My Back Pages (1 – Ciao 2001)

Nel n.35 di Extra (quello vero, ovvio), misi finalmente in pratica un‘idea che coltivavo da un sacco di tempo, ovvero una serie di articoli dedicati alla nostra editoria musicale; mi sembrava una cosa simpatica nonché un doveroso omaggio alle pagine che hanno in qualche modo formato me e chissà quante altre migliaia di appassionati. Gli articoli di cui sopra dovevano essere critico-informativi e ordinati cronologicamente, cioè in base alla data di nascita delle riviste trattate. La rubrica, intitolata “My Back Pages”, andò avanti fino alle mie dimissioni, con il n.39; l‘avrei continuata ad libitum, certo, ma è andata com‘è andata e amen. Visto che sarebbe un peccato lasciarle a giacere nel mio archivio, proporrò allora con cadenza settimanale le cinque pubblicate fra il 2011 e il 2013. Nella prima, più che scontato, l‘argomento era Ciao 2001.

Ciao 2001 fotoChi ha meno di una trentina d’anni non potrà mai immaginare quanto fosse difficile, nella prima metà dei Settanta, la vita di un appassionato di musica “alternativa” italiano che volesse andare oltre le solite cose – Pink Floyd, Genesis, Deep Purple, King Crimson, Rolling Stones o Beatles, solo per citarne alcuni – che piacevano un po’ a tutti i ragazzi. Certo, paragonato a oggi il numero di uscite discografiche era notevolmente minore, ma i vantaggi finiscono qui: da noi il materiale più “insolito” non godeva di stampa autoctona e quindi arrivava (se arrivava) solo d’importazione, in pochi negozi e in poche copie; i programmi radio della RAI si orientavano con rare eccezioni sul nazionalpopolare e le emittenti private ancora non esistevano (avrebbero iniziato a spuntare come funghi nel 1975), e quindi per ascoltare qualcosa bisognava industriarsi per captare in onde corte alcune stazioni straniere o sperare nell’acquisto – con conseguente registrazione in cassetta – da parte di un amico; le notizie viaggiavano lente, confuse e con modalità carbonare, e già avere la sicurezza della nazionalità di band sconosciute – “sono inglesi o americani?” il quesito ricorrente – era una bella soddisfazione. Capito quanto siamo fortunati, dal principio del Terzo Millennio, al confronto con l’epoca in cui il World Wide Web, la banda larga, Wikipedia, gli MP3 e persino i CD non esistevano neppure nei libri di Philip K. Dick?
Nonostante i mille ostacoli disseminati sul suo cammino, l’estimatore del rock che non aveva la possibilità di recarsi all’estero (altra faccenda complicatissima, anche perché parecchio dispendiosa) e/o di procurarsi Creem, Rolling Stone o Melody Maker (reperibili solo in qualche edicola delle grandi città), aveva una sola opzione per informarsi: comprare una rivista italiana. Anzi, “la” rivista italiana, quella che leggevano tutti e che, almeno fino all’autunno del 1973 (cioè quando irruppe sulla scena il pur effimero Muzak), era priva di reale concorrenza. Tale testata, settimanale, aveva fatto la sua comparsa nel gennaio 1969 e aveva un buffo nome di sapore avveniristico, palesemente ispirato a un famosissimo film di Stanley Kubrick giunto nei cinema un anno prima: Ciao 2001, senza ombra di dubbio più d’impatto del Ciao Big con il quale aveva esordito quando, nel fatidico ‘68, era nata dalla fusione di due popolari periodici, Ciao amici e Big. Periodici che, come tutti quelli dei ‘60 rivolti al pubblico giovanile, avevano minime pretese culturali e critiche; del resto, quasi nessuno riconosceva valore artistico al pop e al rock, e i media se ne occupavano considerandoli semplice entertainment. Dal 1970 fu proprio Ciao 2001, con il passaggio della direzione nelle mani di Saverio Rotondi (l’avrebbe mantenuta fino a quel 1983 che vide la sua prematura scomparsa), a invertire la tendenza, cominciando organicamente a delineare i principi-base di quel “moderno” giornalismo rock nazionale che fino ad allora erano stati sviluppati a livello amatoriale da qualche fanzine ciclostilata (al tempo, pensate un po’, le fotocopie erano una sorta di lusso). Una su tutte, la mitica Freak, fondata nel 1969 da un diciassettenne Riccardo Bertoncelli.
Conservo ancora, assieme ad alcune centinaia di altri numeri comprati in seguito, il mio primo Ciao 2001. La data è quella del 28 ottobre 1973, il prezzo di copertina è di 200 lire (quando un normale LP ne costava 3.500, e un concerto “serio” un po’ di meno), le pagine – in carta lucida piuttosto leggera – 84. In copertina Elton John, del quale era regalato anche un adesivo e al quale era dedicato il servizio principale di quattro pagine con un’intervista e la recensione di Goodbye Yellow Brick Road. Altri articoli estesi, di due o tre facciate, avevano come argomento Grateful Dead, Beggar’s Opera, Van Morrison, Cervello e Brian Jones, ma si parlava anche di ecologia, di radio (la presentazione del nuovo programma RAI “Popoff”, divenuto un appuntamento imperdibile), di teatro, di pittura. E poi, le rubriche fisse, dall’immancabile posta (e chissà quante delle missive erano inventate…) a quella “Psicologia & Psicanalisi” dove dominava il tema sesso (altrove tabù), dagli annunci di compravendita allo spazio aperto ai contributi creativi dei lettori fino a cinema, libri, moto, orientamenti professionali. In parole povere, una rivista fatta per attrarre i tanti post-sessantottini bisognosi di un totem attorno al quale raccogliersi… e poco conta se lo scopo non era quello di crescere piccoli ribelli bensì conquistare il mercato più ampio possibile attraverso una (azzeccata) strategia di marketing: Ciao 2001 era reputato la chiave di accesso a un mondo diverso da quello in cui i genitori benpensanti avrebbero voluto veder crescere la loro progenie, e pertanto era da sostenere a prescindere.
