Articoli con tag: grunge e dintorni

Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Continua a leggere

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Nirvana – Nevermind

Rileggere anni dopo quanto scritto in tempo reale di dischi poi divenuti pietre miliari è una pratica rischiosa, almeno se si ha paura di aver preso una topica. Personalmente, mi capita di avvertire quel “timore”, fra virgolette, quando organizzo il mio giudizio, ma non ricordo casi di commenti incredibilmente positive o negative che, con il senno di poi, mi sono trovato a ribaltare; qualche sfumatura senza dubbio sì, l’8 che doveva essere un 7 o viceversa, pure, ma nulla più. Ripescando la recensione di Nevermind, al quale assegnai un bell’8 e mezzo, ho rilevato di averci preso in pieno, anche nelle previsioni sul possibile futuro della band; che nessuno, però, si stupisca nello scoprire che nel 1991 i Nirvana non erano ancora considerati stelle: chi non c’era magari non ci crederà, ma al tempo dell’uscita nessuno al mondo vide nel secondo album di Cobain e compagni un disco che, grazie soprattutto alla sua hit Smells Like Teen Spirit, avrebbe cambiato il corso della storia.

Nevermind
(DGC)
Nella vibrante sfida all’ultima chitarra che contrappone Soundgarden e Mudhoney per la leadership della scena di Seattle non sembrava fino a oggi esserci spazio per il proverbiale terzo incomodo. Non sembrava… ma se anche questo secondo album dei Nirvana non può vantare la caratura delle ultime produzioni dei due sopracitati “colossi”, è innegabile che esso abbia tutte le carte in regola per imporre la band di Kurt Cobain come outsider da non sottovalutare: non più emergenti da guardare al massimo con benevola accondiscendenza, ma un ensemble ormai maturo e perfettamente in grado di ritagliarsi un suo ruolo tutt’altro che secondario. Del resto, non ci risulta che alla David Geffen Company siano soliti regalare contratti ai primi venuti. Continua a leggere

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Mother Love Bone

Della storica band post-Green River e pre Pearl Jam mi sono già occupato piuttosto diffusamente in questo articolo, ma non era pensabile trascurare la maxi-ristampa in oggetto, il cui eloquente sottotitolo è “The Complete Works”.

On Earth As It Is
(Republic)
Come ogni esegeta del grunge ben sa, il trait d’union fra i pionieri Green River (che generarono pure i Mudhoney) e le rockstar Pearl Jam è costituito dai Mother Love Bone, cioè il gruppo che Jeff Ament e Stone Gossard fondarono assieme all’altro ex Green River Bruce Fairweather, al batterista degli Skin Yard Glen Gilmore e ad Andrew Wood, già cantante (carismatico) dei Malfunkshun. Fu proprio la fatale overdose di quest’ultimo, ad appena ventiquattr’anni e poco prima che l’album d’esordio Apple arrivasse nei negozi, a provocare la separazione della band, con conseguente innesco delle dinamiche che avrebbero portato al progetto Temple Of The Dog – un omaggio allo stesso Wood – e poi alla nascita dei Pearl Jam. Benché casualmente, il quintetto di Seattle ha dunque bene o male avuto un ruolo cruciale nella storia del rock dell’ultimo quarto di secolo, uno di quei ruoli che fornirebbero eccellenti spunti per un albo della collana “What If…?” o per un film alla “Sliding Doors”.
A raccontare in maniera persino un po’ pletorica la (breve) parabola dell’ensemble, giunge ora questa super-raccolta che riprende i contenuti nella già esauriente Mother Love Bone del 1992 (il mini Shine del 1989, il summenzionato album Apple del 1990 e alcune bonus), impinguandone la scaletta con una ventina di provini, versioni diverse, session varie, materiale dal vivo e ulteriori extra, più (non nella stampa in vinile, però) un DVD con il documentario The Love Bone Earth Affair, un videoclip e due pezzi in concerto. L’opera omnia, insomma, di questa sfortunata “meteora” che avrebbe avuto tutto ciò che occorreva per imporsi nel panorama rock del tempo: la perizia compositiva, la presenza scenica e la gran bella voce del frontman, un sound d’effetto legato a filo doppio a certi classici (Aerosmith, Led Zeppelin) e venato di street rock e grunge, un contratto major – la Stardog che pubblicò i loro dischi era un marchio creato ad hoc dalla PolyGram – atto a garantire notevole esposizione. Il destino ha disposto differentemente, ma On Earth As It Is ricorda e dimostra che, sì, il mondo è stato a un passo dall’avere altri Pearl Jam al posto di quelli ancora oggi in circolazione.
Tratto da Blow Up n.224 del gennaio 2017

