memorie

Cinque anni con Blow Up

Con il numero 242/243 in edicola ora, per il quale ho recensito un concerto degli Arctic Monkeys, un box con i primi dischi di Alan Sorrenti e una ristampa dei Celibate Rifles (qui il sommario completo, particolarmente ricco per via del maggior numero di pagine rispetto al solito), festeggio i primi cinque anni a “Blow Up”. Già un lustro. Poco o tanto? Dipende dai punti di vista, ma di sicuro il tempo è trascorso in fretta da quel numero di luglio/agosto del 2013 in cui la mia firma appariva per la prima volta sul mensile diretto da Stefano I. Bianchi; come avevo più volte dichiarato, se mai me ne fossi andato dal Mucchio era su “Blow Up” che avrei voluto scrivere e per fortuna, dopo il burrascoso abbandono, “Blow Up” non mi ha chiuso la porta in faccia. Con il SIB ho sempre avuto un ottimo rapporto, da quando ci conoscemmo ad “Arezzo Wave” più di trent’anni fa, con alcuni collaboratori avevo avuto contatti e con altri ho iniziato ad averli solo dopo il mio ingresso; non si sono così creati problemi, al di là di qualche piccolo incidente di percorso dovuto alla mia esuberanza caratteriale e alle inevitabili difficoltà di accettare appieno un ruolo subordinato quando si è invece abituati da sempre a fare ciò che si vuole, se non proprio a dettare le linee. È un fatto psicologico, irrazionale, e se lo sto scrivendo qui è soprattutto per scusarmene e solo in minima parte per cercare giustificazioni.
Più d’uno mi ha domandato come mai su “Blow Up” non scriva tanto quanto facevo sul Mucchio, e a tutti ho risposto “per colpa mia”. Questo nel senso che per quanto riguarda quella che si potrebbe definire “ordinaria amministrazione” (ovvero recensioni et similia), propongo solo gli argomenti che mi andrebbe davvero di affrontare ma non sempre sono tempestivo nel farlo; per i materiali “di peso”, ovvero gli articoli di tante pagine (che SIB sarebbe ben felice di pubblicare) ho invece l’handicap di non potermi quasi mai concedere una settimana di “full immersion” in un tema (e per un pezzo da 40/50.000 battute ne ho bisogno: è un mio limite, lo so) e dalla stessa “ansia da prestazione” che avevo con “Extra”. Alla fine, comunque, non mi posso lamentare più di tanto, avendo finora firmato sette dossier più o meno corposi su Crime (182/183), Victor Jara (184), Devo (185), Folk-rock in romanesco (186), Black Flag (188), Peter Perrett/Only Ones (234) e Fall (238) e ad aver curato quattro “20 Essentials” su Proto punk (206/207), Punk 1976/77 USA, (209), Punk 1976/77 Europa (210) e Punk 1978-79 (225). A questi vanno aggiunti quattro articoli (o interviste) più brevi (Toy, Algiers, Ork Records, Psycotic Pineapple), cinquantaquattro schede per vari “20 Essentials” e trecentoquindici recensioni (trecentodue di dischi, sei di libri e sette di concerti).
Colgo dunque l’occasione della ricorrenza per ringraziare i compagni di cordata per avermi fatto sentire da subito “a casa” e per i tanti momenti esilaranti che mi hanno regalato (dagli scambi di mail collettivi, sia globali che ristretti, vengono spesso fuori cose pazzesche) assieme alle “dritte”. L’avventura continua e tutti speriamo che ci riserverà altre soddisfazioni, anche se il mondo dell’editoria è quello che ben sappiamo e viverci dentro è sempre più difficile. Dico la verità, avrei voluto festeggiare anche con un mio libro della collana “Director’s Cut”, ma non sono ancora riuscito a completarlo; abbiate però fede, arriverà.

