memorie

Cartoline dal M.E.I.

Il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza esiste con questa denominazione dal 1997, e in tutti questi anni e con tutti i suoi aggiustamenti di rotta è stato un appuntamento fondamentale per la musica italiana cosiddetta alternativa. Poi, certo, sono il primo ad ammettere che il tutto potrebbe essere gestito in modo più ordinato/selettivo e meno, come dire?, “ecumenico”, ma per sopravvivere una manifestazione (gratuita) così grande è obbligata al classico “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Penso comunque che l’esistenza del Meeting rimanga per mille ragioni un bene ed è per per questo motivo che regolamente mi presto a sostenerne varie iniziative; da “fiancheggiatore” esterno, perché non ho mai avuto né mai avrò la vocazione del promoter.
Per quanto riguarda l’edizione 2017, ho fatto essenzialmente quattro cose, tutte in modo diverso gratificanti, e mi pare sensato darne comunicazione qui. La prima è stata ritirare la “Targa MEI Musicletter”, per il miglior blog personale, come già era accaduto nel 2014. Eccomi qui mentre la ricevo dalle mani del responsabile, Luca D’Ambrosio, nella Sala Bigari del Palazzo Comunale di Faenza.
La seconda è stata moderare un interessante incontro su come funzionano le classifiche di “vendita” (virgolette doverose) e soprattutto sul loro senso, alla Galleria della Molinella. Qui sono al tavolo assieme al Direttore di “Musica e Dischi” Mario De Luigi, all’esperto di classifiche Guido Racca e al cantautore Zibba.
Alla sera di sabato 30 settembre, nella sempre splendida cornice del Teatro Masini, ho consegnato a Brunori SAS il “PIMI 2017” – il PIMI è il premio ufficiale della musica indipendente italiana, da me curato assieme a Giordano Sangiorgi del M.E.I. – quale “artista indipendente italiano dell’anno”.
Domenica 1° ottobre, nella Sala del Consiglio Comunale, ho infine intrattenuto un paio di decine di colleghi e qualche curioso con una relazione sul tema “Giornalismo musicale: professione, o solo hobby?”, nell’ambito di un corso di formazione professionale all’interno del Forum del Giornalismo coordinato da Enrico Deregibus.
Grazie di cuore a tutti coloro con i quali ho condiviso queste ennesime, belle esperienze e naturalmente a quelli che mi hanno consentito di viverle.

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David Bowie: I Was There

Mesi fa, un amico in contatto diretto con la Gran Bretagna aveva prospettato a me e ad altri colleghi la possibilità di partecipare a un libro piuttosto particolare: si trattava di scrivere un ricordo, più che una recensione, di un concerto di David Bowie al quale si era assistito, corredendolo di eventuali memorabilia. L’idea mi piaceva e, in fondo, buttar giù un articolino da duemila caratteri in inglese non era un problema; molto più lungo e complesso è invece stata, dopo, la ricerca del biglietto dell’evento, che credevo fosse in un posto dove, invece, non c’era; che da qualche parte ci fosse era però sicuro e allora, poiché su certe cose sono testardissimo, ho dedicato un abbondante paio d’ore alla caccia, riuscendo nell’impresa proprio quando ero ormai quasi tentato di arrendermi. Il volume in questione, curato da Neil Cossar e pubblicato dalla Red Planet, è da alcune settimane disponibile sul mercato a circa quindici euro. Si intitola semplicemente David Bowie: I Was There e contiene oltre trecentocinquanta testimonianze inedite di “incontri” di vario tipo con il Maestro, spesso accoppiate a materiale iconografico. I fan sono avvisati. Ah, qui c’è il mio contributo.

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Ciao, Tenco, ciao

Non ricordo proprio, quando ho iniziato a far parte della giuria che assegna le Targhe Tenco, ma a braccio direi dai primi ’90. Mi chiamò, ovviamente, Enrico De Angelis, che per decenni ha rivestito il ruolo non sempre comodo di direttore artistico; non ho problemi a dire che, nel mio ambiente, è tra quelli che stimo di più, per qualità professionali e umane oltre che per l’assoluta dedizione alla causa della musica giusta/alta. Per tanto tempo ho consegnato ogni anno le mie ponderate votazioni, cogliendo spesso l’occasione per segnalare a Enrico piccole cose che non mi tornavano e per proporre possibili correttivi; chi mi conosce lo sa, alla musica tengo sul serio, e se c’è da far bene qualcosa, non esito a dedicarmici. In quest’ottica, nel 2014 ho accettato di far parte di una ristretta commissione – venti persone in tutto – che aveva il compito di preselezionare la valanga di uscite allo scopo di redigere una lista di “votabili” da sottoporre poi alla giuria vera e propria, quella composta da circa duecento votanti; un lavoraccio, per il quale non ho mai visto (né chiesto) un euro, che mi ha costretto ad ascoltare una folle quantità di materiale prescindibilissimo (e, a volte, autentica immondizia) per limitare l’eccessiva dispersione di voti. Credo che, con tutti i colleghi che si sono via via avvicendati (la commissione prevedeva alcuni elementi fissi, con altri che cambiavano), abbiamo fatto un buon lavoro, nell’interesse della musica e della credibilità del Tenco; e senza nemmeno un qualche tipo di ritorno in termini di “gloria” (virgolette d’obbligo), dato che i nomi dei commissari erano pressoché ignoti all’esterno, onde evitare rotture di palle superiori a quelle che già si subivano. Nelle ultime tre edizioni, ho dunque ascoltato e vagliato oltre 1.500 titoli, scambiato centinaia di mail con i colleghi, stilato liste, suggerito ascolti, fatto ricerche per capire se un disco avesse i requisiti tecnici (la musica non c’entra, sono questioni oggettive; chi volesse capire meglio, vada a leggersi il regolamento delle Targhe).
L’anno scorso, per la prima volta, sono anche andato alle serate delle premiazioni, a Sanremo (tutto a mie spese: lo sottolineo non per sostenere implicitamente la tesi che mi fosse dovuto qualcosa, ma solo per stroncare in partenza gli eventuali cerebrolesi che potrebbero parlare di “vacanza pagata in Liguria”); è stato bellissimo esserci ed è stato splendido poter consegnare un meritatissimo Premio Tenco all’amato Stan Ridgway. Credevo sarebbe stata solo la prima di una lunga serie di trasferte lassù, ma a breve è arrivata la doccia fredda: Enrico De Angelis dimissionario, per impossibilità di continuare a lavorare degnamente, assieme alla sua preziosissima “spalla” Annino La Posta e ad altri membri del direttivo, l’ufficio stampa non riassegnato all’ottimo Enrico Deregibus, il nuovo direttore artistico Sergio Secondiano Sacchi – che non ho mai incontrato, ma per il quale ho sempre nutrito rispetto in virtù di un’attività di notevole livello – a rilasciare preoccupanti (per me e non solo) dichiarazioni sul futuro, le motivazioni delle dimissioni di De Angelis. Ho atteso per alcuni mesi l’evolversi della situazione, ma quanto accaduto ha superato le mie peggiori aspettative: nessun comunicato sulle iniziative del Club Tenco da parte del nuovo ufficio stampa, la Commissione di cui sopra cancellata senza una parola, la richiesta di partecipare “alla prima votazione” pervenuta con notevole anticipo rispetto alla consuetudine con tutto ciò che questo comporta, dimissioni di giurati illustri (e chissà quante altre ce ne saranno…) come Fausto Pirito ed Elisabetta Malantrucco.
In sintesi: vista la situazione, ho deciso di abbandonare la giuria. Fregherà a pochi, forse a nessuno, ma non voglio continuare ad associare il mio nome a qualcosa che non so cosa bene sia, che non so quanto voglia essere fedele alla “missione” – quella del sostegno e della propaganda della musica d’autore, affinché essa emerga e non rimanga costantemente affossata dai soliti nomi arcinoti. Non so se sia vero, ma circola la voce che l’obiettivo primario sia “riempire il Teatro Ariston”, e il pensiero mi turba. È il Club Tenco o il Club Ramazzotti? Prima era diverso: non conoscevo tutti i dettagli, certo, ma mi sentivo totalmente garantito dalla presenza di Enrico De Angelis. Ora, invece, nessuno ha avuto il buon senso/gusto di cercare un contatto o quantomeno comunicare a tutti noi le novità; è evidente che la considerazione per il nostro lavoro di giurati è nulla, e che tutta quella sfilza di nomi serve soltanto a conferire autorevolezza all’assegnazione delle Targhe. È scontato che la mia assenza non renderà tutto, in apparenza, meno autorevole, ma dato che per onestà intellettuale non me la sento di prender parte alle votazioni, ci tengo che il circo della musica italiana sappia che con le Targhe Tenco 2017 non avrò nulla a che spartire. Il Tenco non ha di sicuro bisogno di me, ma nemmeno io ho bisogno del Tenco. Cioè, di questo Tenco.

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Il post numero mille

Mica lo so, cosa sarebbe “giusto” scrivere in un’occasione del genere. C’ho riflettuto su per qualche mese, ogni volta che notavo il counter avvicinarsi sempre più alla fatidica cifra, ma non ho avuto alcuna illuminazione: qualsiasi idea mi sembrava troppo sciocca o troppo complicata. E allora, dato che non posso tener bloccato il blog in attesa di un “eureka” che magari non arriverebbe, me la gioco in modo semplice, ricordando tappe per me significative di questo percorso avviato ormai quattro anni e (quasi) quattro mesi fa; lo so, è autoreferenziale, ma se non ve ne frega nulla smettete di leggere. A chi è rimasto, buon divertimento seguendo i link.

Il primo post vero e proprio, dopo quello in cui annunciavo il varo del blog, venne pubblicato il 10 gennaio del 2013, e conteneva le mie prime due recensioni in assoluto, apparse sulla stampa nel luglio del 1979.

