Skiantos

Il post di ieri sui Bingo mi ha acceso in mente la classica lampadina. Mi sono così messo a vagliare i miei scritti sul punk italiano e mi è subito parso logico riproporre questa intervista a Freak Antoni degli Skiantos, uscita in origine nel 2003. È stata persino ristampata due estati fa, nel “famoso” Mucchio speciale pubblicato in agosto, ma essendo un pezzo al quale tengo molto – ho sempre ritenuto un dovere morale diffondere “la verità” sulla band bolognese, così spesso fraintesa – non posso non averlo anche qui.

Skiantos foto

I giorni del panka-rock
È possibile che qualcuno si meravigli dell’ampio spazio qui dedicato agli Skiantos, ma non ce n’è ragione: al di là dei successivi sviluppi della sua carriera, peraltro non privi di motivi di interesse, la band bolognese ha infatti rappresentato una delle realtà più originali e “rivoluzionarie” del rock italiano dagli albori ai giorni nostri, inventando un genere – il cosiddetto rock demenziale, va da sè – e realizzando musica “rozza, grezza e volgare” ma assolutamente irresistibile.
La ristampa in CD (con bonus track) da parte della Latlandide dei primi due veri album targati Skiantos, Mono/Tono e Kinotto, ci ha offerto il pretesto per questa lunga e interessantissima chiacchierata con Roberto “Freak” Antoni, cantante e leader storico del gruppo: un amarcord di giorni ormai lontani – seconda metà degli anni ‘70 – che mai potrebbero ritornare ma che è stato bellissimo rievocare. Non per suscitare nostalgie in quelli che c’erano (beh, un pochino sì…), ma per raccontare ai più giovani un pezzo di storia della quale è bene preservare il ricordo.
Allora, come può mai passare per la mente di metter su una band come gli Skiantos?
Per la disperazione, all’ascolto della musica contemporanea. Noi iniziammo a metà dei ’70, anche se il primo disco ufficiale – uscito in origine solo in formato cassetta – è del novembre del ’77 e le prime prove in cantina sono del ‘74-’75… L’idea nacque dalla voglia di reagire allo stato di cose del tempo, alla situazione musicale del periodo che era costretta e in qualche modo costipata tra la disco/dance da una parte e i cantautori più o meno impegnati dall’altra, con in mezzo quel rock che era diventato molto anemico e ripiegato su se stesso e i suoi stereotipi. Sia il glam che il progressive erano abbastanza noiosi, con tutto il rispetto per il progressive che ha momenti di espressione decisamente interessanti ma che in qualche modo contribuiva a questa idea barocca del rock che a noi non piaceva per niente… e guarda caso che, assieme a noi, succedeva la stessa cosa in America e in Inghilterra, per coincidenza o più credibilmente per la presenza di stimoli comuni. Un po’ dovunque la gente era sollecitata dagli stessi input. Insomma, gli Skiantos vennero fuori come una risposta a una realtà musicale che non ci soddisfaceva affatto.
Le vostre matrici?
Rock classico a palate. Io ho avuto occasione di fare una tesi di laurea al DAMS – si intitolava Temi fantastici nelle canzoni dei Beatles – che poi è diventata un libro sui testi e le canzoni dei quattro di Liverpool. Così ho avuto modo di analizzare tutti i testi dei brani che ascoltavo da ragazzino: Beatles, Rolling Stones, Who, Led Zeppelin, Deep Purple, King Crimson… Soprattutto rock, più che progressive, legato col blues e il rock’n’roll delle origini. In seguito ho scoperto gli anni ’50, con i maestri da cui è partito tutto e con puntatine nel blues che ho sempre amato… e anche rock-blues elettrico, Jimi Hendrix è stato uno dei grandi shock della mia vita. Le nostre matrici sono i maestri del rock. A Fabio Testoni, uno dei nostri chitarristi storici, che è un po’ dandy e un po’ bestia, piacciono tantissimo gli Stones. Io sono un beatlesomane. Quindi, ci sono varie anime, ma l’amore per il rock-blues era comune a tutti.
