memorie

Ma come andò? (3)

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

Il post-Mucchio e la nascita di Velvet
Nel gennaio del 1988, quando ero ormai fuori dal Mucchio, uscirono i miei primi articoli su “Rockerilla”. L’accordo con Claudio Sorge e Beppe Badino, definito a Genova con una stretta di mano (tra galantuomini non occorre altro), era perfetto: avevo la qualifica di redattore e in ogni numero mi venivano garantiti spazi che mi impegnavo a riempire con articoli, interviste e recensioni di loro e mio gradimento. A breve, mentre proseguivo a scrivere per “AudioReview”, venni contattato dal settimanale “Ciao 2001” e cominciai a pubblicare qualcosa anche con loro (in totale una decina di articoli; finì dopo tre mesi, ma ho dimenticato perché), il tutto continuando a pianificare uscite discografiche per la mia etichetta High Rise. L’idea di fondare una nuova rivista non mi sfiorava neppure e non rimpiangevo il Mucchio, su cui ero comunque informatissimo perché l’amicizia con più componenti dello staff non era ovviamente scomparsa con la mia fuoriuscita. Sapevo quindi del generale malcontento per la gestione disordinata, superficiale e umorale di Stèfani, sentimento provato anche dal ragazzo – non è un termine denigratorio: eravamo tutti giovani – che era stato ingaggiato per sostituirmi come coordinatore redazionale, il rigoroso e professionalissimo Ermanno Labianca (allora lo conoscevo appena; presto sarebbe diventato uno dei miei più cari amici, cosa che è tuttora). Sfogliando i numeri del Mucchio dal gennaio al settembre del 1988 mi vengono in mente tanti simpatici aneddoti; li tengo in serbo per un’altra occasione raccontandone uno solo, relativo al n.123 (aprile). Pierluigi Bella aveva consegnato una retrospettiva sui Minutemen, terzetto “punk” sui generis il cui nome era ispirato a una milizia civile della Guerra di Indipendenza americana (si chiamava così perché i suoi effettivi erano pronti all’azione in un minuto). Non avendo evidentemente trovato foto di qualità (all’epoca, per le band underground, non era sempre facile), il Megadirettore Galattico pensò di usare un’illustrazione raffigurante un omino che aveva un orologio al posto della testa, con due palazzi speculari anch’essi muniti di orologio ai lati del titolo. Chiusa la parentesi comica.
Verso il 20 di aprile, a una decina di giorni dalla partenza per il mio primo viaggio negli Stati Uniti, ricevetti una telefonata da Eddy Cilìa; voleva incontrarmi al più presto, a Roma, assieme a Maurizio Bianchini, per parlarmi di “una cosa molto importante”. Non posso ricordare i dettagli, ma il succo della chiacchierata fu questo: “al Mucchio va tutto a cazzo di cane, ne abbiamo le palle piene, vorremmo creare una nuova rivista e tu sei l’unico con ‘know how’, contatti e tigna di cui ci fidiamo al 100%. Che ne dici di costituire assieme una società editrice e provarci?”. L’idea mi parve folle e splendida, ma gli ostacoli erano molti: il mio “know how” sulle faccende burocratiche, legali e amministrative non era all’altezza di quello sulle questioni tecniche legate alla “semplice” organizzazione di un giornale, e poi… come fare con i soldi? Inoltre, chi altro coinvolgere, come chiamare la testata, che linea adottare? Nelle settimane successive al mio rientro dagli USA, mentre mi dividevo tra le collaborazioni giornalistiche e curavo preproduzione e produzione del primo LP dei Fasten Belt, gli interrogativi trovarono risposta. Si stabilì di metter su una SRL della quale Maurizio e io avremmo avuto ognuno il 40% delle quote ed Eddy il 20%; si decise che il capitale sociale sarebbe stato di cento milioni di lire, il minimo indispensabile per avviare “la macchina” sperando di ottenere risultati almeno accettabili; si chiarì che, al di là di quello che sarebbe stato scritto sul tamburino, tutti e tre avremmo avuto voce in capitolo nelle scelte editoriali, che gli impicci pratici (amministrazione, relazioni con fotocomposizione, tipografia, distributore e inserzionisti…) sarebbero stati di mia competenza e che avremmo cercato di “portar via” al Mucchio solo i collaboratori con i quali noi tre avevamo rapporti stretti e che magari erano arrivati alla rivista per nostro tramite. Massimo Cotto, Ermanno Labianca, Marco De Dominicis, Davide Sapienza, Paolo Ferrari, Peter Sarram, Maurizio Favot, Riccardo Bonanni, Roberto Fratini, Pierluigi Bella, Maurizio Lucenti, Vittorio Amodio e Thomas Lasarzik risposero senza esitazioni di sì; Elliott Murphy accettò a patto di non dover lasciare il Mucchio, e visto di chi si trattava ingoiammo il rospo; Mauro Zambellini, l’unico “uomo di Stèfani” che credevo di poter convincere, declinò alla fine non senza titubanze l’offerta, promettendo però piena riservatezza. Non contattammo, invece, Antonio Tettamanti, Stefano Ronzani e Gianni Canova, che avremmo voluto con noi ma che erano troppo “vicini” al Direttore, e per completare l’organico ci guardammo attorno, trovando altre validissime firme in Piero A. Corsini, Valerio Corzani, Marina Petrillo e Paolo Arduini. Alla mia onestà intellettuale tengo assai e devo quindi spiegare la questione della riservatezza, con la premessa di non essermi sentito proprio pulitissimo perché, ecco, ciò che si stava orchestrando non era granché leale, per usare un gentile eufemismo. Tutti eravamo però convinti che le fortune del Mucchio derivassero dalla nostra competenza, dalle nostre intuizioni e dalla nostra genuina passione e non da chi, mettendosi in tasca parecchi soldi, si faceva fondamentalmente i fatti suoi, salvo intervenire occasionalmente a gamba tesa per ricordare di essere il padrone. Si fosse trattato di interventi “illuminati” pazienza, ma purtroppo le cose non stavano esattamente così. Si può non credere a me, ma come non fidarsi delle parole dello stesso Stèfani, pubblicate a pag.68 della sua autobiografia autoprodotta “Wild Thing” (che, no, non significa “Pensare selvaggio”), a proposito del suo approccio?
