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Dream Syndicate (1978-1989)

Negli anni ’80 i Dream Syndicate erano una delle mie band preferite e infatti ne ho scritto tanto, tantissimo, e non a caso ne ho recensito quasi tutti i dischi in tempo reale (all’appello mancano solo il primo “mini” e il terzo LP). Mi sono poi ovviamente occupato anche dell’album del “ritorno” (la recensione è qui; un’intervista a Steve Wynn è invece uscita nel numero 58 di “Classic Rock”) e ieri non mi sono potuto esimere dal recarmi al Monk per assistere alla loro prima data romana di sempre (la mia seconda: li avevo già visti a Giulianova nel 1987). Dato che la nostalgia è, si sa, canaglia, eccovi allora un’ampia selezione delle mie vecchie elucubrazioni su carta, alcune delle quali davvero pietose a livello di stile. Grande stupore nel leggere che già nel 1982 – nel 1982! – “mi lamentavo” della retromania.

The Days Of Wine And Roses
(Ruby)
La storia della musica è costellata di corsi e ricorsi, di revival, di riscoperte di questo o quel tipo di sound; inventare qualcosa di radicalmente nuovo, oggi, è pressoché impossibile, o, perlomeno, assai difficoltoso; logico, quindi, che molti artisti mirino a riciclare, secondo la propria sensibilità e i propri gusti, formule stilistiche che hanno in qualche modo stimolato la loro creatività. Ciò che conta, in questo lavoro di rielaborazione di dati già noti, è il codice utilizzato, l’angolazione dalla quale la materia musicale è studiata, assimilata e reinterpretata; fondamentale, poi, è anche il background culturale (sempre dal punto di vista sonoro) del compositore e degli esecutori, oltre naturalmente alle loro intrinseche capacità. Continua a leggere

