Articoli con tag: garage & psichedelia

Queens Of The Stone Age

Settimane fa ho partecipato solo come spettatore agli accesi dibattiti svoltisi in Rete a proposito dell’ultimo album dei QOTSA, per (giusta) correttezza nei confronti delle riviste per le quali lavoro. Fosse per i responsabili delle stesse, anzi, in Internet non dovrei scrivere nulla, perché la mia presenza qui fa pensare a un tot di miei potenziali lettori che non valga la pena di spendere soldi in edicola perché bene o male può seguirmi gratis sul blog e su Facebook. La questione è interessante e prima o poi la analizzerò in modo più approfondito. Intanto, dato che Blow Up di settembre non è più in vendita in quanto sostituito da quello di ottobre, ecco la mia recensione del nuovo di Josh Homme e compagni. Che non è interlocutoria, no, o quantomeno non lo è più del – comunque valido – disco. Per chi fosse interessato, qui ci sono le mie recensioni d’epoca dei primi tre album della band.

Villains
(Matador)
È trascorso molto tempo da quando, a cavallo fra i ‘90 e gli Zero, molti vedevano giustamente i Queens Of The Stone Age come (pur moderati) innovatori e credibili portabandiera di una resistenza al processo di distacco del r’n’r dal suo ruolo di polo aggregativo primario delle tribù giovanili. Oggi che quella guerra è stata persa e che di rock si parla quasi unicamente come stile musicale, spesso accostandogli aggettivi sprezzanti quali “retrogrado” e “reazionario”, Josh Homme e compagni non sembrano comunque voler gettare la spugna, sia continuando a giocare con la retorica che segue come un’ombra il genere in questione, sia provando a dimostrare che il suo futuro non è solo dietro le spalle. Come i sei capitoli che l’hanno preceduto, Villains non rinuncia infatti a qualche piccolo aggiustamento di rotta, complici un utilizzo più ampio delle tastiere e l’ingaggio come produttore principale di Mark Ronson; sfumature, però, dato che groove e ruvidezze chitarristiche dominano ancora un sound dal forte impatto fisico, con atmosfere tendenti al cupo e ritmi che inducono al movimento, il tutto condito di occasionali divagazioni e bizzarrie. Non si avvertono in ogni caso decise alterazioni di una sintesi che rimane riconoscibile ed efficace, benché si abbia l’impressione che il sacro fuoco abbia lasciato il posto al mestiere e alle alchimie a tavolino, oltre che a un songwriting non sempre memorabile; ma questo passa il convento e, se si apprezza la formula, la soddisfazione è più o meno garantita.
Tratto da Blow Up n.231 del settembre 2017

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Four By Art


La scena neo-Sixties fiorita in tutto il mondo negli anni ’80 annoverava tra i suoi principali rappresentanti italiani i Four By Art di Milano, scioltisi una trentina di anni fa dopo aver realizzato un 7”EP e due LP poi raccolti (assieme a tre inediti dal vivo) nel CD The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008). Come attestato da Live!!!!, disponibile solo in download, dallo scorso decennio il gruppo è tornato in pista e suona tuttora, benché con un solo superstite della formazione storica (il co-fondatore Filippo Boniello) anche a causa della prematura scomparsa di due vecchi membri. Da pochissimi mesi è stato inoltre pubblicato – sempre da Area Pirata – Inner Sounds, nuovo CD che fa rivivere con ottima verve il sound e lo spirito del gruppo dell’epoca: tredici episodi, fra i quali le cover di Allora mi ricordo dei New Trolls (ovviamente in italiano: un esperimento che la band non aveva mai tentato, quantomeno su disco) e Sorry degli Easybeats (ma la ripresero pure Three O’Clock).
Negli Ottanta non recensii il 7” d’esordio dei Four By Art, perché non riuscii a entrarne in possesso in tempo utile. Mi rifeci però con i due LP, dei quali mi occupai sul Mucchio, e rileggendo a distanza di tanto tempo quanto scritto del primo, mi scappa un sorriso. Il gruppo era sponsorizzato dal collega (allora Rockerilla, in seguito Rumore) e poi anche amico Claudio Sorge, con il quale dai rispettivi giornali non ci risparmiavamo reciproche frecciatine e a volte anche insulti. Eravamo come due galli in un pollaio – io galletto, in quanto più giovane di sette anni – e quindi in contrasto per una sorta di leadership, ma il discorso è lungo e magari un giorno gli dedicherò un intero post, perché è una storia curiosa e, con il senno di poi, divertente. Per il momento, rimango in tema e recupero le recensioni – ingenuissime e pertanto “tenere” – di Four By Art ed Everybody’s An Artist… With Four By Art.

