Articoli con tag: culti

Alley Cats + The Zarkons

Sollecitato da alcuni lettori ugualmente appassionati della materia, sono andato a recuperare i miei scritti più estesi – solo recensioni, però: un articolo non mi pare di averlo mai fatto – sugli Alley Cats. Rileggendo questo materiale antico, oltretutto pieno di ingenuità giovanili (verbosità, retorica, eccessi di enfasi…) mi sono reso conto del fatto che il mio rapporto con la band di Los Angeles è stato meno “facile” di quanto ricordassi, come si evince da critiche un po’ ambigue; un riflesso credo inevitabile della “strana” carriera del gruppo, con quattro album incisi con due sigle diverse e con il secondo di ogni coppia più ammiccante al mercato rispetto ai primi. Del primo degli Alley Cats ho riesumato anche una recensione “a posteriori” in una serie di schede a proposito di alcuni miei dischi di culto, mentre al tempo recensii il secondo degli Zarkons assieme al secondo dei Social Distortion e quanto ho qui riproposto è una sorta di bizzarra estrapolazione.

Nightmare City
(Time Coast)
A fidarsi della nota fanzine californiana Slash, sono attivi dal 1975: si chiamano Alley Cats e sono Randy Stodola (chitarra e voce), Dianne Chai (basso e voce) e John McCarthy (batteria), quest’ultimo subentrato nel ’77 a Ray Jones. Incredibile a dirsi, Nightmare City è solo il loro primo album, partorito dopo nulle difficoltà: nessuna casa discografica sembrava infatti essere interessata alla band, le cui incisioni si riducevano fino a poco tempo fa a un introvabile 45 giri per la Dangerhouse (Nothing Means Nothing Anymore/Give Me A Little Pain) e alla partecipazione alle raccolte Yes L.A. (con Too Much Junk) e Sharp Cuts (con Black Haired Girl). Fortunatamente negli ultimi mesi le cose sono migliorate e il gruppo ha potuto farsi notare nel film (e relativa colonna sonora) Urgh! – A Music War con un’eccitante Nothing Means Nothing Anymore incisa dal vivo e con il singolo Night Along The Blvd./Too Much Junk, invitante preludio a questo LP. Volendo trovare attinenze stilistiche, si potrebbe dire che gli Alley Cats sono una versione più “cattiva” degli X; il loro sound è infatti tipicamente r’n’r, costruito sul ritmo del basso e sul lavoro incisivo della chitarra con due voci (una maschile e una femminile) che si alternano e si fondono nel cantare testi sinceri ed espressivi, per la maggior parte ispirati alla vita della città della quale i Gatti Randagi sono originari, Los Angeles. Continua a leggere

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Sparks (2017)

Ho scoperto gli Sparks nei ’70, all’epoca del terzo o quarto album, e ne sono stato subito conquistato. Peccato solo che nel piccolo giro dei miei coetanei musicofili fossi l’unico ad apprezzarli e che abbia quindi vissuto questa passione senza poterla condividere. Benché nel tempo abbia incontrato parecchi altri estimatori, continuo però a vedere il gruppo come (più o meno) incompreso; eppure, nella sua discografia i dischi sempre particolari ma anche molto belli abbondano, e quest’ultimo appartiene alla categoria.

Hippopotamus
(BMG)
Una lunga storia, quella degli Sparks: quarantanove anni da quando i fratelli Ron e Russel Mael – tastierista il primo, cantante il secondo – iniziarono a operare come Halfnelson, quarantasei dall’uscita dell’unico LP con il nome iniziale, quarantacinque dalla sua ristampa come Sparks e dal suo successore A Woofer In Tweeter’s Clothing” e ad oggi gli album di studio sono ventitré. Kimono My House del 1974, quello dell’indimenticabile This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us, è scolpito nella storia del rock, ma vari altri godono di considerazione critica e ottennero significativi riscontri commerciali: si pensi a Propaganda (1975), a No.1 In Heaven (1979), ad Angst In My Pants (1982) o a In Outer Space (1983). E anche se alcuni classificano i Mael come “reduci” dei ’70 e degli ’80, la realtà dice di una produzione di quasi sempre alto livello, giocata attorno ai soliti elementi ma ispirata e autorevole. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Doctors Of Madness

