Articoli con tag: classic rock

Cheap Wine (1996-2017)

Scavando nel mio archivio ho scoperto di non aver recensito, come pensavo, tutti i dischi dei Cheap Wine. Mancano infatti all’appello i primi due album, A Better Place (1998) e Ruby Shade (2000). In compenso, ho pescato una segnalazione del demo del 1996, quello che poi sarebbe pubblicato – in veste più stringata – nel mini-CD d’esordio della band pesarese, anch’esso da me trattato all’epoca. Ripropongo con piacere tutto il corposo “dossier”, rimandando anche a un’intervista dell’epoca di Moving.

Pictures
(My My Hey Hey)
I Cheap Wine di Pesaro dichiarano fin dal nome prescelto – un vecchio brano dei Green On Red – la loro devozione per il roots rock americano profumato di country e psichedelia. Pictures, demo dalla confezione assai curata, raccoglie otto canzoni in inglese forse un po’ troppo fedeli ai modelli ma ben strutturate, che avrebbero bisogno solo di interpretazioni canore più convinte; la stoffa in ogni caso c’è ed è difficile non accorgersene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996 Continua a leggere

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Jonathan Wilson

Jonathan Wilson non pubblica album dal 2013 e dunque questo Fanfare – naturalmente non contando l’EP Slide Bay del 2014 – è ancora il suo ultimo lavoro propriamente detto. Per ora non si parla di un terzo capitolo (il primo era stato, nel 2011, Gentle Spirit) ed è davvero un peccato. Benché non ci siano agganci con l’attualità, ne ripropongo la recensione, ricordando anche che il disco figurava nella mia playlist personale del suo anno di uscita.

Fanfare
(Bella Union)
Jonathan Wilson non ha legami di parentela con Steven Wilson, mente dei Porcupine Tree (e di vari altri progetti) nonché produttore/ingegnere del suono rinomato per i suoi restauri d’autore (King Crimson, Jethro Tull, XTC), ma nonostante le profonde diversità di stile e approccio potrebbero essere in qualche modo considerati “fratelli di musica”. Certo, Jonathan – di sette anni più giovane, trentanove contro quarantasei – è americano e non inglese e si sente, ma le affinità ideali ci sono eccome. Prendete ad esempio la copertina di questo suo secondo album, che arriva due anni dopo l’apprezzatissimo Gentle Spirit, e provate a negare che la sua esplicita citazione di una cosina da nulla come la “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina – ci sarà di mezzo l’ironia, ok, ma… – non sia una trovata “alla Steven”. Continua a leggere

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Robert Plant

Credevo che questo ennesimo album di Robert Plant avrebbe riscosso maggiori consensi, che sarebbe piaciuto di più del comunque tanto che è piaciuto. Non vedo cosa di meglio si potrebbe pretendere, da un artista che avrebbe tutto il diritto di ritirarsi a riposare sui tanti allori raccolti, ma per come la vedo io Carry Fire vale a prescindere: è un disco eccellente e stop, i trascorsi del suo artefice non c’entrano. Ne propongo allora con piacere la recensione assieme a quella del suo precedessore di tre anni fa, il primo con i Sensational Space Shifters come backing band.

Carry Fire
(Nonesuch)
I Led Zeppelin hanno separato le loro strade nel 1980 e da allora non si sono mai davvero riuniti. Eppure, per molti appassionati, Robert Plant – così come Jimmy Page e John Paul Jones – è condannato a portare sulle spalle l’eredità della sua vecchia band, quasi che dal doloroso giorno dello stop dovuto alla morte di John Bonham non abbia fatto nulla o quasi di rilevante. Certo, il peso specifico del glorioso quartetto non si discute e ogni rimpianto è comprensibile, ma i fatti dicono che la carriera in proprio del frontman è tutt’altro che roba da vecchie glorie che camminano a testa bassa sul viale del tramonto: ben undici, compreso questo, gli album di studio a suo nome finora pubblicati, ai quali sono da aggiungere i due a quattro mani con Page e quello assieme ad Alison Krauss. Continua a leggere

