Articoli con tag: folk e dintorni

Vic Chesnutt (2007)

Sono io il primo a esserne stupito, ma a quanto pare non ho mai scritto nulla di esteso a proposito di Vic Chesnutt. In archivio ho trovato solo questo “Oltre le stelle” dedicato al suo album forse più bello, North Star Deserter; lo propongo qui a dieci anni esatti dalla morte del cantautore americano, a soli quarantacinque anni.Un disco che divide, poche storie: perché Vic Chesnutt non è certo uno leggero, perché quanti lo apprezzano nella sua veste più “convenzionale” potrebbero trovare un po’ ostico l’apporto strumentale dei Thee Silver Mt. Zion, perché – viceversa – i cultori della Constellation potrebbero non gradire particolarmente un approccio al songwriting che rimane, ed è più che comprensibile, cantautoriale. Chi entrerà, emotivamente e non solo musicalmente, in North Star Deserter, gli riconoscerà però senza dubbio la statura del capolavoro: perché dall’incontro fra due “mondi” artistici che potevano ritenersi inconciliabili sono scaturiti risultati di grande equilibrio, armonia e spessore, e perché l’intensità dei suoi dodici episodi all’insegna di atmosfere cupe e toni un po’ “lamentosi” – tendenzialmente fragili e scarni, ma a tratti accesi di deflagrante, pur misurato vigore – è di quelle che lasciano ipnotizzati, pacificati a dispetto delle inquietudini, splendidamente rapiti.
(da Il MUcchio Selvaggio n.646 del maggio 2008)

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Tiersen/Wright (2005)

Nessuna ragione particolare per questo recupero, se non che il disco che ne è oggetto mi è capitato sotto gli occhi per caso. Da lì la ricerca della recensione, che ricordavo bene di aver scritto ma che curiosamente mancava dall’archivio digitale, la sua conversione in file dalla copia cartacea e il naturale collegamento a quest’altro album, uscito più o meno nello stesso periodo. L’unica collaborazione tra Yann Tiersen e Shannon Wright è un lavoro piuttosto dimenticato, ma rimane ancora stimolante e godibilissimo.

Yann Tiersen & Shannon Wright
(Ici d’ailleurs)
Si consuma in dieci tracce e neppure trentanove minuti, quello che anche al di là dei risultati va considerato uno degli incontri più curiosi e stimolanti degli ultimi tempi: un incontro fra due personaggi dotati di propri, spiccatissimi requisiti, seppur resi compatibili da questioni di sensibilità. Conta poco che lui vanti natali francesi e lei americani, che lui sia un polistrumentista con una speciale predilezione per il piano e lei una fanciulla per lo più con chitarra, che lui abbia fama di artista colto e che lei frequenti il giro del folk alternativo, che lui limiti al minimo indispensabile l’utilizzo della voce e che lei sulla voce abbia costruito le proprie fortune; conta, invece, che le loro anime si siano trovate in sintonia, che le loro corde abbiano vibrato all’unisono, che dalla loro voglia di contaminarsi a vicenda sia scaturito qualcosa in grado non di stravolgere l’odierno panorama musicale – ammesso e assolutamentente non concesso che ciò sia possibile – ma quantomeno di toccare a livello non epidermico quanti, nella musica e non solo, cercano emozioni vere e non insignificanti pur se perfette pantomime. Continua a leggere

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Thin White Rope (1985-1992)

Frugo l’archivio digitale e cartaceo in caccia di materiale riguardante i Thin White Rope e dopo parecchie peripezie ne estraggo quattro recensioni di album veri e propri (manca all’appello solo il secondo, Moonhead), due di uscite per così dire secondarie formato mini-LP (manca Red Sun, del 1988) e uno dei due postumi più importanti (l’altro è il live The One That Got Away del 1992, che avrei giurato di aver trattato da qualche parte ma vai a capire se e dove). Un gran bel bottino, nel quale rilevo una scrittura spesso più fantasiosa e visionaria rispetto ai miei standard (no, non mi drogavo; i Thin White Rope bastavano eccome a far viaggiare), che dimostra quanto grande fosse il mio amore, in tempo reale, per questa band straordinaria della quale chi c’era si ricorda ma che è purtroppo ignota a quasi tutti quelli che non c’erano.

