Articoli con tag: garage & psichedelia

Thin White Rope (1985-1992)

Frugo l’archivio digitale e cartaceo in caccia di materiale riguardante i Thin White Rope e dopo parecchie peripezie ne estraggo quattro recensioni di album veri e propri (manca all’appello solo il secondo, Moonhead), due di uscite per così dire secondarie formato mini-LP (manca Red Sun, del 1988) e uno dei due postumi più importanti (l’altro è il live The One That Got Away del 1992, che avrei giurato di aver trattato da qualche parte ma vai a capire se e dove). Un gran bel bottino, nel quale rilevo una scrittura spesso più fantasiosa e visionaria rispetto ai miei standard (no, non mi drogavo; i Thin White Rope bastavano eccome a far viaggiare), che dimostra quanto grande fosse il mio amore, in tempo reale, per questa band straordinaria della quale chi c’era si ricorda ma che è purtroppo ignota a quasi tutti quelli che non c’erano.

Exploring The Axis
(Frontier)
Nelle cerchie di appassionati di rock underground il nome Thin White Rope è noto già da parecchio tempo, nonostante il debutto discografico del complesso californiano sia avvenuto solo ora; la nutrita produzione di esaltanti demo-tape e la pubblicità fatta al gruppo da qualche eminente personalità della scena americana (il produttore Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, ad esempio), hanno fatto sì che il primo vinile del quartetto divenisse uno dei lavori più attesi del 1985, almeno per coloro che nella musica cercano freschezza, ispirazione e passione. E i Thin White Rope, figli dei deserti assolati di giorno ed incredibilmente scuri dopo il tramonto, non hanno davvero deluso le aspettative di chi li considerava una grande promessa: Exploring The Axis, ottimamente prodotto da Jeff Eyrich (Plimsouls, Gun Club), è un esordio di rara bellezza, di quelli che conquistano dal primo ascolto stupendo solco dopo solco con la loro verve e il loro fascino.
Sotto il profilo sonoro, siamo di fronte a una raccolta di canzoni non eccessivamente elaborate, di più o meno vaga derivazione country ma di solida impostazione rock’n’roll; sono canzoni sinuose, avvolgenti, valorizzate da una chitarra a tratti acida e a tratti limpida alla quale si contrappone il canto pacato, armonioso e “strascicato” di Guy Kyser, mente compositiva e leader della band oltre che probabile ammiratore di Roger McGuinn. I suoi brani sono fra i più evocativi dell’attuale panorama rock e l’uno dopo l’altro, senza neppure bisogno di particolare concentrazione. ammaliano e magnetizzano, proiettano visioni, luci e colori di terre solitarie, di natura selvaggia, di ricordi ancestrali ai quali è dolcissimo abbandonarsi. Non si tratta, comunque, di sterile fuga di sapore allucinogeno, ma di un modo concreto e reale di vivere emozioni sopite, confondendo il vecchio West con il nuovo ma non dimenticando come, in questi mondi paralleli, la vita vada a braccetto con la morte, l’estasi delle lande si mescoli con la possibile disidratazione e l’incanto de1l’avventura giochi una interminabile partita a poker con le pallottole vaganti. Continua a leggere

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Dream Syndicate (1978-1989)

Negli anni ’80 i Dream Syndicate erano una delle mie band preferite e infatti ne ho scritto tanto, tantissimo, e non a caso ne ho recensito quasi tutti i dischi in tempo reale (all’appello mancano solo il primo “mini” e il terzo LP). Mi sono poi ovviamente occupato anche dell’album del “ritorno” (la recensione è qui; un’intervista a Steve Wynn è invece uscita nel numero 58 di “Classic Rock”) e ieri non mi sono potuto esimere dal recarmi al Monk per assistere alla loro prima data romana di sempre (la mia seconda: li avevo già visti a Giulianova nel 1987). Dato che la nostalgia è, si sa, canaglia, eccovi allora un’ampia selezione delle mie vecchie elucubrazioni su carta, alcune delle quali davvero pietose a livello di stile. Grande stupore nel leggere che già nel 1982 – nel 1982! – “mi lamentavo” della retromania.

