High Rise Records

Sì, proprio l’etichetta indipendente che gestivo negli anni ‘80, per puro amore del rock e non – come ai tempi insinuava qualche fesso – per “farci i soldi”. Soldi che in realtà ho buttato con una gioia che, a posteriori, è ancora maggiore: ogni volta che mi capita sottomano uno dei miei vinili – cinque LP, quattro mini-LP, sette 45 giri – mi scopro compiaciuto, dato che senza il mio impegno molti di essi non sarebbero probabilmente mai esistiti.
Invece di scrivere le mie memorie sull’argomento, cosa che magari prima o poi comunque farò, ho recuperato l’intervista fattami alla fine del 2005 da Alessandro Calzavara per una bella webzine chiamata Indiepop, i cui archivi sono purtroppo spariti dalla Rete. Vi si parla non solo della High Rise ma anche del rock italiano degli anni ‘80 in genere, e credo che sia tuttora ricca di motivi di interesse. Piccole note a margine: di lì a poco, come da me presagito, la nostra scena neo-Sixties fu oggetto di “revival”, grazie al libro di Roberto Calabrò Eighties Colours e a una ricca serie di ristampe; nessuno dei miei dischi è invece stato ancora pubblicato in CD, anche se qualcosa potrebbe accadere, in tempi non biblici, almeno per quanto riguarda Flies e Magic Potion.

