Articoli con tag: fumetti

Il mio amico Toffolo

La settimana scorsa, e quindi l’11 marzo (per via della regola, della quale continua a sfuggirmi il senso, in base alla quale i dischi vengono pubblicati solo il venerdì), è uscito “Inumani”, il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ne ho scritto su “AudioReview” di marzo e chi fosse eventualmente interessato a leggere la recensione potrebbe farlo solo lì, poiché non mi pare che i “ragazzi” l’abbiano condivisa da qualche parte. E dato che qui sul blog ho già recuperato un’intervista storica, quella che diciassette anni fa accompagnò la prima copertina in assoluto dedicata alla band da una rivista, estraggo dal cassetto della memoria una vecchia faccenda che mi è tornata in mente quando, durante una delle mie ricerche in archivio, è saltata fuori questa illustrazione.

Toffolo ok

Faccio una breve premessa: quanto segue è una questione, in pratica, “privata”, e quindi chi continuasse la lettura a dispetto dell’avvertimento non ha il diritto di rompermi le palle con eventuali “che mi frega?”. Ecco allora la storia. All’inizio degli anni zero, Davide Toffolo realizzava per il Mucchio al tempo settimanale – dove ero responsabile di vari spazi – una striscia a sua cura, “Tre Allegri Ragazzi Morti Show”. Non so se fosse una esclusiva, mi sembra di sì, ma non è importante… a contare è che fosse una cosa carina. Fatto sta che, un giorno, arrivò il doppio disegno di cui sopra, “risposta” di Davide a una mia recensione non troppo positiva di un album del suo gruppo. Ci rimasi male e chiesi all’editore di evitare la pubblicazione. Fui accontentato, ma con il senno di poi penso di aver commesso un errore; sì, venivo perculato e per ragioni a mio avviso pretestuose, ma ci poteva stare. Fra l’altro, a breve Davide interruppe la collaborazione. Non so se la striscia incriminata sia poi apparsa altrove o sia invece rimasta inedita, almeno nella sua veste originaria (mi è capitato di vederne una versione differente), ma negli ultimi anni ho incontrato El Tofo un sacco di volte, il rapporto è del tutto cordiale e di questo episodio non mi pare si sia mai parlato. Comunque, ecco, con il recupero del disegno vorrei rimediare alla mia “censura” di una quindicina di anni fa, figlia del prendere a volte troppo sul serio non tanto me stesso – dai, chi fa circolare liberamente una foto come questa è per forza dotato di un certo senso dell’autoironia – quanto tutto quello che gira attorno alla mia professione. È andata così, oggi ci rido sopra. Cosa che sicuramente farà anche Davide, quando e se leggerà queste righe. Bacini e rock’n’roll!

 

Categorie: memorie | Tag: , | 2 commenti

Quando “battezzai” Nathan Never

Sono un grande appassionato di fumetti, da ancor prima di essere un appassionato di musica, anche se sarebbe forse più corretto dire “ero”, dato che da vari anni le mie letture, per questioni di tempo-spazio-soldi, si sono notevolmente ridotte. All’inizio degli anni ’90, invece, ero attentissimo a quello che accadeva nel settore, al punto che avevo anche messo in piedi varie collaborazioni con la Star Comics, la Playpress e la Marvel Italia (che in seguito sarebbe stata acquistata dalla Panini). Nella primavera del 1991, quando si trattò di organizzare un’anteprima esclusiva per il lancio di Nathan Never, la nuova direzione – io avevo lasciato il ruolo alcuni mesi prima – ritenne logico affidarmi l’incarico. Non ricordo chi avesse avuto l’idea, mi pare che tutto rientrasse in una strategia volta a far conoscere il giornale presso un pubblico più ampio di quello dei soli musicofili, e in quel periodo il fumetto stava vivendo un autentico boom. In ogni caso fu una felice intuizione, visto che Nathan Never ha da poco festeggiato il suo ventiquattresimo compleanno ed è in prossimità di raggiungere – lo farà nel maggio prossimo – il trecentesimo albo della serie regolare.
Chiaramente l‘intervista contiene anche un paio di domande che su una rivista rivolta a esperti di fumetti farebbero sorridere, ma per una platea generica andavano benissimo. E, comunque, il risultato ottenuto mi sembra ancora oggi, specie con il senno di poi, non privo di motivi di interesse.