Al di là delle deviazioni, pur fondamentali e caratterizzanti, il cuore del progetto editoriale era comunque la musica, affrontata per lo più con taglio sensazionalistico nelle interviste e analitico-segaiolo – lo so, fa ridere, ma non mi veniva in mente un’espressione migliore – per quanto riguarda le recensioni. Scritti quasi sempre di buona qualità anche sul piano della forma, a volte ingenui e/o autoindulgenti ma non tanto dissimili – nella sostanza – da quelli in cui ci si imbatte di frequente adesso. Scettici? Ecco qualche esplicativo stralcio di una recensione, pubblicata in un numero del nuovembre 1973 e firmata da Enzo Caffarelli (Antonello Venditti ce l’aveva con lui, quando compose il testo di Penna a sfera), nella quale sono accomunati Pin Ups di David Bowie, Berlin di Lou Reed, il debutto omonimo delle/dei New York Dolls e un’antologia dei Velvet Underground. “I tre artisti, quattro se vogliamo considerare rigorosamente separato il Lou Reed dei Velvet da quello dei recenti dischi solistici, rappresentano momenti diversi di un fenomeno tra i più discussi e popolari della scena attuale, indubbiamente il più tipicizzante e il più imbarazzante per certe sottigliezze critiche e per le vaste problematiche morali e sociali che esso coinvolge. Chiamiamolo rock decadente se vogliamo, o rock ‘travestito’, che mi pare più originale e suggestivo, e consideriamo sotto un profilo storico il recupero del rock’n’roll vecchia maniera, dell’aggressiva ironia e dell’oltraggio del primo beat, l’impiego di mezzi tecnici moderni, e dunque l’opera di sintesi che questi musicisti hanno compiuto fino a oggi, attraverso tappe fondamentali del processo che sono state gli Stones di Mick Jagger e i Velvet Underground”. E poi, più avanti. “Reed non adotta effetti spettacolari, non sperpera interessi teatrali e mimici, non ha lo stesso approccio fantascientifico di Ziggy Stardust, che dal balletto torna ora al musical (1984 di Orwell). È l’immagine concreta, schematica, distillata da policromie scenografiche, della bruttezza, dell’uomo distrutto dalla droga, forse l’unico autentico omosessuale fra le star di moda. Underground newyorkese, circuiti alternativi che scioglievano le incrostazioni aristocratiche del rock made in USA, l’eco delle prime imprese dei Rolling: fin troppo facile individuare l’ambiente culturale in cui il chitarrista trova alimento alla propria formazione. Un cavaliere dei miti distrutti, barcollante ai margini di un sogno: la ricostruzione, fantastica, della Berlino prenazista, dell’operetta mitteleuropea e del cabaret con la C maiuscola, quello di Liza Minnelli e di Joel Grey per intenderci, o ancora meglio quello di Kurt Weill. Se Bowie vuole essere la superdiva, la Marlene Dietrich data in pasto al piacere sensuale del pubblico, Lou è l’oscuro trasformista che se ne sta dietro, il volto trascolorato e spiritato, la spalla di ruolo. Due aspetti di uno stesso palcoscenico in cui loro sono i burattini, e Tony DeVries, Bob Ezrin e gli altri gli astuti, machiavellici, cinici burattinai“. Resa l’idea?
Negli anni ‘70, quando ha segnato profondamente la Storia dell’editoria musicale tricolore, Ciao 2001 prediligeva le foto dal vivo – sempre poco nitide, però, e dai colori spesso troppo carichi – e vantava parecchie inserzioni pubblicitarie, segno inequivocabile di successo: elettronica, bevande, snack, abbigliamento, automobili, dischi (ovviamente) e altro. Seguiva con attenzione l’area progressive, questo è vero, ma non era ottuso come vuole la leggenda metropolitana: i suoi contenuti, anzi, denotavano grande eclettismo, benché l’impressione era (e resta) quella di un prodotto governato dalla semi-casualità e dalle scelte suggerite dalla disponibilità di dischi e artisti invece che da una “linea”. Però la faccenda era stimolante, e di tanto in tanto capitava di incappare anche in bellissime sorprese. A partire dal 1983, sotto la direzione di Francesco Puzzo, le sue fortune commerciali furono addirittura – almeno per qualche anno – clamorose, grazie a una decisa sterzata verso il pop di alta classifica (ogni anno Duran Duran e Spandau Ballet ottenevano, fra tutti e due, una decina di copertine più o meno pretestuose). La chiusura, nel gennaio 1994, fu il logico epilogo di un lento e costante declino; le dieci uscite mensili del 1999, che portarono a 1212 il totale delle riviste realizzate in un quarto di secolo, un tentativo quasi folle di rilancio; i cinque numeri confezionati nel 2000, con il nome Ci@o, l’ultimo sussulto. Sarebbe stato del resto assurdo che quel saluto a un futuro che nel 1969 sembrava lontanissimo continuasse a essere rinnovato dopo il superamento del 2001, e un’eventuale rettifica del nome in Ciao 2101, se non addirittura in Ciao 3001, sarebbe stata ancor più ridicola. Alla luce dell’assoluta irrilevanza dell’ultima fase, c’è dunque da dire grazie al destino per averci risparmiato lo scempio.
Tratto da Mucchio Extra n.35 dell‘Inverno 2011