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Watermelon Men

Ricordo piuttosto bene quei giorni della metà degli anni ’80 nei quali si scoprì che in Svezia, a suonare rock più o meno legato ai Sixties, non c’erano solo i Nomads. Come accaduto con l’Australia della stessa epoca, a livello giornalistico sono stato uno dei principali sostenitori italiani di quel panorama scandinavo, e a distanza di trenta e più anni non sono affatto pentito. Non tutte le band hanno però offerto piena conferma delle loro potenzialità; i Watermelon Men, ad esempio, delusero quasi subito dopo un inizio senza dubbio degno di attenzione, per poi sparire dai radar prima della fine del decennio con un bottino complessivo di tre album (nel 1993 uscì un ulteriore EP, ma l’ho appreso solo ora). Mi fa comunque piacere recuperare un articolo/intervista che vide la luce poco prima della pubblicazione di Wildflowers, il secondo 33 giri della band.
Per gli appassionati del rock delle radici, il nome dei Watermelon Men non dovrebbe essere sconosciuto: l’album di debutto della formazione svedese, Past, Present And Future, non ha infatti mancato di suscitare entusiasmi e le circa ventimila copie vendute sottolineano efficacemente il positivo exploit del quintetto. Con tali premesse non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di una chiacchierata con Imre von Polgar, primo chitarrista nonché autore di parecchi brani del gruppo, di passaggio in Italia per una vacanza e per sondare il terreno riguardo a una eventuale tournèe primaverile dei Watermelon Men; venticinque anni, capelli biondi e occhi chiari, Imre si è rivelato cordiale, affabile e per nulla freddo come ci si poteva attendere fidandosi dei luoghi comuni sugli scandinavi. In sua compagnia abbiamo ripercorso le tappe del passato e del presente, e tracciato le direttive per il futuro, di una delle migliori band di Svezia.
Una scena svedese? No, non esiste niente del genere, almeno se per scena si intende qualcosa di unito, con contatti stretti fra i suoi esponenti; i gruppi sono indipendenti l’uno dall’altro, pensa che quando lessi una recensione del primo singolo dei Nomads rimasi enormemente meravigliato nell’apprendere che esistevano altri miei connazionali interessata alla stessa musica che suonavo all’epoca. La cosiddetta scena è stata un’ottima invenzione di voi giornalisti, un buon sistema per attirare l’attenzione del mondo su determinate realtà. E chiaro, ci sono rapporti personali fra i componenti di alcune band, ma non c’è nulla di compatto a livello musicale”. Più chiaro di così… Chi avesse dunque in mente la visione idilliaca di una terra promessa del rock’n’roll situata in prossimità del Polo Nord, può abbandonare le sue fantasticherie di sapore romantico. Di sicuro, però, il fascino delle regioni scandinave deve in qualche modo influenzare gli artisti, stimolandone le capacità creative. “Amo l’estate svedese, con le sue giornate lunghissime, e l’inverno svedese, con le sue notti eterne. E poi, all’estremo Nord, il sole di mezzanotte. È un feeling particolare, direi misterioso, il rapporto con la natura è veramente unico. All’epoca degli inizi eravamo soliti provare fuori città, in aperta campagna, e quello che ci circondava è sempre stata una grandissima fonte di ispirazione. Anche per registrare il nostro nuovo album abbiamo deciso di vivere a contatto con la natura, affittando uno studio isolato per trovare la giusta concentrazione”. Ancora una volta, l’ennesima, siamo dunque costretti a tirare in causa l’amore per la terra e le radici, l’attrazione per gli spazi aperti e per la vita semplice, non troppo contaminata da quella triste malattia che i più chiamano progresso. Lo facciamo a ragione, perché nelle canzoni dei Watermelon Men è facile respirare questo tipo di atmosfere, o perlomeno sognarle. “Io e Johan Lundberg, l’altro chitarrista, siamo amici da parecchio tempo e avevamo già suonato assieme in altre band punk e new-wave. Con Erik Illes, il cantante, avevo invece fatto parte dei Rave Ups, una band power pop che non è mai uscita dalla cantina. Il batterista, Erik Westin, era studente nella mia stessa scuola, ma non avevamo molti rapporti, mentre Hans Sacklen, il bassista, è l’unico di noi a non essere originario di Uppsala: viene dal Sud della Svezia, ha anche inciso dischi con altri complessi”.
I Watermelon Men si aggregavano nel 1984 e il loro nome non è un omaggio alla Watermelon Man racchiusa in Miami dei Gun Club. “Sì, ovviamente conoscevamo i Gun Club, ma non c’è attinenza; noi volevamo un nome mistico, al quale la gente non potesse affibbiare subito una etichetta musicale. E poi c’è un riferimento all’Ungheria, che è la terra d’origine mia e di Eric: suo nonno coltivava angurie nel sud del suo paese”. Formata la band, e risolto il problema del nome, Imre e soci si dedicavano alla composizione del repertorio; ben presto registravano un demo con il quale iniziavano a girare per gli uffici delle case discografiche, ottenendo però solo tanti rifiuti e qualche incoraggiamento. “Un giornalista ci consigliò di rivolgerci a Jorgen, il proprietario della Tracks On Wax; non avevamo mai sentito parlare di questa piccola etichetta, né conoscevamo i Wayward Souls che per essa avevano pubblicato il loro singolo di debutto, ma non ci furono problemi: lui impazzì per le nostre canzoni, la prima versione di Back In My Dreams, Is it Love, Your Eyes… Ci propose di incidere un disco e non volle nemmeno ascoltare i nuovi brani, ci disse che qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe di sicuro stata OK”. In breve tempo, nella prima metà del 1985, i Watermelon Men realizzavano così per la Tracks On Wax il 7”EP Blue Village e l’album Past, Present And Future, oltre a partecipare alla raccolta della Amigo A Real Cool Time; dai brani emerge una formazione dalle forti inclinazioni melodiche, abile nello sfruttare i suggerimenti del r’n’r, del country, del blues, del pop. In ogni caso, niente calderoni pacchiani e magari ridondanti, ma un sound abbastanza diretto, lirico e stilisticamente accomunabile a certo rock USA. “Il nostro primo album, in effetti, suona americano, ma il fatto non è dovuto a una scelta; piuttosto, a una questione meramente tecnica, di riverberi, e alla nostra decisione di utilizzare due chitarre molto nitide e pulite. Parecchia gente ci dice anche che siamo un gruppo molto Sixties, ma questa è la logica conseguenza del nostro amore per i suoni naturali degli strumenti. Credo proprio che con una Gretsch, una Rickenbacker, amplficatori Vox, basso Fender, batteria e voce sia assai difficile non far pensare agli anni Sessanta. Comunque, noi abbiamo moltissime influenze e moltissime passioni musicali, anche insospettabili: oltre ai Rolling Stones e agli Yardbirds ci piacciono Van Morrison, Smokey Robinson, Miracles, Phil Spector…”.
Assieme a lievi cadute di tono dovute ad arrangiamenti di dubbio gusto, Past, Present And Future contiene brani di enorme espressività quali Seven Years (che in Gran Bretagna è stata proposta su singolo con l’altrove inedita I’ve Been Told, il cui corpo è “rubato” a Play With Fire), Pretty Days In The Summertime, New Hope For The Lonely, Autumn Girl e Back In My Dreams; il precedente EP, seppure in forma leggermente più acerba, si muove più o meno lungo le stesse direttive, con le chitarre in bella evidenza a ricamare armonie di grande fascino ed incisività. “In realtà i Watermelon Men sono un ensemble di chitarristi, e la stranezza e che i più validi tecnicamente sono il cantante e il batterista”. Pur essendo qualitativamente e attitudinalmente omogeneo, il repertorio del gruppo è caratterizzato da una discreta varietà di temi e atmosfere; questo, probabilmente, perché gli oneri della scrittura sono divisi fra tutti i membri, eccezion fatta per Hans Sacklen. “Non vogliamo un sound troppo uniforme, preferiamo dedicarci all’elaborazione delle migliori intuizioni di ciascuno. I pezzi non nascono collettivamente, almeno in origine, ma si sviluppano dalle idee che ognuno di noi espone agli altri; esse, poi, vengono arricchite di elementi nuovi e gli spunti iniziali vengono spesso rivoluzionati”.
Quasi ignorato in Svezia, Past, Present And Future si faceva invece notare nel Regno Unito e in Germania, e il nome dei Watermelon Men cominciava concretamente ad affermarsi fra i seguaci del roots-rock; il quintetto consolidava poi la sua notorietà grazie a una fitta attività concertistica, che toccava Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Grecia. Un periodo intenso, che nell’arco di qualche mese induceva i musicisti a valutare la prospettiva di un impegno totale nel mondo del rock, prospettiva che troverà concretizzazione pratica all’inizio del l987. In base ai risultati che otterranno con il prossimo album, i Watermelon Men decideranno infatti se divenire definitivamente professionisti o se mantenere occupazioni convenzionali e dedicare alla musica solo una parte del loro tempo. Così, con molto entusiasmo e con un budget consistente (circa trenta milioni di lire), il complesso si chiudeva per diciotto giorni nel migliore studio di Svezia con il co-produttore Clive Gregson (chitarrista e leader degli Any Trouble), sorprendentemente preferito a Rob Younger. “Stimiamo Rob Younger ed il suo lavoro, ma sinceramente pensavamo non fosse adatto per il tipo di suono che volevamo costruire in questo album; Younger tende a un sound piuttosto uniforme, mentre noi puntavamo a qualcosa di vario e policromo”. Questione di gusti. Personalmente, pur non sapendo quanto le scelte di Gregson abbiano influito sul risultato finale, non mi sento di approvare la decisione del gruppo svedese: Wildflowers, il 33 giri che vedrà la luce verso la fine di gennaio, non presenta infatti la brillantezza e il feeling del debutto, orientandosi verso un suono “molle” e spesso troppo arrangiato. “Il nuovo LP è molto diverso dal precedente, è più vicino al pop; abbiamo cercato anche di aggiungere qualcosa di soul, non nel senso stretto di black music ma in quello più generico di anima, e abbiamo curato maggiormente il lavoro in sala. Ora pensiamo sia meglio usare le corde piuttosto che alzare il volume alle chitarre, e quindi le canzoni hanno un aspetto molto differente da quelle dei vecchi dischi: sono più levigate, meno di impatto immediato, ma secondo noi anche più profonde ed intense”.
Wildflowers, è innegabile, non ha quasi nulla in comune con Past, Present And Future, a parte la voce sempre splendida di Erik Illes; i pezzi, quasi tutti scritti dal cantante, mostrano una notevole inclinazione verso schemi soffici e avvolgenti, ma anche – purtroppo – melensi nella loro sovrabbondanza di violini e nelle loro trame morbide. Non mancano, comunque, le eccezioni, costituite da Postcard View (dai marcati accenti country), Pictures Of Good Times (probabilmente la più ammaliante fra le numerose ballate del disco) e Heading For The Woods, altra ballad che mi sentirei di definire come il capolavoro della scaletta; il resto lascia invece adito a più di una perplessità, dai discutibilissimi fiati di Empty Smile alla vuota retorica di In Another World, dalla prevedíbilità di True Confession e Smalltown Revolution alla mielosità di Pouring Rain. Si poteva, insomma, pretendere qualcosa di più, ma per un giudizio definitivo preferiamo attendere il momento in cui il vinile sarà nelle nostre mani. Solo allora, dopo ripetuti e attenti ascolti, saremo in grado di dire se i Watermelon Men meriteranno ancora il nostro incondizionato appoggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.108 del gennaio 1987