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Peter Perrett

A sessantacinque anni, l’ex frontman degli Only Ones ha pubblicato il suo primo, vero album da solista, un album di commovente bellezza che mi ha spinto a contattarne l’autore per un’intervista. Sono partito da lì per scrivere una lunga – ben otto pagine – e appassionata monografia che racconta interamente la sua storia, dai primi ’70 a oggi. Il numero di “Blow Up” che la contiene, quello di novembre, sarà in edicola per pochissimi giorni ancora, e dunque chi fosse interessato corra in edicola… altrimenti gli toccherà ordinare l’arretrato, perché quell’articolo qui sul blog non lo recupererò mai.

How The West Was Won
(Domino)
Può essere dura, la vita dell’eroe di culto. Specie se hai pubblicato l’unica canzone che ha scolpito il tuo nome nella storia – Another Girl, Another Planet: fra l’altro, nemmeno una vera hit – all’avvio della tua carriera; specie se il rapporto troppo disinvolto con la droga ti ha regalato una malattia seria come la broncopneumopatia cronica ostruttiva; specie se, per le difficoltà di gestione della tua vita, ti sei impegnato per farti rimuovere dalla memoria collettiva realizzando solo cinque album in quattro decenni: tre come leader degli Only Ones, concentrati fra il 1978 e il 1980, uno del 1996 dietro la sigla The One, e ora questo esordio in proprio giunto due mesi dopo aver spento – un miracolo, alla luce dei fatti – le sessantacinque candeline. Continua a leggere

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Foo Fighters (2017)

Non ricordo come mai sono finito a scrivere, e piuttosto in lungo, dell’ultimo album dei Foo Fighters; so però che di sicuro la recensione mi è stata assegnata ben prima che ne avessi ascoltato una sola nota, e ciò esclude ogni ipotesi di stroncatura premeditata. La faccio comunque breve: Grohl e compagnia sono finiti sulla copertina di “Classic Rock” di ottobre e, nella rivista, insieme a una monografia dai toni celebrativi (non firmata da me), c’era la critica ben poco benevola che ho qui recuperato. Ovviamente, in tempo quasi reale, la recensione è stata scansionata e pubblicata su una frequentatissima pagina di fan, con conseguente, abituale florilegio di commenti-vaccate a opera di leoni e leonesse da tastiera: “ma questo chi è?”, “come si permette?”, “che rosicone!”, “eh, mai i critici devono per forza cercare il pelo nell’uovo”, “il solito frustrato che voleva fare il musicista ma non ce l’ha fatta”, “che volete che ne sappia, ha scritto le biografie di Carmen Consoli e Litfiba!”, “che gli hanno fatto?”, fino all’inevitabile, frusto “di musica non capisce un cazzo”. Tutto ampiamente previsto, compresa la pressoché totale assenza di qualsivoglia tentativo di entrare nel merito.
Recupero adesso la recensione incriminata, rimandando anche a questo vecchissimo articolo che dimostra come segua i Foo Fighters da sempre e come non sia affatto prevenuto nei loro confronti. Rileggendola un mese e mezzo dopo, non cambierei una virgola.

