interviste

Afterhours (2002)

Compie oggi vent’anni uno degli album più significativi della band di Manuel Agnelli. Al tempo, come potete leggere qui sotto, lo recensii in modo atipico.

Afterhours cop

Quello che non c’è
(Mescal)
Adesso posso dirtelo, Manuel: del tuo nuovo album avevo un po’ paura. Non tanto dell’assenza del tuo ormai ex compagno di merende Xabier Iriondo (concedimi un pizzico di ironia: quello che non c’è) e neppure del buio. Semmai, della luce che – causa successo che ti ha giustamente baciato e logico imborghesimento-da-anni-che-passano – poteva avvolgere la tua musica, rubandole quella cupezza e quell’ambiguità che da sempre la rendono speciale e unica. Lo so bene, che la tua naturale incapacità di restare fermo non ti avrebbe mai permesso di clonare Hai paura del buio? (Non è per sempre, del resto, aveva parlato chiaro) e lo so bene che non puoi fare a meno di metterti e rimetterti in discussione: a differenza degli eunuchi totali e parziali che affollano il circo del rock italico, scusa l’orrida ma esplicativa metafora, le palle non ti sono mai mancate; però dei cambiamenti è comprensibile avere timore, visto che si sa quel che si lascia – nel tuo caso, moltissimo – ma non quel che si trova.
Beh, sono felice di rassicurarti, e di rassicurare chiunque abbia nutrito dubbi analoghi, dicendoti che quel che ho trovato è splendido. E che non ti ho mai sentito tanto profondo e autorevole come in queste tue nove nuove canzoni, efficacemente arricchite di tinte e umori da te e dai tuoi bravissimi fiancheggiatori. Non ho idea di come hai fatto, bastardo!, ma sei riuscito a far convivere nello stesso cielo la brillantezza e il calore del sole di mezzogiorno con il mistero e il senso di straniamento di una notte senza stelle, intonando con un’espressività mai tanto vivida parole mai tanto dirette e toccanti; e, a volte, spiazzanti, perché da te tutto mi sarei potuto aspettare fuorché il meraviglioso romanticismo di quella Ritorno a casa che, con la sua impostazione recitativa e i suoi suoni tenui, sembra rubata al tuo amico Emidio Clementi (che non a caso citi affettuosamente in quell’altro chiaroscurale capolavoro che è Bye Bye Bombay). Che altro posso dirti, Manuel? Che se tutti i singoli fossero intensi, creativi e carismatici come Sulle labbra (e come la title track, La gente sta male e forse Bungee Jumping, prossimi candidati al ruolo di brani trainanti) l’etere nazionale sarebbe il Giardino dell’Eden? Che la torbida psichedelia di Varanasi Baby – il mio pezzo preferito, almeno fino a ora – saprebbe tenermi sulla corda anche se, invece di quattro minuti, ne durasse quarantaquattro? Che di rado una voce mixata così in primo piano sa essere contemporanemente funzionale all’equilibrio dei pezzi? Che è bellissimo perdersi nei mille dettagli strumentali di un album dove istinto e raffinatezza sono due facce della stessa medaglia?
No, Manuel, non ti dico altro. E continuo ad ascoltare queste canzoni “scure, dilatate e compatte”, così come tu le hai definite, tentando di carpir loro altri segreti. Grazie per avermi ricordato, una volta in più, cosa significhi la parola emozione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.480 del 2 aprile 2002)

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Elli De Mon (2021)

Elli De Mon foto 3

Dopo le esperienze con varie band, da circa otto anni Elli De Mon – Elisa De Munari per l’anagrafe – porta avanti con riscontri significativi una carriera davvero in solitaria sotto il segno del più puro blues. In discografia, un 45 giri, un EP, un CD “split” con Diego DeadMan Potron e gli album Elli De Mon (2014), II (2015), Songs Of Mercy And Desire (2018) e, da pochi mesi, Countin’ The Blues (Queens Of The 1920’s), seguito musicale al suo libro omonimo del 2020 dedicato alle intrepide signore del blues anni ’20: dieci adattamenti (uno in meno nel CD) “in chiave rock” di brani più o meno oscuri proposti illo tempore da eroine quali Bessie Smith, Memphis Minnie, Elizabeth Cotten o Ma Rainey tra incisive saturazioni chitarristiche, batteria essenziale ma vigorosa, guizzante lap steel, inserti di sitar e dilruba e canto magneticamente evocativo. Ecco la versione integrale dell’intervista che le ho fatto per il numero di Classic Rock dello scorso settembre.

