Quando “battezzai” Nathan Never

Sono un grande appassionato di fumetti, da ancor prima di essere un appassionato di musica, anche se sarebbe forse più corretto dire “ero”, dato che da vari anni le mie letture, per questioni di tempo-spazio-soldi, si sono notevolmente ridotte. All’inizio degli anni ’90, invece, ero attentissimo a quello che accadeva nel settore, al punto che avevo anche messo in piedi varie collaborazioni con la Star Comics, la Playpress e la Marvel Italia (che in seguito sarebbe stata acquistata dalla Panini). Nella primavera del 1991, quando si trattò di organizzare un’anteprima esclusiva per il lancio di Nathan Never, la nuova direzione – io avevo lasciato il ruolo alcuni mesi prima – ritenne logico affidarmi l’incarico. Non ricordo chi avesse avuto l’idea, mi pare che tutto rientrasse in una strategia volta a far conoscere il giornale presso un pubblico più ampio di quello dei soli musicofili, e in quel periodo il fumetto stava vivendo un autentico boom. In ogni caso fu una felice intuizione, visto che Nathan Never ha da poco festeggiato il suo ventiquattresimo compleanno ed è in prossimità di raggiungere – lo farà nel maggio prossimo – il trecentesimo albo della serie regolare.
Chiaramente l‘intervista contiene anche un paio di domande che su una rivista rivolta a esperti di fumetti farebbero sorridere, ma per una platea generica andavano benissimo. E, comunque, il risultato ottenuto mi sembra ancora oggi, specie con il senno di poi, non privo di motivi di interesse.

Nathan Never fotoIl domani dietro l’angolo
Le atmosfere di Blade Runner. L’azione di 007. Il design tecnologico dei cartoni animati giapponesi. La fantasia del mondo dei super eroi. Il fascino della fantascienza… E molto altro ancora, in Nathan Never, il nuovo fumetto d’avventura (ovvio!) che la Sergio Bonelli Editore lancerà sul mercato nel prossimo giugno. Il possibile futuro della nostra società nelle mani di una equipe giovane, ma già rodata nell’arte di metter le ali all’immaginazione.

