memorie

Mya (2007-2019)


Chi non ha mai vissuto con animali, chi non ne ha mai avuti difficilmente potrà capire questo post. Non importa, non lo scrivo per loro. Lo scrivo per chi, invece, capirà e lo scrivo soprattutto per me, per una sorta di esorcismo. Da questa mattina, Mya non c’è più. Si è addormentata, un sonno senza risveglio, a seguito di un atto d’amore difficilissimo da compiere che le ha risparmiato la triste, dolorosa agonia che la sua condizione clinica le avrebbe inflitto. Il lieto fine non era contemplato, lo si sapeva da qualche mese, e il penoso, inutile, accanimento terapeutico non era un’opzione.
Mya ha iniziato a diventare parte di me nel 2008, quando me la trovai davanti, giovanissima anche se non più cucciola, portata a casa da mia figlia. Veniva dal canile e non era stata Alessia a sceglierla, bensì il contrario: saltava come una pazza per farsi notare, nonostante la zampa rotta alla quale erano stati applicati i ferri. Era magra, spaurita, con le zampe sottili e la testa un po’ sproporzionata, ma era deliziosa: vitale, dolce, con un bel carattere forte e una simpatica espressione “allegra” che le era valso, da chiunque la conoscesse, il soprannome di “cane che ride”.
Fino alla malattia scoperta per pure caso nella primavera scorsa, Mya aveva sempre goduto – per fortuna – di ottima salute. E ha fatto una bella vita, la bella vita che a tanti suoi simili è purtroppo negata dalla crudeltà del mondo e soprattutto degli uomini. Si è divertita, ha giocato, ha corso dietro alle palle da tennis (la sua incontenibile passione), ha mangiato di gusto, è stata all’aria aperta, ha avuto compagnia. Ha ricevuto tantissimo affetto e altrettanto, se non di più, ne ha restituito. Sapere che non la rivedrò mai più, sapere che non sarà più dietro la porta ad attendermi è al momento devastante, ma mi abituerò all’idea e alla fine mi rimarranno, assieme a uno spesso velo di dispiacere, un’infinità di bei ricordi. È andata così con Spock, è andata così con il mio adorato Achille, andrà così – sempre che non tocchi prima a me, ovvio – con gli altri amici a quattro zampe che hanno già incrociato o incroceranno la mia strada.
Per addolcire la sofferenza della morte, niente di meglio che celebrare la vita. Lo faccio con questa foto, di poco meno di due anni fa, scattata in un luogo che mi è molto caro, il parco dell’Auditorium. Ciao, Mya… anche se adesso sto male, è stato comunque meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

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Paolo Giaccio (1950-2019)

Apprendo adesso che da ieri Paolo Giaccio non c’è più, e la notizia mi addolora profondamente. Da anni avevamo perso i contatti, ma alcune sue geniali trasmissioni radio e TV – “Per voi giovani”, “Odeon” e “Mister Fantasy” in primis – sono state per me estremamente formative, e a più livelli. Tanto, tanto tempo fa, alla RAI, qualcuno me lo presentò, e scoprii con piacere una persona antitetica ai tanti palloni gonfiati che circolano da quelle parti. In seguito ho avuto anche modo di lavorare per lui a RaiSat, della quale era il capo supremo: niente di che, avevo un piccolo spazio in video all’interno di un contenitore musicale, ma la simpatia sempre dimostrata quando passavo a salutarlo nel suo ufficio, le rare volte in cui mi affacciavo in sede, è un bel ricordo. Allo stesso modo, sono un bel ricordo quella trentina di LP provenienti dalla sua collezione, che nel 1985 aveva deciso di vendere in blocco (tranne i titoli di jazz) per – così diceva, non so se poi l’abbia fatto sul serio – comprarsi una Cadillac. Sapendo della mia passione per i dischi e (presumo) della mia rettitudine morale, mi aveva telefonato per avere garanzie sull’onestà degli aspiranti acquirenti – due miei amici, avrei scoperto – che gli avevano fatto un’offerta. L’affare andò in porto e il regalo – non richiesto – per la “mediazione” furono appunto alcuni LP a mia scelta, che selezionai direttamente nel grande garage attrezzato della sua abitazione vicino Villa Borghese in cui i suoi circa ottomila LP erano archiviati. Li conservo gelosamente da allora e da oggi me li terrò ancora più stretti. Grazie di tutto, Paolo… un affettuoso abbraccio a te e a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di averti vicino.