High Rise fotoChe aria si respirava a metà anni Ottanta in Italia sul versante creativo giovanile e su quello eminentemente discografico?
Il punk e la new wave avevano portato un notevole entusiasmo, favorito dallo sviluppo dell’importazione dei dischi e delle riviste specializzate. Magari non si sapeva bene come fare le cose, e magari c’erano anche pochi soldi per farle, ma non importava: la voglia di provare non mancava certo. Creativamente parlando, eravamo ancora – come del resto oggi – abbastanza succubi di quello che accadeva all’estero, anche se i tentativi di coniugare il cosiddetto nuovo rock con la lingua italiana avevano portato quantomeno una ventata di freschezza e di personalità. Per quanto riguarda le etichette discografiche, non c’era moltissimo… ma, del resto, il mercato indipendente non era certo esteso, anche per colpa delle immani difficoltà di distribuzione: vendere un migliaio di copie era già un ottimo risultato. Chiaramente, nessuno degli artisti del circuito underground concepiva la musica in termini di “carriera”… volevano solo divertirsi, raccogliere soddisfazioni, sentirsi parte di qualcosa di eccitante.
Credi che oggi la questione “difficolt‡ di distribuzione” si sia in qualche modo modificata? Cosa ha oggi di più (o di meno) un gruppo “creativo” rispetto a vent’anni fa, sul versante discografico?
Adesso è completamente un altro mondo: al di là del considerevole calo dell’investimento produttivo, dovuto tanto alla possibilità di effettuare ottime incisioni casalinghe quanto ai minori costi dei CD rispetto ai dischi in vinile, esistono decine e decine di etichette più o meno “di nicchia” che arrivano con relativa facilità nei negozi. Oggi il problema è farsi notare in un mercato dove l’offerta supera di gran lunga la domanda e dove “l’oggetto disco” non ha più, almeno per la maggior parte dei giovani appassionati, lo stesso valore che aveva per tutti quelli della mia generazione. C’è poi la grande opportunità del download, che talvolta come mezzo promozionale funziona pure, ma anche in quel campo la concorrenza è enorme e agguerritissima, e quindi ottenere una pur minima visibilità è davvero complicato. Ai miei tempi, fatto un disco, bastava spedirlo alle poche riviste esistenti e si aveva la quasi-garanzia di recensioni e “vendite”, tra mille virgolette: adesso è tutto più semplice solo in teoria, visto che le troppe riviste, le troppe webzine, le troppe etichette, le troppe occasioni e soprattutto i troppi “artisti” (anche qui tra mille virgolette) rendono tutto infinitamente più dispersivo.
Oltre alle – immagino numerose – etichette estemporanee, c’erano etichette prima della High Rise?
Oltre alla “storica” Cramps e alla Materiali Sonori di San Giovanni Valdarno, che operavano già nei ’70, nel 1983 l’unica “vera” etichetta indipendente organizzata in modo professionale era la Italian Records di Bologna. Nel 1982 era nata la Electric Eye, gestita da Claudio Sorge e collegata alla rivista Rockerilla, e nel 1983 la Contempo, di proprietà dell’omonimo negozio di Firenze, ma non si potevano definire come etichette “pure” in quanto orbitavano attorno ad altre attività primarie: erano satelliti o side-project, se mi passi il termine. Poi, dal 1984 in avanti, ne sono venute fuori parecchie.
Qual è stato il loro ruolo?
Al di là del valore di parecchie produzioni, hanno dimostrato che era possibile creare un circuito parallelo a quello della discografia convenzionale, con un pubblico magari esiguo ma fortemente motivato. Ai tempi realizzare un disco in Italia era comunque una cosa costosa e impegnativa, e molti non sapevano neppure da dove cominciare.
Cosa le differenziava dalla High Rise?
Mah, ogni etichetta faceva storia a sé. Però la Italian era assolutamente professionale, aveva una struttura vera. Tutte le altre, High Rise compresa, erano gestite in modo assai più casuale.
Esistevano ed esistono caratteristiche musicali proprie di ogni città? Cosa differenziava Roma da Firenze e Bologna?
Ogni scena cittadina aveva le sue specificità stilistiche, nel senso che esistevano tendenze dominanti… ma ovunque c’era un po’ di tutto, a livello di band. Bologna ha avuto il suo grande momento a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, prima con il rock demenziale degli Skiantos e poi con il rock filo-sperimentale di Gaznevada e Confusional Quartet: Firenze ha avuto il suo momento poco dopo, grazie al post punk di Litfiba, Diaframma, Neon, Pankow; Roma, forse perché molto grande, è sempre stata parecchio dispersiva… o eclettica, se preferisci, così come Milano. Però, ripeto, c’era di tutto dappertutto, non esisteva la città del dark o quella dell’hardcore…
A livello di organizzazione, quali erano le città in cui si riusciva a organizzare meglio questo tipo di concerti? Immagino che l’attivit‡ live abbia contribuito a consolidare quegli abbozzi di “scena”.
I piccoli club esistevano un po’ ovunque, così come le fanzine o i programmi radiofonici. Qualcuno che si sbatteva per creare “eventi”, magari anche solo per un periodo limitato di tempo, si trovava sempre. È logico che le citt‡ più grandi erano favorite, ma non mancavano eccezioni alla regola: la scena post-punk fiorita a Pordenone nel 1980, quella passata alla storia come “The Great Complotto”, ne è l’esempio più eclatante.