Nathan Never fotoIl domani dietro l’angolo
Le atmosfere di Blade Runner. L’azione di 007. Il design tecnologico dei cartoni animati giapponesi. La fantasia del mondo dei super eroi. Il fascino della fantascienza… E molto altro ancora, in Nathan Never, il nuovo fumetto d’avventura (ovvio!) che la Sergio Bonelli Editore lancerà sul mercato nel prossimo giugno. Il possibile futuro della nostra società nelle mani di una equipe giovane, ma già rodata nell’arte di metter le ali all’immaginazione.

Un fumetto? E un fumetto nuovo e sconosciuto, per di più? Con queste parole, magari sottolíneate da una smorfia di perplessità, alcuni lettori potrebbero commentare il risalto con il quale abbiamo accolto la nascita di Nathan Never. Ma nel caso non ve ne siate mai accorti, c’è fumetto e fumetto; e per l’ultimogenito della grande famiglia Bonelli – l’inossidabile TexZagorMartin Mystere e il già mitico Dylan Dog le testate più prestigiose della casa – i sorrisini di sufficienza di quanti continuano superficialmente a considerare tale forma di espressione artistica un frivolo intrattenimento per giovani e attempati sognatori sono più che mai fuori luogo. Nathan Never, allora. Il frutto dell’estro di tre giovani autori sardi e del coraggio – termine al quale tra qualche anno gli agiografi sostituiranno, si spera, “lungimiranza” – del patron Sergio Bonelli che hanno deciso di affrontare la sfida con un mercato in apparenza tutt’altro che benevolo verso il genere fantascientifico. E chissà che non sia proprio il nostro Nathan Never, come Dylan Dog nel campo dell’horror, a dare il “la” all’esplosione di una tendenza fino a ora relegata in un angolo, ad esclusivo godimento di una ristretta cerchia di fan. Continua a leggere

Categorie: interviste | Tag: | 7 commenti

Gianfranco Grieco

Sono trascorsi otto anni dalla pubblicazione di questa intervista, che avrebbe dovuto accompagnare una copertina del Mucchio raffigurante un ex Presidente del Consiglio nei panni del Catzillo, il più famoso personaggio creato dall’intervistato. La copertina non trovò mai la via delle edicole e l’ex direttore tentò maldestramente di trovare pubblicità parlando di “censura”, quando in realtà si era trattato di una specie di autocensura: il distributore della rivista aveva sconsigliato il suo utilizzo e l’ex direttore gli aveva dato retta. “Sic transit gloria mundi”. Oppure, più appropriatamente, “sic transit mundi”, come direbbe qualcuno che con il latino va d’accordo più o meno come con l’italiano.

mucchioPer i cultori del rock italiano “storico” il suo nome è legato alla band punk/demenziale Dirty Actions e alla fanzine “Il Siluro d’Europa”, ma Gianfranco Grieco non è uno scheletro ritrovato per caso nell’armadio dei ricordi di venticinque e più anni fa. L’intervista che segue è infatti indicativa di come la voglia di fare e la verve dissacrante dell’artista genovese non siano affatto venute meno.

