discografie base

Rock (in) italiano (1955-2000)

Per il n.8 del mio “Mucchio Extra”, pubblicato alla fine del 2002, curai una delle nostre famose liste di album fondamentali dedicata al rock cantato in italiano dagli albori al 2000. Stilai un elenco di massima, lo sottoposi per commenti e consigli a vari membri dello staff (per la cronaca: Fabio Massimo Arati, Alessandro Besselva Averame, Luca Bonavia, Carlo Bordone, Eddy Cilìa, Aurelio Pasini, Elena Raugei e John Vignola) e quindi presi le mie decisioni, organizzando quello definitivo; scrissi infine parte delle schede di approfondimento e assegnai le altre ai membri dello staff di cui sopra. Sedici anni dopo non mi trovo proprio totalmente d’accordo con il me stesso di allora, ma va sempre così e comunque la lista mi sembra ancora, nel complesso, valida. La ripropongo allora nuda e cruda, senza le schede (i link sono ad altri miei post sull’argomento), invitandovi però, nel caso vogliate esprimere pareri, a leggere le “istruzioni per l’uso” e l’introduzione… anche se so bene che lo farete in pochi, perché la frenesia di dire la propria, ancor più se si tratta di criticare, azzera il buon senso di cercare prima di capire le ragioni altrui.
Istruzioni per l’uso
Come in casi analoghi, eccoci a enunciare, precisare e ribadire in modo schematico le regole di questo (serissimo) gioco che abbiamo voluto intraprendere, con l’obiettivo di fornire un valido strumento – una specie di bussola, insomma – a quanti volessero affrontare i flutti impetuosi del rock (in) italiano per poi rientrare in porto con 100 album che consideriamo, come da titolo, fondamentali: il che, come già detto, non significa necessariamente “i più belli” ma “i più significativi” nell’ottica della rappresentatività che dovrebbe ormai essere ben chiara. Rock, quindi, in senso molto lato, con finestre socchiuse o spalancate su generi a esso limitrofi (dal cantautorato, imprescindibile nel contesto italiano, al pop di spessore fino al folk e al rap; niente jazz, invece, né avanguardie troppo svincolate dalla forma canzone, pop becero, musiche tradizionali), con un solo elemento in comune: i testi in italiano, o al limite in dialetto, se non al 100% almeno in schiacciante maggioranza. Continua a leggere

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Cinque miei culti (3)

Terza puntata – le prime due qui e qui – di una sorta di speciale dedicato alle schede da me scritte per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Prossimamente la quarta e ultima.

Alexander copWillie Alexander
And The Boom Boom Band
(MCA ,1978)
Tra gli animatori della scena “punk” bostoniana del 1976, quella fiorita attorno al mitico Rat Club, c’era anche lui, Willie “Loco” Alexander. Non era però un giovincello: all’epoca di anni ne aveva trentatrè, aveva già inciso nei ‘60 con Lost e Bagatelle e nei primi ‘70 si era anche legato all’ultimo organico dei Velvet Underground, quello sfigatissimo che della band passata alla storia aveva solo il nome. Con la sfortuna, ma non per scelta, il nostro eroe manterrà poi rapporti assai stretti, anche quando un insperato contratto major gli offrirà l’occasione giusta: nonostante la freschezza e l’ispirazione del suo rock venato di rhythm’n’blues, né questo omonimo esordio né il di pochi mesi successivo Meanwhile Back In The States si faranno notare più di tanto, condannando Alexander a una carriera ai margini del mercato che conta. I pochi che si ricordanno di lui lo fanno essenzialmente per un brano, Kerouac, dedicato indovinate voi a chi: una ballata visionaria di enorme evocatività, qui anche meno bella al confronto della versione originale uscita tre anni prima su 45 giri, ma sempre straordinariamente intensa. Continua a leggere

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Cinque miei culti (2)

Poco più di tre settimane fa ho qui riproposto cinque titoli di una selezione di schede da me realizzate per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Eccone ora altri cinque, ma nel prossimo futuro altri cinque ne seguiranno.

Chrome copCHROME
Alien Soundtracks
(Siren, 1978)
Nell’estate del 1995 Damon Edge, che dei Chrome era fondatore, cantante, polistrumentista e leader, fu trovato morto nella sua casa di L.A.: non doveva essere un bello spettacolo, visto che nessuno si era preoccupato della sua scomparsa e il corpo era lì da circa un mese. Una fine dolorosa e ingloriosa per un musicista da sempre impegnato a coniugare rock ed elettronica, ottenendo risultati di rilievo per definire i quali non è sbagliato utilizzare la definizione “seminali”. Secondo capitolo di una carriera prolifica seppur qualitativamente discontinua, Alien Soundtracks è il primo atto del sodalizio tra Edge e l’altro polistrumentista Helios Creed, che resterà con lui fino ai primi anni ‘80 e dopo la sua scomparsa rileverà la sigla della band di San Francisco: uno straordinario concept a sfondo fantascientifico nel quale avanguardia e psichedelia convivono felicemente in un tripudio di fantasie melodiche e dissonanze e di trame strumentali all’insegna dell’anticonvenzionalità. Con la folle, abrasiva Slip It To The Android a fungere da manifesto di una formula totalmente libera e la copertina sottilmente inquietante a gettare ulteriore benzina sul fuoco. Continua a leggere

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Cinque miei culti (1)

Ere geologiche fa, nel 2002, organizzai per il Mucchio Extra uno degli ormai celebri articoli a schede dedicati ad album fondamentali o comunque meritevoli. Il fil rouge non era uno stile musicale o un’epoca specifica, ma l’appartenenza dei titoli alla categoria “dischi di culto”; quelli, per capirci meglio, che non hanno inciso sulle vicende del rock ma che, per un motivo o per l’altro, capita di amare e venerare come si fa con tante pietre miliari. Parecchie di quelle schede le scrissi io, e mi fa piacere presentarle qui. A piccoli blocchi e in ordine casuale.

Alley Cats copALLEY CATS
Nightmare City
(Time Coast, 1981)
Sfortunati, i californiani Alley Cats: in un momento storico-musicale nel quale era indispensabile scegliere da che parte stare, rimasero a metà strada tra punk e rock tradizionale. Dovendo scegliere uno dei loro due album (ma ne esiste anche un terzo a nome Zarkons), i pareri non sono concordi: c’è chi predilige Escape From The Planet Earth (MCA 1982), più elaborato seppur con qualche passo falso, e chi assegna la sua preferenza a Nightmare City, più secco e robusto oltre che più in linea con la vera natura del terzetto di Los Angeles. Continua a leggere

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100 album da evitare (schede)

Ed ecco qui tutte le schede, meno quelle pubblicate altrove sul mio blog o su quelli di Eddy Cilìa e Carlo Bordone (alle quali, però, si approda attraverso il relativo link). Rimandandovi all‘introduzione per ogni chiarimento sul “senso” di questo excursus, vi ricordo gli autori dei testi: Alessandro Besselva Averame (A.B.A.), Luca Bonavia (L.B.), io (F.G.) Aurelio Pasini (A.P.), Gianluca Testani (G.T.), John Vignola (J.V.). 
100 da evitare foto 2I primi venti

AMERICA – Hearts (Warner Bros, 1975)
Nostalgia di casa (dover vivere in Europa per gli impegni di lavoro dei genitori, quando si è americani), struggimento, melodie agresti e cori pastorali, ma soprattutto una buona dose di fiuto commerciale: alla base del fenomeno America ci sono già alcune significative note stonate. Per esempio, c’è la banalizzazione del sound californiano, di quella che era stata la splendida culla della psichedelia elettrica, di tanti cantautori importanti e di un gusto per il sussurro decisamente superiore. Nelle canzoni di Dewey Bunnell, Dan Peek e Gerry Beckley, fin dal 1971, si azzerano le eredità nobili del songwriting statunitense e si dà un senso – commerciale – pieno al pop di consumo, spacciato per West Coast culture di prima mano. La formula, a partire dalla celebrata A Horse With No Name, viene progressivamente affinata e svuotata di sostanza: si sorride, ma il dentifricio è di soda caustica; si sospira, ma il polmone che si utilizza è di plastica; si ama, ma come potrebbero amarsi la Barbie e il mitico Ken.
Rappresentazione linda e piccolissimo borghese di emozioni di altri tempi, parodia stucchevole e in tempo reale del supergruppo CSN&Y, gli America stanno alla storia del rock migliore come un porco sta ad un’ostrica, emanano una luce al neon avvolta da trine e merletti che non riescono però a mascherare del tutto. In poche parole, sono la parte deteriore del country-folk. Hearts è il punto centrale di tutta una carriera nera, la dimostrazione lampante di quanto il cuore di questi cantastorie sia, più che vacuo, inutile, superficiale: una manciata di motivetti puerili, che sbancano al botteghino e convolgono malauguratamente un George Martin ormai capace di intendere poco e di volere, decisamente, troppo. La loro linearità rassicurante e poco profonda tratteggia per bene ciò che odiamo di più del paese da cui prendono il nome: l’estinzione delle culture alternative, il ritornello da quattro soldi con cui esoricizzare i drammi di una vita reale che in ogni caso va avanti. (J.V.) Continua a leggere

