Rock (in) italiano (1955-2000)

Per il n.8 del mio “Mucchio Extra”, pubblicato alla fine del 2002, curai una delle nostre famose liste di album fondamentali dedicata al rock cantato in italiano dagli albori al 2000. Stilai un elenco di massima, lo sottoposi per commenti e consigli a vari membri dello staff (per la cronaca: Fabio Massimo Arati, Alessandro Besselva Averame, Luca Bonavia, Carlo Bordone, Eddy Cilìa, Aurelio Pasini, Elena Raugei e John Vignola) e quindi presi le mie decisioni, organizzando quello definitivo; scrissi infine parte delle schede di approfondimento e assegnai le altre ai membri dello staff di cui sopra. Sedici anni dopo non mi trovo proprio totalmente d’accordo con il me stesso di allora, ma va sempre così e comunque la lista mi sembra ancora, nel complesso, valida. La ripropongo allora nuda e cruda, senza le schede (i link sono ad altri miei post sull’argomento), invitandovi però, nel caso vogliate esprimere pareri, a leggere le “istruzioni per l’uso” e l’introduzione… anche se so bene che lo farete in pochi, perché la frenesia di dire la propria, ancor più se si tratta di criticare, azzera il buon senso di cercare prima di capire le ragioni altrui.
Istruzioni per l’uso
Come in casi analoghi, eccoci a enunciare, precisare e ribadire in modo schematico le regole di questo (serissimo) gioco che abbiamo voluto intraprendere, con l’obiettivo di fornire un valido strumento – una specie di bussola, insomma – a quanti volessero affrontare i flutti impetuosi del rock (in) italiano per poi rientrare in porto con 100 album che consideriamo, come da titolo, fondamentali: il che, come già detto, non significa necessariamente “i più belli” ma “i più significativi” nell’ottica della rappresentatività che dovrebbe ormai essere ben chiara. Rock, quindi, in senso molto lato, con finestre socchiuse o spalancate su generi a esso limitrofi (dal cantautorato, imprescindibile nel contesto italiano, al pop di spessore fino al folk e al rap; niente jazz, invece, né avanguardie troppo svincolate dalla forma canzone, pop becero, musiche tradizionali), con un solo elemento in comune: i testi in italiano, o al limite in dialetto, se non al 100% almeno in schiacciante maggioranza.
Tali album sono divisi in tre settori: “i primi venti” sono quelli che non dovrebbero assolutamente mancare in nessuna casa, “gli altri trenta” quelli che bisognerebbe possedere e “gli ultimi cinquanta” quelli che sarebbe comunque un delitto lasciare negli espositori dei negozi. Va da sé che, se abbiamo proposto un elenco così concepito, è perché siamo convinti che cento sia il numero minimo per inquadrare correttamente – seppure con qualche inevitabile forzatura – la situazione generale del rock (in) italiano dagli albori ai giorni nostri, con tutti i principali fermenti che ne hanno scandito e determinato l’evoluzione. Ogni gruppo o solista è rappresentato da un unico titolo, selezionato in base a criteri qualitativi, di importanza e rappresentatività (ancora!) del percorso di chi ne è titolare. Poche le eccezioni: Fabrizio De André e Franco Battiato con tre album ciascuno e Lucio Battisti con due, a meno che non si voglia considerare eccezione anche la coppia Ferretti-Zamboni presente con un CCCP-Fedeli alla linea e un C.S.I.. Le ragioni di tali “privilegi” appariranno evidenti dalla lettura delle schede relative. Per quanto riguarda gli anni ‘70, ‘80 e ‘90, infine, abbiamo rinunciato alla troppo facile scorciatoia delle antologie (in fondo, chi ha mai pensato che la storia della musica sia stata scritta dalle hit?), preferendo album propriamente detti; al contrario, per i nomi dei ‘50 e dei ‘60 siamo stati obbligati a indirizzarci sulle raccolte, non solo per via della problematica reperibilità dei vecchi 33 giri (parecchi dei quali mai ristampati in CD) ma anche e soprattutto perché all’epoca la musica era quasi esclusivamente una faccenda di canzoni, e dunque di singoli. Al proposito, un piccolo avvertimento: non aspettatevi che le antologie da noi segnalate, scelte in linea di massima tra quelle recenti o ancora in catalogo, siano esteticamente e graficamente all’altezza della produzione media angloamericana. In tale settore, la politica delle nostre compagnie discografiche sembra purtroppo tesa a mortificare ogni valore culturale del prodotto.

