Articoli con tag: fumetti

Skiantos a fumetti

Sono ormai quarant’anni che gli Skiantos occupano un posto fisso nel mio cuore. Li ho scoperti con il singolo Io sono un autonomo/Karabignere Blues, ho acquistato in tempo reale Mono/Tono (ovviamente “giallo gastrite”), ho ricevuto dalle mani di Oderso Rubini la rarissima cassetta del primo album Inascoltable, li ho applauditi spesso dal vivo – la prémiere al Piper, 30 novembre 1978 – e ho avuto il grande piacere di chiacchierare più volte con Freak Antoni, che quindici anni fa mi permise anche di realizzare questa bella intervista); Freak per la morte del quale ho pianto sincere lacrime, perché pur avendolo conosciuto superficialmente lo sentivo più “amico” di tanti amici veri. Insomma, quando lo stesso Oderso Rubini di cui sopra mi ha invitato all’Esc Atelier per la presentazione della graphic novel L’irraccontabile Freak Antoni, non ho certo accampato scuse e ho risposto, con entusiasmo, “ok, ci vediamo lì”.
La presentazione, alla fine, l’ho persa. Mi sono presentato puntuale alle 17, ma alle 18 e 30 non era ancora cominciata e avevo un altro appuntamento ineludibile. Oltre a ricordare con Oderso i bei tempi andati, ho però conosciuto l’autore del libro, Francesco “Cisco” Sardano, bolognese d’adozione, tra l’altro una delle menti della rivista autogestita “Burp! Deliri grafico intestinali”; il barbuto ragazzone, veramente simpatico, mi ha fatto cortese omaggio del suo lavoro e ciò mi ha motivato ancor di più a leggerlo pressoché subito. Mi è piaciuto molto, dalla bella prefazione de Lo Stato Sociale – che musicalmente parlando mi disgustano oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che tutto sono fuorché stupidi – fino alla postfazione in perfetto stile Skiantos di Andrea “Jimmy Bellafronte” Setti, compreso il refuso nella cronistoria – ma magari, per qualche bizzarra ragione, è lì apposta – che fa nascere Freak nel 1964 invece che un decennio esatto prima. Anche se gli eventi raccontati con parole e bei disegni “caricaturali” (se così si può dire: insomma, il tratto non vuole essere realistico, e il tutto risulta estremamente efficace) sono in ordine, non si tratta di una classica storia: in pratica, si parla solo dei primi passi della band e della prematura scomparsa del nostro eroe, con uno splendido capitolo che ha come coprotagonista un’altra figura-chiave della scena bolognese, Steno dei Nabat. Tutto scorre benissimo, il mood è quello giusto, e se devo tirar fuori un appunto l’unico che mi viene in mente è proprio che avrei gradito “di più”, anche se quasi centocinquanta pagine non sono poche.
L’irraccontabile Freak Antoni è stato pubblicato – a maggio, apprendo; strano che mi sia sfuggito – dalla Becco Giallo e costa 17 euro. Dopodomani è natale, fate un po’ voi.

