Articoli con tag: garage & psichedelia

Technicolour Dream (2022)

I Technicolour Dream, sostanzialmente un duo composto dal bassista/cantante Marco Conti e dal chitarrista Fabio Porretti, furono il secondo gruppo a firmare per la mia High Rise e il primo a pubblicare un album (Pretty Tomorrow, nel 1985). Ci fu poi lo scioglimento, dal quale nacquero Magic Potion e Pale Dawn, finché svariati anni dopo i ragazzi si ritrovarono per una nuova, lunga fase di carriera tuttora in essere, che li ha visti collaborare spesso con una figura cardine dell’underground britannico degli anni ’60 e ’70, John Alder in arte Twink. Sono ora contento di annunciare di aver concesso l’uso del marchio High Rise – non ho ripreso a finanziare dischi, mi occupo solo della loro supervisione – per un 45 giri della band, Born Again/Isis Calling, edito in vinile rosso e tiratura limitata (326 copie). Fabio e Marco suonano, con Luciano Pavia alla batteria e due ospiti/sodali d’eccezione: alle tastiere e al sitar c’è Jon Povey, inglese con esperienze in varie compagini (la più famosa, i Pretty Things) e alla voce l’americano Jimy Sohns, frontman degli storici Shadows Of Knight. Quasi tutti i dischetti sono finiti in vendita all’estero, ma una cinquantina di copie sono state affidate per la distribuzione italiana ad Area Pirata; chi fosse interessato all’acquisto può farlo a questo link.

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Pale Dawn

Dopo tantissimi anni, ho riesumato la mia etichetta High Rise per una piccola operazione discografica; anzi, per due, ma della seconda scriverò in altra occasione. A dirla tutta, avevo già riutilizzato il marchio nel 2020 per la stampa ultralimitata (diciotto copie!) in formato 8 pollici del mio EP a nome Freddie Williams and Plutonium Baby, ma in quel caso si trattava di un’edizione privata, fuori commercio. In questo caso, invece, il “prodotto” è un CD con tutti i crismi, tirato in 300 copie, che raccoglie tutte le registrazioni esistenti – nove brani professionali e nove demo comunque di ottima qualità – dei Pale Dawn, che dopo aver pubblicato un singolo per la High Rise nel 1987 hanno proseguito l’attività, seppure in modo non continuativo, incidendo vario altro materiale rimasto fino a ora inedito. La distribuzione ufficiale sarà avviata nei prossimi giorni a cura di Goodfellas, ma intanto mi sembrava giusto dare la notizia. Per chi fosse interessato ad approfondire, ecco la presentazione di Opera Omnia che ho scritto per il libretto di dodici pagine (con altri testi, foto e note dettagliate) che accompagna il CD.

Pale Dawn cop

A metà anni ’80, il fenomeno neo-Sixties precedentemente sviluppatosi all’estero era esploso a livello underground anche in Italia, e questo mi aveva indotto a rilanciare la mia etichetta High Rise, “congelata” nel 1983 dopo un solo 45 giri. Per la ripartenza avevo puntato sui Technicolour Dream, formazione romana di due elementi (più batterista aggiunto) composta dal cantante/bassista Marco Conti e dal chitarrista Fabio Porretti; i ragazzi suonavano assieme da circa un decennio ma avevano ottenuto le prime attenzioni grazie a Claudio Sorge, che aveva inserito due loro brani – Vinyl Solution e Sailor Square – rispettivamente nella storica raccolta Eighties Colours e in un singolo allegato alla fanzine Lost Trails. Avevo così prodotto il loro LP Pretty Tomorrow, edito sul finire del 1985 e bene accolto dai media specializzati e dai numerosi cultori del rock psichedelico, come provato dal rapido esaurimento della tiratura di mille copie. Con mio grande stupore, però, Marco e Fabio avevano nel frattempo deciso di separare le loro strade (si sarebbero incrociate di nuovo parecchio dopo) e si erano già riorganizzati con nuove band: per il secondo i Magic Potion, dall’approccio aggressivo e rock’n’roll, e per il primo i Pale Dawn, artefici di un sound più avvolgente e morbido, senza dubbio maggiormente in linea con quello dei Technicolour Dream. Fu dunque logico proporre a entrambi la produzione di un 45 giri “di assaggio”, da pubblicare in contemporanea sempre con il marchio della High Rise. I brani furono incisi nel corso del 1986 ma i due dischetti, a causa di sopraggiunte difficoltà con il distributore/partner della label, videro la luce – in cinquecento copie ciascuno – solo nel maggio del 1987. Quello dei Pale Dawn, con Mesmeric Moon e Before The Faint, era un intrigante biglietto da visita per il trio completato dal chitarrista Roberto Micarelli e dal batterista Giuseppe Querci, il cui stile era piuttosto diverso da quello di qualunque altro esponente italiano (e non) del circuito neo-psichedelico. Un vantaggio? Sì e no, vista la tendenza della massima parte degli appassionati a seguire sottogeneri più facilmente codificabili e a guardare con sospetto quanti – come i Pale Dawn – sembravano non disdegnare flirt con il progressive.
Proprio in questo periodo, i miei rapporti con i Pale Dawn si diradarono, senza una ragione determinante ma per più concause: l’instabilità della line-up, le complicazioni per gestire l’aspetto live, il mio non pieno apprezzamento di una parte del loro repertorio, la scuderia della High Rise ormai fin troppo affollata. Cose che succedono e la colpa non è di nessuno. Fui però contento del fatto che i ragazzi fossero andati avanti e che, dopo aver registrato il brano Amanda per il secondo volume di Eighties Colours, avessero raggiunto un accordo con l’amico Sorge per impinguare la loro produzione con il marchio della sua Electric Eye. Alla fine il diavolo ci mise la coda e non se ne fece nulla, ma è bello che le canzoni illo tempore approntate siano state oggi strappate all’oblio, restaurate (ma senza alterarle) e radunate in questo CD assieme ad altre fissate su nastro in successive fasi della travagliata vicenda della band. Alcune mi erano totalmente ignote e, una volta ascoltatele, mi sono trovato a pensare che avrebbero di sicuro meritato di veder la luce in tempo reale e non “in differita”. Tutto questo materiale documenta comunque un’esperienza inusuale oltre che stimolante ed è quindi cosa buona e giusta che non sia rimasto chiuso in qualche cassetto ma sia ora disponibile per i cultori, gli esegeti e gli appassionati di quei suoni che cercavano in qualche modo di rievocare e far rivivere le magie dei Sixties in giorni per lo più dominati da ben altre urgenze. Forse c’è voluto un po’ troppo, ma è sempre meglio tardi che mai… no?