Introduzione
Un progetto ambizioso e anche un po’ autolesionista, quello di cercare di mettere ordine e fissare punti fermi in un ambito sfaccettato e sfuggente come quello del rock italiano. Non solo perché la sua vastità, sul piano tanto cronologico (circa cinquant’anni) quanto produttivo (varie migliaia di dischi), mal si concilia con una misera lista di cento album, ma anche per via dei seri problemi legati persino alla definizione della materia da affrontare. Problemi analoghi, si potrebbe obiettare, a quelli incontrati nella scelta dei “magnifici cinquecento” del rock internazionale, ma nel caso specifico amplificati da alcune questioni tutt’altro che irrilevanti: ad esempio, l’assenza pressoché totale di precedenti trattazioni analoghe, a meno che non si vogliano reputare tali certi imprecisi e limitatissimi tentativi attuati nel campo di specifici sottogeneri oppure – al contrario – certi vademecum dall’approccio palesemente cerchiobottista focalizzati sulla canzone italiana in senso troppo lato, e comunque imperniati per lo più sui fenomeni di ampio riscontro commerciale; poi, il concreto rischio di essere crocifissi dagli “esperti” o sedicenti tali, dato che per qualche bizzarra e incomprensibile ragione sul tema “musica italiana” tutti – ma proprio tutti – si sentono legittimati a trinciare giudizi molto più di quanto accade per quella prodotta all’estero (non che ce ne freghi, in realtà, di questi improbabilissimi catoni de noantri: però, come dire?, meglio sentirli il meno possibile); inoltre, il disagio – al quale, per fortuna, siamo abituati – di dover essere sempre super partes, e quindi soggetti a incorrere nella deplorazione tacita o esternata di eventuali esclusi delusi che magari conosciamo anche di persona; infine, il dubbio se effettuare o meno discriminazioni rispetto all’idioma utilizzato nei testi, questione cruciale che ancora oggi divide in schiere contrapposte una larga percentuale di appassionati.
Il modo in cui abbiamo deciso di sciogliere quest’ultimo nodo (gordiano) è palesato, nell’intestazione dell’articolo, dall’inequivocabile “(in)” posto tra “rock” e “italiano”: i cento dischi allineati nelle pagine che seguono, suddivisi in tre categorie di importanza decrescente, sono tutti cantati nella lingua di Dante (oppure in suoi dialetti), a sostenere il principio che per noi esiste differenza tra il “rock italiano” e il “rock fatto in Italia”. Almeno in questa sede, infatti, ci interessava circoscrivere il discorso agli artisti che si sono impegnati in una spesso faticosa opera di sintesi tra matrici musicali “di importazione” e liriche autoctone, lasciando fuori quanti – specie negli anni ‘80 e ‘90 – hanno optato per la più agevole via dell’inglese (peraltro, di frequente, maccheronico, nelle costruzioni verbali come nella pronuncia); ci è costato caro, è naturale, scartare a priori un grande talento come Elisa, gruppi quali Boohoos, Sick Rose, Birdmen Of Alkatraz, Neon, Pankow, Allison Run, Not Moving, Uzeda, Steeplejack, Raw Power o Rocking Chairs (per non parlare dei Gaznevada, che all’italiano si sono purtroppo pienamente convertiti solo dopo aver imboccato il viale del tramonto) o eccellenti “nuove leve” come Giardini di Mirò e Julie’s Haircut, ma il criterio suesposto non ammetteva deroghe. Lo stesso rigore è stato poi applicato nella selezione tra “rock” e “non rock”, anche se l’esigenza imprescindibile della rappresentatività dei vari indirizzi stilistici ci ha costretti a tener conto delle contingenze epocali: è ovvio che, in termini assoluti, il Celentano degli ultimi ‘50 o i Dik Dik sono infinitamente meno “rock” di qualsiasi band hardcore oggi in circolazione, ma sottovalutare la prospettiva storica significherebbe commettere un gravissimo errore. Nel compilare l’elenco dei Cento abbiamo insomma voluto considerare tutti coloro che hanno portato avanti filosofie espressive – di musiche e/o di testi, sia per argomento che per linguaggio – alternative alle logiche dominanti dei periodi in cui, coraggiosamente, provavano con maggiore o minore successo a imporsi: si pensi a personaggi in qualche maniera “scomodi” come Luigi Tenco, Piero Ciampi, Patti Pravo, Enzo Jannacci o Giorgio Gaber, o anche al Francesco De Gregori dylaniano o al Fabrizio De André dei primi ’70.
Prestando bene attenzione a non allontanarci dalla rotta prefissata, siamo dunque partiti da Fred Buscaglione – preferito, nel ruolo di capostipite del rock (in) italiano, al contemporaneo e (quasi) altrettanto vulcanico Renato Carosone in virtù di una più marcata tendenza al “maudit” – e siamo andati avanti a vele spiegate fino al fatidico 2000 (non oltre: ritenevamo essenziale un minimo di distacco dal presente), toccando infinite terre: il rock’n’roll primordiale di Adriano Celentano e Ricky Gianco, la canzone d’autore di Tenco e De André, il bitt ingenuo ma irresistibile dei vari Corvi, Nomadi, Caterina Caselli, Equipe 84, Ribelli, Rokes e Dik Dik, le sperimentazioni di Franco Battiato, Claudio Rocchi e Alan Sorrenti e le magie melodiche della coppia Mogol/Battisti, la psichedelia delle Stelle di Mario Schifano e dei No Strange, la stagione del progressive (Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Osanna, Orme), le ricerche a 360° di Area e Stormy Six, il folk riveduto e corretto della Nuova Compagnia di Canto Popolare e di Branduardi, il cantautorato maturo di Guccini, De Gregori, Bennato, Vecchioni, Finardi, Lolli e Dalla (e, in seguito, Conte e Fossati), il teatro canzone di Gaber e Jannacci, il rock demenziale degli Skiantos (e, poi, di Elio e le Storie Tese), il blues meticcio di Pino Daniele, la new wave di Diaframma, Litfiba e Underground Life, il punk filosovietico dei CCCP-Fedeli alla linea e l’hardcore di Negazione, Indigesti e Kina, il rock’n’roll al femminile di Gianna Nannini, il pop raffinato di Denovo e Avion Travel, il rock politico dei Gang, il reggae degli Africa Unite, l’elettronica umana di Almamegretta e Casino Royale, il rap di Assalti Frontali, Frankie HI-NRG MC e 99 Posse, il roots-rock “tra la Via Emilia e il West” di Ligabue, le contaminazioni di Mau Mau e Modena City Ramblers, le aprezze poetiche di Ritmo Tribale, Afterhours e Marlene Kuntz, l’ispirato anticonformismo di Carmen Consoli, Cristina Donà e Lalli, il moderno pop-dance dei Subsonica e molte altre meraviglie che si riveleranno procedendo nella lettura.

