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Guccini 80

Le canzoni di Francesco Guccini mi hanno accompagnato per tutta la mia vita di appassionato, e non a caso se questo mio blog si chiama così è a causa dell’album di congedo del Maestro emiliano. Per i suoi ottant’anni ho così riesumato il primo capitolo di un lunghissimo articolo biografico che avevo scritto per il Mucchio Extra, realizzato dopo l’intero pomeriggio che avevo trascorso con lui, al mitico indirizzo di Via Paolo Fabbri 43, a parlare della sua carriera. È uno dei miei ricordi più intensi, ed ero talmente preso dalla situazione che, al momento di andar via. mi dimenticai di chiedere all’omone – che fu pazientissimo, a dispetto della sua nomea di burbero – una fotografia assieme. Non l’ho poi mai scattata, quella foto che tanto avrei desiderato, ma mi consolo pensando che quattro ore e mezza di fitto colloquio immortalate su audiocassetta valgono più di uno scatto.
Auguri, Burattinaio di parole, e grazie di tutto. Per davvero.
La stagione del folk beat
(dagli esordi a L’isola non trovata)

Quando son nato io / pesavo sei chili/
avevo spalle da uomo / e mani grandi come badili“.
Da Milano (Poveri bimbi di), 1981

Un’esagerazione? Senza dubbio. Però, di fronte alla storica foto del 1958 che ritrae un diciottenne Francesco Guccini in versione filo-Presley, ci si potrebbe quasi credere, vista la sproporzione tra le dimensioni della chitarra – tenuta a tracolla con lo spago – e il ragazzo che la sta suonando con evidente trasporto. Chissà quale canzone stava intonando, il giovane Francesco, senza avere la più pallida idea di quel che il destino aveva in serbo per lui.

La mia formazione musicale è stata molto naturale e molto casuale, nella mia famiglia non c’erano particolari tradizioni; mia madre amava cantare, è vero, ma i miei ricordi sono tutti legati a quello che si sentiva alla radio. Da adolescente, comunque, ascoltavo parecchia musica, anche con i pochi mezzi a mia disposizione; io, tra l’altro, non possedevo il giradischi, ma per fortuna parecchi amici ne erano forniti. A casa non mancava nulla di essenziale, ma non giravano moltissimi soldi: quindi, mi dovevo arrangiare”.

All’epoca, la vita di Guccini si svolge tra la natìa Modena e il mulino di Pàvana, abitazione dei nonni paterni con la quale permane ancor oggi un sentimento di amore morboso: saranno i cinque anni lì trascorsi in tenerissima età mentre il padre Ferruccio è lontano, prima in guerra e poi prigioniero in Germania; sarà perché sempre lì, grazie ai soldati dell’esercito di liberazione, ebbe i suoi primi contatti con quel “mito americano” che nel bene e nel male lascerà su di lui un profondo segno; sarà per il cattivo rapporto con una Modena mai apprezzata (e molto impietosamente dipinta in Piccola città), ma Pàvana è per Francesco il luogo delle radici, quello dove ritornare quando occorre “capire l’anima che hai”. È però nel tanto vituperato “bastardo posto” che il Nostro muove un passo che risulterà decisivo.

Nella seconda metà dei ’50, un film rock’n’roll diede a me e ai miei amici l’idea di fondare un complesso, come si diceva allora. Io, che suonavo già l’armonica, scelsi lo strumento più avvicinabile sotto il profilo economico, la chitarra: mia nonna me ne fece costruire una da un falegname di Porretta Terme e fin dal primo giorno che l’ho avuta in mano, durante l’estate, mi ci sono messo su con passione e impegno, e dopo poche settimane me la cavavo già benino. Da ragazzo ascoltavo jazz, prima il dixieland tradizionale e poi quello più sofisticato, ma era troppo difficile da eseguire. L’arrivo del rock’n’roll -sia quello grintoso di Little Richard, Elvis Presley e Gene Vincent, sia quello più melodico, ad esempio, dei Platters – cambiò tutto: era la musica adatta per noi, semplice sotto il profilo tecnico e perfetta per far colpo sulle ragazze. Scattò il desiderio di emulazione. In città ci si conosceva tutti, si sapeva chi suonava e chi no… Ci si ritrovava alle feste studentesche… ma non era una cosa professionale, era solo un gioco. Nel gruppo c’erano Pier Farri, mio futuro produttore, e Victor Sogliani, che sarebbe poi entrato nell’Equipe 84”.