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100 album da evitare

Dodici anni fa, grossomodo di questi tempi, ebbi l‘idea di dedicare uno dei classici elenchi dei “100 album” di Extra a titoli sconsigliati invece che consigliati; dischi, insomma, che ogni appassionato di rock e dintorni avrebbe fatto meglio a evitare. Naturalmente, lo spirito era in linea di massima ludico e le schede dovevano essere più esagerate possibile, perché l’obiettivo primario era schernire… senza, però, inventarsi nulla, ma solo interpretando una serie di fatti reali alla luce di una visione di parte. Mi consultai così con il mio staff – in primis Eddy Cilìa, Carlo Bordone e Gianluca Testani, quindi Alessandro Besselva Averame, Luca Bonavia, Aurelio Pasini e John Vignola (fra i partecipanti al pezzo era citato anche Max Stèfani, che però non scrisse una sola riga né diede suggerimenti) – e ne venimmo fuori con la famigerata lista che mise tutti d‘accordo, anche se ciascuno di noi ebbe comunque qualcosa da ridire su qualche inclusione e qualche assenza.
Adesso, dopo alcuni “assaggi” su questo blog e in quello di Eddy, l‘oltraggioso articolo approda integralmente alla Rete, suddiviso fra tre blog (i due suddetti più quello di Carlo), grazie a Gianluca, Alessandro, Luca, Aurelio e John che hanno consentito la pubblicazione dei loro contributi. In questa pagina de L‘ultima Thule è riportato l‘articolo introduttivo (che va assolutamente letto), in un‘altra le schede, eccetto tre mie e tutte quelle di Eddy e Carlo (alle quali si giunge, però, cliccando sugli appositi link). Io avrei voluto che fosse un regalo di natale, ma Eddy ha giustamente osservato che, considerato l‘argomento, era meglio la Befana. Non è forse lei a portare il carbone?
100 da evitare foto 1Questa volta, dobbiamo ammetterlo, il gioco che stiamo portando avanti da ormai oltre due anni ci ha preso un po’ la mano. E, forse, abbiamo anche esagerato, andando a toccare un argomento assai spinoso. Più che mai in quest’occasione, dunque, vi preghiamo di accogliere questo nono capitolo delle nostre discografie “ideali” con serenità e con la giusta dose di ironia, evitando di dare in escandescenze: siamo infatti convintissimi che l’investimento effettuato per l’eventuale acquisto degli album qui elencati e commentati sia stato a dir poco fallimentare, e che se questi cento titoli non fossero mai usciti il rock – come sempre, in senso lato – non solo non avrebbe perso alcunché ma ci avrebbe anzi sensibilmente guadagnato. Prima di inviarci e-mail offesi/costernati/furiosi a causa dell’inserimento di qualche vostro beniamino nella lista dei paria, però, contate fino a dieci e provate quantomeno a riconoscerci il coraggio di portare avanti le nostre idee incuranti delle numerose controindicazioni, e soprattutto l’audacia di avervi proposto un articolo del tutto diverso – nei presupposti e nello sviluppo – da qualsiasi altro nel quale vi siete imbattuti. Pensateci bene, dove altro vi è mai capitato di trovare una sequenza di ben trentuno pagine dedicata solo a dischi brutti?

*                                                       *                                                       *
Non nascondiamoci dietro un dito, e non vergogniamocene: tutti noi, nella nostra breve o lunga carriera di appassionati di musica, abbiamo subito qualche solenne fregatura. Sì, l’album che abbiamo comprato fidandoci del blasone, della recensione del critico sprovveduto (o anche esperto: ogni armadio contiene i suoi scheletri), della pubblicità ingannevole, del brano sentito alla radio, del consiglio di chissà chi, persino della copertina accattivante. È successo, e senza dubbio accadrà ancora. Taluni, per non ridestare il bruciore del disappunto, si liberano dell’acquisto rifilandolo a un amico (che da quel momento ha buone possibilità di non rimanere tale); altri lo conservano comunque nella loro collezione, un po’ per feticismo e un po’ per riluttanza ad ammettere la sconsideratezza del proprio atto; altri ancora, infine, non si rendono conto dell’errore commesso e arrivano a ostentarlo come una preziosa reliquia, collocandolo a fianco di una lunga fila di altri obbrobri. Per carità, il gusto non si discute, ma siamo convinti che in ogni ambito artistico – e quindi anche nel rock e zone limitrofe – sia possibile individuare una serie di punti fermi, nel bene e nel male. E dato che finora la nostra attenzione si era concentrata solo su pietre miliari più o meno universalmente riconosciute, perché mai non avremmo dovuto provare a “sporcarci le mani” affondandole nello stagno maleodorante della fuffa? Solo per amore del quieto vivere? Solo per onorare quella legge non scritta che autorizza le stroncature feroci delle novità ma che quando c’è di mezzo la prospettiva storica tende spesso – in particolare per i nomi altisonanti – a una rispettosa indulgenza? Continua a leggere

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Art-rock “minore” USA

Un’altra discografia base, di sicuro meno “scontata” di altre. Il fatto che il pezzo risalga a dodici anni fa spiega perché abbia classificato come “minori” No New York e, negli “altri dieci”, i Contortions: oggi che la scena no wave gode delle meritate attenzioni avrei agito diversamente, ma all’inizio del 2002 – quando era una faccenda di culto per pochi – mi toccò comunque inserirli per limitare il rischio che qualcuno alzasse il ditino e dicesse “ma… No New York? E i Contortions?”. In realtà entrambi erano già più famosi dei Chrome o degli Sleepers, ma non abbastanza per un posto nella “major league” accanto ad autentici monumenti quali Devo, Talking Heads o Pere Ubu. Invidio ferocemente chi ascolterà per la prima volta questi dischi in seguito alla mia segnalazione. E attendo i ringraziamenti che di sicuro arriveranno.

