Oltre le stelle

Oltre le stelle (8)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
ORB
Cydonia
* *
Non so a voi, ma al sottoscritto la musica degli Orb scivola addosso. Ne riconosco l’equilibrio formale e il (relativo) valore assoluto, ma non mi riesce proprio di trovarla emozionante. Certo, è molto meglio di tanta elettronica di gran lunga più glaciale e di altrettanta elettronica assai più biecamente danzereccia, ma se in un disco si cerca soprattutto la capacità di cullare in uno stato di ipnosi/narcosi esistono alternative più vivaci, intense e ammalianti, anche magari meno moderne e meno alla moda. Nel suo ambito stilistico, Cydonia è comunque un buon lavoro, ma se l’ho frequentato è stato solo per dovere professionale: a parte poche eccezioni, per amare davvero un album ho bisogno di trovarci il sangue, nel senso di energia e/o sentimento. E gli Orb, non me ne vogliano i loro numerosi estimatori, sembrano essere stati aggrediti da un plotone di vampiri.
(da Il Mucchio Selvaggio n.445 del 5 giugno 2001

BONNIE “PRINCE” BILLY
Ease Down The Road
* *
Un cantautore filo-country un po’ depresso. Meglio: un cantautore filo-country parecchio depresso, a parte la Just To See My Holly Home che molti di voi avranno conosciuto nel nostro CD e un altro paio di episodi con un tasso di vivacità appena superiore alla media. Questo, in sintesi, Will Oldham nei panni di Bonnie “Prince” Billy, novello hobo che si riallaccia direttamente, non senza fornire dimostrazioni di personalità, alle consolidate tradizioni del miglior roots d’autore. Qui aggiungo solo due cose: che Ease Down The Road è un album di gran pregio, più intenso e meno scontato di quanto non dica il primo (magari superficiale) ascolto, e che se nella musica cercate energia, ritmo e atmosfere gioiose avete decisamente sbagliato indirizzo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.446 del 12 giugno 2001)

TOM McRAE
Tom McRae
* * *
Riascoltato oggi, un paio di mesi dopo l’inevitabile caduta nell’oblio imposta dal delirante incalzare delle nuove uscite, l’esordio di Tom McRae mi è sembrato più bello di prima, al punto di meritare una stella in più di quelle all’epoca assegnategli: un po’, probabilmente, per una questione di umori personali, e un po’ perchè nel raffronto con i vari dischi nel frattempo usciti nell’ambito del cosiddetto NAM si erge come uno dei più originali, compiuti e carismatici. Possiede molte qualità, Tom McRae: è abbastanza eclettico da non annoiare, raffinato ma non lezioso, ombroso ma non tetro e soprattutto intensissimo, tanto da non lasciar dubbi sulla sua assoluta purezza. Ecco, purezza: una cosa della quale c’è sempre maledettamente bisogno e che Tom McRae non si vergogna di mettere a nudo. Finchè riuscirà a conservarla, sarà sempre uno dei nostri beniamini.
(da Il Mucchio Selvaggio n.447 del 19 giugno 2001)

JOHN FRUSCIANTE
To Record Only Water For Ten Days
* * *
Forse sono io a essermi distratto, ma ho l’impressione che l’ultimo album da solista di John Frusciante (perdio!, smettetela di chiamarlo Jack) sia passato pressochè inosservato. Vista la natura intimista del lavoro e il caos dell’attuale mercato discografico non me ne stupisco affatto, ma certo la cosa non mi rende felice: perchè To Record Only Water For Ten Days è un album profondamente onesto, e soprattutto perchè le sue canzoni home-made – così minimali, eppure così intense – sono di quelle che arrivano dritto al cuore. Sia chiaro che non provo dispiacere per John, che avrà da parte tanti di quei dollari da poterci tranquillamente mantenere le prossime cinque generazioni di Frusciante, ma per chi non ascolterà mai questo gioiellino: per suoi personali pregiudizi verso tutto ciò che proviene dai Red Hot Chili Peppers (dei quali, in questi solchi, non c’è peraltro traccia) o magari perchè mal indirizzato da palle nere dispensate con palese faziosità.
(da Il Mucchio Selvaggio n.448 del 26 giugno 2001)

DAFT PUNK
Discovery
*
Mettiamola così: i Daft Punk sanno far bene il loro sporco lavoro (dato oggettivo) e la loro sfacciataggine nel proporsi al mercato e al pubblico me li rende piuttosto simpatici (dato soggettivo). Quindi, una stella: non di più, visto che il massimo è quattro, ma neppure di meno, anche se tre quarti delle canzoni contenute in questo Discovery mi fanno (altro dato squisitamente soggettivo, sia chiaro)… massì, cacare/cagare. D’altronde, la mia avversione per la quasi totalità della musica dance sintetica non è un mistero per nessuno. L’amico John Vignola pensa che i Daft Punk siano profeti di una nuova filosofia espressiva, e in loro riesce persino a trovare sentimento? Buon per lui. Per il sottoscritto, però, l’intero contenuto di questo CD non vale quanto una sola nota (anche stonata) di un Mark Lanegan.
(da Il Mucchio Selvaggio n.449 del 3 luglio 2001)

