Jack White

Mi è piaciuto davvero, il secondo album da solista di Jack White, che non a caso compare nell‘elenco dei miei quindici dischi preferiti del 2014. Mi capitò persino di occuparmene due volte, su Blow Up e Audio Review. Dovendo operare una scelta, ho recuperato la recensione pubblicata sulla seconda rivista, in quanto più lunga; il fatto che si tratti di un periodico non specializzato in musica rock spiega qualche osservazione che agli esperti della materia sembrerà certo un po’ didascalica.

White Jack copLazaretto (Third Man)
Se non si è trascorso l‘ultimo decennio e mezzo in totale isolamento dal mondo della musica, è impossibile non conoscere Jack White. Dapprima la notorietà raggiunta con i White Stripes, l‘eccitantissimo duo in bianco-rosso in cui aveva alle spalle la batterista Meg White (almeno Seven Nation Army l‘ha ascoltata chiunque, benché – forse – non sapendo di cosa si trattasse). Poi, una rilevante serie di esperienze parallele come musicista (le principali: Dead Weather e Raconteurs) e produttore (ad esempio Van Lear Rose e The Party Ain‘t Over, rispettivamente della stella del country Loretta Lynn e della folk-rocker Wanda Jackson). Quindi, la creazione e gestione della Third Man, etichetta (ma non solo) dedita principalmente alla produzione di dischi in vinile. Infine, nell‘aprile del 2012, l‘esordio a proprio nome con Blunderbuss, premiato da notevolissimi riscontri di critica e vendite: un lavoro molto riuscito anche se forse non così tanto come capita di leggere in giro, nel quale il nostro ancor giovane eroe – festeggerà i trentanove anni il prossimo 9 luglio – ha vestito i panni del cantautore sempre all‘occorrenza spigoloso ma in larga parte incline a toni più pacati. Insomma, un percorso di grande ricchezza quantitativa e qualitativa, che ha reso questo ragazzone di Detroit – ma da tempo residente a Nashville – intoccabile o quasi. Ed è bello che, almeno ogni tanto, certe consacrazioni tocchino ad artisti di sostanza e ad autentici innamorati della musica piuttosto che a pagliacci le cui fortune poggiano quasi solo sulle strategie di marketing.
Come Jack White possa fare ciò che preferisce senza curarsi di nulla è sottolineato da questo secondo titolo a suo nome, globalmente più energico del precedente e soprattutto più eclettico. Undici canzoni rock basate sui racconti da lui scritti vent‘anni fa e incise collegando fra loro due registratori a otto piste, che saltellano da un genere all‘altro con un piacevole, vorticoso “effetto ottovolante”, accoppiando una scrittura vivace e ispirata a un‘attenzione maniacale per arrangiamenti e suoni che, però, non sottrae freschezza. Benché le coordinate di base siano quelle di un r‘n‘r (spesso tendente al roots) melodico ma nient‘affatto addomesticato, compiaciuto di sé ma mai tanto da risultare stucchevole, Lazaretto è una cornucopia di sorprese ma non un’accozzaglia: la personalità del suo artefice, che gode del sostegno di una capace backing band, è certo capriccioso ma rimane riconoscibile in ogni episodio, vuoi per la caratteristica voce mai sdolcinata, vuoi per un approccio “estetico” che, nonostante l‘ampliamento del suo spettro al di là del garage, del blues, del country e del punk, continua a sembrare essenziale ed equilibrato anche quando l‘impianto strumentale non lesina in colori fino a lambire il kitsch. Sì, perché Jack, come con altre modalità un Todd Rundgren o un Billy Corgan, alla fine non disdegna gli eccessi: non lasciano dubbi al proposito l‘abbigliamento e tutto il set di una foto di copertina ricercatissima ma non esattamente sobria. In ogni caso, un album fantasioso e divertentissimo, esuberante di creatività e belle atmosfere valorizzate da una resa sonora adeguata. Resa che potrebbe essere migliore – lo suggerisce solo l‘istinto: finora non sono stati possibili raffronti – nella stampa in vinile.
Tratto da AudioReview n.352 del giugno 2014

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