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Really Red (1981)

Pubblicato in un giorno imprecisato del 1981, probabilmente in dicembre, il primo (dei due) album dei Really Red è certo etichettabile come hardcore punk, ma le sue caratteristiche specifiche lo rendono decisamente anomalo per gli standard del genere. Per ulteriori spiegazioni, ecco cosa ne scrissi nel Mucchio Selvaggio del marzo 1982, quarant’anni fa, con tanto fervore e altrettanto candore.

Really Red cop

Teaching You The Fear
(C.I.A.)
Che i texani Really Red siano una punk band è inconfutabile, anche se il loro modo di esserlo differisce notevolmente da quello di altri gruppi. Mentre molti si dedicano a un sound violentissimo, velocissimo e brutale, spesso anche rozzo e caotico, loro preferiscono ricercare una via autonoma, dove la paranoia ritmica, l’uso tagliente degli strumenti, la voce crudele e la perversione delle atmosfere sanno essere anche più potenti e sconvolgenti del granitico muro di suono creato da molti seguaci dell’hardcore punk “classico”. Primo LP dell’ensemble edito a seguire tre 45 giri, Teaching You The Fearraggiunge perfettamente l’obiettivo indicato dal titolo di insegnare cosa sia la paura; per farlo ricorre a diciotto brani diversi tra loro, ma tutti conturbanti, dove i quattro musicisti hanno modo di liberare tutta la loro rabbia. Sostanzialmente, le composizioni si dividono in due categorie: quelle più compatte, costruite secondo gli schemi del punk tradizionale e quelle nelle quali la violenza è un po’ mitigata a beneficio di un sound ipnotico ma ugualmente sferzante; parecchie tracce, poi, sono in bilico fra le due tendenze, poiché presentano un efficace alternarsi dei due tipi di espressione.
Quella dei Really Red è indubbiamente musica difficile da catalogare e giudicare proprio per queste sue particolari caratteristiche; in ogni modo, non si può non riconoscere al gruppo una notevole personalità e una non comune abilità nel dar vita a canzoni che, positivamente o negativamente, sanno stimolare l’ascoltatore. Teaching You The Fear ha l’aspetto di un disco da “garage-band”, ma questo sembra non dispiacere ai Really Red, notoriamente contro i compromessi del music business; la grezzezza di alcuni episodi, inoltre, e tutt’altro che disprezzabile, giacché una pulizia e una cura eccessiva degli arrangiamenti sarebbero stati nocivi. Anche i testi, crudi e aggressivi, meritano considerazione per come esprimono con terminologia semplice ed efficace l’insostenibilità di determinate situazioni. Dei pezzi precedentemente pubblicati, sono presenti solo una nuova interpretazione di White Lies, facciata B del secondo 7”, e le versioni di studio dei quattro dell’EP “live”, che, come previsto, nella nuova veste guadagnano parecchio. Un po’ discontinui nelle precedenti prove su vinile, i Really Red sono insomma giunti a una piena conferma delle loro capacità: Teaching You The Fear ha più di un numero per farsi apprezzare e si impone all‘attenzione di tutti come un album davvero incontaminato da manovre per renderlo più commerciabile. E questo, visti i recenti sviluppi di quello che fino a poco tempo era underground e ora è solo un mezzo per far soldi, è già un grandissimo risultato.
(da Il Mucchio Selvaggio n.50 del marzo 1982)

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Fleshtones (1982)

Nel numero 50 del defunto Mucchio Selvaggio, pubblicato nel marzo del 1982, c’era anche la mia recensione del primo LP – uscito il 7 gennaio – di un gruppo del quale avevo già scritto in precedenza e del quale molto ancora avrei scritto (per esempio qui). È una recensione piuttosto imbarazzante sotto il profilo formale, ma avevo ventun anni e nessuno che mi insegnasse alcunché. Sul giudizio, invece, sono ancora totalmente d’accordo con me stesso.