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Oltre le stelle (7)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
MAGNETIC FIELDS
69 Love Songs
* * * *
Non so dirvi se il suo inserimento tra i venti album più importanti degli anni ‘90 sia davvero giustificato, né tantomeno se meriti, come si è scritto, l’appellativo di “disco pop del secolo”. E non so neppure se sull’unanime plauso della redazione pesi l’entusiasmo per la scoperta ancora recente. Quello per cui non temo di mettere la mano sul fuoco, però, è che anche dopo numerosi ascolti 69 Love Songs non smette di appassionare, commuovere e intrigare, rivelando a ogni passaggio nuove sfumature e nuovi lampi di genio ispirativo capaci di sorprendere quanti credono di sapere già tutto sulle canzoni pop e sulle canzoni d’amore. Un lavoro splendido, insomma. La cui imperdibilità è sottolineata da un rapporto quantità+qualità/prezzo che si può definire solo stupefacente.
(da Il Mucchio Selvaggio n.440 del 1° maggio 2001)

STEPHEN MALKMUS
Stephen Malkmus
* * *
Serbo un ottimo ricordo dell’intervista fatta un paio d’anni fa a Stephen Malkmus: benchè poco loquace, probabilmente per un misto di timidezza e di difficoltà a spiegare con le parole ciò che gli riesce splendidamente con le canzoni, l’(ormai)ex leader dei Pavement mi è parso proprio una bella persona, innamorato della musica (non solo della sua) e lontano anni luce dalle pose da rockstar che pure gli sarebbero permesse dal suo curriculum e dalla sua posizione di primo piano nell’ambito del rock dei ‘90. Il suo esordio solistico non ha detto nulla di inedito sul suo conto, a meno che non si vogliano considerare “novità” certe strutture sonore appena meno contorte e più cantautorali rispetto al classico suono della sua storica band; eppure, ascolto dopo ascolto, si è rivelato un eccellente album, intenso e godibile oltre che dotato della solita, straordinaria obliquità melodica. La stella che manca per il poker l’ho riservata per il prossimo lavoro, quando il Nostro si sarà magari maggiormente affrancato dai suoi trascorsi ed avrà (ri)cominciato a osare.
(da Il Mucchio Selvaggio n.441 dell’8 maggio 2001)

STEVE WYNN
Here Come The Miracles
* *
Nonostante il rispetto, la stima e la simpatia che da sempre provo per Steve Wynn, un musicista e un uomo dal quale in moltissimi dovrebbero prendere esempio, non scambierei la sua intera discografia solistica con un solo album dei Dream Syndicate. Non credo che tale posizione (un po’ radicale, ne convengo) sia dettata dalla nostalgia, quanto piuttosto dalla considerazione oggettiva che tutto quel che Steve ha firmato in proprio non vale – soprattutto per l’intensità, che come è noto pesa più degli aspetti formali – quanto realizzato dal Sincacato del Sogno. Here Come The Miracles è senz’altro un buon album, forse il migliore di un repertorio caratterizzato da alti e bassi qualitativi anche se mai meno che dignitoso… però, scusatemi, non riesce a prendermi fino in fondo, a dispetto del notevole eclettismo e di una verve interpretativa assai vivace. Per placare la mia sete di Steve Wynn preferisco affidare al lettore un CD home-made dove scorrono brani davvero memorabili come That’s What You Always Say, Tell Me When It’s Over, The Days Of Wine And Roses, Bullet With My Name On It, The Medicine Show, Boston, The Side I’ll Never Show e Loving The Sinner Hating The Sin. Fate lo stesso, e poi provate a darmi torto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.442 del 15 maggio 2001)

TORTOISE
Standards
* *
Con la sincerità che sempre mi contraddistingue e che in Oltre le stelle diventa forse anche troppo esplicita, che posso mai dirvi a proposito dei Tortoise di Standards? Che sono bravi, certo, anche se rispetto ai vecchi lavori qui sembra farsi strada un compiaciuto manierismo, ma anche che la loro formula non riesce davvero a coinvolgermi. Non c’entra la (relativa) carenza di fisicità e non c’entra la mia idiosincrasia per la musica strumentale: è solo che l’ensemble di Chicago non mi comunica vibrazioni positive ma solo cerebralità, in qualche modo sottolineata dalla scostante veste grafica. Sono io a essere limitato? Può darsi, anche se oltre venticinque anni fa coltivavo le più astruse avanguardie tedesche e ho persino assistito a un concerto di Philip Glass. Però questi Tortoise, mi perdonino i pasionari del post, non catturano la mia attenzione: qualcuno cercherebbe di farmi condannare al rogo se dicessi che trovo quelle di Standards piacevoli armonie da sottofondo?
(da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001)

ARAB STRAP
The Red Thread
* * *
Non ascoltavo per intero The Red Thread da quando, oltre tre mesi fa, l’ho frequentato assiduamente per recensirlo; e poi, come spesso accade a chi di CD deve sentirne troppi, sono stato costretto a lasciarlo da parte, per recuperarlo – con un po’ di fatica: chissà come, era scivolato nel settore “americani” – proprio per questo “Oltre le stelle”. Che dire? Lo splendido ricordo che mi era rimasto impresso nella mente (e nel cuore) è stato confermato, e le dieci canzoni dell’album continuano a sembrarmi intensissime e bellissime con le loro atmosfere ombrose e cariche di vellutata tensione. Certo, non sono canzoni per tutti i palati, ma che nel loro ambito espressivo gli Arab Strap siano autentici maestri è una tesi difficile da confutare; così come quella che vuole che di notte, al buio e in cuffia, l’abbandono alle melodie mesmeriche di The Red Thread sia un’esperienza visionaria da vivere a ogni costo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.444 del 29 maggio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.
In “Oltre le stelle” 6: Godspeed You Black Emperor!, Songs: Ohia, Cousteau, Geoff Farina, Kings Of Convenience.

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Oltre le stelle (6)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
GODSPEED YOU BLACK EMPEROR!
Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven
* *
Padronissimi di sbeffeggiarmi, ma sono tra quelli che ritengono molto di ciò che oggi viene definito post-rock come una specie di interpretazione in chiave attuale del famigerato progressive dei ‘70: una musica, cioè, che nega la classica canzone da tre minuti (pop, punk o quant’altro) a favore di strutture ardite e spesso autocompiacenti cui la frequente assenza della voce sottrae ulteriore potabilità. Portabandiera tra i più autorevoli di tale approccio moderatamente sperimentale, moderatamente melodico e moderatamente psichedelico, i Godspeed You Black Emperor! – che di certi progster sembrano possedere la saccenza e lo snobismo – non riescono a sorprendermi né ad esaltarmi; due stelle, comunque, in segno di omaggio alla loro indubbia bravura e perchè a tratti ricordano la splendida scena “trance” fiorita in quel di Los Angeles a metà anni ‘80 che ebbe come punte di diamante band splendide quali Savage Republic, Party Boys, Drowning Pool, 17 Pygmies, Red Temple Spirits e Shiva Burlesque.
(da Il Mucchio Selvaggio n.435 del 27 marzo 2001)

SONGS: OHIA
Ghost Tropic
* * *
Personalmente, ritengo che solo i minerali e (forse) i vegetali possano non apprezzare il blues dell’anima di Jason Molina: i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori che ci hanno scritto lamentandosi in modo anche assai poco urbano della presunta pallosità di Ghost Tropic. Che dire? Che i gusti sono gusti, e che se esiste gente che trova tediosi persino Marvin Gaye e Robert Johnson – ci sono, credetemi: parlo per esperienza diretta – si può benissimo accettare che la musica dei Songs: Ohia non riscuota i consensi plebiscitari che senza dubbio raccoglierebbe se vivessimo in un mondo perfetto. Però, scusate l’insistenza, Ghost Tropic continua a sembrarmi intensissimo, emozionante ed incredibilmente espressivo; e di notte, con gli occhi chiusi e la cuffia in testa, adoro sempre più immergermi nelle sue atmosfere meravigliosamente narcotiche. Compiangendo sinceramente i minerali, (forse) i vegetali e quei due-tre lettori di cui sopra.
(da Il Mucchio Selvaggio n.436 del 3 aprile 2001)

COUSTEAU
Cousteau
* *
Non so che farci, ma a me certo pop raffinato e d’atmosfera non è mai andato giù: negli anni ‘80, tanto per esser chiari, ero tra quelli che avrebbero cancellato dalla faccia della Terra band come Prefab Sprout o Scritti Politti, che pure riscuotevano notevoli consensi anche in ambito alternative. Sarà che nel frattempo di acqua sotto i ponti, sia limpida che putrida, ne è passata parecchia, ma i Cousteau mi hanno da subito impressionato favorevolmente, anche se non ho problemi ad ammettere che non sono diventati – né mai lo diventeranno, credo – uno dei miei gruppi preferiti: troppo morbidi e sofisticati per colpirmi davvero al cuore, soprattutto a causa di un bel canto formalmente impeccabile ma abbastanza scolastico. Meglio, non c’è dubbio, alcune trame strumentali spesso assai suggestive, ma più di due stelle, scusate, proprio non mi escono.
(da Il Mucchio Selvaggio n.437 del 10 aprile 2001)

GEOFF FARINA
Reverse Eclipse
* *
Non ho problemi ad ammettere che, senza la spinta datami dalla recensione del buon Testani, difficilmente avrei approfondito i miei rapporti con Reverse Eclipse: lo avrei con tutta probabilità affidato al lettore CDuna sola volta per conoscenza, sufficiente a farmelo scivolare addosso e a farmelo archiviare al fianco di qualche altro migliaio di buoni album da non riascoltare. Dedicandogli un pizzico di tempo in più ho invece scoperto un disco di gran pregio, le cui atmosfere folk-jazz sanno – a dispetto delle trame assai diradate e della delicatezza tanto strumentale quanto canora – come conquistare attenzione; e persino, nel caso di anime in sintonia con questi suoni non privi di un retrogusto anni ‘70 (sarò folle, ma vi ho trovato qualcosa di Joni Mitchell o del primo Jackson Browne), affascinare. Non un artista per tutti i palati, quindi (senza la predisposizione di cui sopra, Farina può infatti risultare parecchio palloso), ma di sicuro un artista. Non mi sembra poi tanto poco.
(da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001)

KINGS OF CONVENIENCE
Quiet Is The New Loud
* *
Non so perchè, ma prima di averli ascoltati ero fermamente convinto che i Kings Of Convenience fossero una fregatura. Sbagliavo, perchè Quiet Is The New Loud si è invece rivelato disco godibile e dotato di un suo particolare carisma, concentrato com’è su una scrittura lontana da ogni sensazionalismo e giocata sugli arpeggi di chitarra acustica e sulla delicatezza della voce. Proprio le sue qualità primarie possono essere viste, però, come un limite: le strutture musicali si rivelano infatti, a parte un paio di felici digressioni, abbastanza ripetitive, e la voce sussurrata ed eterea denota un’eccessiva carenza di sfumature. Un buon album d’atmosfera, non c’è dubbio, ma a parere di chi scrive alla lunga un po’ tedioso: ottimo, quindi, come sottofondo di accompagnamento ad altre attività, ma da prendere a piccole dosi volendogli concedere la piena attenzione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.439 del 24 aprile 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.
In “Oltre le stelle” 5: Menlo Park, Lambchop, Fatboy Slim, Johnny Cash, Aluminum Group.

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Oltre le stelle (5)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.
MENLO PARK
Menlo Park
* *
È un album per certi versi inquietante, l’omonimo dei Menlo Park: non solo per le sue obliquità stilistiche, che si presumono frutto tanto di un allucinato estro creativo quanto di un’assidua frequentazione di bar, taverne, pub, cantine, enoteche e osterie, ma anche per una mancanza di linearità che rende il suo ascolto quantomeno impegnativo. Senz’altro bello, con le sue strutture sghembe e i miraggi evocati da trame vocali che è spesso difficile definire “canto”, ma ciò non toglie che per apprezzarlo a fondo sia necessaria una particolare inclinazione per le armonie crude e schizofreniche sulle quali grava un profondo senso di minaccia. In attesa di ulteriori sviluppi, ho per il momento archiviato Menlo Park al file “roots-rock da alcolisti all’ultimo stadio”. E ne godo, ma con moderazione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.430 del 20 febbraio 2001)

LAMBCHOP
Nixon
*
Non so bene cosa dire, a proposito di Nixon. Ricordo però perfettamente che, all’epoca dell’uscita, l’idea di recensirlo non mi sfiorò neppure: non perchè non riconosca al gruppo americano la capacità di dar vita a uno stile ben costruito (almeno sul piano “estetico”) e addirittura personale, ma perchè questa specie di easy listening a (vago) sfondo roots mi sembra, per usare una colorita espressione americana, un vero “pain in the ass”. Troppo ridondanti dal punto di vista musicale, i Lambchop, troppo stucchevoli sotto il profilo canoro (The Masculine You fa male come una martellata sullo scroto), troppo affettati. La stellina, quindi, è del “critico”, mentre in questo caso il Guglielmi “semplice ascoltatore” non avrebbe remore ad assegnare due palle. O tre, se fosse possibile.
(da Il Mucchio Selvaggio n.431 del 27 febbraio 2001)

FATBOY SLIM
Halfway Between The Gutter And The Stars
* *
Immagino che anche voi, un po’ come tutti, nutriate stima, considerazione e massimo rispetto per artisti ai quali però non concedereste il vostro tempo libero; e questo perchè, al di là dell’apprezzamento dovuto a riflessioni e valutazioni obiettive, vi rendete perfettamente conto che il loro mondo creativo, espressivo e soprattutto emotivo dista dal vostro troppi anni luce per ipotizzare un incontro ravvicinato. A me accade, ad esempio, con Fatboy Slim, esponente di spicco di quella club culture che da sempre mi incuriosisce/interessa solo come fenomeno antropologico: lo trovo intelligente, anche divertente e persino geniale, e mi piace il suo approccio in apparenza meno snob rispetto a tanti suoi colleghi, ma è molto difficile che un suo disco sia affidato al mio stereo se non per dovere professionale. Anche se, lo ammetto, non cambio stazione quando mi capita di ascoltarlo alla radio…
(da Il Mucchio Selvaggio n.432 del 6 marzo 2001)

JOHNNY CASH
American III: Solitary Man
* * *
Ci sono musicisti dotati di carisma straordinario, e l’uomo in nero Johnny Cash appartiene senz’altro alla categoria: non solo in virtù del fascino di una vita genuinamente spericolata o del suo inconfondibile vocione, ma anche per lo spessore di una produzione discografica che sul piano strettamente tecnico è classificabile come country ma che nello spirito abbatte ogni barriera di genere. Atto conclusivo della splendida trilogia realizzata nei ‘90 sotto l’egida della American Recordings di Rick Rubin, Solitary Man è il ritratto ombroso ma luminosissimo di una terra fuori dal tempo dove le canzoni di Tom Petty, U2, Nick Cave, Neil Diamond, Will Oldham e naturalmente Johnny Cash sembrano uscite dallo stesso, ispiratissimo pennello. Con quelle di Nick Lowe, Glenn Danzig, Leonard Cohen, Tom Waits o Soundgarden comprese nei due precedenti lavori, la tela diventa un affresco imponente, che oltre a rapire l’anima dà la misura della grandezza dell’artista – davvero unico – che lo ha dipinto. Praise the man in black.
(da Il Mucchio Selvaggio n.433 del 13 marzo 2001)

ALUMINUM GROUP
Pelo
* *
C’è voluto “Oltre le stelle” per costringermi a riesumare l’ultimo CD degli Aluminum Group e per farmi improvvisamente realizzare, non senza un certo raccapriccio, la strettissima relazione esistente tra il (curioso) titolo e la (brutta) copertina. A importare sul serio, comunque, è la qualità della musica, ambito nel quale il duo di Chicago non offre il fianco a critiche oggettive: apprezzare o meno la sua formula musicale – una sorta di raffinato easy listening con pretese intellettuali – dipende insomma solo dalla sensibilità di ciascuno, perchè sul piano dell’ispirazione e della forma Pelo è senza dubbio un album di gran pregio. Forse solo un po’ affettato e aristocratico, ma d’altronde sono in tanti a ritenere che lo snobismo, quando non è portato all’eccesso, non sia un difetto. Due stelle, peraltro dettate più dal cervello che dal cuore.
(da Il Mucchio Selvaggio n.434 del 20 marzo 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle” 3: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.
In “Oltre le stelle” 4: U2, Marlene Kuntz, Amen, PJ Harvey, Gentle Waves.