I primi venti
AFTERHOURS – Hai paura del buio? (Mescal, 1997)
ALMAMEGRETTA – Sanacore 1.9.9.5. (Anagrumba, 1995)
AREA – Arbeit Macht Frei (Cramps, 1973)
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – Darwin! (Ricordi, 1972)
FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI, 1981)
LUCIO BATTISTI – Emozioni (Ricordi, 1970)
CCCP-FEDELI ALLA LINEA – Affinità – divergenze (Attack Punk, 1986)
PIERO CIAMPI – Andare, camminare, lavorare… (RCA, 1975)
FABRIZIO DE ANDRÈ – Creuza de mä (Ricordi, 1984)
FRANCESCO DE GREGORI – Francesco De Gregori (RCA, 1974)
IVANO FOSSATI – Discanto (CBS, 1990)
FRANKIE HI-NRG MC – Verba manent (BMG Ariola, 1993)
GANG – Storie d’Italia (CGD, 1993)
FRANCESCO GUCCINI – Via Paolo Fabbri 43 (EMI, 1976)
LIGABUE – Buon compleanno Elvis (WEA, 1995)
LITFIBA – 17 re (IRA, 1986)
I NOMADI – Studio collection – Le origini (EMI, 2000)
P.F.M. – Storia di un minuto (Numero Uno, 1972)
SKIANTOS – Mono tono (Cramps, 1978)
LUIGI TENCO – Tenco (BMG, 2002)

