Articoli con tag: culti

Hollywood Brats

Per parecchio tempo, gli Hollywood Brats sono stati uno dei segreti meglio riposti del rock britannico dei Settanta. Lo scorso anno, il doppio CD qui segnalato dovrebbe aver messo il punto, per quanto riguarda il repertorio inciso, alla curiosa e pirotecnica vicenda della band.

Sick On You
(Cherry Red)
Non durò granché, l’avventura di questa band operante a Londra nella prima metà dei ‘70 e da poco riunitasi a quattro decenni di distanza, ma fu bizzarra e ricca di colpi di scena al punto di essere stata raccontata in un libro (ora in ristampa) e in un documentario della BBC di prossima diffusione. Nell’attesa ci si deve accontentare, ma non è poco, del ricco booklet di questo doppio CD che propone le undici tracce del “famoso” unico album Grown Up Wrong – inciso nel 1973 e uscito due anni dopo per la filiale scandinava della Mercury a nome Andrew Matheson & The Brats – e quindici pezzi altrove inediti di diversa provenienza. Continua a leggere

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Warrior Soul

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, del quale ripropongo ora una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra uscì su AudioReview). Mi dispiace davvero tanto che la band di Kory Clarke, da me intervistato due volte (la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui; la seconda chissà, magari un giorno…), non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo. Ah, quasi dimenticavo: Drugs, God And The New Republic è scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991.

Drugs, God
And The New Republic
(DGC)
A ben guardare, i Warrior Soul hanno tutte le carte in regola per aspirare a una posizione di primissimo piano nel rock degli anni Novanta. Vantano infatti uno stile moderno e originale, abbastanza eclettico da garantire una sorprendente quantità di possibili sviluppi; un notevole impegno politico-sociale, a stento compresso nelle liriche, che potrebbe renderli portavoce di larghe cerchie di pubblico giovanile; una immagine “barricadera” quanto basta a richiamare l’attenzione dei media, già condizionati dalle loro origini in quel di Detroit al punto di averli nominati “eredi” dei mitici MC5, anch’essi figli della Motor City; un’etichetta giovane e intraprendente, ricca di mezzi e determinazione; soprattutto, il carattere necessario per andare avanti per la propria strada, spinti dalla fiducia in sé stessi e dalla consapevolezza che la ricezione di un messaggio è tanto più ampia quanto più fortemente esso viene diffuso. Continua a leggere

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Agnes Obel

Mi era già capitato di recensire un album di Agnes Obel – il precedente Aventine: ne avevo scritto tre anni fa su “Blow Up” – e il bel ricordo mi ha spinto ad accostarmi al nuovo lavoro con l’intenzione di replicare. La fiducia è stata ripagata da un disco davvero eccellente, che non a caso ho inserito nella mia personale playlist del 2016.

obel-copCitizen Of Glass (PIAS)
Quando all’inizio dell’estate venne diffusa in Rete la prima anticipazione di quest’album, Familiar, furono in molti a interrogarsi sull’identità – ipotesi più probabile, Anohni – di chi duettasse con Agnes Obel; con sorpresa, si scoprì che l’altra voce apparteneva sempre alla trentacinquenne danese, e che l’efficacissimo, straniante effetto era stato ottenuto “trafficando” in studio. Continua a leggere

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Ryley Walker

Il precedente album di Ryley Walker, Primrose Green, si era piazzato fra i tre lavori usciti nel 2015 da me maggiormente apprezzati. Quest’anno niente podio, ma fra i “magnifici 15” il nuovo capitolo Golden Sings That Have Been Sung certo non poteva mancare. Anche se, ascoltandolo senza riferimenti, lo si potrebbe scambiare per la ristampa di un disco dei tardi Sixties.

