Articoli con tag: grunge e dintorni

Pearl Jam (1994)

Il 22 novembre del 1994, solo in vinile (il CD sarebbe arrivato il 6 dicembre), i Pearl Jam pubblicarono il loro terzo album, Vitalogy; all’epoca lo amai follemente e oggi lo ascolto ancora con piacere, ma ammetto che con il tempo ho maturato qualche minima riserva. In occasione del venticinquesimo compleanno, recupero sia la recensione che scrissi di getto nel 1994 per Rumore (dove fu “disco del mese”), sia la parte della monografia apparsa sul Mucchio Extra – qui un altro stralcio – dove me ne occupavo con il senno di poi.
Vitalogy
(Epic)
Circolano voci diffamatorie, nelle cerchie dell’indipendenza discografica militante, a proposito dei Pearl Jam: che siano una band costruita a tavolino, che la loro proposta sia priva di anima, che le loro canzoni contengano null’altro se non una vuota e falsa sarabanda di cliché. In parole povere, che Eddie Vedder e compagni siano soltanto l’ennesímo bluff e non – come invece affermano le frange ben più numerose degli estimatori – un simbolo tra i più credibili di un “fare rock” fiero e vitale, cui il marchio major e l’estrema cura riservata agli aspetti tecnici non sottraggono passionalità e forza eversiva. C’è ancora spazio per l’utopia, nello stile e nell’attitudine dei Pearl Jam: lo dichiara il fatto la lussuosissima edizione in vínile di Vitalogy – apribile e con booklet allegato, come si usava nei ’70 – sia stata commercializzata dieci giomi prima dì quelle in CD e cassetta (una scelta “politica” e non, come diranno le solite malelingue, un trucco per vendere due volte lo stesso prodotto); che Spin The Black Circle, il brano eletto al ruolo di singolo apripista, sia una furibonda cavalcata punk-metal – al sottoscritto ricorda la mitica New Rose degli altrettanto mitici Damned – e non un polpettone agrodolce confezionato ad arte per i Top 10; che l’intero album, a cominciare dal titolo ricalcato su quello di una improponibile “guida alla vita” pubblicata negli States all’inizio del secolo, trasudi interrogativi e non risposte, dubbi e non plastificate certezze, messaggi da interpretare e non slogan da corteo: nei testi splendidamente visionari così come nei suoni, liberi di seguire le vie più diverse nella loro naturale ricerca di espressività.
È grande, Vítalogy, benché derivativo dei suoi predecessori Ten e VS; rock caldo, epico ed emozionante, capace di esaltare lo spirito come di accendere pur soavi malinconìe. E di assumere talvolta connotati assai bizzarri, come in quattro degli otto episodi del secondo lato (Pry To, Bugs, Aye Davanita, Hey Foxymophandlemama That’s Me) la cui funzione accanto a inni sanguigni quali Last Exit, Not For You o Whipping e di sublimi ballate quali Nothingman, Corduroy, Immortalíty o Better Man sembra essere più che altro destabilizzante. “Il canto di un pettirosso vicino alla finestra significa dolore” recita una piccola nota sulla busta interna. Voi non curatevene, e soffocate la sua voce con l’urlo dei Pearl Jam.
(da Rumore n.34 del dicembre 1994)