La tua folgorazione per il blues in un flash.
Guardando a posteriori i miei ascolti di adolescente e di adulta, direi che il blues – nel senso più ampio del termine – è il comune denominatore di tutti gli artisti ai quali sono affezionata, dai White Stripes a PJ Harvey. Se però parliamo di epifanie, sono due: un concerto di Jack Rose, di una quindicina di anni fa, un uomo solo e la magia della sua chitarra. Attraverso di lui ho capito l’accordatura aperta, il fingerpicking e il valore del silenzio. Quella sera disse poche parole, ma i suoi silenzi parlavano… il modo in cui dava respiro alle note, alle pause. Quella notte io e miei coinquilini lo ospitammo e gli chiesi da dove nascesse quel modo, quell’esigenza di suonare, e lui semplicemente mi rispose “il blues”. Da lì ho cominciato a cercare… e si arriva al secondo episodio, ossia Il giorno in cui ho posato sul piatto un disco di Fred McDowell. Appena la sua musica è uscita dalle casse è stato come se il cerchio si chiudesse e tutto acquisiva un senso. Era come se avessi trovato l’origine del tutto.
Perché la formula della “one-woman band”? Eri rimasta in qualche modo delusa dalle tue precedenti esperienze come componente di una band?
Sono un lupo solitario e una persona pragmatica, e nei gruppi in cui ho suonato la presenza di altri comportava un continuo scendere a compromessi. Un mio difetto è di essere intransigente, almeno per quanto riguarda il lato artistico della mia vita: non c’è verso di farmi fare una cosa che non mi va. Credo dipenda dal fatto che, proprio per conservare una certa libertà di pensiero ho scelto di avere un lavoro fisso che mi garantisca una certa autonomia nella quotidianità. Di conseguenza non sono obbligata a fare scelte artistiche che non giudico autentiche perché, altrimenti, non potrei portare a casa la pagnotta. Non è facile avere le stesse vedute con altre persone, specie a una certa età (quale io ho). Di conseguenza fare da soli, anche se molto faticoso, può rivelarsi più agevole.
Il tuo stile ha molte sfumature, ma mi è parso di rilevare una certa attenzione per il mondo esoterico e per il “dark”. Da dove deriva questa fascinazione?
Come ho detto in precedenza, sono una persona pragmatica, concentrata su una quotidianità piuttosto organizzata. È probabile che il mio lato esoterico abbia origini in parte inconsce, per compensare questo mio essere molto materiale e razionale. Sono laureata in etnomusicologia e di sicuro l’incontro con altre culture, come quella africana e soprattutto quella indiana, ha scatenato in me l’attrazione verso aspetti oggi poco sondati dalla nostra cultura, se non in modo superficiale e dogmatico, quali il sacro e la sua dimensione simbolica. Ecco, direi che più che l’esoterico mi incuriosiscono questi temi. Di conseguenza mi piace interessarmi alla musica folklorica e a come le diverse culture si rapportano a quelle sfere che da sempre interrogano l’uomo e lo spaventano. Per quanto riguarda il “dark”, in effetti le musiche che da sempre mi colpiscono, siano esse di matrice classica, folklorica o pop/rock, sono scritte in modi minori. Per un periodo mi sono obbligata a scrivere solo in maggiore. Mi riconosco molto nella musica modale, probabilmente perché ha delle componenti ataviche, ancestrali. Forse il lato scuro è legato a questo. Tuttavia non mi piacciono molti dei gruppi definiti dark, li trovo un po’ noiosi, un po’ chiusi su se stessi. Un po’ depressi (ride, NdI).
Da solista hai fatto tanto e raccolto consensi, specie all’estero. Sei rimasta stupita dallo sviluppo rapido e proficuo della tua carriera?
Mah… In fondo suono da una vita, lo sviluppo non è stato poi così rapido. E poi la mia vita sui palchi è veramente fatta di alti e bassi, sempre dalle stelle alle stalle e viceversa. Il giorno prima sono a suonare su un palco gigante di un bellissimo festival e il giorno dopo vicino al cesso del bar della stazione, con davanti solo quattro vecchi e il loro spritz. È difficile raggiungere una costanza, ma in fondo va bene così: mi fa tenere bene a mente quanto le cose siano sfuggevoli e mi mantiene con i piedi ben piantati a terra. E, cosa non scontata, il mio ego capriccioso a volte riceve delle belle scosse che lo costringono a ridimensionarsi. All’estero, prima della pandemia, avevo un bel giro, spero che a breve si potrà tornare su quei palchi.
In quanto donna, hai incontrato qualche difficoltà a essere presa sul serio?
Diciamo che molto ha a che fare con il tipo di scelte che si fanno. Ho evitato certi ambienti, perché per me puzzano… o, semplicemente, non ho il carattere adatto per averci a che fare. Nei posti che frequento – circoli culturali, ARCI, associazioni – ho trovato sempre molto rispetto. Va da sé che questi luoghi sono già sensibili a molte tematiche. Il discorso cambia quando hai a che fare con situazioni più mainstream, dove il tipo di narrazione è più stereotipato. Per risparmiare il mio fegato ho detto no. In questi anni mi sono fatta begli amici e amiche che con me condividono una vita sempre sulla strada, a suonare ovunque, dai bei palchi ai cessi dei bar dei quali dicevo prima.
Il tuo nuovo album è un tributo alle storiche blueswomen e segue un libro sullo stesso argomento. Immagino che ambedue abbiano alle spalle motivazioni non solo musicali…
Certo. Per me le loro canzoni sono una porta di accesso a un senso individuale e sociale del vivere, il loro blues è un vero e proprio modo di vedere la vita. Hanno usato il blues come un mezzo per raccontare la verità, testare i propri sentimenti, trovare la propria voce. Le loro canzoni sono state una via per nominare il proprio dolore, riconoscerlo e, forse, guarire. Hanno sollevato dei temi cruciali: l’abuso sessuale, l’omosessualità, il bisogno di riappropriarsi del corpo. E lo hanno fatto cent’anni fa, ben prima dei movimenti di emancipazione femminile dei ‘60 e dei’ 70, e per averlo fatto sono anche finite in prigione. A me sembra assurdo che nessuno abbia restituito a queste donne il loro valore politico, oltre a quello musicale. Ho trovato pochissima letteratura su queste artiste e spesso solo specifica, come articoli universitari. Credo che lo stigma razziale e di genere abbia ancora un certo peso. Nel mio piccolo volevo contribuire a diffondere la loro visione, a far capire quanto sia attuale e quanto il loro modo di fare musica sia stato un esempio politico da seguire, al di là del colore della pelle. Non sono afroamericana e certo non voglio portare avanti un’operazione di appropriazione culturale di un universo che non mi appartiene, riconosco che le mie radici sono completamente diverse. Ma con loro ho agito e agisco per empatia. E spero che molti altri possano farlo.
Ti sei posta obiettivi per il prosieguo, oppure vivi in qualche misura alla giornata?
Di cose in pentola ne bollono ma. anche visti i tempi, vivo un po’ alla giornata. Sicuramente continuerò a progettare e a portare avanti le mie idee, e se potrò realizzarle… ben venga. Al momento, però, ci vado cauta.
(in parte da Classic Rock n.106 del settembre 2021)