Concrete And Gold
(Roswell)
Arduo confutare la tesi secondo la quale il rock “classico” non è da tempo colonna sonora e inno di chiamata alle armi per i giovani ribelli o almeno un po’ indisciplinati. Non è più sovversivo, non fa più paura, è addirittura preso per il culo in un terrificante spot della Vileda; con rare e per lo più sommerse eccezioni, continua a sopravvivere in apparente buona salute all’interno dei suoi pur ampi confini, ma con un’incidenza culturale e sociale ben diversa da quella della sua età dell’oro. Continua a leggere

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The Waterboys (2017 + 1988)

Due mesi fa decisi che l’ultimo dei Waterboys sarebbe stato “disco del mese” di AudioReview. Non fu una scelta facile, perché l’album è di quelli che fanno discutere per le ragioni che potrete capire leggendo la recensione che ho qui recuperato; non a caso gli ho assegnato solo 7,5, un voto bassino per – appunto – un “disco del mese”. Però, che posso dirvi… continua a sembrarmi un lavoro che, pur con tutte le legittime riserve, merita attenzione, e chi se ne importa se qualche fan di vecchia data ha ritenuto di darmi del pazzo per la critica positiva. Assieme, una seconda recensione, scritta tre anni e mezzo fa a proposito della ristampa (superestesa) dell’indiscusso capolavoro di Mike Scott e compagni, il sempre magico Fisherman’s Blues.

Out Of All This Blue
(BMG)
Nonostante i mezzi passi falsi e gli atteggiamenti a volte non simpatici, è difficile non voler bene a Mike Scott, il cantante, polistrumentista e songwriter scozzese di nascita e irlandese d’adozione che da circa trentacinque anni tiene le redini dei Waterboys. Contando pure i due firmati con le proprie generalità anagrafiche invece che con la sigla della instabilissima band, gli album da lui messi in fila dal 1983 a oggi sono quattordici, e quattro o cinque di essi – più di tutti Fisherman’s Blues del 1988, capolavoro di fusione fra folk celtico, country e rock – sono davvero belli-belli. Continua a leggere

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Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

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Sparks (2017)

Ho scoperto gli Sparks nei ’70, all’epoca del terzo o quarto album, e ne sono stato subito conquistato. Peccato solo che nel piccolo giro dei miei coetanei musicofili fossi l’unico ad apprezzarli e che abbia quindi vissuto questa passione senza poterla condividere. Benché nel tempo abbia incontrato parecchi altri estimatori, continuo però a vedere il gruppo come (più o meno) incompreso; eppure, nella sua discografia i dischi sempre particolari ma anche molto belli abbondano, e quest’ultimo appartiene alla categoria.

Hippopotamus
(BMG)
Una lunga storia, quella degli Sparks: quarantanove anni da quando i fratelli Ron e Russel Mael – tastierista il primo, cantante il secondo – iniziarono a operare come Halfnelson, quarantasei dall’uscita dell’unico LP con il nome iniziale, quarantacinque dalla sua ristampa come Sparks e dal suo successore A Woofer In Tweeter’s Clothing” e ad oggi gli album di studio sono ventitré. Kimono My House del 1974, quello dell’indimenticabile This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, è scolpito nella storia del rock, ma vari altri godono di considerazione critica e ottennero significativi riscontri commerciali: si pensi a Propaganda (1975), a No.1 In Heaven (1979), ad Angst In My Pants (1982) o a In Outer Space (1983). E anche se alcuni classificano i Mael come “reduci” dei ’70 e degli ’80, la realtà dice di una produzione di quasi sempre alto livello, giocata attorno ai soliti elementi ma ispirata e autorevole. Continua a leggere

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Dream Syndicate (2017)

