cazzeggi

Indiesfiga story (1)

All’inizio del 2018 Riccardo De Stefano mi chiese se avessi voglia di inventarmi una rubrichina fissa per ExitWell, il free magazine da lui diretto; di norma non lavoro gratis se non per me stesso, ma gli amici sono amici e gli dissi di sì. Avevo del resto un’idea più o meno ispirata da questa serie di recensioni: una storia a puntate del cosiddetto Indiesfiga, sottotitolata “Note semiserie sulla musica che (purtroppo) gira intorno”. Ne uscirono otto episodi e il nono, già scritto, rimase inedito perché la rivista cambiò impostazione, ma se la cosa fosse continuata sarebbero stati molti di più. Ho pensato allora di recuperare quanto già esistente qui sul blog, in due parti, lasciando tutto esattamente come era in origine, ovvero con i riassuntini delle puntate precedenti dai quali una pubblicazione “seriale” non poteva certo prescindere. Spero che leggerle vi diverta almeno quanto mi sono divertito io a scriverle.

(1) In giorni non troppo lontani, il termine “indie” – spesso legato a “rock” – veniva per lo più utilizzato per indicare musica bella e creativa opera di artisti che non avrebbero disdegnato un posto al sole ma che intendevano condurre il gioco secondo le proprie regole. In seguito, a cavallo tra secondo e terzo millennio, il vocabolo assunse significati più ampi, e qui da noi venne di solito associato a gruppi che per lo più cantavano in inglese e proponevano musica ispirata da band americane come Pixies, Sonic Youth e/o Pavement. C’era anche chi adottava l’italiano, ma al di là dell’idioma preferito per i testi le proposte “indie” erano appannaggio di una cerchia ristretta e (più o meno) eletta di appassionati, che ne esaltavano i valori reali o presunti e le elevavano a sorta di autocompiaciuta antitesi al becero nazionalpopolare. Questo produceva un curioso effetto: tutti gli esponenti della categoria si lagnavano per gli scarsi riscontri ottenuti fuori dal circuito carbonaro, ma se per caso qualcuno riusciva a sporgere il capo oltre il muro del ghetto, su di lui piovevano immancabili accuse di tradimento e meretricio. Situazioni già viste, a conferma di come gli umani siano bravissimi a far finta di non vedere le lezioni della Storia.
Sia come sia, attorno alla metà dello scorso decennio la parolina derivata da “independent” – le piccole strutture discografiche che a partire dal periodo punk e dopo-punk sostenevano l’underground, ponendosi come alternativa alle major – cominciò a diventare sinonimo di altro: persino di fenomeno generazionale, con le sue norme di condotta sociale (buffi dress code compresi) e di ascolti giusti/sbagliati. Arduo identificare con precisione il punto di non ritorno, ma un evento cruciale fu l’uscita – era il maggio del 2008 – di Canzoni da spiaggia deturpata, il peraltro validissimo e a suo modo geniale album d’esordio de Le Luci della Centrale Elettrica. Quando l’angosciata e angosciosa quotidianità narrata da Vasco Brondi in brani tanto sgraziati e visionari quanto evocativi approdò al successo quasi di massa, nulla fu più come prima, e in un attimo quella che voleva essere catarsi da sfiga cosmica si trasformò in celebrazione della sfiga stessa. A Brondi non si possono imputare colpe, ma il pluricitato verso dalla sua “La lotta armata al bar” – “che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni Zero”, ovviamente – è un’ottima base di partenza per riflettere su questi cazzo (o magari stracazzo?) di anni Dieci.