Quali erano, invece, i punti di riferimento a livello nazionale?
Sempre limitandosi alla prima metà degli anni ’80, le pochissime riviste che davano spazio a quel che stava accadendo, cioè “Rockerilla” e, tramite me, “Il Mucchio Selvaggio”. Una bella recensione su entrambi i giornali poteva voler dire “successo”, con le solite mille virgolette. Dopo, il fenomeno si è allargato e più o meno tutti se ne sono interessati.
Quale credi sia stato il motivo di tale allargamento? Ritieni che abbia portato dei benefici?
Quando succede qualcosa, e soprattutto quando questo qualcosa “funziona” o sembra funzionare, è normale che scattino i tentativi di emulazione. Da lì in poi tutti, dai musicisti alla stampa specializzata, erano allettati dall’idea di avere finalmente una vera scena rock nazionale, e la faccenda ha forse preso un po’ a tutti la mano. I benefici ci sono stati, è ovvio: basti pensare che senza quei “pionieri”, oggi non sarebbero potuti esistere fenomeni genuini e nati dall’underground come Afterhours, Cristina Donà o Subsonica, ma anche etichette come Wallace o Homesleep.
Quale spinta ti portò ad aggiungere alle tue attivit‡ musicali quella di titolare di un’etichetta discografica?
Il desiderio di rendere disponibile al pubblico musica che, altrimenti, sarebbe con tutta probabilità rimasta nelle cantine. Insomma, di restituire al rock’n’roll almeno una piccola parte di quello che, attraverso gli ascolti, mi aveva dato.
Credi sinceramente che senza l’attività (discografica e critica) tua e di Claudio Sorge un ambito ben delimitato come il calderone garage-punk-psichedelico-new wave avrebbe (sia pure entro certi limiti) attecchito lo stesso?
Noi abbiamo fatto la nostra parte, questo non si può negare, ma se non fossimo esistiti noi ci sarebbe magari stato qualcun altro. Sì, credo che “avrebbe attecchito” ugualmente, com’è successo più o meno ovunque nel mondo.
Non pensi che forse in questa mistura di generi (o forse solo di suggestioni) diversi possa permettere di attribuire alla musica italiana di quel periodo un quid di identità propria?
Artisticamente, dici? No, non penso che il Sixties-revival italiano abbia prodotto nulla più di un buon numero di discrete band stilisticamente allineate al “movimento” internazionale dello stesso orientamento. C’erano un tot di personalità abbastanza pronunciate, ma “identità” – riferito alla scena, poi! – mi sembra una parola troppo grossa.
Se ricordo bene, non hai difficoltà di ammettere di essere affettivamente vicino al punk. Anche la new wave e la psichedelia per te vengono dopo?
Si dice che si rimane indissolubilmente legati alla musica che si ascolta da giovani, e quindi il mio rapporto con il punk storico, quello della seconda metà dei ’70 fino alla prima generazione hardcore, è sempre molto saldo. Però sono un appassionato di rock’n’roll in senso lato, non credo sia corretto chiudermi in una casella specifica… Quindi, no, new wave e psichedelia non vengono dopo, anche se riconosco al punk delle origini un valore affettivo aggiunto del quale però, nel mio lavoro giornalistico, non posso – e non devo – tener conto.
Con quali orientamenti nacque la High Rise?
Tutto cominciò nel 1983, con la pubblicazione del 7”EP degli Shotgun Solution, un gruppo hardcore romano che seguivo praticamente da quando si era formato. Avremmo dovuto realizzare il disco per la Italian Records, ma quando dopo mille peripezie riuscimmo a inciderlo, l’etichetta di Bologna aveva cambiato i propri orientamenti artistici e farlo uscire con quel marchio non avrebbe avuto senso. Così coinvolsi i miei amici del negozio romano Disfunzioni Musicali e demmo vita alla High Rise, al 50%: io mi occupavo della scelta delle band e di curare la produzione artistica, spesso pagando anche lo studio, loro pensavano alle questioni tecniche e commerciali, cioè stampa, SIAE, distribuzione. Il nome l’ho deciso io rubandolo all’omonimo romanzo di uno scrittore di fantascienza “poco convenzionale” da me molto amato, James Graham Ballard. In Italia l’avevano intitolato Condominium.
Dopo l’EP degli Shotgun, però, il sodalizio di interruppe e io realizzai cinque dischi – quattro 45 giri e un album – come marchio-satellite dell’IRA di Firenze. Con Disfunzioni ci ritrovammo poi nel 1987/88, e con lo stesso tipo di accordo confezionammo tutti gli altri lavori fino alla definitiva interruzione dell’attività, nel 1990.
Come giudichi qualitativamente i risultati della High Rise, sia da una prospettiva personale/affettiva sia da una prospettiva più ampia e storicistica?
A livello personale sono soddisfattissimo, non rinnego assolutamente nulla e certo non rimpiango i soldi persi; magari qualcosina poteva essere fatta meglio, ma l’ho capito con il senno di poi. Una cosa della quale sono molto orgoglioso è il lavoro di produzione artistica svolto con i gruppi, l’averli seguiti in cantina e di avere collaborato con loro – con alcuni più, con altri meno – alla definizione dei brani e della formula musicale: una produzione autentica, diversa da quella di quasi tutti gli altri per i quali il “prodotto da” scritto nel retrocopertina era solo dovuto all’aver investito – e nemmeno in tutti i casi – qualche soldo. E sono anche fiero del fatto che i miei dischi suonavano meglio di molti altri perché fissavo un budget accettabile per le registrazioni.