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Nessuno più nel Mucchio

Che ci crediate o meno, non avrei grande voglia di scrivere sul tema “Il Mucchio non c’è più”, notizia diffusa ieri (qui l’annuncio ufficiale) che ha sorpreso notevolmente chi a differenza di me non lo sapeva già. Però quasi tutti i miei lettori se lo aspettano e li posso anche capire: dopo i tre post del 2013 che a livello di “numeri” hanno spopolato (questo, quest’altro e ancora questo, per chi ha bisogno di un ripasso), mi è stato fatto notare che ci sarebbe voluta una sorta di chiusura del cerchio, e che sarebbe stato meglio se avesse avuto uno svolgimento organico invece di essere divisa tra mille commenti su Facebook. E dunque ok, e sia, procedo di getto e rispondo subito alla domanda che mi hanno rivolto almeno in duecento: “ti dispiace?”. Sono come sempre sincero e rispondo: “no”. Per me Il Mucchio era morto nell’aprile di cinque anni fa, da allora non ne ho comprato né letto un solo numero e poi da qualche mese aveva pure cambiato nome, chissà se per scelta concettuale/artistica o per ragioni di carattere pratico/legale. Ho consacrato a quella rivista venticinque anni pieni della mia vita, le ho dato tanto e tanto ne ho ricevuto, ma il pensiero – non lo nego, ogni tanto mi attraversava la mente – che un giornale che per me ha significato moltissimo fosse governato da due persone a mio avviso inadeguate al compito mi disturbava. Chiaramente, non c’entrava solo la professione, ma c’erano seri motivi personali: a quelle due persone avevo concesso fiducia e amicizia senza condizioni, e non potrò mai perdonare né dimenticare quello che considero un orribile, reiterato tradimento a base di fandonie che io (scemo) mi bevevo, atteggiamenti dittatoriali di rara sgradevolezza (capitava spesso che, quando cercavo di oppormi a idee che ritenevo bislacche, mi venisse detto che conoscevo l’ubicazione della porta), decisioni imposte “dall’alto” (le virgolette sono importanti, eh) e intromissioni insensate volte solo ad affermare il proprio dominio, il tutto – come avrei appreso solo dopo – mentre si continuava a mungere la vacca dei contributi statali. Guadagnarsi il mio disprezzo e il mio astio non è facile, ci sono riusciti davvero in pochi, ma per quelli che sono stati così bravi non ci sarà alcuna possibilità di recupero della situazione e le loro disgrazie saranno per me sempre fonte di appagamento scevro da rimorsi; vi interessa sapere quale è stato il punto di non ritorno? Il giorno in cui, appena trascorsi i sei mesi dopo i quali non avrei più potuto contestare la mia dichiarazione di non avanzare più nulla per il lavoro svolto alla Stemax (che avevo dovuto firmare per poter ricevere i sedici mesi di compensi arretrati, e che mai avrei impugnato a posteriori perché io ho una parola sola), hanno riesumato pateticamente il “mio” Extra affidandone la direzione a un collega per il quale, ecco, non nutro grande simpatia; immaginavo sarebbe durato ben poco e ho avuto ragione (tre numeri orribili), ma il gesto mi ha talmente disgustato che… basta. Non ho invece malanimo nei confronti di tutti gli altri che negli ultimi cinque anni al Mucchio hanno venduto o regalato il loro lavoro, qualificato o meno che fosse. Sì, tutti sapevano degli scheletri e facevano finta di niente, ma scrivere per una testata storica appaga l’ego e favorisce “la carriera”; non è magari bello ma è umano, e sì, posso dire di capirli, ma ammetto di avere poco fa idealmente inalberato un bel dito medio a uno solo di costoro, uno di quei leccaculo opportunisti che di sicuro riapparirà da qualche altra parte perché l’erba cattiva non muore mai ma intanto, excuse my french, suca forte.
Voltiamo pagina. Mi è capitato di leggere da varie parti generici attestati di dispiacere perché ogni rivista che chiude è una sconfitta per la cultura (o, almeno, una certa cultura), e più o meno sono d’accordo. Va però rimarcato che “Il Mucchio” non ci ha salutati per difficoltà economiche legate al basso numero di acquirenti e alle scarse inserzioni pubblicitarie; ok, se la passava un po’ peggio della diretta concorrenza ma non così tanto peggio, e magari tirando la cinghia avrebbe resistito ancora. La chiusura è invece figlia degli strascichi giudiziari connessi alla lite sanguinosissima tra due ex soci di una cooperativa un po’ sui generis, quegli stessi due soci che per molti anni si sono assegnati stipendi e benefit principeschi (leggere qui e qui, ma cercando un po’ in Rete salta fuori di tutto e di più) grazie ai contributi statali. Apprendere che per uno dei due la faccenda non è finita qui, e che i tribunali avranno altro lavoro mi fa sperare in ulteriori gioie; e non ditemi che sono cattivo, no… è solo profondamente giusto che sia così.
Rileggo quello che ho scritto finora e mi rendo conto di aver lasciato trasparire sentimenti che non mi fanno onore; pazienza, non credo che ritornerò sull’argomento e quindi non modifico le riflessioni a caldo. Mi astengo inoltre dal commentare alcune amenità presenti nella lettera di addio perché non voglio infierire ulteriormente, dicendo solo che addossare la responsabilità della chiusura all’ex direttore e al Tribunale brutto e cattivo è probabilmente l’ennesima furbata per suscitare compassione, come nell’ormai famosa campagna di salvataggio “Io sto nel Mucchio” per la quale – ingenuo e idiota che sono – misi pure la faccia. Cali allora il sipario sul “Mucchio Selvaggio”, quel sipario che sarebbe dovuto scendere un bel po’ di tempo fa, augurandosi che dopo la lunga e penosa agonia il caro estinto riposi finalmente in pace. Addio Mucchio Selvaggio, anche se – al di là del riferimento a un film magnifico – il tuo nome mi è sempre parso brutto e inadatto, ti ho amato alla follia.

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Paolo De Bernardin

I nostri percorsi professionali si sono incrociati di rado e questo ha inevitabilmente avuto ripercussioni sui rapporti personali, mai approfonditi sul serio; anche quando facevamo parte della stessa squadra di “Stereonotte”, tardi anni ’90, lui trasmetteva nei weekend e io dal lunedì al venerdì, e si interagiva solo alle riunioni redazionali. La presenza di Paolo come conduttore radiofonico, giornalista e divulgatore di buona musica era comunque di gran peso: in quarant’anni e oltre di carriera ne ha combinate un’infinità, sempre belle e interessanti e autorevoli, e gli appassionati che grazie al suo lavoro hanno ampliato la loro cultura e i loro orizzonti saranno assai numerosi. Di lui ricordo soprattutto la garbata fermezza con la quale portava avanti le sue tesi su questo o quell’artista e l’entusiasmo con cui raccontava di quelle che più lo aveva colpito; memorie che mi tengo ben strette, con la triste consapevolezza che non si potranno purtroppo arricchire. Ciao, Paolo.

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Giancarlo Susanna, 1951-2018

Ancora una volta sono qui per ricordare una persona cara che non c’è più. Giancarlo se n’è andato, ucciso lentamente ma inesorabilmente da una tremenda malattia che lo affliggeva da anni, lasciando tanti bei ricordi di sé a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incrociarlo. Lui era un vero innamorato della “nostra” musica, sulla quale possedeva competenze ampie e non limitate a un unico settore, e per tutta la vita si è dedicato alla sua divulgazione tramite la carta stampata e la radio. Era un giornalista meticoloso e attento, oltretutto con una grande etica; scriveva bene, con uno stile pulito e autorevole, e quando era al microfono – qualcuno lo ricorderà a “Stereonotte” o “Un certo discorso” – sapeva coinvolgere emotivamente, al di là della musica sempre ottima che trasmetteva. Nel suo lavoro avrebbe di sicuro potuto fare più del molto che comunque ha fatto, se solo avesse voluto scendere a patti con il suo rigore, con quella quasi-inflessibilità che gli impediva di coltivare rapporti di convenienza, magari ingoiando qualche rospo; perché Giancarlo era serio, onesto e gentile, e pretendeva – cosa difficile, nella società odierna – di essere ripagato con la stessa moneta, e se ciò non accadeva… addio.
Potrei raccontare decine di aneddoti che si sono accumulati nella mia memoria in circa tre decenni di rapporti, dato che con Giancarlo ho avuto il piacere di condividere qualcosa che penso si possa definire amicizia oltre a lunghi tratti del mio cammino professionale. Non sarebbe però opportuno e dunque preferisco tenerli per me, ripercorrendoli mentre rileggo alcune delle numerose mail che ci siamo scambiati e mi dolgo del fatto che da una manciata di anni ci eravamo persi di vista, senza nessuna vera ragione, come purtroppo spesso accade in questo mondo dove tutti corriamo. In molti casi, come criceti sulla ruota.
Ciao, Giancarlo. Grazie per tutto quello che mi hai dato, a livello di suggerimenti musicali e di lezioni di integrità. Questa è per te.