In questi cinquantadue mesi, il post più letto in assoluto è stato questo, relativo alle mie burrascose dimissioni dal Mucchio.

I tre meno letti sono stati invece questo, questo e questo, e vedendo i nomi degli artisti trattati ammetto che, cari lettori, mi verrebbe da mandarvi (cordialmente) un po’ affanculo.

Delle tante interviste qui disponibili, il maggior numero di visualizzazioni è finora toccato a questa a Elio e le Storie Tese, lodata apertamente e più volte linkata da loro stessi.

Il numero minore di “click”, invece, è stato per questa agli White Stripes periodo White Blood Cells, e mi sembra davvero assurdo.

La recensione più letta? Questa qui, su un libro di Piero Scaruffi. Voi che dite, c’è da esserne lieti o da deprimersi?

Il post più “de core” è questo scritto appositamente per il primo compleanno de “L’ultima Thule”.

Quello che più mi rappresenta, anche se non va preso come Vangelo, sulle mie 31 canzoni della vita.

Quello che vorrei fosse letto proprio da tutti, anche se l’argomento è triste: il mio necrologio per Syd Barrett.

Il post che più mi ha divertito approntare è questo relativo all’Indiesfiga, tema sul quale mi sono ripromesso di ritornare. Ma magari anche no.

Direi che posso fermarmi qui, ricordando solo che con la funzione “Search” in alto a sinistra potrete sapere cosa ho eventualmente recuperato dei miei scritti a proposito dei vostri artisti preferiti.

Grazie a tutti voi che, leggendolo e consultandolo, date un senso all’esistenza de “L’ultima Thule”.

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Ho fatto l’attore

Non posso dire che sia la prima volta, dato che ho interpretato piccoli ruoli in alcuni videoclip (una decina di anni fa mi era anche passata per la mente un’idea assurda che ho avuto il buon gusto di archiviare: essere in cinquanta videoclip prima del cinquantesimo compleanno), ma in questo caso si è trattato di una recitazione vera e propria, anche se agevolata dal fatto che dovevo indossare i panni di… me stesso. È accaduto nel 2015 e il progetto “Bye Bye Radio” – organizzato da alcuni componenti dello staff di Radio Bombay di Perugia – sembrava essere stato ormai abbandonato; invece, anche con mia sorpresa, l’idea di una web serie dedicata al mondo della musica italiana cosiddetta alternativa è stata ritirata fuori dal cassetto. Ecco così che l’unica puntata finora girata, della quale sono co-protagonista assieme ai Fast Animals And Slow Kids, è in circolazione, intitolata “Quando non sei Federico Guglielmi”.
Chiaramente (in caso contrario, non mi sarei prestato), tutto è corre sul filo dell’ironia e dell’autoironia. Prender parte alla cosa, lo ammetto, mi ha divertito assai, e nulla mi importa se qualcuno penserà che sono un cretino; almeno per certi aspetti, è vero.
Qui il link alla pagina “di lancio” di Fanpage, nella quale c’è ovviamente il link alla puntata (che dura cinque minuti e mezzo)

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Luxfero

È inutile piangere sul latte versato, ma i Luxfero furono un’occasione mancata; se avessero realizzato un disco a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, quando erano uno dei nomi di punta della Roma underground, oggi sarebbero ricordati molto, molto di più. Il vinile, con materiale d’epoca, si fece invece aspettare fino al 2010, e per me fu un vero piacere scriverne le note di presentazione per il retrocopertina.

Nel foglio sul quale elenco tutti i concerti ai quali ho avuto il piacere (o il dispiacere) di assistere dal giurassico 1974 a ora il nome Luxfero figura nel 1983 e nel 1985, ma nella mia memoria è rimasta impressa – indelebilmente, è ormai lecito supporre – una band diversa. Quelli scolpiti nella Storia sono infatti i Luxfero dai connotati punk (e post-punk) che all’inizio del 1980 avevano infiammato la platea del “1° Festival Rock Italiano”, patrocinato dalla rivista “Ciao 2001” e ospitato in origine dal Cinema Teatro Palazzo e quindi dal Cinema Teatro Espero di Via Nomentana (oggi, ahinoi, sala bingo): un momento-cardine per un circuito punk capitolino decisamente sommerso a causa dei pochi club dove esibirsi, del numero piuttosto ridotto di gruppi degni di tal nome e della scarsissima documentazione discografica (solo l’album degli Elektroshock, edito dalla Numero Uno/RCA), risultato del generale clima di diffidenza che avvolgeva non solo la nostra piccola e provinciale blank generation ma pure i suoi ispiratori d’oltremanica e d’oltroceano. La disinformazione autoctona, del resto, dipingeva i punk come fascisti, violenti e inetti sul piano musicale, e dunque perché il pubblico degli appassionati avrebbe dovuto appoggiarli? Continua a leggere

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Quell’8 gennaio del 1977

Come sapete, ogni tanto mi concedo qualche post per parlare di me, anche se sempre in relazione al mio lavoro e alla musica. Questo, che è pure un po’ lunghetto, appartiene alla categoria, e dunque è autoreferenziale; se la cosa è per voi irritante, potete tranquillamente fare a meno di leggerlo. Io, però, non potevo fare a meno di scriverlo. Ah, dimenticavo… se qualcuno si domandasse come sia possibile che date e dati siano così precisi, sappia che dal 1976 ho la mania di annotare, a grandissime linee, quello che faccio ogni giorno, tutti i giorni; ogni tanto qualcosa sfugge, ma per quanto concerne le vicende qui esposte per fortuna non è accaduto.
radio-five-fotoCi sarebbero tanti piccoli e grandi dettagli da raccontare e magari nel 2027 – sempre che riesca ad arrivarci – lo farò pure in una sorta di autobiografia musicale, ma per adesso accontentavi di questo breve amarcord. Nel primo pomeriggio di sabato 8 gennaio 1977 bussai alla porta di Radio Five, una delle numerose, piccole emittenti spuntate fuori come funghi a partire da quel glorioso 1975 in cui le frequenze FM erano state liberalizzate; nel mio quartiere, situato su una collina, abbondavano, perché se gli impianti di trasmissione erano situati in alto il segnale si propagava in modo più capillare per la città. Continua a leggere

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3 aprile 1982

Logo_Rai_1982Non ricordo se l’ho mai detto, ma dal 1976 compilo un diario di quello che faccio. Non è dettagliato a livelli maniacali, nel senso che se vado allo stadio scrivo solo “allo stadio” e non anche di che partita si trattava e com’è finita, e che se in un pomeriggio casalingo scendo per un quarto d’ora al bar o vado dal giornalaio non scrivo “bar” o “giornalaio”, ma è un riepilogo piuttosto preciso delle mie principali attività. Non so davvero come e perché, a nemmeno sedici anni, mi è venuta l’idea… so solo che ho cominciato ed è diventata un’abitudine che mi porto dietro ancora oggi. E che si è rivelata, a posteriori, più volte utilissima per ricordare eventi e situazioni tipo concerti visti, dischi acquistati, incontri, playlist radiofoniche. Fino ai primi ’90, tutto è annotato su classiche agende – dagli ’80 in poi, due per anno: una per la vita privata, una per le questioni professionali e musicali – alle quali talvolta mi capita di metter mano per bizzarre ma necessarie ricerche.
Beh, fino a pochi giorni fa, se qualcuno mi avesse chiesto quando ho trasmesso per la prima volta in RAI avrei risposto “primi mesi del 1983, con un programma chiamato Master Under 18”. E avrei clamorosamente sbagliato, come mi ha rivelato un’agenda del 1982. Innanzitutto, perché il ciclo di “Master Under 18” è iniziato prima (2 novembre 1982), ma soprattutto perché il mio esordio dai microfoni della Radio di Stato, più precisamente Radiouno, avvenne sabato 3 aprile 1982, con uno spazio del quale – strano, ma vero – ho in memoria solo qualche flash. La famosa agenda mi dice che era un programma di due sole puntate, nel quale affiancavo un conduttore ben più anziano di me, Beppe Chierici. Andò in onda il 3 dalle 13,40 alle 14,30 e il 10 dalle 13,30 alle 15,00, e da quanto sono riuscito a ricostruire, voleva essere una sorta di viaggio esplicativo e senza pretese di esaustività su come, nella musica “dei giovani” di quel periodo, si affrontassero i temi dell’amore, dell’antimilitarismo, della religione e della solitudine, più un quinto che non saprei dirvi perché non riesco a capire che accidenti ho scritto (true story). Sono certo che l’idea di fondo del programma non fosse mia, così come non ho dubbi sul fatto che la selezione delle canzoni lo fosse al 100%. Fatico a credere che nel 1982, all’ora di pranzo del sabato, su Radiouno mi fosse consentito di presentare quello che potete leggere qui sotto, ma… è successo. E ne vado fiero.

