Indiesfiga

Il raggiungimento delle centomila visite singole di questo blog in meno di cinque mesi andava celebrato adeguatamente: eccomi dunque con un post di quelli che “fanno casino”, cioè che danno luogo a dibattiti e magari provocano anche irritazione in qualcuno. Innanzitutto, devo precisare di non essere certo al 100% di avere inventato io il termine “indiesfiga”: è possibile che l’abbia ascoltato o letto da qualche parte e che me ne sia appropriato. Di sicuro, però, sono stato il primo ad averlo utilizzato in modo scientifico, suscitando le ire di quanti, non conoscendo ironia e autoironia, lo ritengono un’offesa sanguinosa e non, come invece vorrebbe essere, una bonaria seppur pungente presa per i fondelli. Cosa sia nella mia visione l’indiesfiga non è facile da spiegare: comunque, è qualcosa che porta gli “adepti” a credersi parte di una casta eletta, a ritenere figo scrivere e cantare (spesso ragliare) brani sciatti e lamentosi a base di chitarrine e/o tastierine, a guardare con nostalgia i propri vent’anni pur essendo venticinque/trentenni, ad avere una concezione un bel po’ distorta di ciò che è “cool” in fatto di abbigliamento, eccetera eccetera eccetera. A seguire, dunque, una piccola serie di recensioni – non propriamente panegirici – di gruppi/solisti che rientrano quale più quale meno nel quadro di cui sopra e/o sono amati da chi vi rientra.

La fame copLa fame di Camilla
La fame di Camilla (Universal)
Rassegniamoci a due cose: per una band è sempre più difficile trovare un nome decente, e l’indie può essere – contraddizione in termini – anche major. In giro da un paio d’anni, i La fame di Camilla incarnano in modo impeccabile uno stile e un immaginario espressivo che, dall’underground, sono approdati all’ufficialità: i loro dodici brani, tutti in italiano tranne Ne doren tende (in albanese: un omaggio alle origini del cantante e principale compositore Ermal Meta), vivono infatti di melodie leggiadre e atmosfere dolcemente malinconiche, con testi evocativi di taglio post-adolescenziale. Diversamente da quello “indipendente” più per necessità che per scelta, il pop-rock del quartetto barese vanta una raffinatezza formale e un equilibrio notevoli, indice di una maturità – la produzione è oltretutto curata dal ventottenne leader – e un approccio perfezionista che meriterebbero sfide più impegnative; al momento, comunque, viene da pensare a una versione patinata e “furbetta” del più tipico indiesfiga, sospeso da qualche parte tra i Coldplay e il Moltheni meno narcolettico.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.665 del dicembre 2009

Mambassa copMambassa
LP (EMI)
Potete scommetterci: dopo aver letto le righe che seguono, qualcuno – non necessariamente per proprie carenze intellettive, ma perché abituato agli accessi di buonismo della cosiddetta critica – penserà a oscuri motivi di risentimento personale del recensore nei confronti dei recensiti. Invece, la verità è semplice: da queste parti si ritiene “solo” uno scandalo che i Mambassa continuino a pubblicare dischi insulsi se non imbarazzanti, e soprattutto che oggi – con decine di loro colleghi più bravi/interessanti che vegetano nell’underground – siano finiti su major. Curioso che alla EMI abbiano trovato appetibile una band che da quindici anni e cinque album – compreso quello in oggetto – raccoglie solo briciole, propone anemico pop-rock in italiano di taglio giovanilista a dispetto dell’età “avanzata” dei membri e ha come cantante uno scrittore e sceneggiatore non esattamente di primo piano al cui confronto Povia fa la figura di Frank Sinatra… tanto più considerando come l’etichetta abbia già in  scuderia un gruppo “affine” – ma di molto superiore – come gli Amor Fou. LP, che sta per Lonely Planet e non per long-playing (meno male: certa gente non se lo merita, il sacro vinile), sa di posticcio, di stantio, di spocchia mascherata da basso profilo, di pretenzioso-fighetto, di vuoto pneumatico ricoperto da un’irritante patina di pseudo-coolness: non lo avremmo mai creduto, ma esiste qualcuno capace di far sembrare (i) La fame di Camilla i Beatles del White Album.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.677 del dicembre 2010