Commercializzato a fine novembre in vinile e a inizio dicembre in CD, Vitalogy stroncava ogni illazione sull’eventuale cattivo stato di salute dei Nostri, offrendo cinquantacinque minuti di musica senza catene registrata fra Seattle, Atlanta e New Orleans con O’Brien ancora seduto in console. Non molto coesa e forse un po’ confusionaria (si vedano le poco decifrabili “sperimentazioni” di Pry To, Bugs, Aye Davanita e Hey Foxynophandlemama, That’s Me), la scaletta ha i suoi picchi nelle prepotenti Last Exit, Whipping e soprattutto la Spin The Black Circle temerariamente designata come singolo, mentre tra i pezzi pacati spiccano le sommesse Nothingman e Immortality (contrariamente a quanto molti credono, non dedicata a Kurt Cobain, che prima di congedarsi dal mondo in aprile aveva avuto modo di appianare i contrasti con i colleghi), la più vivace Better Man (scritta da Vedder negli ‘80 per i suoi Bad Radio) e la più mossa, accattivante Corduroy. Pur non difettando di sprazzi luminosi, Vitalogy – titolo e copertina derivano da una “guida enciclopedica” della salute stampata a fine Ottocento – palesa un mood poco solare, in linea con la cupezza degli argomenti privati e “pubblici” trattati da un Vedder al quale, per la prima volta, era stata concessa l’ultima parola; non ne risentivano però le vendite, ovunque ottime, e gli show, peraltro poco numerosi – almeno in patria – a causa della querelle con Ticketmaster.
(da Il Mucchio Extra n.34 dell’estate 2010)

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Memorabilia (1)

Una serie di post dedicata a oggetti particolari legati alla musica che mi sono trovato a possedere più o meno per caso; a differenza di tanti colleghi che ne vanno a caccia e ne posseggono centinaia se non migliaia, io me ne sono sempre abbastanza fregato, però in tanti anni di attività un tot di cose le ho raccolte e allora ho pensato di presentarle qui e raccontarne la storia, un po’ come sto ancora facendo con i dischi più strani che ho e le foto da me scattate, e come ho fatto con le spillette. In linea di massima si tratta di gadget realizzati dalle case discografiche a scopo promozionale o celebrativo, ma non mancherà qualche chicca privata.
Comincio allora con questo cartonato/sagomato di In Utero dei Nirvana, alto circa un metro e mezzo, che la BMG – al tempo, AD 1993, riferimento per l’Italia della Geffen – dava ai negozi più grandi/importanti affinché lo esponessero nei loro locali. Il mio fu un gentile omaggio (lo ammetto: su richiesta) degli amici di Disfunzioni Musicali e fa bella mostra di sé sopra otto cubi della defunta linea “Expedit” della Ikea, con davanti una statuetta di porcellana di Lobo e di lato lo Space Projector della Mathmos.

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Sub Pop, 1982

Mi sveglio, ristabilisco la connessione con la vita a occhi aperti, butto uno sguardo a Facebook e scopro un discreto fiorire di post celebrativi del trentennale della Sub Pop, legati – quale più, quale meno – agli eventi organizzati dall’etichetta stessa per festeggiare. In realtà quello che si sta celebrando è il trentesimo compleanno dell’accordo tra Jonathan Poneman (l’attuale boss) e il fondatore Bruce Pavitt (uscito dalla società nel 1996), accordo che di fatto servì a lanciare la Sub Pop che ha fatto la storia. Per la cronaca, l’inizio dell’attività risale al 1979 e il primo disco in vinile (già con il famoso marchio il bianco/nero) è del 1986, ma chi è interessato ai dettagli può trovarli qui.
Per quanto mi riguarda, ho scoperto la Sub Pop all’inizio degli anni ’80, con la fanzine, e nel marzo 1982 ho anche recensito sul Mucchio la cassetta “Sub Pop 5” inviatami da Bruce Pavitt con cui ero in contatto epistolare. Ecco dunque direttamente dal mio baule dei ricordi non solo il mio breve scritto, ma pure la lettera con la quale Bruce mi chiedeva un po’ di supporto promozionale. Insomma, non è un merito perché la vecchiaia non lo è, ma “sono stato Sub Pop / prima di voi”. Stateci. (emoticon che ride)
Sub Pop 5
(Sub Pop)
Interessante iniziativa della fanzine statunitense Sub/Pop, che diffonde, assieme al numero 5, una cassetta C 60 contenente performance sonore di ventidue band o solisti, nessuno dei quali proviene da zone musicalmente “elevate” come New York, Los Angeles o San Francisco. L’intento di Sub/Pop, fin dai suoi inizi, è infatti quello di pubblicizzare quanto più possibile l’attività degli artisti che operano in luoghi degli Stati Uniti dove il nuovo rock si trascina a livello underground, e questa cassetta non è che il primo dei tentativi della rivista per richiamare concretamente l’attenzione su aree come Oregon, Maryland, Kansas, e così via. Accade così che, accanto a composizioni senza troppe pretese, appaiano gioiellini di innegabile valore quali It Hurts Me To Remember dei Product One, Rubber Heads dei Nurses, Spy vs. Spy dei Pell Mell, Lifespan degli Embarrassment o Tronada dei Ray Milland, tutti brani che dimostrano come anche in posti depressi possa fiorire musica valida e interessante. Il nastro + fanzine, poi, costa solo 5 dollari comprese le spese postali, e questo costituirà sicuramente un incentivo all’acquisto per tutti coloro che si interessano delle più disparate forme di sonorità underground. Sub/Pop fa anche sapere di essere interessata a canzoni di gruppi italiani, per un’eventuale uscita su cassette di prossima realizzazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.52 del maggio 1982

