Articoli con tag: folk e dintorni

Evan Dando

Chissà perché, dei Lemonheads mi sono occupato sempre pochino, sia quando suonavano hardcore punk, sia nella più pacata fase successiva di band rock/pop sulla cresta dell’onda. Non mi sono però fatto sfuggire la stupenda ristampa di quello che è a tutt’oggi l’unico, vero album da solista del leader della band.

Baby I’m Bored
(Fire)
C’è stato un momento in cui pareva che i Lemonheads, lasciato da parte il punk/hardcore con il quale avevano avviato la loro storia in quel di Boston, Massachusetts (testimoniano i primi tre LP marchiati Taang!), dovessero diventare autentiche star e non, come fu, poco più che meteore. Si era nella prima metà dei ’90 e alla rapida ascesa contribuirono lo spostamento del sound verso un rock-pop ben più accattivante, il contratto con la Atlantic, un’azzeccata cover di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel registrata per promuovere l’uscita in video de Il laureato e l’improvvisa attenzione riservata al frontman Evan Dando, non per le sue doti artistiche (che non mancavano, sia chiaro), ma perché in tanti/tante videro in lui un nuovo sex-symbol. Continua a leggere

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Ralph McTell

Più passa il tempo, e più mi convinco che il formato CD sia perfetto per operazioni antologiche come questa, dedicata a un maestro assoluto del british folk. Quattro album storici (e splendidi) in due compact, libretto informativo, prezzo più che invitante, suono limpido e privo di tutti i crepitii e i disturbi da usura che purtroppo flagellano i vinili, specie quando la musica è pacata e rarefatta.

All Things Change
(Cherry Tree)
Detto che la qualità degli oltre venti album di studio da lui messi in fila in mezzo secolo di uscite discografiche scende di rado sotto il “buono”, i numerosi cultori del british folk “moderno” – quello affacciatosi alla ribalta nei Sixties e più o meno vicino all’universo rock – sono pressoché concordi nel collocare al vertice della produzione di Ralph McTell, che del genere è uno dei padri, i quattro usciti fra il 1968 e il 1970 per l’etichetta-culto Transatlantic: Eight Frames A Second, Spiral Staircase, My Side Of Your Window e quell’ancor più notevole Revisited assemblato solo con reincisioni o remix di brani in origine pubblicati nei tre precedenti. Continua a leggere

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Father John Misty

Poiché in questi ultimi giorni si sta parlando parecchio del ritorno dei Fleet Foxes, mi va di riportare l’attenzione sul nuovo disco – uscito qualche mese fa – di quel Josh Tillman che della band americana fu, per un certo periodo, uno dei cardini. Non proprio tutte le recensioni che mi è capitato di leggere tendevano all’entusiastico, ma per come la vedo io è un lavoro che merita, sotto più di un profilo.

Pure Comedy
(Bella Union)
Molti conoscono Joshua Tillman per via dei trascorsi come batterista/arrangiatore dei Fleet Foxes di Helplessness Blues, lasciati poco dopo per un percorso da solista avviato con la sua identità anagrafica già dall’inizio del decennio scorso; da allora, senza disdegnare contribuiti a dischi di colleghi anche impensabili (Kid Cudi, Avalanches, persino Lady Gaga e Beyoncé), opera per lo più dietro lo pseudonimo Father John Misty, pubblicando per la Sub Pop nei natii USA e per la Bella Union in Europa.
Pure Comedy, tredici brani per un’ora e un quarto di musica, segue Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (2015), ribadendo il grande feeling del cantante, chitarrista e compositore con quelle sonorità di gusto ‘70 nelle quali una scrittura di scuola folk-rock si lega a trame raffinate ma non ridondanti di corde, archi, fiati, tasti e pelli per accompagnare un canto limpido e fortemente evocativo, posto al servizio di testi “alti” sia nella sostanza, sia nella poetica. Coproduce come sempre Jonathan Wilson, ma la psichedelia è molto sullo sfondo; in primo piano, invece, si ergono melodie seducenti e atmosfere suggestive che avvolgono e cullano dolcemente, il tutto tra marcate fragranze West Coast e fascinosi echi di un passato che, nonostante le apparenze, ha il gusto autorevole della classicità e non quello un po’ stantio del revival.
Tratto da Classic Rock n.53 dell’aprile 2017

