My Back Pages (3 – Gong)

Dopo le puntate dedicate a Ciao 2001 e Muzak, la mia storia purtroppo mai terminata dell‘editoria musicale italiana fa tappa su Gong, altra testata mitica degli anni ‘70. Storie coperte di polvere che, però, mantengono tuttora una certa brillantezza.

Gong copDifficile far capire ai più giovani, quelli che ai tempi frequentavano al massimo la Scuola Elementare o magari non erano ancora neppure ipotesi di spermatozoi, lo shock – positivo, benché la sensazione dominante fosse di incredulità – provocato dalla copertina del primo numero di una rivista apparsa come un fulmine a ciel sereno nelle edicole italiane nel lontano ottobre del 1974. Vi troneggiava l’immagine di una donna (nuda) piuttosto in carne, accovacciata in riva al mare, che si proteggeva dal sole con un vezzoso ombrellino bianco ma che possedeva caratteristiche inquietanti: la parte più alta del petto, proprio sopra un davanzale abnorme (a occhio una “settima”) era villosa, e la testa – naturalmente applicata con un abile fotomontaggio – era quella di un baffuto ed eccentico musicista americano di origini italiane. Roba grottesca ma irresistibile, almeno per quanti amavano l’idea (il sogno?) di uno stile di vita alternativo, e resa più affascinante dal grande formato (un 23×30 per ottanta pagine e 800 lire di prezzo, altino per l’epoca), dal nome immediato e suggestivo del giornale, da una testata assieme spigolosa e rotonda con tanto di lingua che rendeva omaggio ai Rolling Stones, da un sottotitolo stimolante come “Mensile di musica e cultura progressiva”. La geniale grafica, che anche nelle pagine interne non lesinava in creatività pop di livello, era opera dell’allora ventiseienne Mario Convertino (un nome destinato a fare la storia, in Italia, nel campo dell’illustrazione legata al rock e non solo; se ne andrà per sempre, prematuramente, nel 1986), mentre dei testi si occupava lo staff milanese distaccatosi qualche mese prima da Muzak: il timone era nelle mani di Antonino Antonucci Ferrara (direttore) e Peppo Delconte (capo servizi), il poco nutrito equipaggio – che si sarebbe ampliato, ma non di molto, nel prosieguo dell’avventura – vedeva Riccardo Bertoncelli, Marco Fumagalli, Roberto Masotti, Giacomo Pellicciotti ed Enzo Ungari. Una simpatica bizzarria: tanto nel sommario quanto in calce ai servizi, alla firma si accompagnava un disegnino del profilo dei giornalisti/appassionati. E il tutto, va da sé, trovava pieno riscontro nel vulcanico editoriale. “Gong presenta Gong, ovvero l’espandersi circolare della follia sonora… i tuoni e gli scricchiolii, i sibili della rabbia e gli sbuffi catarrosi del consumismo… quel che il sistema offre spudoratamente e quel che pudicamente tenta di soffocare… Dalla copertina occhieggia – rovente minaccia ai più pavidi – l’amena opulenza di Mother Zappa (protagonista fantamusicale di un’allucinante storia di cappa e spada)… Ed è subito fuoco e calor bianco, e la polvere tossica delle polemiche per i fasti mantenuti, e quelli solo promessi, dell’estate dei musicomani… Dall’incontro agrodolce con Buckley, tristissimo navigatore stellare… ai contorti pellegrinaggi del ‘mastro d’archetto’ Jean Luc Ponty… Dalla spietata riesumazione dell’arguzia perduta e dei cari guaiti della Bonzo… agli italici dilemmi, quando suona l’ora di spiccare il Volo… La polvere di Harlem e le briciole di furore negro sul vestito sdrucito di Archie Shepp… L’agonia dei sogni assurdi di Wyatt & Co. nel viaggio per Hatfield and the North… Le ceneri antiche, il fumo e i fuochi fatui del Rock‘n’Roll Revival… E poi ancora i concerti… la grafica… le recensioni… Il cinema… i libri… le schede discografiche… e altre istituzioni da maciullare in frenetica libertà… Il primo Gong ha aperto il Sabba… Tra un mese esatto, sulla stessa frequenza, appuntamento con i superstiti…”. Il messaggio globale che arrivò agli acquirenti suonava grossomodo così: “sappiamo di essere i migliori e non abbiamo remore a sbattervelo in faccia, ma vantiamo anche una qualità che quei tristoni di Muzak non posseggono: se serve, sappiamo cazzeggiare, seppur rimanendo colti e brillanti. Non potete non amarci“.
Era figo, Gong, dio se era figo. Altro che Ciao 2001 o, appunto, il pur pregevole Muzak! Ci si poteva leggere di artisti spesso sconosciuti ai più e il modo in cui erano presentati sapeva di originalità, a partire dai titoli pirotecnici (“Sapienza di un’ostrica, un Mirage di balsa e un urlo al calor bianco”: il tema era Mike Oldfield; “Ascolta la mia lingua nel tuo orecchio”, Grace Slick) alle impaginazioni inusuali e talvolta irriverenti, fino alla generale bontà di una prosa comunque non priva di (inevitabile?) spocchia. L’argomento più trattato era ovviamente il rock, con spazi significativi per il jazz e l’avanguardia, ma si affrontavano anche questioni politiche e sociali (imprescindibili, nei caldi anni ‘70), cinema, libri, fumetti. Dal punto di vista strutturale, tuttavia, Gong non differiva granché