Articoli con tag: classic rock

Thin White Rope (1985-1992)

Frugo l’archivio digitale e cartaceo in caccia di materiale riguardante i Thin White Rope e dopo parecchie peripezie ne estraggo quattro recensioni di album veri e propri (manca all’appello solo il secondo, Moonhead), due di uscite per così dire secondarie formato mini-LP (manca Red Sun, del 1988) e uno dei due postumi più importanti (l’altro è il live The One That Got Away del 1992, che avrei giurato di aver trattato da qualche parte ma vai a capire se e dove). Un gran bel bottino, nel quale rilevo una scrittura spesso più fantasiosa e visionaria rispetto ai miei standard (no, non mi drogavo; i Thin White Rope bastavano eccome a far viaggiare), che dimostra quanto grande fosse il mio amore, in tempo reale, per questa band straordinaria della quale chi c’era si ricorda ma che è purtroppo ignota a quasi tutti quelli che non c’erano.

Exploring The Axis
(Frontier)
Nelle cerchie di appassionati di rock underground il nome Thin White Rope è noto già da parecchio tempo, nonostante il debutto discografico del complesso californiano sia avvenuto solo ora; la nutrita produzione di esaltanti demo-tape e la pubblicità fatta al gruppo da qualche eminente personalità della scena americana (il produttore Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, ad esempio), hanno fatto sì che il primo vinile del quartetto divenisse uno dei lavori più attesi del 1985, almeno per coloro che nella musica cercano freschezza, ispirazione e passione. E i Thin White Rope, figli dei deserti assolati di giorno ed incredibilmente scuri dopo il tramonto, non hanno davvero deluso le aspettative di chi li considerava una grande promessa: Exploring The Axis, ottimamente prodotto da Jeff Eyrich (Plimsouls, Gun Club), è un esordio di rara bellezza, di quelli che conquistano dal primo ascolto stupendo solco dopo solco con la loro verve e il loro fascino.
Sotto il profilo sonoro, siamo di fronte a una raccolta di canzoni non eccessivamente elaborate, di più o meno vaga derivazione country ma di solida impostazione rock’n’roll; sono canzoni sinuose, avvolgenti, valorizzate da una chitarra a tratti acida e a tratti limpida alla quale si contrappone il canto pacato, armonioso e “strascicato” di Guy Kyser, mente compositiva e leader della band oltre che probabile ammiratore di Roger McGuinn. I suoi brani sono fra i più evocativi dell’attuale panorama rock e l’uno dopo l’altro, senza neppure bisogno di particolare concentrazione. ammaliano e magnetizzano, proiettano visioni, luci e colori di terre solitarie, di natura selvaggia, di ricordi ancestrali ai quali è dolcissimo abbandonarsi. Non si tratta, comunque, di sterile fuga di sapore allucinogeno, ma di un modo concreto e reale di vivere emozioni sopite, confondendo il vecchio West con il nuovo ma non dimenticando come, in questi mondi paralleli, la vita vada a braccetto con la morte, l’estasi delle lande si mescoli con la possibile disidratazione e l’incanto de1l’avventura giochi una interminabile partita a poker con le pallottole vaganti. Continua a leggere

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Mark Lanegan (1998-2001)

Pur avendo scritto un sacco di volte degli Screaming Trees, ho cominciato a recensire il Mark Lanegan solista solo a partire dal terzo album. Mi sono poi abbastanza rifatto, occupandomi di sei degli otto pubblicati a suo nome fino al 2017, nonché del primo dei tre frutto della “strana” collaborazione con Isobel Campbell. Rimandando a qui per Blues Funeral (2012), Imitations (2013) e Phantom Radio (2014), ripropongo ora le mie considerazioni in tempo reale per il formidabile terzetto composto da Scraps At Midnight, I’ll Take Care Of You e Field Songs.

Scraps At Midnight
(Sub Pop)
Come i precedenti The Winding Sheet (1990) e Whiskey For The Holy Ghost (1993), anche il terzo album da solista di Mark Lanegan – voce di quell’autentica forza della natura chiamata Screaming Trees – ha ottenuto solo (pur ampi) consensi di culto. Un fatto più che comprensibile per un disco lontano anni luce da qualsivoglia tendenza alla moda, che viaggia sui binari di un rock sommesso ed evocativo, costruito su schemi elettroacustici sui quali gravano influenze importanti: innanzitutto il blues, da sempre fulcro dell’ispirazione del cantante (e chitarrista) americano, e poi le ballate intimiste e crepuscolari di autentici maestri quali Leonard Cohen, Neil Young, David Crosby e Nick Cave. Continua a leggere

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Giant Sand (1985-1986)

Carta canta e dunque posso affermarlo senza alcun timore di smentita: ho amato i Giant Sand dall’inizio. Ho perso solo la primissima fasea nome Giant Sandworms, iper-underground e all’insegna di un sound comunque diverso, e vado tra l’altro molto fiero di avere direttamente contribuito all’abnorme discografia della band americana allegandone un CD dal vivo a un numero del “mio” Mucchio Extra. A livello di scritti su di essa sono però stato piuttosto incostante, tanto che la sola sequenza significativa di recensioni – in un quadro che curiosamente non comprende né monografie, né interviste – è quella relativa ai primi due 33 giri, rispettivamente di trentatré e trentadue anni fa. Dischi assolutamente degni di (ri)scoperta, nel caso qualcuno nutra qualche dubbio.