Il padrone è il padrone, e nulla da obiettare sul fatto che sia lui a dettar legge. Se però il padrone dà l’ok a portare avanti una proposta e la proposta è realizzata coinvolgendo terzi con i quali ci si è impegnati, il padrone non dovrebbe rimangiarsi tutto l’intero progetto perché ha cambiato idea in base a come si è alzato la mattina, o perché in realtà la proposta non gli è mai piaciuta ma non ha avuto il coraggio di bocciarla subito per non dover discutere. C’è insomma una differenza tra esercitare il proprio diritto decisionale e il “giocare” non rispettando la professionalità e il lavoro dei propri collaboratori/subalterni, specie non possedendo gli strumenti necessari per valutazioni sensate. E allora nessuno stupore se, a un certo punto, i collaboratori di cui sopra preferiscono andarsene per la propria strada, magari portandosi via quanto più possibile di quello che avevano dato alla causa. Il ragionamento di Maurizio, Eddy e mio, oltre che degli altri “ex” fu, in sostanza, “riprendiamoci il nostro”, con tutti i rischi che ciò comportava; essendomene andato già da mesi, io ero in una posizione differente, ma che una quindicina di persone abbiano voluto abbandonare le loro certezze per un salto nel buio che per di più comportava un ridimensionamento economico… beh, mi sembra un inequivocabile segnale di quanto la misura fosse colma. Da quei giorni sono trascorsi più di trent’anni, e in questo lungo arco di tempo mi è capitato spesso di chiedermi, cambiando più volte opinione al proposito, quanto fossi stato “stronzo”. Al momento direi “abbastanza”, ma non sempre “giusto” e “corretto” coincidono e dunque dico che, sì, lo rifarei; quello che forse non rifarei, o magari sì (non lo so, mentre ci ripenso mi scopro a sorridere), è invitare i transfughi a spedire le proprie dimissioni tramite corriere a spese del destinatario, al posto degli articoli che avevano concordato per il numero post-estivo; l’intento era ritardarne l’uscita, in modo che chiunque fosse passato in edicola nella prima settimana di ottobre avrebbe trovato la nostra rivista e non il Mucchio. Andò in effetti così, ma il destino ci avrebbe poi presentato il conto.
Successero però varie altre cose, in quel periodo. A giugno, quando l’appuntamento dal notaio per costituire la società era imminente, Bianchini ci rivelò di non avere più i soldi della sua quota; Eddy e io eravamo annichiliti, ma fortuna volle che uno dei collaboratori diede la sua disponibilità a un prestito (spero restituito: non ne ho saputo più nulla) e tutto si sistemò come da programma. La SRL fu chiamata Essediemme e fu un grave errore, perché nominandola per questioni burocratiche dovevo sempre precisare che non era una sigla e che si scriveva proprio “Essediemme”, ma inevitabilmente si creavano equivoci. Cosa significava? Beh, “Scappati Dal Mucchio”, ma quando ci fu fatto notare che poteva essere anche interpretato come un acronimo per “Stèfani Deve Morire” non frenammo la diffusione della voce perché ci sembrava divertente; nessuno di noi desiderava effettive dipartite e il termine “morire” andava inteso in senso figurato, nella sua accezione ben più blanda di “soffrire”, “patire”, “sucare”. La rivista, su proposta di Eddy, venne invece battezzata “Velvet” (con sottotitolo “Percorsi di altro rock, cinema e culura”): facile da ricordare, corto per favorire l’ideazione di una testata visivamente efficace, in qualche modo evocativo di uno dei più grandi gruppi rock della storia. Scoprimmo in seguito, grazie alle risatine di qualche intervistato, che negli Stati Uniti esisteva un giornale porno con lo stesso nome (il che, con il precedente del Mucchio Selvaggio, era piuttosto bizzaro); per la cronaca, anni più tardi si sarebbero chiamati “Velvet” una band pop-rock romana e un supplemento mensile di “Repubblica” dedicato alla moda. Ad agosto, dopo un “mordi e fuggi” a Brindisi per la pre-produzione del mini-LP dei Blackboard Jungle, dovetti quindi comunicare a Sorge e Badino quel che stava per accadere, che naturalmente era incompatibile con la mia permanenza a “Rockerilla”; non se la presero e, sebbene non fossero felici della nascita di un nuovo concorrente, apprezzarono il preavviso e rimanemmo in ottimi rapporti.
A quel punto, si doveva partire sul serio. Affittai un microufficio che in pratica non usammo mai e che lasciammo già a fine 1989. Presi accordi con la Photosistem, eccellente laboratorio di fotocomposizione in cui lavorava con un ruolo “di peso” un professionista che avevo conosciuto all’epoca del Mucchio, e il titolare mi mise in contatto con la tipografia Grafiche PFG di Ariccia per la stampa. Infine, per quanto concerne la distribuzione, mi affidai alla Parrini & C., che oltre a essere un’azienda di grandi dimensioni aveva sede a Roma; a loro era già legato il Mucchio e questo mi seccava un bel po’, ma le potenziali alternative non mi convincevano e dunque firmai un contratto che, come tutti quelli offerti alle piccole case editrici, non era vantaggiosissimo, ma pazienza. Come abbia trovato il coraggio di lanciarmi in un simile casino, a ventotto anni e quasi privo di esperienze imprenditoriali dirette, rimane un beato mistero, specie considerando come il mio aspetto molto giovanile – chiunque mi riteneva ventenne o giù di lì – portava di primo acchito gli interlocutori a trattarmi con sospetto e/o paternalismo. L’altro mistero è come abbia fatto a occuparmi di tutto ciò mentre si impostavano l’apparato grafico e il timone del n.1 e mentre mi organizzavo per “Stereodrome”, la trasmissione di Radiorai che da ottobre a febbraio avrei condotto per cinque sere alla settimana. La superattività e gli impegni frenetici finirono di logorare la quinquennale relazione con la mia prima compagna importante, con conseguente, doloroso addio. Nell’ottobre del 1988 ero insomma, oltre che single, conduttore – assieme a Luisa Mann, cara e bravissima amica che purtroppo se n’è andata troppo presto – di un ascoltatissimo programma radio della RAI, responsabile di un’etichetta discografica indipendente, collaboratore di “AudioReview” ed editore/condirettore di un neonato mensile. Avendo gà scritto quasi dodicimila battute, devo però per forza rimandare alla prossima puntata i dettagli sulla vita e la morte quest’ultimo.