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City Kids (1985-1987)

In un lontanissimo giorno del 1985 ricevetti dalla Closer, rinomata etichetta francese dell’epoca, un mini-LP dei City Kids, band d’oltralpe che non ricordavo di aver mai sentito nominare. Fu amore al primo ascolto, disturbato solo dalla rivelazione che i ragazzi avevano in precedenza pubblicato un altro mini in tiratura limitata e numerata che temevo di dover inseguire per chissa quanto e pagare a caro prezzo (nel 1985 mica c’erano eBay, Discogs, Amazon e i negozi on line, e certi vinili non particolarmente propagandati erano tutt’altro che facili da trovare). Recensii comunque il nuovo disco e mesi dopo andai ad Arezzo per assistere a un concerto del gruppo, realizzando anche l’intervista che ho qui recuperato (abbastanza nozionistica, ma al tempo era fondamentale raccogliere e divulgare informazioni che non esistevano o quasi). Un anno dopo, il quartetto avrebbe inciso a Firenze – con la produzione questa volta reale di Rob Younger, che feci in modo di incontrare e intervistare (come si può leggere qui) – il suo primo LP, di cui ancora più in basso ripropongo la mia recensione; sarebbero poi arrivati altri due album, nel 1989 una sorta di antologia intitolata 1000 Soldiers (della quale sono certo di aver scritto, ma in archivio non trovo riscontri) e nel 1993 Third Life (del quale, lo ammetto, nemmeno mi accorsi).
Non c’è alcun dubbio che se fossero americani o australiani i City Kids godrebbero di maggiore notorietà e di maggior considerazione da parte della stampa; invece, francesi di Le Havre, devono per ora accontentarsi di un piccolo culto in patria e della risposta entusiastica degli spettatori occasionalmente accorsi ai loro concerti. Forti di un notevole dinamismo on stage e animati da una ferrea volontà di emergere, i quattro transalpini tentano ostinatamente la via del successo, rifiutando di star seduti ad attendere la manna dal cielo e impegnandosi concretamente per catturare l’attenzione di critica, pubblico e mezzi di informazione attraverso una fitta attività live in Europa e un ottimo livello qualitativo delle realizzazioni discografiche. In più, hanno un produttore d’eccezione: Rob Younger, già frontman di Radio Birdman e Visitors, che dalla lontana Australia coordina le operazioni. Insomma, per farla breve, i City Kids hanno qualcosa in più rispetto ad analoghe formazioni underground; e poi, prescindendo dalla ioro abilità, non cercano di nascondere la loro grande competenza nel campo del nuovo rock (conoscono centinaia di formazioni minori, soprattutto americane e australiane) e dichiarano candidamente di ascoltare moltissima musica per trarre da essa i migliori insegnamenti. Il che è sufficiente per renderli ancor più simpatici. Continua a leggere

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The Slickee Boys (1976-1984)

