memorie

Mario Marenco (1933-2019)

Ieri sera, mentre tornavo a Roma da Milano, ho appreso della morte di Mario Marenco e ne sono rimasto profondamente addolorato. Le sue esilaranti poesie e i suoi geniali cazzeggi radiofonici dei primi ’70 sono indelebilmente impressi nella mia memoria; “Alto Gradimento” era spettacolare, quasi tutta la mia classe delle medie – gli anni erano quelli – lo seguiva con passione e tra di noi ragazzini facevamo a gara a chi ne imparava a memoria più battute e/o le imitava meglio. E poi, quando arrivò il TV… vabbè, ma che ve lo dico a fare?
La faccio breve. Verso la fine degli anni ’70 mi capitò di acquistare a una cifra irrisoria questo disco del 1972 che non ho visto menzionato in nessuno delle decine di post commemorativi passatimi sotto gli occhi nelle ultime ore. Beh, sappiate che esiste e che ora sto ascoltando questo:
Tu sei un asino,
tu fai hi tu fai ho
tu fai hi ho,
asino paziente
asino nostro,
hai le tue fissazioni
hai le tue delusioni
Grazie, grande Mario.
Annunci
Categorie: memorie | 2 commenti

Pins (1)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Comincio con queste dei Devo, i miei eroi della new wave.

Categorie: memorie | Lascia un commento

Frank Zappa (1993-2018)

Ho dragato con la massima attenzione il mio archivio avendo la conferma di quello che già sapevo: su Frank Zappa non ho mai scritto. Ho allora colto l’occasione di questo (triste) anniversario della scomparsa per raccontare come mai non ho speso parole su uno dei protagonisti credo indiscussi della musica del secolo scorso, anche perché i soliti malfidati non pensino che per qualche (assurda) ragione non lo ritenga meritevole.
Il mio primo contatto con lui avvenne all’inizio-inizio dei ’70, quando con alcuni compagni delle medie frequentavo una sala giochi (dove in teoria non dovevamo essere ammessi, in quanto minori di quattordici anni). Sul muro, sopra uno dei flipper, troneggiava un favoloso poster con la scritta “Phi Zappa Krappa” e il Baffone seduto sulla tazza del cesso. Non avevo la minima idea di chi fosse o come si chiamasse, ma immediatamente mi diede l’idea di una figura sulla quale era il caso di indagare. Domandai lumi e appresi che era un musicista americano, uno che suonava “rock strano”, ma non trovai nessuno che possedesse qualche suo disco e quindi mi rassegnai al “prima o poi…”. Mesi più tardi e dopo avere acquisito ulteriori informazioni, mi fu alla fine registrato su cassetta 200 Motels e… ok, il tizio era davvero unico nel suo genere, ma non lo capivo e non mi veniva da ascoltarlo. Feci un secondo tentativo mi sembra con Freak Out!, e ne rimasi ugualmente disorientato. Negli anni seguenti, testai altri scampoli di Zappa perché era ovvio che si trattava di uno assolutamente da conoscere almeno a grandissime linee, ma ero ancora nella fase in cui spendevo soldi solo per LP che presumibilmente avrei ascoltato. E poi, quando già ero un addetto ai lavori, prima in radio e poi anche sulla carta stampata, non smettevo di leggere delle sue nuove gesta e magari di assaggiare qualcosa, ma ero ormai convintissimo che con Frank, ovviamente per colpa mia, non avrei potuto trovarmi in linea. Per coerenza non ne ho mai scritto e credo anche di averlo citato assai di rado.
Però questa cosa che “non mi piaceva” uno che avrebbe avuto tutte le carte in regola per piacermi non l’ho mai vissuta bene, e una ventina di anni fa ho voluto approfittare di una promozione e ho acquistato a un prezzo più che conveniente tutte le ristampe in CD della Rykodisc; proprio tutte, sì, perché nel caso non l’aveste capito di Zappa non avevo mai comprato neppure un album in vinile. Per circa una settimana mi ci sono gettato sopra, capendo un bel po’ di cose sulla genialità, il coraggio, lo spirito di questo straordinario personaggio; di sicuro molte altre non le avrò capite, ma sarà divertente scoprirle – è già accaduto – con ulteriori, sporadiche frequentazioni. Amo Frank Zappa, tantissimo, ma non mi viene mai voglia di ascoltarlo. E continuo a non scriverne: per serietà, per pudore, perché fortemente intimidito dalla sua mostruosa – per mole – eredità artistica, e non perché “ce l’abbia” con lui per quella battuta scema – ma mica tanto: a ben vedere, aveva visto il futuro della Rete – sulle riviste di musica rock scritte da gente che non sa scrivere per gente che non sa leggere. Non l’ho fatto nemmeno qui, adesso, dove a ben vedere ho scritto di me perché sul mio blog faccio quello che mi pare. Un caro saluto, Frank, e grazie di tutto. Non ci sei più da un quarto di secolo e manchi ma in fondo in qualche modo ci sei sempre, come in quel manifesto sul quale mi guardavi da sopra il flipper mentre cacavi. Non mi stupirei nell’apprendere che lo stavi facendo per davvero, davanti all’obiettivo di Robert Davidson.

