Articoli con tag: garage & psichedelia

Tinariwen

Il mio incontro con i Tinariwen, che risale a ormai parecchi anni fa (qui una vecchia recensione), fu un’autentica epifania e da allora non mi sono fatto sfuggire nulla della produzione del collettivo africano, dedicandomi anche allo “studio” di altri artista della medesima “scena” (ad esempio, Bombino). Mi fa dunque molto piacere recuperare quanto ho scritto del loro ultimo album. Per la cronaca, questa è la stesura originale del pezzo; la lunghezza è circa doppia di quello apparso su Classic Rock, che accorciai all’ultimo momento per esigenze redazionali.

Elwan (Wedge)
È trascorsa una dozzina d’anni da quando Amassakoul rivelò seriamente al mondo l’esistenza dei Tinariwen, dopo che il loro esordio internazionale (The Radio Tisdas Sessions, del 2001, arrivato dopo alcune produzioni artigianali) li aveva comunque imposti all’attenzione della platea dei cultori di world music. In questo lungo periodo, i “ragazzi” del Mali hanno consolidato la loro posizione nelle gerarchie del rock, con una infaticabile attività dal vivo su e giù per il globo e con altri cinque album compreso quello in oggetto, togliendosi pure la soddisfazione di conquistare un “Grammy Award” con il Tassili del 2011; belle storie, certo, che però non sono sufficienti a controbilanciare il malessere figlio del fatto che la porzione di Deserto del Sahara che ai musicisti ha dato i natali sia da decenni territorio di guerra e guerriglia. Continua a leggere

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Julian Cope

Lo so bene che in quello straordinario, irripetibile 1991 andava per la maggiore altra musica, ma che importanza ha? Proprio all’inizio dell’anno, l’amato Arcidruido tirò fuori dal cilindro uno dei suoi album più belli di sempre, forse il migliore in assoluto; sì, ok, c’è da considerare Fried, ma Peggy Suicide è più complesso e ambizioso. Recensendolo, come “disco del mese” di una delle tante incarnazioni di Velvet, gli diedi addirittura 10. Un abbondante quarto di secolo dopo, non me lo rimangio, proprio no.

Peggy Suicide
(Island)
Erano in molti a darlo ormai per disperso. Smarrito, attenendosi alle iconografie più pertinenti al caso, nella ricerca del proprio senno sulla luna o fra le porte da croquet di una qualche improbabile Wonderland. Invece, Julian Cope è tomato nel mondo dei sani, almeno a giudicare dalle liriche insolitamente “impegnate” di questo suo ultimo doppio album. Oppure, è sprofondato ancora di più negli abissi della follia, perché Peggy Suicide – per quanto assai più lucido nell’approccio e ne11’esposizione rispetto a Skellington e Droolían, i due recenti lavori-beffa del Nostro – è ancora una volta un inno alla più assoluta anticonvenzionalità, a quel gusto innato che guida lontano da ogni cliché e da ogni forma più o meno grave di sclerotizzazione creativa. Continua a leggere

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Primal Scream(adelica)

Oggi il terzo album dei Primal Scream è scolpito nella storia del rock come album epocale, ma nel 1991 – fatto salvo il generale apprezzamento – fu per molti un oggetto misterioso e spiazzante. Non senza sorpresa, ho scoperto – lo so, sembra assurdo, ma l’avevo proprio rimosso – che al tempo avevo dedicato al disco una recensione non lunga – il formato della rivista dove apparve era ridotto – ma inequivocabile, con tanto di voto altissimo (addirittura un 9). La propongo adesso qui, con piacere.