Art-rock foto

Dieci album fondamentali
Innanzitutto, è forse necessario chiarire il significato di un termine che a taluni potrebbe sembrare astruso: art-rock, chi era (è?) costui? Quando lo si cominciò a usare con frequenza, proprio nel periodo in cui  qui si va a scavare, lo si faceva – spesso, chissà perché?, con spirito vagamente diffamatorio – in riferimento a musicisti rock con velleità di tipo artistico-intellettuale: gente che, insomma, cercava di andare oltre la semplicità e l’immediatezza del punk all’epoca (ancora) imperante, magari ampliando a un tastierista elettronico il classico organico basato su una o più chitarre, senza però rinnegare la fisicità del rock. Nulla più, in ogni caso, di un’etichetta di comodo sotto cui raccogliere esperienze diversissime tra loro, peraltro accomunate dall’appartenenza al fenomeno – altra etichetta di comodo: la critica, si sa, adora creare categorie – passato alla storia come new wave. Art-rock, per meglio capirci, erano i Talking Heads, i Devo, i Suicide, i Pere Ubu e persino i Television: tutte band che non troverete citate nell’elenco qui propostovi semplicemente perché, come altre anch’esse americane e anch’esse attive in quegli anni cruciali (B 52’s, Cars, Wall Of Voodoo, Tuxedomoon o gli elettronici Residents, tanto per scongiurare il rischio che qualcuno ci accusi di gravi omissioni), sono conosciutissime e non possono dunque essere reputate minori.
“Minori”, appunto: gruppi, cioé, che difficilmente trovano spazio nelle enciclopedie rock ma che sono spesso autentici oggetti di culto per quanti hanno avuto modo di ascoltarne le prove discografiche. Ci premeva, insomma, segnalare la bellezza e la particolarità dei lavori in questione, tutti figli di un momento storico-musicale unico e irripetibile: è infatti ben noto che il punk, oltre a dare un violento scossone alla scena della seconda metà dei ‘70, provocò una vera esplosione di sonorità atipiche e stimolanti. Non a caso, proprio per sottolineare l’importanza dei coraggiosi “precursori”, ed evitare di confonderli con i tanti che sulla loro scia sono nati, che si è deciso di fissare come confini il mitico 1977 e il 1981: vale a dire, l’anno in cui tutto cominciò a emergere dal più buio underground e l’anno che registrò l’ultimo pugno di sospirati esordi a 33 giri di alcuni dei più apprezzabili protagonisti della prima ondata.
CHROME Alien Soundtracks (Siren 1977)
Secondo (e migliore) capitolo della discografia sterminata e sommersa della band di San Francisco e primo con Helios Creed (da qui in poi co-leader assieme a Damon Edge, anche lui polistrumentista), Alien Soundtracks sancisce la (non azzardata) unione tra avanguardia e psichedelia con uno stile ruvido e visionario nel quale confluiscono rock anche piuttosto energico, effetti elettronici e rumori. La forma è grezza ma la fantasia è libera di volare; e Chromosome Damage è uno dei più brillanti esempi di “punk creativo” di sempre.
FEELIES Crazy Rhythms (Stiff 1980)
Nella seconda metà dei ‘70 i Feelies non erano dediti al roots che nel decennio seguente diede loro maggiore notorietà, ma a un originalissimo pop-rock sospeso tra naïvete Sixties, echi di Velvet Underground e agganci alla neonata new wave. Edito in Inghilterra, il primo album dei quattro del New Jersey è un formidabile incontro tra armonia e “intellettualismo”, innalzato a capolavoro dallo spessore compositivo e interpretativo di brani quali The Boy With Perpetual Nervousness, Original Love, l’irresistibile filastrocca Fa Ce La e la cover della beatlesiana Everybody’s Got Something To Hide.
HUMAN SWITCHBOARD Who’s Landing In My Hangar (Faulty 1981)
Non ebbero vita né lunga né facile, gli Human Switchboard: troppo psichedelici per l’audience del punk e troppo punk per quella del rock classico. A testimonianza della sua grandezza, oltre a vari 7 pollici e due live (uno solo su cassetta), la band dell’Ohio realizzò questo eccezionale album con suoni tra l’ipnotico e il nervoso e atmosfere di sapore Velvet Underground: dieci magiche canzoni “garagiste” contraddistinte dalla voce aspra di Bob Pfeifer e dalle insinuanti tastiere (in primis, organo Farfisa) di Myrna Marcarian.
MX-80 SOUND Out Of The Tunnel (Ralph 1980)
Dopo un EP pubblicato nella natia Bloomington, nell’Indiana, e un album su Island (Hard Attack, 1977) troppo in anticipo sui tempi per raccogliere consensi, gli MX-80 Sound si legano all’etichetta dei Residents e confezionano questo disco stralunato e affascinante, dove la ricerca di soluzioni inedite – bruschi stacchi ritmici, trame spigolose, voce fuori dalle righe, liberi volteggi di sax – è guidata da uno spirito sostanzialmente (punk) rock. Un riuscitissimo connubio di convulsioni e sperimentazioni.
POLYROCK Polyrock (RCA 1980)
Il fatto che per produrre i loro primi due album (e per suonarci!) si sia scomodato addirittura il maestro Philip Glass spiega quanto grande fosse la considerazione della quale i Polyrock godevano nella New York alternativa a cavallo tra ‘70 e ‘80. Sorta di trait d’union fra Talking Heads, Cars e B 52’s, con l’impronta colta a bilanciare le aperture più scanzonate, il sestetto guidato dai fratelli Billy e Tommy Robertson avrebbe certo meritato ben altra gloria: specie in virtù di questo debutto, più “sperimentale” del successivo Changing Hearts e del mini Above The Fruited Plain che ne chiuse l’attività.
REDS The Reds (A&M 1979)
Grazie a due 45 giri molto underground, i Reds di Philadelphia ottennero un contratto dalla A&M. Per la major, il gruppo firmò un EP in formato 10” con la cover di Break On Through dei Doors e, pochi mesi prima, quest’album prodotto da David Kershenbaum: istinti punk, ricordi glam e indole new wave avvinti in travolgenti rock’n’roll (Victims, What’cha Doin’ To Me) e ombrose ballate (Joey, Self Reduction) giocati sugli intrecci di chitarra e tastiere e caratterizzati da un canto efficacissimo nei suoi toni sgraziati.
SLEEPERS Painless Nights (Adolescent 1981)
Li chiamavano “i Joy Division di San Francisco”, e ascoltando questo loro unico album non è difficile capire perché. Già parecchio atipico quando ancora predicava il verbo punk, l’ensemble capitanato dal carismatico cantante Ricky Williams e dal chitarrista (ex Tuxedomoon) Michael Belfer ha dato vita a un intrigante ibrido figlio del rock, del dark e di malcelate attitudini psichedeliche, sviluppato in episodi di rara forza evocativa. Un incantevole affresco dominato dal grigio, nel quale si accendono però splendide policromie.
SNAKEFINGER Greener Postures (Ralph 1980)
Reduce da un’esperienza inglese in ambito rock-blues, il chitarrista Philip Lithman ritorna in California e, riallacciata la collaborazione con gli amici Residents, inaugura una carriera solistica all’insegna di canzoni sghembe e bizzarre, figlie di un approccio quantomeno singolare a scrittura ed esecuzione. Secondo di un poker di album marchiati Ralph, Greener Postures è il più pregevole assaggio dell’eccentrica “etnopsichedelia elettronica in salsa new wave” cucinata dal Nostro, ben sintetizzata dallo strepitoso singolo The Man In The Dark Sedan.
URBAN VERBS Urban Verbs (Warner Bros 1980)
Due album datati 1980 e 1981 sono la purtroppo esigua eredità lasciata dagli Urban Verbs, quintetto di Washington D.C. meravigliosamente schizofrenico nel suo destreggiarsi tra vigore e solennità. Di questo folgorante esordio, calato alla perfezione nel clima dell’epoca ma non per questo oltraggiato dagli anni trascorsi, colpiscono soprattutto il profondo lirismo e il canto duttile e drammatico di Roddy Frantz, fratello di Chris dei Talking Heads. Nonché il modo in cui il sound, pur ricordando quelli di varie altre band coeve, riesce a essere personale.
VV.AA. No New York (Antilles 1978)
Un produttore d’eccezione (Brian Eno) e quattro gruppi tra i più chiacchierati della scena d’avanguardia di New York (i Contortions di James White, i Teenage Jesus & The Jerks di Lydia Lunch, i Mars, i D.N.A. di Arto Lindsay) per fotografare i volti di una sperimentazione cruda e feroce, dove la melodia è per lo più sacrificata sull’altare della dissonanza e dove il (punk) rock è come una lontana eco fra i convulsi e tetri abbracci di mille paranoie. Un disperato urlo di disagio e alienazione dal cuore (marcio) della Grande Mela.

Gli altri dieci
BIZARROS Bizarros (Mercury 1979)
Dall’Ohio un ispirato esempio di punk evoluto, in bilico fra acidità garage e suggestioni vellutate.
CONTORTIONS Buy (Ze, 1979)
Se la partecipazione a No New York non fosse sufficiente, James White al massimo della sua furia funk-punk-jazz:
DARK DAY Exterminating Angel (In-Fidelity 1980)
Nelle tastiere di Robin Crutchfield, ex D.N.A., il tormento di No New York prova a trasformarsi in cupa e glaciale armonia.
LOVE OF LIFE ORCHESTRA Geneve (In-Fidelity 1980)
Le fantasie tra new wave, dance, jazz e avanguardia di un gentiluomo newyorkese chiamato Peter Gordon.
PYLON Gyrate (Armageddon 1980)
Pulsioni, tensioni e allucinazioni dalla Athens pre-R.E.M..
RAYBEATSGuitar Beat (Don’t Fall Off The Mountain 1981)
Christensen e Harris, entrambi ex Contortions, alle prese con un vivace guitar-art-rock solo strumentale.
ROMEO VOID It’s A Condition (415 1981)
Da San Francisco. Ipnotici e al contempo romantici, con il canto di Debora Iyall a fare la differenza.
TIN HUEY Contents Dislodged During Shipment (Warner Bros 1979)
Estro e follia in chiave “pop” da Akron, Ohio.
TWINKEYZ Alpha Jerk (Plurex 1979)
Avantgarde-psycho-pop da Sacramento, con buone dosi di stravaganza.
UNITS Digital Stimulation (415 1980)
Ancora San Francisco. Due synth, due voci e una batteria per un sound in bilico tra sperimentazione e pop.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.470 del 22 gennaio 2002

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Hardcore USA 1980-1983

Era addirittura da aprile che non recuperavo una discografia base, ovvero una mini-mini-guida introduttiva, in dieci (più dieci) album, a un genere o fenomeno musicale. Il titolo spiega già tutto e dunque non c’è bisogno di aggiungere altro. Cercate, ascoltate ed esaltatevi.

