memorie

L’ultima Thule, 2013-2023

Dieci anni esatti fa, in un 9 gennaio 2013 che oggi mi sembra lontanissimo, “lanciavo” questo blog. “Fuori tempo massimo”, mi dissero in tanti, ma a me non importava: volevo portare avanti un certo tipo di discorso divulgativo-didattico e un blog era ed è ancora il modo migliore per farlo nel modo – totalmente libero – più in linea con la mia indole.
La ricorrenza chiama un piccolo bilancio e, come al solito, devo essere sincero: mi aspettavo “numeri” più alti, ma alla fine non mi lamento. Ho pubblicato 1765 post, ricevuto oltre 1.400.000 visite a singole pagine e 3298 commenti, raccolto 6020 iscritti (1041 diretti), vinto due volte il Premio Musicletter per il miglior blog personale. Soprattutto, mi sono divertito un sacco, provando al contempo il piacere della consapevolezza di aver diffuso buona cultura musicale e aver raccontato belle storie.
Come i più attenti di voi sanno, è dall’inizio del 2018 che non pubblico qui – davvero minime le eccezioni – articoli, recensioni o interviste che, appunto da allora, ho scritto per le riviste con le quali collaboro; quando recupero qualcosa del passato, insomma, è materiale in origine uscito su carta dal 1979 al 2017. Ho però una curiosità che solo voi potete aiutarmi a soddisfare, sempre che abbiate voglia di impiegare pochi secondi del vostro tempo per una piccola cortesia a chi da un decennio intero vi regala cose da leggere o rileggere: potreste cortesemente farmi sapere, qui nei commenti o con altri mezzi che non mancano, se in questi ultimi cinque anni mi avete letto o non mi avete mai letto (anche) su carta? Insomma, escludendo i libri, su Blow Up, Classic Rock, AudioReview e/o Vinile? Dovreste però dire la verità, stando tranquilli che se scriverete “no, ti leggo solo qui” non finirete in qualche lista di proscrizione. Naturalmente non mi aspetto migliaia di “sì” o di “no”, ma sarebbe bello se almeno i fedelissimi – quelli, cioè, che hanno scelto di ricevere una mail ogni qualvolta pubblico qualcosa di nuovo – si pronunciassero in tal senso. Per me sarebbe importante. Grazie in ogni caso.

Categorie: memorie | Tag: | 85 commenti

Claudio e io

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

Ma come andò? (10)
In tanti mi hanno chiesto di rievocare questa storia un po’ surreale e molto buffa risalente alla prima metà degli anni ’80. Ho impiegato un po’ a convincere prima me e poi l’altra parte in causa che, sì, andava fatto. Buon divertimento.

