articoli

John Peel (1939-2004)

Il 25 ottobre 2004, ad appena sessantacinque anni, moriva John Peel, maestro e irraggiungibile modello per chiunque abbia fatto o voglia fare radio in ottica “rock”. Le sue “session” alla BBC hanno fatto storia e nel 1986, quando venne varata una collana di 12”EP che iniziò a pubblicarle su disco, non mi sottrassi al dovere morale e al piacere di scriverne. A quindici esatti dalla scomparsa, riproporre qui il vecchio articolo mi sembra un buon modo per ricordare con affetto il grande operatore culturale inglese, anche se ovviamente, dopo decenni di “John Peel Sessions” finite su vinile e CD, il recupero ha un senso molto relativo. Magari, però, a qualcuno può interessare come tutto cominciò.
Chiunque sia appena un poco addentro alle vicende del rock britannico si sarà almeno una volta imbattuto nel nome di John Peel, distinto gentleman di quarantasette anni che da parecchio tempo si trova ad essere il DJ/programmatore radiofonico più stimato e popolare del Regno Unito. Il segreto di Peel, oltre che nella competenza musicale e nell’innata capacità di selezionare il materiale discografico più valido fra le migliaia di prodotti che gli vengono sottoposti, consiste nell’avere “inventato” un programma di grande interesse, che prevede la registrazione e il conseguente broadcasting di session realizzate negli studi londinesi messi a disposizione dalla BBC londinese. A Radio One, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, sono state trasmesse le “John Peel Sessions” di centinaia di gruppi e solisti, dai Pink Floyd ai Sisters Of Mercy, da Jimi Hendrix a Elvis Costello, dagli Who ai Damned, dai Led Zeppelin ai New Order, da John Cale ai Jesus & Mary Chain; in pratica, la storia del rock d’oltremanica e internazionale è stata fissata in queste mini-esibizioni della durata di circa venti minuti, il cui valore documentaristico è pressoché incalcolabile: John Peel, infatti, predilige gli artisti che propongono versioni spontanee e un po’ grezze di brani inediti al momento dell’incisione, in modo da mettere a nudo la reale consistenza dei musicisti e le loro possibilità evolutive.
Fino a pochissimi mesi fa, queste registrazioni conoscevano l’onore del vinile solo su bootleg e in casi sporadici in singoli, EP o compilation ufficiali; è quindi notizia assai gradita che la Strange Fruit Records ha raggiunto un accordo con la BBC per la pubblicazione di una congrua serie di session, che vedranno mensilmente la luce sotto forma di 12”EP. Confezionati con una veste grafica standardizzata e piuttosto spartana, i dischi hanno tutte le carte in regola per catturare l’attenzione di fan, collezionisti e semplici appassionati: a conferma delle buone intenzioni della label, basterà ricordare le prime emissioni già disponibili sul mercato, alle quali, quando leggerete queste righe, se ne saranno di sicuro aggiunte parecchie altre. Il numero 001 del catalogo racchiude quattro composizioni dei New Order registrate il 1° giugno 1982: ben prima, dunque, che la band nata dalle ceneri dei Joy Division venisse contaminata dal morbo dance che ha allontanato da essa buona parte dei suoi vecchi sostenitori. Rarefatte e affascinanti, queste tracce (fra le quali spiccano un rifacimento di Turn The Heater On, un reggae firmato Keith Hudson, e la splendida Too Late) non mancheranno di entusiasmare tutti coloro che amavano i vecchi New Order, mentre lasceranno sicuramente indifferenti chi del complesso conosce solo i più recenti episodi “da ballo”. Atmosfere totalmente differenti, invece, nel numero 002, con quattro classici» dei Damned “prima maniera” trasmessi nel maggio del 1977; chi ancora non è riuscito a comprendere quanto il punk potesse essere sconvolgente e dissacrante farebbe bene ad ascoltare queste eccellenti interpretazioni di Vanian, Sensible, Scabies e James (già, perché all’epoca il magico chitarrista dei Lords Of The New Church suonava con i Dannati e per giunta scriveva tutti i pezzi…), che nella travolgente Sick Of Being Sick si innalzano in tutta la loro irruente grandezza. Per avere poi ancora più chiaro il concetto di “vero punk-rock” sarà utile procurarsi lo 004, contenente alcune discrete performance datate settembre 1978 degli irlandesi Stiff Little Fingers: non avranno la potenza di quella dei Damned, ma bastano a garantire un quarto d’ora di autentica eccitazione. Leggere inclinazioni punk si ritrovano anche nel numero 003, firmato dagli Screaming Blue Messiahs e risalente al luglio 1984; fra riferimenti ai primi Clash e ispirazioni di altro tipo, il terzetto offre un eloquente saggio della sua musica in biblico fra rock`n’roll e influenze black, evidenziando una buona vena espressiva purtroppo penalizata da una esposizione eccessivamente naïve. L’elenco, per il momento, è completato dagli Wild Swans (n.006), formazione di Liverpool fondata dall’ex tastierista dei Teardrop Explodes Paul Simpson (qui, però impiegato come cantante) e scioltasi dopo una brevissima carriera. Questa John Peel Session del maggio 1982 raccoglie tre composizioni inedite, due delle quali, con i loro suoni aggraziati e il loro canto “soft” richiamano alla mente gli Smiths (che all’epoca ancora non esistevano); la terza, una semi-improvvisazione forse non esaltante ma certo non disprezzabile è invece un’allucinata incursione strumentale in territori filo-psichedelici. Come giudicare, insomma, questa iniziativa della Strange Fruit? Una lodevole operazione artistica? Una speculazione commerciale? Un ulteriore mezzo per inflazionare un mercato già fin troppo esuberante? Come sempre, le generalizazioni non possono essere adatte per i singoli casi: alcuni di questi dischi risulteranno inutili, altri sufficienti, altri ancora imperdibili. Ai manager dell’etichetta il compito di porre in vendita le session più riuscite, evitando la diffusione di quelle meno significative o, almeno, limitandola il più possibile.

