Cinque miei culti (2)

Poco più di tre settimane fa ho qui riproposto cinque titoli di una selezione di schede da me realizzate per un elenco di album “di culto” apparso su un Mucchio Extra di tredici anni fa. Eccone ora altri cinque, ma nel prossimo futuro altri cinque ne seguiranno.

Chrome copCHROME
Alien Soundtracks
(Siren, 1978)
Nell’estate del 1995 Damon Edge, che dei Chrome era fondatore, cantante, polistrumentista e leader, fu trovato morto nella sua casa di L.A.: non doveva essere un bello spettacolo, visto che nessuno si era preoccupato della sua scomparsa e il corpo era lì da circa un mese. Una fine dolorosa e ingloriosa per un musicista da sempre impegnato a coniugare rock ed elettronica, ottenendo risultati di rilievo per definire i quali non è sbagliato utilizzare la definizione “seminali”. Secondo capitolo di una carriera prolifica seppur qualitativamente discontinua, Alien Soundtracks è il primo atto del sodalizio tra Edge e l’altro polistrumentista Helios Creed, che resterà con lui fino ai primi anni ‘80 e dopo la sua scomparsa rileverà la sigla della band di San Francisco: uno straordinario concept a sfondo fantascientifico nel quale avanguardia e psichedelia convivono felicemente in un tripudio di fantasie melodiche e dissonanze e di trame strumentali all’insegna dell’anticonvenzionalità. Con la folle, abrasiva Slip It To The Android a fungere da manifesto di una formula totalmente libera e la copertina sottilmente inquietante a gettare ulteriore benzina sul fuoco.

Cinecyde copCINECYDE
I Left My Heart In Detroit City
(Tremor, 1982)
I Cinecyde erano (sono) originari di Royal Oak, Michigan. Provinciali, quindi, e questo spiega in parte il loro look da dopolavoristi del rock, tutt’altro che cool al confronto di quelli sfoggiati dai colleghi di New York, Los Angeles e la pur vicina Detroit. In compenso, si concentravano sulle cose serie, cioè la musica, elaborando un originalissimo punk rock dove trame strumentali aspre e taglienti creavano un tappeto tutt’altro che morbido per una voce splendidamente acida e malsana. In venticinque anni di carriera più o meno a singhiozzo ma sempre sotterranea, la band guidata dal cantante Gary Reichel e dal chitarrista Jim Olenski ha dato alle stampe solo tre album, ai quali va aggiunta la raccolta You Live A Lie, You’re Gonna Die (con i singoli del periodo 1977-1980): il migliore è questo esordio, che rifiutando le tendenze hardcore all’epoca dominanti metteva in fila dieci episodi non veloci ma compatti e grintosissimi, con gustose sfumature hard – inevitabili per ogni figlio di quelle terre – e titoli esplicativi come Don’t Come Crying To Me, Better Dead, Top Secret, Enemy Man, Wake Up e I Don’t Want Nothin’ From You.

Nyro copLAURA NYRO
New York Tendaberry
(Columbia, 1969)
Newyorkese del Bronx, scomparsa appena quarantanovenne nel 1997 a causa di un tumore, la cantante e pianista Laura Nyro ha lasciato in eredità una dozzina di album di grande intensità, figli di una vena compositivo-interpretativa malinconica e intimista nella quale confluivano elementi folk, gospel, blues e jazz. Articolo di maggior successo del catalogo (sfiorò i Top 30 americani), New York Tendaberry è anche il disco più riuscito di una carriera che non ha però mai registrato affermazioni su vasta scala, probabilmente a causa degli atteggiamenti schivi e di una formula che ha sempre eluso i toni solari; tra gli episodi spiccano Don’t Love Me When I Cry, Sweet Lovin’ Baby e la Save The Country poi ripresa dai Trinity, ma spicca soprattutto lo splendore di una voce duttile ed emozionante, di quelle che scaturiscono direttamente dal cuore e sanno dare corpo a emozioni e suggestioni profonde. Nulla da stupirsi che la Nyro sia una delle songwriter e performer più popolari presso le nuove generazioni del cantautorato al femminile, concordi nel riconoscerle un ruolo ben più importante di quello attribuitole dai risultati di vendita.