walker-copGolden Sings That
Have Been Sung
(Dead Oceans)
Al terzo atto di una carriera avviata nel 2014 con All Kinds Of You e proseguita lo scorso anno con il magnifico Primrose Green, Ryley Walker si conferma uno dei più ispirati talenti “retromaniaci” emersi da un bel po’ di tempo a questa parte, forte di un sound evocativo e intensissimo che partendo dal folk si apre alla psichedelia, al rock, al jazz inteso più come attitudine che come canone; nessuno stupore, insomma, che il suo nome sia stato spesso accostato a quelli di Tim Buckley, del Van Morrison dei tardi Sixties, di Nick Drake, dei grandi chitarristi della Takoma Records – già, perché il Nostro è pure bravissimo con la sei corde – come Leo Kottke o John Fahey. Continua a leggere

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Yoko Ono

Non sono sicuro di avere un’opinione precisa su Yoko Ono, e questo la dice lunga – credo – sull’inafferrabilità della signora. Ho scritto poche volte di lei, e l’ultima è stata in occasione dell’uscita di quello che dovrebbe tuttora essere il suo ultimo, vero album.

ono-copTake Me To The Land Of Hell
(Chimera)
Nel bene e talvolta nel male, Yoko Ono è senza dubbio un’icona. Non ha espiato la colpa – ammesso che colpa sia stata: magari è andata meglio così – di aver fatto sciogliere i Beatles, ma nei circa quarantacinque anni successivi al suo incontro con John Lennon è stata un personaggio atipico e spesso destabilizzante. Comunque, una donna bruciata dal sacro fuoco dell’arte, tanto che alla bellezza di ottant’anni – li ha compiuti nel febbraio scorso – preferisce continuare a creare, realizzare dischi ed essere attiva in più ambiti invece di tirare i remi in barca e godersi in pace il suo enorme patrimonio. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Tim Hardin

Non è del tutto priva di (pur piccoli) rimpianti, la mia carriera giornalistica; ad esempio, l’aver quasi del tutto rinunciato, per buoni venti/venticinque anni, di scrivere di artisti del passato. Preferivo occuparmi di quello che accadeva in tempo reale, invece di dedicarmi a recuperi di musiche che pure conoscevo, ascoltavo e apprezzavo, e ciò mi ha anche, in minima parte, penalizzato: c’era chi mi vedeva solo come paladino del “nuovo” e non mi reputava credibile come cronista di vicende più o meno antiche. Da un tot, però, la situazione è in buona parte cambiata, come provano anche i ripescaggi qui sul blog; aggiungo quindi con piacere questa recensioncina di un decennio fa, a proposito di uno splendido disco di uno dei tanti eroi di culto del folk-rock dei Sixties.

Hardin cop3 – Live In Concert
(Lilith)
Trentotto anni dopo l’uscita originaria, riappare per la seconda volta in CD grazie alla fantomatica etichetta “russa” Lilith (con note in caratteri cirillici) il terzo album di Tim Hardin, inciso dal vivo alla Town Hall di New York nell’aprile 1968 e qui arricchito di quattro tracce rimaste fuori dal vecchio vinile Verve/Forecast. Continua a leggere

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Lydia Lunch

Non ci sono motivi particolari, tipo anniversari o altre ricorrenze, per recuperare la recensione d’epoca – del 2004 – apparsa in uno degli ultimi Mucchio in versione settimanale di questo bel disco di Lydia Lunch. Sul blog non avevo però ancora inserito nulla a proposito della regina della no wave newyorkese, e allora perché no? Anche se nel caso specifico, a scanso di equivoci, la no wave non c’entra nulla.