Avevate un’indole proto-punk. Cosa avete pensato quando vi siete scoperti in sintonia con ciò che stava accadendo nel resto del mondo?
Noi abbiamo sempre ascoltato tanti dischi di rock e pop, e quindi abbiamo saputo di questi “fratelli di strada”. Abbiamo appreso che c’era chi stava facendo la nostra stessa storia, chi aveva imboccato un sentiero simile al nostro. Naturalmente noi abbiamo comunque sempre tenuto fede alla nostra cifra particolare che è l’ironia, e in questo siamo veramente figli del movimento studentesco. Il primo concerto che abbiamo fatto fuori Bologna, la nostra città, è stato a Milano alla Palazzina Liberty a favore della rivista “Il Male” (uno straordinario settimanale satirico, NdI). Si sfotteva il divismo, il mito del rock che prevede che il pubblico vada in delirio appena il solista “svisa” alla chitarra elettrica… questi riti sono diventati così codificati che i miti che ne scaturiscono già allora non erano credibili, e oggi men che meno. Non si possono prendere sul serio assoli di chitarra per poi delirare, è una ritualità talmente già vissuta che ripeterla senza ironia… o sei molto giovane e ti va di giocare al fan che va fuori di testa quando vede il suo idolo, o sono improponibili. L’idea degli Skiantos era irridere i cliché del rock che non andavano più presi sul serio, la classica rockstar e gli atteggiamenti del presunto musicista-fenomeno sul palco. Ecco perché noi dicevamo al pubblico: “siamocome voi, semplicemente ci siamo organizzati meglio”, “il nostro nome potrebbe essere troppo un rischio per un uomo solo”, nel senso che ci presentiamo in gruppo perché un solista sarebbe isolato di fronte al pubblico. C’erano discorsi che circolavano in questo senso, c’era il Living Theatre che faceva questi spettacoli rompendo la barriera fra pubblico a attore. Ed era questa l’utopia degli Skiantos, che tiravano la verdura per creare un grande gioco collettivo: un gioco dove noi volevamo dire al pubblico che i grandi miti di massa erano ormai risibili, e che la separazione fra grande attore e plebe di sotto è assurda. La logica era “facciamo lo spettacolo insieme”, ed ecco perché la gente ai concerti degli Skiantos interviene rumorosamente, perché è da una vita che diciamo “esprimetevi”… sarebbe bello lo facesse con tutti.
I vostri testi erano una sorta di presa per il culo alle rime baciate dei cantautori. Il cazzeggio era una reazione agli eccessi di contenuti.
Certo, all’esuberanza del messaggio che era obbligatorio. I cantautori erano gli impegnati per eccellenza, lanciavano i messaggi che il pubblico doveva cogliere e far suoi, dai quali mungere la relativa morale. Noi, al contrario, usavamo le rime da scuola elementare per due ragioni: perché fossero più memorizzabili e per fare il verso alle canzoni da cantautore che detestavano la rima per sembrare più impegnate. Il nostro “programma”, inoltre, prevedeva di evitare gli argomenti classici: impegno politico, amore con la A maiuscola, sentimentalismi vari e romanticherie assortite.
Il rifiuto sia del cantautorato che della canzone pop leggera. Né Guccini né Baglioni.
Esattamente. “Nè Guccini né Baglioni” avrebbe potuto essere il nostro slogan perfetto. E anche l’uso del gergo: rivendico sempre questo piccolo merito, cioè di avere usato per primi quel gergo giovanile che oggi è dilagante ma a metà degli anni ’70 non si usava perché l’italiano dei cantautori era pulito. Nel nostro piccolo, abbiamo fatto una rivoluzione.
Utilizzavate il gergo giovanile ma eravate più grandi rispetto ai teenager del punk, e inoltre avevate comunque un retroterra politico: quindi, prendevate per il culo pure le vostre radici.