Categorie: memorie | 1 commento

Un ricordo di Stan Lee

Se qualcuno mi chiedesse a quale foto sono più affezionato delle tantissime che conservo come testimonianze dei miei incontri con persone più o meno famose, non avrei alcuna esitazione a indicare quella che potete vedere qui sopra. Curiosamente, non mi ritrae con un musicista, bensì con l’uomo – artista, autore, creativo, genio… non saprei proprio come definirlo, con una parola sola – al quale devo una passione che coltivo addirittura da prima di quella per la musica: i supereroi della Marvel. Sono di quelli che nel lontano 1970 acquistò in tempo reale il primo numero de “L’Uomo Ragno” edito dall’Editoriale Corno, senza sapere di cosa si trattasse ma essendo attratto da quel “n.1” che mi faceva ipotizzare una futura collezione, e da allora i personaggi della Casa delle Idee sono una costante della mia vita. Più di tutti ho sempre amato Spider-Man, di cui posseggo tutti gli albi di tutte le collane in edizione americana – eccetto una trentina, ovviamente dei primissimi – fino al 2010, e una raccolta di circa settecento gadget di ogni tipo che però ho smesso di ampliare quando con l’uscita del primo film la cosa divenne troppo dispendiosa.
Da appassionato DOC di vecchia data, quando fui informato che Stan Lee, l’inventore di quasi tutti i characters che mi hanno accompagnato durante l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, sarebbe venuto a Roma, quasi ebbi un mancamento. L’occasione era il lancio in Italia del progetto “Marvel 2099” (che purtroppo non fu molto fortunato, ma non conta), e il Sorridente avrebbe rilasciato alcune interviste. Al tempo, fra l’altro, collaboravo stabilmente con la Star Comics, che pubblicava in Italia parte delle collane Marvel, e quindi il rischio di rimanere escluso non era contemplato. L’incontro avvenne all’Hotel Lord Byron di Roma, nel quartiere Parioli, il 17 marzo del 1993. Alla conferenza eravamo in pochissimi e fu facile, alla fine, scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, anche se nonostante avessi già trentadue anni ero emozionato come un ragazzino, e credo che la mia espressione nella foto lo faccia percepire. Ricordo una persona gentile, simpatica, piena di entusiasmo. Non mi feci autografare nulla e con il senno di poi non fu una cosa molto intelligente, ma potevo mettermi a rompere le scatole al mio più grande mito chiedendogli di firmare questo e quello? Avevo la foto, che portai subito a sviluppare in un laboratorio, con un’ansia pazzesca che non fosse venuta, o fosse venuta male.
Stasera ho appreso che Stan Lee se n’è andato, per sempre. Non è vuota retorica affermare che sapere che non c’è più e che non potrò più gridare con gioia “eccolo!” scoprendo i suoi camei nei film Marvel. Non ci si può scagliare contro il destino bastardo perché, insomma, novantacinque anni sono un’età ragguardevole e novantacinque anni da Stan Lee sono qualcosa per la quale probabilmente venderei l’anima al diavolo, ma il dolore è lo stesso enorme. Excelsior!, Stan, e grazie di aver contribuito a rendermi quello che per tanti versi sono ancora: un eterno ragazzo, alla faccia di quello che dice l’anagrafe.

Categorie: memorie | Tag: | 5 commenti

Cure: la prima volta

Qualche settimana fa ho ricevuto un messaggio privato da Michele Franzinelli, titolare della seguitissima pagina “Out Of The World – The Cure Italia”: voleva organizzare una nuova rubrica dedicata al primo incontro con la musica del gruppo inglese e mi chiedeva un contributo. Gliel’ho scritto quasi in tempo reale e adesso l’ha pubblicato. Lo ripropongo qui così come appare lì, con tanto di scansione della pagina della mia agenda del 1979 con la scaletta della trasmissione nella quale ho trasmesso per la prima volta un brano di Robert Smith e compagni. Grazie a Michele per avermi fornito la spinta a recuperare questi bei ricordi.
Qui nel blog non ho ancora ripreso quasi nulla di ciò che ho scritto dei Cure, ma chi fosse interessato può trovare qui la recensione di un concerto del 2008, qui due parole su Boys Don’t Cry e il suo videoclip e qui la presentazione dello Speciale che ho curato due anni fa per Classic Rock (nel quale, lo so, c’è un erroraccio per il quale ho già fatto più volte pubblica ammenda).