Ex Otago cop

Ex Otago
Mezze stagioni     (Autoproduzione Condivisa)
Gli Ex Otago sono molto quotati presso il popolo indie, al punto di aver potuto finanziare questo loro terzo album – registrato in Norvegia con il produttore dei Kings Of Convenience – grazie a una questua internettiana. Terminato l’ascolto del primo brano, Patrizia, il sottoscritto aveva già messo da parte cinquanta euro nella speranza che la band genovese varasse una nuova sottoscrizione, questa volta per l’acquisto di dinamite con la quale farsi saltare gioiosamente in aria: di roba così stupida e brutta non si sentiva davvero il bisogno. Il resto della scaletta, per fortuna, non è altrettanto mefitico, ma le canzoni del gruppo riescono – al di là di qualche ritmo efficace e qualche piacevolezza melodica – a essere per lo più irritanti: per la antipaticissima voce, nasale e strozzata, che si affianca a trame elettroacustiche con tastierina vintage e suggestioni esoticheggianti, ma anche per i testi paracul-giovanilisti, per i coretti e i controcanti, per l’impressione che tutto sia un gioco (anti)estetico pianificato a tavolino. Frullando assieme i difetti – solo i difetti – di Dente, Il Genio e Perturbazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.680 del marzo 2011

CDPO2G.pdfMaria Antonietta
Maria Antonietta (Picicca)
Forse non è del tutto colpa sua, anche se indubbiamente la signorina ci marcia parecchio, che Maria Antonietta sia considerata la next big thing dell’indie italiano: la schiera dei cantautori votati al “famolo strano” è quasi solo maschile e può dunque avere buon gioco una ragazza che intona tra l’indolente e lo sguaiato canzoni autobiografiche condite di ostentazioni pseudomaudit. In dodici pezzi per ventisette minuti, la ventiquattrenne pesarese prodotta da Dario Brunori mette in mostra un certo carattere e qualche intuizione di pregio, molto più quando ostenta caustica aggressività alla riot grrrl (Courtney Love è la sua icona) che quando intesse sonorità pop (tendenzialmente) sbarazzine e accattivanti, in bilico fra ruvidezza e ceselli. Da qui a farne una star, però, ce ne passa, così come a vederci la versione anni 2000 dell’inarrivabile Carmen Consoli di Mediamente isterica: nessuno stupore, comunque, dato che nel Circo c’è persino chi afferma che Dente sia meglio di Lucio Battisti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.690/691 del gennaio/febbraio 2012

Thegiornalisti copThegiornalisti
Vecchio (Boombica)
Ritenevate che la triste macchina dell’hype del nostro indie, dopo Lo Stato Sociale, avrebbe smesso di spingere band irritanti? Ricredetevi, perché nei prossimi mesi sentirete parlare parecchio dei Thegiornalisti, e non per deriderne il nome (uno dei più fessi che la storia ricordi) o il tentativo di organizzare un rock-pop di sapore brit e vagamente bitt – legato ai Sixties ma un po’ pure ai Fifties – rivolto magari alla stessa platea generica che ha fra i suoi beniaminini Dente da un lato e Brunori Sas dall’altro: la minaccia sottintesa nel titolo dell’esordio del 2011 (il tutto sommato innocuo Vol.1) è stata attuata in modo tambureggiante, per di più con l’appendice di una pretenziosità (mal) nascosta dietro una patina di naïvete fasulla come una banconota da otto euro. Una speranza di vedere andare in malora il paraculissimo piano di espansione dei tre sta nella scarsa simpatia purtroppo nutrita per i romani da buona parte d’Italia: almeno per una volta, le forze del bene potrebbero giovarne.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.698 del settembre 2012