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Nemico del prog?

Da anni e anni, solo in minima parte fondatamente, molti appassionati di progressive mi considerano un nemico. Tra questi non va annoverato il super-esperto Guido Bellachioma, direttore del bimestrale Prog Italia, che ha deciso di lanciare una serie di interviste parecchio approfondite ai presunti denigratori della materia, inaugurandola proprio con me. Non posso che ringraziarlo per avermi dato l’opportunità di spiegare nel dettaglio la mia “visione” attraverso una serie di domande azzeccate.
Per chi fosse interessato, le sei pagine di chiacchierata si possono leggere nel n.31 di “Prog Italia”, appena uscito in tutte le edicole.

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Guccini 80

Le canzoni di Francesco Guccini mi hanno accompagnato per tutta la mia vita di appassionato, e non a caso se questo mio blog si chiama così è a causa dell’album di congedo del Maestro emiliano. Per i suoi ottant’anni ho così riesumato il primo capitolo di un lunghissimo articolo biografico che avevo scritto per il Mucchio Extra, realizzato dopo l’intero pomeriggio che avevo trascorso con lui, al mitico indirizzo di Via Paolo Fabbri 43, a parlare della sua carriera. È uno dei miei ricordi più intensi, ed ero talmente preso dalla situazione che, al momento di andar via. mi dimenticai di chiedere all’omone – che fu pazientissimo, a dispetto della sua nomea di burbero – una fotografia assieme. Non l’ho poi mai scattata, quella foto che tanto avrei desiderato, ma mi consolo pensando che quattro ore e mezza di fitto colloquio immortalate su audiocassetta valgono più di uno scatto.
Auguri, Burattinaio di parole, e grazie di tutto. Per davvero.
La stagione del folk beat
(dagli esordi a L’isola non trovata)

Quando son nato io / pesavo sei chili/
avevo spalle da uomo / e mani grandi come badili“.
Da Milano (Poveri bimbi di), 1981

Un’esagerazione? Senza dubbio. Però, di fronte alla storica foto del 1958 che ritrae un diciottenne Francesco Guccini in versione filo-Presley, ci si potrebbe quasi credere, vista la sproporzione tra le dimensioni della chitarra – tenuta a tracolla con lo spago – e il ragazzo che la sta suonando con evidente trasporto. Chissà quale canzone stava intonando, il giovane Francesco, senza avere la più pallida idea di quel che il destino aveva in serbo per lui.

La mia formazione musicale è stata molto naturale e molto casuale, nella mia famiglia non c’erano particolari tradizioni; mia madre amava cantare, è vero, ma i miei ricordi sono tutti legati a quello che si sentiva alla radio. Da adolescente, comunque, ascoltavo parecchia musica, anche con i pochi mezzi a mia disposizione; io, tra l’altro, non possedevo il giradischi, ma per fortuna parecchi amici ne erano forniti. A casa non mancava nulla di essenziale, ma non giravano moltissimi soldi: quindi, mi dovevo arrangiare”.

All’epoca, la vita di Guccini si svolge tra la natìa Modena e il mulino di Pàvana, abitazione dei nonni paterni con la quale permane ancor oggi un sentimento di amore morboso: saranno i cinque anni lì trascorsi in tenerissima età mentre il padre Ferruccio è lontano, prima in guerra e poi prigioniero in Germania; sarà perché sempre lì, grazie ai soldati dell’esercito di liberazione, ebbe i suoi primi contatti con quel “mito americano” che nel bene e nel male lascerà su di lui un profondo segno; sarà per il cattivo rapporto con una Modena mai apprezzata (e molto impietosamente dipinta in Piccola città), ma Pàvana è per Francesco il luogo delle radici, quello dove ritornare quando occorre “capire l’anima che hai”. È però nel tanto vituperato “bastardo posto” che il Nostro muove un passo che risulterà decisivo.

