interviste

Pippo Pollina (1997-2001)

Quando nel 1998 Pippo Pollina provò per la prima volta a farsi seriamente strada nel mercato italiano, aveva alle spalle già sei album realizzati all’estero, soprattutto a beneficio delle platee svizzera e tedesca. All’epoca fui uno dei suoi più convinti sostenitori, come provato dalle recensioni e dalle interviste qui riproposte, salvo poi lasciare il testimone ad altri; non perché Pollina non mi piacesse/interessasse più, ma perché non amo ripetere in continuazione gli stessi concetti e perché, in generale, non amo il ruolo di “unico” testimonial di un artista. Sono tornato a occuparmi di lui nel 2007 per un CD/DVD dal vivo (le mie parole sono qui in fondo, come “bonus track”). In questi giorni in cui di Pippo si sta parlando un po’ perché gratificato di attenzioni da parte del Club Tenco, recupero con piacere le mie considerazioni apparse su carta.

Il giorno del falco
(Sound Service)
Una storia particolare, quella di Pippo Pollina: prime esperienze musicali nella natia Palermo, dove nel 1979 è uno dei fondatori degli Agricantus, poi il trasferimento a Zurigo e l’avvio di una carriera di cantautore finora concretizzatasi in sei album accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico di lingua tedesca (ben 200.000 copie vendute); infine, il desiderio di conquistare popolarità anche in patria, che quest’ultimo CD sta tentando, grazie all’appoggio della Sony, di tradurre in realtà. Continua a leggere

