Oltre le stelle

Oltre le stelle (17)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TEENAGE FANCLUB – JAD FAIR
Words Of Wisdom And Hope
* *
Di primo acchito, questo strano incontro fra i Teenage Fanclub e Jad Fair non aveva granché suscitato la mia curiosità: il mio apprezzamento per i primi è sempre stato sincero ma di circostanza, mentre con il secondo ho un rapporto distaccato da quando, una venticinque anni fa, turbava le mie orecchie con le cacofonie dei suoi Half Japanese. Le parole di saggezza e speranza scaturite dalla collaborazione scoto-americana mi hanno in ogni caso impressionato favorevolmente, sia per la voce di Fair – pacata e confidenziale nei suoi toni spudoratamente loureediani – e sia per le strutture musicali non meno carezzevoli (seppur con qualche spigolo) allestite dai suoi (improvvisati) compagni. Non ne sono stato folgorato come accaduto ad altri colleghi, ma… insomma, Words Of Wisdom And Hope è decisamente un buon album: che crea un’atmosfera, come recitava tanti anni fa lo spot pubblicitario di un celebre brandy.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.491 del 18 giugno 2002

MARIANNE FAITHFULL
Kissin Time
* * *
In generale provo parecchia simpatia per gli artisti con molti anni di carriera che, invece di limitarsi a ribadire i soliti cliché, stringono sodalizi con colleghi più giovani per acquisire spunti utili a rinnovare e/o modernizzare la loro formula espressiva. Figurarsi nel caso della mitica e sempre affascinante Marianne, che con quest’ultimo album ha toccato uno dei punti più alti – e intriganti – della sua storia di chanteuse ombrosa e inquieta. Sono canzoni splendide, quelle di Kissin Time, nelle (attualissime) musiche sospese tra dolcezza e perversione tanto quanto nei (personalissimi) testi intonati con voce androgina e incredibile eleganza (poche possono permettersi di pronunciare una frase come “Suburban shits who want some class / All queue up to kiss my ass” rimanendo una vera signora). Sorprendenti, persino. E se la scaletta avesse compreso anche un duetto con Nick Cave, avrei di sicuro strappato dal cielo la quarta stellina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.492 del 25 giugno 2002

BOARDS OF CANADA
Geogaddi
* * *
Fino a poche ore prima dell’inderogabile consegna di questo “Oltre le stelle” non avevo a casa Geogaddi: considerato che sapevo di non doverlo recensire, e che non ero sfiorato dal pensiero che Testani lo avrebbe inserito in questa rubrica (al buon Gianluca, si sa, la sola idea di musica elettronica provoca un florilegio di eruzioni cutanee), non mi ero preoccupato più di tanto di procurarmelo. Una volta entratone in possesso, in circostanze anche piuttosto rocambolesche, ho scoperto con gioia un lavoro di grande forza suggestiva e notevole interesse, che per mia fortuna evita l’approccio dance-oriented tipico di tanta odierna elettronica “intelligente” per cercare trame avvolgenti, visionarie e ricche di intensità a dispetto della rarefazione spesso estrema dei suoni. Di un disco così ci si può anche innamorare, non c’è dubbio: e anche se nel mio caso non si può parlare di colpo di fulmine, una valutazione di tre stelle di sembra francamente il minimo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.493 del 2 luglio 2002

GOMEZ
In Our Gun
* *
Mi piacciono, i Gomez, ma in generale trovo il loro stile – a metà strada tra gli XTC e certo avvolgente rock di ispirazione classica – un tantino dispersivo: non mi sembra cioè che il loro repertorio rispecchi appieno, dal punto di vista stilistico così come da quello qualitativo, un talento che a tratti sembra davvero straordinario. Alla luce della già discreta anzianità di servizio della band e del numero di dischi già realizzato, ho idea che difficilmente il problema – che magari è tale solo per me – potrà essere superato; temo quindi che dovrò “sopportare” altri album come questo In Our Gun, ricco di felicissime intuizioni ma anche (seppure in misura minore) di cadute di tono e stucchevolezze. Un bel sopportare, non c’è dubbio, che non basta però a reprimere il desiderio di trovarmi un giorno di fronte a dei Gomez più concreti e meno farfalloni; anche se riconosco che proprio questa carenza di senso pratico potrebbe celare la chiave del loro indiscutibile fascino.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.493 del 9 luglio 2002

DESAPARECIDOS
Read Music / Speak Spanish
* *
Ammetto che quando ho notato che Gianluca, in “Oltre le stelle”, aveva assegnato a Read Music / Speak Spanish il massimo dei voti, ho pensato a un refuso. Chiarito che non era così, ho recuperato il CD dal buco nero nel quale era stato risucchiato e l’ho riascoltato per capire i motivi di questa notevole diversità di valutazione. Senza approdare a nulla, perché il debutto dell’altra band di Conor Oberst continua a sembrarmi un buon disco ma nulla più: non tanto perché troppo derivativo o perché troppo bizzarro, ma soprattutto perché troppo sconclusionato. Non vedo metodo, nella follia di Oberst, che fa un casino infernale e canta (e spesso compone anche) come un Robert Smith in preda a deliri psicotici: a piccole dosi può anche starmi bene (e qualche pezzo – ad esempio il Manana scelto non a caso per il CD del Mucchio – addirittura benissimo) ma le stelle preferisco serbarle per qualcosa di più compiuto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.494 del 16 luglio 2002

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.
In “Oltre le stelle” 16: Bad Religion, Cornelius, Chemical Brothers, Lambchop, Joey Ramone.

 

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Oltre le stelle (16)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BAD RELIGION
The Process Of Belief
* * *
Pur non essendo affatto scadenti, gli ultimi album dei Bad Religion avevano senza dubbio messo in luce qualche problema di ripetitività e calo di tensione: surclassavano sempre per personalità, estro e qualità dei brani il 90% delle produzioni dell’area popcore/hardcore melodico, ma senza dubbio non vantavano la stessa intensità e la stessa furia dei lavori realizzati prima del contratto major e dell’uscita dall’organico di Brett Gurewitz. The Process Of Belief, invece, ci ha restituito i Bad Religion di un tempo: sarà l’influsso del doppio rientro, quello di Brett e quello in casa Epitaph, ma la band californiana non era così in forma da molti anni. Esuberanza giovanile e maturità tecnico-espressiva assieme: a gente con oltre vent’anni di carriera sulle spalle, non si può davvero chiedere di più.
(da Il Mucchio Selvaggio n.486 del 14 maggio 2002)

CORNELIUS
Point
* * *
Capita spesso, facendo seriamente il nostro lavoro, di ascoltare dischi solo per conoscenza: mentre gran parte dei sedicenti “critici”, cioé, si limita a coltivare il proprio più o meno vasto orticello, da queste parti si compie invece – spesso soffrendo – un autentico lavoro di analisi e studio su quanto offerto dal mercato. Un impegno che nel caso di questo nuovo album di Cornelius è stato assolto anche con soddisfazione, vista l’imprevedibilità del musicista e la sua capacità di mescolare assieme elementi diversi in brani spesso bizzarri ma stimolanti: e in questo, fatti salvi i dovuti distinguo di genere, mi ha ricordato un vecchio geniaccio della creatività eccentrica, Todd Rundgren. Dunque, massimo rispetto e ossequioso inchino. Dubito però fortemente, per pura e semplice questione di gusto personale, che riascolterò Point.
(da Il Mucchio Selvaggio n.487 del 21 maggio 2002)

CHEMICAL BROTHERS
Come With Us
* *
Sono bravi, i Chemical Brothers, ma il ta-pum elettronico da discoteca ha sempre lasciato molto freddino. Un mio limite, magari accentuato da una cronica repulsione per il ballo e per tutto ciò che sa in qualche modo di trendismo? Sicuramente sì, ma non è un problema: rispetto chiunque la veda diversamente, ma la cosiddetta club culture mi interessa solo come fenomeno musicale e/o antropologico. È guidato da questa filosofia, dunque, che mi accosto ai Chemical Brothers, rilevandone in maniera solo cerebrale pregi e difetti: tra i primi, l’abilità nel contaminare e la grande classe, tra i secondi, almeno per il mio gusto, la tendenza a esagerare con i martellamenti ritmici. Non è un caso che il mio pezzo preferito di Come With Us sia il languido The State We’re In (quello con la voce di Beth Orton), che in sede di recensione l’amico Vignola ha definito “uno dei meno convincenti del lotto”. Ma il mondo è bello perché è vario, e le sane divergenze di opinioni danno alla vita un po’ di sale in più.
(da Il Mucchio Selvaggio n.488 del 28 maggio 2002)

Lambchop
Is A Woman
* *
Non è un mistero che il precedente album dei Lambchop, Nixon, non mi era affatto piaciuto, nonostante la ragion critica – con la quale non riesco proprio a non fare i conti – mi avesse alla fine costretto ad assegnargli una stellina. Mi ha convinto assai di più, invece, questo Is A Woman, che pur non lesinando in raffinatezza e in ricerca “estetica” – che comunque sono impresse nel DNA sonoro della band – è in generale più sobrio e, o almeno così mi sembra, più intenso e vissuto. Non credo che potrei mai entusiasmarmi neppure per questi Lambchop, ma devo ammettere che Is A Woman contiene canzoni estremamente suggestive (Flick la mia preferita) e che il discorso portato avanti da Kurt Wagner e soci vanta un notevole spessore; peccato solo che, sulla lunga distanza dell’album, la noia da “mosceria” e da eccessi di uniformità prenda un po’ il sopravvento.
(da Il Mucchio Selvaggio n.489 del 4 giugno 2002)

Joey Ramone
Don’t Worry About Me
* * *
Non mi accade spesso di commuovermi per dischi nuovi: le lacrimucce e i momenti di malinconia sono solitamente provocati dalla musica che mi ha segnato in tempi di maggior ingenuità e minor cinismo. A scuotermi nel profondo è riuscito l’album del compianto cantante dei Ramones: undici brani frizzanti e positivi che mai si direbbero incisi rubando i minuti alle cure e la poca energia superstite a un fisico ormai devastato dal cancro. Cinquantenne eterno ragazzo, Joey ha esorcizzato la morte con il titolo “non preoccupatevi per me” e con una cover di What A Wonderful World posta in apertura, e ciò deve far riflettere: tre stelle al cd, che musicalmente è senza dubbio tra i più riusciti degli ultimi vent’anni di saga del combo newyorkese, ma per il personaggio e la persona – così dicono amici, conoscenti e colleghi – non basterebbero tutte quelle del cielo. Gabba gabba hey, vecchio fratello.
(da Il Mucchio Selvaggio n.490 dell’11 giugno 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.
In “Oltre le stelle” 15: Sodastream, Jim O’Rourke, Mick Jagger/Paul McCartney, Black Rebel Motorcycle Club, Notwist.