Amari copAmari
Kilometri (Riotmaker)
Vorrei dire che non capisco le ragioni del successo degli Amari, ma se lo facessi mentirei. Le fortune della band friulana sono infatti basate sul perenne movimento – va rimarcato: pochi si sbattono come loro – e sulla (pur ricercata) immediatezza delle canzoni. Canzoni che si sono ormai in larghissima parte affrancate dalle matrici hip hop degli esordi a favore di un indie-pop filoelettronico che scorre fra ritmi più o meno torpidi, canto abulico e testi non proprio letterari di quelli che tanti consensi raccolgono nel giro indiesfiga. Accattivanti senza essere fastidiosamente ammiccanti, i ventotto minuti di Kilometri non contemplano l’inglese – un retrofront, quindi, rispetto al precedente Poweri (2009) – e non alzano mai i toni, rimanendo dall’inizio alla fine carini, pulitini e innocui con le loro plastificate malinconie e i loro arrangiamenti sempre assai ben congegnati. Sarebbe tutto (quasi) comprensibile se si avesse a che fare con dei diciotto/ventenni, ma qui l’età è attorno ai trentacinque e qualche interrogativo tocca porselo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.702 del gennaio 2013

Officina copL’officina della camomilla
Senontipiacefalostesso uno (Garrincha)
Già da alcuni mesi, vedendo crescere i click dei loro pezzi disponibili su YouTube, mi interrogavo preoccupato. “Possibile che questi diventino un altro ‘caso’ del giro indiesfiga, tipo Lo Stato Sociale?”. Purtroppo, sì. Rassegniamoci, dunque, a sentir parlare dell’ennesimo abominio: un gruppo con un nome idiota che suona pop banalotto ma pretenzioso, con testi che paiono scritti da un demente ubriaco “cantati” in modo abulico e irritante. Insomma, roba che al confronto Tricarico è Leonard Cohen e gli Ex Otago gli Smiths, per giunta spacciata come rappresentazione di un micro/macrocosmo post-adolescenziale. Se questi ragazzotti milanesi sono “i giovani d’oggi”, Manuel Agnelli aveva capito tutto già nel ‘97… ma in fondo chi se ne (stra)frega: si illuderanno di essere rockstar, avranno il loro quarto d’ora di gloria come headliner del prossimo “Miami” e poi si dissolveranno nello stesso, misero nulla da cui sono stati generati. Sperando che nel frattempo prendano pure qualche bel ceffone, di quelli che insegnano a stare al mondo perché quando è troppo è troppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.703 del febbraio 2013

Orso copL’orso
L’orso (Garrincha)
Il (meritato) successo di Dente ha fatto un bel po’ di danni, generando innumerevoli tentativi più o meno malriusciti di imitazione e convincendo schiere di cantautorini a provare a uscire dalle loro camerette da eterni adolescenti e fare ascoltare le loro creazioni non solo a mamme pazienti, amici nerd e fidanzate di solito immaginarie. L’orso, di base a Milano, in realtà sarebbe una band – peraltro “estensione” del singer/songwriter Mattia Barro – che con questo omonimo album amplia il discorso avviato in tre ep editi fra il 2011 e il 2012. La ricetta è grossomodo quella di cui sopra: pop esile e malinconico impreziosito da aggraziati arrangiamenti per lo più acustici, canto che proprio non ce la fa e quindi si rifugia nel basso profilo, testi infarciti di luoghi comuni giovanil-citazionisti spesso spinti a forza nelle linee melodiche. Detto che il genere andrebbe ormai vietato dalla legge, si può magari rilevare come L’orso, che non sfoggia idee personali ma qualche trovata carina sì, al paragone con la concorrenza figuri nel complesso meno irritante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.705 dell’aprile 2013

Bonus track: Nel 2005 l’indiesfiga non era stato ancora codificato come categoria “stilistica”, ma concettualmente esisteva eccome. Dimenticati com’è giusto che sia, i Francesco-C facevano uso di chitarroni e non di chitarrine, ma incarnavano comunque bene il concetto.

Francesco-C copFrancesco-C
Ulteriormente (Mescal)
Un coro di recensioni positive, firmate anche da colleghi illustri e non solo da acclarati incompetenti e/o marchettari, ha accolto questo secondo album dei Francesco C di Aosta, uscito tre anni e mezzo dopo un esordio in chiave elettronica (Standard) da noi ignorato per eccessiva fetidezza; davvero inspiegabile, considerati la palese artificiosità dell’insieme, la banalità senza ironia del rock’n’roll “pestone” proposto dalla band e il vuoto totale di testi finto-oltraggiosi che la trascrizione con le “k” al posto delle “c” (e il suo autore ha trent’anni, non quindici!) rende ancor più irritanti. Neppure un produttore-mago come Madaski è riuscito a rendere un minimo credibili questi pseudo Marilyn Manson de noartri, o se preferite Prozac + andati a male, che giocano ai “bad boys” mescolando in modo caricaturale hard, punk e pop con un’insipienza e un cattivo gusto buoni solo per quattro incredule e amare risate. Poco conta che ci siano o ci facciano, ma prendiamo per buono l’incipit della scaletta: “spreko il mio tempo/skrivo kanzoni”; solo la prima frase, però, dato che almeno per noi le canzoni – ooops, “kanzoni” – sono un’altra cosa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.612/613 del luglio/agosto 2005