Effetto Giovani 3/4/1982
Stranglers – Pin Up
Joy Division – Love Will Tear Us Apart
Germs – The Other Newest One
T.S.O.L. – Die For Me
Red Rockers – Dead Heroes
Spizz Energi – Soldier Soldier
Discharge – Massacre Of Innocence

Effetto Giovani 10/4/1982
Dead Kennedys – Religious Vomit
John Foxx – Pater Noster
Public Image Ltd – Religion 2
Joy Division – Disorder
Siouxsie & The Banshees – The Staircase
Sex Pistols – Problems
The Sound – I Can’t Escape Myself
Circle Jerks – Don’t Care/Live Fast Die Young
Dead Boys – 3rd Generation Nation
Avengers – We Are The One
Nuns – World War III

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Gianmaria Testa (1958-2016)

GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011

Si sapeva da tempo che non stava bene, ma speravo tanto che ce la facesse, che la malattia bastarda si sarebbe alla fine convinta che un artista così sensibile, e una persona così garbata e per bene, meritasse altro tempo da trascorrere su questa terra. La notizia della sua scomparsa, poco fa, mi è arrivata addosso come un treno, uno di quelli che lui per anni ha governato da capostazione, quando ancora la sua carriera di cantautore era “a mezzo servizio”. Questo perché Gianmaria, per me, non era “solo“ un musicista ascoltato su disco e in concerto, ma uno di quelli che avevo conosciuto e intervistato più volte (ricordo in particolare una chiacchierata durata ore per un “dossier” del Mucchio Extra), apprezzandone anche le doti umane. Scrivere altro sarebbe al momento pesantissimo, e allora me ne astengo. Recupero però una mia recensione del suo ultimo album, un doppio CD+DVD dal vivo che consiglio caldamente. Un caro abbraccio, Gianmaria. 

Grafica1.CDRMen At Work (Incipit)
Per tutta la fase iniziale di una carriera oltretutto avviata in età non proprio verde (era trentasettenne ai tempi dell’esordio discografico, nel 1995), Gianmaria Testa riscuoteva più consensi all’estero – specie al di là delle Alpi – che in patria. Una situazione che da un pezzo è cambiata, tanto che adesso non sono in pochi a vedere nell’artista piemontese, in primis per i suoi meriti ma in seconda battuta anche a causa dei ritiri (e delle scomparse…) di parecchi protagonisti storici, il più accreditato alfiere della classica canzone d’autore italiana. Lui, schivo di natura, naturalmente minimizza, ma il suo impeccabile percorso non gli lascia scampo. E questo doppio album dal vivo non si fa sfuggire l’opportunità di rimarcarlo.
Confezionato legando assieme come se si trattasse di uno stesso concerto episodi estratti da varie esibizioni tenute fra Austria e Lussemburgo nel febbraio 2013, e soprattutto Germania esattamente un anno prima, Men At Work non è un live spoglio come il Solo dal vivo del 2009. Gianmaria Testa è infatti accompagnato da una brillante band elettroacustica di tre elementi (chitarre, basso/contrabbasso, batteria) che conferisce alle sue canzoni una veste nuova, sempre sostanzialmente sobria ma ricca di colori che sottolineano la forza espressiva dei versi e delle melodie. Da citare in particolare una Cordiali saluti da brividi (il tema affrontato è il licenziamento), ma nessuno dei ventitré brani dei due compact – tutti già noti, eccetto l’appassionata cover di Hotel Supramonte di Fabrizio De André – è meno che riuscito. Completa l’ottima operazione un bel DVD con le riprese di una serata dello scorso luglio a Torino (peccato solo che manchi il menù per selezionare le singole tracce), il tutto racchiuso in un’elegante scatolina di cartone che, scelta concettuale e non solo estetica, richiama l’idea di un “artigianato di qualità”.
Tratto da AudioReview n.348 del novembre/dicembre 2013

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Roberto Perciballi, 1964-2016

Roberto PerciballiNon ci penso proprio, a scrivere un vero articolo commemorativo, di quelli dove ti sforzi di trovare le parole più adatte e di impostare il discorso “in un certo modo”. In momenti così, chi se ne frega della forma. Qui voglio solo salutare, a caldo e sinceramente addolorato, una bella persona che se n’è andata, ancora giovane, colpita da infarto. Una persona che conoscevo da trentacinque anni e che ho avuto modo di apprezzare in più vesti: frontman dei Bloody Riot, titolari del primo autentico disco punk mai pubblicato nella nostra Roma; artista fuori dagli schemi, in più ambiti espressivi; scrittore, con un libro appassionato e illuminante chiamato Come se nulla fosse in cui ha raccontato la sua storia e le sue storie; uomo, con il suo carattere spigoloso – come la foto qui proposta, che a lui tanto piaceva – dietro il quale si nascondevano un animo puro e una grande disponibilità.
Era uno di quelli che “ci credevano”, Roberto. Uno che ci ha sempre creduto. E uno di quelli che soffriva, senza arrendersi, nel confronto con una quotidianità spesso spietata. Mancherà a tutti coloro che gli volevano bene e mancherà soprattutto alle sue due figlie, che non ho mai incontrato ma che abbraccio idealmente. Un giorno di merda, questo 20 marzo. Ciao, Roberto.

Bloody Riot live

Qui alcune delle cose che ho scritto sui Bloody Riot.

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Il mio amico Toffolo

La settimana scorsa, e quindi l’11 marzo (per via della regola, della quale continua a sfuggirmi il senso, in base alla quale i dischi vengono pubblicati solo il venerdì), è uscito “Inumani”, il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ne ho scritto su “AudioReview” di marzo e chi fosse eventualmente interessato a leggere la recensione potrebbe farlo solo lì, poiché non mi pare che i “ragazzi” l’abbiano condivisa da qualche parte. E dato che qui sul blog ho già recuperato un’intervista storica, quella che diciassette anni fa accompagnò la prima copertina in assoluto dedicata alla band da una rivista, estraggo dal cassetto della memoria una vecchia faccenda che mi è tornata in mente quando, durante una delle mie ricerche in archivio, è saltata fuori questa illustrazione.

Toffolo ok

Faccio una breve premessa: quanto segue è una questione, in pratica, “privata”, e quindi chi continuasse la lettura a dispetto dell’avvertimento non ha il diritto di rompermi le palle con eventuali “che mi frega?”. Ecco allora la storia. All’inizio degli anni zero, Davide Toffolo realizzava per il Mucchio al tempo settimanale – dove ero responsabile di vari spazi – una striscia a sua cura, “Tre Allegri Ragazzi Morti Show”. Non so se fosse una esclusiva, mi sembra di sì, ma non è importante… a contare è che fosse una cosa carina. Fatto sta che, un giorno, arrivò il doppio disegno di cui sopra, “risposta” di Davide a una mia recensione non troppo positiva di un album del suo gruppo. Ci rimasi male e chiesi all’editore di evitare la pubblicazione. Fui accontentato, ma con il senno di poi penso di aver commesso un errore; sì, venivo perculato e per ragioni a mio avviso pretestuose, ma ci poteva stare. Fra l’altro, a breve Davide interruppe la collaborazione. Non so se la striscia incriminata sia poi apparsa altrove o sia invece rimasta inedita, almeno nella sua veste originaria (mi è capitato di vederne una versione differente), ma negli ultimi anni ho incontrato El Tofo un sacco di volte, il rapporto è del tutto cordiale e di questo episodio non mi pare si sia mai parlato. Comunque, ecco, con il recupero del disegno vorrei rimediare alla mia “censura” di una quindicina di anni fa, figlia del prendere a volte troppo sul serio non tanto me stesso – dai, chi fa circolare liberamente una foto come questa è per forza dotato di un certo senso dell’autoironia – quanto tutto quello che gira attorno alla mia professione. È andata così, oggi ci rido sopra. Cosa che sicuramente farà anche Davide, quando e se leggerà queste righe. Bacini e rock’n’roll!

 

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Tutti (?) i miei sbagli

Avviso: questo è un post autoreferenziale del tutto privo di motivi di interesse per chiunque non segua il mio lavoro o se ne infischi (anche giustamente, eh) delle dietrologie del giornalismo musicale. Il titolo non si riferisce al famoso brano dei Subsonica ma a qualcosa di personale, anche se il “tutti” non può essere interpretato letteralmente. Insomma, l’idea è dichiarare un tot delle boiate che mi è capitato di scrivere dal 1979 ai giorni nostri; “boiate” come a dire “vaccate”, “errori”, appunto “sbagli”. Dunque, non giudizi che il tempo ha modificato o strafalcioni grammaticali e sintattici (me ne sarà pure scappato qualcuno, ma elencarli sarebbe assai sterile): proprio autentiche fesserie derivate da fonti non corrette, distrazione, convinzioni sballate, momenti di confusione, lapsus, eccetera. Cose che di norma si tende a seppellire sperando non vengano mai alla luce e che, invece, ho tirato fuori per riderci su assieme; non sono felice di averle scritte, ci mancherebbe, ma le accolgo come inevitabile effetto collaterale del mio lavoro e non ho remore a metterle in piazza, sia perché rispetto alla quantità di quello che ho pubblicato sono davvero pochine, sia perché – contrariamente a quanto afferma gente che cerca di screditarmi o che non mi conosce bene – credo di possedere un buon senso dell’ironia e dell’autoironia. Ah, quasi dimenticavo: quando possibile, ho spiegato cosa abbia causato lo svarione; non per giustificarmi, ma solo per illustrare retroscena della mia professione che nessuno fuori dal giro potrebbe forse immaginare. Sono solo sette, come i Peccati Capitali, ma certamente in futuro ne salterà fuori qualcun altro.
Tutti i miei sbagliQuello che mi fece incazzare di più
Pearl Jam. Nella scheda di No Code, inserita nell’articolo sui “100 album fondamentali” degli anni ’90 pubblicato sul n.1 (Inverno 2001) del Mucchio Extra, si può leggere “senza ovviamente trascurare le ballate passionali e avvolgenti (Corduroy, Better Man, Immortality)”; e tutti sanno che i tre brani sono contenuti nell’album precedente della band di Seattle, Vitalogy. È successo che in origine avevo scritto di Vitalogy ma poi, riflettendoci ancora su, ho pensato che No Code sarebbe stato più adatto; la scheda si prestava ad essere “riadattata” e così ho fatto, dimenticandomi però di sostituire con “Red Mosquito, Around The Bend, Present Tense e la più energica Mankind” i titoli in parentesi. Nel libro dei “500 dischi”, approntato non molto tempo dopo, l’errore è stato corretto, ma quando nel 2012 – con la faccenda ormai rimossa dalla memoria – mi sono dedicato a quello dei “1000 dischi”, ho tragicamente ripreso il file vecchio; e così, nella prima tiratura dei “1000 dischi” (solo in quella, per fortuna), lo scempio è stato rinnovato.