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Folk britannico, 1967-1972

Da vari decenni coltivo una passione segreta (nel senso che non l’ho quasi mai manifestata con articoli: una questione privata, insomma) per il folk-rock britannico a cavallo fra ’60 e ’70. Illo tempore, coltivarla era parecchio complicato perché tanti dischi erano molto rari, ma l’uscita di ristampe su ristampe mi ha via via consentito di farmi una discreta cultura. Se siete più o meno a digiuno dell’argomento ma ne siete istintivamente intrigati, procuratevi questo cofanetto economico e illuminante: non è la Bibbia, ma è senz’altro un eccezionale punto di partenza.

Grazie ai tanti recuperi dagli archivi dell’ultimo paio di decenni, il folk britannico degli anni fra i ’60 e i ’70 ha smesso di essere, com’è lungamente stato, una questione per pochi (e facoltosi) adepti-collezionisti. Pur rimanendo di culto, i nomi di esponenti della scena quali Anne Briggs, Comus, Shelagh McDonald, Bridget St. John o Vashti Bunyan hanno certo ottenuto un pizzico di popolarità anche presso i normali appassionati, quelli che conoscevano solo Pentangle, Fairport Convention, Incredible String Band e Steeleye Span, più – talvolta – i Tyrannosaurus Rex di Marc Bolan, i Trees, i Dando Shaft, il primo Kevin Coyne. Continua a leggere

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Addio, Robert (Fisher)

Nonostante le ricerche, non sono riuscito a scoprire quanti anni avesse Robert Fisher, mente e anima dei Willard Grant Conspiracy. Comunque, suppongo, non molti più di me. Non è importante, però; a esserlo, tristemente, è invece la sua scomparsa, dopo una lunga lotta contro il cancro, lo scorso 12 febbraio. A testimonianza delle sue capacità artistiche e della sua sensibilità rimangono numerosi dischi che sono di norma classificati – riduttivamente, ma appropriatamente – come alt-country, i migliori dei quali sono forse Flying Low, Mojave, Everything’s Fine e Regard The End. Era una bella persona, Robert, come ebbi occasione di verificare attraverso vari scambi di e-mail e un paio di incontri che avemmo fra il 2003 e il 2004; ovvero, quando mi concesse la possibilità di allegare al n.15 del Mucchio Extra un CD dal vivo della sua band, inciso all’Harmonie di Bonn, Germania, il 25 marzo del 2004. In quell’occasione mi inviò anche le “note di copertina” dell’album. che decidemmo di intitolare At Rockpalast-Crossroads; e sono proprio le sue parole che ho voluto riproporre qui per ricordarlo. Addio, Robert, e grazie ancora di tutto.
fisher-wgc-foto-110 luglio 2004, Antelope Valley, California
Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa a proposito di un concerto dei Willard Grant Conspiracy. Non avendone mai visto uno dalla prospettiva del pubblico, sono la persona meno indicata per farlo. Quindi cercherò di raccontarvi qualche impressione della serata in cui questo CD è stato registrato osservata dalla mia parte del palco. La sera dell’esibizione al Club Harmonie di Bonn, ho sognato che l’Olanda era stata invasa da un enorme numero di cavalli neri. Gli animali erano determinati a causare un putiferio dovunque fosse possibile e decisero di sdraiarsi per terra su tutti gli svincoli a sinistra delle strade dell’intero Paese. Nulla poteva muoverli. La brava gente olandese fu costretta a un dibattimento a livello nazionale per stabilire il modo più efficace e umano di sbarazzarsi di questi cavalli. Credo che gli animali avessero disposto la pur tardiva protesta per essere stati rimpiazzati come principale mezzo di trasporto oltre un secolo fa. Ai cavalli occorre un po’ di tempo per organizzare una risposta, ma quando lo fanno ciò avviene secondo modalità “da grandi cavalli”. Anche solo per questo motivo, non posso dimenticarmi di quella sera. Continua a leggere