(1) 1980: Shock!, la rivista mancata.
(2) 1987: le (prime) dimissioni dal Mucchio.

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Ennio Morricone

È sempre molto triste quando un Maestro se ne va, specie se – nonostante l’età avanzata, che di norma chiude la porta a recriminazioni accese come quelle riservate ai giovani – lo fa essendo lucido, attivo, in grado di dare ancora altro in aggiunta al tantissimo già realizzato. Per quanto riguarda Ennio Morricone, il “tantissimo” non rende certo l’idea di una carriera incredibile, che colleghi ben più competenti di me sulla materia stanno giustamente celebrando in queste ore cupe per il mondo della musica, dell’arte e della cultura.
Proprio stamattina, quando ancora non ero stato raggiunto dalla bruttissima notizia, ero passato sotto casa sua, dove tanti anni fa avevo avuto il piacere e l’onore di conoscerlo e trascorrerci un paio d’ore; una coincidenza strana, perché almeno di giorno capito assai di rado vicino Piazza Venezia e perché, davanti al portone d’ingresso, mi sono scoperto a domandarmi come stesse e a ripensare all’incontro. Era il 28 ottobre 1983 e varcai la soglia della splendida abitazione assieme a Maurizio Bianchini (in veste di intervistatore per il Mucchio) e Luciano Viti (il bravissimo fotografo). Non avevo insomma un ruolo ufficiale, ma contavo di unirmi nel caso alla chiacchierata e comunque ero curioso di scoprire qualcosa di più, a livello “privato”, dello straordinario artista; in più, cosa che feci alla fine, di consegnargli una cassetta nella quale avevo inciso sue cover a opera di artisti rock underground (ad esempio, i Wall Of Voodoo) e alcune canzoni che mi risultava fossero state ispirate da sue composizioni (specie quelle del filone western). L’avrà mai ascoltata? Chissà. Mi parve però sorpreso di apprendere dalla mia voce che musicisti provenienti dalla scuola del punk lo tenessero in così grande considerazione. Ricordo un uomo estremamente cortese e disponibile, benché poco, come dire?, espansivo, di quelli che con garbo sarebbero stati capaci di fulminarti qualora avessi detto qualcosa di non appropriato. Per fortuna non accadde nulla del genere e, anzi, mi sembra di ricordare qualche momento di genuino calore quando ci scambiammo un paio di battuta a proposito dell’AS Roma, che quell’anno giocava con lo scudetto sulla maglia, per la quale condividevamo la passione. Mi auguro sul serio, concedetemi una battuta, che l’ultimo spettacolo cui il Maestro ha assistito non sia stato quello piuttosto indecoroso offerto ieri sera dalla nostra squadra. In quel pomeriggio di quasi trentasette anni fa furono poi scattate le foto che adornarono il servizio del Mucchio (n.72 del gennaio 1984) del quale sono qui sopra riprodotte le due pagine di apertura.
Sempre del grande Luciano Viti è lo scatto che anni dopo (dicembre 1989) fu utilizzato per la copertina di Velvet, il mensile del quale ero all’epoca direttore e comproprietario. Il nostro collaboratore Piero A. Corsini, attuale direttore di RAI5, aveva proposto un’intervista e naturalmente la cosa mi piacque, spingendomi al mezzo azzardo: trent’anni fa, le riviste rock mettevano raramente in prima pagina personaggi provenienti da altre aree. Per dare un colpo al cerchio e uno alla botte adottammo lo schienale della sedia dietro la quale Morricone si affacciava come appoggio per una foto dei Jesus And Mary Chain; il risultato non è esattamente una meraviglia, ma al tempo nel nostro giro si badava più alla sostanza che all’estetica e non avemmo remore a inviare il giornale così confezionato nelle edicole di tutta Italia.
Non ho purtroppo ulteriori aneddoti da raccontare, ma mi va di ricordare – vado controcorrente, lo so, ma è un argomento che ho studiato un tot – il lavoro di Morricone come autore, arrangiatore ed eminenza non tanto grigia di un gran numero di “canzonette” italiane dei primi ’60; non sarà in assoluto all’altezza delle leggendarie colonne sonore, ma il suo pop vanta una qualità speciale, superiore a quella offerta da tanti pur onesti mestieranti che si muovevano nello stesso ambito. Grazie, Maestro, anche di queste piccole gemme che troppo spesso vengono superficialmente etichettate come peccati di gioventù.