Screamadelica
(Creation)
Qualcuno li ricorderà per Sonic Flower Groove, che nel 1987 aveva proposto per la prima volta sulla lunga distanza dell’album il loro guitar sound aggraziato e avvolgente, forse prevedibile ma certo brillante nelle sue citazioni anni Sessanta; per altri, invece, il nome del quartetto di Bobby Gillespie è legato a Primal Scream, che due anni più tardi suscitò non pochi consensi altemando ballate eteree e incisivi rock’n’roll; la maggioranza, infine, avrà certo impresse nella memoria le note di Loaded, lo stravagante hit-single che in men che non si dica ha proiettato la band britannica dai club underground alle pedane delle discoteche più alla moda. Continua a leggere

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Pink Floyd (1965-1972)

Provateci voi, a raccontare/descrivere in maniera un minimo dettagliata, avendo a disposizione circa 3.300 caratteri, un “mostro” come questo cofanetto dei (primi) Pink Floyd edito lo scorso 11 novembre. Non si può, e non a caso sono ritornato sull’argomento, nel numero di AudioReview appena arrivato nelle edicole (il 384), nell’ambito di un ampio articolo a più mani che propone anche prove tecniche e di ascolto del prezioso boxone. Nella recensione qui riesumata, uscita a gennaio, mi ero invece limitato a inquadrare l’oggetto e a spiegare perché il prezzo richiesto, in assoluto molto alto, fosse comunque “giustificato”.
pink-floyd-fotoThe Early Years 1965-1972
Si può commercializzare un prodotto discografico, seppure “multiplo” e ricco come questo, a una cifra – di listino – così folle? Ovviamente sì, se il numero è l’amore dei tuoi cultori sono tali da garantire l’adeguato ritorno economico; in sintesi, devi essere in grado di permettertelo, e i Pink Floyd appartengono senza dubbio alla élite di coloro “che possono”. Nel novembre scorso ha dunque fatto irruzione sul mercato, in sincronia con il natale, questo mostruoso box con trentadue (in realtà, trentatré) dischi di più formati (CD, DVD, Blu-ray, vinili) e tanto prezioso materiale iconografico, che raccoglie solo registrazioni rare e per lo più ufficialmente inedite – insomma, i normali album non vi sono compresi – della fase iniziale di attività del gruppo di Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright, Nick Mason e, per il primissimo periodo, Syd Barrett. Continua a leggere

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Gimme Danger

stooges-film-locSono appena rientrato dalla visione in anteprima di Gimme Danger, il docu-film di Jim Harmusch dedicato all’epopea degli Stooges. Non di Iggy Pop, la cui carriera in proprio non è in pratica trattata, ma di Iggy & The Stooges: quindi, The Stooges, Fun House, Raw Power, Kill City e il periodo della “ricostruzione” della band, stranamente senza neppure accennare a The Weirdness e Ready To Die. Continua a leggere

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Bombino

Di sicuro fra i miei album preferiti di questo 2016. Sono ormai passati vari anni dal primo manifestarsi anche in Europa del cosiddetto desert blues, e il fenomeno non ha ancora stancato… o, quantomeno, non ha ancora stancato me; ed è difficile che lo faccia, finché continueranno a uscire dischi di questo livello.

bombino-copAzel (Partisan)
Sono parecchi anni che le musiche generate dall’incontro tra il folk del Sahara e il rock ottengono spazio presso i media occidentali, purtroppo – ma, sotto un altro aspetto, non è un male – in parallelo alle cronache delle tensioni e dei conflitti che flagellano le terre fra Algeria, Mali e Niger. Dell’ultimo è nativo Bombino, per l’anagrafe Omara Moctar, ormai principale “ambasciatore” – alla pari dei Tinariwen – del sound, della filosofia di vita e delle istanze del suo popolo; Nomad, l’album del 2013 prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, ha raccolto consensi ben oltre il circuito della world, rendendo abbastanza noto anche dalle nostre parti (si è esibito alla Notte della Taranta, ha lavorato con Jovanotti…) questo artista che, oltre a cantare con un approccio fra lo ieratico e il sanguigno, sa maneggiare con straordinaria perizia le sei corde, rendendo omaggio alle sue radici ma non nascondendo l’ammirazione per Jimi Hendrix, Carlos Santana e Mark Knopfler. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Hard & Heavy & Freak

Ho letto recensioni sempre positive ma meno di quanto mi aspettassi, a proposito di questo – secondo me – formidabile cofanetto dedicato all’hard rock psichedelico, con tutte le deviazioni del caso, sviluppatosi oltremanica fra il 1968 e il 1972. Che volte che vi dica? Posso anche capirne le ragioni, ma sono loro a sbagliare. Di brutto.