Four By Art
(Electric Eye)
Dopo le avvisaglie dell’antologia Eighties Colours, la scena neo-psichedelica italiana comincia a dare frutti concreti sempre sotto la direzione di Don Claudio, padrino molto geloso del suo ruolo di leader indiscusso (e indiscutibile) del movimento. Primo gruppo di quella fortunata raccolta a giungere al traguardo dell’album in proprio è Four By Art, quintetto lombardo proveniente dall’area Mod e recentemente convertitosi a una filosofia sonora beat-psichedelica ricca di attrattive, il cui principale limite risiede in una dipendenza forse eccessiva da schemi Sixties; la band, comunque, sembra avere la capacità di modernizzare il proprio sound. e, soprattutto, la volontà di farlo.
Four By Art è un disco di notevole caratura, assai ispirato e valorizzato da parecchie composizioni di grande fascino: la traccia. come accennato, è quella di un beat corposo e avvolgente in cui chitarra e organo, efficacemente contrappuntati da un convincente apparato canoro e a tratti da un’azzeccatissima armonica, si elevano su una sezione ritmica potente e incisiva; una ricetta non rivoluzionaria, quindi (volendo ricorrere a paragoni, si potrebbe citare i Prisoners, o magari i Fleshtones), ma sempre in grado di solleticare i palati più fini. Giudizio ampiamente positivo, dunque, per una band assai abile; peccato solo che questo 33 giri, approntato in tempi relativamente brevi e con supporti tecnici un po’ insufficienti, non riesca a rappresentare appieno le doti di un ensemble che, con un adeguato lavoro di produzione artistica e magari un budget più consistente, sarebbe probabilmente assurto a livelli di assoluta eccellenza. Si fosse dedicata maggior cura alla dinamica dei suoni e ai mixaggi, sovraintendendo poi in modo più accorto alle registrazioni, sicuramente staremmo parlando di “piccolo capolavoro” invece che di “album più che valido”. Bravi, comunque, ai Four By Art, e bravo anche a Don Claudio (se lo merita, dopotutto). Baciamo le mani.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.92 del settembre 1985

Everybody’s An Artist…
(Electric Eye)
Constatare la costante crescita qualitativa delle proposte di parecchie formazioni italiane è indubbiamente motivo di soddisfazione per chi, contro l’opinione comune, predica da anni la possibilità di una via musicale nostrana finalmente allineata agli standard della produzione rock internazionale; è davvero splendido verificare, giorno dopo giorno, la progressiva maturazione di una scena autoctona sempre più policroma e interessante, e scoprire che qualche volta i bei sogni possono divenire realtà. I milanesi Four By Art, giunti adesso al secondo album, fotografano nitidamente la situazione e offrono l’opportunità di riscontrare la fondatezza della teoria su esposta; partiti con impegno e passione, ma anche con mezzi limitati, nel circuito Mod, i cinque confezionavano un 45 giri tanto grazioso quanto amatoriale per poi affrontare l’esame ben più impegnativo del 33 giri. Four By Art, il disco in questione, peccava un po’ di ingenuità ma sottolineava contemporaneamente il netto passo in avanti compiuto dall’ensemble nella creazione di un sound di derivazione Sixties nel quale erano sintetizzate influenze psichedeliche, beat e mod.
Ora, con Everybody’s An Artist… With Four By Art, la band lombarda dà prova di avere definitivamente superato lo stadio dilettantesco per approdare felicemente alle rive di una invidiabile maturità compositiva e interpretativa; attraverso nove canzoni, alcune delle quali eccellenti, i Four By Art dimostrano la freschezza, la validità strutturale e il feeling della loro musica, che ha mantenuto le sue direttive di base arricchendo l’insieme di elementi direttamente estratti dalle tradizioni R&B e r’n’r. Insomma, un recupero creativo in piena regola, condotto con umiltà e devozione ma anche con piena consapevolezza delle proprie capacità tecniche ed espressive. Il merito dell’ottima riuscita dell’operazione va, in parte, anche alla decisione di avvalersi di uno studio professionale, in grado di garantire ai brani la brillantezza indispensabile per ben figurare: One More Time, The End Of Love, Just Feelin’ Alright o Don’t Mess Without Judas, con i loro vivaci intrecci di chitarra, tastiere (piano e organo), ritmi e voci, avvalorano tale tesi, contribuendo a rendere Everybody’s An Artist… un grande album rock per tutti i gusti e tutte le esigenze. It’s a nugget, if you dig it.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.106 del novembre 1986

