Articoli con tag: folk e dintorni

Thin White Rope (1985-1992)

Frugo l’archivio digitale e cartaceo in caccia di materiale riguardante i Thin White Rope e dopo parecchie peripezie ne estraggo quattro recensioni di album veri e propri (manca all’appello solo il secondo, Moonhead), due di uscite per così dire secondarie formato mini-LP (manca Red Sun, del 1988) e uno dei due postumi più importanti (l’altro è il live The One That Got Away del 1992, che avrei giurato di aver trattato da qualche parte ma vai a capire se e dove). Un gran bel bottino, nel quale rilevo una scrittura spesso più fantasiosa e visionaria rispetto ai miei standard (no, non mi drogavo; i Thin White Rope bastavano eccome a far viaggiare), che dimostra quanto grande fosse il mio amore, in tempo reale, per questa band straordinaria della quale chi c’era si ricorda ma che è purtroppo ignota a quasi tutti quelli che non c’erano.

Exploring The Axis
(Frontier)
Nelle cerchie di appassionati di rock underground il nome Thin White Rope è noto già da parecchio tempo, nonostante il debutto discografico del complesso californiano sia avvenuto solo ora; la nutrita produzione di esaltanti demo-tape e la pubblicità fatta al gruppo da qualche eminente personalità della scena americana (il produttore Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, ad esempio), hanno fatto sì che il primo vinile del quartetto divenisse uno dei lavori più attesi del 1985, almeno per coloro che nella musica cercano freschezza, ispirazione e passione. E i Thin White Rope, figli dei deserti assolati di giorno ed incredibilmente scuri dopo il tramonto, non hanno davvero deluso le aspettative di chi li considerava una grande promessa: Exploring The Axis, ottimamente prodotto da Jeff Eyrich (Plimsouls, Gun Club), è un esordio di rara bellezza, di quelli che conquistano dal primo ascolto stupendo solco dopo solco con la loro verve e il loro fascino.
Sotto il profilo sonoro, siamo di fronte a una raccolta di canzoni non eccessivamente elaborate, di più o meno vaga derivazione country ma di solida impostazione rock’n’roll; sono canzoni sinuose, avvolgenti, valorizzate da una chitarra a tratti acida e a tratti limpida alla quale si contrappone il canto pacato, armonioso e “strascicato” di Guy Kyser, mente compositiva e leader della band oltre che probabile ammiratore di Roger McGuinn. I suoi brani sono fra i più evocativi dell’attuale panorama rock e l’uno dopo l’altro, senza neppure bisogno di particolare concentrazione. ammaliano e magnetizzano, proiettano visioni, luci e colori di terre solitarie, di natura selvaggia, di ricordi ancestrali ai quali è dolcissimo abbandonarsi. Non si tratta, comunque, di sterile fuga di sapore allucinogeno, ma di un modo concreto e reale di vivere emozioni sopite, confondendo il vecchio West con il nuovo ma non dimenticando come, in questi mondi paralleli, la vita vada a braccetto con la morte, l’estasi delle lande si mescoli con la possibile disidratazione e l’incanto de1l’avventura giochi una interminabile partita a poker con le pallottole vaganti. Continua a leggere

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Mark Lanegan (1998-2001)

Pur avendo scritto un sacco di volte degli Screaming Trees, ho cominciato a recensire il Mark Lanegan solista solo a partire dal terzo album. Mi sono poi abbastanza rifatto, occupandomi di sei degli otto pubblicati a suo nome fino al 2017, nonché del primo dei tre frutto della “strana” collaborazione con Isobel Campbell. Rimandando a qui per Blues Funeral (2012), Imitations (2013) e Phantom Radio (2014), ripropongo ora le mie considerazioni in tempo reale per il formidabile terzetto composto da Scraps At Midnight, I’ll Take Care Of You e Field Songs.

