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Elli De Mon (2021)

Elli De Mon foto 3

Dopo le esperienze con varie band, da circa otto anni Elli De Mon – Elisa De Munari per l’anagrafe – porta avanti con riscontri significativi una carriera davvero in solitaria sotto il segno del più puro blues. In discografia, un 45 giri, un EP, un CD “split” con Diego DeadMan Potron e gli album Elli De Mon (2014), II (2015), Songs Of Mercy And Desire (2018) e, da pochi mesi, Countin’ The Blues (Queens Of The 1920’s), seguito musicale al suo libro omonimo del 2020 dedicato alle intrepide signore del blues anni ’20: dieci adattamenti (uno in meno nel CD) “in chiave rock” di brani più o meno oscuri proposti illo tempore da eroine quali Bessie Smith, Memphis Minnie, Elizabeth Cotten o Ma Rainey tra incisive saturazioni chitarristiche, batteria essenziale ma vigorosa, guizzante lap steel, inserti di sitar e dilruba e canto magneticamente evocativo. Ecco la versione integrale dell’intervista che le ho fatto per il numero di Classic Rock dello scorso settembre.

La tua folgorazione per il blues in un flash.
Guardando a posteriori i miei ascolti di adolescente e di adulta, direi che il blues – nel senso più ampio del termine – è il comune denominatore di tutti gli artisti ai quali sono affezionata, dai White Stripes a PJ Harvey. Se però parliamo di epifanie, sono due: un concerto di Jack Rose, di una quindicina di anni fa, un uomo solo e la magia della sua chitarra. Attraverso di lui ho capito l’accordatura aperta, il fingerpicking e il valore del silenzio. Quella sera disse poche parole, ma i suoi silenzi parlavano… il modo in cui dava respiro alle note, alle pause. Quella notte io e miei coinquilini lo ospitammo e gli chiesi da dove nascesse quel modo, quell’esigenza di suonare, e lui semplicemente mi rispose “il blues”. Da lì ho cominciato a cercare… e si arriva al secondo episodio, ossia Il giorno in cui ho posato sul piatto un disco di Fred McDowell. Appena la sua musica è uscita dalle casse è stato come se il cerchio si chiudesse e tutto acquisiva un senso. Era come se avessi trovato l’origine del tutto.
Perché la formula della “one-woman band”? Eri rimasta in qualche modo delusa dalle tue precedenti esperienze come componente di una band?
Sono un lupo solitario e una persona pragmatica, e nei gruppi in cui ho suonato la presenza di altri comportava un continuo scendere a compromessi. Un mio difetto è di essere intransigente, almeno per quanto riguarda il lato artistico della mia vita: non c’è verso di farmi fare una cosa che non mi va. Credo dipenda dal fatto che, proprio per conservare una certa libertà di pensiero ho scelto di avere un lavoro fisso che mi garantisca una certa autonomia nella quotidianità. Di conseguenza non sono obbligata a fare scelte artistiche che non giudico autentiche perché, altrimenti, non potrei portare a casa la pagnotta. Non è facile avere le stesse vedute con altre persone, specie a una certa età (quale io ho). Di conseguenza fare da soli, anche se molto faticoso, può rivelarsi più agevole.
Il tuo stile ha molte sfumature, ma mi è parso di rilevare una certa attenzione per il mondo esoterico e per il “dark”. Da dove deriva questa fascinazione?
Come ho detto in precedenza, sono una persona pragmatica, concentrata su una quotidianità piuttosto organizzata. È probabile che il mio lato esoterico abbia origini in parte inconsce, per compensare questo mio essere molto materiale e razionale. Sono laureata in etnomusicologia e di sicuro l’incontro con altre culture, come quella africana e soprattutto quella indiana, ha scatenato in me l’attrazione verso aspetti oggi poco sondati dalla nostra cultura, se non in modo superficiale e dogmatico, quali il sacro e la sua dimensione simbolica. Ecco, direi che più che l’esoterico mi incuriosiscono questi temi. Di conseguenza mi piace interessarmi alla musica folklorica e a come le diverse culture si rapportano a quelle sfere che da sempre interrogano l’uomo e lo spaventano. Per quanto riguarda il “dark”, in effetti le musiche che da sempre mi colpiscono, siano esse di matrice classica, folklorica o pop/rock, sono scritte in modi minori. Per un periodo mi sono obbligata a scrivere solo in maggiore. Mi riconosco molto nella musica modale, probabilmente perché ha delle componenti ataviche, ancestrali. Forse il lato scuro è legato a questo. Tuttavia non mi piacciono molti dei gruppi definiti dark, li trovo un po’ noiosi, un po’ chiusi su se stessi. Un po’ depressi (ride, NdI).