Nella seconda metà dei ’50, un film rock’n’roll diede a me e ai miei amici l’idea di fondare un complesso, come si diceva allora. Io, che suonavo già l’armonica, scelsi lo strumento più avvicinabile sotto il profilo economico, la chitarra: mia nonna me ne fece costruire una da un falegname di Porretta Terme e fin dal primo giorno che l’ho avuta in mano, durante l’estate, mi ci sono messo su con passione e impegno, e dopo poche settimane me la cavavo già benino. Da ragazzo ascoltavo jazz, prima il dixieland tradizionale e poi quello più sofisticato, ma era troppo difficile da eseguire. L’arrivo del rock’n’roll -sia quello grintoso di Little Richard, Elvis Presley e Gene Vincent, sia quello più melodico, ad esempio, dei Platters – cambiò tutto: era la musica adatta per noi, semplice sotto il profilo tecnico e perfetta per far colpo sulle ragazze. Scattò il desiderio di emulazione. In città ci si conosceva tutti, si sapeva chi suonava e chi no… Ci si ritrovava alle feste studentesche… ma non era una cosa professionale, era solo un gioco. Nel gruppo c’erano Pier Farri, mio futuro produttore, e Victor Sogliani, che sarebbe poi entrato nell’Equipe 84”.

Il gioco si fa più serio nel 1961 quando Francesco, dopo una breve esperienza come istitutore in un collegio di Pesaro, è impiegato come cronista alla Gazzetta dell’Emilia; galeotto è l’amico Alfio Cantarella, in seguito batterista dell’Equipe 84.

Non mi pagavano granché, ma ero contento. Incontrai Alfio un giorno che ero abbastanza indignato perché, dopo un anno e mezzo di lavoro sette giorni su sette, avevo preso quindici giorni di ferie e me li avevano tolti dalla paga. Lui mi disse che suonava in una band chiamata Marinos, con la quale guadagnava molto più di me, e mi offrì un posto; sono stato un po’ combattuto, anche perché la prospettiva di essere giornalista mi affascinava fin da piccolo, ma alla fine ho ceduto. Lo stile del gruppo era un po’ antiquato e così, facendo valere la mia personalità, apportai qualche modifica: sostituii il bassista con Victor, ingaggiai un secondo chitarrista, allontanai la cantante appropriandomi del microfono e infine proposi di adottare un altro nome. Ci ribattezzamo Gatti e cominciammo a esibirci in ambito locale con pezzi come See You Later Alligator, Tutti Frutti, Blue Suede Shoes”.

L’avventura dei Gatti dura fino all’inizio dell’estate del 1962, un anno dopo il trasferimento della famiglia Guccini a Bologna, quando Francesco deve partire per il servizio di leva: quindici mesi da allievo ufficiale dell’esercito tra Lecce, Cesano di Roma e Trieste. Al ritorno non se la sente di riprendere un’attività ritenuta precaria e decide di isciversi nuovamente all’Università, che aveva già frequentato più o meno a tempo perso prima della naja. Non arriverà mai alla laurea (dal 1970 gli manca solo la tesi), ma tramite un professore che lo prende a benvolere per la sua conoscenza della letteratura americana – vecchia passione parallela a quella per i fumetti – ottiene una cattedra di lingua italiana al Dickinson College di Bologna: un mese all’anno, ogni settembre. La occuperà dal 1965 al 1985, a mo’ di break per una carriera musicale che, a dispetto della ritrosia, diventerà sempre più prioritaria.

Credevo proprio che la professione di orchestrale non mi si addicesse, ero certo che prima o poi la pacchia sarebbe terminata, e pur con qualche rimpianto approfittai del militare per chiudere con il gruppo; più avanti rifiutai anche un invito a unirmi all’Equipe 84. La musica rimaneva però fondamentale: componevo molto, e siccome questa era una qualità abbastanza rara, sia l’Equipe che i Nomadi mi chiedevano di cedergli le mie canzoni o di scriverne appositamente. Sui loro dischi non erano neppure firmate da me perché non ero iscritto alla SIAE: per Auschwitz mi sono dovuto rivolgere al tribunale e attendere trent’anni perché la sua effettiva paternità fosse ufficializzata. Fu Dodo Veroli, uno dei primi con cui avevo suonato, che intanto era passato a occuparsi degli arrangiamenti dei Nomadi, a farmi avere il contratto discografico dalla EMI, quando si chiamava ancora La voce del padrone”.

Sono numerosi i brani di Guccini che tra il 1965 e il 1967 appaiono in dischi altrui, soprattutto dei Nomadi (Per fare un uomo, Noi non ci saremo, la celeberrima Dio è morto…), dell’Equipe 84 (Auschwitz, L’antisociale) e di Caterina Caselli (Cima Vallona). Del Nostro sono inoltre le traduzioni in italiano di alcune hit straniere quali Bang Bang (Equipe 84), Hey Joe (Martò), Mrs. Robinson (Royals) e Che farò (Memphis), mentre quella a lui attribuita di Death Of A Clown di Dave Davies – Un figlio dei fiori non pensa al domani, proposta dai soliti Nomadi – non è opera sua (“Era di un ragazzo di Modena che non era ancora segnato alla SIAE e mi chiese il favore, visto che io avevo nel frattempo sostenuto l’esame”). Frutto di questo momento di grande eclettismo è anche il testo della Salomone pirata pacioccone di Sonia e le Sorelle, pregevole esempio di scheletro nell’armadio. Uno dei pochi, comunque.