Categorie: memorie | Tag: | 2 commenti

Un’esternazione sul vinile

Lo dico? Lo dico. Il modo in cui il cosiddetto mercato sta gestendo il “ritorno del vinile” (con tutte le virgolette del caso, dato che in realtà non se n’era mai andato) mi fa ribrezzo. Stampe sempre limitate, a volte numerate, a volte differenziate da piccoli dettagli, rimasterizzate bene, rimasterizzate male, più leggere, più pesanti, più lussuose, più al risparmio, vendute in edicola, vendute solo sui siti e ai concerti, studiate per il Record Store Day, raccolte in cofanetti dai prezzi disumani e chi più ne ha più ne metta. Sono contento per gli amici che posseggono negozi vecchio stile, che grazie a queste follie stanno respirando un po’ di ossigeno, ma per il resto lo spettacolo di questo circo grottesco basato su due cose che odio da sempre, ovvero la moda e la speculazione sulle passioni, mi interessa meno di nulla. Me ne sono reso pienamente conto l’altro ieri, quando sono andato in un bellissimo negozio con un congruo buono che avevo in tasca da mesi e nonostante l’assortimento enorme e quasi due ore di tempo ho faticato a scegliere qualcosa (parlo di novità in vinile, eh) da portarmi a casa.
Stai a vedere che, dopo averlo non troppo amato se non quasi schifato per trent’anni, finisco per innamorarmi del CD ora che si sta estinguendo.

Categorie: memorie | Tag: | 5 commenti

Devo, 1979

Serie “Fotografie”, n.3
Era il 7 ottobre 1979. I Devo erano a Roma già dal giorno prima, non per un concerto ma per promozione: al Teatro delle Vittorie avevano eseguivano in playback The Day My Baby Gave Me A Surprise per una trasmissione TV della RAI e io li avevo conosciuti proprio in quella circostanza, trascorrendo con loro buona parte del pomeriggio. Quello del 7 era invece una sorta di pranzo “ufficiale”, a un ristorante sul Lungotevere vicino allo Stadio Olimpico (si chiamava “Cuccurucù”, ed esiste ancora), e oltre alla band c’era un bel po’ di gente: discografici, alcuni addetti ai lavori, i componenti dei N.O.I.A. di Cervia, qualche imbucato.
Come quasi tutti, mi ero portato la macchina fotografica e tra svariati miei scatti ovviamente preziosi a livello di ricordi, ma certo non “belli”, ce n’è qualcuno un po’ speciale. Ad esempio questo, mai estratto dall’archivio prima di ora, con Bob Mothersbaugh che addenta divertito un contenitore di plastica per penne/matite/pennarelli a forma di pesce. Ore più tardi, Bob mi avrebbe regalato – lo ammetto: per raggiungere l’obiettivo gli ruppi abbastanza la minchia – la tuta che indossava.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981

Categorie: fotografie, memorie | Tag: | 2 commenti

Dead Kennedys, 1981

Serie “Fotografie”, n.2
L’8 ottobre del 1981 i Dead Kennedys suonarono a Roma e curiosamente – per modo di dire: questioni di accordi/convenienze tra promoter e gestori di locali – lo fecero al Much More, nel quartiere Parioli, una classica discoteca modaiola che con il punk non c’entrava nulla. Fu una serata non proprio tranquilla, e non solo perché un paio degli Shotgun Solution, la band di supporto capitolina scelta da Jello Biafra a una sorta di contest tenutosi la sera prima in un club underground chiamato Tube, furono picchiati dai tizi del cosiddetto servizio d’ordine; la situazione era delirante, con decine di persone che salivano sul palco creando danni all’impianto e impedendo di fatto ai musicisti di suonare. Tanti ricordano quel concerto come straordinario ma io, come scrissi anche in sede di recensione, ho impresso nella memoria solo un enorme caos a ogni livello. Avevo vent’anni e divertirmi certo non mi dispiaceva, ma una cosa è star bene pogando e facendo sano casino e un’altra è trasformare un’occasione più unica che rara in una gazzarra invivibile per tutti i presenti.
Nel mio archivio, l’evento “Dead Kennedys a Roma” è documentato da parecchi scatti, ma la massima parte di essi immortala i ragazzi in posa (molti a Piazza S. Pietro). Qui, invece, ne propongo uno dei pochissimi relativi allo show, non proprio nitido (ero lontano e le luci lasciavano a desiderare) ma decisamente eloquente: quello che vedete, con Jello Biafra al centro, non accadeva davanti al palco, bensì sul palco.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981

Categorie: fotografie, memorie | Tag: | Lascia un commento

Throbbing Gristle, 1981

Serie “Fotografie”, n.1
Nel marzo del 1981 i Throbbing Gristle vennero a Roma per registrare una session in RAI. Red Ronnie, grande amico della band, scese da Bologna assieme a Claudia Lloyd dei Rats per accompagnarli e dato che in quel periodo avevamo rapporti piuttosto stretti mi chiese di unirmi a loro. Era una bellissima mattinata di quasi primavera e prima di recarci agli studi di Via Asiago passeggiammo per un bel po’ in centro. Scattai una trentina di foto ai singoli componenti e all’intero gruppo, tra le quali questa: i poster dei Beatles erano uno sfondo troppo invitante e loro, molto divertiti, si misero in posa davanti alla mia Olympus, che avevo caricato con un rullino di diapositive.

Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” proporrò stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

Categorie: fotografie, memorie | Tag: | 6 commenti

Stereodrome, 10-10-88

Esattamente trent’anni fa, dalle frequenze di RaiStereoUno, prendeva il via una delle mie più importanti e gratificanti esperienze dai microfoni di RadioRai, “Stereodrome”. Il programma, che come il successivo “Planet Rock” era una creatura dell’illuminato Eodele Bellisario, andava in onda cinque sere a settimana (dal lunedì al venerdì) dalle 21 alle 24, senza limiti alla scelta di cosa trasmettere; una vera pacchia per me e la mia compagna d’avventura Luisa Mann, professionista esemplare e persona splendida con la quale ho vissuto quattro mesi fantastici di lavoro, amicizia, divertimento.
Quest’estate, con Luisa, avevamo pianificato una piccola celebrazione del trentennale: rifare pari-pari a Radio Elettrica, l’emittente web messa su con amore dal vecchio amico Gianpaolo Castaldo, la prima puntata del nostro “Stereodrome”. L’improvvisa, drammatica scomparsa di Luisa, un mese fa (ne ho scritto qui, tra le lacrime) ha reso impossibile l’attuazione del proposito, ma avevo comunque deciso di registrare la trasmissione da solo, alla memoria. Ho così recuperato il quadernone delle scalette, scoprendo che in quel primo programma, in realtà, Luisa non c’era stata: un problema con il suo contratto, non firmato dalla direzione, le aveva impedito di andare in onda, come da inflessibili regole RAI. Insomma, sia lei che io l’avevamo rimosso, ma quella prima trasmissione del 10 ottobre 1988 la condussi da solo e allora, no, riproporla ancora da solo non avrebbe avuto senso. Sono stato anche a lungo indeciso se approntare o meno questo post, ma il desiderio di ricordare ancora una volta Luisa – a tutti voi che leggete, non a me che mai la dimenticherò – è stato più forte del dolore che sapevo avrei rinnovato buttando giù queste poche righe; scansionata dalla prima pagina del quadernone di cui sopra, ecco allora la scaletta completa di quello “Stereodrome”.

Categorie: memorie, playlist | Tag: | 7 commenti

Ancona, 14/9/18

Ieri ho preso parte a “La mia generazione”, il festival multiculturale voluto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona e legato all’eccellente album con lo stesso titolo pubblicato l’anno scorso da Mauro Ermanno Giovanardi. Per problemi pratico-logistici si è purtroppo trattato di un “toccata e fuga”, nel senso che la mia presenza in loco è stata di appena quattro ore, che sono però state sufficienti ad apprezzare l’impegno e la qualità del lavoro del team organizzativo. Lo so che scritta così sembra la solita immonda marchetta, ma non temo smentite; e poi il festival prosegue oggi e domani, per cui se non mi credete andate a toccare con mano. La location scelta per il tutto, ovvero la Mole Vanvitelliana, è bella da togliere il fiato, con il suo ampio cortile centrale (lì è stato innalzato il palco per i concerti), le sue stanze usate per gli eventi “di contorno” che poi di contorno non sono, il suo complesso di corridoi e scale; notevolmente suggestivo, e sebbene la struttura – in origine un lazzaretto “polivalente” – non abbia nemmeno trecento anni, l’impressione di trovarsi in un castello ben più antico, con annesso fascino, è palpabile.
Il viaggio in auto è stato lungo e un po’ faticoso, specie al ritorno a Roma (non ho più vent’anni, la stanchezza la sento…), ma ne è valsa la pena. Per la stupenda mostra in tema “Italia anni ‘90” del Maestro Guido Harari, con foto enormi e vivissime esposte in una grande sala nella quale è stato allestito un mercatino del disco che non ho voluto approfondire (nel senso che, una volta capito “a naso” che non ne sarei uscito a mani vuote, sono scappato), per gli incontri con vari vecchi e cari amici/colleghi (impossibile non menzionare Luca De Gennaro, che in un’area limitrofa ha proposto un DJ set, e Luca Valtorta, coinvolto in un paio di convegni) e, naturalmente, per il dibattito pubblico che mi ha visto come co-protagonista, incentrato su considerazioni a posteriori e ricordi su quell’irripetibile stagione della musica nazionale. Al tavolo, davanti a una platea folta e – direi – interessata/divertita, l’operatore culturale “multitasking” Carlo Chicco, attivissimo a Bari, che ha rivolto domande al direttore artistico del festival Mauro Ermanno Giovanardi, a quel monumento vivente alla discografia “illuminata” che ha nome Stefano Senardi e a Cristina Donà e Vittoria Burattini, che evito di presentare perché suppongo siano ben note a chi frequenta queste mie pagine virtuali. La chiacchierata si sarebbe potuta protrarre assai più a lungo ma si è detto comunque tanto e lo si è fatto in modo pirotecnico, per cui ottimo così. Mi fa infine piacere ricordare i Sambene, band locale che mi ha omaggiato del suo CD Sentieri partigiani – Tra Marche e memoria, con brani di grande pathos all’insegna di un (combat)folk rarefatto e avvolgente che si avvalgono dell’efficace uso di voci femminile e maschile; a ulteriore garanzia della bontà del progetto, la produzione artistica di Michele Gazich e la presenza come ospite di Marino Severini dei Gang.
Qui il programma completo. Grazie, Ancona.

