memorie

Quella volta con i CCCP

In uno dei primi giorni del dicembre 1986 ricevetti una telefonata da Alberto La Volpe, stimato giornalista della RAI che, tra le altre cose, era responsabile di “Speciale TG1”, programma di approfondimento della prima rete Rai. Lo conoscevo solo di fama e per averlo visto in TV e non ho la minima idea di chi gli avesse fatto il mio nome. Mi spiegò che aveva la possibilità di trasmettere un documentario sul rock in Unione Sovietica ma che, prima di utilizzarlo come base per una delle prossime puntate dello Speciale, voleva una sorta di “approvazione” da parte di un esperto di rock, in quanto a lui sembrava interessante ma, insomma, non era il suo campo. Gli risposi subito che di rock sovietico non ne sapevo nulla, come del resto quasi nessuno in Occidente (c’era ancora la Cortina di ferro), ma lui disse la cosa non era importante e mi invitò nel suo ufficio a Via Teulada per visionare il film. Andai, lo guardammo assieme e, benché non esattamente folgorato, diedi parere favorevole: si trattava comunque di una curiosità non da poco e l’argomento URSS era sempre “caldo”, quindi perché no? Sono certo che gli parlai anche del viaggio che avevo fatto nel 1980 (San Pietroburgo allora Leningrado, Mosca e Kiev, in treno, una quindicina di giorni di avventura) e inevitabilmente si toccò l’argomento CCCP Fedeli alla linea, sempre più in ascesa. Fu un incontro piacevole e in qualche misura formativo: avevo ventisei anni e, non frequentando gli ambienti televisivi, ero stimolato dall’idea di vedere come funzionasse quel giornalismo così diverso da quello da me praticato. La Volpe mi ringraziò e ci salutammo. Per me, era finita lì.
Circa una settimana dopo, con mia grande sorpresa, la Volpe mi richiamò. Mi raccontò che aveva deciso di trasmettere il documentario e che, per rendere il tutto più ricco, aveva organizzato una chiacchierata/dibattito con Demetrio Volcic (famoso ex corrispondente della Rai da Mosca), i CCCP, non meglio precisati ospiti da Mosca e, se avessi voluto, io. Un po’, lo ammetto mi spaventai. Non ho un bel rapporto con le riprese video perché fondamentalmente non mi piaccio, e non a caso non ho mai pensato di propormi come “volto”; poi, certo, se mi invitano e la situazione è valida, mi convinco ad andare, e così feci. Lo Speciale venne registrato il 19 dicembre, di pomeriggio, come se fosse stato una diretta, e fu trasmesso la sera del 22; io, ansioso, andai al cinema dopo aver predisposto il timer del videoregistratore. Qui potete vedere una sintesi di dieci minuti, digitalizzata da quel VHS, con la presentazione del programma e il contributo dei CCCP (la testimonianza importante è quella, non certo le fesserie che ho pronunciato tenendo con la mano l’auricolare che mi cadeva dall’orecchio); il resto l’ho omesso per non incorrere in problemi di copyright. Ah, la camicia viola la indossai apposta, a mo’ di sfida alla leggenda che in teatro e in televisione quel colore porti sfortuna, e nessuno me la contestò.

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Michele Manzotti, 1960-2022

con MicheleNon ricordo l’ultima volta che ci siamo sentiti, ma l’ultimo incontro sì: eri arrivato a Roma dalla tua Firenze per il concerto-omaggio a “Lella”, nel dicembre 2019, subito prima che la pandemia sconvolgesse le abitudini di noi tutti. Ti conoscevo da una vita, “Michele Manzotti de La Nazione”, da un giorno degli anni ’80 in cui ci aveva presentati Ernesto De Pascale, e da allora adoravo ascoltare le tue storie. Sì, ascoltare, proprio io che non sto mai zitto, come in questa buffa foto di qualche anno fa dove non stavo dormendo ma ero concentrato sulle tue parole. Professionalmente ne hai combinate tante e tutte belle, ma qui, a pochi minuti da quando ho appreso che non ci sei più, voglio solo scrivere che eri una splendida persona: gentilissimo, simpatico, entusiasta, corretto, innamorato del giornalismo, della musica e della vita. Vederti era sempre un enorme piacere, e che te ne sia andato così presto è una profonda ingiustizia. Addio, amico.