Valley Of Rain
(Black Sand/Enigma)
Compatta e inarrestabile,la provincia americana continua a sfornare band su band, lanciandole sul mercato grazie all’appoggio di alcune piccole/grandi etichette; peccato solo che in Europa tali prodotti giungano a prezzi proibitivi, impedendo in tal modo una loro più consistente affermazione di vendita e una loro adeguata valorizzazione presso i numerosi appassionati di nuovo rock. Continua a leggere

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Dream Syndicate (1978-1989)

Negli anni ’80 i Dream Syndicate erano una delle mie band preferite e infatti ne ho scritto tanto, tantissimo, e non a caso ne ho recensito quasi tutti i dischi in tempo reale (all’appello mancano solo il primo “mini” e il terzo LP). Mi sono poi ovviamente occupato anche dell’album del “ritorno” (la recensione è qui; un’intervista a Steve Wynn è invece uscita nel numero 58 di “Classic Rock”) e ieri non mi sono potuto esimere dal recarmi al Monk per assistere alla loro prima data romana di sempre (la mia seconda: li avevo già visti a Giulianova nel 1987). Dato che la nostalgia è, si sa, canaglia, eccovi allora un’ampia selezione delle mie vecchie elucubrazioni su carta, alcune delle quali davvero pietose a livello di stile. Grande stupore nel leggere che già nel 1982 – nel 1982! – “mi lamentavo” della retromania.

The Days Of Wine And Roses
(Ruby)
La storia della musica è costellata di corsi e ricorsi, di revival, di riscoperte di questo o quel tipo di sound; inventare qualcosa di radicalmente nuovo, oggi, è pressoché impossibile, o, perlomeno, assai difficoltoso; logico, quindi, che molti artisti mirino a riciclare, secondo la propria sensibilità e i propri gusti, formule stilistiche che hanno in qualche modo stimolato la loro creatività. Ciò che conta, in questo lavoro di rielaborazione di dati già noti, è il codice utilizzato, l’angolazione dalla quale la materia musicale è studiata, assimilata e reinterpretata; fondamentale, poi, è anche il background culturale (sempre dal punto di vista sonoro) del compositore e degli esecutori, oltre naturalmente alle loro intrinseche capacità. Continua a leggere

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Guadalcanal Diary

In un post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, l’amico Gianpaolo Castaldo ha estratto dal cassetto della memoria il nome dei Guadalcanal Diary, band americana oggi dimenticata che non si può inserire nel novero di quelle “decisive” ma che, insomma, non merita nemmeno il totale oblio. Essendone stato un convinto sostenitore, recupero le recensioni da me scritte in tempo reale dei quattro LP che il gruppo della Georgia commercializzò negli anni ’80, per poi separarsi; i sacri testi dicono che nel 1993 il leader – Murray Attaway – realizzò un album solistico per la Geffen, e che nel 1999 il quartetto tornò assieme per un CD live autoprodotto di cui nessuno si accorse e che, come da copione, è l’unico titolo del catalogo a costare caro (sta però per essere ristampato dalla Omnivore). Riascoltati, i quattro album “storici” suonano tuttora freschi e godibilissimi, anche se ammetto di riconoscermi solo al 70/75% nei miei entusiasmi giovanili. Sono tutti ascoltabili su Spotify e quindi non avete scuse per non concedergli almeno un “assaggio”.

Walking In The Shadow
Of The Big Man (DB)
Musicalmente parlando, gli Stati Uniti sono davvero la terra delle sorprese e dei piacevoli imprevisti: non passa infatti mese senza che qualche nuovo talento si presenti alle nostre orecchie avide con miscele entusiasmanti di sonorità. Questo marzo e toccato ai Guadalcanal Diary, il cui Walking In The Shadow Of The Big Man è inevitabilmente destinato a impressionare in positivo molti appassionati del rock più genuino, quello legato alle tradizioni e al contempo attuale nei contenuti. Discorso già più volte affrontato, lo so, ma non è colpa mia se gli artisti americani, nelle metropoli come nelle province, riescono sempre a fornire nuove ed eccitanti interpretazioni di una musica dalle mille sfumature in cui potenza, melodia, dolcezza e grinta sanno dar vita a risultati sempre differenti pur partendo dalle medesime basi. Continua a leggere

