White Stripes

Non ricordo proprio quando ho incrociato la prima volta la musica degli White Stripes. La mia passione per l’etichetta che li aveva lanciati, la Sympathy For The Record Industry, mi fa pensare fin dal loro esordio su disco, ma per qualche strana ragione non ne ho scritto fino all’uscita del terzo album White Blood Cells, arrivato in Italia nella sua edizione originale USA e quindi prima dell’accordo con la XL Recordings che tanto avrebbe pesato sulle fortune internazionali del duo. Entusiasta di Jack e Meg (che all’epoca, creduti da tutti, si spacciavano per fratelli), mi attivai per un’intervista telefonica… e alla fine, complice l’hype nel frattempo montato, i ragazzi ebbero la copertina del Mucchio (allora, lo ricordo, settimanale). Che fu, se la memoria non mi inganna, la prima in assoluto loro dedicata da una rivista italiana.

 

White Stripes MucchioMiracolo a Detroit
Fino a pochi mesi fa, gli White Stripes di Detroit erano solo una delle migliaia di band attive nell’underground americano, seguite e amate da un pubblico quantitativamente (e qualitativamente) non disprezzabile ma per forza di cose lontane dalle vere luci della ribalta. E nessuno avrebbe mai immaginato che la proposta di Jack (voce, chitarra, piano) e Meg (batteria) White – una sorta di roots-rock/punk/pop crudo, a tratti selvaggio e sempre discretamente alieno – potesse un giorno divenire un fenomeno da classifica, tantomeno in Inghilterra. Il miracolo, però, è avvenuto, e grazie al terzo album White Blood Cells gli White Stripes sono uno dei gruppi più chiacchierati del momento. Per capirne di più abbiamo così raggiunto telefonicamente Jack White nella “sua” Motor City, una decina di giorni prima dell’inizio del tour europeo.