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Sanremo Rock 1987

Trentacinque anni fa mi trovavo a Sanremo, al Festival, con un incarico ufficiale: addetto stampa del “Sanremo Rock”, una sorta di vetrina parallela – ma legata al Festival vero e proprio – che si svolgeva non al Teatro Ariston bensì in una struttura appositamente allestita. La presentava Carlo Massarini, tra gli ospiti ci furono anche gli Smiths e, per la cronaca, ero sotto il Palco davanti a Patsy Kensit quando “perse” la spallina. Rientrato a Roma scrissi per il Mucchio la recensione/cronaca che potete leggere qui sotto, e lo feci – come sempre – in assoluta libertà, sulla base dell’esperienza professionale maturata (già discreta), ma anche con le speranze, se vogliamo ingenue, di un ragazzo di ventisei anni che credeva maledettamente in quello che faceva.
L’anno dopo si sarebbe svolta la seconda edizione e Marco Ravera, con mia grande sorpresa, mi chiese se avessi voluto curarne la direzione artistica. Accettai, definimmo tutti i dettagli e dopo circa una settimana diedi le dimissioni, in quanto realizzai che mai e poi mai avrei avuto la libertà di scelta totale o semi totale dei partecipanti. Considerato quello che c’era in ballo a livello prestigio, agganci, prospettive future e soldi, non so quanti si sarebbero comportati come me, ma non rinnego nulla. Anzi, lo rivendico con orgoglio.

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La trentasettesima edizione del Festival di Sanremo ha chiuso i battenti, presumibilmente ignorata dalla maggior parte dei nostri lettori nonostante la presenza di ospiti quali Bangles e Smiths. Potrebbe essere interessante evidenziare come la palma della Vittoria sia toccata – seppure “in comproprietà con Morandi e Tozzi, e seppure con una canzone retorica e “ruffiana” a Enrico Ruggeri, l’unico tra i partecipanti alla gara ad essere più o meno vicino alla nostra maniera di intendere la musica, ma così facendo si rischierebbe di divagare dal discorso di fondo: quello, cioè, del “Sanremo Rock”, manifestazione parallela al Festival che è stata pressoché ignorata dalla critica e dai cronisti troppo impegnati a insolentirsi nel loro patetico talk show e a disquisire sugli abiti (caduti) della affascinante Lolita Patsy Kensit. Anche se pochi sembrano essersene accorti, Sanremo ha per la prima volta concesso ad alcuni gruppi dell’area rock “indipendente” la possibilità di far conoscere le loro proposte alla vastissima platea del Festival e agli addetti ai lavori solitamente “in tutt’altre faccende affaccendati”, fornendo in tal modo a questi giovani talenti l’opportunità di mostrare le proprie doti e di ricercare concretamente un’affermazione che sarebbe tutt’altro che demeritata.
Molto ci sarebbe da discutere, è vero, sul modo in cui tale rivoluzionaria iniziativa è stata portala avanti, e non c’è da stupirsi che taluni abbiano addirittura contestato la necessità di una simile vetrina per i gruppi rock nostrani e la sua effettiva utilità per una scena che finora ha resistito dignitosamente alle tentazioni dei demoni della commercializzazione e dello sputtanamento. Il compito del sottoscritto, che ha seguito la genesi e le progressive evoluzioni del “Sanremo Rock” dall’interno, sarà dunque quello di illustrarne gli aspetti salienti, evitando la contraddittorietà dei “si dice” e attenendosi rigorosamente ai fatti. Per praticità, le varie questioni verranno esaminate separatamente, allo scopo di offrire al lettore un quadro chiaro e organico della vicenda.
1) Playback. Tutti sappiamo come la farsa del playback abbia ben poco a che spartire con l’approccio rock, ma predisporre un apparato tecnico in grado di consentire le esibizioni dal vivo delle band a detta dell’organizzazione del Festival avrebbe comportato problemi insormontabili, anche a causa dei tempi stretti, della non-idoneità degli spazi e della quantità di performance da alternare (tra italiani e stranieri). Dispiace, però, che l’impossibilità del “live” sia stata resa nota solo qualche giorno prima dell’inizio della manifestazione, quando tutti i gruppi (compresi i nove estromessi nelle fasi eliminatorie dalle votazioni Totip) erano convinti di suonare dal vivo al Tendarock. Una decisione più tempestiva sulle dimensioni del contingente rock da portare a Sanremo avrebbe almeno evitato tante illusioni.
2) Eliminatorie e vincitori. Sempre a detta dell’organizzazione, il meccanismo della gara Totip era l’unico che consentisse di richiamare realmente l’attenzione dei telespettatori, giacché una semplice rassegna di gruppi rock sarebbe passata pressoché inosservata. Conoscendo l’Italia, la spiegazione ci sembra del tutto plausibile e la scelta ineccepibile. Lo scontro fratricida ha portato dunque alla eliminazione di nove band, sei nella prima fase di “Discoring” (Violet Eves, Neon, Moda, Joe Perrino & The Mellowtones, Viridanse e Squeezers) e tre nella seconda di “Domenica In” (Boppin’ Kids, Incontrollabili Serpenti e Magritte). Accertato che le defezioni di Diaframma e Litfiba sono state volontarie e dedotto che presentare a un pubblico non ancora maturo per certe cose formazioni “estremiste” come CCCP, Not Moving, Sick Rose o Boohoos sarebbe stato controproducente, credo proprio che sulla selezione dei coordinatori Francesco Fracassi e Vincent Messina non si possa sindacare: gli artisti intervenuti sono tra i più titolati e professionali della scena italica, e anche se alcuni degli esclusi dalla rosa dei dodici potrebbero giustamente recriminare (ad esempio Party Kids, Out Of Time o Rats), ritengo che il “Sanremo Rock” abbia rappresentato perfettamente la realtà del rock nazionale. Inoltre, è importante sottolineare che i gruppi hanno presentato brani del loro repertorio abituale, parecchi dei quali registrati prima ancora che l’eventualità della loro presenza al Festival fosse ipotizzabile; pertanto, chi crede che i brani più “leggeri” siano stati confezionati appositamente per l’occasione ha preso una solenne cantonata.
3) Il balletto. A quanto pare, il vero scandalo per i sostenitori più oltranzisti dell’integrità del movimento rock nostrano è stato il balletto della serata conclusiva, nel quale Lorella Cuccarini e una ventina di suoi colleghi piroettavano sulle note di brani dance alternati a stralci delle canzoni dei tre vincitori (con gli stessi Avion Travel, Denovo e Walhalla ad apparire sul palco durante l’esecuzione dei loro pezzi). Sul fatto che l’accostamento fosse un po’ forzato non ci sono dubbi, ma d’altronde il Festival ha sempre bisogno di situazioni “spettacolari”; rifiutare un’occasione così ghiotta per mostrarsi all’Italia e allargare la cerchia degli appassionati sarebbe stato delittuoso. I censori di turno, dunque, tacciano: in fondo, un simile compromesso non è poi tanto disonorevole.
4) Atteggiamento della stampa ufficiale. È invece stata a dir poco vergognosa l’indifferenza – o, nel migliore dei casi, la tiepidità – con la quale i giornalisti presenti al Festival hanno accolto “Sanremo Rock”. L’unica vera novità della manifestazione e stata infatti snobbata, trattata con sufficienza e a volte quasi derisa, come attestano una conferenza-stampa semideserta (forse perché il buffet era già stato servito? forse perché i divi dei quotidiani erano spossati dalla lunga discussione sostenuta per decidere chi di loro avrebbe potuto soddisfare le proprie esigenze di protagonismo partecipando al famigerato talk show del venerdì?) e la quasi totale assenza di articoli sull’argomento.

