Cinque miei culti (1)

Ere geologiche fa, nel 2002, organizzai per il Mucchio Extra uno degli ormai celebri articoli a schede dedicati ad album fondamentali o comunque meritevoli. Il fil rouge non era uno stile musicale o un’epoca specifica, ma l’appartenenza dei titoli alla categoria “dischi di culto”; quelli, per capirci meglio, che non hanno inciso sulle vicende del rock ma che, per un motivo o per l’altro, capita di amare e venerare come si fa con tante pietre miliari. Parecchie di quelle schede le scrissi io, e mi fa piacere presentarle qui. A piccoli blocchi e in ordine casuale.

Alley Cats copALLEY CATS
Nightmare City
(Time Coast, 1981)
Sfortunati, i californiani Alley Cats: in un momento storico-musicale nel quale era indispensabile scegliere da che parte stare, rimasero a metà strada tra punk e rock tradizionale. Dovendo scegliere uno dei loro due album (ma ne esiste anche un terzo a nome Zarkons), i pareri non sono concordi: c’è chi predilige Escape From The Planet Earth (MCA 1982), più elaborato seppur con qualche passo falso, e chi assegna la sua preferenza a Nightmare City, più secco e robusto oltre che più in linea con la vera natura del terzetto di Los Angeles. Non senza titubanze, considerata la bellezza di molte tracce della seconda prova, qui si vota per l’esordio, più omogeneo sul piano qualitativo e più efficace nell’esaltare la voce sgraziata del chitarrista Randy Stodola e quella meno ruvida ma sempre sporca della bassista Dianne Chai; nonché la forza di canzoni nervose, sofferte e notturne – Nothing Means Nothing Anymore, Today, Black Haired Girl e When The World Was Old alcuni dei titoli da tenere a mente – che raccontano storie figlie della strada e del disagio, dove l’irruenza punk sposa la “classicità” rock’n’roll in un incontro che non rimanda però ad alcun modello preciso.

Chills copCHILLS
Kaleidoscope World
(Creation, 1986)
A quanti ritengono che un solo brano non sia base sufficiente per un (pur piccolo) mito, consigliamo l’ascolto di Pink Frost dei Chills, una magia ipnotica/onirica nella quale Martin Phillipps dipinge paesaggi canori di malinconica, evocativa bellezza. Una meraviglia come poche, che da sola legittimerebbe l’inclusione di Kaleidoscope World in questa carrellata di dischi di culto, nonostante non sia un vero album ma un’antologia della prima fase di attività dell’ensemble neozelandese: sintetica (otto pezzi) nell’edizione in vinile e completa (dieci in più) nella ristampa in CD, ma sempre straordinaria nel mostrare lo splendore e lo spessore di uno psycho-pop quantomai policromo, qui non ancora contaminato – lo sarà, con esiti comunque ottimi, nel prosieguo di carriera – dal manierismo, e anzi qua e là caratterizzato da slanci “garagisti”. La summenzionata Pink Frost è inarrivabile, ma anche altri gioiellini surreali come Rolling Moon, la title track, Doledrums o I Love My Leather Jacket – tutti articoli in grado di rubare la scena ai migliori Teardrop Explodes: il genere è più o meno quello – valgono senza dubbio il prezzo del biglietto.

Fowley copKIM FOWLEY
International Heroes
(Capitol, 1973)
Gira un po’ la testa, leggendo la biografia di Kim Fowley: talent scout, DJ, manager, giornalista, produttore, discografico, songwriter di hit da classifica. E, all’occorrenza, cantante titolare di una buona ventina di album che rileggono le varie tendenze del rock’n’roll con un approccio dove la devozione si lascia più o meno spesso prendere la mano dal gusto dell’eccentricità e dello sberleffo. International Heroes, il settimo della serie, è uno dei meno bizzarri, e vede l’allora trentaquattrenne Fowley destreggiarsi con un solido sound da cantautore rock a tratti “sporcato” – come la foto di copertina non manca di suggerire – da accenni glam: dieci brani dal taglio spesso dylaniano che vantano ottime liriche, valide doti interpretative e un’ispirazione assai felice. D’accordo, lo stile non è originale e suoni e arrangiamenti non riescono a nascondere i loro trent’anni, ma l’intera prima facciata – la title track carica di soul, la visionaria E.S.P. Reader, la frizzante e ironica King Of Love, la folkeggiante Ugly Stories About Rock Stars And The War, la cupa I Hate You – è irresistibile. Da sola basterebbe per scolpire il nome di Kim Fowley tra quelli dei cult-heroes.