Scraps At Midnight
(Sub Pop)
Come i precedenti The Winding Sheet (1990) e Whiskey For The Holy Ghost (1993), anche il terzo album da solista di Mark Lanegan – voce di quell’autentica forza della natura chiamata Screaming Trees – ha ottenuto solo (pur ampi) consensi di culto. Un fatto più che comprensibile per un disco lontano anni luce da qualsivoglia tendenza alla moda, che viaggia sui binari di un rock sommesso ed evocativo, costruito su schemi elettroacustici sui quali gravano influenze importanti: innanzitutto il blues, da sempre fulcro dell’ispirazione del cantante (e chitarrista) americano, e poi le ballate intimiste e crepuscolari di autentici maestri quali Leonard Cohen, Neil Young, David Crosby e Nick Cave. Continua a leggere

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Giant Sand (1985-1986)

Carta canta e dunque posso affermarlo senza alcun timore di smentita: ho amato i Giant Sand dall’inizio. Ho perso solo la primissima fasea nome Giant Sandworms, iper-underground e all’insegna di un sound comunque diverso, e vado tra l’altro molto fiero di avere direttamente contribuito all’abnorme discografia della band americana allegandone un CD dal vivo a un numero del “mio” Mucchio Extra. A livello di scritti su di essa sono però stato piuttosto incostante, tanto che la sola sequenza significativa di recensioni – in un quadro che curiosamente non comprende né monografie, né interviste – è quella relativa ai primi due 33 giri, rispettivamente di trentatré e trentadue anni fa. Dischi assolutamente degni di (ri)scoperta, nel caso qualcuno nutra qualche dubbio.

Valley Of Rain
(Black Sand/Enigma)
Compatta e inarrestabile,la provincia americana continua a sfornare band su band, lanciandole sul mercato grazie all’appoggio di alcune piccole/grandi etichette; peccato solo che in Europa tali prodotti giungano a prezzi proibitivi, impedendo in tal modo una loro più consistente affermazione di vendita e una loro adeguata valorizzazione presso i numerosi appassionati di nuovo rock. Continua a leggere

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Marco Rovelli

Il panorama musicale italiano, storico e attuale, non manca certo di segreti fin troppo ben riposti, ovvero artisti che non cercano il successo nei canali standard (e se anche lo facessero, difficilmente centrerebbero il bersaglio, in quanto incapaci di ammicare in alcun modo al mercato) ma si muovono in contesti più o meno di nicchia, seguendo percorsi espressivi di tipo intellettual-culturale che molto spesso si nutrono di contaminazioni con altro, dalla scrittura al teatro. Tra costoro – un altro paio di esempi: Stefano Giaccone e Lalli – c’è senza dubbio Marco Rovelli, che tra mille attività “alte” (per farsene un’idea basta leggere la sua scheda su Wikipedia) ha pure messo in fila una non lunga ma significativa serie di dischi, due come cantante e autore del collettivo Les Anarchistes e altri tre da solista.
Mi fa grande piacere recuperare qui le mie recensioni dei primi quattro, aggiungendo che il quinto – uscito da pochi mesi – è un’altra
operazione di grande spessore: si intitola
Bella una serpe con le spoglie d’oro, è stato edito (nel formato libro/CD abituale per l’etichetta) dalla Squilibri ed è un omaggio a Caterina Bueno, ricercatrice e cantante toscana – dunque, conterranea di Rovelli – ben nota a chiunque sia interessato alla nostra musica popolare.

 