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Watermelon Men

Ricordo piuttosto bene quei giorni della metà degli anni ’80 nei quali si scoprì che in Svezia, a suonare rock più o meno legato ai Sixties, non c’erano solo i Nomads. Come accaduto con l’Australia della stessa epoca, a livello giornalistico sono stato uno dei principali sostenitori italiani di quel panorama scandinavo, e a distanza di trenta e più anni non sono affatto pentito. Non tutte le band hanno però offerto piena conferma delle loro potenzialità; i Watermelon Men, ad esempio, delusero quasi subito dopo un inizio senza dubbio degno di attenzione, per poi sparire dai radar prima della fine del decennio con un bottino complessivo di tre album (nel 1993 uscì un ulteriore EP, ma l’ho appreso solo ora). Mi fa comunque piacere recuperare un articolo/intervista che vide la luce poco prima della pubblicazione di Wildflowers, il secondo 33 giri della band.
Per gli appassionati del rock delle radici, il nome dei Watermelon Men non dovrebbe essere sconosciuto: l’album di debutto della formazione svedese, Past, Present And Future, non ha infatti mancato di suscitare entusiasmi e le circa ventimila copie vendute sottolineano efficacemente il positivo exploit del quintetto. Con tali premesse non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di una chiacchierata con Imre von Polgar, primo chitarrista nonché autore di parecchi brani del gruppo, di passaggio in Italia per una vacanza e per sondare il terreno riguardo a una eventuale tournèe primaverile dei Watermelon Men; venticinque anni, capelli biondi e occhi chiari, Imre si è rivelato cordiale, affabile e per nulla freddo come ci si poteva attendere fidandosi dei luoghi comuni sugli scandinavi. In sua compagnia abbiamo ripercorso le tappe del passato e del presente, e tracciato le direttive per il futuro, di una delle migliori band di Svezia.
Una scena svedese? No, non esiste niente del genere, almeno se per scena si intende qualcosa di unito, con contatti stretti fra i suoi esponenti; i gruppi sono indipendenti l’uno dall’altro, pensa che quando lessi una recensione del primo singolo dei Nomads rimasi enormemente meravigliato nell’apprendere che esistevano altri miei connazionali interessata alla stessa musica che suonavo all’epoca. La cosiddetta scena è stata un’ottima invenzione di voi giornalisti, un buon sistema per attirare l’attenzione del mondo su determinate realtà. E chiaro, ci sono rapporti personali fra i componenti di alcune band, ma non c’è nulla di compatto a livello musicale”. Più chiaro di così… Chi avesse dunque in mente la visione idilliaca di una terra promessa del rock’n’roll situata in prossimità del Polo Nord, può abbandonare le sue fantasticherie di sapore romantico. Di sicuro, però, il fascino delle regioni scandinave deve in qualche modo influenzare gli artisti, stimolandone le capacità creative. “Amo l’estate svedese, con le sue giornate lunghissime, e l’inverno svedese, con le sue notti eterne. E poi, all’estremo Nord, il sole di mezzanotte. È un feeling particolare, direi misterioso, il rapporto con la natura è veramente unico. All’epoca degli inizi eravamo soliti provare fuori città, in aperta campagna, e quello che ci circondava è sempre stata una grandissima fonte di ispirazione. Anche per registrare il nostro nuovo album abbiamo deciso di vivere a contatto con la natura, affittando uno studio isolato per trovare la giusta concentrazione”. Ancora una volta, l’ennesima, siamo dunque costretti a tirare in causa l’amore per la terra e le radici, l’attrazione per gli spazi aperti e per la vita semplice, non troppo contaminata da quella triste malattia che i più chiamano progresso. Lo facciamo a ragione, perché nelle canzoni dei Watermelon Men è facile respirare questo tipo di atmosfere, o perlomeno sognarle. “Io e Johan Lundberg, l’altro chitarrista, siamo amici da parecchio tempo e avevamo già suonato assieme in altre band punk e new-wave. Con Erik Illes, il cantante, avevo invece fatto parte dei Rave Ups, una band power pop che non è mai uscita dalla cantina. Il batterista, Erik Westin, era studente nella mia stessa scuola, ma non avevamo molti rapporti, mentre Hans Sacklen, il bassista, è l’unico di noi a non essere originario di Uppsala: viene dal Sud della Svezia, ha anche inciso dischi con altri complessi”.
I Watermelon Men si aggregavano nel 1984 e il loro nome non è un omaggio alla Watermelon Man racchiusa in Miami dei Gun Club. “Sì, ovviamente conoscevamo i Gun Club, ma non c’è attinenza; noi volevamo un nome mistico, al quale la gente non potesse affibbiare subito una etichetta musicale. E poi c’è un riferimento all’Ungheria, che è la terra d’origine mia e di Eric: suo nonno coltivava angurie nel sud del suo paese”. Formata la band, e risolto il problema del nome, Imre e soci si dedicavano alla composizione del repertorio; ben presto registravano un demo con il quale iniziavano a girare per gli uffici delle case discografiche, ottenendo però solo tanti rifiuti e qualche incoraggiamento. “Un giornalista ci consigliò di rivolgerci a Jorgen, il proprietario della Tracks On Wax; non avevamo mai sentito parlare di questa piccola etichetta, né conoscevamo i Wayward Souls che per essa avevano pubblicato il loro singolo di debutto, ma non ci furono problemi: lui impazzì per le nostre canzoni, la prima versione di Back In My Dreams, Is it Love, Your Eyes… Ci propose di incidere un disco e non volle nemmeno ascoltare i nuovi brani, ci disse che qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe di sicuro stata OK”. In breve tempo, nella prima metà del 1985, i Watermelon Men realizzavano così per la Tracks On Wax il 7”EP Blue Village e l’album Past, Present And Future, oltre a partecipare alla raccolta della Amigo A Real Cool Time; dai