My Back Pages (6 – Il Mucchio Selvaggio)

Curioso che la mia storia dell‘editoria musicale italiana si sia dovuta interrompere proprio con l’articolo che aveva come argomento la rivista per la quale ho lavorato per più tempo e sulla quale ho firmato il maggior numero di pezzi, nonché la rivista che ha generato la rivista sulla quale la storia di cui sopra ha trovato spazio. Che dire? Forse era destino. In ogni caso, ecco il mio ultimo racconto, che naturalmente è aggiornato alla fine del 2012. Per fortuna?

Mucchio copSono state finora cinque, le tappe del nostro viaggio cronologico nel mondo dell’editoria musicale italiana. Siamo infatti partiti dal gennaio 1969, con l’uscita del primo numero di Ciao 2001, e passando attraverso Muzak (ottobre 1973), Gong (ottobre 1974) e Nuovo Sound (novembre 1974) siamo giunti al dicembre 1976 di Popster. La macchina del tempo non può allora fare altro che portarci nell’ottobre del 1977, quando il mercato di settore si arricchiva di una nuova rivista in ogni senso singolare: prezzo 700 lire, trentadue pagine in bianco/nero formato 21×27, aspetto da fanzine appena evoluta, copertina con Neil Young. Il nome Il Mucchio Selvaggio era ovviamente un tributo all’omonimo film di Sam Peckinpah (in realtà avrebbe dovuto chiamarsi The Wild Bunch, come l’originale, ma il distributore sconsigliò l’inglese), e in linea con l’immaginario western erano pure la testata e i titoli ideati dal bravo Valerio Marini, oltre alla sigla della società editrice (Lakota, come una tribù pellerossa); tutto coerente, insomma, con un giornale consacrato in larghissima parte ad artisti americani di area roots (country, blues e dintorni) all’epoca poco noti in Italia e spesso in Europa, benché non disdegnando deviazioni sul rock classico e sul folk britannico. Nessuna coerenza, invece, con quanto stava accadendo in un panorama musicale internazionale scosso con violenza da punk e new wave, fenomeni ai quali Il Mucchio – sarebbe stato subito ribattezzato così, anche per soffocare quel sapore porno causa di equivoci curiosi e penalizzanti – a lungo dedicherà risibile attenzione: lo staff, del resto, proveniva quasi interamente da “Music Box”, ampia sezione di articoli e recensioni ospitata da sei anni da quella Suono che, assieme a Stereoplay, era la bibbia dei tantissimi appassionati di Hi-Fi. Il Verbo era dunque quello del tradizionalismo, con ostentata diffidenza verso quegli eretici che non “sapevano suonare” e, rifiutando lo status quo, inneggiavano al rinnovamento e alla ”rottamazione” del preesistente;tutto sbagliatissimo, ok, ma la lungimiranza non è mai stata una dote degli abitanti della periferia dell’Impero.
A guidare la banda di desperados c’era il ventiseienne Massimo Stèfani, in attività da circa un lustro (“Music Box”, appunto, e poi una fulminea esperienza a Popster): era lui a ricoprire il ruolo tecnico di direttore responsabile e a dividere gli oneri dell’effettiva direzione con i meno giovani lumbàrd Paolo Carù e Aldo Pedron, pure cofinanziatori. Tra le firme, Pierangelo Valenti e Raffaele Galli (luminari in country, folk e assimilati), Marino Grandi (espertissimo di blues), il musicista Andrea Carpi, Marco Nosotti, Daniele Ghisoni, Marco Longhi, Pietro Noè e Marco Regali, oltre ad alcuni corrispondenti dall’estero più o meno fantasma citati in tamburino per fare scena. A breve, per occuparsi della “nuova onda”, giungeranno Maurizio Bianchi e Claudio Sorge e ancora un po’ dopo il sottoscritto, mentre il parco-collaboratori vedrà via via gli innesti di, fra gli altri, Al Aprile, Gaetano Bottazzi, Giancarlo Susanna e Mauro Zambellini. Fino al n.32 del luglio/agosto 1980, escludendo l’aumento di otto pagine e quello del prezzo a 1.300 lire, l’impostazione del mensile rimaneva pressoché identica, con copertine (talvolta disegnate e non fotografiche) “datate” ma certo coraggiose (Ry Cooder, Bruce Cockburn, The Band, Willie Nelson, Leo Kottke, Zachary Richard, Don Watson… uniche parziali deroghe al principio, Patti Smith, Bruce Springsteen e Mick Jagger), scritti pedantissimi e non esattamente brillanti sotto il profilo della forma, refusi in quantità industriale, esaltazioni imbarazzanti e continui appelli di Stèfani a sostenere con l’acquisto e la promozione una situazione economica che era però assai meno traballante di quanto con furbizia affermato. Con il suo approccio underground e contro la musica di massa e di moda, delle serie “buoni vs cattivi”, Il Mucchio era infatti ben presto divenuto una sorta di vasto culto per quanti non si ritrovavano nelle tendenze dominanti; un simbolo e una Fede, insomma, per un affezionato pubblico di alcune migliaia di persone che in molti casi si sovrapponeva a quello del negozio di Paolo Carù in quel di Gallarate, uno dei pochissimi nella Penisola a garantire disponibilità – e, nel caso, spedizione in contrassegno – dei preziosi vinili import recensiti.