Les Anarchistes
Figli di origine oscura
(Storie di Note)
Les Anarchistes è una formazione toscana di ben otto elementi il cui album autoprodotto dello scorso anno è stato insignito del Premio Ciampi nella categoria “miglior debutto”. Riedito da un paio di settimane dalla Storie di Note, Figli di origine oscura è il risultato di un progetto davvero singolare e intrigante, dove vecchi canti di lotta e riletture d’autore (spiccano gli adattamenti di tre pezzi di Leo Ferrè) acquistano nuova vita attraverso l’interazione tra sonorità folk a 360°, rock meticcio, jazz mutante e tecnologia; il tutto all’insegna di una curiosa – e prodigiosa – contaminazione acustico-elettronica nella quale le matrici popolaresche e una creatività decisamente estrosa – attribuibile per lo più, ma non solo, ai leader Nicola Toscano e Max Guerrero, rispettivamente chitarrista e tastierista/programmatore – trovano sviluppo in soluzioni che lasciano trasparire un forte amore per la teatralità. La presenza in qualità di ospiti (libertari, come da note) di Raiz degli Almamegretta, di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon e del celebre fisarmonicista Antonello Salis sono il valore aggiunto di un disco particolare e a tratti anche un po’ ostico, capace comunque di coniugare brillantemente estetica, etica e sostanza poetica e musicale. Cultura, insomma, figlia soprattutto della strada, del sentimento e della lezione della storia; quanto basta per farne un titolo senza dubbio da conoscere, anche se per amarlo occorre magari possedere una sensibilità non tanto comune. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.522 del 25 febbraio 2003 Continua a leggere

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Jonathan Wilson (2013)

Jonathan Wilson non pubblica album dal 2013 e dunque questo Fanfare – naturalmente non contando l’EP Slide Bay del 2014 – è ancora il suo ultimo lavoro propriamente detto. Per ora non si parla di un terzo capitolo (il primo era stato, nel 2011, Gentle Spirit) ed è davvero un peccato. Benché non ci siano agganci con l’attualità, ne ripropongo la recensione, ricordando anche che il disco figurava nella mia playlist personale del suo anno di uscita.

Fanfare
(Bella Union)
Jonathan Wilson non ha legami di parentela con Steven Wilson, mente dei Porcupine Tree (e di vari altri progetti) nonché produttore/ingegnere del suono rinomato per i suoi restauri d’autore (King Crimson, Jethro Tull, XTC), ma nonostante le profonde diversità di stile e approccio potrebbero essere in qualche modo considerati “fratelli di musica”. Certo, Jonathan – di sette anni più giovane, trentanove contro quarantasei – è americano e non inglese e si sente, ma le affinità ideali ci sono eccome. Prendete ad esempio la copertina di questo suo secondo album, che arriva due anni dopo l’apprezzatissimo Gentle Spirit, e provate a negare che la sua esplicita citazione di una cosina da nulla come la “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina – ci sarà di mezzo l’ironia, ok, ma… – non sia una trovata “alla Steven”. Continua a leggere

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Manu Chao (1998-2002)

All’inizio del 2017, a mo’ di probabile anticipazione di un nuovo disco, José-Manuel Thomas Arthur Chao ha diffuso in Rete tre canzoni inedite, le prime a distanza di dieci anni da quello che rimane ancora il suo ultimo album di studio, La radiolina. Nonostante la sua costante attività dal vivo in tutto il mondo, la popolarità dell’ex frontman dei Mano Negra (ma nel suo curriculum ci sono esperienze precedenti, delle quali si può leggere qui) sembra essere di gran lunga minore di quella conquistata a cavallo tra gli anni ’90 e ’00, quando il musicista francese era sempre illuminato dai riflettori. I miei scritti qui recuperati sono relativi a quel periodo.

Clandestino
(Virgin)
Tre anni dopo lo scioglimento dei suoi Manu Negra, Manu Chao debutta in proprio con un album che, lentamente, diviene un successo da svariati milioni di copie, soprattutto grazie alle vendite in Europa e nei paesi latini. Netto lo stacco stilistico dalla vecchia band: il rock più o meno d’assalto ha lasciato il posto a sonorità elettroacustiche morbidamente ipnotiche e imbevute di umori per lo più centro/sudamericani, a testi – domina lo spagnolo – interpretati con toni cantilenanti e malinconici, ad atmosfere il cui intimismo non stride con il (forte) messaggio sociale rimarcato dal titolo. Nel 2001, Proxima Estacion: Esperanza replicherà la formula con pari ispirazione e in modo anche più persuasivo per il grande pubblico (si pensi al singolo-tormentone Me gustas tu), ma il Manu Chao più autentico è in queste canzoni lievi eppure profonde.
Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali (Giunti, 2012) Continua a leggere

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Pentangle (1968-1972)

Legittimo credere che per un primo approccio alla band il cofanetto in questione potrebbe essere ritenuto eccessivo, ma quanti possedessero solo uno/due titoli e meditassero di completare la discografia dovrebbero valutare l’opzione. Il prezzo non è da svendita, ma è senza dubbio adeguato al valore dell’oggetto.