Le primissime cose che ho composto erano canzonette: del resto a Modena lo spirito era rock’n’roll, mentre a Bologna si respirava un’aria più intellettuale, più impegnata. Ho scoperto la scuola francese e anche certi italiani del giro anarchico o dell’etichetta Dischi del Sole… Gente come Fausto Amodei, Michele Straniero, Sergio Liberovici, tutti maestri di canzoni politiche ma non prive di ironia. Poi nella mia vita è entrato Dylan, grazie a Victor che mi regalò una copia di The Freewheelin’: se un pezzo come Ti ricordi quei giorni, rimasto inedito finché non l’ho recuperato in Quasi come Dumas, riflette il periodo “francese”, Auschwitz e Noi non ci saremo sono figlie dei primi ascolti di Bob Dylan. Dio è morto è stato il mio primo grande successo: nacque dalla copertina di una rivista americana, mi sembra Time, che riferendosi ai nuovi filosofi titolava con enfasi “God is dead”, e dal Ginsberg de “Ho visto le menti migliori della mia generazione”. Nel circuito bolognese piacque subito ma l’Equipe non la volle, un po’ perché la consideravano troppo “forte” per la loro immagine e un po’ perché ritenevano che come autore fossi già finito. I Nomadi, invece, la presero immediatamente. La canto ancora, anche se con un altro spirito: quando l’ho scritta, nel 1965 o nel 1966, c’erano il desiderio di cambiare e la speranza che il domani riservasse un miglioramento. Era un’idea ingenua, che rispecchiava però il pensiero di noi venti/venticinquenni. Fu buffo: al Vaticano la lodarono per il messaggio positivo e fu persino trasmessa alla radio, mentre la RAI la censurò ritenendola oltraggiosa”.

L’esordio discografico del Francesco Guccini cantautore e non soltanto autore avviene nel 1967 con Folk Beat n.1. Realizzato con l’aiuto di Dodo Veroli e pubblicato a nome Francesco, il 33 giri ottiene riscontri minimi, forse perché – pur contenendo le già note Auschwitz e Noi non ci saremo – è tutt’altro che una classica antologia di singoli (“Secondo me, concetto che per l’Italia di quei giorni era rivoluzionario, un album doveva servire a presentare il mondo artistico, l’idea generale di chi lo aveva concepito”). L’idea, nel caso specifico, non è solo quella del “folk” e del “beat” – peraltro presenti in modo evidentissimo a livello ispirativo – ma quella di una forma di comunicazione di più ampio respiro sviluppatasi nel giro bolognese di ritrovi come l’Osteria dei Poeti e la Grondaia (“Per noi le ‘canzoni da cabaret’ erano tanto quelle con i contenuti quanto quelle satiriche poi raccolte in Opera buffa”). C’è quindi spazio, al fianco dei due suddetti classici e di altri momenti profondi quali In morte di S.F. (conosciuta dai più come Canzone per un’amica), la splendida La ballata degli annegati e il solenne inno pacifista L’atomica cinese, anche per brani fortemente ironici come Il 3 dicembre del ’39, L’antisociale e Il sociale; più il divertente Talkin’ Milano, improvvisazione a due chitarre, due voci e due lingue con l’amico americano Alan Cooper. In ogni caso, un debutto promettente (solo Statale 17 e Venerdì santo abbassano un po’ la media qualitativa della scaletta), dove il canto di Guccini suona ancora un po’ esile. E povero di tonalità gravi rimane nel raro 45 giri edito nel 1968 con le prime versioni – mai ristampate – di Un altro giorno è andato e Il bello: un pezzo serio e uno faceto, a confermare la dicotomia non conflittuale di cui sopra.

Nettamente più orientato verso il “classico” folk beat tra l’enfatico e il malinconico (unica deviazione la conclusiva Al trést, in dialetto pavanese), e impreziosito dalla chitarra di Deborah Kopperman (americana esperta di folk a Bologna per motivi di studio), è invece Due anni dopo, uscito nel 1970. Ne fanno parte parecchi episodi di notevole intensità, alcuni già interpretati dai Nomadi (Ophelia, Giorno d’estate, Per quando è tardi), tra i quali spiccano la politica Primavera di Praga (“Ero rapidissimo nello scrivere, e quasi ogni importante avvenimento di attualità mi suggeriva una canzone. All’epoca non passava giorno senza che prendessi la chitarra in mano e scrivessi qualcosa, mentre ora posso stare anche settimane senza toccarla”) e le più leggere Lui e lei (edita anche come singolo assieme alla title track) e Vedi cara. Checché ne dica il Nostro, peraltro consapevole che “i pezzi migliori derivano di rado da situazioni allegre”, l’atmosfera generale tende abbastanza al cupo, come rimarcato dalla misticheggiante L’albero ed io, da L’ubriaco e da Il compleanno, tanto deprimente da sembrare frutto della penna di Claudio Lolli.