Ricordo benissimo che nella seconda metà degli anni ’70, nel periodo in cui cominciavo ad accostarmi seriamente a punk e new wave, un amico mi segnalò l’esistenza di questa “strana” band britannica. Mi misi subito sulle tracce dei suoi album, ma fu solo nel 1979 che riuscii a procurarmi un doppio LP di produzione USA, uscito l’anno prima, che accoppiava i primi due. Mi piacque e, di conseguenza, appena mi capitò sotto gli occhi, acquistai anche il terzo. Per una curiosa forma di affetto per l’antologia che mi fece conoscere la band, non ho mai preso – benché le abbia viste infinite volte a due lire – le edizioni originali dei due 33 giri del 1976, diversamente dalle belle ristampe in CD, con bonus track, di tutti i dischi. Ora è arrivato addirittura un cofanetto, e non ho potuto esimermi dal dire la mia.

Perfect Past
(RPM)
L’epopea del rock abbonda di pagine curiose e interessanti, e parecchie di esse sono state scritte – su entrambe le sponde dell’Atlantico – attorno alla metà degli anni ’70. In quei giorni nei quali si capiva che qualcosa di importante sarebbe arrivato ma nessuno sapeva esattamente cosa, furono in tanti a battere strade atipiche, non preoccupandosi di compiacere il mercato e dunque condannandosi ad attività di solito sommerse. I più fortunati riuscivano a ritagliarsi uno spazio di culto e tra questi sono da citare i Doctors Of Madness, londinesi di Brixton che operarono fra il 1975 e il 1978, firmando tre LP – per la Polydor, mica un’etichettina! – che mentre attingevano nel glam, senza disdegnare affondi nell’hard, anticipavano motivi della new wave ancora da venire. Continua a leggere

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Hollywood Brats

Per parecchio tempo, gli Hollywood Brats sono stati uno dei segreti meglio riposti del rock britannico dei Settanta. Lo scorso anno, il doppio CD qui segnalato dovrebbe aver messo il punto, per quanto riguarda il repertorio inciso, alla curiosa e pirotecnica vicenda della band.

Sick On You
(Cherry Red)
Non durò granché, l’avventura di questa band operante a Londra nella prima metà dei ‘70 e da poco riunitasi a quattro decenni di distanza, ma fu bizzarra e ricca di colpi di scena al punto di essere stata raccontata in un libro (ora in ristampa) e in un documentario della BBC di prossima diffusione. Nell’attesa ci si deve accontentare, ma non è poco, del ricco booklet di questo doppio CD che propone le undici tracce del “famoso” unico album Grown Up Wrong – inciso nel 1973 e uscito due anni dopo per la filiale scandinava della Mercury a nome Andrew Matheson & The Brats – e quindici pezzi altrove inediti di diversa provenienza. Continua a leggere

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Warrior Soul (1990-2000)

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991, del quale nell’aprile di quest’anno avevo riproposto una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra era uscita su AudioReview). Ho pensato che potesse essere una buona idea, invece di aggiungere un nuovo post, recuperare quello di cui sopra, arricchendolo con le mie recensioni di tutti gli altri album della band americana (compresi i due degli Space Age Cowboys) e con una breve ma esauriente retrospettiva scritta a corredo della mia seconda intervista al leader Kory Clarke (che magari un giorno riesumerò; la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui). Mi dispiace davvero tanto che il gruppo non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo.

Warrior Soul, 1990-2000
L’avventura dei Warrior Soul inizia sul finire degli anni ‘80 a New York per iniziativa di Kory Clarke, cantante e performer con alle spalle esperienze come batterista in alcune formazioni underground della natia Detroit (si ricordano in particolare gli L7 – nessuna relazione con le omonime californiane – e i Trial). Assestato l’organico con gli innesti di John Ricco (chitarra), Pete McClanahan (basso) e Paul Ferguson (ex Killing Joke, batteria), l’ensemble avvia una convincente attività live che dopo pochissime esibizioni – si dice appena cinque – porta alla firma del contratto con la David Geffen Company. Continua a leggere

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Agnes Obel

Mi era già capitato di recensire un album di Agnes Obel – il precedente Aventine: ne avevo scritto tre anni fa su “Blow Up” – e il bel ricordo mi ha spinto ad accostarmi al nuovo lavoro con l’intenzione di replicare. La fiducia è stata ripagata da un disco davvero eccellente, che non a caso ho inserito nella mia personale playlist del 2016.