Globalmente, quindi, il giudizio sul “Sanremo Rock” può dirsi positivo, specie in considerazione del fatto che la manifestazione non ha beneficiato di un adeguato periodo di programmazione e preparazione. Se la decisione di dar vita all’iniziativa fosse stata presa con qualche mese di anticipo, le possibilità di organizzarla e promuoverla in modo più efficace sarebbero state senz’altro maggiori. Dal punto di vista strettamente musicale, i tre vincitori non offrono il fianco a critiche di sorta, anche se non sono pochi quelli che avrebbero voluto vedere premiate compagini più energiche e meno pop di Avion Travel, Denovo e Walhalla. Al di là dei gusti e delle deprecabili conflittualità geografiche e culturali (tre gruppi del sud e tre gruppi dai marcati accenti mediterranei, quasi ad affermare che la via rock anglo-statunitense, almeno nell’Italia delle masse, riscuote meno consensi rispetto a quella più classicamente “canzonettistica”), e infatti fuori di dubbio che le proposte dei finalisti brillino per freschezza, armonia e perfezione strutturale. Pensate cosa sarebbe accaduto se, dando ascolto alle parole di alcuni, i dodici complessi invitati a partecipare avessero dato forfait: a rappresentare la scena nuovo rock nostrana sarebbero stati chiamati i gruppi-fantasma delle grandi case discografiche, e nell’opinione del grande pubblico quelli – e non i “nostri” – sarebbero stati i nuovi talenti del rock autoctono.
“Sanremo Rock” va insomma accettato serenamente, senza considerarlo un presagio di chissà quali nefandezze future; i Denovo, i Walhalla, gli Avion Travel, ma anche i nove eliminati, sanno stare con i piedi per terra e sono consci delle proprie scelte artistiche e professionali. Se un giorno diventassero pagliacci e schiavi della brama di successo (ottenibile, a quanto pare, solo dedicandosi a musiche commerciali e vacue), la colpa sarebbe solo di loro stessi, non certo di Sanremo che si è limitato a offrirgli un’opportunità di farsi conoscere. Per sapere cosa ci riserva il futuro, dunque, non si dovrà far altro che attendere: attendere una eventuale prossima edizione di “Sanremo Rock”, attendere di verificare ciò che questo primo passo comporterà nella carriera delle band, attendere di capire – una buona volta – se nel nostro paese il rock potrà conquistare un suo spazio dignitoso e relativamente ampio senza svendersi al miglior offerente. Per il momento, grazie a “Sanremo Rock” (ma con il “live” sarebbe stata un’altra cosa…), grazie alle dodici formazioni, agli sponsor e ai pochi organi di informazione che – più o meno interessatamente – hanno sostenuto il tutto. E speriamo che il prossimo anno i motivi per gioire siano ancora maggiori.
(da Il Mucchio Selvaggio n.110 del marzo 1987)

