Rob Younger

La mia profonda passione per il rock australiano, scoppiata all‘inizio degli anni ‘80 e per parecchio tempo sfociata in una sorta di mitizzazione, è tutt‘altro che un mistero. Non c’è quindi nulla da stupirsi se quando mi incontrai con l‘ex frontman di Radio Birdman e New Race, all‘epoca in una fase di stallo con i New Christs, fossi piuttosto emozionato. La chiacchierata con Rob Younger fu per molti versi illuminante, e mi fece vedere la situazione del rock dei nostri antipodi con maggiore lucidità. Le chiacchierate con altri musicisti locali, e soprattutto il mio viaggio transoceanico del 1993, chiusero il cerchio.

Younger fotoSinceramente, non pensavo che per incontrare Rob Younger, cantante e fulcro di alcune fra le più valide e importanti band australiane, mi sarebbe stato sufficiente percorrere appena trecento chilometri; credevo che, nella migliore delle ipotesi, sarei dovuto recarmi almeno in Francia, e nella peggiore (ma, in definitiva, non tutti i mali vengono per nuocere) fino a Sydney. Invece, dopo laboriose trattative andate felicemente in porto, Rob ha accettato di attraversare il pianeta per mettere a disposizione dei francesi City Kids il suo talento di produttore e registrare, in quel di Firenze, le canzoni che comporrano il primo vero album del quartetto.
Rob Younger non è esattamente come me lo aspettavo: non altissimo, molto magro, un caschetto di capelli biondi tendenti all‘albino e due profondi occhi azzurri; l‘abbigliamento segue la più classica delle iconografie rock‘n‘roll: stivali, jeans, cinta con borchie e T-shirt. Potrebbe essere uno dei tanti turisti stranieri che girano il nostro paese con il sacco a pelo sulle spalle. Rob è cordiale, gentile. Sembra quasi timido. Rivela la sua scarsa simpatia per le interviste (“si corrono troppi rischi di vedere pubblicate parole mai pronunciate”, mi dice, “o di essere fraintesi nelle proprie affermazioni”), ma accetta di buon grado la mia proposte di conversazione. Approfittando di un break nelle session, ci sediamo a un tavolino all‘aperto, mentre il caldo sole d‘agosto inizia a tramontare. Per rompere il ghiaccio, domando qualcosa dei City Kids; la risposta è abbastanza prevedibile, ma è utile a creare un clima disteso e amichevole. “Finalmente siamo riusciti a incidere qualcosa assieme. Come forse saprai, i dischi precedenti sono stati prodotti a distanza; i City Kids realizzavano le basi e io e Alan Thorne (uno dei migliori sound-engineers rock del mondo, fido partner di Rob in ogni lavoro nel quale è implicato, NdI) provvedevamo a mixarle a Sydney. Abbiamo preparato dodici brani, che andremo a mixare a Parigi. Sono soddisfatto del risultato ottenuto, e sono contento dell‘ottimo rapporto instauratosi fra me e il gruppo, dal punto di vista sia musicale che umano. Sono ragazzi molto in gamba, davvero”.
Su questo, penso fra me e me, non avevamo dubbi, ma l‘occasione è propizia per soddisfare una vecchia curiosità; il mio “perché hai deciso di fare il produttore artistico?” non coglie di sorpresa Rob. “Per caso, perché qualcuno mi aveva chiesto aiuto per registrare un disco. Non ricordo che gruppo fosse, forse i Lime Spiders del primo doppio singolo, o i Minuteman, forse era l‘album dei miei New Race”. In ogni caso, si tratta di dettagli di scarsa importanza. Più interessante, magari, informarsi su come avviene la scelta degli artisti da produrre. “Sono costretto a selezionare, perché quelli che chiedono le mie prestazioni sono piuttosto numerosi. Seguo essenzialmente sui miei gusti, ascolto le cassette che i gruppi mi spediscono e mi regolo in base ad esse. Penso di essere fortunato, perché riesco sempre a lavorare con musicisti che mi piacciono”. Il che implica, ovviamente, una sorta di partecipazione “passionale” all‘operato delle band da parte. Viene quasi spontaneo domandarsi come Rob intenda il ruolo di produttore, ma il biondo australiano non attende le mie parole e si lancia in una lunga disquisizione. “Vedi, il buon produttore deve avere una specie di sesto senso, di intuizione nei confronti del lavoro che i musicisti stanno realizzando, deve essere in grado di capire se è buono o meno, anche in prospettiva futura. Poi, deve avere buone doti di arrangiatore, una certa conoscenza musicale e la capacità di intervenire al momento giusto nelle decisioni. La cosa principale è creare un clima di collaborazione con gli artisti, ma non è affatto semplice; molti hanno paura di essere guidati da un elemento esterno, temono che le loro canzoni vengano modificate e incontrano problemi nel seguire i consigli perché vorrebbero sentirsi liberi di seguire le proprie idee. Non li sopporto, una volta che mi chiamano devono lasciarmi lavorare; a volte mi viene il dubbio che gli prema solo avere il mio nome sul disco per ragioni di prestigio e di pubblicità, e non gli interessi nulla di ciò che posso offrirgli a livello artistico. Con altri, invece, si ottengono risultati eccellenti, ci si trova assai legati alle registrazioni e probabilmente si apprezza il prodotto in misura molto maggiore di quanto accadrebbe se non ci si fosse stati coinvolti. Ma probabilmente questo già lo sai, visto che anche tu ti occupi di questo genere di cose“. Vero, vero. È piu facile convincere un prete che Dio non esiste piuttosto che un chitarrista che il suo assolo non è adatto al brano che si sta incidendo. Chiedo a Rob quali siano le sue preferenze in fatto di apparecchiature: se, cioè, si schieri dalla parte dei sostenitori del suono “d‘epoca” o se, invece, apprezzi maggiormente gli studi di registrazione più sofisticati, e la risposta non si fa attendere troppo. “Sono abituato a lavorare in sale di incisione moderne, per cui non ho molta familiarità con gli studi a 4 e 8 piste, come si usavano un tempo. Alcuni dischi dei Sixties sono eccellenti, in essi c‘è molta spontaneità ma spesso anche un grosso lavoro di produzione. Con un 24 piste è tutto molto più semplice, non si corrono rischi di eliminare qualcosa per sostituirla con qualcos‘altro; si può conservare tutto e poi decidere in fase di mixaggio cosa utilizzare. Con questo non voglio dire che i dischi di oggi siano migliori dei vecchi: lo sono per certi versi, e non per altri. In ogni modo, credo che il fattore più importante sia ciò che la band crea, il cosiddetto feeling, e non si può negare che nei Sixties ve ne fosse in abbondanza”.
Ormai la parola magica è stata pronunciata: la tentazione di chiedere un parere sull‘attuale scena è troppo forte per cercare di resistere. E, poi, perché farlo? “Beh, vedi, io ascolto le canzoni, e non trovo nulla di negativo nel fatto che i giovani rielaborino la musica degli anni ‘60. Non amo particolarmente i gruppi che vogliono ricreare fedelmente il Sixties-sound, mi piacciono quelli che utilizzano quei modelli come basi su cui edificare. Gli anni ‘60 erano eccezionali, ricordo che quando ero teenager ascoltavo le classifiche della radio e nei Top 40 c’erano almeno dieci dischi che avrei voluto acquistare. Prova un po‘ a trovarli nei Top 40 di oggi”. Difficile replicare a un‘affermazione del genere. Mi sembra quasi di vederlo, un Rob Younger con i calzoni corti, che ascolta i Rolling Stones impugnando un immaginario microfono. Già. un microfono divenuto poi reale, che mr. Younger ha da qualche tempo abbandonato a favore della consolle. “Veramente non ho proprio smesso di cantare. Quando i New Christs si sciolsero, perché gli altri componenti volevano dedicarsi ad attività differenti, mi trovai senza nessuno con cui suonare. Ho cercato di fondare un nuovo gruppo, un buon gruppo, ma senza risultati concreti. Adesso sto provando a fare qualcosa assieme a Jim Dickson, l‘ex-bassista dei Barracudas: è un mio caro amico, anni fa dividevamo anche un appartamento. Ora stiamo cercando altri compagni per intraprendere un‘attività regolare. Mi piacerebbe suonare ancora con Deniz Tek, so che scrive canzoni ma non ha una sua band”.
Deniz Tek, il chitarrista che ha diviso con Rob le intense emozioni della vita dei Radio Bidman e dei New Race. Con un po‘ di soggezione. azzardo una richiesta di delucidazioni sulle ragioni dello split dei Radio Birdman. Rob indugia, è restio a rivangare quelle vecchie storie, e si trincera dietro un laconico “essenzialmente per divergenze di opinioni e personalità fra i vari membri del gruppo”. Diventa più loquace, però, a proposito dell‘attività del suo vecchio ensemble. “Non credo che i Radio Birdman avessero molto in comune con il resto della scena australiana dell‘epoca, eravamo a malapena accettati. Deniz e io fondammo la band a causa dell‘affinità dei nostri gusti musicali: sia io, con i miei Rats, sia lui, con il suo gruppo del quale non ricordo il nome, eravamo innamorati di MC5, Stooges, New York Dolls, Pink Fairies. Con i Radio Birdman abbiamo cercato di proseguire in quella direzione ma, giudicando in base a ciò che abbiamo lasciato su disco, direi che ci siamo sciolti prima di poter essere davvero grandi”. “Rimpianti?”. provo a suggerire. Per un attimo mi sembra di scorgere un velo in quei pale blue eyes, ma è solo un momento. “Forse potrei dire di sì, ma solo per non avere avuto il tempo di realizzare cose davvero ottime”, è la secca risposta. “E con i New Race com‘è andata?”, incalzo, sperando in qualche dettaglio inedito. “In maniera piuttosto semplice, anche se parecchi tendono a fare di quell‘esperienza una specie di mito. L‘idea nacque da Angie Pepper e dal vecchio manager dei Radio Birdman. Contattarono Deníz, che si trovava in America, e lui, che è originario di Ann Arbour, presso Detroit, chiamò due suoi amici: Ron Asheton degli Stooges e Dennis Thompson degli MC5. In realtà come batterista, si sarebbe voluto ingaggiare Scott Asheton, ma lui non volle partecipare. Facemmo un tour di tre settimane, durante il quale furono registrati i pezzi finiti nell‘album The First And The Last, e poi ognuno andò per la sua strada”.
Dal tenore di questa risposta comprendo che l‘argomento “passato” non è dei più graditi, per cui passo oltre e mi informo su come Rob sia considerato nell’ambito dell‘attuale scena australiana. Rimango un po‘ deluso sentendomi dire che “alcuni pensano che io sia un grande uomo, altri che sia solo uno stronzo. In ogni caso l‘Australia non è quella specie di paradiso che può sembrare vista dall‘esterno, è piena di gente idiota e il panorama underground è un pò come un ghetto; di solito un gruppo è contento se riesce a vendere 1.500 copie di un disco. Con i singoli non si guadagna nulla, i gruppi li incidono solo perché ritengono sia bello farne e non si preoccupano di perderci dei soldi. E poi non è neanche vero che da noi ci siano decine e decine di formazioni ottime; ci sono parecchie band con in repertorio tre o quattro canzoni splendide, questo sì, ma gli ensemble davvero validi, con davanti un lungo futuro artistico, si contano sulle dita di una mano. Ciò non toglie, però, che l‘Australia continui a sfornare vinili eccellenti: basta saper scegliere i pezzi migliori di ciascuno, e il gioco è fatto”. Insomma, tutto il mondo è paese. Prima di salutarlo, chiedo a Rob delle sue speranze per il futuro del r‘n‘r. ”Mi auguro che i musicisti smettano di preoccuparsi di quello che fanno le altre band e usino il proprio cervello. Mi piacerebbe che ogni gruppo trovasse la sua ispirazione e seguisse la voce di una guida interiore. Passione, in parole povere. Oggi è tutto troppo schematizzato, manca il coraggio, o forse la voglia, di essere se stessi”. Bello, molto bello, anche se purtroppo utopistico. Le parole di Rob Younger, comunque, inducono a aver fede, a credere ancora in un futuro migliore. Sarà magari una pia illusione, ma il cuore dice di non arrendersi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.105 dell‘ottobre 1986