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Categorie: articoli | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “My Back Pages (1 – Ciao 2001)

  1. Sciabar

    Che nostalgia per quei tempi da “carbonari”, costretti a “rincorrere” il rock dalle piu’ remote provincie dell’impero ma soventemente premiati dalla scoperta di veri tesori.

    • Lo dico spesso: ora è tutto un po’ troppo facile. Così come allora era un po’ troppo difficile.

      • Gian Luigi Bona

        Assolutamente vero, puoi avere tutto subito e il risultato è che non approfondisci nulla.
        Alla fine dei 70 sapevo a memoria intere discografie e della maggior parte conoscevo anche i titoli dei singoli brani.

  2. Gian Luigi Bona

    Ciao 2001 era croce e delizia dei miei 15 anni

  3. Anonimo

    Qui e là ce ne son due ma per la maggior parte una, però hai senz’altro ragione tu che gliene hai affibbiate due.
    A giudicare da questo articolo un ‘tipo’ perfino più anomalo e intraprendente del tuo ex capo.
    http://archiviostorico.corriere.it/1993/febbraio/03/con_Puzzo_economia_musica_co_0_9302037921.shtml

  4. Se ti può consolare (o sconfortare, non so) qui in Bulgaria le radio sono ancora ferme al nazional-popolare-italiano-annisettanta..!!!

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