Last copLAST
L.A. Explosion
(Bomp, 1979)
I Last dei quali qualcuno forse si ricorderà sono quelli degli album editi dalla SST nella seconda metà degli ‘80, all’insegna di un convulso punk’n’roll filo-psichedelico. Del tutto dimenticata, invece è la band che sul finire del decennio precedente confezionò un eccellente 33 giri d’esordio – questo L.A. Explosion, appunto – dove un’innata attrazione per il power-pop si lega a un suono elettroacustico che anche quando si irrobustisce (ad esempio in I Don’t Wanna Be In Love, in Walk Like Me, in Slavedriver, in A Fool Like You, in quell’autentico gioiello che è She Don’t Know Why I’m Here) non è mai davvero duro. Ispirati dai Sixties nello stile così come nella bellissima copertina, i cinque californiani hanno saputo realizzare un disco che è contemporaneamente elaborato e naïf, costruito su chitarre aggraziate, su intriganti giochi di tastiere, su voci e cori alla Beach Boys, su una gioiosa positività appena corrotta da qualche accenno di punkitudine (repressa); con le summenzionate She Don’t Know Why I’m Here e A Fool Like You a ergersi sulla pur agguerrita concorrenza assieme alla frizzantissima Every Summer Day e alla sofferta, magica rilettura di Be Bop A Lula di Gene Vincent.

Monochrome Set copMONOCHROME SET
Love Zombies
(DinDisc, 1980)
Non è mai stato davvero chiarito se i Monochrome Set fossero compiaciuti del loro ruolo di gruppo di culto, o se invece lo accettassero con serena rassegnazione. Comunque sia, gli album inanellati dalla band britannica nel corso della sua lunga e discontinua carriera sono – quale più, quale meno – piacevolissimi esempi di un pop-rock dalle forti ascendenze Sixties, fondato su ritmi vellutatamente ipnotici, su chitarre scintillanti e sulla voce carezzevole, dondolante e un po’ snob del leader Bid (Ganesh Seshadri per l’anagrafe), oltre che spesso aperto a curiose soluzioni di sapore esotico. Qui si è optato per il secondo, nel quale spiccano canzoni irresistibili come Apocalypso, Adeste Fideles, Love Zombies e la title track, ma avremmo tranquillamente potuto scegliere il più diretto Strange Boutique, o il più elaborato Eligible Bachelors, o il più “commerciale” The Lost Weekend: quel che contava era ricordare una band che, al di là di ogni altra valutazione, possedeva talento e stile. Il loro torto, se così si può definirlo, è stato il non essersi saputi vendere, a livello di cifre così come di immagine: per questo motivo, nelle gerarchie rock, occupano inevitabilmente una posizione secondaria.
Tratto da Mucchio Extra n.7 dell’autunno 2002

Annunci
Categorie: discografie base | Tag: , , , | 4 commenti

Navigazione articolo

4 pensieri su “Cinque miei culti (1)

  1. Ugo Malachin

    Veramente difficile dire quale é il miglior Alley Cats, invece dei Last preferisco Painting Smiles On A Dead Man, più garage, comunque 4 vinili che conservo con tanto amore e che mi sono rippato di recente con buoni risultati. Anche gli altri 3 culti sono molto. molto belli.
    ciao, ugo

  2. Massimo Parravicini

    Concordo senza alcun dubbio nella scelta del primo degli Alley Cats, mentre per i Monochrome Set è più difficile essere decisi. È molto valida anche la loro Indipendent Singles Collection. Veramente dei beautiful losers.

  3. Paolo

    Adoro “Escape from planet earth” , grazie per la condivisione

  4. Fabio

    Grande Federico!!!! Il giornaliata musicale con il migior gusto degli ultimi 30 anni!
    P.s degli Alley Cats io vado per il secondo….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: