Il post-Mucchio

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

Ma come andò? (3)
Nel gennaio del 1988, quando ero ormai fuori dal Mucchio, uscirono i miei primi articoli su “Rockerilla”. L’accordo con Claudio Sorge e Beppe Badino, definito a Genova con una stretta di mano (tra galantuomini non occorre altro), era perfetto: avevo la qualifica di redattore e in ogni numero mi venivano garantiti spazi che mi impegnavo a riempire con articoli, interviste e recensioni di loro e mio gradimento. A breve, mentre proseguivo a scrivere per “AudioReview”, venni contattato dal settimanale “Ciao 2001” e cominciai a pubblicare qualcosa anche con loro (in totale una decina di articoli; finì dopo tre mesi, ma ho dimenticato perché), il tutto continuando a pianificare uscite discografiche per la mia etichetta High Rise. L’idea di fondare una nuova rivista non mi sfiorava neppure e non rimpiangevo il Mucchio, su cui ero comunque informatissimo perché l’amicizia con più componenti dello staff non era ovviamente scomparsa con la mia fuoriuscita. Sapevo quindi del generale malcontento per la gestione disordinata, superficiale e umorale di Stèfani, sentimento provato anche dal ragazzo – non è un termine denigratorio: eravamo tutti giovani – che era stato ingaggiato per sostituirmi come coordinatore redazionale, il rigoroso e professionalissimo Ermanno Labianca (allora lo conoscevo appena; presto sarebbe diventato uno dei miei più cari amici, cosa che è tuttora). Sfogliando i numeri del Mucchio dal gennaio al settembre del 1988 mi vengono in mente tanti simpatici aneddoti; li tengo in serbo per un’altra occasione raccontandone uno solo, relativo al n.123 (aprile). Pierluigi Bella aveva consegnato una retrospettiva sui Minutemen, terzetto “punk” sui generis il cui nome era ispirato a una milizia civile della Guerra di Indipendenza americana (si chiamava così perché i suoi effettivi erano pronti all’azione in un minuto). Non avendo evidentemente trovato foto di qualità (all’epoca, per le band underground, non era sempre facile), il Megadirettore Galattico pensò di usare un’illustrazione raffigurante un omino che aveva un orologio al posto della testa, con due palazzi speculari anch’essi muniti di orologio ai lati del titolo. Chiusa la parentesi comica.
Verso il 20 di aprile, a una decina di giorni dalla partenza per il mio primo viaggio negli Stati Uniti, ricevetti una telefonata da Eddy Cilìa; voleva incontrarmi al più presto, a Roma, assieme a Maurizio Bianchini, per parlarmi di “una cosa molto importante”. Non posso ricordare i dettagli, ma il succo della chiacchierata fu questo: “al Mucchio va tutto a cazzo di cane, ne abbiamo le palle piene, vorremmo creare una nuova rivista e tu sei l’unico con ‘know how’, contatti e tigna di cui ci fidiamo al 100%. Che ne dici di costituire assieme una società editrice e provarci?”. L’idea mi parve folle e splendida, ma gli ostacoli erano molti: il mio “know how” sulle faccende burocratiche, legali e amministrative non era all’altezza di quello sulle questioni tecniche legate alla “semplice” organizzazione di un giornale, e poi… come fare con i soldi? Inoltre, chi altro coinvolgere, come chiamare la testata, che linea adottare? Nelle settimane successive al mio rientro dagli USA, mentre mi dividevo tra le collaborazioni giornalistiche e curavo preproduzione e produzione del primo LP dei Fasten Belt, gli interrogativi trovarono risposta. Si stabilì di metter su una SRL della quale Maurizio e io avremmo avuto ognuno il 40% delle quote ed Eddy il 20%; si decise che il capitale sociale sarebbe stato di cento milioni di lire, il minimo indispensabile per avviare “la macchina” sperando di ottenere risultati almeno accettabili; si chiarì che, al di là di quello che sarebbe stato scritto sul tamburino, tutti e tre avremmo avuto voce in capitolo nelle scelte editoriali, che gli impicci pratici (amministrazione, relazioni con fotocomposizione, tipografia, distributore e inserzionisti…) sarebbero stati di mia competenza e che avremmo cercato di “portar via” al Mucchio solo i collaboratori con i quali noi tre avevamo rapporti stretti e che magari erano arrivati alla rivista per nostro tramite. Massimo Cotto, Ermanno Labianca, Marco De Dominicis, Davide Sapienza, Paolo Ferrari, Peter Sarram, Maurizio Favot, Riccardo Bonanni, Roberto Fratini, Pierluigi Bella, Maurizio Lucenti, Vittorio Amodio e Thomas Lasarzik risposero senza esitazioni di sì; Elliott Murphy accettò a patto di non dover lasciare il Mucchio, e visto di chi si trattava ingoiammo il rospo; Mauro Zambellini, l’unico “uomo di Stèfani” che credevo di poter convincere, declinò alla fine non senza titubanze l’offerta, promettendo però piena riservatezza. Non contattammo, invece, Antonio Tettamanti, Stefano Ronzani e Gianni Canova, che avremmo voluto con noi ma che erano troppo “vicini” al Direttore, e per completare l’organico ci guardammo attorno, trovando altre validissime firme in Piero A. Corsini, Valerio Corzani, Marina Petrillo e Paolo Arduini. Alla mia onestà intellettuale tengo assai e devo quindi spiegare la questione della riservatezza, con la premessa di non essermi sentito proprio pulitissimo perché, ecco, ciò che si stava orchestrando non era granché leale, per usare un gentile eufemismo. Tutti eravamo però convinti che le fortune del Mucchio derivassero dalla nostra competenza, dalle nostre intuizioni e dalla nostra genuina passione e non da chi, mettendosi in tasca parecchi soldi, si faceva fondamentalmente i fatti suoi, salvo intervenire occasionalmente a gamba tesa per ricordare di essere il padrone. Si fosse trattato di interventi “illuminati” pazienza, ma purtroppo le cose non stavano esattamente così. Si può non credere a me, ma come non fidarsi delle parole dello stesso Stèfani, pubblicate a pag.68 della sua autobiografia autoprodotta “Wild Thing” (che, no, non significa “Pensare selvaggio”), a proposito del suo approccio?