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Oltre le stelle (15)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
SODASTREAM
The Hill For Company
* * *
Avete acquistato il n. 4 del Mucchio Extra, in edicola da Natale fino a poche settimane fa? Se la risposta è no… che posso dirvi se non “peggio per voi”? In caso contrario, affidate al lettore il CD allegato alla rivista, programmate il quarto brano e lasciate che scorra in tutta la sua onirica e suadente morbidezza. Quando il counter segnerà 1’ e 42’, sentirete aprirsi un ritornello di quelli memorabili, dolcissimo ed evocativo come lo sono soltanto certe cose dei Love, della famiglia Belle And Sebastian, dei Triffids o degli ingiustamente sottovalutati Walkabouts. Ecco, di The Hill For Company mi sono innamorato con quel ritornello, che peraltro è solo una delle molte meraviglie contenute nelle undici canzoni del duo australiano. Non sono granché originali, i Sodastream, ma posseggono cuore e anima da vendere. E almeno tre quarti degli esponenti del N.A.M. dovrebbero prendere lezioni da loro.
(da Il Mucchio Selvaggio n.481 del 9 aprile 2002)

JIM O’ROURKE
Insignificance
* *
Che devo dirvi? Un disco carino, nel senso che lo ascolto con piacere ma che non mi regala speciali emozioni; e non perché, badate bene, ritenga a priori che l’ex Gastr Del Sol dovrebbe rimanere uno “sperimentatore”, specie visto che un buon 70% di ciò che proviene dall’area post-rock mi fa venire l’orchite. Insignificance è sostanzialmente un album di pop-rock dalle marcate influenze psycho-folk, con cinque canzoni morbide e carezzevoli e due accese di ruvidezze rock’n’roll: il problema, mio e non necessariamente di O’Rourke, è che di dischi così ne escono centinaia all’anno, e che di fronte al livellamento stilistico/qualitativo provo sensazioni di tedio o addirittura di irritazione. Insomma, un lavoro ben fatto, cui mi sembra pero che manchi il guizzo in più: dubito fortemente che, senza la firma da Jim O’Rourke, avrebbe riscosso i consensi critici dei quali è stato gratificato.
(da Il Mucchio Selvaggio n.482 del 16 aprile 2002)

PAUL McCARTNEY / MICK JAGGER
Driving Rain / Goddessinthedoorway
* * / * *
Per condensare le mie astruse teorie sul geronto-rock non basterebbe uno dei maxi-articoli di Extra, e dunque mi astengo dal provare a esporle in questa sede. Limitandomi ai casi in esame, devo dire che ritengo vicine allo zero le probabilità che i due “vecchietti” di cui sopra realizzino altri album belli e/o rilevanti come svariati di quelli già pubblicati in gioventù, e quindi che ogni corretta valutazione critica su quello che oggi passa il convento deve per forza di cose non tener conto di ciò che è stato: se fissassimo come termini di confronto, ad esempio, Aftermath e Sgt. Pepper (cioé titoli da quattro stelle), qui si oscillerebbe tra la palla e le due palle. Le due stelle ciascuno (per Jagger, una in meno di quelle assegnate in origine: o c’è stato un errore di trascrizione, oppure quel giorno dovevo essere davvero di buon umore) vanno pertanto intese in senso relativo: una sorta di riconoscimento, insomma, a due musicisti che si sforzano – McCartney, magari, un po’ di più – di non essere cariatidi, e che oltre al mestiere hanno dalla loro ancora qualche piccola scintilla. Per questo entrambi i dischi, invece di essere permutati con qualche splendida ristampa di soul o di blues, sono rimasti nella mia collezione. Come? Volete sapere se ci avrei investito i quaranta euro necessari per acquistarli? Beh, anche se non è educato vi rispondo con un’altra domanda: conoscete il gesto dell’ombrello?
(da Il Mucchio Selvaggio n.483 del 23 aprile 2002)

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB
B.R.M.C.
* * * *
Sul fatto che i Black Rebel Motorcycle Club non inventino nulla non ci sono dubbi. Ma non importa, visto che il caro, vecchio r’n’r non deve, in fondo, essere originale: a contare sono la qualità e la forza emotiva delle canzoni, e l’omonimo primo album della band americana non offre in tal senso il fianco a critiche. Qualche mese dopo il primo approccio, B.R.M.C. resta sempre fresco, vitale e godibilissimo, al punto che i “semi-plagi” operati dal trio – contravvenendo alla regola in base alla quale i riascolti portano a galla i limiti dei dischi molto più di quanto accada all’epoca della scoperta – continuano a non dare il minimo fastidio. La domanda, dunque, non è se oggi i Black Rebel Motorcycle Club meritino di essere frequentati, ma se saranno in grado di ripetersi a questi livelli: una questione della quale, sulla scia del rinnovato entusiasmo, possiamo però oggi soprassedere. Alzando il volume.
(da Il Mucchio Selvaggio n.484 del 30 aprile 2002)

NOTWIST
Neon Golden
* * *
Ho scoperto i Notwist parecchi anni fa, quando erano ancora una band hardcore punk con inflessioni metal. E poi, un po’ a causa della loro verve all’epoca non proprio esaltante e un po’ perché travolto dalle solite migliaia di uscite discografiche, li ho dimenticati. Cioé, sapevo che continuavano a incidere e che avevano cambiato genere, ma non sentivo particolari stimoli a frequentarli, come spesso accade quando si hanno troppi dischi ai quali star dietro. Li ho però riscoperti con questo Neon Golden, e ho deciso di recuperare quel che mi sono perso: non capita spesso, infatti, di imbattersi in esempi così validi di “pop” moderno e creativo, atipico e cerebrale ma anche ricco, a ben vedere, di immediatezza e calore. Non è un album del quale posso dire di essermi innamorato, ma lo trovo intelligente, ben costruito e molto piacevole all’ascolto, a tutti i livelli. Non mi sembra poco.
(da Il Mucchio Selvaggio n.485 del 7 maggio 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.
In “Oltre le stelle” 14: Fugazi, Gorky’s Zygotic Mynci, Starsailor, Aphex Twin, Ryan Adams.

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Oltre le stelle (14)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
FUGAZI
The Argument
* * *
Da sempre i Fugazi sono sinonimo di serietà, incorruttibilità e spirito antagonista. E, naturalmente, di ottimo alternative rock, come sottolineato da una discografia ricca di titoli splendidi. Che alla band di Ian MacKaye sia in ogni caso dovuto il massimo rispetto non basterebbe certo a farne automaticamente apprezzare ogni prova: il bello, però, è che il quartetto di Washington D.C. non offre praticamente mai il fianco alle critiche, portando avanti un discorso dove un’encomiabile coerenza concettuale si lega a una lenta ma costante evoluzione stilistica. The Argument è il solito, grande disco dei Fugazi, in qualche modo figlio del disagio e della voglia di reagire in modo costruttivo: elaborando, cioé, ardite sequenze di suoni ruvidi e nervosi, peraltro non privi – qui più che in altre circostanze – di efficacissime intuizioni melodiche. Ascoltate un brano come Epic Problem, che non mi faccio scrupolo di definire geniale, e provate a darmi torto. Fugazi: basta la parola.
(da Il Mucchio n.476 del 5 marzo 2002

GORKY’S ZYGOTIC MYNCI
How I Long To Feel That Summer In My Heart
* *
Se mai tornassi a condurre una trasmissione radiofonica, sarebbe molto difficile trovare in una mia scaletta un brano dei Gorky’s Zygotic Mynci. Perché? Semplicemente perché hanno un nome strampalato, di quelli che non riesco mai a pronunciare in modo corretto. E pensare che un amico gallese mi avrà detto almeno dieci volte “si dice … … …”, e io un secondo dopo me lo sono già dimenticato. A parte ciò, trovo i Gorky’s un gruppo carino o poco più: per capirci, nella graduatoria dei famosi “dischi da isola deserta” How I Long To Feel That Summer In My Heart sarebbe preceduto da alcune migliaia di titoli. Sono comunque di sicuro bravi e a loro modo anche coraggiosi, ma il loro elaborato folk-pop dai più o meno vaghi accenti psych non mi prende più di tanto, e sulla lunga distanza dell’album mi appalla pure un po’; un pezzo come These Winds Are in My Heart, però, potrei ascoltarlo in loop per ventiquattr’ore senza accusare il minimo senso di tedio.
(da Il Mucchio n.477 del 12 marzo 2002)

STARSAILOR
Love Is Here
* * *
Sono ormai venticinque anni – insomma, da quando seguo non solo il rock emerso ma anche quello emergente – che mi confronto con il problema delle promesse non mantenute: artisti, cioè, che dopo uno o due album hanno rivelato una consistenza inferiore, e spesso drammaticamente inferiore, a quella ipotizzata. Colpa di naturali crolli di ispirazione, dei deliri di onnipotenza o della ricerca ossessiva dell’hit? Dipende. È comunque chiaro che scommettere sul futuro di chicchessia diventa sempre più difficile, e di ciò risente il mio rapporto ancora non ben definito con gli Starsailor: penso che siano, alla pari dei Muse, il miglior giovane gruppo pop-rock britannico degli ultimi due/tre anni e vorrei credere che sapranno offrire a lungo emozioni, ma al contempo vedo che Love Is Here non è quel capolavoro assoluto in cui i precedenti singoli mi avevano fatto sperare. Sì, forse sto cominciando a esagerare con il cinismo tipico di chi ne ha subite troppe. Però, per il momento, mi tengo in tasca la quarta stella.
(da Il Mucchio n.478 del 19 marzo 2002)

APHEX TWIN
Drukqs
* *
Chi mi conosce lo sa, oppure almeno lo immagina: è difficile che le orecchie dei miei vicini di casa siano deliziate da Aphex Twin. Nulla da eccepire sul personaggio né sulla sua capacità di inventare nuovi scenari musicali, sia chiaro, ma per quanto mi riguarda le creazioni di Richard D. James mi trasmettono in linea di massima buone sensazioni a livello cerebrale-intellettuale e poche emozioni; posso anzi affermare, senza curarmi di eventuali sfottò, che l’unica volta in cui Aphex Twin mi ha davvero esaltato è stato con il singolo Windowlicker, ma più per la copertina e il videoclip – se non li avete mai visti, dovete rimediare – che per la musica. Drukqs, comunque, mi sembra uno degli articoli migliori del catalogo, a dispetto della sua schizofrenia stilistica e dei suoi per me indigeribili eccessi di sperimentalismi sterili e autocompiacenti. Ai primi ascolti, in ogni caso, mi aveva colpito di più, mentre ora l’assenza dell’elemento sorpresa mi ha indotto a sottrargli una stellina.
(da Il Mucchio n.479 del 26 marzo 2002)

RYAN ADAMS
Gold
*
Se mai un giorno dovesse capitarmi di parlare con l’autore di Gold, di sicuro gli domanderei perché, per la sua carriera solistica, non si è cercato uno pseudonimo: a meno che non si voglia deliberatamente giocare sull’equivoco, chiamarsi Ryan Adams in un mondo rock nel quale esiste un Bryan Adams dominatore di classifiche mi sembra infatti una cazzata, come da noi lo sarebbe presentarsi come Lara Pausini. Facezie a parte, questo secondo album dello strombazzatassimo Ryan non mi è parso granché: non una puttanata finto-rock come quelli del quasi-omonimo, ma dell’ennesimo songwriter a metà tra il roots e il suono da FM, non sentivo sinceramente la mancanza. È bravo e ispirato, Ryan, e possiede anche una bella voce, ma… insomma, mi entra in un orecchio e mi esce dall’altro. Lo dovessi intervistare, credetemi, la mia unica curiosità sincera riguarderebbe la storia dello pseudonimo.
(da Il Mucchio n.480 del 2 aprile 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.
In “Oltre le stelle” 13: Stereolab, Spiritualized, White Stripes, Strokes, Eels.

