Tre Allegri Ragazzi Morti

Proprio ieri Rockit ha pubblicato una lunga, bella intervista ai TARM, una band che seguo dagli esordi e alla quale, pur non apprezzandone nella stessa misura l’intera (e ormai cospicua) produzione, posso dire di essere affezionato. Ho quindi pensato che fosse interessante recuperare questa intervista del lontano 1999, quando il gruppo finì sulla copertina del Mucchio – ai tempi settimanale – in occasione dell’uscita del primo album di studio, intervista nella quale a mio avviso Davide Toffolo si ritrova tuttora pienamente. Nota di servizio: l’intera saga dei Cinque Allegri Ragazzi Morti menzionata nell’articolo è stata di recente ripubblicata in un bel volumone della Coconino Press.

Tre allegri fotoSmells Like Teen Spirit
Con il loro vero CD d’esordio [Mostri e Normali], che segue l’omonimo mini-CD e Piccolo intervento a vivo (un live), i Tre Allegri Ragazzi Morti del “rocker per caso” Davide Toffolo hanno toccato una nuova tappa del loro singolare percorso artistico e di carriera, fondato su grintose canzoni adolescenziali, rifiuto delle fotografie – l’immagine del gruppo è veicolata dai disegni dello stesso Davide, fumettaro di talento e fama – e relazioni decisamente particolari con il music-business. Al di là dei gusti, i Tre Allegri Ragazzi Morti sono una voce che si leva fresca e personale da un panorama italiano fin troppo disinvolto nel passare sotto le forche caudine del cliché; e noi, che non siamo insensibili al fascino dell’originalità di approccio e di suono, non abbiamo esitato a prendere posizione in loro favore.

