in stereo e mono e una selezione di bonus. Anche se sarebbe forse superfluo specificarlo, va da sé che molti episodi sono presenti in più vesti (di alcuni, addirittura una manciata), e che per trovare nel prodotto (pur relative) epifanie – qualche inedito stuzzicante, in ogni caso, c’è – bisogna per forza appartenere alla categoria dei cultori maniacali.
Sotto il profilo artistico, come si accennava, Fresh Cream (con il suo stringato corollario di 45 giri) è senza dubbio un lavoro di pregio, ma ha poco di leggendario. Il terzetto appare ancora piuttosto acerbo, combattuto fra la devozione al blues rivista in chiave rock (in scaletta, pure classici di Willie Dixon, Robert Johnson, Muddy Waters e Skip James, oltre a un traditional) e il desiderio in nuce di spingersi verso territori ancora da esplorare, con qualche velleità nemmeno tanto nascosta di raggiungere una platea “popular” invece di limitarsi agli adepti delle dodici battute. Le tracce sono quasi tutte brevi, senza le dilatazioni che arriveranno nel prosieguo della carriera, e benché evitino il compitino canonico – classe e talento già abbondano – non colpiscono alla giugulare ma si accontentano, per così dire, di farsi ascoltare con gusto e provocare sporadici brividi. Insomma, bello ma basta, e non è detto che per questo sia sufficiente a giustificare un esborso che oscilla fra i 55 e i 70 euro.
Tratto da Classic Rock n.52 del marzo 2017

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Hollywood Brats

Per parecchio tempo, gli Hollywood Brats sono stati uno dei segreti meglio riposti del rock britannico dei Settanta. Lo scorso anno, il doppio CD qui segnalato dovrebbe aver messo il punto, per quanto riguarda il repertorio inciso, alla curiosa e pirotecnica vicenda della band.

Sick On You
(Cherry Red)
Non durò granché, l’avventura di questa band operante a Londra nella prima metà dei ‘70 e da poco riunitasi a quattro decenni di distanza, ma fu bizzarra e ricca di colpi di scena al punto di essere stata raccontata in un libro (ora in ristampa) e in un documentario della BBC di prossima diffusione. Nell’attesa ci si deve accontentare, ma non è poco, del ricco booklet di questo doppio CD che propone le undici tracce del “famoso” unico album Grown Up Wrong – inciso nel 1973 e uscito due anni dopo per la filiale scandinava della Mercury a nome Andrew Matheson & The Brats – e quindici pezzi altrove inediti di diversa provenienza. Continua a leggere

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U2 – Achtung Baby

Me lo avessero chiesto, nemmeno a bruciapelo ma dandomi la possibilità di rifletterci, avrei risposto senza esitazione che, no, non avevo mai recensito Achtung Baby degli U2. Una consultazione casuale dell’ultimo numero del 1991 di Velvet mi ha invece rivelato che l’avevo fatto; superato lo stupore, e verificato tramite lettura – quantomeno, so riconoscermi – che a scrivere ero stato proprio io (insomma, la firma in calce non era dovuta a un refuso), ho quindi pensato di riportare qui il pezzo; non perché sia chissà quale mirabile esempio di giornalismo, ma perché, comunque, riporta a un anno che per il rock e dintorni, e per il quartetto irlandese, fu molto, molto importante.