Il gioco si fa più serio nel 1961 quando Francesco, dopo una breve esperienza come istitutore in un collegio di Pesaro, è impiegato come cronista alla Gazzetta dell’Emilia; galeotto è l’amico Alfio Cantarella, in seguito batterista dell’Equipe 84.

Non mi pagavano granché, ma ero contento. Incontrai Alfio un giorno che ero abbastanza indignato perché, dopo un anno e mezzo di lavoro sette giorni su sette, avevo preso quindici giorni di ferie e me li avevano tolti dalla paga. Lui mi disse che suonava in una band chiamata Marinos, con la quale guadagnava molto più di me, e mi offrì un posto; sono stato un po’ combattuto, anche perché la prospettiva di essere giornalista mi affascinava fin da piccolo, ma alla fine ho ceduto. Lo stile del gruppo era un po’ antiquato e così, facendo valere la mia personalità, apportai qualche modifica: sostituii il bassista con Victor, ingaggiai un secondo chitarrista, allontanai la cantante appropriandomi del microfono e infine proposi di adottare un altro nome. Ci ribattezzamo Gatti e cominciammo a esibirci in ambito locale con pezzi come See You Later Alligator, Tutti Frutti, Blue Suede Shoes”.

L’avventura dei Gatti dura fino all’inizio dell’estate del 1962, un anno dopo il trasferimento della famiglia Guccini a Bologna, quando Francesco deve partire per il servizio di leva: quindici mesi da allievo ufficiale dell’esercito tra Lecce, Cesano di Roma e Trieste. Al ritorno non se la sente di riprendere un’attività ritenuta precaria e decide di isciversi nuovamente all’Università, che aveva già frequentato più o meno a tempo perso prima della naja. Non arriverà mai alla laurea (dal 1970 gli manca solo la tesi), ma tramite un professore che lo prende a benvolere per la sua conoscenza della letteratura americana – vecchia passione parallela a quella per i fumetti – ottiene una cattedra di lingua italiana al Dickinson College di Bologna: un mese all’anno, ogni settembre. La occuperà dal 1965 al 1985, a mo’ di break per una carriera musicale che, a dispetto della ritrosia, diventerà sempre più prioritaria.

Credevo proprio che la professione di orchestrale non mi si addicesse, ero certo che prima o poi la pacchia sarebbe terminata, e pur con qualche rimpianto approfittai del militare per chiudere con il gruppo; più avanti rifiutai anche un invito a unirmi all’Equipe 84. La musica rimaneva però fondamentale: componevo molto, e siccome questa era una qualità abbastanza rara, sia l’Equipe che i Nomadi mi chiedevano di cedergli le mie canzoni o di scriverne appositamente. Sui loro dischi non erano neppure firmate da me perché non ero iscritto alla SIAE: per Auschwitz mi sono dovuto rivolgere al tribunale e attendere trent’anni perché la sua effettiva paternità fosse ufficializzata. Fu Dodo Veroli, uno dei primi con cui avevo suonato, che intanto era passato a occuparsi degli arrangiamenti dei Nomadi, a farmi avere il contratto discografico dalla EMI, quando si chiamava ancora La voce del padrone”.

Sono numerosi i brani di Guccini che tra il 1965 e il 1967 appaiono in dischi altrui, soprattutto dei Nomadi (Per fare un uomo, Noi non ci saremo, la celeberrima Dio è morto…), dell’Equipe 84 (Auschwitz, L’antisociale) e di Caterina Caselli (Cima Vallona). Del Nostro sono inoltre le traduzioni in italiano di alcune hit straniere quali Bang Bang (Equipe 84), Hey Joe (Martò), Mrs. Robinson (Royals) e Che farò (Memphis), mentre quella a lui attribuita di Death Of A Clown di Dave Davies – Un figlio dei fiori non pensa al domani, proposta dai soliti Nomadi – non è opera sua (“Era di un ragazzo di Modena che non era ancora segnato alla SIAE e mi chiese il favore, visto che io avevo nel frattempo sostenuto l’esame”). Frutto di questo momento di grande eclettismo è anche il testo della Salomone pirata pacioccone di Sonia e le Sorelle, pregevole esempio di scheletro nell’armadio. Uno dei pochi, comunque.