* * * * *

Davide Toffolo non è un musicista rock come gli altri, e non solo perché la sua vera professione è quella di autore e disegnatore di fumetti (geniali, per di più): l’uomo che ama farsi chiamare El Tofo è, per dirla con un’espressione anglosassone, one of a kind, unico nel suo genere. Anche se, come tanti suoi colleghi, suona la chitarra, canta, compone, si esibisce in concerto e realizza dischi, Davide Toffolo è il più atipico e anticonformista dei musicisti rock italiani, e tutti i suoi discorsi – compresi quelli che, a un’analisi superficiale, potrebbero fargli affibbiare la patente di eccentrico e/o esaltato – lo consolidano personaggio brillante, estroso e autenticamente fuori dagli schemi. Come si dice in casi analoghi, provare per credere.
La prima domanda è scontata: come può venire in mente di fondare una band la cui immagine è costituita da disegni?
Tutto è nato da un’intervista che mi sono fatto da solo, una specie di manifesto dei miei pensieri sulla musica: ho suonato in gruppi fin da ragazzino, e con questa auto-intervista volevo fare il punto sulle mie esperienze e ipotizzare sviluppi futuri.
Che relazione c’è tra i Tre Allegri Ragazzi Morti, cioé voi, e i Cinque Allegri Ragazzi Morti del tuo fumetto?
I concetti del fumetto, assolutamente fiction, sono stati le basi della band, e da lì ho anche ricavato il nome: è come se mi fossi ispirato a un libro o un film, con la sola differenza che ad influenzarmi è stato un fumetto scritto da me. In effetti, il quadro è diventato chiaro solo ora che le avventure dei Cinque Allegri Ragazzi Morti sono finalmente in edicola (in Fandango, il nuovo bimestrale edito dalla Marvel e coordinato dallo stesso Davide, NdI): adesso si capisce che si tratta di due cose parallele, racconti a fumetti da una parte e musica suonata e incisa dall’altra.
Quando si può fissare la nascita del tutto?
Nel 1994. Quello è stato il mio anno d’oro, nel quale sono scaturite la maggior parte delle idee che ancora oggi sto sviluppando: da Piera degli spiriti, il lavoro che mi ha affermato nell’ambiente del fumetto, ai Cinque Allegri Ragazzi Morti, che apparvero per la prima volta all’interno di “Rumore”, fino a molte delle mie canzoni. Tra l’altro, la storia delle origini dei Cinque Allegri Ragazzi Morti uscita in origine su “Rumore” è riproposta, riveduta ed estesa, nell’edizione limitata digipak di [Mostri e Normali].
Questo improvviso boom di creatività è dovuto a qualche sostanza chimica? Se così fosse, penso che saremmo in parecchi a voler sapere di cosa si tratta…
No, nessuno stupefacente. Il merito è stato del rapporto instaurato con la chitarra, uno strumento che fino ad allora non avevo considerato. Un amico, che ha anche suonato nei Meathead, aveva lasciato da me una Mustang del ‘67, e trovandomela in casa mi è venuta voglia di provarla, in maniera istintiva.
Un approccio molto punk.
Esatto; chiunque può cominciare a suonare. Ho pensato che quel “chiunque” potevo essere anch’io, e l’ho fatto. Ho fondato il gruppo assieme al batterista Luca Masseroni, che è ancora con me.
Qual era l’obiettivo primario del dar vita ad una band?
Fin dall’inizio è stato un progetto “esistenziale”, più che musicale, che voleva trovare una risposta alla domanda “è possibile, in Italia, vivere da rocker senza l’assillo della discografia, e concependo l’attività di un gruppo come un viaggio, nel nostro caso, a tre?” Così siamo partiti con un demo di dieci canzoni, Mondo Naïf, che non abbiamo spedito a nessuna etichetta ma che abbiamo utilizzato solo per esibirci dal vivo a livello locale. Volevamo confrontarci con la gente, lavorando su un territorio piccolo poiché mancavano i soldi per un’azione su scala più ampia. Per me è stata un’esperienza completa, nel senso che ho iniziato senza neanche sapere cosa fosse una distorsione e sono arrivato ad avere un gruppo che, nel suo piccolo, possiede un’espressività live davvero unica. Da qui sono emersi altri interrogativi sul significato “sociale” del concerto e, in generale, sul senso ultimo del rapporto con la musica: la sintesi di tutto ciò è la filosofia dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che non hanno immagine, non vanno in TV e prediligono un contatto diretto con il pubblico.
Pordenone vi ha subito adottati come suoi beniamini?
Sì, i primi fan sono stati i ragazzi della nostra città, che per quanto possa sembrare stravagante ha la fisionomia di una “città rock”. Per dei provinciali come noi, vantare un precedente importante come il Great Complotto (la struttura artistica multimediale nata a Pordenone nei primi anni ‘80, NdI), e quindi potersi immaginare una vita con la chitarra in mano senza che ciò risulti comico, è senza dubbio un bell’aiuto. Per molti della mia generazione la musica è stata una vera ancora di salvezza, la possibilità di vedere il mondo non solo nei suoi aspetti gretti, di pettegolezzo o di rivalità.
Il rapporto con Pordenone dei Prozac +, almeno all’inizio, è stato invece abbastanza difficile.
Premesso che GianMaria è un caro amico, con cui ho oltretutto condiviso parecchie storie (dai Gigolò Look ai Futuritmi, NdI), posso solo pensare che sia dipeso dal loro modo di porsi: i Prozac + hanno scelto la dimensione del prodotto, noi quella esistenziale. Credo che tutto ciò che si fa sia la proiezione di ciò che si è: c’è chi, per via della propria struttura psicologica, ha relazioni ruvide con le cose, e chi no. Per quanto mi riguarda io preferisco la comprensione e il pensiero, le conflittualità non mi interessano.
Puoi chiarire ancora meglio cosa intendi per “dimensione esistenziale”?
Quello dei Ragazzi Morti non è un progetto creativo o discografico, ma esistenziale. Noi non sentiamo la competizione con gli altri: abbiamo suonato nei licei, nelle feste popolari e nei paesini più sperduti, caricando la macchina e partendo. Per l’interminabile tour degli ultimi due anni non usavamo un furgone ma, su suggerimento di GianMaria, giravamo con una station-wagon, un po’ come zingari… Non si trattava certo di un business, volevo solo provare la sensazione di stare sulla strada con altre due persone; anzi, tre, contando anche il nostro insostituibile fonico.
I Tre Allegri Ragazzi Morti sono una band a tutti gli effetti o sono una sorta di “estensione” di Davide Toffolo?
Siamo indiscutibilmente un gruppo vero: tra noi c’è una forte dialettica interna e una profonda condivisione del progetto, nonostante Luca abbia venticinque anni, Enrico venti e io trenta. Sono felice di avere contatti così saldi con pensieri più “vergini” dei miei, le differenze di età favoriscono la dinamica della band e allargano lo spettro di sensibilità. I Ragazzi Morti non sono una mia paranoia ossessiva, ma l’esperienza umana più bella che abbia finora vissuta.