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Watermelon Men

Ricordo piuttosto bene quei giorni della metà degli anni ’80 nei quali si scoprì che in Svezia, a suonare rock più o meno legato ai Sixties, non c’erano solo i Nomads. Come accaduto con l’Australia della stessa epoca, a livello giornalistico sono stato uno dei principali sostenitori italiani di quel panorama scandinavo, e a distanza di trenta e più anni non sono affatto pentito. Non tutte le band hanno però offerto piena conferma delle loro potenzialità; i Watermelon Men, ad esempio, delusero quasi subito dopo un inizio senza dubbio degno di attenzione, per poi sparire dai radar prima della fine del decennio con un bottino complessivo di tre album (nel 1993 uscì un ulteriore EP, ma l’ho appreso solo ora). Mi fa comunque piacere recuperare un articolo/intervista che vide la luce poco prima della pubblicazione di Wildflowers, il secondo 33 giri della band.
Per gli appassionati del rock delle radici, il nome dei Watermelon Men non dovrebbe essere sconosciuto: l’album di debutto della formazione svedese, Past, Present And Future, non ha infatti mancato di suscitare entusiasmi e le circa ventimila copie vendute sottolineano efficacemente il positivo exploit del quintetto. Con tali premesse non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di una chiacchierata con Imre von Polgar, primo chitarrista nonché autore di parecchi brani del gruppo, di passaggio in Italia per una vacanza e per sondare il terreno riguardo a una eventuale tournèe primaverile dei Watermelon Men; venticinque anni, capelli biondi e occhi chiari, Imre si è rivelato cordiale, affabile e per nulla freddo come ci si poteva attendere fidandosi dei luoghi comuni sugli scandinavi. In sua compagnia abbiamo ripercorso le tappe del passato e del presente, e tracciato le direttive per il futuro, di una delle migliori band di Svezia.
Una scena svedese? No, non esiste niente del genere, almeno se per scena si intende qualcosa di unito, con contatti stretti fra i suoi esponenti; i gruppi sono indipendenti l’uno dall’altro, pensa che quando lessi una recensione del primo singolo dei Nomads rimasi enormemente meravigliato nell’apprendere che esistevano altri miei connazionali interessata alla stessa musica che suonavo all’epoca. La cosiddetta scena è stata un’ottima invenzione di voi giornalisti, un buon sistema per attirare l’attenzione del mondo su determinate realtà. E chiaro, ci sono rapporti personali fra i componenti di alcune band, ma non c’è nulla di compatto a livello musicale”. Più chiaro di così… Chi avesse dunque in mente la visione idilliaca di una terra promessa del rock’n’roll situata in prossimità del Polo Nord, può abbandonare le sue fantasticherie di sapore romantico. Di sicuro, però, il fascino delle regioni scandinave deve in qualche modo influenzare gli artisti, stimolandone le capacità creative. “Amo l’estate svedese, con le sue giornate lunghissime, e l’inverno svedese, con le sue notti eterne. E poi, all’estremo Nord, il sole di mezzanotte. È un feeling particolare, direi misterioso, il rapporto con la natura è veramente unico. All’epoca degli inizi eravamo soliti provare fuori città, in aperta campagna, e quello che ci circondava è sempre stata una grandissima fonte di ispirazione. Anche per registrare il nostro nuovo album abbiamo deciso di vivere a contatto con la natura, affittando uno studio isolato per trovare la giusta concentrazione”. Ancora una volta, l’ennesima, siamo dunque costretti a tirare in causa l’amore per la terra e le radici, l’attrazione per gli spazi aperti e per la vita semplice, non troppo contaminata da quella triste malattia che i più chiamano progresso. Lo facciamo a ragione, perché nelle canzoni dei Watermelon Men è facile respirare questo tipo di atmosfere, o perlomeno sognarle. “Io e Johan Lundberg, l’altro chitarrista, siamo amici da parecchio tempo e avevamo già suonato assieme in altre band punk e new-wave. Con Erik Illes, il cantante, avevo invece fatto parte dei Rave Ups, una band power pop che non è mai uscita dalla cantina. Il batterista, Erik Westin, era studente nella mia stessa scuola, ma non avevamo molti rapporti, mentre Hans Sacklen, il bassista, è l’unico di noi a non essere originario di Uppsala: viene dal Sud della Svezia, ha anche inciso dischi con altri complessi”.
I Watermelon Men si aggregavano nel 1984 e il loro nome non è un omaggio alla Watermelon Man racchiusa in Miami dei Gun Club. “Sì, ovviamente conoscevamo i Gun Club, ma non c’è attinenza; noi volevamo un nome mistico, al quale la gente non potesse affibbiare subito una etichetta musicale. E poi c’è un riferimento all’Ungheria, che è la terra d’origine mia e di Eric: suo nonno coltivava angurie nel sud del suo paese”. Formata la band, e risolto il problema del nome, Imre e soci si dedicavano alla composizione del repertorio; ben presto registravano un demo con il quale iniziavano a girare per gli uffici delle case discografiche, ottenendo però solo tanti rifiuti e qualche incoraggiamento. “Un giornalista ci consigliò di rivolgerci a Jorgen, il proprietario della Tracks On Wax; non avevamo mai sentito parlare di questa piccola etichetta, né conoscevamo i Wayward Souls che per essa avevano pubblicato il loro singolo di debutto, ma non ci furono problemi: lui impazzì per le nostre canzoni, la prima versione di Back In My Dreams, Is it Love, Your Eyes… Ci propose di incidere un disco e non volle nemmeno ascoltare i nuovi brani, ci disse che qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe di sicuro stata OK”. In breve tempo, nella prima metà del 1985, i Watermelon Men realizzavano così per la Tracks On Wax il 7”EP Blue Village e l’album Past, Present And Future, oltre a partecipare alla raccolta della Amigo A Real Cool Time; dai