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Rumore 30!

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Il primo Rumore arrivò nelle edicole, datato marzo, il 29 febbraio 1992. Trent’anni fa, insomma, e alla rivista hanno festeggiato la ricorrenza con un numero fuori dal comune – n.361, in edicola ora – il cui corpo centrale è per così dire celebrativo, come sottolineato anche dalla copertina di Alessandro Baronciani. Assieme agli elenchi nudi e crudi di tutti i primi dieci “dischi dell’anno” dal 1992 al 2021, contiene infatti una serie di trenta articoli da una pagina ciascuno, scritti da altrettanti membri dello staff del presente e del passato. Sono pezzi dal taglio personale che mischiano ricordi e riflessioni, ognuno dei quali legato in qualche modo a una specifica copertina: un’idea bella e ben realizzata. Benché con Rumore abbia collaborato dal n.1 al n.95 (dicembre 1999), collezionando alcune centinaia di firme e realizzando i primi due libretti della collana “Le guide pratiche di Rumore” (quello sul punk da solo, quello sulla new wave con Eddy Cilìa), non sono stato invitato alla festa, ma non è un problema: a Rumore ho sempre voluto bene e continuo a volergliene, certificando il mio apprezzamento e il mio affetto con il puntuale acquisto ogni mese.
Rumore 20Il mio “amarcord”, comunque, l’avevo già scritto proprio per il blog nel novembre 2020: se qualcuno fosse interessato a leggerlo, il link diretto è questo. La copertina che invece avrei scelto sarebbe stata quella del n.20, ottobre 1993: avrebbero dovuto esserci (solo) i Nirvana con una mia intervista a Kurt Cobain, ma le cose non andarono come dovevano e quindi, dato che i Nirvana non si potevano certo “bucare”, l’ultimo giorno utile mi inventai una specie di articolo che al tempo mi parve tutto sommato accettabile ma che, con il senno di poi, fa sorridere (lo si può leggere qui; ricordatevi che nel 1993 Internet non c’era). Mi sarei però rifatto due anni più tardi con l’intervista esclusiva agli Smashing Pumpkins che ho recuperato qui. Insomma, nonostante Alberto Campo la mia permanenza a Rumore coincide con un bel periodo della mia vita e sono felice che la rivista sia arrivata a questo importante traguardo; per Rossano Lo Mele che nello scorso decennio ha avuto il coraggio di rilevarla, per i tanti amici (veri) che ci collaborano e per tutti quelli che non conosco altrettanto bene o non conosco affatto, ovviamente per i lettori (a patto che comprino pure Blow Up, eh!). Con un ideale abbraccio a Marco Mathieu, un altro amico che di Rumore è stato un pilastro e che se il mondo fosse un posto più giusto sarebbe adesso qui ad alzare il calice con noi. Auguri, allora, Rumore: per inciso, il nome più bello che sia mai stato dato a una rivista di rock e dintorni.

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Il mio primo concerto

Qualche anno fa, nel 2013, Francesco Farabegoli mi chiese un articolo sul primo concerto al quale avessi assistito da pubblicare in un ebook assieme a contributi analoghi di vari altri, colleghi e non. Gli risposi di sì anche se non erano previsti compensi, ma credo proprio di non aver mai onorato l’impegno assunto (e forse l’ebook in questione non è mai uscito, o almeno in Rete non ho trovato riscontri). Dal mio hard disk è però emerso per caso un file word con una specie di traccia, dimostrazione lampante che avevo almeno iniziato a scrivere e poi chissà cos’è accaduto. Non ho allora potuto fare a meno di completarlo.