Questa volta il recupero dagli archivi è la monografia che quasi trentaquattro anni fa dedicai a uno di quei gruppi adorabili che non riescono a ottenere ampi consensi ma che sanno come colpire gli appassionati. Benché l’abbia ripulito dai refusi e sfrondato di qualche legnosità, il pezzo rimane stilisticamente pesante oltre che didascalico come i tempi in fondo imponevano (su certi artisti e dischi era arduo reperire informazioni e pertanto, avendole, era doveroso riportarle), ma rimane un reperto prezioso. La band avrebbe poi pubblicato altri due album di studio, Uh Oh… No Breaks (1985) e Fashionably Late (1988), che probabilmente avrò recensito in tempo reale (vedrò di farle saltar fuori, se esistono), e due dal vivo (Live At Last, 1989, e A Postcard From The Day, 2006, quest’ultimo con nastri del 1980-1982); non è insomma poi rimasta a lungo come auspicavo, ma così va il mondo. Cybernetic Dreams Of Pi, presente anche nella mia playlist del 1983, resta in ogni caso un disco di rara godibilità, andatevelo ad ascoltare su YouTube (sy Spotify non c’è).
Benché nati nell’anno di grazia 1976, e nonostante il numero piuttosto alto di dischi immessi sul mercato, gli Slickee Boys non hanno mai goduto di particolari attenzioni da parte di critica e pubblico. La loro scoperta è infatti avvenuta soltanto allìinizio di quest’anno, grazie alla popolarità recentemente conquistata dal sound di derivazione Sixties e grazie all’innegabile bellezza dell’album Cybernetic Dreams Of Pi. Gli Slickee Boys non sono, dunque, furbastri che cercano di ottenere consensi proponendo la musica underground oggi maggiormente apprezzata: la loro carriera è stata sempre indissolubilmente legata al r’n’r, ed è perciò doveroso da parte nostra, vista la loro perenne dedizione alla nobile causa. fornirvi qualche informazione in più sulla loro misconosciuta ma interessante attività. Continua a leggere

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Ricordando gli N.N.

Il mio percorso professionale abbonda di artisti (italiani, in questo caso) scoperti – e spesso recensiti – ancor prima dell’esordio discografico e “accompagnati” nel prosieguo di carriera. Di norma, quelli sui quali mi sbilancio raccolgono consensi di massa o di culto, o comunque in qualche maniera “rimangono”; ci sono inoltre le eccezioni che confermano la regola, ovvero quelli che vanno avanti anche per decenni ma con un sostegno di pubblico esiguo e quelli che, invece, si dissolvono per le ragioni più diverse dopo uno/due album. La band qui ricordata non c’è nemmeno arrivata, all’album; la sua produzione è limitata a un mini-CD con sei brani edito più di ventidue anni fa dalla IRA DC, tentativo coraggioso ma purtroppo rapidamente abortito di rilanciare la gloriosa etichetta che negli anni ’80 aveva imposto i Litfiba, i Diaframma, i Moda (senza accento; erano il gruppo di Andrea Chimenti) e i Violet Eves di Nicoletta Magalotti.
Li avevo conosciuti quando, giovanissimi, operavano con il discutibile nome Skits & Roll. Li avevo amati da subito, non avevo lesinato in suggerimenti credo utili e alla fine li avevo presentati ad Alberto Pirelli, storico produttore dei Litfiba nonché titolare della label; lui aveva condiviso il mio entusiasmo e li aveva indotti a trasferirsi a Firenze per poterli seguire al meglio. Il mini-CD di assaggio venne fuori una piccola meraviglia e più avanti i ragazzi incisero altro materiale rimasto però inedito; nacquero scazzi tra loro e Pirelli, dei quali ricordo solo la pesantezza, e alla fine gli N.N. – si erano ribattezzati così – si sciolsero per sempre. In loro memoria, ecco alcune testimonianze del mio appoggio al progetto: la recensione del demo degli Skits & Roll, un articolino dal taglio molto personale (e “de core”) e la recensione del disco, tra l’altro finito nella mia playlist del 1995 benché fosse un “mini”. Disco che, pur essendo fuori catalogo, è ancora reperibile con facilità e a prezzi ridicoli; chi lo acquisterà, magari dopo averne ascoltato le tracce su YouTube (ci sono tutte, mi sembra), farà secondo me un buon affare. Continua a leggere

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Trax, 1981-1987

Negli anni ’80 mi fece molto piacere seguire nel dettaglio l’avventura della Trax, curiosa organizzazione allestita dal compianto Piermario Ciani, Vittore Baroni e (quasi subito) Massimo Giacon. Di cosa si trattasse è spiegato nelle righe che seguono e dunque non mi ripeto: mi limiterò a dire che questi (allora) ragazzi operavano con filosofia da Internet quando il Web era solo nei libri di fantascienza. Approfitto però della pubblicazione del doppio vinile antologico Trax Test (Excerpts From The Modular Network 1981-1987) da parte dalla Ecstatic Recordings di Londra (la prima tiratura di cinquecento esemplari è già esaurita, ma si attende una ristampa) per recuperare dai sacri archivi una monografia che scrissi in occasione della chiusura del progetto e le recensioni d’epoca dei dischi in vinile. Pochi, perché la Trax produceva soprattutto cassette.
“All For Art and Art For All”, tutto per arte e arte per tutti: basterebbe forse questa semplice locuzione a sintetizzare la filosofia della Trax, anomalo microcosmo produttivo’ operante nel campo della musica, delle immagini e della parola scritta che per sei anni si è mosso con notevole vivacità ed encomiabile coerenza delineando “tracce” (trax, appunto) e percorsi di cultura sotterranea. Con Last Trax, lussuoso libretto + 7” EP questa singolare organizzazione ha deciso di chiudere i battenti, e anche il sottotitolo del lavoro (Resoconto finale del progetto Trax) non lascia adito a dubbi sul fermo intento dei suoi responsabili di sospendere l’attività; questo breve articolo, però, non va inteso come la solita celebrazione postuma, la solita querula commemorazione, il solito commento critico-infonnativo infarcito di vuota retorica; pur se estinta come organismo “ufficiale”, infatti, la Trax continua a essere – attraverso le policrome intuizioni creative dei suoi singoli adepti – una realtà del tutto efficiente, dalla quale è realistico attendersi sempre nuove sorprese. Alla base di questa operazione giornalistica c’è dunque solo il desiderio di offrire al lettore una sorta di prontuario che serva da sprone alla conoscenza di un qualcosa di imprevedibile e stimolante, di cui ben pochi – o, almeno, è lecito credere – avrebbero potuto sospettare l’esistenza. Perché, al di là di qualunque considerazione artistica, quelli della Trax mi sono da sempre maledettamente simpatici, con le loro teorie sulla libertà di espressione e sulla sua indipendenza da questioni meramente speculative. In un mondo concreto fino al più ributtante cinismo, è bello avere ancora la possibilità di credere nella vittoria dell’Utopia. Continua a leggere