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I miei primi quarant’anni

A luglio del 1979 ebbi la soddisfazione di vedere per la prima volta la mia firma – che in realtà erano due, come si può leggere qui – su una rivista. Il periodico in questione si chiamava Il Mucchio Selvaggio ed era diffuso sull’intero territorio nazionale da quasi due anni. Non era un giornale patinato, anzi, si può tranquillamente dire che a livello di grafica, impaginazione, correzione delle bozze e “ordine” in generale era fatto abbastanza con il culo, ma all’epoca era fondamentale per gli appassionati italiani di rock a stelle tanto quanto Rockerilla – con il quale condivideva la stessa artigianalità pressapochista – lo era per i cultori delle nuove tendenze. Io avevo da poco compiuto diciannove anni e dall’inizio del 1977 “facevo radio” a livello di emittenti locali, conducendo strane trasmissioni rock a 360° volte a promuovere soprattutto artisti che da noi erano decisamente poco noti e nel 1979 avevo lanciato dalle frequenze della seguitissima Punto Radio il programma “Kick Out The Jams”; qui la scaletta della prima trasmissione, fotografata dalla mia agenda d’epoca della quale potete vedere la copertina più sotto.
Viste le mie inclinazioni musicali, quando maturai l’idea – come avvenne di preciso proprio non lo ricordo – di provare a scrivere di musica sarebbe stato logico bussare alla porta di Rockerilla, invece che a quella del più tradizionalista Mucchio Selvaggio. Optai invece per il secondo e lo feci per due motivi. Il primo: a Rockerilla c’erano già almeno una dozzina di persone interessate ai generi dei quali avrei voluto occuparmi, mentre al Mucchio erano molte, molte di meno; certo, gli spazi per new wave e dintorni erano assai limitati, ma ero fiducioso che potessero allargarsi. Il secondo: compravo spesso dischi da Carù, ordinandoli per telefono, e dato che Paolo Carù – con il quale parlavo ogni volta – era uno dei tre fondatori nonché responsabili del Mucchio, pensai che il contatto diretto preesistente avrebbe potuto agevolarmi. Fu in effetti così. Chiesi a Paolo “cosa dovrei fare per scrivere per il Mucchio?” e lui mi rispose concordare un paio di pezzi “di prova” con chi coordinava il mensile a Roma, la città dove ero nato e dove vivevo, Max Stèfani. Mi diede il suo numero di telefono, un fisso (i cellulari erano fantascienza e figuriamoci l’email), che composi dopo qualche giorno. Proposi gli album d’esordio di Bizarros e Tin Huey – due band della stessa Akron, Ohio dov’erano nati i miei amatissimi Devo – che avevo acquistato qualche settimana prima e mi sentii rispondere “va bene”. Le mie infallibili agende dicono che la telefonata si svolse il 17 maggio e che la consegna dei pezzi dattiloscritti – a mano: non esisteva ancora nemmeno il fax – avvenne dodici giorni dopo a Millerecords, uno storico negozio di dischi. Mi aspettavo una chiamata che mi comunicasse l’esito della prova, ma poiché non arrivava ricontattai Stèfani per avere notizie. Mi disse che andavano benissimo, che sarebbero usciti sull’ormai imminente n.21, datato luglio/agosto, e di risentirci “per altre cose” dopo l’estate.
Rileggermi sul Mucchio fu, inutile negarlo, un’emozione non da poco, anche se quelle quasi quattro colonne erano piene di orridi refusi creatisi nelle varie fasi del processo di fotocomposizione. A stupirmi di più fu però il fatto che, refusi a parte, i miei scritti fossero identici a come li avevo battuti a macchina, senza le correzioni di forma (e magari pure sostanza) che ipotizzavo ci sarebbero state a causa della mia inesperienza. Comprensibilmente, questo mi convinse di essere più bravo di quanto fossi, perché davo per scontato che se un direttore di giornale con ben nove anni più di me non mi aveva corretto nulla era perché tutto andava davvero bene; in realtà, in quelle due recensioni c’erano varie cose che ben presto avrei riconosciuto come imbarazzanti, e non ci misi molto a capire che se avessi voluto migliorarmi avrei dovuto fare da me, perché non c’era nessuno in grado di dirmi “qui hai sbagliato” o “qui sarebbe stato meglio fare così”. Per questa ragione, la mia crescita professionale è stata ferma o quasi per un bel po’, e non a caso quando mi sono poi trovato nei panni del direttore, o caporedattore, o quel che era, ho sempre dispensato consigli e “dritte” ai tanti giovani che ho via via accolto negli staff.
Molte migliaia di firme dopo, rivedere quel vecchio Mucchio mi accende comunque un sorriso sul volto. Allora non avrei mai potuto pensare che nel luglio del 2019 avrei celebrato una ricorrenza importante come quella dei quarant’anni di carriera sulla carta stampata, ma se ora lo sto facendo… beh, evidentemente doveva andare così. Sono contento? Certo, benché riscopra ogni giorno sulla mia pelle quanto portare avanti questo mestiere sia diventato molto più complicato di un tempo, per gli infiniti cambiamenti – la Rete il più enorme – e perché le energie e l’entusiasmo non sono più gli stessi. Questa, però, è per me un’occasione lieta, e proprio non voglio sporcarla con ulteriori considerazioni negative. Preferisco alzare un calice a me stesso, ai colleghi e agli amici che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui, ai tanti tra di voi che mi leggete che sono felici che io ci sia e magari sperano che ci rimanga ancora a lungo. Prosit!

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Mario Marenco (1933-2019)

Ieri sera, mentre tornavo a Roma da Milano, ho appreso della morte di Mario Marenco e ne sono rimasto profondamente addolorato. Le sue esilaranti poesie e i suoi geniali cazzeggi radiofonici dei primi ’70 sono indelebilmente impressi nella mia memoria; “Alto Gradimento” era spettacolare, quasi tutta la mia classe delle medie – gli anni erano quelli – lo seguiva con passione e tra di noi ragazzini facevamo a gara a chi ne imparava a memoria più battute e/o le imitava meglio. E poi, quando arrivò il TV… vabbè, ma che ve lo dico a fare?
La faccio breve. Verso la fine degli anni ’70 mi capitò di acquistare a una cifra irrisoria questo disco del 1972 che non ho visto menzionato in nessuno delle decine di post commemorativi passatimi sotto gli occhi nelle ultime ore. Beh, sappiate che esiste e che ora sto ascoltando questo:
Tu sei un asino,
tu fai hi tu fai ho
tu fai hi ho,
asino paziente
asino nostro,
hai le tue fissazioni
hai le tue delusioni
Grazie, grande Mario.
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Pins (1)

A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, le “spillette” erano parecchio popolari e anch’io me ne attaccavo sulle giacche o giubbotti, di solito un paio alla volta, alternandole tra loro. A Londra se ne trovavano tantissime e nelle mie frequenti puntate al di là della Manica ne acquistavo sempre alcune degli artisti che più apprezzavo; spesso, poi, ricevevo autentiche sorprese vedendomi apparire davanti agli occhi “pins” che non avrei mai ritenuto potessero esistere. Il recente ritrovamento di una vecchia scatola mi ha spinto a selezionarne un tot, dividerle a tema e fotografarle per proporle qui. Comincio con queste dei Devo, i miei eroi della new wave.