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Tracy Chapman

Possibile che chi al tempo non c’era penserà “Tracy… chi?”, ma fidatevi: quando questo disco vide la luce, nel lontano 1988, se ne parlò tantissimo, e per parecchio il nome della Chapman rimase molto gettonato. Essendo un album anche ben suonante, nei primi anni Novanta lo trattai in “Audiophile Recordings”, la rubrica di “AudioReview” che contemplava un’analisi di taglio tecnico oltre che storico-artistico; è l’ultimo recupero della miniserie di cinque, dopo quelli di Ozric Tentacles (Erpland), XTC (English Settlement), This Mortal Coil (Filigree & Shadow) e Kraftwerk (The Mix).

chapman-copTracy Chapman
(Elektra)
Appartiene al novero degli esordi che hanno fatto epoca, l’omonimo esordio di Tracy Chapman, per le sue peraltro rimarchevoli qualità intrinseche e per essere stato venduto in ben cinque milioni di esemplari; un risultato sulla carta impensabile per l’allora ventiquattrenne cantautrice di colore, il cui repertorio elettroacustico di matrice squisitamente folk non si distaccava certo da quelli di centinaia di altre interpreti che da anni battevano senza grande successo i club statunitensi. Merito delle ispiratissime canzoni, tanto leggiadre nelle loro asciutte linee melodiche quanto spesso pungenti nei testi? Della splendida voce, grave nella timbrica ma anche estremamente duttile? Dell’immagine schietta, così lontana dagli stereotipi anni ‘80 della star al femminile? Della campagna pubblicitaria allestita per il disco, indicativa della cieca fiducia dei responsabili della Elektra nella loro scoperta? Di sicuro di tutti questi elementi, combinati assieme con un dosaggio casuale e dunque irripetibile; e chi pensava che nel ventesimo secolo non ci fosse spazio per le favole (a lieto fine, è ovvio) non ha potuto far altro che ricredersi. Continua a leggere

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Billy Bragg & Joe Henry

Per poco, quest’album non è entrato nella mia playlist del 2016. Mi fa comunque piacere proporne qui la recensione, perché si tratta di un disco dotato di una bella anima e che ha alle spalle un bel progetto.

bragg-henry-copShine A Light
(Cooking Vinyl)
A dispetto dei natali inglesi, Billy Bragg prova da tempo un notevole interesse per la musica tradizionale americana, con i piccoli/grandi miti che la accompagnano e alimentano; più che eloquente, in tal senso, il progetto Mermaid Avenue da lui allestito alla fine dei ’90 assieme ai Wilco, che portò alla traduzione in canzoni di un’infinità di testi di Woody Guthrie (consigliato il box di tre CD e un DVD, comprensivo di un documentario, che raccoglie tutto il materiale inciso: Mermaid Avenue – The Complete Sessions, Nonesuch 2012). Continua a leggere

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Cass McCombs

A differenza del recente passato, compilare la mia playlist del 2016 è stato più difficile del previsto, per abbondanza e non per carenza di titoli che ritenevo meritevoli. Questo (ennesimo) disco di Cass McCombs, ad esempio, non ce l’ha fatta, ma è stato in lizza fino all’ultimo. Mi sa tanto che, quando a inizio 2017 riporterò qui nel blog la playlist che al momento è reperibile solo sul numero di dicembre di “Blow Up”, ci aggiungerò una manciata di “outtake”.


mccombs-copMangy Love (Anti)
Alla luce del caos iperproduttivo del mercato odierno, che per forza di cose rischia di nascondere più che di mettere davvero in evidenza, non ci sarebbe granché da meravigliarsi se qualcuno, leggendo “Cass McCombs”, pensasse all’ennesimo esordiente di belle speranze ma poi chissà. Sbaglierebbe, però, perché il quasi trentanovenne californiano non solo ha militato in varie band durante i ’90, ma dal 2002 ha avviato una carriera da solista finora testimoniata da otto album compreso quest’ultimo, una bella quantità di singoli ed EP e un’antologia; dischi, meglio sottolinearlo, tutt’altro che poco visibili, essendo stati prodotti da label importanti quali 4AD e Domino. Continua a leggere