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Mario De Luigi (1944-2018)

Ho trovato la triste notizia ieri notte, nella posta, dopo una giornata trascorsa fuori, e sono rimasto senza parole. Con Mario ci si conosceva da decenni, senza frequentazioni per via degli ostacoli geografici ma con simpatia e stima reciproca. In tempi recenti i rapporti si erano fatti più stretti, per via dell’Archivio di “Musica e Dischi” che è stato ed è fondamentale per il mio spazio a RAI Isoradio, per un bell’incontro all’ultimo MEI con lui, Guido Racca e Zibba a parlare di classifiche e per la ben nota vicenda delle dimissioni dalla giuria delle Targhe Tenco, argomento sul quale nell’ultimo anno ci siamo più volte confrontati correttamente, amichevolmente, affettuosamente. Pochi giorni fa mi aveva contattato per interposta persona, perché non stava bene e non aveva voce; pensavo fosse una sciocchezza, e invece se ne stava andando.
Nell’ambiente della musica tutti conoscevano il Mario De Luigi giornalista e studioso, che a tutti mancherà. A me e a tanti altri mancherà pure la persona gentile ma determinata, colta e attenta, con la quale scambiare idee e dalla quale ascoltare e imparare, perché ne aveva viste tantissime. Per quanto mi riguarda, da lui ho ricevuto solo gentilezze, che spero di avere adeguatamente contraccambiato. Ciao Mario, non ti dimenticherò.

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Cartoline dal M.E.I.

Il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza esiste con questa denominazione dal 1997, e in tutti questi anni e con tutti i suoi aggiustamenti di rotta è stato un appuntamento fondamentale per la musica italiana cosiddetta alternativa. Poi, certo, sono il primo ad ammettere che il tutto potrebbe essere gestito in modo più ordinato/selettivo e meno, come dire?, “ecumenico”, ma per sopravvivere una manifestazione (gratuita) così grande è obbligata al classico “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Penso comunque che l’esistenza del Meeting rimanga per mille ragioni un bene ed è per per questo motivo che regolamente mi presto a sostenerne varie iniziative; da “fiancheggiatore” esterno, perché non ho mai avuto né mai avrò la vocazione del promoter.
Per quanto riguarda l’edizione 2017, ho fatto essenzialmente quattro cose, tutte in modo diverso gratificanti, e mi pare sensato darne comunicazione qui. La prima è stata ritirare la “Targa MEI Musicletter”, per il miglior blog personale, come già era accaduto nel 2014. Eccomi qui mentre la ricevo dalle mani del responsabile, Luca D’Ambrosio, nella Sala Bigari del Palazzo Comunale di Faenza.
La seconda è stata moderare un interessante incontro su come funzionano le classifiche di “vendita” (virgolette doverose) e soprattutto sul loro senso, alla Galleria della Molinella. Qui sono al tavolo assieme al Direttore di “Musica e Dischi” Mario De Luigi, all’esperto di classifiche Guido Racca e al cantautore Zibba.
Alla sera di sabato 30 settembre, nella sempre splendida cornice del Teatro Masini, ho consegnato a Brunori SAS il “PIMI 2017” – il PIMI è il premio ufficiale della musica indipendente italiana, da me curato assieme a Giordano Sangiorgi del M.E.I. – quale “artista indipendente italiano dell’anno”.
Domenica 1° ottobre, nella Sala del Consiglio Comunale, ho infine intrattenuto un paio di decine di colleghi e qualche curioso con una relazione sul tema “Giornalismo musicale: professione, o solo hobby?”, nell’ambito di un corso di formazione professionale all’interno del Forum del Giornalismo coordinato da Enrico Deregibus.
Grazie di cuore a tutti coloro con i quali ho condiviso queste ennesime, belle esperienze e naturalmente a quelli che mi hanno consentito di viverle.

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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Ciao, Tenco, ciao

Non ricordo proprio, quando ho iniziato a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco, ma a braccio direi dai primi ’90. Mi chiamò, ovviamente, Enrico De Angelis, che per decenni ha rivestito il ruolo non sempre comodo di direttore artistico; non ho problemi a dire che, nel mio ambiente, è tra quelli che stimo di più, per qualità professionali e umane oltre che per l’assoluta dedizione alla causa della musica giusta/alta. Per tanto tempo ho consegnato ogni anno le mie ponderate votazioni, cogliendo spesso l’occasione per segnalare a Enrico piccole cose che non mi tornavano e per proporre possibili correttivi; chi mi conosce lo sa, alla musica tengo sul serio, e se c’è da far bene qualcosa, non esito a dedicarmici. In quest’ottica, nel 2014 ho accettato di far parte di una ristretta commissione – venti persone in tutto – che aveva il compito di preselezionare la valanga di uscite allo scopo di redigere una lista di “votabili” da sottoporre poi alla giuria vera e propria, quella composta da circa duecento votanti; un lavoraccio, per il quale non ho mai visto (né chiesto) un euro, che mi ha costretto ad ascoltare una folle quantità di materiale prescindibilissimo (e, a volte, autentica immondizia) per limitare l’eccessiva dispersione di voti. Credo che, con tutti i colleghi che si sono via via avvicendati (la commissione prevedeva alcuni elementi fissi, con altri che cambiavano), abbiamo fatto un buon lavoro, nell’interesse della musica e della credibilità del Tenco; e senza nemmeno un qualche tipo di ritorno in termini di “gloria” (virgolette d’obbligo), dato che i nomi dei commissari erano pressoché ignoti all’esterno, onde evitare rotture di palle superiori a quelle che già si subivano. Nelle ultime tre edizioni, ho dunque ascoltato e vagliato oltre 1.500 titoli, scambiato centinaia di mail con i colleghi, stilato liste, suggerito ascolti, fatto ricerche per capire se un disco avesse i requisiti tecnici (la musica non c’entra, sono questioni oggettive; chi volesse capire meglio, vada a leggersi il regolamento delle Targhe).
L’anno scorso, per la prima volta, sono anche andato alle serate delle premiazioni, a Sanremo (tutto a mie spese: lo sottolineo non per sostenere implicitamente la tesi che mi fosse dovuto qualcosa, ma solo per stroncare in partenza gli eventuali cerebrolesi che potrebbero parlare di “vacanza pagata in Liguria”); è stato bellissimo esserci ed è stato splendido poter consegnare un meritatissimo Premio Tenco all’amato Stan Ridgway. Credevo sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di trasferte lassù, ma a breve è arrivata la doccia fredda: Enrico De Angelis dimissionario, per impossibilità di continuare a lavorare degnamente, assieme alla sua preziosissima “spalla” Annino La Posta e ad altri membri del direttivo, l’ufficio stampa non riassegnato all’ottimo Enrico Deregibus, il nuovo direttore artistico Sergio Secondiano Sacchi – che non ho mai incontrato, ma per il quale ho sempre nutrito rispetto in virtù di un’attività di notevole livello – a rilasciare preoccupanti (per me e non solo) dichiarazioni sul futuro, le motivazioni delle dimissioni di De Angelis. Ho atteso per alcuni mesi l’evolversi della situazione, ma quanto accaduto ha superato le mie peggiori aspettative: nessun comunicato sulle iniziative del Club Tenco da parte del nuovo ufficio stampa, la Commissione di cui sopra cancellata senza una parola, la richiesta di partecipare “alla prima votazione” pervenuta con notevole anticipo rispetto alla consuetudine con tutto ciò che questo comporta, dimissioni di giurati illustri (e chissà quante altre ce ne saranno…) come Fausto Pirito ed Elisabetta Malantrucco.
In sintesi: vista la situazione, ho deciso di abbandonare la giuria. Fregherà a pochi, forse a nessuno, ma non voglio continuare ad associare il mio nome a qualcosa che non so cosa bene sia, che non so quanto voglia essere fedele alla “missione” – quella del sostegno e della propaganda della musica d’autore, affinché essa emerga e non rimanga costantemente affossata dai soliti nomi arcinoti. Non so se sia vero, ma circola la voce che l’obiettivo primario sia “riempire il Teatro Ariston”, e il pensiero mi turba. È il Club Tenco o il Club Ramazzotti? Prima era diverso: non conoscevo tutti i dettagli, certo, ma mi sentivo totalmente garantito dalla presenza di Enrico De Angelis. Ora, invece, nessuno ha avuto il buon senso/gusto di cercare un contatto o quantomeno comunicare a tutti noi le novità; è evidente che la considerazione per il nostro lavoro di giurati è nulla, e che tutta quella sfilza di nomi serve soltanto a conferire autorevolezza all’assegnazione delle Targhe. È scontato che la mia assenza non renderà tutto, in apparenza, meno autorevole, ma dato che per onestà intellettuale non me la sento di prender parte alle votazioni, ci tengo che il circo della musica italiana sappia che con le Targhe Tenco 2017 non avrò nulla a che spartire. Il Tenco non ha di sicuro bisogno di me, ma nemmeno io ho bisogno del Tenco. Cioè, di questo Tenco.

