Thin White Rope (1985-1992)

Frugo l’archivio digitale e cartaceo in caccia di materiale riguardante i Thin White Rope e dopo parecchie peripezie ne estraggo quattro recensioni di album veri e propri (manca all’appello solo il secondo, Moonhead), due di uscite per così dire secondarie formato mini-LP (manca Red Sun, del 1988) e uno dei due postumi più importanti (l’altro è il live The One That Got Away del 1992, che avrei giurato di aver trattato da qualche parte ma vai a capire se e dove). Un gran bel bottino, nel quale rilevo una scrittura spesso più fantasiosa e visionaria rispetto ai miei standard (no, non mi drogavo; i Thin White Rope bastavano eccome a far viaggiare), che dimostra quanto grande fosse il mio amore, in tempo reale, per questa band straordinaria della quale chi c’era si ricorda ma che è purtroppo ignota a quasi tutti quelli che non c’erano.

Exploring The Axis
(Frontier)
Nelle cerchie di appassionati di rock underground il nome Thin White Rope è noto già da parecchio tempo, nonostante il debutto discografico del complesso californiano sia avvenuto solo ora; la nutrita produzione di esaltanti demo-tape e la pubblicità fatta al gruppo da qualche eminente personalità della scena americana (il produttore Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, ad esempio), hanno fatto sì che il primo vinile del quartetto divenisse uno dei lavori più attesi del 1985, almeno per coloro che nella musica cercano freschezza, ispirazione e passione. E i Thin White Rope, figli dei deserti assolati di giorno ed incredibilmente scuri dopo il tramonto, non hanno davvero deluso le aspettative di chi li considerava una grande promessa: Exploring The Axis, ottimamente prodotto da Jeff Eyrich (Plimsouls, Gun Club), è un esordio di rara bellezza, di quelli che conquistano dal primo ascolto stupendo solco dopo solco con la loro verve e il loro fascino.
Sotto il profilo sonoro, siamo di fronte a una raccolta di canzoni non eccessivamente elaborate, di più o meno vaga derivazione country ma di solida impostazione rock’n’roll; sono canzoni sinuose, avvolgenti, valorizzate da una chitarra a tratti acida e a tratti limpida alla quale si contrappone il canto pacato, armonioso e “strascicato” di Guy Kyser, mente compositiva e leader della band oltre che probabile ammiratore di Roger McGuinn. I suoi brani sono fra i più evocativi dell’attuale panorama rock e l’uno dopo l’altro, senza neppure bisogno di particolare concentrazione. ammaliano e magnetizzano, proiettano visioni, luci e colori di terre solitarie, di natura selvaggia, di ricordi ancestrali ai quali è dolcissimo abbandonarsi. Non si tratta, comunque, di sterile fuga di sapore allucinogeno, ma di un modo concreto e reale di vivere emozioni sopite, confondendo il vecchio West con il nuovo ma non dimenticando come, in questi mondi paralleli, la vita vada a braccetto con la morte, l’estasi delle lande si mescoli con la possibile disidratazione e l’incanto de1l’avventura giochi una interminabile partita a poker con le pallottole vaganti.
Insomma, Exploring The Axis è un disco coi fiocchi, frutto di una vena poetica assolutamente genuina e priva di adulterazioni di qualsivoglia genere; è un album puro, il cui apprezzamento è riservato a tutti quelli che non hanno timore di scoprire in loro stessi un animo sognatore che li trasformi, di volta in volta, in Davy Crockett o Jesse James. Per gli incontentabili, per chi (speriamo non siano tanti) bada poco ai sentimentalismi e molto ai più aridi aspetti sostanziali, sarà infine necessario precisare che i Thin White Rope propongono musica originalissima, radicata nelle tradizioni ma nuova e attuale nell’esposizione: pezzi come Down In The Desert, Lithium, Dead Grandma On A Train, Atomic Imagery, The Real West e la title track (ma si potrebbe – e dovrebbe – citarli tutti e dieci) sono per forza destinati a farsi amare visceralmente, e il LP che li contiene non può che assurgere al ruolo di classico. La conclusione la lascerei a Nigel Cross, uno dei più esperti conoscitori del garage rock mondiale, traendola dall’ultimo numero della sua splendida fanzine, “Bucketfull of Brains”: “Se i Thin White Rope non verranno sacrificati, come ennesima ‘next big thing’ sul putrido altare dei mass-media, allora sono sicuro che avremo finalmente trovato un gruppo che ha davanti un lungo e luminoso futuro”. Mi associo, caro Nigel. Speriamo che i Thin White Rope vengano lasciati in pace dai nostri squallidi “colleghi” e che non vengano forzati ad essere ciò che non sono.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.95 del dicembre 1985