The Days Of Wine And Roses
(Ruby)
La storia della musica è costellata di corsi e ricorsi, di revival, di riscoperte di questo o quel tipo di sound; inventare qualcosa di radicalmente nuovo, oggi, è pressoché impossibile, o, perlomeno, assai difficoltoso; logico, quindi, che molti artisti mirino a riciclare, secondo la propria sensibilità e i propri gusti, formule stilistiche che hanno in qualche modo stimolato la loro creatività. Ciò che conta, in questo lavoro di rielaborazione di dati già noti, è il codice utilizzato, l’angolazione dalla quale la materia musicale è studiata, assimilata e reinterpretata; fondamentale, poi, è anche il background culturale (sempre dal punto di vista sonoro) del compositore e degli esecutori, oltre naturalmente alle loro intrinseche capacità. Continua a leggere

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Guadalcanal Diary

In un post pubblicato qualche giorno fa su Facebook, l’amico Gianpaolo Castaldo ha estratto dal cassetto della memoria il nome dei Guadalcanal Diary, band americana oggi dimenticata che non si può inserire nel novero di quelle “decisive” ma che, insomma, non merita nemmeno il totale oblio. Essendone stato un convinto sostenitore, recupero le recensioni da me scritte in tempo reale dei quattro LP che il gruppo della Georgia commercializzò negli anni ’80, per poi separarsi; i sacri testi dicono che nel 1993 il leader – Murray Attaway – realizzò un album solistico per la Geffen, e che nel 1999 il quartetto tornò assieme per un CD live autoprodotto di cui nessuno si accorse e che, come da copione, è l’unico titolo del catalogo a costare caro (sta però per essere ristampato dalla Omnivore). Riascoltati, i quattro album “storici” suonano tuttora freschi e godibilissimi, anche se ammetto di riconoscermi solo al 70/75% nei miei entusiasmi giovanili. Sono tutti ascoltabili su Spotify e quindi non avete scuse per non concedergli almeno un “assaggio”.

Walking In The Shadow
Of The Big Man (DB)
Musicalmente parlando, gli Stati Uniti sono davvero la terra delle sorprese e dei piacevoli imprevisti: non passa infatti mese senza che qualche nuovo talento si presenti alle nostre orecchie avide con miscele entusiasmanti di sonorità. Questo marzo e toccato ai Guadalcanal Diary, il cui Walking In The Shadow Of The Big Man è inevitabilmente destinato a impressionare in positivo molti appassionati del rock più genuino, quello legato alle tradizioni e al contempo attuale nei contenuti. Discorso già più volte affrontato, lo so, ma non è colpa mia se gli artisti americani, nelle metropoli come nelle province, riescono sempre a fornire nuove ed eccitanti interpretazioni di una musica dalle mille sfumature in cui potenza, melodia, dolcezza e grinta sanno dar vita a risultati sempre differenti pur partendo dalle medesime basi. Continua a leggere

