My Back Pages (2 – Muzak)

Secondo capitolo della rubrica a puntate dedicata alla storia dell‘editoria musicale italiana e pubblicata sugli ultimi cinque numeri del “mio” Extra. A seguire lo storico settimanale Ciao 2001, l‘impostazione cronologica impone come argomento un mensile dalla vita assai più breve ma non per questo poco rilevante. Anzi.

Muzak copNell’ottobre del 1973, una nuova rivista – mensile di musica progressiva – rockfolkjazz, si leggeva sotto la testata – apparve nelle edicole, con l’intento non enunciato, ma non per questo meno esplicito, di insidiare la totale egemonia di Ciao 2001 – con la quale, paradossalmente, vantava alcuni collaboratori in comune – nel campo dell’informazione musicale e controculturale dei ragazzi italiani. Le pagine, sessantotto in larga parte in bianco/nero, erano di carta più pesante rispetto a quelle della rivale, il prezzo era di quattrocento lire e il nome – “strano”, ma ai tempi era un valore aggiunto – possedeva una buona, seppur lievemente inquietante efficacia. Questo il “manifesto d’intenti” del primo numero, con in copertina una foto di Elton John – non c’è da sorridere, negli anni ‘70 era un “alternativo” – sottoposta a una specie di solarizzazione per renderla più bizzarra. “Muzak. Con questa parola gli inglesi indicano la musicaccia. Quella di oriettaberti. O engelberthumperdick. O davidcassidy. Tre, quattro, cinque, forse dieci (chi ancora si ricorda di Elvis?) anni fa ognuno ha avuto modo di trovare nella musica la sua soddisfazione di un momento. Forse la marijuana. Forse un rumcocacola di troppo. Un partner da amare. E certi colpi di batteria, una chitarra solista. Un suono elettronico che entra in circolo. O la politica sublimata nel sound semplificato e vagamente guthriano di bobdylan o di joanbaez prima maniera. Il bisogno di razionalità dei pinkfloyd. O quello di pazzia (elogiamola… all’infinito) di frankzappa. O ancora le evoluzioni sonoro-canore di jimi l’indimenticabile. E perché no? Anche i beatles. Anche quelli disgustosamente muzak di michelle. E i rolling: punto fermo di tante orecchie tristi e sorde. Ecco. Muzak non c’entra niente. È autoironia. E buttatela via l’autoironia di questi tempi. Muzak è rimarcare che tutto ciò che è musica (anche la muzak, appunto) è sempre e comunque una cosa che riguarda delle persone. Veicolo dell’individualità ritrovata e della socialità riscoperta. Muzak è musicaccia. Ebbene: la musicaccia è quello che ci interessa. Se non altro per renderla musica a tutti gli effetti. Un’utopia? E perché no?
Intitolato “Autoritratto della muzak generation”, il tazebao era firmato Il collettivo redazionale, che a pag.5 si scopriva avere come membri-cardine Giaime Pintor (direttore), Antonino Antonucci Ferrara (direttore editoriale), Enzo Caffarelli (coordinatore della redazione), Marco Ferranti e Manuel Insolera (servizi interni ed esteri), Peppo Delconte e Giacomo Pellicciotti (redazione milanese). La scelta dell’assunzione di un’identità separata dai singoli, seppure nella suddivisione dei ruoli indispensabile ai fini organizzativi, era ovviamente figlia di quegli anni non solo “di piombo” ma pure di belle utopie. Utopie rimarcate dalla scritta, per di più in neretto, che faceva bella mostra di sé sempre nello spazio riservato all’organigramma: “Muzak non accetta pubblicità redazionale. Gli articoli, le recensioni, le immagini e le foto di copertina sono pubblicate a unico e indipendente giudizio del collettivo redazionale”. Traduzione, “qui non si fanno marchette”, e viene da chiedersi quanti giornali di oggi avrebbero la faccia di bronzo di esporre una siffatta (pur ovvia) precisazione.