Quello più bislacco
Vinicio Capossela. Quando lo intervistai per il dossier apparso sul Mucchio Extra n.10 (Estate 2003), poi ripreso nel libro Voci d’autore, il cantautore mi raccontò che le radici della sua famiglia erano “nella valle dell’Ofanto”. All’epoca, che il padre fosse di Calitri e la mamma di Andretta non era scritto davvero da nessuna parte e così, dato che il fiume Ofanto sfocia nell’Adriatico e attraversa per un bel tratto la Puglia, non sapendo dell’esistenza di una zona dell’Irpinia chiamata proprio “Valle dell’Ofanto”, interpretai quel “valle” come “parte terminale”. Righe più sotto, volendo giocare sui luoghi di origine, di nascita e di crescita di Vinicio, lo definii “pugliese di Germania che il Fato ha trapiantato in Emilia”. Adesso, ogni volta che mi capita di pensare alla Puglia che tanto amo, nella mente si materializza la storia del “pugliese di Germania”.

Quello che tutto sommato mi fa sorridere
Red Temple Spirits. Numero 17 di “Velvet” del febbraio 1990, recensione del secondo LP dei magnifici Red Temple Spirits, If Tomorrow I Were Living For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More. Sì, c’è proprio scritto “il magnetismo del canto della sacerdotessa Dallas Taylor”. Peccato che nella band californiana ci fossero solo uomini e che Dallas Taylor ne fosse il chitarrista (alla voce c’era William Faircloth); vero che nelle fotocomposizioni succedeva di tutto e di più, dato che i testi dattiloscritti si consegnavano all’apposito service – i computer privati ancora non erano molto diffusi – dov’erano ribattuti da persone che badavano alla velocità e non alla precisione, per poi essere corretti in bozza, ma sarei tuttora curiosissimo di sapere come andò.

Quello che… vai a capire
Hüsker Dü. Nel 1994 la Warner Bros pubblicò un live postumo del trio di Minneapolis, The Living End, di cui mi occupai su “Rumore” (era il n.47). Nella recensione si legge: “con le cover di You Keep Me Hanging On di Holland/Dozier/Holland e Sheena Is A Punk Rocker dei Ramones”. OK per i Ramones, ma l’altra manca; nella scaletta c’è invece Keep Hanging On, un famoso pezzo (a firma Grant Hart) degli stessi Hüsker Dü, ma tenderei a escludere di aver scambiato Keep Hanging On per You Keep Me Hanging On. Ricordo comunque di aver ricevuto, al tempo, una lettera di un “hater” (sì, esistevano anche prima della posta elettronica) che mi dava dell’ignorante, dell’incompente e del cretino, e che una spiegazione più o meno logica avevo pure saputo dargliela, ma oltre vent’anni dopo ricordare è arduo.

Quello più assurdo
The Clash. Nel n.93 di “Rockerilla”, maggio 1988, scrissi una monografia dei Clash, gruppo che – comprensibilmente: il punk storico è la mia prima “specializzazione” – conosco più che bene. Ciò non mi impedì di collocare l’allontanamento di Mick Jones (settembre 1983) prima di quello di Topper Headon (maggio 1982); come sia potuto incorrere in una topica così grossolana, specie trattandosi di una band della cui storia si sapeva praticamente tutto, rimarrà per sempre ignoto.

Quello quasi invisibile
Dave Provost. Nel n.77 del Mucchio, giugno 1984, scrivendo dei Dream Syndicate, spesi due parole sulla loro line-up più recente, quella con “Dave Provost (ex Distorted Levels) al posto della dimissionaria Kendra Smith”. I Distorted Levels non avevano però alcuna relazione con Provost (proveniente dai Droogs), ma erano il gruppo in cui aveva militato Greg Prevost, poi Chesterfield Kings e, tra l’altro, cantante e non bassista. Colpa dell’assonanza dei cognomi? Probabile. Ma perché abbia citato i Distorted Leves, che non conosceva nessuno e avevano all’attivo un unico, oscurissimo 45 giri, invece dei ben più noti Chesterfield Kings, rimane un beato mistero.

Quello che mi perdono
My Bloody Valentine. Nel 1985 recensii in breve sul Mucchio il mini d’esordio This Is Your Bloody Valentine, attribuendo a Kevin Shields e soci nazionalità tedesca. Avevo acquistato il disco appena uscito in un negozio, della band non avevo letto nulla da nessuna parte né si trovavano informazioni, l’etichetta era di Berlino, i brani erano stati incisi lì e dei musicisti erano riportati, almeno accanto ai relativi strumenti, solo i nomi di battesimo. Il dubbio che potessero essere originari di un’altra nazione non mi sfiorò neppure, credo.

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Quando uccisi Gianluca Picardi

Avviso a chi stesse cominciando la lettura: questo è un post altamente autoreferenziale e se vogliamo sciocco, per cui… se siete interessati solo a cose serie, passate oltre. Si tratta comunque di qualcosa di legato al mio vissuto professionale, che una volta riscoperto per puro caso mi ha fatto sorridere. Spiegazione doverosa. Per un periodo nemmeno tanto breve, dall‘aprile del 1996 al dicembre del 1998, ho utilizzato per la prima e unica volta uno pseudonimo. I miei articoli sul Mucchio erano infatti pubblicati, con sporadiche eccezioni, a firma Gianluca Picardi. Il perché è raccontato qui sotto, ovvero nella puntata della rubrica “Fuori dal Mucchio” – lo spazio dedicato all‘epoca agli artisti underground italiani, da me ideato e curato – in cui decisi di gettare la maschera e tornare a essere solo me stesso.
Picardi fotoCon quest’ultima doppia pagina dell’anno, mi ritiro: di mia spontanea volontà, e senza che nessuno abbia fatto qualcosa per provocare l’irrevocabile decisione, torno nello stesso nulla dal quale ero emerso nell’ormai lontano aprile del 1996. Perché? Potrei rispondervi che l’Enterprise e il suo equipaggio mi stanno aspettando per nuove missioni spaziali, ma probabilmente non mi credereste. Potrei confessare che mi sono stancato di dar retta alle fisime di tutti gli “emergenti autoprodotti esordienti sotterranei” d’Italia, ma non sarebbe vero. Potrei raccontarvi che mi è stato offerto un posto di lavoro meglio retribuito, ma mi riterreste un mercenario. Vi dico, invece, la verità: lascio rubrica e inserto perché non esisto. Cioé, non esisto come Gianluca Picardi: avevo assunto questa identità fittizia, ispirata dalla mia passione per Star Trek, un po’ per gioco ed un po’ per evitare “conflitti di firme” con Rumore, la rivista alla quale – con il mio vero nome, Federico Guglielmi – collaboro fin dal numero uno. Con il tempo, però, la faccenda mi è sfuggita di mano: pur essendo richiestissimo, Picardi non poteva infatti apparire in pubblico, né tantomeno (sarebbe stata una presa in giro, non trovate?) parlare al telefono con chicchessia; gli addetti ai lavori – responsabili di etichette, manager, artisti – prima o poi venivano informati o mangiavano la foglia (così come un certo numero di lettori), ma il dualismo quasi schizofrenico permaneva. Anzi, aumentava di giorno in giorno, dando luogo a situazioni anche buffe e/o imbarazzanti: vi immaginate il povero, incorporeo Picardi invitato a far parte di giurie di rassegne locali e nazionali, a intervenire a trasmissioni radiofoniche e televisive o a rispondere a domande sullo strano rapporto che lo legava al suo supervisore e coordinatore occulto Guglielmi (appunto), che rappresentava pubblicamente “Fuori dal Mucchio” pur non essendone una firma?
Insomma, non si poteva più andare avanti. E l’aver fissato il “passaggio di consegne” in questo numero del Mucchio è dovuto, oltre che a ragioni di calendario (“anno nuovo vita nuova”, mi pare si dica), al fatto che le festività natalizie sono il momento più adatto per ringraziare alcune persone, ricordarne (nel bene e nel male) altre e formulare piccoli auguri. Picardi mi ha chiesto questo favore ed io ho dovuto concederglielo: tutti i condannati a morte hanno diritto ad un ultimo desiderio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.333 del 22 dicembre 1998

Il recupero finisce qui, senza la conclusione originaria che, quasi sedici anni dopo, avrebbe poco senso. Accenno solo che ringraziavo il “mio” staff e un ex direttore per l‘apertura nei confronti del rock italiano, che bacchettavo Rossano Lo Mele – ai tempi collaboratore e oggi direttore di Rumore – per le impietose stroncature agli emergenti (non lo trovavo corretto, vista la sua militanza nei Perturbazione), lodavo John Vignola (che allora scriveva per Rockerilla; al Mucchio sarebbe approdato più avanti, quando spinsi l‘ex direttore di cui sopra a chiamarlo per portarlo da noi), stigmatizzavo che a Modena e Faenza si svolgessero, a pochi giorni di distanza, due rassegne dedicate agli indipendenti italiani (è successo persino questo) e facevo gli auguri – vista a posteriori, con risultati un po‘ scadenti – a due band che amavo molto, cioè Santa Sangre ed Elettrojoyce. Tutto qui, nulla di scandaloso né scandalistico. Se siete arrivati fin qui, scusatemi per avervi sottratto tempo prezioso con queste vecchie sciocchezze.