Achtung Baby
(Island)
Aveva chiuso un ciclo, Rattle And Hum, omaggiando con le sue quattro facciate quel rock’n’roll acceso dall’indimenticabile fuoco della passione che gli U2 avevano alimentato fin dai loro esordi. E lo aveva fatto in modo tanto carismatico e imponente da rendere assolutamente necessaria una svolta: un “punto e a capo” che, allontanando lo spettro della standardizzazione creativa e scongiurando al contempo il pericolo di deludere le attese dei fan, ponesse oltretutto l’ensemble nelle condizioni ottimali per tentare il balzo verso lo status di mito generazionale.
Achtung Baby è dunque il disco del cambiamento, perfettamente in grado di tradurre in realtà gli ambiziosi obiettivi della band irlandese: strutture musicali dirette più all’universalità degli ascoltatori che non solo ai pur numerosissimi seguaci del “rock del vero sentire”, liriche sempre incisive, in bilico fra trascendenza e umanità, fra disillusione e speranza, fra genuino trasporto e retorica; la collaborazione alternata dei tre produttori (Steve Lillywhite, Brian Eno e Daniel Lanois) che avevano marchiato i capitoli precedenti a Rattle And Hum. Non c’è quindi da stupirsi se brani che un tempo avrebbero assunto l’aspetto di epici e vibranti r’n’r (Zoo Station, Mysterious Ways, il deludente singolo apripista The Fly) hanno assunto colorazioni ritmiche di gusto “dance”, se le ballate soffuse e avvolgenti tanto care al quartetto occhieggiano con frequenza al pop e se a una copertina “poetica” come da abitudine se ne è preferita una (orribile) ricca di efficaci immagini simboliche; alla fine, però. i risultati – al di là di un paio di incidenti di percorso – rendono giustizia al talento di Bono e compagni, abilissimi nel mutare pelle senza alterare più di tanto le caratteristiche sostanziali del loro sound. Un sound che ipnotizza con il fascino di One, Acrobat o Love Is Blindness, e di potenziali hit radiofoniche quali Ultra-Violet o Until The End Of The World. Saranno probabilmente in moltissimi ad amare questi U2 meno enfatici e più lineari, pur nella poliedricitä dell’spirazione e della raffinatezza degli arrangiamenti, anche se di sicuro una parte dei vecchi estimatori – come già accaduto per quelli di Springsteen all’epoca di Born In The USA – si sentirà in qualche modo tradita; ma il rock non può curarsi degli integralisti, se vuole proseguire il suo cammino verso la ricerca di nuove, solide certezze. Non meno di (8).
Tratto da Velvet n.12 (Anno IV) del dicembre 1991

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Pink Floyd (1965-1972)

Provateci voi, a raccontare/descrivere in maniera un minimo dettagliata, avendo a disposizione circa 3.300 caratteri, un “mostro” come questo cofanetto dei (primi) Pink Floyd edito lo scorso 11 novembre. Non si può, e non a caso sono ritornato sull’argomento, nel numero di AudioReview appena arrivato nelle edicole (il 384), nell’ambito di un ampio articolo a più mani che propone anche prove tecniche e di ascolto del prezioso boxone. Nella recensione qui riesumata, uscita a gennaio, mi ero invece limitato a inquadrare l’oggetto e a spiegare perché il prezzo richiesto, in assoluto molto alto, fosse comunque “giustificato”.
pink-floyd-fotoThe Early Years 1965-1972
Si può commercializzare un prodotto discografico, seppure “multiplo” e ricco come questo, a una cifra – di listino – così folle? Ovviamente sì, se il numero è l’amore dei tuoi cultori sono tali da garantire l’adeguato ritorno economico; in sintesi, devi essere in grado di permettertelo, e i Pink Floyd appartengono senza dubbio alla élite di coloro “che possono”. Nel novembre scorso ha dunque fatto irruzione sul mercato, in sincronia con il natale, questo mostruoso box con trentadue (in realtà, trentatré) dischi di più formati (CD, DVD, Blu-ray, vinili) e tanto prezioso materiale iconografico, che raccoglie solo registrazioni rare e per lo più ufficialmente inedite – insomma, i normali album non vi sono compresi – della fase iniziale di attività del gruppo di Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason e, per il primissimo periodo, Syd Barrett. Continua a leggere

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Gimme Danger

stooges-film-locSono appena rientrato dalla visione in anteprima di Gimme Danger, il docu-film di Jim Harmusch dedicato all’epopea degli Stooges. Non di Iggy Pop, la cui carriera in proprio non è in pratica trattata, ma di Iggy & The Stooges: quindi, The Stooges, Fun House, Raw Power, Kill City e il periodo della “ricostruzione” della band, stranamente senza neppure accennare a The Weirdness e Ready To Die. Continua a leggere