Carlo Chicco, Mauro Ermanno Giovanardi, uno che passava di là, Stefano Senardi. Nella foto in alto (di Guido Harari), anche Cristina Donà e Vittoria Burattini.

 

Categorie: memorie | Tag: | Lascia un commento

Luisa, rock e cuore

Ciao Luisa, ti ricordi questa foto? È dello scorso giugno e la facemmo per usarla come “cartolina-ricordo”, a beneficio del web, dei trent’anni trascorsi dall’inizio dal nostro “Stereodrome”. Ci eravamo scambiati un po’ idee per come festeggiare, tra un mese esatto, la bella avventura vissuta assieme tanto tempo fa e, sinceramente non vedevo l’ora di farlo, perché quei quattro mesi furono straordinari. Scopro ora che stamattina te ne sei andata, in modo completamente inatteso fino a pochi giorni fa, e davanti ai miei occhi passano le tante immagini di quasi quattro decenni di incontri, frequentazioni, cose combinate assieme, affetto e amicizia. Vorrei raccontarle una a una, per far sapere a tutti quelli che ti conoscevano solo come una voce che usciva dalla radio o dalle casse di un locale dove cantavi che bella persona che eri: gentile, sempre sorridente, piena di vita e amante della vita, non solo della tua ma anche di tutti quelli, umani o animali non fa differenza, ai quali volevi bene e che non potevano non ricambiarti con lo stesso sentimento. E poi eri una rocker autentica, un amico comune mi ha appena detto “per me era come Chrissie Hynde” e, diamine!, è proprio così; una rocker dal cuore d’oro che trasmetteva energia e gioia. Piango al pensiero che non ti vedrò più e mi dispiace enormemente di non averti ammirata “nei panni” di Patti Smith con la tua tribute band… tre mesi fa mi avevi invitato, non ce l’ho fatta a venire, mi sono scusato quando giorni dopo ti ho incrociata all’Auditorium tu mi hai risposto “vabbè, verrai la prossima volta, no?” Ecco, sapere che una prossima volta non ci sarà mi devasta, e non oso nemmeno pensare quanto saranno ancor più devastati coloro che avevano la fortuna di averti più vicina. A loro il mio forte, sincero e purtroppo inutile abbraccio. Ciao, Luisa. E grazie di ogni bel momento chi mi hai regalato.

In memoria di Luisa “Mann” Buoni, 1962-2018

Categorie: memorie | 3 commenti

Mio zio, che mi ha reso… me

Il signore che vedete con me in questa foto del 2011 è mio zio Elio, che oggi compie ottantasette anni ed è grossomodo uguale ad allora. Vinco la mia ben nota riservatezza sulle questioni private e ve ne parlo, sia per fargli gli auguri in modo un po’ speciale, sia perché merita un po’ di gloria nella cerchia (non tanto) piccola di tutti voi che mi seguite, mi leggete, ascoltate i miei suggerimenti e spesso mi scrivete cose davvero toccanti a proposito del fatto che certi miei articoli, libri e trasmissioni radio vi abbiano orientato verso musiche e artisti a voi prima sconosciuti, rendendo le vostre vite – lo dite voi, eh – migliori.
Beh, senza mio zio non sarebbe andata così. È stato infatti lui a trasmettermi l’amore per la lingua, parlandomi fin da piccolissimo con parole a me ignote e invitandomi a cercarne il significato sul vocabolario. Lui a farmi avvicinare alla radio, alla registrazione audio, agli impianti hi-fi e alla fotografia. Lui a trasmettermi quell’interesse che tuttora coltivo per la fantascienza e lui ad acquistarmi il numero 1 de “L’Uomo Ragno” dell’Editoriale Corno che, a dieci anni, avevo notato in edicola, accendendo così la mia passione per la Marvel. Lui, soprattutto, a comprarmi i primi dischi che sceglievo da ragazzino nelle nostre passeggiate in centro ogni sabato pomeriggio e a girarmi i soldi per prenderne altri ancora, di nascosto dai miei pur amatissimi genitori per i quali la musica avrebbe dovuto rimanere un hobby e non diventare una professione. Lui a portarmi per la prima volta negli Stati Uniti. Lui a sostenere economicamente in buona parte la nascita di “Velvet”. Lui ad appoggiarmi in tutto, “sgridandomi” con i suoi modi garbati solo quando ce n’era veramente bisogno. La sua costante presenza è stata per me cruciale, e anche se qualche volta gliel’ho detto, non credo abbia mai capito fino in fondo quanto.
Insomma, per tutte le ragioni suddette senza mio zio Elio oggi starei di sicuro facendo altro, e dato che di quello che sono diventato e quello che faccio sono nel complesso molto soddisfatto, nel giorno del suo compleanno mi sento di ringraziarlo in pubblico. Anche a rischio di metterlo a disagio, perché a lui le “luci della ribalta” – perdonate l’enfasi – non sono mai piaciute. Auguri, zio.