Claudio Sorge? Lo conoscete tutti, credo. È “nel giro” da prima di me ed è stato senza alcun dubbio un pioniere per la diffusione in Italia di vari (sotto)generi rock quali punk, hardcore, Sixties rivisitati, grind, stoner, varie ed eventuali. È stato condirettore di Rockerilla, ha creato l’etichetta Electric Eye, ha fondato e diretto Rumore e Bassa Fedeltà e, insomma, ne ha combinate di tutti i colori (chi volesse approfondire può farlo guardando questo video); l’ultima in ordine di tempo la bella fanzine Gimme Danger, assieme all’inappuntabile r’n’r soldier Luca Frazzi. Per me è stato sempre un piacere collaborare a suoi progetti e un po’ mi rincresce che lui non abbia fatto altrettanto con alcuni miei (per dirne soltanto uno, sul Mucchio Extra ci sarebbe stato splendidamente) o che per mille ragioni non si sia realizzato qualche cosa assieme, ma è andata così e pazienza. Dagli anni ’80 coltiviamo comunque solidi rapporti, come attestano le foto qui sopra (scattata a casa mia una decina di anni fa) e qui sotto (del 2007, a La Vecchia Talpa per la presentazione del mio libro “Punk!”; il terzo figuro è ovviamente il padrone di casa Luca Frazzi). Anche se penalizzati dalla distanza geografica che ci separa (Roma e Pavia non sono proprio limitrofe), ritengo di poter affermare che siamo amici, ma non è stato sempre così. Anzi, prima che ci conoscessimo di persona la nostra relazione è stata assai burrascosa, come potrete desumere andando avanti nella lettura.
Prima di entrare nel vivo della questione, devo premettere alcune cose. Innanzitutto, che una quarantina di anni fa entrambi affrontavamo il giornalismo musicale con serietà ma anche con un approccio “di pancia”. In più, sia lui che io “soffrivamo” la reciproca concorrenza nel ruolo di più “””””importanti””””” divulgatori di nuove tendenze rock. Io ero frustrato dalle poche pagine che potevo gestire sul Mucchio e invidiavo non solo lo spazio ben superiore che lui aveva su Rockerilla ma anche le sue maggiori competenze ed esperienze (ha sette anni più di me); lui, presumo, non era entusiasta del fatto che un ragazzino quale ero riuscisse a essere una sua sorta di contraltare. La solita storia del gallo più anziano disturbato dal galletto più giovane e di quello più giovane che magari alza la cresta più di quanto dovrebbe; se poi si aggiungono i caratterini un po’ pepati, suo e mio… Quanto segue dimostra che eravamo due cretini (lui forse in misura maggiore, perché più vecchio e quindi in teoria più maturo), ma con il senno dei quattro decenni dopo trovo che le frecciatine esplicite od occulte che ci lanciavamo quasi mensilmente dalle pagine delle rispettive riviste siano esilaranti. Ho pensato allora di proporne un tot delle più esplicite e gustose, con qualche opportuna spiegazione.
Com’è iniziato tutto? Credo che ad avere aperto le ostilità sia stato io, nel mini-editoriale che, sul Mucchio, apriva regolarmente la mia rubrica “Shock!”. Nel 1981, numero di giugno, scrivevo infatti così, criticando l’atteggiamento a mio avviso tronfio di alcune firme di Rockerilla (un po’ del tipo “sappiamo tutto noi” et similia).
Rivelo un retroscena. A irritarmi tantissimo era soprattutto un peccato veniale: che tra i loro collaboratori citassero come “corrispondente da Los Angeles” Chris Desjardins (Flesh Eaters, Slash), quando il suo contributo consisteva in poche e sporadiche notiziole, grossomodo le stesse che nei nostri scambi epistolari inviava a me così come faceva con Claudio. Insomma, a non andarmi giù (pensate che razza di problemi mi facevo a vent’anni!) era che millantassero di avere in California un (illustre) corrispondente che in realtà non era tale, o che comunque lo era nella stessa misura in cui lo era per me. Nel numero di luglio/agosto di Rockerilla, la risposta di Claudio fu comprensibilmente al vetriolo.Ci stava tutta, tranne le accuse di aver copiato: no, quello no, non l’ho mai fatto nemmeno a scuola, e così inviai a Rockerilla una lettera di precisazioni che venne pubblicata sul numero di dicembre, con relativa replica di Claudio che ribadì la tesi della copiatura ed evidenziò un comportamento improprio di Max Stèfani. All’intervista “rubata” dal nostro direttore non avevo proprio fatto caso e non potei fare altro che incassare il colpo. Sull’assurdità del “copiare” capii invece che era inutile insistere; ok, che giudicassero i lettori, ma a scanso di equivoci per vari mesi specificai – nei miei mini-editoriali – la data in cui veniva “chiuso” ogni nostro numero.
Di lì a poco, su Shock! inserii una pagina sull’heavy metal, tendenza alla quale Rockerilla dedicava parecchio spazio ma che sul Mucchio era stata fino ad allora snobbata non certo per colpa mia. Orrore e sacrilegio, ma come mi ero permesso! A breve, su Rockerilla apparvero insinuazioni ironiche sulla scarsa preparazione del nostro collaboratore delegato a occuparsi dell’argomento e ancora – una fissazione – di aver copiato (per la precisione, una frase che di sicuro era stata letta ma che nessuno avrebbe riportato consapevolmente pari pari). Dovetti per forza commentare, con questo boxino apparso sul Mucchio del giugno 1982.