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Categorie: interviste | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Rob Younger

  1. Beppe Russo

    Peccato, c’era da esserci anche in barella… comunque approfitto di questo spazio per un ringraziamento: ah Guglié saranno 20 anni che compro musica seguendo tuoi consigli, non mi hai dato una-sola-una. nel tempo mi sono convinto che abbiamo semplicemente gli stessi gusti. ma sono tornato alla musica di recente e ho visto un Guglielmi nuovo, molto più eclettico di quello che ricordavo, forse troppo…? si vedrà. ah Gugliè, forse stiamo invecchiando. ciao e grazie. spero che tornerò a bazzicare da queste parti.

  2. Beppe Russo

    Ragazzi dove eravate lo scorso giugno… a Roma eravamo in 20-30 per i New Christs all’Airport One. Un vero sacrilegio, eppure hanno onorato il poco pubblico con un concerto strepitoso. Eravamo così pochi che mi sono permesso il lusso di una partita a pallone (!) con Rob Younger e Dave Kettley -nella mia ingenuità mi sono presentato ore prima. E’ finita con un clamoroso ribaltamento, con Younger che intervistava il sottoscritto “perché ti piace la ns. musica? Credi davvero che esista una scena aussie?…” Mi sono divertito un mondo. Peccato, peccato che fossimo così pochi. Forse il concerto è stato poco pubblicizzato, io l’ho trovato per caso.

  3. Conosciuti grazie ad un certo Federico Guglielmi …
    Questo articolo mi era sfuggito sul blog ma non 30 anni fa sul Mucchio, i Radio Birdman e tutte le loro derivazioni, sempre fantastiche, sono parte di me dal 1986 per non sentirmi solo nella endzone :-).

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