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Il post numero mille

Mica lo so, cosa sarebbe “giusto” scrivere in un’occasione del genere. C’ho riflettuto su per qualche mese, ogni volta che notavo il counter avvicinarsi sempre più alla fatidica cifra, ma non ho avuto alcuna illuminazione: qualsiasi idea mi sembrava troppo sciocca o troppo complicata. E allora, dato che non posso tener bloccato il blog in attesa di un “eureka” che magari non arriverebbe, me la gioco in modo semplice, ricordando tappe per me significative di questo percorso avviato ormai quattro anni e (quasi) quattro mesi fa; lo so, è autoreferenziale, ma se non ve ne frega nulla smettete di leggere. A chi è rimasto, buon divertimento seguendo i link.

Il primo post vero e proprio, dopo quello in cui annunciavo il varo del blog, venne pubblicato il 10 gennaio del 2013, e conteneva le mie prime due recensioni in assoluto, apparse sulla stampa nel luglio del 1979.

In questi cinquantadue mesi, il post più letto in assoluto è stato questo, relativo alle mie burrascose dimissioni dal Mucchio.

I tre meno letti sono stati invece questo, questo e questo, e vedendo i nomi degli artisti trattati ammetto che, cari lettori, mi verrebbe da mandarvi (cordialmente) un po’ affanculo.

Delle tante interviste qui disponibili, il maggior numero di visualizzazioni è finora toccato a questa a Elio e le Storie Tese, lodata apertamente e più volte linkata da loro stessi.

Il numero minore di “click”, invece, è stato per questa agli White Stripes periodo White Blood Cells, e mi sembra davvero assurdo.

La recensione più letta? Questa qui, su un libro di Piero Scaruffi. Voi che dite, c’è da esserne lieti o da deprimersi?

Il post più “de core” è questo scritto appositamente per il primo compleanno de “L’ultima Thule”.

Quello che più mi rappresenta, anche se non va preso come Vangelo, sulle mie 31 canzoni della vita.

Quello che vorrei fosse letto proprio da tutti, anche se l’argomento è triste: il mio necrologio per Syd Barrett.

Il post che più mi ha divertito approntare è questo relativo all’Indiesfiga, tema sul quale mi sono ripromesso di ritornare. Ma magari anche no.

Direi che posso fermarmi qui, ricordando solo che con la funzione “Search” in alto a sinistra potrete sapere cosa ho eventualmente recuperato dei miei scritti a proposito dei vostri artisti preferiti.

Grazie a tutti voi che, leggendolo e consultandolo, date un senso all’esistenza de “L’ultima Thule”.

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Ho fatto l’attore

Non posso dire che sia la prima volta, dato che ho interpretato piccoli ruoli in alcuni videoclip (una decina di anni fa mi era anche passata per la mente un’idea assurda che ho avuto il buon gusto di archiviare: essere in cinquanta videoclip prima del cinquantesimo compleanno), ma in questo caso si è trattato di una recitazione vera e propria, anche se agevolata dal fatto che dovevo indossare i panni di… me stesso. È accaduto nel 2015 e il progetto “Bye Bye Radio” – organizzato da alcuni componenti dello staff di Radio Bombay di Perugia – sembrava essere stato ormai abbandonato; invece, anche con mia sorpresa, l’idea di una web serie dedicata al mondo della musica italiana cosiddetta alternativa è stata ritirata fuori dal cassetto. Ecco così che l’unica puntata finora girata, della quale sono co-protagonista assieme ai Fast Animals And Slow Kids, è in circolazione, intitolata “Quando non sei Federico Guglielmi”.
Chiaramente (in caso contrario, non mi sarei prestato), tutto è corre sul filo dell’ironia e dell’autoironia. Prender parte alla cosa, lo ammetto, mi ha divertito assai, e nulla mi importa se qualcuno penserà che sono un cretino; almeno per certi aspetti, è vero.
Qui il link alla pagina “di lancio” di Fanpage, nella quale c’è ovviamente il link alla puntata (che dura cinque minuti e mezzo)

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Luxfero

È inutile piangere sul latte versato, ma i Luxfero furono un’occasione mancata; se avessero realizzato un disco a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, quando erano uno dei nomi di punta della Roma underground, oggi sarebbero ricordati molto, molto di più. Il vinile, con materiale d’epoca, si fece invece aspettare fino al 2010, e per me fu un vero piacere scriverne le note di presentazione per il retrocopertina.

