cazzeggi

Web-bizzarrie (2)

Frequento il Web dal 1995, sono su Facebook dal 2009 e in tutti questi anni, nel mondo virtuale, mi sono trovato mio malgrado coinvolto in un bel po’ di cose piuttosto curiose. In questa serie ne racconto alcune: sia appena accadute, sia relative al passato. Un avvertimento: anche se hanno una specie di “morale”, le questioni sono comunque del tutto autoreferenziali.

Non prevedevo di allungare la serie così presto, ma visto che questa vicenda è recentissima perché non raccontarla in tempo reale? Allora… ieri, 11 marzo, sono stato taggato dalla pagina Facebook “Afterhours Fan Club”. Nel post, del quale riporto qui sotto lo screenshot, si riportava uno stralcio della mia “storica” recensione di Hai paura del buio? degli Afterhours, in riferimento al venticinquesimo compleanno del disco.
After 1Immediatamente dopo aver letto il post mi sono accorto che qualcosa non tornava: non avevo dubbi sul fatto che Hai paura del buio? fosse stato pubblicato sì nel 1997, ma in autunno. Fatte le verifiche del caso, perché della memoria è sempre meglio non fidarsi, ho scritto all’amministratore della pagina, con il quale mi era già capitato di scambiare qualche parola via messenger, e gli ho comunicato l’errore, inviandogli poi le stesse spiegazioni che potete leggere nel mio commento più in basso e una foto di una pagina del Mucchio Selvaggio (un numero del settembre 1997, il 274 o il 275) nel quale si annunciava l’imminente uscita del disco per il 20 ottobre. Lui mi ha risposto che la data dell’11 marzo 1997 era quella riportata da Wikipedia, che la pagina “festeggiava” da anni festeggiava la ricorrenza l’11 marzo e che anche altre pagine e siti facevano lo stesso, ma che le mie osservazioni erano inattaccabili. E, quindi, ha pubblicato un secondo post, che riporto qui.
After 2
Non sono certo andato a controllare per quanto tempo la data di uscita sballata è stata lì su Wikipedia, ma ho capito subito da cosa era stato provocato l’errore: dal fatto che l’11 marzo del 2014 aveva visto la luce l’edizione celebrativa doppia del disco e che, quindi, qualcuno ha pensato che la sua uscita fosse stata fatta coincidere con il giorno di uscita del disco originale. Non so a voi, ma per come la vedo io è paradossale che su Wikipedia ci fosse una simile vaccata (che naturalmente ho corretto; voi che dite, arriverà qualche genio a rimettere quella sbagliata?) a proposito di un album tanto importante: anticipare di oltre sette mesi la data di pubblicazione è indubbiamente un po’ troppo, e non sarebbe mai e poi mai successo se chi ha riportato la falsa notizia avesse semplicemente cercato fonti del 1997. E qui si torna al solito discorso di come sia assurdo che la Rete faccia molto spesso riferimento solo a fonti “di Rete” piuttosto che a fonti (di carta) d’epoca, che per cose di questo tipo sono di norma molto più affidabili. Sarebbe il caso che più persone informate dei fatti reali intervenissero a correggere le vaccate di Wikipedia (io quando le noto e ho tempo lo faccio, ma di tempo ne ho poco), onde evitare che rimangano per sempre e continuino a diffondersi.

Web-bizzarrie (1)

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Web-bizzarrie (1)

Frequento il Web dal 1995, sono su Facebook dal 2009 e in tutti questi anni, nel mondo virtuale, mi sono trovato mio malgrado coinvolto in un bel po’ di cose piuttosto curiose. In questa serie ne racconto alcune: sia appena accadute, sia relative al passato. Un avvertimento: anche se hanno una specie di “morale”, le questioni sono comunque del tutto autoreferenziali.