(2) Come visto il mese scorso, l’uscita nel maggio del 2008 del primo album di Vasco Brondi/Le Luci della Centrale Elettrica (Canzoni da spiaggia deturpata) è stata il “big bang” del processo di conversione dell’indie rock italico da fenomeno solo musicale a realtà di assai più ampia risonanza, sia in termini di attenzione da parte dei media generici e di una platea non più di ultranicchia, sia per quanto riguarda le presenze ai concerti e i dischi venduti. Con naturalezza e suo malgrado, l’allora ventiquattrenne ferrarese d’adozione si era trovato a indossare i panni del portabandiera di una nuova “generazione di sconvolti che non ha più santi né eroi”, per dirla con il Vasco più famoso, e a raccogliere dunque un consenso vasto e trasversale. Merito del sound agrodolce e soprattutto dei testi all’insegna del cut-up caro a William Burroughs (e al giovane Manuel Agnelli), fascinosi ed efficaci nel loro lucido delirio di citazioni e immagini d’impatto; differentemente da quanto verificatosi con altri esponenti del nostro indie che in passato avevano destato scalpore anche fuori dal ghetto, ovvero gli Offlaga Disco Pax di Socialismo tascabile (2005) e Il Teatro degli Orrori di Dell’impero delle tenebre(2007), il suo flusso di coscienza – comunque “colto” – colpiva dritto il bersaglio senza bisogno di filtri intellettuali. Lo stesso sarebbe a breve accaduto con Dente, esploso con il terzo album L’amore non è bello (2009), che di Brondi può essere considerato un “gemello diverso”; chi pensi che l’accostamento sia forzato, si ricreda ascoltandoli eseguire assieme proprio la Siamo solo noi sopracitata in Deviazioni, compilation-tributo a Vasco Rossi allegata nel 2008 alla rivista “Mucchio Extra”.
Non è quindi errato vedere in Dente e in Brondi i prototipi (involontari e incolpevoli, sia chiaro) di una buona parte dell’indie odierno e, per forza di cose, del suo fratello degenere denominato scherzosamente (?) “indiesfiga” di cui attraverso questa colonnina seriale vorremmo presto o tardi riuscire a disegnare un credibile identikit. In quei lontani giorni del 2008/2009 non si poteva certo immaginare da quali calamità saremmo stati travolti quando quelle espressioni sincere e se vogliamo coraggiose di due personalità atipiche – in apparenza poco commerciabili, quantomeno sulla lunga distanza – sarebbero divenute canone da imitare per cercare di conquistare un quarto d’ora di pseudo-gloria. Dente e Brondi avevano già detrattori e hater, ok, ma nessuno li reputava portatori sani di un terribile virus.

(3) Sebbene si sia arrivati alla terza puntata, di “indiesfiga” propriamente detto non si è parlato, né lo si farà qui; non si è infatti ancora conclusa l’analisi dei prodromi del fenomeno, avviata focalizzando l’attenzione su Le Luci della Centrale Elettrica e Dente. A favorire ulteriormente la propagazione della piaga fu l’uscita nel giugno 2009 di Vol.1, il debutto di Dario Brunori in arte Brunori Sas, ennesimo cantautore “nascosto” – lui meno di altri: almeno, ci ha messo il (cog)nome – dietro una sigla da band. Edito dall’etichetta indipendente Pippola Music, l’album ottenne il plauso pressoché unanime della critica – Premio Ciampi e Targa Tenco come migliore esordio dell’anno, mica bruscolini – e servì da base per un lungo tour con il quale l’allora quasi trentaduenne cosentino acquisì popolarità fuori dal circuito “alternativo” e non solo al suo interno.
Essenziali e un po’ ruvidi, quei brani di Brunori vantano testi efficacissimi nel dipingere quadretti di vita vissuta intrisi di maggiore o minore nostalgia, a loro modo poetici e più ponderati/ricercati di quanto si potrebbe ritenere di primo acchito. Testi che suscitano istintiva simpatia – come il loro autore, che sul palco sa sempre essere comunicativo e divertente – e che conquistarono tanti anche per il modo apparentemente senza filtri con il quale venivano intonati, talvolta con un approccio graffiante e “sgarbato” che fece fiorire paragoni non pretestuosi con il corregionale Rino Gaetano, vivissimo nella memoria collettiva a dispetto della prematura scomparsa nel 1981. Può sembrare bizzarro, ma il successo di quel Brunori lì – comprensibilmente diverso da quello attuale, assai più maturo – accese nella mente di troppi suoi aspiranti colleghi la temibilissima scintilla dell’emulazione, la sindrome del “se è andata bene a lui, perché non potrebbe capitare a me?”. La risposta logica da darsi sarebbe stata “perché lui ha talento e tu no, mezza sega, trovati un lavoro vero invece di sognare una carriera da artista”, ma disgraziatamente la storia degli ultimi anni ha dimostrato che il talento, pur non essendo un optional superfluo come l’accensione automatica dei tergicristalli dell’auto, non è indispensabile come sarebbe sacrosanto che fosse. Probabile che Dario Brunori, o Brunori Sas che dir si voglia, non si sia reso conto dei danni causati e questo, assieme alle medaglie poi conquistate con merito sul campo, lo deve esentare dall’essere bersaglio di eventuali censure al grido di “dagli all’untore!”.