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Watermelon Men

Ricordo piuttosto bene quei giorni della metà degli anni ’80 nei quali si scoprì che in Svezia, a suonare rock più o meno legato ai Sixties, non c’erano solo i Nomads. Come accaduto con l’Australia della stessa epoca, a livello giornalistico sono stato uno dei principali sostenitori italiani di quel panorama scandinavo, e a distanza di trenta e più anni non sono affatto pentito. Non tutte le band hanno però offerto piena conferma delle loro potenzialità; i Watermelon Men, ad esempio, delusero quasi subito dopo un inizio senza dubbio degno di attenzione, per poi sparire dai radar prima della fine del decennio con un bottino complessivo di tre album (nel 1993 uscì un ulteriore EP, ma l’ho appreso solo ora). Mi fa comunque piacere recuperare un articolo/intervista che vide la luce poco prima della pubblicazione di Wildflowers, il secondo 33 giri della band.
Per gli appassionati del rock delle radici, il nome dei Watermelon Men non dovrebbe essere sconosciuto: l’album di debutto della formazione svedese, Past, Present And Future, non ha infatti mancato di suscitare entusiasmi e le circa ventimila copie vendute sottolineano efficacemente il positivo exploit del quintetto. Con tali premesse non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di una chiacchierata con Imre von Polgar, primo chitarrista nonché autore di parecchi brani del gruppo, di passaggio in Italia per una vacanza e per sondare il terreno riguardo a una eventuale tournèe primaverile dei Watermelon Men; venticinque anni, capelli biondi e occhi chiari, Imre si è rivelato cordiale, affabile e per nulla freddo come ci si poteva attendere fidandosi dei luoghi comuni sugli scandinavi. In sua compagnia abbiamo ripercorso le tappe del passato e del presente, e tracciato le direttive per il futuro, di una delle migliori band di Svezia.
Una scena svedese? No, non esiste niente del genere, almeno se per scena si intende qualcosa di unito, con contatti stretti fra i suoi esponenti; i gruppi sono indipendenti l’uno dall’altro, pensa che quando lessi una recensione del primo singolo dei Nomads rimasi enormemente meravigliato nell’apprendere che esistevano altri miei connazionali interessata alla stessa musica che suonavo all’epoca. La cosiddetta scena è stata un’ottima invenzione di voi giornalisti, un buon sistema per attirare l’attenzione del mondo su determinate realtà. E chiaro, ci sono rapporti personali fra i componenti di alcune band, ma non c’è nulla di compatto a livello musicale”. Più chiaro di così… Chi avesse dunque in mente la visione idilliaca di una terra promessa del rock’n’roll situata in prossimità del Polo Nord, può abbandonare le sue fantasticherie di sapore romantico. Di sicuro, però, il fascino delle regioni scandinave deve in qualche modo influenzare gli artisti, stimolandone le capacità creative. “Amo l’estate svedese, con le sue giornate lunghissime, e l’inverno svedese, con le sue notti eterne. E poi, all’estremo Nord, il sole di mezzanotte. È un feeling particolare, direi misterioso, il rapporto con la natura è veramente unico. All’epoca degli inizi eravamo soliti provare fuori città, in aperta campagna, e quello che ci circondava è sempre stata una grandissima fonte di ispirazione. Anche per registrare il nostro nuovo album abbiamo deciso di vivere a contatto con la natura, affittando uno studio isolato per trovare la giusta concentrazione”. Ancora una volta, l’ennesima, siamo dunque costretti a tirare in causa l’amore per la terra e le radici, l’attrazione per gli spazi aperti e per la vita semplice, non troppo contaminata da quella triste malattia che i più chiamano progresso. Lo facciamo a ragione, perché nelle canzoni dei Watermelon Men è facile respirare questo tipo di atmosfere, o perlomeno sognarle. “Io e Johan Lundberg, l’altro chitarrista, siamo amici da parecchio tempo e avevamo già suonato assieme in altre band punk e new-wave. Con Erik Illes, il cantante, avevo invece fatto parte dei Rave Ups, una band power pop che non è mai uscita dalla cantina. Il batterista, Erik Westin, era studente nella mia stessa scuola, ma non avevamo molti rapporti, mentre Hans Sacklen, il bassista, è l’unico di noi a non essere originario di Uppsala: viene dal Sud della Svezia, ha anche inciso dischi con altri complessi”.
I Watermelon Men si aggregavano nel 1984 e il loro nome non è un omaggio alla Watermelon Man racchiusa in Miami dei Gun Club. “Sì, ovviamente conoscevamo i Gun Club, ma non c’è attinenza; noi volevamo un nome mistico, al quale la gente non potesse affibbiare subito una etichetta musicale. E poi c’è un riferimento all’Ungheria, che è la terra d’origine mia e di Eric: suo nonno coltivava angurie nel sud del suo paese”. Formata la band, e risolto il problema del nome, Imre e soci si dedicavano alla composizione del repertorio; ben presto registravano un demo con il quale iniziavano a girare per gli uffici delle case discografiche, ottenendo però solo tanti rifiuti e qualche incoraggiamento. “Un giornalista ci consigliò di rivolgerci a Jorgen, il proprietario della Tracks On Wax; non avevamo mai sentito parlare di questa piccola etichetta, né conoscevamo i Wayward Souls che per essa avevano pubblicato il loro singolo di debutto, ma non ci furono problemi: lui impazzì per le nostre canzoni, la prima versione di Back In My Dreams, Is it Love, Your Eyes… Ci propose di incidere un disco e non volle nemmeno ascoltare i nuovi brani, ci disse che qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe di sicuro stata OK”. In breve tempo, nella prima metà del 1985, i Watermelon Men realizzavano così per la Tracks On Wax il 7”EP Blue Village e l’album Past, Present And Future, oltre a partecipare alla raccolta della Amigo A Real Cool Time; dai