Hardcore foto

Dieci album fondamentali
Si era più o meno nel 1980 quando il termine hardcore, preso ovviamente in prestito dal linguaggio cinematografico, cominciò a essere utilizzato sempre più spesso in riferimento al punk. Spentasi l’eco del ‘77, con tutto il suo corollario di nichilismo e illusioni, la scena underground internazionale registrò infatti l’affacciarsi alla ribalta di numerose band che, pur appropriandosi di molti degli elementi cari alla “blank generation” (l’immediatezza, l’aggressività, l’approccio ribelle), tentavano con successo di spingere il punk ben oltre i suoi originari confini: sia sul piano musicale, componendo brani assai più esasperati in termini di rapidità di esecuzione e ruvidezza, sia sotto il profilo dei contenuti (con testi più consapevoli e mirati) e del look a base di borchie, creste e spikes.
Benchè discretamente diffuso nel Regno Unito (Discharge, G.B.H.) e quindi in parecchie altre nazioni europeee (Italia compresa: Raw Power, Cheetah Chrome Motherfuckers, Wretched, Indigesti, Negazione), l’hardcore visse un vero e proprio boom al di là dell’Atlantico. Gli Stati Uniti, e in particolare la California, Washington D.C., Boston e l’area di New York, assistettero così a una incredibile proliferazione di gruppi e alla nascita di numerose etichette consacrate alla promozione del nuovo stile: anzi, ai nuovi stili, alla luce di come le formule sviluppate dai giovani (e a volte meno giovani) guastatori dell’ordine rock precostituito si presentassero – pur nella generale adesione al binomio velocità-durezza – molto diverse tra loro.
A proposito dei “paletti”: l’indagine di questo articolo è limitata agli States in quanto principale culla del movimento, mentre il 1980 e il 1983 hanno rispettivamente visto l’uscita dei primi album-chiave e l’espansione su vasta scala di un fenomeno cui i consensi di pubblico e la conseguente professionalità avevano almeno nella maggioranza dei casi sottratto l’innocenza. I lavori qui citati sono dunque testimonianze selvagge, personali e (per quanto è possibile) senza compromessi di un’attitudine musicale e di vita che, per quanto in apparenza poco edificante, ha cambiato in positivo moltitudini di ragazzi potenzialmente persi. Che hanno imparato a esorcizzare la violenza vera praticando quella catartica del live e che – non sempre, ma di frequente: si pensi, ad esempio, alla filosofia Straight Edge, che predica la rinuncia a droghe ed alcool – hanno usato la musica come strumento di propaganda di valori morali: ecologia, animalismo, pacifismo e soprattutto rispetto del prossimo, giustamente convinti che la rivoluzione, per essere davvero efficace, deve partire dall’individuo.

ADOLESCENTS Adolescents (Frontier 1981)
“Adolescenti” di nome e di fatto, questi cinque ragazzi dell’area di Los Angeles, probabilmente arrabbiati più per noia che per convinzione. L’ABC del (poi) classico hardcore melodico californiano è nei solchi di questo grezzo e fulminante esordio, contenente almeno una manciata di piccoli anthem (su tutti No Way) e contraddistinto dalla chitarra guizzante di Rikk Agnew e dalla voce immatura ma autorevole di Tony Cadena. L’edizione CD è arricchita dei tre episodi del 7”EP Welcome To Reality e dell’intero primo album solistico di Rikk Agnew, l’ottimo All By Myself.
BAD BRAINS Rock For Light (PVC 1983)
Senza che ciò abbia nulla a che vedere con il razziasmo, l’hardcore è sempre stata in massima parte una faccenda “da bianchi”. Eccezione alla regola furono i Bad Brains, neri da Washington D.C. che però stupirono soprattutto grazie alla musica: ritmi da togliere il fiato e chitarra assassina, con la voce acuta di H.R. a conferire all’insieme un prezioso tocco di inconfondibilità e qualche apertura reggae dovuta all’adesione dei quattro alla fede Rastafari. Il tutto prodotto, e bene!, da uno che con il punk non ha mai avuto nulla a che spartire, Ric Ocasek dei Cars.
BAD RELIGION How Could Hell Be Any Worse? (Epitaph 1981)
Prima di diventare, con la reunion della seconda metà degli ‘80, gli alfieri dell’hardcore melodico, i Bad Religion di Los Angeles proponevano un suono rozzo e sferragliante, dove l’irruenza era comunque incanalata in schemi compositivo-interpretativi di grande efficacia. How Could Hell Be Any Worse? racchiude in sé tutti gli elementi apprezzati nei lavori successivi, anche se la formula è tutta basata su un istinto non ancora mediato dalla ragione.
BLACK FLAG Damaged (SST/Unicorn 1981)
Più che alla velocità, comunque presente in molti episodi, i Black Flag di Los Angeles si affidavano a una visceralità intensa e brutale, capace di rendere i brani – quelli compatti e trascinanti così come quelli dove le cadenze serrate lasciano il posto a schemi assai più dilatati e acidi – autentici inni all’oltranzismo r’n’r. Non solo rabbia, comunque, ma anche creatività senza barriere, come la band guidata dal chitarrista Greg Ginn – che proprio da quest’album si avvale della collaborazione di un giovane ma già carismatico Henry Rollins – non mancherà di confermare in una discografia all’insegna dell’eclettismo.
CIRCLE JERKS Group Sex (Frontier 1980)
Quattordici canzoni compresse in quindici minuti di durata complessiva: basterebbe forse questo a spiegare il debutto dei californiani Circle Jerks del cantante Keith Morris (già nei Black Flag) e del chitarrista Greg Hetson (poi nei Bad Religion). Punk ossessivo, crudo e lancinante, con la voce abrasiva di Morris a marchiare pietre miliari di “teenage angst” quali Back Against The Wall, World Up My Ass e soprattutto quella Live Fast Die Young che sono stati in troppi a prendere alla lettera.
DEAD KENNEDYS Fresh Fruit For Rotting Vegetables (Cherry Red 1980)
Unici e irripetibili, i Dead Kennedys di San Francisco, almeno in questo loro primo album nel quale fanno bella mostra di sé gemme come California Über Alles e Holiday In Cambodia: hardcore, certo, ma reso originalissimo dalle perverse divagazioni melodiche, dalle chitarre morriconiane di East Bay Ray e dal canto “teatrale” e beffardo di Jello Biafra. Più che un semplice disco, un monumento a un approccio che il quartetto – e in particolare Biafra, con le sue infinite attività parallele – contribuirà forse più di chiunque altro a propagandare e diffondere.
DESCENDENTS Milo Goes To College (New Alliance 1982)
Benchè non sempre considerati come meriterebbero dal pubblico, sono assieme ai Bad Religion e ai padri Ramones una delle band che più hanno influenzato l’hardcore californiano dei ‘90. Punk-pop ruvido e immediato, quello dei quattro di Los Angeles, a tratti filo-demenziale e ideale colonna sonora per la vita dei teenager americani vent’anni dopo Happy Days.
HÜSKER DÜ Everything Falls Apart (Reflex 1982)
Sono stati tra i primi, gli Hüsker Dü, a evolvere l’hardcore in senso “pop” senza sottrargli la sua naturale ferocia, e i primi in assoluto a portarlo su major. Questo secondo album, a metà strada tra la cieca irruenza di Land Speed Record e le ibridazioni di Metal Circus, fotografa il power-trio di Minneapolis in una fase “di passaggio”, mostrando però nitidissime tutte le componenti sulle quali Bob Mould, Grant Hart e Greg Norton hanno edificato il loro mito.
MINOR THREATComplete Discography (Dischord 1989)
La data di uscita non tragga in inganno: in questo CD è infatti contenuto tutto ciò che i Minor Threat hanno inciso in studio nel corso della loro breve e tormentata carriera, tra il 1981 e il 1983. E brevi e tormentate sono pure le canzoni, caratterizzate dal canto spaventosamente aspro di Ian MacKaye (il futuro leader dei Fugazi), che definiscono come meglio non si potrebbe quell’hardcore punk di cui il quartetto di Washington D.C. è passato alla storia come inventore. Tra i ventisei pezzi, anche la Straight Edge che ha dettato le regole dell’omonimo movimento di pensiero.
SOCIAL DISTORTION
Mommy’s Little Monster (13th Floor 1983)
Quando l’hardcore, legandosi alle tradizioni del miglior r’n’r, si trasforma in puro lirismo: nove canzoni di rara intensità, dove il notevole impatto fisico accentua la forza emotiva di uno stile al quale la voce calda e sofferta di Mike Ness – autore, tra l’altro, di liriche meritevoli di figurare tra i capolavori della poesia di strada – conferisce ulteriori attrattive. Se si è sempre ascoltato rock non estremista, il disco ideale per un primo contatto non troppo traumatico con l’hardcore.