brani emerge una formazione dalle forti inclinazioni melodiche, abile nello sfruttare i suggerimenti del r’n’r, del country, del blues, del pop. In ogni caso, niente calderoni pacchiani e magari ridondanti, ma un sound abbastanza diretto, lirico e stilisticamente accomunabile a certo rock USA. “Il nostro primo album, in effetti, suona americano, ma il fatto non è dovuto a una scelta; piuttosto, a una questione meramente tecnica, di riverberi, e alla nostra decisione di utilizzare due chitarre molto nitide e pulite. Parecchia gente ci dice anche che siamo un gruppo molto Sixties, ma questa è la logica conseguenza del nostro amore per i suoni naturali degli strumenti. Credo proprio che con una Gretsch, una Rickenbacker, amplficatori Vox, basso Fender, batteria e voce sia assai difficile non far pensare agli anni Sessanta. Comunque, noi abbiamo moltissime influenze e moltissime passioni musicali, anche insospettabili: oltre ai Rolling Stones e agli Yardbirds ci piacciono Van Morrison, Smokey Robinson, Miracles, Phil Spector…”.
Assieme a lievi cadute di tono dovute ad arrangiamenti di dubbio gusto, Past, Present And Future contiene brani di enorme espressività quali Seven Years (che in Gran Bretagna è stata proposta su singolo con l’altrove inedita I’ve Been Told, il cui corpo è “rubato” a Play With Fire), Pretty Days In The Summertime, New Hope For The Lonely, Autumn Girl e Back In My Dreams; il precedente EP, seppure in forma leggermente più acerba, si muove più o meno lungo le stesse direttive, con le chitarre in bella evidenza a ricamare armonie di grande fascino ed incisività. “In realtà i Watermelon Men sono un ensemble di chitarristi, e la stranezza e che i più validi tecnicamente sono il cantante e il batterista”. Pur essendo qualitativamente e attitudinalmente omogeneo, il repertorio del gruppo è caratterizzato da una discreta varietà di temi e atmosfere; questo, probabilmente, perché gli oneri della scrittura sono divisi fra tutti i membri, eccezion fatta per Hans Sacklen. “Non vogliamo un sound troppo uniforme, preferiamo dedicarci all’elaborazione delle migliori intuizioni di ciascuno. I pezzi non nascono collettivamente, almeno in origine, ma si sviluppano dalle idee che ognuno di noi espone agli altri; esse, poi, vengono arricchite di elementi nuovi e gli spunti iniziali vengono spesso rivoluzionati”.
Quasi ignorato in Svezia, Past, Present And Future si faceva invece notare nel Regno Unito e in Germania, e il nome dei Watermelon Men cominciava concretamente ad affermarsi fra i seguaci del roots-rock; il quintetto consolidava poi la sua notorietà grazie a una fitta attività concertistica, che toccava Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Grecia. Un periodo intenso, che nell’arco di qualche mese induceva i musicisti a valutare la prospettiva di un impegno totale nel mondo del rock, prospettiva che troverà concretizzazione pratica all’inizio del l987. In base ai risultati che otterranno con il prossimo album, i Watermelon Men decideranno infatti se divenire definitivamente professionisti o se mantenere occupazioni convenzionali e dedicare alla musica solo una parte del loro tempo. Così, con molto entusiasmo e con un budget consistente (circa trenta milioni di lire), il complesso si chiudeva per diciotto giorni nel migliore studio di Svezia con il co-produttore Clive Gregson (chitarrista e leader degli Any Trouble), sorprendentemente preferito a Rob Younger. “Stimiamo Rob Younger ed il suo lavoro, ma sinceramente pensavamo non fosse adatto per il tipo di suono che volevamo costruire in questo album; Younger tende a un sound piuttosto uniforme, mentre noi puntavamo a qualcosa di vario e policromo”. Questione di gusti. Personalmente, pur non sapendo quanto le scelte di Gregson abbiano influito sul risultato finale, non mi sento di approvare la decisione del gruppo svedese: Wildflowers, il 33 giri che vedrà la luce verso la fine di gennaio, non presenta infatti la brillantezza e il feeling del debutto, orientandosi verso un suono “molle” e spesso troppo arrangiato. “Il nuovo LP è molto diverso dal precedente, è più vicino al pop; abbiamo cercato anche di aggiungere qualcosa di soul, non nel senso stretto di black music ma in quello più generico di anima, e abbiamo curato maggiormente il lavoro in sala. Ora pensiamo sia meglio usare le corde piuttosto che alzare il volume alle chitarre, e quindi le canzoni hanno un aspetto molto differente da quelle dei vecchi dischi: sono più levigate, meno di impatto immediato, ma secondo noi anche più profonde ed intense”.
Wildflowers, è innegabile, non ha quasi nulla in comune con Past, Present And Future, a parte la voce sempre splendida di Erik Illes; i pezzi, quasi tutti scritti dal cantante, mostrano una notevole inclinazione verso schemi soffici e avvolgenti, ma anche – purtroppo – melensi nella loro sovrabbondanza di violini e nelle loro trame morbide. Non mancano, comunque, le eccezioni, costituite da Postcard View (dai marcati accenti country), Pictures Of Good Times (probabilmente la più ammaliante fra le numerose ballate del disco) e Heading For The Woods, altra ballad che mi sentirei di definire come il capolavoro della scaletta; il resto lascia invece adito a più di una perplessità, dai discutibilissimi fiati di Empty Smile alla vuota retorica di In Another World, dalla prevedíbilità di True Confession e Smalltown Revolution alla mielosità di Pouring Rain. Si poteva, insomma, pretendere qualcosa di più, ma per un giudizio definitivo preferiamo attendere il momento in cui il vinile sarà nelle nostre mani. Solo allora, dopo ripetuti e attenti ascolti, saremo in grado di dire se i Watermelon Men meriteranno ancora il nostro incondizionato appoggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.108 del gennaio 1987