(4) Il processo che da “Indie” ha condotto a “Indiesfiga” non ha avuto come detonatore solo l’attività di alcuni artisti che facevano il loro e certo non potevano prevederne i tragici sviluppi. Occorreva un vessillo-stendardo-gonfalone sotto il quale raccogliere quanti di sfiga erano portatori sani e di solito inconsapevoli, affinché scoprissero di essere tanti – “saltellanti, scintillanti, sorprendenti“, come cantava nel 1978 Alberto Camerini – e di conseguenza fichi/fighi/cool, singoli elementi di un movimento di pensiero (lo so, fa ridere, ma è per capirsi) che predicava senza dirlo esplicitamente uno stile di vita diverso-buono-giusto-bello. Una volta creata la “bandiera”, il polo di aggregazione, una macchina della propaganda oliata a dovere avrebbe ampliato rapidamente la moltitudine – è noto: tutti affermiamo di voler essere solo noi stessi, ma poi ci irreggimentiamo dovunque – e innalzato allo status di semi-divinità, con tutti i relativi vantaggi pratici, gli ideatori nonché detentori della sacra fiaccola. Nulla di nuovo, insomma.
Per quanto concerne il nostro Indiesfiga, il catalizzatore totemico fu il “MI AMI”, emanazione del sito più seguito e importante tra quelli che si interessano di musica italiana, Rockit.it: un festival speculare a quelli esteri, con più giornate, più palchi e più situazioni parallele, ma dedicato esclusivamente alle realtà più o meno alternative del Paese che sembra una scarpa. Una rassegna così poteva funzionare solo a Milano, la città delle mode/tendenze/trend, e infatti il “MI AMI” – acronimo per “Musica Importante a Milano” – fu lanciato proprio lì. Il fatto che ciò sia avvenuto nel 2005, quando “Indie italiano” e “business” erano ancora parole che non potevano stare nella stessa frase, mi fa pensare che gli organizzatori fossero guidati da nobili propositi culturali e non fossero geni del male. Non ho mai voluto indagare sul serio perché i ragazzi di Rockit – che oggi ragazzi non sono più tanto – mi sono da sempre cari, anche se devo ammettere che lo slogan “il festival della musica bella e dei baci” – trovata di marketing brillante, non ci piove – mi provoca violenti attacchi di orticaria dalla prima volta che mi è apparso sotto gli occhi. Si sa che le strade dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni e dunque è andata com’è andata. Senza il “MI AMI” l’Indiesfiga si sarebbe propagato ugualmente ma forse sarebbe stato meno infestante; o magari no, ma comunque sarei molto curioso di sapere cosa sarebbe accaduto se…
(continua)

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Web-bizzarrie (2)

Frequento il Web dal 1995, sono su Facebook dal 2009 e in tutti questi anni, nel mondo virtuale, mi sono trovato mio malgrado coinvolto in un bel po’ di cose piuttosto curiose. In questa serie ne racconto alcune: sia appena accadute, sia relative al passato. Un avvertimento: anche se hanno una specie di “morale”, le questioni sono comunque del tutto autoreferenziali.