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Tracy Chapman

Possibile che chi al tempo non c’era penserà “Tracy… chi?”, ma fidatevi: quando questo disco vide la luce, nel lontano 1988, se ne parlò tantissimo, e per parecchio il nome della Chapman rimase molto gettonato. Essendo un album anche ben suonante, nei primi anni Novanta lo trattai in “Audiophile Recordings”, la rubrica di “AudioReview” che contemplava un’analisi di taglio tecnico oltre che storico-artistico; è l’ultimo recupero della miniserie di cinque, dopo quelli di Ozric Tentacles (Erpland), XTC (English Settlement), This Mortal Coil (Filigree & Shadow) e Kraftwerk (The Mix).

chapman-copTracy Chapman
(Elektra)
Appartiene al novero degli esordi che hanno fatto epoca, l’omonimo esordio di Tracy Chapman, per le sue peraltro rimarchevoli qualità intrinseche e per essere stato venduto in ben cinque milioni di esemplari; un risultato sulla carta impensabile per l’allora ventiquattrenne cantautrice di colore, il cui repertorio elettroacustico di matrice squisitamente folk non si distaccava certo da quelli di centinaia di altre interpreti che da anni battevano senza grande successo i club statunitensi. Merito delle ispiratissime canzoni, tanto leggiadre nelle loro asciutte linee melodiche quanto spesso pungenti nei testi? Della splendida voce, grave nella timbrica ma anche estremamente duttile? Dell’immagine schietta, così lontana dagli stereotipi anni ‘80 della star al femminile? Della campagna pubblicitaria allestita per il disco, indicativa della cieca fiducia dei responsabili della Elektra nella loro scoperta? Di sicuro di tutti questi elementi, combinati assieme con un dosaggio casuale e dunque irripetibile; e chi pensava che nel ventesimo secolo non ci fosse spazio per le favole (a lieto fine, è ovvio) non ha potuto far altro che ricredersi. Continua a leggere

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John Cale

Ha fama di essere una persona scostante, John Cale. Non so se sia davvero così, non l’ho mai verificato (ma una volta ci sono andato vicino: pareva che avrei dovuto averlo ospite a “Stereonotte”), ma chi se ne strafrega: al di là di una produzione un po’ discontinua sul piano qualitativo, è un Artista con la maiuscola, e quindi può permetterselo. È la terza volta che recupero qui sul blog un mio scritto di lui (vedere qui e qui) e mi fa proprio piacere che sia una disamina di uno dei suoi album secondo me più belli, finalmente ristampato.

cale-copFragments Of A Rainy Season
(Double Six)
Pubblicato in origine dalla Hannibal nel 1992, Fragments Of A Rainy Season è un articolo atipico nella vasta produzione di John Cale, per di più andato piuttosto in fretta fuori catalogo e in seguito mai ristampato. Ottimo, quindi, che la sempre attenta Domino abbia voluto rimediare alla mancanza confezionandone attraverso il sottomarchio Double Six una nuova edizione arricchita di otto tracce, sia in doppio CD, sia in triplo LP; i cultori del vinile e della filologia si potranno invece orientare sulla versione solo doppia, priva di contenuti extra. Continua a leggere

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Rolling Stones

Sembra incredibile, ma nel 2017 si parla ancora dei Rolling Stones non come vecchie glorie ma come eccellenti musicisti e formidabile macchina da spettacolo r’n’r. Il loro ultimo album avrebbe avuto ottime possibilità di essere “robetta”, e invece…

rolling-stones-copBlue & Lonesome
(Polydor)
Sul piano squisitamente concettuale, va detto, sarebbe stata una chiusura del cerchio perfetta: una raccolta di cover blues da pubblicare a cinquantacinque anni esatti (o magari addirittura a sessanta, perché porre limiti alla luciferina provvidenza?) dall’esordio ufficiale in concerto, risalente al luglio 1962, o dall’omonimo 33 giri d’esordio, giunto nei negozi nell’aprile del 1964; e quindi, non appena rinsaldato in modo eclatante il legame – peraltro mai reciso, anzi – con le proprie radici e il proprio periodo di “palestra” all’insegna dell’emulazione, salutare le luci della ribalta e godersi in serenità la vecchiaia. Continua a leggere