Categorie: memorie | 5 commenti

Cinque anni con Blow Up

Con il numero 242/243 in edicola ora, per il quale ho recensito un concerto degli Arctic Monkeys, un box con i primi dischi di Alan Sorrenti e una ristampa dei Celibate Rifles (qui il sommario completo, particolarmente ricco per via del maggior numero di pagine rispetto al solito), festeggio i primi cinque anni a “Blow Up”. Già un lustro. Poco o tanto? Dipende dai punti di vista, ma di sicuro il tempo è trascorso in fretta da quel numero di luglio/agosto del 2013 in cui la mia firma appariva per la prima volta sul mensile diretto da Stefano I. Bianchi; come avevo più volte dichiarato, se mai me ne fossi andato dal Mucchio era su “Blow Up” che avrei voluto scrivere e per fortuna, dopo il burrascoso abbandono, “Blow Up” non mi ha chiuso la porta in faccia. Con il SIB ho sempre avuto un ottimo rapporto, da quando ci conoscemmo ad “Arezzo Wave” più di trent’anni fa, con alcuni collaboratori avevo avuto contatti e con altri ho iniziato ad averli solo dopo il mio ingresso; non si sono così creati problemi, al di là di qualche piccolo incidente di percorso dovuto alla mia esuberanza caratteriale e alle inevitabili difficoltà di accettare appieno un ruolo subordinato quando si è invece abituati da sempre a fare ciò che si vuole, se non proprio a dettare le linee. È un fatto psicologico, irrazionale, e se lo sto scrivendo qui è soprattutto per scusarmene e solo in minima parte per cercare giustificazioni.
Più d’uno mi ha domandato come mai su “Blow Up” non scriva tanto quanto facevo sul Mucchio, e a tutti ho risposto “per colpa mia”. Questo nel senso che per quanto riguarda quella che si potrebbe definire “ordinaria amministrazione” (ovvero recensioni et similia), propongo solo gli argomenti che mi andrebbe davvero di affrontare ma non sempre sono tempestivo nel farlo; per i materiali “di peso”, ovvero gli articoli di tante pagine (che SIB sarebbe ben felice di pubblicare) ho invece l’handicap di non potermi quasi mai concedere una settimana di “full immersion” in un tema (e per un pezzo da 40/50.000 battute ne ho bisogno: è un mio limite, lo so) e dalla stessa “ansia da prestazione” che avevo con “Extra”. Alla fine, comunque, non mi posso lamentare più di tanto, avendo finora firmato sette dossier più o meno corposi su Crime (182/183), Victor Jara (184), Devo (185), Folk-rock in romanesco (186), Black Flag (188), Peter Perrett/Only Ones (234) e Fall (238) e ad aver curato quattro “20 Essentials” su Proto punk (206/207), Punk 1976/77 USA, (209), Punk 1976/77 Europa (210) e Punk 1978-79 (225). A questi vanno aggiunti quattro articoli (o interviste) più brevi (Toy, Algiers, Ork Records, Psycotic Pineapple), cinquantaquattro schede per vari “20 Essentials” e trecentoquindici recensioni (trecentodue di dischi, sei di libri e sette di concerti).
Colgo dunque l’occasione della ricorrenza per ringraziare i compagni di cordata per avermi fatto sentire da subito “a casa” e per i tanti momenti esilaranti che mi hanno regalato (dagli scambi di mail collettivi, sia globali che ristretti, vengono spesso fuori cose pazzesche) assieme alle “dritte”. L’avventura continua e tutti speriamo che ci riserverà altre soddisfazioni, anche se il mondo dell’editoria è quello che ben sappiamo e viverci dentro è sempre più difficile. Dico la verità, avrei voluto festeggiare anche con un mio libro della collana “Director’s Cut”, ma non sono ancora riuscito a completarlo; abbiate però fede, arriverà.