AAVV I'm A Freak Baby copI’m A Freak Baby…
(Grapefruit)
Indipendentemente dal formato (più lussuoso o più spartano) scelto per ragioni di opportunità commerciale, i cofanetti del gruppo Cherry Red sono ormai un classico del mercato odierno: lo strumento ideale per una prima infarinatura nient’affatto risicata a fenomeni musicali specifici, e dunque ideale base di partenza per futuri approfondimenti. D’accordo che esistono YouTube, Spotify, Wikipedia e una miriade di siti per ogni esigenza, ma un’antologia “fisica” con brani selezionati ad hoc da esperti del settore e con il corredo di note e foto ha ben altro fascino, specie se il prezzo è invitante. Continua a leggere

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Kyuss

Il 30 giugno di ventiquattro anni fa, i magnifici Kyuss – dai quali, come dovrebbero sapere pure i sassi, presero il via tante avventure di stoner e dintorni, la più famosa quella dei Queens Of The Stone Age – pubblicarono il loro formidabile secondo album. Qui in Italia arrivò, credo, con lieve ritardo, tant’è che ne scrissi solo dopo l’estate e la recensione fu pubblicata solo a dicembre. Che ne dite, ci avevo preso?

Kyuss copBlues For The Red Sun (Dali)
Nient’altro che ruvido hard-blues: sporco, fragoroso e intriso di passione, a riproporre antichi riti che l’evolversi della tecnica e l’avvicendarsi dei trend non hanno potuto cancellare dall’immaginario di ogni rocker d’oltreoceano. Un blues un po’ perverso, se vogliamo, che corre sul confine fra Sixties e Seventies, ostentando ad attestato della sua modernità il marchio inconfondibile del crossover; e che ferisce con il cupo incedere delle sue ritmiche, con il poderoso ruggito dei suoi riff, con l’abrasività canora di un John Garcia che a tratti sembra la controfigura in chiave appena più satanica di Glenn Danzig (altro losco figuro del quale dovreste già possedere almeno l’ultimo How The Gods Kill).
Cruda e sanguigna anche nell’incisione rétro, supervisionata da Chris Goss dei misconosciuti Masters Of Reality, questa seconda fatica dei Kyuss reinterpreta il concetto di “musica elettrica per il corpo e la mente” edificando melodie distorte e spargendo attorno a sé scintille di pura ed enigmatica freakedelia; e nelle sue canzoni, sulle quali aleggia una splendida atmosfera di libertà a dispetto della claustrofobica pesantezza di gran parte degli intrecci, passato e presente si inseguono in un gioco che solo i poveri di spirito potrebbero clasificare come sterilmente autocelebrativo. Se non appartenete alla categoria, e se subite il fascino delle fantasie chitarristiche, Blues For The Red Sun sarà certo un ascolto indicato, una tonificante boccata di aria malsana per scacciare lo stucchevole lezzo della imperante plastificazione.
Tratto da AudioReview n.122 del dicembre 1992

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The Gories

Un paio di anni fa vedevano la luce queste incisioni fino ad allora inedite di una grandissima band di Detroit, alla quale sono in molti a essere devoti. Lasciare la recensione nel mio archivio sarebbe stato un atto davvero da egoisti.

Gories copThe Shaw Tapes (Third Man)
Benché fortemente e volontariamente passatisti, i Gories di Mick Collins (Dirtbombs) e Dan Kroha (Demolition Doll Rods) – completava l’organico la batterista Peggy O’Neill – sono stati veri e propri pionieri dell’ondata r’n’r in chiave lo-fi che negli anni ‘90 scosse il panorama underground internazionale. Il loro approccio primitivo, il suono scarno e ruvido, i saldi legami con le radici (meglio se oscure) e il generale disinteresse per le regole del mercato li resero infatti un modello, così come i tre LP realizzati fra il 1989 e il 1992 sono reputati classici di un genere e un’attitudine che avrebbero certo meritato maggiori consensi. Registrato nel maggio 1988 nella Detroit che due anni prima l’aveva visto nascere, questo live sponsorizzato dalla Third Man di Jack White coglie il trio a destreggiarsi fra brani autografi e (soprattutto) cover – Leavin’ Here, I Just Want To Make Love To You, Train Kept A Rollin’ e Real Cool Time le più note – con la consueta carica di energia, cattiveria ed entusiasmo: una celebrazione genuina e priva di fronzoli, peraltro sostenuta da una notevole competenza della materia, che non risulta penalizzata da una registrazione coerentemente grezza e spigolosa. Capolavoro senza dubbio no, ma parlando di testimonianza preziosa non si commette un azzardo.
Tratto da Blow Up n.191 dell’aprile 2014

