memorie

Ciao, Tenco, ciao

Non ricordo proprio, quando ho iniziato a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco, ma a braccio direi dai primi ’90. Mi chiamò, ovviamente, Enrico De Angelis, che per decenni ha rivestito il ruolo non sempre comodo di direttore artistico; non ho problemi a dire che, nel mio ambiente, è tra quelli che stimo di più, per qualità professionali e umane oltre che per l’assoluta dedizione alla causa della musica giusta/alta. Per tanto tempo ho consegnato ogni anno le mie ponderate votazioni, cogliendo spesso l’occasione per segnalare a Enrico piccole cose che non mi tornavano e per proporre possibili correttivi; chi mi conosce lo sa, alla musica tengo sul serio, e se c’è da far bene qualcosa, non esito a dedicarmici. In quest’ottica, nel 2014 ho accettato di far parte di una ristretta commissione – venti persone in tutto – che aveva il compito di preselezionare la valanga di uscite allo scopo di redigere una lista di “votabili” da sottoporre poi alla giuria vera e propria, quella composta da circa duecento votanti; un lavoraccio, per il quale non ho mai visto (né chiesto) un euro, che mi ha costretto ad ascoltare una folle quantità di materiale prescindibilissimo (e, a volte, autentica immondizia) per limitare l’eccessiva dispersione di voti. Credo che, con tutti i colleghi che si sono via via avvicendati (la commissione prevedeva alcuni elementi fissi, con altri che cambiavano), abbiamo fatto un buon lavoro, nell’interesse della musica e della credibilità del Tenco; e senza nemmeno un qualche tipo di ritorno in termini di “gloria” (virgolette d’obbligo), dato che i nomi dei commissari erano pressoché ignoti all’esterno, onde evitare rotture di palle superiori a quelle che già si subivano. Nelle ultime tre edizioni, ho dunque ascoltato e vagliato oltre 1.500 titoli, scambiato centinaia di mail con i colleghi, stilato liste, suggerito ascolti, fatto ricerche per capire se un disco avesse i requisiti tecnici (la musica non c’entra, sono questioni oggettive; chi volesse capire meglio, vada a leggersi il regolamento delle Targhe).
L’anno scorso, per la prima volta, sono anche andato alle serate delle premiazioni, a Sanremo (tutto a mie spese: lo sottolineo non per sostenere implicitamente la tesi che mi fosse dovuto qualcosa, ma solo per stroncare in partenza gli eventuali cerebrolesi che potrebbero parlare di “vacanza pagata in Liguria”); è stato bellissimo esserci ed è stato splendido poter consegnare un meritatissimo Premio Tenco all’amato Stan Ridgway. Credevo sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di trasferte lassù, ma a breve è arrivata la doccia fredda: Enrico De Angelis dimissionario, per impossibilità di continuare a lavorare degnamente, assieme alla sua preziosissima “spalla” Annino La Posta e ad altri membri del direttivo, l’ufficio stampa non riassegnato all’ottimo Enrico Deregibus, il nuovo direttore artistico Sergio Secondiano Sacchi – che non ho mai incontrato, ma per il quale ho sempre nutrito rispetto in virtù di un’attività di notevole livello – a rilasciare preoccupanti (per me e non solo) dichiarazioni sul futuro, le motivazioni delle dimissioni di De Angelis. Ho atteso per alcuni mesi l’evolversi della situazione, ma quanto accaduto ha superato le mie peggiori aspettative: nessun comunicato sulle iniziative del Club Tenco da parte del nuovo ufficio stampa, la Commissione di cui sopra cancellata senza una parola, la richiesta di partecipare “alla prima votazione” pervenuta con notevole anticipo rispetto alla consuetudine con tutto ciò che questo comporta, dimissioni di giurati illustri (e chissà quante altre ce ne saranno…) come Fausto Pirito ed Elisabetta Malantrucco.
In sintesi: vista la situazione, ho deciso di abbandonare la giuria. Fregherà a pochi, forse a nessuno, ma non voglio continuare ad associare il mio nome a qualcosa che non so cosa bene sia, che non so quanto voglia essere fedele alla “missione” – quella del sostegno e della propaganda della musica d’autore, affinché essa emerga e non rimanga costantemente affossata dai soliti nomi arcinoti. Non so se sia vero, ma circola la voce che l’obiettivo primario sia “riempire il Teatro Ariston”, e il pensiero mi turba. È il Club Tenco o il Club Ramazzotti? Prima era diverso: non conoscevo tutti i dettagli, certo, ma mi sentivo totalmente garantito dalla presenza di Enrico De Angelis. Ora, invece, nessuno ha avuto il buon senso/gusto di cercare un contatto o quantomeno comunicare a tutti noi le novità; è evidente che la considerazione per il nostro lavoro di giurati è nulla, e che tutta quella sfilza di nomi serve soltanto a conferire autorevolezza all’assegnazione delle Targhe. È scontato che la mia assenza non renderà tutto, in apparenza, meno autorevole, ma dato che per onestà intellettuale non me la sento di prender parte alle votazioni, ci tengo che il circo della musica italiana sappia che con le Targhe Tenco 2017 non avrò nulla a che spartire. Il Tenco non ha di sicuro bisogno di me, ma nemmeno io ho bisogno del Tenco. Cioè, di questo Tenco.