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Oltre le stelle (4)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

U2
All That You Can’t Leave Behind
*
Per quanto mi riguarda, la valutazione in termini di “stelle” e “palle” dipende da vari elementi non sempre combinati nelle medesime proporzioni: l’obiettività del critico, la soggettività dell’appassionato, il valore di un determinato album nel contesto della discografia del gruppo (o del solista) che ne è titolare e anche – perchè no? – le aspettative in esso originariamente riposte. Chiunque non sia accecato dal fanatismo per Bono e compagni non potrà dunque negare che questo All That You Can’t Leave Behind, annunciato come il disco del “ritorno al rock” della band irlandese, sia una cocente delusione. Certo, è formalmente impeccabile. Certo, è più “classicamente” U2 di tutti i titoli degli anni ‘90. Certo, contiene due/tre canzoni di buon livello… però, dico, vi ricordate di War? di The Joshua Tree? di Rattle And Hum? Se quegli U2 li avete vissuti con il cuore, questi loro surrogati riusciranno solo ad irritarvi. Se invece, fortunati voi, siete giovani, guardatevi attorno: in giro troverete centinaia di album più freschi e vitali questo omaggio autoindulgente e un po’ patetico a giorni che non torneranno.
(da Il Mucchio Selvaggio n.424 del 9 gennaio 2001)

MARLENE KUNTZ
Che cosa vedi
* * *
Giorni fa la mia figliola quattordicenne, i cui gusti sono pesantemente influenzati dalla programmazione di MTV, mi ha chiesto “hai l’ultima dei Marlene Kuntz, quella con Skin?”. Dubito che ciò – io le ho dato l’album, ma lei ascolta solo La canzone che scrivo per te – peserà almeno a breve termine sulla sua crescita musicale, visto che per la sua concezione del mondo tra Gigi D’Alessio e Cristiano Godano non ci sono sostanziali differenze, ma l’evento mi ha parecchio colpito: possibile, mi sono domandato, che l’amore per il quartetto di Cuneo mi avesse rincoglionito al punto di non farmi accorgere del loro sputtanamento? Così, con una certa apprensione, ho riaffidato al lettore Che cosa vedi, e ho tirato un sospiro di sollievo: è un disco bellissimo, marleniano al 100% anche se nel complesso meno urticante rispetto ai predecessori. Poi, zitto zitto, l’ho rimesso tra i CD della giovane teledipendente, assieme a Backstreet Boys, Eminem e Anastacia: non si sa mai, il Divino Cristiano potrebbe fare il miracolo e io potrei prima o poi trovarmi con Alessia sotto un palco a urlare assieme Festa mesta o Retrattile. Come sarebbe bello…
(da Il Mucchio Selvaggio n.425 del 16 gennaio 2001)

AMEN
We Have Come For Your Parents
* * * *
Non mi piace, il concetto di “disco dell’anno”: trovo infatti restrittivo che dodici mesi di ascolti e passioni, oltretutto molto diversificati sul piano stilistico, siano rappresentati da un unico album quando era già stato un bel problema selezionarne cinque da collocare a pari merito in cima alla mia personale classifica di gradimento. Alla fine, messo alle strette, tra le prove discografiche di Amen, Blonde Redhead, Deftones, PJ Harvey e Songs: Ohia ho scelto We Have Come For Your Parents: perchè, a dispetto dell’età non più verde, la ferocia e la trasgressione continuano ad esercitare su di me un profondo fascino, ma anche e soprattutto perchè gli Amen hanno saputo elaborare uno dei più straordinari esempi di punk-metal-dark di sempre. Qualcosa come i Dead Kennedys che sposano i Rage Against The Machine con Germs e Christian Death (ovviamente i primi) a benedire l’unione e un inquietante senso di minaccia ad aleggiare sulla cerimonia. Peccato solo che, dopo una seconda prova così grande, sarà molto difficile che il quintetto californiano potrà mai fare di meglio.
(da Il Mucchio Selvaggio n.426 del 30 gennaio 2001)

PJ HARVEY
Stories From The City, Stories From The Sea
* * * *
Quanti appartengono alla schiera purtroppo vasta che raccoglie bastian contrari per partito preso e “alternativi” più o meno snob, difficilmente potranno apprezzare Stories From The City, Stories From The Sea: troppo diretto, troppo melodico, troppo accessibile – OK, diciamo la parolaccia: pop – e almeno a tratti un po’ troppo devoto al modello Patti Smith. In ogni caso, queste canzoni dell’amata Polly Jean continuano da circa tre mesi ad allietare le mie giornate con la loro freschezza, la loro forza espressiva, il loro equilibrio e il loro fascino: e poiché non mi accade spesso, in questi tempi di forzate “sveltine”, di affezionarmi in questo modo a un album, non posso che ribadire quanto all’epoca affermato in sede di recensione. Ricordandovi comunque che le quattro stelline stanno a significare l’adoro (giudizio soggettivo) e non capolavoro (giudizio con pretese di oggettività).
(da Il Mucchio Selvaggio n.428 del 6 febbraio 2001)

GENTLE WAVES
Swansong For You
* * * *
Poteva anche essere un’infatuazione passaggera, quella per i Gentle Waves, destinata a dissolversi nell’arco di qualche settimana di pur travolgente passione. Invece, Swansong For You ha conservato senza difficoltà il suo posto d’onore accanto allo stereo, pronto a regalarmi suggestioni delicate e rilassanti – eppure così incredibilmente intense – ogni volta che lo stress, la stanchezza o il semplice rodimento cercano di attentare alla mia tranquillità psicologica. Sempre bellissimo, questo dischetto di Isobel Campbell (& friends), con le sue filastrocche a sfondo folk crepuscolari eppure paradisiache; forse, addirittura più godibile di parecchie opere della band-madre Belle And Sebastian. Prima lo amavo, adesso non riesco quasi a viverne senza. E quando arriva il ritornello di Falling From Grace a sussurrare “I’m always looking for the sun to shine”, è proprio difficile che gli occhi non mi si inumidiscano.
(da Il Mucchio Selvaggio n.429 del 13 febbraio 2001)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.
In “Oltre le stelle 3“: Black Heart Procession, Radiohead, Mojave 3, Rancid, Go-Betweens.