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Nick Cave

Sono ancora fortemente indeciso sulla collocazione precisa che eventualmente darei all’ultimo album di Nick Cave And The Bad Seeds – scrivo “eventualmente” e uso il condizionale perché non amo questo tipo di cose e le faccio soltanto se costretto da esigenze professionali – in una classifica di gradimento della ricca produzione dell’artista australiano. Dubito però che nulla potrà intaccare la mia certezza che si tratti di un grande disco.
cave-copSkeleton Tree (Bad Seed)
Considerato quanto l’anno scorso la sua esistenza sia stata sconvolta dalla morte del figlio quindicenne Arthur, nessuno si aspettava da Nick Cave un album meno “scuro” della norma; benché i brani di Skeleton Tree fossero stati composti in prevalenza prima del dramma, era infatti ovvio che l’artista australiano avrebbe cercato di lenire il dolore attraverso quella musica che, anche nei momenti più duri, gli è sempre stata fedele compagna. Continua a leggere

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Leonard Cohen

Avrà pure avuto un’età tutto sommato ragguardevole, ma con la morte improvvisa di Leonard Cohen non sono riuscito a scendere a patti, e chissà quanto ci vorrà prima che ciò avvenga: perdere uno dei propri fari è molto duro, e non ho alcuna vergogna ad ammettere di aver versato lacrime – per davvero, non è il solito modo di dire – apprendendo della scomparsa. Pochi giorni prima avevo scritto del suo ultimo, splendido album, e rileggendomi mi rendo conto che, sì, in fondo avevo percepito l’imminenza del luttuoso evento.

cohen-copYou Want It Darker
(Columbia)
Non ci sarebbe da stupirsi se questo You Want It Darker dovesse costituire l’epilogo della carriera discografica di Leonard Norman Cohen, avviata nel 1967 con Songs Of Leonard Cohen e ora arrivata al quattordicesimo capitolo di studio; a ottantadue anni compiuti, l’abbandono delle scene musicali ci starebbe tutto, mentre l’amore incondizionato per l’uomo e l’artista porta a etichettare come scaramanzia certi versi assai cupi – ad esempio, “I’m ready, my Lord”, nella title track collocata proprio in apertura – dai quali si potrebbe dedurre l’imminenza di un congedo più radicale; imminenza da lui ipotizzata, oltretutto, nella lettera scritta la scorsa estate per il funerale di Marianne Ihlen, la sua compagna e musa nei ‘60, alla quale dedicò So Long, Marianne. Continua a leggere

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Cass McCombs

A differenza del recente passato, compilare la mia playlist del 2016 è stato più difficile del previsto, per abbondanza e non per carenza di titoli che ritenevo meritevoli. Questo (ennesimo) disco di Cass McCombs, ad esempio, non ce l’ha fatta, ma è stato in lizza fino all’ultimo. Mi sa tanto che, quando a inizio 2017 riporterò qui nel blog la playlist che al momento è reperibile solo sul numero di dicembre di “Blow Up”, ci aggiungerò una manciata di “outtake”.


mccombs-copMangy Love (Anti)
Alla luce del caos iperproduttivo del mercato odierno, che per forza di cose rischia di nascondere più che di mettere davvero in evidenza, non ci sarebbe granché da meravigliarsi se qualcuno, leggendo “Cass McCombs”, pensasse all’ennesimo esordiente di belle speranze ma poi chissà. Sbaglierebbe, però, perché il quasi trentanovenne californiano non solo ha militato in varie band durante i ’90, ma dal 2002 ha avviato una carriera da solista finora testimoniata da otto album compreso quest’ultimo, una bella quantità di singoli ed EP e un’antologia; dischi, meglio sottolinearlo, tutt’altro che poco visibili, essendo stati prodotti da label importanti quali 4AD e Domino. Continua a leggere

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Jeff Buckley

Avevo recuperato già parecchi miei scritti su Jeff Buckley, come un’intervista e le recensioni di un album e un DVD entrambi postumi, e altri ancora di sicuro ne recupererò. Oggi, nel giorno in cui Buckley jr. avrebbe compiuto cinquant’anni, tocca a un live, “posticcio” finché si vuole ma certo, in sé, davvero assai bello.