Lunch copSmoke In The Shadows
(Breakin’ Beats)
Percorso lungo e per più di un verso ricco di gloria, quello di Lydia Lunch, avviato nella seconda metà dei ‘70 nel circuito della no wave newyorkese e sviluppatosi in una notevole quantità di dischi all’insegna del rock quanto più possibile ibrido e della spoken word, in un’attività peraltro sempre parallela a quella coltivata in campo letterario (poesia, prosa, fumetto); comunque, una carriera spesso sotterranea, seguita con attenzione da una ristretta ma agguerrita schiera di vecchi cultori – acquisita quando, giovanissima, rantolava nei Teenage Jesus & The Jerks, o quando appena ventenne si proponeva come sofisticata-malata dark lady con il classico Queen Of Siam – e/o di coloro che sono rimasti folgorati dall’espressività a più livelli estrema mostrata anche nei sodalizi allestiti con personaggi di spicco quali Nick Cave (al tempo dei Birthday Party), Rowland S. Howard, Marc Almond, Michael Gira, Henry Rollins, Foetus e vari membri dei Sonic Youth.
Smoke In The Shadows, primo album di canzoni da non poco tempo a questa parte, consegna all’ascoltatore esattamente quanto promesso dal titolo: il fumo e le ombre di una musica intrisa di suggestioni notturne e un po’ angosciose, dove il pop-rock si contamina felicemente con trame jazzy e più velate aperture a exotica e hip-hop. Una forma ben congegnata, seppur non proprio personalissima, il cui fascino inquieto e inquietante è dato soprattutto dal carisma evidenziato dalla Lunch nel raccontare le sue storie per lo più torbide con una confidenzialità dai toni alcolici: non urlando, insomma, ma limitandosi – con il sostegno dell’estro istrionico acquisito grazie ai tantissimi reading – a parlare, sussurrare, recitare, giocare con melodie sospese sul filo tra il carezzevole e l’abrasivo, a volte persino gemere.
Difficile dire se il lavoro in questione rimarrà un episodio più o meno occasionale o se al contrario – considerata la verve dei recenti concerti tenuti dalla Lunch anche in Italia, indicativa di una ritrovata voglia di rock – sarà l’inizio di una nuova fase creativa contraddistinta da una minore frammentarietà di stile e di esposizione discografica. E se è vero che l’analisi dei trascorsi dell’eclettica performer fa propendere per la prima ipotesi, non avrebbe comunque senso privarsi delle bad vibrations di quest’album scuro e sanguigno, non rivoluzionario ma (perversamente) godibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio 603 del 7 dicembre 2004

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Stan Ridgway

Ridgway fotoOgni tanto accadono cose belle, e magari tanto inattese da risultare persino spiazzanti. Ad esempio, è notizia di oggi del Premio Tenco 2016 conferito a Stan Ridgway, che gli sarà consegnato durante la quarantesima edizione della “Rassegna della canzone d’autore”, in programma dal 20 al 22 ottobre al Teatro Ariston di Sanremo (gli altri due premiati sono Otello Profazio e Sergio Staino). Pur coltivando rapporti antichi e saldi con il Club Tenco e in particolare con il suo Comandante Enrico De Angelis, non ne sapevo nulla, né mai avrei immaginato una simile scelta, visto che Ridgway è da un bel po’ una figura molto più di nicchia di quanto non fosse negli anni ’80; però, ecco, i riconoscimenti servono anche per accendere qualche riflettore su artisti meritevoli a prescindere da ciò che raccolgono a livello commerciale… e, allora, non posso che applaudire la decisione del Club, che mi ha oltretutto concesso l’onore di essere l’addetto alla consegna del Premio al songwriter, cantante, musicista e scrittore californiano.
Mi imbattei per la prima volta in Stan nel 1980, comprando (al Disco d’Oro di Bologna, lo ricordo bene) l’omonimo mini-LP di debutto dei suoi Wall Of Voodoo, e da quel giorno non l’ho mai abbandonato. L’ho incontrato varie volte (ma, molto curiosamente, mai intervistato), ne ho scritto spessissimo, sono stato il primo in Italia a concedergli una copertina (Velvet n.8, del maggio 1989), ho persino allegato un suo bellissimo CD dal vivo a un numero del Mucchio Extra, il suo esordio da solista The Big Heat (del 1986) è uno dei dieci album della mia vita, e recensendolo in tempo reale scrissi pure che al mio funerale (laico, a scanso di equivoci) avrei voluto che fosse suonata la sua Camouflage (e lo confermo: prima quel brano, poi un concerto de Il Muro del Canto). Devo continuare? Direi che non c’è bisogno. Ma aggiungere una recensione – per essere precisi, di quello che a tutt’oggi è ancora l’ultimo album propriamente detto del Nostro, Neon Mirage del 2010 – mi sembra come minimo doveroso.