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Ma come andò? (2)

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.

1987: le (prime) dimissioni dal Mucchio
Come ben sa chi ha letto la prima puntata, dal febbraio 1983 Il Mucchio soppresse lo spazio “Shock!” dedicato alle nuove tendenze integrandone i contenuti nella rivista, per non rimarcare – e, anzi, cercare di eliminare – le divisioni esistenti tra i lettori interessati solo al “classico” e quelli votati al “moderno”. Il problema era serio e non a caso, nel n.52 del maggio 1982, era stato pubblicato – fuori da “Shock!” – un articolo da una pagina volto a spiegare quanto fosse sciocco che i vecchi appassionati schifassero in automatico tutta o quasi la musica del presente, comprese band quali Fleshtones, Human Switchboard, X, Alley Cats o Gun Club. Per ragioni più che ovvie, il pezzo in questione era cofirmato da me e Stèfani, ma a scriverlo ero stato io; l’unico contributo del Direttore era stata l’aggiunta di un “The”, con conseguente effetto comico, al titolo “Rock goes on”. In quel periodo, Max aveva preso la strana abitudine di seminare “The” un po’ ovunque, anche nei nomi di gruppi che in realtà non l’avevano (si veda il “THE X” della copertina del n.60), un po’ come faceva con foto e disegni di donnine discinte.Il rinnovamento comportò graduali riforme nella gestione del giornale. Al di là delle qualifiche a volte curiose scritte nel tamburino, dal febbraio 1983 alla fine del 1985 andò grossomodo così: Stèfani si occupava dell’amministrazione della società editrice (la Lakota Srl), manteneva contatti con alcuni collaboratori, raccoglieva proposte, dettava legge sulle copertine (accettando peraltro suggerimenti) e impaginava (Linda Robinson, l’Art Director accreditato nel tamburino, non esisteva); Maurizio Bianchini organizzava tutto il settore extramusicale e saltuariamente dava input per quello musicale; io, invece, scrivevo di quello che mi pareva, curavo autonomamente la musica “nuova” e affiancavo Max per quella “vecchia”, coordinavo il resto dello staff e svolgevo compiti pratici (dalla prima revisione delle bozze e degli impaginati alla rappresentanza della rivista, dai rapporti con le case discografiche alla ricerca delle foto e degli inserzionisti pubblicitari). Nulla di troppo rigido, comunque: eccettuati occasionali scazzi (ne ricordo alcuni legati alla scelta – indovinate di chi – di mettere in copertina artisti famosi anche se all’interno non c’era nemmeno un trafiletto su di loro), il clima era sereno e quindi si dialogava un po’ su tutto, arrivando poi alla soluzione che ci pareva migliore. Del resto Il Mucchio era in crescita sotto ogni profilo, l’inserimento del colore ci aveva resi in qualche modo più “ufficiali” e influenti, le vendite aumentavano, il materiale di qualità pubblicato pure. Nonostante gli otto anni e mezzo di differenza (lui del 1951, io del 1960), con Stèfani andavo d’accordo, benché lui soffrisse il mio essere estremamente meticoloso oltre che intransigente verso tutto ciò che ritenevo sbagliato, come il rimettere in discussione sulla base dell’umore del momento cose abbondantemente definite se non già portate a termine. Un esempio? La “famosa” copertina ai Litfiba del marzo 1985 che all’ultimo minuto stava per saltare perché la sera prima Max aveva probabilmente parlato con chissà quale idiota che gli aveva fatto venire dei dubbi; c’erano in ballo un’anteprima esclusiva, un servizio fotografico di Luciano Viti per il quale il gruppo era sceso apposta a Roma e un accordo pubblicitario di un anno già firmato con l’IRA, e quindi mi toccò fare il diavolo a quattro per scongiurare casini (nonché recarmi in tipografia quando il numero era in procinto di andare in stampa per essere sicuro che, alle mie spalle, non fossero state apportate variazioni). Però, anche se ai suoi occhi ero un rompicoglioni patentato, Max sapeva che il più delle volte era meglio fidarsi e lasciarmi fare. Quando i troppi altri impegni lavorativi cominciarono a rendere Bianchini sempre meno presente, dal 1986 mi venne così affidato il ruolo di caporedattore, con il suggello di “lettere di incarico” nelle quali erano specificati i miei compiti e una retribuzione che, a leggerla adesso (potete farlo anche voi, ho scansionato apposta quella relativa al 1987), mi fa sobbalzare per quanto era elevata (e, no, al tempo la Lakota non percepiva alcun contributo statale). Non ho prove di quanto affermo e quindi vi dovrete accontentare della mia parola, ma Max diceva spesso che presto mi avrebbe affidato la direzione anche formale del Mucchio, in modo da potersi preoccupare unicamente delle faccende economiche e dei suoi altri interessi (tennis e donne, quelli “storici”, i cavalli la new entry di quegli anni). E magari lanciare altre testate, come aveva da poco fatto con “Chitarre”.