Le primissime cose che ho composto erano canzonette: del resto a Modena lo spirito era rock’n’roll, mentre a Bologna si respirava un’aria più intellettuale, più impegnata. Ho scoperto la scuola francese e anche certi italiani del giro anarchico o dell’etichetta Dischi del Sole… Gente come Fausto Amodei, Michele Straniero, Sergio Liberovici, tutti maestri di canzoni politiche ma non prive di ironia. Poi nella mia vita è entrato Dylan, grazie a Victor che mi regalò una copia di The Freewheelin’: se un pezzo come Ti ricordi quei giorni, rimasto inedito finché non l’ho recuperato in Quasi come Dumas, riflette il periodo “francese”, Auschwitz e Noi non ci saremo sono figlie dei primi ascolti di Bob Dylan. Dio è morto è stato il mio primo grande successo: nacque dalla copertina di una rivista americana, mi sembra Time, che riferendosi ai nuovi filosofi titolava con enfasi “God is dead”, e dal Ginsberg de “Ho visto le menti migliori della mia generazione”. Nel circuito bolognese piacque subito ma l’Equipe non la volle, un po’ perché la consideravano troppo “forte” per la loro immagine e un po’ perché ritenevano che come autore fossi già finito. I Nomadi, invece, la presero immediatamente. La canto ancora, anche se con un altro spirito: quando l’ho scritta, nel 1965 o nel 1966, c’erano il desiderio di cambiare e la speranza che il domani riservasse un miglioramento. Era un’idea ingenua, che rispecchiava però il pensiero di noi venti/venticinquenni. Fu buffo: al Vaticano la lodarono per il messaggio positivo e fu persino trasmessa alla radio, mentre la RAI la censurò ritenendola oltraggiosa”.

L’esordio discografico del Francesco Guccini cantautore e non soltanto autore avviene nel 1967 con Folk Beat n.1. Realizzato con l’aiuto di Dodo Veroli e pubblicato a nome Francesco, il 33 giri ottiene riscontri minimi, forse perché – pur contenendo le già note Auschwitz e Noi non ci saremo – è tutt’altro che una classica antologia di singoli (“Secondo me, concetto che per l’Italia di quei giorni era rivoluzionario, un album doveva servire a presentare il mondo artistico, l’idea generale di chi lo aveva concepito”). L’idea, nel caso specifico, non è solo quella del “folk” e del “beat” – peraltro presenti in modo evidentissimo a livello ispirativo – ma quella di una forma di comunicazione di più ampio respiro sviluppatasi nel giro bolognese di ritrovi come l’Osteria dei Poeti e la Grondaia (“Per noi le ‘canzoni da cabaret’ erano tanto quelle con i contenuti quanto quelle satiriche poi raccolte in Opera buffa”). C’è quindi spazio, al fianco dei due suddetti classici e di altri momenti profondi quali In morte di S.F. (conosciuta dai più come Canzone per un’amica), la splendida La ballata degli annegati e il solenne inno pacifista L’atomica cinese, anche per brani fortemente ironici come Il 3 dicembre del ’39, L’antisociale e Il sociale; più il divertente Talkin’ Milano, improvvisazione a due chitarre, due voci e due lingue con l’amico americano Alan Cooper. In ogni caso, un debutto promettente (solo Statale 17 e Venerdì santo abbassano un po’ la media qualitativa della scaletta), dove il canto di Guccini suona ancora un po’ esile. E povero di tonalità gravi rimane nel raro 45 giri edito nel 1968 con le prime versioni – mai ristampate – di Un altro giorno è andato e Il bello: un pezzo serio e uno faceto, a confermare la dicotomia non conflittuale di cui sopra.