Gli altri trenta
FRANCO BATTIATO – Sulle corde di Aries (Bla Bla, 1973)
LUCIO BATTISTI – Il mio canto libero (Numero Uno, 1972)
EDOARDO BENNATO – Io che non sono l’imperatore (Ricordi, 1975)
VINICIO CAPOSSELA – Il ballo di San Vito (CGD, 1996)
CATERINA CASELLI – Il meglio di Caterina (CGD, 1998)
CASINO ROYALE – Sempre più vicini (Black Out/Polygram, 1995)
CARMEN CONSOLI – Mediamente isterica (Cyclope, 1998)
PAOLO CONTE – Aguaplano (CGD, 1990)
I CORVI – Un ragazzo di strada (Ariston, 1966)
CSI – KO de mondo (BlackOut, 1994)
FABRIZIO DE ANDRÈ – Non al denaro non all’amore… (P.A., 1971)
DIAFRAMMA – Siberia (IRA, 1984)
EQUIPE 84 – I grandi successi originali (BMG, 2000)
FAUST’O – Suicidio (CGD, 1978)
EUGENIO FINARDI – Diesel (Cramps, 1977)
FRANTI – Il giardino delle quindici pietre (BluBus, 1986)
GIORGIO GABER – Far finta di essere sani (Carosello, 1973)
RINO GAETANO – Aida (It, 1977)
CLAUDIO LOLLI – Ho visto anche degli zingari felici (EMI, 1976)
MARLENE KUNTZ – Catartica (CPI, 1994)
MASSIMO VOLUME – Da qui (Mescal, 1997)
MAU MAU – Viva Mamanera (Vox Pop, 1996)
NEGAZIONE – Lo spirito continua (De Konkurrent, 1987)
ORME – Felona e Sorona (Philips, 1973)
PATTY PRAVO – I grandi successi originali (BMG, 2000)
RITMO TRIBALE – Kriminale (Vox Pop, 1989)
ROKES – I grandi successi originali (BMG, 2000)
VASCO ROSSI – Siamo solo noi (Targa, 1981)
ALAN SORRENTI – Aria (Harvest, 1972)
STORMY SIX – Un biglietto del tram (L’Orchestra, 1975)