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Oltre le stelle (13)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
STEREOLAB
Sound-Dust
*
All’epoca dell’uscita di Sound-Dust, la colonnina delle Stelle era priva del mio voto: alla CGD avevano temporaneamente esaurito i promo, e di norma evito di spender soldi per dischi che posso sperare di avere gratis (per favore, non odiatemi: nei miei panni, chiunque si comporterebbe allo stesso modo). Ma se li avessi spesi, quei quaranta biglietti da mille, sarei stato contento? Forse non faccio testo, visto che il genere degli Stereolab – neolounge-pop-jazz-elettronico con pretese artistiche – non è esattamente la mia tazza di tè, ma la risposta è “non proprio”. Al di là delle capacità della band, che non sarò certo io a negare, l’album non riesce infatti a emozionarmi, e sinceramente sono abbastanza stufo di CD da “piacevole sottofondo”. Quindi, una sola stellina, alla quale potrei al massimo aggiungerne un’altra mezza… ma il concetto di “mezza stella” non trova riscontro nei libri di astronomia, e quindi neppure nell’agenda del Mucchio. Sorry.
(da Il Mucchio Selvaggio n.470 del 22 gennaio 2002)

SPIRITUALIZED
Let It Come Down
* * *
Evidentemente, quattro mesi fa, devo aver frequentato Let It Come Down in modo un po’ distratto: non si spiegherebbe, altrimenti, come abbia potuto assegnare solo due stelle a un album che fin dal primo riascolto mi ha regalato così tante “buone vibrazioni”. È un bell’esempio di pop-rock moderno e intelligente, quest’ultima fatica di Jason Pierce e soci, in grado di trovare il giusto punto d’incontro (o, almeno, uno dei giusti punti d’incontro) tra linearità e gusto per le deviazioni, tra sobrietà e imponenza, tra canzone nel senso convenzionale del termine e qualcosa di più complesso e, forse, pretenzioso. La sua non è però una pretenziosità sgradevole e scostante, ma un suggestivo e fascinoso attestato di talento e ispirazione al quale, scontato dirlo, vale la pena di dedicarsi. Magari con un pizzico di concentrazione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.471 del 29 gennaio 2002)

WHITE STRIPES
White Blood Cells
* * * *
Da alcuni anni, per ragioni professionali e familiari (l’anagrafe non c’entra: cosa stavate per insinuare, bastardi!?), mi sposto di rado al Nord per un concerto. Avevo però seriamente ipotizzato di andare a Milano per l’unica data italiana degli White Stripes, e i resoconti mi hanno poi confermato che quel treno avrei proprio dovuto prenderlo. I consensi non mi hanno peraltro stupito: i White Stripes appartengono evidentemente a quella non foltissima schiera di gruppi (di solito americani, o comunque non britannici) che sul palco sanno dare qualcosa di più, in termini di eccitazione ed entusiasmo, di quanto proposto su disco. Non ho avuto bisogno di recuperare White Blood Cells chissà dove, visto che dal giorno del primo ascolto non si è mai mosso dallo scaffale strategico di fianco allo stereo: il fatto che non mi abbia ancora annoiato, e che continui a sembrarmi un piccolo capolavoro di freschezza, spiega la stella in più ora assegnatagli rispetto alla valutazione originaria.
(da Il Mucchio Selvaggio n.472 del 5 febbraio 2002)

THE STROKES
Is This It
* * *
È stato amore al primo ascolto, quello con il debutto degli Strokes: un sentimento forte che ha avuto come risultato, per alcuni mesi, un’assidua e appassionata frequentazione delle sue undici tracce. Per quei mesi, le quattro stelle non sono state mai messe in discussione, finché Is This It non è stato riposto tra gli altri CD di “nuovo” rock americano. Quando è stato riaffidato al lettore per questo “Oltre le stelle” mi è però parso, a sorpresa, un po’ meno bello: sfumature, ma sufficienti a indurmi ad abbassargli il voto di un’unità. Rimane senza dubbio uno degli album più validi e significativi dell’anno scorso, e la sua miscela rock’n’roll è sempre efficace nel suo connubio di energia, melodia e atmosfera, ma… insomma, inutile menare il can per l’aia: gli Strokes non mi sembrano così grandi come li avevo giudicati, anche se Is This It è sempre un piccolo capolavoro di freschezza e di espressività ruspante.
(da Il Mucchio Selvaggio n.474 del 19 febbraio 2002)

EELS
Souljacker
*
Con gli Eels di Souljacker il problema del giudizio in stelle non si poneva tanto in termini di valori assoluti quanto invece di legittime aspettative: dai migliori, è logico, si pretende di più, e mr.E si è ampiamente meritato un posto nella categoria soprattutto in virtù dei primi due album a nome Eels, Beautiful Freak ed Electro-Shock Blues. Rispetto ai suoi predecessori, oltre a qualche ruvidezza forse un po’ fuori contesto e a un vena compositiva globalmente meno felice (non mancano comunque le ballate di pregio: Woman Driving Man Sleeping, Friendly Ghost, Bus Stop Boxer, World Of Shit), quest’ultimo lavoro denota però carenze di profondità, intollerabili in un artista di cui ci siamo innamorati proprio per la sua capacità di esprimere ed evocare emozioni forti. Fosse stato opera di qualcun altro, Souljacker avrebbe magari ottenuto anche due stelle, ma il fatto che sia firmato da E non invoglia certo all’indulgenza.
(da Il Mucchio Selvaggio n.475 del 26 febbraio 2002)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.
In “Oltre le stelle” 12: Tricky, Mercury Rev, Thalia Zedek, Björk, Bob Dylan.

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Oltre le stelle (12)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TRICKY
Blowback
* * *
Padroni di dissentire ma Tricky mi piace, anche se non mi verrebbe mai in mente di consegnarlo a eventuali extraterrestri come campione di normale essere umano. Mi piacciono i suoi dischi così particolari e sono molto felice di non dovermi (quasi) mai preoccupare di giustificare sotto il profilo critico tale mio apprezzamento, visto che – per ragioni troppo difficili da spiegare in questi esigui spazi – ho scelto di scrivere di altri generi musicali. Non avete idea di quanto possa essere piacevole, per chi fa il mio lavoro, ascoltare un album senza porsi il problema di paragonarlo a quello che lo ha preceduto, della sua coerenza con il percorso etico-concettuale dell’artista o delle nuove direzioni che potrebbe indicare. Non tacciatemi dunque di “qualunquismo” se affermo che a mio parere Blowback è molto bello, anche se me ne infischio di sapere perché. E non chiedetemi se esso sia migliore o peggiore di Maxinquaye o Pre-Millennium Tension, a meno che non vogliate sentirvi rispondere con un perentorio, inequivocabile ‘sti cazzi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.465 del 4 dicembre 2001)

MERCURY REV
All Is Dream
* * *
Bel gruppo, i Mercury Rev. Belli soprattutto in quest’ultimo album, che meglio di altri del loro ampio e pur pregevole repertorio sa immergere in atmosfere oniriche e carezzevoli dove il concetto di “canzone (più o meno pop)” è interpretato in senso decisamente espansivo. D’accordo che per apprezzare appieno la poetica surreale e avvolgente del gruppo americano bisogna possedere una certa predisposizione alle alchimie psichedeliche e alle raffinatezze strumentali, ma mi riesce abbastanza difficile credere che un essere umano dotato di anche scarsa sensibilità possa restare del tutto indifferente di fronte a questo sfoggio di creatività, intensità ed espressività. La sola critica che riesco a considerare accettabile – ma che personalmente non condivido – è quella relativa al fatto che la voce possa a tratti risultare stucchevole; per quanto riguarda il resto, sono ammessi solo gli applausi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.466 del’11 dicembre 2001)

THALIA ZEDEK
Been Here And Gone
* * *
Me lo ricordo benissimo, l’esordio da solista di Thalia Zedek, e non solo perché ancora mi brucia il fatto di non essermi avveduto di una piccola nota sul mio pre-release e di averlo quindi recensito parlando di due cover invece che delle tre presenti in scaletta; e neppure solo perché la voce decisamente mascolina della ex chitarrista dei Come è di quelle che rimangono bene impresse nella memoria. Me lo ricordo benissimo perché il mercato non offre purtroppo molti album così semplici e belli, e in grado di mettere così totalmente a nudo l’anima di chi li ha realizzati. Certo, se il rock’n’roll in circolazione fosse tutto di questo stampo le crisi depressive surclasserebbero la voglia di pogo, ma visto cosa in genere passa il convento dischi come Been Here And Gone vanno accolti come una ventata d’aria magari non proprio fresca ma comunque salutare. Io me lo tengo stretto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.467 del 18 dicembre 2001)

BJÖRK
Vespertine
* * *
Non sono mai stato un grande estimatore degli Sugarcubes, ma in compenso ho sempre trovato che i lavori solistici di Björk, quale più quale meno, posseggano caratteristiche piuttosto intriganti. Di Vespertine, però, mi sono quasi innamorato: non necessariamente perché sacrifica (non del tutto) l’approccio pop/dance privilegiando la dimensione intimista, ma per il suo straordinario equilibrio tra intensità (e dunque emozione) ed estetica (nel senso di perfezione formale). Più ascolto quest’album, più mi convinco che dovrebbe essere “esposto” – non per la veste grafica, che pure è splendida, ma per i contenuti – in un museo d’arte moderna. E poi… mi considerereste folle se vi dicessi che da quando utilizzo Sun In My Mouth come sveglia mattutina il mio inizio di giornata non ha più nulla di traumatico?
(da Il Mucchio Selvaggio n.468 dell’8 gennaio 2002)

BOB DYLAN
Love And Theft
* * *
Ho sentito pareri contrastanti, a proposito di quest’ultimo album di Bob Dylan, e la cosa mi ha stupito: non perché mi sembri strano che qualcuno possa non approvare le scelte – nel caso in questione, sono il primo ad ammetterlo, abbastanza singolari – di questo autentico monumento della musica del ‘900, ma perché non capisco come si possa non rimanere almeno ammirati da come il suddetto abbia il coraggio di rimettersi sempre in gioco. Ma chi glielo fa fare, viene da chiedersi, visto che il suo nome è scolpito a caratteri cubitali nella storia e i diritti d’autore maturati e maturandi gli consentirebbero di vivere da re per i prossimi tremila anni? Eppure, il vecchio Zimmie lo fa, dimostrando inoltre ispirazione, classe e una vena giocosa di rado riscontrata nella sua musica. E anche se Love And Theft non vale The Freewheelin’, Highway 61 Rivisited, Blonde On Blonde, Blood On The Tracks, Oh Mercy o Time Out Of Mind, è bello essere cullati dalle sue note.
(da Il Mucchio Selvaggio n.469 del 15 gennaio 2002

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.
In “Oltre le stelle” 11: Tools, Sparklehorse, Mark Lanegan, Muse, Travis.