Nel foglio sul quale elenco tutti i concerti ai quali ho avuto il piacere (o il dispiacere) di assistere dal giurassico 1974 a ora il nome Luxfero figura nel 1983 e nel 1985, ma nella mia memoria è rimasta impressa – indelebilmente, è ormai lecito supporre – una band diversa. Quelli scolpiti nella Storia sono infatti i Luxfero dai connotati punk (e post-punk) che all’inizio del 1980 avevano infiammato la platea del “1° Festival Rock Italiano”, patrocinato dalla rivista “Ciao 2001” e ospitato in origine dal Cinema Teatro Palazzo e quindi dal Cinema Teatro Espero di Via Nomentana (oggi, ahinoi, sala bingo): un momento-cardine per un circuito punk capitolino decisamente sommerso a causa dei pochi club dove esibirsi, del numero piuttosto ridotto di gruppi degni di tal nome e della scarsissima documentazione discografica (solo l’album degli Elektroshock, edito dalla Numero Uno/RCA), risultato del generale clima di diffidenza che avvolgeva non solo la nostra piccola e provinciale blank generation ma pure i suoi ispiratori d’oltremanica e d’oltroceano. La disinformazione autoctona, del resto, dipingeva i punk come fascisti, violenti e inetti sul piano musicale, e dunque perché il pubblico degli appassionati avrebbe dovuto appoggiarli? Continua a leggere

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Quell’8 gennaio del 1977

Come sapete, ogni tanto mi concedo qualche post per parlare di me, anche se sempre in relazione al mio lavoro e alla musica. Questo, che è pure un po’ lunghetto, appartiene alla categoria, e dunque è autoreferenziale; se la cosa è per voi irritante, potete tranquillamente fare a meno di leggerlo. Io, però, non potevo fare a meno di scriverlo. Ah, dimenticavo… se qualcuno si domandasse come sia possibile che date e dati siano così precisi, sappia che dal 1976 ho la mania di annotare, a grandissime linee, quello che faccio ogni giorno, tutti i giorni; ogni tanto qualcosa sfugge, ma per quanto concerne le vicende qui esposte per fortuna non è accaduto.
radio-five-fotoCi sarebbero tanti piccoli e grandi dettagli da raccontare e magari nel 2027 – sempre che riesca ad arrivarci – lo farò pure in una sorta di autobiografia musicale, ma per adesso accontentavi di questo breve amarcord. Nel primo pomeriggio di sabato 8 gennaio 1977 bussai alla porta di Radio Five, una delle numerose, piccole emittenti spuntate fuori come funghi a partire da quel glorioso 1975 in cui le frequenze FM erano state liberalizzate; nel mio quartiere, situato su una collina, abbondavano, perché se gli impianti di trasmissione erano situati in alto il segnale si propagava in modo più capillare per la città. Continua a leggere

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3 aprile 1982

Logo_Rai_1982Non ricordo se l’ho mai detto, ma dal 1976 compilo un diario di quello che faccio. Non è dettagliato a livelli maniacali, nel senso che se vado allo stadio scrivo solo “allo stadio” e non anche di che partita si trattava e com’è finita, e che se in un pomeriggio casalingo scendo per un quarto d’ora al bar o vado dal giornalaio non scrivo “bar” o “giornalaio”, ma è un riepilogo piuttosto preciso delle mie principali attività. Non so davvero come e perché, a nemmeno sedici anni, mi è venuta l’idea… so solo che ho cominciato ed è diventata un’abitudine che mi porto dietro ancora oggi. E che si è rivelata, a posteriori, più volte utilissima per ricordare eventi e situazioni tipo concerti visti, dischi acquistati, incontri, playlist radiofoniche. Fino ai primi ’90, tutto è annotato su classiche agende – dagli ’80 in poi, due per anno: una per la vita privata, una per le questioni professionali e musicali – alle quali talvolta mi capita di metter mano per bizzarre ma necessarie ricerche.
Beh, fino a pochi giorni fa, se qualcuno mi avesse chiesto quando ho trasmesso per la prima volta in RAI avrei risposto “primi mesi del 1983, con un programma chiamato Master Under 18”. E avrei clamorosamente sbagliato, come mi ha rivelato un’agenda del 1982. Innanzitutto, perché il ciclo di “Master Under 18” è iniziato prima (2 novembre 1982), ma soprattutto perché il mio esordio dai microfoni della Radio di Stato, più precisamente Radiouno, avvenne sabato 3 aprile 1982, con uno spazio del quale – strano, ma vero – ho in memoria solo qualche flash. La famosa agenda mi dice che era un programma di due sole puntate, nel quale affiancavo un conduttore ben più anziano di me, Beppe Chierici. Andò in onda il 3 dalle 13,40 alle 14,30 e il 10 dalle 13,30 alle 15,00, e da quanto sono riuscito a ricostruire, voleva essere una sorta di viaggio esplicativo e senza pretese di esaustività su come, nella musica “dei giovani” di quel periodo, si affrontassero i temi dell’amore, dell’antimilitarismo, della religione e della solitudine, più un quinto che non saprei dirvi perché non riesco a capire che accidenti ho scritto (true story). Sono certo che l’idea di fondo del programma non fosse mia, così come non ho dubbi sul fatto che la selezione delle canzoni lo fosse al 100%. Fatico a credere che nel 1982, all’ora di pranzo del sabato, su Radiouno mi fosse consentito di presentare quello che potete leggere qui sotto, ma… è successo. E ne vado fiero.