La tua attività artistica si è sempre sviluppata sul doppio binario musica/disegno: come ti sei accostato a entrambe queste forme espressive?
Prima c’è stato il disegno: “nato con la matita in mano”. Poi, nonostante gli studi di ragioneria, ho iniziato prestissimo a pubblicare. Non avevo nemmeno diciott’anni e già realizzavo, retribuito, vignette di satira politica per lo storico quotidiano genovese “Il Lavoro”: la mattina a scuola,il pomeriggio in redazione. L’interesse per la musica è venuto dopo, intorno ai sette/otto anni. Ho subito gli ‘60 e ‘70 ascoltando distrattamente qualche 45 giri col mangiadischi di mia nonna, affascinato più dalle copertine che dai contenuti. Solo un disco mi aveva colpito, la copertina era strana, scura, con la foto virata in magenta: pensavo che Aftermath fosse il nome del gruppo, invece erano i Rolling Stones. Faceva rimbombare l’altoparlante e suonava ruvido, grezzo, quasi stonato. Ho subito pensato “ma cos’è questa merda?” Stesso identico pensiero quando ho visto i Sex Pistols in TV a Odeon sul barcone sul Tamigi e qualche anno prima, nel ‘72, dopo aver ascoltato Ziggy Stardust di Bowie.
Sul finire degli anni ’70 cantavi nei Dirty Actions. Cosa ti aveva portato a quell’approccio tra il punk e il rock demenziale?
L’esplosione creativa di quel periodo, di cui Bologna era l’epicentro, era contrastata da una fortissima repressione poliziesca. Simpatizzavo per la sinistra extraparlamentare: Autonomia, Lotta Continua, e naturalmente non condividevo la strategia delle Brigate Rosse e del terrorismo in generale. Ma “né con lo stato, né con le BR” era una posizione scomoda in un sistema che ti obbligava a scegliere. La rabbia, l’impotenza provata – potevi finire in carcere per aver salutato un tuo amico conoscente di un presunto terrorista – rischiavano di rovinarmi la vita senza costrutto. Il punk fu un’ottima valvola di sfogo e rifugiarsi nel demenziale “alla Skiantos” era una nuova forma di comunicazione, quasi un codice segreto per riconoscerci tra noi esseri “devianti”.
La carica irriverente dei Dirty Actions si rispecchiava ne “Il Siluro d’Europa”, la tua fanzine. Con quali ambizioni l’avevi fondata?
Il Siluro non è affatto la mia fanzine, bensì il parto di un gruppo di menti deragliate di cui mi onoro di far parte. È di Rupert, di Luca, di Mario, di Ettore, di Gianluca, di Vinicio, di Ugo, di Giovanni, di Iggy, di Debbie Harry, di Wendy dei Plasmatics, dei Ramones, dei Damned, di Johnny Rotten, tua, di chi l’ha letta allora e di tutti quelli che adesso ne hanno sentito parlare ma non l’hanno mai vista e se la sono immaginata. Non aveva alcuna ambizione, andava proprio contro la logica della rivista tradizionale. Nessun direttore, soprattutto nessun responsabile, anzi tutti rigorosamente irresponsabili. Ha messo insieme persone molto diverse tra loro, unite dalla rivoluzione demenziale, l’unica rivoluzione riuscita in Italia, perchè c’è stata e nessuno a parte i protagonisti se n’è accorto, anche perchè non ha cambiato nulla. “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti” degli Skiantos è una frase con cui dovrebbe iniziare la Costituzione Italiana.
La tua creazione più famosa è il Catzillo. Quando, e come, è nato?
Non me lo ricordo, per quanto mi sforzi. Di certo posso citare i suoi due padri putativi da cui inconsciamente ho tratto ispirazione. Jacovitti, che nel ‘77 se n’era uscito con Kamasultra, un’opera erotica geniale e sconvolgente dove apparivano cazzettini volanti insieme a tutta la sua vasta gamma di personaggi in tutte le posizioni possibili. E la caricatura del viso di Aldo Moro, appunto a forma di cazzo, per la copertina de “Il Male”, uscita pochi giorni prima del suo rapimento, a opera di un altro grande: Pino Zac.
A colpire maggiormente è la tua capacità di caratterizzare il personaggio nonostante i pochissimi elementi modificabili a disposizione. Come si fa a rendere sempre diverso un cazzo con le gambette?