Bottom Feeders
(Zippo)
Davvero uno strano collage, questo Bottom Feeders, assemblato con tasselli di diversa provenienza e pubblicato sotto forma di mini-LP a 45 giri probabilmente allo scopo di alimentare la popolarità dei Thin White Rope in attesa di un più sostanzioso seguito ai due album Exploring The Axis e Moonhead. Sei brani incisi in un arco di tempo di circa due anni, e sei brani che – giusto dirlonon ci dicono nulla che già non conoscessimo sul conto del quartetto californiano; sei brani, però, in grado di appassionare e di sorprendere, e di dimostrare una volta in più l’originalità e la forza espressiva del discorso “roots” portato avanti da Guy Kyser e compagni. La convulsa Macy’s Window e la più eterea Waking Up sono probabili outtake (rispettivamente del primo e del secondo 33 giri), mentre Rocket U.S.A. è un’inquietante versione dal vivo, risalente al dicembre 1985, del noto classico dei Suicide (!!); Ain’t That Loving You Baby è una corposa cover di un’hit rock’n’roll di Jimmy Reed, Atomic Imagery è il rifacimento di uno dei capolavori di Exploring The Axis e la meravigliosa Valley Of The Bones è una ballata tribale e inquietante che alla semplcità delle strutture replica con atmosfere visionarie e arrangiamenti di non comune fascino. Da segnalare il fatto che le ultime tre tracce citate sanciscono l’ingresso in line-up del nuovo bassista John Von Feldt al posto del dimissionario Stephen Tesluk.
Non resta molto altro da dire, se non che Bottom Feeders riscuoterà sicuramente l’approvazione di chi annovera i Thin White Rope fra le sue band preferite e invoglierà chi ancora non appartiene alla schiera dei fan ad approfondire la sua conoscenza dell’ensemble di Guy Kyser. Per gli altri, quelli che del gruppo non vogliono proprio sentir parlare, non resta che il nostro rammarico per l’occasione perduta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.119 del dicembre 1987