Da solista hai fatto tanto e raccolto consensi, specie all’estero. Sei rimasta stupita dallo sviluppo rapido e proficuo della tua carriera?
Mah… In fondo suono da una vita, lo sviluppo non è stato poi così rapido. E poi la mia vita sui palchi è veramente fatta di alti e bassi, sempre dalle stelle alle stalle e viceversa. Il giorno prima sono a suonare su un palco gigante di un bellissimo festival e il giorno dopo vicino al cesso del bar della stazione, con davanti solo quattro vecchi e il loro spritz. È difficile raggiungere una costanza, ma in fondo va bene così: mi fa tenere bene a mente quanto le cose siano sfuggevoli e mi mantiene con i piedi ben piantati a terra. E, cosa non scontata, il mio ego capriccioso a volte riceve delle belle scosse che lo costringono a ridimensionarsi. All’estero, prima della pandemia, avevo un bel giro, spero che a breve si potrà tornare su quei palchi.
In quanto donna, hai incontrato qualche difficoltà a essere presa sul serio?
Diciamo che molto ha a che fare con il tipo di scelte che si fanno. Ho evitato certi ambienti, perché per me puzzano… o, semplicemente, non ho il carattere adatto per averci a che fare. Nei posti che frequento – circoli culturali, ARCI, associazioni – ho trovato sempre molto rispetto. Va da sé che questi luoghi sono già sensibili a molte tematiche. Il discorso cambia quando hai a che fare con situazioni più mainstream, dove il tipo di narrazione è più stereotipato. Per risparmiare il mio fegato ho detto no. In questi anni mi sono fatta begli amici e amiche che con me condividono una vita sempre sulla strada, a suonare ovunque, dai bei palchi ai cessi dei bar dei quali dicevo prima.
Il tuo nuovo album è un tributo alle storiche blueswomen e segue un libro sullo stesso argomento. Immagino che ambedue abbiano alle spalle motivazioni non solo musicali…
Certo. Per me le loro canzoni sono una porta di accesso a un senso individuale e sociale del vivere, il loro blues è un vero e proprio modo di vedere la vita. Hanno usato il blues come un mezzo per raccontare la verità, testare i propri sentimenti, trovare la propria voce. Le loro canzoni sono state una via per nominare il proprio dolore, riconoscerlo e, forse, guarire. Hanno sollevato dei temi cruciali: l’abuso sessuale, l’omosessualità, il bisogno di riappropriarsi del corpo. E lo hanno fatto cent’anni fa, ben prima dei movimenti di emancipazione femminile dei ‘60 e dei’ 70, e per averlo fatto sono anche finite in prigione. A me sembra assurdo che nessuno abbia restituito a queste donne il loro valore politico, oltre a quello musicale. Ho trovato pochissima letteratura su queste artiste e spesso solo specifica, come articoli universitari. Credo che lo stigma razziale e di genere abbia ancora un certo peso. Nel mio piccolo volevo contribuire a diffondere la loro visione, a far capire quanto sia attuale e quanto il loro modo di fare musica sia stato un esempio politico da seguire, al di là del colore della pelle. Non sono afroamericana e certo non voglio portare avanti un’operazione di appropriazione culturale di un universo che non mi appartiene, riconosco che le mie radici sono completamente diverse. Ma con loro ho agito e agisco per empatia. E spero che molti altri possano farlo.
Ti sei posta obiettivi per il prosieguo, oppure vivi in qualche misura alla giornata?
Di cose in pentola ne bollono ma. anche visti i tempi, vivo un po’ alla giornata. Sicuramente continuerò a progettare e a portare avanti le mie idee, e se potrò realizzarle… ben venga. Al momento, però, ci vado cauta.
(in parte da Classic Rock n.106 del settembre 2021)