obel-copCitizen Of Glass (PIAS)
Quando all’inizio dell’estate venne diffusa in Rete la prima anticipazione di quest’album, Familiar, furono in molti a interrogarsi sull’identità – ipotesi più probabile, Anohni – di chi duettasse con Agnes Obel; con sorpresa, si scoprì che l’altra voce apparteneva sempre alla trentacinquenne danese, e che l’efficacissimo, straniante effetto era stato ottenuto “trafficando” in studio. Continua a leggere

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Ryley Walker

Il precedente album di Ryley Walker, Primrose Green, si era piazzato fra i tre lavori usciti nel 2015 da me maggiormente apprezzati. Quest’anno niente podio, ma fra i “magnifici 15” il nuovo capitolo Golden Sings That Have Been Sung certo non poteva mancare. Anche se, ascoltandolo senza riferimenti, lo si potrebbe scambiare per la ristampa di un disco dei tardi Sixties.

walker-copGolden Sings That
Have Been Sung
(Dead Oceans)
Al terzo atto di una carriera avviata nel 2014 con All Kinds Of You e proseguita lo scorso anno con il magnifico Primrose Green, Ryley Walker si conferma uno dei più ispirati talenti “retromaniaci” emersi da un bel po’ di tempo a questa parte, forte di un sound evocativo e intensissimo che partendo dal folk si apre alla psichedelia, al rock, al jazz inteso più come attitudine che come canone; nessuno stupore, insomma, che il suo nome sia stato spesso accostato a quelli di Tim Buckley, del Van Morrison dei tardi Sixties, di Nick Drake, dei grandi chitarristi della Takoma Records – già, perché il Nostro è pure bravissimo con la sei corde – come Leo Kottke o John Fahey. Continua a leggere

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Yoko Ono

Non sono sicuro di avere un’opinione precisa su Yoko Ono, e questo la dice lunga – credo – sull’inafferrabilità della signora. Ho scritto poche volte di lei, e l’ultima è stata in occasione dell’uscita di quello che dovrebbe tuttora essere il suo ultimo, vero album.

ono-copTake Me To The Land Of Hell
(Chimera)
Nel bene e talvolta nel male, Yoko Ono è senza dubbio un’icona. Non ha espiato la colpa – ammesso che colpa sia stata: magari è andata meglio così – di aver fatto sciogliere i Beatles, ma nei circa quarantacinque anni successivi al suo incontro con John Lennon è stata un personaggio atipico e spesso destabilizzante. Comunque, una donna bruciata dal sacro fuoco dell’arte, tanto che alla bellezza di ottant’anni – li ha compiuti nel febbraio scorso – preferisce continuare a creare, realizzare dischi ed essere attiva in più ambiti invece di tirare i remi in barca e godersi in pace il suo enorme patrimonio. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Tim Hardin

Non è del tutto priva di (pur piccoli) rimpianti, la mia carriera giornalistica; ad esempio, l’aver quasi del tutto rinunciato, per buoni venti/venticinque anni, di scrivere di artisti del passato. Preferivo occuparmi di quello che accadeva in tempo reale, invece di dedicarmi a recuperi di musiche che pure conoscevo, ascoltavo e apprezzavo, e ciò mi ha anche, in minima parte, penalizzato: c’era chi mi vedeva solo come paladino del “nuovo” e non mi reputava credibile come cronista di vicende più o meno antiche. Da un tot, però, la situazione è in buona parte cambiata, come provano anche i ripescaggi qui sul blog; aggiungo quindi con piacere questa recensioncina di un decennio fa, a proposito di uno splendido disco di uno dei tanti eroi di culto del folk-rock dei Sixties.

Hardin cop3 – Live In Concert
(Lilith)
Trentotto anni dopo l’uscita originaria, riappare per la seconda volta in CD grazie alla fantomatica etichetta “russa” Lilith (con note in caratteri cirillici) il terzo album di Tim Hardin, inciso dal vivo alla Town Hall di New York nell’aprile 1968 e qui arricchito di quattro tracce rimaste fuori dal vecchio vinile Verve/Forecast. Continua a leggere

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Lydia Lunch

Non ci sono motivi particolari, tipo anniversari o altre ricorrenze, per recuperare la recensione d’epoca – del 2004 – apparsa in uno degli ultimi Mucchio in versione settimanale di questo bel disco di Lydia Lunch. Sul blog non avevo però ancora inserito nulla a proposito della regina della no wave newyorkese, e allora perché no? Anche se nel caso specifico, a scanso di equivoci, la no wave non c’entra nulla.

Lunch copSmoke In The Shadows
(Breakin’ Beats)
Percorso lungo e per più di un verso ricco di gloria, quello di Lydia Lunch, avviato nella seconda metà dei ‘70 nel circuito della no wave newyorkese e sviluppatosi in una notevole quantità di dischi all’insegna del rock quanto più possibile ibrido e della spoken word, in un’attività peraltro sempre parallela a quella coltivata in campo letterario (poesia, prosa, fumetto); comunque, una carriera spesso sotterranea, seguita con attenzione da una ristretta ma agguerrita schiera di vecchi cultori – acquisita quando, giovanissima, rantolava nei Teenage Jesus & The Jerks, o quando appena ventenne si proponeva come sofisticata-malata dark lady con il classico Queen Of Siam – e/o di coloro che sono rimasti folgorati dall’espressività a più livelli estrema mostrata anche nei sodalizi allestiti con personaggi di spicco quali Nick Cave (al tempo dei Birthday Party), Rowland S. Howard, Marc Almond, Michael Gira, Henry Rollins, Foetus e vari membri dei Sonic Youth.
Smoke In The Shadows, primo album di canzoni da non poco tempo a questa parte, consegna all’ascoltatore esattamente quanto promesso dal titolo: il fumo e le ombre di una musica intrisa di suggestioni notturne e un po’ angosciose, dove il pop-rock si contamina felicemente con trame jazzy e più velate aperture a exotica e hip-hop. Una forma ben congegnata, seppur non proprio personalissima, il cui fascino inquieto e inquietante è dato soprattutto dal carisma evidenziato dalla Lunch nel raccontare le sue storie per lo più torbide con una confidenzialità dai toni alcolici: non urlando, insomma, ma limitandosi – con il sostegno dell’estro istrionico acquisito grazie ai tantissimi reading – a parlare, sussurrare, recitare, giocare con melodie sospese sul filo tra il carezzevole e l’abrasivo, a volte persino gemere.
Difficile dire se il lavoro in questione rimarrà un episodio più o meno occasionale o se al contrario – considerata la verve dei recenti concerti tenuti dalla Lunch anche in Italia, indicativa di una ritrovata voglia di rock – sarà l’inizio di una nuova fase creativa contraddistinta da una minore frammentarietà di stile e di esposizione discografica. E se è vero che l’analisi dei trascorsi dell’eclettica performer fa propendere per la prima ipotesi, non avrebbe comunque senso privarsi delle bad vibrations di quest’album scuro e sanguigno, non rivoluzionario ma (perversamente) godibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio 603 del 7 dicembre 2004

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Stan Ridgway

Ridgway fotoOgni tanto accadono cose belle, e magari tanto inattese da risultare persino spiazzanti. Ad esempio, è notizia di oggi del Premio Tenco 2016 conferito a Stan Ridgway, che gli sarà consegnato durante la quarantesima edizione della “Rassegna della canzone d’autore”, in programma dal 20 al 22 ottobre al Teatro Ariston di Sanremo (gli altri due premiati sono Otello Profazio e Sergio Staino). Pur coltivando rapporti antichi e saldi con il Club Tenco e in particolare con il suo Comandante Enrico De Angelis, non ne sapevo nulla, né mai avrei immaginato una simile scelta, visto che Ridgway è da un bel po’ una figura molto più di nicchia di quanto non fosse negli anni ’80; però, ecco, i riconoscimenti servono anche per accendere qualche riflettore su artisti meritevoli a prescindere da ciò che raccolgono a livello commerciale… e, allora, non posso che applaudire la decisione del Club, che mi ha oltretutto concesso l’onore di essere l’addetto alla consegna del Premio al songwriter, cantante, musicista e scrittore californiano.
Mi imbattei per la prima volta in Stan nel 1980, comprando (al Disco d’Oro di Bologna, lo ricordo bene) l’omonimo mini-LP di debutto dei suoi Wall Of Voodoo, e da quel giorno non l’ho mai abbandonato. L’ho incontrato varie volte (ma, molto curiosamente, mai intervistato), ne ho scritto spessissimo, sono stato il primo in Italia a concedergli una copertina (Velvet n.8, del maggio 1989), ho persino allegato un suo bellissimo CD dal vivo a un numero del Mucchio Extra, il suo esordio da solista The Big Heat (del 1986) è uno dei dieci album della mia vita, e recensendolo in tempo reale scrissi pure che al mio funerale (laico, a scanso di equivoci) avrei voluto che fosse suonata la sua Camouflage (e lo confermo: prima quel brano, poi un concerto de Il Muro del Canto). Devo continuare? Direi che non c’è bisogno. Ma aggiungere una recensione – per essere precisi, di quello che a tutt’oggi è ancora l’ultimo album propriamente detto del Nostro, Neon Mirage del 2010 – mi sembra come minimo doveroso.