Qual è stato il vostro più grande sostegno in quest’avventura?
La disponibilità, un elemento indispensabile per metter su una realtà come i Ragazzi Morti. Si deve aver voglia di incontrare la gente, di stare in macchina dieci ore per spostarsi da un concerto all’altro e suonare per chi non conosce quello che stai facendo. Può non essere semplice, specie per noi: la nostra musica non è sofisticata, ma non siamo nemmeno una band da ballo che può stimolare l’aggregazione grazie ad un certo tipo di ritmiche.
Attitudinalmente mi sembrate un gruppo beat.
L’hai detto. Siamo quasi Sixties, nell’approccio così come in alcune sonorità.
Ti senti più disegnatore o musicista?
Disegno sin da bambino, e la mia quotidianità la vivo nel disegno. Sto male, se per un po’ di tempo non disegno. Comunque, sono di sicuro più bravo con matite e pennelli che con la chitarra.
Che affinità e divergenze riscontri tra il disegnare e il suonare la chitarra?
Sul piano della scrittura non ci sono grandi differenze. Io non amo il naturalismo ma la stilizzazione, e forse un certo tipo di dischi e di suoni “vecchi” mi piacciono perché sono stilizzazioni del rock; la scrittura, in fondo, consiste nello stilizzare emozioni e sensazioni, cosa che io faccio non puntando alla tecnica o al manierismo ma a raccontare storie. Il suonare, invece, è una faccenda più fisica: vivo le mia attività in termini di “pensieri d’amore”, cioé la scrittura di fumetti e canzoni, e “atti d’amore”, che consistono nel salire sui palchi o nello girare per l’Italia.
Nella musica, la fisicità è un elemento imprescindibile?
Almeno in concerto. Per esempio, a me la musica dal vivo in TV fa schifo, la trovo la più bassa delle finzioni. Molto meglio i video-clip, o, al limite, il playback. Chi assiste a un concerto vuole veder “morire” il musicista mentre suona, e noi cerchiamo di accontentarlo. In televisione, senza sudore e sofferenza, tutto appare ridicolo.
I vostri dischi non sono stati in qualche modo una corruzione della fisicità e del contatto con il pubblico?
Almeno finora direi di no, anche se chiaramente comportano una mediazione rispetto al live. Il primo mini-CD raccoglieva quattro brani del demo-tape che dato il via non solo ai Tre Allegri Ragazzi Morti ma anche alla mini-serie Mondo Naïf: il materiale era stato concepito per la diffusione su nastro, la stampa in cd è stata dovuta solo a esigenze pratiche. Poi è arrivato Piccolo intervento a vivo, il vero incontro con la discografia: è inciso live perché con esso volevamo dimostrare la nostra diversità realizzando un album che, pur rimanendo nell’ambito della canzone, fosse il più “storto” e deviante possibile. Non rinneghiamo nulla, ma per un po’ di tempo ci è venuto il dubbio di aver commesso un errore: nel ‘97 il rock italiano si è letteralmente acceso, a livello sia di quantità di proposte che di business, ma la nostra musica non “girava” come magari quella di altri che suonavano negli stessi posti in cui ci esibivamo noi. È vero che il supporto dell’etichetta è stato inesistente, ma è altrettanto vero che il formato live era improponibile per le radio. Comunque a Piccolo intervento a vivo siamo affezionatissimi: nelle sue canzoni c’è tutto ciò che fa parte di noi, dall’idea della non-immagine a quella di un concept sull’adolescenza che in realtà è un concept sull’Occidente. Io considero l’adolescenza come lo specchio attraverso il quale vedere l’essenza ma anche le deformità della società occidentale.
Anche un titolo come [Mostri e normali] fa pensare a un concept.
Che vuoi farci, non mi riesce proprio di realizzare qualcosa che non poggi su un’idea. In ogni caso, si tratta di un album sulla diversità: Bella mia e Occhi bassi sono pezzi sulla condizione femminile, mentre Uomo mangia uomo affronta – con la solita ironia – la nostra attuale situazione di competitività discografica. Più in generale, è un disco sulla condizione umana: “Mostri” e “Normali” sono parole vuote, nel senso che è difficile stabilire oggettivamente a quale categoria si appartenga. A noi importa l’uno, l’esperienza dell’uno e l’esistenza dell’uno, ed è in quest’ottica che abbiamo recuperato Mai come noi, che oltre a essere il primo pezzo che abbiamo composto è anche la nostra bandiera: non a caso, nel testo, si urla che nessuno è come gli altri. Un altro momento emblematico è la ballata conclusiva, Non mi manca niente, che riassume la nostra posizione del momento e la realtà con la quale siamo un po’ tutti obbligati a confrontarci: il pezzo contiene due sole frasi, la strofa “non mi manca niente” e il ritornello “non ho niente”.
Come definiresti, in poche parole, [Mostri e normali]?
È un album pensato per l’ascolto da cameretta, per un rapporto intimo con i brani che lo compongono.
Ci sono aneddoti particolari sul vostro approdo alla Ricordi?
Per lungo tempo abbiamo trattato con la Virgin, la Edel e altre etichette, ma la proposta della Ricordi è stata la più diretta e veloce. L’offerta è arrivata da Marco Loberto, un discografico che già conoscevo perché era un assiduo frequentatore dei nostri concerti. All’epoca dell’accordo avevamo già lavorato parecchio sulla pre-produzione, ma per registrare abbiamo deciso di portarci uno studio mobile in una casa di montagna vicino Trento, in mezzo alla neve. Per un mese siamo stati solo noi tre e il produttore presentatoci dalla Ricordi, Marco Dal Lago, che ha avuto il suo daffare per tenerci a freno: sai, visto che per noi i Tre Allegri Ragazzi Morti sono un fatto esistenziale, non sapevamo rinunciare alla nostra festicciola quotidiana post-registrazioni, e Marco aveva qualche difficoltà ad accettare questo nostro comportamento esuberante. A parte queste piccole divergenze caratteriali, però, abbiamo lavorato in perfetta sintonia.
Dimmi la verità, stai cominciando a vedere una carriera a tutti gli effetti?
I Ragazzi Morti sono morti perché non hanno problemi con l’ieri e il domani, e io vorrei che non ci fossero cambiamenti. La comunicazione con l’esterno è una cosa fragile, ed è importante difendere al 100% le proprie idee e il proprio atteggiamento nei confronti del prossimo. Sappiamo che alla fine un nostro disco è un prodotto non troppo dissimile da una pentola o uno shampoo, e noi desideriamo che il nostro rapporto con il prodotto rimanga critico. Se poi il prodotto può essere fruito da molte persone e far diventare ricchi… non so, magari te lo dirò alla prossima intervista.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.350 del 4 maggio 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Tre Allegri Ragazzi Morti