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Il post numero mille

Mica lo so, cosa sarebbe “giusto” scrivere in un’occasione del genere. C’ho riflettuto su per qualche mese, ogni volta che notavo il counter avvicinarsi sempre più alla fatidica cifra, ma non ho avuto alcuna illuminazione: qualsiasi idea mi sembrava troppo sciocca o troppo complicata. E allora, dato che non posso tener bloccato il blog in attesa di un “eureka” che magari non arriverebbe, me la gioco in modo semplice, ricordando tappe per me significative di questo percorso avviato ormai quattro anni e (quasi) quattro mesi fa; lo so, è autoreferenziale, ma se non ve ne frega nulla smettete di leggere. A chi è rimasto, buon divertimento seguendo i link.

Il primo post vero e proprio, dopo quello in cui annunciavo il varo del blog, venne pubblicato il 10 gennaio del 2013, e conteneva le mie prime due recensioni in assoluto, apparse sulla stampa nel luglio del 1979.

In questi cinquantadue mesi, il post più letto in assoluto è stato questo, relativo alle mie burrascose dimissioni dal Mucchio.

I tre meno letti sono stati invece questo, questo e questo, e vedendo i nomi degli artisti trattati ammetto che, cari lettori, mi verrebbe da mandarvi (cordialmente) un po’ affanculo.

Delle tante interviste qui disponibili, il maggior numero di visualizzazioni è finora toccato a questa a Elio e le Storie Tese, lodata apertamente e più volte linkata da loro stessi.

Il numero minore di “click”, invece, è stato per questa agli White Stripes periodo White Blood Cells, e mi sembra davvero assurdo.

La recensione più letta? Questa qui, su un libro di Piero Scaruffi. Voi che dite, c’è da esserne lieti o da deprimersi?

Il post più “de core” è questo scritto appositamente per il primo compleanno de “L’ultima Thule”.

Quello che più mi rappresenta, anche se non va preso come Vangelo, sulle mie 31 canzoni della vita.

Quello che vorrei fosse letto proprio da tutti, anche se l’argomento è triste: il mio necrologio per Syd Barrett.

Il post che più mi ha divertito approntare è questo relativo all’Indiesfiga, tema sul quale mi sono ripromesso di ritornare. Ma magari anche no.

Direi che posso fermarmi qui, ricordando solo che con la funzione “Search” in alto a sinistra potrete sapere cosa ho eventualmente recuperato dei miei scritti a proposito dei vostri artisti preferiti.