Ridgway copNeon Mirage (A 440)
Magari ci avranno fatto caso in pochi, ma in questo 2010 Stan Ridgway ha raggiunto il traguardo del trentennale di attività discografica “da titolare”: prima con i Wall Of Voodoo dei quali era coautore e frontman, che esordirono appunto nel 1980 con un omonimo mini-LP recensito entusiasticamente anche sulle nostre pagine, e a partire da metà ‘80 con una notevole carriera solistica. Continua a leggere

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Los Angeles… in trance

Nel marzo del 2013, invece di recuperarlo sul blog, destinai al sito OndaRock  questo articolo dedicato alla mitica scena “trance rock” fiorita a Los Angeles negli anni ’80 e facente capo ai Savage Republic, in origine apparso sul numero 18 (marzo 1990) del mensile “Velvet”. Dato che vorrei far convergere in qualche modo qui ne “L’ultima Thule” tutto il materiale a mia firma presente in Rete, ma mi parrebbe scorretto “sottrarre” qualcosa a chi mi aveva offerto spazio, non rimpagino il testo, ma mi limito a fornire il link.

Los Angeles trance

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Paul Roland

La sempre attenta Cherry Red ha appena pubblicato In The Opium Den – The Early Recordings 1980-1987, doppio CD che mette ordine nella discografia iniziale di Paul Roland. Non c’è proprio tutto-tutto, purtroppo, ma la selezione di ben quarantadue brani offre un quadro decisamente ampio di ciò che il musicista britannico ha impresso su vinile fino a quel Danse Macabre che, tra l’altro, fu il primo “vero” LP a suo nome. Allo stesso periodo fa riferimento l’articolo qui recuperato, sorta di presentazione dell’artista più lunga e approfondita di quelle che avevo fino ad allora scritto in sede di recensione; è ovviamente un pezzo piuttosto ingenuo nella forma così come nella struttura, ma al tempo servì a rendere Paul Roland abbastanza popolare nell’underground del Belpaese. E il fatto che nel 2008, nelle note della ristampa estesa di Danse Macabre, Paul mi abbia nominato, assieme a tre colleghi di altre nazioni europee, come “spinta” per il prosieguo della sua carriera di musicista, è tuttora motivo di orgoglio. In coda, mi sembra abbia senso aggiungere la recensione dell’ultimo album, uscito l’anno scorso.
Roland fotoRacconti di mistero e immaginazione
Non mi piace particolarmente il linguaggio banale, il modo di esprimersi di ogni giorno; lo trovo molto noioso, e non ne farei mai uso nei miei brani. Non scrivo canzoni d’amore perché non sono innamorato, al momento sono interessato ad altre cose: il fantastico, il soprannaturale, l’insolito e lo storico”. Dopo lunghe ricerche, abbiamo finalmente trovato l’anello mancante della catena che unisce, idealmente, l’eccentricità di Syd Barrett, Robyn Hitchcock e Julian Cope; lo abbiamo trovato nella fantasia di Paul Roland, un artista che da otto anni produce dischi di enorne fascino senza che (quasi) nessuno se ne accorga, che compone e interpreta brani originalissimi nei testi così come nelle strutture musicali, che vive il suo ruolo di “oggetto di culto” con assoluta naturalezza senza aspirare a divenire una star. Lui, Paul Roland, crea per il solo gusto di creare, incurante delle reazioni e dell’indifferenza altrui; non disdegnerebbe, è ovvio, una maggiore notorietà, ma accetta ciò che il destino gli offre e va avanti per la sua strada forte della certezza che da qualche parte – in questo mondo cinico e materialista – ci saranno sempre spiriti semplici disposti ad ascoltare i suoi racconti di mistero e immaginazione. Continua a leggere