Un fumetto? E un fumetto nuovo e sconosciuto, per di più? Con queste parole, magari sottolíneate da una smorfia di perplessità, alcuni lettori potrebbero commentare il risalto con il quale abbiamo accolto la nascita di Nathan Never. Ma nel caso non ve ne siate mai accorti, c’è fumetto e fumetto; e per l’ultimogenito della grande famiglia Bonelli – l’inossidabile TexZagorMartin Mystere e il già mitico Dylan Dog le testate più prestigiose della casa – i sorrisini di sufficienza di quanti continuano superficialmente a considerare tale forma di espressione artistica un frivolo intrattenimento per giovani e attempati sognatori sono più che mai fuori luogo. Nathan Never, allora. Il frutto dell’estro di tre giovani autori sardi e del coraggio – termine al quale tra qualche anno gli agiografi sostituiranno, si spera, “lungimiranza” – del patron Sergio Bonelli che hanno deciso di affrontare la sfida con un mercato in apparenza tutt’altro che benevolo verso il genere fantascientifico. E chissà che non sia proprio il nostro Nathan Never, come Dylan Dog nel campo dell’horror, a dare il “la” all’esplosione di una tendenza fino a ora relegata in un angolo, ad esclusivo godimento di una ristretta cerchia di fan.
Creato dal team Antonio Serra-Michele Medda-Bepi Vigna e sviluppato secondo i consueti canoni Bonelli – periodicità mensile, formato 16×21, 98 pagine rigorosamente in bianco e nero – Nathan Never è uno dei fumetti più “rock” oggi offerti dalle nostre sovraffollate edicole: non solo per il fatto che il suo protagonista, un investigatore dell’anno duemila e spiccioli, colleziona dischi in vinile, ma soprattutto per l’elettricità delle sequenze d’azione, l’energia delle trame, l’atmosfera delle ambientazioni urbane alla Blade Runner, lo stimolante equilibrio di disegni moderni nella loro misurata spigolosità, l’attenzione per la psicologia dei characters, la credibilità delle situazioni e degli intrecci, l’impronta cinematografica delle sceneggiature.
Nel mondo di Nathan Never, dominato dalla cibernetica e dalla corruzione, vivere è una faccenda maledettamente complicata, specie se, come Nathan, si deve sostenere il fardello di stimoli e sentimenti ormai obsoleti e si svolge un’attività pericolosa come quella del detective privato. Ed è arduo, davvero arduo, decidere se a ferire siano più gli scontri a fuoco con i “cattivi” di turno o gli scrupoli causati dal doverli sostenere, magari macchiandosi del sangue altrui. L‘attaccamento del Nostro per certe vestigia del Ventesimo Secolo è motivato dal desiderio inconscio di ritrovare una dimensione più consona all’originaria natura umana, pressoché estinta in una civiltà che, pur non avendo inventato i “replicanti” e pur non essendo entrata in contatto con gli alieni, barcolla tra il falso benessere portato dal progresso tecnologico, il materialismo a oltranza, i soprusi dei potenti, il condizionamento dei media, i disagi dell’inquinamento, il dilagare della criminalità. Ma che, almeno per quanto riguarda Nathan e pochi altri come lui, sta faticosamente cercando di guadagnare l’uscita dal tunnel.
In trepidante attesa del numero uno, la cui pubblicazione è prevista per la metà di giugno, abbiamo affrontato il discorso Nathan Never con Antonio Serra, uno dei suoi creatori. E la piacevole chiacchierata ci ha definitivamente convinti delle grandi potenzialità di questo nuovo eroe, che certo deve ancora crescere e dimostrare il suo valore ma che sembra avere tutte le carte in regola per donarci brividi, spunti di riflessione e intelligenti evasioni sul confine fra realtà e fiction.
Prima domanda a dir poco scontata: la genesi di Nathan Never.
Non è stata una faccenda semplice, in verità. Inizialmente ognuno di noi tre autori aveva un proprio personaggio, ma tutti erano stati rifiutali dalla Bonelli in quanto sostanzialmente non allineati ai canoni della casa editrice. I nostri eroi originari erano in un certo senso negativi: c’erano un killer, un cacciatore di taglie… ed è risaputo che, per tradizione, la Bonelli presenta solo eroi positivi. Così ci siamo seduti a tavolino cercando di elaborare una figura nuova, che piacesse a tutti e tre quanto quelle di partenza; il risultato è Nathan Never, una sorta di poliziotto del futuro che possiede in parte la caratterizzazione “negativa” dei modelli dai quali è stato generato. Ci sono tristezza e angoscia, in Nathan Never, ma anche molto movimento. Senza voler esagerare, le sequenze di azione saranno le più lunghe nella storia del fumetto bonelliano.
Da quel che ho potuto vedere, le atmosfere sembrano abbastanza cupe e claustrofobiche: oltre a Philip K. Dick a di conseguenza Blade Runner, quali sono le maggiori influenze letterarie e cinematografiche di Nathan Never?
Dipende degli episodi. Tendenzialmente i racconti si svolgeranno in una città alla Biade Runner, ma ce ne saranno anche di ambientati nel deserto – alla Mad Max, per intenderci – o nello spazio. I riferimenti letterari sono molteplici e abbastanza precisi: soprattutto Dick, Heinlein e abbastanza Asimov, perlomeno nei termini del rispetto di determinate regole. Non quello della Fondazione, comunque, ma quello dei robot.
