City Kids (1985-1987)

In un lontanissimo giorno del 1985 ricevetti dalla Closer, rinomata etichetta francese dell’epoca, un mini-LP dei City Kids, band d’oltralpe che non ricordavo di aver mai sentito nominare. Fu amore al primo ascolto, disturbato solo dalla rivelazione che i ragazzi avevano in precedenza pubblicato un altro mini in tiratura limitata e numerata che temevo di dover inseguire per chissa quanto e pagare a caro prezzo (nel 1985 mica c’erano eBay, Discogs, Amazon e i negozi on line, e certi vinili non particolarmente propagandati erano tutt’altro che facili da trovare). Recensii comunque il nuovo disco e mesi dopo andai ad Arezzo per assistere a un concerto del gruppo, realizzando anche l’intervista che ho qui recuperato (abbastanza nozionistica, ma al tempo era fondamentale raccogliere e divulgare informazioni che non esistevano o quasi). Un anno dopo, il quartetto avrebbe inciso a Firenze – con la produzione questa volta reale di Rob Younger, che feci in modo di incontrare e intervistare (come si può leggere qui) – il suo primo LP, di cui ancora più in basso ripropongo la mia recensione; sarebbero poi arrivati altri due album, nel 1989 una sorta di antologia intitolata 1000 Soldiers (della quale sono certo di aver scritto, ma in archivio non trovo riscontri) e nel 1993 Third Life (del quale, lo ammetto, nemmeno mi accorsi).
Non c’è alcun dubbio che se fossero americani o australiani i City Kids godrebbero di maggiore notorietà e di maggior considerazione da parte della stampa; invece, francesi di Le Havre, devono per ora accontentarsi di un piccolo culto in patria e della risposta entusiastica degli spettatori occasionalmente accorsi ai loro concerti. Forti di un notevole dinamismo on stage e animati da una ferrea volontà di emergere, i quattro transalpini tentano ostinatamente la via del successo, rifiutando di star seduti ad attendere la manna dal cielo e impegnandosi concretamente per catturare l’attenzione di critica, pubblico e mezzi di informazione attraverso una fitta attività live in Europa e un ottimo livello qualitativo delle realizzazioni discografiche. In più, hanno un produttore d’eccezione: Rob Younger, già frontman di Radio Birdman e Visitors, che dalla lontana Australia coordina le operazioni. Insomma, per farla breve, i City Kids hanno qualcosa in più rispetto ad analoghe formazioni underground; e poi, prescindendo dalla ioro abilità, non cercano di nascondere la loro grande competenza nel campo del nuovo rock (conoscono centinaia di formazioni minori, soprattutto americane e australiane) e dichiarano candidamente di ascoltare moltissima musica per trarre da essa i migliori insegnamenti. Il che è sufficiente per renderli ancor più simpatici.
Nella data di apertura del tour italiano, tenutasi ad Arezzo il 30 giugno grazie all’organizzazione di Radio Torre Petrarca, i City Kids hanno offerto un’ottima performance r’n’r davanti a un pubblico composito ma abbastanza partecipe (almeno da quando i quattro hanno invitato ad alzarsi in piedi); preceduti dai nostri amati Gang (dei quali non finirò mai di tessere le lodi: vederli dal vivo, vi assicuro. è un’esperienza esaltante, anche se il parallelo con i Clash appare ancor più evidente che su vinile), i quattro hanno sciorinato il meglio del loro repertorio, regalando ai presenti un’ora di autentica frenesia r’n’r scandita da chitarra, tastiere, basso e batteria; la scaletta ha compreso Changing, Troubles, Loosing Your Mind, Journey By Sledge (un brano dei Visitors), Move On, Mad Shadows, Girl Of My Life, Promised Land, Toys, Excepting You, 1000 Soldiers e I Need Your Noise, più il bis con la splendida Is It Love e una cover dell’immancabile classico dei 13th Floor Elevators You’re Gonna Miss Me. Ah, dimenticavo di rivelarvi le generalità dei musicisti, che vi riporto esattamente come loro stessi le hanno annotate sul mio taccuino: Pascal (guitar leader & backing vocals), Elie (bass player), Paxo (strong drums & backing vocals) e Dominique (piano & voice). Quattro ragazzi semplici e alla mano con i quali è stato piacevole intrattenersi in conversazione.
Cosa potete dirci di questa insolita connessione tra City Kids e Australia?
Si tratta di un particolare feeling, o qualcosa del genere. In effetti il nostro sound somiglia a quello di parecchie band australiane, ma non è stata assolutamente una scelta pianificata a tavolino. Abbiamo avuto dei contatti con Rob Younger e ci troviamo molto bene a lavorarci.
Che genere di collaborazione avete instaurato con lui e Alan Thorne?
Purtroppo, nonostante i nostri due dischi siano prodotti da Rob con l’ausilio di Alan, non è stato ancora possibile registrare nulla assieme. Sai, è una faccenda di budget, far venire loro in Europa ci costerebbe parecchi soldi, per non parlare di un nostro eventuale viaggio a Sydney. Finora ci siamo dovuti accontentare di incidere i brani da soli e spedirli in Australia per il missaggio, ma penso proprio che nel prossimo lavoro riusciremo ad avere un rapporto più diretto, con Rob in studio durante le session.
Come avete iniziato a suonare?
Crediamo che la nostra situazione sia abbastanza particolare. Noi viviamo a Le Havre, un piccolo paradiso sul mare proprio di fronte all’Inghilterra, e moltissimi artisti stranieri passano di là per esibirsi; a furia di partecipare ai concerti nel ruolo di spettatori è stato normale, o almeno così pensiamo, che cominciassimo anche noi a voler fare qualcosa in ambito rock. Col via vai che c’è dalle nostre parti, siamo sicuramente più avvantaggiati rispetto alle altre formazioni francesi. E poi la nostra è una città di lavoratori, piena di fabbriche, e il rock è come una valvola di sfogo… Sì, Le Havre è davvero un buon posto per il rock’n’roll.
Siete assieme da molto tempo?
Circa cinque anni. In precedenza avevamo suonato in altre band completamente sconosciute, due di noi (Dominique e Paxo, NdI) provenivano dalla stessa. Dell’attuale line-up soltanto Elie è un acquisto recente.
La vostra posizione nei confronti della nuova scena rock francese?
Beh, ne siamo un po’ al di fuori, sia perché viviamo in provincia, sia perché nel nostro paese siamo gli unici a proporre questo tipo di musica. Non abbiamo nulla a che spartire con i gruppi di french rock’n’roll stile Playboys, abbiamo radici e attitudini sonore differenti. Evidentemente la cosa non deve andar giù a qualcuno, visto che la stampa non ci considera: abbiamo avuto ottime recensioni in Germania, Olanda, Italia, Spagna, ma da noi solo la fanzine Nineteen ci ha sempre sostenuti.
Come mai il vostro primo disco è un live?
Come gli MC5… Scherzi a parte, erano tre anni che facevamo concerti, tanti concerti anche all’estero, e non avevamo ancora realizzato nulla. Una volta un nostro amico ha registrato una nostra esibizione con un 8 piste e, effettuati i missaggi per riascoltarci, siamo rimasti cosi soddisfatti che abbiamo deciso di pubblicare alcuni stralci dello show. Non abbiamo fatto un album vero e proprio perché volevamo solo canzoni perfette, anche se le imperfezioni delle altre che abbiamo escluso erano tanto minime che nessuno avrebbe potuto notare.
È stato difficile ottenere il contratto con la Closer?
Oh, no, la Closer ha sede nella nostra stessa città e non abbiamo avuto grossi problemi. ll catalogo dell’etichetta è di grande qualità e la distribuzione della Virgin ci sarà senz’altro di aiuto. Ancora non abbiamo dati precisi, ma il nostro City Kids dovrebbe aver venduto abbastanza.