dalla concorrenza: un classico schema posta, articoli (o interviste) e recensioni (quindici/venti a numero), con in mezzo rubriche fisse come “Gong Gazette” (informazioni assortite sotto la dicitura “notiziario intergalattico di musica progressiva”), la “Sotterranea” curata da Fumagalli o da Bertoncelli (nelle prime puntate: Bonzo Dog Band, Philip Glass, Third Ear Band, Art Ensemble Of Chicago, David Peel…), la “Musica e candelotti” – ironia amara: in quei giorni, “live” significava non di rado “scontri con la polizia” – che raccontava i concerti, “Strumenti”, “Discografia” e “La voce del padrone”, dove si proponevano i migliori scritti inviati dai lettori. Tutti contenuti di pregio, insomma, così come ricche di spunti erano le pagine della posta nelle quali si parlava per lo più dello stesso Gong, con l’approccio serioso e diffidente tipico di quegli anni: alcuni si lamentavano delle 800 lire (troppe, per un periodico rivolto ai giovani), altri per la grafica appariscente e ammiccante (per molti, la cosiddetta controcultura doveva essere non vivace ma brutta: quindi niente quadricromie, scherziamo?, viva i fogli ciclostilati), altri ancora sulla coerenza (è lecito professarsi “rivoluzionari” e accettare inserzioni pubblicitarie? Inserzioni che, va precisato, non erano tante ma non mancavano, comprese quelle dalla Coca-Cola, dei jeans Levi’s e delle auto) o sui rapporti fra rock e business. Negli annales è però rimasta scolpita soprattutto la lunga e incazzatissima missiva, uscita nel giugno 1975, in cui Demetrio Stratos faceva “scientificamente” a pezzi la critica di Bertoncelli all’album Crac! (un’altra recensione negativa apparsa mesi prima sempre su Gong, quella di Stanze di vita quotidiana di Francesco Guccini, aveva invece avuto come conseguenza la citazione del Riccardo Nazionale ne L’avvelenata).
Erano proprio bravi, i ragazzi. Furbi a mettere in copertina i personaggi che andavano per la maggiore, benché talvolta smitizzandoli (oltre che al Zappa di cui sopra, si pensi al Bob Dylan in un hot dog del quarto numero), ma concedendo senza problemi la prima pagina ad artisti assai più di culto come Nico, Battiato, Albert Ayler. Impegnati sul piano politico (a Sinistra, va da sé), come rimarcato da prese di posizione più che nette se non barricadere, ma capaci anche di ideare una meravigliosa burla all’intero ambiente dedicando quattro pagine all’anteprima di Red Wood, album inesistente delle celebratissime icone Crosby, Stills Nash & Young (il numero è quello del novembre 1975: in copertina, un magnifico scatto di Demetrio Stratos imbavagliato). Mai timorosi di scagliarsi contro chiunque, se lo ritenevano opportuno, ma per nulla intimoriti dal mettere a nudo i propri sentimenti (lo splendido editoriale dell’aprile 1976 in memoria di Marco Fumagalli, ucciso poco più che ventenne da un male incurabile). Meritano ampiamente l’aura leggendaria che li avvolge nei discorsi fra noi musicofili del Belpaese e pure fra collezionisti di (sacro) vinile, dato che dal gennaio 1977 – contestualmente all’aumento del prezzo a 1.500 lire; già nel precedente settembre era salito a 1.000 – pensarono di allegare ogni mese, per sei mesi, un 7″EP con circa un quarto d’ora di musica dal vivo altrove inedita (Pink Floyd, Neil Young, Bob Dylan, Henry Cow, Capricorno/Guido Mazzon, Sam Rivers).
In quel ‘77, comunque, Gong era già in fase calante: un po’ per la crisi dell’editoria, e un po’ perché il mondo a cui faceva riferimento stava mutando, i riscontri non erano più quelli fastosi del periodo che va dal 1974 al 1976. L’ultimo numero della serie storica, se così la si vuol definire, fu quello di settembre: seguirono, in ottobre, la riduzione delle dimensioni a un ben più usuale 21×28 (con Convertino non più in squadra) e poi, via via, una serie impressionante di cambi di rotta con nuove case editrici, nuovi direttori (Aldo Campanozzi, Vito Lombardo, Sergio Masciardi, Graziano Origa), nuovi staff e nuovi orientamenti rimarcati da nuovi sottotitoli (nelle cinque uscite sotto la gestione di Origa, caratterizzate da una decisa sterzata verso il punk e i comics, figurano prima “mensile di musica, cultura e fumetti” e quindi “musica e immagini d’avanguardia”), nel tentativo di tenere la barca a galla. Nel destino, però, c’era ormai lo schianto sugli scogli, che si verificò puntualmente nonostante il recupero dell’originaria dicitura “mensile di musica e cultura progressiva” per i due numeri conclusivi del quinto anno di vita. Nessuno di coloro che avevano avviato il giornale era più della partita e l’ennesimo corso non sembrava offrire le garanzie di progettualità e qualità richieste per andare avanti. Gong si congedò in silenzio, senza salutare, nel dicembre 1978. Se ne legnarono in pochi, visto che gli appassionati italiani tendevano già da un po’ le orecchie ad altri generi di rintocchi.
Tratto da Mucchio Extra n.37 dell‘Inverno 2012

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