Peel copDAVID PEEL
& THE LOWER EAST SIDE
The Pope Smokes Dope
(Apple, 1972)
Per molti, David Peel era (è) semplicemente un folle, un patetico reduce dell’utopia hippy con troppi gangli bruciati dagli abusi di sostanze proibite, mentre i (pochi) fan lo celebrano come un autentico paladino della controcultura dei ‘60, meritevole di sedere alla destra dei padri Fugs. Al di là delle tante fisime, dell’omogeneità stilistica della sua ampia produzione discografica e di un approccio spesso eccessivo, Peel è comunque una figura romantica, un grande songwriter sballato, perdente e per molti versi proto-punk, per il quale la canzone di protesta poteva assumere indifferentemente i toni della feroce invettiva o della mordace ironia. Quando, a seguire due album per la Elektra (Have A Marijuana e The American Revolution, tanto per esser chiari), i suoi amici John Lennon e Yoko Ono vollero a tutti i costi produrlo, sfruttò la chance – se così si può dire – con questo censuratissimo Il papa fuma la droga, pirotecnica sarabanda di folk stralunato inciso dal vivo per le strade della sua New York tra cantilene fuori di testa, gustosi divertissement e brillanti/deliranti testi al vetriolo di contenuto politico e sociale.

Sunnyboys copSUNNYBOYS
Sunnyboys
(Mushroom, 1981)
Se li ricordano in pochi, i Sunnyboys: tanto nella natìa Australia, dove pure erano un gruppo di discreto successo, quanto in Europa, nella quale furono sostenuti dalla benemerita etichetta francese Closer. Eppure, il loro è un suono classico e quindi sempre attuale: un trascinante mix di power pop di scuola Sixties, reso all’occorrenza più grintoso e compatto dall’influenza dei conterranei Radio Birdman e contraddistinto dalla splendida voce (e dal brillante songwriting) di Jeremy Oxley, all’epoca degli esordi neppure ventenne. Dei primi tre album dei quattro di Sydney, i migliori di una carriera protrattasi a singhiozzo fino agli inizi dei ‘90, l’omonimo, fortunato (50.000 copie vendute) esordio è preferibile ai pur validissimi Individuals e Get Some Fun in virtù dell’approccio più ruspante, non ancora sgrezzato dalla maturità. Interamente fondata sullo straordinario equilibrio tra energia, freschezza e irresistibili melodie, la scaletta di Sunnyboys offre solo gemme: fra tutte, senza nulla voler togliere alle più robuste I Can’t Talk To You e Tunnel Of Love, la più scintillante è Alone With With You, quattro minuti di fascinose fantasie di chitarra, ritmi frizzanti, voce aggraziata e incantevoli coretti.
Tratto da Mucchio Extra n.7 dell’Autunno 2002

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Categorie: discografie base | Tag: , , , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Cinque miei culti (2)

  1. Ugo Malachin

    Ciao Federico, l’altro giorno, giusto prima di lleggere questo tuo articolo, un amico di Salonicco strava rippando Zipper (quelli di Fred Cole) nello stesso istante che stavo facendolo io …, poi vedo qui 2 albums che stavo mettendo in cartella rips … per il weekend, Alien Soundtracks e I Left My Heart In Detroit City. Altra dimostrazione della mia “teoria” che esistono delle “connessioni” fra gli appassionati della stessa musica!
    I Sunnyboys, invece, per fortuna io li ricordo, grazie ai tuoi articoli del Mucchio 1984/86, ed il primo album è entrato nel mio DNA da 30 anni, FANTASTICO!!!
    Ti auguro un sereno 2016, con tanta buona musica,
    ugo

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