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Frank Zappa (1993-2018)

Ho dragato con la massima attenzione il mio archivio avendo la conferma di quello che già sapevo: su Frank Zappa non ho mai scritto. Ho allora colto l’occasione di questo (triste) anniversario della scomparsa per raccontare come mai non ho speso parole su uno dei protagonisti credo indiscussi della musica del secolo scorso, anche perché i soliti malfidati non pensino che per qualche (assurda) ragione non lo ritenga meritevole.
Il mio primo contatto con lui avvenne all’inizio-inizio dei ’70, quando con alcuni compagni delle medie frequentavo una sala giochi (dove in teoria non dovevamo essere ammessi, in quanto minori di quattordici anni). Sul muro, sopra uno dei flipper, troneggiava un favoloso poster con la scritta “Phi Zappa Krappa” e il Baffone seduto sulla tazza del cesso. Non avevo la minima idea di chi fosse o come si chiamasse, ma immediatamente mi diede l’idea di una figura sulla quale era il caso di indagare. Domandai lumi e appresi che era un musicista americano, uno che suonava “rock strano”, ma non trovai nessuno che possedesse qualche suo disco e quindi mi rassegnai al “prima o poi…”. Mesi più tardi e dopo avere acquisito ulteriori informazioni, mi fu alla fine registrato su cassetta 200 Motels e… ok, il tizio era davvero unico nel suo genere, ma non lo capivo e non mi veniva da ascoltarlo. Feci un secondo tentativo mi sembra con Freak Out!, e ne rimasi ugualmente disorientato. Negli anni seguenti, testai altri scampoli di Zappa perché era ovvio che si trattava di uno assolutamente da conoscere almeno a grandissime linee, ma ero ancora nella fase in cui spendevo soldi solo per LP che presumibilmente avrei ascoltato. E poi, quando già ero un addetto ai lavori, prima in radio e poi anche sulla carta stampata, non smettevo di leggere delle sue nuove gesta e magari di assaggiare qualcosa, ma ero ormai convintissimo che con Frank, ovviamente per colpa mia, non avrei potuto trovarmi in linea. Per coerenza non ne ho mai scritto e credo anche di averlo citato assai di rado.
Però questa cosa che “non mi piaceva” uno che avrebbe avuto tutte le carte in regola per piacermi non l’ho mai vissuta bene, e una ventina di anni fa ho voluto approfittare di una promozione e ho acquistato a un prezzo più che conveniente tutte le ristampe in CD della Rykodisc; proprio tutte, sì, perché nel caso non l’aveste capito di Zappa non avevo mai comprato neppure un album in vinile. Per circa una settimana mi ci sono gettato sopra, capendo un bel po’ di cose sulla genialità, il coraggio, lo spirito di questo straordinario personaggio; di sicuro molte altre non le avrò capite, ma sarà divertente scoprirle – è già accaduto – con ulteriori, sporadiche frequentazioni. Amo Frank Zappa, tantissimo, ma non mi viene mai voglia di ascoltarlo. E continuo a non scriverne: per serietà, per pudore, perché fortemente intimidito dalla sua mostruosa – per mole – eredità artistica, e non perché “ce l’abbia” con lui per quella battuta scema – ma mica tanto: a ben vedere, aveva visto il futuro della Rete – sulle riviste di musica rock scritte da gente che non sa scrivere per gente che non sa leggere. Non l’ho fatto nemmeno qui, adesso, dove a ben vedere ho scritto di me perché sul mio blog faccio quello che mi pare. Un caro saluto, Frank, e grazie di tutto. Non ci sei più da un quarto di secolo e manchi ma in fondo in qualche modo ci sei sempre, come in quel manifesto sul quale mi guardavi da sopra il flipper mentre cacavi. Non mi stupirei nell’apprendere che lo stavi facendo per davvero, davanti all’obiettivo di Robert Davidson.