Nettamente più orientato verso il “classico” folk beat tra l’enfatico e il malinconico (unica deviazione la conclusiva Al trést, in dialetto pavanese), e impreziosito dalla chitarra di Deborah Kopperman (americana esperta di folk a Bologna per motivi di studio), è invece Due anni dopo, uscito nel 1970. Ne fanno parte parecchi episodi di notevole intensità, alcuni già interpretati dai Nomadi (Ophelia, Giorno d’estate, Per quando è tardi), tra i quali spiccano la politica Primavera di Praga (“Ero rapidissimo nello scrivere, e quasi ogni importante avvenimento di attualità mi suggeriva una canzone. All’epoca non passava giorno senza che prendessi la chitarra in mano e scrivessi qualcosa, mentre ora posso stare anche settimane senza toccarla”) e le più leggere Lui e lei (edita anche come singolo assieme alla title track) e Vedi cara. Checché ne dica il Nostro, peraltro consapevole che “i pezzi migliori derivano di rado da situazioni allegre”, l’atmosfera generale tende abbastanza al cupo, come rimarcato dalla misticheggiante L’albero ed io, da L’ubriaco e da Il compleanno, tanto deprimente da sembrare frutto della penna di Claudio Lolli.

Pensavo che dopo Folk Beat n.1 nessuno avrebbe voluto farmi incidere un altro disco, e invece… Io non avevo le idee molto chiare al proposito e chiamai Giorgio Vacchi, un mio amico maestro di musica di Bologna, per darmi una mano con gli arrangiamenti e con i turnisti. Poi seppi che Dodo Veroli ci era rimasto male… La verità è che il mio approccio era talmente naïf che per superficialità non avevo minimamente pensato a chiamarlo. Anche rispetto a Due anni dopo non avevo alcuna aspirazione, lo feci più che altro per un puro piacere personale: la EMI me lo aveva chiesto e io avevo le canzoni già pronte, perché mai avrei dovuto astenermi?

Solo pochi mesi separano Due anni dopo da L’isola non trovata, inciso nell’autunno del 1970, ma la distanza di spessore artistico è enorme.

Lo considero l’album della mia maturità. Vacchi, benché preparato, non era molto esperto di “pop”, e poi Due anni dopo risentiva dei miei trascorsi… Prendi Per quando è tardi, così francesizzante… Visto l’insuccesso, continuavo a pensare di non avere un vero futuro nella musica, e dunque fui sorpreso e lusingato del fatto che il nuovo direttore artistico della EMI, Giampiero Scussel, mi chiamò per farmi sapere che credeva nelle mie potenzialità e voleva che registrassi al più presto un altro disco. Mi chiese se fossi disposto ad affidarmi all’arrangiatore Vince Tempera, che avevo incontrato e con il quale mi trovavo in sintonia, e quest’ultimo portò con sé Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini, il bassista e il batterista che sono ancora oggi al mio fianco. La squadra fu completata da Pier Farri, che si era staccato dall’Equipe 84: nonostante tutti gli ottimi auspici mi sentivo un po’ perso e quindi gli chiesi di seguirmi come supervisore/produttore, e lui accettò con entusiasmo”.

Ricco di riferimenti letterari – i più espliciti, rivelati nelle note, Gozzano per la title track e Salinger per l’altrettanto evocativa La collina – e caratterizzato da grandi varietà e freschezza di suoni e temi, L’isola non trovata ribadisce l’originario assetto folk-beat, ma lo fa in modo policromo e scintillante. Rimangono anche impresse L’orizzonte di K.D., ispirata da un viaggio negli Stati Uniti compiuto assieme alla fidanzata americana Eloise (la travagliata relazione, ovviamente finita male, sarà raccontata nella magnifica 100, Pennsylvania Ave., inclusa in Amerigo), e la maestosa Asia, intrisa di aromi esotici, senza nulla voler togliere all’ombrosa Il frate, alla ripresa di Un altro giorno è andato e alla non meno frizzante Canzone di notte, alle più atipiche Il tema e L’uomo. Francesco Guccini assapora così i primi veri consensi nei panni del cantautore, e sebbene ancora refrattario alle esibizioni dal vivo e alla televisione (“Sono di base un montanaro, non amo il clamore né mettermi in mostra. E poi allora non mi sentivo granché a mio agio, solo con la mia chitarra e con la gente che mi fissava. I primi veri concerti li ho fatti solo a metà anni ’70, ed è stato solo allora che ho preso coscienza della realtà che la mia occupazione era la musica”), alle quali si presta con parsimonia, comincia concretamente ad acquisire quello status di “personaggio di culto” che ancora oggi, a dispetto dei trionfi anche commerciali, lo accompagna.