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Oltre le stelle (11)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
TOOL
Lateralus
* * * *
Lo ammetto: ai blocchi di partenza, di questo nuovo disco dei Tool avevo molta paura. Un lustro dopo Aenima, nonostante la buona performance di Maynard James Keenan con gli A Perfect Circle, il rischio era quello di una svolta verso il nu-metal più sensazionalistico e remunerativo, o magari di una specie di ritorno dei morti viventi che avrebbe lasciato l’amaro in parecchie bocche. Invece, per fortuna, la band californiana non sembra avere in alcun modo sofferto il lungo ritiro, e ha ripreso il discorso proprio dove lo aveva interrotto: il miracolo è che il suo stile, ora ancor più articolato e psichedelico, è assolutamente attuale, e questo fa comprendere quanto i Tool di Aenima si trovassero avanti sui loro tempi. Che il dio del crossover ce li conservi sempre così, con la speranza che facciano proseliti: vi immaginate che pacchia sarebbe se i gruppi incidessero un album ogni cinque anni e tutti fossero capolavori?
(da Il Mucchio Selvaggio n.455 del 25 settembre 2001)

SPARKLEHORSE
It’s A Wonderful Life
* *
Considerato quanto apprezzi il cantautorato etereo e “depresso” di autori come Will Oldham, (Smog) e Songs: Ohia, dovrei adorare gli Sparklehorse, ma ciò non accade; probabilmente perchè, sebbene Mark Linkous e soci non difettino certo di ispirazione/buon gusto e le loro canzoni per lo più avvolgenti e malinconiche sappiano come coinvolgere e commuovere, hanno il difetto di eccedere troppo spesso in dolcezza e morbidezza. È comunque bello, It’s A Wonderful Life, anche se lo avrei preferito meno proiettato verso il Paradiso e più vicino a tormenti “infernali”; non sarebbe stato male, per esempio, inserirvi un altro paio di episodi più “mossi” – alla Piano Fire o alla King Of Nails – allo scopo di vivacizzarne le atmosfere forse un po’ troppo oniriche e narcotiche. Poche, due stelle? In effetti, è così. Facciamo dunque due e mezzo, nonostante sia proibito.
(da Il Mucchio Selvaggio n.461 del 6 novembre 2001)

MARK LANEGAN
Field Songs
* * * *
Non so cosa aggiungere, a proposito di Field Songs, che non abbia già detto o scritto in altre circostanze. Posso solo ribadire che, almeno nel campo del rock di impostazione “classica”, l’ex leader degli Screaming Trees è a mio parere uno dei cinque/dieci maggiori talenti emersi negli ultimi quindici anni, e che è difficile credere che il suo nome goda di una notorietà solo di culto: un musicista capace di scavare così a fondo nell’anima di chi lo ascolta dovrebbe essere oggetto di venerazione da parte di chiunque e non soltanto di qualche migliaio (beh, forse decine di migliaia) di spiriti affini che amano i suoni elettroacustici imbevuti di respiro roots e la magia di una voce solenne e malinconica assieme. Sarò schiavo del sentimento, ma Field Songs mi sembra sempre più bello, intenso e affascinante nella sua ricercata semplicità. Ancora quattro stelle, senza esitazione: ma, se le regole lo consentissero, sarebbero quattrocento.
(da Il Mucchio Selvaggio n.462 del 13 novembre 2001)

MUSE
Origin Of Symmetry
* * *
Prima di ascoltare i Muse, non avrei mai pensato che potesse esistere un gruppo in grado di proporsi come credibile trait d’union fra Nirvana e Queen (e parecchio altro). Il trio britannico, però, non mi convinceva appieno, nonostante l’impeto dei suoi concerti, l’innegabile bellezza di molte sue canzoni e soprattutto la personalità del suo pop-rock sospeso tra il metallico e il melodrammatico: l’impressione era quella di una band almeno in parte “costruita”. A farmi cambiare parere c’è voluto un illuminante incontro a quattr’occhi con Matthew Bellamy, ventitreenne creativo come pochi: i Muse ci sono, non ci fanno, e la loro musica è il frutto di una naturale (e un po’ folle) tendenza all’ibridazione. Origin Of Symmetry è certo un album bizzarro e a tratti persino bislacco, ma vanta quantità industriali di spunti brillanti; non rappresenta ancora il massimo dell’equilibrio che l’ensemble può raggiungere, ma è comunque una solidissima base per un discorso diverso. È importante, in questo mondo all’insegna della standardizzazione e dall’aurea (?) mediocrità, che qualcuno almeno provi a volare alto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.463 del 20 novembre 2001)

TRAVIS
The Invisible Band
*
Subito prima di accingermi a scrivere queste mille battute scarse stavo ascoltando l’ultimo CD dei Pernice Brothers, gruppo che sostanzialmente si muove nella stessa area musicale dei Travis. E che dei Travis, almeno a mio modestissimo parere, vale di più, anche se vende molto meno (ma molto, molto meno). OK, di questo Fran Healy e compagni non hanno colpe, ma ciò non toglie che The Invisible Band sia irritante (stucchevole?) nella sua plastificata ricercatezza formale e nella ostentata (e finta) evocatività delle trame canore. Due soli brani scongiurano l’assegnazione delle “palle”, Pipe Dreams e la pur sputtanata Sing: il resto, invece, è noia (no, non ho detto gioia). Una stella, dunque; e quanti ritenessero la valutazione scandalosa si (ri)ascoltino Forever Changes dei Love e provino a darmi torto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.464 del 27 novembre 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.
In “Oltre le stelle” 10: Lift To Experience, Black Crowes, Tindersticks, Radiohead, Manu Chao.

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Oltre le stelle (10)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
LIFT TO EXPERIENCE
The Texas-Jerusalem Crossroads
* *
Due stelle, cioè “buono”: non di meno, visto che i Lift To Experience non difettano di qualità, ma a conti fatti neppure di più. Forse perchè dopo aver letto la recensione del buon Gianluca avevo ecceduto in aspettative. Forse perchè il trio texano, con questo suo “post-punk-filo-psichedelico-con-il-cantante-che-cerca-di-fare-il-verso-a-Jeff-Buckley”, mi sembra in fondo un po’ freddino e magari anche un po’ segaiolo, e ascoltarlo per settantacinque minuti mi sfinisce. Forse perché… boh. So solo che The Texas-Jerusalem Crossroads, almeno per quanto mi riguarda, non è disco da anima, nonostante i suoi elaborati intrecci non manchino di forza suggestiva e mirino in qualche modo alla trascendenza. Capisco che possa colpire, questo sì, ma non mi basta. E se voglio prendere un ascensore, scusatemi, continuo a preferire quelli per il tredicesimo piano.
(da Il Mucchio Selvaggio n.456 del 2 ottobre 2001)

BLACK CROWES
Lions
* *
Le due stelline, tanto vale dirlo subito, sono soprattutto di affetto: sarà che ho amato molto i Black Crowes dei primi album (specie Shake Your Money Maker, un piccolo capolavoro di “classic rock”), sarà che quando un certo suono ti entra in vena a quindici anni non c’è cura disintossicante che tenga, sarà che all’epoca di Amorica ho conosciuto Chris Robinson ricevendone un’ottima impressione, ma un voto più basso non mi è riuscito di assegnarlo. Però, onestamente, sono stato di manica larga, perchè questo Lions non è proprio “buono”: la band è onesta e non difetta di mestiere, ma anche passando sopra al vecchio problema della prevedibilità stilistica è difficile superare quelli della relativa carenza di grinta e del livello compositivo non irresistibile. Nessuno chiederebbe ai Black Crowes miracoli di innovazione, ma qualcosina in più sarebbe lecito pretenderla. Agli ottimisti a oltranza, comunque il voler interpretare come un buon auspicio per il futuro il fatto che Lions sia migliore del precedente By Your Side.
(da Il Mucchio Selvaggio n.457 del 9 ottobre 2001)

TINDERSTICKS
Can Our Love
* *
Sì, insomma… non è che i Tindersticks mi facciano proprio impazzire. Non posso negare che siano bravissimi e che la loro miscela di pop “moderno” e soul – ma quindici anni fa li si sarebbe inquadrati nel filone new wave – vanti notevole intensità emotiva e indiscutibile fascino estetico, ma un loro album intero va oltre le mie capacità di sopportazione: un brano è incentevole, due consecutivi sono più che godibili e tre si apprezzano, ma da quattro in avanti mi comincio ad annoiare. Colpa delle trame musicali, sempre torpide e melliflue? O magari di un canto che a dispetto della sua indubbia forza suggestiva insiste un po’ troppo sulle stesse soluzioni e sfumature, risultando un tantino lagnosetto? Probabilmente, di entrambe le cose. Quindi, almeno da parte mia, niente trionfalismi: solo un applauso, convinto ma non plateale, per un bel disco d’atmosfera. Che riascolterò, anche se a piccole dosi.
(da Il Mucchio Selvaggio n.458 del 16 ottobre 2001)

RADIOHEAD
Amnesiac
*
Vi è mai capitato, senza alcuna vera ragione, di non sopportare una band, anche se magari apprezzate più o meno tutte quelle che appartengono alla sua stessa area stilistica? Beh, a me succede. Molto di rado, ma succede: ad esempio ricordo perfettamente, negli ‘80, la mia totale repulsione per i Japan, che pure piacevano quasi a chiunque. Oggi, anche se solo da Kid A in poi, le mie “bestie nere” si chiamano Radiohead: sono bravissimi e se dovessi recensirli non potrei parlarne male, ma se si trattasse di ascoltarli per diletto verrebbero dopo migliaia di altri gruppi. È così, e non so che farci. Agli integralisti della Sacra Chiesa del Reverendo Thom Yorke chiedo però di lasciarmi in pace e di risparmiarsi eventuali accuse di “non capire nulla di musica”: il non reggere i Radiohead è una cosa ben diversa dall’affermare che non valgono nulla.
(da Il Mucchio Selvaggio n.459 del 23 ottobre 2001)

MANU CHAO
Proxima Estacion: Esperanza
* * * *
Sembra che oggi vada di moda sparare addosso a Manu Chao, sebbene le sue “colpe” siano solo l’aver realizzato un album “uguale” al precedente (una cosa che fanno più o meno tutti) e l’averne vendute centinaia di migliaia di copie (una cosa che tutti vorrebbero fare). Pura follia: con un giro musicale infestato di autentiche merde, ce la si prende con uno dei pochi artisti che sono al 100% quel che esplicitamente o implicitamente dicono di essere, vivendo fino in fondo – e con tutte le sue contraddizioni – il proprio ruolo. Che poi il folk-pop “stranito” dell’ex frontman dei Mano Negra possa non piacere è ovviamente tutto un altro discorso: il mondo è bello perchè è vario. Posso quindi elargire quattro stelle, non perchè Proxima Estacion: Esperanza sia un disco “rivoluzionario” ma perchè più di ogni altro ascoltato almeno nell’ultimo anno riesce a rilassarmi e a farmi star bene. Ce ne fossero di più, di queste “canzoncine stupide”…
(da Il Mucchio Selvaggio n.460 del 30 ottobre 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.
In “Oltre le stelle” 9: Nick Cave, Manic Street Preachers, R.E.M., Mogwai, Mark Eitzel.