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Un ricordo di Stan Lee

Se qualcuno mi chiedesse a quale foto sono più affezionato delle tantissime che conservo come testimonianze dei miei incontri con persone più o meno famose, non avrei alcuna esitazione a indicare quella che potete vedere qui sopra. Curiosamente, non mi ritrae con un musicista, bensì con l’uomo – artista, autore, creativo, genio… non saprei proprio come definirlo, con una parola sola – al quale devo una passione che coltivo addirittura da prima di quella per la musica: i supereroi della Marvel. Sono di quelli che nel lontano 1970 acquistò in tempo reale il primo numero de “L’Uomo Ragno” edito dall’Editoriale Corno, senza sapere di cosa si trattasse ma essendo attratto da quel “n.1” che mi faceva ipotizzare una futura collezione, e da allora i personaggi della Casa delle Idee sono una costante della mia vita. Più di tutti ho sempre amato Spider-Man, di cui posseggo tutti gli albi di tutte le collane in edizione americana – eccetto una trentina, ovviamente dei primissimi – fino al 2010, e una raccolta di circa settecento gadget di ogni tipo che però ho smesso di ampliare quando con l’uscita del primo film la cosa divenne troppo dispendiosa.
Da appassionato DOC di vecchia data, quando fui informato che Stan Lee, l’inventore di quasi tutti i characters che mi hanno accompagnato durante l’infanzia, l’adolescenza e la maturità, sarebbe venuto a Roma, quasi ebbi un mancamento. L’occasione era il lancio in Italia del progetto “Marvel 2099” (che purtroppo non fu molto fortunato, ma non conta), e il Sorridente avrebbe rilasciato alcune interviste. Al tempo, fra l’altro, collaboravo stabilmente con la Star Comics, che pubblicava in Italia parte delle collane Marvel, e quindi il rischio di rimanere escluso non era contemplato. L’incontro avvenne all’Hotel Lord Byron di Roma, nel quartiere Parioli, il 17 marzo del 1993. Alla conferenza eravamo in pochissimi e fu facile, alla fine, scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, anche se nonostante avessi già trentadue anni ero emozionato come un ragazzino, e credo che la mia espressione nella foto lo faccia percepire. Ricordo una persona gentile, simpatica, piena di entusiasmo. Non mi feci autografare nulla e con il senno di poi non fu una cosa molto intelligente, ma potevo mettermi a rompere le scatole al mio più grande mito chiedendogli di firmare questo e quello? Avevo la foto, che portai subito a sviluppare in un laboratorio, con un’ansia pazzesca che non fosse venuta, o fosse venuta male.
Stasera ho appreso che Stan Lee se n’è andato, per sempre. Non è vuota retorica affermare che sapere che non c’è più e che non potrò più gridare con gioia “eccolo!” scoprendo i suoi camei nei film Marvel. Non ci si può scagliare contro il destino bastardo perché, insomma, novantacinque anni sono un’età ragguardevole e novantacinque anni da Stan Lee sono qualcosa per la quale probabilmente venderei l’anima al diavolo, ma il dolore è lo stesso enorme. Excelsior!, Stan, e grazie di aver contribuito a rendermi quello che per tanti versi sono ancora: un eterno ragazzo, alla faccia di quello che dice l’anagrafe.

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Cure: la prima volta

Qualche settimana fa ho ricevuto un messaggio privato da Michele Franzinelli, titolare della seguitissima pagina “Out Of The World – The Cure Italia”: voleva organizzare una nuova rubrica dedicata al primo incontro con la musica del gruppo inglese e mi chiedeva un contributo. Gliel’ho scritto quasi in tempo reale e adesso l’ha pubblicato. Lo ripropongo qui così come appare lì, con tanto di scansione della pagina della mia agenda del 1979 con la scaletta della trasmissione nella quale ho trasmesso per la prima volta un brano di Robert Smith e compagni. Grazie a Michele per avermi fornito la spinta a recuperare questi bei ricordi.
Qui nel blog non ho ancora ripreso quasi nulla di ciò che ho scritto dei Cure, ma chi fosse interessato può trovare qui la recensione di un concerto del 2008, qui due parole su Boys Don’t Cry e il suo videoclip e qui la presentazione dello Speciale che ho curato due anni fa per Classic Rock (nel quale, lo so, c’è un erroraccio per il quale ho già fatto più volte pubblica ammenda).

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Un’esternazione sul vinile

Lo dico? Lo dico. Il modo in cui il cosiddetto mercato sta gestendo il “ritorno del vinile” (con tutte le virgolette del caso, dato che in realtà non se n’era mai andato) mi fa ribrezzo. Stampe sempre limitate, a volte numerate, a volte differenziate da piccoli dettagli, rimasterizzate bene, rimasterizzate male, più leggere, più pesanti, più lussuose, più al risparmio, vendute in edicola, vendute solo sui siti e ai concerti, studiate per il Record Store Day, raccolte in cofanetti dai prezzi disumani e chi più ne ha più ne metta. Sono contento per gli amici che posseggono negozi vecchio stile, che grazie a queste follie stanno respirando un po’ di ossigeno, ma per il resto lo spettacolo di questo circo grottesco basato su due cose che odio da sempre, ovvero la moda e la speculazione sulle passioni, mi interessa meno di nulla. Me ne sono reso pienamente conto l’altro ieri, quando sono andato in un bellissimo negozio con un congruo buono che avevo in tasca da mesi e nonostante l’assortimento enorme e quasi due ore di tempo ho faticato a scegliere qualcosa (parlo di novità in vinile, eh) da portarmi a casa.
Stai a vedere che, dopo averlo non troppo amato se non quasi schifato per trent’anni, finisco per innamorarmi del CD ora che si sta estinguendo.

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Devo, 1979

Serie “Fotografie”, n.3
Era il 7 ottobre 1979. I Devo erano a Roma già dal giorno prima, non per un concerto ma per promozione: al Teatro delle Vittorie avevano eseguivano in playback The Day My Baby Gave Me A Surprise per una trasmissione TV della RAI e io li avevo conosciuti proprio in quella circostanza, trascorrendo con loro buona parte del pomeriggio. Quello del 7 era invece una sorta di pranzo “ufficiale”, a un ristorante sul Lungotevere vicino allo Stadio Olimpico (si chiamava “Cuccurucù”, ed esiste ancora), e oltre alla band c’era un bel po’ di gente: discografici, alcuni addetti ai lavori, i componenti dei N.O.I.A. di Cervia, qualche imbucato.
Come quasi tutti, mi ero portato la macchina fotografica e tra svariati miei scatti ovviamente preziosi a livello di ricordi, ma certo non “belli”, ce n’è qualcuno un po’ speciale. Ad esempio questo, mai estratto dall’archivio prima di ora, con Bob Mothersbaugh che addenta divertito un contenitore di plastica per penne/matite/pennarelli a forma di pesce. Ore più tardi, Bob mi avrebbe regalato – lo ammetto: per raggiungere l’obiettivo gli ruppi abbastanza la minchia – la tuta che indossava.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981
2: Dead Kennedys, 1981