brani emerge una formazione dalle forti inclinazioni melodiche, abile nello sfruttare i suggerimenti del r’n’r, del country, del blues, del pop. In ogni caso, niente calderoni pacchiani e magari ridondanti, ma un sound abbastanza diretto, lirico e stilisticamente accomunabile a certo rock USA. “Il nostro primo album, in effetti, suona americano, ma il fatto non è dovuto a una scelta; piuttosto, a una questione meramente tecnica, di riverberi, e alla nostra decisione di utilizzare due chitarre molto nitide e pulite. Parecchia gente ci dice anche che siamo un gruppo molto Sixties, ma questa è la logica conseguenza del nostro amore per i suoni naturali degli strumenti. Credo proprio che con una Gretsch, una Rickenbacker, amplficatori Vox, basso Fender, batteria e voce sia assai difficile non far pensare agli anni Sessanta. Comunque, noi abbiamo moltissime influenze e moltissime passioni musicali, anche insospettabili: oltre ai Rolling Stones e agli Yardbirds ci piacciono Van Morrison, Smokey Robinson, Miracles, Phil Spector…”.
Assieme a lievi cadute di tono dovute ad arrangiamenti di dubbio gusto, Past, Present And Future contiene brani di enorme espressività quali Seven Years (che in Gran Bretagna è stata proposta su singolo con l’altrove inedita I’ve Been Told, il cui corpo è “rubato” a Play With Fire), Pretty Days In The Summertime, New Hope For The Lonely, Autumn Girl e Back In My Dreams; il precedente EP, seppure in forma leggermente più acerba, si muove più o meno lungo le stesse direttive, con le chitarre in bella evidenza a ricamare armonie di grande fascino ed incisività. “In realtà i Watermelon Men sono un ensemble di chitarristi, e la stranezza e che i più validi tecnicamente sono il cantante e il batterista”. Pur essendo qualitativamente e attitudinalmente omogeneo, il repertorio del gruppo è caratterizzato da una discreta varietà di temi e atmosfere; questo, probabilmente, perché gli oneri della scrittura sono divisi fra tutti i membri, eccezion fatta per Hans Sacklen. “Non vogliamo un sound troppo uniforme, preferiamo dedicarci all’elaborazione delle migliori intuizioni di ciascuno. I pezzi non nascono collettivamente, almeno in origine, ma si sviluppano dalle idee che ognuno di noi espone agli altri; esse, poi, vengono arricchite di elementi nuovi e gli spunti iniziali vengono spesso rivoluzionati”.
Quasi ignorato in Svezia, Past, Present And Future si faceva invece notare nel Regno Unito e in Germania, e il nome dei Watermelon Men cominciava concretamente ad affermarsi fra i seguaci del roots-rock; il quintetto consolidava poi la sua notorietà grazie a una fitta attività concertistica, che toccava Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Grecia. Un periodo intenso, che nell’arco di qualche mese induceva i musicisti a valutare la prospettiva di un impegno totale nel mondo del rock, prospettiva che troverà concretizzazione pratica all’inizio del l987. In base ai risultati che otterranno con il prossimo album, i Watermelon Men decideranno infatti se divenire definitivamente professionisti o se mantenere occupazioni convenzionali e dedicare alla musica solo una parte del loro tempo. Così, con molto entusiasmo e con un budget consistente (circa trenta milioni di lire), il complesso si chiudeva per diciotto giorni nel migliore studio di Svezia con il co-produttore Clive Gregson (chitarrista e leader degli Any Trouble), sorprendentemente preferito a Rob Younger. “Stimiamo Rob Younger ed il suo lavoro, ma sinceramente pensavamo non fosse adatto per il tipo di suono che volevamo costruire in questo album; Younger tende a un sound piuttosto uniforme, mentre noi puntavamo a qualcosa di vario e policromo”. Questione di gusti. Personalmente, pur non sapendo quanto le scelte di Gregson abbiano influito sul risultato finale, non mi sento di approvare la decisione del gruppo svedese: Wildflowers, il 33 giri che vedrà la luce verso la fine di gennaio, non presenta infatti la brillantezza e il feeling del debutto, orientandosi verso un suono “molle” e spesso troppo arrangiato. “Il nuovo LP è molto diverso dal precedente, è più vicino al pop; abbiamo cercato anche di aggiungere qualcosa di soul, non nel senso stretto di black music ma in quello più generico di anima, e abbiamo curato maggiormente il lavoro in sala. Ora pensiamo sia meglio usare le corde piuttosto che alzare il volume alle chitarre, e quindi le canzoni hanno un aspetto molto differente da quelle dei vecchi dischi: sono più levigate, meno di impatto immediato, ma secondo noi anche più profonde ed intense”.
Wildflowers, è innegabile, non ha quasi nulla in comune con Past, Present And Future, a parte la voce sempre splendida di Erik Illes; i pezzi, quasi tutti scritti dal cantante, mostrano una notevole inclinazione verso schemi soffici e avvolgenti, ma anche – purtroppo – melensi nella loro sovrabbondanza di violini e nelle loro trame morbide. Non mancano, comunque, le eccezioni, costituite da Postcard View (dai marcati accenti country), Pictures Of Good Times (probabilmente la più ammaliante fra le numerose ballate del disco) e Heading For The Woods, altra ballad che mi sentirei di definire come il capolavoro della scaletta; il resto lascia invece adito a più di una perplessità, dai discutibilissimi fiati di Empty Smile alla vuota retorica di In Another World, dalla prevedíbilità di True Confession e Smalltown Revolution alla mielosità di Pouring Rain. Si poteva, insomma, pretendere qualcosa di più, ma per un giudizio definitivo preferiamo attendere il momento in cui il vinile sarà nelle nostre mani. Solo allora, dopo ripetuti e attenti ascolti, saremo in grado di dire se i Watermelon Men meriteranno ancora il nostro incondizionato appoggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.108 del gennaio 1987