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Rover

Ritorna in Italia un musicista che amo parecchio: domani 9 febbraio sarà al Biko di Milano, mercoledì 10 al Monk di Roma e giovedì 11 all’Hiroshima Mon Amour di Torino. Non posso evitare il recupero della recensione del suo secondo album che scrissi mesi fa per “Blow Up”, con link a quella dell’esordio e all’intervista che feci allo chansonnier francese in occasione di quell’uscita.

Rover copLet It Glow (Cinq7)
Tre anni fa, proprio di questi tempi, l’uscita dell’omonimo album d’esordio di Timothée Régnier – in arte Rover – aveva suscitato discreto scalpore, poi tradottosi in un successo significativo; basti pensare che il disco è stato ristampato in due differenti edizioni estese, la prima con una manciata di bonus track e la seconda attirittura con un ulteriore CD. Del resto, nonostante l’allora trentatreenne francese – che canta, però, in inglese – richiamasse alla mente una serie di esperienze assai note e consolidate, era molto difficile rimanere insensibile al magnetismo di brani ispiratissimi sotto il profilo del songwriting e eccezionalmente efficaci nei loro equilibri di – a grandi linee – mood crepuscolare, solennità e malinconia, sostenuti da una voce in grado di passare con nonchalance dal baritono al falsetto. Continua a leggere

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Third World War

Non ricordo se quest’album finì o meno nell’elenco di quelli “di culto” di Extra dal quale ho di recente attinto svariate schede, ma se ci finì non fui io a scriverne. Comunque è di sicuro un mio personale culto da quasi quattro decenni, e la recente ristampa mi sembra un eccellente pretesto per presentarlo a chi, magari, non l’avesse mai sentito nominare.

Third World War copThird World War (Esoteric)
Proprio un altro mondo, gli anni ‘70, se c’era chi riteneva un (potenziale) buon affare creare “a tavolino” un gruppo che frequentasse la stessa aree musicale di gente brutta, sporca, cattiva e deviata come Edgar Broughton Band, Pink Fairies, Deviants o High Tide. L’uomo dietro la Terza Guerra Mondiale era il produttore John Fenton, che ideò l’efficace sigla sociale e mise assieme Terry Stamp (voce, chitarra), Jim Avery (basso) e altri musicisti secondari affinché si dedicassero allo sviluppo di un r’n’r rozzo e abrasivo, con il corredo di testi barricaderi tramite i quali dar voce ai malumori e alla voglia di riscatto dei proletari britannici. Continua a leggere

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Cinque miei culti (3)

Terza puntata – le prime due qui e qui – di una sorta di speciale dedicato alle schede da me scritte per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Prossimamente la quarta e ultima.

Alexander copWillie Alexander
And The Boom Boom Band
(MCA ,1978)
Tra gli animatori della scena “punk” bostoniana del 1976, quella fiorita attorno al mitico Rat Club, c’era anche lui, Willie “Loco” Alexander. Non era però un giovincello: all’epoca di anni ne aveva trentatrè, aveva già inciso nei ‘60 con Lost e Bagatelle e nei primi ‘70 si era anche legato all’ultimo organico dei Velvet Underground, quello sfigatissimo che della band passata alla storia aveva solo il nome. Con la sfortuna, ma non per scelta, il nostro eroe manterrà poi rapporti assai stretti, anche quando un insperato contratto major gli offrirà l’occasione giusta: nonostante la freschezza e l’ispirazione del suo rock venato di rhythm’n’blues, né questo omonimo esordio né il di pochi mesi successivo Meanwhile Back In The States si faranno notare più di tanto, condannando Alexander a una carriera ai margini del mercato che conta. I pochi che si ricordanno di lui lo fanno essenzialmente per un brano, Kerouac, dedicato indovinate voi a chi: una ballata visionaria di enorme evocatività, qui anche meno bella al confronto della versione originale uscita tre anni prima su 45 giri, ma sempre straordinariamente intensa. Continua a leggere

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L'ultima Thule

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