Anita Lane

Mi ero completamente dimenticato di questa intervista, fatta oltretutto di persona e non via telefono, ad Anita Lane, il cui nome accenderà qualcosa probabilmente solo nella mente dei cultori di Nick Cave; colpa della quasi-scomparsa della cantante e autrice australiana, che dopo l‘album legato alla conversazione qui riportata ne ha realizzato un secondo nel 2001, sempre con il marchio Mute, per ritirarsi poi a vita quasi privata. Si parla comunque di un’artista che merita senza dubbio di essere conosciuta e di un disco, Dirty Pearl, che rimane bellissimo.
Lane fotoAnche se l’ottimo Dirty Pearl, pubblicato dalla Mute lo scorso ottobre, costituisce il suo debutto adulto, Anita Lane non si presta davvero a essere definita come artista emergente. I suoi primi passi nel music-biz risalgono infatti alla prima metà degli anni ‘80, e la lunga serie di prestigiose collaborazioni nel frattempo inanellate dalla bionda autrice/interprete australiana, delle quali l‘album offre un esteso e affascinante campionario, dicono di un personaggio di grande carisma, certo meritevole di qualcosa di più della pur positivissima mini-recensione di due numeri fa. Di fronte al microfono, Anita parla con il candore di una bambina e non con la ieratica austerità che forse ci attendevamo. E dire che tutto, dalle canzoni alla copertina di Dirty Pearl, facevano pensare a uno strano incrocio tra Nick Cave e Marianne Faithfull.
Dieci anni per un album: non ti sembrano un po’ tantini?
Ho voluto dare al mio disco un periodo di prova, per essere sicura che corrispondesse davvero ai miei desideri. Registrare un album può essere una cosa bellissima, ma quando hai finito e giunge il momento di farlo uscire sul mercato devi stabilire i dettagli e parlare con un mucchio di gente, e allora cominciano a sorgere centinaia di problemi ai quali non avevi minimamente pensato.
Cosa rappresenta, per te, Dirty Pearl? Una sorta di riassunto di ciò che hai inciso finora, o il primo passo di una vera e propria carriera nel mondo della musica?
In qualche modo vuole essere un inizio: non a caso adesso sto affrontando questo tour promozionale, mentre all‘epoca dell‘EP Dirty Sings non avevo fatto neppure un’intervista. Non so se riuscirò mai a sentirmi a mio agio nel dover rispondere alle domande: amo fare conversazione, ma le interviste sono come un appuntamento al buio.
D’accordo, ma non credi che aiutino il pubblico a farsi un’idea più precisa dell’artista?
Dipende. Di solito gli intervistatori insistono nel voler sapere quanto più possibile a proposito delle fonti di ispirazione e del modo in cui nascono i brani. Le canzoni vengono fuori e basta, e per un autore può essere parecchio frustrante cercare di razionalizzare qualcosa che invece è del tutto spontaneo.
Credi che il titolo dell‘album sia indicativo dei suoi contenuti?
Forse sì, non saprei… l’idea non è stata mia. Io l’avrei chiamato Anima Cauterized, mi piaceva l’immagine dell’anima bruciata e disinfettata con il fuoco, ma nessuno la pensava come me.
Perché hai lasciato l’Australia per venire in Europa?
Mi ricordo di quando ero bambina e guardando la televisione avevo elaborato una serie di fantasie a proposito dell’Europa; queste fantasie, ovviamente, non corrispondevano affatto alla realtà, come quella in cui immaginavo che Londra fosse rimasta come al tempo dei diaconi. Quando a diciannove anni mi ci sono trasferita non sapevo bene cosa avrei trovato, ma comunque sono rimasta abbastanza delusa.
E perciò hai deciso di viaggiare: New York, Los Angeles, Berlino. Adesso dove vivi?
A Berlino. Mi ci trovo bene, ma anche se mi rendo conto che il mio è un discorso un po’ egoistico devo ammettere che la preferivo con il muro. Come molti altri, del resto.
Come mai per esprimerti hai scelto il canto e non un altro genere di arte?
La musica è una forma di comunicazione molto immediata, l’ideale per una persona pigra come me. Anche la pittura è immediata, ma essendo sempre circondata da musicisti provare a scrivere testi e cantare è stato un atto istintivo.
Sei religiosa?
No, anche se sono molto attratta da chi predica la religione e amo che la gente me ne parli. Credo nell’esistenza di Dio, ma non abbastanza per sviluppare una vera fede.
Hai collaborato con parecchi artisti importanti: Nick Cave, Blixa Bargeld, i Die Haut, Mick Harvey, Barry Adamson. Che cosa ne hai ricavato?
Il loro lavoro! (risate, NdI). Scherzo, sono state esperienze stimolanti. Sono riuscita a instaurare un notevole feeling un po’ con tutti, forse perché si tratta di persone molto intuitive e dunque vicine al mio modo di essere.

Non è proprio abituata alle interviste, Anita. Oppure, semplicemente, non le interessa farle. Le piace chiacchierare, questo sì, ma nessuno degli argomenti poi toccati – il peso del cattolicesimo sulla cultura italiana, le rovine di Roma, la realtà virtuale, addirittura i paparazzi – è stato sviluppato in modo da poter essere riportato in forma di domanda e risposta. Poco male, visto che tutto ciò che serve sapere di lei è racchiuso nei solchi del bellissimo Dirty Pearl. Lascìatevene avvolgere, e vedrete che ogni altra cosa perderà di significato.
Tratto da Rumore n.23 del gennaio 1993

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