Gli ultimi cinquanta
AFRICA UNITE – Babilonia e poesia (Vox Pop, 1993)
AKTUALA – La terra (Bla Bla, 1974)
ASSALTI FRONTALI – Terra di nessuno (Assalti Frontali, 1992)
(PICCOLA ORCHESTRA) AVION TRAVEL – Opplà (RTI, 1993)
FRANCO BATTIATO – Gommalacca (Mercury, 1998)
BISCA – La bomba intelligente (Statt, 1994)
ANGELO BRANDUARDI – La luna (RCA, 1975)
MASSIMO BUBOLA – Doppio lungo addio (Mercury, 1994)
FRED BUSCAGLIONE – Criminalmente Fred (Sugar, 1992)
ADRIANO CELENTANO – La mia storia… (Joker, 2001)
LUCIO DALLA – Lucio Dalla (RCA, 1979)
PINO DANIELE – Nero a metà (EMI, 1980)
FABRIZIO DE ANDRÉ – Vol.1 (Bluebell, 1967)
DENOVO – Persuasione (KinderGarten, 1987)
DIK DIK – I grandi successi originali (BMG, 2000)
CRISTINA DONÀ – Nido (Mescal, 1999)
ELIO E LE STORIE TESE – Italyan, rum casusu çikti (Hukapan, 1992)
ESTRA – Alterazioni (CGD, 1997)
MAX GAZZÈ – La favola di Adamo ed Eva (Virgin, 1999)
RICKY GIANCO – I grandi successi originali (BMG, 2000)
I GIGANTI – I grandi successi originali (BMG, 2000)
IVAN GRAZIANI – Agnese dolce Agnese (Numero Uno, 1979)
GIANLUCA GRIGNANI – La fabbrica di plastica (Mercury, 1996)
INDIGESTI – Osservati Dall’Inganno (T.V.O.R., 1985)
ENZO JANNACCI – Quelli che… (Ultima Spiaggia, 1975)
JOVANOTTI – Lorenzo 1994 (Mercury, 1994)
KINA – Se ho vinto se ho perso (BluBus, 1989)
LA CRUS – Dentro me (WEA, 1997)
LALLI – Tempo di vento (Il Manifesto, 1998)
LULA – Da dentro (Cyclope/Polydor, 1995)
MODENA CITY RAMBLERS – Riportando tutto a casa (X, 1994)
GIANNA NANNINI – Profumo (Ricordi, 1986)
NEW TROLLS – Senza orario senza bandiera (Cetra, 1968)
NO STRANGE – L’universo (Toast, 1987)
99 POSSE – La vida que vendrá (Nonenove, 2000)
N.C.C.P. – Li sarracini adorano lu sole (EMI, 1974)
OSANNA – L’uomo (Fonit Cetra, 1971)
PROZAC + – AcidoAcida (EMI, 1998)
RATS – C’est disco… (Nice Label, 1981)
RIBELLI – I grandi successi originali (BMG, 2000)
CLAUDIO ROCCHI – Volo magico n.1 (Ariston, 1970)
TITO SCHIPA JR. – Orfeo 9 (Fonit Cetra, 1972)
(LE) STELLE DI MARIO SCHIFANO – Dedicato a… (BDS, 1967)
SUBSONICA – Microchip emozionale (Mescal, 1999)
TIMORIA – Viaggio senza vento (Polydor, 1993)
UNDERGROUND LIFE – Filosofia dell’aria (Target, 1987)
ÜSTMAMÒ – Üstmamò (I Dischi del mulo, 1991)
ROBERTO VECCHIONI – Ipertensione (Philips, 1975)
24 GRANA – Metaversus (CGD, 1999)
ZUCCHERO Blue’s (Polydor, 1987)

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Categorie: discografie base | Tag: | 19 commenti

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19 pensieri su “Rock (in) italiano (1955-2000)

  1. Anonimo

    le radici e le ali ?

    • I Gang non erano tra le pochissime eccezioni alla regola “un album per artista”. Li ho inseriti tra “i primi venti” per rimarcarne l’importanza, ma come disco ho preferito “Storie d’Italia”.

  2. Bella lista, nel complesso condivisibile, ma…i Prozac+ sì e i Punkreas no?

    • Non ricordo proprio se davvero gli uni hanno escluso gli altri, ma i Prozac + sono stati per un po’ un fenomeno di massa dal quale non si poteva prescindere e la loro formula era nel complesso più personale di quella dei Punkreas, che pure ho sempre assai apprezzato.

  3. Graziano

    Lo dico sottovoce e lo scrivo con ” un po’ di malinconia”. L’erba Fausto Rossi.