  1. giannig77

    ciao Federico, ricordo benissimo questa intervista e soprattutto quel numero del Mucchio, in quanto la copertina con i TARM è stata per molto tempo la mia preferita in assoluto. Primo, perchè geograficamente ero vicino a loro e li seguivo già da 3 o 4 anni (li vidi dal vivo una prima volta che ancora facevo l’ultimo anno di Liceo, o il penultimo addirittura, sarà stato il 94), secondo perchè, da adolescente qual’ero li sentivo affini, anche se in sostanza parlavano di situazioni spesso estreme ma dosando il tutto con ironia. Pensa che fino all’uscita di Mostri e Normali in pratica ai concerti non indossavano ancora le famose maschere, quello fu un espediente successivo, quando davvero era diventato impossibile non farsi fotografare o filmare. Grande band, anche se per motivi più che altro anagrafici ho lasciato da un paio di dischi a questa parte, che fatalità coincidono col cambio di rotta stilistico e l’inserimento di pezzi dagli arrangiamenti reggae. In ogni caso molto meglio loro dei Negrita ad esempio, mentre ritengo Gianmaria una grande persona, col quale ho avuto modo di instaurare un’amicizia. Credo che all’epoca dei Prozac + abbiano fatto un salto troppo grande e che in pratica se la siano goduta finchè è durata, ma che il tutto fosse vissuto con un po’ di sana incoscienza, tanto che i Prozac hanno continuato a fare quello che hanno sempre fatto, sin da “Testa Plastica” e il boom di Acida… l’unica cosa a cambiare è stato il mercato. Erano diventati fuori moda, da un giorno all’altro ma hanno mantenuto una grande dignità, come si evince dal progetto Sick Tamburo, dove non si grida certo al miracolo ma nel quale si può intravedere ancora una grande e genuina passione e una freschezza naturale della proposta artistica

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