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Rage Against The Machine

Dopo l’intervista a Tom Morello che si può leggere qui, realizzata nel 1999, ecco la miglior selezione possibile di quanto ho scritto in tempo reale dei Rage Against The Machine, una delle band-cardine degli anni ’90. Nell’ordine: recensione dell’esordio, breve retrospettiva dell’epoca del terzo album che accompagnava un’intervista non mia, recensioni del terzo e quarto album nonché di un live postumo. Mancano i commenti d’epoca alla seconda prova (Evil Empire) e ad altri DVD in concerto, ma direi che ci si può accontentare. Degli Audioslave si può leggere qui, dei dischi solistici di Tom Morello, invece, qui.

Rage Against The Machine
(Epic)
Siamo ormai arrivati al crossover dei crossover. Alla sintesi delle sintesi. All’abbattimento dei confini di genere, insomma, per l’edificazione di un sound la cui “novità” non è inficiata dall’evidenza dei suoi elementi costitutivi. E siamo arrivati anche al punto in cui le etichette, così comode per selezionare a priori i dischi da recensire/acquistare, possono divenire talmente ampie da essere, di fatto, inutili. Continua a leggere

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Lino e i Mistoterital

Sinceramente, non pensavo proprio che nel mio archivio di testi potesse esserci qualcosa in grado di stupirmi, ma mi sono dovuto ricredere. Una volta trovato questo articolo, dell’esistenza del quale avevo un vago ricordo, l’ho letto e… non mi sono riconosciuto. Cioè, mi sono riconosciuto in parte, e riflettendoci mi è parso di riconoscere nell’altra parte un Eddy Cilìa meno sofisticato (nel senso migliore del termine, eh) dei suoi abituali standard. Eppure, l’articolo era firmato da me e solo da me, e non essendo mai stato – a differenza di vari colleghi anche molto illustri – uno di quelli che mette il proprio nome sotto un testo del quale non è autore, non sapevo davvero spiegarmelo. Ho allora scritto a Eddy, chiedendogli lumi e ricevendo come risposta un “ottimo articolo, che problema c’è?”; la mia ulteriore replica è stata “problema nessuno, ma a me pare più tuo che mio, non è che l’abbiamo fatto a quattro mani ed è saltata la tua firma o roba del genere?”. Eddy ha così compiuto delle ricerche nel suo archivio di quasi vent’anni fa, trovandovi una stesura parzialmente diversa del pezzo in questione. Sentendoci a voce, siamo quindi arrivati alla spiegazione che segue, senz’altro plausibile ma, appunto, ricostruita colmando secondo logica i “buchi” nelle nostre memorie, un po’ come gli scienziati di Jurassic Park che sostituivano con DNA di rospo le sezioni mancanti del DNA dei dinosauri. Questa la sequenza: avevo programmato un articolo sui Lino e i Mistoterital; non facevo in tempo a dedicarmici a dovere; ho chiesto a lui, l’unico che conoscessi ferrato quanto me (se non di più) sull’argomento, se avesse voglia di buttarmi giù, al volo, una traccia; lui, che di natura è perfezionista persino più di me, me ne ha inviata una fatta benissimo; io sono intervenuto un tot sulla traccia in questione e l’ho pubblicata solo a mio nome perché lui non era ancora rientrato al Mucchio e inserire sul giornale un articolo con la sua firma avrebbe potuto turbare la direzione, viste le burrascose modalità di interruzione del rapporto di un decennio prima. Conoscendoni, è probabile che abbia valutato l’idea di utilizzare uno pseudonimo di fantasia, ma che l’abbia poi esclusa ritenendo che un nome ignoto avrebbe sottratto interesse/autorevolezza al lavoro. Lo so, ho scritto un pippone terrificante, ma tutta la vicenda fa ridere e sono certo che farà ridere anche molti dei miei/nostri più affezionati lettori.
Comunque sia, c’è una ragione precisa per la quale ho voluto riesumare questa retrospettiva di diciotto anni fa a proposito di una band italiana della quale mi ero occupato pure in tempo reale; la ragione è che da qualche mese è disponibile, con il marchio Again, il CD Fischi per nastri: demoz y rarez, contenente ben ventitré brani estratti, appunto, dalle cassette del gruppo, e direi che non è necessario aggiungere altro. Per la cronaca, i due album d’epoca, il primo uscito in formato LP e cassetta e il secondo in LP e CD, non sono mai stati ristampati, ma le edizioni originali sono di norma reperibili a cifre oneste.

Visto il nome con cui decisero di battezzarsi la cosa suona un po’ come una battuta, ma è vero: Lino e i Mistoterital avevano la stoffa dei campioni. E fra un sorriso e una risata di gusto, riascoltando i due album che documentano la storia del gruppo (assieme ad alcuni demo conosciuti e apprezzati solo dai fan della primissima ora), è difficile non avvertire un po’ di tristezza: sembra impossibile, infatti, che queste due dozzine scarse di canzoni non siano diventate famose, e con esse coloro che le interpretarono. L’anello mancante fra gli Skiantos e gli Elio e le Storie Tese, nientemeno, nonché uno dei migliori esempi di beat non revivalistico dello scorso decennio. Continua a leggere

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Warrior Soul (1990-2000)

Ho scoperto i Warrior Soul già con il primo disco, nel 1990, ma l’amore è scoccato con il secondo, scolpito nella mia playlist di quell’irripetibile 1991, del quale nell’aprile di quest’anno avevo riproposto una delle mie due recensioni d’epoca (l’altra era uscita su AudioReview). Ho pensato che potesse essere una buona idea, invece di aggiungere un nuovo post, recuperare quello di cui sopra, arricchendolo con le mie recensioni di tutti gli altri album della band americana (compresi i due degli Space Age Cowboys) e con una breve ma esauriente retrospettiva scritta a corredo della mia seconda intervista al leader Kory Clarke (che magari un giorno riesumerò; la prima, realizzata in occasione del terzo album Salutations From The Ghetto Nation, è qui). Mi dispiace davvero tanto che il gruppo non abbia ottenuto consensi plebiscitari, ma così va il mondo.