Grazie a tutti voi che, leggendolo e consultandolo, date un senso all’esistenza de “L’ultima Thule”.

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Ho fatto l’attore

Non posso dire che sia la prima volta, dato che ho interpretato piccoli ruoli in alcuni videoclip (una decina di anni fa mi era anche passata per la mente un’idea assurda che ho avuto il buon gusto di archiviare: essere in cinquanta videoclip prima del cinquantesimo compleanno), ma in questo caso si è trattato di una recitazione vera e propria, anche se agevolata dal fatto che dovevo indossare i panni di… me stesso. È accaduto nel 2015 e il progetto “Bye Bye Radio” – organizzato da alcuni componenti dello staff di Radio Bombay di Perugia – sembrava essere stato ormai abbandonato; invece, anche con mia sorpresa, l’idea di una web serie dedicata al mondo della musica italiana cosiddetta alternativa è stata ritirata fuori dal cassetto. Ecco così che l’unica puntata finora girata, della quale sono co-protagonista assieme ai Fast Animals And Slow Kids, è in circolazione, intitolata “Quando non sei Federico Guglielmi”.
Chiaramente (in caso contrario, non mi sarei prestato), tutto è corre sul filo dell’ironia e dell’autoironia. Prender parte alla cosa, lo ammetto, mi ha divertito assai, e nulla mi importa se qualcuno penserà che sono un cretino; almeno per certi aspetti, è vero.
Qui il link alla pagina “di lancio” di Fanpage, nella quale c’è ovviamente il link alla puntata (che dura cinque minuti e mezzo)

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Luxfero

È inutile piangere sul latte versato, ma i Luxfero furono un’occasione mancata; se avessero realizzato un disco a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, quando erano uno dei nomi di punta della Roma underground, oggi sarebbero ricordati molto, molto di più. Il vinile, con materiale d’epoca, si fece invece aspettare fino al 2010, e per me fu un vero piacere scriverne le note di presentazione per il retrocopertina.

Nel foglio sul quale elenco tutti i concerti ai quali ho avuto il piacere (o il dispiacere) di assistere dal giurassico 1974 a ora il nome Luxfero figura nel 1983 e nel 1985, ma nella mia memoria è rimasta impressa – indelebilmente, è ormai lecito supporre – una band diversa. Quelli scolpiti nella Storia sono infatti i Luxfero dai connotati punk (e post-punk) che all’inizio del 1980 avevano infiammato la platea del “1° Festival Rock Italiano”, patrocinato dalla rivista “Ciao 2001” e ospitato in origine dal Cinema Teatro Palazzo e quindi dal Cinema Teatro Espero di Via Nomentana (oggi, ahinoi, sala bingo): un momento-cardine per un circuito punk capitolino decisamente sommerso a causa dei pochi club dove esibirsi, del numero piuttosto ridotto di gruppi degni di tal nome e della scarsissima documentazione discografica (solo l’album degli Elektroshock, edito dalla Numero Uno/RCA), risultato del generale clima di diffidenza che avvolgeva non solo la nostra piccola e provinciale blank generation ma pure i suoi ispiratori d’oltremanica e d’oltroceano. La disinformazione autoctona, del resto, dipingeva i punk come fascisti, violenti e inetti sul piano musicale, e dunque perché il pubblico degli appassionati avrebbe dovuto appoggiarli? Continua a leggere