Il padrone è il padrone, e nulla da obiettare sul fatto che sia lui a dettar legge. Se però il padrone dà l’ok a portare avanti una proposta e la proposta è realizzata coinvolgendo terzi con i quali ci si è impegnati, il padrone non dovrebbe rimangiarsi tutto l’intero progetto perché ha cambiato idea in base a come si è alzato la mattina, o perché in realtà la proposta non gli è mai piaciuta ma non ha avuto il coraggio di bocciarla subito per non dover discutere. C’è insomma una differenza tra esercitare il proprio diritto decisionale e il “giocare” non rispettando la professionalità e il lavoro dei propri collaboratori/subalterni, specie non possedendo gli strumenti necessari per valutazioni sensate. E allora nessuno stupore se, a un certo punto, i collaboratori di cui sopra preferiscono andarsene per la propria strada, magari portandosi via quanto più possibile di quello che avevano dato alla causa. Il ragionamento di Maurizio, Eddy e mio, oltre che degli altri “ex” fu, in sostanza, “riprendiamoci il nostro”, con tutti i rischi che ciò comportava; essendomene andato già da mesi, io ero in una posizione differente, ma che una quindicina di persone abbiano voluto abbandonare le loro certezze per un salto nel buio che per di più comportava un ridimensionamento economico… beh, mi sembra un inequivocabile segnale di quanto la misura fosse colma. Da quei giorni sono trascorsi più di trent’anni, e in questo lungo arco di tempo mi è capitato spesso di chiedermi, cambiando più volte opinione al proposito, quanto fossi stato “stronzo”. Al momento direi “abbastanza”, ma non sempre “giusto” e “corretto” coincidono e dunque dico che, sì, lo rifarei; quello che forse non rifarei, o magari sì (non lo so, mentre ci ripenso mi scopro a sorridere), è invitare i transfughi a spedire le proprie dimissioni tramite corriere a spese del destinatario, al posto degli articoli che avevano concordato per il numero post-estivo; l’intento era ritardarne l’uscita, in modo che chiunque fosse passato in edicola nella prima settimana di ottobre avrebbe trovato la nostra rivista e non il Mucchio. Andò in effetti così, ma il destino ci avrebbe poi presentato il conto.
Successero però varie altre cose, in quel periodo. A giugno, quando l’appuntamento dal notaio per costituire la società era imminente, Bianchini ci rivelò di non avere più i soldi della sua quota; Eddy e io eravamo annichiliti, ma fortuna volle che uno dei collaboratori diede la sua disponibilità a un prestito (spero restituito: non ne ho saputo più nulla) e tutto si sistemò come da programma. La SRL fu chiamata Essediemme e fu un grave errore, perché nominandola per questioni burocratiche dovevo sempre precisare che non era una sigla e che si scriveva proprio “Essediemme”, ma inevitabilmente si creavano equivoci. Cosa significava? Beh, “Scappati Dal Mucchio”, ma quando ci fu fatto notare che poteva essere anche interpretato come un acronimo per “Stèfani Deve Morire” non frenammo la diffusione della voce perché ci sembrava divertente; nessuno di noi desiderava effettive dipartite e il termine “morire” andava inteso in senso figurato, nella sua accezione ben più blanda di “soffrire”, “patire”, “sucare”. La rivista, su proposta di Eddy, venne invece battezzata “Velvet” (con sottotitolo “Percorsi di altro rock, cinema e culura”): facile da ricordare, corto per favorire l’ideazione di una testata visivamente efficace, in qualche modo evocativo di uno dei più grandi gruppi rock della storia. Scoprimmo in seguito, grazie alle risatine di qualche intervistato, che negli Stati Uniti esisteva un giornale porno con lo stesso nome (il che, con il precedente del Mucchio Selvaggio, era piuttosto bizzarro); per la cronaca, anni più tardi si sarebbero chiamati “Velvet” una band pop-rock romana e un supplemento mensile di “Repubblica” dedicato alla moda. Ad agosto, dopo un “mordi e fuggi” a Brindisi per la pre-produzione del mini-LP dei Blackboard Jungle, dovetti quindi comunicare a Sorge e Badino quel che stava per accadere, che naturalmente era incompatibile con la mia permanenza a “Rockerilla”; non se la presero e, sebbene non fossero felici della nascita di un nuovo concorrente, apprezzarono il preavviso e rimanemmo in ottimi rapporti.
A quel punto, si doveva partire sul serio. Affittai un microufficio che in pratica non usammo mai e che lasciammo già a fine 1989. Presi accordi con la Photosistem, eccellente laboratorio di fotocomposizione in cui lavorava con un ruolo “di peso” un professionista che avevo conosciuto all’epoca del Mucchio, e il titolare mi mise in contatto con la tipografia Grafiche PFG di Ariccia per la stampa. Infine, per quanto concerne la distribuzione, mi affidai alla Parrini & C., che oltre a essere un’azienda di grandi dimensioni aveva sede a Roma; a loro era già legato il Mucchio e questo mi seccava un bel po’, ma le potenziali alternative non mi convincevano e dunque firmai un contratto che, come tutti quelli offerti alle piccole case editrici, non era vantaggiosissimo, ma pazienza. Come abbia trovato il coraggio di lanciarmi in un simile casino, a ventotto anni e quasi privo di esperienze imprenditoriali dirette, rimane un beato mistero, specie considerando come il mio aspetto molto giovanile – chiunque mi riteneva ventenne o giù di lì – portava di primo acchito gli interlocutori a trattarmi con sospetto e/o paternalismo. L’altro mistero è come abbia fatto a occuparmi di tutto ciò mentre si impostavano l’apparato grafico e il timone del n.1 e mentre mi organizzavo per “Stereodrome”, la trasmissione di Radiorai che da ottobre a febbraio avrei condotto per cinque sere alla settimana. La superattività e gli impegni frenetici finirono di logorare la quinquennale relazione con la mia prima compagna importante, con conseguente, doloroso addio. Nell’ottobre del 1988 ero insomma, oltre che single, conduttore – assieme a Luisa Mann, cara e bravissima amica che purtroppo se n’è andata troppo presto – di un ascoltatissimo programma radio della RAI, responsabile di un’etichetta discografica indipendente, collaboratore di “AudioReview” ed editore/condirettore di un neonato mensile. Avendo gà scritto quasi dodicimila battute, devo però per forza rimandare alla prossima puntata i dettagli sulla vita e la morte quest’ultimo.