brani emerge una formazione dalle forti inclinazioni melodiche, abile nello sfruttare i suggerimenti del r’n’r, del country, del blues, del pop. In ogni caso, niente calderoni pacchiani e magari ridondanti, ma un sound abbastanza diretto, lirico e stilisticamente accomunabile a certo rock USA. “Il nostro primo album, in effetti, suona americano, ma il fatto non è dovuto a una scelta; piuttosto, a una questione meramente tecnica, di riverberi, e alla nostra decisione di utilizzare due chitarre molto nitide e pulite. Parecchia gente ci dice anche che siamo un gruppo molto Sixties, ma questa è la logica conseguenza del nostro amore per i suoni naturali degli strumenti. Credo proprio che con una Gretsch, una Rickenbacker, amplficatori Vox, basso Fender, batteria e voce sia assai difficile non far pensare agli anni Sessanta. Comunque, noi abbiamo moltissime influenze e moltissime passioni musicali, anche insospettabili: oltre ai Rolling Stones e agli Yardbirds ci piacciono Van Morrison, Smokey Robinson, Miracles, Phil Spector…”.
Assieme a lievi cadute di tono dovute ad arrangiamenti di dubbio gusto, Past, Present And Future contiene brani di enorme espressività quali Seven Years (che in Gran Bretagna è stata proposta su singolo con l’altrove inedita I’ve Been Told, il cui corpo è “rubato” a Play With Fire), Pretty Days In The Summertime, New Hope For The Lonely, Autumn Girl e Back In My Dreams; il precedente EP, seppure in forma leggermente più acerba, si muove più o meno lungo le stesse direttive, con le chitarre in bella evidenza a ricamare armonie di grande fascino ed incisività. “In realtà i Watermelon Men sono un ensemble di chitarristi, e la stranezza e che i più validi tecnicamente sono il cantante e il batterista”. Pur essendo qualitativamente e attitudinalmente omogeneo, il repertorio del gruppo è caratterizzato da una discreta varietà di temi e atmosfere; questo, probabilmente, perché gli oneri della scrittura sono divisi fra tutti i membri, eccezion fatta per Hans Sacklen. “Non vogliamo un sound troppo uniforme, preferiamo dedicarci all’elaborazione delle migliori intuizioni di ciascuno. I pezzi non nascono collettivamente, almeno in origine, ma si sviluppano dalle idee che ognuno di noi espone agli altri; esse, poi, vengono arricchite di elementi nuovi e gli spunti iniziali vengono spesso rivoluzionati”.
Quasi ignorato in Svezia, Past, Present And Future si faceva invece notare nel Regno Unito e in Germania, e il nome dei Watermelon Men cominciava concretamente ad affermarsi fra i seguaci del roots-rock; il quintetto consolidava poi la sua notorietà grazie a una fitta attività concertistica, che toccava Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Grecia. Un periodo intenso, che nell’arco di qualche mese induceva i musicisti a valutare la prospettiva di un impegno totale nel mondo del rock, prospettiva che troverà concretizzazione pratica all’inizio del l987. In base ai risultati che otterranno con il prossimo album, i Watermelon Men decideranno infatti se divenire definitivamente professionisti o se mantenere occupazioni convenzionali e dedicare alla musica solo una parte del loro tempo. Così, con molto entusiasmo e con un budget consistente (circa trenta milioni di lire), il complesso si chiudeva per diciotto giorni nel migliore studio di Svezia con il co-produttore Clive Gregson (chitarrista e leader degli Any Trouble), sorprendentemente preferito a Rob Younger. “Stimiamo Rob Younger ed il suo lavoro, ma sinceramente pensavamo non fosse adatto per il tipo di suono che volevamo costruire in questo album; Younger tende a un sound piuttosto uniforme, mentre noi puntavamo a qualcosa di vario e policromo”. Questione di gusti. Personalmente, pur non sapendo quanto le scelte di Gregson abbiano influito sul risultato finale, non mi sento di approvare la decisione del gruppo svedese: Wildflowers, il 33 giri che vedrà la luce verso la fine di gennaio, non presenta infatti la brillantezza e il feeling del debutto, orientandosi verso un suono “molle” e spesso troppo arrangiato. “Il nuovo LP è molto diverso dal precedente, è più vicino al pop; abbiamo cercato anche di aggiungere qualcosa di soul, non nel senso stretto di black music ma in quello più generico di anima, e abbiamo curato maggiormente il lavoro in sala. Ora pensiamo sia meglio usare le corde piuttosto che alzare il volume alle chitarre, e quindi le canzoni hanno un aspetto molto differente da quelle dei vecchi dischi: sono più levigate, meno di impatto immediato, ma secondo noi anche più profonde ed intense”.
Wildflowers, è innegabile, non ha quasi nulla in comune con Past, Present And Future, a parte la voce sempre splendida di Erik Illes; i pezzi, quasi tutti scritti dal cantante, mostrano una notevole inclinazione verso schemi soffici e avvolgenti, ma anche – purtroppo – melensi nella loro sovrabbondanza di violini e nelle loro trame morbide. Non mancano, comunque, le eccezioni, costituite da Postcard View (dai marcati accenti country), Pictures Of Good Times (probabilmente la più ammaliante fra le numerose ballate del disco) e Heading For The Woods, altra ballad che mi sentirei di definire come il capolavoro della scaletta; il resto lascia invece adito a più di una perplessità, dai discutibilissimi fiati di Empty Smile alla vuota retorica di In Another World, dalla prevedíbilità di True Confession e Smalltown Revolution alla mielosità di Pouring Rain. Si poteva, insomma, pretendere qualcosa di più, ma per un giudizio definitivo preferiamo attendere il momento in cui il vinile sarà nelle nostre mani. Solo allora, dopo ripetuti e attenti ascolti, saremo in grado di dire se i Watermelon Men meriteranno ancora il nostro incondizionato appoggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.108 del gennaio 1987

