Indiesfiga story (2)

All’inizio del 2018 Riccardo De Stefano mi chiese se avessi voglia di inventarmi una rubrichina fissa per ExitWell, il free magazine da lui diretto; di norma non lavoro gratis se non per me stesso, ma gli amici sono amici e gli dissi di sì. Avevo del resto un’idea più o meno ispirata da questa serie di recensioni: una storia a puntate del cosiddetto Indiesfiga, sottotitolata “Note semiserie sulla musica che (purtroppo) gira intorno”. Ne uscirono otto episodi e il nono, già scritto, rimase inedito perché la rivista cambiò impostazione, ma se la cosa fosse continuata sarebbero stati molti di più. Ho pensato allora di recuperare quanto già esistente qui sul blog, in due parti (qui la prima) lasciando tutto esattamente come era in origine, ovvero con i riassuntini delle puntate precedenti dai quali una pubblicazione “seriale” non poteva certo prescindere. Qui le puntate dalla quinta alla nona, e chissà che un giorno non mi venga voglia di andare avanti con il racconto…

(5) Dopo quattro puntate sui prodromi del fenomeno, nelle quali ho tracciato una sorta di cronologia culminata con alcune considerazioni sulla crucialità del “MI AMI” nel processo che ha condotto alla metamorfosi dell’indie in indiesfiga (quasi come nella de-evolution teorizzata illo tempore dai geniali Devo), è arrivato il momento di illustrare meglio cosa si intenda con il termine che intitola questa rubrica. Molti me ne attribuiscono la paternità, ma non sono in grado di confermare o smentire. In precedenza l’avrò utilizzato di sicuro in un forum, ma la prima volta ufficiale è stata nel n.665 (dicembre 2009) del defunto Mucchio Selvaggio, occupandomi del disco d’esordio del gruppo che sarebbe servito da trampolino di lancio a Ermal Meta. Avevo inquadrato la musica dei ragazzi come “una versione patinata e furbetta del più tipico indiesfiga, sospesa da qualche parte tra i Coldplay e il Moltheni meno narcolettico” e non me lo rimangio; aggiungerei solo, per onestà intellettuale, che paragonata a certi abomini attuali la band – dotata di un nome, La fame di Camilla, perfetto per evocare immagini di raggelante mestizia – fa la figura dei Beatles del White Album. Anni dopo volli recuperare la recensione nel mio blog e il 5 giugno del 2013, in un post chiamato appunto con l’ormai famosa parolina, introdussi il tema con queste poche righe: “L’indiesfiga è qualcosa che porta gli adepti a credersi parte di una casta eletta, a ritenere figo scrivere e cantare (spesso ragliare) brani sciatti e lamentosi a base di chitarrine e/o tastierine, a guardare con nostalgia i propri vent’anni pur essendo venticinque/trentenni, ad avere una concezione un bel po’ distorta di ciò che è cool in fatto di abbigliamento, eccetera eccetera eccetera”.
Non posso smentire me stesso, ma è ovvio che se cinque anni e mezzo fa la pur abbozzata definizione era perfettamente calzante, oggi ha meno senso: al tempo avevamo solo toccato il fondo, mentre ora si è scavato, e molto. Una buona fetta di quanto allora enunciato rimane però valida, eccome, ma prima di addentrarmi nella stesura del bestiario dei nostri giorni – lo so che attendete tutti di leggere di Calcutta, Gazzelle, Thegiornalisti e compagnia (non tanto) bella, ma abbiate pazienza – dovrò ancora raccontare varie vicende dell’inizio del decennio in corso, decisive nel bene e nel male per il presente. Le tappe piacevoli non mancheranno, ma per il resto dovrò e dovrete affrontare una sfinente, dolorosissima Via Crucis. Sappiatelo.