Esatto. Noi scontentammo sia i carabinieri che gli autonomi… continuando a parafrasare, “né con i carramba né con gli autonomi”, e infatti entrambe le categorie si incazzavano con noi. Eravamo terra di nessuno e non abbiamo mai avuto protezioni né protettori: un punto interrogativo per la sinistra extraparlamentare e una mina vagante. Loro erano rigidissimi, e anche se militavamo nella cosiddetta sinistra creativa eravamo troppo creativi, troppo “indiani metropolitani”… quindi, troppo autonomi nel senso vero del termine e pertanto bollati come qualunquisti. L’unico riferimento era la rivista “Il Male”, dove si sentivano le prime avvisaglie di questa rivoluzione.
Qualcosa di molto vagamente simile, in ambito cantautorale, accadeva con Gianfranco Manfredi e Andrea Mingardi.
Secondo me il primo era più consapevole, forse più strutturato. Il secondo si è lasciato sedurre, ma lo capisco: aveva i mezzi per diventare un cantante di successo e gli sarà scappata la frustrazione, il desiderio di provarci.
Negli Skiantos si aggiungevano mano a mano elementi, oppure quando siete partiti avevate esattamente in testa quello che volevate fare?
Sarei tentato di dirti che il progetto era già piuttosto delineato dagli inizi. Eravamo piuttosto lucidi, ma poi è vero che in realtà, lavorando alla faccenda, ci siamo chiariti ancor meglio le idee e abbiamo aggiustato davvero il tiro. All’inizio siamo stati anche molto ingenui: quando dicevamo “noi non sappiamo suonare, ma non ci interessano il virtuosismo e la tecnica bensì la comunicazione”, non immaginavo che così facendo ci saremmo costruiti una nomea di “burloni” che prendono in giro tutto e tutti, che si autoprendono per il culo e non sono mai seri e quindi non sono credibili anche musicalmente. Lo abbiamo pagato e lo stiamo ancora pagando, anche perché suonando il nostro livello tecnico è cresciuto: volevano che diventassimo professionisti, e oggi che lo siamo abbiamo sempre questo marchio di scarsa credibilità tecnica. Il nostro fine non è mai stata la tecnica, ma la tecnica è un mezzo per esprimersi e comunicare.
All’inizio, comunque, non sapevate suonare né registrare: ascoltando il vostro primo album su cassetta, Inascoltable, non si possono avere dubbi.
Quello è un disco futurista, i musicisti non si conoscevano neppure e non sapevano cosa avrebbero inciso: l’unica caratteristica richiesta per prendervi parte era essere musicisti rock, e così raccolsi una decina di pazzi e amici di amici. Ho scritto i testi, ma sono stati firmati a nome di Jimmy Bellafronte perché non ero ancora iscritto alla SIAE. Fu davvero una cosa sperimentale, dada e surrealista: lo registrammo in un pomeriggio fino a sera e mixammo la mattina dopo, lasciando di proposito gli errori perché noi all’inizio volevamo fare un discorso radicale e coraggioso sull’errore, sullo sbaglio che nessun musicista oserebbe lasciare sul disco e che non sopporta dal vivo. L’errore ha una sua vitalità, una sua funzione: è didattico perchè ti insegna a vivere e fare esperienza, ma a parte questo ha di per sè una sua forza. Ci sono errori più significativi di passaggi impeccabili ma vuoti, quindi ben venga l’errore. Non è una paraculata, andava bene, altrimenti non avrei messo su un’accozzaglia di dodici non-musicisti. Per la prima volta si lasciava che nei dischi ci fossero sbagli: infatti il batterista che non sapeva quando terminare va avanti mentre tutti gli altri si fermano prima. L’orecchio per la prima volta non è distratto ma si ravviva, catturato dall’attenzione perché non abituato all’errore. Anche questo è un discorso pericoloso per il grande pubblico, che non sta tanto a sottilizzare: se hai sbagliato sei un cazzaro e un incapace. Elio e le Storie Tese si sono collocati a destra degli Skiantos: avendo capito i nostri sbagli, cioè quello fondamentale di essere stati troppo radicali. Quando fai un discorso sull’errore possono seguirti giusto cinque intellettuali.