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Yesterday

Targa Blog
Ieri pomeriggio, nella Sala Consiliare del Comune di Faenza, ho ritirato dalle mani di Luca D‘Ambrosio – il titolare di Musicletter.it, che nel 2013 ha istituito il Premio con il sostegno del MEI – la targa che simboleggia la vittoria di questo mio spazio virtuale nell‘edizione 2014 del concorso “Indie Blog Award”, categoria “miglior blog personale” (come “miglior sito web” si è invece imposto “Distorsioni”: a loro, complimenti e auguri per il futuro). Continua a leggere

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Perché non sto più nel Mucchio

Consulto le statistiche di questo blog, e parlano chiarissimo: “Io non sto più nel Mucchio”, il primo post di questa serie, ha finora avuto 14732 visite; il secondo, “Extra omnes”, 6311. Nemmeno a dirlo, i due post più letti di sempre. Insomma, l’argomento “io e il Mucchio” interessa molto e quindi – anche se ne avrei fatto volentieri a meno, ma pare che non rispondendo la gente pensi che non si sappia come farlo – ecco la terza puntata. Chi frequenta questo spazio per questioni strettamente musicali mi perdonerà (me lo auguro, almeno) per la divagazione.
perché e percomePerché non sto più nel Mucchio (e altre tristi storie)

In questi ultimi giorni, prima sull’editoriale del numero di maggio del Mucchio e poi in un post sul forum della rivista, l’Illuminata Direzione ha raccontato una verità che – strano! – non coincide con la mia. Quella disponibile in Rete, che poi è la versione ampliata di quella finita su carta, la trovate qui. Arduo rispondere in modo puntuale, articolato e soprattutto breve a un tale concentrato di amenità, oltretutto espresse in modo estremamente confuso. Insomma, si è persa un’altra ottima occasione per evitare (ulteriori) figuracce. Ma entriamo nel merito.
La massima “si parla di un artista solo dopo il terzo album” che mi viene fantasiosamente attribuita stride un tantino – ma solo un tantino, eh – con tutto quello che è apparso sul Mucchio negli ultimi anni e anni, a mia firma e non: basterebbe  pensare a “Fuori dal Mucchio”, il mio spazio dedicato agli esordienti/emergenti italiani, o alla debuttante Anna Calvi, che avrei fortemente voluto sulla copertina nel numero di maggio del 2011 (ci finì invece l’oscena barchetta di carta dei referendum). Mi limito a un esempio perché certo non posso mettermi a ribattere a ogni singola fesseria sui nomi citati, mica voglio scrivere un libro, ma per semplificare posso raccontare questi fatti. Dopo l’estromissione di Max Stèfani, l’Illuminata Direzione non vedeva certo il Mucchio come una rivista di “musica più altro”, bensì come un magazine più orientato verso l’attualità e la cultura in genere (guardacaso i settori gestiti, peraltro bene, da Beatrice Mele)… tanto che le pagine dedicate alla musica, per tutto il 2011, rimasero le stesse di sempre, con il sottoscritto a barcamenarsi sui quattro o cinque articoli a disposizione (a fronte di decine e decine di artisti potenzialmente trattabili fra i quali dover scegliere). Poi, verso la fine dell’anno, la Proprietà realizzava che il Mucchio era seguito al 90% per la musica, e che quindi ce ne voleva di più. Però, sempre secondo l’Illuminata Direzione/Proprietà, occorreva un cambiamento, si doveva puntare sempre più verso il nuovo, anche “rischiando” (ok, Fine Before You Came e The Knife non sono propriamente alle prime armi, così come i Blue Willa, ma non sottilizziamo; lo era, invece, Beatrice Antolini, quando anni fa volli darle la copertina). Lo ammetto senza problemi, secondo me la (gloriosa) tradizione del Mucchio richiedeva una linea editoriale differente: meno orientata alla ricerca del fenomeno del momento pompato dalla Rete e più legata alla sostanza (meglio se consolidata da una storia pregressa); meno “politically correct”, ovviamente senza le cialtronerie del passato; meno “fighetta” nell’estetica. Il che, si badi bene, non significa che non ci si dovesse occupare di emergenti/esordienti (tutt’altro) o che non si dovesse rinnovare la grafica (bastava non stravolgerla, oltretutto riducendo il testo del 25%). Il mio era un ragionamento sensato, di coerenza e opportunità: mantenere tutti i lettori storici, quelli affezionati alla vecchia rivista e alle riviste in genere; acchiapparne di nuovi, tra quanti leggevano altre riviste musicali ma non il Mucchio, realizzando un giornale di qualità eccelsa; sfruttare con intelligenza le risorse offerte da Internet per promuovere il “prodotto”, non solo cartaceo. Nessuno mi ha mai neppure chiesto di esporre nel dettaglio la mia idea, così come nessuno ha mai ritenuto degne di attenta analisi le mie osservazioni sulla pur bellissima nuova grafica (ricordo anzi una riunione-farsa nella quale furono mostrati “per decidere” quattro progetti diversi, salvo poi rivelare che la scelta era già stata compiuta, indovinate un po’ da chi?).
Pur ritenendolo folle (un giornale orientato ai giovani, che notoriamente non comprano riviste ma frequentano assiduamente Internet? Senza avere soldi per una promozione a tappeto? Scontentando palesemente lettori fedelissimi da anni se non decenni? Mah, mah, mah), ho comunque sostenuto il progetto, come testimoniano tutti i numeri fino a quello di aprile. Non mi sono opposto a nessuna delle copertine, non ho lesinato in impegno e proposte, ho lavorato al meglio delle mie possibilità. Ma non era più il “mio” Mucchio: Eddy Cilìa dimissionario a gennaio, Carlo Bordone a febbraio, Aurelio Pasini e Alessandro Besselva Averame ben poco motivati… il tutto mentre l’Illuminata Direzione si impegnava per conquistare il consenso dello staff residuo dipingendomi come “obsoleto”, “demotivato” e, dulcis in fundo, “maschilista”. A un certo punto, non ce l’ho fatta più: mi si chiedeva di cercare gente giovane e brava, meglio se di sesso femminile, eventualmente disposta a scrivere gratis; mi accorgevo che gli input sui nuovi artisti sui quali puntare derivavano dal numero di “like” dei video postati sulla pagina facebook del giornale; alle riunioni dovevo discutere con persone che di musica ne sanno un centesimo di me (a essere generosi) e accettare le loro decisioni in merito, decisioni che arrivavano sempre un giorno dopo (in seguito, immagino, a frenetiche consultazioni di wikipedia e youtube per cercare di capire un minimo di cosa si stesse parlando); venivo tenuto all’oscuro degli sviluppi (?) del famigerato nuovo sito, procrastinato per ben sedici mesi; in più, quando ogni tanto alzavo la voce, mi si ricordava che non ero il padrone e che, se non mi andava bene, conoscevo la collocazione della porta. Non mi si venga a dire, poi, che le mie dimissioni sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Nell’autunno scorso, infatti, manifestai la mia insoddisfazione e chiesi un incontro  – “moderato” da Gabriele Pescatore, amico comune e soprattutto avvocato – per buttar giù un accordo a proposito di cosa sarebbe accaduto se, un giorno, una delle due parti non avesse voluto più collaborare con l’altra. Si parlò (eravamo Daniela Federico, Beatrice Mele, Gabriele e io), c’erano posizioni distanti ma con un po’ di buon senso un compromesso era di sicuro raggiungibile, mi fu promesso un abbozzo di proposta scritta che però non giunse mai.
In estrema sintesi, non intendo sprecare un solo secondo in più del mio tempo per ribattere a grossolane sciocchezze riportate solo allo scopo di tentare di screditarmi, di farmi apparire per quello che non sono mai stato e mai sarò. Che ciascuno decida, basandosi sui dati in suo possesso – partendo, magari, dai curricula professionali e dai comportamenti pubblici – chi sia più meritevole di fiducia. Ritengo invece doveroso spendere qualche riga su un paio di questioni specifiche, ovvero:
SOLDI. Di sicuro il timore di non vedere un euro ha pesato sulla mia decisione di andarmene: sapete com’è, avanzavo sedici mesi di “stipendi” e non volevo arrivare a 17 perché è noto che porta sfiga. Ero invece ragionevolmente certo che togliendo il disturbo sarei stato pagato subito, e che con me sarebbero stati pagati in tutto o almeno in parte gli altri che avessero alzato il ditino e detto “e noi?”. Perché quando ci si definisce imprenditori e si blatera di “aziende”, “asset” e “gruppi editoriali”, e comunque si pubblica un giornale che un po’ di copie le vende e si percepiscono centinaia di migliaia di euro all’anno di contributi statali all’editoria, almeno le miserabili cifre concordate vanno pagate e stop, a costo di vendersi casa o rivolgersi agli strozzini. Oppure, se non si può/vuole pagare, si deve scendere dal pulpito e magari dimostrare di essere davvero tutti “nella stessa barca”. Sono stato alla fine pagato? Sì. Mi vergogno di aver preteso i miei magrissimi compensi arretrati? Nemmeno un po’. Anzi, me ne vanto.
EXTRA. Nei suoi dodici anni di storia, il trimestrale/semestrale di approfondimento musicale da me ideato e diretto (si veda qui) non ha sottratto alla Stemax un solo centesimo. Anzi, le ha fatto guadagnare parecchio. Lo staff costava pochissimo  (i 4.000 euro dichiarati dall’Illuminata Direzione erano il limite massimo: a volte spendevo meno, ma i collaboratori erano tutti pagati), arrivava “chiavi in mano”, conferiva prestigio. Vero, le vendite erano calate, ma fermo restando che soldi non se ne perdevano mai, bisogna considerare vari aspetti. Ad esempio, che per tre anni (2010-2012) il giornale è uscito come allegato e non autonomamente (facendo sempre vendere al Mucchio almeno 1000 copie in più: unica eccezione il numero dell’estate scorsa, quello con Saviano in copertina, che… boh, vai a capire cosa è successo). Il n.39, quello pubblicato lo scorso natale e tuttora ultimo, ha venduto 3.200 copie su 10.000 distribuite, copie alle quali vanno aggiunte le circa 1.000 (minimo) degli abbonati “deluxe”. Fanno in totale 4.200 (più di “Blow Up” e “Rumore”, quindi), i cui costi di carta e stampa erano oltretutto in buona percentuale coperti dai famosi contributi statali all’editoria. Era sempre un ottimo affare e comunque, se un giorno non lo fosse stato più, certo non avrei avuto obiezioni sulla sua chiusura.
“FURTO” DELL’ARCHIVIO. L’archivio fotografico del Mucchio cui si fa riferimento mi è stato regalato assieme a due librerie di Stèfani, alcune casse di vecchie riviste straniere e un MAC G4 che non serviva, quando alcuni anni fa si cambiò ufficio. L’Illuminata Direzione, che voleva arredare la nuova sede redazionale in chiave minimal-chic, mi disse che “quel ciarpame” avrebbe reso più brutto l’ambiente di lavoro e mi dichiarò la sua intenzione di buttarlo se non l’avessi “salvato” portandomelo a casa entro pochissimi giorni. Mi diede anche il numero di telefono di una persona disponibile a occuparsi del trasporto, persona che ovviamente pagai di tasca mia. Pensate che nella “nuova” sede non c’è nemmeno una copia del Mucchio settimanale o del vecchio mensile, perché tutte quelle presenti nel precedente ufficio o in magazzino furono immolate sull’altare dell’estetica. Per quanto riguarda Extra, non è colpa mia se la proprietà non si è curata di conservare i PDF dei primi trenta o trentuno numeri: non passavano per le mie mani in quanto andavano direttamente in tipografia, e non competeva a me recuperarli da lì dopo la stampa. Rispetto a file e scansioni, nel mio studio non ho “trasferito” un bel nulla: semplicemente, nel mio studio ho lavorato il materiale, e nel mio studio è rimasto. Insinuare che io mi sia appropriato indebitamente di “beni” altrui è oltraggioso.
Giuro che mi piacerebbe finirla qui. Sarà possibile? Lo spazio dei commenti è comunque aperto a tutti coloro che fossero interessati ad altre informazioni.
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Extra omnes