Nei mesi seguenti, da ambo le parti continuarono a volare frecciatine non granché affilate, finché nel 1983 (numero di settembre), recensendo i gloriosi Charlatans, Claudio si fece scappare la frase rivelatrice che trovate sottolineata qui.
In estrema sintesi, il concetto era questo: se Rockerilla si occupava di un gruppo/artista prima del Mucchio, il gruppo o artista diventava di sua proprietà, e se il Mucchio provava a trattarlo lo poteva aver fatto solo perché “ispirato” da Rockerilla. Idem per eventuali nuove definizioni di generi.  Come se io non leggessi riviste inglesi o americane, non mi recassi ogni tot mesi a Londra, non avessi stretto contatti con decine di etichette e addetti ai lavori all’estero. Che alle volte Rockerilla arrivasse su certe cose un mese prima è vero; dipendeva dai tempi di preparazione più lunghi del Mucchio, dalla sua impaginazione più rigorosa (per capirci meglio: se ci procuravamo un tal disco anche molto importante solo due giorni prima di andare in stampa, per anticipare o non “ritardare” non collocavamo dove capitava una recensione last minute), dal fatto al tempo gli importatori di dischi si trovavano tutti al nord e se di un titolo giungevano poche copie si fermavamo appunto al nord, dove risiedeva quasi l’intero staff di Rockerilla. Però, ecco, scrivere che noi operassimo sempre in seconda battuta era falso, così come era assurdo credere che io fossi ogni mese in agguato davanti all’edicola per comprare subito Rockerilla e carpire primizie da riciclare.
Le scaramucce verbali andarono avanti più o meno stancamente per almeno un anno, divenendo all’improvviso più accese nel 1985. Dopo aver visto sul Mucchio le mie recensioni di due bootleg di X e Dream Syndicate, Claudio decise che ero stato io a realizzarli e nel numero di gennaio lo scrisse in un articolo sui Radio Birdman, dandomi anche del “sedicente giornalista” e rinfacciandomi “vili brame collezionistiche” (per inciso: mai fatto un bootleg in tutta la mia vita e mai stato un collezionista nel senso più deteriore del termine).
In quel periodo si parlava parecchio del recupero (creativo e non) del sound dei Sixties, e dato che qui da noi Claudio ne era stato uno dei promotori più entusiasti, non gradiva che certe band finissero anche sul Mucchio, specie se non esaltate come faceva lui. Nel marzo del 1985, le sue parole su Rockerilla non lasciarono dubbi sul fatto che la cosa non gli andasse giù, e questo fu ribadito in un ricordo dei Ramones nel numero di aprile.
Curiosamente, sempre nel marzo del 1985, in una rubrica “di cazzeggio” del Mucchio avevo scritto questa recensione di un album inesistente, nella quale imitavo – estremizzandolo con piglio sfottente – lo stile dell’antagonista, divenuto per l’occasione Claudio… Tramonta (si noti: nelle stesse pagine Maurizio Bianchini assunse l’identità “fittizia” di Paolo Ragù ed Eddy Cilìa quella di Peppe Vira).
Evidentemente in quei giorni dovevo essere battagliero, perché il mese dopo rincarai la dose nella recensione di Eighties Colours, la prima, storica raccolta di neo-psichedelia italiana curata da Claudio per la sua etichetta Electric Eye. Un colpo al cerchio e uno alla botte, visto che comunque era un’ottima pubblicità (estesa, oltretutto, alla fanzine Lost Trails, un’altra creatura di Claudio).
La prova che Claudio non la prese troppo bene è nella recensione di un concerto dei Fuzztones uscita su Rockerilla di giugno, Fuzztones che assieme ai Chesterfield Kings erano le sue due band preferite dell’area neo-Sixties; io, invece, ero sempre stato un po’ critico nei confronti di entrambe (nonché degli Unclaimed) perché – a differenza di Claudio – le ritenevo troppo derivative e “revivaliste”. Scoprii così di essere un imbecille, mentre in un altro pezzo dello stesso numero registrai la mia promozione da “sedicente giornalista” a “pseudogiornalista”.Mi sembra di ricordare che mi arrabbiai parecchio, ma per rispondere scelsi ancora l’arma dell’ironia. Un’ironia caustica, però, dato che recensendo il primo LP dei Four By Art (marchiato Electric Eye, certo) equiparai Claudio a un Padrino, ma non uno di quelli di Battesimo o di Cresima.
E dopo? Più nulla, perché con Claudio ci incontrammo (direi a Firenze, all’Independent Music Meeting), parlammo a lungo, scoprimmo che fra noi esistevano più affinità che divergenze e diventammo amici. Dopo avergli anticipato che prima o poi avrei pubblicato questo articolo, gli ho inviato i vecchi “ritagli” che avevo selezionato (ce ne sarebbero almeno altrettanti che invece ho escluso: questi sono sufficienti) e lui mi ha risposto “Va bene tutto quello che stai facendo relativamente alle nostre ‘diatribe’, tu lo trovi divertente, in effetti un po’ lo è. Bei tempi”. Sui “bei tempi” la penso come lui, anche se all’epoca questi “botta e risposta” un po’ ce li angustiavano. Ma sono storie vecchie, giurassiche, e dopo trentasette anni di vicissitudini e amicizia, nonno Claudio e nonno Federico – oggi ci unisce anche questo – ci ridono su. Come di sicuro avranno fatto tutti quelli che hanno letto questo amarcord.