Cosa accadde, allora? Beh, Max si innamorò e all’inizio del 1987 ebbe la brillante idea di affiancarmi la sua compagna come segretaria di redazione, naturalmente senza chiedermi prima cosa ne pensassi. Non la presi bene. Non perché avessi riserve sulle capacità di Bianca, che si rivelò da subito professionista esemplare e persona piacevolissima, ma per altri due motivi: il primo, che al Mucchio non c’era alcun reale bisogno di una segretaria di redazione e che le sue mansioni si sarebbero inevitabilmente intrecciate con le mie creando inutile confusione; il secondo, che mi sembrava bizzarro lavorare fianco a fianco – le nostre scrivanie si fronteggiavano – con la partner del mio capo (l’influenza delle relazioni sentimentali di Max sulla linea editoriale del giornale è tra l’altro un argomento interessante, che meriterebbe sviluppo a sé; chissà…). Devo ammetterlo: a distanza di decenni, non ho ancora capito se l’idea che mi ero fatto, ovvero che Bianca fosse stata assunta non per aiutarmi ma per “controllarmi” e più avanti sostituirmi, fosse fondata oppure no. Forse era solo un mio immotivato timore: probabile che lei non mirasse alla mia poltrona (non era, del resto, un’esperta di musica) e che Stèfani volesse solo avere un “paracadute”, dato che in effetti una marea di cose erano seguite unicamente da me e se all’improvviso mi fosse capitato qualcosa lui avrebbe avuto da patire. Nei mesi seguenti mi sentivo dunque osservato e “minacciato”. La mia lettera d’incarico si rinnovava di anno in anno, ma se Max avesse voluto cacciarmi da un giorno all’altro avrebbe potuto farlo, seppure rimettendoci dei soldi. Chiesi allora garanzie, traducibili in due opzioni: acquistare quote della Lakota o essere assunto come dipendente. Ricevetti un doppio no, e questo mi persuase che a pensar male si fa peccato ma molto spesso si ha ragione: non mi si voleva avere ancor più tra le palle, e men che mai come socio con accesso ai libri contabili e ai bilanci. In compenso, mi giunse una proposta diversa: una nuova lettera d’incarico per il 1988 con il compenso aumentato di un milione al mese. Pur sapendo che mai e poi mai avrei trovato un’altra sistemazione anche solo lontanamente all’altezza di quella offertami, ero troppo ferito e deluso per rimanere. Mi dissi che non avrei certo avuto difficoltà a continuare a scrivere di musica (avevo già “AudioReview”, e non appena raccontati i fatti Claudio Sorge e Beppe Badino mi accolsero a “Rockerilla” a braccia aperte), che avrei potuto trovare sbocchi importanti in RAI (e infatti…), che non sarebbe stato male concludere gli studi di Giurisprudenza, e poi chissà. Avevo ventisette anni ed ero un idealista, una combinazione micidiale. Tutti i collaboratori mi invitarono a ripensarci, erano cari amici e più d’uno era al Mucchio grazie a me, ma ormai il dado era tratto. Qualcuno mi disse “allora me ne vado anch’io”, ma gli consigliai di non fare fesserie e rimanere.
Dopo avere inviato in tipografia il n.119, di dicembre, consegnai a Max per il n.120 una mia recensione di Moonshiner dei Boohoos che non avevo inserito perché l’album sarebbe uscito a gennaio. Il disco era favoloso e feci promettere al mio ormai ex direttore che la recensione – chiusa dalla frase “dopo Moonshiner, soltanto il diluvio” – sarebbe stata la prima della sequenza, quella a tutta pagina e corredata di fotografia. Inutile dire che si rimangiò la parola data e la mise per seconda, fornendomi in seguito giustificazioni fumose ma chiedendomi se avessi voluto dargli la mia “Top 10” del 1987 per il numero di marzo (lo feci). Intanto, avevo cominciato una nuova vita, e anche se non pensavo affatto a metter su un altro giornale il futuro sembrava tanto splendente da dover indossare gli occhiali da sole, per citare i Timbuk 3. Se oggi ripenso a come ho vissuto il 1988, l’immagine che si forma nella mia mente è quella di un ottovolante, perché… (il seguito alla prossima puntata).