Come, niente cyberpunk?
Solo qualche accenno, e per di più incidentale. Le tematiche dei cyberpunk sono estremamente interessanti ma di difficile comprensione, e nei fumetti non è possibile essere nello stesso tempo così sintetici e così ermetici, per giunta realizzando un prodotto che è e vuole essere destinato a una platea assai vasta. Le strutture dell’avventura, per quanto ricche di vitalità e colpi di scena, saranno dunque “tradizionali”, sulla scia delle sceneggiature di Dylan Dog, ma è chiaro che certe situazioni, che fanno parte della fantascienza tutta, non potrebbero non emergere anche in Nathan Never.
Altre ispirazioni?
Ancora a proposito di cinema, un’atmosfcra che abbiamo voluto in qualche modo riprendere è quella di Robocop: un mondo praticamente uguale al nostro, robot a parte. E poi ci sono legami visivi, e non narrativi, a tutto il grande cinema tecnologico di fantascienza: Guerre stellari, ad esempio, per il bellissimo design dei mezzi e degli automi, anche se in Nathan Never non c’è spazio per le saghe galattiche. Infine, i cartoni animati giapponesi più sofisticati, quelli che in Italia si sono visti pochissimo perchè considerati inadatti ai bambini. Abbiamo curato moltissimo gli aspetti grafici perchè secondo noi un bel disegno coinvolge il pubblico molto più di un buon testo.
E allora, parlando di disegni, non pensi che l’essersi affidati a matite così diverse fra loro possa nuocere, almeno all’inizio, all’affermazione del personaggio? Il Nathan Never di un Rinaldi, è innegabile, è piuttosto diverso da quello di un Mari o di un Casini…
Per i testi l’idea di base è quella di variare gli schemi narrativi senza alterare lo “stile” del personaggio. Ci piace passare da una storia drammatica a una avventurosa attraverso una più divertente, ma il carattere del protagonista deve corrispondere a criteri ben definiti. Per i disegni, invece, è proprio la linea editoriale della Bonelli a imporre la diversificazione, al contrario di quel che avviene in America, dove le serie vengono date in gestione alla stessa persona per lassi di tempo piuttosto lunghi. Si tratta però anche di una decisione quasi obbligata: una sola persona non può mantenere il ritmo di cento pagine al mese, mentre è possibile farlo con le venti o giù di lì dei fumetti “made in USA”.
E come farete per coordinare il lavoro, con questo continuo valzer di matite?
La soluzione che abbiamo adottato ci sembra piuttosto soddisfacente: abbiamo cioè deciso di “specializzare” ogni disegnatore in un particolare genere di trame, ovviamente con una cena elasticità. È implicito che di tale meccanismo ci si accorgerà dopo un bel po’ di tempo, visto che abbiamo undici disegnatori e dodici uscite all’anno. Un altro punto importante è che i vari disegnatori saranno lasciati liberi di esprimersi come meglio credono, ma dovranno comunque adeguarsi allo schema “rigido” delle ambientazioni: le divise dei poliziotti, le auto, glì edifici – tutto il background sul quale si muovono i personaggi, insomma – non potranno differire dallo schema di base. Un dettaglio, ma un dettaglio fondamentale per un fumetto di questo tipo.
Per Nathan Never vi siete rivolti a disegnatori abili ma quasi esordienti. Non sarebbe stato meglio, per creare più interesse, contattare qualche talento già affermato?
Innanzitutto, i nostri disegnatori di successo sono già legati ad altre serie e non sarebbe stato possibile “rubarli” a una testata a favore di un’altra. Avremmo comunque dovuto indirizzarci all’esterno, fuori dalla Bonelli, e perciò la cosa più logica ci è parsa contattare dei giovani. Abbiamo scelto Claudio Castellini come copertinista perché, grazie al suo lavoro con Dylan Dog, ha saputo guadagnarsi un certo seguito di fan, ed è quindi abbastanza conosciuto. In ogni caso, ritengo che il seguire l’evoluzione dei disegnatori possa essere un elemento in più per coinvolgere i lettori.
Dopo “l’indagatore dell’incubo” e “il detective dell’impossibile”, ancora un investigatore. Che sottotitolo si adatterebbe a Nathan Never?
Non è semplice a dirsi. A Nathan Never viene chiesto di indagare, ma non in un ambito specifico; gli può essere domandato di occuparsi della scomparsa di una persona come di un avvenimento strano, come può essere ingaggiato dal governo per azioni alla James Bond. Abbiamo voluto creare una struttura aperta: fantascienza, sì, ma con risvolti misteriosi, orrorifici o semplicemente avventurosi. Anche per evitare che le idee vengano a mancare, come a volte accade ad altri fumetti troppo chiusi in un solo schema.
Nathan Never vive nel futuro prossimo, ma credi ci saranno mai storie che si svolgono ai giorni nostri?
No, non direi. Noi usiamo la realtà di Nathan Never come metafora di quella attuale: parecchi episodi, ad esempio, avranno contenuti “ecologici”.