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Kings Of Leon (2003-2007)

Quindici anni esatti fa i Kings Of Leon si apprestavano a pubblicare il primo album, che non passò inosservato tra gli addetti ai lavori e ottenne anche buoni riscontri di pubblico, in Europa più che negli Stati Uniti. In sede di recensione manifestai apprezzamento, peraltro con qualche dubbio destinato a rivelarsi fondato; non a caso della band americana mi sarei occupato un’altra volta, quattro anni dopo, commentando il terzo lavoro. Sugli ulteriori quattro dischi dei ragazzi non più ragazzini, di crescente successo a livello di riscontri nelle classifiche ma non di copie vendute (il mondo è cambiato, si sa), non ho invece speso una parola, pur avendoli assaggiati/ascoltati; magari mi sbaglierò, ma non credo di aver perso granché a non averli approfonditi.

Youth & Young Manhood
(RCA)
Una storia atipica, quella dei Kings Of Leon, e non solo perché i quattro componenti – età media vent’anni – appartengono alla stessa famiglia: al di là delle questioni di parentela, i Followill (tre fratelli più un cugino) sono seguaci e praticanti della Chiesa Pentecostale della quale il padre di Caleb, Nathan e Jared è pastore, e propongono musica “positiva” nelle cui liriche affiorano riferimenti alla Bibbia; inoltre, pur esistendo da poco e pur essendo originari di un’area certo non centrale come il Tennessee, hanno ottenuto un contratto major, circostanza che potrebbe far pensare a un artificio della RCA per sfruttare la nuova moda del cosiddetto rock cristiano. Continua a leggere

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The Jet Black Berries

Giorni fa mi è stato segnalato che sul blog “Bordel do rock” si parlava degli oggi dimenticati (non che all’epoca fossero popolari, ma ci siamo capiti) Jet Black Berries, notando con stupore che nemmeno ne “L’ultima Thule” c’era qualcosa su di loro. Rimedio allora adesso recuperando le recensioni di due dei tre album pubblicati dalla band di Rochester negli anni ’80 (il terzo si intitola Animal Necessity, ma su Velvet non me ne occupai io; vale comunque anch’esso), come al solito con una certa sofferenza: la mia prosa era davvero goffa, in qualche caso deturpata da termini forzati, nel complesso poco fluida. Non che sia diventato chissà quale scrittore eccelso, ma la rilettura di quasi tutti i miei pezzi più vecchi (diciamo dal 1979 al 1987/88) mi provoca sempre un certo senso di disagio.

Sundown On Venus
(Pink Dust)
Una copertina invitante, intrisa di aromi “USA al 100%” e un prezzo una volta tanto non eccessivamente oneroso (considerato che l’album contiene in omaggio un altro LP inciso su un solo lato) accompagnano il debutto dei Jet Black Berries. formazione nota fino a pochì mesi fa con il nome New Math (all’attivo, un pessimo singolo e due ottimi mini-LP, They Walk Among You e Gardens). Sundown On Venus sancisce l’avvicinamento della band a un sound di stretta derivazione “tradizionale”, valorizzato però da un trattamento del tutto particolare in cui country, r’n’r e psichedelia convivono felicemente in canzoni fortemente suggestive, ideale fusione di dedizione alle “radici” e ricerca di rinnovamento. Il primo impulso sarebbe quello di invitarvi all’acquisto immediato di questo piccolo capolavoro, e le successive analisi confermano come Sundown On Venus sia un disco eccezionale, ricco di genuina carica rock e di feeling immortale, di arrangiamenti prelibati e di interpretazioni impeccabili; e, infine, di canzoni esaltanti (cito Bad Hombre e Neon in Cairo, ma l’elenco potrebbe continuare fino a comprenderle tutte e diciassette). Continua a leggere