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Il Muro del Canto

Sono rimasto abbastanza deluso dal fatto che il terzo album del Il Muro del Canto non sia riuscito a entrare (mi pare di aver capito che sarebbe bastato un solo voto in più) nella cinquina dei dischi che si sono contesi l’ultima Targa Tenco nella categoria “in dialetto”. Sarà per la prossima volta, o almeno spero; recupero intanto una delle recensioni che ho scritto del disco in questione, disco che figura nella mia playlist del 2016 appena uscita su “Blow Up” di dicembre, che sarà proposta qui nel blog a fine anno.

il-muro-del-canto-copFiore de niente
(Goodfellas)
Minimi dubbi (anzi, nessuno) che lo stile de Il Muro del Canto, come più o meno tutti quelli legati al folk, mal si presti a radicali “evoluzioni”. I suoi requisiti di base, dall’equilibratissimo impianto strumentale elettroacustico all’inconfondibile voce grave del frontman Daniele Coccia, non potrebbero divergere più di tanto dalla strada finora battuta senza sacrificare quelle che della band capitolina sono la forza e l’essenza; ovvero, una formula che profuma di classico ma che è a tutti gli effetti personale e nuova, capace di recuperare ed esaltare attraverso musiche e testi intensi, solenni e quantomai suggestivi nel loro incontro di ombre e luci, la bellezza della poetica romana e romanesca. Continua a leggere

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Michele Gazich

Un bellissimo e atipico disco di canzone d’autore italiana che secondo me meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato molto più di quanto stia accadendo, perché Michele Gazich non è “gggiovane” e “cool” – rimanendo nell’ambito di chi non è ancora “star” – come Calcutta, Thegiornalisti o Pop X, e lo spazio disponibile sui media più o meno generalisti è per loro. Questo, invece, è un album per chi pensa che la musica sia una cosa seria.

gazich-copLa via del sale
(FonoBisanzio)
Michele Gazich è conosciuto principalmente come violinista e “organizzatore di suoni”, in virtù di un’attività in studio e dal vivo che lo ha visto accanto a molti colleghi di area – semplificando al massimo – folk-rock: da Massimo Bubola e Massimo Priviero a Michelle Shocked, Eric Andersen, Victoria Williams, Marc Olson, Mary Gauthier. Continua a leggere

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Ryley Walker

Il precedente album di Ryley Walker, Primrose Green, si era piazzato fra i tre lavori usciti nel 2015 da me maggiormente apprezzati. Quest’anno niente podio, ma fra i “magnifici 15” il nuovo capitolo Golden Sings That Have Been Sung certo non poteva mancare. Anche se, ascoltandolo senza riferimenti, lo si potrebbe scambiare per la ristampa di un disco dei tardi Sixties.

walker-copGolden Sings That
Have Been Sung
(Dead Oceans)
Al terzo atto di una carriera avviata nel 2014 con All Kinds Of You e proseguita lo scorso anno con il magnifico Primrose Green, Ryley Walker si conferma uno dei più ispirati talenti “retromaniaci” emersi da un bel po’ di tempo a questa parte, forte di un sound evocativo e intensissimo che partendo dal folk si apre alla psichedelia, al rock, al jazz inteso più come attitudine che come canone; nessuno stupore, insomma, che il suo nome sia stato spesso accostato a quelli di Tim Buckley, del Van Morrison dei tardi Sixties, di Nick Drake, dei grandi chitarristi della Takoma Records – già, perché il Nostro è pure bravissimo con la sei corde – come Leo Kottke o John Fahey. Continua a leggere

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Bombino

Di sicuro fra i miei album preferiti di questo 2016. Sono ormai passati vari anni dal primo manifestarsi anche in Europa del cosiddetto desert blues, e il fenomeno non ha ancora stancato… o, quantomeno, non ha ancora stancato me; ed è difficile che lo faccia, finché continueranno a uscire dischi di questo livello.