(6)Interpretati con voce sgraziata/lamentosa e piacevolmente bizzarri nel loro minimalismo in chiave lo-fi peraltro ricco di estro, i nove episodi (compresa bonus track) dell’album vantano testi in linea con la surrealtà dell’approccio generale: volendo tracciare qualche coordinata in più, si potrebbe parlare di pop-folk sgangherato e stranito, attitudinalmente e stilisticamente mediano fra Tricarico e il primo Bugo”. Così scrivevo nel 2011 a proposito di Non sei più, il terzo disco (diffuso solo in free download) di Sebastiano Pupillo alias Babalot, cantautore romano d’adozione che da un po’ sembra essere stato tirato fuori dalla metaforica tomba nella quale lui stesso aveva deciso di seppellirsi (dal 2015 è pure in circolazione un nuovo lavoro, Dormi o mordi). Nessuno stupore: come si desume dalle mie parole d’antan, che ripulite dai toni benevoli potrebbero riferirsi a più fenomeni indiesfiga dei giorni nostri, l’ormai ex pischello è stato al 100% un precursore del genere, così come lo sono stati i due musicisti – Bugo e Tricarico – indicati come suoi possibili riferimenti. Area proto-indiesfiga, insomma, proprio come Stooges e MC5 erano proto-punk… e che dio o chi per lui mi perdoni per l’irriguardoso paragone.
Prima di Non sei più, Babalot aveva realizzato altri due album in formato CD marchiati dalla Aiuola Dischi, Che succede quando uno muore (2003) e Un segno di vita (2005), che suscitarono una certa simpatia nel circuito alternativo; idem il motto della label bolognese, “etichetta pop piccola ma curata”, che evocava amabilissime immagini di artigianato e freschezza in piena sintonia con l’annaffiatoio adottato come logo. Escludendo i raffinati Non voglio che Clara, che nel catalogo dell’Aiuola facevano storia a sé, gli esponenti di quell’indie lì non coltivavano le ambizioni artistiche certo più elevate dei Giardini di Mirò o degli Yuppie Flu, ma non dispiacevano – o piacevano sul serio, agli spiriti affini – perché suonavano ingenui e inadatti a riscuotere consensi commerciali non di nicchia; tutto l’insieme era circondato da un’aura di sfiga (nel senso di inadeguatezza, disillusione, profilo basso), ma era sfiga autentica, non artificiosa, impermeabile a qualsiasi velleità di (pseudo) coolness. Più o meno come le prime uscite della Garrincha Dischi, anch’essa originaria del capoluogo emiliano… ma all’epoca dei suoi esordi si andava già verso la fine del decennio e si iniziava ad avvertire odore di bruciato, o quantomeno di bruciacchiato.

(7) Nel 2010 i social non solo non erano ancora l’immonda fogna di oggi, ma non erano nemmeno particolarmente influenti. Con i forum, i blog e i siti, la Rete aveva comunque già grande importanza ed erano in tanti a sfruttarla – con l’obiettivo di farsi notare, ovvio – intasandola di proposte artistiche, culturali, di entertainment e di puro cazzeggio; alcuni lo facevano in modo consapevole e “scientifico”, ma in linea di massima improvvisazione e naïvete regnavano sovrani. Dubito fortemente che il ventiquattrenne romano Niccolò Contessa avesse in mente un’autentica strategia quando nel giugno di quell’anno “lanciò” su SoundCloud (il primo pure su YouTube) l’impietoso I pariolini di diciott’anni e il più evocativo Wes Anderson, brani da lui approntati trasformando flash e pensieri del proprio quotidiano in testi “poetici” legati alle musiche essenziali ottenute armeggiando con elettronica povera. I pezzi avevano il loro perché e avrebbero potuto funzionare da soli, ma l’intuizione extra – nient’affatto rivoluzionaria, eh: si pensi ai Residents – fu di mantenere l’anonimato, lasciando che si ipotizzasse l’esistenza di una band – I Cani, come un gruppo punk di Pesaro degli anni ’80 – rappresentata ovunque solo da fotografie di… cani di ogni razza. La surreale idea piacque e le due tracce conobbero l’onore della viralità, con conseguente tam-tam del web e dei media convenzionali; sei mesi dopo, in una compilation natalizia in download gratuito, arrivò una terza canzone meno martellante e più morbida e nostalgica, Il pranzo di Santo Stefano.
L’identità di Contessa rimase ufficialmente nascosta fino all’uscita nel giugno 2011 del primo disco, marchiato dalla 42 Records e intitolato con astuzia e simpatica autoironia Il sorprendente album d’esordio de I Cani; io stesso intervistai il cantautore – perché Niccolò questo era, come dimostrato in seguito – con un sacchetto di carta in testa (la seconda parte è sempre lì, nel mio canaleYouTube). Com’è andata da lì in poi lo sappiamo tutti, e non credo di sbagliare affermando che l’esperienza I Cani – della quale non ho problemi a dichiararmi supporter, benché con qualche distinguo – sia stata una tappa fondamentale nel processo di degenerazione dell’Indie in Indiesfiga. Soprattutto per il ruolo ricoperto nella vicenda dal web, prima di allora mai rivelatosi così efficace (in Italia, certo) come strumento promozionale di realtà underground/alternative. Fu un po’ come scoperchiare il vaso di Pandora.