Warrior Soul, 1990-2000
L’avventura dei Warrior Soul inizia sul finire degli anni ‘80 a New York per iniziativa di Kory Clarke, cantante e performer con alle spalle esperienze come batterista in alcune formazioni underground della natia Detroit (si ricordano in particolare gli L7 – nessuna relazione con le omonime californiane – e i Trial). Assestato l’organico con gli innesti di John Ricco (chitarra), Pete McClanahan (basso) e Paul Ferguson (ex Killing Joke, batteria), l’ensemble avvia una convincente attività live che dopo pochissime esibizioni – si dice appena cinque – porta alla firma del contratto con la David Geffen Company. Continua a leggere

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Tracy Chapman (1988)

Possibile che chi al tempo non c’era penserà “Tracy… chi?”, ma fidatevi: quando questo disco vide la luce, nel lontano 1988, se ne parlò tantissimo, e per parecchio il nome della Chapman rimase molto gettonato. Essendo un album anche ben suonante, nei primi anni Novanta lo trattai in “Audiophile Recordings”, la rubrica di “AudioReview” che contemplava un’analisi di taglio tecnico oltre che storico-artistico; è l’ultimo recupero della miniserie di cinque, dopo quelli di Ozric Tentacles (Erpland), XTC (English Settlement), This Mortal Coil (Filigree & Shadow) e Kraftwerk (The Mix).

chapman-copTracy Chapman
(Elektra)
Appartiene al novero degli esordi che hanno fatto epoca, l’omonimo esordio di Tracy Chapman, per le sue peraltro rimarchevoli qualità intrinseche e per essere stato venduto in ben cinque milioni di esemplari; un risultato sulla carta impensabile per l’allora ventiquattrenne cantautrice di colore, il cui repertorio elettroacustico di matrice squisitamente folk non si distaccava certo da quelli di centinaia di altre interpreti che da anni battevano senza grande successo i club statunitensi. Merito delle ispiratissime canzoni, tanto leggiadre nelle loro asciutte linee melodiche quanto spesso pungenti nei testi? Della splendida voce, grave nella timbrica ma anche estremamente duttile? Dell’immagine schietta, così lontana dagli stereotipi anni ‘80 della star al femminile? Della campagna pubblicitaria allestita per il disco, indicativa della cieca fiducia dei responsabili della Elektra nella loro scoperta? Di sicuro di tutti questi elementi, combinati assieme con un dosaggio casuale e dunque irripetibile; e chi pensava che nel ventesimo secolo non ci fosse spazio per le favole (a lieto fine, è ovvio) non ha potuto far altro che ricredersi. Continua a leggere

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This Mortal Coil

A seguire Ozric Tentacles, Kraftwerk e XTC, ecco un nuovo recupero della serie “Audiophile Recordings”, nella quale più o meno venticinque anni fa proponevo agli audiofili ascolti di buona qualità anche tecnica “alternativi” ai soliti titoli da cultori dell’Hi-Fi. Una buona occasione per piazzare qui nel blog un articolo sintetico ma esaustivo sul magnifico progetto This Mortal Coil.

this-mortal-coil-copFiligree & Shadow (4AD)
Più che un gruppo convenzionale, una sigla sotto la quale raccogliere una serie di (più o meno) estemporanee esperienze musicali all’insegna della collaborazione e dello scambio: un ensemble aperto, insomma, nel quale l’incontro delle varie personalità avveniva in modo quanto più possibile spontaneo, con risultati sorprendentemente omogenei sia in termini di “messaggio” che di strutture. Continua a leggere

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XTC

Continuano i recuperi dalle rubriche che un quarto di secolo fa (mese più, mese meno) ho dedicato a dischi che di norma non sono presi in considerazione dalla platea audiofila. Pur consapevole di correre qualche rischio, provavo ad allargare gli orizzonti dei lettori di AudioReview, ottenendo anche – ho avuto, in merito, alcuni riscontri – qualche risultato. Dopo Ozric Tentacles e Kraftwerk, questo è il terzo capitolo della breve serie, resa riconoscibile dai commenti tecnici e dalla citazione dell’impianto con il quale veniva effettuato l’ascolto.

xtc-copEnglish Settlement
(Virgin)

Non è magari il capolavoro assoluto degli XTC, English Settlement, anche se in un eventuale sondaggio tra i fan raccoglierebbe di sicuro un congruo numero di nomination. Non è neppure quello che più di ogni altro brilla per pregi di registrazione. quello baciato dal maggior successo o quello più adatto a fungere da riassunto degli oltre quindici anni di carriera dell’ensemble di Swindon; e non è neanche l’unico in mio possesso, o il solo a far parte dello stock del mio pusher di fiducia al momento di scrivere questa rubrica. Perché, allora, è proprio “lui” – massì, conferiamogli pure dignità umana – a fare bella mostra di sé in “Audiophile Recording” e non un altro dei dieci album (antologie e dischi sotto pseudonimo esclusi) della band britannica? Continua a leggere