    • Lo so, lo so. È anche una cosa che ho valutato, ma alla fine ho dovuto optare per un solo disco di Fausto ed è stato “Suicidio”, per l’epoca in cui uscì qualcosa di davvero alieno.

  4. backstreet70

    Bella lista. Togliendo Jovanotti (che non ne capisco neppure il valore storico o anche solo socio-culturale) e mettendoci il primo dei Negrita direi che funziona assai meglio.

    • backstreet70

      Mi accorgo che non c’è nulla di Ruggeri.

      • È una mancanza che io stesso mi potrei contestare. Ma non ricordo i complessi ragionamenti che avrò di sicuro fatto per escluderlo.

    • Le liste rispecchiano anche, seppure in parte, il “sentire” del momento in cui vengono compilate. Il primo dei Negrita è stato uno degli ultimi a saltare per ragioni di spazio, mentre Jovanotti – che all’epoca finì pure in copertina sul Mucchio – era comunque un personaggio difficile da lasciar fuori, non necessariamente per questioni di popolarità.

  5. DaDa

    concordo con quasi tutti i nomi, avrei inserito però Il Tuffatore di Falvio Giurato, ma forse non ci stava …

    • Era il 2002. All’epoca Giurato, seppur bravissimo, era un nome di ultranicchia e nessuno lo considerava influente. Oggi forse lo inserirei, come anche Carella, ma non chiedermi al posto di chi… riflettere su cosa risponderti sarebbe troppo faticoso.

  6. Magari non sono d’accordo su tutti i nomi e di qualcuno avrei preferito un altro disco, ma trovo la lista nel suo complesso decisamente varia e completa. 👍

    • Grazie, mi fa piacere. Che una lista così possa essere condivisa al 100% è impossibile, nemmeno io che l’ho compilata riesco a essere completamente d’accordo con me stesso. 😀

  7. confermo quasi tutto, avrei messo più in alto Dalla, ma devo dire che all’epoca anche io lo consideravo meno. Su quel Grignani li con me sfondi una porta aperta

  8. Luca Paisiello

    Una bella lista non facile a stilare di cui concordo in larga parte (come la conferma della Fabbrica di Grignani che trovo sia un grande rimpianto non aver proseguito in quella fantastica direzione), ci sono tanti altri nomi su cui potremmo discutere che non sono presenti ma un contributo credo siano riusciti a darlo non poco: Verdena, Scisma, Moltheni, Yo Yo Mundi, i (primi) Negrita e le due band derivate dai due rocker nostrani più popolari, ovvero la Steve Rogers Band e i ClanDestino (e perché non gli Stadio?).

    Personalmente mi colpì moltissimo il funky rock dei Quartiere Latino che divennero popolari presentandosi con due dischi inusuali per l’epoca, e il muro del suono dei Fluxus che è stato qualcosa di travolgente, apprezzato dalla critica ma ostico al grande pubblico.

    • I Verdena prima del 2000 avevano fatto un solo album e quindi sarebbe più logico considerarli una band “del terzo millennio”, e infatti nella lista 2001-2010 li ho ovviamente inseriti. Idem Moltheni, che le cose migliori le ha fatte dopo il 2000. Scisma e i primi Negrita ci potevano stare (ma non ci sono entrati), così come i bravissimi Yo Yo Mundi,che sono stati esclusi da altri combat-folk-rocker più popolari. Un po’ come per i Fluxus, dato che il loro settore (semplificando) era già affollatissimo di nomi imprescindibili e una cosa secondo me fondamentale era ed è rappresentare un po’ tutti i generi. Quartiere Latino un po’ troppo di nicchia e poco influenti. Steve Rogers Band e Stadio, a mio avviso, mai nella vita, ClanDestino mah.

  9. Gian Luigi Bona

    Ottima lista ! Grande soddisfazione da parte mia nel vedere che li ho quasi tutti !

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