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Oltre le stelle (9)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

NICK CAVE
No More Shall We Part
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Se ad essere chiamato in causa fosse stato il Guglielmi “critico”, le stelle per No More Shall We Part sarebbero “soltanto” tre, se non altro perchè nella stratosferica discografia dell’ex leader dei Birthday Party ci sono titoli (seppur di poco) migliori. Se invece, come in questo caso, il parere è richiesto al Guglielmi semplice appassionato… beh, le quattro sono d’obbligo, visto che nella concezione del suddetto il ruolo ricoperto da Nick Cave è paragonabile a quello del Papa per un cattolico praticante. Al di là di ogni ulteriore considerazione, quest’album del sospirato ritorno dopo quattro anni di quasi totale assenza dal mercato è comunque uno dei più intensi, equilibrati e ricchi di fascino offertici dal Grande Australiano, impeccabile nel fondere luci e ombre in un suono classico e nello stesso tempo personalissimo. Non ho nient’altro da aggiungere, davvero: adoro questo disco, dalla prima all’ultima nota. E mi dispiace per chi non la pensa allo stesso modo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.450 del 10 luglio 2001)

MANIC STREET PREACHERS
Know Your Enemy
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Mah. Ho passato parecchi anni rispondendo mah alle richieste di giudizio sui Manic Street Preachers: mah come per gli Ocean Colour Scene, i Cast, i Counting Crows e mille altre band delle quali al momento non mi vengono in mente i nomi, che l’esperienza mi indica come capaci solo di routine e che quindi mi predispongono a una valutazione interlocutoria. Per Know Your Enemy, invece, il mah è diventato buono, che in un panorama musicale all’insegna dell’aurea mediocritas come l’attuale non è comunque granchè. Quindi, un album globalmente gradevole, che al di là delle stucchevolezze nel lavoro di studio dà a tratti l’impressione di poter andare da qualche parte… salvo smentirsi con tracce come Miss Europa Disco Dancer, che rimane sulla griglia di partenza come la McLaren di Hakkinen. Comunque, un lavoro che in generale non sembra sapere cosa significhi emozione vera. O che, se lo sa, lo spiega con un linguaggio che io non riesco a capire.
(da Il Mucchio Selvaggio n.451 del 17 luglio 2001)

R.E.M.
Reveal
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Starei sicuramente malissimo, se un giorno dovessi rimanere deluso da un disco dei R.E.M.: ovvio, visto che il triste evento non si è finora mai verificato – e io la band di Athens la seguo da sempre: dovrà ben servire a qualcosa, avere quarantun’anni – e che quindi il periodico rinnovo del sentimento nei confronti del gruppo è da annoverare tra le certezze della mia vita. Di Reveal, come sapete, ho già scritto ai tempi dell’uscita, e da quel giorno non faccio che spargere stelline e trovare quasi tutti gli altri nuovi dischi che ascolto mediocri: succede, con simili termini di paragone, e succede ancor di più quando assieme ai R.E.M. escono (come ora!) album di Nick Cave e Mark Lanegan. Che mai potrei aggiungere, alla recensione di tre mesi fa? Nulla. Anzi, no, una cosa c’è: che nonostante le abbia ascoltate almeno un centinaio di volte, All The Way To Reno, She Just Wants To Be o Disappear continuano a riempirmi meravigliosamente gli occhi di lacrime.
(da Il Mucchio Selvaggio n.452 del 24 luglio 2001)

MOGWAI
Rock Action
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Come chi ha letto la mia recensione sul Mucchio Extra avrà forse intuito, la quarta stella non c’è solo perchè ritengo che i Mogwai siano in grado di fare ancora di più. E perchè, pur condividendo la tesi di chi afferma che un disco breve ma di alta qualità è sempre meglio di uno lungo pieno di riempitivi, trovo che – soprattutto per un album appartenente a questa area musicale – trentotto minuti siano davvero pochini: che male potevano fare un paio di brani in più, magari cantati? Chiariti questi punti, dei cinque di Glasgow non posso dire che bene. Anzi, benissimo. Sono intensi, profondi, evocativi, solenni nel loro minimalismo, ombrosi, paradisiaci eppure un po’ inquietanti. Perfetti, o quantomeno molto vicini a quella cosa indefinibile e per fortuna irraggiungibile che chiamiamo perfezione. Anche se di Come On Die Young fanno parte un paio di canzoni ancor più superlative (si può dire? Mi suona strano, ma rende bene l’idea), Rock Action è il loro titolo che preferisco. E ognuno dei suoi minuti vale ampiamente le mille lire (o il mezzo euro) richieste.
(da Il Mucchio Selvaggio n.453 dell’11 settembre 2001)

MARK EITZEL
The Invisible Man
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Pur seguendolo dall’inizio della sua avventura con gli American Music Club, e pur avendone più o meno sempre apprezzato i dischi, non mi sono mai davvero innamorato di Mark Eitzel: da una parte un po’ troppo sofisticato, il Nostro, e dall’altra un po’ troppo triste. Sarà magari l’avanzare dell’età (di entrambi), ma oggi l’artista di San Francisco mi prende di più: i suoi brani lenti, soffici e meditabondi continuano a non essere l’ideale colonna sonora per una giornata uggiosa, ma non si può negare che la loro perfezione formale e la loro intensità non sono di quelle in cui ci si imbatte tutti i giorni, e nemmeno tutti i mesi. Per The Invisible Man tre stelle sono forse appena eccessive, ma due sarebbero state poche: non fosse altro che per la presenza tra i suoi solchi di Proclaim Your Joy, semplice ma indimenticabile, nel cui titolo piace leggere una specie di manifesto d’intenti.
(da Il Mucchio Selvaggio n.454 del 18 settembre 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.
In “Oltre le stelle” 8: Orb, Bonnie “Prince” Billy, Tom McRae, John Frusciante, Daft Punk.

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Oltre le stelle (8)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
ORB
Cydonia
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Non so a voi, ma al sottoscritto la musica degli Orb scivola addosso. Ne riconosco l’equilibrio formale e il (relativo) valore assoluto, ma non mi riesce proprio di trovarla emozionante. Certo, è molto meglio di tanta elettronica di gran lunga più glaciale e di altrettanta elettronica assai più biecamente danzereccia, ma se in un disco si cerca soprattutto la capacità di cullare in uno stato di ipnosi/narcosi esistono alternative più vivaci, intense e ammalianti, anche magari meno moderne e meno alla moda. Nel suo ambito stilistico, Cydonia è comunque un buon lavoro, ma se l’ho frequentato è stato solo per dovere professionale: a parte poche eccezioni, per amare davvero un album ho bisogno di trovarci il sangue, nel senso di energia e/o sentimento. E gli Orb, non me ne vogliano i loro numerosi estimatori, sembrano essere stati aggrediti da un plotone di vampiri.
(da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001)

BONNIE “PRINCE” BILLY
Ease Down The Road
* *
Un cantautore filo-country un po’ depresso. Meglio: un cantautore filo-country parecchio depresso, a parte la Just To See My Holly Home che molti di voi avranno conosciuto nel nostro CD e un altro paio di episodi con un tasso di vivacità appena superiore alla media. Questo, in sintesi, Will Oldham nei panni di Bonnie “Prince” Billy, novello hobo che si riallaccia direttamente, non senza fornire dimostrazioni di personalità, alle consolidate tradizioni del miglior roots d’autore. Qui aggiungo solo due cose: che Ease Down The Road è un album di gran pregio, più intenso e meno scontato di quanto non dica il primo (magari superficiale) ascolto, e che se nella musica cercate energia, ritmo e atmosfere gioiose avete decisamente sbagliato indirizzo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.446 del 12 giugno 2001)

TOM McRAE
Tom McRae
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Riascoltato oggi, un paio di mesi dopo l’inevitabile caduta nell’oblio imposta dal delirante incalzare delle nuove uscite, l’esordio di Tom McRae mi è sembrato più bello di prima, al punto di meritare una stella in più di quelle all’epoca assegnategli: un po’, probabilmente, per una questione di umori personali, e un po’ perchè nel raffronto con i vari dischi nel frattempo usciti nell’ambito del cosiddetto NAM si erge come uno dei più originali, compiuti e carismatici. Possiede molte qualità, Tom McRae: è abbastanza eclettico da non annoiare, raffinato ma non lezioso, ombroso ma non tetro e soprattutto intensissimo, tanto da non lasciar dubbi sulla sua assoluta purezza. Ecco, purezza: una cosa della quale c’è sempre maledettamente bisogno e che Tom McRae non si vergogna di mettere a nudo. Finchè riuscirà a conservarla, sarà sempre uno dei nostri beniamini.
(da Il Mucchio Selvaggio n.447 del 19 giugno 2001)

JOHN FRUSCIANTE
To Record Only Water For Ten Days
* * *
Forse sono io a essermi distratto, ma ho l’impressione che l’ultimo album da solista di John Frusciante (perdio!, smettetela di chiamarlo Jack) sia passato pressochè inosservato. Vista la natura intimista del lavoro e il caos dell’attuale mercato discografico non me ne stupisco affatto, ma certo la cosa non mi rende felice: perchè To Record Only Water For Ten Days è un album profondamente onesto, e soprattutto perchè le sue canzoni home-made – così minimali, eppure così intense – sono di quelle che arrivano dritto al cuore. Sia chiaro che non provo dispiacere per John, che avrà da parte tanti di quei dollari da poterci tranquillamente mantenere le prossime cinque generazioni di Frusciante, ma per chi non ascolterà mai questo gioiellino: per suoi personali pregiudizi verso tutto ciò che proviene dai Red Hot Chili Peppers (dei quali, in questi solchi, non c’è peraltro traccia) o magari perchè mal indirizzato da palle nere dispensate con palese faziosità.
(da Il Mucchio Selvaggio n.448 del 26 giugno 2001)

DAFT PUNK
Discovery
*
Mettiamola così: i Daft Punk sanno far bene il loro sporco lavoro (dato oggettivo) e la loro sfacciataggine nel proporsi al mercato e al pubblico me li rende piuttosto simpatici (dato soggettivo). Quindi, una stella: non di più, visto che il massimo è quattro, ma neppure di meno, anche se tre quarti delle canzoni contenute in questo Discovery mi fanno (altro dato squisitamente soggettivo, sia chiaro)… massì, cacare/cagare. D’altronde, la mia avversione per la quasi totalità della musica dance sintetica non è un mistero per nessuno. L’amico John Vignola pensa che i Daft Punk siano profeti di una nuova filosofia espressiva, e in loro riesce persino a trovare sentimento? Buon per lui. Per il sottoscritto, però, l’intero contenuto di questo CD non vale quanto una sola nota (anche stonata) di un Mark Lanegan.
(da Il Mucchio Selvaggio n.449 del 3 luglio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.
In “Oltre le stelle” 7: Magnetic Fields, Stephen Malkmus, Steve Wynn, Tortoise, Arab Strap.

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Oltre le stelle (7)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
MAGNETIC FIELDS
69 Love Songs
* * * *
Non so dirvi se il suo inserimento tra i venti album più importanti degli anni ‘90 sia davvero giustificato, né tantomeno se meriti, come si è scritto, l’appellativo di “disco pop del secolo”. E non so neppure se sull’unanime plauso della redazione pesi l’entusiasmo per la scoperta ancora recente. Quello per cui non temo di mettere la mano sul fuoco, però, è che anche dopo numerosi ascolti 69 Love Songs non smette di appassionare, commuovere e intrigare, rivelando a ogni passaggio nuove sfumature e nuovi lampi di genio ispirativo capaci di sorprendere quanti credono di sapere già tutto sulle canzoni pop e sulle canzoni d’amore. Un lavoro splendido, insomma. La cui imperdibilità è sottolineata da un rapporto quantità+qualità/prezzo che si può definire solo stupefacente.
(da Il Mucchio Selvaggio n.440 del 1° maggio 2001)

STEPHEN MALKMUS
Stephen Malkmus
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Serbo un ottimo ricordo dell’intervista fatta un paio d’anni fa a Stephen Malkmus: benchè poco loquace, probabilmente per un misto di timidezza e di difficoltà a spiegare con le parole ciò che gli riesce splendidamente con le canzoni, l’(ormai)ex leader dei Pavement mi è parso proprio una bella persona, innamorato della musica (non solo della sua) e lontano anni luce dalle pose da rockstar che pure gli sarebbero permesse dal suo curriculum e dalla sua posizione di primo piano nell’ambito del rock dei ‘90. Il suo esordio solistico non ha detto nulla di inedito sul suo conto, a meno che non si vogliano considerare “novità” certe strutture sonore appena meno contorte e più cantautorali rispetto al classico suono della sua storica band; eppure, ascolto dopo ascolto, si è rivelato un eccellente album, intenso e godibile oltre che dotato della solita, straordinaria obliquità melodica. La stella che manca per il poker l’ho riservata per il prossimo lavoro, quando il Nostro si sarà magari maggiormente affrancato dai suoi trascorsi ed avrà (ri)cominciato a osare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.441 dell’8 maggio 2001)