In The Spanish Cave
(Frontier)
Difficile, per non dire problematico, opporre riserve all’affermazione che questi anni Ottanta siano caratterizzati da un fervore creativo basato sulla contaminazione; pur non volendo cadere nell’estremismo di chi ritiene che il rock non abbia altra possibilità di sopravvivenza se non quella di riciclare perennemente se stesso – condannandosi dunque a una lenta ma inesorabile agonia – non si può negare che quasi tutta la musica che ha infiammato le nostre menti e i nostri cuori nell’ultimo lustro sia scaturita dall’accostamento spontaneo di due o più stili originari che fondendosi assieme hanno dato vita a qualcosa di inedito e stimolante. A conferma di ciò si alza anche la voce dei Thin White Rope, artefici di uno stralunato ibrido sonoro al quale si adatta la definizione affatto fumosa di “acid-folk”: “folk” perché índelebilmente marchiato dall’influenza della tradizione musicale statunitense, “acid” in quanto immerso in atmosfere convulse e lisergiche, sottolineate dalla voce inquietante e abrasiva di Guy Kyser e dall’insinuante chitarra di Roger Kunkel.
Nei solchi di In The Spanish Cave, quarta fatica a 33 giri dell’ensemble californiano (a seguire Exploring The Axis, Moonhead e il mini Bottom Feeders) si avverte il richiamo del passato, di un passato precedente all’uomo e alla sua storia: un sound senza tempo né spazio, che risveglia istinti ancestrali nascosti nelle pieghe del nostro animo facendoci sentire organismi vibranti di un Universo dai confini illimitati. I Thin White Ropel dipingono affreschi di sorprendente bellezza chiaroscurale, elaborando strutture dal fascino imponente e arrangiamenti sporchi e contorti; il pulsare dei ritmi, il lancinante zigzagare della chitarra, l’incedere cantilenante della voce fanno parte di un progetto espressivo personalissimo, indirizzato al concepimento di iballate visionarie dove il feeling è la costante e la forma una variabile impazzita; It’s OK, Red Sun e tutta la splendida seconda facciata urlano al vento del deserto la loro purezza e la loro volontà di emozionare, sia seguendo la via tortuosa del country più stravolto e allucinogeno, sia ricamando schizofrenici intrecci sulla base di un r’n’r aggressivo e compatto. Non c’è finzione né inganno, in questo In The Spanish Cave; solo poetica garage sincera e sofferta, che trae dalla terra l’humus necessario a tenerla in vita e dalle radici il nutrimento indispensabile per crescere forte e rigogliosa. Con i Thin White Rope l’arida sabbia scintillerà come una distesa di diamanti, le pietre balleranno il fandango, i cactus strimpelleranno gioiosi sotto il sole e i serpenti a sonagli intoneranno nenie di sapore antico.
Tratto da Rockerilla n.92 dell’aprile 1988

Sack Full Of Silver
(Frontier)
Con alle spalle una discografia di livello talmente omogeneo da rendere pressoché impossibile l’identificazione di un lavoro-manifesto (soltanto R.E.M. e Hüsker Dü, nell’ambito del nuovo rock americano, possono forse fregiarsi di un simile primato), i Thin White Rope giungono al debutto con distribuzione major. E Sack Full Of Silver, fa davvero piacere constatarlo, conferma ancora una volta l’ormai consolidata tradizione positiva, offrendo uno splendido campionario di canzoni spiccatamente originali dove il country venato di acido si amalgama alla psichedelia e al post-punk in una miscela assai evocativa e conturbante, la cui forza visionaria è sottolineata dal canto allucinato di Guy Kyser e dalla serpeggiante chitarra di Roger Kunkel.
Rispetto ai predecessori, Sack Full Of Silver appare in linea di massima più pacato, più vicino al folk (sui generis, è chiaro) che non al rock’n’roll, rimanendo comunque spontaneo nell’attitudine ed efficacissimo nel suscitare emozioni forti; come gli altri lavori della band californiana, è un album dotato di un fascino antico e misterioso del quale solo i Thin White Rope conoscono il segreto, e conta dunque poco che esso non aggiunga altro se non sfumature al discorso espressivo del quartetto: quando la qualità è così elevata, le suggestioni sono quasi palpabili e la classe compositivo-interpretativa così brillante, ogni ulteriore considerazione critica sarebbe pura retorica, vuota ripetizione di concetti che Sack Full Of Silver espone già nel miglior modo possibile con la bellezza dei suoi particolarissimi intrecci musicali.
Tratto da AudioReview n.93 dell’aprile 1990