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Omaggio a Kurt Weill

Scrissi questa recensione all’inizio del 1987 per un album che in realtà era stato pubblicato due anni prima. Non fu una scoperta tardiva, come dimostra la sua presenza nella mia playlist del 1985, ma per qualche ragione difficile da appurare dopo così tanto tempo mi venne di sicuro chiesto di occuparmene “in differita” e io, che sul Mucchio non avevo avuto occasione di occuparmene, non mi tirai indietro. Si tratta di uno dei primi album-tributo concepiti come tali, ben prima che il fenomeno si allargasse a macchia d’olio divenendo pressoché insopportabile, e per come la vedo io rimane uno splendido lavoro; non a caso, quando alla fine dei ’90 scelsi a corredo di un articolo del Mucchio dodici dischi-omaggio particolarmente interessanti/significativi, non mi fu possibile lasciarlo fuori (ne è testimonianza la breve scheda recuperata ancora più in basso). Rispetto alla recensione di AudioReview, ho solo il sospetto di essere stato un po’ troppo benevolo nella valutazione della resa sonora, ma si sa che in quel periodo eravamo più o meno tutti più o meno condizionati dalla propaganda volta ad affermare sul mercato il compact-disc.
Lost In The Stars
(A&M)
Più che un semplice disco, Lost In The Stars – sottotitolato The Music Of Kurt Weill – è una vera e propria celebrazione dell’arte del compositore tedesco di nascita ma statunitense d’adozione, prematuramente scomparso nel l950 dopo aver partorito alcune delle opere musicali più affascinanti e significative del nostro secolo. Continua a leggere

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Cheap Wine (1996-2017)

Scavando nel mio archivio ho scoperto di non aver recensito, come pensavo, tutti i dischi dei Cheap Wine. Mancano infatti all’appello i primi due album, A Better Place (1998) e Ruby Shade (2000). In compenso, ho pescato una segnalazione del demo del 1996, quello che poi sarebbe pubblicato – in veste più stringata – nel mini-CD d’esordio della band pesarese, anch’esso da me trattato all’epoca. Ripropongo con piacere tutto il corposo “dossier”, rimandando anche a un’intervista dell’epoca di Moving.

Pictures
(My My Hey Hey)
I Cheap Wine di Pesaro dichiarano fin dal nome prescelto – un vecchio brano dei Green On Red – la loro devozione per il roots rock americano profumato di country e psichedelia. Pictures, demo dalla confezione assai curata, raccoglie otto canzoni in inglese forse un po’ troppo fedeli ai modelli ma ben strutturate, che avrebbero bisogno solo di interpretazioni canore più convinte; la stoffa in ogni caso c’è ed è difficile non accorgersene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996 Continua a leggere

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Jonathan Wilson (2013)

Jonathan Wilson non pubblica album dal 2013 e dunque questo Fanfare – naturalmente non contando l’EP Slide Bay del 2014 – è ancora il suo ultimo lavoro propriamente detto. Per ora non si parla di un terzo capitolo (il primo era stato, nel 2011, Gentle Spirit) ed è davvero un peccato. Benché non ci siano agganci con l’attualità, ne ripropongo la recensione, ricordando anche che il disco figurava nella mia playlist personale del suo anno di uscita.

Fanfare
(Bella Union)
Jonathan Wilson non ha legami di parentela con Steven Wilson, mente dei Porcupine Tree (e di vari altri progetti) nonché produttore/ingegnere del suono rinomato per i suoi restauri d’autore (King Crimson, Jethro Tull, XTC), ma nonostante le profonde diversità di stile e approccio potrebbero essere in qualche modo considerati “fratelli di musica”. Certo, Jonathan – di sette anni più giovane, trentanove contro quarantasei – è americano e non inglese e si sente, ma le affinità ideali ci sono eccome. Prendete ad esempio la copertina di questo suo secondo album, che arriva due anni dopo l’apprezzatissimo Gentle Spirit, e provate a negare che la sua esplicita citazione di una cosina da nulla come la “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina – ci sarà di mezzo l’ironia, ok, ma… – non sia una trovata “alla Steven”. Continua a leggere

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Robert Plant (2014-2017)

Credevo che questo ennesimo album di Robert Plant avrebbe riscosso maggiori consensi, che sarebbe piaciuto di più del comunque tanto che è piaciuto. Non vedo cosa di meglio si potrebbe pretendere, da un artista che avrebbe tutto il diritto di ritirarsi a riposare sui tanti allori raccolti, ma per come la vedo io Carry Fire vale a prescindere: è un disco eccellente e stop, i trascorsi del suo artefice non c’entrano. Ne propongo allora con piacere la recensione assieme a quella del suo precedessore di tre anni fa, il primo con i Sensational Space Shifters come backing band.