STEVE WYNN
Here Come The Miracles
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Nonostante il rispetto, la stima e la simpatia che da sempre provo per Steve Wynn, un musicista e un uomo dal quale in moltissimi dovrebbero prendere esempio, non scambierei la sua intera discografia solistica con un solo album dei Dream Syndicate. Non credo che tale posizione (un po’ radicale, ne convengo) sia dettata dalla nostalgia, quanto piuttosto dalla considerazione oggettiva che tutto quel che Steve ha firmato in proprio non vale – soprattutto per l’intensità, che come è noto pesa più degli aspetti formali – quanto realizzato dal Sincacato del Sogno. Here Come The Miracles è senz’altro un buon album, forse il migliore di un repertorio caratterizzato da alti e bassi qualitativi anche se mai meno che dignitoso… però, scusatemi, non riesce a prendermi fino in fondo, a dispetto del notevole eclettismo e di una verve interpretativa assai vivace. Per placare la mia sete di Steve Wynn preferisco affidare al lettore un CD home-made dove scorrono brani davvero memorabili come That’s What You Always Say, Tell Me When It’s Over, The Days Of Wine And Roses, Bullet With My Name On It, The Medicine Show, Boston, The Side I’ll Never Show e Loving The Sinner Hating The Sin. Fate lo stesso, e poi provate a darmi torto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.442 del 15 maggio 2001)

TORTOISE
Standards
* *
Con la sincerità che sempre mi contraddistingue e che in Oltre le stelle diventa forse anche troppo esplicita, che posso mai dirvi a proposito dei Tortoise di Standards? Che sono bravi, certo, anche se rispetto ai vecchi lavori qui sembra farsi strada un compiaciuto manierismo, ma anche che la loro formula non riesce davvero a coinvolgermi. Non c’entra la (relativa) carenza di fisicità e non c’entra la mia idiosincrasia per la musica strumentale: è solo che l’ensemble di Chicago non mi comunica vibrazioni positive ma solo cerebralità, in qualche modo sottolineata dalla scostante veste grafica. Sono io a essere limitato? Può darsi, anche se oltre venticinque anni fa coltivavo le più astruse avanguardie tedesche e ho persino assistito a un concerto di Philip Glass. Però questi Tortoise, mi perdonino i pasionari del post, non catturano la mia attenzione: qualcuno cercherebbe di farmi condannare al rogo se dicessi che trovo quelle di Standards piacevoli armonie da sottofondo?
(da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001)

ARAB STRAP
The Red Thread
* * *
Non ascoltavo per intero The Red Thread da quando, oltre tre mesi fa, l’ho frequentato assiduamente per recensirlo; e poi, come spesso accade a chi di CD deve sentirne troppi, sono stato costretto a lasciarlo da parte, per recuperarlo – con un po’ di fatica: chissà come, era scivolato nel settore “americani” – proprio per questo “Oltre le stelle”. Che dire? Lo splendido ricordo che mi era rimasto impresso nella mente (e nel cuore) è stato confermato, e le dieci canzoni dell’album continuano a sembrarmi intensissime e bellissime con le loro atmosfere ombrose e cariche di vellutata tensione. Certo, non sono canzoni per tutti i palati, ma che nel loro ambito espressivo gli Arab Strap siano autentici maestri è una tesi difficile da confutare; così come quella che vuole che di notte, al buio e in cuffia, l’abbandono alle melodie mesmeriche di The Red Thread sia un’esperienza visionaria da vivere a ogni costo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.444 del 29 maggio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.

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Oltre le stelle (6)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
GODSPEED YOU BLACK EMPEROR!
Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven
* *
Padronissimi di sbeffeggiarmi, ma sono tra quelli che ritengono molto di ciò che oggi viene definito post-rock come una specie di interpretazione in chiave attuale del famigerato progressive dei ‘70: una musica, cioè, che nega la classica canzone da tre minuti (pop, punk o quant’altro) a favore di strutture ardite e spesso autocompiacenti cui la frequente assenza della voce sottrae ulteriore potabilità. Portabandiera tra i più autorevoli di tale approccio moderatamente sperimentale, moderatamente melodico e moderatamente psichedelico, i Godspeed You Black Emperor! – che di certi progster sembrano possedere la saccenza e lo snobismo – non riescono a sorprendermi né ad esaltarmi; due stelle, comunque, in segno di omaggio alla loro indubbia bravura e perchè a tratti ricordano la splendida scena “trance” fiorita in quel di Los Angeles a metà anni ‘80 che ebbe come punte di diamante band splendide quali Savage Republic, Party Boys, Drowning Pool, 17 Pygmies, Red Temple Spirits e Shiva Burlesque.
(da Il Mucchio Selvaggio n.435 del 27 marzo 2001)

SONGS: OHIA
Ghost Tropic
* * *
Personalmente, ritengo che solo i minerali e (forse) i vegetali possano non apprezzare il blues dell’anima di Jason Molina: i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori che ci hanno scritto lamentandosi in modo anche assai poco urbano della presunta pallosità di Ghost Tropic. Che dire? Che i gusti sono gusti, e che se esiste gente che trova tediosi persino Marvin Gaye e Robert Johnson – ci sono, credetemi: parlo per esperienza diretta – si può benissimo accettare che la musica dei Songs: Ohia non riscuota i consensi plebiscitari che senza dubbio raccoglierebbe se vivessimo in un mondo perfetto. Però, scusate l’insistenza, Ghost Tropic continua a sembrarmi intensissimo, emozionante ed incredibilmente espressivo; e di notte, con gli occhi chiusi e la cuffia in testa, adoro sempre più immergermi nelle sue atmosfere meravigliosamente narcotiche. Compiangendo sinceramente i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori di cui sopra.
(da Il Mucchio Selvaggio n.436 del 3 aprile 2001)

COUSTEAU
Cousteau
* *
Non so che farci, ma a me certo pop raffinato e d’atmosfera non è mai andato giù: negli anni ‘80, tanto per esser chiari, ero tra quelli che avrebbero cancellato dalla faccia della Terra band come Prefab Sprout o Scritti Politti, che pure riscuotevano notevoli consensi anche in ambito alternative. Sarà che nel frattempo di acqua sotto i ponti, sia limpida che putrida, ne è passata parecchia, ma i Cousteau mi hanno da subito impressionato favorevolmente, anche se non ho problemi ad ammettere che non sono diventati – né mai lo diventeranno, credo – uno dei miei gruppi preferiti: troppo morbidi e sofisticati per colpirmi davvero al cuore, soprattutto a causa di un bel canto formalmente impeccabile ma abbastanza scolastico. Meglio, non c’è dubbio, alcune trame strumentali spesso assai suggestive, ma più di due stelle, scusate, proprio non mi escono.
(da Il Mucchio Selvaggio n.437 del 10 aprile 2001)

GEOFF FARINA
Reverse Eclipse
* *
Non ho problemi ad ammettere che, senza la spinta datami dalla recensione del buon Testani, difficilmente avrei approfondito i miei rapporti con Reverse Eclipse: lo avrei con tutta probabilità affidato al lettore CDuna sola volta per conoscenza, sufficiente a farmelo scivolare addosso e a farmelo archiviare al fianco di qualche altro migliaio di buoni album da non riascoltare. Dedicandogli un pizzico di tempo in più ho invece scoperto un disco di gran pregio, le cui atmosfere folk-jazz sanno – a dispetto delle trame assai diradate e della delicatezza tanto strumentale quanto canora – come conquistare attenzione; e persino, nel caso di anime in sintonia con questi suoni non privi di un retrogusto anni ‘70 (sarò folle, ma vi ho trovato qualcosa di Joni Mitchell o del primo Jackson Browne), affascinare. Non un artista per tutti i palati, quindi (senza la predisposizione di cui sopra, Farina può infatti risultare parecchio palloso), ma di sicuro un artista. Non mi sembra poi tanto poco.
(da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001)

KINGS OF CONVENIENCE
Quiet Is The New Loud
* *
Non so perchè, ma prima di averli ascoltati ero fermamente convinto che i Kings Of Convenience fossero una fregatura. Sbagliavo, perchè Quiet Is The New Loud si è invece rivelato disco godibile e dotato di un suo particolare carisma, concentrato com’è su una scrittura lontana da ogni sensazionalismo e giocata sugli arpeggi di chitarra acustica e sulla delicatezza della voce. Proprio le sue qualità primarie possono essere viste, però, come un limite: le strutture musicali si rivelano infatti, a parte un paio di felici digressioni, abbastanza ripetitive, e la voce sussurrata ed eterea denota un’eccessiva carenza di sfumature. Un buon album d’atmosfera, non c’è dubbio, ma a parere di chi scrive alla lunga un po’ tedioso: ottimo, quindi, come sottofondo di accompagnamento ad altre attività, ma da prendere a piccole dosi volendogli concedere la piena attenzione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.439 del 24 aprile 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.

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Oltre le stelle (5)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
MENLO PARK
Menlo Park
* *
È un album per certi versi inquietante, l’omonimo dei Menlo Park: non solo per le sue obliquità stilistiche, che si presumono frutto tanto di un allucinato estro creativo quanto di un’assidua frequentazione di bar, taverne, pub, cantine, enoteche e osterie, ma anche per una mancanza di linearità che rende il suo ascolto quantomeno impegnativo. Senz’altro bello, con le sue strutture sghembe e i miraggi evocati da trame vocali che è spesso difficile definire “canto”, ma ciò non toglie che per apprezzarlo a fondo sia necessaria una particolare inclinazione per le armonie crude e schizofreniche sulle quali grava un profondo senso di minaccia. In attesa di ulteriori sviluppi, ho per il momento archiviato Menlo Park al file “roots-rock da alcolisti all’ultimo stadio”. E ne godo, ma con moderazione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.430 del 20 febbraio 2001)

LAMBCHOP
Nixon
*
Non so bene cosa dire, a proposito di Nixon. Ricordo però perfettamente che, all’epoca dell’uscita, l’idea di recensirlo non mi sfiorò neppure: non perchè non riconosca al gruppo americano la capacità di dar vita a uno stile ben costruito (almeno sul piano “estetico”) e addirittura personale, ma perchè questa specie di easy listening a (vago) sfondo roots mi sembra, per usare una colorita espressione americana, un vero “pain in the ass”. Troppo ridondanti dal punto di vista musicale, i Lambchop, troppo stucchevoli sotto il profilo canoro (The Masculine You fa male come una martellata sullo scroto), troppo affettati. La stellina, quindi, è del “critico”, mentre in questo caso il Guglielmi “semplice ascoltatore” non avrebbe remore ad assegnare due palle. O tre, se fosse possibile.
(da Il Mucchio Selvaggio n.431 del 27 febbraio 2001)

FATBOY SLIM
Halfway Between The Gutter And The Stars
* *
Immagino che anche voi, un po’ come tutti, nutriate stima, considerazione e massimo rispetto per artisti ai quali però non concedereste il vostro tempo libero; e questo perchè, al di là dell’apprezzamento dovuto a riflessioni e valutazioni obiettive, vi rendete perfettamente conto che il loro mondo creativo, espressivo e soprattutto emotivo dista dal vostro troppi anni luce per ipotizzare un incontro ravvicinato. A me accade, ad esempio, con Fatboy Slim, esponente di spicco di quella club culture che da sempre mi incuriosisce/interessa solo come fenomeno antropologico: lo trovo intelligente, anche divertente e persino geniale, e mi piace il suo approccio in apparenza meno snob rispetto a tanti suoi colleghi, ma è molto difficile che un suo disco sia affidato al mio stereo se non per dovere professionale. Anche se, lo ammetto, non cambio stazione quando mi capita di ascoltarlo alla radio…
(da Il Mucchio Selvaggio n.432 del 6 marzo 2001)