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Soundgarden

Non starò qui a dilungarmi per l’ennesima volta sulla follia delle ristampe sempre più ampliate di album storici (e non), e vi eviterò piagnistei su quanto faccia riflettere trovarsi a recensire edizioni commemorative (di quarti di secolo, di trentennnali, persino di quarantennali…) di dischi che già recensii in tempo reale, come questo lavoro dei Soundgarden ora riproposto nel solito delirio di formati più o meno costosi. Non aggiungo altro se non una domanda: qualcuno di voi ha per caso acquistato la “super deluxe”?

Badmotorfinger (A&M)
Pubblicato in origine nell’ottobre del 1991 e gratificato di notevoli consensi, Badmotorfinger è uno dei tre album coevi – gli altri, Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana, nei negozi rispettivamente sei e due settimane prima – ad avere segnato nel profondo la scena a stelle e strisce dell’epoca, dimostrando che certe sonorità dure e graffianti di scuola underground potevano scalare le classifiche tanto quanto il pop di consumo. Continua a leggere

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Audioslave

Non so voi, ma io degli Audioslave mi ero dimenticato o quasi, benché li abbia pure visti dal vivo. Così, quando mi è capitato sotto gli occhi quello che quattordici anni fa avevo scritto del loro esordio, sono andato a ripescare il disco e l’ho riascoltato, trovandolo ancora buono. Magari non così tanto buono, ma comunque valido; lo stesso non potrei dire dei suoi due successori, Out Of Exile (che non ho recensito) e Revelations (al quale riservai, come si può leggere qui sotto, una pesante stroncatura).

audioslave-cop-1Audioslave (Epic)
Sulla carta, le nozze fra i tre strumentisti dei Rage Against The Machine e l’ex cantante dei Soundgarden vantavano un alto tasso di improbabilità, nonostante a benedirle fosse stato chiamato quel Rick Rubin che da molti anni è giustamente considerato uno dei migliori produttori (il migliore?) nell’area del rock pesante e contaminato: l’approccio ultra-politicizzato e musicalmente ferocissimo dei tre ex RATM Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, reso ancor più efficace dalla straordinaria presenza vocale e scenica del dimissionario Zach De La Rocha, dava infatti l’impressione di essere difficilmente conciliabile con l’immagine di Chris Cornell, per di più in qualche modo compromessa da un album solistico ben poco esaltante. Con questo atteso esordio, invece, i quattro hanno dimostrato che la loro unione funziona a meraviglia e ha tutte le carte in regola per continuare a lungo, smentendo così la consolidata regola per la quale i supergruppi – orrendo termine di scuola Seventies, ma tant’è – sono progetti effimeri e poveri di particolari spinte di carattere artistico, basati più sull’ego e sulla cupidigia che non sul genuino trasporto. Continua a leggere

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Temple Of The Dog

A un quarto di secolo dall’uscita originaria, il mercato ha “riscoperto” un album-gioiello di un supergruppo del grunge… che, però, non suonava grunge, e al tempo non era in effetti un vero supergruppo. Una bella storia da ri-raccontare, in ogni caso.

temple-of-the-dog-copTemple Of The Dog (A&M)
Quando i Temple Of The Dog si misero assieme, nel 1990, il cosiddetto grunge esisteva già da un po’, ma non era ancora il fenomeno che sarebbe diventato l’anno dopo, con l’uscita di Nevermind e Ten; la palma di band all’epoca più popolare del giro spettava ai Soundgarden, giunti nel settembre 1989 al secondo album Louder Than Love, ma che a breve il rock di Seattle (e dintorni) sarebbe assurto alla gloria mondiale – autentica, non underground – era ipotesi che nessuno avrebbe appoggiato. Continua a leggere