A tuo parere, perché siamo così pessimisti nell’immaginarci il futuro? Perché lo vediamo così “decadente”?
Più che decadente, quello di Nathan Never è un futuro annoiato, dove non è facile trovare validi motivi per esistere. Tutto è talmente standardizzato, tecnologizzato, pulito e preparato da risultare noioso. È vero, c’e una criminalità organizzata potentissima, ma in proporzione non è che tutto sia peggiore di com’è oggi. Non so perché siamo tanto pessimisti nei confronti del futuro, forse perché nel presente c’è ben poco di cui sorridere.
Non trovi curioso che Nathan Never, pur essendo un fumetto di fantascienza, risulti alla fine più credibile di un Martin Mystere o un Dylan Dog, che sono ambientati al giorno d’oggi?
Si è trattato di una scelta a priori. In Dylan Dog e Martin Mystere si costruisce una storia in partenza realistica e si colpisce il lettore dandole uno sfogo fantastico. Se si facesse lo stesso con Nathan Never, si esagererebbe e si cadrebbe nel ridicolo, mentre noi giovani sceneggiatori tendiamo a essere più realistici possibile. Mentre in Dylan Dog e Martin Mystere il discorso è “guarda che cosa incredibile!”, in Nathan Never deve essere “guarda che cosa credibile!”.
E in Nathan Never la criminalità com’è interpretata?
Ci saranno scene violente, ma saranno marginali. E si evidenzierà il concetto che il mondo è in pratica dominato dai criminali. Nella società di Nathan Never la polizia pubblica è corrotta e infatti quella privata è indispensabile. Se c’è un poliziotto puoi star sicuro che è marcio, e lo stesso si può dire di un politico: non c’è speranza che non sia così. È triste, ma rende l’idea di questo futuro nel quale bene o male bisogna cavarsela con i propri mezzi perché nessuno è disposto ad aiutare il prossimo. La polizia va bene per mantenere l’ordine, ma se deve pestare i piedi a qualche potente incrocia le braccia.
In bilico fra la vecchia figura dell’eroe senza macchia e senza paura e quella nuova dell’eroe cinico e scanzonato”, per attenersi al vostro comunicato stampa. Ma anche, aggiungerei, un personaggio drammatico, dalla psiche un po’ contorta.
Come nelle migliori tradizioni della Bonelli, nel passato di Nathan Never c’è una tragedia, e qui mi fermo per non rovinare la suspence. Nathan ha un sacco di problemi psicologici, come la maggior parte dei personaggi moderni. Per esempio, a noi sembrava attuale la figura dell’eroe che spara, ma l’idea del duro tutto d’un pezzo alla John Wayne è assolutamente superata. Al cinema la questione è stata spesso risolta con l’ironia, vedi Indiana Jones, ma noi ci riferiamo di più a Blade Runner o Black Rain: il nostro ideale di poliziotto è quello, non uno 007 freddo e cinico ma uno problematico, che non esegue la sua missione ciecamente ma si sofferma a pensare. Spera e uccide, d’accordo, ma si rende conto di ciò che fa e in qualche modo ne soffre.
Spara, ma ascolta anche musica. Quale?
Con contenuti, certo non musica leggera. Musica ricca di passione, la stessa, guarda caso, amata da Michele Medda, il musicofilo del nostro team: Dylan, Neil Young, Pink Floyd, Tom Waits, U2, Springsteen. Anche un po’ di lirica.
E si veste in modo normale, come del resto la gran parte dei comprimari.
Non vogliamo assolutamente uniformarci ai dettami del fumetto di fantascienza classico, e ci sembra assurdo vestire gli uomini del futuro da antichi romani. Una scelta radicale, la nostra, analoga a quella di Guerre stellari, dove al massimo si vede qualche tunichetta. Così la gente si concentra sulla storia, senza divagare analizzando il modo buffo nel quale i protagonisti sono agghindati.
Dalle nostre parti il fumetto di fantascienza non è mai stato particolarmente seguito, se non per le storie pubblicate sulle riviste “varie” come L’Eternauta o Comic Art. Adesso la Star Comics ha ideato Cyborg e la Bonelli è in procinto di esordire con Nathan Never. Credi che si sentisse la necessità di colmare il buco, oppure l’interesse è dovuto solo al momento felice dal fumetto in genere?
Entrambe le cose. Penso che l’atmosfera sia quella giusta perché il fumetto di fantascienza possa affermarsi abbastanza da rimanere in edicola. Per noi 50.000/55.000 lettori sarebbero un traguardo accettabile. Non credo che Nathan Never potrà mai ottenere i risultati di Dylan Dog, che è un caso unico e forse irripetibile. Sono anche convinto che in giro ci sia un po’ di “fame” per un genere per troppo tempo snobbato, e Nathan Never potrebbe essere la chiave più adatta per il rilancio. Il boom del fumetto dipende anche dalle possibilità intrinseche del mezzo, che consente di avere ogni quindici giorni qualcosa di nuovo, appagando la filosofia di un mondo che va di fretta nel quale tutto viene consumato rapidamente. Ed è contraddittorio, ma anche positivo, che nella frenesia che domina i nostri giorni siano sempre di più quelli che amano sedersi a leggere un fumetto, gustandone i particolari.
Tratto da Velvet n.5 Anno IV del maggio 1991