Non durò molto, “questo” Muzak: chiuse i battenti con il n.13 del novembre 1974, dopo aver perso per strada Caffarelli, Ferranti e Insolera (tutti già legati a Ciao 2001) e aver subito con il n.8 la defezione dei collaboratori milanesi – Muzak aveva sede a Roma – che presto avrebbero generato un altro fondamentale mensile, Gong. In appena un anno di vita, e benché le copie vendute non fossero tantissime (come implicitamente palesato dalla carta sempre più cheap), la rivista ebbe comunque un notevole impatto sulla scena rock (e dintorni) nostrana, o almeno sugli appassionati che non si accontentavano dei soliti artisti e cercavano invece di documentarsi su nomi più sotterranei. A contribuire di volta in volta al “successo”, anche firme di lusso (Francesco Guccini, Fernanda Pivano, Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli…) e giovani emergenti come Riccardo Bertoncelli (ebbe a scrivere, tra gli altri, di Dylan, Who, Santana, Captain Beefheart), Marco Fumagalli, Paolo Carù, Maurizio Baiata e un Gino Castaldo che in pratica monopolizzava il jazz. Sotto il profilo grafico, Muzak “osava” un po’ più del coevo Ciao 2001, ma i risultati non facevano certo gridare al miracolo; capitava in ogni caso di imbattersi in belle foto originali e in qualche impaginazione ardita, così come in soluzioni estetiche confusionarie, in discutibili pretenziosità e, più che scontato, in pittoreschi refusi. I testi, però, erano senza dubbio validi, al di là delle eventuali lacune a livello nozionistico (non era granché facile, in quella Italia lì, reperire notizie approfondite su quanto accadeva oltremanica e oltreoceano…) e del provincialismo che per forza di cose faceva capolino: si viveva alla periferia dell’Impero Rock, e la deferenza nei confronti di ciò che era (o sembrava) Mito era in fondo giustificabilissima, benché all’occorrenza non mancassero le critiche. Esempi di recensioni? Nel n.3, occupandosi di IV dei Faust, Ferranti scriveva così. “Peccato soltanto che la musica di questi ragazzi tedeschi rispecchi sempre atmosfere così cupe, chiuse, oppressive, veramente diaboliche senza nai dare quegli spazi di luce e serenità che spesso sono richiesti dalla nostra fantasia e anche dalle nostre cortecce cerebrali. Con esse i Faust raggiungerebbero dei vertici davvero invidiabili; ma forse ciò, alla luce di questa continua ricerca, a loro non interessa: si accontentano di essere il miglior gruppo della Germania, sperando che non ci deludano come quegli Amon Düül, tanto bravini in sala di registrazione, ma poi dal vivo autentici cani bastardi”. Riccardo Bertoncelli, nel n.6, su Apostrophe di Frank Zappa: “Bene, Over-Nite Sensation non era un miraggio e dunque possiamo riporre nel cassetto desideri e voli infiniti: con album come questi Zappa concorre alla Grande Lotteria del Consumo, mettendo a tacere l’obliqua anima di musicista che gli urla dentro. Il businessman ha mangiato il cuore al condottiero: e nell’attesa di ritrovare l’uomo come da antica gloria non ci resta che mettere da parte questo disco, continuando a danzare sul ricordo incancellabile di Burn Weeny Sandwich o di Uncle Meat”. Ancora, la conclusione di Paolo M. Ricci a proposito dell’omonimo di Francesco De Gregori (quello con l’agnello in copertina), sul n.7: “Ciò che differenzia De Gregori dagli altri cantautori italiani è che lo si ascolta volentieri, che non dà fastidio, che non scoccia nemmeno quando la lezione di Dylan e Cohen si fa troppo evidente o quando un certo surrealismo delle parole pare un po’ forzato, o la piattezza della musica pare sconfinare nel miele decadente e vittimistico”.