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Pearl Jam (1996)

Non ricordavo proprio che No Code, il quarto album dei Pearl Jam, fosse uscito lo stesso giorno – ma di cinque anni dopo – dell’esordio Ten. E allora, via, recupero anche questa, direttamente dal primo numero del Mucchio in versione settimanale.

Pearl Jam - No Code copNo Code
(Epic)
Abituati come siamo agli album-fotocopia, gruppi come i Pearl Jam rischiano quasi di far paura. O, almeno, di confondere le idee, visto l’impegno con il quale evitano che il loro stile si pieghi al giogo della prevedibilità e della convenzione. Spiazzati, dunque, ma soddisfatti. E lieti che l’epica di Ten, il convulso furore di Pearl Jam e le policromie di Vitalogy abbiano trovato seguito in un lavoro che fin dal titolo – nessun codice, appunto – dichiara la sua volontà di essere null’altro se non la nuova espressione di una creatività libera e incontaminata, che non vuole saperne di trend e calcoli di mercato.
A metà tra le migliori ballate di Vitalogy e le fantasie etnico-lisergiche dei Three Fish di Jeff Ament, No Code è un lungo, estatico viaggio nei meandri di un suono quasi sempre visionario e ipnotico, dove il rock’n’roll più o meno estremista fa la parte della comparsa – riducendo tutto a cifre, una dozzina di minuti sui cinquanta complessivi – e dove il grunge (ammesso che il termine abbia mai avuto senso in rapporto a Eddie Vedder e compagni) è solo una lontana eco soffocata da ben più espliciti riferimenti a R.E.M. e Neil Young. Soffuso e bucolico, leggiadro e suggestivo, intenso e a tratti sofferto, No Code proietta i Pearl Jam verso orizzonti non del tutto nuovi ma certo inconsueti, affermandoli nel ruolo di profeti di una “psichedelia” delicata e intrigante che in apparenza punta più al cuore e all’anima che non al cervello. Magari a tratti leziosa, ma sempre ricca di equilibrio e illuminata di autentica ispirazione, come attestano episodi – Mankind, Off He Goes, Smile e Red Mosquito alcuni dei più significativi – ai quali è fin troppo facile affidare i propri sogni. Nessun codice e nessun confine, insomma, e tanta voglia di sperimentare e comunicare emozioni: non è poco, soprattutto per una band che secondo i maligni è costruita a tavolino e che già da tempo avrebbe potuto adagiarsi sugli allori.
(da Il Mucchio Selvaggio n.224 del 24 settembre 1996)

 

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Pearl Jam (1991)

Contrariamente a quello che sarebbe anche lecito pensare, il primo album dei Pearl Jam – pubblicato il 27 agosto 1991 – non fu un successo immediato. Anzi, quando lo recensii – in tempo quasi reale – era ancora grossomodo dormiente, e tra gli appassionati di rock serpeggiava perfino scetticismo; un sentimento che affiora da quanto scrissi all’epoca, come si può leggere qui sotto. In seguito, con il senno di poi, ho rivisto parzialmente il giudizio, ma rimettendomi nei panni del me trentunenne, e ricordandomi bene il contesto di quei mesi, se potessi tornare indietro credo che di questi 1400 caratteri non cambierei nulla. Per quanto riguarda il modo in cui i Pearl Jam giunsero a Ten, e avere così ulteriori dettagli sulla situazione, basta cliccare qui.