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La Sub Pop pre-Nirvana

Per il n.13 del Mucchio Extra, con copertina a Kurt Cobain, scrissi un lungo articolo sui Nirvana. Fra i “boxini” di approfondimento che lo corredavano c’era anche questo dedicato ai primi passi della Sub Pop Records. Mi sembra sensato riproporlo qui.
sub-pop-logoDato che la Sub Pop ha conquistato una seria notorietà nel 1989/1990, cioè quando il mondo ha iniziato ad accorgersi dei Nirvana, a livello di automatismi mentali sono in parecchi ad associare in modo scorretto etichetta e gruppo, reputando la loro nascite contemporanee e attribuendo al secondo tutti i meriti del successo della prima. In realtà le cose sono molto diverse: la Sub Pop fa infatti la sua comparsa addirittura nel 1979, quando il giovane Bruce Pavitt fonda a Olympia – la Capitale dello Stato di Washington – la fanzine “Subterranean Pop”. Dapprima fotocopiata e poi via via più professionale, la rivistina – dedicata logicamente al panorama musicale underground – abbrevia la sua testata nel 1980 con il n.3, per cessare le pubblicazioni nel 1983 dopo sei uscite cartacee e tre compilation in formato cassetta (con brani di artisti alternativi di ogni dove) tutte rigorosamente numerate dall’1 al 9; quell’anno, con il trasferimento a Seattle, l’intraprendente Pavitt battezza quindi Sub Pop prima una rubrica di recensioni sul giornale “Rocket” e più avanti anche un programma della radio KCMU, entrambi consacrati alla propaganda di musica poco nota. Continua a leggere

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La rivoluzione di Nevermind

nevermind-copScrissi questo pezzo celebrativo del più famoso album dei Nirvana in occasione del suo ventennale, AD 2011. Intanto siamo arrivati al quarto di secolo e direi che tutto è ancora valido, no? Altro sulla band qui e qui.

Non importa?
C’è un famoso documentario del 1992 che all’epoca fu diffuso in VHS e che ora è finalmente in procinto di uscire in DVD con l’aggiunta di materiale in origine escluso per ragioni di durata. Diretto da Dave Markey, non ha nulla di sofisticato e si limita ad assemblare – con grande efficacia – filmati dal vivo e “dietro le quinte”, colti in estate durante alcuni festival europei, di Sonic Youth, Nirvana, Dinosaur Jr., Babes In Toyland e Gumball, più colleghi di passaggio come Ramones, Mudhoney e Courtney Love. Il titolo è 1991: The Year Punk Broke e, in qualsiasi modo si voglia tradurre “broke”, il messaggio trasmesso chiaro e forte grazie alla parolina magica “punk” – usata in senso molto più attitudinale che stilistico – è che quell’ormai lontanissimo 1991 fu, per il rock e il suo mondo, un anno davvero importante. Rivoluzionario, magari non quanto il mitico 1977 – che poi, volendo fare gli snob, sarebbe il 1976… – ma per altri versi persino di più. C’entrano i Nirvana, ovvio. E Smells Like Teen Spirit, e Nevermind. Ma anche altro. Continua a leggere

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Prima dei Pearl Jam

In uno degli ultimi numeri del “mio” Extra troneggiavano in copertina i Pearl Jam e, all’interno della rivista, trovava posto una mia lunga monografia sulla band. In occasione del venticinquesimo anniversario dell’uscita di Ten, debutto del gruppo, recupero qui il primo capitolo dell’articolo, dedicato alle tante cose accadute in precedenza. Avevo fatto la stessa cosa per i Nirvana.
Huty2060310All’inizio del 1992, quando il loro primo album fu distribuito in Europa qualche mese dopo essere uscito negli Stati Uniti, i Pearl Jam erano già lanciati verso il grande successo. Parecchi, nel “giro” alternative, consideravano però Eddie Vedder e compagni una sorta di mistificazione, una band grossomodo pensata e allestita a tavolino da un establishment musicale in cerca di un plausibile antagonista ai Nirvana. Vero che le accuse non avevano senso, essendo Ten giunto nei negozi un mesetto prima di Nevermind, ma ai tempi il trio di Kurt Cobain vantava un album indie, una solida reputazione underground e un sound meno convenzionale e più abrasivo; avendo un minimo di dimestichezza con la politica delle multinazionali, che stava sì modificandosi ma che certo non poteva rinnegare da un mese all’altro decenni di “astuzie”, era insomma più che lecito provare diffidenza per un gruppo che debuttava su major avendo alle spalle solo una manciata di concerti e che sembrava ricalcare, in versione edulcorata (nelle trame sonore) e fighetta (nell’immagine), gli stereotipi di quel grunge in cui ogni addetto ai lavori vedeva il domani del r’n’r. A quasi vent’anni di distanza si può asserirlo senza remore: credere che i Pearl Jam fossero finti come una banconota da tre dollari non era certo illegittimo, anzi. Magari il progetto aveva tra le sue prerogative anche un pizzico di “malizia”, questo sì, ma come biasimare gente come Jeff Ament e Stone Gossard, che da anni “ci provava” con impegno e passione e da altrettanto raccoglieva frustrazioni, problemi, sfighe e persino lutti? Continua a leggere