(1) 1980: Shock!, la rivista mancata.

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Ma come andò? (1)

Da ormai un po’ di tempo rilevo un accresciuto interesse per le vicende del giornalismo musicale italiano. C’è chi scrive libri sull’argomento, chi pubblica articoli e interviste di approfondimento, chi rivolge direttamente ai protagonisti la fatidica domanda “ma come andò con…” (e a me, che in oltre quarant’anni di professione mi sono trovato in mezzo a molte storie in effetti interessanti, capita spessissimo). Allora, prima che la memoria cominci a perdere colpi e prima che un qualche tipo di flagello possa distruggere il mio prezioso archivio, ho pensato di fissare i miei ricordi (con relativi documenti probanti, se ci sono) in una serie di pezzi che interesseranno magari una platea ristretta ma che saranno utili da inoltrare ogni volta che qualcuno mi chiederà per l’ennesima volta di eventi che ho vissuto in prima persona; e che senza dubbio saranno apprezzati da ogni eventuale cultore/studioso che volesse approfondire la materia.
1980: Shock!, la rivista mancata
La mia firma in calce a un articolo apparve per la prima volta nel n.21, luglio/agosto 1979, de Il Mucchio Selvaggio (qui il racconto di come accadde). Al tempo, la rivista si occupava soprattutto di rock “delle radici”, rock classico e cantautori più o meno folk, con spazi limitatissimi dedicati alle musiche che più seguivo (punk e new wave) e in pratica zero spazi per gli artisti italiani (emergenti ed emersi). La collaborazione con il mensile continuò regolarmente nei mesi successivi e nella primavera 1980, con l’incoscienza e l’impudenza che si possono avere solo a vent’anni, lanciai al direttore/editore Max Stèfani l’ipotesi di una rivista da affiancare al Mucchio focalizzata esclusivamente sulle nuove tendenze; mi sentivo un bel po’ frustrato dalle poche pagine riservate ai fenomeni di mio interesse e dall’atteggiamento di chiusura – se non ostile – di molti membri dello staff, e pensavo che un secondo mensile avrebbe fatto tutti contenti. Del resto, che “Rockerilla” – co-gestito da Claudio Sorge, uscito dal Mucchio da qualche mese – si tenesse in piedi dimostrava l’esistenza di un “ampio” bacino di potenziali lettori. La mia proposta venne accolta senza bisogno di insistere, assieme al nome che avevo suggerito: “Shock!”, sottotitolato “the new rock magazine” a “spiegare” – anche se giovanissimo, ero già appassionato di questi giochini verbali basati sui doppi sensi – che si trattava di “una nuova rivista rock” ma anche di “una rivista di nuovo rock”. “Comincia a organizzarti”, mi fu detto, “in modo da poter andare in stampa a settembre per uscire con il n.1 in ottobre”. Anche se di cantonate ne ha prese, come noi tutti, non posso (né vorrei) negare che Stèfani sia sempre stato bravo a riconoscere le buone idee e le persone affidabili in grado di realizzarle, salvo poi cercare di attribuirsene i meriti.
In estate, mentre stavo costruendo il timone del primo numero, il progetto fu annullato. Stèfani mi disse che quasi tutti gli appartenenti alla colonna lombarda del Mucchio – in pratica, tutti i cofondatori eccetto lui – “se n’erano andati” e che quindi non era il caso di varare una seconda pubblicazione: meglio “rendere più forte il Mucchio”. Molto si è dibattuto sulla scissione, dalla quale sarebbe a breve nato “L’ultimo buscadero” e che avrebbe avuto come strascico anni di polemiche; una minima divagazione è allora doverosa, specie perché non credo che tornerò mai più a parlare della faccenda. All’epoca, Stèfani spiegò l’accaduto sostenendo che la separazione era inevitabile: a suo dire, Carù voleva utilizzare il Mucchio come strumento di propaganda dei dischi da vendere nel suo negozio, mentre lui – puro e grondante indignazione – non poteva permetterlo; senza dubbio, una giustificazione credibile (la ritenni tale anch’io), ma con il senno di poi mi sono convinto che le cose non stessero esattamente in questi termini. E più che sul “perché” nutrivo sospetti sul “come”, avendo sempre saputo che Carù era comproprietario del giornale. Le domande innocentemente rivolte ottenevano risposte vaghe e finii per prendere per buona la tesi del divorzio cruento ma accettato da entrambe le parti; la vera verità mi venne “confessata” solo qualche decennio dopo, ma non avendo registrazioni audio che la comprovino evito di raccontarla in questa sede. Un valido surrogato è però quanto scritto da Stèfani a pag.69 del suo libro autobiografico Wild Thing, edito in proprio nel 2012: come sia possibile non fare entrare qualcuno in una società della quale crede di essere parte senza dirgli nulla è un quesito interessante, che ritengo abbia una sola risposta.