(1) Shock!, la rivista mancata.
(2) Le (prime) dimissioni dal Mucchio.
(3) Il post-Mucchio e la nascita di Velvet.
(4) Velvet Story.
(5) La collaborazione con Rumore.
(6) Gli inserti “Fuori dal Mucchio” e “Classic Rock”.
(7) Il Mucchio Extra.
(8) La copertina (sbagliata) a Jeff Buckley.
(9) Il finto live di Springsteen.

 

Categorie: memorie | Tag: | 6 commenti

Springsteen: il finto live

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

Ma come andò? (9)
Questa è una vicenda di altri tempi, tempi pre-Internet, che mai e poi mai potrebbe avvenire oggi. Mi correggo: potrebbe avvenire di nuovo in modo diverso, ma oggi si esaurirebbe in un attimo e non farebbe lo stesso scalpore che fece allora. Di essa fui quasi solo testimone: quasi nel senso che prima di attuarla mi fu chiesto un parere e io, che da giovane ero molto più “ingessato” di quanto non sia da anziano, risposi che di sicuro avrebbe potuto essere divertente, ma anche ben poco rispettosa nei confronti dei nostri lettori; per la cronaca, si parla dei lettori del defunto Mucchio Selvaggio, di cui ero all’epoca caporedattore.

Si era nei primissimi mesi del 1986, e poiché a maggio si sarebbe dovuto pubblicare il n.100, si ragionava su cosa fare per celebrare l’importante traguardo in modo speciale, roboante. L’idea venne a Maurizio Bianchini (non a Stèfani, checché possa dirne lui), che volle riprendere adattandola a noi una felice intuizione della indimenticata rivista Gong: nel novembre 1975, i ragazzacci si erano inventati un nuovo album di Crosby, Stills, Nash & Young, intitolato Red Wood, e sulle loro pagine lo avevano presentato “in anteprima” con un credibilissimo articolo di Riccardo Bertoncelli, mettendo in agitazione gli appassionati. Così, in quel maggio 1986, Il Mucchio mise in copertina il suo artista-guida con lo strillo “Anteprima mondiale! Springsteen, il nuovo triplo album dal vivo”; all’interno, oltre a un poster del Boss, una maxi-recensione firmata Massimo Cotto del fantomatico Songs To Orphans. Il tutto era bene organizzato: Cotto era un esperto della materia e, forte della sua ottima penna, aveva brillantemente raccontato un ipotetico live ideale, quello che ogni fan avrebbe voluto ascoltare in quei giorni in cui non esisteva ancora nulla di ufficiale – infiniti, invece, i bootleg – che documentasse la verve sul palco del musicista americano. Il live in questione, si leggeva, era giunto nelle nostre mani in formato test-pressing “grazie a una vecchia promessa di Clarence Clemons”. Trentasei anni fa le notizie giravano molto più lentamente e la credibilità del Mucchio fece sì che ci credettero tutti-tutti. Lettori, importatori, negozianti e colleghi tempestarono la sede di telefonate e addirittura alla CBS, la casa discografica, impiegarono un po’ a essere sicuri che si trattava di una beffa; beffa in qualche misura dichiarata, giacché il pezzo di Cotto si chiudeva con la frase “Abbiamo tra le mani un triplo dal vivo di Bruce che aspettavamo da anni e che pensavamo non sarebbe mai arrivato. Tanto che quando andremo a comprarlo conserveremo il timore che sia stato tutto semplicemente uno scherzo”.

Molti si incazzarono, eh, pure di brutto, ma alla fine il giornale aveva venduto migliaia di copie in più del solito, aveva ottenuto con minimo sforzo una grande pubblicità e, comunque, tanti avevano apprezzato. Nel numero successivo, un editoriale a firma Maurizio Bianchini gettò acqua sul fuoco, ma prendendo giustamente anche un po’ in giro quelli che si erano inalberati. Ci fu poi una postilla, che pochi ricordano: quando qualche mese dopo Springsteen pubblicò per davvero il suo primo album in concerto (il quintuplo Live 1975-1985), lo rimettemmo in copertina, con sotto il suo nome la spiritosa dicitura “il quintuplo dal vivo del Boss è falso?”. Per fortuna, nessuno ci prese sul serio.