(1) Shock!, la rivista mancata.
(2) Le (prime) dimissioni dal Mucchio.

Categorie: memorie | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Il post-Mucchio

  1. Attilio

    A quando la storia di EXTRA? Per me rimane la miglior rivista musicale di sempre, sicuramente in Italia ma forse anche oltre.

  2. Suarez

    a farmi scoprire Velvet fu una locandina credo proprio da Disfunzioni Musicali, con la copertina del primo numero con i nomiin evidenza dei giornalisti e collaboratori, ed i nomi erano appunto quelli che piu’ seguivo al mucchio, dopo aver comprato due o tre numeri assieme a quelli del mucchi abbandonai il mucchio per velvet. al mucchio selvaggio ritornai 4 o 5 anni dopo quando Velvet era diventato il recensore. Li gia non miinteressava più (anche se ricordo un bell’articolo recensione di Marco De Dominicis sui Dee Lite

  3. Paolo Backstreet Iglina

    Il numero di Ottobre aveva in allegato uno speciale su gli U2 curato da Cotto (ovviamente pronto ben prima).
    Poi per qualche mese tra il Mucchio e Velvet si sono “sparati” un po’ addosso a suon di articoletti o battute più o meno velate.

  4. Rusty

    Ricordo benissimo il numero di luglio/agosto 1988 con l’intervista di Cotto al mio amato Neil Young e quello di settembre con Bruce in copertina. Poi, ad ottobre, mi ritrovai in mano un’altra rivista. A novembre, se non sbaglio, un articoletto di Stèfani intitolato “Glasnost” con fotina di lui, Bianca Spezzano, Ronzani, Tettamanti, Zambellini e Biamonte che in realtà non spiegava nulla. Essendo un nuovo lettore (da gennaio) continuai a comprare il Mucchio, solo saltuariamente Velvet. E comunque grazie Federico per questi articoli che mi fanno ricordare un periodo importante della mia vita. Non siete passati invano!

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