Chiusa la parentesi, torniamo a “Shock!”. Quello che doveva essere un mensile di 48 pagine diretto da me divenne dunque una sezione del Mucchio affidatami in toto.L’esordio avvenne nel n.33 dell’ottobre 1980 (l’ultimo con ancora dentro lo staff lombardo) e constava delle otto pagine che chiudevano il giornale; all’interno, interviste a Stranglers e Devo, un articolo sui Cramps, quattro facciate di recensioni (tre e mezza di album e mezza di 45 giri) e la rubrica “Targato Italia”, sulla nuova musica nazionale, che nel suo piccolo avrebbe fatto storia.
Dalla prima uscita, seguii e guidai le fasi di impaginazione, a quel tempo laboriosissime (si era, ricordiamolo, in era pre-PC), avendo carta bianca su tutti i contenuti; dovetti però accettare obtorto collo la testata e le “testatine” disegnate dal grafico Valerio Marini, che era molto bravo ma che forse non era stato bene informato sul tipo di immagini adatte: passi il serpentone, ma l’omino stravolto per le recensioni e soprattutto l’auto supervintage per “Targato Italia” mi hanno sempre lasciato perplesso.
Ah, quasi dimenticavo un curioso retroscena: il primo numero della rivista che non si fece avrebbe dovuto avere in copertina Hugh Cornwell degli Stranglers che con una mano alzata reggeva la testata mentre calpestava alcune riviste musicali italiane (“Ciao 2001”, “Music” e “Popster”; ce n’era una quarta che non ricordo, ma non credo fosse “Rockerilla”). Hugh era stato un po’ di giorni a Roma, gli avevo fatto da guida turistica e si era creato un rapporto di simpatia; con l’aiuto di un caro amico che lavorava alla EMI l’avevo convinto a prestarsi a questa cosa piuttosto inusuale e la foto venne in effetti scattata, all’Aeroporto di Fiumicino dal quale stava ripartendo per Londra. Evitando di dirmelo, Stèfani la pubblicò sulla penultima pagina del n.33 del Mucchio, in pratica alla fine del primo “Shock!”, con una didascalia scema; al di là del fatto che la foto era grezza (insomma, con lo sfondo da togliere), nella mia concezione del tutto, quello che c’era sotto i piedi del leader degli Stranglers non doveva essere in alcun modo evidenziato. Insomma: le riviste protestarono con la EMI, la EMI “sgridò” Hugh e uno o due numeri dopo ci toccò scusarci spiegando che, no, la didascalia era stata una “nostra” cazzata e che in realtà Cornwell non conosceva affatto le riviste che calpestava.
Questo episodio mi irritò, ma il rapporto con la direzione rimase assolutamente sereno. Stèfani mi diceva quante pagine avrei avuto disponibili per il numero successivo (io cercavo di ottenerne di più, riuscendoci spesso) e nel caso ci fossero argomenti che potevano essere trattati sia in “Shock!”, sia nel Mucchio, se ne parlava e si decideva dove collocarli. All’inizio tendevo ad avere “da me” tutto-tutto quello che poteva essere definito “nuovo rock”, anche se non si trattava di band underground (due esempi illuminanti: Clash e Talking Heads), ma via via che il nuovo prendeva piede presso il nostro pubblico, cambiai orientamento: dire a Stèfani “questi prendili tu” otteneva il duplice, benefico effetto di rendere la rivista più moderna e lasciare a me maggiore spazio per coprire le proposte più di nicchia. “Shock!” si ampliò (il massimo raggiunto fu sedici pagine) e rimase per lo più scritto da me, anche se avevo qualche prezioso collaboratore: ricordo con piacere Alessandra Sartore, che viveva a Londra ed era quindi in grado di intervistare in esclusiva artisti che dall’Italia era complicato raggiungere, e Sebastiano Zampa, che firmava una rubrica di heavy metal. Le poche discussioni con Stèfani riguardavano solo il numero di pagine che avrei dovuto riempire e per me la situazione era ideale: assoluta autonomia, compensi equi e pagamenti puntuali. Al massimo mi toccavano bonarie prese per il culo sull’editoriale: i miei gusti musicali “estremi”, la mia verde età e il mio aspetto ancor più giovanile mi avevano procurato il soprannome “Baby Killer”, che peraltro non mi dispiaceva.
L’ultimo “Shock!” uscì nel n.60, gennaio 1983: la divisione tra “vecchio” e “nuovo” non aveva più senso e i “miei” spazi vennero inglobati nel Mucchio. Per assestarsi servirono un paio di mesi, ma alla fine fu un miglioramento: continuavo a scrivere tutto quello che volevo – anche se frazionato e non più accorpato – e cominciavo ad avere voce in capitolo anche sul resto degli argomenti da trattare e sulla scelta delle copertine. Contestualmente al cambiamento, la gestione del Mucchio era infatti diventata una questione a tre: Stèfani pensava in prevalenza agli aspetti pratici e amministrativi, il suo amico Maurizio Bianchini (autore non firmato, ma il suo stile è riconoscibilissimo, dell’editoriale qui sopra, uscito sul n.61) decideva assieme a lui gli articoli di rock classico e da solo quelli di cinema, libri e cultura varia, e io curavo tutto il rock nuovo, svolgendo anche compiti redazionali. Per due/tre anni, a parte gli occasionali, inevitabili incidenti di percorso, tutto andò a meraviglia, fino a che… (il seguito alla prossima puntata).