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Another Splash Of Colour

Dal giro della Cherry Red Records continuano ad arrivare cofanetti davvero gustosi, che fungono efficacemente da introduzioni a scene, fenomeni e generi del passato. Qui gli spot sono puntati su cose (belle) che accadevano nel Regno Unito circa trentacinque anni fa.

Another Splash Of Colour copC’è un solo avvertimento per quanti volessero far proprio questo boxino pubblicato dalla RPM, ricco di contenuti ma relativamente spartano nel package (scatolina di cartone, CD in bustine, booklet comunque esaustivo di quaranta pagine con testo di Neil Taylor e numerose foto): è necessario interpretare in senso estensivo il sottotitolo “New psychedelia in Britan 1980-1985”. Ciò perché la psichedelia in ogni sua sfaccettatura è sì lo stile musical-attitudinale dominante, ma parecchi gruppi e solisti coinvolti nel progetto avevano con essa un rapporto, come dire?, “laterale”; più che comprensibile, considerato come A Splash Of Colour – la compilation d’epoca della quale il triplo CD in oggetto è in pratica la versione estesa, con solo due tracce escluse – vide la luce per la WEA nel gennaio del 1982, quando l’eco della “neo-psichedelia” di scuola new wave si era ormai attenuata e i fermenti del Sixties-revival di metà decennio erano ancora piuttosto sommersi. Continua a leggere

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Monster Magnet

Da qualche settimana sono in circolazione le ristampe “deluxe” di quattro album dei Monster Magnet: quelli dal secondo al quinto, usciti tutti su A&M fra il 1993 e il 2000. Di almeno un paio avrei anche le recensioni d’epoca, ma mi sembra più sensato recuperare questo ben più recente riepilogo generale.
Monster Magnet fotoQuando nel primissimo scorcio degli anni Novanta il termine “stoner” iniziò a diventare di uso comune, i Monster Magnet erano attivi già da un tot. Insomma, coevi e non emuli dei Kyuss, come implicitamente dimostrato dal fatto che i primi album di entrambe le compagini, dopo alcune prove minori di precaria diffusione, videro la luce nel 1991. Spine Of God, l’esordio della band del New Jersey da sempre collegata al cantante, chitarrista ritmico e songwriter Dave Wyndorf, non è però compreso in questo lotto di riedizioni “deluxe” – in formato doppio CD o 33 giri, quindi, con i secondi supporti riempiti di B-side, outtake, versioni alternative, session radiofoniche e pezzi dal vivo; il marchio è quello della Spinefarm/Universal – che si concentra sul periodo in cui l’ensemble era sotto contratto con la A&M. Continua a leggere