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Quell’8 gennaio del 1977

Come sapete, ogni tanto mi concedo qualche post per parlare di me, anche se sempre in relazione al mio lavoro e alla musica. Questo, che è pure un po’ lunghetto, appartiene alla categoria, e dunque è autoreferenziale; se la cosa è per voi irritante, potete tranquillamente fare a meno di leggerlo. Io, però, non potevo fare a meno di scriverlo. Ah, dimenticavo… se qualcuno si domandasse come sia possibile che date e dati siano così precisi, sappia che dal 1976 ho la mania di annotare, a grandissime linee, quello che faccio ogni giorno, tutti i giorni; ogni tanto qualcosa sfugge, ma per quanto concerne le vicende qui esposte per fortuna non è accaduto.
radio-five-fotoCi sarebbero tanti piccoli e grandi dettagli da raccontare e magari nel 2027 – sempre che riesca ad arrivarci – lo farò pure in una sorta di autobiografia musicale, ma per adesso accontentavi di questo breve amarcord. Nel primo pomeriggio di sabato 8 gennaio 1977 bussai alla porta di Radio Five, una delle numerose, piccole emittenti spuntate fuori come funghi a partire da quel glorioso 1975 in cui le frequenze FM erano state liberalizzate; nel mio quartiere, situato su una collina, abbondavano, perché se gli impianti di trasmissione erano situati in alto il segnale si propagava in modo più capillare per la città. Continua a leggere

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3 aprile 1982

Logo_Rai_1982Non ricordo se l’ho mai detto, ma dal 1976 compilo un diario di quello che faccio. Non è dettagliato a livelli maniacali, nel senso che se vado allo stadio scrivo solo “allo stadio” e non anche di che partita si trattava e com’è finita, e che se in un pomeriggio casalingo scendo per un quarto d’ora al bar o vado dal giornalaio non scrivo “bar” o “giornalaio”, ma è un riepilogo piuttosto preciso delle mie principali attività. Non so davvero come e perché, a nemmeno sedici anni, mi è venuta l’idea… so solo che ho cominciato ed è diventata un’abitudine che mi porto dietro ancora oggi. E che si è rivelata, a posteriori, più volte utilissima per ricordare eventi e situazioni tipo concerti visti, dischi acquistati, incontri, playlist radiofoniche. Fino ai primi ’90, tutto è annotato su classiche agende – dagli ’80 in poi, due per anno: una per la vita privata, una per le questioni professionali e musicali – alle quali talvolta mi capita di metter mano per bizzarre ma necessarie ricerche.
Beh, fino a pochi giorni fa, se qualcuno mi avesse chiesto quando ho trasmesso per la prima volta in RAI avrei risposto “primi mesi del 1983, con un programma chiamato Master Under 18”. E avrei clamorosamente sbagliato, come mi ha rivelato un’agenda del 1982. Innanzitutto, perché il ciclo di “Master Under 18” è iniziato prima (2 novembre 1982), ma soprattutto perché il mio esordio dai microfoni della Radio di Stato, più precisamente Radiouno, avvenne sabato 3 aprile 1982, con uno spazio del quale – strano, ma vero – ho in memoria solo qualche flash. La famosa agenda mi dice che era un programma di due sole puntate, nel quale affiancavo un conduttore ben più anziano di me, Beppe Chierici. Andò in onda il 3 dalle 13,40 alle 14,30 e il 10 dalle 13,30 alle 15,00, e da quanto sono riuscito a ricostruire, voleva essere una sorta di viaggio esplicativo e senza pretese di esaustività su come, nella musica “dei giovani” di quel periodo, si affrontassero i temi dell’amore, dell’antimilitarismo, della religione e della solitudine, più un quinto che non saprei dirvi perché non riesco a capire che accidenti ho scritto (true story). Sono certo che l’idea di fondo del programma non fosse mia, così come non ho dubbi sul fatto che la selezione delle canzoni lo fosse al 100%. Fatico a credere che nel 1982, all’ora di pranzo del sabato, su Radiouno mi fosse consentito di presentare quello che potete leggere qui sotto, ma… è successo. E ne vado fiero.