Per quanto riguarda la “prospettiva più ampia e storicistica”, di sicuro nessuno dei prodotti High Rise ha modificato il corso della storia del rock italiano; penso però di aver realizzato dischi di buon livello, onesti e relativamente personali. Mi basta.
Quali sono i “numeri” dell’etichetta?
Abbiamo realizzato sette dischi formato 7 pollici (Shotgun Solution, Joe Perrino & The Mellowtones, The Gang, Magic Potion, Pale Dawn, Garcon Fatal e Fasten Belt) e nove 33 giri: gli album di Technicolour Dream, Magic Potion (due) e Fasten Belt (due), e i “mini” di Blackboard Jungle, Birdy Hop, A Number Two e The Flies. Sul piano economico, dovremmo aver perso in totale una quindicina di milioni di vecchie lire.
Tutti questi dischi sono destinati per sempre a rimanere appannaggio di pochi eletti? Una volta mi apparve in sogno un cofanetto High Rise.
Mai dire mai, d’accordo, ma un cofanetto lo vedo alquanto improbabile. In verità un paio di etichette mi hanno contattato per saggiare la mia disponibilità in merito a eventuali ristampe, e io l’ho data. Di concreto, però, non è ancora successo nulla. Mi sento comunque di escludere ristampe “autogestite”: al massimo, sempre che i miei ex soci di Disfunzioni Musicali siano d’accordo, posso cedere – senza pretese di guadagno – le licenze.
Per rimanere in ambito cofanetti, hai visto che sul terzo Nuggets della Rhino (Children Of Nuggets) l’Italia è totalmente snobbata?
Non è una bella cosa: almeno Sick Rose, Birdmen Of Alkatraz, Steeplejack e Not Moving potevano starci tranquillamente. Purtroppo il rock italiano non ha mai goduto di grande credito a livello internazionale. Devo però dire che quel box, pur essendo eccellente, non è all’altezza – specie come documento effettivo – dei due che l’hanno preceduto, quelli dedicati agli anni ’60.
Fra i tuoi dischi, quali hai amato più realizzare? Con chi hai lavorato più serenamente e con chi più confittualmente?
Nessun conflitto, con nessuno… non che mi ricordi, almeno. I “figli” sono tutti uguali, ma se proprio devo esprimere una preferenza dico Magic Potion e Fasten Belt, soprattutto perché con loro avevo rapporti personali piuttosto stretti… dei Fasten Belt ero di fatto il sesto membro, si può dire che ero sempre con loro. Però ho bellissimi ricordi anche dei Blackboard Jungle e dei Birdy Hop, che vennero a Roma da Brindisi, e degli A Number Two, che scesero da Fano. Il disco al quale sono affettivamente più legato e che sento più “mio”, anche perché ho scritto due testi, è My Blood… My Sin… My Madness, il secondo dei Fasten Belt. Quello che percepisco più distante è il singolo dei Garcon Fatal, che ho solo seguito a livello di mixaggio.
Hai qualche gustoso aneddoto da raccontarci sulla tua attività di produttore?
Bisognerebbe mettersi d’accordo sul termine “gustoso”. No, sul serio, non saprei… che l’ultima nevicata “seria” che ha colpito Roma è coincisa con le session d’incisione di Sinnermen dei Not Moving? Oppure che, mi pare per il primo album dei Fasten Belt, ho rischiato di farmi seriamente male finendo schiacciato da un pesantissimo registratore multitraccia che stava scivolando lungo la ripida e stretta scala che portava allo studio Pan-Pot? O che, per produrre i Technicolour Dream, non ho potuto dar retta a una ragazza svedese conosciuta a Goteborg l’estate prima e capitatami più o meno all’improvviso in vacanza a Roma? Ah, ma forse ti aspettavi qualcosa di più legato alla degenerazione del rock’n’roll… allora mi dispiace, non c’è nulla da dire: purtroppo ho lavorato solo con bravi ragazzi.
Come mai secondo te in una temperie musicale come la nostra, affamata di novità che sempre più difficoltosamente arrivano e che ripesca qualunque cosa pur di riciclarla, tutto questo pur glorioso periodo dell’arte italica è così nettamente ignorato?
Ma no, che non è dimenticato! Com’è logico, nel gioco eterno dei “corsi e ricorsi”, è stato per un certo numero di anni riposto in un angolo, ma ora siamo in una fase di riscoperta: sono tornati i Not Moving e i Sick Rose, tu mi intervisti, da più parti sento parlare di ristampe in CD di vecchio materiale… diamo tempo al tempo. Sono cose che ho visto accadere decine di volte.
Quali sono i dischi dell’epoca, inclusi quelli da te personalmente prodotti, che credi abbiano contribuito a determinare lo zeitgeist dell’Italia musicale/alternativa (perdona la definizione) degli anni 80?
Sick Soundtrack dei Gaznevada, Siberia dei Diaframma, Desaparecido dei Litfiba, Affinità e divergenze dei CCCP-Fedeli alla linea, Il giardino delle quindici pietre dei Franti, Lo spirito continua dei Negazione, Barricada Rumble Beat dei Gang, Faces dei Sick Rose, Sinnermen dei Not Moving (che ho prodotto io, ma non per la High Rise). Citerei anche i Pankow, i Bisca, i Raw Power, i Ritmo Tribale, gli Statuto… vado a memoria, di sicuro se mi mettessi a consultare archivi verrebbe fuori altro, ma se questi nomi e titoli mi sono rimasti impressi più profondamente nella memoria una ragione ci sarà.
Questi i dischi più importanti. Ma se dovessi sceglierne un paio fra i più semplicemente “belli” quali sarebbero?
Sempre andando a memoria, e rimanendo nell’ambito psichedelico, mi vengono in mente gli Steeplejack e gli Allison Run.
Pubblicata in origine dalla webzine Indiepop nel gennaio 2006