Categorie: articoli | Tag: , | 1 commento

Grand Tour – Roma

No, il mio libro “Roma brucia” non c’entra. L’argomento è un articolo in tre puntate sotto l’ombrello della rubrica “Grand Tour”, per dodici pagine complessive (qui le vedete tutte, in dimensioni ridottissime), dedicato ai luoghi musicali della Città Eterna, pubblicato in tre numeri consecutivi di “Blow Up”: quello di giugno, quello di luglio/agosto e quello di settembre (l’unico ancora reperibile in edicola; per gli altri c’è il servizio arretrati). Di sicuro avrò omesso qualcosa, per dimenticanza o per ignoranza (Roma è enorme), ma il quadro globale è comunque imponente e mi sembrava sensato farne menzione in questa sede, dato che sono piuttosto certo del fatto che i titolari/responsabili di molti dei posti citati non ne hanno saputo nulla, così come tanti appassionati che, magari, sarebbero stati interessati all’argomento.
Tutti sappiano, allora, che nella prima parte ho passato in più o meno rapida rassegna qualche decina di negozi di dischi (Millerecords, Laser City, Soul Food, Hocus Pocus, Damna Records And Books, Idee Musicali, Disco+, Ghost Record Store, Blutopia, Radiation, Not Perfect, Discoteca Laziale, Transmission, Il Mangiadischi, Ibs/Il libraccio, le bancarelle di Via delle Terme di Diocleziano, i banchi di Porta Portese, Pink Moon, Elastic Rock, I Want To Believe, Ultrasuoni, L’Allegretto Dischi, Welcome To The Jungle, Goody Music, Vinyl Room, Inferno Store, Round Midnight, Discovery e Ace Records), segnalando anche due negozi di fumetti e dintorni (Pocket 2000 e Forbidden Planet). Nella seconda e nella terza, invece, ho fatto lo stesso con i posti dove si suona, soffermandomi su Palalottomatica, Atlantico Live, Auditorium Parco della Musica, Auditorium Conciliazione, Teatro Sistina, Teatro Brancaccio, Casa del Jazz, ex Ippodromo delle Capannelle, Teatro Romano di Ostia Antica, Laghetto di Villa Ada, Teatro India, Monk, Largo Venue, Black Out, Planet, Wishlist, Locanda Atlantide, Jailbreak, Traffic, Lanificio 159, Lian Club, Quirinetta, Piper Club, Black Market, Chiesa Evangelica Metodista, Chiesa Valdese, Angelo Mai, Forte Prenestino, MAAM, Nuovo Cinema Palazzo, Acrobax, Strike, Intifada, exSnia, Spartaco, Ricomincio dal Faro, La Torre, Brancaleone, Le Mura, Marmo, Beba (do Samba), Fanfulla 5/a, 30 Formiche, Sparwasser, ‘Na Cosetta, Pierrot Le Fou, Klang, Big Mama, Alcazar, L’Asino che vola, Poppyficio, Pinispettinati, Riverside Food Sounds Good, Circolo degli Illuminati, Gregory’s Jazz Club, Mons, Teatro Arciliuto, La Fine, Fonclea, Alexanderplatz Jazz Club eThe Yellow Bar. Documentarsi e dare alla quantità folle di informazioni una forma leggibile è stata una fatica improba, ma ne è valsa la pena… anche se, lo ammetto, mi aspettavo qualche “grazie” e/o “bravo stronzo” in più.