Chi mi segue vede questo atteggiamento in maniera positiva; magari il rifiuto per la tv, dovuto a una mia naturale ripulsa, mi fa vedere da alcuni come una persona eccentrica, ma non ha importanza. Sono felice di mantenere le distanze dall’ambiente musicale, così come mi sento un privilegiato a poter gestire il mio tempo in assoluta libertà decidendo da me cosa fare e quando farlo. Ad esempio, non mi impegno mai in tour convenzionali: giro parecchio, ma i ritmi sono molto dilatati. E inoltre non suono praticamente mai d’estate, preferisco ritirarmi nella mia montagna, a Pàvana”.

Chiude un ciclo, L’isola non trovata. Non è dovuto solo ai mutati costumi del mondo discografico il fatto che in copertina, a partire dall’album successivo, a Francesco sarà finalmente aggiunto il cognome.
(da Mucchio Extra n.3 dell’Inverno 2002)

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John Peel (1939-2004)

Il 25 ottobre 2004, ad appena sessantacinque anni, moriva John Peel, maestro e irraggiungibile modello per chiunque abbia fatto o voglia fare radio in ottica “rock”. Le sue “session” alla BBC hanno fatto storia e nel 1986, quando venne varata una collana di 12”EP che iniziò a pubblicarle su disco, non mi sottrassi al dovere morale e al piacere di scriverne. A quindici esatti dalla scomparsa, riproporre qui il vecchio articolo mi sembra un buon modo per ricordare con affetto il grande operatore culturale inglese, anche se ovviamente, dopo decenni di “John Peel Sessions” finite su vinile e CD, il recupero ha un senso molto relativo. Magari, però, a qualcuno può interessare come tutto cominciò.
Chiunque sia appena un poco addentro alle vicende del rock britannico si sarà almeno una volta imbattuto nel nome di John Peel, distinto gentleman di quarantasette anni che da parecchio tempo si trova ad essere il DJ/programmatore radiofonico più stimato e popolare del Regno Unito. Il segreto di Peel, oltre che nella competenza musicale e nell’innata capacità di selezionare il materiale discografico più valido fra le migliaia di prodotti che gli vengono sottoposti, consiste nell’avere “inventato” un programma di grande interesse, che prevede la registrazione e il conseguente broadcasting di session realizzate negli studi londinesi messi a disposizione dalla BBC londinese. A Radio One, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, sono state trasmesse le “John Peel Sessions” di centinaia di gruppi e solisti, dai Pink Floyd ai Sisters Of Mercy, da Jimi Hendrix a Elvis Costello, dagli Who ai Damned, dai Led Zeppelin ai New Order, da John Cale ai Jesus & Mary Chain; in pratica, la storia del rock d’oltremanica e internazionale è stata fissata in queste mini-esibizioni della durata di circa venti minuti, il cui valore documentaristico è pressoché incalcolabile: John Peel, infatti, predilige gli artisti che propongono versioni spontanee e un po’ grezze di brani inediti al momento dell’incisione, in modo da mettere a nudo la reale consistenza dei musicisti e le loro possibilità evolutive.