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Oltre le stelle (3)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BLACK HEART PROCESSION
Three
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Arrivati al terzo album, i Black Heart Procession non possono essere più considerati una sorpresa, e forse è proprio per questo che il loro ultimo capitolo discografico – peraltro, come sempre, di austera e inquietante bellezza – non è riuscito a strapparmi la quarta stella. La voce ombrosa e visionaria dell’ensemble di San Diego rimane comunque una delle più originali e autorevoli oggi in circolazione, perfetta per intonare la poetica del disagio di un’America legata a filo doppio con la tradizione ma anche “traviata” da suggestioni di sapore gothic: non conta poi tanto, a ben vedere, che la formula sia ormai relativamente prevedibile e che in scaletta manchi una canzone incredibile come la Blue Tears del precedente lavoro.
(da Il Mucchio Selvaggio n.419 del 21 novembre 2000)

RADIOHEAD
Kid A
*
Poichè quando si parla di band molto amate è facilissimo essere fraintesi, cercherò di essere il più chiaro possibile: anche se non sono mai stati tra i miei gruppi preferiti, stimo e rispetto i Radiohead, e ne ho apprezzato il coraggioso rifiuto delle logiche “usa e getta” su cui quasi tutto il mercato discografico ufficiale poggia le sue fondamenta. Quindi, sono lieto che Kid A abbia raccolto enormi consensi commerciali, sebbene – attenzione: è un parere da appassionato e non da critico musicale – lo trovi tronfio e stucchevole oltre i limiti del buon gusto. Padroni di scandalizzarvi per la provocazione, ma oggi come oggi Thom Yorke e soci mi sembrano l’equivalente moderno dei Pink Floyd: purtroppo, però, non gli illuminati maestri di alchimie sonore dei primi album ma gli insopportabili monumenti all’autoindulgenza dell’era post-The Wall.
(da Il Mucchio Selvaggio n.420 del 28 novembre 2000)

MOJAVE 3
Excuses For Travellers
* *
Mi piacciono, i Mojave 3: sono indubbiamente ispirati e vantano un certo “mestiere”, grazie ai quali riescono ad elaborare un suono senz’altro efficace nel suo equilibrio di pop malinconico e fragranze folk per lo più filo-americane. Non mi coinvolgono però più di tanto, forse perchè a tratti mi sembrano un po’ scolastici, o forse perchè le loro avvolgenti morbidezze sono fin troppo levigate, o forse perchè i toni melliflui del canto diventano alla lunga pesanti. Un pezzo va benissimo e due o tre di fila si reggono, ma aumentando la dose Excuses For Travellers comincia a farmi l’effetto di una ninna-nanna: una cosa che non mi accade, ad esempio, con i Belle And Sebastian, che da Neil Halstead e compagni – almeno “concettualmente” – non sono poi così dissimili.
(da Il Mucchio Selvaggio n.421 del 5 dicembre 2000)

RANCID
Rancid
* *
“Bischero di un Guglielmi”, potreste dire, “a quella recensione da paura sul numero 408 corrispondono solo due stelline?” Ebbene, sì. Perchè una cosa è apprezzare le doti compositivo-interpretative, l’energia e la coerenza di una band e un’altra è ammettere che le sue canzoni suonino al 100% già sentite. Non è semplice spiegarlo, ma pur rispettando i Rancid e pur “allietando” frequentemente il mio condominio con i loro assalti sonori, non posso adorarli: ascolto punk e hardcore da troppi anni, e tutto ciò che fanno mi appare maledettamente déjà vu. Però i loro brani veloci e feroci sono ispirati, trascinanti e formalmente ineccepibili… e a un giovane di quattordici, sedici o anche vent’anni, che quando impazzavano Dead Kennedys, Clash, Black Flag o G.B.H. non era nemmeno nei coglioni di suo padre, possono anche cambiare la vita. Per sempre, proprio come è accaduto a me con i loro modelli.
(da Il Mucchio Selvaggio n.422 del 12 dicembre 2000)

GO-BETWEENS
The Friends Of Rachel Worth
* * *
Che ci crediate o meno, sulle tre stelline non ha minimamente pesato la mia sconfinata passione per l’Australia: negli ‘80, alle delizie pop dei Go-Betweens preferivo le ruvidezze dei numerosi figli dei mitici Radio Birdman, o l’energia degli Hoodoo Gurus, o ancora le visioni lisergiche degli Stems o dei Lizard Train. Però, The Friends Of Rachel Worth è un disco splendido: elaborato e nel contempo semplice, lieve e nel contempo intensissimo, classico e nel contempo moderno. E tanto omogeneamente ispirato a livello compositivo che la scelta di un brano per il nostro CD per gli abbonati si è rivelato un’impresa. Alla fine, ho optato per la prima traccia, Magic In Here, che in Italiano suonerebbe come “la magia è qui dentro”: più che un titolo, un vero e proprio manifesto dei contenuti dell’intero album.
(da Il Mucchio Selvaggio n.423 del 19 dicembre 2000)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.
In “Oltre le stelle” 2: Giovanni Lindo Ferretti, Coldplay, Giant Sand, Badly Drawn Boy, Blonde Redhead.