buckley-copMystery White Boy
Live ‘95-’96
(Columbia)
Ricordo benissimo, senza bisogno di consultare vecchie agende, dove e quando ho assistito per la prima (e purtroppo unica) volta a un concerto di Jeff Buckley: Vidia di Cesena, 17 febbraio 1995. Una performance di incredibile intensità, capace di sorprendendermi nonostante i ripetuti e appassionati ascolti di Live At Sin-é e Grace mi avessero dato la piena consapevolezza della enorme statura dell’artista. Non ero preparato a quello che ho visto e sentito: mi aspettavo “solo” una serata di grande musica e mi sono invece trovato di fronte a una sorta di celebrazione religiosa, un rito catartico in cui un ragazzo già diventato uomo immolava se stesso mettendo a nudo la sua anima e nel contempo spogliava le anime di quanti erano davanti a lui, ipnotizzati dal quel travolgente turbine di emozioni pure, delicate e all’occorrenza selvagge. Non è retorica, magari indotta dalla solita, innata tendenza a beatificare gli scomparsi, come sa chiunque abbia goduto di quella o di un’altra esibizione. Continua a leggere

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Ryley Walker

Il precedente album di Ryley Walker, Primrose Green, si era piazzato fra i tre lavori usciti nel 2015 da me maggiormente apprezzati. Quest’anno niente podio, ma fra i “magnifici 15” il nuovo capitolo Golden Sings That Have Been Sung certo non poteva mancare. Anche se, ascoltandolo senza riferimenti, lo si potrebbe scambiare per la ristampa di un disco dei tardi Sixties.

walker-copGolden Sings That
Have Been Sung
(Dead Oceans)
Al terzo atto di una carriera avviata nel 2014 con All Kinds Of You e proseguita lo scorso anno con il magnifico Primrose Green, Ryley Walker si conferma uno dei più ispirati talenti “retromaniaci” emersi da un bel po’ di tempo a questa parte, forte di un sound evocativo e intensissimo che partendo dal folk si apre alla psichedelia, al rock, al jazz inteso più come attitudine che come canone; nessuno stupore, insomma, che il suo nome sia stato spesso accostato a quelli di Tim Buckley, del Van Morrison dei tardi Sixties, di Nick Drake, dei grandi chitarristi della Takoma Records – già, perché il Nostro è pure bravissimo con la sei corde – come Leo Kottke o John Fahey. Continua a leggere

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Yoko Ono

Non sono sicuro di avere un’opinione precisa su Yoko Ono, e questo la dice lunga – credo – sull’inafferrabilità della signora. Ho scritto poche volte di lei, e l’ultima è stata in occasione dell’uscita di quello che dovrebbe tuttora essere il suo ultimo, vero album.

ono-copTake Me To The Land Of Hell
(Chimera)
Nel bene e talvolta nel male, Yoko Ono è senza dubbio un’icona. Non ha espiato la colpa – ammesso che colpa sia stata: magari è andata meglio così – di aver fatto sciogliere i Beatles, ma nei circa quarantacinque anni successivi al suo incontro con John Lennon è stata un personaggio atipico e spesso destabilizzante. Comunque, una donna bruciata dal sacro fuoco dell’arte, tanto che alla bellezza di ottant’anni – li ha compiuti nel febbraio scorso – preferisce continuare a creare, realizzare dischi ed essere attiva in più ambiti invece di tirare i remi in barca e godersi in pace il suo enorme patrimonio. Continua a leggere

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Bob Mould

Caro, vecchio Bob Mould, sono ormai tantissimi anni – dai giorni del primo singolo dei “tuoi” Hüsker Dü, pensa un po’ – che le tue canzoni mi tengono compagnia. Non sei più una sorpresa, certo, ma anche questo può essere un’ottima cosa.

mould-copPatch The Sky (Merge)
Due sole possibilità, con il Bob Mould degli ultimi anni: prendere o lasciare. Si può discutere sui dettagli e si può valutare se quello che si è preso (o lasciato) sia meglio o peggio di quello che si è preso (o lasciato) in precedenza, ma che il cantante, chitarrista e songwriter – già leader assieme al batterista, cantante e compositore Grant Hart dei magnifici Hüsker Dü, band-chiave dell’underground americano degli anni ’80 – sia da un po’ del tutto fedele alla (sua) linea, e quindi prevedibile sul piano stilistico, è un dato di fatto. Continua a leggere

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