Fleshtones cop

Roman Gods
(I.R.S.)
Dopo lunga gestazione vede finalmente la luce il primo 33 giri dei Fleshtones, una delle piu dinamiche e brillanti formazioni newyorkesi. Come molti forse ricorderanno, il gruppo si era già segnalato realizzando un 45 giri per la Red Star Records e successivamente partecipando alla raccolta 2×5, edita dalla stessa etichetta; in un secondo tempo erano venuti il mini-LP su I.R.S. e un nuovo singolo, che sono serviti ottimamente a dimostrare la buona vena del quartetto guidato da Peter Zaremba, in grado di rivolgersi verso le forme più diverse del vasto universo rock.
Con Roman Gods i Fleshtones giungono al sospirato debutto su LP, dopo lunghi anni (sono assieme dal 1976) di attività underground ricca di consensi ma povera di soddisfazioni – diciamo così – “pratiche”. Affermare che il lavoro è di alto livello qualitativo è scontato, così come è scontata l’affermazione che i Fleshtones sono una delle migliori band “pop” attualmente in circolazione: attenzione, però, a non farvi confondere dal termine, perché esso va qui considerato nella sua accezione più ampia e nobile, e soprattutto legata a filo doppio al rock’n’roll.
Roman Gods è un’opera impeccabile, dove l’intrinseco lirismo delle composizioni si accompagna a esecuzioni fresche e piacevolissime; chitarra, basso e batteria, affiancati dal sax e da un’ecceziona1e armonica, sanno creare un sound sempre elettrizzante, di volta in volta ispirato dal tipico r‘n’r, dalla psichedelia, dal beat. Naturalmente il tributo da pagare ai Sixties (e ai Fifties) è piuttosto consistente, ma i Fleshtones sono abilissimi nel1’adattarsi a canzoni dalle impostazioni più varie con uguale destrezza e fantasia. Tutti i brani, caratterizzati da un’invidiabi1e perfezione negli arrangiamenti, sono ugualmente belli e rappresentativi, ed è perciò inutile citarne qualcuno in particolare. Il giudizio su Roman Gods è quindi estremamente positivo: tutti abbiamo bisogno di un po’ di sano e moderno rock’n’roll e i Fleshtones sanno bene come soddisfare questa esigenza.
(da Il Mucchio Selvaggio n.50 del marzo 1982)

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Jon Spencer (1996)

Venticinque anni esatti fa usciva questa bomba di disco, Non aggiungo altro.

Spencer cop

Now I Got Worry
(Mute)
Jon Spencer is back. Sporco e cattivo come al solito, nonostante il nuovo contratto (europeo) con la Mute di Daniel Miller e un’età che dovrebbe – ma speriamo non accada – avere arrotondato qualche angolo. E ormai in procinto di ascrivere il suo nome tra le sacre icone del rock’n’roll, senza divergere dalla sostanza di un progetto musicale che dai terrificanti Pussy Galore, e attraverso le varie produzioni della sua Blues Explosion (nonchè dei Boss Hog della consorte Cristina Martinez), lo ha visto armato solo del suo talento e della sua rabbia.
Più a fuoco dei suoi apprezzati predecessori – tre, senza contare i dischi “di contorno”: Crypt-Style del 1992, Extra Width del 1993 e Orange del 1994, tutti con il marchio Crypt) – Now I Got Worry conduce l’assatanato blues del cantante e chitarrista americano verso platee più vaste, facendo magari storcere il naso a qualche purista – non per questioni di suono, ma solo per il bizzarro concetto che l’Arte, per essere tale, deve per forza far rima con sfiga – ma non rinunciando ad alcuno dei suoi elementi costitutivi: le passioni forti, il gusto trash, il desiderio di spingersi oltre, l’assenza di qualsiasi apertura commerciale; il tutto con la benedizione, sottolineata da piccoli contributi sonori, del mito soul Rufus Thomas, di Thermos Mailing dei Doo Rag di Tucson (predicatori del lo-fi più low che ci sia) e di Mark Ramos Nishita del giro Beastie Boys.
Fa tuonare la sua voce, Now I Got Worry, ricomponendo in quindici torridi episodi – secondo schemi a volte bizzarri ma sempre eccitanti, a dispetto di ruvidezze minimaliste e di più o meno occasionali “mutazioni” – il blues fatto precedentemente a brandelli; allestendo la colonna sonora per il più dissennato e peccaminoso dei sabba, e correndo sul filo (del rasoio?) che separa l’ossequio dall’oltraggio. Una grande e rivoluzionaria esplosione blues, insomma. E una grande band, magicamente sobria pur nella sua ubriachezza molesta.
(da Il Mucchio Selvaggio n.226 dell’8 ottobre 1996)

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