Sintesi e stilizzazione mi hanno sempre affascinato, talvolta più del bel disegno che spesso trovo un esercizio fine a se stesso. Probabilmente la mia precoce passione per il futurismo mi ha avvicinato ad artisti che cercavano di riprodurre più lo stato d’animo che una raffigurazione realistica: quindi Balla, Boccioni, Depero… per giungere a Garretto, specializzato proprio in caricature con uno stile molto personale, e ad Ardito, mio conterraneo, con le sue psicocaricature. Ma c’era anche Scalarini, il disegnatore del quotidiano socialista “Avanti!”: che tra il 1926 e il 1929 finì al confino a causa delle sue vignette di satira intrise di convinto antimilitarismo. In seguito venne arrestato nel 1940 e visse in libertà vigilata fino alla Liberazione e fu picchiato più volte dai fascisti. Una vita incredibile, come incredibili erano i suoi disegni: crudeli, sempre alla ricerca di un tratto essenziale, scarno, ma nello stesso tempo efficace e comprensibilissimo a tutti. Più di recenteho un altro riferimento grafico, per le illustrazionirealizzate per riviste femminili patinate: è Stefano Tamburini di “Cannibale” e “Frigidaire”, altro folgorante esempio di sintesi e dinamismo.
Perché, dopo il gradimento iniziale, il Catzillo è scomparso?
Dopo la chiusura de “Il Male”, e dopo aver pubblicato qualche disegno per “Rockerilla”, non esistevano pubblicazioni realmente interessate. Come per il punk del ‘77 anche Catzillo sembrava aver esaurito il suo compito e negli anni successivi l’ho riproposto solo in particolarissime occasioni con dediche speciali agli amici molto stretti. Ora dopo la pubblicazione del volumetto de “Le Silure” è ritornato in auge alla grande. Che devo dire? Anche in questo caso non me l’aspettavo.
Catzillo a parte, cos’altro c’è nel tuo curriculum nel settore “grafica e comunicazione”?
Ti ho detto de ”Il Lavoro”: una volta diciannovenne, avevo già due anni di collaborazione costante per altre due testate, con caricature e articoli scritti. Ho poi continuato a lavorare come illustratore, a Milano, con giornali di tutti i tipi, con importanti agenzie pubblicitarie, con le case editrici Rizzoli e Mondadori (in era pre-Berlusconi) e, infine, ho avutouna lunga esperienza alla Disney. Direi che alla fine ho fatto tutto quello che mi ero prefisso; persino le statue da collezione dei personaggi dei fumetti con il marchio Grieco Collection, anche se è finita maluccio, con un bel po’ di debiti. Ma si sa che se pretendi di andare contro le regole della società capitalistica devi aspettarti di tutto. Ecco, forse l’ultima cosa che mi manca è dirigere un cartone animato, ma ritengo sia difficile, molto difficile.
Avresti preferito una carriera in ambito rock?
A livello italiano non vedo un solo personaggio o artista, da classifica o di culto, del quale vorrei seguire le tracce o che possa sentire affine. Per dirla chiara, in tutti questi anni di volontario esilio, non mi sono perso nulla. Questo mio punto di vista, liberi diinterpretarlo come una sdegnata e supponente presa di posizione. Se parliamo dell’estero, allora le cose cambiano radicalmente: potremmo iniziare dalle Pussycat Dolls – il primo nome che mi viene in mente – e procedere a ritroso fino a Elvis, ma ci vorrebbe un’enciclopedia.
Mesi fa hai confezionato un box postumo dei Dirty Actions e allestito una mostra dedicata al Siluro. Tutta colpa del rimpianto per quando eravamo “giovani e di belle speranze”?
Rimpianti? Mai. Ho sempre sognato di poter dire questa frase dopo i quarant’anni, e ora posso farlo! Beh non è che mi faccia molto effetto, però. Avrò sicuramente sbagliato qualcosa ma in linea di massima diabolicamente rifarei le stesse cose. Il cofanetto Dirty con doppio cd e il SiluroBook, dopo il primo “effetto Amacord”, rientrano in un’operazione a uso e consumo delle nuove generazioni, per renderle partecipi di un passato non così tanto passato e lontano.
Sorprese in serbo per il prossimo futuro?
Tornare su un palco e registrare nuove cose mi sembra un buon punto di partenza. Per non parlare di questa copertina!
Venticinque anni dopo: In occasione dell’ultimo M.E.I. di Faenza, Gianfranco Grieco ha presentato una mostra di alcune sue creazioni e realizzato il volumetto Le silure d’europe – Estratto concentrato, con disegni (Catzilli a iosa, com’è ovvio che sia), testi e documenti d’epoca arricchiti di nuovi scritti. Chi fosse interessato può scrivere a info@dirtyactions.it, indirizzo al quale è possibile richiedere anche il doppio CD antologico dei Dirty Actions.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.621 dell’aprile 2006