Carry Fire
(Nonesuch)
I Led Zeppelin hanno separato le loro strade nel 1980 e da allora non si sono mai davvero riuniti. Eppure, per molti appassionati, Robert Plant – così come Jimmy Page e John Paul Jones – è condannato a portare sulle spalle l’eredità della sua vecchia band, quasi che dal doloroso giorno dello stop dovuto alla morte di John Bonham non abbia fatto nulla o quasi di rilevante. Certo, il peso specifico del glorioso quartetto non si discute e ogni rimpianto è comprensibile, ma i fatti dicono che la carriera in proprio del frontman è tutt’altro che roba da vecchie glorie che camminano a testa bassa sul viale del tramonto: ben undici, compreso questo, gli album di studio a suo nome finora pubblicati, ai quali sono da aggiungere i due a quattro mani con Page e quello assieme ad Alison Krauss. Continua a leggere

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Peter Perrett

A sessantacinque anni, l’ex frontman degli Only Ones ha pubblicato il suo primo, vero album da solista, un album di commovente bellezza che mi ha spinto a contattarne l’autore per un’intervista. Sono partito da lì per scrivere una lunga – ben otto pagine – e appassionata monografia che racconta interamente la sua storia, dai primi ’70 a oggi. Il numero di “Blow Up” che la contiene, quello di novembre, sarà in edicola per pochissimi giorni ancora, e dunque chi fosse interessato corra in edicola… altrimenti gli toccherà ordinare l’arretrato, perché quell’articolo qui sul blog non lo recupererò mai.

How The West Was Won
(Domino)
Può essere dura, la vita dell’eroe di culto. Specie se hai pubblicato l’unica canzone che ha scolpito il tuo nome nella storia – Another Girl, Another Planet: fra l’altro, nemmeno una vera hit – all’avvio della tua carriera; specie se il rapporto troppo disinvolto con la droga ti ha regalato una malattia seria come la broncopneumopatia cronica ostruttiva; specie se, per le difficoltà di gestione della tua vita, ti sei impegnato per farti rimuovere dalla memoria collettiva realizzando solo cinque album in quattro decenni: tre come leader degli Only Ones, concentrati fra il 1978 e il 1980, uno del 1996 dietro la sigla The One, e ora questo esordio in proprio giunto due mesi dopo aver spento – un miracolo, alla luce dei fatti – le sessantacinque candeline. Continua a leggere

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Foo Fighters (2017)

Non ricordo come mai sono finito a scrivere, e piuttosto in lungo, dell’ultimo album dei Foo Fighters; so però che di sicuro la recensione mi è stata assegnata ben prima che ne avessi ascoltato una sola nota, e ciò esclude ogni ipotesi di stroncatura premeditata. La faccio comunque breve: Grohl e compagnia sono finiti sulla copertina di “Classic Rock” di ottobre e, nella rivista, insieme a una monografia dai toni celebrativi (non firmata da me), c’era la critica ben poco benevola che ho qui recuperato. Ovviamente, in tempo quasi reale, la recensione è stata scansionata e pubblicata su una frequentatissima pagina di fan, con conseguente, abituale florilegio di commenti-vaccate a opera di leoni e leonesse da tastiera: “ma questo chi è?”, “come si permette?”, “che rosicone!”, “eh, mai i critici devono per forza cercare il pelo nell’uovo”, “il solito frustrato che voleva fare il musicista ma non ce l’ha fatta”, “che volete che ne sappia, ha scritto le biografie di Carmen Consoli e Litfiba!”, “che gli hanno fatto?”, fino all’inevitabile, frusto “di musica non capisce un cazzo”. Tutto ampiamente previsto, compresa la pressoché totale assenza di qualsivoglia tentativo di entrare nel merito.
Recupero adesso la recensione incriminata, rimandando anche a questo vecchissimo articolo che dimostra come segua i Foo Fighters da sempre e come non sia affatto prevenuto nei loro confronti. Rileggendola un mese e mezzo dopo, non cambierei una virgola.

Concrete And Gold
(Roswell)
Arduo confutare la tesi secondo la quale il rock “classico” non è da tempo colonna sonora e inno di chiamata alle armi per i giovani ribelli o almeno un po’ indisciplinati. Non è più sovversivo, non fa più paura, è addirittura preso per il culo in un terrificante spot della Vileda; con rare e per lo più sommerse eccezioni, continua a sopravvivere in apparente buona salute all’interno dei suoi pur ampi confini, ma con un’incidenza culturale e sociale ben diversa da quella della sua età dell’oro. Continua a leggere

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The Waterboys (2017 + 1988)

Due mesi fa decisi che l’ultimo dei Waterboys sarebbe stato “disco del mese” di AudioReview. Non fu una scelta facile, perché l’album è di quelli che fanno discutere per le ragioni che potrete capire leggendo la recensione che ho qui recuperato; non a caso gli ho assegnato solo 7,5, un voto bassino per – appunto – un “disco del mese”. Però, che posso dirvi… continua a sembrarmi un lavoro che, pur con tutte le legittime riserve, merita attenzione, e chi se ne importa se qualche fan di vecchia data ha ritenuto di darmi del pazzo per la critica positiva. Assieme, una seconda recensione, scritta tre anni e mezzo fa a proposito della ristampa (superestesa) dell’indiscusso capolavoro di Mike Scott e compagni, il sempre magico Fisherman’s Blues.