JOHNNY CASH
American III: Solitary Man
* * *
Ci sono musicisti dotati di carisma straordinario, e l’uomo in nero Johnny Cash appartiene senz’altro alla categoria: non solo in virtù del fascino di una vita genuinamente spericolata o del suo inconfondibile vocione, ma anche per lo spessore di una produzione discografica che sul piano strettamente tecnico è classificabile come country ma che nello spirito abbatte ogni barriera di genere. Atto conclusivo della splendida trilogia realizzata nei ‘90 sotto l’egida della American Recordings di Rick Rubin, Solitary Man è il ritratto ombroso ma luminosissimo di una terra fuori dal tempo dove le canzoni di Tom Petty, U2, Nick Cave, Neil Diamond, Will Oldham e naturalmente Johnny Cash sembrano uscite dallo stesso, ispiratissimo pennello. Con quelle di Nick Lowe, Glenn Danzig, Leonard Cohen, Tom Waits o Soundgarden comprese nei due precedenti lavori, la tela diventa un affresco imponente, che oltre a rapire l’anima dà la misura della grandezza dell’artista – davvero unico – che lo ha dipinto. Praise the man in black.
(da Il Mucchio Selvaggio n.433 del 13 marzo 2001)

ALUMINUM GROUP
Pelo
* *
C’è voluto “Oltre le stelle” per costringermi a riesumare l’ultimo CD degli Aluminum Group e per farmi improvvisamente realizzare, non senza un certo raccapriccio, la strettissima relazione esistente tra il (curioso) titolo e la (brutta) copertina. A importare sul serio, comunque, è la qualità della musica, ambito nel quale il duo di Chicago non offre il fianco a critiche oggettive: apprezzare o meno la sua formula musicale – una sorta di raffinato easy listening con pretese intellettuali – dipende insomma solo dalla sensibilità di ciascuno, perchè sul piano dell’ispirazione e della forma Pelo è senza dubbio un album di gran pregio. Forse solo un po’ affettato e aristocratico, ma d’altronde sono in tanti a ritenere che lo snobismo, quando non è portato all’eccesso, non sia un difetto. Due stelle, peraltro dettate più dal cervello che dal cuore.
(da Il Mucchio Selvaggio n.434 del 20 marzo 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.

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Oltre le stelle (4)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

U2
All That You Can’t Leave Behind
*
Per quanto mi riguarda, la valutazione in termini di “stelle” e “palle” dipende da vari elementi non sempre combinati nelle medesime proporzioni: l’obiettività del critico, la soggettività dell’appassionato, il valore di un determinato album nel contesto della discografia del gruppo (o del solista) che ne è titolare e anche – perchè no? – le aspettative in esso originariamente riposte. Chiunque non sia accecato dal fanatismo per Bono e compagni non potrà dunque negare che questo All That You Can’t Leave Behind, annunciato come il disco del “ritorno al rock” della band irlandese, sia una cocente delusione. Certo, è formalmente impeccabile. Certo, è più “classicamente” U2 di tutti i titoli degli anni ‘90. Certo, contiene due/tre canzoni di buon livello… però, dico, vi ricordate di War? di The Joshua Tree? di Rattle And Hum? Se quegli U2 li avete vissuti con il cuore, questi loro surrogati riusciranno solo ad irritarvi. Se invece, fortunati voi, siete giovani, guardatevi attorno: in giro troverete centinaia di album più freschi e vitali questo omaggio autoindulgente e un po’ patetico a giorni che non torneranno.
(da Il Mucchio Selvaggio n.424 del 9 gennaio 2001)

MARLENE KUNTZ
Che cosa vedi
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Giorni fa la mia figliola quattordicenne, i cui gusti sono pesantemente influenzati dalla programmazione di MTV, mi ha chiesto “hai l’ultima dei Marlene Kuntz, quella con Skin?”. Dubito che ciò – io le ho dato l’album, ma lei ascolta solo La canzone che scrivo per te – peserà almeno a breve termine sulla sua crescita musicale, visto che per la sua concezione del mondo tra Gigi D’Alessio e Cristiano Godano non ci sono sostanziali differenze, ma l’evento mi ha parecchio colpito: possibile, mi sono domandato, che l’amore per il quartetto di Cuneo mi avesse rincoglionito al punto di non farmi accorgere del loro sputtanamento? Così, con una certa apprensione, ho riaffidato al lettore Che cosa vedi, e ho tirato un sospiro di sollievo: è un disco bellissimo, marleniano al 100% anche se nel complesso meno urticante rispetto ai predecessori. Poi, zitto zitto, l’ho rimesso tra i CD della giovane teledipendente, assieme a Backstreet Boys, Eminem e Anastacia: non si sa mai, il Divino Cristiano potrebbe fare il miracolo e io potrei prima o poi trovarmi con Alessia sotto un palco a urlare assieme Festa mesta o Retrattile. Come sarebbe bello…
(da Il Mucchio Selvaggio n.425 del 16 gennaio 2001)

AMEN
We Have Come For Your Parents
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Non mi piace, il concetto di “disco dell’anno”: trovo infatti restrittivo che dodici mesi di ascolti e passioni, oltretutto molto diversificati sul piano stilistico, siano rappresentati da un unico album quando era già stato un bel problema selezionarne cinque da collocare a pari merito in cima alla mia personale classifica di gradimento. Alla fine, messo alle strette, tra le prove discografiche di Amen, Blonde Redhead, Deftones, PJ Harvey e Songs: Ohia ho scelto We Have Come For Your Parents: perchè, a dispetto dell’età non più verde, la ferocia e la trasgressione continuano ad esercitare su di me un profondo fascino, ma anche e soprattutto perchè gli Amen hanno saputo elaborare uno dei più straordinari esempi di punk-metal-dark di sempre. Qualcosa come i Dead Kennedys che sposano i Rage Against The Machine con Germs e Christian Death (ovviamente i primi) a benedire l’unione e un inquietante senso di minaccia ad aleggiare sulla cerimonia. Peccato solo che, dopo una seconda prova così grande, sarà molto difficile che il quintetto californiano potrà mai fare di meglio.
(da Il Mucchio Selvaggio n.426 del 30 gennaio 2001)

PJ HARVEY
Stories From The City, Stories From The Sea
* * * *
Quanti appartengono alla schiera purtroppo vasta che raccoglie bastian contrari per partito preso e “alternativi” più o meno snob, difficilmente potranno apprezzare Stories From The City, Stories From The Sea: troppo diretto, troppo melodico, troppo accessibile – OK, diciamo la parolaccia: pop – e almeno a tratti un po’ troppo devoto al modello Patti Smith. In ogni caso, queste canzoni dell’amata Polly Jean continuano da circa tre mesi ad allietare le mie giornate con la loro freschezza, la loro forza espressiva, il loro equilibrio e il loro fascino: e poiché non mi accade spesso, in questi tempi di forzate “sveltine”, di affezionarmi in questo modo a un album, non posso che ribadire quanto all’epoca affermato in sede di recensione. Ricordandovi comunque che le quattro stelline stanno a significare l’adoro (giudizio soggettivo) e non capolavoro (giudizio con pretese di oggettività).
(da Il Mucchio Selvaggio n.428 del 6 febbraio 2001)

GENTLE WAVES
Swansong For You
* * * *
Poteva anche essere un’infatuazione passaggera, quella per i Gentle Waves, destinata a dissolversi nell’arco di qualche settimana di pur travolgente passione. Invece, Swansong For You ha conservato senza difficoltà il suo posto d’onore accanto allo stereo, pronto a regalarmi suggestioni delicate e rilassanti – eppure così incredibilmente intense – ogni volta che lo stress, la stanchezza o il semplice rodimento cercano di attentare alla mia tranquillità psicologica. Sempre bellissimo, questo dischetto di Isobel Campbell (& friends), con le sue filastrocche a sfondo folk crepuscolari eppure paradisiache; forse, addirittura più godibile di parecchie opere della band-madre Belle And Sebastian. Prima lo amavo, adesso non riesco quasi a viverne senza. E quando arriva il ritornello di Falling From Grace a sussurrare “I’m always looking for the sun to shine”, è proprio difficile che gli occhi non mi si inumidiscano.
(da Il Mucchio Selvaggio n.429 del 13 febbraio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle 3“: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.

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Oltre le stelle (3)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BLACK HEART PROCESSION
Three
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Arrivati al terzo album, i Black Heart Procession non possono essere più considerati una sorpresa, e forse è proprio per questo che il loro ultimo capitolo discografico – peraltro, come sempre, di austera e inquietante bellezza – non è riuscito a strapparmi la quarta stella. La voce ombrosa e visionaria dell’ensemble di San Diego rimane comunque una delle più originali e autorevoli oggi in circolazione, perfetta per intonare la poetica del disagio di un’America legata a filo doppio con la tradizione ma anche “traviata” da suggestioni di sapore gothic: non conta poi tanto, a ben vedere, che la formula sia ormai relativamente prevedibile e che in scaletta manchi una canzone incredibile come la Blue Tears del precedente lavoro.
(da Il Mucchio Selvaggio n.419 del 21 novembre 2000)

RADIOHEAD
Kid A
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Poichè quando si parla di band molto amate è facilissimo essere fraintesi, cercherò di essere il più chiaro possibile: anche se non sono mai stati tra i miei gruppi preferiti, stimo e rispetto i Radiohead, e ne ho apprezzato il coraggioso rifiuto delle logiche “usa e getta” su cui quasi tutto il mercato discografico ufficiale poggia le sue fondamenta. Quindi, sono lieto che Kid A abbia raccolto enormi consensi commerciali, sebbene – attenzione: è un parere da appassionato e non da critico musicale – lo trovi tronfio e stucchevole oltre i limiti del buon gusto. Padroni di scandalizzarvi per la provocazione, ma oggi come oggi Thom Yorke e soci mi sembrano l’equivalente moderno dei Pink Floyd: purtroppo, però, non gli illuminati maestri di alchimie sonore dei primi album ma gli insopportabili monumenti all’autoindulgenza dell’era post-The Wall.
(da Il Mucchio Selvaggio n.420 del 28 novembre 2000)

MOJAVE 3
Excuses For Travellers
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Mi piacciono, i Mojave 3: sono indubbiamente ispirati e vantano un certo “mestiere”, grazie ai quali riescono ad elaborare un suono senz’altro efficace nel suo equilibrio di pop malinconico e fragranze folk per lo più filo-americane. Non mi coinvolgono però più di tanto, forse perchè a tratti mi sembrano un po’ scolastici, o forse perchè le loro avvolgenti morbidezze sono fin troppo levigate, o forse perchè i toni melliflui del canto diventano alla lunga pesanti. Un pezzo va benissimo e due o tre di fila si reggono, ma aumentando la dose Excuses For Travellers comincia a farmi l’effetto di una ninna-nanna: una cosa che non mi accade, ad esempio, con i Belle And Sebastian, che da Neil Halstead e compagni – almeno “concettualmente” – non sono poi così dissimili.
(da Il Mucchio Selvaggio n.421 del 5 dicembre 2000)

RANCID
Rancid
* *
“Bischero di un Guglielmi”, potreste dire, “a quella recensione da paura sul numero 408 corrispondono solo due stelline?” Ebbene, sì. Perchè una cosa è apprezzare le doti compositivo-interpretative, l’energia e la coerenza di una band e un’altra è ammettere che le sue canzoni suonino al 100% già sentite. Non è semplice spiegarlo, ma pur rispettando i Rancid e pur “allietando” frequentemente il mio condominio con i loro assalti sonori, non posso adorarli: ascolto punk e hardcore da troppi anni, e tutto ciò che fanno mi appare maledettamente déjà vu. Però i loro brani veloci e feroci sono ispirati, trascinanti e formalmente ineccepibili… e a un giovane di quattordici, sedici o anche vent’anni, che quando impazzavano Dead Kennedys, Clash, Black Flag o G.B.H. non era nemmeno nei coglioni di suo padre, possono anche cambiare la vita. Per sempre, proprio come è accaduto a me con i loro modelli.
(da Il Mucchio Selvaggio n.422 del 12 dicembre 2000)

GO-BETWEENS
The Friends Of Rachel Worth
* * *
Che ci crediate o meno, sulle tre stelline non ha minimamente pesato la mia sconfinata passione per l’Australia: negli ‘80, alle delizie pop dei Go-Betweens preferivo le ruvidezze dei numerosi figli dei mitici Radio Birdman, o l’energia degli Hoodoo Gurus, o ancora le visioni lisergiche degli Stems o dei Lizard Train. Però, The Friends Of Rachel Worth è un disco splendido: elaborato e nel contempo semplice, lieve e nel contempo intensissimo, classico e nel contempo moderno. E tanto omogeneamente ispirato a livello compositivo che la scelta di un brano per il nostro CD per gli abbonati si è rivelato un’impresa. Alla fine, ho optato per la prima traccia, Magic In Here, che in Italiano suonerebbe come “la magia è qui dentro”: più che un titolo, un vero e proprio manifesto dei contenuti dell’intero album.
(da Il Mucchio Selvaggio n.423 del 19 dicembre 2000)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.