Ho avuto un rapporto un po’ difficile con il nuovo album dei Dream Syndicate. Questo perché il concetto di reunion mi sta sempre più pesantemente sulle palle e perché in sostanza penso – senza nulla voler togliere al bravo Jason Victor – che una reunion dei Dream Syndicate senza la chitarra di Karl Precoda o Paul B. Cutler non sia una vera reunion dei Dream Syndicate. Come sa chi ha letto l’intervista sul numero di settembre di Classic Rock, con Steve Wynn ho parlato e la chiacchierata ha soffocato il sospetto che il “ritorno” fosse solo l’ennesima furbata, anche se Steve non ha avuto difficoltà ad ammettere che in questo momento, per la visibilità e i concerti, il nome della vecchia band “tira” certo di più del suo.
Comunque, alla fine, il disco mi è piaciuto, più di quanto dica il “7” in calce alla recensione, sempre di Classic Rock, che qui ripropongo (sarebbe stato un 7 e mezzo, ma lì non si usano i mezzi punti e un 8 sarebbe stato, per me, eccessivo). Mi hanno però stupito i tanti commenti troppo entusiastici di tanti appassionati, come se la band avesse tirato fuori dal cilindro un altro The Days Of Wine And Roses o Medicine Show: non è così e nessuno potrà mai convincermi del contrario. Non sarà mica che taluni hanno “voluto” trovare nel disco – bello, eh, lo ribadisco a scanso di equivoci – più di ciò che davvero contiene, per pura e comprensibilissima nostalgia di quando eravamo tutti più giovani e la musica dei nostri vent’anni ci travolgeva ben più di quella odierna?

How Did I Find Myself Here?
(Anti)
A quasi trent’anni dal precedente capitolo di studio, i (per tre quarti) riformati Dream Syndicate hanno tirato fuori dal cilindro il quinto album della loro gloriosa storia. Con un altro chitarrista, nuovo ma non del tutto (Jason Victor, per anni accanto al leader Steve Wynn nel suo percorso solistico), e con ospite alle tastiere l’ex Green On Red Chris Cacavas, vecchio amico dei lontani giorni del Paisley Underground, la band californiana ha concepito otto brani che si riallacciano direttamente al passato ma che da esso in qualche misura si affrancano; non una pedissequa rilettura di antichi stilemi, insomma, ma un recupero motivato e abbastanza ispirato di un approccio energico/visionario che rimanda al miglior r’n’r di scuola psichedelica, sviluppato in un sound ora più saturo e nervoso, ora più morbido e avvolgente. Continua a leggere

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Queens Of The Stone Age

Settimane fa ho partecipato solo come spettatore agli accesi dibattiti svoltisi in Rete a proposito dell’ultimo album dei QOTSA, per (giusta) correttezza nei confronti delle riviste per le quali lavoro. Fosse per i responsabili delle stesse, anzi, in Internet non dovrei scrivere nulla, perché la mia presenza qui fa pensare a un tot di miei potenziali lettori che non valga la pena di spendere soldi in edicola perché bene o male può seguirmi gratis sul blog e su Facebook. La questione è interessante e prima o poi la analizzerò in modo più approfondito. Intanto, dato che Blow Up di settembre non è più in vendita in quanto sostituito da quello di ottobre, ecco la mia recensione del nuovo di Josh Homme e compagni. Che non è interlocutoria, no, o quantomeno non lo è più del – comunque valido – disco. Per chi fosse interessato, qui ci sono le mie recensioni d’epoca dei primi tre album della band.

Villains
(Matador)
È trascorso molto tempo da quando, a cavallo fra i ‘90 e gli Zero, molti vedevano giustamente i Queens Of The Stone Age come (pur moderati) innovatori e credibili portabandiera di una resistenza al processo di distacco del r’n’r dal suo ruolo di polo aggregativo primario delle tribù giovanili. Oggi che quella guerra è stata persa e che di rock si parla quasi unicamente come stile musicale, spesso accostandogli aggettivi sprezzanti quali “retrogrado” e “reazionario”, Josh Homme e compagni non sembrano comunque voler gettare la spugna, sia continuando a giocare con la retorica che segue come un’ombra il genere in questione, sia provando a dimostrare che il suo futuro non è solo dietro le spalle. Continua a leggere

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Steven Wilson (2017)

Da grande estimatore di Steven Wilson (qui la recensione dei tre dischi precedenti, qui una lunga intervista), mi sono ovviamente occupato anche dell’ultimo lavoro, in qualche misura controverso.