Out Of All This Blue
(BMG)
Nonostante i mezzi passi falsi e gli atteggiamenti a volte non simpatici, è difficile non voler bene a Mike Scott, il cantante, polistrumentista e songwriter scozzese di nascita e irlandese d’adozione che da circa trentacinque anni tiene le redini dei Waterboys. Contando pure i due firmati con le proprie generalità anagrafiche invece che con la sigla della instabilissima band, gli album da lui messi in fila dal 1983 a oggi sono quattordici, e quattro o cinque di essi – più di tutti Fisherman’s Blues del 1988, capolavoro di fusione fra folk celtico, country e rock – sono davvero belli-belli. Continua a leggere

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Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

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Sparks (2017)

Ho scoperto gli Sparks nei ’70, all’epoca del terzo o quarto album, e ne sono stato subito conquistato. Peccato solo che nel piccolo giro dei miei coetanei musicofili fossi l’unico ad apprezzarli e che abbia quindi vissuto questa passione senza poterla condividere. Benché nel tempo abbia incontrato parecchi altri estimatori, continuo però a vedere il gruppo come (più o meno) incompreso; eppure, nella sua discografia i dischi sempre particolari ma anche molto belli abbondano, e quest’ultimo appartiene alla categoria.

Hippopotamus
(BMG)
Una lunga storia, quella degli Sparks: quarantanove anni da quando i fratelli Ron e Russel Mael – tastierista il primo, cantante il secondo – iniziarono a operare come Halfnelson, quarantasei dall’uscita dell’unico LP con il nome iniziale, quarantacinque dalla sua ristampa come Sparks e dal suo successore A Woofer In Tweeter’s Clothing” e ad oggi gli album di studio sono ventitré. Kimono My House del 1974, quello dell’indimenticabile This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, è scolpito nella storia del rock, ma vari altri godono di considerazione critica e ottennero significativi riscontri commerciali: si pensi a Propaganda (1975), a No.1 In Heaven (1979), ad Angst In My Pants (1982) o a In Outer Space (1983). E anche se alcuni classificano i Mael come “reduci” dei ’70 e degli ’80, la realtà dice di una produzione di quasi sempre alto livello, giocata attorno ai soliti elementi ma ispirata e autorevole. Continua a leggere

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Dream Syndicate (2017)

Ho avuto un rapporto un po’ difficile con il nuovo album dei Dream Syndicate. Questo perché il concetto di reunion mi sta sempre più pesantemente sulle palle e perché in sostanza penso – senza nulla voler togliere al bravo Jason Victor – che una reunion dei Dream Syndicate senza la chitarra di Karl Precoda o Paul B. Cutler non sia una vera reunion dei Dream Syndicate. Come sa chi ha letto l’intervista sul numero di settembre di Classic Rock, con Steve Wynn ho parlato e la chiacchierata ha soffocato il sospetto che il “ritorno” fosse solo l’ennesima furbata, anche se Steve non ha avuto difficoltà ad ammettere che in questo momento, per la visibilità e i concerti, il nome della vecchia band “tira” certo di più del suo.
Comunque, alla fine, il disco mi è piaciuto, più di quanto dica il “7” in calce alla recensione, sempre di Classic Rock, che qui ripropongo (sarebbe stato un 7 e mezzo, ma lì non si usano i mezzi punti e un 8 sarebbe stato, per me, eccessivo). Mi hanno però stupito i tanti commenti troppo entusiastici di tanti appassionati, come se la band avesse tirato fuori dal cilindro un altro The Days Of Wine And Roses o Medicine Show: non è così e nessuno potrà mai convincermi del contrario. Non sarà mica che taluni hanno “voluto” trovare nel disco – bello, eh, lo ribadisco a scanso di equivoci – più di ciò che davvero contiene, per pura e comprensibilissima nostalgia di quando eravamo tutti più giovani e la musica dei nostri vent’anni ci travolgeva ben più di quella odierna?

How Did I Find Myself Here?
(Anti)
A quasi trent’anni dal precedente capitolo di studio, i (per tre quarti) riformati Dream Syndicate hanno tirato fuori dal cilindro il quinto album della loro gloriosa storia. Con un altro chitarrista, nuovo ma non del tutto (Jason Victor, per anni accanto al leader Steve Wynn nel suo percorso solistico), e con ospite alle tastiere l’ex Green On Red Chris Cacavas, vecchio amico dei lontani giorni del Paisley Underground, la band californiana ha concepito otto brani che si riallacciano direttamente al passato ma che da esso in qualche misura si affrancano; non una pedissequa rilettura di antichi stilemi, insomma, ma un recupero motivato e abbastanza ispirato di un approccio energico/visionario che rimanda al miglior r’n’r di scuola psichedelica, sviluppato in un sound ora più saturo e nervoso, ora più morbido e avvolgente. Continua a leggere

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