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Quintessence (1969-1971)

All’epoca in cui ho iniziato a seguire seriamente la musica, i Quintessence si erano appena separati, cosa che – suppongo – mi indusse a considerarli “vecchi” e pertanto immeritevoli di approfondite attenzioni rispetto ai gruppi del presente (di allora). Più avanti, quando mi sono dedicato alla scoperta di tutto quello che mi ero più o meno perso, li ho sì ascoltati un po’ meglio, classificandoli però subito come “minori” e, di conseguenza, prescindibili. La frequentazione di questo box mi ha fatto però pensare di essere forse stato troppo tranchant, anche se è ovvio che non si sta parlando di una band epocale. Ma neppure priva di motivi di interesse.

Move Into The Light
(Esoteric)
Non contando le antologie e i tre live pubblicati nell’ultima decina di anni, due con materiale d’epoca e uno concepito come testimonianza dell’episodica (e parziale) reunion del 2010, la discografia dei Quintessence comprende cinque album, due editi dalla RCA nel 1972 e tre marchiati dalla Island fra il 1969 e il 1971. Sono proprio questi ultimi, a cominciare dall’esordio In Blissful Company per arrivare a Dive Deep passando per Quintessence, gli articoli più pregiati del catalogo, nonché quelli adesso condensati in Move Into The Light assieme a un paio di rarità. Continua a leggere

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Lift To Experience

Sarà capitato anche a voi non solo di avere una musica in testa (questa la capiranno solo i vecchiacci come il sottoscritto…), ma anche di ascoltare dischi che trovate interessanti ma che, alla fine, vi smuovono pochino e che, nonostante non li ascoltiate (quasi) mai, non vi liberate perché in qualche modo vi fa piacere possederli. A me è successo, ad esempio, con i curiosissimi Lift To Experience, dei quali mesi fa è stata pubblicata una ristampa celebrativa.

The Texas-Jerusalem Crossroads
(Mute)
Probabile che, leggendo il nome in alto, in tanti penseranno “chi?!?”, ripetendosi poi la domanda una volta appreso che il frontman del terzetto era (anzi, “è”, essendo in corso una reunion) quel Josh T. Pearson che nel 2011 colpì il giro indie/alternative con quello che è a tutt’oggi il suo unico album da solista, Last Of The Country Gentlemen; e “unico” è pure The Texas-Jerusalem Crossroads, giunto nei negozi un decennio esatto prima e frutto di un sodalizio (sulla carta improbabile) della band texana con gli ex Cocteau Twins Simon Raymonde e Robin Guthrie, che si occuparono dei mixaggi e dell’uscita per la loro etichetta Bella Union. Una sponsorizzazione comprensibile: non capita mica ogni giorno di trovarsi in mano un concept di ottanta minuti che ha come tema un nuovo avvento di Gesù Cristo, ma in Texas invece che in Palestina. Continua a leggere