Effetto Giovani 3/4/1982
Stranglers – Pin Up
Joy Division – Love Will Tear Us Apart
Germs – The Other Newest One
T.S.O.L. – Die For Me
Red Rockers – Dead Heroes
Spizz Energi – Soldier Soldier
Discharge – Massacre Of Innocence

Effetto Giovani 10/4/1982
Dead Kennedys – Religious Vomit
John Foxx – Pater Noster
Public Image Ltd – Religion 2
Joy Division – Disorder
Siouxsie & The Banshees – The Staircase
Sex Pistols – Problems
The Sound – I Can’t Escape Myself
Circle Jerks – Don’t Care/Live Fast Die Young
Dead Boys – 3rd Generation Nation
Avengers – We Are The One
Nuns – World War III

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Gianmaria Testa (1958-2016)

GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011

Si sapeva da tempo che non stava bene, ma speravo tanto che ce la facesse, che la malattia bastarda si sarebbe alla fine convinta che un artista così sensibile, e una persona così garbata e per bene, meritasse altro tempo da trascorrere su questa terra. La notizia della sua scomparsa, poco fa, mi è arrivata addosso come un treno, uno di quelli che lui per anni ha governato da capostazione, quando ancora la sua carriera di cantautore era “a mezzo servizio”. Questo perché Gianmaria, per me, non era “solo“ un musicista ascoltato su disco e in concerto, ma uno di quelli che avevo conosciuto e intervistato più volte (ricordo in particolare una chiacchierata durata ore per un “dossier” del Mucchio Extra), apprezzandone anche le doti umane. Scrivere altro sarebbe al momento pesantissimo, e allora me ne astengo. Recupero però una mia recensione del suo ultimo album, un doppio CD+DVD dal vivo che consiglio caldamente. Un caro abbraccio, Gianmaria. 

Grafica1.CDRMen At Work (Incipit)
Per tutta la fase iniziale di una carriera oltretutto avviata in età non proprio verde (era trentasettenne ai tempi dell’esordio discografico, nel 1995), Gianmaria Testa riscuoteva più consensi all’estero – specie al di là delle Alpi – che in patria. Una situazione che da un pezzo è cambiata, tanto che adesso non sono in pochi a vedere nell’artista piemontese, in primis per i suoi meriti ma in seconda battuta anche a causa dei ritiri (e delle scomparse…) di parecchi protagonisti storici, il più accreditato alfiere della classica canzone d’autore italiana. Lui, schivo di natura, naturalmente minimizza, ma il suo impeccabile percorso non gli lascia scampo. E questo doppio album dal vivo non si fa sfuggire l’opportunità di rimarcarlo.
Confezionato legando assieme come se si trattasse di uno stesso concerto episodi estratti da varie esibizioni tenute fra Austria e Lussemburgo nel febbraio 2013, e soprattutto Germania esattamente un anno prima, Men At Work non è un live spoglio come il Solo dal vivo del 2009. Gianmaria Testa è infatti accompagnato da una brillante band elettroacustica di tre elementi (chitarre, basso/contrabbasso, batteria) che conferisce alle sue canzoni una veste nuova, sempre sostanzialmente sobria ma ricca di colori che sottolineano la forza espressiva dei versi e delle melodie. Da citare in particolare una Cordiali saluti da brividi (il tema affrontato è il licenziamento), ma nessuno dei ventitré brani dei due compact – tutti già noti, eccetto l’appassionata cover di Hotel Supramonte di Fabrizio De André – è meno che riuscito. Completa l’ottima operazione un bel DVD con le riprese di una serata dello scorso luglio a Torino (peccato solo che manchi il menù per selezionare le singole tracce), il tutto racchiuso in un’elegante scatolina di cartone che, scelta concettuale e non solo estetica, richiama l’idea di un “artigianato di qualità”.
Tratto da AudioReview n.348 del novembre/dicembre 2013

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Roberto Perciballi, 1964-2016