The Albums (Cherry Red)
Una storia estremamente ricca di fascino, quella che nella seconda metà degli anni ‘60 coinvolse tanti musicisti delle isole britanniche in uno spontaneo progetto di recupero e rinnovamento delle loro radici folk. Le contaminazioni con altri generi (la musica tradizionale americana, il jazz, la canzone d’autore, la psichedelia, il progressive…), assieme all’elettrificazione degli strumenti un tempo rigorosamente acustici, generarono ibridi fantasiosi e spesso brillanti, rimasti in molti casi nell’ombra (e, quindi, consegnati al culto di pochi, autentici appassionati) ma a volte finiti sotto le luci dei riflettori e consacrati nel più ampio e visibile circuito rock-pop e non solo in ambito folk. E nell’elenco delle stelle, accanto a Incredible String Band, Fairport Convention e Steeleye Span, è inevitabile fare il nome dei Pentangle, che nel 2017 hanno raggiunto il mezzo secolo di (pur irregolare) attività. Continua a leggere

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Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Ralph McTell (1967-1970)

Più passa il tempo, e più mi convinco che il formato CD sia perfetto per operazioni antologiche come questa, dedicata a un maestro assoluto del british folk. Quattro album storici (e splendidi) in due compact, libretto informativo, prezzo più che invitante, suono limpido e privo di tutti i crepitii e i disturbi da usura che purtroppo flagellano i vinili, specie quando la musica è pacata e rarefatta.

All Things Change
(Cherry Tree)
Detto che la qualità degli oltre venti album di studio da lui messi in fila in mezzo secolo di uscite discografiche scende di rado sotto il “buono”, i numerosi cultori del british folk “moderno” – quello affacciatosi alla ribalta nei Sixties e più o meno vicino all’universo rock – sono pressoché concordi nel collocare al vertice della produzione di Ralph McTell, che del genere è uno dei padri, i quattro usciti fra il 1968 e il 1970 per l’etichetta-culto Transatlantic: Eight Frames A Second, Spiral Staircase, My Side Of Your Window e quell’ancor più notevole Revisited assemblato solo con reincisioni o remix di brani in origine pubblicati nei tre precedenti. Continua a leggere

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Father John Misty

Poiché in questi ultimi giorni si sta parlando parecchio del ritorno dei Fleet Foxes, mi va di riportare l’attenzione sul nuovo disco – uscito qualche mese fa – di quel Josh Tillman che della band americana fu, per un certo periodo, uno dei cardini. Non proprio tutte le recensioni che mi è capitato di leggere tendevano all’entusiastico, ma per come la vedo io è un lavoro che merita, sotto più di un profilo.

Pure Comedy
(Bella Union)
Molti conoscono Joshua Tillman per via dei trascorsi come batterista/arrangiatore dei Fleet Foxes di Helplessness Blues, lasciati poco dopo per un percorso da solista avviato con la sua identità anagrafica già dall’inizio del decennio scorso; da allora, senza disdegnare contribuiti a dischi di colleghi anche impensabili (Kid Cudi, Avalanches, persino Lady Gaga e Beyoncé), opera per lo più dietro lo pseudonimo Father John Misty, pubblicando per la Sub Pop nei natii USA e per la Bella Union in Europa.
Pure Comedy, tredici brani per un’ora e un quarto di musica, segue Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (2015), ribadendo il grande feeling del cantante, chitarrista e compositore con quelle sonorità di gusto ‘70 nelle quali una scrittura di scuola folk-rock si lega a trame raffinate ma non ridondanti di corde, archi, fiati, tasti e pelli per accompagnare un canto limpido e fortemente evocativo, posto al servizio di testi “alti” sia nella sostanza, sia nella poetica. Coproduce come sempre Jonathan Wilson, ma la psichedelia è molto sullo sfondo; in primo piano, invece, si ergono melodie seducenti e atmosfere suggestive che avvolgono e cullano dolcemente, il tutto tra marcate fragranze West Coast e fascinosi echi di un passato che, nonostante le apparenze, ha il gusto autorevole della classicità e non quello un po’ stantio del revival.
Tratto da Classic Rock n.53 dell’aprile 2017