Scrivevo prima che da giovane ero più “ingessato”, ma anche allora in me viveva anche un lato per così dire ludico. Lo prova il fatto che per il n.4 della fanzine Red Ronnie’s Bazaar, del 1980, avevo recensito un disco inesistente, un live diviso a metà tra due atipiche band punk californiane, Screamers e Mutants. All’ultimo momento, immaginando quanto i (pur pochi) cultori del genere mi avrebbero insultato per averli “costretti” a mettersi alla ricerca di un album impossibile da trovare, decisi di lasciar perdere e Red, che aveva già impaginato tutto e stava per andare in stampa, non tolse la recensione ma la oscurò scrivendoci sopra che ci avevo ripensato. Non mi sarebbe dispiaciuto riproporla qui sul blog, ma il testo originale è finito chissà dove e non posso recuperarlo interamente dalla rivista proprio perché in buona parte coperto.

(1) Shock!, la rivista mancata.
(2) Le (prime) dimissioni dal Mucchio.
(3) Il post-Mucchio e la nascita di Velvet.
(4) Velvet Story.
(5) La collaborazione con Rumore.
(6) Gli inserti “Fuori dal Mucchio” e “Classic Rock”.
(7) Il Mucchio Extra.
(8) La copertina (sbagliata) a Jeff Buckley.

Categorie: memorie | Tag: | 5 commenti

D.H. Peligro (1959-2022)

Lo scorso 28 ottobre se n’è andato per sempre, a causa di un incidente domestico, Darren Henley (per tutti D.H. Peligro), storico batterista dei Dead Kennedys, ma con in curriculum numerose altre avventure musicali di rilievo. Ricordo con piacere le ore trascorse assieme a Roma, nel 1981, quando gli scattai questa foto all’interno della basilica di San Pietro: era un ragazzo molto simpatico e sono sinceramente dispiaciuto della sua prematura scomparsa, anche se da allora non mi è più capitato di incontrarlo.
Riposa in pace, Darren.

Categorie: memorie | Tag: | Lascia un commento

Pionierismo (1980)

A volte, i social servono. Giorni fa un amico di Facebook, Johnny Duhamel, mi ha ringraziato per un articolo che avevo realizzato nel 1980 per la fanzine Red Ronnie’s Bazaar nel quale spiegavo nei minimi dettagli tutta la procedura per ordinare negli Stati Uniti dischi di punk e new wave editi da piccole etichette, indicando anche qualche “trucco” per evitare o almeno limitare eventuali criticità. Va da sé che della sua esistenza mi ero totalmente dimenticato; spinto dalla curiosità, ho così cercato e faticosamente ritrovato i numeri della fanzine in questione – che era fatta proprio da quel Red Ronnie lì, al tempo profondissimo conoscitore oltre che appassionato di nuove musiche e non solo: eravamo diventati amici – e mi sono messo a sfogliarli alla ricerca del pezzo. Era nell’ultimo numero e, rileggendolo, capisco perché al tempo il Johnny di cui sopra ne rimase folgorato: dove mai si potevano trovare informazioni così dettagliate utili ad appagare le bramosie di possesso di titoli che qui da noi era quasi impossibile reperire? Johnny mi ha anche invitato a recuperarlo qui sul blog in quanto testimonianza storica di un’epoca pionieristica: procurarsi certi dischi quattro decenni fa era complicato e farraginoso, roba che chiunque abbia oggi dai quarant’anni in giù non può neppure lontanamente immaginare. Adesso per far tutto bastano alcuni click stando comodamente seduti a casa, allora ci si faceva un mazzo inaudito.
Ecco allora, scansionata e dunque con tutte le nefandezze grammaticali e sintattiche del me diciannovenne o ventenne, la parte rilevante dell’articolo (prima c’era una lunga introduzione e la segnalazione ormai obsoleta di un tot di negozi che offrivano il servizio di mail order), con tanto di refuso alla fine della prima colonna: la fanzine era ovviamente di fattura artigianale e saltò una riga nella quale, secondo logica, c’era probabilmente scritto “(se) proprio vi prende la frenesia” o qualcosa di analogo.

Categorie: memorie | Tag: , | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.