Gli altri dieci
AA.VV. Flex Your Head (Dischord 1982)
Il manifesto del panorama di Washington D.C.. Tra i partecipanti, Teen Idles, Minor Threat, SOA, Government Issue, Youth Brigade.
AA.VV. Not So Quiet On The Western Front (Alternative Tentacles 1982)
Quarantasette brani per altrettante band emergenti della California e del Nevada. Tra i curatori, Jello Biafra dei Deaad Kennedys.
AA.VV. This Is Boston, Not L.A. (Modern Method 1982)
I primi passi della scena bostoniana. Tra gli altri, Jerry’s Kids, Gang Green, F.U.’s, Freeze.
KRAUT An Adjustment To Society (Cabbage 1982)
I padri dell’hardcore newyorkese.
MDC Million Of Dead Cops (Radical 1982)
La più feroce e devastante band texana. Contiene l’inno John Wayne Was A Nazi.
MISFITSWalk Among Us (Ruby 1982)
Horror-core dal New Jersey, con un giovanissimo Glenn Danzig.
SUICIDAL TENDENCIES Suicidal Tendencies (Frontier 1983)
Da Los Angeles, un hardcore imbastardito da contaminazioni con metal e rap. Quasi dieci anni prima dell’era crossover.
TOXIC REASONSIndependence Day (Risky 1982)
Dall’Ohio con furore.
T.S.O.L. Dance With Me (Frontier 1982)
Quando l’hardcore incontra il gothic.
ZERO BOYSVicious Circle (Nimrod 1982)
Misconosciuti ma grandissimi emuli dei Bad Brains, da Minneapolis.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001

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Post-punk italiano 1980-1986

Dopo quelle sul rock australiano 1977-1988 e sulla canzone d’autore italiana 1971-1977, è arrivata l’ora di recuperare una terza discografia base. Si parla ancora di musica nazionale, nel caso specifico di musica che all’epoca della pubblicazione su sacro vinile era seguita da un pubblico decisamente limitato. Oggi che è in qualche modo passata alla storia è nel complesso più visibile, anche se rimane – con qualche eccezione facilmente riconoscibile – una faccenda di culto.

Post-punk italiano foto

Decidere di scrivere un articolo come questo significa volersi cercare delle rogne. Non perchè l’argomento in sè sia particolarmente complesso, visto anche che il serbatoio-titoli nel quale attingere non è certo ampio come per altri generi e/o tendenze, ma perchè l’occuparsi della musica di casa nostra comporta sempre spiacevoli controindicazioni in termini di feedback da parte degli artisti che si non si sentono considerati in modo adeguato ai propri meriti. E una “discoteca base”, che per forza di cose propone promozioni e bocciature e stabilisce gerarchie, è proprio ciò che di meglio può desiderare un giornalista che ama vivere tranquillo. Specie quando, come in questa circostanza, si è derogato all’abituale principio dei “10 + 10”, poichè venti album ci sono sembrati eccessivi.
Considerato quanto il tema sia spinoso, sarà quindi bene illustrarne con la maggior chiarezza possibile i limiti stilistici e temporali, spiegando come il termine “post-punk” stia a indicare quell’insieme di indirizzi musicali che, pur basandosi sui principi di energia e immediatezza predicati dal punk, li hanno interpretati in chiave assai più eclettica sul piano formale, dando vita a interessanti ibridi: per rifarci ad alcune delle realtà straniere più note, insomma, nel post-punk sono collocabili i primi Talking Heads, Siouxsie & The Banshees, i Cure, gli Ultravox, gli Stranglers, i Devo, i Joy Division, i Bauhaus, così come altre band gothic (o “dark” che dir si voglia) e/o elettroniche che a cavallo tra ‘70 ed ‘80 hanno trasformato il panorama internazionale in un policromo e affascinante puzzle di sonorità creative. Tali fermenti hanno ovviamente investito anche l’Italia, colpendo nel profondo centinaia di artisti in erba e spingendoli a seguire, con maggiore o (più spesso) minore personalità e gusto, le orme degli ispiratori d’oltremanica e d’oltreoceano. In molte città (soprattutto Milano, Bologna, Firenze e Torino) sono così fiorite vere e proprie scene underground, limitate nell’estensione ma lodevoli per impegno e idee oltre che avvantaggiate – almeno in quanto a purezza di intenti: sul piano della professionalità, invece, non c’era da stare allegri – dal pressochè totale disinteresse del mercato discografico ufficiale; e fu proprio la mancanza di appoggi in ambito major a portare alla nascita di etichette indipendenti (la prima propriamente detta fu l’Italian Records di Bologna) che tentavano di fornire al fenomeno pur minimi sbocchi e possibilità di crescita.
Come per ogni discoteca-base, i “confini” del campo d’azione non sono stati piantati arbitrariamente: il 1980 è infatti l’anno di uscita di Sick Soundtrack dei Gaznevada, primo lavoro a dimostrare senza timore di smentita le potenzialità espressive della nuova ondata autoctona, mentre il 1986 ha registrato tra le altre cose la pubblicazione del monumentale 17 re dei Litfiba, che di fatto ne rappresentò il suggello e a detta di molti lo zenit qualitativo. Va da sè che, per evidenti ragioni, nella trattazione sono stati presi in esame solo gruppi e album inquadrabili nel fenomeno post-punk: non c’è quindi da stupirsi o da scandalizzarsi delle assenze dei precursori Skiantos e di compagini hardcore (Raw Power, Indigesti, Negazione, Nabat), garage/psichedeliche (Not Moving, Sick Rose, Birdmen Of Alkatraz, Technicolour Dream) e rock in senso stretto (Gang, Boohoos, Rocking Chairs), che pure hanno operato – quale più, quale meno – nel medesimo arco di tempo, lasciando un segno tangibile nella storia del rock nazionale.
CCCP-FEDELI ALLA LINEAAffinità – divergenze fra il compagno Togliatti e noi (Attack Punk, 1986). Almeno all’epoca di questo loro primo album, i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni erano ancora molto crudi e rabbiosi, ma vari elementi – i ritmi ipnotici, la batteria elettronica, le incredibili liriche a sfondo politico e sociale declamate con enfasi, l’attenzione riservata agli aspetti visivi delle performance – dimostrano quanto la band fosse oltre il punk convenzionalmente inteso. Ci sono le classiche Emilia paranoica, Mi ami? e Curami ma manca purtroppo all’appello l’altro inno Spara Jurij, in origine su 7” e poi riproposto nella ristampa in CD (a cura della Virgin) del 12”ep Compagni cittadini fratelli partigiani.
DIAFRAMMASiberia (IRA, 1984). All’inizio sembravano la versione autoctona dei Joy Division, ma in pochi anni il quartetto fiorentino ha saputo concepire un suono decisamente più personale all’insegna di un “rock d’autore” ombroso e carico di vellutata tensione. Siberia, primo dei tre album in cui il chitarrista e songwriter Federico Fiumani era affiancato dal cantante Miro Sassolini, allinea otto gemme di inquietante e visionario splendore, ancora oggi intensissime e fascinose nonostante le loro atmosfere rimandino a giorni ormai lontani. Indimenticabile la title track, così come Amsterdam e Neogrigio.
FAUST’OJ’accuse… amore mio (Ascolto, 1980). È l’album più post-punk di Fausto Rossi, dopo gli altrettanto validi esperimenti con la canzone “decadente” realizzati (con l’appoggio artistico di Alberto Radius) in Suicidio e Poco zucchero. David Bowie, Lou Reed e gli Ultravox continuano a essere i numi tutelari di un disco che rispetto al passato mostra solo una maggiore propensione al pop, peraltro sviluppata con ironia e buon gusto. Tra i momenti più significativi, Disaster, Non mi pettino mai e soprattutto Hotel Plaza.
FRANTIIl giardino delle quindici pietre (BluBus, 1986). Assieme ai CCCP sono i più “fuori contesto” del lotto, visto che per la band di Stefano Giaccone e Lalli il punk è diventato quasi subito uno stimolo ideale più che musicale. Impossibile, comunque, non prendere in considerazione questo disco – a ben vedere, l’unico vero album consegnato alle stampe dall’ensemble torinese – dove il rock spigoloso, il folk, il blues, il jazz e l’avanguardia si fondono in episodi stimolanti sotto il profilo sia intellettuale che fisico, schegge impazzite di un eclettismo nel contempo lucido e dissennato. E sempre splendidamente poetico.
GAZNEVADASick Soundtrack (Italian, 1980). Grinta rock, approccio “art” e straordinaria ispirazione per un album di grande personalità, che scuote nello shaker dell’eclettismo i più diversi riferimenti stilistici del periodo, dalla new wave robotica di Talking Heads e Devo alle avanguardie newyorkesi. Testi per lo più in inglese, con solo qualche apertura all’italiano, cantati con voce tenebrosa e strozzata, e musica in perfetto equilibrio tra asprezza, glacialità, paranoia e melodie perverse: non fosse per la registrazione, corretta ma un po’ troppo “inscatolata”, sarebbe invecchiato benissimo.
LITFIBA17 re (IRA, 1986). Il massimo capolavoro dei Litfiba, qui nella storica formazione Pelù-Renzulli-Aiazzi-Maroccolo-De Palma, nato come per magia dall’accordo tra i disaccordi esistenti in seno al gruppo. Quattro facciate e sedici canzoni tanto articolate quanto vibranti di passione, che sposano potenza rock, solennità dark, velleità filosperimentali e qualche melodia pop. Da Gira nel mio cerchio a Re del silenzio, da Vendette a Come un dio, da Resta ad Apapaia, un inno alla creatività più libera e selvaggia.
NEONRituals (KinderGarten, 1985). Pionieri del connubio rock-elettronica già dalla fine dei ‘70, i Neon del cantante e tastierista Marcello Michelotti sono stati a lungo il più importante gruppo di Firenze e uno dei nomi di punta della cosiddetta new wave italiana. Partorito a seguire svariati singoli e 12”EP, Rituals è la prova della raggiunta maturità, oltre che un’ottima raccolta di canzoni che rimangono tali nonostante i ritmi incalzanti, le atmosfere tenebrose e l’aura di mistero che sembra avvolgerle.
PANKOWFreiheit fuer die Sklaven (Contempo, 1987). Pubblicato alla fine del 1987, ma ovviamente concepito in precedenza, costituisce la summa della prima fase di carriera dei Pankow, ensemble fiorentino che ha brillantemente anticipato molte delle future tendenze techno con una proposta di scuola elettronica tanto cupa e ossessiva quanto lancinante e rabbiosa. Ottennero fortuna più all’estero che in patria, e d’altronde erano al 100% un gruppo di respiro internazionale: non solo per il suono nettamente avanti e il canto in inglese, ma anche per la scelta di affidare la produzione ad Adrian Sherwood e la copertina a H.R. Giger. Splendida la cover di In Heaven, rubata alla colonna sonora dell’alienante Eraserhead di David Lynch.
UNDERGROUND LIFEThe Fox (Suono 1983). Checchè possano dirne a Firenze, la “nuova musica italiana cantata in italiano” è stata inventata a Monza dagli Underground Life di GianCarlo Onorato, che già nel 1978 davano vita ai primi tentativi di amalgamare la nostra lingua con soluzioni di scuola Ultravox ora più concitate e ora più romantiche e decadenti. Primo atto sulla lunga distanza dell’album, The Fox privilegia i testi in inglese accentuando l’effetto-John Foxx del cantato, e si rivela suggestivo – a dispetto delle inevitabili ingenuità – nelle sue maestose strutture melodiche.
VV.AA.The Great Complotto (Italian 1981). È il primo documento della curiosa scena sviluppatasi in quel di Pordenone, animata da poche decine di individui – molti dei quali attivi in più di una band – dediti a bizzarre ma spesso efficaci contaminazioni tra rock ed elettronica. Un collage policromo di martellante post-punk giocato su chitarre e tastiere, per lo più orientato verso il pop ma non del tutto privo di velleità sperimentaloidi, con i Devo a fungere da principale fonte di ispirazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.430 del 20 febbraio 2001