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Mary My Hope

Ventotto anni fa, quest’album – l’unico della band americana – mi piacque davvero tanto: lo recensii con entusiasmo su un paio di riviste, feci intervistare i suoi autori su Velvet, finì addirittura nella mia playlist del 1989. Onestamente, con il senno di poi non credo lo rimetterei nell’elenco del meglio, ma ciò non toglie che rimanga un buon disco, un po’ troppo sottovalutato e/o dimenticato. Sono stato contento di averlo “riscoperto” e di averne potuto riscrivere grazie a una recente “deluxe” arricchita di un’infinità di materiale extra.

Museum (HNE)
La vicenda dei Mary My Hope si protrasse per circa quattro anni, dal 1986 al 1990, e a livello di album si concretizzò solo nel Museum edito da quella Silvertone che, sempre nel 1989, sponsorizzò un debutto epocale come The Stone Roses. Anche se l’etichetta si diede assai da fare per lanciarlo, in primis affidandolo alle cure di un produttore esperto e quotato come Hugh Jones, il quartetto atterrato in Gran Bretagna dalla natia Atlanta, Georgia, non superò lo status di “meteora”. Continua a leggere

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Nirvana – Nevermind

Rileggere anni dopo quanto scritto in tempo reale di dischi poi divenuti pietre miliari è una pratica rischiosa, almeno se si ha paura di aver preso una topica. Personalmente, mi capita di avvertire quel “timore”, fra virgolette, quando organizzo il mio giudizio, ma non ricordo casi di commenti incredibilmente positivi o negativi che, con il senno di poi, mi sono trovato a ribaltare; qualche sfumatura senza dubbio sì, l’8 che doveva essere un 7 o viceversa, pure, ma nulla più. Ripescando la recensione di Nevermind, al quale assegnai un bell’8 e mezzo, ho rilevato di averci preso in pieno, anche nelle previsioni sul possibile futuro della band. Che nessuno, però, si stupisca nello scoprire che nel 1991 i Nirvana non erano ancora considerati stelle: chi non c’era magari non ci crederà, ma al tempo dell’uscita nessuno al mondo vide nel secondo album di Cobain e compagni un disco che, grazie soprattutto alla sua hit Smells Like Teen Spirit, avrebbe cambiato il corso della storia.

Nevermind
(DGC)
Nella vibrante sfida all’ultima chitarra che contrappone Soundgarden e Mudhoney per la leadership della scena di Seattle non sembrava fino a oggi esserci spazio per il proverbiale terzo incomodo. Non sembrava… ma se anche questo secondo album dei Nirvana non può vantare la caratura delle ultime produzioni dei due sopracitati “colossi”, è innegabile che esso abbia tutte le carte in regola per imporre la band di Kurt Cobain come outsider da non sottovalutare: non più emergenti da guardare al massimo con benevola accondiscendenza, ma un ensemble ormai maturo e perfettamente in grado di ritagliarsi un suo ruolo tutt’altro che secondario. Del resto, non ci risulta che alla David Geffen Company siano soliti regalare contratti ai primi venuti. Continua a leggere

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