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Categorie: interviste | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “Quando “battezzai” Nathan Never

  1. Gian Luigi Bona

    Non posso dire di essere mai stato un fan di Nathan Never anche se parecchie storie sono state molto godibili, purtroppo mi sembra che il panorama fumettistico italiano si è veramente impoverito e non certamente perché in Italia mancano gli artisti ma perché le case editrici non hanno il coraggio di puntare su di loro, finite le grandi riviste come Orient Express i nostri artisti hanno dovuto adattarsi appiattendo il loro lavoro oppure rivolgersi all’estero.

  2. Fra X

    Davvero un articolo tutt’ oggi interessante! ^^

    “Non posso dire di essere mai stato un fan di Nathan Never anche se parecchie storie sono state molto godibili”

    Così anche per me. Quello che non mi piaceva nella serie è che, senza comunque esagerare, si tendeva a volte a mettere scene di sesso buttate la giusto così! Poi il buon Nathan qualche volta mi stava veramente sulle balle! XD

    “Per noi 50.000/55.000 lettori sarebbero un traguardo accettabile.”

    Ah, però! Si andrà ben oltre! XD

  3. backstreet70

    Federico ma alla Star Comics di cosa ti occupavi? Leggevo tanti fumetti di quella casa editrice (quelli della Marvel tutti) ma il tuo nome, scusa, ma non lo ricordo.

    • Rischio di fare confusione perché è passato davvero tanto tempo e perché la mia collaborazione partì non troppo prima del lancio della Marvel Italia e terminò, appunto, perché dopo proseguii con la Marvel. Comunque facevo articoli su questioni di mercato, sul collezionismo e sui cartoni animati collegati alle varie, e ho curato tante cronologie degli albi pubblicati in Italia. Però, appunto, non ricordo cosa ho fatto per la Star e cosa per la Marvel.

  4. backstreet70

    Un ultima curiosità: quali super eroi Marvel ti piacciono (o piacevano) di più?

    • Appassionato cultore di Spider-Man dal 1970 in cui comprai il n.1 della serie Corno… in seguito mi sono spostato sulle edizioni americane… fino al 2012 (quando ho smesso) mi mancheranno al massimo una trentina di albi originali (ovviamente dei primi, che sono inavviciabili: troppo cari). Seguono i Fantastic 4. Ho amato molto alcune fasi di Daredevil e ovviamente gli X-Man, che ho abbandonato quando mi sono reso conto che per capirci qualcosa avevo bisogno di una guida (era tutto diventato troppo un casino).

  5. backstreet70

    Beh oggi leggo qualcosa di Iron man e degli X-men che sono un casino ma mai quanto gli Avengers che proprio non ci si capisce un cazzo. La saga di Infinity, che molti giudicano un capolavoro, l’ho trovata un casino da capire e noiosa con due palle che ci facevi una sciarpa (ed infatti non l’ho finita nonostante ce l’abbia tutta).

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