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Canzone d’Autore italiana 1971-1977

Nessun dubbio, o almeno spero, sulla mia natura di indomito rocker, ma da sempre sono anche appassionato di canzone italiana di qualità. Nulla di strano, insomma, che anni fa abbia dedicato all’argomento una delle discografie-base di Classic Rock, cioè un elenco commentato dei primi dieci (più dieci) album imprescindibili per farsi un’idea del fenomeno trattato.

Canzone italiana 70 fotoDieci album fondamentali
Non è un discorso facile da affrontare e tantomeno da schematizzare, quello sulla famigerata Canzone d’Autore (“C” e “A” maiuscole, please) fiorita in Italia nei non meno famigerati anni ‘70: troppi nomi da citare, troppe scene da raccontare, troppi cani sciolti ai quali cercare di mettere il guinzaglio e troppi distinguo da effettuare, specie nel ristretto spazio qui disponibile. Rischiando la superficialità, ci si limiterà quindi a chiarire che nella suddetta categoria – almeno in questa sede – saranno presi in esame (quasi) solo artisti che si sono impegnati con successo nell’affermare una “nuova” figura di cantautore: nuova perché più interessata, rispetto a quella impostasi nei Sixties, all’analisi e alla denuncia sociale e politica, e di norma più diretta nell’esprimere la propria urgenza di contenuti; perché più vicina al suo pubblico, in seguito all’utilizzo di canali promozionali – concerti, festival “popolari” e stampa specializzata – alternativi al classico monopolio della RAI (le radio e le TV private, ricordiamolo, arrivarono a metà decennio); perché, in generale, animata dal desiderio di aprire altri orizzonti – seguendo l’esempio ideale di capiscuola come Tenco, Ciampi, Endrigo, De André, Della Mea, Jannacci, Gaber – a una musica per troppo tempo succube dei cliché melodici di scuola sanremese.
È ovvio che, in una situazione così dinamica, convivessero realtà molto diverse. Ed è altrettanto ovvio che, al momento di stendere una lista di album-chiave (uno per ogni nome: doloroso ma inevitabile), sia stato necessario fissare criteri precisi. Si è così optato per una selezione di titoli che dal 1971 (Non al denaro non all’amore né al cielo di De André) arriva al 1977 di Gaetano e Finardi, prendendo naturalmente in considerazione solo l’area “impegnata” nell’accezione di cui sopra: e ciò spiega assenze che taluni potrebbero ritenere scandalose come quelle di Paolo Conte, del primo Ivano Fossati, di Ivan Graziani, di Angelo Branduardi, di Massimo Bubola, dell’irriverente Renato Zero, di Lucio Dalla, di Claudio Baglioni.
LUCIO BATTISTIIl mio canto libero (Numero Uno, 1972). Non un cantautore “vero”, dato che i suoi testi erano allora firmati da Mogol, Lucio Battisti è però stato – a dispetto dei formidabili successi di cassetta e complice anche il suo carattere di antidivo – uno dei simboli dell’altra canzone dei ‘70. In modo particolare con i suoi primi album concepiti non come raccolte di singoli, tra i quali spicca questo surreale pastiche filo-hippy e filo-psichedelico (in senso molto lato) che ha in Gente per bene e gente per male addirittura un abbozzo di denuncia sociale; e in La luce dell’Est, Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi e Il mio canto libero tre indiscutibili pietre miliari.
EDOARDO BENNATOIo che non sono l’imperatore (Ricordi 1975). C’è l’amore per Dylan, vampate blues e una decisa indole rock’n’roll, nei brani del napoletano Edoardo Bennato. E soprattutto tanta sfrontata ironia nello scagliarsi contro ingiustizie e luoghi comuni, oltre a una vivacità creativa ben sottolineata da un approccio canoro istrionico e beffardo. Io che non sono l’imperatore è il terzo atto di una carriera che per l’intero arco dei ‘70 si manterrà, nonostante i grandi consensi commerciali, pressoché ineccepibile per qualità e coerenza. Difficile scegliere tra Feste di piazza, Signor censore, l’esilarante Io per te Margherita, la title track e la caustica Affacciati Affacciati, incisa dal vivo in uno dei tantissimi concerti-happening e dedicata al Papa.
FABRIZIO DE ANDRÉNon al denaro non all’amore né al cielo (Produttori Associati 1971). Mediano di una splendida trilogia di concept comprendente anche La buona novella (ispirato ai Vangeli Apocrifi) e Storia di un impiegato (omaggio disilluso al Sogno infranto del ‘68), il quinto album di De André mette in fila nove poesie di Edgar Lee Masters tratte dall’Antologia di Spoon River e opportunamente adattate/attualizzate. Un’operazione di respiro letterario, realizzata con i contributi di Giuseppe Bentivoglio (testi) e Nicola Piovani (musiche), ma anche una straordinaria testimonianza di sensibilità e carisma. Di base c’è forse più Masters che De André, ma è la voce del genovese – immensa – a infondere nuova vita alle intuizioni dell’americano. Immortale, con l’intensissima Il suonatore Jones a far vibrare come nessun’altra le corde del cuore.
FRANCESCO DE GREGORIFrancesco De Gregori (RCA 1974). Più maturo del pur valido Alice non lo sa che lo ha preceduto e meno elaborato del fortunatissimo Rimmel che lo seguirà, il secondo album di De Gregori (comunemente noto come L’agnello, per via dell’immagine di copertina) è un capolavoro di poesia ermetica e stralunata, legata alle tradizioni dylaniane e vestita di melodie essenziali ma efficacissime. D’accordo, spesso si fa fatica a interpretare le liriche: ma Niente da capire, Dolce amore del Bahia, Giorno di pioggia e soprattutto la stupenda Cercando un altro Egitto, semplici e nel contempo ricercate, si ergono come monumenti.
EUGENIO FINARDIDiesel (Cramps 1977). Amava il rock’n’roll e il jazz, il milanese Eugenio Finardi. E nel ‘77, dopo due album più che promettenti (il secondo, Sugo, contiene classici come La radio e Musica ribelle) divenne un idolo della giovane Sinistra militante. Alle sue fortune contribuì in modo decisivo Diesel, raccolta di canzoni estrose ed elaborate sul piano musicale e brillantemente in bilico, nei testi, tra personale e socio-politico; e Scimmia, nonostante la sua morale un po’ troppo semplicistica, è probabilmente il più bel pezzo sulla droga mai scritto in Italia.
GIORGIO GABERIo se fossi Dio (F1 Team/Panarecord 1980). Benché uscita oltre l’anno fissato come limite per la nostra carrellata, questa suite di quattordici minuti (impressa sull’unico lato di un mini-lp autoprodotto: a quanto pare, nessuno aveva il fegato di pubblicarla) sintetizza alla perfezione il Gaber dei ‘70, che liberando la sua voce su trame sonore morbidamente ipnotiche inanella le più feroci invettive contro la classe politica italiana che abbiano mai conosciuto la gloria del vinile. Autentica arte del dissenso, condita di sarcasmo, per il leader di una generazione che all’epoca non aveva ancora perso… ma che, prevedendo la sconfitta, si incazzava. Di brutto.
RINO GAETANOAida (It/RCA 1977). Una magnifica anomalia, Rino Gaetano. Fuori da ogni corrente, da ogni scuola e da ogni cliché, e dunque paragonabile solo a se stesso, il pungente cantautore romano è riuscito abilmente a conquistare i favori del grande pubblico con una miscela di brioso pop-rock e testi assai più acuti e profondi di quanto non apparissero al primo ascolto, cantati con voce non melodiosa ma a suo modo carismatica. Uscito tra l’analogo Mio fratello è figlio unico e il più frizzante Nuntereggae più, il quarto album di Gaetano – purtroppo scomparso in un incidente stradale quatro anni dopo – è una miniera di sorprese, forse non tutte eclatanti ma sempre vive e vere. Sugli scudi l’amara title track, che a parte un paio di frasi obsolete potrebbe essere stata scritta oggi.
FRANCESCO GUCCINIRadici (EMI 1972). Archiviata l’iniziale fase folk-beat, Francesco Guccini raggiunge la maturità espressiva con un quarto album emblematico già dal titolo e dalle foto di copertina, dove la durata degli episodi si allunga, le atmosfere assumono toni elegiaci e i testi si fanno più articolati nel raccontare storie diverse nei temi ma legate dal filo conduttore della memoria. Sette classici del repertorio del cantautore emiliano, dominati da una malinconia visionaria ora sommessa (Incontro, Il vecchio e il bambino, Piccola città, Radici, Canzone della bambina portoghese) e ora accesa di solennità, come in Canzone dei dodici mesi e nell’inno filo-anarchico La locomotiva.
CLAUDIO LOLLIHo visto anche degli zingari felici (EMI 1976). Dopo tre dischi di cupezza cosmica, il bolognese Claudio Lolli rende più ricco e brillante l’apparato strumentale e più saldi i suoi rapporti con la canzone politica; dal rinnovamento scaturisce un album di raffinata eleganza, nel complesso più lieve dei suoi predecessori nonostante i testi si occupino per lo più di morti e di stragi. Troppo “colto” per diventare di massa, Ho visto anche degli zingari felici è un’istantanea rabbiosamente lucida di un periodo cruciale per la Sinistra e quindi per la nostra società, racchiusa in sette brani profondamente poetici ma non retorici: Piazza bella piazza, La morte della mosca e la splendida title track, liricamente sospesi tra crudezza e grazia, i più memorabili.
ANTONELLO VENDITTILe cose della vita (RCA 1973). Dimenticate il Venditti degli ultimi vent’anni, populista e prevedibile, e accantonate anche quello pur ottimo di opere quali Quando verrà Natale e Lilly. Accostatevi invece ai primi due album interamente suoi (dopo il Theorius Campus diviso a metà con De Gregori, figlio dei giorni gloriosi del Folkstudio di Trastevere), L’orso bruno e questo Le cose della vita, per scoprire un artista che armato solo di piano, voce sgraziata e fiera romanità affronta in modo crudemente evocativo temi scomodi e assortiti disagi sociali, esistenziali e sentimentali. Quasi tre decenni dopo tutto sembra parecchio naïf, ma Mio padre ha un buco in gola e Brucia Roma riescono ancora a ferire. Provare per credere.