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Tinariwen (2017)

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Continua a leggere

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Julian Cope (1991)

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Pink Floyd (1965-1972)

Provateci voi, a raccontare/descrivere in maniera un minimo dettagliata, avendo a disposizione circa 3.300 caratteri, un “mostro” come questo cofanetto dei (primi) Pink Floyd edito lo scorso 11 novembre. Non si può, e non a caso sono ritornato sull’argomento, nel numero di AudioReview appena arrivato nelle edicole (il 384), nell’ambito di un ampio articolo a più mani che propone anche prove tecniche e di ascolto del prezioso boxone. Nella recensione qui riesumata, uscita a gennaio, mi ero invece limitato a inquadrare l’oggetto e a spiegare perché il prezzo richiesto, in assoluto molto alto, fosse comunque “giustificato”.
pink-floyd-fotoThe Early Years 1965-1972
Si può commercializzare un prodotto discografico, seppure “multiplo” e ricco come questo, a una cifra – di listino – così folle? Ovviamente sì, se il numero è l’amore dei tuoi cultori sono tali da garantire l’adeguato ritorno economico; in sintesi, devi essere in grado di permettertelo, e i Pink Floyd appartengono senza dubbio alla élite di coloro “che possono”. Nel novembre scorso ha dunque fatto irruzione sul mercato, in sincronia con il natale, questo mostruoso box con trentadue (in realtà, trentatré) dischi di più formati (CD, DVD, Blu-ray, vinili) e tanto prezioso materiale iconografico, che raccoglie solo registrazioni rare e per lo più ufficialmente inedite – insomma, i normali album non vi sono compresi – della fase iniziale di attività del gruppo di Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason e, per il primissimo periodo, Syd Barrett. Continua a leggere

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Gimme Danger

stooges-film-locSono appena rientrato dalla visione in anteprima di Gimme Danger, il docu-film di Jim Harmusch dedicato all’epopea degli Stooges. Non di Iggy Pop, la cui carriera in proprio non è in pratica trattata, ma di Iggy & The Stooges: quindi, The Stooges, Fun House, Raw Power, Kill City e il periodo della “ricostruzione” della band, stranamente senza neppure accennare a The Weirdness e Ready To Die. Continua a leggere

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Bombino

Di sicuro fra i miei album preferiti di questo 2016. Sono ormai passati vari anni dal primo manifestarsi anche in Europa del cosiddetto desert blues, e il fenomeno non ha ancora stancato… o, quantomeno, non ha ancora stancato me; ed è difficile che lo faccia, finché continueranno a uscire dischi di questo livello.

bombino-copAzel (Partisan)
Sono parecchi anni che le musiche generate dall’incontro tra il folk del Sahara e il rock ottengono spazio presso i media occidentali, purtroppo – ma, sotto un altro aspetto, non è un male – in parallelo alle cronache delle tensioni e dei conflitti che flagellano le terre fra Algeria, Mali e Niger. Dell’ultimo è nativo Bombino, per l’anagrafe Omara Moctar, ormai principale “ambasciatore” – alla pari dei Tinariwen – del sound, della filosofia di vita e delle istanze del suo popolo; Nomad, l’album del 2013 prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, ha raccolto consensi ben oltre il circuito della world, rendendo abbastanza noto anche dalle nostre parti (si è esibito alla Notte della Taranta, ha lavorato con Jovanotti…) questo artista che, oltre a cantare con un approccio fra lo ieratico e il sanguigno, sa maneggiare con straordinaria perizia le sei corde, rendendo omaggio alle sue radici ma non nascondendo l’ammirazione per Jimi Hendrix, Carlos Santana e Mark Knopfler. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Hard & Heavy & Freak

Ho letto recensioni sempre positive ma meno di quanto mi aspettassi, a proposito di questo – secondo me – formidabile cofanetto dedicato all’hard rock psichedelico, con tutte le deviazioni del caso, sviluppatosi oltremanica fra il 1968 e il 1972. Che volte che vi dica? Posso anche capirne le ragioni, ma sono loro a sbagliare. Di brutto.