Effetto Giovani 3/4/1982
Stranglers – Pin Up
Joy Division – Love Will Tear Us Apart
Germs – The Other Newest One
T.S.O.L. – Die For Me
Red Rockers – Dead Heroes
Spizz Energi – Soldier Soldier
Discharge – Massacre Of Innocence

Effetto Giovani 10/4/1982
Dead Kennedys – Religious Vomit
John Foxx – Pater Noster
Public Image Ltd – Religion 2
Joy Division – Disorder
Siouxsie & The Banshees – The Staircase
Sex Pistols – Problems
The Sound – I Can’t Escape Myself
Circle Jerks – Don’t Care/Live Fast Die Young
Dead Boys – 3rd Generation Nation
Avengers – We Are The One
Nuns – World War III

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Gianmaria Testa (1958-2016)

GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011

Si sapeva da tempo che non stava bene, ma speravo tanto che ce la facesse, che la malattia bastarda si sarebbe alla fine convinta che un artista così sensibile, e una persona così garbata e per bene, meritasse altro tempo da trascorrere su questa terra. La notizia della sua scomparsa, poco fa, mi è arrivata addosso come un treno, uno di quelli che lui per anni ha governato da capostazione, quando ancora la sua carriera di cantautore era “a mezzo servizio”. Questo perché Gianmaria, per me, non era “solo“ un musicista ascoltato su disco e in concerto, ma uno di quelli che avevo conosciuto e intervistato più volte (ricordo in particolare una chiacchierata durata ore per un “dossier” del Mucchio Extra), apprezzandone anche le doti umane. Scrivere altro sarebbe al momento pesantissimo, e allora me ne astengo. Recupero però una mia recensione del suo ultimo album, un doppio CD+DVD dal vivo che consiglio caldamente. Un caro abbraccio, Gianmaria. 

Grafica1.CDRMen At Work (Incipit)
Per tutta la fase iniziale di una carriera oltretutto avviata in età non proprio verde (era trentasettenne ai tempi dell’esordio discografico, nel 1995), Gianmaria Testa riscuoteva più consensi all’estero – specie al di là delle Alpi – che in patria. Una situazione che da un pezzo è cambiata, tanto che adesso non sono in pochi a vedere nell’artista piemontese, in primis per i suoi meriti ma in seconda battuta anche a causa dei ritiri (e delle scomparse…) di parecchi protagonisti storici, il più accreditato alfiere della classica canzone d’autore italiana. Lui, schivo di natura, naturalmente minimizza, ma il suo impeccabile percorso non gli lascia scampo. E questo doppio album dal vivo non si fa sfuggire l’opportunità di rimarcarlo.
Confezionato legando assieme come se si trattasse di uno stesso concerto episodi estratti da varie esibizioni tenute fra Austria e Lussemburgo nel febbraio 2013, e soprattutto Germania esattamente un anno prima, Men At Work non è un live spoglio come il Solo dal vivo del 2009. Gianmaria Testa è infatti accompagnato da una brillante band elettroacustica di tre elementi (chitarre, basso/contrabbasso, batteria) che conferisce alle sue canzoni una veste nuova, sempre sostanzialmente sobria ma ricca di colori che sottolineano la forza espressiva dei versi e delle melodie. Da citare in particolare una Cordiali saluti da brividi (il tema affrontato è il licenziamento), ma nessuno dei ventitré brani dei due compact – tutti già noti, eccetto l’appassionata cover di Hotel Supramonte di Fabrizio De André – è meno che riuscito. Completa l’ottima operazione un bel DVD con le riprese di una serata dello scorso luglio a Torino (peccato solo che manchi il menù per selezionare le singole tracce), il tutto racchiuso in un’elegante scatolina di cartone che, scelta concettuale e non solo estetica, richiama l’idea di un “artigianato di qualità”.
Tratto da AudioReview n.348 del novembre/dicembre 2013

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Roberto Perciballi, 1964-2016

Roberto PerciballiNon ci penso proprio, a scrivere un vero articolo commemorativo, di quelli dove ti sforzi di trovare le parole più adatte e di impostare il discorso “in un certo modo”. In momenti così, chi se ne frega della forma. Qui voglio solo salutare, a caldo e sinceramente addolorato, una bella persona che se n’è andata, ancora giovane, colpita da infarto. Una persona che conoscevo da trentacinque anni e che ho avuto modo di apprezzare in più vesti: frontman dei Bloody Riot, titolari del primo autentico disco punk mai pubblicato nella nostra Roma; artista fuori dagli schemi, in più ambiti espressivi; scrittore, con un libro appassionato e illuminante chiamato Come se nulla fosse in cui ha raccontato la sua storia e le sue storie; uomo, con il suo carattere spigoloso – come la foto qui proposta, che a lui tanto piaceva – dietro il quale si nascondevano un animo puro e una grande disponibilità.
Era uno di quelli che “ci credevano”, Roberto. Uno che ci ha sempre creduto. E uno di quelli che soffriva, senza arrendersi, nel confronto con una quotidianità spesso spietata. Mancherà a tutti coloro che gli volevano bene e mancherà soprattutto alle sue due figlie, che non ho mai incontrato ma che abbraccio idealmente. Un giorno di merda, questo 20 marzo. Ciao, Roberto.

Bloody Riot live

Qui alcune delle cose che ho scritto sui Bloody Riot.

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Il mio amico Toffolo

La settimana scorsa, e quindi l’11 marzo (per via della regola, della quale continua a sfuggirmi il senso, in base alla quale i dischi vengono pubblicati solo il venerdì), è uscito “Inumani”, il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ne ho scritto su “AudioReview” di marzo e chi fosse eventualmente interessato a leggere la recensione potrebbe farlo solo lì, poiché non mi pare che i “ragazzi” l’abbiano condivisa da qualche parte. E dato che qui sul blog ho già recuperato un’intervista storica, quella che diciassette anni fa accompagnò la prima copertina in assoluto dedicata alla band da una rivista, estraggo dal cassetto della memoria una vecchia faccenda che mi è tornata in mente quando, durante una delle mie ricerche in archivio, è saltata fuori questa illustrazione.

Toffolo ok

Faccio una breve premessa: quanto segue è una questione, in pratica, “privata”, e quindi chi continuasse la lettura a dispetto dell’avvertimento non ha il diritto di rompermi le palle con eventuali “che mi frega?”. Ecco allora la storia. All’inizio degli anni zero, Davide Toffolo realizzava per il Mucchio al tempo settimanale – dove ero responsabile di vari spazi – una striscia a sua cura, “Tre Allegri Ragazzi Morti Show”. Non so se fosse una esclusiva, mi sembra di sì, ma non è importante… a contare è che fosse una cosa carina. Fatto sta che, un giorno, arrivò il doppio disegno di cui sopra, “risposta” di Davide a una mia recensione non troppo positiva di un album del suo gruppo. Ci rimasi male e chiesi all’editore di evitare la pubblicazione. Fui accontentato, ma con il senno di poi penso di aver commesso un errore; sì, venivo perculato e per ragioni a mio avviso pretestuose, ma ci poteva stare. Fra l’altro, a breve Davide interruppe la collaborazione. Non so se la striscia incriminata sia poi apparsa altrove o sia invece rimasta inedita, almeno nella sua veste originaria (mi è capitato di vederne una versione differente), ma negli ultimi anni ho incontrato El Tofo un sacco di volte, il rapporto è del tutto cordiale e di questo episodio non mi pare si sia mai parlato. Comunque, ecco, con il recupero del disegno vorrei rimediare alla mia “censura” di una quindicina di anni fa, figlia del prendere a volte troppo sul serio non tanto me stesso – dai, chi fa circolare liberamente una foto come questa è per forza dotato di un certo senso dell’autoironia – quanto tutto quello che gira attorno alla mia professione. È andata così, oggi ci rido sopra. Cosa che sicuramente farà anche Davide, quando e se leggerà queste righe. Bacini e rock’n’roll!