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Mad Season

Gli esponenti della scena di Seattle genericamente definita grunge erano parecchio inclini alla collaborazione, com’è provato dall’ampio numero di supergruppi e side-project che hanno anche avuto sviluppo discografico. Tra i più riusciti vanno senza dubbio menzionati i Mad Season, che avevano come frontman una delle figure-chiave del rock USA dei ’90, Layne Staley degli Alice In Chains. Mi fa piacere ricordarlo con una ristampa in vinile, di uscita ancora recente, nel giorno in cui avrebbe festeggiato – se il 5 aprile del 2002 non se ne fosse purtroppo andato – il quarantanovesimo compleanno.

Mad Season copLive At The Moore
(Columbia)
Dei vari supergruppi e progetti paralleli sviluppatisi nella Seattle del grunge, i Mad Season sono certamente uno dei più intriganti e leggendari, sia per la bellezza dell’unico album di studio realizzato (Above, 1995), che oltretutto raccolse ottimi riscontri critici e commerciali, sia per una line-up “all stars” che vantava come membri più famosi il chitarrista Mike McCready (Pearl Jam) e il cantante Layne Staley (Alice In Chains); non a caso, nel 2013, la loro fulminea storia è stata celebrata con una “deluxe edition” del disco arricchita di numerose tracce bonus audio e video, comprese quelle della videocassetta (altri tempi!) Live At The Moore del 1995. Continua a leggere

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Dave Navarro

Un annetto e mezzo fa avevo pubblicato una serie di recensioni di dischi solistici, oltretutto non particolarmente noti, di chitarristi di famose band rock “anni ‘90”: Steve Turner dei Mudhoney, Jerry Cantrell degli Alice In Chains, Steve Von Till dei Neurosis, John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers; poi, qualche settimana fa, avevo riesumato anche Stone Gossard dei Pearl Jam. Adesso mi sono reso conto che la serie può andare avanti e allora perché no? Eccovi Dave Navarro, ma a brave ci saranno altre “puntate”.

Navarro copTrust No One (Capitol)
Era chiamato a un compito importante, questo Trust No One: chiarire senza possibilità di equivoco se Dave Navarro sia artisticamente in grado di camminare con le proprie gambe o se il suo indiscutibile talento abbia bisogno, per risaltare al meglio, del confronto con quelli di altri. Un interrogativo tutt’altro che fuori luogo anche per un primattore come il chitarrista dei Jane’s Addiction – una delle band più creative del rock degli ultimi quindici anni – e dei Red Hot Chili Peppers dell’atipico (e ingiustamente sottovalutato) One Hot Minute, considerate le sostanziali diversità esistenti tra il lavorare in un team ed essere invece l’unico responsabile delle proprie scelte. Continua a leggere

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Prima di “Nevermind”