Exploring The Axis
(Frontier)
Nelle cerchie di appassionati di rock underground il nome Thin White Rope è noto già da parecchio tempo, nonostante il debutto discografico del complesso californiano sia avvenuto solo ora; la nutrita produzione di esaltanti demo-tape e la pubblicità fatta al gruppo da qualche eminente personalità della scena americana (il produttore Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, ad esempio), hanno fatto sì che il primo vinile del quartetto divenisse uno dei lavori più attesi del 1985, almeno per coloro che nella musica cercano freschezza, ispirazione e passione. E i Thin White Rope, figli dei deserti assolati di giorno ed incredibilmente scuri dopo il tramonto, non hanno davvero deluso le aspettative di chi li considerava una grande promessa: Exploring The Axis, ottimamente prodotto da Jeff Eyrich (Plimsouls, Gun Club), è un esordio di rara bellezza, di quelli che conquistano dal primo ascolto stupendo solco dopo solco con la loro verve e il loro fascino.
Sotto il profilo sonoro, siamo di fronte a una raccolta di canzoni non eccessivamente elaborate, di più o meno vaga derivazione country ma di solida impostazione rock’n’roll; sono canzoni sinuose, avvolgenti, valorizzate da una chitarra a tratti acida e a tratti limpida alla quale si contrappone il canto pacato, armonioso e “strascicato” di Guy Kyser, mente compositiva e leader della band oltre che probabile ammiratore di Roger McGuinn. I suoi brani sono fra i più evocativi dell’attuale panorama rock e l’uno dopo l’altro, senza neppure bisogno di particolare concentrazione. ammaliano e magnetizzano, proiettano visioni, luci e colori di terre solitarie, di natura selvaggia, di ricordi ancestrali ai quali è dolcissimo abbandonarsi. Non si tratta, comunque, di sterile fuga di sapore allucinogeno, ma di un modo concreto e reale di vivere emozioni sopite, confondendo il vecchio West con il nuovo ma non dimenticando come, in questi mondi paralleli, la vita vada a braccetto con la morte, l’estasi delle lande si mescoli con la possibile disidratazione e l’incanto de1l’avventura giochi una interminabile partita a poker con le pallottole vaganti. Continua a leggere

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Mark Lanegan (1998-2001)

Pur avendo scritto un sacco di volte degli Screaming Trees, ho cominciato a recensire il Mark Lanegan solista solo a partire dal terzo album. Mi sono poi abbastanza rifatto, occupandomi di sei degli otto pubblicati a suo nome fino al 2017, nonché del primo dei tre frutto della “strana” collaborazione con Isobel Campbell. Rimandando a qui per Blues Funeral (2012), Imitations (2013) e Phantom Radio (2014), ripropongo ora le mie considerazioni in tempo reale per il formidabile terzetto composto da Scraps At Midnight, I’ll Take Care Of You e Field Songs.

Scraps At Midnight
(Sub Pop)
Come i precedenti The Winding Sheet (1990) e Whiskey For The Holy Ghost (1993), anche il terzo album da solista di Mark Lanegan – voce di quell’autentica forza della natura chiamata Screaming Trees – ha ottenuto solo (pur ampi) consensi di culto. Un fatto più che comprensibile per un disco lontano anni luce da qualsivoglia tendenza alla moda, che viaggia sui binari di un rock sommesso ed evocativo, costruito su schemi elettroacustici sui quali gravano influenze importanti: innanzitutto il blues, da sempre fulcro dell’ispirazione del cantante (e chitarrista) americano, e poi le ballate intimiste e crepuscolari di autentici maestri quali Leonard Cohen, Neil Young, David Crosby e Nick Cave. Continua a leggere

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Giant Sand (1985-1986)

Carta canta e dunque posso affermarlo senza alcun timore di smentita: ho amato i Giant Sand dall’inizio. Ho perso solo la primissima fasea nome Giant Sandworms, iper-underground e all’insegna di un sound comunque diverso, e vado tra l’altro molto fiero di avere direttamente contribuito all’abnorme discografia della band americana allegandone un CD dal vivo a un numero del “mio” Mucchio Extra. A livello di scritti su di essa sono però stato piuttosto incostante, tanto che la sola sequenza significativa di recensioni – in un quadro che curiosamente non comprende né monografie, né interviste – è quella relativa ai primi due 33 giri, rispettivamente di trentatré e trentadue anni fa. Dischi assolutamente degni di (ri)scoperta, nel caso qualcuno nutra qualche dubbio.

Valley Of Rain
(Black Sand/Enigma)
Compatta e inarrestabile,la provincia americana continua a sfornare band su band, lanciandole sul mercato grazie all’appoggio di alcune piccole/grandi etichette; peccato solo che in Europa tali prodotti giungano a prezzi proibitivi, impedendo in tal modo una loro più consistente affermazione di vendita e una loro adeguata valorizzazione presso i numerosi appassionati di nuovo rock. Continua a leggere

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