bombino-copAzel (Partisan)
Sono parecchi anni che le musiche generate dall’incontro tra il folk del Sahara e il rock ottengono spazio presso i media occidentali, purtroppo – ma, sotto un altro aspetto, non è un male – in parallelo alle cronache delle tensioni e dei conflitti che flagellano le terre fra Algeria, Mali e Niger. Dell’ultimo è nativo Bombino, per l’anagrafe Omara Moctar, ormai principale “ambasciatore” – alla pari dei Tinariwen – del sound, della filosofia di vita e delle istanze del suo popolo; Nomad, l’album del 2013 prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, ha raccolto consensi ben oltre il circuito della world, rendendo abbastanza noto anche dalle nostre parti (si è esibito alla Notte della Taranta, ha lavorato con Jovanotti…) questo artista che, oltre a cantare con un approccio fra lo ieratico e il sanguigno, sa maneggiare con straordinaria perizia le sei corde, rendendo omaggio alle sue radici ma non nascondendo l’ammirazione per Jimi Hendrix, Carlos Santana e Mark Knopfler. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Okkervil River

La prossima settimana uscirà il nuovo album degli Okkervil River, Away, ed è una buona notizia. Quanto era bello, però, Black Sheep Boy, del quale all’inizio di quest’anno è stata approntata una versione estesa per il decennale? Di questa ho avuto occasione di scrivere, ed ecco qui. Per chi fosse interessato, nel blog c’è pure un’intervista al leader Will Sheff, realizzata all’epoca del sodalizio che il gruppo texano strinse con Roky Erickson.

Okkervil River copBlack Sheep Boy
(Anniversary Edition)
(Jagjaguwar)
Non è un mistero che Black Sheep Boy sia l’articolo più apprezzato del catalogo Okkervil River, il primo album da procurarsi volendo fare la conoscenza con la band texana. Nessuno stupore, quindi, che per il decennale dell’uscita (paraltro caduto nell’aprile del 2015, ma sono sottigliezze) ne sia stata approntata una versione tripla – sia in CD, sia in vinile, con copertine diverse – che comprende l’originale del 2005, il mini di reincisioni e outtake che lo seguì di sette mesi (Black Sheep Boy Appendix) e There Swims A Swan, antologia di cover di “vecchi e nuovi tradizionali” registrate nel gennaio 2004 e rimaste finora inedite, più un libretto di trentadue pagine con le note quasi maniacali del leader Will Sheff. Continua a leggere

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Tom Morello

La “serie” della quale parlavo a proposito di Dave Navarro prosegue con Tom Morello dei Rage Against The Machine. Questi i due album usciti (più o meno) a suo nome.

Nightwatchman copThe Nightwatchman
One Man Revolution (Epic)
Dopo circa quattro anni di concerti più o meno saltuari, Tom Morello ha finalmente immortalato su disco i frutti della sua attività da solista acustico come The Nightwatchman: un’esigenza, quella di staccare la spina e mettersi “a nudo”, che dopo le sovversioni metal-rap dei Rage Against The Machine e il classicismo hard rock degli Audioslave appare del tutto comprensibile. Continua a leggere

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Tim Hardin

Non è del tutto priva di (pur piccoli) rimpianti, la mia carriera giornalistica; ad esempio, l’aver quasi del tutto rinunciato, per buoni venti/venticinque anni, di scrivere di artisti del passato. Preferivo occuparmi di quello che accadeva in tempo reale, invece di dedicarmi a recuperi di musiche che pure conoscevo, ascoltavo e apprezzavo, e ciò mi ha anche, in minima parte, penalizzato: c’era chi mi vedeva solo come paladino del “nuovo” e non mi reputava credibile come cronista di vicende più o meno antiche. Da un tot, però, la situazione è in buona parte cambiata, come provano anche i ripescaggi qui sul blog; aggiungo quindi con piacere questa recensioncina di un decennio fa, a proposito di uno splendido disco di uno dei tanti eroi di culto del folk-rock dei Sixties.