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Dead Kennedys, 1981

Serie “Fotografie”, n.2
L’8 ottobre del 1981 i Dead Kennedys suonarono a Roma e curiosamente – per modo di dire: questioni di accordi/convenienze tra promoter e gestori di locali – lo fecero al Much More, nel quartiere Parioli, una classica discoteca modaiola che con il punk non c’entrava nulla. Fu una serata non proprio tranquilla, e non solo perché un paio degli Shotgun Solution, la band di supporto capitolina scelta da Jello Biafra a una sorta di contest tenutosi la sera prima in un club underground chiamato Tube, furono picchiati dai tizi del cosiddetto servizio d’ordine; la situazione era delirante, con decine di persone che salivano sul palco creando danni all’impianto e impedendo di fatto ai musicisti di suonare. Tanti ricordano quel concerto come straordinario ma io, come scrissi anche in sede di recensione, ho impresso nella memoria solo un enorme caos a ogni livello. Avevo vent’anni e divertirmi certo non mi dispiaceva, ma una cosa è star bene pogando e facendo sano casino e un’altra è trasformare un’occasione più unica che rara in una gazzarra invivibile per tutti i presenti.
Nel mio archivio, l’evento “Dead Kennedys a Roma” è documentato da parecchi scatti, ma la massima parte di essi immortala i ragazzi in posa (molti a Piazza S. Pietro). Qui, invece, ne propongo uno dei pochissimi relativi allo show, non proprio nitido (ero lontano e le luci lasciavano a desiderare) ma decisamente eloquente: quello che vedete, con Jello Biafra al centro, non accadeva davanti al palco, bensì sul palco.
Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” propongo stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

1: Throbbing Gristle, 1981

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Throbbing Gristle, 1981

Serie “Fotografie”, n.1
Nel marzo del 1981 i Throbbing Gristle vennero a Roma per registrare una session in RAI. Red Ronnie, grande amico della band, scese da Bologna assieme a Claudia Lloyd dei Rats per accompagnarli e dato che in quel periodo avevamo rapporti piuttosto stretti mi chiese di unirmi a loro. Era una bellissima mattinata di quasi primavera e prima di recarci agli studi di Via Asiago passeggiammo per un bel po’ in centro. Scattai una trentina di foto ai singoli componenti e all’intero gruppo, tra le quali questa: i poster dei Beatles erano uno sfondo troppo invitante e loro, molto divertiti, si misero in posa davanti alla mia Olympus, che avevo caricato con un rullino di diapositive.

Quand’ero giovane, più o meno tra i diciotto e i ventisette/ventotto anni, mi interessavo anche di fotografia. Nulla di professionale, ero un appassionato dilettante senza grandi pretese, ma dato che all’epoca fare foto costava abbastanza (a parte la macchina, c’era da pagare pellicole, sviluppo ed eventuale stampa), ero costretto a studiare bene luci, esposizione, inquadrature e soprattutto momenti giusti per scattare, sperando che andasse tutto bene (cosa che avrei scoperto solo dopo aver ritirato stampe o diapositive in laboratorio). In mezzo a tanti obbrobri sfocati, scuri, “bruciati” e/o semplicemente brutti, qualcosa di bello saltava fuori; in questa “serie” proporrò stralci da questo mio album dei ricordi, raccontandone la storia.

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Stereodrome, 10-10-88

Esattamente trent’anni fa, dalle frequenze di RaiStereoUno, prendeva il via una delle mie più importanti e gratificanti esperienze dai microfoni di RadioRai, “Stereodrome”. Il programma, che come il successivo “Planet Rock” era una creatura dell’illuminato Eodele Bellisario, andava in onda cinque sere a settimana (dal lunedì al venerdì) dalle 21 alle 24, senza limiti alla scelta di cosa trasmettere; una vera pacchia per me e la mia compagna d’avventura Luisa Mann, professionista esemplare e persona splendida con la quale ho vissuto quattro mesi fantastici di lavoro, amicizia, divertimento.
Quest’estate, con Luisa, avevamo pianificato una piccola celebrazione del trentennale: rifare pari-pari a Radio Elettrica, l’emittente web messa su con amore dal vecchio amico Gianpaolo Castaldo, la prima puntata del nostro “Stereodrome”. L’improvvisa, drammatica scomparsa di Luisa, un mese fa (ne ho scritto qui, tra le lacrime) ha reso impossibile l’attuazione del proposito, ma avevo comunque deciso di registrare la trasmissione da solo, alla memoria. Ho così recuperato il quadernone delle scalette, scoprendo che in quel primo programma, in realtà, Luisa non c’era stata: un problema con il suo contratto, non firmato dalla direzione, le aveva impedito di andare in onda, come da inflessibili regole RAI. Insomma, sia lei che io l’avevamo rimosso, ma quella prima trasmissione del 10 ottobre 1988 la condussi da solo e allora, no, riproporla ancora da solo non avrebbe avuto senso. Sono stato anche a lungo indeciso se approntare o meno questo post, ma il desiderio di ricordare ancora una volta Luisa – a tutti voi che leggete, non a me che mai la dimenticherò – è stato più forte del dolore che sapevo avrei rinnovato buttando giù queste poche righe; scansionata dalla prima pagina del quadernone di cui sopra, ecco allora la scaletta completa di quello “Stereodrome”.