* * *

A Detroit l’orologio segna le undici di mattina, ma la voce dall’altro capo del filo non è impastata e segnata dal torpore come spesso accade nelle interviste “mattiniere”: il venticinquenne cantante, chitarrista e all’occorrenza pianista, sebbene non particolarmente loquace, è invece sveglissimo e abbastanza elettrico, come se – e sarebbe comprensibile – l’eccitazione per l’improvviso clamore esploso attorno alla sua band fosse ancora ai massimi livelli. Ma Jack, come apparirà chiaramente dal resoconto scritto della conversazione, ha i piedi ben piantati per terra, e l’entusiasmo sembra essere dovuto più ai consensi riscossi dalla sua musica che non alle loro implicazioni in termini di popolarità e introiti. Meglio così: per lui, che correrà meno rischi di cadere nelle trappole del business, e nella circostanza per il suo interlocutore dall’Italia, lieto di avere dall’altro capo del filo una persona schietta e per fortuna non resa spocchiosa dal rincoglionimento da successo.
Quando hai iniziato a suonare eri giovanissimo: come può un ragazzo di nemmeno vent’anni interessarsi a generi come il blues o il folk, non solo antichi ma anche molto lontani da ciò che viene propinato dai media e dai network radio-televisivi?
Direi che tutto dipende dalla profonda onestà di queste musiche: se per carattere si è attratti dalla sincerità e dalla genuinità, diventa quasi inevitabile rivolgere il proprio sguardo al passato e quindi al blues, al country o al rock’n’roll…
Sono curioso di sapere com’è avvenuto il tuo “primo contatto”.
La responsabilità è di un amico che mi fece ascoltare i suoi vecchi dischi di blues, e soprattutto Son House: è stato lui a convertirmi, con il brano John The Revelator.
E da lì alla decisione di suonare musica con la stessa attitudine il passo è stato breve.
Considera anche che con un gruppo composto da due soli elementi, perchè è così che il progetto White Stripes è stato concepito, non c’erano grandi alternative: ci si poteva orientare solo sul folk, interpretato con una sana e spontanea indole punk-rock.
Non è strano essere solo in due?
Siamo partiti così e non abbiamo mai pensato realmente di cambiare: un po’ perchè ci divertiamo e un po’ perchè non vogliamo correre il rischio di diventare una band “normale”.
Ma quando si tratta di suonare dal vivo la cosa non vi crea problemi?
Li crea in particolare a me, che con l’esclusione della batteria devo preoccuparmi di tutto. È un sacco di lavoro, ma va bene lo stesso.
Che tipo di evoluzione credi possa avere uno stile come quello degli White Stripes?
Oh, questa è una bella domanda, alla quale non sono però in grado di dare risposta. Non mi sono mai preoccupato del futuro, così come non mi sono mai curato dell’impostazione globale dei nostri dischi: ogni pezzo fa storia a sé e i nostri album sono raccolte dei brani che scriviamo o che decidiamo di interpretare. Non ho mai pensato, per esempio, a un album “più country” o a uno “più punk”…
Il tuo curriculum pre-White Stripes comprende esperienze significative?
Sì, ma significative solo per me. Prima dei vent’anni ero soprattutto un batterista e ho anche fatto parte di un paio di gruppi locali, ma nulla di serio.
Perchè vi chiamate White Stripes?
È un gioco di parole tra il nostro cognome, White, e le strisce di certe maxi-caramelle (tipo lecca-lecca, Ndr) che vedevamo al supermercato: le abbiamo prese come modello per dipingere la cassa della batteria di Meg e ne abbiamo fatto il nostro simbolo. Ci piaceva l’idea dell’infanzia che di norma si associa alle caramelle, specie perchè all’epoca ci accostavamo alla musica con la curiosità e lo stupore tipico dei bambini.
Immagino che anche il bianco-rosso che sfoggiate dappertutto faccia parte del gioco.
Certo, come si intuisce anche dalle nostre session fotografiche, a partire da quella – ovviamente ironica, ma che si è rivelata profetica – della copertina di White Blood Cells. Non vorremmo, però, che i nostri vestiti bianco-rossi siano interpretati come un artificio di look: è solo una trovata divertente, per di più collegata alle famose caramelle di cui ti dicevo.
Come siete arrivati alla Sympathy For The Record Industry?
Sinceramente, sebbene il loro catalogo fosse già ricchissimo di dischi, ne ho sentito parlare solo quando hanno pubblicato il primo album dei Detroit Cobras. Da lì in avanti ho cominciato a conoscerla e ad apprezzarne lo spirito, che credo sia il più adatto per una band come noi: il nostro accordo con la XL Recordings riguarda solo l’Europa.
In un’intervista Long Gone John, il titolare dell’etichetta, mi disse che nonostante la sua vocazione underground sarebbe stato felice se prima o poi uno dei suoi protetti avesse raggiunto il vero successo, in modo da guadagnare finalmente un po’ di soldi.
John è una persona sincera. Lui ha creduto sempre tantissimo in noi, e mi auguro che il suo legittimo desiderio si concretizzi.
A Detroit, la vostra “scena” è la stessa di gente come Hentchmen o Dirtbombs?
Facciamo tutti parte di quella che potremmo definire una “nice family” , e le collaborazioni sono all’ordine del giorno. Mi è capitato di suonare in un paio di dischi degli Hentchmen, ho prodotto i Von Bondies, che saranno con noi in tour in Europa, parecchi gruppi hanno inciso a casa mia e ho anche curato una raccolta – Sympathetic Sounds Of Detroit, naturalmente pubblicata dalla Sympathy – che fa il punto su quello che è accaduto nella nostra area negli ultimi due o tre anni. Comunque si tratta di un “giro” piuttosto ristretto: in città, per esempio, solo un paio di club sono interessati a farci esibire.
Ritieni che vivere in posti relativamente lontani dai centri del business musicale come Los Angeles e New York aiuti chi suona a essere più “puro”?
Ne sono fermamente convinto. Da noi non c’è nessuno disposto a fare carte false pur di ottenere un contratto, e tutti suonano semplicemente quel che vogliono suonare.
Adesso, però, gli White Stripes sono in qualche modo diventati un fenomeno commerciale. Come stai vivendo questo momento di notorietà?
È una situazione stranissima, della quale non sono ancora riuscito bene a capacitarmi. Non avendo termini di raffronto diretti – nulla di simile è mai accaduto a nessuno dei musicisti che conosco, qui a Detroit – non so ancora immaginare se il cambiamento sarà positivo o negativo. Uno degli aspetti più singolari è rendersi conto che fino a pochi mesi fa esisteva un confine nettissimo tra noi e tutti quei gruppi schifosi che passano su MTV, mentre adesso qualcuno potrebbe vedere anche noi come “uno di quei gruppi schifosi che passano su MTV”.
Ti sei mai chiesto “perchè proprio noi?”?
Oh, sì, ma l’unica spiegazione logica è che abbiamo avuto la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto. Pensa che fino a pochissimo tempo fa non avevamo neppure un manager né un addetto stampa, e che la nostra piccola fama di culto era stata costruita solo sul passaparola.
E ora che hai assaporato il gusto del successo, non hai paura che tutto possa finire rapidamente com’è cominciato?
Non lo so. Spero, però, che quello che ci sta capitando serva ad attirare l’attenzione su altri musicisti di Detroit che la meritano tanto quanto noi o anche di più.
Gli White Stripes si riconoscono nella definizione lo-fi?
Non proprio. Non amo registrare con il computer e trascorrere settimane e settimane in studio per tirar fuori la “perfezione”: sarebbe senza senso, soprattutto per un duo. Ciò non significa, però, che non cerchiamo di fare del nostro meglio perchè i nostri dischi suonino decentemente.
È per questo motivo che siete andati a incidere White Blood Cells in uno studio di Memphis, Tennessee, invece di rimanere come per i precedenti a casa tua?
Più che altro volevo che il nuovo disco avesse un suono un po’ diverso: non necessariamente sotto il profilo tecnico, dato che utilizzando solo batteria, chitarra, voce e in qualche occasione pianoforte non c’è molto da inventare, ma per quanto concerne l’atmosfera. Trovarsi in una città storica come Memphis ci ha di sicuro dato qualche stimolo in più.
Nelle vostre canzoni, che valore hanno i testi?
Servono per raccontare storie, perchè continuo a considerare la musica in un’ottica di storytelling. Come nella tradizione folk.
Posso chiederti una tua opinione su Beck?
È un grande, piace moltissimo sia a Meg che a me.
Non vedi qualche affinità “ideale” tra il vostro approccio e il suo?
Se la riscontri ne sono orgoglioso, visto che Beck è una delle poche star che rispetto profondamente. In effetti, anche se lui tende molto più al “tecnologico”, il suo modo di attingere nelle tradizioni e mescolare tutto con strategie un po’ fuori dagli schemi non è poi così distante dal nostro.
Recensendo White Blood Cells ho scritto, tra le altre cose, che I Think I Smell A Rat sembra rubata a Gordon Gano e che Fell In Love With A Girl potrebbe essere una outtake dei Buzzcocks. Tu come la vedi?
Qualcun altro mi ha nominato i Violent Femmes, ma non penso di averli mai ascoltati. Essere paragonato ai Buzzcocks, invece, è davvero un gran bel complimento. Grazie.
da Il Mucchio Selvaggio n.462, novembre 2001