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Categorie: recensioni | Tag: | 38 commenti

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38 pensieri su “Indiesfiga

  1. twiller

    Mi onoro di non averli mai ascoltati…totalmente sconosciuti.
    E tale rimarranno!

  2. Hai dimenticato Bianconi, vero e proprio pater familias della categoria.

  3. Eliseno

    Ascoltati tutti e non posso che essere totalmente d’accordo.

  4. Anonimo

    che lagnaaaa

  5. … certo che chi legge queste recensioni è proprio invogliato a sentire il tuo parere sul suo nuovo disco. 🙂 Scherzi a parte, meno male che qualcuno che dice le cose come stanno nel mondo c’è ancora; purtroppo temo che almeno ancora una decina d’anni di indiesfiga ci toccherà beccarceli, e prima o poi spunteranno anche le versioni italiane dei My Bloody Valentine.

  6. Uno che perde tempo a dare definizioni di indiesfiga è indiesfigato

    • Beh, ma sai… non tutti capiscono al volo di cosa si stia parlando. E poi per me dare definizioni non è tempo perso… rientra nei miei compiti professionali da ormai trentaquattro anni!

      • Potrei anche essere d’accordo, se non fosse che hai semplicemente delineato un genere che non ti piace, con però la pretesa di “squalificarlo”. E questo non è molto professionale, bisogna dire.

      • Ma non è vero, dai… quando il “genere” è bene interpretato mi piace. Il problema è quando è interpretato male…

      • Anonimo

        34 anni spesi male

  7. Sottoscrivo tutto; bello ma soprattutto intelligente, perchè critica schietta ma non indiscriminata.
    Hai infatti trattato un fenomeno/corrente (insomma, come lo vogliamo chiamare) che presenta spesso, spessissimo contenuti artisticamente davvero poveri riconoscendone tuttavia le dovute eccezioni (o qualche volta semplicemente il “qualcosa di buono c’è”).
    Mi riferisco in particolare alla Fame di Camilla.

  8. eksools

    impeccabile, forte coi deboli e debole coi forti. potresti far domanda alla zanzara per quando cruciani va in ferie

    • Anonimo

      magari! tutti i giorni un paio d’ore di ottima musica. dov’è che si firma per il piano ferie di cruciani?

    • Se ho capito bene cosa volevi dire, posso solo rispondere che non mi conosci bene. Mai avuto problemi a scrivere il mio pensiero, indipendentemente dal blasone del recensito.

      • o anche il contrario, visto che ho comprato il mio primo numero del mucchio nel 1980.

      • Beh, allora… “le carte” sono tutte lì, e cantano. Per dire, parlando solo delle cose più recenti ho trattato malino Brunori, Il Teatro degli Orrori,Modena City Ramblers a altri che non sono certo “piccoli”. Perché bisogna sempre vedere cattiva fede in tutto?

    • Randolph Carter

      quindi dei gruppi autoprodotti ed emergenti si deve parlare solo bene?

      • certo che no, ma è troppo facile parlare male di questi (per inciso, non ne conosco uno e nemmeno mi interessano) e poi trovare qualcosa di positivo nei dischi di gianluca grignani o dei litifba…

      • Direi che anche per Grignani e i Litfiba dipende dai dischi, no?
        E comunque, in determinati ambienti, scrivere bene di certe cose crea più seccature dello scriverne male o del non scriverne.

  9. grebo

    Citi due o tre volte Lo Stato Sociale, che immagino siano i capostipiti dell’indiesfiga*. Ma la rece?

    * a me non dispiacciono, lo confesso.