Come è avvenuto l’approdo a un’etichetta sperimentale e concettuale come la Cramps?
Il direttore artistico e grande capo della Cramps, il compianto Gianni Sassi, era uno con le orecchie aperte e le antenne dritte. Apprezzò la performance futuristica con il lancio della verdura, il discorso delle canzoni con il gergo e le rime baciate anti-cantautorali, aspetti che colse in pieno. Ci scritturò immediatamente grazie anche alla mediazione di Oderso Rubini dell’Italian Records. Gianni ci conosceva di fama e venne a un nostro concerto, gli piacevamo perché eravamo fuori di testa. Noi non abbiamo mai visto una lira, ma onestamente rimpiangiamo il vecchio buon Sassi, discografico aperto e attento… la nostra campagna pubblicitaria con le vignette la inventammo insieme. Anni dopo, quando camminammo con le nostre gambette esili e malferme nell’ambito della discografia italiana, abbiamo capito quanto era raro uno come lui: un intellettuale che gestiva il disco con la guida di un’etichetta che permetteva passi anche molto arditi, mentre abbiamo realizzato dopo che la discografia italiana è bacchettona e tradizionalista. “Quando una cosa ha il suo valore, si documenta… poi vediamo come andrà, per il momento è significativa e sintomatica di per sè”, questa era la sua filosofia. Tra l’altro lui ci difese da un sacco di critiche dall’interno. Abbiamo avuto un rapporto meraviglioso con gli Area che non erano invidiosi per niente, Demetrio Stratos era curioso di noi.
Esordiste per la Cramps con il 45 giri Io sono un autonomo/Karabignere Blues: perché sceglieste proprio quei due brani?
Piaceva la canzone dedicata al carabiniere, il periodo era talmente caldo che un pezzo che parlasse delle vicissitudini del carramba convinse sia noi che Sassi. L’altra, il cosiddetto lato B, fu una conseguenza: c’era il carabiniere e quindi doveva esserci l’altra faccia della medaglia, cioè l’autonomo. Sono passati una trentina d’anni e ho i ricordi sfocati ma la spinta fu quella del carabiniere. Ovviamente nella realtà c’era il suo contraltare, che nella sceneggiata sociale era l’autonomo: al tempo erano i due protagonisti della piazza. Tra l’altro, Karabignere Blues ci ha portato non pochi problemi e anche un tentativo d’arresto perché “blues” fu confuso con una parola che voleva riprodurre il suono di uno sputo. L’ufficiale dei carabinieri ci contestò questo fatto, dicendo che sarei stato incriminato per vilipendio all’arma. Probabilmente, dal vivo, non si sentiva bene quello che era uscito dalle casse. Mi circondarono, mi bloccarono e mi scortarono nei camerini, dicendomi che non mi potevo permettere di sputare sull’arma dei carabinieri… così il giorno dopo portai il testo in caserma con una cassetta registrata e l’ufficiale capì l’equivoco, dicevo “blues” e non ero stato compreso correttamente.
Quando senti dire che Mono/Tono è uno degli album più significativi della musica italiana ti viene da ridere o pensi che sia giusto?