Non prevedevo di allungare la serie così presto, ma visto che questa vicenda è recentissima perché non raccontarla in tempo reale? Allora… ieri, 11 marzo, sono stato taggato dalla pagina Facebook “Afterhours Fan Club”. Nel post, del quale riporto qui sotto lo screenshot, si riportava uno stralcio della mia “storica” recensione di Hai paura del buio? degli Afterhours, in riferimento al venticinquesimo compleanno del disco.
After 1Immediatamente dopo aver letto il post mi sono accorto che qualcosa non tornava: non avevo dubbi sul fatto che Hai paura del buio? fosse stato pubblicato sì nel 1997, ma in autunno. Fatte le verifiche del caso, perché della memoria è sempre meglio non fidarsi, ho scritto all’amministratore della pagina, con il quale mi era già capitato di scambiare qualche parola via messenger, e gli ho comunicato l’errore, inviandogli poi le stesse spiegazioni che potete leggere nel mio commento più in basso e una foto di una pagina del Mucchio Selvaggio (un numero del settembre 1997, il 274 o il 275) nel quale si annunciava l’imminente uscita del disco per il 20 ottobre. Lui mi ha risposto che la data dell’11 marzo 1997 era quella riportata da Wikipedia, che la pagina “festeggiava” da anni festeggiava la ricorrenza l’11 marzo e che anche altre pagine e siti facevano lo stesso, ma che le mie osservazioni erano inattaccabili. E, quindi, ha pubblicato un secondo post, che riporto qui.
After 2
Non sono certo andato a controllare per quanto tempo la data di uscita sballata è stata lì su Wikipedia, ma ho capito subito da cosa era stato provocato l’errore: dal fatto che l’11 marzo del 2014 aveva visto la luce l’edizione celebrativa doppia del disco e che, quindi, qualcuno ha pensato che la sua uscita fosse stata fatta coincidere con il giorno di uscita del disco originale. Non so a voi, ma per come la vedo io è paradossale che su Wikipedia ci fosse una simile vaccata (che naturalmente ho corretto; voi che dite, arriverà qualche genio a rimettere quella sbagliata?) a proposito di un album tanto importante: anticipare di oltre sette mesi la data di pubblicazione è indubbiamente un po’ troppo, e non sarebbe mai e poi mai successo se chi ha riportato la falsa notizia avesse semplicemente cercato fonti del 1997. E qui si torna al solito discorso di come sia assurdo che la Rete faccia molto spesso riferimento solo a fonti “di Rete” piuttosto che a fonti (di carta) d’epoca, che per cose di questo tipo sono di norma molto più affidabili. Sarebbe il caso che più persone informate dei fatti reali intervenissero a correggere le vaccate di Wikipedia (io quando le noto e ho tempo lo faccio, ma di tempo ne ho poco), onde evitare che rimangano per sempre e continuino a diffondersi.

Web-bizzarrie (1)

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Web-bizzarrie (1)

Frequento il Web dal 1995, sono su Facebook dal 2009 e in tutti questi anni, nel mondo virtuale, mi sono trovato mio malgrado coinvolto in un bel po’ di cose piuttosto curiose. In questa serie ne racconto alcune: sia appena accadute, sia relative al passato. Un avvertimento: anche se hanno una specie di “morale”, le questioni sono comunque del tutto autoreferenziali.

Il 2 marzo scorso, giorno del compleanno di Lou Reed, su due pagine Facebook (una personale, una di un gruppo pubblico) è apparso il post qui sotto, che si allacciava a un altro post di due anni prima, sempre dello stesso autore. Ho oscurato ogni riferimento perché mi interessa solo esporre i fatti e non “attaccare” chicchessia.
Webbizzarrie1In sintesi, benché in modo “simpatico”, sono stato accusato di avere copiato da Facebook un breve commento a un concerto di Lou Reed del lontano 1992, accusa ribadita anche in un commento qui sul blog (che ho cancellato ora che tutto si è risolto). So bene che l’usanza di “rubare” scritti altrui è molto diffusa (un tale che molto in teoria sarebbe mio collega lo fa tranquillamente, giustificandosi in questo modo: “se un altro ha scritto esattamente quello che volevo scrivere io, perché non copiaincollarlo? Le parole sono di tutti”), ma io la vedo diversamente e le rare volte che riprendo qualcosa di qualcun altro riporto sempre la fonte, per cui un minimo mi sono girate. Anche per l’assurdità della faccenda: il mio post, quello che avrei plagiato, risale al 27 gennaio 2016, cioè più di quattro anni prima. Con qualche difficoltà, sono riuscito a contattare chi mi incolpava, esponendo le mie ragioni. Ragioni che ritengo siano state ritenute valide, visto che ieri, nello stesso gruppo pubblico, è stato riportato il post qui sotto.
Webbizzarrie2Quindi, in sintesi, è stato detto a chiare lettere che – ovviamente – non avevo copiato nulla. L’ipotesi più logica per spiegare l’accaduto è che l’autore del post aveva copiato me (o qualcun altro che aveva copiato da me), per poi dimenticarsi di averlo fatto e, conseguentemente, “denunciarmi” per furto di scritti senza nemmeno controllare la data del mio primo post; anche perché gli scritti non si somigliano, ma sono assolutamente identici. Ho accettato comunque le scuse, ci mancherebbe altro, e senza strascichi rancorosi. 
Di questa curiosa vicenda ho parlato con il mio amico Giorgio, che tra le altre cose mi ha fornito questa interessante riflessione: “è anche abbastanza emblematico, perché leggiamo così tante stronzate sui social che ognuno crede che nella sua bolla può fare quello che gli pare, convinto che rimanga tutto in quel contesto; invece, non è per niente così”. Esatto. Per questo credo che chiunque, prima di scrivere qualsiasi cosa di denigratorio nei confronti di qualcun altro, dovrebbe quanto meno riflettere se sia il caso di farlo; e, soprattutto, verificare bene la fondatezza di quello che scrive. Poi, sì, lo so che sono (forse) troppo suscettibile e tignoso, ma sono fatto così e non ho alcuna intenzione di cambiare. 😀

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Il punk è nato in Perù

Los Saicos

Serie “Puttanate”, n.1
Necessaria premessa. Pur avendo più di qualche riserva sul modo in cui funziona, sono un sostenitore di Wikipedia: mi capita di “perder tempo” a correggere eventuali vaccate che ci trovo e non mi tiro indietro alle periodiche richieste di un contributo per sostenerla. Tutto chiaro? Ok, allora vi racconto che, sulla pagina/scheda/voce (italiana) dedicata al punk rock, ho dovuto rileggere più di una volta per convincermi che, sì, c’era scritto proprio “Le origini di questo genere musicale sono da ricercarsi sostanzialmente all’interno delle scene rock di Detroit e di New York e di Lima verso la fine degli anni Sessanta del XX secolo, quando gruppi come The Velvet Underground, MC5, Los Saicos e Stooges svilupparono uno stile che iniziava a distaccarsi dalle convenzioni tecniche del rock “classico” in favore di forme espressive maggiormente basate sull’impatto sonoro”. Dunque, vediamo… Detroit e New York ok, ma… Lima?!? Velvet Underground, MC5, Stooges ok, ma… Los Saicos?!? Poco più sotto, si spiega che “i Los Saicos, una band di garage rock peruviana originaria di Lima, vengono oggi considerati un’importante formazione proto-punk”. Buono a sapersi, ma chi è che attribuisce questa importanza al gruppo? Clicco sul link corrispondente alla nota n.3 e arrivo a un articolo del “Guardian” datato settembre 2012, che porta avanti con leggerezza – diciamo che era un pezzo “di colore” – questa singolare tesi. A corredo c’è un video in cui il batterista Pancho Guevara mostra anche una targa sul muro di un palazzo che in qualche modo attribuisce al gruppo la qualifica di “inventori del punk” per via della loro attività nei Sixties (documentata da quattro 45 giri pubblicati nel 1965/1966), interrotta a lungo e poi ripresa una quindicina di anni fa. La “prova” sarebbe in particolare un brano, Demolición, palesemente ricalcato sulla celeberrima Surfin’ Bird degli americani Trashmen, un grande successo del 1963 – fu n.4 USA – che ispirò decine se non centinaia di gruppi in tutto il mondo. Trattasi insomma di una simpatica scopiazzatura che, oltretutto, è un caso quasi a parte nel repertorio del quartetto, com’è facile riscontrare ascoltando una delle sue tre antologie uscite tra il 1999 e il 2010.
Il punto, ovviamente, non è se Los Saicos fossero validi o meno (ognuno può giudicarlo da sé, stanno pure su Spotify), ma che qualcuno, dopo aver letto l’articolo del “Guardian” (che tra l’altro, nei commenti, è ferocemente criticato e deriso), abbia avuto l’idea di inserirli su Wikipedia in quanto precursori del punk alla pari di Velvet Underground, MC5 e Stooges. Una roba del genere può essere fatta per tre ragioni, o almeno a me vengono in mente solo queste: per cazzeggiare, pensando “vediamo se qualcuno se ne accorge” (e nel caso la qualifica di “stronzo” se la merita tutta); per ignoranza, perché se si mette una oscura band peruviana sullo stesso livello di Velvet Underground, MC5 e Stooges è scontato che non si conosca la materia della quale si sta scrivendo; per quella che definisco “fenomenite”, ovvero la sempre più diffusa tendenza a credersi più informato e furbo della massa, con relativa voglia di dichiararlo tronfiamente al mondo (nella categoria rientrano pure quelli che puntano a riscrivere la Storia basandosi su loro convinzioni di solito bislacche).
Dato che il mondo è pieno di squilibrati, non mi stupirei se qualcuno commentasse che sono io a non capirci nulla e che Los Saicos strameritano che i lettori italiani di Wikipedia – soltanto quelli italiani: va da sé che nella pagina “punk rock” inglese nessuno si è sognato di aggiungere lo scoop – li reputino antesignani del punk fondamentali tanto quanto i tre di cui sopra. Intanto, oggi stesso, correggerò la voce cancellando ogni riferimento al gruppo di Lima, sperando di non dover poi sostenere lunghe, surreali discussioni con qualche pasdaran di quella libertà di informare che troppo spesso sembra coincidere con la libertà di sparare cazzate.