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Categorie: interviste | Tag: | 11 commenti

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11 pensieri su “High Rise Records

  1. Ugo Malachin

    ps: adesso i Blackboard Jungle (4) sono su Discogs

  2. Ugo Malachin

    Federico, ho ri-ascoltato dopo quasi 25 anni Four Wizards In Our Tea dei Magic Potion, che avevo comperato ai tempi assieme al secondo ma, mea culpa, entrambi li avevo subito dimenticati …
    Ora invece, dopo alcuni attenti ascolti, devo dire che avevi prodotto proprio un gran bel dischetto!
    A proposito di Children Of Nuggets, oltre a mancare parecchie cose basilari, hanno remasterizzato il tutto con un suono addolcito che con il garage ha poco a che fare!
    ciao, Ugo

  3. Salvo Ursus

    HELLO ! Mi piace,ma non viene citata nemmeno una sola produzione Toast (nè l’etichetta stessa)…debbo farlo notare,sperando che sia un caso.
    Ad ogni modo,attualmente,va sottolineato il lavoro mirabile di Psychout ed altre label,che il filo rosso lo hanno ripreso con spirito ancor più genuino e coerente.

  4. enrico savi

    Alla fine ne ho molti…l’altro giorno ho riascoltato il primo dei fasten belt, musicalmente bellissimo, però con un pessimo inglese. Negli anni 80 eravamo alla periferia dell’impero, molto più di oggi. Tralasciando gruppi hardcore e sixties, praticamente nessuno suonava fuori ( tranne i not moving e litfiba mi sembra), un peccato, negli anni 80 avevamo gruppi clamorosi.
    I Franti cosi importanti??

  5. eliseno sposato

    beh ne tengo parecchei di queste belle produzioni

  6. Cosimo

    Lo so li conosco bene Vincenzo e gli altri …

  7. Su Discogs danno anche i Mind Waltz per la High Rise e non danno i Blackboard Jungle!!

    • Quando uscì Mind Waltz l’etichetta non esisteva più, ma Paolo Bertozzi – il chitarrista, ex Fasten Belt – mi chiese di poter mettere il marchietto sul cd, che era autoprodotto. Su discogs i Blackboard Jungle in effetti mancano… ma esistono, lo giuro! 😀

      • at-tawra

        esistono esistono, confermo!
        E secondo me, me ne mancano giusto un paio per avere tutto il roster della High Rise in vinile, è anche uno dei dischi più riusciti del catalogo.

        [la copertina più bella è quella dei Flies però]

    • Anonimo

      su wikipedia li trovi nominati.

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