Hardin cop3 – Live In Concert
(Lilith)
Trentotto anni dopo l’uscita originaria, riappare per la seconda volta in CD grazie alla fantomatica etichetta “russa” Lilith (con note in caratteri cirillici) il terzo album di Tim Hardin, inciso dal vivo alla Town Hall di New York nell’aprile 1968 e qui arricchito di quattro tracce rimaste fuori dal vecchio vinile Verve/Forecast. Continua a leggere

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Woody Guthrie

Il 14 luglio del 1912 nasceva il “papà” di un numero quasi infinito di musicisti che tutti noi amiamo. Lo ricordo con la recensione di un bel libro, ancora in catalogo e per di più in collana economica. Da conoscere.

Guthrie libro copLe canzoni
di Maurizio Bettelli
(Feltrinelli)
In netto contrasto con la consuetudine che lo vuole spessissimo citato e magnificato, Woody Guthrie è in realtà ben poco noto. Certo, chiunque ha consapevolezza del ruolo fondamentale da lui rivestito nell’epepea della musica popolare americana, tanti lo hanno inquadrato grazie a “eredi” quali Bob Dylan, Bruce Sprigsteen, Clash e Billy Bragg, altri ricordano la sua equazione chitarra = macchina ammazzafascisti e taluni ne hanno addirittura ascoltato qualche brano non sotto forma di cover, ma è sensato ritenere che la conoscenza (pur relativamente) approfondita del suo percorso umano e artistico sia appannaggio di pochi cultori del folk e della cultura d’oltreoceano. Continua a leggere

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Stan Ridgway

Ridgway fotoOgni tanto accadono cose belle, e magari tanto inattese da risultare persino spiazzanti. Ad esempio, è notizia di oggi del Premio Tenco 2016 conferito a Stan Ridgway, che gli sarà consegnato durante la quarantesima edizione della “Rassegna della canzone d’autore”, in programma dal 20 al 22 ottobre al Teatro Ariston di Sanremo (gli altri due premiati sono Otello Profazio e Sergio Staino). Pur coltivando rapporti antichi e saldi con il Club Tenco e in particolare con il suo Comandante Enrico De Angelis, non ne sapevo nulla, né mai avrei immaginato una simile scelta, visto che Ridgway è da un bel po’ una figura molto più di nicchia di quanto non fosse negli anni ’80; però, ecco, i riconoscimenti servono anche per accendere qualche riflettore su artisti meritevoli a prescindere da ciò che raccolgono a livello commerciale… e, allora, non posso che applaudire la decisione del Club, che mi ha oltretutto concesso l’onore di essere l’addetto alla consegna del Premio al songwriter, cantante, musicista e scrittore californiano.
Mi imbattei per la prima volta in Stan nel 1980, comprando (al Disco d’Oro di Bologna, lo ricordo bene) l’omonimo mini-LP di debutto dei suoi Wall Of Voodoo, e da quel giorno non l’ho mai abbandonato. L’ho incontrato varie volte (ma, molto curiosamente, mai intervistato), ne ho scritto spessissimo, sono stato il primo in Italia a concedergli una copertina (Velvet n.8, del maggio 1989), ho persino allegato un suo bellissimo CD dal vivo a un numero del Mucchio Extra, il suo esordio da solista The Big Heat (del 1986) è uno dei dieci album della mia vita, e recensendolo in tempo reale scrissi pure che al mio funerale (laico, a scanso di equivoci) avrei voluto che fosse suonata la sua Camouflage (e lo confermo: prima quel brano, poi un concerto de Il Muro del Canto). Devo continuare? Direi che non c’è bisogno. Ma aggiungere una recensione – per essere precisi, di quello che a tutt’oggi è ancora l’ultimo album propriamente detto del Nostro, Neon Mirage del 2010 – mi sembra come minimo doveroso.

Ridgway copNeon Mirage (A 440)
Magari ci avranno fatto caso in pochi, ma in questo 2010 Stan Ridgway ha raggiunto il traguardo del trentennale di attività discografica “da titolare”: prima con i Wall Of Voodoo dei quali era coautore e frontman, che esordirono appunto nel 1980 con un omonimo mini-LP recensito entusiasticamente anche sulle nostre pagine, e a partire da metà ‘80 con una notevole carriera solistica. Continua a leggere

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