To The Bone
(Caroline)
Questione complicata, quella del nuovo album da solista di Steven Wilson, quinto propriamente detto di una produzione avviata ancor prima dell’abbandono del progetto Porcupine Tree; complicata non tanto per l’artista britannico, che come al solito ha deciso cosa fare e – semplicemente – l’ha fatto, quanto per i suoi cultori, che avrebbero tutte le ragioni per rimanere basiti da un disco… pop. Continua a leggere

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R.E.M. (1996-2008)

Stamattina, per via di un lungo blackout che mi ha privato di computer fisso, connessione Wi-Fi, iPod (scarico), computer portatile (scarico) e impianto stereo, ho riascoltato grazie all’iPad Reveal, disco che certo non avevo bisogno di “riscoprire” – è pure nella mia playlist del 2001 – ma che mi ha comunque regalato per l’ennesima volta bellissimi momenti. Da qui a recuperare la recensione scritta oltre sedici anni fa, il passo è stato molto breve, così come aggiungerne altre quattro relative ai due album precedenti e ai due successivi. Quella della prova di congedo, Collapse Into Now, la trovate invece qui.

New Adventures In Hi-Fi
(Warner)
Solo uno spiccato senso dell’ironia poteva indurre i R.E.M. a intitolare “nuove avventure nell’alta fedeltà” un album che, almeno nei suoi tratti di base, è stato registrato con un otto piste durante vari soundcheck: una scelta atipica che comunque, si rasserenino i timorosi, non si è tradotta in un suono povero o tirato via, ma addirittura enfatizza – grazie anche ai raffinati overdub, soprattutto al carisma di episodi come sempre ispiratissimi – la capacità del gruppo di Athens di puntare al cuore. E di centrare il bersaglio, questa volta con un lavoro che alle strutture “rumorose” del precedente Monster preferisce melodie nel complesso più soffici e insinuanti: come il singolo E-Bow The Letter, valorizzato dalla (splendida) voce di Patti Smith, o l’intensissima Electrolite, le cui strutture “folkie” – sottolineate dall’uso di banjo e violino – rimandano ai giorni ormai lontani di Fables Of The Reconstruction. Continua a leggere

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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Southside Johnny (1976-1978)

Un gran bel disco antologico che mi ha consentito di colmare qualche buco che mi portavo dietro da quarant’anni. Sì, lo so che le edizioni originali in vinile costano poco, ma come ho già scritto altre volte ho un’autentico amore che sconfina in una deviazione di tipo feticista per le antologie con l’opera omnia di un artista, anche se – come in questo caso – solo di un periodo specifico della carriera. Ma che periodo! Southside Johnny ha raccolto molto meno di quello che avrebbe meritato, e questi due CD lo provano senza possibilità di smentita.

The Fever
(Real Gone)
Nel 1976, quando Bruce Springsteen aveva già pubblicato con grande successo Born To Run, un altro rocker del New Jersey – all’esordio su disco – sembrava destinato a contendergli il posto al sole. Ma non c’erano rivalità, anzi: il rapporto era di fratellanza, al punto che i primi tre LP di John Lyon – in arte, Southside Johnny – ebbero come produttore Steven Van Zandt e furono riempiti di brani (inediti) composti dal Boss e/o dal suo chitarrista. Continua a leggere

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Quintessence (1969-1971)

All’epoca in cui ho iniziato a seguire seriamente la musica, i Quintessence si erano appena separati, cosa che – suppongo – mi indusse a considerarli “vecchi” e pertanto immeritevoli di approfondite attenzioni rispetto ai gruppi del presente (di allora). Più avanti, quando mi sono dedicato alla scoperta di tutto quello che mi ero più o meno perso, li ho sì ascoltati un po’ meglio, classificandoli però subito come “minori” e, di conseguenza, prescindibili. La frequentazione di questo box mi ha fatto però pensare di essere forse stato troppo tranchant, anche se è ovvio che non si sta parlando di una band epocale. Ma neppure priva di motivi di interesse.