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Il disco più strano che ho (14)

Paths Of Pain To Jewels Of Glory è una raccolta pubblicata nel 1983 dalla Phantom Records di Sydney che contiene quattordici brani – in larghissima parte già editi in precedenza – di band locali come Hoodoo Gurus, Sunnyboys, Visitors e Passengers. La stranezza? Le quattro facciate (fronte, retro e busta interna) omaggiano spiritosamente i primi quattro album di studio dei Velvet Underground: Velvet Underground With Nico, con al posto della banana un calzino “sbucciabile” (accanto lo slogan dell’etichetta “the big beat in the heart of the vinyl jungle”; sotto il calzino, ovviamente, c’è un piede, quello di uno dei fondatori della label, Dare Jennings); White Light / White Heat con in sovraimpressione, invece del teschio, un piede mozzato da un treno; The Velvet Underground con i due titolari nelle pose di Lou Reed e Sterling Morrison; Loaded con dei calzini che escono dall’ingresso della metropolitana. L’oggetto è fichissimo (non solo concettualmente) e i contenuti sono ottimi; al momento su Discogs se ne trovano a prezzi quasi normali varie copie, una delle quali venduta da un negozio italiano e quindi assai conveniente a livello di spese postali.

Paths Of Pain copIl disco più strano che ho 1: Shadowy Men On A Shadowy Planet
Il disco più strano che ho 2: Tampax
Il disco più strano che ho 3: Diaframma/Litfiba
Il disco più strano che ho 4: The “You’ll Hate This Record” Record
Il disco più strano che ho 5: Johnny And The Dicks
Il disco più strano che ho 6: A Tribute To Billy Joel
Il disco più strano che ho 7: Gusto Forte
Il disco più strano che ho 8: The Music Maniac ‘Gimmick’ Compilation
Il disco più strano che ho 9: King Kurt
Il disco più strano che ho 10: Damned
Il disco più strano che ho 11: Flaming Lips
Il disco più strano che ho 12: Sex
Il disco più strano che ho 13: The Silent Pistols

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L'ultima Thule

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