Pearl Jam Ten cop

Ten
(Epic)
Ancora chitarre, sotto il cielo di Seattle. Chitarre sempre pronte a smentire le voci, diffuse ad arte dai detrattori, di una crisi nella scena che ha generato Soundgarden, Mudhoney e Nirvana. E chitarre comunque autorevoli nel proporsi come fulcro di un sound che si destreggia efficacemente fra hard rock e “psichedelia progressiva”, dipingendo paesaggi armonico/graffianti dai colori lividi e dalle atmosfere intrise di ambiguità; sacrificando magari, come nel caso dei Pearl Jam, le soluzioni più irruenti ed estremiste a favore di musicalità meno sofferte e abrasive, e dunque più adatte ad appagare (almeno in teoria) il pubblico delle classifiche.
Alive, la coinvolgente hit che ha dalla sua anche un ottimo videoclip, è in un certo senso il manifesto del quintetto guidato dal chitarrista Stone Gossard e dal bassista Jeff Ament, entrambi rodati dalle esperienze nei seminali Green River prima e nei grandi ma sfortunati Mother Love Bone poi: un brano tanto intenso nell’impatto quanto pregevole sotto il profilo formale, che con la sua veste raffinata e i suoi passaggi “ruffiani” apre orizzonti almeno in parte nuovi a un crossover nel quale si amalgamano inclinazioni underground e urgenze melodiche di notevoli potenzialità commerciali. Un metal-pop-blues, per restare ai Pearl Jam, che non incontrerà forse i favori dei rocker irriducibili ma che non merita di essere soffocato dall’indifferenza.
(da AudioReview n.114 del marzo 1992)

 

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Tupamaros

Negli anni a cavallo tra ’90 e ’00, qui in Italia piaceva parecchio il cosiddetto combat-folk: spiegato a grandissime linee per chi non c’era, un folk-rock più o meno energico che attingeva dalle più diverse radici (spesso irlandesi, ma anche centro/sudamericane, balcaniche, italiane, africane…) e si accompagnava a testi autoriali per lo più impegnati sul fronte socio-politico. C’erano i “padri” Gang, i Modena City Ramblers, i Mau Mau e tanti altri. Fra questi, i Tupamaros, emiliani di Carpi dei quali ho recensito l’intera produzione ufficiale (compreso un demo pre-debutto su CD). Recupero qui l’intero pacchetto perché dopo anni e anni i ragazzi hanno deciso di tornare con un nuovo disco, varando allo scopo un crowdfunding che ha già raggiunto l’obiettivo ma che più di qualcuno potrebbe essere comunque interessato a sostenere. Qui tutti i dettagli.

Tupamaros cop 1Non è cambiato niente!
(demo tape)
I Tupamaros, da Carpi, si muovono sulla strada del combat-folk in italiano tracciata dal Modena City Ramblers, pur utilizzando una strumentazione assai scarna (voce, chitarra, fisarmonica e contrabasso). Non è cambiato niente!, secondo demo del terzetto, ha dalla sua una notevole ispirazione e buone capacità interpretative, ma è d’obbligo rilevare che l’eventuale rafforzamento delle basi potrebbe in qualche circostanza giovare alla formula. Il nastro, che comprende oltretutto ottimi rifacimenti de Il signor Hood di Francesco De Gregori e Terra dove andare di Ivano Fossati, è in ogni caso più che riuscito, e procurarselo non potrà certo far male.
(da Il Mucchio Selvaggio n.242 del 28 gennaio 1997)