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Oltre le stelle (2)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

GIOVANNI LINDO FERRETTI
Co.Dex
*
Lo ammetto: dopo i numerosi ascolti necessari per recensirlo, Co.dex è rimasto a prendere polvere sullo scaffale. L’ho recuperato (riesumato?) adesso, a sei mesi di distanza, e le mie opinioni sono immutate: il primo album solistico di Giovanni Lindo, uomo e musicista per il quale continuo comunque a nutrire stima, rispetto e simpatia, non mi convince, anche se in fondo a emergere dai solchi è il solito Ferretti, seppur con la sostanziale variante delle (in sè non meno prevedibili) sonorità elettroniche “alla Bernocchi”. Oggi, l’unica novità di rilievo è che, grazie all’intervista concessa al nostro giornale, ho appreso il motivo per il quale il cantante dei C.S.I. si è votato – spero non per sempre – alla musica sintetica. Chi non lo sa o non se lo ricorda, prenda il Mucchio n.399, legga la quarta risposta di pag.15 e… rida, rida fino alle lacrime.
(da Il Mucchio Selvaggio n.414 del 17 ottobre 2000)

COLDPLAY
Parachutes
* *
In circa venticinque anni di assidua e attenta frequentazione del mondo discografico internazionale, sotto i miei occhi sono passate decine e decine – forse centinaia – di band soprattutto britanniche che, grazie a esordi baciati da grandi fortune critiche e commerciali, vengono indicate come sicure protagoniste del rock del domani… e che invece, in brevissimo tempo, deludono le attese, rivelando la loro scarsa consistenza o scomparendo addirittura nel nulla. I Coldplay, ennesimi iscritti al club delle “next big thing”, sembrano avere le doti che servono per durare, ma con tutta la buona volontà non riesco proprio ad assegnare loro più di due stelle: si sforzano di sfuggire le banalità del pop di consumo, questo sì, e pur riferendosi in modo eccessivo ai Radiohead e (a tratti) Jeff Buckley vantano una discreta ispirazione, ma personalmente li trovo troppo leziosi e lamentosi. Parachutes è senza dubbio è un buon disco, ma temo che difficilmente proverò il desiderio di riascoltarlo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.415 del del 24 ottobre 2000)

GIANT SAND
Chore Of Enchantment
* * *
Negli anni ‘80 ho amato moltissimo i primi Giant Sand, quelli di Valley Of Rain e Ballad Of A Thin White Man, per poi perderli gradualmente di vista – non disprezzandoli o ignorandoli, ma solo tenendoli garbatamente a distanza – a causa delle sopravvenute difficoltà di sintonia tra i miei umori e quelli di Howe Gelb. Chore Of Enchantment mi ha restituito una band diversissima da quella che ricordavo, molto meno fisica e molto più cerebrale, molto meno cruda e molto più aggraziata; è stato bello, come per certe fiamme di gioventù rincontrate per caso in età matura, trovarla irriconoscibile ma sempre splendida… e innamorarsene di nuovo, come se fosse la prima volta e senza porsi il problema di quanto accaduto nel frattempo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.416 del 31 ottobre 2000)

BADLY DRAWN BOY
The Hour Of The Wilderbeast
* * *
Sì, lo so: per ben sei numeri, nella casella di incontro tra The Hour Of The Wilderbeast e il mio nome, le stelle sono state solo due, mentre adesso sono tre: “due” diceva infatti l’impressione iniziale, confermata solo per forza d’inerzia, e “tre” suggerisce invece il nuovo ascolto a qualche mese di distanza. È un dischetto adorabile, quello del “ragazzo mal disegnato”: pop ma non troppo, psichedelico ma non troppo, ruvido ma non troppo, malinconico ma non troppo, sperimentale ma non troppo. A voler essere pignoli (ma non troppo), penalizzato soltanto da qualche eccesso sintetico e da una certa tendenza al sovra-arrangiamento che forse sottrae all’insieme qualcosa in termini di calore e sentimento. Questione di gusti, in ogni caso… ma, cari abbonati, riuscirete mai a perdonarmi di non aver pensato di inserire un brano del calibro di Another Pearl (un titolo, un programma) in uno dei nostri/vostri ultimi CD?
(da Il Mucchio Selvaggio n.417 del 7 novembre 2000)

BLONDE REDHEAD
Melody Of Certain Damaged Lemons
* * * *
Andando a memoria e senza ovviamente contare eventuali capolavori che usciranno nelle prossime settimane, non ho dubbi: Melody Of Certain Damaged Lemons è il mio album “indie rock” preferito del 2000. Lo pensavo mentre lo recensivo nella scorsa primavera e ne sono ancor più convinto oggi, dopo che mesi di ascolti – per piacere personale e non per esigenze professionali – me lo hanno rivelato sempre più fascinoso e intrigante, facendomi aggiungere la fatidica quarta stella alle tre allineate mesi orsono. Non stanca mai, l’ultimo Blonde Redhead, grazie al suo equilibrato melange di passionalità, estro e buon gusto; impossibile non essere conquistati dal suo “pop” obliquo e visionario, tanto meravigliosamente artigianale nell’attitudine quanto perfetto nella confezione.
(da Il Mucchio Selvaggio n.418 del 14 novembre 2000)

In “Oltre le stelle” 1: Belle And Sebastian, Sinéad O’Connor, Pearl Jam, Jay-Jay Johanson, Deftones.

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Oltre le stelle (1)

Nel 2000, quando Il Mucchio Selvaggio era settimanale (la fase durò dall’ottobre 1996 al dicembre 2004), Gianluca Testani varò una simpatica rubrica che occupava due pagine in ogni numero. Si chiamava, appunto, “Oltre le stelle” ed era una sorta di appendice de “Le stelle del Mucchio”, la tabella nella quale i componenti dello staff della rivista assegnavano da sempre il loro “voto” – dalle cinque stelle di “imperdibile” alle due palle di “inascoltabile”, con in mezzo “formidabile”, “adorabile”, “apprezzabile”, “ascoltabile” e “prescindibile” – ad alcune decine di album di uscita recente. L’idea di Gianluca era semplice ed efficace: lui sceglieva uno di questi dischi, uno dei più importanti, e cinque o sei di noi altri dovevano commentarlo in circa mille caratteri, privilegiando i toni discorsivi ed evitando quelli da recensione. Insomma, più che il “critico” scriveva l’appassionato, a ruota libera e in prima persona.
Consapevole che con il senno di poi spesso non mi trovo più d’accordo con me, anche per colpa di ascolti non sempre approfonditi e dello spirito ludico della rubrica, in questo spazio riproporrò via via tutti i miei “Oltre le stelle”, in ordine cronologico, cinque per volta.