Noi abbiamo sempre sostenuto e difeso nei periodi più difficili tutto il nostro progetto, in cui abbiamo sempre creduto anche se ogni tanto abbiamo vacillato. Abbiamo sempre avuto piena fiducia nella nostra strategia, nel nostro disegno artistico, quindi abbiamo sempre pensato di fare qualcosa di importante… anche per rispondere a tutte le accuse di cialtroneria, approssimazione, incapacità. Forse, per questo, ci siamo invece sempre detti che il nostro progetto era terribilmente serio, ci sentivamo come i futuristi che tirano i pomodori e dicono “voi non capite, ma non è più ora di fare una commedia da trenta minuti, ma trenta commedie da un minuto”. Insomma, ribaltiamo le cose, i tempi sono maturi. Ci siamo sempre ritenuti un po’ un’avanguardia, ma questo sinceramente, al di là della presunzione, per farci coraggio nei momenti difficili. Se ci sputavano addosso era perché eravamo l’incomprensibile avanguardia. Abbiamo cercato di sostenerci a vicenda, di non lasciarci andare alla depressione o a un eccesso autocritico che ci avrebbe segato le gambe. Pensavamo di essere piuttosto originali, ma l’originalità l’abbiamo voluta, cercata e costruita a tavolino da noi, l’abbiamo partorita e difesa, quindi sapevamo di fare una cosa diversa da tutte le altre. L’importanza di questa cosa la misurano gli altri, come è giusto che sia. Ovviamente il sentirne parlare come di un disco fondamentale ci stupisce, ci lusinga e un pochino ci imbarazza.
Largo all’avanguardia, quindi, è il vostro pezzo più emblematico, l’ideale biglietto da visita degli Skiantos.
Sì, sono d’accordo. Ci sono i nostri testi, gli assoli completamente improvvisati di sassofono, un’anima free e freak.
Ti intristisce il fatto che, dopo venticinque anni, il suo testo sia di sconcertante attualità?
Noi non volevamo lanciare messaggi didattici o programmatici, ma con i nostri discorsi sapevamo di proporre un segnale. Quel che dici è talmente vero che noi ci siamo sciolti all’inizio degli anni ’80, quindi all’apice del nostro piccolo successo… il produttore di Vasco Rossi ci disse che eravamo dei pazzi scatenati a ritirarci quando il pubblico voleva ancora ascoltarci. Ma noi volevamo davvero, nel nostro delirio, essere un gruppo d’avanguardia, e tuttora è così. Per questo, dopo tre anni di sosta, decidemmo di riformarci: con la retorica che continua a essere padrona del mercato c’è bisogno in permanenza di un gruppo come gli Skiantos e della loro ironia. Gli anni ’80 erano diventati gli anni della camicia di forza, del qualunquismo, dell’arrivismo e della monotonia… le cose erano molto rigide e diventavano stereotipate con una velocità agghiacciante, abbiamo pensato che ci fosse bisogno di un gruppo che facesse cose diverse. Siamo qui proprio perché pensiamo che possa essere ancora d’attualità un’azione Skiantos, un modo di fare Skiantos, proprio perché i tempi sono più che mai il trionfo dell’assurdo e della retorica più impensabile, tanto da aver fatto quasi un giro di 360 gradi. Le cose si sono totalmente ribaltate per rimanere in fondo sempre le stesse.
Dopo Mono/Tono, la Latlantide ha ristampato anche Kinotto.
Infatti. Kinotto è il disco centrale degli Skiantos, il più consolidato e il disco del rigoglio creativo, quando facevamo una canzone al giorno in un’orgia di fertilità assoluta. Le canzoni ci uscivano spontanee e ci divertivamo. Raccoglie solo una piccola parte della nostra produzione di allora, ma la ristampa in CD è arricchita di varie bonus track: ho tirato fuori dal cassetto tutti i vecchi nastri, e la scelta è caduta sui brani di qualità migliore. Non è più il disco d’esordio ufficiale, ma un disco dove sapevamo di poterci esprimere al meglio: Sassi ci mise a disposizione tutta la tecnologia dello Stone Castle di Carimate perché voleva che noi – considerati cialtroni – avessimo il massimo della tecnologia per spiazzare gli addetti al lavoro di turno, accostando due elementi inaccostabili e di contraddizione.
Sentiremo mai Inascoltable in CD?