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Un ricordo di Stan Lee

Se qualcuno mi chiedesse a quale foto sono più affezionato delle tantissime che conservo come testimonianze dei miei incontri con persone più o meno famose, non avrei alcuna esitazione a indicare quella che potete vedere qui sopra. Curiosamente, non mi ritrae con un musicista, bensì con l’uomo – artista, autore, creativo, genio… non saprei proprio come definirlo, con una parola sola – al quale devo una passione che coltivo addirittura da prima di quella per la musica: i supereroi della Marvel. Sono di quelli che nel lontano 1970 acquistò in tempo reale il primo numero de “L’Uomo Ragno” edito dall’Editoriale Corno, senza sapere di cosa si trattasse ma essendo attratto da quel “n.1” che mi faceva ipotizzare una futura collezione, e da allora i personaggi della Casa delle Idee sono una costante della mia vita. Più di tutti ho sempre amato Spider-Man, di cui posseggo tutti gli albi di tutte le collane in edizione americana – eccetto una trentina, ovviamente dei primissimi – fino al 2010, e una raccolta di circa settecento gadget di ogni tipo che però ho smesso di ampliare quando con l’uscita del primo film la cosa divenne troppo dispendiosa.
Da appassionato DOC di vecchia data, quando fui informato che Stan Lee, l’inventore di quasi tutti i characters che mi hanno accompagnato durante l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, sarebbe venuto a Roma, quasi ebbi un mancamento. L’occasione era il lancio in Italia del progetto “Marvel 2099” (che purtroppo non fu molto fortunato, ma non conta), e il Sorridente avrebbe rilasciato alcune interviste. Al tempo, fra l’altro, collaboravo stabilmente con la Star Comics, che pubblicava in Italia parte delle collane Marvel, e quindi il rischio di rimanere escluso non era contemplato. L’incontro avvenne all’Hotel Lord Byron di Roma, nel quartiere Parioli, il 17 marzo del 1993. Alla conferenza eravamo in pochissimi e fu facile, alla fine, scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, anche se nonostante avessi già trentadue anni ero emozionato come un ragazzino, e credo che la mia espressione nella foto lo faccia percepire. Ricordo una persona gentile, simpatica, piena di entusiasmo. Non mi feci autografare nulla e con il senno di poi non fu una cosa molto intelligente, ma potevo mettermi a rompere le scatole al mio più grande mito chiedendogli di firmare questo e quello? Avevo la foto, che portai subito a sviluppare in un laboratorio, con un’ansia pazzesca che non fosse venuta, o fosse venuta male.
Stasera ho appreso che Stan Lee se n’è andato, per sempre. Non è vuota retorica affermare che sapere che non c’è più e che non potrò più gridare con gioia “eccolo!” scoprendo i suoi camei nei film Marvel. Non ci si può scagliare contro il destino bastardo perché, insomma, novantacinque anni sono un’età ragguardevole e novantacinque anni da Stan Lee sono qualcosa per la quale probabilmente venderei l’anima al diavolo, ma il dolore è lo stesso enorme. Excelsior!, Stan, e grazie di aver contribuito a rendermi quello che per tanti versi sono ancora: un eterno ragazzo, alla faccia di quello che dice l’anagrafe.

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Il mio amico Toffolo

La settimana scorsa, e quindi l’11 marzo (per via della regola, della quale continua a sfuggirmi il senso, in base alla quale i dischi vengono pubblicati solo il venerdì), è uscito “Inumani”, il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ne ho scritto su “AudioReview” di marzo e chi fosse eventualmente interessato a leggere la recensione potrebbe farlo solo lì, poiché non mi pare che i “ragazzi” l’abbiano condivisa da qualche parte. E dato che qui sul blog ho già recuperato un’intervista storica, quella che diciassette anni fa accompagnò la prima copertina in assoluto dedicata alla band da una rivista, estraggo dal cassetto della memoria una vecchia faccenda che mi è tornata in mente quando, durante una delle mie ricerche in archivio, è saltata fuori questa illustrazione.

Toffolo ok

Faccio una breve premessa: quanto segue è una questione, in pratica, “privata”, e quindi chi continuasse la lettura a dispetto dell’avvertimento non ha il diritto di rompermi le palle con eventuali “che mi frega?”. Ecco allora la storia. All’inizio degli anni zero, Davide Toffolo realizzava per il Mucchio al tempo settimanale – dove ero responsabile di vari spazi – una striscia a sua cura, “Tre Allegri Ragazzi Morti Show”. Non so se fosse una esclusiva, mi sembra di sì, ma non è importante… a contare è che fosse una cosa carina. Fatto sta che, un giorno, arrivò il doppio disegno di cui sopra, “risposta” di Davide a una mia recensione non troppo positiva di un album del suo gruppo. Ci rimasi male e chiesi all’editore di evitare la pubblicazione. Fui accontentato, ma con il senno di poi penso di aver commesso un errore; sì, venivo perculato e per ragioni a mio avviso pretestuose, ma ci poteva stare. Fra l’altro, a breve Davide interruppe la collaborazione. Non so se la striscia incriminata sia poi apparsa altrove o sia invece rimasta inedita, almeno nella sua veste originaria (mi è capitato di vederne una versione differente), ma negli ultimi anni ho incontrato El Tofo un sacco di volte, il rapporto è del tutto cordiale e di questo episodio non mi pare si sia mai parlato. Comunque, ecco, con il recupero del disegno vorrei rimediare alla mia “censura” di una quindicina di anni fa, figlia del prendere a volte troppo sul serio non tanto me stesso – dai, chi fa circolare liberamente una foto come questa è per forza dotato di un certo senso dell’autoironia – quanto tutto quello che gira attorno alla mia professione. È andata così, oggi ci rido sopra. Cosa che sicuramente farà anche Davide, quando e se leggerà queste righe. Bacini e rock’n’roll!