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Being Federico Guglielmi

Chi ama scrivere lo fa sempre e comunque, anche solo per il piacere di fissare su carta/file i suoi pensieri. Scrive e, se non gli viene in mente un utilizzo immediato, lascia il frutto delle sue elucubrazioni nel cassetto, nell’attesa di recuperarlo per scelta o casualità. Quello che avete appena iniziato a leggere è un post cominciato “tanto per” e messo da parte, poi ripreso e riaccantonato perché mi pareva che non avesse grande senso in quanto troppo personale. Tuttora mi sembra che sia così, ma mi è venuto in mente che in fondo non aveva importanza e che avevo voglia di pubblicarlo sul blog. Rievocare queste storie mi ha fatto sorridere e mi auguro che almeno per qualcuno di voi sarà lo stesso.
Come sapete, mi chiamo Federico Guglielmi, generalità non comuni come, ad esempio, Mario Rossi o Gennaro Esposito, ma certo non rare come Ermenegildo Pizzighettone o Procopio D’Altamura. Quando nel lontano 1977 ho iniziato a lavorare come conduttore radiofonico e di lì a poco come giornalista, non mi sono affatto preoccupato dell’esistenza di eventuali omonimi. Perché farlo? Se c’erano, c’erano, e amen. Il fatto che la mia pur minima notorietà potesse dar luogo a piccoli problemi si palesò per la prima volta nel novembre del 1986, quando al Mucchio Selvaggio giunse la lettera raccomandata riprodotta qui sotto. Ne rimasi un bel po’ meravigliato, ma una volta superato lo stupore telefonai all’altro F.G. osservando che le sue richieste erano forse un po’ azzardate e che comunque, anche se avessi pubblicato sul giornale la precisazione, di sicuro molti avrebbero chiamato lo stesso. Alla fine fu una conversazione serena: gli dissi che mi dispiaceva ma che, in sostanza, non era colpa di nessuno. Come sia finita per lui non lo so, ma non mi ha più contattato e quindi suppongo che la situazione si sia in qualche modo risolta o che se si sia rassegnato.
Per parecchi anni non ho avuto notizie di altri omonimi, ma attorno al 2000, in seguito al successo di “Q” (un gran bel romanzo, tra l’altro), è emerso che l’identità di uno dei componenti del collettivo Wu Ming – per la precisione, Wu Ming 4 – è, appunto, Federico Guglielmi. Non avete idea di quanti mi abbiano inviato complimenti (per Q e non solo) o semplicemente per chiedermi dove trovassi il tempo per tutto quello che facevo nel mondo della musica essendo anche un Wu Ming. Accade ancora adesso, ogni tanto, benché la Rete abbia aiutato a chiarire l’equivoco; grazie di cuore a chi ha dato il suo contributo aggiungendo alla mia pagina (giornalista) e approntando la sua con (scrittore). Con Federico WM4 è capitato di sentirsi, non ricordo se a telefono o via email, e lui mi ha raccontato di quelli/e che, a qualche incontro pubblico, si presentavano da lui con un mio libro (di solito la biografia di Carmen Consoli o quella dei Litfiba) per farselo autografare. L’aneddoto più divertente, però, è legato a un inatteso bonifico che ricevetti dalla Giunti nel 2001 o nel 2012; chiamai per informarmi sul perché e mi fu risposto che si trattava dell’anticipo per Storia antica – Dai Sumeri all’Impero Romano, prima opera per Giunti del Federico bolognese. Quando dissi che, a differenza degli Egyptians di Robyn Hitchcock, i Sumeri non erano proprio la mia tazza di thè, si capì cos’era successo e, naturalmente, restituii il denaro alla casa editrice.
Il terzo omonimo ha incrociato il mio percorso una decina di anni fa, con Facebook. Di stanza a Bari, è un produttore, DJ e remixer quotato a livello internazionale, cosa che ha generato qualche confusione: come per lo scrittore, non è solo una questione di nome ma anche di attività, diverse ma, come dire?, compatibili. Tra noi non si sono mai verificati “accavallamenti” spiacevoli, ma ho dovuto impiegare un po’ di tempo per imparare ad aprire una nuova scheda su Discogs allo scopo di collocarvi le sue produzioni che qualcuno, ritenendo fossimo la stessa persona, aveva inserito nella mia. Infatti, su Discogs non si può cancellare: se si scopre un’attribuzione errata e l’autore giusto non possiede un suo profilo, bisogna istituirlo e spostarla lì.
Credete sia finita? Non è così, perché più di recente si è iniziato a parlare un bel po’ di altri due miei omonimi, che per fortuna non hanno nulla a che spartire con la musica e/o la scrittura. In ordine di apparizione, un giovane fantino di Siena che prende parte a numerosi pali e un giovanissimo veneziano che è ormai ben più di una promessa dell’Atletica Leggera nazionale ed europea nel settore della corsa veloce. Meno male che, almeno fino a ora, i Federico Guglielmi sono tutti a posto; condividere il nome con gente brutta potrebbe essere sgradevole.

Categorie: cazzeggi, memorie | 6 commenti

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