Perché no? Vorremo profanarlo con un’altra bestemmia, lasciando la traccia originale in un CD e nell’altro aggiungere la linea di basso che manca completamente, perché il bassista era così fuori di testa che disturbava l’andazzo lineare degli altri brani. Ci piacerebbe riprenderlo in mano, fermo restando che il disco originale deve rimanere così com’è… forse vi aggiungeremo un CD rimaneggiato per il nostro divertimento, ma non so se poi lo faremo.
E Pesissimo!, l’album “apocrifo” nel quale tu non ci sei?
Avevo lasciato loro un po’ di testi, volevo fare cose nuove e diverse, pensavo di uscire da questo ruolo: tutti quanti ci siamo fermati perché rischiavamo di divenire, nel nostro piccolo, come quelle stupide rockstar che criticavamo e prenderevamo in giro con le nostre canzoni. Il rischio era diventare un gruppo dal successo consolidato mentre noi ci reputavamo una band situazionista, che morde e fugge… e lì non trovavamo più la via di fuga e temevamo di fossilizzarci in un consolidamento che avrebbe poi smentito tutto il resto. Gli Skiantos che vanno a Sanremo e hanno grande successo, come è poi accaduto con Elio e le Storie Tese, tradivano il loro spirito iniziale di realtà underground. Quindi ci fu un’autocritica generale, un’assemblea: rischiavamo di diventare una band tristissima e di smentire le nostre promesse barricadere e le nostre caratteristiche, andando contro la nostra natura. Quindi me ne andai, ma tutto il gruppo era agli sgoccioli. Pesissimo! fu il canto del cigno, l’ultimo rantolo… ci fu anche una polemica con Sassi, che io lasciai perdere ma che l’altro cantante Stefano “Sbarbo” Cavedoni portò fino in fondo, registrando il master e usandolo per ricattare la Cramps. È un disco più “suonato”, non c’era più Bellafronte, e di lì a poco anche Sbarbo e gli altri lasciarono perdere.
Un’ultima domanda, visto che gli Skiantos sono ancora una faccenda di attualità: cosa è rimasto, in voi, di quegli anni?
Presuntuosamente, siamo convinti che le nostre canzoni di oggi siano più belle di quelle di allora, ma il problema è farle ascoltare ai nostri contemporanei. Purtroppo, e qui mi lamento un attimo, pare che per quasi tutti gli Skiantos significativi siano solo quegli degli anni ’70: invece abbiamo tante cose da dire e anche ora ci viene spontaneo comporre musica e testi, crediamo di avere energia e credibilità sufficienti, ma il nostro cruccio è che abbiamo sempre a che fare con il nostro passato; anche negli ultimi dischi ci sono belle cose e anche adesso ci sono una lucidità e una determinazione che andrebbero premiate, concedendo qualche chance pure agli Skiantos del 2003. L’attenzione di oggi, nei nostri confronti, è sempre mediata dal passato, ma quel momento storico è finito per sempre e non ha possibilità di ritornare: non sarebbe meglio guardare anche al presente?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.559 del 16 dicembre 2003

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Categorie: interviste | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Skiantos

  1. perturbant

    Freak aveva ragione, in questa intervista solo domande sul passato! Non una domanda oltre Pesissimo! Lui lo disse con gentilezza, come era nel suo stile, ma se si fa un’intervista al cantante di un gruppo che pubblica dischi per 30 anni non ci si può limitare a fare domande sugli anni 70 tralasciando, che so, l’ultimo disco, progetti futuri ecc.

    • Beh, nel caso specifico si trattava di un’intervista in un inserto sulla musica del passato, fatta in occasione della ristampa dei primi due dischi. Era volutamente dedicata a quel periodo lì. In generale, però, Roberto aveva ragione; capita a molti artisti con un passato particolarmente significativo e quindi “ingombrante”, di esserne un po’ schiacciati.

  2. Gian Luigi Bona

    Grande Federico ! Mi ero perso questo articolo

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