Il 24 settembre si festeggerà il venticinquesimo compleanno del più famoso e celebrato album dei Nirvana, che proprio in questi stessi giorni di un quarto di secolo fa era in fase di lavorazione. Recupero allora dall’archivio la seconda parte di un lungo articolo su Cobain e compagni (la prima, volutamente molto autoreferenziale, si può leggere qui) apparso nel 2004 sul Mucchio Extra che sintetizza la storia e racconta i dischi della band dalla nascita fino, appunto, a prima di Nevermind.
Prima di NevermindGrazie alle manie archivistiche che mi accompagnano (felicemente) dai tardi anni ‘70, sono in grado di dire con esattezza quando ho conosciuto sul serio, sotto il profilo musicale, i Nirvana: era martedì 4 luglio 1989, e il “fatale” incontro avvenne con l’acquisto in un negozio romano di una copia fresca di importazione di Bleach. Incontro che è coinciso, giorno più giorno meno, con la scoperta da parte del pubblico italiano della band, dato che dalle nostre parti le sue due precedenti uscite erano state una faccenda davvero molto underground: il 45 giri d’esordio Love Buzz/Big Cheese, edito in appena mille esemplari nel novembre 1988, era giunto in Europa in un numero limitatissimo di copie (abbastanza, in ogni caso, per finire sui tavoli redazionali delle riviste britanniche: il New Musical Express lo recensì con entusiasmo nel febbraio seguente, parlando non senza acume di “canzoni d’amore per gente psicoticamente disturbata”), mentre della Spank Thru contenuta in Sub Pop 200 si erano accorti – forse, vista l’agguerrita concorrenza in scaletta di Mudhoney, Soundgarden, Green River, Screaming Trees, Tad e quant’altro – solo i pochissimi che avevano acquistato quel costoso cofanetto celebrativo di tre 12”EP. Del resto, in quel periodo in cui il CD si stava facendo strada ma il vinile era ancora re, e in cui la diffusione delle notizie a proposito del mondo musicale alternativo (e non) dipendeva essenzialmente dalle riviste specializzate (Internet? Fantascienza), non tutti erano in grado di conquistare concrete attenzioni, specie con un singolo che aveva come principale attrattiva una cover della meteora olandese Shocking Blue – chi ricorda la loro Venus, del 1969? – e il contributo a una pur bella raccolta di artisti vari. Certo, i Nirvana vantavano credenziali più che buone: la provenienza dallo Stato di Washington e il contratto con quella Sub Pop nella quale già molti vedevano un ricco serbatoio per il rock dei ‘90 ormai imminenti, ma in quell’ambito gli occhi e le orecchie degli appassionati erano puntati su gruppi più rodati e in apparenza affidabili come Mudhoney (la loro Touch Me I’m Sick era rapidamente divenuta un piccolo inno) o Soundgarden, e anche alla stessa etichetta avevano l’aria di considerarli un gruppo di secondo piano. Continua a leggere

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Motorpsycho

Dei Motorpsycho ho scritto parecchie volte, specie all’inizio della loro carriera. In seguito mi è capitato più di rado, ma non per sopraggiunta stanchezza o disaffezione nei confronti della band norvegese; la verità è che occuparsi spesso degli stessi artisti, specie quando sono artisti di un certo tipo, un po’ “affatica”, perché c’è il rischio di dire sempre le stesse cose o, al contrario, di eccedere nel dire cose da iniziati proprio per non cadere nel già detto più volte. Ciò precisato, recupero con piacere questa recensione del 1997, relativa a un disco molto bello. Per quelle più vecchie, si vedrà: le ho solo su carta, e al momento ho scadenze che mi impediscono di fare scansioni, conversioni e verifica delle conversioni.

Motorpsycho copAngels And Daemons At Play
(Stickman)
I Motorpsycho sono una band affascinante, non c’è dubbio. Non solo per l’insolita provenienza geografica (Trondheim, Norvegia) o per quella prolificità che li ha “costretti” a produrre sette album (di durata spesso fuori dal comune) e svariati singoli ed EP in un lasso di tempo di appena sei anni, ma anche e soprattutto per un temperamento artistico che è poco definire singolare. Continua a leggere

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Nirvana (live ’91)