PFM 1974

Anche se la memoria – fallace – lo collocava in autunno, il biglietto conservato per tutti questi anni riporta la data ”4 giugno 1974”. Il mio primo concerto rock ma non il primo concerto in assoluto, perché sono piuttosto sicuro di essere stato presente, negli anni ’60, alla serata di un cantante melodico – forse Mino Reitano? In questo caso, la memoria non mi sostiene – al seguito dei miei genitori. Per me si trattava di un evento-chiave, un rito di iniziazione; differentemente dai miei compagni di scuola ero ancora a digiuno di rock dal vivo perché papà e mamma temevano incidenti, droga e cattive compagnie e quindi non vedevano di buon occhio il fatto che, a dodici/tredici anni, potessi uscire di sera per recarmi in luoghi notoriamente di perdizione. Però, in quel giugno del 1974, ero da poco quattordicenne e sebbene apparissi sensibilmente più giovane non ero più un ragazzino-ino-ino; privarmi di quella musica che era già parte essenziale della mia vita sembrava insomma un’autentica cattiveria perfino ai miei timorosissimi (non del tutto a torto, eh) genitori. Così, quando “Ciao 2001” annunciò il tour promozionale de L’isola di niente, il quarto album edito a marzo dello stesso anno della Premiata Forneria Marconi, annunciai alla famiglia che avrei voluto andarci, senza se e senza ma. Per fortuna mio padre non ebbe il cuore di opporre l’ennesimo “non esiste”, ponendo però la condizione di accompagnarmi. Benché conscio che avrei dovuto nasconderlo ai miei amici (immaginate le prese per il culo: il bambino che ha bisogno della scorta), mi parve un compromesso accettabile e mi precipitai ad acquistare i due biglietti, onde scongiurare il rischio di ripensamenti; la transazione avvenne all’Orbis di Piazza Esquilino (c’è poco da ridere: all’epoca, per i concerti e non solo, la prassi era questa) e quando, tornato a casa con i tagliandi in mano, li mostrai festante a papà, una smorfia non esattamente entusiasta tradì un certo pentimento (a lui del rock non è mai fregato nulla, non l’ha mai capito né è stato mai interessato a farlo), ma non poteva più tirarsi indietro. Mio padre era (ed è tuttora) così: considerato come la sua professione lo obbligasse ad affrontare i problemi senza tergiversare, prendendo il toro per le corna, nel privato tendeva a rimandare i possibili “scontri” dando un blando assenso e sperando che il Fato aggiustasse la situazione a suo favore.
Per la fatidica sera, papà mi invitò a raggiungerlo al suo studio “per non far tardi” e ovviamente me lo trovai davanti vestito in maniera come al solito inappuntabile, ovvero in tenuta da avvocato nell’esercizio delle sue funzioni. Evitai di dirgli che l’abbigliamento casual sarebbe stato meglio, perché se avesse dovuto ritornare a casa per cambiarsi si sarebbe notevolmente innervosito, e partimmo alla volta del Palasport dell’EUR, per noi di Roma Nord parecchio lontano. Va da sé che i ricordi dello show sono annebbiatissimi, ma in mente ho stampati l’immagine del mio idolo Mauro Pagani al violino e al flauto più alcuni flash: la ricerca di un buon posto dove sedersi, la folla, il clima festoso, papà in elegante completo beige circondato da capelloni trasandati e avvolto in nubi di cannabis sativa (dopo un tot, però, si arrese al caldo, togliendosi la giacca e addirittura rimboccandosi le maniche della camicia) con la faccia di chi sta pensando “ma dove sono capitato?” e/o “cosa ci faccio qui?”. Impossibile, poi, dimenticare l’acustica penosa, con i suoni impazziti che rimbalzavano ovunque; semplicemente da non credere che, quasi mezzo secolo dopo, i concerti romani (al chiuso) di grande richiamo si svolgano ancora in quel luogo infame.
Nonostante l’esperienza per lui di sicuro traumatica, papà si prestò una seconda volta a fungere da mia guardia del corpo: 26 novembre sempre 1974, sempre Palasport, Gentle Giant con Arti + Mestieri come spalla. Quattro mesi dopo, fu invece mio zio a trovarsi con me in mezzo ai lanci di lacrimogeni e alle cariche della polizia per il Lou Reed che nessuno vide e ascoltò. Se nelle mie agende ho riportato tutto, il mio successivo show al Palasport fu quello di Fabrizio De André con la P.F.M. nel gennaio 1979, dove – ormai maggiorenne – andai con un amico. Per la cronaca, mio padre e io non abbiamo più assistito assieme ad alcun concerto.

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