A questo punto, resta da fornire al lettore qualche ulteriore ragguaglio sulle ottime produzioni discografiche del quartetto. City Kids Live – The Name Of The Game, è del 1983 e comprende sei brani; già allora l’estro, la carica e la perizia tecnica dei musicisti erano realtà incontrovertibili, come ampiamente dimostrato da questa manciata di splendide canzoni, figlie di una tradizione immortale della quale gli australiani Radio Birdman sono stati fra gli interpreti più ispirati e significativi. Ritmi incalzanti, note calde e appassionanti, atmosfere in cui il fuoco sposa l’aria in un intreccio di potenza e armonie: tutto in The Name Of The Game è assolutamente genuino, senza contraffazioni di studio, e il feeling delle composizioni emerge irrefrenabile (e qui c`è da lodare l’abilità alla consolle di Rob Younger, che e riuscito a mixare le varie piste senza che il loro esiguo numero costituisse un impedimento alla validità del risultato). Qualitativamente omogeneo a livello di scrittura e impeccabile nelle esecuzioni, The Name Of The Game è inevitabilmente destinato a essere goduto nella sua interezza, riservando magari qualche attenzione in più alla suggestiva title track e alla sofferta Old Man Skin.
Di City Kids, edito all’inizio di quest’anno, abbiamo già lungamente detto, ma non credo che qualcuno troverà da ridire se approfitteremo dell’occasione per ricordare come questo mini-album sia da annoverare fra i dischi più entusiasmanti degli ultimi mesi. Il paragone con Radio Birdman trova in questi solchi ulteriori motivi di fondatezza, mentre la voce solenne ed “epica” di Dominique suggerisce in alcuni passaggi raffronti tutt’altro che azzardati con quella di Jim Morrison: quale rocker potrebbe restare insensibile a un richiamo del genere? In City Kids trovano posto cinque pezzi, tutti ricchi di quel fascino inimitabile che solo gli artisti illuminati sanno infondere alle loro creazioni; la ricetta non è inedita, né ha pretese di esserlo, ma i City Kids conoscono qualche spezia segreta con la quale riescono a dare alla pietanza un sapore tutto particolare, delicato e piccante nello stesso momento: ascoltare Is It Love e Changing, e poi provate pure a dissentire…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.92 del settembre 1985