Squatter’s Rights
(Frontier)
Un mini-album piuttosto singolare, questo inaspettatamente dato alle stampe dai Thin White Rope: sei cover, tre in origine incluse nei tributi che la Imaginary ha dedicato a Byrds e Jimi Hendrix e tre finora inedite, selezionate con il probabile proposito di non lasciare più dubbi almeno su alcune delle influenze del quartetto californiano: Byrds e Hendrix, appunto, e poi Duke Ellington, Bo Diddley e le colonne sonore (quella qui prescelta, Film Theme, è opera dei nostri Avion Travel, e accompagnava una pellicola di Lina Wertmüller). Difficile a credersi, ma le canzoni insinuanti nei suoni e ombrose nelle atmosfere danno l’impressione di provenire dalla stessa penna, sottolineando in tal modo la spiccata personalità dei loro interpreti.
Tratto da AudioReview n.107 del luglio/agosto 1991

The Ruby Sea
(Frontier)
Quattro ottimi album, e tre mini-LP destinati per lo più ai fan sono il ricco bottino conquistato dai californiani Thin White Rope in sei anni di attività discografica; un’attività prodiga di soddisfazioni benché svoltasi sempre all’interno del circuito underground, grazie alla quale la band di Guy Kyser è riuscita comunque a inserirsi nel gotha del nuovo rock statunitense orientato verso il recupero creativo delle radici; nella fattispecie, quelle del country e del folk in genere, shakerati con gusto psichedelico e avvolti in atmosfere che non sarebbeo azzardato definire quasi mistiche.
The Ruby Sea, il quinto capitolo adulto, non aggiunge pressoché nulla al consolidato modulo espressivo dell’ensemble: lo fa, magari, con brillantezza leggermente inferiore al passato, ma coglie ugualmente nel segno con una dozzina di episodi intrisi di fascino enigmatico e surreale, in parte per le conturbanti tonalità vocali del leader e in parte per l’ispirazione con la quale gli elementi tipici del sound del gruppo vengono elaborati in un contrasto forse non più sorprendente come all’epoca degli esordi ma non per questo privo di genialità e fantasia. È dunque in ogni caso un lavoro di pregio, The Ruby Sea; di sicuro un po’ deludente al paragone di una pietra miliare come Moonhead ma senz’altro apprezzabilissimo per chiunque sia in sintonia con l’originale approccio del quartetto. D’altronde, anche solo la sinuosa title track e l’a1trettanto convincente Midwest Flower sarebbero sufficienti a renderlo meritevole di encomio.
Tratto da AudioReview n.110 del novembre 1991

Spoor
(Frontier)
Al di là di ogni retorica, peraltro quasi inevitabile nelle recensioni di lavori postumi, i Thin White Rope di Guy Kyser non possono non essere rimpianti da chiunque ne abbia apprezzato il sound insinuante, misterioso ed evocativo, dove roots-rock e psichedelia interagiscono seguendo una formula alchemica mai replicata con pari efficacia. Pur avendo primaria destinazione nel pubblico dei fan, i quattordici brani rari ed inediti di Spoor – per lo più splendide cover: Bob Dylan, Velvet Underground, Stooges e Roky Erickson tra i nomi omaggiati – hanno tutte le carte in regola per conquistare distratti, negligenti e giovanissimi che non hanno finora conosciuto il genio della band californiana attraverso album-capolavoro quali Exploring The Axis, Moonhead o In The Spanish Cave. Fortuna che non è troppo tardi per rimediare.
Tratto da AudioReview n.149 del maggio 1995

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4 pensieri su “Thin White Rope (1985-1992)

  1. DaDa

    Immensi. A parte il live, uno dei migliori mai fatti, il mio preferito è Sack Full of Silver, che ha un gande songwriting e la cover dei Can. Tanto per far capire le influenze.

  2. Graziano

    Ho amato e amo ancora alla follia i Thin White Rope. E se i dischi di studio erano gia’ “acidi” il live “The one that got away” e’ ancora piu’ “selvaggio”. Grandissimo gruppo!

  3. Lori

    A tutt’oggi tra i miei preferiti. Kyser ha una voce straordinaria, in grado davvero di scioglierti dentro. Altro gruppo preferito… 🤔Calexico 😜

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