Articoli con tag: classic rock

Vic Chesnutt (2007)

Sono io il primo a esserne stupito, ma a quanto pare non ho mai scritto nulla di esteso a proposito di Vic Chesnutt. In archivio ho trovato solo questo “Oltre le stelle” dedicato al suo album forse più bello, North Star Deserter; lo propongo qui a dieci anni esatti dalla morte del cantautore americano, a soli quarantacinque anni.Un disco che divide, poche storie: perché Vic Chesnutt non è certo uno leggero, perché quanti lo apprezzano nella sua veste più “convenzionale” potrebbero trovare un po’ ostico l’apporto strumentale dei Thee Silver Mt. Zion, perché – viceversa – i cultori della Constellation potrebbero non gradire particolarmente un approccio al songwriting che rimane, ed è più che comprensibile, cantautoriale. Chi entrerà, emotivamente e non solo musicalmente, in North Star Deserter, gli riconoscerà però senza dubbio la statura del capolavoro: perché dall’incontro fra due “mondi” artistici che potevano ritenersi inconciliabili sono scaturiti risultati di grande equilibrio, armonia e spessore, e perché l’intensità dei suoi dodici episodi all’insegna di atmosfere cupe e toni un po’ “lamentosi” – tendenzialmente fragili e scarni, ma a tratti accesi di deflagrante, pur misurato vigore – è di quelle che lasciano ipnotizzati, pacificati a dispetto delle inquietudini, splendidamente rapiti.
(da Il MUcchio Selvaggio n.646 del maggio 2008)

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Pearl Jam (1994)

Il 22 novembre del 1994, solo in vinile (il CD sarebbe arrivato il 6 dicembre), i Pearl Jam pubblicarono il loro terzo album, Vitalogy; all’epoca lo amai follemente e oggi lo ascolto ancora con piacere, ma ammetto che con il tempo ho maturato qualche minima riserva. In occasione del venticinquesimo compleanno, recupero sia la recensione che scrissi di getto nel 1994 per Rumore (dove fu “disco del mese”), sia la parte della monografia apparsa sul Mucchio Extra – qui un altro stralcio – dove me ne occupavo con il senno di poi.
Vitalogy
(Epic)
Circolano voci diffamatorie, nelle cerchie dell’indipendenza discografica militante, a proposito dei Pearl Jam: che siano una band costruita a tavolino, che la loro proposta sia priva di anima, che le loro canzoni contengano null’altro se non una vuota e falsa sarabanda di cliché. In parole povere, che Eddie Vedder e compagni siano soltanto l’ennesímo bluff e non – come invece affermano le frange ben più numerose degli estimatori – un simbolo tra i più credibili di un “fare rock” fiero e vitale, cui il marchio major e l’estrema cura riservata agli aspetti tecnici non sottraggono passionalità e forza eversiva. C’è ancora spazio per l’utopia, nello stile e nell’attitudine dei Pearl Jam: lo dichiara il fatto la lussuosissima edizione in vínile di Vitalogy – apribile e con booklet allegato, come si usava nei ’70 – sia stata commercializzata dieci giomi prima dì quelle in CD e cassetta (una scelta “politica” e non, come diranno le solite malelingue, un trucco per vendere due volte lo stesso prodotto); che Spin The Black Circle, il brano eletto al ruolo di singolo apripista, sia una furibonda cavalcata punk-metal – al sottoscritto ricorda la mitica New Rose degli altrettanto mitici Damned – e non un polpettone agrodolce confezionato ad arte per i Top 10; che l’intero album, a cominciare dal titolo ricalcato su quello di una improponibile “guida alla vita” pubblicata negli States all’inizio del secolo, trasudi interrogativi e non risposte, dubbi e non plastificate certezze, messaggi da interpretare e non slogan da corteo: nei testi splendidamente visionari così come nei suoni, liberi di seguire le vie più diverse nella loro naturale ricerca di espressività.
È grande, Vítalogy, benché derivativo dei suoi predecessori Ten e VS; rock caldo, epico ed emozionante, capace di esaltare lo spirito come di accendere pur soavi malinconìe. E di assumere talvolta connotati assai bizzarri, come in quattro degli otto episodi del secondo lato (Pry To, Bugs, Aye Davanita, Hey Foxymophandlemama That’s Me) la cui funzione accanto a inni sanguigni quali Last Exit, Not For You o Whipping e di sublimi ballate quali Nothingman, Corduroy, Immortalíty o Better Man sembra essere più che altro destabilizzante. “Il canto di un pettirosso vicino alla finestra significa dolore” recita una piccola nota sulla busta interna. Voi non curatevene, e soffocate la sua voce con l’urlo dei Pearl Jam.
(da Rumore n.34 del dicembre 1994)

Commercializzato a fine novembre in vinile e a inizio dicembre in CD, Vitalogy stroncava ogni illazione sull’eventuale cattivo stato di salute dei Nostri, offrendo cinquantacinque minuti di musica senza catene registrata fra Seattle, Atlanta e New Orleans con O’Brien ancora seduto in console. Non molto coesa e forse un po’ confusionaria (si vedano le poco decifrabili “sperimentazioni” di Pry To, Bugs, Aye Davanita e Hey Foxynophandlemama, That’s Me), la scaletta ha i suoi picchi nelle prepotenti Last Exit, Whipping e soprattutto la Spin The Black Circle temerariamente designata come singolo, mentre tra i pezzi pacati spiccano le sommesse Nothingman e Immortality (contrariamente a quanto molti credono, non dedicata a Kurt Cobain, che prima di congedarsi dal mondo in aprile aveva avuto modo di appianare i contrasti con i colleghi), la più vivace Better Man (scritta da Vedder negli ‘80 per i suoi Bad Radio) e la più mossa, accattivante Corduroy. Pur non difettando di sprazzi luminosi, Vitalogy – titolo e copertina derivano da una “guida enciclopedica” della salute stampata a fine Ottocento – palesa un mood poco solare, in linea con la cupezza degli argomenti privati e “pubblici” trattati da un Vedder al quale, per la prima volta, era stata concessa l’ultima parola; non ne risentivano però le vendite, ovunque ottime, e gli show, peraltro poco numerosi – almeno in patria – a causa della querelle con Ticketmaster.
(da Il Mucchio Extra n.34 dell’estate 2010)

