Jack White (2012-2016)

Mi è piaciuto davvero, il secondo album da solista di Jack White, che non a caso compare nell‘elenco dei miei quindici dischi preferiti del 2014. Mi capitò persino di occuparmene due volte, su Blow Up e Audio Review. Dovendo operare una scelta, ho recuperato la recensione pubblicata sulla seconda rivista, in quanto più lunga; il fatto che si tratti di un periodico non specializzato in musica rock spiega qualche osservazione che agli esperti della materia sembrerà certo un po’ didascalica. Tre anni dopo, in accordo con il mio impegno per avere il blog abbastanza ordinato, ho pensato di aggiungerci quanto scrissi in precedenza dell’esordio e in seguito, della raccolta di brani acustici del 2016.

Blunderbuss
(Third Man)
Nessun dubbio che Jack White sia stato uno dei personaggi-cardine del rock americano dell’ultimo decennio. Dal terzo album dei White Stripes (White Blood Cells) in avanti, la carriera dell’oggi quasi trentasettenne John Anthony Gillis, da Detroit, è stata infatti un ottovolante di eventi e di successi: legati soprattutto al sodalizio con Meg White (sciolto lo scorso anno), ma anche a progetti paralleli come Raconteurs e Dead Weather, alle collaborazioni e alle produzioni, ai tanti premi vinti, all’attività della sua etichetta discografica Third Man. All’appello mancava solo un album in proprio che adesso è puntualmente arrivato e che costituisce una sorta di compendio del “Jack White pensiero”, fra imprescindibili agganci con il passato e aperture comunque mai davvero sorprendenti sul piano stilistico: Jack è Jack, si nutre da sempre di rock, pop, country e blues… e anche se la sua curiosità potrebbe indurlo a realizzare un disco trip hop o reggae, sarebbe stata una bizzarria farlo con quello che, paradossale ma è così, ha il compito di fungere da biglietto da visita e in un certo senso pure da dichiarazione d’intenti.
Quarantadue minuti per tredici tracce che non scendono mai sotto i 2:39 né oltrepassano i 4:21, Blunderbuss è semplicemente un bell’album di canzoni all’insegna di una scrittura piuttosto eclettica, elaborate con buon gusto – Jack ha fatto tutto da solo, produzione compresa – e interpretate con la solita, inconfondibile voce un po’ nasale. Canzoni per lo più tendenti al morbido, seppure all’occorrenza venate di asprezze (solo Sixteen Saltines sfoggia comunque autentici sussulti punk’n’roll alla White Stripes) che scorrono fra mille omaggi alle più diverse radici facendosi ascoltare con più o meno grande soddisfazione ma senza fugare il dubbio dell’esercizio di stile. Nessun dubbio sulla sincerità di intenti del progetto, ma la bravura di Jack White era arcinota e, forse, dal suo “primo” album ci si attendeva di più di tredici colorati post-it che lo ricordassero.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.693 dell’aprile 2012