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Paul Roland

La sempre attenta Cherry Red ha appena pubblicato In The Opium Den – The Early Recordings 1980-1987, doppio CD che mette ordine nella discografia iniziale di Paul Roland. Non c’è proprio tutto-tutto, purtroppo, ma la selezione di ben quarantadue brani offre un quadro decisamente ampio di ciò che il musicista britannico ha impresso su vinile fino a quel Danse Macabre che, tra l’altro, fu il primo “vero” LP a suo nome. Allo stesso periodo fa riferimento l’articolo qui recuperato, sorta di presentazione dell’artista più lunga e approfondita di quelle che avevo fino ad allora scritto in sede di recensione; è ovviamente un pezzo piuttosto ingenuo nella forma così come nella struttura, ma al tempo servì a rendere Paul Roland abbastanza popolare nell’underground del Belpaese. E il fatto che nel 2008, nelle note della ristampa estesa di Danse Macabre, Paul mi abbia nominato, assieme a tre colleghi di altre nazioni europee, come “spinta” per il prosieguo della sua carriera di musicista, è tuttora motivo di orgoglio. In coda, mi sembra abbia senso aggiungere la recensione dell’ultimo album, uscito l’anno scorso.
Roland fotoRacconti di mistero e immaginazione
Non mi piace particolarmente il linguaggio banale, il modo di esprimersi di ogni giorno; lo trovo molto noioso, e non ne farei mai uso nei miei brani. Non scrivo canzoni d’amore perché non sono innamorato, al momento sono interessato ad altre cose: il fantastico, il soprannaturale, l’insolito e lo storico”. Dopo lunghe ricerche, abbiamo finalmente trovato l’anello mancante della catena che unisce, idealmente, l’eccentricità di Syd Barrett, Robyn Hitchcock e Julian Cope; lo abbiamo trovato nella fantasia di Paul Roland, un artista che da otto anni produce dischi di enorne fascino senza che (quasi) nessuno se ne accorga, che compone e interpreta brani originalissimi nei testi così come nelle strutture musicali, che vive il suo ruolo di “oggetto di culto” con assoluta naturalezza senza aspirare a divenire una star. Lui, Paul Roland, crea per il solo gusto di creare, incurante delle reazioni e dell’indifferenza altrui; non disdegnerebbe, è ovvio, una maggiore notorietà, ma accetta ciò che il destino gli offre e va avanti per la sua strada forte della certezza che da qualche parte – in questo mondo cinico e materialista – ci saranno sempre spiriti semplici disposti ad ascoltare i suoi racconti di mistero e immaginazione. Continua a leggere

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Prima dei Pink Floyd

Pink Floyd 1965 fotoSono rimasto davvero sorpreso di come l’uscita di questo prezioso cimelio floydiano sia stata, in fondo, piuttosto poco propagandata. Ricordo nitidamente come, da ragazzo e anche oltre, noi appassionati fantasticassimo sui primi esperimenti della band britannica (quando ancora non aveva assunto il nome con la quale avrebbe acquisito il successo su scala planetaria)… quanto ci sarebbe piaciuto ascoltare qualcosa! E il poco in seguito trapelato fra bootleg e web è sempre stato, appunto, poco. Quando lo scorso novembre, a sorpresa, è apparso questo doppio 45 giri con materiale in massima parte mai diffuso, non potevo crederci… così come non posso credere che il disco sia rimasto semi-carbonaro. Che sia stato classificato frettolosamente come l’ennesima puttanata per fan terminali? Chissà. Io, comunque, mi sono fiondato ad approfondire… e senza dare nemmeno un euro ai soliti speculatori, va da sé, come spero abbiano fatto e faranno in tanti. E attendo con fiducia una nuova edizione non a tiratura limitata e a prezzo normale, perché per un disco così alla fisicità non so proprio rinunciare.

Pink Floyd cop1965
Their First Recordings
(Parlophone)
Creato nel 2007 con l’intento di (ri)avvicinare il pubblico degli appassionati ai “classici” negozi di dischi, il Record Store Day si è trasformato, in breve tempo, nell’ennesima occasione perduta; ormai lo si potrebbe ribattezzare “Ebay Dealer Day”, visto come molte delle sue uscite speciali sono pressoché invisibili per la gente normale e diventano in un attimo “highly collectable”, ovvero manna per i rivenditori-speculatori internettiani. Valga come prova di quanto detto questo doppio 45 giri dei Pink Floyd, diffuso in un migliaio di esemplari per il “Black Friday” dello scorso 27 novembre e subito offerto in Rete a cifre comprese fra i 250 e i 400 euro. Follia? Continua a leggere