Gli altri dieci
ALBERTO CAMERINICenerentola e il pane quotidiano (Cramps 1977). Rock eclettico e senza vincoli di forma, dove la protesta si fa visione.
JURI CAMISASCALa finestra dentro (Bla Bla 1974). Alienazione e delirio in un album privo di termini di paragone. Battiato in cabina di regia.
IVAN CATTANEOPrimo secondo frutta (Ivan compreso) (Ultima Spiaggia 1977). Dada-rock all’insegna dell’ambiguità e della provocazione.
ALFREDO COHENCome barchette dentro un tram (It 1977). Originalissime canzoni di orgoglio gay. Produce e arrangia Battiato, Fernanda Pivano firma la presentazione in copertina.
GIORGIO LO CASCIOIl poeta urbano (Divergo 1976). Figlio “minore” del Folkstudio di Roma. Poco vivace ma altamente evocativo.
GIANFRANCO MANFREDIZombie di tutto il mondo unitevi (Ultima Spiaggia 1977). Militanza e (straripante) ironia. Immancabili almeno Dagli appennini alle bande, Ultimo mohicano e Ogino Knaus.
MAURO PELOSIAl mercato degli uomini piccoli (Polydor 1973). Disagio e inquietudine. Tra i segreti meglio riposti della canzone d’autore italiana dei ‘70.
PAOLO PIETRANGELIKarlmarxstrasse (I dischi del Sole 1974). Un felice esempio di canzone politica dall’autore della celeberrima Contessa.
ALAN SORRENTIAria (Harvest/EMI 1972). Tra folk, psichedelia e ardite sperimentazioni. Inoltre, Vorrei incontrarti è una delle più suggestive ballate del “pop” autoctono dei ‘70.
ROBERTO VECCHIONIIpertensione (Philips 1975). Parabola, di quattro anni prima, contiene Luci a S. Siro, ma questo è il Vecchioni più scomodo e coraggioso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.463 del 20 novembre 2001

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Rock australiano 1977-1988

Nei primi numeri di “Classic Rock”, la sezione del Mucchio dedicata a ristampe, riedizioni e in generale rock del passato, trovano spesso spazio articoli che affrontano una scena, un genere o un fenomeno attraverso una selezione di dieci (più dieci) album consigliati. L’underground australiano è da sempre una mia passione: questi, secondo me, i primi titoli da ascoltare per iniziare a conoscerlo.