Era proprio tale “conflitto di interessi”, tuttavia meno drammatico di come venne e viene ancora descritto, a dare a Stèfani il pretesto per liberarsi dell’ingombrante Carù (immediatamente seguito da Pedron e altri), proclamarsi direttore e avviare un processo di trasformazione snodatosi negli ultimi numeri del 1980: nuovi giornalisti, un piccolo ritocco al prezzo (che saliva a 1.500 lire) e otto pagine in più destinate a un inserto sulla new wave a mia cura, “Shock”. La scissione provocava una faida dalla quale, nel dicembre dello stesso anno, nasceva L’ultimo buscadero, con Pedron come direttore, Carù come condirettore occulto e ulteriori “ex” del Mucchio a sostenerli; il più che esplicito astio dei trasfughi verso la loro vecchia rivista sarà manifestato apertamente per anni e anni, con stupore da parte dell’intero ambiente. A fare finalmente luce sulla complessa vicenda avrebbe provveduto nel 2012 lo stesso Stèfani, che nel suo libro autobiografico Wild Thing, dopo avere indicato come “soci” Carù e Pedron, così ha raccontato la costituzione della Lakota. “Evitai di far entrare nella società il gruppo milanese-varesotto, aspettando di vedere come andavano le cose. E lo feci senza dir loro nulla. Se fosse andato tutto bene avrei dovuto solo farli rientrare, in caso contrario farli fuori, ma era una scelta che volevo posticipare”: come qualcuno si possa credere socio – ma non essendolo – di una Srl della quale ha contribuito a comporre il capitale si spiega solo in un modo, ma si tratta di materia che riguarda l’etica e i tribunali. Brutte cose.
Affrancatosi dal passato senza incorrere in vertenze legali, Il Mucchio andava comunque avanti per la sua strada guadagnando in professionalità, incrementando progressivamente il numero delle pagine, introducendo il colore, adottando una differente testata (nel n.48, del gennaio 1982) e ingaggiando penne di qualità. La più importante? Maurizio Bianchini, che negli anni Ottanta concepiva quell’idea di “cultura rock” – la musica come elemento principale di un discorso più generale in cui confluiscono cinema, letteratura e fumetti, politica e altro ancora – che fino a oggi è stata sempre coltivata. Ed è stata questa “trasversalitità”, alla pari di un’indole in apparenza donchisciottesca e della capacità di offrire chiavi di lettura, spunti di riflessione e autentiche epifanie, l’arma vincente del progetto, che nonostante l’improvvisazione spesso davvero selvaggia (con relativa assenza di una visione in prospettiva, per non parlare del metodo) è riuscito a educare più generazioni. Con i suoi trentacinque anni di vita editoriale, Il Mucchio è – escludendo Musica e Dischi, che fa capitolo a sé e che peraltro è da un po’ diffusa solo in Internet – la rivista musicale italiana più longeva. L’intera raccolta fino al dicembre 2012, non contando e i numeri speciali fuori collana né tantomeno Extra, occupa due metri e sessanta centimetri abbondanti di scaffali, e chi ritiene che in fondo non sia granché non si rende bene conto di cosa significhi in termini di lavoro a monte.
Quella del Wild Bunch, che se si fosse chiamato così non sarebbe stato scambiato – com’è accaduto plurime volte – per un giornale porno, ma magari sarebbe morto dopo qualche mese, può quindi essere senza dubbio essere definita una saga. Un’epopea scandita da successi e periodi di (parziale) stanca, cambiamenti di periodicità – settimanale dal settembre 1996 a fine 2004, e poi nuovamente mensile – e polemiche di ogni genere, provocazioni intelligenti e di bass(issim)a lega, formidabili scherzi – a metà 80 ci si inventò un finto triplo album live ufficiale di Springsteen e per un paio di settimane ci credettero tutti: era possibile, in era pre-Internet – e azzardi non altrettanto riusciti, adesione a nobili cause (come quella del miglior rock italiano, mai sconfessata dal 1980) e clamorose fesserie, il pensionamento della Lakota e la creazione della “cooperativa” Stemax. Non vanno infine dimenticate le altre due rivoluzioni interne, che hanno addirittura messo seriamente a rischio il prosieguo delle pubblicazioni: la prima, nel 1988, vide le dimissioni simultanee di tre quarti dello staff (ne deriverà il mensile Velvet) e la seconda, nella primavera 2011, ha avuto come conseguenza l’inevitabile fuoriuscita di Stèfani, con interminabili strascichi. Non è pensabile, in questa sede, soffermarsi sui dettagli, o anche solo menzionare le svariate centinaia di colleghi – si fa un’unica eccezione per Stefano Ronzani, tragicamente e prematuramente scomparso nell’agosto del 1996 senza riuscire a vedere il settimanale che aveva in buona parte architettato – che hanno offerto linfa, stimoli e articoli affinché l’avventura perdurasse. Chi volesse approfondire la questione a livelli maniacali, ha a disposizione il (mio) blog La vera storia del Mucchio: la narrazione in circa 150.000 caratteri si ferma al 2012, ma forse un giorno o l‘altro procederò con gli aggiornamenti.
Tratto da Mucchio Extra n.39 dell‘Inverno 2013