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30 inni garage punk

Tempo fa mi sono trovato a compilare una playlist ideale di garage punk americano, una sorta di “bignamino” per chi non conoscesse il genere e volesse accostarvisi partendo dalla crema della crema. Ne sono venuti fuori trenta brani – uno solo per band – che tutti assieme entrano un solo CD e che, insomma, sono quale più quale meno la fine del mondo. Fondamentale per il lavoro è stato il primo cofanetto della collana “Nuggets”, versione estesa del doppio LP curato da Lenny Kaye nel 1972: ne ho attinto “il meglio” preoccupandomi anche di far sì che non mancasse nessuno dei gruppi più “famosi”, ho inserito un paio di pezzi a mio avviso irrinunciabili ma stranamente mancanti (questioni di diritti, di sicuro), ho stabilito un ordine che mi suonava bene (e che sarebbe stato ottimo per una trasmisione radio) e questo è il risultato. Al di là delle inevitabili divergenze di opinione su qualche presenza/assenza, spero che i puristi perdoneranno l’omissione di tutti i “The” dai nomi: erano troppi e l’effetto estetico lasciava a desiderare. Cliccando su ogni titolo si sarà indirizzati a YouTube; non sempre la qualità sonora è perfetta e in alcuni casi ci sono introduzioni, code  e tagli, ma quando la canzone era accompagnata da un video dell’epoca con la band in azione (in playback), ho pensato che sarebbe stato sciocco scegliere un link senza quelle immagini. Buon ascolto, ovviamente ad altissimo volume.
SonicsSonics – Strychnine
13th Floor Elevators – You’re Gonna Miss Me
Brogues – I Ain’t No Miracle Worker
Seeds – Pushin’ Too Hard
? And The Mysterians – 96 Tears
Blues Magoos – (We Ain’t Got) Nothin’ Yet
Electric Prunes – I Had Too Much To Dream Last Night
Music Machine – Talk Talk
Moving Sidewalks – 99th Floor
Lollipop Shoppe – You Must Be A Witch
Other Half – Mr. Pharmacist
Third Bardo – I’m Five Years Ahead Of My Time
Monks – Complication
Leaves – Hey Joe
Rationals – I Need You
Kenny & The Kasuals – Journey To Tyme
Remains – Don’t Look Back
Squires – Going All The Way
Zakary Thaks – Bad Girl
Syndicate Of Sound – Little Girl
Love – 7 And 7 Is
Shadows Of Knight – I’m Gonna Make You Mine
Paul Revere & The Raiders – Steppin’ Out
Castaways – Liar, Liar
Litter – Action Woman
Count Five – Psychotic Reaction
Standells – Dirty Water
Knickerbockers – Lies
Chocolate Watch Band – Let’s Talk About Girls
Strangeloves – Night Time

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Cinque miei culti (2)

Poco più di tre settimane fa ho qui riproposto cinque titoli di una selezione di schede da me realizzate per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Eccone ora altri cinque, ma nel prossimo futuro altri cinque ne seguiranno.

Chrome copCHROME
Alien Soundtracks
(Siren, 1978)
Nell’estate del 1995 Damon Edge, che dei Chrome era fondatore, cantante, polistrumentista e leader, fu trovato morto nella sua casa di L.A.: non doveva essere un bello spettacolo, visto che nessuno si era preoccupato della sua scomparsa e il corpo era lì da circa un mese. Una fine dolorosa e ingloriosa per un musicista da sempre impegnato a coniugare rock ed elettronica, ottenendo risultati di rilievo per definire i quali non è sbagliato utilizzare la definizione “seminali”. Secondo capitolo di una carriera prolifica seppur qualitativamente discontinua, Alien Soundtracks è il primo atto del sodalizio tra Edge e l’altro polistrumentista Helios Creed, che resterà con lui fino ai primi anni ‘80 e dopo la sua scomparsa rileverà la sigla della band di San Francisco: uno straordinario concept a sfondo fantascientifico nel quale avanguardia e psichedelia convivono felicemente in un tripudio di fantasie melodiche e dissonanze e di trame strumentali all’insegna dell’anticonvenzionalità. Con la folle, abrasiva Slip It To The Android a fungere da manifesto di una formula totalmente libera e la copertina sottilmente inquietante a gettare ulteriore benzina sul fuoco. Continua a leggere

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The Chills

Sono stato felicissimo del ritorno dei Chills, una delle mie band di culto, e sono stato anche felicissimo di riscontrare che, all’estero, il nuovo album Silver Bullets è stato accolto decisamente bene. Per quanto mi riguarda, non ho certo mancato di propagandare le qualità del gruppo neozelandese in questa nostra disastrata provincia dell’impero rock, intervistandone il leader Martin Phillips per “Classic Rock” e scrivendo più di una recensione del disco. Quella che segue è apparsa un paio di mesi fa su “Blow Up”.