Ridgway copNeon Mirage (A 440)
Magari ci avranno fatto caso in pochi, ma in questo 2010 Stan Ridgway ha raggiunto il traguardo del trentennale di attività discografica “da titolare”: prima con i Wall Of Voodoo dei quali era coautore e frontman, che esordirono appunto nel 1980 con un omonimo mini-LP recensito entusiasticamente anche sulle nostre pagine, e a partire da metà ‘80 con una notevole carriera solistica. Continua a leggere

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Los Angeles… in trance

Nel marzo del 2013, invece di recuperarlo sul blog, destinai al sito OndaRock  questo articolo dedicato alla mitica scena “trance rock” fiorita a Los Angeles negli anni ’80 e facente capo ai Savage Republic, in origine apparso sul numero 18 (marzo 1990) del mensile “Velvet”. Dato che vorrei far convergere in qualche modo qui ne “L’ultima Thule” tutto il materiale a mia firma presente in Rete, ma mi parrebbe scorretto “sottrarre” qualcosa a chi mi aveva offerto spazio, non rimpagino il testo, ma mi limito a fornire il link.

Los Angeles trance

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Paul Roland

La sempre attenta Cherry Red ha appena pubblicato In The Opium Den – The Early Recordings 1980-1987, doppio CD che mette ordine nella discografia iniziale di Paul Roland. Non c’è proprio tutto-tutto, purtroppo, ma la selezione di ben quarantadue brani offre un quadro decisamente ampio di ciò che il musicista britannico ha impresso su vinile fino a quel Danse Macabre che, tra l’altro, fu il primo “vero” LP a suo nome. Allo stesso periodo fa riferimento l’articolo qui recuperato, sorta di presentazione dell’artista più lunga e approfondita di quelle che avevo fino ad allora scritto in sede di recensione; è ovviamente un pezzo piuttosto ingenuo nella forma così come nella struttura, ma al tempo servì a rendere Paul Roland abbastanza popolare nell’underground del Belpaese. E il fatto che nel 2008, nelle note della ristampa estesa di Danse Macabre, Paul mi abbia nominato, assieme a tre colleghi di altre nazioni europee, come “spinta” per il prosieguo della sua carriera di musicista, è tuttora motivo di orgoglio. In coda, mi sembra abbia senso aggiungere la recensione dell’ultimo album, uscito l’anno scorso.
Roland fotoRacconti di mistero e immaginazione
Non mi piace particolarmente il linguaggio banale, il modo di esprimersi di ogni giorno; lo trovo molto noioso, e non ne farei mai uso nei miei brani. Non scrivo canzoni d’amore perché non sono innamorato, al momento sono interessato ad altre cose: il fantastico, il soprannaturale, l’insolito e lo storico”. Dopo lunghe ricerche, abbiamo finalmente trovato l’anello mancante della catena che unisce, idealmente, l’eccentricità di Syd Barrett, Robyn Hitchcock e Julian Cope; lo abbiamo trovato nella fantasia di Paul Roland, un artista che da otto anni produce dischi di enorne fascino senza che (quasi) nessuno se ne accorga, che compone e interpreta brani originalissimi nei testi così come nelle strutture musicali, che vive il suo ruolo di “oggetto di culto” con assoluta naturalezza senza aspirare a divenire una star. Lui, Paul Roland, crea per il solo gusto di creare, incurante delle reazioni e dell’indifferenza altrui; non disdegnerebbe, è ovvio, una maggiore notorietà, ma accetta ciò che il destino gli offre e va avanti per la sua strada forte della certezza che da qualche parte – in questo mondo cinico e materialista – ci saranno sempre spiriti semplici disposti ad ascoltare i suoi racconti di mistero e immaginazione. Continua a leggere

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Rover

Ritorna in Italia un musicista che amo parecchio: domani 9 febbraio sarà al Biko di Milano, mercoledì 10 al Monk di Roma e giovedì 11 all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Non posso evitare il recupero della recensione del suo secondo album che scrissi mesi fa per “Blow Up”, con link a quella dell’esordio e all’intervista che feci allo chansonnier francese in occasione di quell’uscita.