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Categorie: articoli | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “My Back Pages (6 – Il Mucchio Selvaggio)

  1. Gian Luigi Bona

    Il Mucchio è stato il mio fratello maggiore per tanti anni, l’inizio non è stato dei migliori perchè, come dici anche tu Federico, sembrava veramente fuori dal mondo. Con la tua rubrica “Shock” è diventata la mia rivista preferita e mi manca parecchio, tant’è vero che non riesco ad affezionarmi ad alcun giornale.
    A dire il vero al Mucchio preferivo “Velvet” che purtroppo non è durato molto.
    Non ho capito, perché interrompi questa serie di articoli sulle riviste ?
    Si potrebbe ancora raccontare almeno di “Velvet”, di “Bassa Fedeltà”, di “Musica 80” e magari si potrebbe scrivere delle fanzine più importanti.
    Bel viaggio nel tempo comunque, grazie Federico.

    • Interrompo perché per continuare dovrei mettermi a scrivere articoli ex novo (questi sei erano usciti su Extra), e al momento proprio non posso permettermi di prosciugare la mia creatività – scrivere costa fatica, specie dopo tantissimi anni – per articoli che non mi vengono pagati. Triste, ma vero.

      • Gian Luigi Bona

        In effetti mi sembra un ottimo motivo 😃

  2. Avevo comprato i primi 6 numeri (che conservo ancora), mi ricordo ancora le discografie, ben fatte, di Animals e Them, ma, soprattutto, che nel punk venivano inseriti gruppi che nulla avevano a che fare con lo stesso. Poi, nel 1982, ho iniziato a divorarlo assieme a Rockerilla e poi Velvet.
    Bei tempi per noi e per la musica! Grazie!

    ugo

  3. ciao! sai, di recente ho intervistato un musicista. è sul blog. se e quando avrai tempo mi piacerebbe una tua opinione… grazie mille!

  4. Caro Federico, è comprensibile la tua nostalgia per il Mucchio, anche quando né richiami taluni limiti.

    Confesso di aver vissuto il Mucchio prima selvaggio e poi non più molto di passaggio. Acquistavo saltuariamente il Mucchio selvaggio e quando cominciai a leggerlo con maggiore frequenza, pur senza esserne abbonato, scoprì della dipartita di molti dei migliori recensori per la creazione di Velvet che invece ho seguito con passione e costanza dal numero della Perestroika il terzo (?).

    La rivista che mi ha in assoluto appassionato di più è stata Velvet, che mi faceva sperimentare nuove scoperte e nuove emozioni, che mi deludeva e poi di nuovo mi riconquistava di nuovo.

    Per me la più “bella” rivista è stata Velvet e nessun’altra rivista dopo Velvet mi ha più emozionato come quella, benché non fossi un giovanissimo lettore (sono del ’65).

    Ho sperimentato per qualche anno Rumore e occasionalmente Blow up senza mai entusiasmarmi del tutto ed ho letto un po’ di riviste qua e là.

    Ho apprezzato con gioia la presenza di alcuni di voi in Audio review, altra rivista per alcuni anni per me di grandi passioni, anche se di carattere diverso.

    Molto tardivamente, quando oramai era tardi scoprì che (da tanti anni) tu ed altri eravati tornati con sorpresa al Mucchio, in vista della dipartita di Stefani e per assurdo il mio primo abbonamento al Mucchio fu il 2012 (per assurdo perché leggevo la rivista già negli anni ottanta).

    Abbandonato l’anno dopo il Mucchio, su tuo suggerimento mi sono abbonato a Blow up… ma scoprendo che neppure Blow up mi appassionava più, soprattutto non mi aiutava, smettendo di conseguenza di leggerlo.

    Ora sono un po’ i balia del vento e, se già la frammentazione dell’attuale panorama musicale mi disorientava, la mancanza di una rivista di riferimento mi lascia un po’ allo sbando e il risultato peggiore è forse che non compro più un disco, compact o vinilico che sia, né tantomeno la scarico.

    Leggo ogni tanto i blog tuo e di Eddy, che non sono però sufficenti ad orientarmi nel panorama musicale e più in generale culturale di oggi.

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