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City Kids (1985-1987)

In un lontanissimo giorno del 1985 ricevetti dalla Closer, rinomata etichetta francese dell’epoca, un mini-LP dei City Kids, band d’oltralpe che non ricordavo di aver mai sentito nominare. Fu amore al primo ascolto, disturbato solo dalla rivelazione che i ragazzi avevano in precedenza pubblicato un altro mini in tiratura limitata e numerata che temevo di dover inseguire per chissa quanto e pagare a caro prezzo (nel 1985 mica c’erano eBay, Discogs, Amazon e i negozi on line, e certi vinili non particolarmente propagandati erano tutt’altro che facili da trovare). Recensii comunque il nuovo disco e mesi dopo andai ad Arezzo per assistere a un concerto del gruppo, realizzando anche l’intervista che ho qui recuperato (abbastanza nozionistica, ma al tempo era fondamentale raccogliere e divulgare informazioni che non esistevano o quasi). Un anno dopo, il quartetto avrebbe inciso a Firenze – con la produzione questa volta reale di Rob Younger, che feci in modo di incontrare e intervistare (come si può leggere qui) – il suo primo LP, di cui ancora più in basso ripropongo la mia recensione; sarebbero poi arrivati altri due album, nel 1989 una sorta di antologia intitolata 1000 Soldiers (della quale sono certo di aver scritto, ma in archivio non trovo riscontri) e nel 1993 Third Life (del quale, lo ammetto, nemmeno mi accorsi).
Non c’è alcun dubbio che se fossero americani o australiani i City Kids godrebbero di maggiore notorietà e di maggior considerazione da parte della stampa; invece, francesi di Le Havre, devono per ora accontentarsi di un piccolo culto in patria e della risposta entusiastica degli spettatori occasionalmente accorsi ai loro concerti. Forti di un notevole dinamismo on stage e animati da una ferrea volontà di emergere, i quattro transalpini tentano ostinatamente la via del successo, rifiutando di star seduti ad attendere la manna dal cielo e impegnandosi concretamente per catturare l’attenzione di critica, pubblico e mezzi di informazione attraverso una fitta attività live in Europa e un ottimo livello qualitativo delle realizzazioni discografiche. In più, hanno un produttore d’eccezione: Rob Younger, già frontman di Radio Birdman e Visitors, che dalla lontana Australia coordina le operazioni. Insomma, per farla breve, i City Kids hanno qualcosa in più rispetto ad analoghe formazioni underground; e poi, prescindendo dalla ioro abilità, non cercano di nascondere la loro grande competenza nel campo del nuovo rock (conoscono centinaia di formazioni minori, soprattutto americane e australiane) e dichiarano candidamente di ascoltare moltissima musica per trarre da essa i migliori insegnamenti. Il che è sufficiente per renderli ancor più simpatici. Continua a leggere

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Prozac+ (1998)

Sono stato un po’ colto di sorpresa, perché proprio non me l’aspettavo, della reunion dei Prozac+, una band che ha segnato profondamente il panorama rock italiano della seconda metà dei ’90: solo due concerti, il 26 maggio al MiAmi di Milano e il 31 agosto all’Home Festival di Treviso, e poi chissà. L’occasione è il ventennale di AcidoAcida, il secondo album del gruppo di Pordenone, che all’epoca ottenne clamorosi consensi di vendite. Benché viaggiassi verso i quarant’anni e i Prozac+ piacessero soprattutto ai gggiovani, il mio appoggio al progetto fu dal primo istante genuinamente entusiastico: intervista e copertina dell’inserto Fuori dal Mucchio per il debutto Testa plastica, intervista e copertina – questa volta del giornale vero e proprio – per AcidoAcida (con replica due anni più tardi per 3Prozac+). Come esimermi, dunque, dal recuperare dall’archivio quanto scritto in quel 1998?