 

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Quando “battezzai” Nathan Never

Sono un grande appassionato di fumetti, da ancor prima di essere un appassionato di musica, anche se sarebbe forse più corretto dire “ero”, dato che da vari anni le mie letture, per questioni di tempo-spazio-soldi, si sono notevolmente ridotte. All’inizio degli anni ’90, invece, ero attentissimo a quello che accadeva nel settore, al punto che avevo anche messo in piedi varie collaborazioni con la Star Comics, la Playpress e la Marvel Italia (che in seguito sarebbe stata acquistata dalla Panini). Nella primavera del 1991, quando si trattò di organizzare un’anteprima esclusiva per il lancio di Nathan Never, la nuova direzione – io avevo lasciato il ruolo alcuni mesi prima – ritenne logico affidarmi l’incarico. Non ricordo chi avesse avuto l’idea, mi pare che tutto rientrasse in una strategia volta a far conoscere il giornale presso un pubblico più ampio di quello dei soli musicofili, e in quel periodo il fumetto stava vivendo un autentico boom. In ogni caso fu una felice intuizione, visto che Nathan Never ha da poco festeggiato il suo ventiquattresimo compleanno ed è in prossimità di raggiungere – lo farà nel maggio prossimo – il trecentesimo albo della serie regolare.
Chiaramente l‘intervista contiene anche un paio di domande che su una rivista rivolta a esperti di fumetti farebbero sorridere, ma per una platea generica andavano benissimo. E, comunque, il risultato ottenuto mi sembra ancora oggi, specie con il senno di poi, non privo di motivi di interesse.

Nathan Never fotoIl domani dietro l’angolo
Le atmosfere di Blade Runner. L’azione di 007. Il design tecnologico dei cartoni animati giapponesi. La fantasia del mondo dei super eroi. Il fascino della fantascienza… E molto altro ancora, in Nathan Never, il nuovo fumetto d’avventura (ovvio!) che la Sergio Bonelli Editore lancerà sul mercato nel prossimo giugno. Il possibile futuro della nostra società nelle mani di una equipe giovane, ma già rodata nell’arte di metter le ali all’immaginazione.

Un fumetto? E un fumetto nuovo e sconosciuto, per di più? Con queste parole, magari sottolíneate da una smorfia di perplessità, alcuni lettori potrebbero commentare il risalto con il quale abbiamo accolto la nascita di Nathan Never. Ma nel caso non ve ne siate mai accorti, c’è fumetto e fumetto; e per l’ultimogenito della grande famiglia Bonelli – l’inossidabile TexZagorMartin Mystere e il già mitico Dylan Dog le testate più prestigiose della casa – i sorrisini di sufficienza di quanti continuano superficialmente a considerare tale forma di espressione artistica un frivolo intrattenimento per giovani e attempati sognatori sono più che mai fuori luogo. Nathan Never, allora. Il frutto dell’estro di tre giovani autori sardi e del coraggio – termine al quale tra qualche anno gli agiografi sostituiranno, si spera, “lungimiranza” – del patron Sergio Bonelli che hanno deciso di affrontare la sfida con un mercato in apparenza tutt’altro che benevolo verso il genere fantascientifico. E chissà che non sia proprio il nostro Nathan Never, come Dylan Dog nel campo dell’horror, a dare il “la” all’esplosione di una tendenza fino a ora relegata in un angolo, ad esclusivo godimento di una ristretta cerchia di fan. Continua a leggere

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Gianfranco Grieco

Sono trascorsi otto anni dalla pubblicazione di questa intervista, che avrebbe dovuto accompagnare una copertina del Mucchio raffigurante un ex Presidente del Consiglio nei panni del Catzillo, il più famoso personaggio creato dall’intervistato. La copertina non trovò mai la via delle edicole e l’ex direttore tentò maldestramente di trovare pubblicità parlando di “censura”, quando in realtà si era trattato di una specie di autocensura: il distributore della rivista aveva sconsigliato il suo utilizzo e l’ex direttore gli aveva dato retta. “Sic transit gloria mundi”. Oppure, più appropriatamente, “sic transit mundi”, come direbbe qualcuno che con il latino va d’accordo più o meno come con l’italiano.

mucchioPer i cultori del rock italiano “storico” il suo nome è legato alla band punk/demenziale Dirty Actions e alla fanzine “Il Siluro d’Europa”, ma Gianfranco Grieco non è uno scheletro ritrovato per caso nell’armadio dei ricordi di venticinque e più anni fa. L’intervista che segue è infatti indicativa di come la voglia di fare e la verve dissacrante dell’artista genovese non siano affatto venute meno.