Per quasi tutta questa sua prima fase, Muzak era consacrato alla musica, affrontata in modo convenzionale: news, articoli e interviste estesi (sette/otto a numero), discografie commentate, traduzioni di testi e recensioni, più l’immancabile posta dei lettori, una piccola rassegna stampa estera, un’ampia rubrica sugli strumenti, inserzioni pubblicitarie con il contagocce; dopo qualche mese, nel tentativo di rendere il tutto più interessante a 360 gradi e magari ampliare il pubblico, alcune pagine vennero dedicate al teatro, ai libri, al cinema e ai fumetti, e pure il logo della testata fu sostituito con un altro più moderno. Non funzionò, quantomeno non abbastanza, e l’avventura si chiuse – il giornale era, di fatto, autogestito – con il volto di David Crosby in semi-estasi sulla copertina del n.13. Il congedo era però solo provvisorio, giacché nell’aprile del 1975 Muzak tornava in circolazione appoggiata da un editore specializzato in riviste tecniche (Publisuono): stesso formato, stesse pagine, stesso prezzo (500 lire, come dal n.6 della prima serie), minimi avvicendamenti nello staff (significativa, con il senno di poi, la presenza come vicedirettore di Lidia Ravera, futura coautrice del romanzo Porci con le ali: nel 1976/77 fu un enorme successo in libreria). Cambiava però, attualizzandosi, la grafica (eloquentissimo il tenebroso Jimi Hendrix effigiato sul n.1) e si modificava in parte la linea editoriale, come dichiarato dal nuovo sottotitolo “Per usare la musica, la cultura e altre cose”: rock, folk e jazz continuavano a essere centrali, ma i servizi erano più brevi e gli argomenti trattati ben più numerosi, con aperture via via più decisa alla politica – naturalmente, a Sinistra – e alle questioni sociali. A fidarsi delle cronache d’epoca, la sterzata giovò alla vendite, anche se il target di riferimento non era più quello dei cultori di musica altra bensì quello degli studenti e dei lavoratori “impegnati”: fioccavano, non a caso, inchieste e reportage sul servizio di leva (un vero incubo, per i diciotto/ventenni di allora…), la droga (un altro incubo, ma non considerato tale da tutti…), il mondo del lavoro, la famiglia e il sesso. E fu proprio per un’indagine/sondaggio sulla sessualità adolescenziale che la rivista scivolò – assurdamente, va detto: per determinate cose, l’Italia è sempre stata retrograda – su una buccia di banana: ovvero, un processo per corruzione di minorenni voluto da alcuni “illuminati” (professori e genitori di alunni, più il preside) del Liceo Visconti di Roma. Ignoro quali siano stati gli esiti del giudizio penale ma a quanto sembra, nello stesso periodo, direzione e Publisuono si trovarono per la prima volta a confrontarsi sui contenuti della rivista; i tentativi di ingerenza dell‘editore incontrarono un muro e quest‘ultimo fece immediatamente cessare il suo sostegno finanziario. Il glorioso mensile salutò così le edicole nel giugno del 1976 con il n.13 (ancora: ma portasse davvero sfiga, come affermano gli americani?). I componenti del collettivo redazionale cercarono prima un’altra struttura disposta a sostenerli per poi pensare di organizzarsi in cooperativa, ma entrambe le ipotesi naufragarono. Addio, Muzak.
Giaime Pintor, figlio di uno dei fondatori de Il Manifesto e nipote dell’omonimo giornalista e patriota, è morto nel 1997, quarantasettenne, in seguito a un incidente farmacologico occorsogli durante una cura per il diabete. Romano, si era diplomato nel mio stesso liceo classico, ed è a lui che voglio dedicare queste righe di ricordo della sua “creatura” che tanto mi ha segnato a metà dei 70. Senza Muzak forse non sarei qui, caro Giaime, e dunque – pur non avendoti mai incontrato – ti abbraccio con riconoscenza. E affetto.
Tratto da Mucchio Extra n.36 dell‘estate 2011

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Categorie: articoli | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “My Back Pages (2 – Muzak)

  1. Articolo molto sentito e molto accurato, complimenti. Curiosa la storia del processo penale a fine anni Settanta; evidentemente il caso de “La Zanzara” non aveva insegnato nulla, tanto per cambiare…

    • Eh, negli anni ’70 ne succedevano di stranezze. Mi ricordo che compravo “Il Male” appena uscito, la mattina prima di entrare a scuola, perché se aspettavo l’uscita non lo trovavi più in quanto sequestrato…

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