Categorie: memorie, presentazioni | Tag: | 1 commento

Nessuno più nel Mucchio

Che ci crediate o meno, non avrei grande voglia di scrivere sul tema “Il Mucchio non c’è più”, notizia diffusa ieri (qui l’annuncio ufficiale) che ha sorpreso notevolmente chi a differenza di me non lo sapeva già. Però quasi tutti i miei lettori se lo aspettano e li posso anche capire: dopo i tre post del 2013 che a livello di “numeri” hanno spopolato (questo, quest’altro e ancora questo, per chi ha bisogno di un ripasso), mi è stato fatto notare che ci sarebbe voluta una sorta di chiusura del cerchio, e che sarebbe stato meglio se avesse avuto uno svolgimento organico invece di essere divisa tra mille commenti su Facebook. E dunque ok, e sia, procedo di getto e rispondo subito alla domanda che mi hanno rivolto almeno in duecento: “ti dispiace?”. Sono come sempre sincero e rispondo: “no”. Per me Il Mucchio era morto nell’aprile di cinque anni fa, da allora non ne ho comprato né letto un solo numero e poi da qualche mese aveva pure cambiato nome, chissà se per scelta concettuale/artistica o per ragioni di carattere pratico/legale. Ho consacrato a quella rivista venticinque anni pieni della mia vita, le ho dato tanto e tanto ne ho ricevuto, ma il pensiero – non lo nego, ogni tanto mi attraversava la mente – che un giornale che per me ha significato moltissimo fosse governato da due persone a mio avviso inadeguate al compito mi disturbava. Chiaramente, non c’entrava solo la professione, ma c’erano seri motivi privati: a quelle due persone avevo concesso fiducia e amicizia senza condizioni, e non potrò mai perdonare né dimenticare quello che considero un orribile, reiterato tradimento a base di fandonie che io (scemo) mi bevevo, atteggiamenti dittatoriali di rara sgradevolezza (capitava spesso che, quando cercavo di oppormi a idee che ritenevo bislacche, mi venisse detto che conoscevo l’ubicazione della porta), decisioni imposte “dall’alto” (le virgolette sono importanti, eh) e intromissioni insensate volte solo ad affermare il proprio dominio, il tutto – come avrei appreso solo dopo – mentre si continuava a mungere la vacca dei contributi statali. Guadagnarsi il mio disprezzo e il mio astio non è facile, ci sono riusciti davvero in pochi, ma per quelli che sono stati così bravi non ci sarà alcuna possibilità di recupero della situazione e le loro disgrazie saranno per me sempre fonte di appagamento scevro da rimorsi; vi interessa sapere quale è stato il punto di non ritorno? Il giorno in cui, appena trascorsi i sei mesi dopo i quali non avrei più potuto contestare la mia dichiarazione di non avanzare più nulla per il lavoro svolto alla Stemax (che avevo dovuto firmare per poter ricevere i sedici mesi di compensi arretrati, e che mai avrei impugnato a posteriori perché io ho una parola sola), hanno riesumato pateticamente il “mio” Extra affidandone la direzione a un collega per il quale, ecco, non nutro grande simpatia; immaginavo sarebbe durato ben poco e ho avuto ragione (tre numeri orribili), ma il gesto mi ha talmente disgustato che… basta. Non ho invece malanimo nei confronti di tutti gli altri che negli ultimi cinque anni al Mucchio hanno venduto o regalato il loro lavoro, qualificato o meno che fosse. Sì, tutti sapevano degli scheletri e facevano finta di niente, ma scrivere per una testata storica appaga l’ego e favorisce “la carriera”; non è magari bello ma è umano, e sì, posso dire di capirli, ma ammetto di avere poco fa idealmente inalberato un bel dito medio a uno solo di costoro, uno di quei leccaculo opportunisti che di sicuro riapparirà da qualche altra parte perché l’erba cattiva non muore mai ma intanto, excuse my french, suca forte.
Voltiamo pagina. Mi è capitato di leggere da varie parti generici attestati di dispiacere perché ogni rivista che chiude è una sconfitta per la cultura (o, almeno, una certa cultura), e più o meno sono d’accordo. Va però rimarcato che “Il Mucchio” non ci ha salutati per difficoltà economiche legate al basso numero di acquirenti e alle scarse inserzioni pubblicitarie; ok, se la passava un po’ peggio della diretta concorrenza ma non così tanto peggio, e magari tirando la cinghia avrebbe resistito ancora. La chiusura è invece figlia degli strascichi giudiziari connessi alla lite sanguinosissima tra due ex soci di una cooperativa un po’ sui generis, quegli stessi due soci che per molti anni si sono assegnati stipendi e benefit principeschi (leggere qui e qui, ma cercando un po’ in Rete salta fuori di tutto e di più) grazie ai contributi statali. Apprendere che per uno dei due la faccenda non è finita qui, e che i tribunali avranno altro lavoro mi fa sperare in ulteriori gioie; e non ditemi che sono cattivo, no… è solo profondamente giusto che sia così.
Rileggo quello che ho scritto finora e mi rendo conto di aver lasciato trasparire sentimenti che non mi fanno onore; pazienza, non credo che ritornerò sull’argomento e quindi non modifico le riflessioni a caldo. Mi astengo inoltre dal commentare alcune amenità presenti nella lettera di addio perché non voglio infierire ulteriormente, dicendo solo che addossare la responsabilità della chiusura all’ex direttore e al Tribunale brutto e cattivo è probabilmente l’ennesima furbata per suscitare compassione, come nell’ormai famosa campagna di salvataggio “Io sto nel Mucchio” per la quale – ingenuo e idiota che sono – misi pure la faccia. Cali allora il sipario sul “Mucchio Selvaggio”, quel sipario che sarebbe dovuto scendere un bel po’ di tempo fa, augurandosi che dopo la lunga e penosa agonia il caro estinto riposi finalmente in pace. Addio Mucchio Selvaggio, anche se – al di là del riferimento a un film magnifico – il tuo nome mi è sempre parso brutto e inadatto, ti ho amato alla follia.