The Orphans Parade
(D.E.A.)
I City Kids mancavano all’appuntamento con il vinile dall’inizio del 1985; da quando, cioè, con il loro omonimo secondo mini-LP avevano improvvisamente rivelato al mondo la loro perizia e classe nel proporre uno dei r’n’r più dinamici, caldi ed eccitanti che il Vecchio Continente abbia prodotto negli ultimi anni. Poi, dopo una breve tournée dalle nostre parti, un silenzio discografico durato oltre ogni aspettativa, tanto da far presumere ai più pessimisti che il gruppo fosse definitivamente sparito di circolazione. Invece, il quartetto francese (che dall’epoca del precedente lavoro ha modificato l’organico assumendo un nuovo bassista) si ripresenta ora al pubblico internazionale con un album pubblicato in esclusiva dalla D.E.A., registrato la scorsa estate a Firenze con la collaudatissima produzione di sala del duo australiano Rob Younger/Alan Thorne.
Rispetto all”eccellente City Kids, la band sembra aver acquisito maggior determinazione e maggior “mestiere”, denotando le solite ottime capacità nel dar vita a un rock potente, sofferto ed estremamente lirico; il sound è sempre basato su una sezione ritmica compatta, su una chitarra sinuosa e incisiva, sulle tastiere (spesso meno in evidenza al raffronto col passato) e soprattutto sul canto armonioso e solenne, in grado di conferire ai brani un aspetto maestoso ed epico senza mitigarne in alcuna maniera la forza trascinante. E così, in un perfetto equilibrio di vigore e raffinatezza, i City Kids travolgono con le incalzanti Poison Dream, Shell World e S.H. Infirmiry, offrono momenti di vellutata tensione con Rebels, Dawn Of Love e All Fools Day, affascinano con il “pop” di Liar e colpiscono diritto al cuore con le atmosfere incredibilmente suggestive di Nightfall e The Real Thing, due degli episodi più intensi della scaletta; il tutto, ed è questo il dato che più sorprende, senza inventare nulla di rivoluzionario, ma generando ugualmente un suono personale e inconfondibile, un “rock dell’emozione” che attinge da modelli classici ma si rivela ricco di motivi di interesse sotto il profilo sia artistico che passionale. Se i primi due mini-LP avevano segnalato i City Kids fra le speranze della nostra musica, The Orphans Parade dimostra senza possibilità di equivoco come la band debba essere inserita fra le più brillanti certezze del rock’n’roll europeo; nelle loro canzoni, vive e palpitanti, mille influenze e mille tradizioni si sono fuse in uno stile originale e coinvolgente, che adesso è giunto alla piena maturità. I City Kids hanno fatto centro con un album di grande bellezza che sicuramente conquisterà un posto fra i migliori dischi del 1987 (almeno per chi scrive); se credete che sia ormai impossibile elaborare un rock non stereotipato, The Orphans Parade sgretolerà le vostre convinzioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.111 dell’aprile 1987

Annunci
Categorie: articoli, interviste, recensioni | Tag: , , | 2 commenti

Navigazione articolo

2 pensieri su “City Kids (1985-1987)

  1. Lori

    Anche io ho The Orphans Parade… 1986… madonna!!!

  2. Ugo Malachin - rawkin' dog

    The Orphans Parade è stato amore a primo ascolto, veramente trascinante, uno degli album che ho ascoltato più volentieri! Grazie di averli ricordati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: