cazzeggi

Il disco più strano che ho…

dovrebbe proprio essere questo. Si tratta di un 45 giri con due brani autoprodotto da una curiosa band “surf-punk” (giusto per trovare un’etichetta di comodo) di Toronto, Canada, chiamata Shadowy Men On A Shadowy Planet, dall’appropriatissimo titolo Explosion Of Taste. Il singolo è contenuto in una padellina di alluminio piena di chicchi di mais, eventualmente collocabile sui fornelli per trasformarli in pop corn. Quando lo comprai all’epoca dell’uscita, esattamente trent’anni fa, ne estrassi il vinile e richiusi la confezione; non so e non voglio sapere in che condizioni sia oggi il mais all’interno. Ignoro la tiratura, che comunque suppongo parecchio bassa; per la cronaca, l’unica copia attualmente in vendita su Discogs viene offerta a 219 dollari.

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Skiantos a fumetti

Sono ormai quarant’anni che gli Skiantos occupano un posto fisso nel mio cuore. Li ho scoperti con il singolo Io sono un autonomo/Karabignere Blues, ho acquistato in tempo reale Mono/Tono (ovviamente “giallo gastrite”), ho ricevuto dalle mani di Oderso Rubini la rarissima cassetta del primo album Inascoltable, li ho applauditi spesso dal vivo – la prémiere al Piper, 30 novembre 1978 – e ho avuto il grande piacere di chiacchierare più volte con Freak Antoni, che quindici anni fa mi permise anche di realizzare questa bella intervista); Freak per la morte del quale ho pianto sincere lacrime, perché pur avendolo conosciuto superficialmente lo sentivo più “amico” di tanti amici veri. Insomma, quando lo stesso Oderso Rubini di cui sopra mi ha invitato all’Esc Atelier per la presentazione della graphic novel L’irraccontabile Freak Antoni, non ho certo accampato scuse e ho risposto, con entusiasmo, “ok, ci vediamo lì”.
La presentazione, alla fine, l’ho persa. Mi sono presentato puntuale alle 17, ma alle 18 e 30 non era ancora cominciata e avevo un altro appuntamento ineludibile. Oltre a ricordare con Oderso i bei tempi andati, ho però conosciuto l’autore del libro, Francesco “Cisco” Sardano, bolognese d’adozione, tra l’altro una delle menti della rivista autogestita “Burp! Deliri grafico intestinali”; il barbuto ragazzone, veramente simpatico, mi ha fatto cortese omaggio del suo lavoro e ciò mi ha motivato ancor di più a leggerlo pressoché subito. Mi è piaciuto molto, dalla bella prefazione de Lo Stato Sociale – che musicalmente parlando mi disgustano oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che tutto sono fuorché stupidi – fino alla postfazione in perfetto stile Skiantos di Andrea “Jimmy Bellafronte” Setti, compreso il refuso nella cronistoria – ma magari, per qualche bizzarra ragione, è lì apposta – che fa nascere Freak nel 1964 invece che un decennio esatto prima. Anche se gli eventi raccontati con parole e bei disegni “caricaturali” (se così si può dire: insomma, il tratto non vuole essere realistico, e il tutto risulta estremamente efficace) sono in ordine, non si tratta di una classica storia: in pratica, si parla solo dei primi passi della band e della prematura scomparsa del nostro eroe, con uno splendido capitolo che ha come coprotagonista un’altra figura-chiave della scena bolognese, Steno dei Nabat. Tutto scorre benissimo, il mood è quello giusto, e se devo tirar fuori un appunto l’unico che mi viene in mente è proprio che avrei gradito “di più”, anche se quasi centocinquanta pagine non sono poche.
L’irraccontabile Freak Antoni è stato pubblicato – a maggio, apprendo; strano che mi sia sfuggito – dalla Becco Giallo e costa 17 euro. Dopodomani è natale, fate un po’ voi.

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La Trap

Negli ultimi due giorni, causa forzato stazionamento in sale di attesa, ho avuto modo di leggere un’infinità di commenti sulla trap scritti – davvero da chiunque – sulla scia dell’onda emotiva provocata dalla scaletta del Concertone di Piazza San Giovanni. Giovani che la esaltavano, giovani che la schifavano, vecchi che la schifavano, vecchi che la esaltavano non so se per apertura mentale o se per non sembrare, appunto, vecchi, giovani e vecchi che nemmeno sapevano di cosa stessero parlando ma che qualcosa dovevano dirla per forza, eccheccazzo. Per lo più chiacchiere ottuse/senza senso, motivate da questa esigenza che tutti sembrano avere di far sapere al “popolo del web” che esistono, camminano su questa terra e che sono persino in grado di formulare delle opinioni (e chi pensa “ma tu non stai facendo lo stesso?”, si ricordi che commentare la musica e ciò che le sta attorno è da una quarantina d’anni il mio lavoro).
L’unica cosa che non ho letto (il che non vuol dire che da qualche parte non ci sia, eh; io, però, non mi ci sono imbattuto) è che, al di là di ogni giudizio estetico, artistico e concettuale, più che prendersela con la trap e con i pischelli che la suonano e ascoltano, figli dei loro tempi e della società disastrata nella quale vivono/viviamo, dovremmo interrogarci su quanta responsabilità noi (più o meno) vecchi abbiamo sull’andazzo dei tempi e della società che l’ha generata, ‘sta benedetta/maledetta trap. Trap che a me, a scanso di equivoci, rivolta le budella oltre ogni umana e disumana immaginazione, ma che mi sono impegnato almeno un minimo a conoscere per questioni professionali. Va da sé che su di essa non mi importa di esprimermi compitamente, a meno che qualcuno non mi paghi (e molto bene) per farlo… ma è molto improbabile che accada, e quindi benissimo così.
PS: Chi si stia chiedendo che c’entra con l’argomento trattato l’immagine a corredo del post (che è di puro cazzeggio: in questa circostanza, non si commetta l’errore di prendermi troppo sul serio), provi a digitare “la trap” su Google images. Io l’ho fatto per curiosità, e quando ho visto i primi risultati non ho resistito alla tentazione di costruirci attorno un post; fosse saltato fuori Sfera ebbasta, avrei di sicuro evitato.

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I nomi più belli

Un post faceto, per puro cazzeggio, una volta ogni tanto ci può stare, no? Buon divertimento, o almeno spero.

Si dice che in linea di massima le band italiane di oggi, così come tanti cantautori che amano nascondersi dietro un’identità “da gruppo”, fatichino a inventare nomi decenti e ne adottino dunque di merda – e di merdissima – perché quelli buoni sono già tutti impegnati. Non è però andata sempre in questo modo, no: ci sono stati momenti in cui l’italica creatività partoriva sigle sociali irresistibili, soprattutto nell’ambito del rock demenziale e del punk. Eccovi cinque illuminanti esempi. Avrei voluto inserire anche i Peter Punk, ma quantomeno in certi ambiti sono parecchio conosciuti e sarebbe stato banale. Continua a leggere

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Tutti (?) i miei sbagli

Avviso: questo è un post autoreferenziale del tutto privo di motivi di interesse per chiunque non segua il mio lavoro o se ne infischi (anche giustamente, eh) delle dietrologie del giornalismo musicale. Il titolo non si riferisce al famoso brano dei Subsonica ma a qualcosa di personale, anche se il “tutti” non può essere interpretato letteralmente. Insomma, l’idea è dichiarare un tot delle boiate che mi è capitato di scrivere dal 1979 ai giorni nostri; “boiate” come a dire “vaccate”, “errori”, appunto “sbagli”. Dunque, non giudizi che il tempo ha modificato o strafalcioni grammaticali e sintattici (me ne sarà pure scappato qualcuno, ma elencarli sarebbe assai sterile): proprio autentiche fesserie derivate da fonti non corrette, distrazione, convinzioni sballate, momenti di confusione, lapsus, eccetera. Cose che di norma si tende a seppellire sperando non vengano mai alla luce e che, invece, ho tirato fuori per riderci su assieme; non sono felice di averle scritte, ci mancherebbe, ma le accolgo come inevitabile effetto collaterale del mio lavoro e non ho remore a metterle in piazza, sia perché rispetto alla quantità di quello che ho pubblicato sono davvero pochine, sia perché – contrariamente a quanto afferma gente che cerca di screditarmi o che non mi conosce bene – credo di possedere un buon senso dell’ironia e dell’autoironia. Ah, quasi dimenticavo: quando possibile, ho spiegato cosa abbia causato lo svarione; non per giustificarmi, ma solo per illustrare retroscena della mia professione che nessuno fuori dal giro potrebbe forse immaginare. Sono solo sette, come i Peccati Capitali, ma certamente in futuro ne salterà fuori qualcun altro.
Tutti i miei sbagliQuello che mi fece incazzare di più
Pearl Jam. Nella scheda di No Code, inserita nell’articolo sui “100 album fondamentali” degli anni ’90 pubblicato sul n.1 (Inverno 2001) del Mucchio Extra, si può leggere “senza ovviamente trascurare le ballate passionali e avvolgenti (Corduroy, Better Man, Immortality)”; e tutti sanno che i tre brani sono contenuti nell’album precedente della band di Seattle, Vitalogy. È successo che in origine avevo scritto di Vitalogy ma poi, riflettendoci ancora su, ho pensato che No Code sarebbe stato più adatto; la scheda si prestava ad essere “riadattata” e così ho fatto, dimenticandomi però di sostituire con “Red Mosquito, Around The Bend, Present Tense e la più energica Mankind” i titoli in parentesi. Nel libro dei “500 dischi”, approntato non molto tempo dopo, l’errore è stato corretto, ma quando nel 2012 – con la faccenda ormai rimossa dalla memoria – mi sono dedicato a quello dei “1000 dischi”, ho tragicamente ripreso il file vecchio; e così, nella prima tiratura dei “1000 dischi” (solo in quella, per fortuna), lo scempio è stato rinnovato.

Quello più bislacco
Vinicio Capossela. Quando lo intervistai per il dossier apparso sul Mucchio Extra n.10 (Estate 2003), poi ripreso nel libro Voci d’autore, il cantautore mi raccontò che le radici della sua famiglia erano “nella valle dell’Ofanto”. All’epoca, che il padre fosse di Calitri e la mamma di Andretta non era scritto davvero da nessuna parte e così, dato che il fiume Ofanto sfocia nell’Adriatico e attraversa per un bel tratto la Puglia, non sapendo dell’esistenza di una zona dell’Irpinia chiamata proprio “Valle dell’Ofanto”, interpretai quel “valle” come “parte terminale”. Righe più sotto, volendo giocare sui luoghi di origine, di nascita e di crescita di Vinicio, lo definii “pugliese di Germania che il Fato ha trapiantato in Emilia”. Adesso, ogni volta che mi capita di pensare alla Puglia che tanto amo, nella mente si materializza la storia del “pugliese di Germania”.

Quello che tutto sommato mi fa sorridere
Red Temple Spirits. Numero 17 di “Velvet” del febbraio 1990, recensione del secondo LP dei magnifici Red Temple Spirits, If Tomorrow I Were Living For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More. Sì, c’è proprio scritto “il magnetismo del canto della sacerdotessa Dallas Taylor”. Peccato che nella band californiana ci fossero solo uomini e che Dallas Taylor ne fosse il chitarrista (alla voce c’era William Faircloth); vero che nelle fotocomposizioni succedeva di tutto e di più, dato che i testi dattiloscritti si consegnavano all’apposito service – i computer privati ancora non erano molto diffusi – dov’erano ribattuti da persone che badavano alla velocità e non alla precisione, per poi essere corretti in bozza, ma sarei tuttora curiosissimo di sapere come andò.

Quello che… vai a capire
Hüsker Dü. Nel 1994 la Warner Bros pubblicò un live postumo del trio di Minneapolis, The Living End, di cui mi occupai su “Rumore” (era il n.47). Nella recensione si legge: “con le cover di You Keep Me Hanging On di Holland/Dozier/Holland e Sheena Is A Punk Rocker dei Ramones”. OK per i Ramones, ma l’altra manca; nella scaletta c’è invece Keep Hanging On, un famoso pezzo (a firma Grant Hart) degli stessi Hüsker Dü, ma tenderei a escludere di aver scambiato Keep Hanging On per You Keep Me Hanging On. Ricordo comunque di aver ricevuto, al tempo, una lettera di un “hater” (sì, esistevano anche prima della posta elettronica) che mi dava dell’ignorante, dell’incompente e del cretino, e che una spiegazione più o meno logica avevo pure saputo dargliela, ma oltre vent’anni dopo ricordare è arduo.

Quello più assurdo
The Clash. Nel n.93 di “Rockerilla”, maggio 1988, scrissi una monografia dei Clash, gruppo che – comprensibilmente: il punk storico è la mia prima “specializzazione” – conosco più che bene. Ciò non mi impedì di collocare l’allontanamento di Mick Jones (settembre 1983) prima di quello di Topper Headon (maggio 1982); come sia potuto incorrere in una topica così grossolana, specie trattandosi di una band della cui storia si sapeva praticamente tutto, rimarrà per sempre ignoto.

Quello quasi invisibile
Dave Provost. Nel n.77 del Mucchio, giugno 1984, scrivendo dei Dream Syndicate, spesi due parole sulla loro line-up più recente, quella con “Dave Provost (ex Distorted Levels) al posto della dimissionaria Kendra Smith”. I Distorted Levels non avevano però alcuna relazione con Provost (proveniente dai Droogs), ma erano il gruppo in cui aveva militato Greg Prevost, poi Chesterfield Kings e, tra l’altro, cantante e non bassista. Colpa dell’assonanza dei cognomi? Probabile. Ma perché abbia citato i Distorted Leves, che non conosceva nessuno e avevano all’attivo un unico, oscurissimo 45 giri, invece dei ben più noti Chesterfield Kings, rimane un beato mistero.

Quello che mi perdono
My Bloody Valentine. Nel 1985 recensii in breve sul Mucchio il mini d’esordio This Is Your Bloody Valentine, attribuendo a Kevin Shields e soci nazionalità tedesca. Avevo acquistato il disco appena uscito in un negozio, della band non avevo letto nulla da nessuna parte né si trovavano informazioni, l’etichetta era di Berlino, i brani erano stati incisi lì e dei musicisti erano riportati, almeno accanto ai relativi strumenti, solo i nomi di battesimo. Il dubbio che potessero essere originari di un’altra nazione non mi sfiorò neppure, credo.

Categorie: cazzeggi, memorie | 2 commenti

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