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Ancona, 14/9/18

Ieri ho preso parte a “La mia generazione”, il festival multiculturale voluto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona e legato all’eccellente album con lo stesso titolo pubblicato l’anno scorso da Mauro Ermanno Giovanardi. Per problemi pratico-logistici si è purtroppo trattato di un “toccata e fuga”, nel senso che la mia presenza in loco è stata di appena quattro ore, che sono però state sufficienti ad apprezzare l’impegno e la qualità del lavoro del team organizzativo. Lo so che scritta così sembra la solita immonda marchetta, ma non temo smentite; e poi il festival prosegue oggi e domani, per cui se non mi credete andate a toccare con mano. La location scelta per il tutto, ovvero la Mole Vanvitelliana, è bella da togliere il fiato, con il suo ampio cortile centrale (lì è stato innalzato il palco per i concerti), le sue stanze usate per gli eventi “di contorno” che poi di contorno non sono, il suo complesso di corridoi e scale; notevolmente suggestivo, e sebbene la struttura – in origine un lazzaretto “polivalente” – non abbia nemmeno trecento anni, l’impressione di trovarsi in un castello ben più antico, con annesso fascino, è palpabile.
Il viaggio in auto è stato lungo e un po’ faticoso, specie al ritorno a Roma (non ho più vent’anni, la stanchezza la sento…), ma ne è valsa la pena. Per la stupenda mostra in tema “Italia anni ‘90” del Maestro Guido Harari, con foto enormi e vivissime esposte in una grande sala nella quale è stato allestito un mercatino del disco che non ho voluto approfondire (nel senso che, una volta capito “a naso” che non ne sarei uscito a mani vuote, sono scappato), per gli incontri con vari vecchi e cari amici/colleghi (impossibile non menzionare Luca De Gennaro, che in un’area limitrofa ha proposto un DJ set, e Luca Valtorta, coinvolto in un paio di convegni) e, naturalmente, per il dibattito pubblico che mi ha visto come co-protagonista, incentrato su considerazioni a posteriori e ricordi su quell’irripetibile stagione della musica nazionale. Al tavolo, davanti a una platea folta e – direi – interessata/divertita, l’operatore culturale “multitasking” Carlo Chicco, attivissimo a Bari, che ha rivolto domande al direttore artistico del festival Mauro Ermanno Giovanardi, a quel monumento vivente alla discografia “illuminata” che ha nome Stefano Senardi e a Cristina Donà e Vittoria Burattini, che evito di presentare perché suppongo siano ben note a chi frequenta queste mie pagine virtuali. La chiacchierata si sarebbe potuta protrarre assai più a lungo ma si è detto comunque tanto e lo si è fatto in modo pirotecnico, per cui ottimo così. Mi fa infine piacere ricordare i Sambene, band locale che mi ha omaggiato del suo CD Sentieri partigiani – Tra Marche e memoria, con brani di grande pathos all’insegna di un (combat)folk rarefatto e avvolgente che si avvalgono dell’efficace uso di voci femminile e maschile; a ulteriore garanzia della bontà del progetto, la produzione artistica di Michele Gazich e la presenza come ospite di Marino Severini dei Gang.
Qui il programma completo. Grazie, Ancona.

Carlo Chicco, Mauro Ermanno Giovanardi, uno che passava di là, Stefano Senardi. Nella foto in alto (di Guido Harari), anche Cristina Donà e Vittoria Burattini.

 

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Luisa, rock e cuore

Ciao Luisa, ti ricordi questa foto? È dello scorso giugno e la facemmo per usarla come “cartolina-ricordo”, a beneficio del web, dei trent’anni trascorsi dall’inizio dal nostro “Stereodrome”. Ci eravamo scambiati un po’ idee per come festeggiare, tra un mese esatto, la bella avventura vissuta assieme tanto tempo fa e, sinceramente non vedevo l’ora di farlo, perché quei quattro mesi furono straordinari. Scopro ora che stamattina te ne sei andata, in modo completamente inatteso fino a pochi giorni fa, e davanti ai miei occhi passano le tante immagini di quasi quattro decenni di incontri, frequentazioni, cose combinate assieme, affetto e amicizia. Vorrei raccontarle una a una, per far sapere a tutti quelli che ti conoscevano solo come una voce che usciva dalla radio o dalle casse di un locale dove cantavi che bella persona che eri: gentile, sempre sorridente, piena di vita e amante della vita, non solo della tua ma anche di tutti quelli, umani o animali non fa differenza, ai quali volevi bene e che non potevano non ricambiarti con lo stesso sentimento. E poi eri una rocker autentica, un amico comune mi ha appena detto “per me era come Chrissie Hynde” e, diamine!, è proprio così; una rocker dal cuore d’oro che trasmetteva energia e gioia. Piango al pensiero che non ti vedrò più e mi dispiace enormemente di non averti ammirata “nei panni” di Patti Smith con la tua tribute band… tre mesi fa mi avevi invitato, non ce l’ho fatta a venire, mi sono scusato quando giorni dopo ti ho incrociata all’Auditorium tu mi hai risposto “vabbè, verrai la prossima volta, no?” Ecco, sapere che una prossima volta non ci sarà mi devasta, e non oso nemmeno pensare quanto saranno ancor più devastati coloro che avevano la fortuna di averti più vicina. A loro il mio forte, sincero e purtroppo inutile abbraccio. Ciao, Luisa. E grazie di ogni bel momento chi mi hai regalato.

