Cinque miei culti (3)

Terza puntata – le prime due qui e qui – di una sorta di speciale dedicato alle schede da me scritte per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Prossimamente la quarta e ultima.

Alexander copWillie Alexander
And The Boom Boom Band
(MCA ,1978)
Tra gli animatori della scena “punk” bostoniana del 1976, quella fiorita attorno al mitico Rat Club, c’era anche lui, Willie “Loco” Alexander. Non era però un giovincello: all’epoca di anni ne aveva trentatrè, aveva già inciso nei ‘60 con Lost e Bagatelle e nei primi ‘70 si era anche legato all’ultimo organico dei Velvet Underground, quello sfigatissimo che della band passata alla storia aveva solo il nome. Con la sfortuna, ma non per scelta, il nostro eroe manterrà poi rapporti assai stretti, anche quando un insperato contratto major gli offrirà l’occasione giusta: nonostante la freschezza e l’ispirazione del suo rock venato di rhythm’n’blues, né questo omonimo esordio né il di pochi mesi successivo Meanwhile Back In The States si faranno notare più di tanto, condannando Alexander a una carriera ai margini del mercato che conta. I pochi che si ricordanno di lui lo fanno essenzialmente per un brano, Kerouac, dedicato indovinate voi a chi: una ballata visionaria di enorme evocatività, qui anche meno bella al confronto della versione originale uscita tre anni prima su 45 giri, ma sempre straordinariamente intensa.

MX-80 Sound cop MX-80 Sound
Out Of The Tunnel
(Ralph, 1980)
Vista la nascita a Bloomington, Indiana, gli MX-80 Sound avrebbero avuto ottime possibilità di non emergere mai come band professionale: invece, dopo un 7”EP, si trovarono addirittura sotto contratto con la Island, dalla quale furono licenziati per (inevitabile) scarso rendimento dopo un unico album. A riscoprirli, tre anni dopo, provvedette la Ralph Records dei Residents, che diede loro ospitalità per altri due 33 giri – Out Of The Tunnel e Crowd Control, di un anno successivo – analoghi per caratura e stile: in sostanza, un rock compatto, spigoloso e spesso incalzante, fatto di ritmi spezzati e atmosfere malate tra le cui trame si inserivano isterici volteggi di sax e un canto secco e recitativo che compensava con il fascino piuttosto “alieno” le scarse concessioni alla melodia. Rock sperimentale? Nel caso del quartetto statunitense la definizione non è usata a sproposito; e anche se il titolo propiziatorio non è loro servito per trovarsi fuori dal tunnel, il genio di Bruce Anderson e compagni è qui esaltato da inni torbidi e convulsi come It’s Not My Fault, Follow That Car, Metro-Teens e l’improbabile singolo Someday You’ll Be King.

Rikki copRikki &
The Last Days Of Earth
4 Minute Warning
(DJM, 1978)
A guardarlo nella foto del retrocopertina di questo suo album con gli “Ultimi giorni della Terra” (un secondo, ancor più oscuro, uscirà a suo nome qualche anno dopo), Rikki Sylvan non ispira certo fiducia: giubbotto di pelle indossato sulla pelle e aperto davanti a mostrare una catenazza alla Califano con tanto di crocifisso, mani appena fuori dalle tasche, sguardo da duro tra lo scazzato e lo sballato. Eppure, lui è l’autore di Aleister Crowley, Amsterdam, Twilight Jack, Loaded e dello straordinario City Of The Damned, brani dove le ruvidezze settantasettine – anche sotto il profilo dell’incisione, assai poco equilibrata – sposano lo spirito di ricerca dell’allora neonata new wave in uno stile non privo di attinenze con quelli degli Ultravox! di John Foxx o dei Roxy Music ma più enfatico, più kitsch, più esagerato. Melodramma punk? Arduo trovare un’etichetta più azzeccata per canzoni così teatrali nei loro complessi intrecci di ritmi, chitarre e sintetizzatori, e più che mai nella voce protesa verso la solennità di Sylvan. Comunque, un disco assurdo, che non prevede mezze misure: dal primo ascolto, potrà essere solo amore o disgusto.

68 Comeback cop‘68 Comeback
Love Always Wins
(Sympathy, 1999)
Già mente dei garage-roots-rockers Gibson Bros (un altro culto!) e da una quindicina d’anni figura di spicco dell’ampio circuito votato al recupero in chiave lo-fi delle tradizioni musicali americane, Jeffrey Evans è uno dei più grandi bluesmen dei nostri giorni: un blues, però, urticante e grintoso, suonato con strumentazione e piglio punk seppur con totale devozione all’originaria attitudine del genere. Perfetta esemplificazione dell’approccio del Nostro è Love Always Wins dei suoi ‘68 Comeback, tra i migliori capitoli di una ricca discografia all’insegna di una sostanziale omogeneità qualitativa: dieci cover di classici della Musica del Diavolo, alcuni conosciutissimi e altri più “da archivisti”, che portano le firme di maestri come Willie Dixon, Howlin’ Wolf, Jimmy Reed, John Lee Hooker e Charlie Feathers (al quale l’album è dedicato), e tre brani autografi che non sfigurano al confronto, il tutto in un concitato e minaccioso fluire di sonorità crude e distorte, atmosfere torbide e malinconia convertita in forza trascinante. E pazienza se qualche purista, per il quale la forma conta evidentemente più della sostanza, storcerà il naso.

Snakefinger copSnakefinger
Greener Postures
(Ralph, 1980)
Una storia bizzarra, quella dell’inglese Philip Charles Lithman, in arte “dito serpentino” per la sua perizia chitarristica: prima sperimentatore con i Residents, poi leader dell’atipico gruppo blues/folk Chili Willi & The Red Hot Peppers, quindi di nuovo spalla dei misteriosi californiani e brillante artefice di brillanti album di “pop” surreale e poco dopo abile esegeta del blues classico, fino alla morte per infarto nel 1987, appena trentottenne. Secondo dei quattro titoli editi dalla Ralph degli amici Residents, accreditati come co-autori e co-produttori, Greener Postures vede il Nostro proporre un sound stralunato e geniale, dove elementi rock interagiscono con fantasie elettroniche in nove episodi – The Man In The Dark Sedan, I Come From An Island e Trashing All The Loves Of History tre dei più memorabili – che nonostante le varie stranezze (di strutture, di arrangiamento, di atmosfere) mettono (quasi) sempre in evidenza una pur perversa vena melodica. Consigliatissima la lungamente attesa ristampa in CD del 1999, dove il disco è accoppiato al suo quasi altrettanto valido predecessore Chewing Hides The Sound.
Tratto da Mucchio Extra n.7 dell’Autunno 2002

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Categorie: discografie base | Tag: , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Cinque miei culti (3)

  1. Gian Luigi Bona

    Materiale ottimo! Queste schede mi danno l’occasione di recuperare con un supporto critico il materiale che all’epoca ho perso.

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