Rover copLet It Glow (Cinq7)
Tre anni fa, proprio di questi tempi, l’uscita dell’omonimo album d’esordio di Timothée Régnier – in arte Rover – aveva suscitato discreto scalpore, poi tradottosi in un successo significativo; basti pensare che il disco è stato ristampato in due differenti edizioni estese, la prima con una manciata di bonus track e la seconda attirittura con un ulteriore CD. Del resto, nonostante l’allora trentatreenne francese – che canta, però, in inglese – richiamasse alla mente una serie di esperienze assai note e consolidate, era molto difficile rimanere insensibile al magnetismo di brani ispiratissimi sotto il profilo del songwriting e eccezionalmente efficaci nei loro equilibri di – a grandi linee – mood crepuscolare, solennità e malinconia, sostenuti da una voce in grado di passare con nonchalance dal baritono al falsetto. Continua a leggere

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Third World War

Non ricordo se quest’album finì o meno nell’elenco di quelli “di culto” di Extra dal quale ho di recente attinto svariate schede, ma se ci finì non fui io a scriverne. Comunque è di sicuro un mio personale culto da quasi quattro decenni, e la recente ristampa mi sembra un eccellente pretesto per presentarlo a chi, magari, non l’avesse mai sentito nominare.

Third World War copThird World War (Esoteric)
Proprio un altro mondo, gli anni ‘70, se c’era chi riteneva un (potenziale) buon affare creare “a tavolino” un gruppo che frequentasse la stessa aree musicale di gente brutta, sporca, cattiva e deviata come Edgar Broughton Band, Pink Fairies, Deviants o High Tide. L’uomo dietro la Terza Guerra Mondiale era il produttore John Fenton, che ideò l’efficace sigla sociale e mise assieme Terry Stamp (voce, chitarra), Jim Avery (basso) e altri musicisti secondari affinché si dedicassero allo sviluppo di un r’n’r rozzo e abrasivo, con il corredo di testi barricaderi tramite i quali dar voce ai malumori e alla voglia di riscatto dei proletari britannici. Continua a leggere

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Cinque miei culti (3)

Terza puntata – le prime due qui e qui – di una sorta di speciale dedicato alle schede da me scritte per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Prossimamente la quarta e ultima.

Alexander copWillie Alexander
And The Boom Boom Band
(MCA ,1978)
Tra gli animatori della scena “punk” bostoniana del 1976, quella fiorita attorno al mitico Rat Club, c’era anche lui, Willie “Loco” Alexander. Non era però un giovincello: all’epoca di anni ne aveva trentatrè, aveva già inciso nei ‘60 con Lost e Bagatelle e nei primi ‘70 si era anche legato all’ultimo organico dei Velvet Underground, quello sfigatissimo che della band passata alla storia aveva solo il nome. Con la sfortuna, ma non per scelta, il nostro eroe manterrà poi rapporti assai stretti, anche quando un insperato contratto major gli offrirà l’occasione giusta: nonostante la freschezza e l’ispirazione del suo rock venato di rhythm’n’blues, né questo omonimo esordio né il di pochi mesi successivo Meanwhile Back In The States si faranno notare più di tanto, condannando Alexander a una carriera ai margini del mercato che conta. I pochi che si ricordanno di lui lo fanno essenzialmente per un brano, Kerouac, dedicato indovinate voi a chi: una ballata visionaria di enorme evocatività, qui anche meno bella al confronto della versione originale uscita tre anni prima su 45 giri, ma sempre straordinariamente intensa. Continua a leggere

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Cinque miei culti (2)

Poco più di tre settimane fa ho qui riproposto cinque titoli di una selezione di schede da me realizzate per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Eccone ora altri cinque, ma nel prossimo futuro altri cinque ne seguiranno.