Categorie: interviste | Tag: | Lascia un commento

Julian Cope – Excalibur

Ogni tanto mi capita di avere idee bizzarre, di quelle che di norma non è facile mettere in pratica perché nelle riviste di musica si preferiscono le cose più convenzionali e schematiche. Per quanto riguarda l’articolo in oggetto, la trovata era stata quella di accoppiarvi senza soluzione di continuità un musicista piuttosto atipico e un fumetto supereroistico non meno stravagante, legando il tutto a frasi significative estratte dalle pagine di Lewis Carroll: un vero viaggio psichedelico che oggi mi appare ancora abbastanza “fuori di testa”, ma comunque curioso e non privo di stimoli. Chissà che effetto farà a chi lo leggerà oggi, con Julian Cope ancora in circolazione mentre Excalibur, fra svariate interruzioni, ha continuato il suo percorso fino al 2007.

Cope-ExcaliburDimensioni parallele
Superato il primo attimo di smarrimento, non sarà troppo difficile accorgersi delle assonanze che legano Julian Cope, illustre docente di psichedelia applicata dell’Università di Albione, ed Excalibur, serie a fumetti fra le più singolari e entusiasmanti della fantastica costellazione Marvel: oltre alle origini britanniche, l’imprevedibilità, l’eclettismo, l’incIinazione al paradosso, l’ironia. Soprattutto, la natura “lisergica” di moltissimi spunti e la schizofrenica ma lucida eccentricità delle sceneggiature, musicali e visive. Indagare su questa bizzarra connection ci è parso doveroso, e il Bianconiglio strappato alle pagine di Lewis Carroll si è mostrato disponibile ad accompagnarci attraverso le sorprese e i misteri della sua Wonderland.

* * *

Alice provò con un’altra domanda. “Che gente vive da queste parti?” “In quella direzione”, rispose il gatto, “abita un cappellaio, in quell’altra una lepre marzolina. Vada a far visita a chi vuole, sono matti tutti e due”.
Non è mai stato considerato completamente normale, Julian Cope, neppure ai tempi ormai lontani dell’Eric’s Club di Liverpool, delle collaborazioni con Ian McCulloch e Pete Wiley, di quei Teardrop Explodes che la storia ha di recente rivalutato dopo anni di semi-oblio. Ha sempre goduto della reputazione di “fuori di testa”, se non proprio di quella del pazzo a tutti gli effetti, e i dichiarati usi e abusi di allucinogeni che tanto hanno influito sulla sua psiche e la sua creatività non sono certo serviti a smentirla. Un evidente parallelo, insomma, con Robyn Hitchcock, altro “grande folle” del rock inglese che non ci stupiremmo davvero di veder seduto al suo stesso tavolo da thè, magari sotto una gigantografia di “papà” Syd Barrett. A causa della sua reale o presunta insanità mentale, sottolineata per di più da un accentuato egocentrismo, Cope ha incontrato parecchi problemi nel gestire carriera artistica e vita privata; lo testimoniano il licenziamento di un gran numero di collaboratori, i litigi con i responsabili delle case discografiche, i rapporti non esattamente idillici con la stampa, un matrimonio andato a male, la necessità di frequenti “ritiri strategici” nella quiete della campagna con i soli svaghi di una chitarra, una tastiera e un’imponente collezione di giocattoli. E, forse, è proprio l’amore del “crazy Julian” per il gioco, ammesso anche con la ripetuta utilizzazione nei suoi brani dei termini “toy” e “play”, a illuminarci sul carattere del Nostro e sul suo probabile approccio nei confronti del mondo: quello di “bambino” vivace e capriccioso, animato dalla irrefrenabile curiosità di scoprire ogni sfumatura di ciò che lo circonda, che non si è reso conto dei pericoli sempre maggiori ai quali – una volta abbandonata la culla Teardrop Explodes – si sarebbe potuto esporre iniziando a camminare con le proprie gambe.
Allo stesso modo Excalibur – gruppo di super-eroi mutanti partorito nel 1987 dall’estro di Chris Claremont e Alan Davis – spicca per personalità e bizzarria. Con un vecchio faro come sede e l’Inghilterra come principale teatro di azione, il team è protagonista di storie insolite, geniali nelle intuizioni narrative – impregnate di un umorismo tipicamente britannico – come nelle tavole, caratterizzate da un attentissimo lavoro sui particolari e da un’impostazione delle figure assai equilibrata nonostante i tratti spesso quasi caricaturali. Un serial pirotecnico, coloratissimo e di immediato impatto che, assieme al già mitico Spider Man di Todd McFarlane, merita di figurare tra le migliori realizzazioni della sua casa editrice. Non c’è da stupirsi, quindi, che sia stato baciato da un notevole successo di vendite. Excalibur non snobba a priori alcun riferimento e alcun possibile sviluppo: i cinque membri fondatori – Shadowcat e Nightcrawler, entrambi originariamente negli X-Men; Capitan Bretagna, la risposta inglese al più famoso Capitan America; la mutaforma Meggan; Fenice, proveniente da un futuro alternativo – vantano un’impressionante gamma di poteri che vanno dalla forza erculea al volo, dalla telepatia alla capacità di rendersi incorporei e di trasportarsi con il solo pensiero, ma contrariamente alla maggioranza dei personaggi Marvel si trovano coinvolti in situazioni dove la realtà è meno realistica e la fantasia è più fantasiosa del consueto; e dove tutto, o quasi tutto, può accadere, anche le cose più assurde. Tendenzialmente, quindi, sono molto più vicini a un Thor, a un Dr.Strange o ai Fantastici 4 “cosmici” che non all’Uomo Ragno, Devil o il Punitore, il cui scenario è più o meno quello di tutti i giorni e l’unico elemento fuori dalla norma è dato dall’esistenza di individui dotati di talenti incredibili, acquisiti in circostanze forse ancor più incredibili. Non c’è rigore pseudo-scientifico, in Excalibur, ma solo immaginazione; e un’immaginazione, consentiteci, di stampo psichedelico, stordente come le tinte “forti” delle vignette.