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City Kids (1985-1987)

In un lontanissimo giorno del 1985 ricevetti dalla Closer, rinomata etichetta francese dell’epoca, un mini-LP dei City Kids, band d’oltralpe che non ricordavo di aver mai sentito nominare. Fu amore al primo ascolto, disturbato solo dalla rivelazione che i ragazzi avevano in precedenza pubblicato un altro mini in tiratura limitata e numerata che temevo di dover inseguire per chissa quanto e pagare a caro prezzo (nel 1985 mica c’erano eBay, Discogs, Amazon e i negozi on line, e certi vinili non particolarmente propagandati erano tutt’altro che facili da trovare). Recensii comunque il nuovo disco e mesi dopo andai ad Arezzo per assistere a un concerto del gruppo, realizzando anche l’intervista che ho qui recuperato (abbastanza nozionistica, ma al tempo era fondamentale raccogliere e divulgare informazioni che non esistevano o quasi). Un anno dopo, il quartetto avrebbe inciso a Firenze – con la produzione questa volta reale di Rob Younger, che feci in modo di incontrare e intervistare (come si può leggere qui) – il suo primo LP, di cui ancora più in basso ripropongo la mia recensione; sarebbero poi arrivati altri due album, nel 1989 una sorta di antologia intitolata 1000 Soldiers (della quale sono certo di aver scritto, ma in archivio non trovo riscontri) e nel 1993 Third Life (del quale, lo ammetto, nemmeno mi accorsi).
Non c’è alcun dubbio che se fossero americani o australiani i City Kids godrebbero di maggiore notorietà e di maggior considerazione da parte della stampa; invece, francesi di Le Havre, devono per ora accontentarsi di un piccolo culto in patria e della risposta entusiastica degli spettatori occasionalmente accorsi ai loro concerti. Forti di un notevole dinamismo on stage e animati da una ferrea volontà di emergere, i quattro transalpini tentano ostinatamente la via del successo, rifiutando di star seduti ad attendere la manna dal cielo e impegnandosi concretamente per catturare l’attenzione di critica, pubblico e mezzi di informazione attraverso una fitta attività live in Europa e un ottimo livello qualitativo delle realizzazioni discografiche. In più, hanno un produttore d’eccezione: Rob Younger, già frontman di Radio Birdman e Visitors, che dalla lontana Australia coordina le operazioni. Insomma, per farla breve, i City Kids hanno qualcosa in più rispetto ad analoghe formazioni underground; e poi, prescindendo dalla ioro abilità, non cercano di nascondere la loro grande competenza nel campo del nuovo rock (conoscono centinaia di formazioni minori, soprattutto americane e australiane) e dichiarano candidamente di ascoltare moltissima musica per trarre da essa i migliori insegnamenti. Il che è sufficiente per renderli ancor più simpatici. Continua a leggere

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The Slickee Boys (1976-1984)