Roberto PerciballiNon ci penso proprio, a scrivere un vero articolo commemorativo, di quelli dove ti sforzi di trovare le parole più adatte e di impostare il discorso “in un certo modo”. In momenti così, chi se ne frega della forma. Qui voglio solo salutare, a caldo e sinceramente addolorato, una bella persona che se n’è andata, ancora giovane, colpita da infarto. Una persona che conoscevo da trentacinque anni e che ho avuto modo di apprezzare in più vesti: frontman dei Bloody Riot, titolari del primo autentico disco punk mai pubblicato nella nostra Roma; artista fuori dagli schemi, in più ambiti espressivi; scrittore, con un libro appassionato e illuminante chiamato Come se nulla fosse in cui ha raccontato la sua storia e le sue storie; uomo, con il suo carattere spigoloso – come la foto qui proposta, che a lui tanto piaceva – dietro il quale si nascondevano un animo puro e una grande disponibilità.
Era uno di quelli che “ci credevano”, Roberto. Uno che ci ha sempre creduto. E uno di quelli che soffriva, senza arrendersi, nel confronto con una quotidianità spesso spietata. Mancherà a tutti coloro che gli volevano bene e mancherà soprattutto alle sue due figlie, che non ho mai incontrato ma che abbraccio idealmente. Un giorno di merda, questo 20 marzo. Ciao, Roberto.

Bloody Riot live

Qui alcune delle cose che ho scritto sui Bloody Riot.

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Il mio amico Toffolo

La settimana scorsa, e quindi l’11 marzo (per via della regola, della quale continua a sfuggirmi il senso, in base alla quale i dischi vengono pubblicati solo il venerdì), è uscito “Inumani”, il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ne ho scritto su “AudioReview” di marzo e chi fosse eventualmente interessato a leggere la recensione potrebbe farlo solo lì, poiché non mi pare che i “ragazzi” l’abbiano condivisa da qualche parte. E dato che qui sul blog ho già recuperato un’intervista storica, quella che diciassette anni fa accompagnò la prima copertina in assoluto dedicata alla band da una rivista, estraggo dal cassetto della memoria una vecchia faccenda che mi è tornata in mente quando, durante una delle mie ricerche in archivio, è saltata fuori questa illustrazione.

Toffolo ok

Faccio una breve premessa: quanto segue è una questione, in pratica, “privata”, e quindi chi continuasse la lettura a dispetto dell’avvertimento non ha il diritto di rompermi le palle con eventuali “che mi frega?”. Ecco allora la storia. All’inizio degli anni zero, Davide Toffolo realizzava per il Mucchio al tempo settimanale – dove ero responsabile di vari spazi – una striscia a sua cura, “Tre Allegri Ragazzi Morti Show”. Non so se fosse una esclusiva, mi sembra di sì, ma non è importante… a contare è che fosse una cosa carina. Fatto sta che, un giorno, arrivò il doppio disegno di cui sopra, “risposta” di Davide a una mia recensione non troppo positiva di un album del suo gruppo. Ci rimasi male e chiesi all’editore di evitare la pubblicazione. Fui accontentato, ma con il senno di poi penso di aver commesso un errore; sì, venivo perculato e per ragioni a mio avviso pretestuose, ma ci poteva stare. Fra l’altro, a breve Davide interruppe la collaborazione. Non so se la striscia incriminata sia poi apparsa altrove o sia invece rimasta inedita, almeno nella sua veste originaria (mi è capitato di vederne una versione differente), ma negli ultimi anni ho incontrato El Tofo un sacco di volte, il rapporto è del tutto cordiale e di questo episodio non mi pare si sia mai parlato. Comunque, ecco, con il recupero del disegno vorrei rimediare alla mia “censura” di una quindicina di anni fa, figlia del prendere a volte troppo sul serio non tanto me stesso – dai, chi fa circolare liberamente una foto come questa è per forza dotato di un certo senso dell’autoironia – quanto tutto quello che gira attorno alla mia professione. È andata così, oggi ci rido sopra. Cosa che sicuramente farà anche Davide, quando e se leggerà queste righe. Bacini e rock’n’roll!

 

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