Ovviamente ricordavo benissimo di essere stato presente al secondo – così come al primo e al terzo e purtroppo ultimo – concerto romano dei Nirvana, ma che ne avessi anche scritto una (pur breve) recensione… quello proprio no. Mi è capitata sotto gli occhi per caso e, nel rileggerla oltre ventitré anni dopo realizzo quanto certe testimonianze d‘epoca siano preziose per ricordare a chi c’era, e raccontare a chi non c’era, i modi in cui si percepiva e si viveva la musica. I Nirvana sono considerati da oltre due decenni un autentico monumento del rock e quindi è fin troppo facile, oggi, incensarli senza riserve, ma al tempo di Nevermind? Il (9) in calce al mio scritto, come voto all‘esibizione, attesta che non mi spaventai di sbilanciarmi; e lo stesso avevo fatto occupandomi, in precedenza, di Nevermind, in una recensione che prima o poi recupererò. Per chi fosse interessato, dell’argomento si parla anche qui e qui.
Nirvana liveCastello
(Roma, 19 novembre 1991)
È possibile che una band pressoché sconosciuta al grosso pubblico, con un look del tutto anonimo e con un sound assai ruvido nella sua impostazione attitudinalmente punk, raggiunga in un mese i primissimi posti delle classifiche di “Billboard”? L’esperienza farebbe propendere per una risposta negativa, ma il caso dei Nirvana e del loro secondo album Nevermind sconvolge ogni logica preconcetta e dimostra una volta in più come le vecchie regole della “commercialità” non trovino quasi più riscontro nell’attuale situazione di mercato.
Al Castello di Roma il terzetto di Seattle ha comunque confermato le sue grandi qualità e soprattutto i suoi progressi rispetto al tour di un paio d’anni orsono (all’epoca si esibì al Piper in compagnia dei TAD), offrendo un set tanto secco ed essenziale quanto pervaso di incontenibile energia; un set che il foltissimo pubblico ha apprezzato più di quanto sulla carta fosse lecito attendersi, sottolineando con ovazioni e danze sfrenate sia le nuove hit di Nevermind che quelle più stagionate di Bleach in un’atmosfera che, pur nelle ovvie differenze di suono, ricordava quella dell’infuocato ‘77 londinese o californiano: il massimo, insomma, per riscaldare una fredda e piovosa serata novembrina.
Tratto da Velvet n.13 (Anno V) del febbraio 1992

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Mudhoney

Scoprii i Mudhoney da subito, come del resto era accaduto alcuni anni prima con i loro antenati Green River, e fu amore alla prima nota. Un amore che per dura, tenace, per mille motivi che ho più volte esposto per iscritto. Detto che qui nel blog figurava già un’intervista a Steve Turner, e che la dettagliatissima monografia (con intervista-fiume a Mark Arm) uscita a suo tempo sul Mucchio Extra è disponibile sul sito OndaRock, ripropongo ora questa mia retrospettiva del lontano 1991, quando la band di Seattle aveva appena pubblicato il suo secondo album.
Mudhoney fotoTouch Me I’m Sick” – “Toccami, sono malato”: davvero un bello slogan per questi giorni AIDS-fobici – è il titolo del detonante 45 giri con il quale i Mudhoney iniziarono ne1l’agosto 1988 la loro avventura discografica. Il singolo, in tiratura limitatissima come norma Sub Pop impone, scomparve in breve tempo dai negozi; e l’inevitabile ristampa, realizzata dopo che il combo di Seattle aveva già acquisito una discreta notorietà e dopo che il brano aveva conosciuto la meritata gloria grazie alla cover propostane dai Sonic Youth, si distinse anche per la “suggestiva immagine” – un particolare, indovinate voi quale, di una stanza da bagno – ostentata in copertina. Continua a leggere

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Hedge Hog

Di questa intervista e degli Hedge Hog avevo solo un vago ricordo, ma rileggendola e riascoltando qualcosa della band norvegese mi sono subito ritrovato nel magico clima della prima metà degli anni ’90. Il quartetto ha ovviamente smesso di esistere da un pezzo, ma chi se ne importa; e tanto peggio per chi, non avendolo mai sentito nominare, passerà oltre senza nemmeno provare a conoscerlo.
Hedge Hog fotoCi siamo formati circa cinque anni fa con il nome The Skeletones, una garage-band come tante… tutti noi eravamo alla prima esperienza, e per parecchio tempo siamo andati avanti con un repertorio a base di cover di Ramones, Sex Pistols e Motorhead. La line-up è rimasta la stessa di allora, a parte il batterista che è cambiato dopo l‘incisione di Erase”. Non ci sarebbe nulla di insolito, in questa banalissima autopresentazione, se non fosse che i suoi titolari non sono membri di chissà quale nuovo ensemble generato dai sempre prolifici ventri di Stati Uniti, Gran Bretagna o Australia; piuttosto che John, Steve o Jack, gli intervistati si chiamano infatti Morten e Sverre, e il luogo dove sono stati sedotti dal demone del rock’n’roll è Tröndheim, un piccolo centro situato nel cuore della fredda Norvegia. “Sotto il profilo pratico, il nostro Paese non è proprio l‘ideale per un musicista: fare concerti è difficile a causa delle enormi distanze tra un posto e l‘altro, e anche il mercato del rock alternativo è piuttosto ristretto. Però non emigreremmo all‘estero in cerca di fortuna, non ci andrebbe di lasciare la tranquilla cittadina dove siamo nati; gli stimoli e le fonti di ispirazione, d‘altronde, non mancano, come testimoniato dal fatto che la scena di Tröndheim è molto vivace: oltre a noi, ai Motorpsycho e agli Israelvis ci sono gruppi niente male come i Funny Farm, una trash-band alla Pantera, o i Jellikit, una specie di Primus con qualche anno in meno”. Continua a leggere