Questa volta il recupero dagli archivi è la monografia che quasi trentaquattro anni fa dedicai a uno di quei gruppi adorabili che non riescono a ottenere ampi consensi ma che sanno come colpire gli appassionati. Benché l’abbia ripulito dai refusi e sfrondato di qualche legnosità, il pezzo rimane stilisticamente pesante oltre che didascalico come i tempi in fondo imponevano (su certi artisti e dischi era arduo reperire informazioni e pertanto, avendole, era doveroso riportarle), ma rimane un reperto prezioso. La band avrebbe poi pubblicato altri due album di studio, Uh Oh… No Breaks (1985) e Fashionably Late (1988), che probabilmente avrò recensito in tempo reale (vedrò di farle saltar fuori, se esistono), e due dal vivo (Live At Last, 1989, e A Postcard From The Day, 2006, quest’ultimo con nastri del 1980-1982); non è insomma poi rimasta a lungo come auspicavo, ma così va il mondo. Cybernetic Dreams Of Pi, presente anche nella mia playlist del 1983, resta in ogni caso un disco di rara godibilità, andatevelo ad ascoltare su YouTube (sy Spotify non c’è).
Benché nati nell’anno di grazia 1976, e nonostante il numero piuttosto alto di dischi immessi sul mercato, gli Slickee Boys non hanno mai goduto di particolari attenzioni da parte di critica e pubblico. La loro scoperta è infatti avvenuta soltanto allìinizio di quest’anno, grazie alla popolarità recentemente conquistata dal sound di derivazione Sixties e grazie all’innegabile bellezza dell’album Cybernetic Dreams Of Pi. Gli Slickee Boys non sono, dunque, furbastri che cercano di ottenere consensi proponendo la musica underground oggi maggiormente apprezzata: la loro carriera è stata sempre indissolubilmente legata al r’n’r, ed è perciò doveroso da parte nostra, vista la loro perenne dedizione alla nobile causa. fornirvi qualche informazione in più sulla loro misconosciuta ma interessante attività. Continua a leggere

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The Jet Black Berries

Giorni fa mi è stato segnalato che sul blog “Bordel do rock” si parlava degli oggi dimenticati (non che all’epoca fossero popolari, ma ci siamo capiti) Jet Black Berries, notando con stupore che nemmeno ne “L’ultima Thule” c’era qualcosa su di loro. Rimedio allora adesso recuperando le recensioni di due dei tre album pubblicati dalla band di Rochester negli anni ’80 (il terzo si intitola Animal Necessity, ma su Velvet non me ne occupai io; vale comunque anch’esso), come al solito con una certa sofferenza: la mia prosa era davvero goffa, in qualche caso deturpata da termini forzati, nel complesso poco fluida. Non che sia diventato chissà quale scrittore eccelso, ma la rilettura di quasi tutti i miei pezzi più vecchi (diciamo dal 1979 al 1987/88) mi provoca sempre un certo senso di disagio.

Sundown On Venus
(Pink Dust)
Una copertina invitante, intrisa di aromi “USA al 100%” e un prezzo una volta tanto non eccessivamente oneroso (considerato che l’album contiene in omaggio un altro LP inciso su un solo lato) accompagnano il debutto dei Jet Black Berries. formazione nota fino a pochì mesi fa con il nome New Math (all’attivo, un pessimo singolo e due ottimi mini-LP, They Walk Among You e Gardens). Sundown On Venus sancisce l’avvicinamento della band a un sound di stretta derivazione “tradizionale”, valorizzato però da un trattamento del tutto particolare in cui country, r’n’r e psichedelia convivono felicemente in canzoni fortemente suggestive, ideale fusione di dedizione alle “radici” e ricerca di rinnovamento. Il primo impulso sarebbe quello di invitarvi all’acquisto immediato di questo piccolo capolavoro, e le successive analisi confermano come Sundown On Venus sia un disco eccezionale, ricco di genuina carica rock e di feeling immortale, di arrangiamenti prelibati e di interpretazioni impeccabili; e, infine, di canzoni esaltanti (cito Bad Hombre e Neon in Cairo, ma l’elenco potrebbe continuare fino a comprenderle tutte e diciassette). Continua a leggere

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The Hives (2000-2004)

Sere fa mi trovavo in un locale e, prima del concerto al quale avrei assistito, dalle casse acustiche prorompevano canzoni di una band che non sono riuscito a identificare; nessun dubbio sul fatto che la conoscessi e che possedessi quell’album, ma da qui a collegarla a un nome… niente da fare, formula troppo comune. Al terzo brano mi ero già seccato di sforzare le meningi e quindi, captato un breve stralcio di testo, ho tirato fuori di tasca l’iPhone e ho digitato quelle parole su Google. Il risultato? Gli Hives, gruppo svedese che a quanto mi risulta è ancora in attività ma che certo non gode delle stesse attenzioni delle quali era gratificata una quindicina di anni fa, quantomeno tra i cultori delle proposte underground. Da qui a cercare in archivio cosa ne avessi scritto il passo è stato breve.