Extra copSono passati dodici giorni da quando, con questo post, ufficializzavo il mio volontario allontamento dal Mucchio Selvaggio, non senza specificare che probabilmente le dimissioni non si sarebbero estese al Mucchio Extra, il semestrale di approfondimento musicale (trimestrale per i suoi primi nove anni di vita) da me ideato alla fine del 2000 e diretto/curato in piena autonomia per ben 39 numeri, l’ultimo dei quali pubblicato nel dicembre scorso. Per amore nei confronti della mia creatura, e soprattutto per rispetto verso gli affezionatissimi, impagabili lettori, avevo infatti dichiarato la mia disponibilità a proseguire l’avventura alle stesse condizioni di sempre: totale libertà di gestione, un piccolo budget per retribuire i collaboratori, il solito miserrimo compenso per il mio lavoro di scelta dei contenuti, coordinamento, supervisione di grafica/impaginazione e stesura di un tot di articoli a mia firma. Se n’era parlato e sembrava tutto a posto, ma al momento di chiudere l’accordo l’Illuminata Direzione della Stemax ha posto un inatteso vincolo: sui prossimi Extra non avrebbe potuto scrivere nessuno di quanti negli ultimi mesi hanno lasciato il Mucchio. Quindi, ricapitolando: oltre a Eddy Cilìa, peraltro assente già nel n.39, niente Carlo Bordone, Giancarlo Turra, Riccardo Bertoncelli, Aurelio Pasini, Carlo Babando e Michele Benetello. Non sto qui a riportare nei dettagli il surreale dialogo snodatosi fra telefono ed e-mail, ma il succo è che sarebbe stato impensabile tenere nel libro-paga dell’azienda (quattro parole che meriterebbero un approfondimento: chissà, magari prima o poi…) gente che “aveva tradito” abbandonando la nave. E dire che tre di loro (Turra, Benetello e Babando) per il pluriennale lavoro a bordo di quella nave non avevano mai visto neppure un euro, a differenza di quanto accadeva – benché in misura minima – con quello svolto per Extra. Superfluo dire che il diktat il questione era per me inaccettabile e, dunque, ho salutato anche il semestrale.
Ma come”, starete adesso pensando tutti, “Extra non è la tua rivista?” Bella domanda. Di sicuro è mia a livello morale/intellettuale, dato che l’ho concepita e curata personalmente in ogni aspetto del suo percorso, ma non lo è sul piano legale. Perché? Perché quando ne sottoposi il progetto alla Stemax ero convintissimo di avere a che fare con persone amiche, e dunque non ritenni necessario stilare un contrattino che stabilisse, ad esempio, a chi appartenesse la testata e cosa sarebbe accaduto nel caso un giorno fosse venuta meno la volontà di lavorare assieme (non ditemi “sei un gigantesco coglione”, me lo sto ripetendo tipo mantra già da solo). Così, quando tre settimane fa ho suggerito la chiusura, ovviamente solo dopo aver realizzato i due numeri promessi a quanti si sono abbonati al Mucchio con la formula “deluxe”, mi sono sentito rispondere che Extra era un asset dell’azienda – ma guarda: e io che la vedevo come uno strumento di cultura allestito su basi di semi-volontariato – e che su di essa non potevo accampare alcun diritto, tanto più che l’azienda intendeva continuare a sfruttarne l’archivio (quello stesso archivio che, nella campagna salvaMucchio del 2012, aveva portato introiti più o meno pari a quelli dei nuovi abbonamenti). Al massimo, mi sarebbe stato concesso di acquistarla “a prezzo di favore”. Sotto il profilo legale, ribadisco, nulla da eccepire. Su quello umano, meglio che non mi esprima: dopo ben diciassette anni in cui per la Stemax ho fatto tutto quello che ho fatto (vedere il solito post), senza nessuna garanzia (assunzione? liquidazione? buonuscita? ahahahahah) e con retribuzioni da call center, meritavo ben altro. Ma pazienza, ci sta, il fesso sono io ed è giusto che paghi.
Infine: sì, lo so, ancora non ho illustrato le ragioni del “divorzio”, ma queste saranno al 100% oggetto di un ulteriore post – che mi auguro resti l’ultimo della serie – da proporvi nel prossimo futuro. Anche se ritengo che quanto appena raccontato faccia già comprendere parecchie cose.

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Io non sto più nel Mucchio

Mucchio copVi dico la verità: per ora, non avrei voluto scrivere questo post. Avrei di gran lunga preferito attendere qualche giorno, un po’ perché eventi di tale importanza vanno metabolizzati, e un po’ per non lasciare nulla in sospeso. Invece, dato che sulla Rete rimbalzano richieste di conferma (o smentita), accuse di scarsa trasparenza e – soprattutto – le esternazioni diffamatorie del mio ex ex direttore, qualcosa tocca dirlo subito. Allora, sì, è vero: ho lasciato il Mucchio. Nel numero di maggio, quindi, non ci sarò. Non una faccenda da poco, alla luce della mia più che trentennale relazione con la rivista, della quale mi permetto – solo per fornire le giuste coordinate di valutazione a quanti non sapessero – di riassumere in modo schematico le tappe essenziali.
Ci sono entrato nel 1979. Nel 1980 ho ideato lo spazio “Shock”, dedicato a punk, new wave e “nuovo rock” in genere, che ho gestito autonomamente, con un numero sempre maggiore di pagine, fino a tutto il 1982. Dal 1983 al dicembre 1987, con i contenuti di “Shock” integrati nella rivista, ho dato il mio contributo all’evoluzione del giornale prima come redattore e poi come caporedattore, abbandonando per sopraggiunti dissidi con la direzione/proprietà. Sono ritornato al Mucchio, su richiesta dell’ex ex direttore, nell’aprile del 1996, per occuparmi in prevalenza di rock italiano emergente: mi sono così inventato l’inserto “Fuori dal Mucchio”, divenuto anche rubrica con il passaggio alla periodicità settimanale, del quale sono sempre stato il responsabile unico. Idem per l’altro inserto “Classic Rock”, varato nel 2000, e per il trimestrale (dal 2001 al 2009; in seguito, semestrale) di approfondimento musicale Mucchio Extra, che ho sempre diretto. In più, ho ideato e curato gli “Speciale Mucchio” dedicati a Bruce Springsteen e U2, i quattro “Annuario del Mucchio” (questi ultimi assieme a John Vignola), la collana di libri per gli abbonati “Rock italiano – I grandi album” e tutti i CD realizzati sempre per gli abbonati. Ho inoltre portato un’infinità di idee, ingaggiato non so quanti collaboratori, rappresentato la testata in trasmissioni radio/TV ed eventi pubblici, buttato quotidianamente un occhio al suo forum, firmato qualche migliaio di pezzi (fra recensioni, articoli e interviste) e organizzato, curato e supervisionato le pagine della musica. Non a caso l’amico Federico Fiumani, appresa la notizia della mia fuoriuscita, l’ha commentata con “È come se io dicessi che me ne sono andato dai Diaframma”.
Comunque, il passato – per quanto ingombrante – rimane, appunto, passato. Il futuro è, per definizione, ancora da scrivere. Per quanto riguarda il presente, sono costretto ad alcune immediate precisazioni. La cifra che mi è stata corrisposta dalla Stemax, che pubblica il Mucchio, non è una “buonauscita” né tantomeno un’estorsione sotto minaccia, bensì quanto mi spettava – decurtato del 30% rispetto ai compensi fissati fino al 2011, provvedimento da me accettato solo in virtù della difficile situazione economica – per le mie prestazioni professionali relative agli anni 2012 e 2013. Non ero socio né dipendente e rivolgendomi al tribunale avrei di sicuro potuto avanzare richieste assai più consistenti, ma venir meno ai patti senza validissimi motivi non è proprio nel mio stile. Così come non sono nel mio stile – nella forma né soprattutto nella sostanza – epiteti quali “fighe di legno” e “lesbiche del cazzo” che mi sono stati fantasiosamente e scorrettamente attribuiti da chi, purtroppo, perde con precisione chirurgica ogni buona occasione per tenere sigillata bocca e tastiera.
Allo stato attuale, l’unica questione irrisolta (non per il passato, ma rispetto al futuro) riguarda Extra. Ho offerto alla Stemax la mia disponibilità a continuare a dirigerla alle stesse condizioni di sempre (autonomia nelle scelte contenutistiche ed estetiche, budget risicato per retribuire lo staff) e sono in attesa di una risposta. Allo stesso modo dovranno attendere (non saranno però tempi biblici) quanti vorrebbero conoscere i (tanti) perché del divorzio dopo un così lungo matrimonio: come sempre in questi casi, le ragioni professionali e umane sono numerose e non mi va di dibatterne ancora a caldo. Più trasparente di così, per ora, non avrei potuto essere. Grazie dell’attenzione.