(8) Si dice che persone e tendenze possano essere considerate “popolari” quando diventano oggetto di satira. Accettando come buona la tesi, l’indie ottenne la patente di fenomeno di successo (“fenomeno di cesso, ma sempre fenomeno era”, op. cit.) nel 2012, con la pubblicazione su disco di una manciata di canzoni che lo celebravano. Erano celebrazioni giocate in modo differente ma sempre efficaci nel mettere in risalto, in modo ora velato e ora esplicito, alcuni aspetti discutibili del mondo musicale cosiddetto alternativo in cui i loro autori si muovevano; tutte assieme – ce ne saranno di sicuro altre, magari pure precedenti, ma questo “blocco” è significativo proprio per la concomitanza della diffusione – inquadrano a meraviglia molti elementi-base della materia analizzata nella nostra paginetta.
Majorindielosersuperstar di Amerigo Verardi e Marco Ancona (dall’album Il diavolo sta nei dettagli) e Ho poca fantasia di Nicolò Carnesi (da Gli eroi non escono il sabato, il suo esordio) sono canzoni concettualmente e poeticamente alte, che a loro modo “pungono” ma che non cadono nel ridanciano. Al contrario, Indiesposto degli U’Papun – da Cabron! – è spiritosa e, benché il testo sia piuttosto generico, rivela il suo bersaglio con il titolo, con qualche scampolo del videoclip e con alcuni versi che potrebbero irritare certi estremisti del politicamente corretto (“quest’anno indosso le scarpe da ballerina anche se sono chiattona”, per citare il più diretto). È invece impossibile equivocare Idroscalo, da Bacio battaglia di Fausto “Edipo” Zanardelli, una dedica al “MI AMI” della quale bisognerebbe riportare per intero il divertentissimo, caustico testo in cui affiorano gemme come “non andrò al MI AMI perché la cantante del mio gruppo non è abbastanza figa”, “non andrò al MI AMI perché ho già saputo ci va un’altra band che è simile alla mia ma loro son più magri” e “non andrò al MI AMI anche se quest’inverno in un locale che è gestito da un mio amico una volta ho aperto Dente”. L’apoteosi assoluta dell’autoreferenzialità indie è stata però toccata con Sono così indie de Lo Stato Sociale, da Turisti della democrazia: uno zibaldone di luoghi comuni del “circuito” che suscita sia ribrezzo e voglia di irrorare di napalm come nella scena iniziale di Apocalypse Now, sia ammirazione per l’autoironica sagacia con cui la non-band ha messo in atto il suo diabolico progetto di ascesa. Roba che non si può proprio liquidare in poche righe e sulla quale, inevitabilmente, si ritornerà il mese prossimo.

(9) Si era anticipato che questo mese la nostra piccola storia dell’indiesfiga avrebbe ripreso il discorso sul brano Sono così indie ed eccoci qui, anche se ovviamente è impossibile farlo senza spendere qualche parola sulla band che lo ha proposto, Lo Stato Sociale, famosa anche prima dell’exploit sanremese del 2018 con il tormentone Una vita in vacanza. Varato a Bologna sul finire del decennio scorso, il progetto aveva conquistato discreti consensi underground con due EP marchiati Garrincha Dischi, Welfare Pop (2010) e Amore ai tempi dell’Ikea (2011). La stessa etichetta, nel 2012, aveva pubblicato Turisti della democrazia, primo album contenente appunto Sono così indie: un pezzo spiritoso (massì!) che su una base synth-pop di rara banalità metteva (brillantemente) in fila, oscillando tra il serio e il faceto, un’infinità di luoghi comuni del circuito di riferimento del gruppo. Gruppo per il quale la musica era solo un pretesto per cazzeggiare (prima) e per “svoltare” (dopo, cioè una volta capito che l’idea poteva funzionare benissimo) allestendo un surreale teatrino citazionista che attingeva ispirazione da Skiantos e Offlaga Disco Pax.
La somma paraculata, della quale non si può non riconoscere la genialità, fu però il videoclip della canzone, realizzato interamente con un iPhone 4 e interpretato – riprese e voci – dai ragazzi e da un numero folle di protagonisti maggiori e minori dell’indie autoctono (ne cito solo alcuni andando a memoria: Federico Fiumani, UFO degli Zen Circus, 99 Posse, Marta sui Tubi, Giorgio Canali, Brunori Sas e Fast Animals And Slow Kids, ma c’è persino Caparezza). Una cosa che gli illustri ospiti avranno affrontato in totale scioltezza, per simpatia e per ridere, non immaginando nemmeno alla lontana che a breve quelle facce da schiaffi dalle quali erano stati coinvolti sarebbero diventati stelle del nuovo pop italico, ben più osannati e “ricchi” di quasi tutti loro. Nel momento in cui sto stendendo queste confuse righe, sul canale della Garrincha il video ha raccolto 326.552 visualizzazioni (oggi, 30 settembre 2022, sono 340.789), che in assoluto non sono poche ma che spariscono al confronto con i milioni di certa merda di provenienza “indie” che la mia tastiera si rifiuta persino di scrivere; al di là dei numeri, su quell’endorsement collettivo Lo Stato Sociale ha comunque fondato la notorietà e la “credibilità” che gli hanno consentito di diventare ciò che poi è diventato. “Un “fenomeno di successo / fenomeno di cesso / ma sempre fenomeno era”, per citare i maestri Squallor.
(continua?)

 

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Categorie: articoli, cazzeggi | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Indiesfiga story (2)

  1. Riccardo

    direi che potrebbe continuare

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