White Jack copLazaretto
(Third Man)
Se non si è trascorso l‘ultimo decennio e mezzo in totale isolamento dal mondo della musica, è impossibile non conoscere Jack White. Dapprima la notorietà raggiunta con i White Stripes, l‘eccitantissimo duo in bianco-rosso in cui aveva alle spalle la batterista Meg White (almeno Seven Nation Army l‘ha ascoltata chiunque, benché – forse – non sapendo di cosa si trattasse). Poi, una rilevante serie di esperienze parallele come musicista (le principali: Dead Weather e Raconteurs) e produttore (ad esempio Van Lear Rose e The Party Ain‘t Over, rispettivamente della stella del country Loretta Lynn e della folk-rocker Wanda Jackson). Quindi, la creazione e gestione della Third Man, etichetta (ma non solo) dedita principalmente alla produzione di dischi in vinile. Infine, nell‘aprile del 2012, l‘esordio a proprio nome con Blunderbuss, premiato da notevolissimi riscontri di critica e vendite: un lavoro molto riuscito anche se forse non così tanto come capita di leggere in giro, nel quale il nostro ancor giovane eroe – festeggerà i trentanove anni il prossimo 9 luglio – ha vestito i panni del cantautore sempre all‘occorrenza spigoloso ma in larga parte incline a toni più pacati. Insomma, un percorso di grande ricchezza quantitativa e qualitativa, che ha reso questo ragazzone di Detroit – ma da tempo residente a Nashville – intoccabile o quasi. Ed è bello che, almeno ogni tanto, certe consacrazioni tocchino ad artisti di sostanza e ad autentici innamorati della musica piuttosto che a pagliacci le cui fortune poggiano quasi solo sulle strategie di marketing.
Come Jack White possa fare ciò che preferisce senza curarsi di nulla è sottolineato da questo secondo titolo a suo nome, globalmente più energico del precedente e soprattutto più eclettico. Undici canzoni rock basate sui racconti da lui scritti vent‘anni fa e incise collegando fra loro due registratori a otto piste, che saltellano da un genere all‘altro con un piacevole, vorticoso “effetto ottovolante”, accoppiando una scrittura vivace e ispirata a un‘attenzione maniacale per arrangiamenti e suoni che, però, non sottrae freschezza. Benché le coordinate di base siano quelle di un r‘n‘r (spesso tendente al roots) melodico ma nient‘affatto addomesticato, compiaciuto di sé ma mai tanto da risultare stucchevole, Lazaretto è una cornucopia di sorprese ma non un’accozzaglia: la personalità del suo artefice, che gode del sostegno di una capace backing band, è certo capriccioso ma rimane riconoscibile in ogni episodio, vuoi per la caratteristica voce mai sdolcinata, vuoi per un approccio “estetico” che, nonostante l‘ampliamento del suo spettro al di là del garage, del blues, del country e del punk, continua a sembrare essenziale ed equilibrato anche quando l‘impianto strumentale non lesina in colori fino a lambire il kitsch. Sì, perché Jack, come con altre modalità un Todd Rundgren o un Billy Corgan, alla fine non disdegna gli eccessi: non lasciano dubbi al proposito l‘abbigliamento e tutto il set di una foto di copertina ricercatissima ma non esattamente sobria. In ogni caso, un album fantasioso e divertentissimo, esuberante di creatività e belle atmosfere valorizzate da una resa sonora adeguata. Resa che potrebbe essere migliore – lo suggerisce solo l‘istinto: finora non sono stati possibili raffronti – nella stampa in vinile.
Tratto da AudioReview n.352 del giugno 2014

Acoustic Recordings,
1998-2016
(Third Man)
Da sempre meticoloso archivista di sé stesso, Jack White si è immerso nel suo personale “caveau” e ne ha estratto ventisei tracce incise più o meno in acustico – non solo chitarra/voce o pianoforte/voce: agli unplugged si alternano registrazioni strumentalmente “piene” – dai tempi degli esordi fino a oggi. Il vaglio ha portato a un’antologia priva di epifanie ma ricca di momenti intensi e suggestivi, nella quale sfilano versioni diverse, curiosità, rarità e alcuni inediti assoluti; oltre la metà del materiale risale ai giorni degli White Stripes e il resto è relativo alla carriera da solista (o, in minima parte, ai Raconteurs), con un risultato globale certo interessante – per i brani prodotti da T-Bone Burnett e Beck, ad esempio – e soprattutto godibilissimo. Estimatori e cultori dell’ormai quarantunenne genietto di Detroit, ai quali il doppio album è in sostanza destinato, possono accostarvisi senza timore di fregature.
Tratto da Blow Up n.221 dell’ottobre 2016

Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Jack White (2012-2016)

  1. ghiro

    Hai poi avuto modo di ascoltare in vinile Lazaretto?

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