Santo cielo, quante cose strane succedono oggi! Che io sia stata scambiata stanotte? Vediamo un po’, era la solita Alice quella che s‘è alzata stamattina? Quasi quasi mi sembra di ricordare che mi sentivo un pochino differente. Ma se non sono la stessa, allora il problema è: chi diavolo sono?”.
La domanda devono essersela posta anche gli Excalibur incontrando i propri “doppi” – non esattamente copie conformi, ma non importa – in una delle dimensioni aliene nelle quali sono approdati per l’intervento del loro virtuale sesto elemento Widget, robot senziente in grado di aprire “porte” fra gli universi. Ed è grazie ad esso (a lui?) che Capitan Bretagna e soci hanno l’opportunità di vivere le loro più impensabili e allucinate avventure: ad esempio, la saga The Cross-Time Caper del 1989, in questi mesi in fase di pubblicazione in Italia, le cui prospettive di sbocco – come insegnano molti scrittori di fantascienza: Fritz Leiber, Fredric Brown, Philiph K. Dick fra gli altri – sono pressoché infinite.
E infiniti sono anche i volti di Julian Cope. Uno che, acidi o non acidi, deve essersi frequentemente interrogato sulla propria identità e sul proprio ruolo di uomo e musicista. Le conclusioni sono state di sicuro molteplici, vista la facilità con la quale il Nostro è passato dal pop dei Teardrop Explodes a quello di Saint Julian, dall’allegria “dance” di alcuni episodi di My Nation Underground alle cervellotiche elucubrazioni “solo per fan” di Droolian e Skellington, dall’esuberanza istintiva di World Shut Your Mouth e Fried a quella certo più matura e meditata dell’ultimo, monumentale Peggy Suicide. E il bello è che in nessuno dei suoi dischi Julian Cope ha mai voluto essere diverso da se stesso; chissà, forse per tentare di delineare le sue reali fattezze si è affidato a un campionario di specchi deformanti.

In ogni modo, sulla bottiglia non c’era scritto veleno, perciò Alice s’azzardò ad assaggiarla e trovandola molto buona in un momento la finì. Il sapore e l’odore erano infatti un misto di torta di ciliegie, crema, ananasso, tacchino arrosto, croccante e crostini caldi imburrati.
Scoppia di ironia, Excalibur. Ironia anche iconoclasta, come nel caso dello special Mojo Mayhem nel quale è sviluppato un tema di scottante attualità, quello della corsa all’indice di ascolto, del condizionamento operato dai media e dagli intrighi dei trust televisivi. Oppure ironia svuotata di proclami occulti e un po’ demenziale, della quale le otto parti della Having A Wild Weekend di Marvel Comics Presents costituisce efficacissima testimonianza: i cattivi di turno hanno lesembianze dei protagonisti dei cartoni animati della Wamer Bros (Bugs Bunny, Bip-Bip, Duffy Duck) e si chiamano, pensate un po’, Looney Tunes…
E poi c’è Julian Cope. Che scherza, è ovvio, quando con i Teardrop Explodes canta un ritomello come “ah, ah, sto annegando nel tuo amore”; quando intitola Copeulation, con un gioco di parole fin troppo sfacciato, la sua prima raccolta di video e si firma “Julian Cope di Lambeth” nella prefazione a una biografia di Syd Barrett; quando sceglie pseudonimi improbabili quali Rabbi Joseph Gordan o Droolian e si fa fotografare e riprendere, per le session di Fried, con indosso soltanto un enorme guscio di tartaruga. Un acrobata del sarcasmo che però, all’occorrenza, sa essere anche molto pungente, mettendo in mostra una coscienza politica e sociale che non si riteneva far parte delle sue prerogative.