Veni Vidi Vicious
(Burning Heart)
Fossero americani, gli Hives sarebbero di sicuro sotto contratto per la Estrus o la Sympathy. Vengono invece dalla Svezia, ma avendo ben poco a che spartire con l’ormai classico punk/hard dei vari Hellacopters e Gluecifer non sono granché appetibili per un’etichetta di nicchia come la White Jazz; si sono così accasati presso la Burning Heart, che pur privilegiando il popcore non si fa sfuggire le più gustose occasioni di rendere più eterogeneo il suo (ampio) catalogo con proposte di altro genere, purché alimentate dal sacro fuoco del rock’n’roll. Continua a leggere

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Julian Cope (2013)

Per un lungo periodo ho recensito qualsiasi cosa fosse legata a Julian Cope, in alcuni casi anche su più giornali. Poi, un giorno, i miei scritti sull’Arcidruido hanno cominciato a diradarsi; non per sopraggiunto disamore nei suoi confronti, ci mancherebbe, lui è sempre nel mio cuore e per sempre ci rimarrà, ma per questioni legate alla produzione confusa (e, sì, un po’ pletorica) e alla difficoltà nel reperire i suoi dischi (lo ammetto, sono uno di quelli che, se deve ordinare direttamente sui siti, si fa passare presto la voglia). In un modo o nell’altro ho ascoltato tutto, questo sì, ma di alcuni titoli non posseggo copia fisica e prima o poi rimedierò. Nel frattempo, direi che questa è la mia ultima recensione di un album del caro Giuliano, album che fra l’altro figura anche nella mia playlist del 2013. Per chi fosse interessato ad altro, suggerisco di cliccare qui, qui, qui e qui.

Revolutionary Suicide
(Head Heritage)
Ogni volta che si ha notizia dell’uscita di un nuovo album di Julian Cope, la domanda che ci si pone è sempre la stessa: “ok, ma che tipo di album?”. Questo perché da un paio di decine d’anni l’eccentrico e geniale Arcidruido, discograficamente autarchico con il marchio Head Heritage, alterna lavori filo-sperimentali e opere all’insegna di un metal tanto crudo quanto cupo, recuperi dagli archivi e raccolte di canzoni psycho-pop-rock grossomodo in sintonia con la sua identità sonora più nota e documentata. Continua a leggere

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Arson Garden (1990-1992)

In oltre quarantacinque anni di frequentazioni musicali, mi è capitato infinite volte di invaghirmi di artisti lontani dalle luci dei riflettori, che magari passavano inosservati perché dediti a un sound non “alla moda”. Non mi importava che non fossero “cool” o che piacessero solo a me o quasi: avendo la possibilità di propagandarne l’attività, lo facevo senza pormi alcun problema. Allo stesso modo, non mi sento di avere sbagliato se, a distanza di decenni, mi rendo conto di come questi miei beniamini siano sconosciuti più o meno a tutti; anzi, è un motivo in più per ricordarne l’esistenza, sperando che altri li apprezzino. Per gli Arson Garden, dei quali ripropongo qui le recensioni dei primi due album (il debutto finì pure nella mia playlist annuale; ne esiste un terzo, ma quello mi sfuggì e lo recuperai in seguito), non ci sono scuse: potete assaggiarli su Spotify. E sono sicuro che più d’uno mi ringrazierà.

Under Towers
(Community 3)
Jefferson Airplane meets Velvet Underground”, azzardava una recensione su Flipside a proposito di questo sconosciuto ensemble statunitense il cui esordio si colloca senza ombra di dubbio fra gli album più interessanti e originali che la scena indipendente internazionale abbia prodotto in questo primo scorcio di anni ’90.
Difficile descrivere il sound del quintetto, bizzarro crossover di indole psichedelica nel quale confluiscono elementi hard, punk, dark, folk e trance e sul quale si eleva la sublime voce di April Combs, a metà tra la Grace Slick più ieratica e la Sandy Denny più evocativa; e difficile, ancora di più, trovare le parole giuste per raccontare la magia e il fascino magnetico di undici canzoni avvolgenti e misteriose, che solco dopo solco esalano aromi stordenti e suscita suggestioni profonde e inebrianti. Continua a leggere

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Universal Daughters

“E questo che roba è?”, si domanderanno credo in parecchi. La risposta è semplice: un disco bello e particolare, che figura anche nella mia playlist del 2013 e sul quale mi fa piacere (ri)portare nel mio piccolo un po’ di attenzione. Dategli una possibilità.