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Folk britannico, 1967-1972

Da vari decenni coltivo una passione segreta (nel senso che non l’ho quasi mai manifestata con articoli: una questione privata, insomma) per il folk-rock britannico a cavallo fra ’60 e ’70. Illo tempore, coltivarla era parecchio complicato perché tanti dischi erano molto rari, ma l’uscita di ristampe su ristampe mi ha via via consentito di farmi una discreta cultura. Se siete più o meno a digiuno dell’argomento ma ne siete istintivamente intrigati, procuratevi questo cofanetto economico e illuminante: non è la Bibbia, ma è senz’altro un eccezionale punto di partenza.

Grazie ai tanti recuperi dagli archivi dell’ultimo paio di decenni, il folk britannico degli anni fra i ’60 e i ’70 ha smesso di essere, com’è lungamente stato, una questione per pochi (e facoltosi) adepti-collezionisti. Pur rimanendo di culto, i nomi di esponenti della scena quali Anne Briggs, Comus, Shelagh McDonald, Bridget St. John o Vashti Bunyan hanno certo ottenuto un pizzico di popolarità anche presso i normali appassionati, quelli che conoscevano solo Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band e Steeleye Span, più – talvolta – i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan, i Trees, i Dando Shaft, il primo Kevin Coyne. Continua a leggere

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Addio, Robert (Fisher)

Nonostante le ricerche, non sono riuscito a scoprire quanti anni avesse Robert Fisher, mente e anima dei Willard Grant Conspiracy. Comunque, suppongo, non molti più di me. Non è importante, però; a esserlo, tristemente, è invece la sua scomparsa, dopo una lunga lotta contro il cancro, lo scorso 12 febbraio. A testimonianza delle sue capacità artistiche e della sua sensibilità rimangono numerosi dischi che sono di norma classificati – riduttivamente, ma appropriatamente – come alt-country, i migliori dei quali sono forse Flying Low, Mojave, Everything’s Fine e Regard The End. Era una bella persona, Robert, come ebbi occasione di verificare attraverso vari scambi di e-mail e un paio di incontri che avemmo fra il 2003 e il 2004; ovvero, quando mi concesse la possibilità di allegare al n.15 del Mucchio Extra un CD dal vivo della sua band, inciso all’Harmonie di Bonn, Germania, il 25 marzo del 2004. In quell’occasione mi inviò anche le “note di copertina” dell’album. che decidemmo di intitolare At Rockpalast-Crossroads; e sono proprio le sue parole che ho voluto riproporre qui per ricordarlo. Addio, Robert, e grazie ancora di tutto.
fisher-wgc-foto-110 luglio 2004, Antelope Valley, California
Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa a proposito di un concerto dei Willard Grant Conspiracy. Non avendone mai visto uno dalla prospettiva del pubblico, sono la persona meno indicata per farlo. Quindi cercherò di raccontarvi qualche impressione della serata in cui questo CD è stato registrato osservata dalla mia parte del palco. La sera dell’esibizione al Club Harmonie di Bonn, ho sognato che l’Olanda era stata invasa da un enorme numero di cavalli neri. Gli animali erano determinati a causare un putiferio dovunque fosse possibile e decisero di sdraiarsi per terra su tutti gli svincoli a sinistra delle strade dell’intero Paese. Nulla poteva muoverli. La brava gente olandese fu costretta a un dibattimento a livello nazionale per stabilire il modo più efficace e umano di sbarazzarsi di questi cavalli. Credo che gli animali avessero disposto la pur tardiva protesta per essere stati rimpiazzati come principale mezzo di trasporto oltre un secolo fa. Ai cavalli occorre un po’ di tempo per organizzare una risposta, ma quando lo fanno ciò avviene secondo modalità “da grandi cavalli”. Anche solo per questo motivo, non posso dimenticarmi di quella sera. Continua a leggere