Fino a pochissimi mesi fa, queste registrazioni conoscevano l’onore del vinile solo su bootleg e in casi sporadici in singoli, EP o compilation ufficiali; è quindi notizia assai gradita che la Strange Fruit Records ha raggiunto un accordo con la BBC per la pubblicazione di una congrua serie di session, che vedranno mensilmente la luce sotto forma di 12”EP. Confezionati con una veste grafica standardizzata e piuttosto spartana, i dischi hanno tutte le carte in regola per catturare l’attenzione di fan, collezionisti e semplici appassionati: a conferma delle buone intenzioni della label, basterà ricordare le prime emissioni già disponibili sul mercato, alle quali, quando leggerete queste righe, se ne saranno di sicuro aggiunte parecchie altre. Il numero 001 del catalogo racchiude quattro composizioni dei New Order registrate il 1° giugno 1982: ben prima, dunque, che la band nata dalle ceneri dei Joy Division venisse contaminata dal morbo dance che ha allontanato da essa buona parte dei suoi vecchi sostenitori. Rarefatte e affascinanti, queste tracce (fra le quali spiccano un rifacimento di Turn The Heater On, un reggae firmato Keith Hudson, e la splendida Too Late) non mancheranno di entusiasmare tutti coloro che amavano i vecchi New Order, mentre lasceranno sicuramente indifferenti chi del complesso conosce solo i più recenti episodi “da ballo”. Atmosfere totalmente differenti, invece, nel numero 002, con quattro classici» dei Damned “prima maniera” trasmessi nel maggio del 1977; chi ancora non è riuscito a comprendere quanto il punk potesse essere sconvolgente e dissacrante farebbe bene ad ascoltare queste eccellenti interpretazioni di Vanian, Sensible, Scabies e James (già, perché all’epoca il magico chitarrista dei Lords Of The New Church suonava con i Dannati e per giunta scriveva tutti i pezzi…), che nella travolgente Sick Of Being Sick si innalzano in tutta la loro irruente grandezza. Per avere poi ancora più chiaro il concetto di “vero punk-rock” sarà utile procurarsi lo 004, contenente alcune discrete performance datate settembre 1978 degli irlandesi Stiff Little Fingers: non avranno la potenza di quella dei Damned, ma bastano a garantire un quarto d’ora di autentica eccitazione. Leggere inclinazioni punk si ritrovano anche nel numero 003, firmato dagli Screaming Blue Messiahs e risalente al luglio 1984; fra riferimenti ai primi Clash e ispirazioni di altro tipo, il terzetto offre un eloquente saggio della sua musica in biblico fra rock`n’roll e influenze black, evidenziando una buona vena espressiva purtroppo penalizata da una esposizione eccessivamente naïve. L’elenco, per il momento, è completato dagli Wild Swans (n.006), formazione di Liverpool fondata dall’ex tastierista dei Teardrop Explodes Paul Simpson (qui, però impiegato come cantante) e scioltasi dopo una brevissima carriera. Questa John Peel Session del maggio 1982 raccoglie tre composizioni inedite, due delle quali, con i loro suoni aggraziati e il loro canto “soft” richiamano alla mente gli Smiths (che all’epoca ancora non esistevano); la terza, una semi-improvvisazione forse non esaltante ma certo non disprezzabile è invece un’allucinata incursione strumentale in territori filo-psichedelici. Come giudicare, insomma, questa iniziativa della Strange Fruit? Una lodevole operazione artistica? Una speculazione commerciale? Un ulteriore mezzo per inflazionare un mercato già fin troppo esuberante? Come sempre, le generalizazioni non possono essere adatte per i singoli casi: alcuni di questi dischi risulteranno inutili, altri sufficienti, altri ancora imperdibili. Ai manager dell’etichetta il compito di porre in vendita le session più riuscite, evitando la diffusione di quelle meno significative o, almeno, limitandola il più possibile.

