Hedge Hog

Di questa intervista e degli Hedge Hog avevo solo un vago ricordo, ma rileggendola e riascoltando qualcosa della band norvegese mi sono subito ritrovato nel magico clima della prima metà degli anni ’90. Il quartetto ha ovviamente smesso di esistere da un pezzo, ma chi se ne importa; e tanto peggio per chi, non avendolo mai sentito nominare, passerà oltre senza nemmeno provare a conoscerlo.
Hedge Hog fotoCi siamo formati circa cinque anni fa con il nome The Skeletones, una garage-band come tante… tutti noi eravamo alla prima esperienza, e per parecchio tempo siamo andati avanti con un repertorio a base di cover di Ramones, Sex Pistols e Motorhead. La line-up è rimasta la stessa di allora, a parte il batterista che è cambiato dopo l‘incisione di Erase”. Non ci sarebbe nulla di insolito, in questa banalissima autopresentazione, se non fosse che i suoi titolari non sono membri di chissà quale nuovo ensemble generato dai sempre prolifici ventri di Stati Uniti, Gran Bretagna o Australia; piuttosto che John, Steve o Jack, gli intervistati si chiamano infatti Morten e Sverre, e il luogo dove sono stati sedotti dal demone del rock’n’roll è Tröndheim, un piccolo centro situato nel cuore della fredda Norvegia. “Sotto il profilo pratico, il nostro Paese non è proprio l‘ideale per un musicista: fare concerti è difficile a causa delle enormi distanze tra un posto e l‘altro, e anche il mercato del rock alternativo è piuttosto ristretto. Però non emigreremmo all‘estero in cerca di fortuna, non ci andrebbe di lasciare la tranquilla cittadina dove siamo nati; gli stimoli e le fonti di ispirazione, d‘altronde, non mancano, come testimoniato dal fatto che la scena di Tröndheim è molto vivace: oltre a noi, ai Motorpsycho e agli Israelvis ci sono gruppi niente male come i Funny Farm, una trash-band alla Pantera, o i Jellikit, una specie di Primus con qualche anno in meno”.
Hanno una grande carica, gli Hedge Hog. Il loro crossover in bilico tra hard e punk, ruvido e granitico ma aperto anche a inaspettate divagazioni melodiche, è senz‘altro uno dei più freschi del momento, come attestato da una discografia della quale fanno parte due album (Erase, autoprodotto nel 1992, e Primal Gutter, edito nel 1993 dalla sempre più attiva Voices Of Wonder), un mini-CD (il recente Mercury Red, ancora per la Voices Of Wonder), un singolo diviso a metà con gli amici Motorpsycho (Surprise, uscito nel 1993 per la Helter Skelter) e i contributi alle raccolte Subbacultcha! (Progress, 1992) e Voices Of Wonder – A Compilation (indovinate per quale label, 1994); a questi si aggiungerà presto la cover di Parasite in Flaming Youth, tributo norvegese ai Kiss. “Crediamo che il nostro sound sia abbastanza personale, oltre che in continua evoluzione, ma in ogni caso siamo molto più interessati a realizzare belle canzoni piuttosto che un solo genere di canzoni. Finché i brani sono riusciti, non ha importanza che siano pop, grunge o trash. Naturalmente non neghiamo di avere assorbito varie influenze da tutta la musica che ascoltiamo, dagli Stooges all‘hard-rock progressivo degli anni Settanta, fino a cose più moderne come Soundgarden. Sonic Youth o Neurosis”. Non fosse bastata la capacità di interpretare indifferentemente Violent Femmes (Blister In The Sun, in Erase) o Kiss (I Want You in Mercury Red, oltre alla già citata Parasíte), i due Hedge Hog confermano la loro attitudine “onnivora” con un singolare elenco dei dischi che porterebbero con loro sulla classica isola deserta: Morten non potrebbe fare a meno di Grand Funk, CS&N, Kiss, Beatles, David Sylvian e PJ Harvey, Sverre non risucirebbe a separarsì da Tad, Monster Magnet, Iron Maiden, Soundgarden, Pantera e Neurosis, ed entrambi non lascerebbero di sicuro a casa l‘intero catalogo dei Led Zeppelin e dei primi Black Sabbath. Potessero scegliere un produttore, Morten voterebbe per Martin Birch, mentre le preferenze di Sverre andrebbero a J. Mascis; e la canzone altrui che vorrebbero aver scritto è – guarda un po‘ che fantasia – Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, da loro definita “il vero inno dì questo decennio” (ma si accontenlerebbero, dicono, anche di Jesus Christ Pose dei Soundgarden).
Suoniamo perché ci piace e ci diverte, non abbiamo ambizioni di stardom o di ricchezza ma ovviamente siamo felici se la gente acquista i nosiri dischi o viene ad assistere ai nostri concerti. Contìnueremo a farlo finché ne avremo voglia, o finché ricaveremo abbastanza denaro da garantirci quantomeno la sopravvivenza; e visto che il mercato norvegese, a meno che ci si dedichi al rock mainstream e si firmi con una major, riesce ad assorbire al massimo un paio di migliaia di copie, l‘obiettivo è quello di espandere la nostra notorietà in Europa; sia grazie ai contatti della Voices Of Wonder, sia con qualche tour come quello che abbiamo organizzato in Germania per il prossimo settembre”. Improbabile che gli Hedge Hog, continuando a usare Tröndheim come base di operazione, possano essere qualcosa di più di una cult-band. Improbabile anche, però, che i più smaliziati tra i nostri lettori non si avvedano di quanto le proposte del quartetto – Morten Kristinase, voce e chitarra; Sverre Fossen, chitarra; Terje Berg, basso; Arve Gulbrandsen, batteria – vantino una caratura di gran lunga superiore a quelle di tante formazioni assai più propagandate, magari a causa di certi marchietti apposti sulle copertine; per non avere dubbi, basta affidare al CD-player una copia di Mercury Red: con un tiro e un estro simili, chi avrebbe mai il coraggio di dire che si tratta del solito, lurido, insano crossover rock?
Tratto da Rumore n.28 del giugno 1994

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