In memoria di Luisa “Mann” Buoni, 1962-2018

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Mio zio, che mi ha reso… me

Il signore che vedete con me in questa foto del 2011 è mio zio Elio, che oggi compie ottantasette anni ed è grossomodo uguale ad allora. Vinco la mia ben nota riservatezza sulle questioni private e ve ne parlo, sia per fargli gli auguri in modo un po’ speciale, sia perché merita un po’ di gloria nella cerchia (non tanto) piccola di tutti voi che mi seguite, mi leggete, ascoltate i miei suggerimenti e spesso mi scrivete cose davvero toccanti a proposito del fatto che certi miei articoli, libri e trasmissioni radio vi abbiano orientato verso musiche e artisti a voi prima sconosciuti, rendendo le vostre vite – lo dite voi, eh – migliori.
Beh, senza mio zio non sarebbe andata così. È stato infatti lui a trasmettermi l’amore per la lingua, parlandomi fin da piccolissimo con parole a me ignote e invitandomi a cercarne il significato sul vocabolario. Lui a farmi avvicinare alla radio, alla registrazione audio, agli impianti hi-fi e alla fotografia. Lui a trasmettermi quell’interesse che tuttora coltivo per la fantascienza e lui ad acquistarmi il numero 1 de “L’Uomo Ragno” dell’Editoriale Corno che, a dieci anni, avevo notato in edicola, accendendo così la mia passione per la Marvel. Lui, soprattutto, a comprarmi i primi dischi che sceglievo da ragazzino nelle nostre passeggiate in centro ogni sabato pomeriggio e a girarmi i soldi per prenderne altri ancora, di nascosto dai miei pur amatissimi genitori per i quali la musica avrebbe dovuto rimanere un hobby e non diventare una professione. Lui a portarmi per la prima volta negli Stati Uniti. Lui a sostenere economicamente in buona parte la nascita di “Velvet”. Lui ad appoggiarmi in tutto, “sgridandomi” con i suoi modi garbati solo quando ce n’era veramente bisogno. La sua costante presenza è stata per me cruciale, e anche se qualche volta gliel’ho detto, non credo abbia mai capito fino in fondo quanto.
Insomma, per tutte le ragioni suddette senza mio zio Elio oggi starei di sicuro facendo altro, e dato che di quello che sono diventato e quello che faccio sono nel complesso molto soddisfatto, nel giorno del suo compleanno mi sento di ringraziarlo in pubblico. Anche a rischio di metterlo a disagio, perché a lui le “luci della ribalta” – perdonate l’enfasi – non sono mai piaciute. Auguri, zio.

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Cinque anni con Blow Up

Con il numero 242/243 in edicola ora, per il quale ho recensito un concerto degli Arctic Monkeys, un box con i primi dischi di Alan Sorrenti e una ristampa dei Celibate Rifles (qui il sommario completo, particolarmente ricco per via del maggior numero di pagine rispetto al solito), festeggio i primi cinque anni a “Blow Up”. Già un lustro. Poco o tanto? Dipende dai punti di vista, ma di sicuro il tempo è trascorso in fretta da quel numero di luglio/agosto del 2013 in cui la mia firma appariva per la prima volta sul mensile diretto da Stefano I. Bianchi; come avevo più volte dichiarato, se mai me ne fossi andato dal Mucchio era su “Blow Up” che avrei voluto scrivere e per fortuna, dopo il burrascoso abbandono, “Blow Up” non mi ha chiuso la porta in faccia. Con il SIB ho sempre avuto un ottimo rapporto, da quando ci conoscemmo ad “Arezzo Wave” più di trent’anni fa, con alcuni collaboratori avevo avuto contatti e con altri ho iniziato ad averli solo dopo il mio ingresso; non si sono così creati problemi, al di là di qualche piccolo incidente di percorso dovuto alla mia esuberanza caratteriale e alle inevitabili difficoltà di accettare appieno un ruolo subordinato quando si è invece abituati da sempre a fare ciò che si vuole, se non proprio a dettare le linee. È un fatto psicologico, irrazionale, e se lo sto scrivendo qui è soprattutto per scusarmene e solo in minima parte per cercare giustificazioni.
Più d’uno mi ha domandato come mai su “Blow Up” non scriva tanto quanto facevo sul Mucchio, e a tutti ho risposto “per colpa mia”. Questo nel senso che per quanto riguarda quella che si potrebbe definire “ordinaria amministrazione” (ovvero recensioni et similia), propongo solo gli argomenti che mi andrebbe davvero di affrontare ma non sempre sono tempestivo nel farlo; per i materiali “di peso”, ovvero gli articoli di tante pagine (che SIB sarebbe ben felice di pubblicare) ho invece l’handicap di non potermi quasi mai concedere una settimana di “full immersion” in un tema (e per un pezzo da 40/50.000 battute ne ho bisogno: è un mio limite, lo so) e dalla stessa “ansia da prestazione” che avevo con “Extra”. Alla fine, comunque, non mi posso lamentare più di tanto, avendo finora firmato sette dossier più o meno corposi su Crime (182/183), Victor Jara (184), Devo (185), Folk-rock in romanesco (186), Black Flag (188), Peter Perrett/Only Ones (234) e Fall (238) e ad aver curato quattro “20 Essentials” su Proto punk (206/207), Punk 1976/77 USA, (209), Punk 1976/77 Europa (210) e Punk 1978-79 (225). A questi vanno aggiunti quattro articoli (o interviste) più brevi (Toy, Algiers, Ork Records, Psycotic Pineapple), cinquantaquattro schede per vari “20 Essentials” e trecentoquindici recensioni (trecentodue di dischi, sei di libri e sette di concerti).
Colgo dunque l’occasione della ricorrenza per ringraziare i compagni di cordata per avermi fatto sentire da subito “a casa” e per i tanti momenti esilaranti che mi hanno regalato (dagli scambi di mail collettivi, sia globali che ristretti, vengono spesso fuori cose pazzesche) assieme alle “dritte”. L’avventura continua e tutti speriamo che ci riserverà altre soddisfazioni, anche se il mondo dell’editoria è quello che ben sappiamo e viverci dentro è sempre più difficile. Dico la verità, avrei voluto festeggiare anche con un mio libro della collana “Director’s Cut”, ma non sono ancora riuscito a completarlo; abbiate però fede, arriverà.