Pensavo che dopo Folk Beat n.1 nessuno avrebbe voluto farmi incidere un altro disco, e invece… Io non avevo le idee molto chiare al proposito e chiamai Giorgio Vacchi, un mio amico maestro di musica di Bologna, per darmi una mano con gli arrangiamenti e con i turnisti. Poi seppi che Dodo Veroli ci era rimasto male… La verità è che il mio approccio era talmente naïf che per superficialità non avevo minimamente pensato a chiamarlo. Anche rispetto a Due anni dopo non avevo alcuna aspirazione, lo feci più che altro per un puro piacere personale: la EMI me lo aveva chiesto e io avevo le canzoni già pronte, perché mai avrei dovuto astenermi?

Solo pochi mesi separano Due anni dopo da L’isola non trovata, inciso nell’autunno del 1970, ma la distanza di spessore artistico è enorme.

Lo considero l’album della mia maturità. Vacchi, benché preparato, non era molto esperto di “pop”, e poi Due anni dopo risentiva dei miei trascorsi… Prendi Per quando è tardi, così francesizzante… Visto l’insuccesso, continuavo a pensare di non avere un vero futuro nella musica, e dunque fui sorpreso e lusingato del fatto che il nuovo direttore artistico della EMI, Giampiero Scussel, mi chiamò per farmi sapere che credeva nelle mie potenzialità e voleva che registrassi al più presto un altro disco. Mi chiese se fossi disposto ad affidarmi all’arrangiatore Vince Tempera, che avevo incontrato e con il quale mi trovavo in sintonia, e quest’ultimo portò con sé Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, il bassista e il batterista che sono ancora oggi al mio fianco. La squadra fu completata da Pier Farri, che si era staccato dall’Equipe 84: nonostante tutti gli ottimi auspici mi sentivo un po’ perso e quindi gli chiesi di seguirmi come supervisore/produttore, e lui accettò con entusiasmo”.

Ricco di riferimenti letterari – i più espliciti, rivelati nelle note, Gozzano per la title track e Salinger per l’altrettanto evocativa La collina – e caratterizzato da grandi varietà e freschezza di suoni e temi, L’isola non trovata ribadisce l’originario assetto folk-beat, ma lo fa in modo policromo e scintillante. Rimangono anche impresse L’orizzonte di K.D., ispirata da un viaggio negli Stati Uniti compiuto assieme alla fidanzata americana Eloise (la travagliata relazione, ovviamente finita male, sarà raccontata nella magnifica 100, Pennsylvania Ave., inclusa in Amerigo), e la maestosa Asia, intrisa di aromi esotici, senza nulla voler togliere all’ombrosa Il frate, alla ripresa di Un altro giorno è andato e alla non meno frizzante Canzone di notte, alle più atipiche Il tema e L’uomo. Francesco Guccini assapora così i primi veri consensi nei panni del cantautore, e sebbene ancora refrattario alle esibizioni dal vivo e alla televisione (“Sono di base un montanaro, non amo il clamore né mettermi in mostra. E poi allora non mi sentivo granché a mio agio, solo con la mia chitarra e con la gente che mi fissava. I primi veri concerti li ho fatti solo a metà anni ’70, ed è stato solo allora che ho preso coscienza della realtà che la mia occupazione era la musica”), alle quali si presta con parsimonia, comincia concretamente ad acquisire quello status di “personaggio di culto” che ancora oggi, a dispetto dei trionfi anche commerciali, lo accompagna.

Chi mi segue vede questo atteggiamento in maniera positiva; magari il rifiuto per la tv, dovuto a una mia naturale ripulsa, mi fa vedere da alcuni come una persona eccentrica, ma non ha importanza. Sono felice di mantenere le distanze dall’ambiente musicale, così come mi sento un privilegiato a poter gestire il mio tempo in assoluta libertà decidendo da me cosa fare e quando farlo. Ad esempio, non mi impegno mai in tour convenzionali: giro parecchio, ma i ritmi sono molto dilatati. E inoltre non suono praticamente mai d’estate, preferisco ritirarmi nella mia montagna, a Pàvana”.

Chiude un ciclo, L’isola non trovata. Non è dovuto solo ai mutati costumi del mondo discografico il fatto che in copertina, a partire dall’album successivo, a Francesco sarà finalmente aggiunto il cognome.
(da Mucchio Extra n.3 dell’Inverno 2002)

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Toyah (1980-1981)

In Italia le sue gesta di musicista, attrice e parecchio altro non hanno da un tot grande eco, e molti appassionati conoscono Toyah Willcox in quanto moglie – dal 1986 – di Robert Fripp. Nei primi anni ’80, quando era a tutti gli effetti parte del panorama post-punk/new wave, l’artista britannica – molto popolare in patria – godeva però di buone attenzioni anche sulla nostra stampa specializzata, grazie a dischi che oggi risultano un po’ datati ma che all’epoca suonavano freschi, originali, interessanti. In due anni recensii tre suoi LP e le feci addirittura un’intervista faccia a faccia, come documentato dalla foto che ci ritrae assieme.