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Primus

A ben vedere, ho scritto dei Primus molto più di quanto avrei detto se mi avessero posto la domanda a bruciapelo. Dal mio scrigno, dopo l‘intervista del 1997 a Les Claypool, emerge ora la recensione di un valido e singolarissimo (ma dai?) DVD, che documenta eventi di undici anni fa.

Primus DVD copBlame It On The Fish
(Frizzle Fry)
Confezione spartana che più spartana quasi non si potrebbe, ma contenuti piuttosto ricchi (162 minuti totali), per un DVD che testimonia di un avvenimento importante, quantomeno per i cultori del rock americano meno ligio alle convenzioni: la tournée che nel 2003, sette anni dopo la sua separazione dai compagni Les Claypool e Larry Lalonde, riportò nelle fila dei Primus Tim Alexander, batterista che del vulcanico, eccentrico trio di San Francisco aveva segnato tutta la prima e più interessante fase, dagli esordi fino a Tales From The Punchbowl. Continua a leggere

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Melissa Auf Der Maur

Su Melissa Auf Der Maur avevo già recuperato qualcosa, ovvero la recensione dell‘album solistico del 2004. Questo articolino era invece uno dei soliti box biografici che accompagnano le interviste, per introdurre il personaggio con il quale si è chiacchierato. Risale sempre all‘inizio del 2004 ed è quindi da considerare esaustivo per quanto riguarda i primi dieci anni di carriera dell‘affascinante bassista canadese.

Auf Der Maur fotoDieci anni vissuti pericolosamente
È nell’estate del 1994 che il mondo sente per la prima volta parlare di Melissa Auf Der Maur in seguito al suo ingresso nelle Hole al posto di Kristen Pfaff, morta di overdose in giugno; alla band di Courtney Love l’allora ventiduenne bassista canadese era stata raccomandata da Billy Corgan, che l’aveva conosciuta a Montreal nel 1991 e che due anni dopo aveva offerto ai Tinker – il gruppo da lei guidato assieme al fidanzato, il chitarrista/cantante Steve Durand – la possibilità di suonare come spalla degli Smashing Pumpkins (Melissa è presente nei primi due singoli dei Tinker, Green Machine e Realalie, entrambi registrati nel 1994). Il battesimo del fuoco è la tournée mondiale di Live Through This (primo show al festival di Reading, davanti a 60.000 spettatori!) in cui la ragazza ha modo di mostrare le sue doti di strumentista, unite a una naturale predisposizione allo stage e a una forte personalità; non a caso co-firmerà le musiche di Awful, Reasons To Be Beautiful, Use Once & Destroy, Boys On The Radio e Playing Your Song nel successivo album delle Hole – il non irresistibile ma vendutissimo Celebrity Skin (Geffen, 1998) – e contribuirà alle fortune del relativo tour. Durante la lunga gestazione del disco prenderà parte alle session di Troublizing (Sony, 1997; la produzione artistica è di Billy Corgan) dell’ex leader dei Cars Ric Ocasek, che accompagnerà anche nei concerti promozionali (limitati alla sola East Coast). Sempre di questo periodo è l’uscita, per la Sympathy For The Record Industry (l’etichetta che ha lanciato i White Stripes), di un EP in vinile diviso tra i Red Aunts e i Constant Comment, progetto parallelo allestito da Melissa e Patty Schemel delle Hole (il brano principale dei cinque proposti si intitola Fire Crasher). Continua a leggere

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