Chills copSilver Bullets (Fire)
Una trentina di anni fa, i Chills di Martin Phillipps erano la band di punta della scena fiorita in Nuova Zelanda sotto l’ala di una magnifica etichetta indipendente/alternativa chiamata Flying Nun. All’improvviso, la città universitaria di Dunedin era divenuta l’area d’azione di un paio di decine di gruppi – Verlaines, Sneaky Feelings, Clean e Bats altri da citare obbligatoriamente – dediti a un sound per lo più stralunato e fascinoso in cui rock, psichedelia, folk e pop deviato erano spesso avvolti in echi wave. Nel complesso più melodici e accattivanti dei compagni di cordata, i Chills sembravano poter aspirare a riscontri più ampi, e infatti i due album sponsorizzati dalla Slash – il secondo Submarine Bells e il terzo Soft Bomb, 1990 e 1992 – assaporarano un quasi-successo. Seguirono problemi di ogni genere, con un quarto disco del 1996 pressoché ignorato e il forzato esilio in patria con un’attività episodica e sommersa.
Dopo un processo di riposizionamento passato attraverso il live Somewhere Beautiful (2013), l’irresistibile 45 giri Molten Gold e la raccolta di incisioni radiofoniche The BBC Sessions (entrambi 2014), i Chills ritornano ora sul serio con un quinto album ispiratissimo: nove canzoni e due intermezzi (e di uno, Liquid Situation, viene proprio da chiedersi perché non sia stato sviluppato in esteso) che rinnovano la magia di una musica dalla straordinaria forza evocativa, legata a filo doppio agli anni ’80 ma al contempo fresca e attuale nel suo abbraccio di chitarre, tastiere, ritmi e voce “sospesa” ma incisiva che oltretutto intona testi non banali. Aggraziati e assieme incalzanti, ipnotici e in qualche modo misteriosi oltre che intrisi di malinconia agrodolce, i brani di Silver Bullets sfilano fieri senza cedimenti qualitativi e, anzi, offrendo picchi con America Says Hello, Underwater Wasteland, Pyramid/When The Poor Can Reach The Moon e Molten Gold. Forse Martin Phillipps non comporrà mai una nuova Pink Frost, singolo-capolavoro del 1984, ma di queste gemme collocabili da qualche parte fra Teardrop Explodes e R.E.M. è davvero arduo non innamorarsi. Perdutamente.
Tratto da Blow Up n.209 dell’ottobre 2015

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Cinque miei culti (1)

Ere geologiche fa, nel 2002, organizzai per il Mucchio Extra uno degli ormai celebri articoli a schede dedicati ad album fondamentali o comunque meritevoli. Il fil rouge non era uno stile musicale o un’epoca specifica, ma l’appartenenza dei titoli alla categoria “dischi di culto”; quelli, per capirci meglio, che non hanno inciso sulle vicende del rock ma che, per un motivo o per l’altro, capita di amare e venerare come si fa con tante pietre miliari. Parecchie di quelle schede le scrissi io, e mi fa piacere presentarle qui. A piccoli blocchi e in ordine casuale.

Alley Cats copALLEY CATS
Nightmare City
(Time Coast, 1981)
Sfortunati, i californiani Alley Cats: in un momento storico-musicale nel quale era indispensabile scegliere da che parte stare, rimasero a metà strada tra punk e rock tradizionale. Dovendo scegliere uno dei loro due album (ma ne esiste anche un terzo a nome Zarkons), i pareri non sono concordi: c’è chi predilige Escape From The Planet Earth (MCA 1982), più elaborato seppur con qualche passo falso, e chi assegna la sua preferenza a Nightmare City, più secco e robusto oltre che più in linea con la vera natura del terzetto di Los Angeles. Continua a leggere

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L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

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Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

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Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

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