My Back Pages (5 – Popster)

Quinta puntata della mia piccola storia dell‘editoria musicale italiana. Dopo Ciao 2001, Muzak, Gong e Nuovo Sound, l‘ordine cronologico di nascita impone di trattare Popster, una rivista dalla vita non lunghissima che nel panorama nazionale degli anni ‘70 ebbe comunque una certa rilevanza. Per sapere perché, basta leggere i 4372 caratteri qui a seguire.

Popster copAlla fine del 1976, mentre Nuovo Sound festeggiava il secondo compleanno, la Publisuono – società editrice di Suono e Stereoplay, mensili leader nel settore allora lucroso dell’Hi-Fi – varò Popster: non esattamente un giornale, sebbene il sottotitolo recitasse “la prima rivista-poster di musica pop, rock soul, jazz, contry”, ma un poster di Mick Jagger piegato in quattro sul retro del quale figurava una breve monografia dei Rolling Stones e qualche micro-recensione. Realizzata da Massimo Stèfani e Danilo Moroni, e venduta a 500 lire, Popster ebbe però una rapida crescita: già nel terzo numero al poster era allegato un fascicoletto di otto pagine in bianco/nero, nel quarto (con Stèfani già fuori dai giochi e sostituito da Carlo Massarini, popolarissima voce rock della RAI) le pagine diventavano sedici e per metà a colori. Nell’arco di pochissimi mesi il poster finiva all’interno di un vero e proprio giornale di 32 pagine formato 21×28 che in un lampo si moltiplicavano fino a 80 (il prezzo saliva a 700 e quindi a 1000 lire), con l’allestimento di uno staff coordinato da Massarini e comprendente giornalisti più o meno destinati alla gloria quali Roberto D’Agostino (sì, quello di Dagospia), Peppe Videtti, Vincent Messina, Michelangelo Romano, Maurizio Baiata, Franco Schipani (entrambi già firme di Nuovo Sound), Michael Pergolani, Giorgio Onetti, Giampiero Vigorito, Enrico Sisti e Massimo Bassoli. Sarà quest’ultimo, nel n. 14 (maggio 1978), a rilevare alla direzione Massarini e a portare all’affermazione un progetto che si destreggiava un po’ ambiguamente ma con efficacia fra rock e pop comunque non troppo “sputtanato”, nomi classici e new wave (determinante, in tal senso, l’ingaggio all’inizio del 1979 di Red Ronnie, competente pioniere delle nuove tendenze straniere e autoctone), musica impegnata e musica da intrattenimento. Significativo il lancio, con il n.29 del novembre 1979, di “Pick Up”, un inserto di notizie e classifiche destinato agli addetti ai lavori di emittenti radiofoniche e discoteche.
Apparve subito chiaro che Popster, pur non snobbando affatto i fruitori del rock ufficiale e sotterraneo, mirava alla conquista di una platea più ampia, sensibile ai fenomeni di massa e alle mode: una platea all’occorrenza un po’ fighetta che apprezzava i testi scritti in un italiano per lo più vivace e intrigante ma anche le belle foto e le soluzioni grafiche fantasiose, senza ovviamente dimenticare quanti si facevano attrarre dal poster da appendere in cameretta. A scorrere le copertine, comunque, non c’è quasi mai da storcere la bocca: giusto i Genesis di Phil Collins, Rod Stewart, Santana e Blondie, che in fondo sembrano solo sterzate da una retta via fatta di Bob Marley, Lou Reed, Patti Smith, Frank Zappa, Rolling Stones, Paul McCartney, Stevie Wonder, Neil Young, Pink Floyd, David Bowie. Si ricordano inoltre la “stranezza” dell’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini (uno dei politici italiani trasformati in improbabili rockstar in una serie di divertenti fotomontaggi), una celebrazione degli anni ’70 e la presa di posizione a favore della scena emergente italiana – marzo 1980 – con il maxi-special fortemente voluto da Red Ronnie. Insomma, una rivista di sicuro godibile: non troppo leggera ma nemmeno seriosa, legata al mainstream ma propensa a scommettere sui semi-sconosciuti, votata alla coerenza ma capace di spiazzare… e inoltre, elemento da non sottovalutare, sostenuta dalle vendite e dalla discreta quantità di inserzioni pubblicitarie acquistate da colossi come Coca-Cola o Fiat, dai marchi Hi-Fi (grazie alle entrature del gruppo Publisuono) e dalle case discografiche.
Nel luglio del 1980, Popster era giunta al n.37. Aveva ulteriormente aumentato pagine (112) e prezzo (1.500 lire, dopo essere costata per un po’ 1.300), aveva rinfrescato il parco-collaboratori (fra gli ultimi innesti: Dario Salvatori, Paolo De Bernardin e Maurizio Petitti) e sembrava destinata a un luminoso futuro, come sottolineato dall’annuncio – senza alcun dubbio un po’ “gonfiato” perché così si usava e tuttora si usa, ma tant’è – di una tiratura di 180.000 copie. In due righine sotto il sommario si leggeva: “avvertiamo i nostri lettori che, in occasione della stagione calda, abbiamo pensato di alleggerire il formato della rivista, cosicché non sarete costretti a spaginarlo e insozzare spiagge, prati e giardini pubblici”. A settembre, quanti nelle edicole chiesero il n.38 si sentirono rispondere che non sarebbe mai uscito e che, volendo, avrebbero potuto acquistare un altro giornale molto simile, appena più smilzo e senza poster ma concepito dalle stesse persone, Rockstar. Questa è però un’altra storia, che a tempo debito non mancheremo naturalmente di raccontarvi.
Tratto da Mucchio Extra n.38 dell’estate 2012

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Categorie: articoli | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “My Back Pages (5 – Popster)

  1. ho ancora qualche numero … e ne ho tantissimi di Rockstar, che ricordi!!!

  2. Gian Luigi Bona

    Mi piacevano Popster e Rockstar, erano belle riviste un po’ commerciali ma in fondo non troppo.
    Certo che sentire certe tirature mi sorge spontaneo chiedermi perché quando avevo tra i 17 e i 22 anni le riviste di musica vendevano così tanto e subito dopo così poco. Cosa è successo Federico ? E sopratutto cosa abbiamo perso ? Cosa è diventato questo paese ?
    Lo chiedo perché io non lo capisco molto bene, allora avevo 20 anni e oggi 50 per cui la mia comprensione è un po’ sfalsata dal fatto che sono diventato vecchio e ho perso un paio di treni che non torneranno più.

    • Sarebbe un discorso lunghissimo, anche perché non riguarda solo l‘Italia ma tutto il mondo. E comunque, quando da noi le vendite erano decenti, in altre nazioni – non dico necessariamente USA e UK, basta pensare a Francia o Germania – erano infinitamente superiori. Cosa è successo? È successo… Internet, tutto qui.

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