Ché ché, bambina!”, disse la Duchessa, “ogni cosa ha una morale, purché tu la trovi”.
E siamo giunti al dunque. Alla resa dei conti. Indubbiamente, seppur mascherata con soluzioni sonore stravaganti ed espressa in modo mai del tutto esplicito, la presenza della fatidica “morale” si impone come motivo dominante di Peggy Suicide, il nuovo, doppio album-capolavoro di Julian Cope. Un disco che, senza timore di smentita, va segnalato come la sua opera più rappresentativa, la più esauriente nel fungere da manifesto di un estro visionario peraltro già sviscerato in una carriera lunga e ricca di colpi di scena. Per la prima volta Julian non si è dunque limitato a raccogliere brani di diversa ispirazione in un collage omogeneo solo per disomogeneità, ma ha indirizzato i suoi sforzi creativi verso un fine unitario; sposando strutture musicali come sempre policrome e liriche impegnate, che polemizzano con il Sistema britannico e che soprattutto lanciano un messaggio ecologista di non comune spessore poetico. Un messaggio che Cope vorrebbe davvero fosse recepito dal pubblico, visto che – fatto piuttosto raro, per la naturale ritrosia degli artisti a illustrare il signiticato delle loro canzoni – non ha esitato a “spiegare” ogni episodio, come già accaduto in My Nation Underground, con brevi ma esaustivi commenti scritti.In quest’occasione, insomma, Julian Cope ha smesso i suoi abituali panni di chansonnier ermetico e ha voluto rivelare con chiarezza, sensibilità e carisma le sue opinioni sulla grande madre Terra – Peggy Suicide, appunto – avviata all’autodistruzione, rilanciando in tal modo autorevolmente la figura che si riteneva obsoleta del concept-album; e ciò che più induce ad affermare che l’eterno fanciullo abbia finalmente raggiunto la maturità è il rifiuto, inconfutabile in Not Raving But Drowning, delle droghe allucinogene che per tanto tempo sono state sue inseparabili compagne.
Mentre Peggy Suicide è già da marzo a disposizione degli interessati, il “nuovo corso” di Excalibur non potrà essere goduto che fra qualche mese (per i lettori degli albi originali americani) o fra un paio d’anni (per quanti ne attenderanno le traduzioni nella lingua di Dante); e infatti nel numero 42 della serie USA che Alan Davis, dopo un periodo di pausa, riprenderà a occuparsi del disegno dei suoi figli prediletti, impegnandosi per di più anche come autore dei testi. Le sorprese, siamo pronti a scommetterlo, non mancheranno: Davis ha programmato di concludere alcune sottotrame rimaste in sospeso e di approfondire l’analisi della psicologia dei characters, facendo intendere che gli eventi degli ultimi anni si sono svolti in previsione di un maxi-scontro interdimensionale nel quale il supergruppo fungerà ovviamente da ago della bilancia (a favore delle forze del bene: i malvagi, si sa, finiscono sempre dalla parte degli sconfitti). Gli eroi acquisiranno piena consapevolezza della propria posizione e del proprio compito quando, dopo una serie di vicende “a solo” conseguenti a uno scioglimento, si ritroveranno assieme e confronteranno le rispettive conoscenze, componendo così il puzzle. Sulla carta, quindi, un intreccio assai avvincente, giocato come di consueto sul filo del sense of humor e della fantasia più sfrenati; un intreccio, però, non privo di risvolti concreti, come ad esempio la scelta di fare operare Excalibur in un contesto “europeo” per adeguarsi agli attuali orientamenti della politica intemazionale.

Rimase meravigliatissima accorgendosi che restava la stessa. Alice aveva ormai fatto talmente l’abitudine allo straordinario che il vedere andare le cose nel modo ordinario, le parve proprio stupido.
Un bel problema, non c’e che dire: al confronto con Julian Cope ed Excalibur, quasi ogni altro musicista o fumetto dà l’impressione di essere, se non addirittura stereotipato, quantomeno “di routine”. E allora? Allora, basterà cercare uno Widget che ci permetta di scorrere l’interminabile elenco delle dimensioni parallele: potrebbe essere divertente, magari, scoprirne una in cui Excalibur è un’acclamata band rock e Julian Cope – con il fido Sqwubbsy come spalla – una star dei comics.
Tratto da Velvet (seconda serie) n.6 del giugno 1991

Categorie: articoli | Tag: , | 12 commenti

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)