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Tracy Chapman (1988)

Possibile che chi al tempo non c’era penserà “Tracy… chi?”, ma fidatevi: quando questo disco vide la luce, nel lontano 1988, se ne parlò tantissimo, e per parecchio il nome della Chapman rimase molto gettonato. Essendo un album anche ben suonante, nei primi anni Novanta lo trattai in “Audiophile Recordings”, la rubrica di “AudioReview” che contemplava un’analisi di taglio tecnico oltre che storico-artistico; è l’ultimo recupero della miniserie di cinque, dopo quelli di Ozric Tentacles (Erpland), XTC (English Settlement), This Mortal Coil (Filigree & Shadow) e Kraftwerk (The Mix).

chapman-copTracy Chapman
(Elektra)
Appartiene al novero degli esordi che hanno fatto epoca, l’omonimo esordio di Tracy Chapman, per le sue peraltro rimarchevoli qualità intrinseche e per essere stato venduto in ben cinque milioni di esemplari; un risultato sulla carta impensabile per l’allora ventiquattrenne cantautrice di colore, il cui repertorio elettroacustico di matrice squisitamente folk non si distaccava certo da quelli di centinaia di altre interpreti che da anni battevano senza grande successo i club statunitensi. Merito delle ispiratissime canzoni, tanto leggiadre nelle loro asciutte linee melodiche quanto spesso pungenti nei testi? Della splendida voce, grave nella timbrica ma anche estremamente duttile? Dell’immagine schietta, così lontana dagli stereotipi anni ‘80 della star al femminile? Della campagna pubblicitaria allestita per il disco, indicativa della cieca fiducia dei responsabili della Elektra nella loro scoperta? Di sicuro di tutti questi elementi, combinati assieme con un dosaggio casuale e dunque irripetibile; e chi pensava che nel ventesimo secolo non ci fosse spazio per le favole (a lieto fine, è ovvio) non ha potuto far altro che ricredersi. Continua a leggere

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Billy Bragg & Joe Henry

Per poco, quest’album non è entrato nella mia playlist del 2016. Mi fa comunque piacere proporne qui la recensione, perché si tratta di un disco dotato di una bella anima e che ha alle spalle un bel progetto.

bragg-henry-copShine A Light
(Cooking Vinyl)
A dispetto dei natali inglesi, Billy Bragg prova da tempo un notevole interesse per la musica tradizionale americana, con i piccoli/grandi miti che la accompagnano e alimentano; più che eloquente, in tal senso, il progetto Mermaid Avenue da lui allestito alla fine dei ’90 assieme ai Wilco, che portò alla traduzione in canzoni di un’infinità di testi di Woody Guthrie (consigliato il box di tre CD e un DVD, comprensivo di un documentario, che raccoglie tutto il materiale inciso: Mermaid Avenue – The Complete Sessions, Nonesuch 2012). Continua a leggere

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Cass McCombs

A differenza del recente passato, compilare la mia playlist del 2016 è stato più difficile del previsto, per abbondanza e non per carenza di titoli che ritenevo meritevoli. Questo (ennesimo) disco di Cass McCombs, ad esempio, non ce l’ha fatta, ma è stato in lizza fino all’ultimo. Mi sa tanto che, quando a inizio 2017 riporterò qui nel blog la playlist che al momento è reperibile solo sul numero di dicembre di “Blow Up”, ci aggiungerò una manciata di “outtake”.