Tupamaros cop 2Gente distratta
(Gridalo Forte)
Dei Tupamaros recensimmo favorevolmente il demo tape Non è cambiato niente!. In questi mesi, invece, qualcosa è cambiato, visto che il quartetto emiliano – senza rinunciare a quella relativa esilità sonora che ne orienta le trame più verso il folk (acustico) che non verso il combat (elettrico) – ha guadagnato in maturità e forza espressiva, conquistando il diritto a uno spazio nel settore musicale che vede tra i suoi più stimati rappresentanti Gang (non a caso i fratelli Severini sono ospiti nella cover de Il signor Hood di Francesco De Gregori) e Modena City Ramblers. Non ostentando né la vocazione al rock dei primi né l’esuberanza e l’enfasi dei secondi, i Tupamaros non legittimano però l’ipotesi di una vera e propria clonazione, sebbene le storie di resistenza, dolore e speranze raccontate in questo loro primo CD paghino evidenti tributi formali (e non solo perché attingono al medesimo serbatoio ispirativo) ai suddetti modelli; lo stile dell’ensemble si inserisce invece a metà strada tra la cosiddetta canzone d’autore e le sonorità tradizionali (autoctone e non), mettendo in luce un equilibrio e una efficacia evocativa che marchiano soprattutto gli episodi quali Canto dei misteri, La ballata dell’affare, la title track Gente distratta e L’altra verità. Appunti? Alcune citazioni magari un po’ sfacciate (anche se sempre di buon gusto), una generale tendenza a sfuggire la vivacità e il solito (inevitabile?) allungarsi dell’ombra della retorica; nulla di troppo penalizzante, in ogni caso, per un lavoro sincero e intenso, che ha le carte in regola per ripagare l’attenzione eventualmente concessagli.
(da Il Mucchio Selvaggio n.318 dell’8 settembre 1998)

Tupamaros cop 3Non è cambiato niente
(Gridalo Forte)
Per i lettori di Fuori dal Mucchio, o almeno per quelli piu attenti e fedeli, il nome Tupamaros non dovrebbe suonare nuovo: li abbiamo infatti tenuti a battesimo all’epoca del demo tape Non è cambiato niente!, abbiamo recensito favorevolmente il loro primo album Gente distratta e li ospiteremo con piacere all’interno della nostra ormai imminente raccolta Combat Folk. È quindi con soddisfazione e un pizzico di orgoglio quasi paterno che salutiamo l’uscita del secondo CD dell’ensemble di Carpi, intitolato come la rozza ma promettente cassettina (quasi: manca il punto esclamativo finale) che tre anni fa segnò il suo ingresso ufficiale nel mondo della discografia e come il brano disulluso ma ricco di forza che ne chiude i solchi. Il sincero affetto provato nei confronti del gruppo non potrebbe però condizionare le nostre valutazioni su questo Non è cambiato niente: alla base del giudizio più che positivo c’e infatti solo la certezza di come il quintetto guidato da Francesco Grillenzoni (voce e chitarra acustica) sia oggi come oggi una delle più belle espressioni – forse, la migliore in assoluto – dell’ultima canzone d’autore italiana figlia di quella dei Modena City Ramblers e nipote di quella dei Gang (ma non mancano riferimenti a Fabrizio De André e Ivano Fossati). Una canzone che affonda le sue radici nelle tradizioni folk (celtiche, mediterranee, balcaniche e quant’altro) ma che ovviamente non trascura la lezione di energia del rock, accostando chitarre elettriche, basso e batteria a fisarmonica, contrabbasso e occasionali arrangiamenti bandistici; che non ha paura di urlare a gran voce il proprio desiderio di rappresentare qualcosa di significativo sul piano della propaganda politica e sociale; e che, soprattutto, racconta splendide e spesso tristi storie di persone-simbolo (le diversissime ma ugualmente in-tense Ad un passo dal traguardo e Il prete rosso), grandi tragedie internazionali (le incalzanti Giostra immonda, Lo scambio e Radio Chirac) e piccole tragedie quotidiane (le malinconiche Ninna nanna della nebbia e Polvere e vento, la prima pacata e struggente, la seconda accesa di policromie etniche) non dimenticando di omaggiare il passato (l’originalissima cover in chiave swing, svuotata dell’epicità ma colmata di delicata poesia, della classica Morti di Reggio Emilia) e disseminando anche qualche esplicito messaggio di speranza (Di queste città e Ancora insieme). Mai esageratamente aggressiva – a tratti ruvida, semmai, ma solo quando serve davvero – e imbevuta di un lirismo barricadero che solo di rado presenta tracce di (immancabile) retorica, la musica dei Tupamaros e senz’altro “già sentita” ma non per questo meno efficace nel colorare di tinte vivaci paesaggi dal cielo purtroppo plumbeo, nel vestirsi dei toni aspri della denuncia e naturalmente nel far vibrare le corde del cuore; qualità più che sufficienti, almeno a nostro avviso, per consigliare Non è cambiato niente un po’ a tutti e non solo a quanti venerano come sacre icone le loro copie di Le radici e le ali, Storie d’Italia, Riportando tutto a casa o La grande famiglia. Anche perché Gridalo Forte e band, da sempre sensibili all’annoso problema del caro-CD, hanno fissato un prezzo di vendita di appena 21.000 lire.
(da Il Mucchio Selvaggio n.397 del 16 maggio 2000)