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Nessuno più nel Mucchio

Che ci crediate o meno, non avrei grande voglia di scrivere sul tema “Il Mucchio non c’è più”, notizia diffusa ieri (qui l’annuncio ufficiale) che ha sorpreso notevolmente chi a differenza di me non lo sapeva già. Però quasi tutti i miei lettori se lo aspettano e li posso anche capire: dopo i tre post del 2013 che a livello di “numeri” hanno spopolato (questo, quest’altro e ancora questo, per chi ha bisogno di un ripasso), mi è stato fatto notare che ci sarebbe voluta una sorta di chiusura del cerchio, e che sarebbe stato meglio se avesse avuto uno svolgimento organico invece di essere divisa tra mille commenti su Facebook. E dunque ok, e sia, procedo di getto e rispondo subito alla domanda che mi hanno rivolto almeno in duecento: “ti dispiace?”. Sono come sempre sincero e rispondo: “no”. Per me Il Mucchio era morto nell’aprile di cinque anni fa, da allora non ne ho comprato né letto un solo numero e poi da qualche mese aveva pure cambiato nome, chissà se per scelta concettuale/artistica o per ragioni di carattere pratico/legale. Ho consacrato a quella rivista venticinque anni pieni della mia vita, le ho dato tanto e tanto ne ho ricevuto, ma il pensiero – non lo nego, ogni tanto mi attraversava la mente – che un giornale che per me ha significato moltissimo fosse governato da due persone a mio avviso inadeguate al compito mi disturbava. Chiaramente, non c’entrava solo la professione, ma c’erano seri motivi privati: a quelle due persone avevo concesso fiducia e amicizia senza condizioni, e non potrò mai perdonare né dimenticare quello che considero un orribile, reiterato tradimento a base di fandonie che io (scemo) mi bevevo, atteggiamenti dittatoriali di rara sgradevolezza (capitava spesso che, quando cercavo di oppormi a idee che ritenevo bislacche, mi venisse detto che conoscevo l’ubicazione della porta), decisioni imposte “dall’alto” (le virgolette sono importanti, eh) e intromissioni insensate volte solo ad affermare il proprio dominio, il tutto – come avrei appreso solo dopo – mentre si continuava a mungere la vacca dei contributi statali. Guadagnarsi il mio disprezzo e il mio astio non è facile, ci sono riusciti davvero in pochi, ma per quelli che sono stati così bravi non ci sarà alcuna possibilità di recupero della situazione e le loro disgrazie saranno per me sempre fonte di appagamento scevro da rimorsi; vi interessa sapere quale è stato il punto di non ritorno? Il giorno in cui, appena trascorsi i sei mesi dopo i quali non avrei più potuto contestare la mia dichiarazione di non avanzare più nulla per il lavoro svolto alla Stemax (che avevo dovuto firmare per poter ricevere i sedici mesi di compensi arretrati, e che mai avrei impugnato a posteriori perché io ho una parola sola), hanno riesumato pateticamente il “mio” Extra affidandone la direzione a un collega per il quale, ecco, non nutro grande simpatia; immaginavo sarebbe durato ben poco e ho avuto ragione (tre numeri orribili), ma il gesto mi ha talmente disgustato che… basta. Non ho invece malanimo nei confronti di tutti gli altri che negli ultimi cinque anni al Mucchio hanno venduto o regalato il loro lavoro, qualificato o meno che fosse. Sì, tutti sapevano degli scheletri e facevano finta di niente, ma scrivere per una testata storica appaga l’ego e favorisce “la carriera”; non è magari bello ma è umano, e sì, posso dire di capirli, ma ammetto di avere poco fa idealmente inalberato un bel dito medio a uno solo di costoro, uno di quei leccaculo opportunisti che di sicuro riapparirà da qualche altra parte perché l’erba cattiva non muore mai ma intanto, excuse my french, suca forte.
Voltiamo pagina. Mi è capitato di leggere da varie parti generici attestati di dispiacere perché ogni rivista che chiude è una sconfitta per la cultura (o, almeno, una certa cultura), e più o meno sono d’accordo. Va però rimarcato che “Il Mucchio” non ci ha salutati per difficoltà economiche legate al basso numero di acquirenti e alle scarse inserzioni pubblicitarie; ok, se la passava un po’ peggio della diretta concorrenza ma non così tanto peggio, e magari tirando la cinghia avrebbe resistito ancora. La chiusura è invece figlia degli strascichi giudiziari connessi alla lite sanguinosissima tra due ex soci di una cooperativa un po’ sui generis, quegli stessi due soci che per molti anni si sono assegnati stipendi e benefit principeschi (leggere qui e qui, ma cercando un po’ in Rete salta fuori di tutto e di più) grazie ai contributi statali. Apprendere che per uno dei due la faccenda non è finita qui, e che i tribunali avranno altro lavoro mi fa sperare in ulteriori gioie; e non ditemi che sono cattivo, no… è solo profondamente giusto che sia così.
Rileggo quello che ho scritto finora e mi rendo conto di aver lasciato trasparire sentimenti che non mi fanno onore; pazienza, non credo che ritornerò sull’argomento e quindi non modifico le riflessioni a caldo. Mi astengo inoltre dal commentare alcune amenità presenti nella lettera di addio perché non voglio infierire ulteriormente, dicendo solo che addossare la responsabilità della chiusura all’ex direttore e al Tribunale brutto e cattivo è probabilmente l’ennesima furbata per suscitare compassione, come nell’ormai famosa campagna di salvataggio “Io sto nel Mucchio” per la quale – ingenuo e idiota che sono – misi pure la faccia. Cali allora il sipario sul “Mucchio Selvaggio”, quel sipario che sarebbe dovuto scendere un bel po’ di tempo fa, augurandosi che dopo la lunga e penosa agonia il caro estinto riposi finalmente in pace. Addio Mucchio Selvaggio, anche se – al di là del riferimento a un film magnifico – il tuo nome mi è sempre parso brutto e inadatto, ti ho amato alla follia.

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