 

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Tutti (?) i miei sbagli

Avviso: questo è un post autoreferenziale del tutto privo di motivi di interesse per chiunque non segua il mio lavoro o se ne infischi (anche giustamente, eh) delle dietrologie del giornalismo musicale. Il titolo non si riferisce al famoso brano dei Subsonica ma a qualcosa di personale, anche se il “tutti” non può essere interpretato letteralmente. Insomma, l’idea è dichiarare un tot delle boiate che mi è capitato di scrivere dal 1979 ai giorni nostri; “boiate” come a dire “vaccate”, “errori”, appunto “sbagli”. Dunque, non giudizi che il tempo ha modificato o strafalcioni grammaticali e sintattici (me ne sarà pure scappato qualcuno, ma elencarli sarebbe assai sterile): proprio autentiche fesserie derivate da fonti non corrette, distrazione, convinzioni sballate, momenti di confusione, lapsus, eccetera. Cose che di norma si tende a seppellire sperando non vengano mai alla luce e che, invece, ho tirato fuori per riderci su assieme; non sono felice di averle scritte, ci mancherebbe, ma le accolgo come inevitabile effetto collaterale del mio lavoro e non ho remore a metterle in piazza, sia perché rispetto alla quantità di quello che ho pubblicato sono davvero pochine, sia perché – contrariamente a quanto afferma gente che cerca di screditarmi o che non mi conosce bene – credo di possedere un buon senso dell’ironia e dell’autoironia. Ah, quasi dimenticavo: quando possibile, ho spiegato cosa abbia causato lo svarione; non per giustificarmi, ma solo per illustrare retroscena della mia professione che nessuno fuori dal giro potrebbe forse immaginare. Sono solo sette, come i Peccati Capitali, ma certamente in futuro ne salterà fuori qualcun altro.
Tutti i miei sbagliQuello che mi fece incazzare di più
Pearl Jam. Nella scheda di No Code, inserita nell’articolo sui “100 album fondamentali” degli anni ’90 pubblicato sul n.1 (Inverno 2001) del Mucchio Extra, si può leggere “senza ovviamente trascurare le ballate passionali e avvolgenti (Corduroy, Better Man, Immortality)”; e tutti sanno che i tre brani sono contenuti nell’album precedente della band di Seattle, Vitalogy. È successo che in origine avevo scritto di Vitalogy ma poi, riflettendoci ancora su, ho pensato che No Code sarebbe stato più adatto; la scheda si prestava ad essere “riadattata” e così ho fatto, dimenticandomi però di sostituire con “Red Mosquito, Around The Bend, Present Tense e la più energica Mankind” i titoli in parentesi. Nel libro dei “500 dischi”, approntato non molto tempo dopo, l’errore è stato corretto, ma quando nel 2012 – con la faccenda ormai rimossa dalla memoria – mi sono dedicato a quello dei “1000 dischi”, ho tragicamente ripreso il file vecchio; e così, nella prima tiratura dei “1000 dischi” (solo in quella, per fortuna), lo scempio è stato rinnovato.

Quello più bislacco
Vinicio Capossela. Quando lo intervistai per il dossier apparso sul Mucchio Extra n.10 (Estate 2003), poi ripreso nel libro Voci d’autore, il cantautore mi raccontò che le radici della sua famiglia erano “nella valle dell’Ofanto”. All’epoca, che il padre fosse di Calitri e la mamma di Andretta non era scritto davvero da nessuna parte e così, dato che il fiume Ofanto sfocia nell’Adriatico e attraversa per un bel tratto la Puglia, non sapendo dell’esistenza di una zona dell’Irpinia chiamata proprio “Valle dell’Ofanto”, interpretai quel “valle” come “parte terminale”. Righe più sotto, volendo giocare sui luoghi di origine, di nascita e di crescita di Vinicio, lo definii “pugliese di Germania che il Fato ha trapiantato in Emilia”. Adesso, ogni volta che mi capita di pensare alla Puglia che tanto amo, nella mente si materializza la storia del “pugliese di Germania”.

Quello che tutto sommato mi fa sorridere
Red Temple Spirits. Numero 17 di “Velvet” del febbraio 1990, recensione del secondo LP dei magnifici Red Temple Spirits, If Tomorrow I Were Living For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More. Sì, c’è proprio scritto “il magnetismo del canto della sacerdotessa Dallas Taylor”. Peccato che nella band californiana ci fossero solo uomini e che Dallas Taylor ne fosse il chitarrista (alla voce c’era William Faircloth); vero che nelle fotocomposizioni succedeva di tutto e di più, dato che i testi dattiloscritti si consegnavano all’apposito service – i computer privati ancora non erano molto diffusi – dov’erano ribattuti da persone che badavano alla velocità e non alla precisione, per poi essere corretti in bozza, ma sarei tuttora curiosissimo di sapere come andò.

Quello che… vai a capire
Hüsker Dü. Nel 1994 la Warner Bros pubblicò un live postumo del trio di Minneapolis, The Living End, di cui mi occupai su “Rumore” (era il n.47). Nella recensione si legge: “con le cover di You Keep Me Hanging On di Holland/Dozier/Holland e Sheena Is A Punk Rocker dei Ramones”. OK per i Ramones, ma l’altra manca; nella scaletta c’è invece Keep Hanging On, un famoso pezzo (a firma Grant Hart) degli stessi Hüsker Dü, ma tenderei a escludere di aver scambiato Keep Hanging On per You Keep Me Hanging On. Ricordo comunque di aver ricevuto, al tempo, una lettera di un “hater” (sì, esistevano anche prima della posta elettronica) che mi dava dell’ignorante, dell’incompente e del cretino, e che una spiegazione più o meno logica avevo pure saputo dargliela, ma oltre vent’anni dopo ricordare è arduo.