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Grand Tour – Roma

No, il mio libro “Roma brucia” non c’entra. L’argomento è un articolo in tre puntate sotto l’ombrello della rubrica “Grand Tour”, per dodici pagine complessive (qui le vedete tutte, in dimensioni ridottissime), dedicato ai luoghi musicali della Città Eterna, pubblicato in tre numeri consecutivi di “Blow Up”: quello di giugno, quello di luglio/agosto e quello di settembre (l’unico ancora reperibile in edicola; per gli altri c’è il servizio arretrati). Di sicuro avrò omesso qualcosa, per dimenticanza o per ignoranza (Roma è enorme), ma il quadro globale è comunque imponente e mi sembrava sensato farne menzione in questa sede, dato che sono piuttosto certo del fatto che i titolari/responsabili di molti dei posti citati non ne hanno saputo nulla, così come tanti appassionati che, magari, sarebbero stati interessati all’argomento.
Tutti sappiano, allora, che nella prima parte ho passato in più o meno rapida rassegna qualche decina di negozi di dischi (Millerecords, Laser City, Soul Food, Hocus Pocus, Damna Records And Books, Idee Musicali, Disco+, Ghost Record Store, Blutopia, Radiation, Not Perfect, Discoteca Laziale, Transmission, Il Mangiadischi, Ibs/Il libraccio, le bancarelle di Via delle Terme di Diocleziano, i banchi di Porta Portese, Pink Moon, Elastic Rock, I Want To Believe, Ultrasuoni, L’Allegretto Dischi, Welcome To The Jungle, Goody Music, Vinyl Room, Inferno Store, Round Midnight, Discovery e Ace Records), segnalando anche due negozi di fumetti e dintorni (Pocket 2000 e Forbidden Planet). Nella seconda e nella terza, invece, ho fatto lo stesso con i posti dove si suona, soffermandomi su Palalottomatica, Atlantico Live, Auditorium Parco della Musica, Auditorium Conciliazione, Teatro Sistina, Teatro Brancaccio, Casa del Jazz, ex Ippodromo delle Capannelle, Teatro Romano di Ostia Antica, Laghetto di Villa Ada, Teatro India, Monk, Largo Venue, Black Out, Planet, Wishlist, Locanda Atlantide, Jailbreak, Traffic, Lanificio 159, Lian Club, Quirinetta, Piper Club, Black Market, Chiesa Evangelica Metodista, Chiesa Valdese, Angelo Mai, Forte Prenestino, MAAM, Nuovo Cinema Palazzo, Acrobax, Strike, Intifada, exSnia, Spartaco, Ricomincio dal Faro, La Torre, Brancaleone, Le Mura, Marmo, Beba (do Samba), Fanfulla 5/a, 30 Formiche, Sparwasser, ‘Na Cosetta, Pierrot Le Fou, Klang, Big Mama, Alcazar, L’Asino che vola, Poppyficio, Pinispettinati, Riverside Food Sounds Good, Circolo degli Illuminati, Gregory’s Jazz Club, Mons, Teatro Arciliuto, La Fine, Fonclea, Alexanderplatz Jazz Club eThe Yellow Bar. Documentarsi e dare alla quantità folle di informazioni una forma leggibile è stata una fatica improba, ma ne è valsa la pena… anche se, lo ammetto, mi aspettavo qualche “grazie” e/o “bravo stronzo” in più.

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The Seeds

Per quasi chiunque, il 25 giugno 2009 è il giorno della morte di Michael Jackson, e ci sta. In occasione del decennale vorrei però sommessamente ricordare che nello stesso giorno ci salutò per sempre, a sessantatré anni, Sky Saxon, frontman e leader di una delle più straordinarie band del garage punk americano, i Seeds. I loro due migliori album, The Seeds e A Web Of Sound, furono entrambi pubblicati nel 1966, ma i due pezzi più famosi del repertorio, poi recuperati nel primo LP, avevano visto inizialmente la luce su altrettanti singoli addirittura nel 1965: prima la ballata Can’t Seem To Make You Mine e poi il frenetico proto-punk’n’roll Pushin’ Too Hard. Qui due belle apparizioni televisive d’epoca, ovviamente in playback.

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Dead Can Dance (1981-1985)

È da poche settimane in circolazione un nuovo album dei gloriosi Dead Can Dance, che ho recensito per il prossimo numero di AudioReview. Ho dubbi che quanto qui (ri)proposto sia il primo mio pezzo sulla band australiana, ma di sicuro questa è stata la prima (e unica?) volta in cui ne ho scritto abbastanza in esteso, quasi trentatré anni fa.
Dimenticate, anche se il nome della band potrebbe suggerirvele, visioni di morte e immagini macabre tanto negative quanto opprimenti. Provate, invece, a raffigurarvi mentalmente una musica ammaliante e misteriosa, ricca di atmosfere oscure e inquietanti ma tutt’altro che deprimente, avvolta in un’aura di mistica solennità. Anche se possedete una fervida fantasia, ben difficilmente ciò che avrete concepito assomiglierà alle proposte dei Dead Can Dance, ensemble “di culto” autore di un sound che. per quanto connesso a matrici espressive piuttosto precise, si fa ammirare per la sua personalità. I riferimenti d’obbligo sono quelli alla scuola 4AD, etichetta alla quale non a caso il gruppo è legato, e quindi al post-punk etereo e anticonvenzionale di Cocteau Twins e This Mortal Coil; proprio questi ultimi (dei quali, del resto, fanno parte anche i due membri fondatori dei Dead Can Dance) si prestano più efficacemente al raffronto sia attitudinale che stilistico, sebbene ciascuna delle formazioni possegga una sua identità chiaramente delineata e autonoma. Continua a leggere

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