Tupamaros cop 4Sogni da coltivare
(Gridalo Forte)
Tre album in circa quattro anni, tutti pubblicati dalla Gridalo Forte, non sono pochi. Specie perché, nel caso della band emiliana guidata dall’intraprendente Francesco Grillenzoni, dicono di un’ispirazione sincera e vivace e di un progetto deciso a crescere, senza peraltro allontanarsi dalle sue “storiche” direttive stilistiche: quelle di un (combat)folk quasi del tutto privo degli abituali istinti punk, aperto alle più diverse contaminazioni “tradizionaliste” (sudamericane, europee e quant’altro) e sempre più proteso, per quanto concerne le liriche, verso la più nobile canzone d’autore nostrana. Proprio l’accentuazione dell’elemento autoriale, ben sorretto da efficaci trame elettroacustiche a base di chitarre, basso, batteria e fisarmonica (con l’occasionale ma non invadente contributo dei groove dell’esperto produttore Kaba Cavazzuti), sembra essere it motivo dominante di Sogni da coltivare: undici brani – ma c’è anche una ghost track, una non eccezionale cover della Police On My Back degli Equals già ripresa dai Clash – che all’impatto fisico preferiscono toni pacati e avvolgenti ma non per questo poveri di intensità, resi ancor più suggestivi dalla voce forse non molto duttile ma carismatica dello stesso Grillenzoni. L’area è più o meno la stessa di Gang, Massimo Bubola o Modena City Ramblers, ma i Tupamaros non sono la copia-carbone di nessuno e Sogni da coltivare ha tutte le carte in regola per convincere eventuali scettici.
(da Il Mucchio Selvaggio n.489 del 4 giugno 2002)

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Vic Chesnutt (2007)

Sono io il primo a esserne stupito, ma a quanto pare non ho mai scritto nulla di esteso a proposito di Vic Chesnutt. In archivio ho trovato solo questo “Oltre le stelle” dedicato al suo album forse più bello, North Star Deserter; lo propongo qui a dieci anni esatti dalla morte del cantautore americano, a soli quarantacinque anni.Un disco che divide, poche storie: perché Vic Chesnutt non è certo uno leggero, perché quanti lo apprezzano nella sua veste più “convenzionale” potrebbero trovare un po’ ostico l’apporto strumentale dei Thee Silver Mt. Zion, perché – viceversa – i cultori della Constellation potrebbero non gradire particolarmente un approccio al songwriting che rimane, ed è più che comprensibile, cantautoriale. Chi entrerà, emotivamente e non solo musicalmente, in North Star Deserter, gli riconoscerà però senza dubbio la statura del capolavoro: perché dall’incontro fra due “mondi” artistici che potevano ritenersi inconciliabili sono scaturiti risultati di grande equilibrio, armonia e spessore, e perché l’intensità dei suoi dodici episodi all’insegna di atmosfere cupe e toni un po’ “lamentosi” – tendenzialmente fragili e scarni, ma a tratti accesi di deflagrante, pur misurato vigore – è di quelle che lasciano ipnotizzati, pacificati a dispetto delle inquietudini, splendidamente rapiti.
(da Il MUcchio Selvaggio n.646 del maggio 2008)

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