AAVV I'm A Freak Baby copI’m A Freak Baby…
(Grapefruit)
Indipendentemente dal formato (più lussuoso o più spartano) scelto per ragioni di opportunità commerciale, i cofanetti del gruppo Cherry Red sono ormai un classico del mercato odierno: lo strumento ideale per una prima infarinatura nient’affatto risicata a fenomeni musicali specifici, e dunque ideale base di partenza per futuri approfondimenti. D’accordo che esistono YouTube, Spotify, Wikipedia e una miriade di siti per ogni esigenza, ma un’antologia “fisica” con brani selezionati ad hoc da esperti del settore e con il corredo di note e foto ha ben altro fascino, specie se il prezzo è invitante. Continua a leggere

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Kyuss

Il 30 giugno di ventiquattro anni fa, i magnifici Kyuss – dai quali, come dovrebbero sapere pure i sassi, presero il via tante avventure di stoner e dintorni, la più famosa quella dei Queens Of The Stone Age – pubblicarono il loro formidabile secondo album. Qui in Italia arrivò, credo, con lieve ritardo, tant’è che ne scrissi solo dopo l’estate e la recensione fu pubblicata solo a dicembre. Che ne dite, ci avevo preso?

Kyuss copBlues For The Red Sun (Dali)
Nient’altro che ruvido hard-blues: sporco, fragoroso e intriso di passione, a riproporre antichi riti che l’evolversi della tecnica e l’avvicendarsi dei trend non hanno potuto cancellare dall’immaginario di ogni rocker d’oltreoceano. Un blues un po’ perverso, se vogliamo, che corre sul confine fra Sixties e Seventies, ostentando ad attestato della sua modernità il marchio inconfondibile del crossover; e che ferisce con il cupo incedere delle sue ritmiche, con il poderoso ruggito dei suoi riff, con l’abrasività canora di un John Garcia che a tratti sembra la controfigura in chiave appena più satanica di Glenn Danzig (altro losco figuro del quale dovreste già possedere almeno l’ultimo How The Gods Kill).
Cruda e sanguigna anche nell’incisione rétro, supervisionata da Chris Goss dei misconosciuti Masters Of Reality, questa seconda fatica dei Kyuss reinterpreta il concetto di “musica elettrica per il corpo e la mente” edificando melodie distorte e spargendo attorno a sé scintille di pura ed enigmatica freakedelia; e nelle sue canzoni, sulle quali aleggia una splendida atmosfera di libertà a dispetto della claustrofobica pesantezza di gran parte degli intrecci, passato e presente si inseguono in un gioco che solo i poveri di spirito potrebbero clasificare come sterilmente autocelebrativo. Se non appartenete alla categoria, e se subite il fascino delle fantasie chitarristiche, Blues For The Red Sun sarà certo un ascolto indicato, una tonificante boccata di aria malsana per scacciare lo stucchevole lezzo della imperante plastificazione.
Tratto da AudioReview n.122 del dicembre 1992

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The Gories

Un paio di anni fa vedevano la luce queste incisioni fino ad allora inedite di una grandissima band di Detroit, alla quale sono in molti a essere devoti. Lasciare la recensione nel mio archivio sarebbe stato un atto davvero da egoisti.