    • L’ho scritto nell’introduzione… ai tempi – pur avendoli trasmessi qualche volta in RAI, perché qualcosa è pure divertente – non li recensii perché li ritenevo una specie di scherzo di dubbio gusto, non certo un gruppo in grado di portare avanti una carriera come invece sta succedendo.
      Il bello, se così si può dire, di queste recensioni è che sono state scritte in tempo reale, senza sapere come il pubblico e la stampa avrebbero accolto i dischi e i loro titolari. Certo, potrei scriverne una appositamente ora e mi verrebbe anche bene, ma non avrebbe lo stesso senso. Comunque, stilisticamente, Lo Stato Sociale è abbastanza diverso da quelli qui recensiti, pur essendo senza subbio inquadrabili nel vasto ambito indiesfiga.

  10. Randolph Carter

    mi sono tornati in mente i “Non Voglio Che Clara”… Ma loro non erano affatto male, nonostante lo snobismo ostentato!

  11. Ho colto il senso del tuo post e condivido quasi in toto, davvero. Conosco tutti i gruppi citati, alcuni agghiaccianti come l’Officina della Camomilla, un tentativo di emulare i già scadenti e vuoti Stato Sociale (pompatissimi da quasi tutte le testate concorrenti del Mucchio, senza fare nomi).
    Salvo però la Fame di Camilla, di recente scioltosi. Loro facevano buoni pezzi, seppur in ambito pop, non credo volessero identificare l’immaginario indie, anzi, secondo me volevano sfondare, magari seguendo il percorso dei Negramaro, con i dovuti distinguo.
    Ricordo Francesco C… gente che stimo come Luca Valtorta ne era rimasto folgorato, a me sembrava davvero una caricatura, peggio di Nevruz, per dire!
    Ho avuto modo di intervistare alcuni degli artisti citati e almeno concedo loro la genuinità e la passione, alludo in particolare alla giovane Maria Antonietta, la più esposta a critiche. Carmen però è di un altro pianeta, diciamo pure che sembrano due mestieri diversi.
    Chiudo dicendo che i Baustelle rappresentano l’essenza del tuo post, per quanto siano di livello medio alto… li ho ascoltati tanto anch’io ma ormai mi sono fatto l’idea che siano artificiosi e sinceramente dopo così tanti dischi – ripeto, alcuni anche pregevoli – non mi toccano più certe corde.

  12. Francesco

    Dente ha avuto successo? Ma dove? Ma quando?

    • Beh, accidenti! Locali pieni ovunque, migliaia di dischi venduti, recensioni e articoli sulla stampa generalista… Certo, non è Jovanotti, ma rispetto alla media indie è una superstar.

  13. MIRKO

    questo post è meraviglioso!

  14. UnAlfonsoQualunque

    è anche colpa di rock-it che cerca di inventarsi le mode, pompano cantautori e gruppi indiesfiga come dici tu dal tempo dei I CANI , che magari hanno cominciato a scrivere in modo genuino i loro testi e le band che ne vogliono emulare il piglio e i TAG, di tutti i luoghi comuni, per far si che un giovane si identifichi beh questa non è arte, è strategia , è marketing ma purtroppo non è di quel marketing creativo, non sono originali nei testi figuriamoci in una strategia di mercato. è giusto che ne parli con toni forti e apprezzo anche io le tue critiche. Un mio amico mi dice sempre ” si è bell è bell, ma a music è nata cos “

  15. Pingback: La crisi di mezza età dell'indie italiano - Prismo

  16. DaDa

    Grande post anche per me. E’ giusto criticare i gruppi non meritevoli, siano essi emergenti che famosi. Basta che, come in questo caso, siano argomentate con competenza. Una rece negativa può essere anche uno stimolo per un musicista ( specialmente se alle prime armi).

  17. Mi trovo concorde su quasi tutto. Ma gli Ex-Otago ho avuto modo di vederli live vicino a Bellaria e devo dirti, caro Federico, che ci sanno fare. Sia strumentalmente che con il pubblico. Raramente ho visto tanto coinvolgimento.

  18. Pingback: Propositi di Inizio anno. | MDMA

  19. Pingback: Calcutta; ci stai prendendo tutti in giro? - WITHOUT MUSICIANS

  20. Gian Luigi Bona

    Comunque i nomi dei gruppi sono incredibili e pazzeschi.

  21. Pingback: Il post numero mille | L'ultima Thule

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