La tua attività artistica si è sempre sviluppata sul doppio binario musica/disegno: come ti sei accostato a entrambe queste forme espressive?
Prima c’è stato il disegno: “nato con la matita in mano”. Poi, nonostante gli studi di ragioneria, ho iniziato prestissimo a pubblicare. Non avevo nemmeno diciott’anni e già realizzavo, retribuito, vignette di satira politica per lo storico quotidiano genovese “Il Lavoro”: la mattina a scuola,il pomeriggio in redazione. L’interesse per la musica è venuto dopo, intorno ai sette/otto anni. Ho subito gli ‘60 e ‘70 ascoltando distrattamente qualche 45 giri col mangiadischi di mia nonna, affascinato più dalle copertine che dai contenuti. Solo un disco mi aveva colpito, la copertina era strana, scura, con la foto virata in magenta: pensavo che Aftermath fosse il nome del gruppo, invece erano i Rolling Stones. Faceva rimbombare l’altoparlante e suonava ruvido, grezzo, quasi stonato. Ho subito pensato “ma cos’è questa merda?” Stesso identico pensiero quando ho visto i Sex Pistols in TV a Odeon sul barcone sul Tamigi e qualche anno prima, nel ‘72, dopo aver ascoltato Ziggy Stardust di Bowie.
Sul finire degli anni ’70 cantavi nei Dirty Actions. Cosa ti aveva portato a quell’approccio tra il punk e il rock demenziale?
L’esplosione creativa di quel periodo, di cui Bologna era l’epicentro, era contrastata da una fortissima repressione poliziesca. Simpatizzavo per la sinistra extraparlamentare: Autonomia, Lotta Continua, e naturalmente non condividevo la strategia delle Brigate Rosse e del terrorismo in generale. Ma “né con lo stato, né con le BR” era una posizione scomoda in un sistema che ti obbligava a scegliere. La rabbia, l’impotenza provata – potevi finire in carcere per aver salutato un tuo amico conoscente di un presunto terrorista – rischiavano di rovinarmi la vita senza costrutto. Il punk fu un’ottima valvola di sfogo e rifugiarsi nel demenziale “alla Skiantos” era una nuova forma di comunicazione, quasi un codice segreto per riconoscerci tra noi esseri “devianti”.
La carica irriverente dei Dirty Actions si rispecchiava ne “Il Siluro d’Europa”, la tua fanzine. Con quali ambizioni l’avevi fondata?
Il Siluro non è affatto la mia fanzine, bensì il parto di un gruppo di menti deragliate di cui mi onoro di far parte. È di Rupert, di Luca, di Mario, di Ettore, di Gianluca, di Vinicio, di Ugo, di Giovanni, di Iggy, di Debbie Harry, di Wendy dei Plasmatics, dei Ramones, dei Damned, di Johnny Rotten, tua, di chi l’ha letta allora e di tutti quelli che adesso ne hanno sentito parlare ma non l’hanno mai vista e se la sono immaginata. Non aveva alcuna ambizione, andava proprio contro la logica della rivista tradizionale. Nessun direttore, soprattutto nessun responsabile, anzi tutti rigorosamente irresponsabili. Ha messo insieme persone molto diverse tra loro, unite dalla rivoluzione demenziale, l’unica rivoluzione riuscita in Italia, perchè c’è stata e nessuno a parte i protagonisti se n’è accorto, anche perchè non ha cambiato nulla. “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti” degli Skiantos è una frase con cui dovrebbe iniziare la Costituzione Italiana.
La tua creazione più famosa è il Catzillo. Quando, e come, è nato?
Non me lo ricordo, per quanto mi sforzi. Di certo posso citare i suoi due padri putativi da cui inconsciamente ho tratto ispirazione. Jacovitti, che nel ‘77 se n’era uscito con Kamasultra, un’opera erotica geniale e sconvolgente dove apparivano cazzettini volanti insieme a tutta la sua vasta gamma di personaggi in tutte le posizioni possibili. E la caricatura del viso di Aldo Moro, appunto a forma di cazzo, per la copertina de “Il Male”, uscita pochi giorni prima del suo rapimento, a opera di un altro grande: Pino Zac.
A colpire maggiormente è la tua capacità di caratterizzare il personaggio nonostante i pochissimi elementi modificabili a disposizione. Come si fa a rendere sempre diverso un cazzo con le gambette?