Chrome copCHROME
Alien Soundtracks
(Siren, 1978)
Nell’estate del 1995 Damon Edge, che dei Chrome era fondatore, cantante, polistrumentista e leader, fu trovato morto nella sua casa di L.A.: non doveva essere un bello spettacolo, visto che nessuno si era preoccupato della sua scomparsa e il corpo era lì da circa un mese. Una fine dolorosa e ingloriosa per un musicista da sempre impegnato a coniugare rock ed elettronica, ottenendo risultati di rilievo per definire i quali non è sbagliato utilizzare la definizione “seminali”. Secondo capitolo di una carriera prolifica seppur qualitativamente discontinua, Alien Soundtracks è il primo atto del sodalizio tra Edge e l’altro polistrumentista Helios Creed, che resterà con lui fino ai primi anni ‘80 e dopo la sua scomparsa rileverà la sigla della band di San Francisco: uno straordinario concept a sfondo fantascientifico nel quale avanguardia e psichedelia convivono felicemente in un tripudio di fantasie melodiche e dissonanze e di trame strumentali all’insegna dell’anticonvenzionalità. Con la folle, abrasiva Slip It To The Android a fungere da manifesto di una formula totalmente libera e la copertina sottilmente inquietante a gettare ulteriore benzina sul fuoco. Continua a leggere

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The Chills

Sono stato felicissimo del ritorno dei Chills, una delle mie band di culto, e sono stato anche felicissimo di riscontrare che, all’estero, il nuovo album Silver Bullets è stato accolto decisamente bene. Per quanto mi riguarda, non ho certo mancato di propagandare le qualità del gruppo neozelandese in questa nostra disastrata provincia dell’impero rock, intervistandone il leader Martin Phillips per “Classic Rock” e scrivendo più di una recensione del disco. Quella che segue è apparsa un paio di mesi fa su “Blow Up”.

Chills copSilver Bullets (Fire)
Una trentina di anni fa, i Chills di Martin Phillipps erano la band di punta della scena fiorita in Nuova Zelanda sotto l’ala di una magnifica etichetta indipendente/alternativa chiamata Flying Nun. All’improvviso, la città universitaria di Dunedin era divenuta l’area d’azione di un paio di decine di gruppi – Verlaines, Sneaky Feelings, Clean e Bats altri da citare obbligatoriamente – dediti a un sound per lo più stralunato e fascinoso in cui rock, psichedelia, folk e pop deviato erano spesso avvolti in echi wave. Nel complesso più melodici e accattivanti dei compagni di cordata, i Chills sembravano poter aspirare a riscontri più ampi, e infatti i due album sponsorizzati dalla Slash – il secondo Submarine Bells e il terzo Soft Bomb, 1990 e 1992 – assaporarano un quasi-successo. Seguirono problemi di ogni genere, con un quarto disco del 1996 pressoché ignorato e il forzato esilio in patria con un’attività episodica e sommersa.
Dopo un processo di riposizionamento passato attraverso il live Somewhere Beautiful (2013), l’irresistibile 45 giri Molten Gold e la raccolta di incisioni radiofoniche The BBC Sessions (entrambi 2014), i Chills ritornano ora sul serio con un quinto album ispiratissimo: nove canzoni e due intermezzi (e di uno, Liquid Situation, viene proprio da chiedersi perché non sia stato sviluppato in esteso) che rinnovano la magia di una musica dalla straordinaria forza evocativa, legata a filo doppio agli anni ’80 ma al contempo fresca e attuale nel suo abbraccio di chitarre, tastiere, ritmi e voce “sospesa” ma incisiva che oltretutto intona testi non banali. Aggraziati e assieme incalzanti, ipnotici e in qualche modo misteriosi oltre che intrisi di malinconia agrodolce, i brani di Silver Bullets sfilano fieri senza cedimenti qualitativi e, anzi, offrendo picchi con America Says Hello, Underwater Wasteland, Pyramid/When The Poor Can Reach The Moon e Molten Gold. Forse Martin Phillipps non comporrà mai una nuova Pink Frost, singolo-capolavoro del 1984, ma di queste gemme collocabili da qualche parte fra Teardrop Explodes e R.E.M. è davvero arduo non innamorarsi. Perdutamente.
Tratto da Blow Up n.209 dell’ottobre 2015