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Hüsker Dü

Oltre tre decenni fa, con tutto l’ardore e l’ingenuità dei miei ventisei anni, scrissi questa monografia su una delle band-cardine degli anni ’80, almeno per gli appassionati e i cultori di faccende davvero rock. Una mezza rottura di palle imposta dall’obbligo di fornire dati altrimenti difficili da reperire e “spiegare” dischi che potevano essere acquistati quasi solo ascoltandoli, con l’impossibilità di divagare su altre questioni a causa degli spazi stretti imposti dalle poche pagine. Andava benissimo così e non solo non rinnego nulla ma, anzi, rivendico con orgoglio il mio impegno per propagandare, su un giornale di indole “tradizionalista” com’era il Mucchio di allora, musiche nuove e alternative. E sorrido nel rileggere l’involontaria “gufata” (doppia: a ben vedere, ce n’è una pure nella citazione del Bianchini usata in chiusura), dato che dopo questo articolo gli Hüsker Dü realizzarono un unico altro album (Warehouse: Songs And Stories; ne recupererò prima o poi la recensione) e optarono con sommo dispiacere di tutti per il definito “rompete le righe”.
husker-du-fotoIl senso della trasgressione
Alla voce “trasgredire”, il dizionario riporta una semplice definizione: “non osservare e rispettare i limiti, gli ordini, i comandi, gli obblighi”. Non si rischiano smentite affermando che il termine ben si addice a una band che, in sette anni di carriera, ha infranto parecchie delle più consolidate regole del music-business, pubblicando sette album (di cui uno doppio) e solo quattro singoli e un 12”, proponendo come prima prova a 33 giri un LP dal vivo, rifiutando qualsiasi sofisticheria di look e strappando alla Warner Bros un contratto che la lascia assolutamente libera di seguire la propria strada senza imposizioni di carattere commerciale. Molti altri, comunque, sono gli elementi che rendono gli Hüsker Dü un gruppo assolutamente unico. Continua a leggere

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La Sub Pop pre-Nirvana

Per il n.13 del Mucchio Extra, con copertina a Kurt Cobain, scrissi un lungo articolo sui Nirvana. Fra i “boxini” di approfondimento che lo corredavano c’era anche questo dedicato ai primi passi della Sub Pop Records. Mi sembra sensato riproporlo qui.
sub-pop-logoDato che la Sub Pop ha conquistato una seria notorietà nel 1989/1990, cioè quando il mondo ha iniziato ad accorgersi dei Nirvana, a livello di automatismi mentali sono in parecchi ad associare in modo scorretto etichetta e gruppo, reputando la loro nascite contemporanee e attribuendo al secondo tutti i meriti del successo della prima. In realtà le cose sono molto diverse: la Sub Pop fa infatti la sua comparsa addirittura nel 1979, quando il giovane Bruce Pavitt fonda a Olympia – la Capitale dello Stato di Washington – la fanzine “Subterranean Pop”. Dapprima fotocopiata e poi via via più professionale, la rivistina – dedicata logicamente al panorama musicale underground – abbrevia la sua testata nel 1980 con il n.3, per cessare le pubblicazioni nel 1983 dopo sei uscite cartacee e tre compilation in formato cassetta (con brani di artisti alternativi di ogni dove) tutte rigorosamente numerate dall’1 al 9; quell’anno, con il trasferimento a Seattle, l’intraprendente Pavitt battezza quindi Sub Pop prima una rubrica di recensioni sul giornale “Rocket” e più avanti anche un programma della radio KCMU, entrambi consacrati alla propaganda di musica poco nota. Continua a leggere

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Kraftwerk

Dopo quello degli Ozric Tentacles di un mesetto fa, ecco un secondo recupero dalla breve serie di dischi “atipici” che nei primi anni ’90 ho consigliato al pubblico audiofilo – da qui il taglio strano dell’articolo, con tanto di citazione degli apparecchi utilizzati – per testare in modo diverso dal solito gli impianti Hi-Fi.

kraftwerk-copThe Mix (EMI)
Molta acqua è passata sotto i ponti da quando i Kraftwerk iniziarono a codificare in suoni le immagini di un futuro che il progresso ha oggi reso per parecchi versi presente: per la precisione, tutta l’acqua che il grande fiume del rock ha portato a valle in ventidue anni – se si vuole fissare come punto di partenza il loro omonimo primo album del 1971, fedele come il suo diretto successore ai dettami dell’avanguardia colta – o “soltanto” quattro lustri se si sceglie di avviare il calcolo da quel Ralf & Florian che annunciò senza mezze misure il proposito dell’ensemble di Düsseldorf di indirizzare la propria ricerca elettronica verso schemi più facilmente fruibili. Una metamorfosi che ha condotto a risultati eclatanti in termini sia artistici che commerciali, tanto da rendere doveroso l’inserimento dell’atipica «creatura» di Ralf Hutter e Florian Schneider nel novero delle band-cardine della storia della musica moderna. Continua a leggere

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La rivoluzione di Nevermind

nevermind-copScrissi questo pezzo celebrativo del più famoso album dei Nirvana in occasione del suo ventennale, AD 2011. Intanto siamo arrivati al quarto di secolo e direi che tutto è ancora valido, no? Altro sulla band qui e qui.