Sintesi e stilizzazione mi hanno sempre affascinato, talvolta più del bel disegno che spesso trovo un esercizio fine a se stesso. Probabilmente la mia precoce passione per il futurismo mi ha avvicinato ad artisti che cercavano di riprodurre più lo stato d’animo che una raffigurazione realistica: quindi Balla, Boccioni, Depero… per giungere a Garretto, specializzato proprio in caricature con uno stile molto personale, e ad Ardito, mio conterraneo, con le sue psicocaricature. Ma c’era anche Scalarini, il disegnatore del quotidiano socialista “Avanti!”: che tra il 1926 e il 1929 finì al confino a causa delle sue vignette di satira intrise di convinto antimilitarismo. In seguito venne arrestato nel 1940 e visse in libertà vigilata fino alla Liberazione e fu picchiato più volte dai fascisti. Una vita incredibile, come incredibili erano i suoi disegni: crudeli, sempre alla ricerca di un tratto essenziale, scarno, ma nello stesso tempo efficace e comprensibilissimo a tutti. Più di recenteho un altro riferimento grafico, per le illustrazionirealizzate per riviste femminili patinate: è Stefano Tamburini di “Cannibale” e “Frigidaire”, altro folgorante esempio di sintesi e dinamismo.
Perché, dopo il gradimento iniziale, il Catzillo è scomparso?
Dopo la chiusura de “Il Male”, e dopo aver pubblicato qualche disegno per “Rockerilla”, non esistevano pubblicazioni realmente interessate. Come per il punk del ‘77 anche Catzillo sembrava aver esaurito il suo compito e negli anni successivi l’ho riproposto solo in particolarissime occasioni con dediche speciali agli amici molto stretti. Ora dopo la pubblicazione del volumetto de “Le Silure” è ritornato in auge alla grande. Che devo dire? Anche in questo caso non me l’aspettavo.
Catzillo a parte, cos’altro c’è nel tuo curriculum nel settore “grafica e comunicazione”?
Ti ho detto de ”Il Lavoro”: una volta diciannovenne, avevo già due anni di collaborazione costante per altre due testate, con caricature e articoli scritti. Ho poi continuato a lavorare come illustratore, a Milano, con giornali di tutti i tipi, con importanti agenzie pubblicitarie, con le case editrici Rizzoli e Mondadori (in era pre-Berlusconi) e, infine, ho avutouna lunga esperienza alla Disney. Direi che alla fine ho fatto tutto quello che mi ero prefisso; persino le statue da collezione dei personaggi dei fumetti con il marchio Grieco Collection, anche se è finita maluccio, con un bel po’ di debiti. Ma si sa che se pretendi di andare contro le regole della società capitalistica devi aspettarti di tutto. Ecco, forse l’ultima cosa che mi manca è dirigere un cartone animato, ma ritengo sia difficile, molto difficile.
Avresti preferito una carriera in ambito rock?
A livello italiano non vedo un solo personaggio o artista, da classifica o di culto, del quale vorrei seguire le tracce o che possa sentire affine. Per dirla chiara, in tutti questi anni di volontario esilio, non mi sono perso nulla. Questo mio punto di vista, liberi diinterpretarlo come una sdegnata e supponente presa di posizione. Se parliamo dell’estero, allora le cose cambiano radicalmente: potremmo iniziare dalle Pussycat Dolls – il primo nome che mi viene in mente – e procedere a ritroso fino a Elvis, ma ci vorrebbe un’enciclopedia.
Mesi fa hai confezionato un box postumo dei Dirty Actions e allestito una mostra dedicata al Siluro. Tutta colpa del rimpianto per quando eravamo “giovani e di belle speranze”?
Rimpianti? Mai. Ho sempre sognato di poter dire questa frase dopo i quarant’anni, e ora posso farlo! Beh non è che mi faccia molto effetto, però. Avrò sicuramente sbagliato qualcosa ma in linea di massima diabolicamente rifarei le stesse cose. Il cofanetto Dirty con doppio cd e il SiluroBook, dopo il primo “effetto Amacord”, rientrano in un’operazione a uso e consumo delle nuove generazioni, per renderle partecipi di un passato non così tanto passato e lontano.
Sorprese in serbo per il prossimo futuro?
Tornare su un palco e registrare nuove cose mi sembra un buon punto di partenza. Per non parlare di questa copertina!
Venticinque anni dopo: In occasione dell’ultimo M.E.I. di Faenza, Gianfranco Grieco ha presentato una mostra di alcune sue creazioni e realizzato il volumetto Le silure d’europe – Estratto concentrato, con disegni (Catzilli a iosa, com’è ovvio che sia), testi e documenti d’epoca arricchiti di nuovi scritti. Chi fosse interessato può scrivere a info@dirtyactions.it, indirizzo al quale è possibile richiedere anche il doppio CD antologico dei Dirty Actions.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.621 dell’aprile 2006

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