The Blue Meaning
(Safari)
A breve distanza da Sheep Farming In Barnet, Toyah Willcox e la sua band hanno sfornato un altro ottimo LP, con il quale la cantante e compositrice conferma le sue doti e inserirsi con pieno merito nella schiera delle più tenebrose sacerdotesse del nuovo rock, alla pari di Siouxsie e Nina Hagen. Accompagnata da una formazione piuttosto standard (chitarra, basso, tastiere e batteria), in grado però di far risaltare al meglio le sue grandi qualità vocali, in The Blue Meaning Toyah propone altri dieci brani estremamente significativi e interessanti: le atmosfere sono spesso cupe e spettrali e pur non raggiungendo la glacialità di certe composizioni di Siouxsie riescono forse a colpire interiormente in modo ancor piu diretto. Il singolo si chiama Ieya ed è una lunga canzone basata su una ritmica martellante e un canto sempre diverso e ugualmente affascinante. Spaced Walking è una nenia demoniaca segnata da un’incredibile voce in falsetto, Ghost Mummies e Vision sono rock’n’roll veloci e piacevoli, la solenne She riesce quasi a impaurire con le sue trame forse anche troppo raggelanti, e tutti gli altri brani seguono la linea di un rock underground veramente personale ed efficace. Toyah è insomma un personaggio da conoscere, e le sue canzoni costituiranno una piacevole sorpresa per tutti coloro che vorranno ascollarle; se poi nella vostra collezione ci sono già The Scream e Unbehagen, allora The Blue Meaning non può assolutamente mancare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.34 del novembre 1980)

Toyah! Toyah! Toyah!
(Safari)
Anche per Toyah Willcox e la sua band, dopo le ottime prove in studio di Sheep Farming In Barnet e The Blue Meaning, è arrivato il momento del disco dal vivo. Toyah! Toyah! Toyah! cattura il gruppo in un concerto tenutosi al Lafayette Club di Wolverhampton: Victims Of The Riddle, Love Is, Bird In Flight, Danced, la stupenda Ieya e altri validi episodi si susseguono con le loro sonorità nella maggior parte dei casi tenebrose e con la voce che si modella su di esse cambiando più volte intonazione. Le atmosfere che si respirano in questo album sono veramente particolari, e con esso Toyah si impone definitivamente come una delle figure più interessanti del nuovo rock inglese
(da Il Mucchio Selvaggio n.39 del marzo 1981)

Anthem
(Safari)
Toyah Willcox e senza dubbio un personaggio da seguire con attenzione, considerata la sua grande capacità di sfornare ottimi album, per giunta a breve distanza di tempo l’uno dall’altro. Anthem è il quarto 33 giri della singolare artista inglese, e il primo con la nuova line-up. Accanto a lei è comunque rimasto il fido chitarrista Joel Bogen, da sempre autore di quasi tutte le musiche che costituiscono il background più adatto alle liriche surreali di Toyah, anche in questo LP piuttosto fosche e originali.
Anthem si presenta con una veste grafica assai lussuosa e l’inserto interno contiene numerosi riferimenti alla cultura egiziana, una delle più intrise di fascino misterioso. Le canzoni sono per lo più lente nelle ritmiche e piuttosto scarne e rarefatte nelle atmosfere, ma sono sempre ricche di attrattive; la voce presenta come al solito infinite sfaccettature timbriche. risultando diversa in ogni brano. Dal punto di vista compositivo mi sembra però di scorgere una pur lieve flessione della potenza espressiva che caratterizza i dischi precedenti; episodi da valorizzare, ovviamente, ce ne sono, come I Want To Be Free (che ricorda molto lo stile di Hazel O’Connor. la bravissima interprete di Breaking GIass), la nervosa Obsolete, It’s A Mystery, la solenne We Are. Anthem merita in ogni caso un giudizio più che positivo, vista la piacevolezza con cui si fa ascoltare e il modo in cui immerge in un mondo nuovo, ignoto, fatto di sogni e fantasia.
(da Il Mucchio Selvaggio n.43 del luglio/agosto 1981)