Gories copThe Shaw Tapes (Third Man)
Benché fortemente e volontariamente passatisti, i Gories di Mick Collins (Dirtbombs) e Dan Kroha (Demolition Doll Rods) – completava l’organico la batterista Peggy O’Neill – sono stati veri e propri pionieri dell’ondata r’n’r in chiave lo-fi che negli anni ‘90 scosse il panorama underground internazionale. Il loro approccio primitivo, il suono scarno e ruvido, i saldi legami con le radici (meglio se oscure) e il generale disinteresse per le regole del mercato li resero infatti un modello, così come i tre LP realizzati fra il 1989 e il 1992 sono reputati classici di un genere e un’attitudine che avrebbero certo meritato maggiori consensi. Registrato nel maggio 1988 nella Detroit che due anni prima l’aveva visto nascere, questo live sponsorizzato dalla Third Man di Jack White coglie il trio a destreggiarsi fra brani autografi e (soprattutto) cover – Leavin’ Here, I Just Want To Make Love To You, Train Kept A Rollin’ e Real Cool Time le più note – con la consueta carica di energia, cattiveria ed entusiasmo: una celebrazione genuina e priva di fronzoli, peraltro sostenuta da una notevole competenza della materia, che non risulta penalizzata da una registrazione coerentemente grezza e spigolosa. Capolavoro senza dubbio no, ma parlando di testimonianza preziosa non si commette un azzardo.
Tratto da Blow Up n.191 dell’aprile 2014

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Another Splash Of Colour

Dal giro della Cherry Red Records continuano ad arrivare cofanetti davvero gustosi, che fungono efficacemente da introduzioni a scene, fenomeni e generi del passato. Qui gli spot sono puntati su cose (belle) che accadevano nel Regno Unito circa trentacinque anni fa.

Another Splash Of Colour copC’è un solo avvertimento per quanti volessero far proprio questo boxino pubblicato dalla RPM, ricco di contenuti ma relativamente spartano nel package (scatolina di cartone, CD in bustine, booklet comunque esaustivo di quaranta pagine con testo di Neil Taylor e numerose foto): è necessario interpretare in senso estensivo il sottotitolo “New psychedelia in Britan 1980-1985”. Ciò perché la psichedelia in ogni sua sfaccettatura è sì lo stile musical-attitudinale dominante, ma parecchi gruppi e solisti coinvolti nel progetto avevano con essa un rapporto, come dire?, “laterale”; più che comprensibile, considerato come A Splash Of Colour – la compilation d’epoca della quale il triplo CD in oggetto è in pratica la versione estesa, con solo due tracce escluse – vide la luce per la WEA nel gennaio del 1982, quando l’eco della “neo-psichedelia” di scuola new wave si era ormai attenuata e i fermenti del Sixties-revival di metà decennio erano ancora piuttosto sommersi. Continua a leggere

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Monster Magnet

Da qualche settimana sono in circolazione le ristampe “deluxe” di quattro album dei Monster Magnet: quelli dal secondo al quinto, usciti tutti su A&M fra il 1993 e il 2000. Di almeno un paio avrei anche le recensioni d’epoca, ma mi sembra più sensato recuperare questo ben più recente riepilogo generale.
Monster Magnet fotoQuando nel primissimo scorcio degli anni Novanta il termine “stoner” iniziò a diventare di uso comune, i Monster Magnet erano attivi già da un tot. Insomma, coevi e non emuli dei Kyuss, come implicitamente dimostrato dal fatto che i primi album di entrambe le compagini, dopo alcune prove minori di precaria diffusione, videro la luce nel 1991. Spine Of God, l’esordio della band del New Jersey da sempre collegata al cantante, chitarrista ritmico e songwriter Dave Wyndorf, non è però compreso in questo lotto di riedizioni “deluxe” – in formato doppio CD o 33 giri, quindi, con i secondi supporti riempiti di B-side, outtake, versioni alternative, session radiofoniche e pezzi dal vivo; il marchio è quello della Spinefarm/Universal – che si concentra sul periodo in cui l’ensemble era sotto contratto con la A&M. Continua a leggere