Australia fotoDieci album fondamentali
Gran bel posto, l’Australia. Non solo per lo splendore dei paesaggi e la scarsa densità di popolazione, ma anche per la straordinaria qualità – e quantità, soprattutto in rapporto al numero di abitanti – della sua scena rock’n’roll; una scena che dai Sixties ad oggi, seppur meno illuminata di quanto avrebbe meritato dalle luci della ribalta internazionale, non ha mai mancato di generare autentici talenti, per forza di cose non privi di punti di contatto con le contemporanee esperienze americane e britanniche ma quasi sempre dotati di requisiti spiccatamente personali. Senza nulla voler togliere agli artisti più antichi e più recenti, è innegabile che il vero e proprio boom creativo del rock del Continente Nuovissimo si sia verificato negli anni ‘80 con epicentro in tutte le principali città (da Sydney e Melbourne fino a Perth, Adelaide e Brisbane), a opera di una pletora di band attive per lo più nel circuito sotterraneo e seguite da varie etichette indipendenti (tra le altre, Mushroom, Au Go-Go, Citadel, Waterfront, Greasy Pop, Red Eye). Nati sulla scia (e sulla spinta) di Saints e Radio Birdman, inconsapevoli precursori del punk-rock già a metà ‘70, questi gruppi hanno dato vita a sonorità assai eterogenee, mostrando spesso saldi legami con il rock energico e incisivo ma privilegiando a seconda dei casi la propensione al pop, al garage, al blues, al garage o alla psichedelia: la documentazione in merito esistente, specie a livello di 45 giri ed ep, è impressionante per estensione e caratura.
Al suddetto policromo quadro, seppure nei limiti davvero molto angusti dei dieci + dieci album, vuole render giustizia questa Discoteca Base, le cui coordinate non sono state naturalmente fissate a caso: il 1977 ha infatti visto la pubblicazione dei leggendari esordi di Saints e Radio Birdman, mentre il 1988 ha registrato – dopo il fasti del triennio 1985-1987 – l’inizio del progressivo calo di attenzione del mondo verso quanto prodotto nella terra dei canguri, a dispetto di isolate manifestazioni di interesse per alcuni suoi esponenti. A criteri almeno altrettanto logici è stata poi informata la scelta dei venti titoli: censura del rock “ufficiale” a favore di quello di area underground (insomma, niente AC/DC, INXS o Midnight Oil), tentativo di rappresentare il maggior numero possibile di stili e indicazione di non più di un disco per ciascun ensemble; e l’assenza della figura forse più carismatica emersa da tale “movimento”, Nick Cave (peraltro presente con i Birthday Party), è dovuta al fatto che l’avvio della carriera solistica alla guida dei Bad Seeds ha portato il musicista ad allentare ulteriormente quei contatti con la Patria già resi meno saldi dal suo trasferimento in Europa di qualche anno prima. Peccato che l’inevitabile esclusione di parecchi protagonisti di rilievo (Exploding White Mice, Porcelain Bus, Trilobites, Cosmic Psychos, Screaming Tribesmen, Psychotic Turnbuckles, Harem Scarem, Lipstick Killers, Visitors…) ci abbia impedito di valorizzare tutte le sfumature dell’affresco.
CELIBATE RIFLESThe Celibate Rifles (Hot 1984). Formatisi a Sydney nel 1980, i Celibate Rifles del cantante Damien Lovelock e del chitarrista Kent Steedman si sono distinti per la capacità di sposare punk’n’roll grezzo e irruente e semplici trame melodiche in composizioni spesso piacevolmente sghembe. Questo secondo album li fotografa nel pieno della loro ascesa, prima che la loro verve iconoclasta e un po’ stralunata cominci a farsi cliché sotto l’influsso della routine; tra i solchi spicca Wild Desire, ballata rock di rara potenza e autorevolezza.
CHURCHStarfish (Parlophone 1988). Nonostante alcuni elementi anomali rispetto agli altri ensemble qui citati (l’attività svolta dall’inizio sotto l’egida di una major, i buoni riscontri internazionali, il suono globalmente più leggero), la presenza dei Church in questo elenco è dovuta soprattutto alla natura della loro proposta, raffinata e radiofonica nella forma ma obliqua e ispirata nella sua ricerca di un equilibrio tra rock, pop, folk, psichedelia e post-punk. Oltre che il più completo, Starfish è stato l’album più fortunato sul piano commerciale della band di Steve Kilbey (voce, chitarra) e Martin Willson-Piper (chitarra).
DIED PRETTYFree Dirt (Citadel 1986). La prima prova a 33 giri del quintetto di Sydney capitanato dal cantante Ronnie Peno e dal chitarrista Brett Myers è anche la più efficace nella messa a punto del suo inconfondibile stile all’insegna di un rock tanto concitato e grintoso quanto profumato di grandi spazi e predisposto a suggestive cavalcate psichedeliche. Sospesi tra Velvet Underground, Doors e trame a sfondo roots, con un pizzico di sfrontatezza punk a conferire al tutto una marcia in più, i Died Pretty sono stati una delle compagini australiane più originali e brillanti del periodo: curioso che in Patria siano stati spesso snobbati e che siano stati invece trattati da star in Europa e negli Stati Uniti.
GO-BETWEENSBefore Hollywood (Rough Trade 1983). Destreggiandosi tra canzone d’autore (Bob Dylan), rock classico (dai Byrds ai Velvet Underground) e qualche tocco new wave, Robert Forster e Grant McLennan inanellano la migliore delle loro raccolte di canzoni aggraziate e affascinanti. La critica se ne accorge e batte le mani, mentre il pubblico mostra indifferenza: un copione che sarà replicato in futuro, facendo dei Go-Betweens di Brisbane, se non la più grande, senza dubbio la più sfortunata band australiana degli ‘80.
HOODOO GURUSMars Needs Guitars (Big Time 1985). Se il quasi altrettanto valido Stoneage Romeos li aveva presentati al mondo come futuri campioni di un rock’n’roll miracolosamente in bilico tra pop, punk, garage, beat e psichedelia, è con il secondo Mars Needs Guitars che gli Hoodoo Gurus di Sydney approdano alla piena maturità senza però compromettere – come in parte accadrà nei lavori seguenti – la freschezza d’impatto. Dave Faulkner è un trascinatore nato, Brad Sheperd un chitarrista come pochi e Bittersweet un singolo degno di figurare in qualsiasi antologia ideale di power-pop.
NEW CHRISTSDistemper (Blue Mosque 1989). Titolari nel periodo 1981-1989 di una formidabile serie di 45 giri realizzati a dispetto delle infinite vicissitudini di organico, i New Christs hanno marchiato a fuoco gli anni ‘80 australiani con un rock caldo, sanguigno e potente, figlio naturale della Detroit degli ultimi ‘70 ma anche del punk’n’roll di quei Radio Birdman dai quali proveniva il cantante Rob Younger. Seppur per una manciata di mesi, la data di uscita lo farebbe escludere dalla nostra trattazione: ma l’urlo di Distemper, primordiale e nello stesso tempo evoluto, non può certo essere soffocato da simili quisquilie.
RADIO BIRDMANRadios Appear (WEA 1977). Aggregatisi nel 1974 e quindi pionieri della nuova ondata australiana, i Radio Birdman sono stati artefici di un rock’n’roll dove l’hard “di strada” di Stooges e Mc5 (influenza primaria per il chitarrista Deniz Tek, nativo proprio di Detroit) ha trovato sviluppo in brani vibranti e viscerali, fortemente caratterizzati dal canto duttile di Rob Younger. Anche se i diretti interessati hanno sempre negato ogni rapporto con il fenomeno, la cruda irruenza e l’immediatezza degli episodi costringono a qualificare il sestetto di Sydney come punk: questo inarrivabile debutto, del quale è forse preferibile la versione confezionata nel 1978 dalla Sire (con alcune sostanziali modifiche di scaletta), spiega chiaramente perchè.
SAINTS(I’m) Stranded (EMI 1977). Non solo un disco-chiave per la scena underground australiana, ma in assoluto uno dei migliori album punk di sempre: per alcuni il migliore in assoluto, addirittura superiore agli esordi di Ramones, Clash e Dead Boys. Guidato da Chris Bailey e Ed Kuepper, il quartetto di Brisbane mette in fila una eccitantissima sequenza di canzoni ruvidissime e selvagge, tra le quali affiorano a sorpresa anche un paio di torride ballate. Negli annales rimane scolpita soprattutto la devastante title track, all’epoca “singolo della settimana (e di ogni settimana)” per la rivista inglese “Sounds”.
SCIENTISTSYou Get What You Deserve! (Karbon 1985). Inaugurata l’attività a Perth con un punk non privo di aperture pop (il primo, omonimo 33 giri), e convertitisi dopo il trasferimento a Melbourne a uno swamp-rock dalle decise inflessioni crampsiane (i mini Blood Red River e This Heart Doesn’t Run On Blood…), i Scientists del geniale cantante e chitarrista Kim Salmon – anche nell’organico dei Beasts Of Bourbon – hanno raggiunto la definitiva maturità con questo secondo album: rock’n’roll cupo e lancinante al quale la libertà da rigide costrizioni formali conferisce un aria ancor più minacciosa e perversa. Il gruppo, scioltosi nel 1987, sarà riscoperto nei ‘90 quando in molti lo indicheranno come uno dei progenitori del grunge.
TRIFFIDSBorn Sandy Devotional (White 1986). Abili e ispiratissimi nel fondere assieme rock, pop, country e folk in una miscela di enorme forza evocativa, i Triffids di David McComb sono stati una delle più apprezzate band australiane degli ‘80. Born Sandy Devotional, secondo album inciso quando l’ensemble faceva già la spola tra la natia Perth e l’Inghilterra che l’aveva adottato, è la gemma più preziosa del suo ricco diadema discografico, anche se alcuni potrebbero preferirgli il più acerbo predecessore Treeless Plain. Giunse addirittura nei Top30 britannici, trainato dallo splendido singolo Wide Open Road.

Gli altri dieci
BEASTS OF BOURBONSour Mash (Red Eye 1988). Sydney. Seconda prova del grande supergruppo capitanato dal cantante Tex Perkins: il miglior voodoo-blues dei nostri antipodi.
BIRTHDAY PARTYJunkyard (Missing Link 1982). Melbourne. Ultimo album della band di un giovane e sconvolto Nick Cave, sciamano di un punk-blues abrasivo e apocalittico.
HITMENHitmen (WEA 1981). Sydney. Trascinante hard-rock dalle venature power-pop/punk, per una delle tante formazioni nate dallo scioglimento dei Radio Birdman.
JOHNNYSHighlights Of A Dangerous Life (Mushroom 1986). Sydney. A metà strada tra country e punk’n’roll, in una combinazione irresistibile di energia e melodia.
LIME SPIDERSThe Cave Comes Alive (Virgin 1987). Sydney. L’ispirazione è garage-punk, il suono tende all’hard, la voce di Mick Blood è carta vetrata.
LIZARD TRAINSlippery (Greasy Pop 1987). Adelaide. Un gioiello di psichedelia chitarristica acida e urticante, perfetta nel dosare luce e oscurità.
MOFFSLabyrinth (Citadel 1988). Sydney. Atmosfere avvolgenti e visionarie, di ispirazione soprattutto britannica, per la band più lisergica d‘Australia.
OLYMPIC SIDEBURNSOlympic Sideburns (Major 1985). Melbourne. Crudi e feroci, tra rock’n’roll d’assalto ed esplosivo psychobilly. Difficile dimenticare Have Love Will Travel e Billy.
STEMSAt First Sight… Violets Are Blue (Mushroom 1987) Perth. Psycho-pop dai marcati accenti Sixties per il primo gruppo “di peso” del cantante e chitarrista Dom Mariani.
SUNNYBOYSSunnyboys (Mushroom 1981). Sydney. Melodie irresistibili (a partire dall’eccezionale Alone With You) per uno dei migliori album power-pop di tutti i tempi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.438 del 17 aprile 2001

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