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Gli 80 di Grace Slick

Anche se stranamente ne ho scritto assai poco, ho molto amato i Jefferson Airplane. Oggi Grace Slick compie ottant’anni e le faccio gli auguri con questo famosissimo video che spero proprio che tutti conosciate e che personalmente non mi stanco mai di rivedere. E non solo – ovviamente -perché all’epoca in cui fu filmato Grace era più o meno la donna più bella del mondo.

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Grace: 25 anni

Esattamente un quarto di secolo fa, il 23 agosto del 1994, arrivava nei negozi il primo album di Jeff Buckley, che sarebbe purtroppo rimasto anche il suo unico propriamente detto. Dopo avere già esaltato mesi prima su Rumore il mini dal vivo che gli aveva aperto la strada, lo recensii così.
JEFF BUCKLEY
Grace (Columbia)
È ormai scontato, soprattutto nel campo del music business, nutrite una certa diffidenza nei confronti dei figli d’arte, visto come l’industria discografica strumentalizza i legami di sangue al solo scopo di moltiplicare gli introiti e di colmare il vuoto economico lasciato da una prematura dipartita. Nel caso di Jeff Buckley, però, sembra logico credere che l’operazione non sia viziata più di tanto da intenti speculativi, anche perché il Buckley senior – l’indimenticabile Tim, tragicamente scomparso da quasi un ventennio – è sempre stato una figura di culto e mai, se non per un breve periodo, un protagonista delle classifiche di vendita;, il lancio in grande stile trova quindi ragione di essere solo nel talento del giovane musicista californiano naturalizzato newyorkese, che dell’illustre genitore ha ereditato, oltre a molte caratteristiche fisiche, la straordinaria voce e una verve compositiva proiettata verso orrizzonti lontani.
Quanto Jeff Buckley meriti l’attenzione di chiunque ami la musica più intensa e suggestiva è ora ribadito da Grace, splendido primo album che segue il già promettentissimo mini-CD Live At Sin-è dell’anno scorso: dieci canzoni magiche, valorizzate dalla limpida produzione di Andy Wallace, che si muovono lungo le linee di un folk-jazz quasi sempre etereo, a tratti misticheggiante (Corpus Christi Carol, la fantastica cover di Hallelujah di Leonard Cohen) e solo in occasione del capolavoro Eternal Life scosso da autentica grinta rock. Ballate senza tempo, punteggiate di arditi voli canori, nelle quali arde incontenibile il fuoco del genio e del sentimento. E nelle quali tutti, compresi i più scettici, dovranno riconoscere i segni della nascita di una stella.
Tratto da AudioReview n.143 del novembre 1994

Altro su Jeff Buckley:
Intervista 1995
Recensione Mystery White Boy
Recensione You And I
Recensione Grace Around The World
Video So Real

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Willy DeVille

Il 6 agosto di dieci anni fa se ne andava, ancora giovane, Willy DeVille. Mi fa piacere ricordarlo recuperando la recensione di questo bel DVD, all’epoca concepito proprio come operazione celebrativa.

The Legendary Berlin Concerts
(EMS)
Lo scorso agosto la morte si è presa anche il caro, vecchio (non per l’anagrafe, però: stava per compiere cinquantanove anni, seppure “spesi” bene) Willy DeVille, e una bella occasione per ricordarlo – o, magari, se si è giovani, fare la sua conoscenza – è senz’altro costituita da questo doppio DVD, fedele testimonianza di due concerti tenuti a Berlino nel 2002: il primo, in marzo, in veste unplugged (voce, piano, contrabbasso) e il secondo, tre mesi dopo, accompagnato da un’intera band. Confezione spartana priva di libretto e con note minime, prezzo non altissimo ma neppure da svendita e contenuti audio/video di qualità sotto il profilo tecnico così come artistico: la durata complessiva del programma supera le tre ore e delle trentasette tracce solo una – This Is The Way To Make A Broken Heart – è proposta due volte, a garantire l’ampiezza dell’excursus sulla carriera del musicista americano oltre all’indubbio motivo di interesse dato dal vederlo all’opera in contesti diversi.
Chi ha seguito anche a grandi linee gli oltre tre decenni del percorso di DeVille, di cui queste due esibizioni celebravano il venticinquennale, inorridirà forse un po’ nel leggere per l’ennesima volta della sua abilità nel fondere blues, musica latina, soul, rock e altro in canzoni di notevole spessore intonate con voce profonda e “sporca”, che sul palco erano proposte sempre con trasporto emotivo e – tra l’una e l’altra – con il piacevole bonus di storielle, battute e sketch quasi cabarettistici. Qui ci sono tutte (o quasi) le più belle, comprese le vecchissime Cadillac Walk e Spanish Stroll, e a risentirle ci si rende ancor più conto di quanto si è perso.
(da Il Mucchio Selvaggio n.666 del gennaio 2010)

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