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Oltre le stelle (2)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

GIOVANNI LINDO FERRETTI
Co.Dex
*
Lo ammetto: dopo i numerosi ascolti necessari per recensirlo, Co.dex è rimasto a prendere polvere sullo scaffale. L’ho recuperato (riesumato?) adesso, a sei mesi di distanza, e le mie opinioni sono immutate: il primo album solistico di Giovanni Lindo, uomo e musicista per il quale continuo comunque a nutrire stima, rispetto e simpatia, non mi convince, anche se in fondo a emergere dai solchi è il solito Ferretti, seppur con la sostanziale variante delle (in sè non meno prevedibili) sonorità elettroniche “alla Bernocchi”. Oggi, l’unica novità di rilievo è che, grazie all’intervista concessa al nostro giornale, ho appreso il motivo per il quale il cantante dei C.S.I. si è votato – spero non per sempre – alla musica sintetica. Chi non lo sa o non se lo ricorda, prenda il Mucchio n.399, legga la quarta risposta di pag.15 e… rida, rida fino alle lacrime.
(da Il Mucchio Selvaggio n.414 del 17 ottobre 2000)

COLDPLAY
Parachutes
* *
In circa venticinque anni di assidua e attenta frequentazione del mondo discografico internazionale, sotto i miei occhi sono passate decine e decine – forse centinaia – di band soprattutto britanniche che, grazie a esordi baciati da grandi fortune critiche e commerciali, vengono indicate come sicure protagoniste del rock del domani… e che invece, in brevissimo tempo, deludono le attese, rivelando la loro scarsa consistenza o scomparendo addirittura nel nulla. I Coldplay, ennesimi iscritti al club delle “next big thing”, sembrano avere le doti che servono per durare, ma con tutta la buona volontà non riesco proprio ad assegnare loro più di due stelle: si sforzano di sfuggire le banalità del pop di consumo, questo sì, e pur riferendosi in modo eccessivo ai Radiohead e (a tratti) Jeff Buckley vantano una discreta ispirazione, ma personalmente li trovo troppo leziosi e lamentosi. Parachutes è senza dubbio è un buon disco, ma temo che difficilmente proverò il desiderio di riascoltarlo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.415 del del 24 ottobre 2000)

GIANT SAND
Chore Of Enchantment
* * *
Negli anni ‘80 ho amato moltissimo i primi Giant Sand, quelli di Valley Of Rain e Ballad Of A Thin White Man, per poi perderli gradualmente di vista – non disprezzandoli o ignorandoli, ma solo tenendoli garbatamente a distanza – a causa delle sopravvenute difficoltà di sintonia tra i miei umori e quelli di Howe Gelb. Chore Of Enchantment mi ha restituito una band diversissima da quella che ricordavo, molto meno fisica e molto più cerebrale, molto meno cruda e molto più aggraziata; è stato bello, come per certe fiamme di gioventù rincontrate per caso in età matura, trovarla irriconoscibile ma sempre splendida… e innamorarsene di nuovo, come se fosse la prima volta e senza porsi il problema di quanto accaduto nel frattempo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.416 del 31 ottobre 2000)

BADLY DRAWN BOY
The Hour Of The Wilderbeast
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Sì, lo so: per ben sei numeri, nella casella di incontro tra The Hour Of The Wilderbeast e il mio nome, le stelle sono state solo due, mentre adesso sono tre: “due” diceva infatti l’impressione iniziale, confermata solo per forza d’inerzia, e “tre” suggerisce invece il nuovo ascolto a qualche mese di distanza. È un dischetto adorabile, quello del “ragazzo mal disegnato”: pop ma non troppo, psichedelico ma non troppo, ruvido ma non troppo, malinconico ma non troppo, sperimentale ma non troppo. A voler essere pignoli (ma non troppo), penalizzato soltanto da qualche eccesso sintetico e da una certa tendenza al sovra-arrangiamento che forse sottrae all’insieme qualcosa in termini di calore e sentimento. Questione di gusti, in ogni caso… ma, cari abbonati, riuscirete mai a perdonarmi di non aver pensato di inserire un brano del calibro di Another Pearl (un titolo, un programma) in uno dei nostri/vostri ultimi CD?
(da Il Mucchio Selvaggio n.417 del 7 novembre 2000)

BLONDE REDHEAD
Melody Of Certain Damaged Lemons
* * * *
Andando a memoria e senza ovviamente contare eventuali capolavori che usciranno nelle prossime settimane, non ho dubbi: Melody Of Certain Damaged Lemons è il mio album “indie rock” preferito del 2000. Lo pensavo mentre lo recensivo nella scorsa primavera e ne sono ancor più convinto oggi, dopo che mesi di ascolti – per piacere personale e non per esigenze professionali – me lo hanno rivelato sempre più fascinoso e intrigante, facendomi aggiungere la fatidica quarta stella alle tre allineate mesi orsono. Non stanca mai, l’ultimo Blonde Redhead, grazie al suo equilibrato melange di passionalità, estro e buon gusto; impossibile non essere conquistati dal suo “pop” obliquo e visionario, tanto meravigliosamente artigianale nell’attitudine quanto perfetto nella confezione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.418 del 14 novembre 2000)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.

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Oltre le stelle (1)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BELLE AND SEBASTIAN
Fold Your Hands, Child…
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All’ultimo dei Belle And Sebastian ho dato tre stelle, l’unico voto che rende giustizia alla sua innegabile bellezza ma che tiene anche conto degli ulteriori margini di crescita del gruppo di Stuart Murdoch. Trovo che Fold Your Hands, Child, You Look Like A Peasant sia un lavoro affascinante, ricco di splendide canzoni folk-pop in apparenza semplici ma in realtà sofisticate (qualcuno potrebbe dire un po’ troppo, ma è questione di gusti) e per nulla banali: un equilibrio, quello tra immediatezza, sobrietà, intensità e ricerca, che non molti – almeno sull’intera distanza dell’album – possono vantarsi di aver raggiunto in modo così perfetto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.409 del 12 settembre 2000)

SINÉAD O’CONNOR
Faith And Courage
*
In tutta franchezza, credo che uno dei pochi meriti dell’ultima Sinéad O’ Connor sia avere decisamente limitato la presenza sul mercato discografico. Lezioso e povero di spontaneità, Faith And Courage non aggiunge nulla di davvero interessante a un discorso artistico che ha già raggiunto il “top” nei primi lavori degli ‘80; certo, un paio di episodi si elevano dal piattume, ma non bastano a risollevare le quotazioni di un’artista che, non bastassero i suoi comportamenti isterici (folli?), continua oltretutto a essere antipaticissima.
(da Il Mucchio Selvaggio n.410 del 19 settembre 2000)

PEARL JAM
Binaural
* * *
Da qualche album a questa parte mi capita di sentire frasi tipo “i Pearl Jam hanno rotto le palle”: affermazioni che, per quanti vedono la musica solo in termini di novità (pur se spesso fittizia), non sono forse del tutto campate in aria, ma che sul piano generale si rivelano sterili e soprattutto ingiuste. È vero, Eddie Vedder e soci vantano un approccio classico al rock e qualche atteggiamento di sapore “paternalistico”, ma le loro doti di autori e interpreti e la loro coerenza concettuale non possono essere messe in dubbio. Forse non sarà il capolavoro della band, ma Binaural è ben scritto, ben suonato e figlio di urgenze espressive in apparenza autentiche: Pearl Jam al 100%, con poche aperture inedite rispetto al passato e determinato a non cavalcare mai le onde di chissà quale effimero trend. Solo rock, vero: potente, lirico, ossequioso delle radici e dotato di un respiro epico che fa tanto ‘70 e Led Zeppelin. E orgoglioso di esserlo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.411 del 26 settembre 2000)

JAY-JAY JOHANSON
Poison
* *
Non mi fa impazzire, JayJay Johanson. Mi spiego meglio: lo trovo molto bravo in quel che fa, mi sembra più che degno di rispetto e stima e penso anche che porti avanti – nei limiti imposti dalle contingenze – un discorso “originale”. Però, in generale, non amo crogiolarmi nella depressione cosmica da lui evocata, e non mi vergogno di confessare che in condizioni normali parecchi suoi brani mi provocano, se non addirittura l’elefantiasi dello scroto, almeno una discreta orchite; credo sia un fatto di sensibilità, ma se proprio decido di volermi stordire di malinconia preferisco Nick Drake, o Tim Buckley, o al limite Belle And Sebastian. Non è il capolavoro di J.J., Poison: meglio Tattoo e meglio ancora Whiskey, nel complesso più estrosi. Ma è senza dubbio un buon disco, e Colder è una di quelle canzoni che, ascoltata in un momento particolare, possono anche cambiare la vita.
(da Il Mucchio Selvaggio n.412 del 3 ottobre 2000)

DEFTONES
White Pony
* * * *
Si assegnano di rado, le quattro stelle: il più delle volte quando il titolo preso in esame, oltre a suscitare l’incondizionata approvazione del votante sul piano sia “critico” che “emotivo”, offre anche qualcosa in più. Nel caso di White Pony, che solo un’incomprensione redazionale ci costrinse a recensire in appena un quarto di pagina, il quid extra è la facoltà di conquistare l’intero pubblico “rock” e non solo la pur ampia schiera degli aficionados del crossover: e questo, si badi bene, in virtù di una contaminazione a 360° che peraltro non rinnega quelle caratteristiche – potenza, spigolosità e asprezza al confine con la ferocia – che del crossover stesso sono quasi sempre le armi più efficaci. Certo, qualche “khomeinista” dell’assalto sonoro potrebbe parlare di ammorbidimento o addirittura di commercializzazione, ma non fa nulla: White Pony brucia ugualmente di passioni forti e, quando vuole, graffia e ferisce a sangue. Non ci si scandalizzi, però, di fronte all’affermazione che pezzi come Change (In The House Of Flies) sembrano evocare il lirismo epico dei vecchi U2, o che se Jeff Buckley si fosse dato al post-metal il risultato sarebbe stato sorprendentemente simile a Pink Maggit.
(da Il Mucchio Selvaggio n.413 del 10 ottobre 2000)

Categorie: Oltre le stelle | Lascia un commento

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