Punk, pop e fantasia
Se ne parlava da così tanto tempo, di questo famigerato secondo album dei Prozac+, che alcuni cominciavano a dubitare che avrebbe visto la luce: il dissesto della Vox Pop/Flying in parallelo all’uscita “fantasma” del CD-singolo Baby, la conseguente necessità di accasarsi presso una nuova etichetta e soprattutto i cambiamenti di indirizzo del mercato rischiavano infatti di rompere per sempre quello che è forse il giocattolo “pop” più ingegnoso, colorato e divertente mai regalatoci dalla scena musicale nostrana, impedendo in tal modo all’indiscussa next big thing del 1996 di diventare, appunto, big. Invece, e almeno un sospiro di sollievo è d’obbligo, il lavoro in questione ha finalmente fatto la sua comparsa sugli espositori dei negozi. Addirittura migliore di come era stato in origine concepito, proprio grazie a quei ritardi imprevisti che hanno dato al gruppo la possibilità di ponderare meglio alcune scelte e aggiungere alla scaletta alcuni brani di più recente composizione.
Nel comodo ufficio messo a disposizione dalla EMI, i Prozac+ sono – tanto per non smentirsi – più euforici e anfetaminici (ehm…) del solito, quasi come sulle assi dei duecento palchi calpestati (e massacrati a furia di salti) dall’uscita di Testa plastica ad oggi. I primi trenta secondi bastano a farmi capire che convertire l’anarchia verbale dei nostri discorsi in una fluida sequenza di domande e risposte sarà un’impresa titanica. Pazienza. Gli occhi di Eva, il piercing di Elisabetta e la simpatica faccia da schiaffi di GianMaria meritano ampiamente qualche ora di fatica in più.

Già all’epoca di Testa plastica, le accuse di essere “venduti” (a non si sa bene chi o cosa) erano all’ordine del giorno. Figuriamoci ora che avete un contratto con la EMI.
È prevedibile che quanti diffondevano queste voci un anno fa continueranno a farlo anche adesso, ma sinceramente non crediamo che l’esserci legati a una multinazionale possa alimentare simili dicerie. Sarebbe stupido, visto che ormai tutti sanno – come d’altronde è dimostrato da tutti i dischi italiani pubblicati nei ‘90 – che le major non costringono i propri artisti a chissà quali nefandezze musicali o di comportamento pubblico. Ci siamo arrivati molti dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma finalmente anche da noi il circuito cosiddetto alternativo e il mondo delle multinazionali sembrano aver trovato il terreno d’incontro per lavorare in modo proficuo. Continua a leggere

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Trax, 1981-1987

Negli anni ’80 mi fece molto piacere seguire nel dettaglio l’avventura della Trax, curiosa organizzazione allestita dal compianto Piermario Ciani, Vittore Baroni e (quasi subito) Massimo Giacon. Di cosa si trattasse è spiegato nelle righe che seguono e dunque non mi ripeto: mi limiterò a dire che questi (allora) ragazzi operavano con filosofia da Internet quando il Web era solo nei libri di fantascienza. Approfitto però della pubblicazione del doppio vinile antologico Trax Test (Excerpts From The Modular Network 1981-1987) da parte dalla Ecstatic Recordings di Londra (la prima tiratura di cinquecento esemplari è già esaurita, ma si attende una ristampa) per recuperare dai sacri archivi una monografia che scrissi in occasione della chiusura del progetto e le recensioni d’epoca dei dischi in vinile. Pochi, perché la Trax produceva soprattutto cassette.
“All For Art and Art For All”, tutto per arte e arte per tutti: basterebbe forse questa semplice locuzione a sintetizzare la filosofia della Trax, anomalo microcosmo produttivo’ operante nel campo della musica, delle immagini e della parola scritta che per sei anni si è mosso con notevole vivacità ed encomiabile coerenza delineando “tracce” (trax, appunto) e percorsi di cultura sotterranea. Con Last Trax, lussuoso libretto + 7” EP questa singolare organizzazione ha deciso di chiudere i battenti, e anche il sottotitolo del lavoro (Resoconto finale del progetto Trax) non lascia adito a dubbi sul fermo intento dei suoi responsabili di sospendere l’attività; questo breve articolo, però, non va inteso come la solita celebrazione postuma, la solita querula commemorazione, il solito commento critico-infonnativo infarcito di vuota retorica; pur se estinta come organismo “ufficiale”, infatti, la Trax continua a essere – attraverso le policrome intuizioni creative dei suoi singoli adepti – una realtà del tutto efficiente, dalla quale è realistico attendersi sempre nuove sorprese. Alla base di questa operazione giornalistica c’è dunque solo il desiderio di offrire al lettore una sorta di prontuario che serva da sprone alla conoscenza di un qualcosa di imprevedibile e stimolante, di cui ben pochi – o, almeno, è lecito credere – avrebbero potuto sospettare l’esistenza. Perché, al di là di qualunque considerazione artistica, quelli della Trax mi sono da sempre maledettamente simpatici, con le loro teorie sulla libertà di espressione e sulla sua indipendenza da questioni meramente speculative. In un mondo concreto fino al più ributtante cinismo, è bello avere ancora la possibilità di credere nella vittoria dell’Utopia. Continua a leggere

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