White Stripes copWhite Blood Cells (Sympathy/Goodfellas)
Fino a pochi mesi fa, i White Stripes erano solo uno dei tanti artisti della Sympathy For The Record Industry, splendida etichetta alternative californiana – per la cronaca, con oltre seicento titoli all’attivo – che da sempre ama sovvertire le regole: sia nell’indirizzo musicale del catalogo, che non conosce il significato del termine settorializzazione, e sia nelle strategie promozionali pressochè inesistenti. Oggi, invece, il duo di Detroit composto da Meg White (batteria) e Jack White (voce, chitarra e piano) è divenuto un autentico caso, come confermato dalla copertina recentemente concessagli dal New Musical Express e dal contratto appena firmato con la XL Recordings, valevole per i tre album fin qui pubblicati (The White Stripes, Destijl e, appunto, quest’ultimo White Blood Cells) e per prossime incisioni: un exploit improvviso e del tutto inatteso che trova giustificazione nella freschezza e nella forza espressiva della formula dell’atipico ensemble, accentuate dal fatto di essersi potute sviluppare in un clima di assoluta libertà e senza alcun condizionamento di carattere commerciale.
Sul piano stilistico, White Blood Cells si presenta come un curioso e fascinoso patchwork di roots “mutante”, dove folk, blues, fantasie pop e devozione al rock’n’roll primitivo di scuola lo-fi (con qualche prurito punk a fare occasionalmente capolino) convergono in sedici episodi tanto stralunati ed eccentrici quanto ricchi di felici intuizioni melodiche. Episodi brevi (nessuno arriva ai quattro minuti) che possono ricordare l’indolenza di Beck, la vivacità dei Violent Femmes o le filastrocche allucinate dei Timbuk 3 – spesso mescolate assieme – ma che mettono in luce una genuinità, una brillantezza e un’esuberanza dalle quali è molto difficile non essere intrigati, appassionati e finanche travolti: si pensi alla Dead Leaves And The Dirty Ground d’apertura, rock-blues come avrebbero potuto suonarlo dei Blind Melon piuttosto alticci, oppure alla I Think I Smell A Rat che si direbbe rubata a Gordon Gano, o ancora alla Fell In Love With A Girl che sembra una outtake dei Buzzcocks. Non saranno innovatori o rivoluzionari del rock’n’roll, i White Stripes, ma e l’ispirazione e l’impudenza del loro approccio al r’n’r e alle sue radici li rendono ampiamente meritevoli dei consensi fin qui raccolti. E di quelli che raccoglieranno in futuro se, pur perfezionando la forma, sapranno conservare la loro affascinante naïveté.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.453 dell’11 settembre 2001

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “White Stripes

  1. stefano

    peccato si siano sciolti presto, secondo me l`ultimo album é ancora fresco rispetto a quelli precedenti

  2. Pingback: Il post numero mille | L'ultima Thule

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