Categorie: memorie | Tag: | 6 commenti

Paolo De Bernardin

I nostri percorsi professionali si sono incrociati di rado e questo ha inevitabilmente avuto ripercussioni sui rapporti personali, mai approfonditi sul serio; anche quando facevamo parte della stessa squadra di “Stereonotte”, tardi anni ’90, lui trasmetteva nei weekend e io dal lunedì al venerdì, e si interagiva solo alle riunioni redazionali. La presenza di Paolo come conduttore radiofonico, giornalista e divulgatore di buona musica era comunque di gran peso: in quarant’anni e oltre di carriera ne ha combinate un’infinità, sempre belle e interessanti e autorevoli, e gli appassionati che grazie al suo lavoro hanno ampliato la loro cultura e i loro orizzonti saranno assai numerosi. Di lui ricordo soprattutto la garbata fermezza con la quale portava avanti le sue tesi su questo o quell’artista e l’entusiasmo con cui raccontava di quelle che più lo aveva colpito; memorie che mi tengo ben strette, con la triste consapevolezza che non si potranno purtroppo arricchire. Ciao, Paolo.

Categorie: memorie | 1 commento

Giancarlo Susanna, 1951-2018

Ancora una volta sono qui per ricordare una persona cara che non c’è più. Giancarlo se n’è andato, ucciso lentamente ma inesorabilmente da una tremenda malattia che lo affliggeva da anni, lasciando tanti bei ricordi di sé a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incrociarlo. Lui era un vero innamorato della “nostra” musica, sulla quale possedeva competenze ampie e non limitate a un unico settore, e per tutta la vita si è dedicato alla sua divulgazione tramite la carta stampata e la radio. Era un giornalista meticoloso e attento, oltretutto con una grande etica; scriveva bene, con uno stile pulito e autorevole, e quando era al microfono – qualcuno lo ricorderà a “Stereonotte” o “Un certo discorso” – sapeva coinvolgere emotivamente, al di là della musica sempre ottima che trasmetteva. Nel suo lavoro avrebbe di sicuro potuto fare più del molto che comunque ha fatto, se solo avesse voluto scendere a patti con il suo rigore, con quella quasi-inflessibilità che gli impediva di coltivare rapporti di convenienza, magari ingoiando qualche rospo; perché Giancarlo era serio, onesto e gentile, e pretendeva – cosa difficile, nella società odierna – di essere ripagato con la stessa moneta, e se ciò non accadeva… addio.
Potrei raccontare decine di aneddoti che si sono accumulati nella mia memoria in circa tre decenni di rapporti, dato che con Giancarlo ho avuto il piacere di condividere qualcosa che penso si possa definire amicizia oltre a lunghi tratti del mio cammino professionale. Non sarebbe però opportuno e dunque preferisco tenerli per me, ripercorrendoli mentre rileggo alcune delle numerose mail che ci siamo scambiati e mi dolgo del fatto che da una manciata di anni ci eravamo persi di vista, senza nessuna vera ragione, come purtroppo spesso accade in questo mondo dove tutti corriamo. In molti casi, come criceti sulla ruota.
Ciao, Giancarlo. Grazie per tutto quello che mi hai dato, a livello di suggerimenti musicali e di lezioni di integrità. Questa è per te.

Categorie: memorie | 7 commenti

Mario De Luigi (1944-2018)

Ho trovato la triste notizia ieri notte, nella posta, dopo una giornata trascorsa fuori, e sono rimasto senza parole. Con Mario ci si conosceva da decenni, senza frequentazioni per via degli ostacoli geografici ma con simpatia e stima reciproca. In tempi recenti i rapporti si erano fatti più stretti, per via dell’Archivio di “Musica e Dischi” che è stato ed è fondamentale per il mio spazio a RAI Isoradio, per un bell’incontro all’ultimo MEI con lui, Guido Racca e Zibba a parlare di classifiche e per la ben nota vicenda delle dimissioni dalla giuria delle Targhe Tenco, argomento sul quale nell’ultimo anno ci siamo più volte confrontati correttamente, amichevolmente, affettuosamente. Pochi giorni fa mi aveva contattato per interposta persona, perché non stava bene e non aveva voce; pensavo fosse una sciocchezza, e invece se ne stava andando.
Nell’ambiente della musica tutti conoscevano il Mario De Luigi giornalista e studioso, che a tutti mancherà. A me e a tanti altri mancherà pure la persona gentile ma determinata, colta e attenta, con la quale scambiare idee e dalla quale ascoltare e imparare, perché ne aveva viste tantissime. Per quanto mi riguarda, da lui ho ricevuto solo gentilezze, che spero di avere adeguatamente contraccambiato. Ciao Mario, non ti dimenticherò.

Categorie: memorie | Tag: | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)