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Le canzoni della vita (2)

Quando il Mucchio era settimanale, ci concedevamo qualche licenza: ad esempio, dedicare quasi un intero numero alle canzoni importanti per noi giornalisti, per i lettori, per alcuni ospiti. Per quanto riguarda lo staff, si trattava di compilare un elenco “secco” dei cinquanta brani preferiti, due commentati dei dieci – cinque stranieri e altrettanti italiani – cruciali per la propria vita, uno sempre commentato delle cinque delusioni, un altro (anch’esso commentato, ma più in breve) delle dieci cover favorite, oltre a un commentino sul pezzo che si sarebbe voluto aver scritto. Per ragioni di spazio, non tutto il materiale finì nella rivista: quanto segue è dunque parzialmente inedito.
Di questo “gioco” mi ero dimenticato, e una volta riscopertolo per caso non ho potuto esimermi dal recuperarlo. Un paio di note, però: non c’è da stupirsi che fra le “cinquanta” non figurino tutte le “31” qui pubblicate il 26 gennaio scorso (stilando simili liste, è normale cambiare qualcosa in base all’umore del momento), né tutte le cinque più cinque (i brani-chiave della vita non devono per forza essere fra i prediletti). C’è molto di autobiografico, nelle righe qui sotto, come esplicitamente richiesto dalle regole ai tempi fissate. Se la cosa non vi interessasse, evitate pure di leggere: non mi offenderò.
(NB. Qualcuno si domanderà “ma perché mettere ‘le 500 canzoni del rock’ nel n.498 e non nel 500?” Semplice: perché il n.500 sarebbe stato in edicola solo una settimana, mentre il 498 – numero speciale estivo – ci sarebbe rimasto per oltre un mese).

Canzoni 2 cop

Le cinquanta canzoni
Adverts – Bored Teenagers
Afterhours – Male di miele
Alley Cats – Escape From The Planet Earth
Animals – The House Of The Rising Sun
Banco del Mutuo Soccorso – R.I.P.
Tim Buckley – Phantasmagoria In Two
Buzzcocks – Ever Fallen In Love
Byrds – Eight Miles High
CCCP-Fedeli alla linea – Annarella
Clash – The Guns Of Brixton
Carmen Consoli – Contessa miseria
Damned – Sick Of Being Sick
Dead Kennedys – Holiday In Cambodia
Fabrizio De André – Il suonatore Jones
Dream Syndicate – Boston
Electric Prunes – I Had Too Much To Dream Last Night
Serge Gainsbourg – Bonnie And Clyde
Hoodoo Gurus – Be My Guru
House Of Love – Shine On
Hüsker Dü – Ice Cold Ice
Chris Isaak – Wicked Game
Jefferson Airplane – Lather
Litfiba – Eroe nel vento
Love – Andmoreagain
Metallica – The Unforgiven
Modena City Ramblers – In un giorno di pioggia
Moving Hearts – Hiroshima Nagasaki Russian Roulette
New Christs – No Next Time
Nirvana – Polly
Nuns – Suicide Child
Pavlov’s Dog – Song Dance
Pink Floyd – Arnold Layne
Pixies – Monkey Gone To Heaven
Otis Redding – (Sittin’ On) The Dock Of The Bay
R.E.M. – Losing My Religion
R.E.M. – The One I Love
Stan Ridgway – Camouflage
Rolling Stones – Lady Jane
Rolling Stones – Angie
Sisters Of Mercy – Temple Of Love
Smashing Pumpkins – Bullet With Butterfly Wings
Patti Smith – Frederick
Social Distortion – Justice For All
Bruce Springsteen – Atlantic City
Stiff Little Fingers – Alternative Ulster
Stooges – Gimme Danger
13th Floor Elevators – You’re Gonna Miss Me
Velvet Underground – Venus In Furs
Who – My Generation
X – Los Angeles

Le cinque canzoni (straniere)

The DoorsStrange Days. Dovevano essere gli ultimi ‘60 quando dalla radio – la RAI: all’epoca le emittenti private non esistevano, e almeno con l’apparecchietto regalatomi da chissà chi non si captavano le stazioni estere – uscirono le magiche note di questo pezzo, in assoluto il primo cantato in inglese che mi abbia, scusate il luogo comune, rapito il cuore. Per mesi e mesi ho avuto in testa quella ritmica ipnotica, quella melodia di tastiere e quella voce incredibile senza poterle riascoltare perché non sapevo chi ne fossero gli autori; e quando l’ho alla fine appreso grazie alle parole che mi erano rimaste impresse nella memoria (“Giorni strani ci hanno trovato / giorni strani ci hanno seguito”: per un ragazzino di nemmeno dieci anni, grazie alle poi benedette imposizioni di una mamma-despota, l’inglese lo masticavo abbastanza), e ho potuto conoscere gli altri dischi dei Doors, la mia vita non è stata più la stessa. Per questo, se capito a Parigi, faccio sempre tappa alla tomba di Jim Morrison. Per ringraziarlo.
Tim BuckleyPhantasmagoria In Two. Spero ardentemente, per voi, che tutti consideriate l’amore come una delle cose per le quali vale davvero la pena vivere; io la vedo così, e dunque mi stupisco di come le canzoni d’amore che più mi toccano siano quelle tristi. Più di ogni altra, di una spanna su The One I Love dei R.E.M., mi ha conquistato questa splendida, visionaria ballata dal secondo album di Tim Buckley: mai ascoltato nulla che sia così straordinariamente dolce e così straordinariamente disperato assieme, con il valore aggiunto di alcune frasi memorabili – our sands are shifting around: che meravigliosa metafora per un sentimento che si sta spegnendo! – e di una profondità nella quale è facilissimo annegare.
StoogesGimme Danger. Se ne “Le stelle del Mucchio”, sopra il mio nome, ho voluto mettere il volto di Iggy Pop, l’ho fatto perché lui è la mia personale icona. E Gimme Danger, che inizia con un delicato arpeggio e si conclude in un selvaggio maelstrom di distorsioni e gemiti, è il pezzo che a mio parere meglio incarna lo spirito ambiguo del più grande animale da palcoscenico di tutti i tempi. Al di là di ciò, quando ho necessità di un salutare pugno nello stomaco, mi sparo a volume folle la Gimme Danger del Raw Power originale del 1973, mentre se al pugno preferisco un calcio nelle palle affido allo stereo la versione contenuta nella ristampa del 1997, quella remixata dalla stessa Iguana. E godo, compiaciuto del mio masochismo, nel farmi fare male.
DevoSatisfaction. Tolti alcuni grandi amori giovanili (ne ricordo uno, verso il 1976, per gli Amon Düül II), oltretutto penalizzati dai problemi di reperibilità dei dischi e dallo scarso budget a disposizione, i Devo sono stati la prima band per la quale ho davvero perso la testa. A fare da freccia di Cupido è stata quest’incredibile, geniale rilettura dei Rolling Stones, nella quale l’indolenza e la lascivia di Mick Jagger lasciano il posto a stralunate frenesie cibernetiche. Quando nel 1978 li ho conosciuti grazie a un provvidenziale viaggio post-maturità in quel di Londra, la mia vita è nuovamente cambiata. E da quel colpo non mi sono più ripreso.
Stan RidgwayCamouflage. L’ho già scritto su queste stesse pagine oltre quindici anni fa, e lo ribadisco adesso (con tante scuse se la faccenda vi sembrerà un po’ macabra): quando morirò, spero il più tardi possibile, vorrei tanto che al mio funerale fosse suonata questa epica ballata “country” in chiave elettronica, opera di uno dei più straordinari e purtroppo misconosciuti interpreti degli ultimi vent’anni di rock. Suggestiva la canzone, suggestiva la storia narrata nel testo, più che mai suggestiva la voce che lo intona, fra solennità senza tempo e curiose inflessioni metalliche.