Non importa?
C’è un famoso documentario del 1992 che all’epoca fu diffuso in VHS e che ora è finalmente in procinto di uscire in DVD con l’aggiunta di materiale in origine escluso per ragioni di durata. Diretto da Dave Markey, non ha nulla di sofisticato e si limita ad assemblare – con grande efficacia – filmati dal vivo e “dietro le quinte”, colti in estate durante alcuni festival europei, di Sonic Youth, Nirvana, Dinosaur Jr., Babes In Toyland e Gumball, più colleghi di passaggio come Ramones, Mudhoney e Courtney Love. Il titolo è 1991: The Year Punk Broke e, in qualsiasi modo si voglia tradurre “broke”, il messaggio trasmesso chiaro e forte grazie alla parolina magica “punk” – usata in senso molto più attitudinale che stilistico – è che quell’ormai lontanissimo 1991 fu, per il rock e il suo mondo, un anno davvero importante. Rivoluzionario, magari non quanto il mitico 1977 – che poi, volendo fare gli snob, sarebbe il 1976… – ma per altri versi persino di più. C’entrano i Nirvana, ovvio. E Smells Like Teen Spirit, e Nevermind. Ma anche altro. Continua a leggere

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Ozric Tentacles

Dunque, dunque… agli inizi dei ’90, l’allora direttore ed editore di AudioReview, l’ing. Paolo Nuti, volle affidarmi la stesura di articoli/recensioni relativi a componenti Hi-Fi. Più che le mie competenze strettamente tecniche, non da esperto ma comunque accettabili (i miei scritti venivano in ogni caso esaminati da chi di dovere, per individuarne le eventuali criticità), serviva il mio stile, parecchio più vivace della media di coloro che di norma si occupavano di vagliare/commentare le prestazioni di amplificatori, casse, testine, lettori CD e quant’altro. Lo feci per un annetto divertendomi molto, soprattutto perché il lavoro faceva sì che il mio studio fosse pieno di apparecchi straordinari “in prova” per settimane, se non mesi; in seguito, un po’ perché preso da altre questioni professionali (e non), e un po’ per l’ansia di essere documentato molto più di quanto facessi prima per semplice diletto, decisi di smettere.
Assieme ai pezzi sulle “macchine”, in quel periodo misi pure in fila una mezza dozzina di brevi schede a proposito di album di area “alternativa” – diciamo così – secondo me indicati per testare gli impianti, in aggiunta ai soliti titoli di musica classica e jazz; insomma, mi piaceva l’idea di far conoscere ai cultori del “buon ascolto” anche dischi atipici, e benché mi rendessi conto che rispetto ai canoni si trattasse di una forzatura (perché, per gli audiofili, il concetto di “suonare bene” è spesso troppo dogmatico), andai avanti per la mia strada. Il lungo preambolo che si siete appena sorbiti serviva a spiegare perché il taglio di questo articolo, e di qualcun altro che prima o poi proporrò, può sembrare “strano”.

ozric-tentacles-copErpland (Dovetail)
Gli Ozric Tentacles sono oggi una band di culto tra le più accreditate della scena underground britannica, una band che nel breve volgere di tre anni ha visto un considerevole incremento della sua popolarità grazie al “revival” del rock progressivo che ha investito un po’ tutta l’Europa. Attenzione, però: catalogarli semplicisticamente come “prog” sarebbe quasi un oltraggio alla creatività dei musicisti, visto come l’ascolto qualunque loro lavoro evidenzi, oltre ai saldi legami con le tradizioni Seventies. anche l’intento di spingersi al di là di essi, in una ricerca di “suono totale” nient’affatto condizionata da barriere di stile. Dimenticate pertanto il “progressive” inteso come sterile e pomposo sfoggio di sofismi strumentali e ricollegatevi al significato più genuino del termine: vi ritroverete nel mondo allucinato e imprevedibile di gruppi fra i più geniali che la storia del rock ricordi – dai bizzarri Gong di Daevid Allen agli spaziali Hawkwind, fino agli esoterici Amon Düül II – nel quale la libertà di espressione, quasi sempre agevolata dall’uso più o meno massiccio di additivi naturali e chimici, costituisce la base di partenza per avventure “fuori dal tempo e dallo spazio”. Continua a leggere

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Arctic Monkeys (2003-2006)

Il 5 settembre di dieci anni fa, gli Arctic Monkeys vinsero il Mercury Prize per il loro album d’esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, pubblicato alcuni mesi prima sempre nel 2006. L’ambito premio non era però ancora arrivato quando decisi di pubblicare su Extra questa breve monografia della band, nell’ambito della rubrica iniziale dedicata ai nuovi talenti; un articolo molto atipico per me, essendo frutto di un lavoro a quattro mani – attraverso ripetuti scambi di mail – con Federica Furlotti, un’amica che lavorava nella musica a Londra e che, quindi, aveva più di me il polso dell’atmosfera elettrica che al tempo circondava Alex Turner e compagni. In passato non avevo mai scritto del gruppo britannico ma l’avrei fatto spesso dopo, recensendo vari dischi (vedere, ad esempio, qui) e intervistando lo stesso Turner (benché a proposito del suo progetto parallelo Last Shadow Puppets); e pure la scheda di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not contenuta nel libro dei 1000 Dischi della Giunti è opera mia.
Arctic Monkeys fotoAvremmo potuto introdurre il nostro excursus su quella che al momento è la più popolare nuova band britannica con un titolo ingombrante come “The great r’n’r swindle?”. Un riferimento esplicito a quei Sex Pistols con la cui vicenda non mancano a ben vedere affinità – successo costruito dal basso e grazie all’attività live, hype a-go-go, dichiarazioni ad effetto, interpretazioni erronee da parte di pubblico e media, grande attesa per il primo album – ma con alla fine un punto interrogativo che lascia il dubbio… dato che sono gli stessi Arctic Monkeys a ricordare per primi che “Whatever people say i am, that’s what i’m not”. Quanti hanno giudicato esagerato il clamore che ha accolto l’ultima next big thing d’Oltremanica, ormai non più next ma solo big, provi dunque a dimenticare il chiacchiericcio e ad ascoltare la musica del quartetto con nuove orecchie…. prestando attenzione alle parole che seguono, perché quella qui raccontata è la vera storia dietro all’album che ha venduto di più nel più breve tempo nella lunga epopea delle classifiche del Regno Unito. Continua a leggere

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