L’intervista
Di Toyah Willcox dovreste sapere già tutto e perciò è inutile dilungarsi sulla sua storia di ragazza che in breve tempo è passata dall’anonimato alla notorietà internazionale. Lasciamo che sia lei a parlare, lei ed i suoi quattro bellissimi album: Sheep Farming In Barnet, The Blue Meaning, Toyah! Toyah! Toyah! e Anthem.
Parliamo del tuoi testi. Cosa vuoi esprimere?
Non voglio dire nulla di specifico. Scrivo quello che sento in un dato momento, non penso consciamente di sfruttare un determinato soggetto. Scrivo la prima cosa che mi passa per la mente. C’è un messaggio nelle mie canzoni, ma non saprei dire di che messaggio si tratta, perché la gente deve trovarselo da sola. Non c’è politica nelle mie parole, sono solo visioni della vita; penso che solo i fan, i veri fan, comprendano il messaggio; la maggior parte della gente che compra il disco è interessata alla musica e non ascolta neanche ì testi. Non voglio dire quale sia il messaggio perché la gente non vuole saperlo, non lo capisce…
La tua musica dà strane sensazioni, come quella di essere avvolti in un’atmosfera misteriosa.
Cerco di non scrivere riguardo ad argomenti scontati, cerco di dare emozioni attraverso le mie canzoni; cerco di descrivere emozioni nel modo in cui chi ascolta vorrebbe riceverle. Quando andiamo in studio, non abbiamo ancora idea di ciò che faremo per ottenere questo risultato, andiamo e scriviamo là; non passiamo settimane e settimane a comporre canzoni per poi registrarle, le scriviamo e le registriamo quasi nello stesso tempo. Cosi c’è un’incredibi1e freschezza, e le composizioni risultano molto più spontanee.
Nell’album dal vivo, infatti, non ci sono molte differenze rispetto ai dischi in studio.
Quando siamo in tour non cerchiamo di riprodurre esattamente le versioni di studio, ma di mìgliorarle. Dal vivo puntiamo a dare una bella immagine, a mantenere l’atmosfera elettrica, a fare un vero spettacolo.
Come hai avviato la tua carriera?
Fin da bambina ho sempre voluto cantare e recitare, ero affascinata da1l’idea della rockstar o della grande attrice. Crescendo, le mie ambizioni sono diventate più profonde, volevo diventare famosa. Tutto è stato molto spontaneo, naturale.
Negli ultimi tre anni hai pubblicato quattro album e parecchi 45 giri, oltre a prendere parte a numerosi film. Non pensi sia troppo 1avoro?
Non penso sia una questione di eccessivo lavoro, semmai di troppa esposizione agli occhi del pubblico. Il mio più grande timore e essere troppo sui giornali. Del resto in Inghilterra siamo talmente che siamo obbligati a realizzare continuamente dischi. Da noi un 45 giri entra nelle classifiche in poche settimane, ma ne esce altrettanto velocemente. Gli artisti al top devono produrre almeno quattro singoli ogni anno.
Le differenze tra i tuoi dischi?
Sheep Farming In Barnet è semplice, musica non ancora molto sviluppata, contiene le prime canzoni che ho scritto nella mia vita: non mi piace come è stato prodotto e i testi sono troppo strani, non si capiscono nemmeno troppe immagini figurate. The Blue Meaning è un disco molto cupo, direi quasi paranoico. Anthem ha forse i più bei testi che abbia mai scritto finora, perché parlano della mia crescita, di quello che sentivo all’epoca della scuola, di quello che sento adesso; è il primo disco che ho fatto per il pubblico e non per me stessa ed è anche il mio lavoro meglio prodotto, l’unico in cui mi rendevo davvero conto di ciò che stavo facendo.
Qual è il significato della copertina di The Blue Meaning?
“Blue” può essere inteso nel senso pornografico o nel senso depressivo del termine. La copertina vuole simboleggiare la donna sottomessa all’uomo e il suo desiderio di ribellione.
E quella di Anthem?
Vorrebbe raffigurare l’affermamazione della donna sull’uomo; sullo sfondo ci sono tante altre piccole donne alate e ognuna ha ucciso un uomo. Ma poi tutte si rendono conto che aver ucciso tutti gli uomini significa l’estinzione della razza.
Si direbbe che tu abbia qualcosa contro gli uomini.
Oh, no, ma mi rendo conto di vivere in un mondo sciovinista, e voglio ricordare a tutti quelli che mi stanno attorno che so stare in piedi da sola. Con quella copertina voglio rappresentare l’indipendenza.
In Jubilee di Derek Jarman mterpretavi una femminista…
Sì, è stato il primo film che ho fatto, ma ho scelto quella parte perché mi identificavo nel carattere un po’ matto del personaggio e non perché era una femminista. A quel tempo ero appena uscita dalla scuola, non sapevo nulla della vita e non avevo certo idee chiare sul femminismo.
Gran Bretagna a parte, in che paesi sei più popolare?
Un po’ dappertutto: Germania, Svezia, Norvegia, Olanda, Giappone, Australia, Nuova Zelanda…
E negli Stati Uniti?
Lì sono molto più nota come attrice, ma a livello musicale sono considerata “underground”, per ora. Comunque ho registrato alcuni videotape che sono stati trasmessi dalle più importanti stazioni TV statunitensi, e adesso dovremmo firmare un contratto discografico. Comunque gli USA non sono il mio principale interesse, il paese non mi piace molto.
Quali sono i tuoi artisti preferiti?
Human League, Teardrop Explodes, Fad Gadget, David Bowie, Eno… Mi piace poi molto la nuova musica elettronica, tipo Orchestral Manoeuvres In The Dark e Depeche Mode. Anche i Bow Wow Wow non sono male, ma non credo molto in Malcolm McLaren, visto il modo in cui manipola le band.
Come mai cambi cosi spesso i musicisti che ti accompagnano?
Non faccio firmare contratti, preferisco che chi collabora con me sia libero di decidere quel che vuole; non mi piace avere nella mia band persone scontente di quello che fanno. Il mio nuovo organico, quello di Anthem, è composto esclusivamente da professionisti, ma sono tutti liberi. La scorsa settimana il batterista ci ha lasciati per andare a suonare con i Saxon.
Pensi di venire presto in tour in Italia?
Si, a dicembre sarò a Bologna e Milano, e l’anno prossimo tornerò per un tour più lungo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.47 del dicembre 1981)

Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

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