Le cinque canzoni (italiane)

Fabrizio De AndréIl testamento di Tito. Entrare in contatto con la musica di Fabrizio De André a meno di dieci anni, grazie alla mamma di un mio compagno di classe che giustamente lo venerava, è stata l’esperienza musicale più sconvolgente – in senso buono, va da sé – della mia vita. Capii solo tempo dopo, entrato nella fase ribelle dell’adolescenza, che al di là della voce e delle melodie De André mi piaceva perché aveva il coraggio di cantare concetti destabilizzanti per le logiche dell’epoca, ma in quei giorni di (teorica) spensieratezza ascoltarlo mi dava comunque forti emozioni, e quindi – non possedendo ancora il giradischi – ne frequentavo assiduamente le musicassette. Nel 1970 La buona novella, mettendo in discussione i dogmi cattolici con cui ero martellato fin dalla più tenera infanzia (asilo ed elementari dalle suore, non so se mi spiego…), segnò il mio punto di non ritorno e l’inizio del mio essere punk: e questo brano odiatissimo da mia madre, nel quale il senso dei Dieci Comandamenti è rivisto con realismo, cinismo e profondità a dir poco straordinari, è la mia personale Anarchy In The U.K..
Antonello VendittiRoma (non si discute, si ama). Prendetemi pure per i fondelli quanto vi pare, ma al cuore non si comanda. E io, pur sentendomi un perfetto cretino (come si fa, oggi, a soffrire ancora per il calcio, con tutte le porcherie che lo inquinano?) e pur ritenendo che Venditti sia ormai da almeno vent’anni credibile come una maschera regionale, sono ancora innamorato di questo singolo acquistato – nella prima edizione, che gelosamente conservo – all’inizio del 1975. Amo i colori della Roma e amo questo suo inno, che ho ascoltato e cantato in centinaia di occasioni – e ancora lo continuo ad ascoltare e cantare – allo Stadio Olimpico. Ci ho pensato a lungo, ma non ho trovato nessun altro brano che abbia fatto da colonna sonora a così tanti momenti emozionanti della mia vita, belli e brutti. Emozioni da poco, dite? Forse. Ma non biasimatemi troppo se me le voglio comunque tenere strette.
Francesco GucciniL’avvelenata. A Riccardo Bertoncelli, che è stato il mio (inconsapevole e dunque incolpevole) maestro di critica musicale, invidio due cose che purtroppo non potrò mai avere: la sua splendida penna e il fatto di essere nominato, seppur con dileggio, in questa canzone. Che non è certo la migliore del repertorio di Guccini (il mio cantautore italiano preferito alla pari con De André) ma quella che più spesso sento “mia”. Specie per quanto concerne l’ultima strofa, ma solo una volta sfumate le troppe incazzature.
CCCP-Fedeli alla lineaAnnarella. L’ultima canzone dell’ultimo album dei CCCP è una di quelle che potrebbero scorrere in eterno “repeat” senza annoiarmi, tanta è l’ipnotica, estatica meraviglia dei suoi 4’ e 24” di suoni semplicissimi e di poche parole che si sovrappongono in una litania nello stesso tempo eterea e maestosa. Che dà il senso dell’immensità.
AfterhoursMale di miele. Cinque anni fa, nella recensione di Hai paura del buio?, l’ho definita “la Smells Like Teen Spirit autoctona”, e non ho cambiato opinione. Non so se sia un brano così stratosferico, ma so che sentendolo l’adrenalina sale a mille e che incarna alla perfezione il concetto di un rock che sia davvero rock e davvero italiano. Il mio unico rimpianto, che l’album degli Afterhours non abbia venduto come Nevermind: in quel caso, conoscendo la sua generosità, Manuel mi avrebbe regalato almeno una lunga vacanza in qualche località esotica.

La canzone che avrei voluto scrivere

BeatlesLet It Be. Io una canzone l’ho scritta, ed è anche stata pubblicata su disco: ne ho composto il testo, ho dato a chi di dovere l’input per la musica che avrebbe dovuto accompagnarlo (io e gli strumenti, purtroppo, non abbiamo un gran feeling) e ne ho prodotto le registrazioni, e quindi posso legittimamente definirla mia. Si intitola Black Charmer e, pur rendendomi conto della sua assoluta marginalità, ne vado fiero. Quale avrei voluto scrivere, invece? Me ne vengono in mente migliaia. Dovendone però indicare un titolo, ne preferisco uno bello e famosissimo: non solo per il gusto di avere il mio nome scolpito nella storia, ma anche perché – sincerità innanzitutto, nonostante in questo caso abbia lo sgradevole sapore del cinismo – i suoi diritti d’autore avrebbero arricchito me e garantito la tranquillità economica almeno alle prossime tre generazioni di Guglielmi.

Le cinque delusioni

Sì, lo so, sono molto fortunato: nessuno degli eventi negativi della mia vita è legato a un brano specifico. Per riempire queste righe ho quindi dovuto scavare – affidandomi all’istinto e non alla ragion critica – nel terreno minato delle mie personali idiosincrasie, evitando però di pescare nel mare magnum della musica sfacciatamente di consumo. Non è stato facile, ma alla fine ecco cosa è venuto fuori.
ExploitedPunk’s Not Dead. A più di vent’anni di distanza, nonostante gli infiniti studi compiuti, non so ancora dire con certezza se gli Exploited – e molti altri esponenti della terza generazione del punk d’oltremanica – fossero semplici cialtroni, astuti speculatori o entrambe le cose assieme. So invece che ho faticato parecchio a digerire il loro successo, dovuto in buona parte alla retorica e alla becera rozzezza di questo primo album e soprattutto del brano che gli diede il titolo. Il punk non è morto? Almeno nel significato originario del termine, consentitemi di nutrire qualche dubbio. Soffrirei, però, nell’apprendere che il merito della sua eventuale sopravvivenza è anche in misura minima da attribuire agli Exploited, che nel 1980 avevano avuto il “buon gusto” – seppure, è auspicabile, solo per goliardia di infima lega – di incidere una canzone come Fuck The Mods.
JapanVisions Of China. Ho scritto Visions Of China, ma al suo posto ci potrebbe essere qualsiasi altro pezzo dei Japan: questo perché, e non mi vergogno ad ammetterlo, ho sempre detestato il gruppo di David Sylvian, al punto di rifiutarmi di acquistare suoi dischi anche se del “movimento” del quale erano rappresentanti di spicco – ricordate? la cosiddetta new wave – possedevo praticamente tutto. Avete presente quelle antipatie immotivate, viscerali ed eterne? Beh, la mia per i Japan non si è mai affievolita.
LitfibaMascherina. Il brano più orripilante, non a caso inserito in un album di rara bruttezza come Infinito, mai inciso dai Litfiba? Credo sia difficile negarlo: come si fa, viene da chiedersi, a concepire una canzone così kitsch, e soprattutto dotata di un ritornello così abominevole tanto nel testo quanto nella musica? Subito prima della separazione tra Ghigo e Piero, i Litfiba erano proprio arrivati alla frutta… eppure, Infinito ha venduto circa settecentomila copie, aiutato anche da questo piccolo, grande obbrobrio non a caso scelto come singolo per le radio. Odio fare discorsi di questo tipo, ma a volte il popolo è davvero bue.
PoliceDe Do Do Do De Da Da Da. Alcune canzoni commuovono. Altre fanno riflettere. Altre ancora trascinano o divertono. Questo pezzo di Sting e soci – che assieme a un altro quasi ugualmente insulso, Don’t Stand So Close To Me, rese il pessimo album Zenyatta Mondatta un campione di vendite in tutto il mondo – è invece il perfetto surrogato di una buona lavanda gastrica. Come sia potuta venir fuori subito dopo due album straordinari come Outlando’s d’amour e Reggatta de blanc rimane uno dei grandi misteri irrisolti dell’epopea rock.
Bruce SpringsteenDancing In The Dark. La canzone, in sé, è anche carina, ma patisce due gravi problemi: è firmata e interpretata da Springsteen, che fino a prima di pubblicarla era reputato un monumento vivente alla musica seria, e ha costituito il ritorno discografico del Boss – come singolo apripista di Born In The U.S.A. – dopo il travolgente viaggio nell’anima dello splendido Nebraska. Ricordo che nel 1984 l’ho odiata profondamente, leggendo nel suo ritmo ballabile e nelle sue artificiosità di produzione inequivocabili segnali di meretricio artistico. Per fortuna le cose non stavano esattamente in questo modo, ma a Bruce ho comunque tenuto il muso per un bel pezzo, in attesa del fantasma di Tom Joad.

Le dieci cover
Boohoos – Search And Destroy (Stooges)
Nick Cave – Something’s Gotten Hold Of My Heart (Gene Pitney)
Devo – Satisfaction (Rolling Stones)
Dickies – The Sound Of Silence (Simon & Garfunkel)
Died Pretty – When You Dance (Neil Young)
Mick Farren – Play With Fire (Rolling Stones)
Mark Lanegan – Carry Home (Gun Club)
Nirvana – Where Did You Sleep Last Night (Leadbelly)
R.E.M. – First We Take Manhattan (Leonard Cohen)
This Mortal Coil – Song To The Siren (Tim Buckley)

Non mi è facile spiegare perché queste dieci, ma… ok, ci provo. Allora, gli italianissimi Boohoos perché il pezzo è mitico e perché la trovata della seconda voce leggermente sfalsata è geniale. Nick Cave e Mark Lanegan per la loro straordinaria abilità nel fare propri i brani altrui. I Devo perché… è già scritto tutto da qualche altra parte qui sopra. I Dickies perché tutte le loro numerose parodie, più che cover, mi hanno sempre fatto schiantare dal ridere. Mick Farren perché non credevo che fosse possibile, per nessuno, migliorare Play With Fire. I Nirvana perché Kurt Cobain, una volta “ripulito” dal rumore, rivela l’anima di un bluesman. I This Mortal Coil per il coraggio: Song To The Siren fa tremare le gambe ad ascoltarla, figuriamoci ad interpretarla. I Died Pretty perché When You Dance non è certo la più bella canzone di Neil Young ma ascoltando la loro versione si potrebbe credere che lo sia. I R.E.M.… no, questo è troppo: per i R.E.M. che rifanno Leonard Cohen nessun perché, solo applausi a scena aperta.
In parte tratto da Il Mucchio Selvaggio n.498 del 6 agosto 2002

Categorie: memorie, playlist | 18 commenti

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