Categorie: articoli | Tag: | 5 commenti

The Seeds

Per quasi chiunque, il 25 giugno 2009 è il giorno della morte di Michael Jackson, e ci sta. In occasione del decennale vorrei però sommessamente ricordare che nello stesso giorno ci salutò per sempre, a sessantatré anni, Sky Saxon, frontman e leader di una delle più straordinarie band del garage punk americano, i Seeds. I loro due migliori album, The Seeds e A Web Of Sound, furono entrambi pubblicati nel 1966, ma i due pezzi più famosi del repertorio, poi recuperati nel primo LP, avevano visto inizialmente la luce su altrettanti singoli addirittura nel 1965: prima la ballata Can’t Seem To Make You Mine e poi il frenetico proto-punk’n’roll Pushin’ Too Hard. Qui due belle apparizioni televisive d’epoca, ovviamente in playback.

Categorie: articoli | Tag: , | Lascia un commento

Dead Can Dance (1981-1985)

È da poche settimane in circolazione un nuovo album dei gloriosi Dead Can Dance, che ho recensito per il prossimo numero di AudioReview. Ho dubbi che quanto qui (ri)proposto sia il primo mio pezzo sulla band australiana, ma di sicuro questa è stata la prima (e unica?) volta in cui ne ho scritto abbastanza in esteso, quasi trentatré anni fa.
Dimenticate, anche se il nome della band potrebbe suggerirvele, visioni di morte e immagini macabre tanto negative quanto opprimenti. Provate, invece, a raffigurarvi mentalmente una musica ammaliante e misteriosa, ricca di atmosfere oscure e inquietanti ma tutt’altro che deprimente, avvolta in un’aura di mistica solennità. Anche se possedete una fervida fantasia, ben difficilmente ciò che avrete concepito assomiglierà alle proposte dei Dead Can Dance, ensemble “di culto” autore di un sound che. per quanto connesso a matrici espressive piuttosto precise, si fa ammirare per la sua personalità. I riferimenti d’obbligo sono quelli alla scuola 4AD, etichetta alla quale non a caso il gruppo è legato, e quindi al post-punk etereo e anticonvenzionale di Cocteau Twins e This Mortal Coil; proprio questi ultimi (dei quali, del resto, fanno parte anche i due membri fondatori dei Dead Can Dance) si prestano più efficacemente al raffronto sia attitudinale che stilistico, sebbene ciascuna delle formazioni possegga una sua identità chiaramente delineata e autonoma. Continua a leggere

Categorie: articoli | Tag: , | 3 commenti

Dream Syndicate (1978-1989)

Negli anni ’80 i Dream Syndicate erano una delle mie band preferite e infatti ne ho scritto tanto, tantissimo, e non a caso ne ho recensito quasi tutti i dischi in tempo reale (all’appello mancano solo il primo “mini” e il terzo LP). Mi sono poi ovviamente occupato anche dell’album del “ritorno” (la recensione è qui; un’intervista a Steve Wynn è invece uscita nel numero 58 di “Classic Rock”) e ieri non mi sono potuto esimere dal recarmi al Monk per assistere alla loro prima data romana di sempre (la mia seconda: li avevo già visti a Giulianova nel 1987). Dato che la nostalgia è, si sa, canaglia, eccovi allora un’ampia selezione delle mie vecchie elucubrazioni su carta, alcune delle quali davvero pietose a livello di stile. Grande stupore nel leggere che già nel 1982 – nel 1982! – “mi lamentavo” della retromania.

The Days Of Wine And Roses
(Ruby)
La storia della musica è costellata di corsi e ricorsi, di revival, di riscoperte di questo o quel tipo di sound; inventare qualcosa di radicalmente nuovo, oggi, è pressoché impossibile, o, perlomeno, assai difficoltoso; logico, quindi, che molti artisti mirino a riciclare, secondo la propria sensibilità e i propri gusti, formule stilistiche che hanno in qualche modo stimolato la loro creatività. Ciò che conta, in questo lavoro di rielaborazione di dati già noti, è il codice utilizzato, l’angolazione dalla quale la materia musicale è studiata, assimilata e reinterpretata; fondamentale, poi, è anche il background culturale (sempre dal punto di vista sonoro) del compositore e degli esecutori, oltre naturalmente alle loro intrinseche capacità. Continua a leggere

Categorie: articoli, recensioni | Tag: , | 2 commenti

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)