Il 2 marzo scorso, giorno del compleanno di Lou Reed, su due pagine Facebook (una personale, una di un gruppo pubblico) è apparso il post qui sotto, che si allacciava a un altro post di due anni prima, sempre dello stesso autore. Ho oscurato ogni riferimento perché mi interessa solo esporre i fatti e non “attaccare” chicchessia.
Webbizzarrie1In sintesi, benché in modo “simpatico”, sono stato accusato di avere copiato da Facebook un breve commento a un concerto di Lou Reed del lontano 1992, accusa ribadita anche in un commento qui sul blog (che ho cancellato ora che tutto si è risolto). So bene che l’usanza di “rubare” scritti altrui è molto diffusa (un tale che molto in teoria sarebbe mio collega lo fa tranquillamente, giustificandosi in questo modo: “se un altro ha scritto esattamente quello che volevo scrivere io, perché non copiaincollarlo? Le parole sono di tutti”), ma io la vedo diversamente e le rare volte che riprendo qualcosa di qualcun altro riporto sempre la fonte, per cui un minimo mi sono girate. Anche per l’assurdità della faccenda: il mio post, quello che avrei plagiato, risale al 27 gennaio 2016, cioè più di quattro anni prima. Con qualche difficoltà, sono riuscito a contattare chi mi incolpava, esponendo le mie ragioni. Ragioni che ritengo siano state ritenute valide, visto che ieri, nello stesso gruppo pubblico, è stato riportato il post qui sotto.
Webbizzarrie2Quindi, in sintesi, è stato detto a chiare lettere che – ovviamente – non avevo copiato nulla. L’ipotesi più logica per spiegare l’accaduto è che l’autore del post aveva copiato me (o qualcun altro che aveva copiato da me), per poi dimenticarsi di averlo fatto e, conseguentemente, “denunciarmi” per furto di scritti senza nemmeno controllare la data del mio primo post; anche perché gli scritti non si somigliano, ma sono assolutamente identici. Ho accettato comunque le scuse, ci mancherebbe altro, e senza strascichi rancorosi. 
Di questa curiosa vicenda ho parlato con il mio amico Giorgio, che tra le altre cose mi ha fornito questa interessante riflessione: “è anche abbastanza emblematico, perché leggiamo così tante stronzate sui social che ognuno crede che nella sua bolla può fare quello che gli pare, convinto che rimanga tutto in quel contesto; invece, non è per niente così”. Esatto. Per questo credo che chiunque, prima di scrivere qualsiasi cosa di denigratorio nei confronti di qualcun altro, dovrebbe quanto meno riflettere se sia il caso di farlo; e, soprattutto, verificare bene la fondatezza di quello che scrive. Poi, sì, lo so che sono (forse) troppo suscettibile e tignoso, ma sono fatto così e non ho alcuna intenzione di cambiare. 😀

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Il punk è nato in Perù

Los Saicos

Serie “Puttanate”, n.1
Necessaria premessa. Pur avendo più di qualche riserva sul modo in cui funziona, sono un sostenitore di Wikipedia: mi capita di “perder tempo” a correggere eventuali vaccate che ci trovo e non mi tiro indietro alle periodiche richieste di un contributo per sostenerla. Tutto chiaro? Ok, allora vi racconto che, sulla pagina/scheda/voce (italiana) dedicata al punk rock, ho dovuto rileggere più di una volta per convincermi che, sì, c’era scritto proprio “Le origini di questo genere musicale sono da ricercarsi sostanzialmente all’interno delle scene rock di Detroit e di New York e di Lima verso la fine degli anni Sessanta del XX secolo, quando gruppi come The Velvet Underground, MC5, Los Saicos e Stooges svilupparono uno stile che iniziava a distaccarsi dalle convenzioni tecniche del rock “classico” in favore di forme espressive maggiormente basate sull’impatto sonoro”. Dunque, vediamo… Detroit e New York ok, ma… Lima?!? Velvet Underground, MC5, Stooges ok, ma… Los Saicos?!? Poco più sotto, si spiega che “i Los Saicos, una band di garage rock peruviana originaria di Lima, vengono oggi considerati un’importante formazione proto-punk”. Buono a sapersi, ma chi è che attribuisce questa importanza al gruppo? Clicco sul link corrispondente alla nota n.3 e arrivo a un articolo del “Guardian” datato settembre 2012, che porta avanti con leggerezza – diciamo che era un pezzo “di colore” – questa singolare tesi. A corredo c’è un video in cui il batterista Pancho Guevara mostra anche una targa sul muro di un palazzo che in qualche modo attribuisce al gruppo la qualifica di “inventori del punk” per via della loro attività nei Sixties (documentata da quattro 45 giri pubblicati nel 1965/1966), interrotta a lungo e poi ripresa una quindicina di anni fa. La “prova” sarebbe in particolare un brano, Demolición, palesemente ricalcato sulla celeberrima Surfin’ Bird degli americani Trashmen, un grande successo del 1963 – fu n.4 USA – che ispirò decine se non centinaia di gruppi in tutto il mondo. Trattasi insomma di una simpatica scopiazzatura che, oltretutto, è un caso quasi a parte nel repertorio del quartetto, com’è facile riscontrare ascoltando una delle sue tre antologie uscite tra il 1999 e il 2010.
Il punto, ovviamente, non è se Los Saicos fossero validi o meno (ognuno può giudicarlo da sé, stanno pure su Spotify), ma che qualcuno, dopo aver letto l’articolo del “Guardian” (che tra l’altro, nei commenti, è ferocemente criticato e deriso), abbia avuto l’idea di inserirli su Wikipedia in quanto precursori del punk alla pari di Velvet Underground, MC5 e Stooges. Una roba del genere può essere fatta per tre ragioni, o almeno a me vengono in mente solo queste: per cazzeggiare, pensando “vediamo se qualcuno se ne accorge” (e nel caso la qualifica di “stronzo” se la merita tutta); per ignoranza, perché se si mette una oscura band peruviana sullo stesso livello di Velvet Underground, MC5 e Stooges è scontato che non si conosca la materia della quale si sta scrivendo; per quella che definisco “fenomenite”, ovvero la sempre più diffusa tendenza a credersi più informato e furbo della massa, con relativa voglia di dichiararlo tronfiamente al mondo (nella categoria rientrano pure quelli che puntano a riscrivere la Storia basandosi su loro convinzioni di solito bislacche).
Dato che il mondo è pieno di squilibrati, non mi stupirei se qualcuno commentasse che sono io a non capirci nulla e che Los Saicos strameritano che i lettori italiani di Wikipedia – soltanto quelli italiani: va da sé che nella pagina “punk rock” inglese nessuno si è sognato di aggiungere lo scoop – li reputino antesignani del punk fondamentali tanto quanto i tre di cui sopra. Intanto, oggi stesso, correggerò la voce cancellando ogni riferimento al gruppo di Lima, sperando di non dover poi sostenere lunghe, surreali discussioni con qualche pasdaran di quella libertà di informare che troppo spesso sembra coincidere con la libertà di sparare cazzate.

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Il disco più strano che ho (14)

Paths Of Pain To Jewels Of Glory è una raccolta pubblicata nel 1983 dalla Phantom Records di Sydney che contiene quattordici brani – in larghissima parte già editi in precedenza – di band locali come Hoodoo Gurus, Sunnyboys, Visitors e Passengers. La stranezza? Le quattro facciate (fronte, retro e busta interna) omaggiano spiritosamente i primi quattro album di studio dei Velvet Underground: Velvet Underground With Nico, con al posto della banana un calzino “sbucciabile” (accanto lo slogan dell’etichetta “the big beat in the heart of the vinyl jungle”; sotto il calzino, ovviamente, c’è un piede, quello di uno dei fondatori della label, Dare Jennings); White Light / White Heat con in sovraimpressione, invece del teschio, un piede mozzato da un treno; The Velvet Underground con i due titolari nelle pose di Lou Reed e Sterling Morrison; Loaded con dei calzini che escono dall’ingresso della metropolitana. L’oggetto è fichissimo (non solo concettualmente) e i contenuti sono ottimi; al momento su Discogs se ne trovano a prezzi quasi normali varie copie, una delle quali venduta da un negozio italiano e quindi assai conveniente a livello di spese postali.

Paths Of Pain copIl disco più strano che ho 1: Shadowy Men On A Shadowy Planet
Il disco più strano che ho 2: Tampax
Il disco più strano che ho 3: Diaframma/Litfiba
Il disco più strano che ho 4: The “You’ll Hate This Record” Record
Il disco più strano che ho 5: Johnny And The Dicks
Il disco più strano che ho 6: A Tribute To Billy Joel
Il disco più strano che ho 7: Gusto Forte
Il disco più strano che ho 8: The Music Maniac ‘Gimmick’ Compilation
Il disco più strano che ho 9: King Kurt
Il disco più strano che ho 10: Damned
Il disco più strano che ho 11: Flaming Lips
Il disco più strano che ho 12: Sex
Il disco più strano che ho 13: The Silent Pistols

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La banana

La bananaÈ un episodio che ho raccontato varie volte (l’ultima qui, nel marzo scorso), ma ci ritorno su perché in questi giorni è emerso un elemento nuovo. Quale? Il numero di settembre di Rumore ha messo in copertina un’immagine della famosa banana di Andy Warhol, quella dell’esordio dei Velvet Underground, ma l’ha fatto davvero alla grande. La banana in questione è infatti sbucciabile, proprio come quella della prima stampa USA del LP della band di Lou Reed e John Cale (e Sterling Morrison, e Moe Tucker, e Nico): rimuovendo l’adesivo che ha la forma del frutto, sulla carta rimane il disegno del frutto senza la buccia. Questa la notizia, che ho accolto con soddisfazione: su Rumore ho scritto dal n.1 al n.95, è una delle riviste che acquisto sempre e nel suo staff ci sono tanti amici – alcuni molto cari – a fronte di nessun “nemico”. Un bravo all’editore che ha deciso di compiere questa operazione, pur consapevole che gli avrebbe fatto perdere soldi perché è difficile che le eventuali vendite in più basteranno a coprire l’investimento (mica sono tutti scemi come me, che ne ho acquistato due copie).
Subito dopo aver visto questo Rumore, però, un minimo mi sono adombrato. Ho ripensato a quel giorno di vent’anni fa in cui dissi ai miei editori di informarsi sui costi per mettere sulla copertina del n.4 di Extra la banana sbucciabile e loro dopo un paio di giorni mi risposero che, no, non era proprio possibile, troppo onerosi, non se ne parla. Allora la presi per buona, ma oggi… a prescindere dalle valanghe di soldi che i cari imprenditori ricevevano dallo stato sotto forma di contributi all’editoria, al tempo Extra vendeva circa diecimila copie a numero. Vi pare plausibile che la banana sbucciabile fosse per noi fuori portata mentre Rumore, che come tutte le riviste concorrenti vende poco più di un terzo, abbia potuto sostenere l’investimento a fondo perduto? Sicuramente, per realizzare la banana sbucciabile sarebbe bastato che il Gatto e la Volpe rinunciassero per un mese a un paio dei loro tanti privilegi, o sempre per un mese si decurtassero i loro ricchi emolumenti personali, ma figuriamoci. Ormai è acqua passata e alla fine non era poi così importante, ma ringrazio Rossano Lo Mele per avermi indirettamente rinfrescato la memoria, rinvigorendo così il fuoco del disprezzo per i miei ex datori di lavoro.

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