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Creation Records

In un Mucchio del – suppongo – 1986 dovrebbe esserci un mio articolo sui primi passi della leggendaria Creation, e prima o poi lo riesumerò per riproporlo qui. In alternativa, ecco intanto una recensione molto recente di uno box dedicato allo stesso argomento; il sottotitolo “L’alba della Creation” è in tal senso eloquentissimo.

Creation Artifact copArtifact
(Cherry Red)
Il box con le ristampe dei primi dieci 45 giri della Creation pubblicato in occasione dell’ultimo Record Store Day è certo un fantastico gadget, ma è innegabile che quanti – pur amando gli “oggetti” – antepongono la musica e il suo inquadramento storico al semplice feticismo avranno maggiori soddisfazioni da questo cofanetto formato libro, oltretutto più economico: sia per i contenuti sonori quintuplicati, sia per le novanta pagine di testi informativi a cura di Neil Taylor (che della materia in oggetto fu testimone oculare e cronista sul “NME”) ed eloquentissime immagini. Tutto quello che occorre sapere, insomma, sui primi passi dell’etichetta fondata nel 1983 da Alan McGee, che tutto il mondo conosce per aver lanciato gli Oasis ma che in passato aveva scoperto Jesus And Mary Chain e Primal Scream, più decine di altre band meno note/ricordate ma spesso assai significative. Continua a leggere

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Elliott Murphy

È una frase abusatissima, lo so bene, ma Elliott Murphy meriterebbe per davvero più di quello che ha raccolto nei suoi oltre quarant’anni di carriera. Non se la passa male, questo per fortuna no, e il suo posto nella storia del rock se l’è comunque ritagliato, ma… insomma, credo che ci siamo capiti. Pochi mesi fa, Elliott ha pubblicato un disco che proprio nuovo non è, ovvero una versione riveduta e corretta del suo primo, splendido album Aquashow: una riuscitissima operazione “retromaniaca” che ha rimesso in circolazione in formato fisico una serie di canzoni più che memorabili. Per dare il mio contributo alla promozione di questa uscita ho realizzato due diverse interviste apparse su AudioReview e Classic Rock (parecchio materiale della seconda mi è rimasto nel cassetto, prima o poi lo diffonderò) e la recensione che mi fa proprio piacere riproporre qui.

Murphy copAquashow Deconstructed
(Route61)
All‘epoca dell‘uscita, quarantadue anni fa, Aquashow fece pensare alla nascita di una stella. Negli annales rimane la recensione apparsa su “Rolling Stone” – legata in un discorso unico a quella di The Wild, The Innocent And The E-Street Shuffle di Bruce Springsteen – e firmata da Paul Nelson, una delle figure cardine della critica rock (e non solo) di quel periodo, che del ventiquattrenne Elliott James Murphy scrisse “sarà il nuovo Dylan, il nuovo Lou Reed e anche il nuovo F. Scott Fitzgerald”. Parole ed entusiasmo tutt‘altro che fuori luogo, visto quanto il giovane newyorkese fosse abile nel coniugare il respiro antico ma senza tempo del folk con i chiaroscuri del rock metropolitano, il tutto illuminato da un notevole talento narrativo in seguito sviluppato anche in ambito letterario e giornalistico. Continua a leggere

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

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Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

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Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)