Why Hast Thou Forsaken Me?
(Santeria)
In epoca pre-Internet un disco come questo non si sarebbe potuto fare, o quantomeno la sua realizzazione sarebbe stata faticosa e dispendiosa, con contatti iniziali non facilissimi, nastri multitraccia spediti per posta convenzionale e un’infinità di piccoli e grandi ostacoli pratici. Continua a leggere

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Queens Of The Stone Age

Settimane fa ho partecipato solo come spettatore agli accesi dibattiti svoltisi in Rete a proposito dell’ultimo album dei QOTSA, per (giusta) correttezza nei confronti delle riviste per le quali lavoro. Fosse per i responsabili delle stesse, anzi, in Internet non dovrei scrivere nulla, perché la mia presenza qui fa pensare a un tot di miei potenziali lettori che non valga la pena di spendere soldi in edicola perché bene o male può seguirmi gratis sul blog e su Facebook. La questione è interessante e prima o poi la analizzerò in modo più approfondito. Intanto, dato che Blow Up di settembre non è più in vendita in quanto sostituito da quello di ottobre, ecco la mia recensione del nuovo di Josh Homme e compagni. Che non è interlocutoria, no, o quantomeno non lo è più del – comunque valido – disco. Per chi fosse interessato, qui ci sono le mie recensioni d’epoca dei primi tre album della band.

Villains
(Matador)
È trascorso molto tempo da quando, a cavallo fra i ‘90 e gli Zero, molti vedevano giustamente i Queens Of The Stone Age come (pur moderati) innovatori e credibili portabandiera di una resistenza al processo di distacco del r’n’r dal suo ruolo di polo aggregativo primario delle tribù giovanili. Oggi che quella guerra è stata persa e che di rock si parla quasi unicamente come stile musicale, spesso accostandogli aggettivi sprezzanti quali “retrogrado” e “reazionario”, Josh Homme e compagni non sembrano comunque voler gettare la spugna, sia continuando a giocare con la retorica che segue come un’ombra il genere in questione, sia provando a dimostrare che il suo futuro non è solo dietro le spalle. Continua a leggere

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Four By Art


La scena neo-Sixties fiorita in tutto il mondo negli anni ’80 annoverava tra i suoi principali rappresentanti italiani i Four By Art di Milano, scioltisi una trentina di anni fa dopo aver realizzato un 7”EP e due LP poi raccolti (assieme a tre inediti dal vivo) nel CD The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008). Come attestato da Live!!!!, disponibile solo in download, dallo scorso decennio il gruppo è tornato in pista e suona tuttora, benché con un solo superstite della formazione storica (il co-fondatore Filippo Boniello) anche a causa della prematura scomparsa di due vecchi membri. Da pochissimi mesi è stato inoltre pubblicato – sempre da Area Pirata – Inner Sounds, nuovo CD che fa rivivere con ottima verve il sound e lo spirito del gruppo dell’epoca: tredici episodi, fra i quali le cover di Allora mi ricordo dei New Trolls (ovviamente in italiano: un esperimento che la band non aveva mai tentato, quantomeno su disco) e Sorry degli Easybeats (ma la ripresero pure Three O’Clock). Continua a leggere

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Quintessence (1969-1971)

All’epoca in cui ho iniziato a seguire seriamente la musica, i Quintessence si erano appena separati, cosa che – suppongo – mi indusse a considerarli “vecchi” e pertanto immeritevoli di approfondite attenzioni rispetto ai gruppi del presente (di allora). Più avanti, quando mi sono dedicato alla scoperta di tutto quello che mi ero più o meno perso, li ho sì ascoltati un po’ meglio, classificandoli però subito come “minori” e, di conseguenza, prescindibili. La frequentazione di questo box mi ha fatto però pensare di essere forse stato troppo tranchant, anche se è ovvio che non si sta parlando di una band epocale. Ma neppure priva di motivi di interesse.

Move Into The Light
(Esoteric)
Non contando le antologie e i tre live pubblicati nell’ultima decina di anni, due con materiale d’epoca e uno concepito come testimonianza dell’episodica (e parziale) reunion del 2010, la discografia dei Quintessence comprende cinque album, due editi dalla RCA nel 1972 e tre marchiati dalla Island fra il 1969 e il 1971. Sono proprio questi ultimi, a cominciare dall’esordio In Blissful Company per arrivare a Dive Deep passando per Quintessence, gli articoli più pregiati del catalogo, nonché quelli adesso condensati in Move Into The Light assieme a un paio di rarità. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Tinariwen (2017)

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Continua a leggere

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Julian Cope (1991-1995)

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no, così come non mi rimangio i giudizi benevoli per quelli che, non contando i lavori “paralleli” ma solo quelli della discografia-base (chiamiamola così), furono i suoi tre successori (dei quali ripropongo le mie recensioni: due in tempo reale e una in sede di ristampa). Chi fosse interessato a quello ancora dopo può leggerne qui, addirittura in tre versioni. Per altri scritti sull’argomento, cliccare qui, qui e qui.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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