Move Into The Light
(Esoteric)
Non contando le antologie e i tre live pubblicati nell’ultima decina di anni, due con materiale d’epoca e uno concepito come testimonianza dell’episodica (e parziale) reunion del 2010, la discografia dei Quintessence comprende cinque album, due editi dalla RCA nel 1972 e tre marchiati dalla Island fra il 1969 e il 1971. Sono proprio questi ultimi, a cominciare dall’esordio In Blissful Company per arrivare a Dive Deep passando per Quintessence, gli articoli più pregiati del catalogo, nonché quelli adesso condensati in Move Into The Light assieme a un paio di rarità. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Doctors Of Madness

Ricordo benissimo che nella seconda metà degli anni ’70, nel periodo in cui cominciavo ad accostarmi seriamente a punk e new wave, un amico mi segnalò l’esistenza di questa “strana” band britannica. Mi misi subito sulle tracce dei suoi album, ma fu solo nel 1979 che riuscii a procurarmi un doppio LP di produzione USA, uscito l’anno prima, che accoppiava i primi due. Mi piacque e, di conseguenza, appena mi capitò sotto gli occhi, acquistai anche il terzo. Per una curiosa forma di affetto per l’antologia che mi fece conoscere la band, non ho mai preso – benché le abbia viste infinite volte a due lire – le edizioni originali dei due 33 giri del 1976, diversamente dalle belle ristampe in CD, con bonus track, di tutti i dischi. Ora è arrivato addirittura un cofanetto, e non ho potuto esimermi dal dire la mia.

Perfect Past
(RPM)
L’epopea del rock abbonda di pagine curiose e interessanti, e parecchie di esse sono state scritte – su entrambe le sponde dell’Atlantico – attorno alla metà degli anni ’70. In quei giorni nei quali si capiva che qualcosa di importante sarebbe arrivato ma nessuno sapeva esattamente cosa, furono in tanti a battere strade atipiche, non preoccupandosi di compiacere il mercato e dunque condannandosi ad attività di solito sommerse. I più fortunati riuscivano a ritagliarsi uno spazio di culto e tra questi sono da citare i Doctors Of Madness, londinesi di Brixton che operarono fra il 1975 e il 1978, firmando tre LP – per la Polydor, mica un’etichettina! – che mentre attingevano nel glam, senza disdegnare affondi nell’hard, anticipavano motivi della new wave ancora da venire. Continua a leggere

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Neil Young – Freedom

Digito “Neil Young” nella casella di ricerca del blog e saltano fuori le recensioni di due album (Le Noise del 2010 e The Monsanto Years del 2015), più una breve presentazione del videoclip di Rockin’ In The Free World. Un po’ poco, no? Ecco allora cosa scrissi nel lontano 1989 di uno dei dischi del loner che preferisco, proprio quello di Rockin’ In The Free World. Certo, accorgermi che lo trattavo fondamentalmente “da vecchio” quando aveva quarantatré anni, mentre oggi io ne ho cinquantasette, un po’ stranisce.

Freedom
(Reprise)
Freedom. Un titolo davvero perfetto per l’ennesima fatica di un musicista – e soprattutto un Uomo – che della libertà di pensiero, di scelta e di espressione ha sempre fatto la sua bandiera, anche a costo di cocenti delusioni (e, artisticamente parlando, di clamorosi tonfi). Ed è rilevante che, in quest’epoca di interrogativi sui reali significati del rock, l’album si apra con una scarna (chitarra acustica, armonica e voce) Rockin’ In The Free World, registrata dal vivo; e che allo stesso brano, stavolta in una concitata versione elettrica con la band – alla maniera di Rust Never Sleeps – sia affidato il compito di chiuderlo, lasciando cosi echeggiare nella memoria il crudo e struggente grido di denuncia di un mondo malato e di un’America piena di contraddizioni. Continua a leggere

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