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Paul Roland

La sempre attenta Cherry Red ha appena pubblicato In The Opium Den – The Early Recordings 1980-1987, doppio CD che mette ordine nella discografia iniziale di Paul Roland. Non c’è proprio tutto-tutto, purtroppo, ma la selezione di ben quarantadue brani offre un quadro decisamente ampio di ciò che il musicista britannico ha impresso su vinile fino a quel Danse Macabre che, tra l’altro, fu il primo “vero” LP a suo nome. Allo stesso periodo fa riferimento l’articolo qui recuperato, sorta di presentazione dell’artista più lunga e approfondita di quelle che avevo fino ad allora scritto in sede di recensione; è ovviamente un pezzo piuttosto ingenuo nella forma così come nella struttura, ma al tempo servì a rendere Paul Roland abbastanza popolare nell’underground del Belpaese. E il fatto che nel 2008, nelle note della ristampa estesa di Danse Macabre, Paul mi abbia nominato, assieme a tre colleghi di altre nazioni europee, come “spinta” per il prosieguo della sua carriera di musicista, è tuttora motivo di orgoglio. In coda, mi sembra abbia senso aggiungere la recensione dell’ultimo album, uscito l’anno scorso.
Roland fotoRacconti di mistero e immaginazione
Non mi piace particolarmente il linguaggio banale, il modo di esprimersi di ogni giorno; lo trovo molto noioso, e non ne farei mai uso nei miei brani. Non scrivo canzoni d’amore perché non sono innamorato, al momento sono interessato ad altre cose: il fantastico, il soprannaturale, l’insolito e lo storico”. Dopo lunghe ricerche, abbiamo finalmente trovato l’anello mancante della catena che unisce, idealmente, l’eccentricità di Syd Barrett, Robyn Hitchcock e Julian Cope; lo abbiamo trovato nella fantasia di Paul Roland, un artista che da otto anni produce dischi di enorne fascino senza che (quasi) nessuno se ne accorga, che compone e interpreta brani originalissimi nei testi così come nelle strutture musicali, che vive il suo ruolo di “oggetto di culto” con assoluta naturalezza senza aspirare a divenire una star. Lui, Paul Roland, crea per il solo gusto di creare, incurante delle reazioni e dell’indifferenza altrui; non disdegnerebbe, è ovvio, una maggiore notorietà, ma accetta ciò che il destino gli offre e va avanti per la sua strada forte della certezza che da qualche parte – in questo mondo cinico e materialista – ci saranno sempre spiriti semplici disposti ad ascoltare i suoi racconti di mistero e immaginazione. Continua a leggere

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Prima dei Pink Floyd

Pink Floyd 1965 fotoSono rimasto davvero sorpreso di come l’uscita di questo prezioso cimelio floydiano sia stata, in fondo, piuttosto poco propagandata. Ricordo nitidamente come, da ragazzo e anche oltre, noi appassionati fantasticassimo sui primi esperimenti della band britannica (quando ancora non aveva assunto il nome con la quale avrebbe acquisito il successo su scala planetaria)… quanto ci sarebbe piaciuto ascoltare qualcosa! E il poco in seguito trapelato fra bootleg e web è sempre stato, appunto, poco. Quando lo scorso novembre, a sorpresa, è apparso questo doppio 45 giri con materiale in massima parte mai diffuso, non potevo crederci… così come non posso credere che il disco sia rimasto semi-carbonaro. Che sia stato classificato frettolosamente come l’ennesima puttanata per fan terminali? Chissà. Io, comunque, mi sono fiondato ad approfondire… e senza dare nemmeno un euro ai soliti speculatori, va da sé, come spero abbiano fatto e faranno in tanti. E attendo con fiducia una nuova edizione non a tiratura limitata e a prezzo normale, perché per un disco così alla fisicità non so proprio rinunciare.

Pink Floyd cop1965
Their First Recordings
(Parlophone)
Creato nel 2007 con l’intento di (ri)avvicinare il pubblico degli appassionati ai “classici” negozi di dischi, il Record Store Day si è trasformato, in breve tempo, nell’ennesima occasione perduta; ormai lo si potrebbe ribattezzare “Ebay Dealer Day”, visto come molte delle sue uscite speciali sono pressoché invisibili per la gente normale e diventano in un attimo “highly collectable”, ovvero manna per i rivenditori-speculatori internettiani. Valga come prova di quanto detto questo doppio 45 giri dei Pink Floyd, diffuso in un migliaio di esemplari per il “Black Friday” dello scorso 27 novembre e subito offerto in Rete a cifre comprese fra i 250 e i 400 euro. Follia? Continua a leggere

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