BELLE AND SEBASTIAN
Fold Your Hands, Child…
* * *
All’ultimo dei Belle And Sebastian ho dato tre stelle, l’unico voto che rende giustizia alla sua innegabile bellezza ma che tiene anche conto degli ulteriori margini di crescita del gruppo di Stuart Murdoch. Trovo che Fold Your Hands, Child, You Look Like A Peasant sia un lavoro affascinante, ricco di splendide canzoni folk-pop in apparenza semplici ma in realtà sofisticate (qualcuno potrebbe dire un po’ troppo, ma è questione di gusti) e per nulla banali: un equilibrio, quello tra immediatezza, sobrietà, intensità e ricerca, che non molti – almeno sull’intera distanza dell’album – possono vantarsi di aver raggiunto in modo così perfetto.
(da Il Mucchio Selvaggio n.409 del 12 settembre 2000)

SINÉAD O’CONNOR
Faith And Courage
*
In tutta franchezza, credo che uno dei pochi meriti dell’ultima Sinéad O’ Connor sia avere decisamente limitato la presenza sul mercato discografico. Lezioso e povero di spontaneità, Faith And Courage non aggiunge nulla di davvero interessante a un discorso artistico che ha già raggiunto il “top” nei primi lavori degli ‘80; certo, un paio di episodi si elevano dal piattume, ma non bastano a risollevare le quotazioni di un’artista che, non bastassero i suoi comportamenti isterici (folli?), continua oltretutto a essere antipaticissima.
(da Il Mucchio Selvaggio n.410 del 19 settembre 2000)

PEARL JAM
Binaural
* * *
Da qualche album a questa parte mi capita di sentire frasi tipo “i Pearl Jam hanno rotto le palle”: affermazioni che, per quanti vedono la musica solo in termini di novità (pur se spesso fittizia), non sono forse del tutto campate in aria, ma che sul piano generale si rivelano sterili e soprattutto ingiuste. È vero, Eddie Vedder e soci vantano un approccio classico al rock e qualche atteggiamento di sapore “paternalistico”, ma le loro doti di autori e interpreti e la loro coerenza concettuale non possono essere messe in dubbio. Forse non sarà il capolavoro della band, ma Binaural è ben scritto, ben suonato e figlio di urgenze espressive in apparenza autentiche: Pearl Jam al 100%, con poche aperture inedite rispetto al passato e determinato a non cavalcare mai le onde di chissà quale effimero trend. Solo rock, vero: potente, lirico, ossequioso delle radici e dotato di un respiro epico che fa tanto ‘70 e Led Zeppelin. E orgoglioso di esserlo.
(da Il Mucchio Selvaggio n.411 del 26 settembre 2000)

JAY-JAY JOHANSON
Poison
* *
Non mi fa impazzire, JayJay Johanson. Mi spiego meglio: lo trovo molto bravo in quel che fa, mi sembra più che degno di rispetto e stima e penso anche che porti avanti – nei limiti imposti dalle contingenze – un discorso “originale”. Però, in generale, non amo crogiolarmi nella depressione cosmica da lui evocata, e non mi vergogno di confessare che in condizioni normali parecchi suoi brani mi provocano, se non addirittura l’elefantiasi dello scroto, almeno una discreta orchite; credo sia un fatto di sensibilità, ma se proprio decido di volermi stordire di malinconia preferisco Nick Drake, o Tim Buckley, o al limite Belle And Sebastian. Non è il capolavoro di J.J., Poison: meglio Tattoo e meglio ancora Whiskey, nel complesso più estrosi. Ma è senza dubbio un buon disco, e Colder è una di quelle canzoni che, ascoltata in un momento particolare, possono anche cambiare la vita.
(da Il Mucchio Selvaggio n.412 del 3 ottobre 2000)

DEFTONES
White Pony
* * * *
Si assegnano di rado, le quattro stelle: il più delle volte quando il titolo preso in esame, oltre a suscitare l’incondizionata approvazione del votante sul piano sia “critico” che “emotivo”, offre anche qualcosa in più. Nel caso di White Pony, che solo un’incomprensione redazionale ci costrinse a recensire in appena un quarto di pagina, il quid extra è la facoltà di conquistare l’intero pubblico “rock” e non solo la pur ampia schiera degli aficionados del crossover: e questo, si badi bene, in virtù di una contaminazione a 360° che peraltro non rinnega quelle caratteristiche – potenza, spigolosità e asprezza al confine con la ferocia – che del crossover stesso sono quasi sempre le armi più efficaci. Certo, qualche “khomeinista” dell’assalto sonoro potrebbe parlare di ammorbidimento o addirittura di commercializzazione, ma non fa nulla: White Pony brucia ugualmente di passioni forti e, quando vuole, graffia e ferisce a sangue. Non ci si scandalizzi, però, di fronte all’affermazione che pezzi come Change (In The House Of Flies) sembrano evocare il lirismo epico dei vecchi U2, o che se Jeff Buckley si fosse dato al post-metal il risultato sarebbe stato sorprendentemente simile a Pink Maggit.
(da Il Mucchio Selvaggio n.413 del 10 ottobre 2000)

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