mccombs-copMangy Love (Anti)
Alla luce del caos iperproduttivo del mercato odierno, che per forza di cose rischia di nascondere più che di mettere davvero in evidenza, non ci sarebbe granché da meravigliarsi se qualcuno, leggendo “Cass McCombs”, pensasse all’ennesimo esordiente di belle speranze ma poi chissà. Sbaglierebbe, però, perché il quasi trentanovenne californiano non solo ha militato in varie band durante i ’90, ma dal 2002 ha avviato una carriera da solista finora testimoniata da otto album compreso quest’ultimo, una bella quantità di singoli ed EP e un’antologia; dischi, meglio sottolinearlo, tutt’altro che poco visibili, essendo stati prodotti da label importanti quali 4AD e Domino. Continua a leggere

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Il Muro del Canto 2013-2016

Sono rimasto abbastanza deluso dal fatto che il terzo album del Il Muro del Canto non sia riuscito a entrare (mi pare di aver capito che sarebbe bastato un solo voto in più) nella cinquina dei dischi che si sono contesi l’ultima Targa Tenco nella categoria “in dialetto”. Sarà per la prossima volta, o almeno spero; recupero intanto una delle recensioni che ho scritto del disco in questione, disco che figura nella mia playlist del 2016 appena uscita su “Blow Up” di dicembre, che sarà proposta qui nel blog a fine anno. E ci aggiungo anche quella del secondo disco apparsa all’epoca su “AudioReview”.

Ancora ridi
(Goodfellas)
Nei ventuno mesi successivi all’uscita del primo album L’ammazzasette, Il Muro del Canto è diventato quasi un’istituzione del panorama musicale (e di costume) capitolino: alcune migliaia di copie vendute, un’infinità di concerti sempre affollati nel Lazio (e con qualche puntata fuori dalla regione), un’esplosione di simpatia se non di autentico amore che ha reso il sestetto elettroacustico – singolare l’organico: chitarra acustica, chitarra elettrica, fisarmonica, basso, batteria essenziale suonata in piedi e voce profonda – un fenomeno che ha tutte le carte in regola per affermarsi a livello nazionale e non solo locale. Continua a leggere

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Michele Gazich

Un bellissimo e atipico disco di canzone d’autore italiana che secondo me meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato molto più di quanto stia accadendo, perché Michele Gazich non è “gggiovane” e “cool” – rimanendo nell’ambito di chi non è ancora “star” – come Calcutta, Thegiornalisti o Pop X, e lo spazio disponibile sui media più o meno generalisti è per loro. Questo, invece, è un album per chi pensa che la musica sia una cosa seria.

gazich-copLa via del sale
(FonoBisanzio)
Michele Gazich è conosciuto principalmente come violinista e “organizzatore di suoni”, in virtù di un’attività in studio e dal vivo che lo ha visto accanto a molti colleghi di area – semplificando al massimo – folk-rock: da Massimo Bubola e Massimo Priviero a Michelle Shocked, Eric Andersen, Victoria Williams, Marc Olson, Mary Gauthier. Continua a leggere

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Ryley Walker

Il precedente album di Ryley Walker, Primrose Green, si era piazzato fra i tre lavori usciti nel 2015 da me maggiormente apprezzati. Quest’anno niente podio, ma fra i “magnifici 15” il nuovo capitolo Golden Sings That Have Been Sung certo non poteva mancare. Anche se, ascoltandolo senza riferimenti, lo si potrebbe scambiare per la ristampa di un disco dei tardi Sixties.

walker-copGolden Sings That
Have Been Sung
(Dead Oceans)
Al terzo atto di una carriera avviata nel 2014 con All Kinds Of You e proseguita lo scorso anno con il magnifico Primrose Green, Ryley Walker si conferma uno dei più ispirati talenti “retromaniaci” emersi da un bel po’ di tempo a questa parte, forte di un sound evocativo e intensissimo che partendo dal folk si apre alla psichedelia, al rock, al jazz inteso più come attitudine che come canone; nessuno stupore, insomma, che il suo nome sia stato spesso accostato a quelli di Tim Buckley, del Van Morrison dei tardi Sixties, di Nick Drake, dei grandi chitarristi della Takoma Records – già, perché il Nostro è pure bravissimo con la sei corde – come Leo Kottke o John Fahey. Continua a leggere

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