Quello più assurdo
The Clash. Nel n.93 di “Rockerilla”, maggio 1988, scrissi una monografia dei Clash, gruppo che – comprensibilmente: il punk storico è la mia prima “specializzazione” – conosco più che bene. Ciò non mi impedì di collocare l’allontanamento di Mick Jones (settembre 1983) prima di quello di Topper Headon (maggio 1982); come sia potuto incorrere in una topica così grossolana, specie trattandosi di una band della cui storia si sapeva praticamente tutto, rimarrà per sempre ignoto.

Quello quasi invisibile
Dave Provost. Nel n.77 del Mucchio, giugno 1984, scrivendo dei Dream Syndicate, spesi due parole sulla loro line-up più recente, quella con “Dave Provost (ex Distorted Levels) al posto della dimissionaria Kendra Smith”. I Distorted Levels non avevano però alcuna relazione con Provost (proveniente dai Droogs), ma erano il gruppo in cui aveva militato Greg Prevost, poi Chesterfield Kings e, tra l’altro, cantante e non bassista. Colpa dell’assonanza dei cognomi? Probabile. Ma perché abbia citato i Distorted Leves, che non conosceva nessuno e avevano all’attivo un unico, oscurissimo 45 giri, invece dei ben più noti Chesterfield Kings, rimane un beato mistero.

Quello che mi perdono
My Bloody Valentine. Nel 1985 recensii in breve sul Mucchio il mini d’esordio This Is Your Bloody Valentine, attribuendo a Kevin Shields e soci nazionalità tedesca. Avevo acquistato il disco appena uscito in un negozio, della band non avevo letto nulla da nessuna parte né si trovavano informazioni, l’etichetta era di Berlino, i brani erano stati incisi lì e dei musicisti erano riportati, almeno accanto ai relativi strumenti, solo i nomi di battesimo. Il dubbio che potessero essere originari di un’altra nazione non mi sfiorò neppure, credo.

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Quando uccisi Gianluca Picardi

Avviso a chi stesse cominciando la lettura: questo è un post altamente autoreferenziale e se vogliamo sciocco, per cui… se siete interessati solo a cose serie, passate oltre. Si tratta comunque di qualcosa di legato al mio vissuto professionale, che una volta riscoperto per puro caso mi ha fatto sorridere. Spiegazione doverosa. Per un periodo nemmeno tanto breve, dall‘aprile del 1996 al dicembre del 1998, ho utilizzato per la prima e unica volta uno pseudonimo. I miei articoli sul Mucchio erano infatti pubblicati, con sporadiche eccezioni, a firma Gianluca Picardi. Il perché è raccontato qui sotto, ovvero nella puntata della rubrica “Fuori dal Mucchio” – lo spazio dedicato all‘epoca agli artisti underground italiani, da me ideato e curato – in cui decisi di gettare la maschera e tornare a essere solo me stesso.
Picardi fotoCon quest’ultima doppia pagina dell’anno, mi ritiro: di mia spontanea volontà, e senza che nessuno abbia fatto qualcosa per provocare l’irrevocabile decisione, torno nello stesso nulla dal quale ero emerso nell’ormai lontano aprile del 1996. Perché? Potrei rispondervi che l’Enterprise e il suo equipaggio mi stanno aspettando per nuove missioni spaziali, ma probabilmente non mi credereste. Potrei confessare che mi sono stancato di dar retta alle fisime di tutti gli “emergenti autoprodotti esordienti sotterranei” d’Italia, ma non sarebbe vero. Potrei raccontarvi che mi è stato offerto un posto di lavoro meglio retribuito, ma mi riterreste un mercenario. Vi dico, invece, la verità: lascio rubrica e inserto perché non esisto. Cioé, non esisto come Gianluca Picardi: avevo assunto questa identità fittizia, ispirata dalla mia passione per Star Trek, un po’ per gioco ed un po’ per evitare “conflitti di firme” con Rumore, la rivista alla quale – con il mio vero nome, Federico Guglielmi – collaboro fin dal numero uno. Con il tempo, però, la faccenda mi è sfuggita di mano: pur essendo richiestissimo, Picardi non poteva infatti apparire in pubblico, né tantomeno (sarebbe stata una presa in giro, non trovate?) parlare al telefono con chicchessia; gli addetti ai lavori – responsabili di etichette, manager, artisti – prima o poi venivano informati o mangiavano la foglia (così come un certo numero di lettori), ma il dualismo quasi schizofrenico permaneva. Anzi, aumentava di giorno in giorno, dando luogo a situazioni anche buffe e/o imbarazzanti: vi immaginate il povero, incorporeo Picardi invitato a far parte di giurie di rassegne locali e nazionali, a intervenire a trasmissioni radiofoniche e televisive o a rispondere a domande sullo strano rapporto che lo legava al suo supervisore e coordinatore occulto Guglielmi (appunto), che rappresentava pubblicamente “Fuori dal Mucchio” pur non essendone una firma?
Insomma, non si poteva più andare avanti. E l’aver fissato il “passaggio di consegne” in questo numero del Mucchio è dovuto, oltre che a ragioni di calendario (“anno nuovo vita nuova”, mi pare si dica), al fatto che le festività natalizie sono il momento più adatto per ringraziare alcune persone, ricordarne (nel bene e nel male) altre e formulare piccoli auguri. Picardi mi ha chiesto questo favore ed io ho dovuto concederglielo: tutti i condannati a morte hanno diritto ad un ultimo desiderio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.333 del 22 dicembre 1998

Il recupero finisce qui, senza la conclusione originaria che, quasi sedici anni dopo, avrebbe poco senso. Accenno solo che ringraziavo il “mio” staff e un ex direttore per l‘apertura nei confronti del rock italiano, che bacchettavo Rossano Lo Mele – ai tempi collaboratore e oggi direttore di Rumore – per le impietose stroncature agli emergenti (non lo trovavo corretto, vista la sua militanza nei Perturbazione), lodavo John Vignola (che allora scriveva per Rockerilla; al Mucchio sarebbe approdato più avanti, quando spinsi l‘ex direttore di cui sopra a chiamarlo per portarlo da noi), stigmatizzavo che a Modena e Faenza si svolgessero, a pochi giorni di distanza, due rassegne dedicate agli indipendenti italiani (è successo persino questo) e facevo gli auguri – vista a posteriori, con risultati un po‘ scadenti – a due band che amavo molto, cioè Santa Sangre ed Elettrojoyce. Tutto qui, nulla di scandaloso né scandalistico. Se siete arrivati fin qui, scusatemi per avervi sottratto tempo prezioso con queste vecchie sciocchezze.

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